Il fiore nero by Giancarlo Scala by Giancarlo Scala - Read Online

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Summary

Alba e Daniele, ventenni, hanno incrociato le loro vite in un locale frequentato da adolescenti. Si sentono entrambi a disagio in compagnia dei loro coetanei e trovano rifugio ognuno nelle rassicuranti braccia dell’altro. Segnati da storie familiari amare e dolorose, sfuggono al loro quotidiano malessere tentando di cogliere ogni attimo che la vita possa loro offrire. Il vento, personaggio di rilievo nella storia qui narrata, prende a soffiare con insolito furore proprio quando Daniele ha deciso di mostrare ad Alba un tempio etrusco, della cui esistenza è venuto a conoscenza in modo assai singolare. Ma lì, in quel luogo misterioso, Alba è colta da un insolito malore. Quali influssi ha il tempio sulla mente della ragazza? Quali poteri possiede il tenebroso polline del fiore nero? Alba ne è travolta, e la sua vita subisce un’imprevedibile svolta. Daniele è spiazzato, non riesce a decifrare i mutamenti occorsi nella mente di Alba. Dovrà separarsene, in attesa che ella metta in atto importanti scelte di vita. Riuscirà la ragazza a trovare la sua strada? Riuscirà Daniele a comprenderne le motivazioni e a seguirla su di un percorso difficile, ma ricco di prospettive?
Published: StreetLib on
ISBN: 9788897911050
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Il fiore nero - Giancarlo Scala

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Giancarlo Scala

Il fiore nero

Librinmente

Proprietà letteraria riservata

© 2013 Librinmente - Prospettiva

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Librinmente

via Terme di Traiano, 25

00053 Civitavecchia (Roma)

ISBN 9788897911050

Uno

Si levò quel mattino, inaspettato e sgradito, un vento furioso, che prese a spazzare le strade della città ed i suoi dintorni, sollevando in aria carte, foglie, sacchetti di plastica, polvere, terra, sabbia. Nell’ufficio al primo piano di quell’edificio barocco, all’angolo del viale, tanto ammirato da residenti e da turisti, che passando di lì s’attardavano, indugiavano, tornavano indietro, attraversavano la strada, per averne una più ampia visuale, le finestre, lasciate solo socchiuse,  si spalancarono, abbattendosi furiosamente e fragorosamente sulle pareti laterali, consentendo a quell’irrequieta massa d’aria d’insinuarsi in ambienti e corridoi e di scompigliare il metodico ordine con cui ingegneri, architetti  e geometri riuscivano a comporre pile di progetti, planimetrie, studi, relazioni. Una miriade di nervose farfalle di cellulosa, dalle candide ali, picchiettate di neri arabeschi alternati a figure geometriche e sporadiche macchie di colore, incurante ed indifferente a tutto se non al proprio isterico librarsi, sorvolava i frenetici e vani tentativi di contrastarne il volo da parte di zelanti, ma inconcludenti impiegati che vedevano letteralmente volar via il frutto di settimane di lavoro. Da quelle finestre, dal vento spalancate, al vento s’affidavano, come se esso, animato da rivoltosa foga, avesse fatto lì irruzione per restituire loro la libertà.

