Archivio Storico della Calabria - Nuova Serie - Numero 3 by Giovanni Pititto by Giovanni Pititto - Read Online
Archivio Storico della Calabria - Nuova Serie - Numero 3
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ARCHIVIO STORICO DELLA CALABRIA NUOVA SERIE

A CURA DI GIOVANNI PITITTO



Direttori: Giovanni Pititto - Saverio Di Bella - Walter Pellegrini


Continuazione dell’Archivio Storico della Calabria, fondato e diretto da Francesco Pititto e da Hettore Capialbi; già edito in Mileto (1912 - 1918)


ANNO I
(2012)
Numero 3





Sommario


SEZIONE I: NAPOLEONICA

SEZIONE II: REGNO DI NAPOLI E DELLE DUE SICILIE

SEZIONE III: CALABRIA

SEZIONE IV: MILETO

SEZIONE V: REPUBBLICA DI GENOVA

SEZIONE VI: LE ARTI

SEZIONE VII: FONTI E BIBLIOGRAFIA
Published: StreetLib on
ISBN: 9788868221256
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Archivio Storico della Calabria - Nuova Serie - Numero 3 - Giovanni Pititto

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ARCHIVIO STORICO DELLA CALABRIA

NUOVA SERIE

A CURA DI GIOVANNI PITITTO

Direttori

Giovanni Pititto

Saverio Di Bella

Walter Pellegrini

Continuazione dell’Archivio Storico della Calabria,

fondato e diretto da Francesco Pititto e da Hettore Capialbi;

già edito in Mileto (1912 - 1918)

ANNO I

(2012)

Numero 3

Proprietà letteraria riservata

© by Pellegrini Editore - Cosenza - Italy

Pubblicato in forma di Epub in Italia per conto di Pellegrini Editore

Via De Rada, 67/c - 87100 Cosenza - Tel. 0984 795065 - Fax 0984 792672

Sito internet : www.pellegrinieditore.com

E-mail : info@pellegrinieditore.it

I diritti di traduzione, memorizzazione elettronica, riproduzione e adattamento totale o parziale, con qualsiasi mezzo sono riservati per tutti i Paesi.

Copertina: Ideazione, progetto grafico e realizzazione di Giovanni Pititto con la collaborazione di Simona Pescatore.

Dall’alto verso il basso in senso orario:

Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, regina di Napoli.

Mioll, Maria Teresa d’Asburgo, Wien, Kaisergrufte.

Generale Jean Louis Ebénézer Reynier.

A. Kauffman, Ferdinando IV, olio su tela, Bregenz, Vorarlberger Landmuseum.

Antonio Canova, Napoleone.

A. Kauffman, Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, regina di Napoli, olio su tela, Bregenz, Vorarlberger Landmuseum.

Al centro: G. A. Cacciatore, Orazione Funerale in onore dei Caduti a Mileto nella Battaglia del 1807 (p. 3).

Sommario

SEZIONE I - NAPOLEONICA

DI BELLA. Saverio Di Bella, Rivoluzione e popolo tra consenso e rifiuto: libertà e baionette nel Mediterraneo (1789-1815). (Maida, 297-306)

Canta la Marsigliese:

(Traduzione)

ASTA. Moisè Asta, I Vespri di Soveria. (Maida, 95-104).

AVATI. Roberto Avati, I riflessi della spedizione navale del 1809 nella Calabria Ulteriore. (Maida, 194-212).

BAGNATO. Antonio Bagnato, Intellettuali per la rivoluzione: Antonio Jerocades e la massoneria alla marsigliese.(Maida, 223-239).

BRONDINO. Michele Brondino, La missione civilizzatrice della colonizzazione europea e l’odierna frattura coloniale nel Mediterraneo: il caso francese.(Maida, 314-320).

§ La frattura coloniale nel Mediterraneo: il caso francese

BRUNI ZADRA. Ernesta Bruni Zadra, La battaglia di Maida nell’archivio Bonelli e la guerriglia antifrancese.(Maida, 145-152).

BULLOTTA. Salvatore Bullotta, Partire dalla microstoria: posizioni a confronto nell’istmo catanzarese (1809-1811). Animi inquieti nella Calabria Ulteriore.(Maida, 274-280).

CALZONE. Giuseppe Calzone, Il Codice civile napoleonico. Cenni sui principali istituti e sulla legislazione rivoluzionaria. (Bandiera, pp.109-125).

§ I diritti civili e rivoluzionari

§ La potestà maritale:

§ La proprietà

§ Il contratto

§ Il trasferimento della proprietà.

CANNAO’. Rossella Cannaò, Musica e Rivoluzione il Te Deum de’ Calabresi. (Bandiera, pp. 126-161).

§ Perché Te Deum de’ Calabresi?

§ Appendice 1 – Inno della Repubblica Napoletana, di Domenico Cimarosa

§ Inno patriottico per lo bruciamento delle insegne de’ tiranni

§ Appendice 2 – Inno dei Sanfedisti

§ Appendice 3 - Te Deum de’ Calabresi (1787)

§ I.

§ II.

§ III.

§ IV.

§ V.

§ VI.

§ VII.

§ VIII.

§ IX.

§ AGGIUNTA (1800)

§ I.

§ II.

§ III.

§ IV.

§ V.

§ VI.

§ VII.

§ VIII.

§ IX.

§ X.

§ XI.

§ XII.

§ XIII.

§ XIV.

§ XV.

§ XVI.

§ XVII.

§ XVIII.

§ XIX.

§ XX.

§ XXI.

§ XXII.

§ XXIII.

CAPPELLI. Vittorio Cappelli, Dies irae: crudeltà e terrore nella guerra civile calabrese. (Maida, 187-188).

CAPPONI. Caterina Capponi, Il Risorgimento meridionale al femminile. (Maida, 240-246).

§ Maria Cristina di Savoia (1812-1836), Cagliari. Regina e filantropa

§ Wittelsbach di Possenhofen Maria Sofia (1841-1925), nata a Possenhofen (Baviera) - Regina

§ Oliverio Marianna 1840-1864, Cosenza - Brigantessa

CASABURI. Mario Casaburi, Preti e rivoluzione: l’orazione eucaristica per le vittorie di Sua Maestà recitata in Monteleone il 24 agosto 1799. (Maida, 247-256).

CASANOVA. Daniele Casanova, La Terra dei briganti. Memorie elitarie e subalterne delle insurrezioni calabresi. (Maida, 213-222).

CEFALY. Giovanni Cefaly, Il brigantaggio antifrancese in Calabria tra il 1799 ed il 1810: movimento reazionario o guerra popolare di liberazione? (Maida, 281-283).

COSTANTINO. Maria Rosaria Costantino, La battaglia di Maida nelle relazioni dei viaggiatori stranieri. (Maida, 81-85).

CURRO’. Placido Currò, Il Napoleone sconosciuto. L’altra faccia delle armate imperiali. (Bandiera, pp. 68-108).

L’art de la guerre, dont tout / le monde parle, est un art difficile / Napoleone.

APPENDICE I

Napoleone. Campagna d’Italia. Epistolario. Lettere da XI a XX (1796, maggio-giugno)[375].

§ 011. Bonaparte a Faipoult, allo stesso domandando un abboccamento, e notizie relative a vari paesi d’Italia. Dal Quartier Generale d’Acqui, 12 Fiorile anno 4 (1 Maggio 1796).

§ 012. Bonaparte da conto a Carnot delle sue operazioni politiche, e militari, della condizion migliore dell’esercito, e della spedizione che fa di 20 quadri de’ primi maestri. Dai Quartieri Generali di Piacenza, a’ 20 Fiorile anno 4 (9 Maggio 1796).

§ 013. - Il Direttorio loda la condotta dell’esercito in Italia, accusa d’aver ricevuto il piano di guerra da Bonaparte, e ne considera i pericoli, e gli comunica le sue vedute su la condotta da tenersi verso i differenti governi d’Italia, e soprattutto quello di Toscana. Parigi, 18 Fiorile anno 4 (7 Maggio 1796).

§ 014. Bonaparte comunica a Carnot l’occupazione del Milanese, si duole della division dell’esercito proposta dal Direttorio, e del concorso di Kellerman per comandarlo. Dal Quartier Generale di Lodi, 25 Fiorile anno 4 (14 Maggio 1796).

§ 015. Bonaparte al Direttorio. Scrive tuttora la Lombardia essere in poter della Repubblica, l’armata nemica ridotta a male in Mantova, e fa osservare quanto danno risulterebbe dal dividere in due l’esercito d’Italia. Dal Quartier Generale di Lodi, il 25 Fiorile anno 4(14 Maggio 1796).

§ 016. Lallement fa conoscere a Bonaparte le mosse del nemico, e la situazione infelice di Mantova. Venezia, 25 Fiorile anno 4 (14 Maggio 1796).

§ 017. Il Direttorio si congratula con Bonaparte dei felici successi dell’esercito italiano, come di quello delle coste dell’Oceano, e gli raccomanda di impedir così i saccheggi come le dilapidazioni. Parigi, 27 Fiorile anno 4 (16 Maggio 1796).

§ 018. Bonaparte ringrazia Lallement ministro a Venezia delle notizie comunicategli, e ne chiede delle altre quanto è possibile frequenti. Dal Quartier Generale di Milano, 28 Fiorile anno 4 (17 Maggio 1796).

§ 019. Il Direttorio descrivendo a Bonaparte la persecuzione dei piccoli potentati d’Italia contro i patrioti, lo invita a far di tutto perché abbia fine. Parigi, 16 Pratile anno 4 (4 Giugno 1796).

