Il Progetto Needhami -2- by Raffaele A. Garzone by Raffaele A. Garzone - Read Online

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Il Progetto Needhami -2- - Raffaele A. Garzone

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Musil)

PARTE PRIMA

1

Gli occhi del prigioniero si erano abituati al buio della cella maleodorante. C’erano voluti interi giorni per sviluppare la capacità di distinguere le sagome degli ingombri, qualità che cominciò a reputare quasi mistica. Il suo stomaco era l’unico, gorgogliante rumore, a cui tenevano compagnia solo lo scricchiolio delle assi e l’incessante rosichio dei topi sulle gomene.

Ogni tanto gli portavano qualcosa da mangiare, una brodaglia filacciosa che avrebbe fatto vomitare un maiale. Non era stato maltrattato in alcun modo. Le domande gli venivano poste ogni giorno, sempre negli stessi orari, credeva, ma quando lui si rifiutava di rispondere non veniva poi costretto a farlo.

La botola si aprì di nuovo. Quel cigolio non portava mai niente di buono. La luce penetrò prepotente dall’alto, poi la sagoma di un uomo apparve sulla soglia ed estese la sua ombra sul pavimento.

Dei passi sulle scale.

Il prigioniero si rincantucciò in un angolo abbracciandosi le ginocchia. Non avrebbe risposto neanche allora.

Dietro l’uomo ce n’erano altri due.

Stavolta nessuno fece domande. Uno di loro aprì la cella e gli si avvicinò, lui si rintanò nell’angolo più scuro come se il buio potesse celarlo ai loro occhi.

Fu afferrato per un polso e trascinato fuori. Il prigioniero cercò di opporre resistenza, ma i giorni passati rinchiuso lì dentro lo avevano sfiancato.

Venne condotto al centro della stanza, nel rettangolo di luce che filtrava dalla botola ancora aperta.

Il loro capo lo squadrò a lungo prima di parlare. «Che cosa stavi cercando?»

Lui non rispose. Tentò ancora di divincolarsi, ma l’altro lo tratteneva con forza. «Lasciatemi!»

«Lo farò non appena avrai risposto alla mia domanda.»

Trascorse qualche secondo di terribile silenzio. Alla fine il capo lo afferrò per il mento e avvicinò il proprio volto al suo. «Ho perso la pazienza. Ti conviene parlare adesso!»

Ma lui rimase zitto, con lo sguardo abbassato per non incrociare il suo.

Il capo annuì. «E va bene» disse infine. «Procediamo pure!»

Venne trascinato in un’altra parte della stanza. Su un lato c’era una botte di legno, a terra una tenaglia e una corda.

Gideon Schmidt cominciò ad avere paura sul serio.

Fu sistemato in ginocchio di fronte a un barile disteso a terra. Un altro uomo gli strinse la mano stendendola in avanti, Schmidt cercò di tirare verso di sé con tutte le proprie forze, ma fu inutile. Il braccio gli venne legato attorno al barile.

«Che cosa volete farmi!»

«Sta’ calmo.» Il capo afferrò la tenaglia da terra e ne batté le estremità l’una contro l’altra. «Si tratta di una pratica usata in tempi antichi per estorcere la verità dalla boccaccia di persone come te.»

«No!»

«Oh, sì invece! Non ti arrecherà seri danni, serve solo a farti pregare di smettere.»

Schmidt osservò la propria mano muoversi impotente, cercare di sgusciare via dalle corde, ma il braccio era stato legato a regola d’arte. «Ti prego!»

«Di già? Fammi prima divertire un po’…» Il capo avvicinò la pinza all’indice, ma non ne avvolse la falange come lui aveva supposto, bensì si fermò all’unghia.

L’uomo fece segno a uno di loro di tenergli ferma la mano. «Lo faccio per il tuo bene» spiegò a Schmidt in tono mellifluo. «Se ti muovi i danni potrebbero essere maggiori di quanto io voglia procurartene.»

L’estremità inferiore della tenaglia venne adagiata sotto l’unghia, e quella superiore strinse fino ad appiattirla.