Daniele, nell’uscire di casa, ne fu quasi investito, e, saltato sullo scooter, dovette procedere con grande cautela, serpeggiando tra inconsueti ostacoli e zelanti cacciatori di fogli volanti. I netturbini, dopo i primi tentativi di contrastare il furore del vento, gettarono al suolo, sconsolati e sconfitti, le loro ramazze, armi inoffensive deposte al cospetto di un nemico troppo più forte di loro. Nel non lontano porto i piloti dei battelli, che garantivano in ogni condizione di tempo i collegamenti con le isole, non poterono che manovrare su quel mare ribollente, gettare le ancore e ormeggiare saldamente i loro natanti, in attesa che quella furia, del tutto inattesa, finalmente si placasse.  La torre di controllo dell’aeroporto, pochi chilometri più ad occidente, era insolitamente impegnata ad impedire o stornare decolli ed atterraggi, resi assolutamente pericolosi dall’instabilità del mezzo, attraverso il quale oggetti alati quotidianamente si insinuano, fiduciosi che le loro affilate ali su quell’aria, che scrupolosamente comprimono, trovino, come sempre, sicuro e benevolo appoggio. Ma quel mattino nulla era più al sicuro: uscire di casa, la più semplice ed abituale delle incombenze dell’operosa cittadinanza, era d’improvviso divenuta un’impresa sovrumana; gli uccelli, che nel tepore primaverile si erano spinti in escursioni sempre più ampie ed ardite, dopo alcuni vani tentativi di resistenza, si rifugiarono negli anfratti del castello; i gatti randagi preferirono la fame allo strazio di pelo, orecchie e code, impietosamente frustati e schiaffeggiati, scivolando nei più angusti cortili, insinuandosi in oscuri sottoscala, celandosi in locali di caldaie, oramai in disuso per la fine dell’inverno, fianco a fianco con i nemici di sempre, i topi, cui, altrettanto tremanti, nella comunione di tanto pericolo, non torsero un pelo. I ragni, al primo scuotersi e gonfiarsi delle loro intricate tele, si calarono rapidi al suolo, rassegnati all’ennesima ripetizione della tessitura di quel capolavoro che incredibilmente l’uomo, che pure tutto ha trafugato dei segreti della natura, ancora non ha saputo replicare nelle sue architetture, nemmeno nelle più audaci. Si sfrondarono chiome d’alberi, le meno forti, o le più folte, che più s’opponevano alla furia dell’aria vorticosa, si liberarono dalle pinze, che li fissavano a corde tese, lenzuola e tovaglie, felpe e camicie, e si mescolarono a quel turbine d’oggetti volanti che, con moto elicoidale, sembravano ansiosi di raggiungere le cime dei tetti, e da lì le colline, il mare, le nubi, pur di sfuggire alle loro quotidiane, tediose collocazioni.

Daniele era seduto sul suo scooter, sotto casa di Alba, in paziente attesa che ella finalmente lo raggiungesse, non prima, però, d’aver ritoccato il trucco, controllato allo specchio che ogni indumento indossato s’intonasse con ciascuno degli altri, calzato le scarpe nuove con i lunghi ed aguzzi tacchi. Quando fu sicura che ogni particolare del suo aspetto, come sempre, avrebbe lasciato Daniele con il fiato in gola ed un’espressione tendente all’ebete, da cui si sarebbe separato con molte difficoltà, afferrata al volo la borsa, si catapultò fuori della porta, richiudendosela alle spalle con un fragore di cui fu certo complice la corrente d’aria che, dalla finestra del bagno, da lei sconsideratamente lasciata aperta, s’era prepotentemente insinuata nell’appartamento di tre stanze nel quale la ragazza viveva con madre, padre, fratellino, per trovare finalmente sfogo nella tromba delle scale. Consapevole d’essere in imperdonabile e clamoroso ritardo, non attese l’ascensore, ma si tuffò frenetica sui gradini, sui quali i suoi tacchi aguzzi picchiavano diffondendo dappertutto un’eco di mitraglia. Fu da questo rullo di tamburi martellanti, da questa singolare fanfara, che a Daniele fu annunciata l’apparizione della sua bella. Egli volse rasserenato il suo viso al portone, in duplice, speranzosa attesa: che ella accogliesse con entusiasmo il suo progetto, che egli con tanta diligenza aveva programmato per quel giorno, e – seconda, ma non minore – che Alba avesse indossato una minigonna. Daniele adorava sentire il contatto delle gambe e del bacino di Alba, quando ella s’appollaiava dietro di lui, sullo scooter, senza il freddo diaframma d’un paio di pantaloni, così seri e severi, inesorabili soprattutto nello sbarrare la strada ai suoi sguardi indiscreti.

La sua paziente, docile attesa fu quindi abbondantemente premiata e davvero, come da previsioni, la sua espressione volse all’ebete ed all’imbambolato: ci vollero un moto del capo di Alba, lateralmente verso la spalla sinistra, un beh? risoluto, perentorio, lapidario, quasi sgarbato, un ticchettare della punta della scarpa destra sul marciapiede, per riportare alla vita ed alla realtà quel ventenne scanzonato, scapigliato, indolente per ogni cosa, tranne che per portare a spasso la sua bella.

Si svegliò dal suo estatico torpore mentre fissava i nervosi ed agili piedi di Alba infilati chissà come in due scarpe blu incredibili per scollo – che lasciava alla vista l’attaccatura delle dita –, dislivello tra tallone e punta, minima superficie della tomaia che non nascondeva lateralmente quanto di più erotico Daniele trovasse nei piedi femminili: l’arco della pianta, che più accentuato era più lo rapiva, alimentando quel suo particolare feticismo, secondo il quale gli attributi sessuali potevano anche essere relegati in secondo piano, rispetto a più apparentemente insignificanti ed innocenti dettagli anatomici, quali piedi, collo, mani, orecchie.