§ 020. Il Direttorio rinnova a Bonaparte le raccomandazioni per gli scienziati d’Italia, e specialmente per l’astronomo Oriani. Parigi, 23 Pratile anno 4 (11 Giugno 1796).

APPENDICE II

LUMBROSO. Alberto Lumbroso, Una nuova biografia di Napoleone I, 1899.[376]

§ I.

§ II. Il vecchio Piemonte

§ III. Il Napoleone I

SEZIONE II: REGNO DI NAPOLI E DELLE DUE SICILIE. FONTI - RASSEGNA STAMPA – RICERCHE – STUDI – SUSSIDI.

1436-1472. Fonti Aragonesi.

1751. Napoli 10 Luglio 1751. Carlo III, Editto contro la Società dei Liberi Muratori.

1760, novembre 10. Napoli. Ferdinando IV. Editto contro falsificazioni e contraffazioni delle armi e dei marchi della real fabbrica di armi[43].

1777, ottobre 14. Napoli. FERDINANDO IV. Carlo De Marco. Dispaccio reale.

1789, novembre. Napoli. Ferdinando IV, Editto contro la Massoneria.

1799, gennaio 22. Napoli. Giuseppe de Logoteta. Progetto di decretazione[45]

§ Progetto di decretazione

§ Art. I.

§ Art. II.

§ Art. III.

§ Art. IV.

§ Art. V.

§ Art. VI.

§ Art. VII.

§ Art. VIII.

§ Art. IX.

§ Art. X.

§ Art. XI.

1800, dicembre 10. Napoli. Vincenzo Portanova, regio notaio. Monastero di Santa Maria della Speranza in Napoli. Fonti.

1800, dicembre 13. Napoli. Vincenzo Portanova, regio notaio. Monastero di Santa Maria della Speranza in Napoli. Fonti.

1826. PATTURELLI F., Caserta e San Leucio.[53]

1863. COLLETTA. Carlo Colletta, Introduzione a Proclami e sanzioni della Repubblica Napolitana[54]

1897. D’AYALA M., I liberi muratori di Napoli nel sec. XVIII.[55]

1932. TESCIONE G., San Leucio e l’arte della seta.[56]

1952. PICCINATO L., La figura dell’urbanista.[57]

1965. CROCE B., Storia del Regno di Napoli.[58]

1971-1973. BATTISTI. Eugenio Battisti, San Leucio come Utopia[59].

1974. FRANCOVICH, Storia della Massoneria in Italia. Dalle origini alla Rivoluzione francese.[77]

1991. GALASSO G., La filosofia in soccorso dei Governi.[78]

1991. JACOBITTI G.M., in AA.VV., I Borbone di Napoli e la Rivoluzione francese.[79]

1994. GIARRIZZO G., Massoneria e Illuminismo nell’ Europa del Settecento.[80]

2001. TRAMPUS A., La massoneria nell’età moderna.[81]

2007. VERDILE. Nadia Verdile (a cura di), L’Utopia di Carolina. Il Codice delle Leggi Leuciane. [82]

§ Prefazione di Rosa D’Amelio[83]

§ Prefazione di Maria Carmela Caiola[84]

§ Prefazione di Adriana D’Amico[85]

§ Prefazione di Lucia Esposito[87]

§ Prefazione di Tiziana Panella[88]

§ Nadia Verdile, Introduzione: Dal dispotismo illuminato all’utopia sociale. Il progetto di Maria Carolina d’Asburgo[89].

§ Luisa Cavaliere, La copia dell’articolo incriminato[90]

§ ORIGINE / DELLA POPOLAZIONE DI SAN LEUCIO / E / Suoi progressi fino al giorno d’oggi / COLLE LEGGI / Corrispondenti al buon Governo di Essa / DI / FERDINANDO IV / RE DELLE SICILIE / - segue stemma Casa Borbone – NAPOLI MDCCLXXXIX / NELLA STAMPERIA REALE.

§ ORIGINE, E PROGRESSI / della popolazione di S. Leucio.

§ LEGGI / Pel buon governo della Popolazione di S. Leucio.

§ CAP. I - DOVERI NEGATIVI

§.I. - Non si può offendere alcuno nella persona.

§. II. - Non si può offendere alcuno nella roba.

§. III. - Non si può offendere alcuno nella riputazione.

§ CAP. II. - DOVERI POSITIVI.

§ DOVERI GENERALI

§. I. - Ogn’uno deve far bene al suo simile, ancorchè sia suo nemico.

§. III. - Il solo merito forma distinzione tra gl’individui di S. Leucio. Perfett’uguaglianza nel vestire. Assoluto divieto contro del lusso.

§ DOVERI PARTICOLARI

§. I. - Doveri verso il Sovrano.

§. II. - Doveri verso i Ministri.

§. III. - Dei matrimoni.

§ « I.

§ « II.

§ « III.

§ « IV.

§ « V.

§ « VI.

§ « VII.

§ «VIII.

§. IV. - Degli Sposi.

§. V. - De’Padri di Famiglia.

§. VI. - Leggi della buona educazione dei Figli.

§. VII. - Leggi di successione.

§. VIII. - De’ figli di famiglia.

§. IX. - De’Fratelli.

§. X. - De’discepoli.

§. XI. - De’ beneficati.

§. XII. - De’giovani.

§. XIII. - De’ Vecchi.

§. XIV. - De’ Seniori del popolo. Tempo di eleggerli e loro doveri.

§. XV. - Dell’inoculazione del Vaiuolo, e degl’infermi.

§. XVI. - Maniera di eleggere li Seniori del popolo.

§. XVII. - Degli artisti poveri. Della cassa di carità e suoi regolamenti.

§. XVIII. - Dell’esequie, e dei lutti.

§. XIX. - Della Patria.

§ CAP. III. DEGL’IMPIEGHI.

§ CAP. IV. DEGLI ARTISTI ESTERI.

§ CAP. V. DELLE PENE GENERALI CONTRO I TRASGRESSORI.

§ INDICE / DE’ CAPITOLI, E DE’ PARAGRAFI. /

SEZIONE III: CALABRIA. FONTI - RASSEGNA STAMPA – RICERCHE – STUDI – SUSSIDI.

1964. A. M., Note commemorative su Francesco Scerbo[1].

1996. SOGLIANI. Francesca Sogliani, Vibo Valentia: Il problema della continuità dell’insediamento urbano tra tardoantico e medioevo in una città della Calabria centro-meridionale.

1999. MONTESANTI. Antonio Montesanti, Tra Mare e Terra. Il ruolo dei traffici marittimi nella storia del territorio costiero vibonese e dei centri urbani di Vibo Marina, Bivona e Portosalvo[32].

§ - III. IL PORTO DI BIVONA DAI NORMANNI AL XVI SECOLO.

SPADEA. Roberto Spadea, La ricerca in Calabria.

2000. CUTERI. Francesco A. Cuteri, Biografia di un monumento. Il castello di Federico II[69].

SEZIONE IV: MILETO. FONTI - RASSEGNA STAMPA – RICERCHE – STUDI – SUSSIDI. Catalogo di fonti manoscritte ed a stampa d’interesse, integralmente o parzialmente in corso di pubblicazione in questa Sezione.

1588. DEL TUFO. Marc’Antonio Del Tufo, SINODO / DIOCESANA / CELEBRATA DAL / REVERENDIS. MONS. / M. ANTONIO DEL TUFO / VESCOVO DI MILETO NELLA SUA / Cathedrale à gli otto e nove d’Aprile 1587. / IN MESSINA, Appresso Fausto Bufalino, 1588[1]. //

§ CAPITOLO SESTO

§ Delli Predicatori Maestri di schola e librari.

§ CAPITOLO I

§ CAPITOLO SECONDO

§ CAPITOLO TERTIO

§ CAPITOLO QUARTO

§ CAPITOLO QUINTO

§ CAPITOLO SESTO

§ CAPITOLO SETTIMO

§ CAPITOLO OTTAVO

§ CAPITOLO NONO

§ CAPITOLO DECIMO

§ CAPITOLO UNDECIMO

§ CAPITOLO DUODECIMO

§ CAPITOLO TERTIODECIMO

§ CAP. QUARTODECIMO

1698. CALCAGNI. Diego Calcagni, S. J, Storia cronologica breve dell’Abbazia di Mileto, 1698, Messina, tipografia Domenico Costa. Appendice: Rogerii Comitis Calabriæ et Siciliæ / Donationes. (I) [2]

§ Su Diego Calcagni, S. J.

§ 1649, ottobre 31. Roma, A. Andrea, noviziato S.J. Ingresso in noviziato di Diego Calcagni. Nota di corredo[3].

§ ROGERII / COMITIS CALABRIAE / ET SICILIAE / DONATIONES /

1762. CIMAGLIA. Natale Maria Cimaglia, Della natura e sorte della badia della SS. Trinità e S. Angelo di Mileto, Napoli, 1762[9].

§ PARTE PRIMA. ||14|| CAPITOLO PRIMO. Ragionasi di alcune particolari note di falsità intrinseca, le quali nel diploma del 1091 manifestamente di veggono.

§ 1. Le scritture a pro’ fisco devono esser così autentiche, come nelle caose fra’ privati.

§ II. Qualità delle scritture a pro’ del fisco prodotte.

§ III. Epoca della fondazione della badia secondo il diploma.

§ IV. Antichità di Mileto, e monastero ivi esistente.

§ V. Esistenza della badia di Mileto nel 1054.

§ VI. Il monistero esisteva prima dell’età del Guiscardo.