Schmidt urlò, ma sapeva che quello che provava non era nulla al confronto a ciò che lo attendeva.

«Shh! Sta’ fermo…» Il capo sorrideva mentre ruotava verso l’alto la tenaglia.

Il dito seguì quel movimento, piegandosi su se stesso, e quando la falange arrivò al limite della sopportazione, l’unghia cominciò a sollevarsi dalla carne.

Schmidt urlò, cercò di divincolarsi, tirò il braccio con violenza, poi lo spinse in avanti, ma le corde gli bloccavano anche il sangue. L’uomo che aveva l’ordine di tenerlo fermo lo afferrò per il collo e strinse fin quasi a schiacciargli la trachea. Schmidt avvertì uno scrocchio alla gola, cercò di respirare. Quando tossì, l’uomo lasciò la presa.

«Sta’ buono, sta’ buono. Ancora un po’ e abbiamo finito!»

L’unghia seguì il percorso della tenaglia, continuò a sollevarsi portando con sé brandelli di carne. Alla fine il capo la strappò con uno strattone.

Schmidt non voleva guardare la propria mano, ma immaginava il sangue sgorgare dalla piaga e macchiare la botte scivolando fino a terra dalle pareti.

«Non è nulla, non preoccuparti, solo un po’ di dolore e il fastidio.» Ci fu un attimo di silenzio, poi continuò. «Ora passiamo al mignolo…»

«Ti… ti dirò tutto.»

«Che delusione.» Il capo scosse il dito.

«Ti prego…»

«Allora sentiamo! Cosa stavi cercando?»

«Un… insetto meccanico.»

Il capo rimase interdetto, poi parlò. «Avrei immaginato tutto fuorché questo, e devo dire che va ben oltre le mie più rosee aspettative! Sei sicuro di ciò che dici? Si mormora che sia solo una leggenda.»

Schmidt rilasciò la testa contro la botte. «Ho visto quell’insetto con i miei occhi. Sull’isola che stavo seguendo c’è un ragazzo, l’ho incontrato in una locanda a Blackstone, è riuscito a imbrigliarne uno e adesso si stanno dirigendo verso l’Antica Tecnologia.»

«Interessante» commentò il capo. «Per ora continueremo a seguirli.»

«Lord Asermann…»

Il capo alzò una mano per farlo tacere. «Il riccastro non è onnipotente. A suo tempo mi occuperò anche di lui.»

Kingsley, il comandante dell’isola, risalì le scale, ma si fermò sulla soglia per rivolgersi ai due navigatori che erano rimasti di sotto. «Teniamoci sopra le nuvole. Per quanto riguarda lui», e indicò Schmidt, «gettatelo in mare, ma prima ricordatevi di slegare la botte: è di rovere.»

I navigatori annuirono, Kingsley risalì sul ponte della propria isola e inspirò l’aria fresca della sera. Quell’esplosione che aveva sentito poche ore prima doveva essere connessa all’Antica Tecnologia.

Sorrise, ascoltò ancora un po’ le urla disperate che provenivano dal basso, dopodiché si diresse agli alloggi. Aveva bisogno di meditare sulle sue prossime mosse.

2

La storia d’amore tra Louis e Molly Pattinson avrebbe fatto invidia ai romanzi rosa di qualche millennio prima. Rispecchiava in pieno tutto quello che una coppia alle prime armi immagina per il proprio futuro, prima di ricredersi. La famiglia di Louis produceva caffè da generazioni, i genitori di Molly rifornivano l’America di frollini in pieno e antico stile italiano.

Anche per questo il loro matrimonio era stato forgiato su un’agiatezza rassicurante, che gli aveva permesso di coltivare appieno la passione per i viaggi e per i luoghi inesplorati, e sebbene l’arrivo di un frugoletto era stata una benedizione festosa, aveva troncato di netto il sogno di esplorare il mondo in lungo e in largo. Naturalmente la gioia di un piccolo Daniel Pattinson Junior era tale da superare i sogni e le ambizioni più elevate, e Louis si rammaricava che suo padre non potesse ammirare con stupore la copia esatta di se stesso.