Era bellissima: bruna, capelli a cavatappi, lucenti ed orgogliosamente rigonfi a raggiera attorno ad un pallido ovale, sul quale spiccavano due abbaglianti occhi blu. Nasino delicato, ma con leggera curvatura che le conferiva un piglio ancor più deciso e determinato, bocca naturalmente rosea, sempre incline al sorriso, almeno a giudicare dalle leggere ma percettibili pieghe che dalle narici racchiudevano, come parentesi tonde, le labbra mai o mai più accennanti a piegare verso il basso. Orecchie piccole, aderenti, candide in quella miriade di trucioli neri, come due piccoli specchi d’acqua in un’impenetrabile selva.

Daniele, da parte sua, non era da meno: alto, snello, andatura indolente ma che tradiva a tratti un certo qual nervosismo, un’inarrestabile tensione, un impulso ad accelerare il passo, a rompere quel quieto ritmo, come per sgranchirsi, tentare un allungo, un guizzo, un salto, col suo passo felpato, assolutamente silente, complici le scarpe da jogging di marca. Capelli castano chiari scompostamente e casualmente ricadenti sempre al posto giusto, occhi azzurri, d’un azzurro assai più chiaro e, misteriosamente, altrettanto meno luminoso di quelli, blu notte, di Alba, naso leggermente più pronunciato del nasino della sua bella, anch’esso protendente al risoluto, bocca assai più larga, che lasciava spesso scoperti denti alquanto bianchi, ma non come quelli di Alba, che, in onore al nome, sembravano catarifrangenti in una notte senza luna.

Con sconcertante calma lo sguardo di Daniele dalle punte delle scarpe di Alba risaliva indugiando sulle fessure delle dita dei suoi piedi, sulle caviglie deliziosamente ossute, sugli stinchi lisci come palle da biliardo, sulle ginocchia prive d’asperità, sull’ampia panoramica delle cosce che generosamente la minigonna concedeva al suo sguardo mai pago.

Bella, tanto, troppo bella per un ragazzo così indolente ed apparentemente indifferente alla vita, ma – chissà – forse proprio per questo votato, più di tanti altri, ad ottenerne i favori, che ella per puro spirito di contraddizione quanto più veniva lusingata tanto meno concedeva.

Era pazzo di lei, ma ne serbava il segreto, lasciando solo che i suoi occhi ostentatamente la perlustrassero, carpendo ogni minimo dettaglio che potesse soddisfare la sua insaziabile sete di qualsiasi manifestazione di carnalità. Pieghe della pelle, appena percettibili, all’interno dei gomiti o delle ginocchia, o, nell’intimità, tra cosce ed inguine; premere di lacci, cinghie ed elastici su quell’epidermide altrimenti marmorea, che a quel serrare, che Daniele avrebbe almeno raddoppiato, si piegava tuttavia, ed a lacci, cinghie ed elastici reagiva con lievi, rotondi rilievi. L’affiorare in superficie di nervi e muscoli, scattanti e guizzanti sotto quell’involucro di levigatissimo marmo che era l’epidermide di Alba, che testimoniava ad un incredulo Daniele che donna era, e non statua, la figura al suo cospetto.