§ VII. Varie contradizioni del diploma

§ VIII. Chiesa della badia nel 1081 eretta secondo il diploma.

§ IX. L’epoca dell’edificazione della badia nel 1081 è falsa.

§ X. Dedicare è lo stesso che inceniare.

§ XI. Il monistero si diceva volgarmente di S. Angelo.

§ XII. Epoca della denominazione di S. Angelo.

§ XIII. In Mileto fu sempre un solo monistero.

1763. PONTIFICIO COLLEGIO GRECO ROMA – ARCHIVIO.

1769. CARAFA. Giuseppe Maria Carafa (vescovo di Mileto), Difesa del vescovo di Mileto e del Collegio de’ Greci contro un’Istanza Fiscale, ed una Scrittura stampata col titolo di Dimostrazione del Padronato della Real Corona sulla Chiesa e Badia della Trinità di Mileto. [1769][24]

§ CAPO III. In cui si dimostra, che ancorché la badia di Mileto fosse di real padronato, ella è stata ceduta dal re alla Santa Sede col solenne trattato del concordato.

§ I.

§ II.

§ III.

§ IV.

§ V.

§ VI.

§ VII.

§ VIlI.

§ I.

§ II.

§ III.

§ IV.

§ IX.

§ X.

§ XI.

§ XI.

§ XI.

§ XIV.

§ XV.

§ XVI.

1777, agosto 13. Roma, S. Maria Maggiore. [Pontificato PIO VI. 1775-1779].

1777, maggio 15. Roma, S. Pietro. [Pontificato PIO VI. 1775-1779].

1796, gennaio 23. Napoli. Marchese del Vasto, presidente della Accademia delle Scienze e Belle Lettere, a Enrico Capece - Minutolo, principe e vescovo di Mileto[27].

1796, giugno 25. Monteleone. Macedonio, cavaliere, amministratore della badia di Mileto, al Marchese del Vasto, presidente della Accademia delle Scienze e Belle Lettere, Napoli[29].

1866. marzo 4. Firenze. Pasquale cav. ACCORINTI. Raffaele LOMORO, arciprete cattedrale di Mileto. Girolamo CANANZI, arciprete di Cittanova. La diocesi di Mileto. Ricorso al Senato e a’ Deputati del Parlamento Italiano.[31]

§ Lineamenti introduttivi

§ E ora la Fonte:

MILETO 1915. S.Rocco suda. Il parroco dorme. Appena si sveglia glie lo dirò.[35]

§ 1915, giugno 1. Mileto. Giuseppe BARTULI. Antonio COLLOCA. Dichiarazione.

§ 1915, giugno 1. Mileto. Pietro CORSO. Dichiarazione.

§ 1915, giugno 2. Mileto. Fortunato PRIMERANO. Dichiarazione.

1952. MILETO, diocesi di. Città e diocesi, in prov. di CZ[36].

1965. ROMANO. Antonio Romano, Mileto: un patrimonio archeologico che ha bisogno di essere valorizzato. - Responsabilità degli amministratori comunali[38].

1973. Le speranze dei telegrammi. Comitato agitazione difesa integrità territoriale diocesi Mileto.

1974. ASSISI. Imperio Assisi, Mileto. Ma vogliamo raccogliere queste monete?[44]

1974. ASSISI. Imperio Assisi, Mileto. Rivive la cattedrale normanna del 1081[45].

1993. GIORDANO. Giuseppe Giordano, Uno sforzo comune (stralcio)[46].

1993. Editoriale, Storia religiosa della Calabria. Le confraternite laicali nella diocesi di Mileto[47].

1993. CALZONE. Giuseppe Calzone, IL PANE. Giornale periodico di Mileto dei primi del secolo. Lo dirigeva Francesco Lombardi[48].

1993. CONDOLEO. Rocco Condoleo, Partire dal nostro illustre passato per costruire presente e futuro. (Stralcio)[49].

1993. GALASSO. Gugliemo Galasso, Giovanni Francesco Savaro, arcidiacono di Mileto. Un calabrese alla corte dei Gonzaga[50].

1995. BARTULI. Filippo Bartuli, L’ ‘Università’ di Mileto ed i suoi casali. I sindaci della vecchia Mileto[51].

1998. ARTIGLIO (L’) EDITORIALE. Nuova iniziativa per i beni culturali di Mileto[52].

1998. VARDARO. Mimmo Vardaro, Mileto. Scavi archeologicia settembre inizia la seconda fase[53].

1998. COSTAMAGNA. Giorgio Costamagna, prefazione a Franz von Lobstein (a cura di), Bollari dei vescovi di Mileto, Pietrabissara, 1998.

§ Prefazione

2001. RIDOLFI. Francesco Ridolfi, Mileto. Commemorazione nella chiesa della SS. Trinità. Si apre l’anno ruggeriano.[54]

2001. FRANCOLINI - PITITTO - GIAMPAGLIA. Abbazia di San Michele Arcangelo e della SS.ma Trinità di Mileto.

§ Introduzione: Il valore di ACGR 46 come Fonte

§ Elenco seconda serie regesti:

2002. PROSTAMO. Domenico A. Prostamo, Il Sigillum Aureum e la fondazione della Diocesi di Mileto[77]

§ APPENDICE I

§ Archivio di Stato di Napoli. Regia Camera della Sommaria: Attuari Diversi, fascio 1196, 1° incartamento.

§ SIGILLUM AUREUM

§ APPENDICE II

§ Archivio di Stato di Vibo Valentia. Notaio Giovane Ottavio: Anno 1622. Atto del 19 dicembre 1622.

2002. GAZZETTA DEL SUD 29 ottobre 2002. Editoriale. Nuova scoperta archeologica a Mileto. Portata alla luce la monumentale area absidale normanna. Scavata una cattedrale.

2007. ROMANO. Corrado Romano, Tempo ed Assenza di Tempo nella Societas del tardo ‘700. Aspetti di vita quotidiana in Calabria fra XVIII e XIX. Della Mileto e dintorni prima e dopo i Francesi. Protocolli notarili. Prima parte (1787-1799).

§ 01. 1787, maggio 26. Mileto.

§ 02.1787, maggio 26. Mileto.

§ 03.1787, maggio 26. Mileto.

§ 04. 1787, maggio 26. Mileto.

§ 05. 1787, maggio 26. Mileto.

§ 06. 1787, maggio 28. Mileto.

§ 07. 1787, maggio 28. Mileto.

§ 08. 1787, maggio 28. Mileto.

§ 09. 1787, maggio 28. Mileto.

§ 10. 1787, giugno 09. Mileto. - Signor Presidente Regio Tribunale di Catanzaro.

§ 11. 1787, ottobre 27. Napoli. Al Signor Vicario Capitolare di Mileto

§ 12. 1787, novembre 10. Mileto. Sacra Real Maestà

§ 13. 1791, settembre 30. Reggio Calabria.

§ 14. 1791, dicembre 31. Mileto. Sacra Real Maestà

§ 15. [s.d., ma post 1791, dicembre 31]. Mileto. Illustrissimo Signore,

§ 16. 1792, marzo 17. Napoli. Al Vicario Capitolare di Mileto

§ 17.1799, settembre 26. Mileto.

§ 18. 1799, settembre 26. Mileto.

§ 19. 1799, settembre 26. Mileto.

§ 20. 1799, settembre 26. Mileto.

2007. MILETO. Epigrafi prodotte ed apposte in luoghi vari del territorio, a cura del Comitato Celebrazioni Bicentenario della Battaglia di Mileto.

§ 1.

§ 2.

§ 3.

§ 4.

2009. BARTULI-MARZOTTI. Filippo Bartuli - Lina Marzotti, Il tabulario del regio notaio Francesco Antonio Ferraro di Mileto[163].

§ Introduzione

§ Tabella 1 – Classificazione tipologica degli atti

SEZIONE V: ITALIA. REPUBBLICA DI GENOVA. FONTI - RASSEGNA STAMPA – RICERCHE – STUDI – SUSSIDI.

NUTI. G. Nuti, Adamo Centurione (in: Dizionario Biografico degli Italiani).

§ Fonti e Bibl.:

1977. BOTTO-TAGLIAFERRO. Ida Maria Botto - Laura Tagliaferro (a cura di), Genova. Galleria di Palazzo Rosso[1].

§ Collocazione urbanistica

§ Committente e successivi proprietari

§ Fasi della costruzione e autore

§ Struttura architettonica e lettura degli spazi.

§ La decorazione

§ Visita guidata

2004. MARTINI – MONGELLI. Paola Martini - Sarah Mongelli. Genova - Mostra - Tessuti preziosi da casa Doria[2].

§ Mostra - Tessuti preziosi da casa Doria

§ Tessuti e moda tra ‘600 e ‘700

§ Influssi dall’Oriente

§ S. Benedetto al Porto

SEZIONE VI: LE ARTI. FONTI - RASSEGNA STAMPA – RICERCHE – STUDI – SUSSIDI.

1966. VALSECCHI. Marco Valsecchi, Antiquariato a Roma[1].

1995. THEA. Paolo Thea, Tracce di verità. Cap. II[2].

§ Il paranoico di Efeso

§ Erotema

2001. CARUSELLI. Giovanni Caruselli. Medaglioni di grandi maestri. Beethoven.

§ Introduzione

§ I primi anni a Vienna

§ Il terribile dramma della sordità

§ L’incontro con Goethe

§ La mancata paternità

§ Gli ultimi anni

2008. DESBORDES-VALMORE. Marceline Desbordes-Valmore, Poesie. Introduzione e cura di Danilo Vicca[3].

2008. PITITTO. Giovanni Pititto (a cura di), Fonti e testimonianze sulla morte di Edoardo Persico[15].

§ Paolo Caputo. Testimonianze su Persico.