Avevano acquistato una bella villetta in un ridente paesino vicino al porto di Blackstone. Era perfetta per qualche settimana lontano dalla frenesia della città. Avevano imparato ad apprezzare la semplice vita del posto e l’ospitalità della gente. Ecco perché non aspettarono ad approfittare della disponibilità entusiasta della famiglia Robinson, che aveva insistito più di una volta per tenere Daniel con loro quando i Pattinson dovevano sbrigare in città qualche faccenda di lavoro.

L’occasione era perfetta: l’agenzia DreamFly proponeva un pacchetto a posti limitati per l’isola appena emersa in Europa. Un tempo la chiamavano Islanda. Si parlava di quell’isola già da qualche tempo, era il segno inequivocabile che le acque cominciavano a ritirarsi. Le notizie viaggiavano veloci, e già si parlava delle antichissime costruzioni che per più di mille anni erano sopravvissute all’impeto dell’Atlantico.

Molly era euforica, ma allo stesso tempo restia all’idea di lasciare per la prima volta il piccolo Danny per più di qualche giorno. «Starà bene?» continuava a dire. «Mi mancherà troppo, non so se è una buona idea.»

«Si tratta di una settimana» diceva Louis per rassicurarla. «I Robinson non stanno nella pelle al pensiero di riversare su Danny tutto l’amore che non possono dare ad un figlio.»

«Non lo so… non lo so…»

«Credimi, lo ritroveremo ingrassato di un paio di chili!»

E così stabilirono la data della partenza. I giorni seguenti furono di pieno fermento. Louis si dedicava ai preparativi per i bagagli, Molly alle raccomandazioni per i Robinson, Daniel a mordicchiare il suo modellino di isola galleggiante e i Robinson a rassicurare con continui starà benone la signora Pattinson. Nessuno sapeva quanto si sarebbe rivelata funesta quella decisione.

Dopo quattro giorni di navigazione la MissMary, l’isola sulla quale viaggiavano Louis e Molly, venne abbordata dai predoni del cielo. Razziarono tutto quello che c’era, assalirono chi si opponeva e uccisero l’equipaggio in modo che nessuno potesse governarla. L’isola priva di controllo cominciò a perdere quota quasi subito, e la mattina successiva si schiantò in mare. I Pattinson, insieme ad altri viaggiatori riuscirono ad aggrapparsi ai rottami dell’isola. Molti altri morirono nell’impatto, altri ancora affogarono sotto i giganteschi teloni degli aerostati sgonfi, senza poter risalire a galla. Altre persone si salvarono, ma sarebbero morte in mare nei giorni seguenti a causa delle ferite riportate nell’impatto.

I Pattinson trascorsero cinque giorni alla deriva. Ancorati ad un brandello del parapetto di legno che delimitava il perimetro dell’isola galleggiante. Louis era mollemente adagiato sulla tavola, cullato dalle onde. Non aveva fatto altro che dormire tutto il tempo. I suoi capelli lunghi ondeggiavano immersi nell’acqua leggermente mossa. Era a pancia in su, Molly era accoccolata con la testa sul suo petto, c’era il sole, ma non gli dava fastidio. Dopo cinque giorni in quelle condizioni nulla gli dava più fastidio. Realizzò di essere sveglio, ma non voleva ancora aprire gli occhi. L’aveva già fatto una volta in quella posizione. Il sole allo zenit l’aveva ammonito severamente, e il mal di testa era durato per tutta la notte successiva. Si inumidì le labbra con la lingua, scoprendole salate a causa della salsedine e degli schizzi dell’acqua marina che si infrangeva sul frammento piatto della palizzata.

Aveva sete, ma non eccessivamente, dopo un po’ che non bevi la sete si zittisce da sola, come un neonato smette di lagnare e si addormenta quando capisce che la mamma non lo asseconderà. Fortunatamente una tregua di pioggia era riuscita a ristorarli una notte di qualche giorno prima, per quanto ne sapeva poteva trattarsi di una settimana o di un mese, cambia poco quando hai perso il senso del tempo.