E similmente s’incantava ad ogni suo movimento che smentisse la fissità d’una scultura: brevi e bruschi scarti del viso, ondeggiare molleggiato di riccioli, penzolare a mo’ di pendolo di pendenti ed orecchini che le mordevano i lobi delle orecchie, li risucchiavano verso il basso e ne provocavano un lieve moto circolare. Tintinnare di collane e bracciali, che secondavano collo e polsi da brivido, per la loro aristocratica sottigliezza, rapidi battiti delle lunghe ciglia incrostate di rimmel, balenare di candidi canini ed incisivi tra labbra di corallo. Ma ciò che sopra ogni cosa riempiva Daniele di insaziabile desiderio erano le fugaci apparizioni, nelle scollature, del solco tra gli acerbi seni, mai imprigionati in costrittive biancherie, e quell’ammiccare un po’ sfacciato dell’ombelico, che faceva talvolta capolino tra gonna e felpa; per non parlare della magica percezione, attraverso il tessuto di magliette e  camicie, della prepotente pressione dei capezzoli, verso di lui protesi, pronto ad accoglierli, carezzarli, stringerli, morderli. E poi il rapido accavallare delle gambe, accompagnato da un ruvido fruscio di calze o da un dolce strofinio di carne, il dondolare delle caviglie, la rotazione dei suoi scattanti piedi, a mala pena racchiusi in calzature, che, agli occhi di Daniele, apparivano altrettanto discinte ed eccitanti di perizomi o calze a rete. Dulcis in fundo, il suo modo di reclinare il capo di lato, con fare interrogativo ed interlocutorio, o di appoggiarsi ad un tavolo, puntando i gomiti su di esso ed inarcando la schiena, mentre la gamba sinistra si appoggiava posteriormente alla destra, la punta del piede sinistro perpendicolare al suolo.

Daniele aveva lungamente e meticolosamente studiato ogni posa di Alba, ogni suo atteggiamento, ne aveva collegato ogni singolo movimento corporeo alle emozioni ch’ella viveva, e che lui, ad arte, talvolta suscitava in lei, al preciso scopo di scoprirne sul suo fisico reazioni e manifestazioni.

S’era, Daniele, talmente invaghito del corpo di Alba, dalla prima volta che l’aveva vista, che ogni aspetto interiore di lei sembrava agli occhi di lui avere la sola e precisa funzione di suscitare un moto, una posa, uno scatto, un sorriso, uno sguardo accigliato, un impercettibile –  per gli altri, ma non per lui – mutamento nell’angolazione delle sopracciglia, una maggiore o minore profondità delle due parentesi che racchiudevano la bocca, un più rapido batter di ciglia, un raro, ma irresistibile serrare i pugni: segni, tutti, dei moti del suo animo, che per Daniele doveva risiedere in una zona sottocutanea, e non là dove abitualmente lo collocano i poeti.

Amava, Daniele, ogni singolo centimetro quadrato di Alba, tutti li aveva, più volte, baciati, non avrebbe rinunciato a lei per nulla al mondo, l’avrebbe perfino murata viva, pur di non perderla. Non si pensi, per questo, che Daniele provasse esclusivo interesse carnale per la sua bella: al contrario, egli riteneva –  non del tutto incoerentemente, invero – che ogni parte, ogni organo, ogni capello, pelo, unghia del corpo di lei non fosse altro che un’apparizione, un’epifania, parziale, parcellizzata, molecolare, atomica, di quel tutto che a lui inevitabilmente si presentava diviso nelle sue meravigliose componenti, nella piena consapevolezza che egli, dalla natura, fosse stato dotato di straordinaria capacità d’osservazione, d’analisi, di scomposizione in fattori, ma assai meno di sintesi.

Riguardo all’anima, all’interiorità insomma, in generale Daniele non aveva una preconcetta filosofia che l’obbligasse a considerarla come nettamente distinta dal corpo ed in questo racchiusa ed imprigionata, in attesa della sua definitiva e liberatoria separazione da quell’involucro pesante e scomodo da portare in giro. L’interiorità, per Daniele, era in ogni cellula del corpo, anche nelle dita dei piedi, che, infatti, uomini e donne sanno appropriatamente adoperare, e non solo a fini motori: anche per questo, non di rado, egli s’accoccolava in fondo al letto, i piedi di Alba stretti tra le mani, ad osservarli incantato. Feticismo? Può anche darsi, o forse no, perché, in fondo, cos’hanno i piedi, le orecchie, le mani, il collo, che li possa rendere meno nobili di occhi, bocca, seni e genitali, simboli, tuttavia, d’ogni amore dotato di certificazione d’autenticità?