§ Nota

§ Fonti bibliografiche e di primo riferimento:

§ Testimonianze:

§ BELGIOJOSO (Persico a Milano: Casabella; Il Milione; Quadrante).

§ BELGIOJOSO (Persico, antifascismo).

§ BELGIOJOSO (Persico, cultura).

§ CAPUTO (Persico, contributo su).

§ CAPUTO (Persico, cultura).

§ CAPUTO (Persico, fonti su).

§ CAPUTO (Persico, impegno critico)

§ CAPUTO (Persico, morte).

§ CAPUTO (Persico, personalità).

§ CAPUTO (Persico, religiosità).

§ CAPUTO (Persico, testimonianze).

§ DE FUSCO (Persico, destino).

§ GARDELLA (Persico a Milano).

§ GARDELLA (Persico a Milano: Alessandria: dispensario; Busto Arsizio: teatro; Casabella; Movimento Moderno).

§ GARDELLA (Persico a Milano: Albini; Mucchi; Napoli; Palanti; Romano; Torino; Vico G. B.).

§ GARDELLA (Persico a Milano: architettura, scuola di; Muzio; Portaluppi).

§ GARDELLA (Persico a Milano: Belgiojoso; Casabella: aspetti figurativi / aspetti sociali del costruire; fascismo: interventi territorio e città; Gorgerino; Mucchi: «maternità»; Pagano/Persico; Romano; Triennale 1933).

§ GARDELLA (Persico a Milano: Belgiojoso; Casabella; Casa della Cultura; Gardella, Torre per piazza Duomo; M.S.A.; Mucchi; Pica).

§ GARDELLA (Persico a Milano: Gorgerino; Ponti).

§ GARDELLA (Persico e Napoli).

§ GARDELLA (Persico, cultura - personalità).

§ GARDELLA (Persico, cultura: Aalto; Bauhaus Loos; Mackintosh; Morris; Sant›Elia; Wright).

§ GARDELLA (Persico, famiglia).

§ GARDELLA (Persico, fascismo antifascismo).

§ GARDELLA (Persico, morte).

§ GARDELLA (Persico, personalità).

§ GARDELLA (Persico, testimonianze).

§ GORGERINO (Persico a Milano).

§ GORGERINO (Persico, cultura e personalità).

§ GORGERINO (Persico, famiglia).

§ GORGERINO (Persico, morte).

§ GORGERINO (Persico, religiosità).

§ GORGERINO.

§ MUCCHI (Persico a Milano).

§ MUCCHI (Persico, cultura e personalità).

§ MUCCHI (Persico, Gruppo 7; razionalismo).

§ MUCCHI (Persico, morte).

§ MUCCHI (Persico, personalità).

§ MUCCHI (Persico, suo antifascismo).

§ OSIMO (cultura europeista).

§ Paolo Caputo, Lo conoscevo bene. Testimonianze su Persico. [19]

§ PICA (Persico a Milano).

§ PICA (Persico a Milano).

§ PICA (Persico, Sei di Torino).

§ PICA (Persico, personalità).

§ PICA (Persico, Ponti; Veronesi).

§ PICA (Persico, religiosità).

§ PICA (Persico, testimonianze).

§ PICA.

§ ROMANO (Persico a Milano).

§ ROMANO (Persico, famiglia).

§ ROMANO (Persico, religiosità).

§ ROMANO (Persico, testimonianze).

APPENDICE I. - LABORATORIO

84. 2012. BAJ. Andreina Baj, Del Giorno. E di quel che resta del giorno. A cura e foto di A. Baj.

APPENDICE II - NARRATIVA

85. Vita, delitti, arresto e condanna del famigerato brigante Giuseppe Musolino, detto il bandito d’Aspromonte[21].

§ Musolino fanciullo.

§ Il giuoco della Passatella.

§ L’alterco

§ La condanna.

§ In prigione

§ L’evasione

§ Delitti di Musolino

§ L’arresto di Musolino

§ Processo e condanna di Musolino.

§ Sentenza

86. 2011. VENTURINI. Francesco Venturini, Il dio della miniera. Capit. II: La banca (Racconto).

SEZIONE VII: FONTI E BIBLIOGRAFIA

APPENDICE BIBLIOGRAFICA E DOCUMENTARIA.

A. FONTI

B. BIBLIOGRAFIA

SEZIONE BIBLIOGRAFICA – A CURA GIOVANNI PITITTO.

SEZIONE I - NAPOLEONICA

DI BELLA. Saverio Di Bella, Rivoluzione e popolo tra consenso e rifiuto: libertà e baionette nel Mediterraneo (1789-1815). (Maida, 297-306)

L’impatto delle armate rivoluzionarie col loro bagaglio ideale e i loro bisogni concreti e le necessità quotidiane del vivere su un territorio comunque lontano e spesso ostile, da sottoporre a tassazioni inusuali o a saccheggio, è dirompente. Anche dove, come in Europa, esiste una tradizione illuminista ed è nota una corrente politica filofrancese e filogiacobina e poi filonapoleonica la reazione delle masse popolari e contadine è, in alcune realtà importanti come il Regno di Napoli e la Spagna, di ostilità. Un’opposizione armata dura, feroce, senza quartiere contesta e contrasta il dominio delle armate francesi. Al Tricolore della Rivoluzione ed alle ragioni universali che la guidano contrappone i gigli dei Borbone, le immagini di Santi e Madonne, l’attaccamento a una tradizione circoscritta e certa. E assume spesso i contorni di guerra sociale dei poveri contro i ricchi: le borghesie illuminate sono giacobine e filofrancesi, i poveri sono antigiacobini e contro i francesi e i ricchi.[1]

||298|| Una gigantesca, capillare, imprevista guerra sociale esplode all’interno di una società che cammina verso un futuro che la ragione rivoluzionaria s’illude di progettare e costruire su linee predeterminate. Saranno esaminate tre realtà socio-politiche nelle quali il rifiuto delle libertà e dei valori rivoluzionari portati sulla punta delle baionette ha trovato una opposizione di massa e un rifiuto espresso con la ribellione armata: l’Egitto, il Regno di Napoli, la Spagna. L’aspetto paradossale delle vicende di quegli anni drammatici è che i popoli che si ribellano alle armate francesi esercitano un diritto che la Rivoluzione ha riconosciuto come fondamentale: il diritto alla rivolta.[2]

La storia segue, anche in quelle circostanze, strade impreviste e imprevedibili.[3]

Canta la Marsigliese:

Français! en guerriers magnanimes /

Portez ou retenez vos coups. /

Espargnez ces tristes victims /

A regret s’armant contre nous. / (bis)

Mais le despote sanguinaire,/

Mais les complices de Bouillé,/

Tous ces tigres qui sans pitié /

Déchirent le sein de leur mère.//

(Traduzione)

Francesi, da guerrieri magnanimi /

Date o trattenete i colpi. /

Risparmiate le povere vittime /

Contro di noi non volenti armate /

||299|| Ma il desposta sanguinario /

Ma i complici di Bouillé /

Tutte quelle tigri che senza pietà /

Straziano il seno materno.//

La baionetta può essere selettiva quindi la rivoluzione può essere esportata con la forza: sulle punte delle baionette avanza, travolgente e terribile, la libertà.[4] Terribile per i nemici che non hanno scampo alcuno. Travolgente per gli oppressi, gli esclusi che vengono redenti e resi cittadini liberi in un mondo nel quale si afferma l’uguaglianza, trionfa la fraternità. Un’utopia? Forse. Ma questa utopia è tra le forze motrici della storia nel periodo della Rivoluzione francese ed è uno degli elementi costitutivi e fondanti della identità culturale e politica della Rivoluzione.[5]

Le Baionette della Rivoluzione sono figlie della Ragione e non solo della passione rivoluzionaria. Sanno perciò distinguere tra oppressi e oppressori, tiranni e loro servi feroci e crudeli da una parte e cittadini costretti a servire i tiranni di cui portano le divise e le armi, ma dei quali sono vittime, dall’altra. Soldati incolpevoli, che vanno liberati dalle catene dei tiranni, non uccisi. Bisogna perciò sapere quando affondare la baionetta nel petto del nemico e quando trattenere l’arma, evitare il colpo mortale. Il soldato della rivoluzione è implacabile con i nemici della rivoluzione stessa, ma è magnanimo con le vittime infelici della tirannide e ne risparmia la vita ||300|| anche nel corso del combattimento corpo a corpo in battaglia, se può. È un’indicazione politica, chiaramente, quella fatta dalla Marsigliese. È evidente infatti che in un reale combattimento all’arma bianca è impossibile distinguere così a fondo tra i nemici inferociti dalla mischia, tra il rantolo dei moribondi, le urla dei feriti, il suono terribile di trombe e tamburi che scandiscono assalti e ritirate, nel fumo della polvere che unisce polvere da sparo e polvere sollevata dai combattenti che si scontrano sul campo di battaglia, tra il fango, la pioggia, la neve, le cariche di cavalleria, lo strazio prodotto nei corpi dai cannoni e dalla fucileria. Questa obiezione nulla toglie al valore politico del concetto espresso nella Marsigliese e quindi al fatto che la baionetta dev’essere intelligente: quello che conta è il messaggio. E il messaggio conferma della volontà inesorabile di dare morte e solo morte ai tiranni e di risparmiare e quindi di liberare le vittime incolpevoli dei tiranni. La Rivoluzione, in sostanza, rivendica come facente parte del suo essere quello che è della sua nascita, del suo DNA, questa capacità di distinguere e questo potere di vita e/o di morte. Il metro di misura è il rapporto con la Rivoluzione, portatrice di libertà, uguaglianza, fraternità contro la tirannia, e con i suoi implacabili nemici, i tiranni. Lo strumento idoneo è la violenza rivoluzionaria incarnato esemplarmente nella baionetta. Il soldato rivoluzionario e magnanimo che la impugna è il portatore della giustizia rivoluzionaria che ha già condannato a morte i tiranni e i loro sgherri e assaltato le loro vittime. Sul campo di battaglia le baionette della Rivoluzione seguono una sentenza solennemente pronunciata dalla Rivoluzione stessa. Inappellabile e giusta in quanto frutto della Rivoluzione. È nato un nuovo principio di legittimità, la fonte della sovranità ha trovato altrove la propria sorgente e si può e si deve dire con Robespierre, che è necessario che il Re muoia affinché la Francia viva.