Aveva visto altre persone arrampicarsi su zattere di fortuna, ma si erano persi di vista nel giro di poche ore. La corrente aveva disperso tutti e ormai da tempo i Pattinson, soli sullo spicchio di steccato, non scorgevano altro che una distesa di blu scuro che si incontrava all’orizzonte con l’azzurro più chiaro del cielo. La transenna di legno era lunga tre metri e larga due, avrebbe potuto salvare altre quattro o cinque persone senza affondare, ma l’incidente aveva catapultato tutti nel caos, impedendogli di issare qualcun altro lì con loro. Un reattore era esploso, c’era fuoco ovunque, alcuni corpi galleggiavano con la schiena in fiamme. La vista delle decine corpi immobili distesi a testa in giù nell’acqua non si sarebbe mai più cancellata dalle loro menti, benché un tacito assenso tra i due aveva imposto un tabù sui dettagli della strage che ciascuno aveva visto.

Louis percepì uno schizzo, il rumore di qualcosa di piccolo che cade nell’acqua, gli ricordò quando da ragazzino si divertiva a lanciare le pietre nel fiume il più lontano possibile. Si tirò a sedere: non c’erano spruzzi nel mare. Nessuno gettava un sasso nel bel mezzo dell’oceano.

Quello che intravide all’inizio era sfocato, ma distingueva un altro colore, oltre all’azzurro e al blu… una chiazza grandissima, giallo paglierino con qualche punto di verde.

«Che succede?» Molly si era svegliata di soprassalto, buttata giù dal suo sonno dal movimento del marito. Lo osservò guardare alle sue spalle, si voltò di riflesso, scorse la chiazza imponente, anche per lei offuscata dal sonno e dall’effetto accecante del sole. L’isola su cui erano attraccati sospinti dalla corrente sembrava un paradiso balneare: sabbia candida come il latte, palme fronzute e noci di cocco che disseminavano il fondo della vegetazione.

Il suono che aveva fatto destare Louis apparteneva ad un tizio che correva verso di loro con l’acqua alla vita. «Ehi!» diceva.

La spiaggia era vicina, vicinissima, ma ancora non avevano toccato la sabbia. Louis cominciò a remare con le mani, sempre più forte, dando spinte vigorose all’acqua cristallina e tiepida, si immerse e cominciò a nuotare spingendo la zattera improvvisata verso la riva. Aveva ancora solo un briciolo di energia, ma poteva permettersi di consumarla, era tutto finito, finalmente avrebbero riposato. E bevuto. A quel pensiero la sete si risvegliò. Louis capì che non si era placata, era semplicemente in attesa di uno stimolo, di un barlume di speranza. Il tizio gli venne incontro, afferrò la zattera, aiutò Louis a trainarla verso riva. Quando Louis sfiorò con i piedi il fondale sabbioso non gli parve vero. Esultò. Esultò anche Molly da sopra la zattera.

Scesero, si distesero sulla sabbia finissima. Piccoli granchietti avevano lasciavano migliaia di impronte in memoria del proprio cammino. Erano sfiniti, ma contenti. I Pattinson non riuscirono ad abbracciarsi, ad un tratto non ne avevano la forza, ma distesi su quella sabbia immacolata si presero per mano e si concessero un sorriso, ansimando per via di quel breve tratto fuori dall’acqua.

Non sapevano ancora che il loro salvatore, che ora li guardava controluce concedendogli un’ombra ristoratrice, non era altro che un sopravvissuto della MissMary come loro. Non sapevano che dei duecentocinquanta imbarcati solo otto erano sopravvissuti alla furia dell’oceano.

Non sapevano che l’isola dalla sabbia finissima era deserta, e che sarebbe stata la loro casa per i tredici anni a venire.