Da parte sua, Alba, per quanto apparisse a volte impaziente ed insofferente di fronte alle differite reazioni di lui, che, tuttavia, ella aveva imparato ad apprezzare per il loro mettere a nudo quell’insaziabile cibarsi di lei e d’ogni suo gesto, adorava la placida ed imperturbabile pacatezza di Daniele, il candore dei suoi occhi perennemente spalancati sul mondo e su di lei, come se, ogni giorno, esso, ed in esso lei, apparissero per la prima volta al suo sguardo. Amava la calda e sicura presa delle sue mani forti, ma agili e snelle – così in contrasto con la generale sua indolenza – che la serravano, l’accarezzavano, la pizzicavano, la riscaldavano, la proteggevano insomma, preventivamente, da qualunque danno o offesa ella potesse, sia pure in via del tutto ipotetica, patire da qualcosa o da qualcuno. Adorava, ancora, quella sua particolare postura trasandata e trascurata, decisamente e meticolosamente tesa al massimo risparmio d’energia, ma denunciante, ad un attento sguardo – ed Alba ne era assolutamente dotata – una riserva di potenza muscolare e nervosa, pronta a scattare al più impercettibile segnale d’allarme. Adorava, Alba, quel suo fisico asciutto e compresso, nel quale – con grande meraviglia di lei – le abbondantissime colazioni ed i pasti luculliani riuscivano a penetrare senza lasciare alcuna traccia, come se fossero finti, o come se Daniele fosse rivestito d’un involucro rigido, indeformabile; sembrava ad Alba che egli non potesse mai più assumere un aspetto diverso dall’attuale, mai cedere alla vecchiaia, alla pinguedine, alle malattie, alla stanchezza, alla noia, alla depressione.

Amavano, insomma, Alba e Daniele, la vita e questa li ricambiava con generosità: belli, bellissimi, ognuno rasserenato dalla presenza dell’altro, perdutamente pazzi e paghi, perfettamente combacianti e complementari nelle qualità che, in diverse proporzioni, la vita aveva voluto loro concedere, certa che, prima o poi, l’esatta quantità di vitalità in eccesso di cui aveva dotato Alba, avrebbe trovato il preciso suo corrispondente nella medesima quantità in difetto di cui essa, forse deliberatamente, aveva voluto dotare Daniele.

Con la stessa, meticolosa, millimetrica precisione, la vita aveva dotato i due di disinvoltura, espansività, attenzione, profondità, larghezza d’orizzonti, generosità, curiosità e chissà quante altre umane qualità, sempre in modo tale che, sommandole, nella coppia, una ad una, il risultato fosse sempre costante.

Osservava, quindi, Daniele con un compiacimento che rasentava l’estasi, quella sua bruna, flessuosa, esuberante ragazza e, ad una folata di vento che solo per miracolo non lo scaraventò lungo disteso, assieme allo scooter, sul marciapiede, prese un’improvvisa, quanto imprevista ed impavida decisione: andare al mare, ad ammirare lo spettacolo della furia delle onde. Al tempio sarebbero andati dopo.

Porse, quindi, il casco ad Alba, che lo indossò in un baleno e gli si accoccolò alle spalle con generosa esibizione di gambe. Daniele attese che ella assumesse una posizione sicura, ma volle anche gustare il tepore dell’interno delle cosce della sua bella avvinghiata a lui, prima di mettere in moto lo scooter ed infilarsi nel traffico cittadino.

Due

Furono presto fuori città ad un’andatura che era del tutto insolita in Daniele, che, preoccupato per possibili deturpazioni sul fisico perfetto di Alba, provocate da una rovinosa caduta ad opera di quel vento terribile quanto imprevedibile, che lo spingeva a volte fuori strada, altre verso la corsia opposta, procedeva addirittura nel pieno rispetto del codice stradale, in altre circostanze da lui ritenuto uno scomodo e molesto intralcio.

Prese come riferimento la lunga, continua striscia bianca che delimitava il margine destro della carreggiata e su quella lavorava di manubrio, tentando di mantenere la ruota anteriore allineata ad essa.

Il vento li spingeva di qua e di là, ma Alba – come Daniele, del resto – pupilla della vita, che tanto li aveva privilegiati, in essa ciecamente confidava, non palesando alcun timore.

Rombava il motore, a volte come spento dalle raffiche, che ne disperdevano il suono chissà dove; serpeggiava lo scooter, spavaldamente lanciato verso la meta dal suo pilota; si destreggiava Daniele, mentre le gomme mordevano più del solito il ruvido asfalto.

A lui si stringeva da tergo, vigile ed intenta, Alba, le braccia attorno al suo petto, le gambe soavemente serrate contro le sue, i neri trucioli, che sbucavano dal casco, brutalmente sballottati in tutte le direzioni, il mento conficcato sulla sua spalla sinistra, a condividere con lui la vista oscillante e tremolante d’un nastro d’asfalto che s’arrotolava al loro passaggio.

Ed alberi e cespugli fuggivano via lontano, rapiti dal