Naturalmente i sovrani e i ceti dominanti condannati a morte, simbolicamente almeno, quando la minaccia si concretizza nelle vesti di un esercito invasore che canta la Marsigliese e innalza il Tricolore non accettano di essere sacrificati sugli altari della Rivoluzione senza reagire con gli eserciti e la parte di popolo che ne condividono ancora i valori. Il ruolo dirompente della Rivoluzione francese, la sua capacità di smantellare l’Ancien Régime e di creare una società di contadini portatori di diritti inalienabili sono acquisiti. Esiste una capacità fondante della rivoluzione e dei suoi miti che ne spiegano la carica demolitrice verso il passato. La Rivoluzione non ha esitazioni o dubbi sul diritto di uccidere i tiranni e i loro servi. Basti rileggere La Marsigliese.

||301|| La rivoluzione può quindi essere esportata con la forza, marciare sulla punta delle baionette. Un credo che resta saldo anche quando le armate rivoluzionarie sono ormai armate imperiali e non sono più viste come armate liberatrici, ma come armate occupanti da molti popoli o da una parte maggioritaria di essi.

La Rivoluzione esporta un’idea di società fondata sui diritti dell’uomo e del cittadino in quanto tali, e perciò scissi dai luoghi di nascita, dalle Patrie, dalle Nazioni. Conta l’appartenenza al genere umano che dà l’identità soggetto dei diritti.

È questa un’identità forte e che trova consensi al di fuori della Francia. Consensi e alleati.

Ma trova anche opposizioni feroci e indomabili, figlie di un’identità alternativa che affonda le radici nel luogo di nascita, nella Patria e nell’appartenenza a un popolo, a una Nazione.

Che rifiuta a priori e comunque l’uso della forza e delle armi e del loro imperio presentati come liberazione.

Se si aggiunge:

a) il laicismo della Rivoluzione e l’uso strumentale del fattore religioso come strumento di dominio sia da parte delle armate rivoluzionarie che di quelle napoleoniche;

b) la fede forte e vera che animava alcuni popoli invasi, al di là di aspetti magico-religiosi e/o di vera e propria superstizione, si capirà la radicalità e la violenza delle guerre civili che insanguinarono il Mediterraneo in età rivoluzionaria e napoleonica.

Dal Regno di Napoli all’Egitto, da Malta alla Spagna eserciti contrapposti, popoli ribelli e armate francesi si contrapposero con una violenza inaudita.

Repressioni crudeli, insurrezioni violente, guerriglie implacabili unirono città e campagne e scrissero una storia alternativa a quella della rivoluzione.

Una storia che partiva dalla rivendicazione della propria identità territoriale, nazionale, religiosa e che della Rivoluzione francese faceva suo il diritto a insorgere.

A distanza di quasi due secoli sappiamo che i diritti universali sono sacri, inviolabili e intangibili. Ma sappiamo anche che questi diritti hanno radici nella identità territoriale e nazionale di ciascun uomo.

Non esiste un uomo astratto, esiste un uomo che nasce in un luogo e fa parte di un popolo, per quanto piccoli possano essere quella terra e quel popolo. È da quella precisa identità che ne è il frutto che bisogna partire per fare propri i diritti universali. E i doveri universali.

Il ciclone rivoluzionario, apertosi con la ribellione delle colonie americane all’Inghilterra, dalla quale sono nati gli USA, investe l’Europa intera dopo e per le conseguenze della Rivoluzione francese del 1789. Il terremoto rivoluzionario raggiunge il culmine nell’era napoleonica.

Per effetto delle iniziative di Napoleone sul piano bellico, infatti, la tempesta rivoluzionaria investe anche il Mediterraneo e ritorna oltre Atlantico.

La spedizione a Malta e in Egitto, l’invasione del Regno di Napoli e soprattutto ||302|| l’attacco e l’invasione della Spagna nel 1808, sul piano della crisi e della rottura delle fedeltà al vecchio e/o al nuovo – più che sulle fedeltà di vecchio e nuovo modello – hanno un effetto dirompente.

A Malta crolla il dominio e lo Stato dei Cavalieri di Malta e l’isola, dopo una breve parentesi francese, diverrà possedimento inglese e tale resterà fino all’indipendenza, raggiunta solo nel Novecento.

In Egitto la fedeltà al sultano e alla Turchia saranno spezzate e con esse i legami politici di dipendenza del Paese da Istanbul.

A Napoli la parte continentale dei regni borbonici di Napoli e Sicilia sarà sottratta alla monarchia borbonica, mentre la Sicilia resterà sotto il Re Ferdinando IV di Borbone, prezioso alleato dell’Inghilterra, antagonista feroce e deciso di Napoleone e del suo modello imperiale ovunque, incluso il Mediterraneo, anche perché portatrice, a sua volta, di un diverso modello di impero.

La divisione dei Regni di Napoli e Sicilia e la loro collocazione in sfere di influenza diverse e contrapposte, in sistemi di alleanze rivali e ostili, in guerra permanente tra loro, al di là delle paci e dei brevi intervalli di pace, accentua le divisioni e le lacerazioni politiche e sociali della nazione napoletana, ne provoca le divisioni armate, ne arma le fazioni, ne giustifica la guerra civile e le scelte filofrancesi e filonapoleoniche o filoborboniche e filoinglesi.

Le scelte dei singoli all’interno di una società dilaniata dalla guerra civile sono drammatiche e passano attraverso le forche caudine delle decisioni di uccidere e/o morire per la causa ritenuta giusta.

Il dramma della fedeltà da prediligere non risparmia naturalmente i militari in carriera. Destini dei singoli e destini dei popoli grondano lacrime e sangue.

I campi di battaglia – i tradizionali campi dell’onore – vedono il dramma degli uni e degli altri e la vittoria o la sconfitta di un esercito rafforza o indebolisce l’insieme dei valori e non solo degli interessi affidati alle baionette.

In questo processo di rottura delle vecchie fedeltà e di creazione di fedeltà nuove un peso enorme – il più importante di tutti per gli effetti a catena indotti a livello mondiale – ebbe l’invasione della penisola iberica e in particolare della Spagna nel 1808 ad opera di Napoleone.

La fine del Regno di Ferdinando VII di Borbone e l’elezione a Re di Spagna di Giuseppe Bonaparte, scioglieva, di fatto, l’unità giuridica e di cultura politica linguistica e religiosa delle terre del Nuovo Mondo con la Madrepatria[6] e darà origine a un sentimento e a un bisogno di identità divisa e molteplice, ||303|| dalla quale sarebbero nate le Nazioni e gli Stati latino-americani del Sud e del Centro America.[7]

||304|| Tramontava la fedeltà politica alla Spagna ed alla sua monarchia, nascevano e si affermavano le fedeltà alle nuove Patrie, dall’Argentina al Messico, dal Venezuela al Cile.[8]

La rivoluzione atlantica[9] si sviluppava con forza inimmaginabile e dalle sue viscere feconde nasceva un nuovo mondo; dalla sua forza vittoriosa nuove ||305|| nazioni e nuovi popoli acquistavano voce e libertà e si accingevano a dare un nuovo volto a interi continenti. Niente, sul piano politico, culturale, statale sarebbe più stato come prima. L’anima del mondo a cavallo non sarebbe stata bloccata neanche dalla sconfitta di Waterloo: la violenza delle armi dei suoi eserciti era stata, ancora una volta, la levatrice della storia.[10]