Trascorrere così tanto tempo su un’isola deserta in compagnia di altre sei persone che come te non sanno nulla di sopravvivenza non è il massimo. Se a ciò si aggiunge il fatto che hai un piccolo te che piange la sera aspettando che lo riabbracci le cose peggiorano.

Dopo tredici anni a mangiare pesci e frutti di cui non conoscevano il nome, a bere l’acqua dalle noci di cocco e a dormire in capanne di legno, i volti di Louis e Molly Pattinson erano solcati da rughe profonde. Si erano arrangiati alla ben e meglio, nei giorni successivi al naufragio il mare aveva regalato ai superstiti alcuni ritagli dell’isola e quattro cadaveri. Quello che rimaneva dei teloni degli aerostati era stato usato come coperte per le notti fredde o per foderare le tende dove dormivano al riparo dagli insetti. I superstiti erano arrivati a costruire una sorta di villaggio, dove ognuno aveva la sua tenda per la notte, c’era persino una baracca per le canne da pesca e i bastoni per la caccia ai cinghiali, e un fuoco che risplendeva incostantemente, alimentato a turno dai superstiti. Era stato proprio Louis a riuscire ad accenderlo sfregando un piccolo ramo contro uno più grande. Nonostante fosse sicuro di sé, e credesse di farcela in pochi minuti, il primo fuoco era stato acceso venti giorni dopo il naufragio, l’esaltazione dei superstiti era stata immensa, dopo venti giorni di freddo e pesce crudo finalmente avrebbero potuto riscaldarsi e cucinare. Proprio la difficoltà nel fabbricarlo aveva convinto tutti a organizzare dei turni per alimentarlo costantemente.

Oltre a tutto questo, un po’ più riparato all’interno dell’isola c’era un ammasso di rami intrecciati l’un l’altro. Una zattera. Costruita sulla base della staccionata che li aveva salvati anni prima. Era quella a mantenere ancora viva la speranza di Louis e Molly, la speranza di poter tastare una terra che non appartenesse a un’isoletta spoglia. Nessuno aveva dimostrato grande interesse a partecipare alla spedizione, ognuno dei superstiti aveva conosciuto cosa significa derivare per giorni nell’oceano: il medesimo colore intorno a te può portarti alla pazzia, la salsedine che non lascia tregua alla tua pelle, le labbra che ti si aprono al sole per la sete. Nessuno di loro voleva più rivivere un’esperienza simile, e il gioco non valeva la candela.

I coniugi Pattinson partirono un pomeriggio di un giorno imprecisato di un anno imprecisato. Caricarono sulla robusta zattera dieci pesci già cotti, carne di cinghiale affumicata per durare più a lungo, coperte, un coltello di legno, una canna da pesca, un bastone e una fiasca d’acqua, prodotta con la tela degli aerostati.

Salparono spinti dagli altri superstiti, che li guardarono dissolversi lontano con un cordoglio da funerale.

«Gente di poca fede» sussurrò Louis sciogliendo la vela. La zattera era grande, robusta, aveva due remi, un grosso telo per farsi aiutare dal vento, e una piccola cabina dove potersi riparare. Benché Louis fosse fiero della sua creazione e gli avesse dedicato due anni del proprio tempo, era cosciente che una tempesta nell’oceano l’avrebbe ridotta a brandelli alla prima ondata, ma infondo cosa avevano da perdere? Sono i sogni che muovono la volontà.

Trascorsero due settimane. L’agonia dovuta alla fame e alla piattezza della visuale tormentava le loro menti. Il cibo stava per terminare, l’ultima goccia d’acqua li aveva abbandonati due giorni prima. Distesi a pancia in su, nella stessa posizione del naufragio di tredici anni prima, non potevano fare altro che chiedersi se quell’escursione dall’isola non fosse stata davvero un’assurdità come sostenevano gli altri superstiti. Erano partiti in cerca della terra, avrebbero trovato la morte.

I gabbiani sembrano immobili, pensava Louis scrutando il cielo. guarda quello lì, quello piccolo… Louis si sollevò di scatto, catapultando Molly a sedere.

«Che diavolo…» disse la donna.