In Calabria lo scontro tra fedeltà alla tradizione, al vecchio ordine di cose, e le fedeltà al nuovo che vuole distruggere i vecchi universi e i poteri tradizionali, assume un valore simbolico particolare nella battaglia di Maida (4 luglio 1806). Sul campo si affrontano le armate francesi guidate dal generale Reynier e le armate anglo-napoletane guidate dal generale John Stuart di nascita americana, insignito del titolo di Conte di Maida dopo la vittoria. Il generale però aveva rifiutato il nuovo Stato – gli USA – per restare fedele all’Inghilterra e al suo Re, sotto le cui bandiere aveva combattuto e intendeva continuare a combattere. Con lui e come lui ufficiali e soldati borbonici, guerriglieri e briganti che, nati nel Regno di Napoli, avevano seguito le sorti e i destini di Ferdinando IV e della sua dinastia e si opponevano con le armi in pugno a chi aveva scelto la Rivoluzione prima Napoleone dopo e condivideva con le armate francesi speranze e pericoli.[11]

||306|| Ricostruire la battaglia di Maida e i suoi contesti col seguito che della stessa fu costituito dalla battaglia di Mileto – 28 maggio 1807 – è utile e necessario per capire:

a) l’abbandono del progetto di conquistare la Sicilia – e con essa il dominio del Mediterraneo – da parte di Napoleone;

b) il momento cruciale dello scontro imperiale tra Francia e Inghilterra per il dominio del Mediterraneo nell’Ottocento;

c) il valore militare delle armate napoletane e il peso della guerriglia antifrancese nelle guerre imperiali napoleoniche. Maida vide la prima sconfitta delle armate francesi in campo aperto, quando l’esercito napoleonico è al culmine della sua potenza e della sua gloria. Mileto, un anno dopo, rappresenta la rivincita del Reynier e dei francesi; ma la resistenza accanita delle armate napoletane, il loro valore, la indomabile guerriglia scatenata dalle popolazioni nelle Calabrie, rendono chimerico lo sbarco in Sicilia e la conquista dell’Isola. Napoleone abbandona, di fatto, l’idea – quando Murat, designato Re di Napoli, tenta l’attacco all’isola, subisce una disfatta. Flotta inglese e truppe anglo-napoletane, briganti e guerriglieri antifrancesi hanno, di fatto, bloccato le armate napoleoniche sul fronte Mediterraneo. Le popolazioni e la guerriglia spagnola faranno altrettanto dopo l’invasione del 1808. Il Mediterraneo per Napoleone è un mare di sangue e di pena e per le sue armate un’odissea feroce e crudele che riempie cimiteri e fosse comuni di contadini ostili e di soldati che non vedranno mai più da vivi la douce France.

ASTA. Moisè Asta, I Vespri di Soveria. (Maida, 95-104).

||95|| Ce ne fosse stato ancora bisogno, Napoleone Bonaparte finì con il capire a perfezione che ogni suo disegno di conquista avrebbe trovato ostacoli insormontabili o, almeno, di non agevole rimozione, se prima non avesse neutralizzato l’attenta e pugnace Inghilterra, che, dinanzi ad una dura politica protezionistica in suo pregiudizio, decise di disattendere la breve pace di Amiens (marzo 1802) non restituendo Malta ai Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni. Poco più di un biennio dopo (maggio 1804), ne ebbe, quasi paradossalmente, conferma quando si fece nominare Imperatore dei Francesi, con la Costituzione dell’Anno XII, istitutiva della dignità imperiale a carattere ereditario, ottenendo, nella qualità, plebiscitariamente (3 milioni e mezzo di e appena 2 mila e 500 no) il riconoscimento dai francesi. Fu, infatti, necessario un lasso temporale di quasi cinque anni perché l’Europa (fatta la solita, sola, eccezione dell’Inghilterra, dominatrice per antonomasia dei mari) riconoscesse il nuovo Impero. Fu, però, chiaro che la barriera inglese poteva essere infranta solo sul fronte marittimo (nonostante la disfatta nella baia di Abukir che concluse la spedizione militare napoleonica in Egitto) e, pertanto, anche, e forse soprattutto, il Mediterraneo poteva propiziare i disegni dispotici ed espansionistici dell’indomito Corso. E forse qui, dopo la costituzione del Regno d’Italia (maggio 1805) affidato ad un vice (il figliastro Eugenio Beauharnais), trova fondamento la motivazione riaccesa dell’interesse per il Regno di Napoli, in mano agli invisi Borbone. Baricentro di un bacino marino ad elevata valenza strategica, il Regno napoletano faceva proprio al caso di Napoleone, che non tardò ad avvedersi della incompatibilità della corona borbonica con la propria, in relazione alla tranquillità del vecchio continente. E passò, quindi, nel 1806, all’attacco, conquistando Napoli, costringendone i sovrani legittimi alla fuga, e proseguendo nella occupazione del Regno intero, a marce forzate, tra le quali, la più allarmante e rovinosa, quella nell’ambito della quale esplosero i vespri soveritani. La popolazione della Soveria in nuce dei primi del XIX secolo (nascerà come Luogo autonomo solo il 19 gennaio 1807) era alla mercé di briganti ||96|| generosi e masnade di parassiti che si incaricavano, arbitrariamente, del controllo dell’ordine, dopo aver propiziato a lungo la più o meno consensuale coesistenza pacifica con la brava e onesta gente indigena che amava gli incanti paesaggistici, selvosi e aulenti, naturali nascondigli di gente cui non piacesse pagare il fio delle proprie malefatte, saldandone il conto alla giustizia. Magra l’economia del tempo. Persisteva, in zona, il diffuso allevamento dei maiali neri di Calabria, ricercatissimi per il particolare sapore e, quindi, pure per la conservazione della specie. Non è mancato, infatti, chi ha fatto risalire il nome di Soveria (in lingua locale: Suverìa), piuttosto che all’improbabile presenza di piante da sughero, proprio alla poco nobile (ma legata a una delle risorse zootecniche più diffuse ai margini dei paesini che facevano corona al monte Reventino) circostanza della presenza di alcuni centri riproduttivi dei suini, ove gli allevatori di altre zone, anche lontane, portavano le femmine alla monta per la fecondazione (cioè – secondo una voce dialettale dell’epoca, puntualmente registrata dal Rohlfs – a suvàre). La parte deviata della società del tempo, nelle plaghe contermini tra Calabria citeriore e Calabria ulteriore, era organizzata in bande (tra le minori, quelle di Carmine, Francesco e Gaspare Cardamone de’ Giurati, a Soveria, Giovanni Perri ad Adami, Fortunato Cerra e Giacomo D’Urso a Cerrisi, Giuseppe Talarico Schipani e Paolo Mancuso Parafante a Scigliano, tanto per restare nella zona). Queste cosche, talvolta in contrasto occasionale tra alcune di esse, erano nelle mani dei clan più potenti, che curavano i collegamenti e i rapporti con il mondo politico imperante (si ricordino quelli di Panedigrano, Parafante, fra’ Diavolo, Francatrippa ecc.) e, quindi, sempre disponibili a secondare i disegni militari borbonici che, tante volte, si intrecciavano, con gli interessi ecclesiastici indigeni. Eppure, fu proprio qui ed allora (a partire dal 22 marzo, nel pieno della Settimana Santa, del 1806) che, in un certo senso, si crearono le condizioni per la prima rovinosa caduta del Regno di Napoli. Ed è proprio nel quadro delle diatribe scomposte e cruente tra Francia napoleonica e Napoletano borbo-legittimista (la prima si era cacciato in testa di fagocitare il secondo) che si registrano i momenti che riempiono di significato profondo la storia di Soveria Mannelli, già prima che venissero soppresse la superstite feudalità e la manomorta ecclesiastica con conseguente demanizzazione e successiva lottizzazione dei terreni della Chiesa, in mano alle Diocesi di Martirano e di Nicastro, che, nell’area soveritana erano tanti. Qui scoccò la scintilla antifrancese, nella terza decade di marzo del 1806, dando luogo ai fatti i quali, per una certa analogia con quanto accadde nella primavera 1282 a Palermo sì da determinare la cacciata degli Angioini (anche quella volta francesi quindi), furono indicati come vespri soveritani. Espandendosi, poi, il fuoco, man mano, fin oltre il crinale appenninico calabrese con le sue vette eccelse, tra cui il verdeggiante Reventino, crescerà d’intensità ||97|| negli anni fino a spegnersi con la fucilazione di Gioacchino Murat (cognato di Napoleone), a Pizzo Calabro. I Borbone, che con il supporto sanfedista, si erano sbarazzati dell’esperienza giacobina della Repubblica Partenopea, per la verità, pur ostentando audacia e spirito di iniziativa, non erano affatto tranquilli; il ciclone Bonaparte li impensieriva, per cui restarono sempre sul piede di guerra, se è vero che, già nell’autunno del 1803, i loro ministri Acton ed Elliot proposero una mobilitazione antifrancese soprattutto in Calabria, di alta e provata fedeltà borbonica, che si concluderà con il reclutamento vero e proprio di uomini, tra i venti e i quaranta anni, solo circa due anni dopo, sul finire cioè del 1805. Il compito di allestire l’esercito da opporre alla Francia napoleonica, fu affidato a personaggi particolari, come De Riseis-Simone, Raffaele Falsetti, il canonico Piro e, soprattutto, il brigante del Reventino, Nicola Gualtieri, di Conflenti, meglio noto con il nomignolo di Panedigrano (promosso Maggiore, in quanto favorito dalla regina Carolina, ma pure per la serie di grandi meriti tributati ai sovrani di Napoli), il quale, nei suoi cimenti filoborbonici coinvolse i figli e una serie di congiunti e affini, che costituirono una parte cospicua del suo clan a prevalenza parentale. Né i Borbone si limitarono ad erogare migliaia di ducati per facilitare il reclutamento (ma le somme, si vuole, rimasero in genere nelle mani di pochi prepotenti piuttosto che in quelle delle reclute) perché abbondarono anche nelle promesse di indulti e riduzioni di pene per i disertori, i fuorilegge, i reclusi e gli inquisiti che avessero loro dato una mano. Determinante per l’insorgenza, comunque, sembra sia stata la componente religiosa della tradizione indigena, se è vero che i parroci riuscirono sempre a catturare l’adesione di boscaioli e braccianti e delle rispettive famiglie quando si trattò, in pratica, di ripetere l’esperienza sanfedista e issare – dopo le prediche alle folle di fedeli radunate dal convenzionale stormire delle campane a martello – un vessillo crociato con, su uno dei suoi lembi, la storica scritta costantiniana In hoc signo vinces. Ci pensava, in primo luogo, il clero addetto al Santuario della Quercia, a Conflenti, paese natale del capobrigante e baricentro del clan di fuorusciti, furfanti e gambùni (o nullafacenti) agli ordini di Panedigrano, a propiziare il coinvolgimento della gente in quella guerra santa in difesa della fede e della tradizione cui corrispondeva l’iniziativa borbonica o filo-borbonica contro il giacobinismo tracotante, sacrilego e blasfemo. Il sacro Tempio, meta annuale di migliaia di pellegrini provenienti anche da molto lontano, era un richiamo emotivo all’esigenza dello sgombero di tanto francesume depravato e senza Dio, per la gente del luogo e dei paesi circonvicini, ove pur c’erano chiese e chiesette, con preti attivi e politicamente impegnati (di più sul fronte borbonico, anche se non mancarono quelli che simpatizzavano per le idee repubblicane), e, per esempio, nel territorio della futura Soveria operava, fin dal 1668, prima come oratorio e poi come cappella ||98|| la privata della famiglia dei feudatari di Pittarella, aperta ai fedeli, sulle pendici del Monticìellu, tra Fornello e Mannelli, a pochi metri dal palazzo padronale, un piccolo tempio che, poi, danneggiato dal violento tremuòto del 1783, venne ricostruito ed ampliato (con l’aggiunta delle navate laterali e di un campanile a pianta quadrata sormontato da una cupola) proprio in quegli anni (tra il 1804 e il 1812) e con il contributo, l’obolo e le elargizioni votive, più in natura che non in contante, del contado il quale, ormai, cominciava a considerare la chiesetta come bene dell’intera piccola comunità rurale, piuttosto che come proprietà privata. Il proclama di Schömbrun (27 dicembre 1805) con il quale il Bonaparte assumeva avere la dinastia di Napoli cessato di regnare, essendo la sua esistenza, incompatibile con la tranquillità dell’Europa e l’onore della (sua) corona, puntava a sancire la fine dei Borbone di Napoli, da sostituire col fratello Giuseppe; e, in proposito, non era assolutamente parco nel suggerire strategie militari e accortezze comportamentali nei confronti delle popolazioni che non potevano, così in fretta, aver dimenticato gli entusiasmi creati attorno alle cerimonie improvvisate, a suo tempo, in occasione delle messe a dimora dei famosi alberi della Libertà, a testimonianza dell’avvio di rifondazione della società meridionale in direzione repubblicana. Ma le cose andarono, solo in parte, come auspicato da Napoleone, la cui lucidità strategico-militare cominciava a perdere qualche colpo. Le difficoltà a reclutare milizie antifrancesi e che alcuni fanno risalire anche agli errori logistici e strategici di funzionari borbonici (talvolta anche accusati di tradimento o collusione col nemico) non mancavano affatto. Decisiva fu, però, la battaglia di Campotenese (9 marzo 1806) che vide prevalere i francesi, i quali, appena quattro giorni dopo entreranno a Cosenza; il 15 marzo, il generale francese Reyner, diretto a Nicastro, transitando da Soveria, vi insedierà un distaccamento dell’esercito napoleonico, dopo aver requisito private abitazioni e finanche locali sacri per gli alloggiamenti ed aver fatto razzìa di viveri e di foraggi in tutte le case sparse e nei piccoli villaggi della zona; ed il 20 marzo successivo tutta la Calabria, eccezion fatta per qualche roccaforte borbonicizzante, diverrà appannaggio dei napoleonidi. La scarsa disponibilità finanziaria, comunque, non aveva tardato a mettere in serie, obiettive, difficoltà Giuseppe Bonaparte (Il paese – gli aveva scritto Napoleone – deve fornirvi tutto il necessario in guisa che l’esercito non mi costi un soldo. Le mie truppe… rimarranno con voi per tutto il tempo che avviserete necessario, poi le rimanderete a casa loro) e, dovendo mantenere un esercito di cinquantamila unità, chiamate ad arrangiarsi, scelse di non sottoporre, per il momento, i nuovi sudditi – almeno questo! – ad alcuna imposizione fiscale. Tutto ciò, ad ogni modo, non lo rese affatto popolare ed amabile, tanto più che quelle truppe di occupazione (altro che liberazione!), non tardarono a rivelarsi per quello che erano, seminando terrore, morte, violenze, ||99|| brutalità, blitz con scasso, requisizioni forzate (di generi commestibili, indumenti, bestie da soma per il trasporto ed animali domestici da pascolo e da cortile per l’alimentazione), sicché la gente era costretta a rifugiarsi nelle boscaglie più fitte, a vivere magramente, e in qualche caso, pure in promiscuità con il loro, spesso molto modesto, patrimonio zoologico. Soprattutto nell’area del Reventino, la posizione filo-borbonica della famiglia baronale degli Stocco di Adami (il Principe ereditario Francesco di Borbone, quando, durante il viaggio verso Nicastro, sostò – alle Pagliàra di Adami – nel casino decollaturese di Don Antonio Stocco, ne tenne a battesimo il figlio, che, per omaggio al padrino, fu chiamato appunto Francesco; quel Francesco Stocco che, poi, avvinto dagli ideali mazziniani e, soprattutto, del pizzitano Benedetto Musolino, passerà più tardi sul fronte opposto, sì da divenire, con il grado militare di Generale, uno degli artefici della garibaldina spedizione dei Mille del 1860, apertamente antiborbonica!), non dovette essere del tutto estranea alla ventata antifrancese che andava sempre più gonfiandosi. Sta di fatto, però, che la condotta tracotante, perversa, quasi di sfida della soldataglia occupante aveva giustamente messo sul chi va là quel piccolo mondo contadino, fatto di umiltà e pazienza ma non privo di amor proprio e senso dell’onestà e dell’onore; un mondo tradizionalmente non disponibile a capire e/o tollerare la licenziosità dei costumi di quegli assatanati che, tra l’altro, alimentavano fondati timori, addirittura, per l’onorabilità delle loro donne, le quali avevano dovuto ridurre la loro presenza, se non opportunamente vigilata e collettiva, nelle campagne. La situazione, insomma, si era fatta pesante, minacciosa, esplosiva. Sarebbe bastata una piccola scintilla a far divampare un grande incendio che, peraltro, covava nel cuore e nella mente degli uomini onesti della plaga circumreventiniana. E la scintilla scoccò, il 22 marzo 1806, proprio a Soveria, quando un ufficiale napoleonico, penetrò di soppiatto nella casetta a due piani di Antonio Marasco, situata nel cuore del piccolo borgo distribuito, anche con un certo gusto, secondo alcuni, sul declivio pittoresco di una collina a più terrazzi naturali, non lontano dall’attuale Largo Fontanelle (ai Maraschi insomma, il rione, cioè, così denominato perché in prevalenza abitato e/o di proprietà del parentado dei Marasco), con la chiara intenzione di violentarne la fascinosa sposa, appena ventenne, tanto appetita da molti ammirati compaesani quanto apprezzata per la sua tendenza, convinta e congenita, alla fedeltà, alla pudicizia e alla virtù. Secondo altri, il tutto sarebbe accaduto, invece, a Mannelli Sottani, nelle immediate adiacenze dell’allora già strada carraia in terrapieno per Nicastro (che, ora, appunto, è toponomasticamente divenuta Via dei Vespri). Non manca chi, senza troppe argomentazioni, attribuisce all’episodio del tentativo di stupro la valenza di leggenda. Il fatto, verosimilmente corrispondente a uno di quelli verificatisi, in precedenza, a opera di briganti, in altre località ||100|| delle Calabrie, si sarebbe riprodotto nell’immaginazione collettiva comprensoriale a spiegare e legittimare l’esplosione violenta (che c’è sicuramente stata) di un livore antifrancese che – come è dimostrato – già covava nel cuore e nella mente di chi prediligeva il quieto vivere all’anomala, disordinata e censurabile condotta degli occupanti e che reinfervorava l’animosità compaesana, ora anche fiera di quel delitto d’onore. Non convince, ad ogni modo, tale versione dinanzi alle tesi di segno opposto (quella del tentativo di oltraggio francese contro la bella soveritana, cioè) supportata dalle ricerche di tanti storici seri e scrupolosi, pur se non ne fa cenno, nei suoi Annali, il cosentino Luigi Maria Greco che, nato nel 1805, quasi all’inizio del periodo francese, avrà la possibilità di raccogliere testimonianze di prima mano, peraltro filtrate dalla rilettura dello zio materno, Domenico Vanni, che nel decennio ebbe un ruolo di primo piano sotto il profilo burocratico e politico. Questa sola circostanza non è sufficiente a negare ogni storicità all’episodio di tentata violenza carnale in pregiudizio dell’avvenente signora Marasco. Sarebbe come negare (o tacciare di leggenda) le sommosse popolari antifrancesi della vasta area del Reventino, sol perché non ne è cenno esplicito nella Storia del Regno di Napoli (Bari,1925) di uno storico, grande, rigoroso e di prestigio, come Benedetto Croce, il quale si limita a ricordare genericamente che nelle province, i contadini, oppressi dai vecchi e dai nuovi proprietari, avevano per isfogo quotidiano il brigantaggio, non mai cessato nella sua forma endemica. Pare, invece, che lo screanzato straniero, attratto dal bel canticchiare della donna, con il quale ella ritmava l’esecuzione delle quotidiane faccende domestiche, aveva di corsa fatto la scala angusta e l’aveva, ansioso e carico di libido, raggiunta nella stanza da letto, al piano superiore, ma non aveva fatto i suoi conti preventivi né con il Marasco, profondamente geloso e tanto legato alla giovane consorte, e che era, in quel frangente, impegnato nella preparazione degli arnesi per il lavoro nei campi attardandosi in un basso, poco distante dall’abitazione; né con la donna così coraggiosa e pronta nei riflessi da respingere e neutralizzare l’insano progetto dell’audace aspirante stupratore. I di lei urli disperati richiamarono non soltanto il marito, che, tempestivamente accorso, pugnalò il manigoldo defenestrandone subito il cadavere sanguinante, ma pure di tanta gente dell’affiatata ruga (o vinella) che, armata di badili, marre, vanghe, coltellacci e diverse altre armi anche improprie, accerchiò e aggredì quel nugolo di soldataglia già guidato dall’ufficiale ormai eliminato, lasciandone a terra, esanimi o morenti, almeno altri tredici. Una lapide del 1874, lungo una strada interpoderale che collega ancora la parte bassa dei Mannelli con contrada Galìce (e che, fino a pochi lustri or sono sovrastava una fontanella freschissima e gorgogliante a costeggiare l’omonimo ruscello che aveva la sua sorgente in località Sabettella facendo da testa Moisè Asta ||101|| al fiume Amato (l’antico Lamato) rievocava e testimoniava i diversi focolai di ostilità del momento. Il Greco si limita a raccontare: Il 22 marzo, essendo la licenza militare immediata cagione del sollevamento, dagli insorti popolani di Soveria, guidati da Carmine Caligiuri (NdR - probabilmente consanguineo della giovane sposa presa di mira), solerte agricoltore, e prode in armi, quattordici Francesi rimangono trucidati…. Ma cos’è questa licenza militare che fu immediata cagione del sollevamento? Lo storico prosegue: Caligiuri tosto si aggira qua e là… E allora i volontari retti dal Nierello, reale e prode realista, da Ververuso, oscuro villaggetto, dopo valorosa resistenza, guadagnarono luoghi più sicuri, più fermi nel proponimento… Sacco e foco intero sofferse l’ostinato Mannelli, più leggero San Biagio, San Tommaso e Petronà (NdR - è dimostrato, però, trattarsi di Platania). Più saldi dei Soverioti, meno de’ Mannellani, i Martiranesi furono nello stesso modo… aspramente danneggiate… Verdier raddoppia il presidio di Scigliano, accampa forte squadra a Soveria, sopravvede quelle terre vinte, ma non dome…. La furia antifrancese si moltiplicò e divulgò nel volgere di pochissimo tempo, tracimando i confini soveritani, anche per l’iniziativa del contadino Carmine Caligiuri (il quale morirà, poi, durante l’assalto, iniziato il 28 marzo, di Scigliano, finalizzato al taglio delle comunicazioni ed alla conquista della posizione strategica, detenuta dai francesi), che trovò, nell’esigenza di lavare subito l’onta subita da un soveritano bravo e stimato come Marasco, l’occasione propizia per la costituzione di una vera e propria banda capace di una vendetta pronta, feroce e magari anche sproporzionata, tanto perché facesse da monito e remora ad altri eventuali malintenzionati. I superstiti che avevano tentato la fuga lungo le mulattiere che congiungevano Sabettella con Rusìellu, Petinèlla (il cui cielo sovrastante, con l’intensità e le sfumature coloristiche delle sue nuvole, forniva, agli abitanti del comprensorio, per tradizione verificata, ed agli stessi occupanti, per le loro mosse militari, le più sicure informazioni metereologiche quotidiane. Rivive ancora la presunta saggezza contadina nell’ancora ricorrente modo di dire soveritano ccu ‘e neglie nìgure a Petinella, l’acqua arriva a catinella, con le nuvole nere a Petinella, la pioggia è in arrivo a catinelle) e, infine, la località Borboruso (ove agiva la banda di Giacomo Costanzo noto come ’U Niurìellu), in agro ora di Pedivigliano, furono incalzati fino allo spiazzale antistante la Chiesetta di contrada Pascolo, ove fu passato per i ferri l’intero drappello napoleonico (oltre quaranta i morti!). E non ci fu quasi nessuno ad esecrare l’accaduto se, persino Stendhal, simpatizzava per il selvaggio calabrese… depositario di virtù perdute: virilità, coraggio, tenacia, avara misura della parola e del tempo… pronto a battersi con ascia e coltello se offeso nei suoi sentimenti e toccato nel suo onore (ché) non possono certo preferirsi i futili e corrotti campioni della società cosiddetta civile.

||102|| Dal libro dei defunti si ricava che, per morte violenta, furono sepolti: il 22 marzo, Pasquale Gallo, di 45 anni; il 28 marzo, Giuseppe Chiodo, di 20 anni; e il 3 aprile, Michele Cardamone, di 35 anni, tutti di Soveria. Non si hanno altri nomi. Si presume trattarsi di tre delle tante vittime dell’insorgenza antifrancese di quei giorni (gli ultimi due potrebbero essere alcuni dei feriti gravi che spirarono qualche giorno dopo). Si sa ben poco, anzi proprio niente, degli altri se non che alcuni furono tumulati, in aperta campagna e di soppiatto, mentre erano ancora vivi, benché feriti in modo grave ed agonizzanti. Il processo per i reati commessi durante la rivolta fu celebrato cinque anni dopo, a Cosenza. La pena capitale fu comminata ai soveritani Francesco Antonio Caligiuri e Matteo Inzelletto, mentre pene detentive furono emesse (sempre per restare alla gente di Soveria) ad un Cardamone (dei Giurati), 30 anni (che nel dispositivo della sentenza viene indicato proprio come Cardamone Giurati), a Giovan Battista Marasco, 26 anni, e Francesco Cardamone, 28 anni. La rivolta popolare antifrancese, che non tardò ad interessare Sambiase, San Tommaso, e Platania, era, dunque, ricominciata, anche perché quel brutto, cruento episodio, aveva rinverdito il malcontento delle popolazioni del Reventino ed oltre, soprattutto in quei centri ove esercitavano lo strapotere di fuorilegge i congiunti e gli affini di Panedigrano, come Conflenti, Aiello, tutto il bacino del Savuto, Motta Santa Lucia. La rivolta finì, perciò, anche con l’interessare Longobardi, Nocera, Martirano, Falerna, Gizzeria, Castiglione, Amantea, Paola, Belmonte, Fiumefreddo ed altri ancora. L’assalto di Scigliano (28 marzo), ad ogni modo, si era subito rivelato più difficile di quanto si pensasse, tanto più che le truppe francesi, di stanza nell’importante centro strategico, furono speditamente raggiunte dai compatrioti accampati a Rogliano, sì da allestire una formazione militare di oltre tremila unità per le quali divenne quasi un gioco bloccare i ribelli, che furono costretti a guadagnare l’altipiano amico di Borboruso, con la protezione del Niurìellu, e quindi la zona di Chjianu d’ ‘e Spirdura, o dei tre cavalli (la cui posizione di felice scenario operativo era ben conosciuta da Napoleone, in quei frangenti a Parigi) e, da ultimo, i fitti boschi del Reventino, in attesa di tempi e situazioni migliori. Gli scampati si ritirarono, mimetizzandosi, a Martirano, Conflenti, Soveria e Serrastretta, centri dai quali, molti dei ribelli riuscirono ad allontanarsi prima che venissero letteralmente cancellati dagli incendi a vasto raggio, appiccati dagli occupanti, i piccoli borghi, tra gli altri, di Soveria e, soprattutto, di Mannelli. (Era, quest’ultimo, il piccolo abitato, a monte della sponda sinistra del Galice, con un numero di abitanti all’incirca di 300 unità, caratterizzato da una solidarietà parentale ed amicale risalente agli anni in cui, gli eredi dei feudatari di Pittarella avevano affidato, in enfiteusi, un fondo di vaste proporzioni a Filippo Cardamone de’ Fhantasìa, esponente di spicco di una famiglia numerosa e di prestigio, e al quale la gente, non solo strettamente del luogo, ||103|| si rivolgeva per consigli o per ridimere questioni e controversie, anche di una certa importanza. Cardamone ne diventò in buona parte il proprietario, il quale, poi, con il passare degli anni, lo ripartì tra i suoi eredi, affidandone pure in comodato alcuni piccoli e medi appezzamenti a congiunti ed affini – distinti da vari nomignoli come i Cona, i Goràcchj, i Cacasìcchi ed altri – che, a loro volta, se ne impossessarono o ne divennero proprietari con regolari atti notarili di acquisto). Così la rivolta sembrava definitivamente domata, tanto più che – secondo quanto assicurato dallo Stato generale militare francese, nei rapporti periodici frequenti inviati ai Sovrani – gli altri borghi del comprensorio, atterriti da tante spedizioni punitive che riducevano in cenere finanche i caseggiati sparsi, hanno mandato in folla deputazioni ad implorare il perdono dai generali. Solo un pio desiderio, questo, perché – assume lo storico lametino Vincenzo Villella – nonostante le terribili repressioni individuali e collettive attuate brutalmente dai francesi, centinaia di insorti, nascosti negli inaccessibili rifugi di montagna e per nulla rassegnati alla sconfitta, erano pronti a rientrare in gioco appena se ne fosse presentata l’occasione. E, in effetti, il 20 giugno, in prossimità del valico di Acquavona, a circa metà strada tra Soveria e Nicastro, alcune ciurme brigantesche, sbucate all’improvviso dai loro nascondigli illocalizzabili, assaltarono un drappello guidato dallo scrittore Courier, lo imprigionarono sottoponendolo a sevizie per più giorni. Quei francesi, ridotti a mal partito per la fame ed i maltrattamenti, riuscirono, poi, a mettersi in