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La pelle del silenzio - Antonio Celotto

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Antonio Celotto

La pelle del silenzio

EDITRICE GDS

Antonio Celotto La pelle del silenzio ©EDITRICE GDS

EDITRICE GDS

di Iolanda Massa

Via G. Matteotti, 23

20069 Vaprio d’Adda (MI)

tel.  02  9094203

e-mail: edizionigds@hotmail.it ; iolanda1976@hotmail.it

La pelle del silenzio ©2014 Antonio Celotto

Foto di copertina  per gentile concessione di Féebrile  http://feebrile.free.fr/

Elaborazione grafica copertina di ©Antonio Celotto

TUTTI I DIRITTI RISERVATI.

Ogni riferimento a cose, persone, luoghi realmente esistenti e/o esistiti è puramente casuale.

Questo libro è il prodotto finale di una serie di fasi operative che esigono numerose verifiche sui testi. È quasi impossibile pubblicare volumi senza errori. Saremo grati a coloro che avendone trovati, vorranno comunicarceli.

Per segnalazioni relative a questo volume: iolanda1976@hotmail.it

Un ringraziamento speciale a Luar Klinghofer Bar Dov,

Laura Goria, Roberta Spera,

Nuria Carapetian, Roby Pissimiglia,

Bruna Viola Scarrozza, Francesca Costantino,

Marwan Mroweh, Chiara Giavarini.

Capitolo 1

La tarlatura del banco su cui poggiava la testa sarebbe stata lo spunto perfetto per un’incisione col taglierino. Il tedio, quella mattina, era davvero troppo atroce. Così iniziò a tracciare linee di congiunzione tra i fori in attesa solo dell’ora della campanella.

Durante la notte aveva già piovuto a lungo e il cielo, scuro ed elettrico, sembrava volerne dare ancora. L’odore di segatura bagnata misto a quello di detergente economico alla lavanda mettevano ansia al ragazzo.

Come ogni anno intagliò sul banco la data della prima pioggia: 16 ottobre 1954.

Oggi, pensò.

Intorno a lui il caos della ricreazione.

Riccardo Fusco si sentiva umido e freddo perché era malamente vestito. Finì l’opera d’intaglio e prese la merenda da sotto il banco iniziando a mangiare svogliato. Il boato di un tuono sovrastò il baccano degli studenti annunciando il peggio.

Riccardo si alzò per buttare la carta della merenda. In quello stesso istante entrò in classe Michele, un ripetente con l’atteggiamento del bulletto e i denti storti, che veniva spesso a stuzzicare gli ex‐compagni di classe.

Michele schioccò la lingua nella sua direzione: «Tze» e scosse la testa.

«Fammi passare», si limitò a dire Riccardo cercando di oltrepassarlo.

La reazione di Michele fu istantanea: lo colpì con una testata. Stordito, Riccardo aspettò l’ondata di dolore che però non arrivò.

Don Contesi, il maestro dal viso rubizzo, comparve sulla porta in quel preciso momento.

«A sedere! Tutti quanti!» urlò con la sua voce nasale. «E tu Fusco, nell’angolo, in punizione. Guagliotti tornatene in classe prima che ti ci mandi a calci in culo!»

Tutti scattarono eccetto Riccardo, che restò muto nell’angolo. I compagni che avevano assistito alla scena provarono un senso di rispetto per il suo silenzio: avrebbe potuto giustificarsi, lamentarsi, accusare; invece era lì, faccia al muro, in silenzio.

«Curnuto é chi fa ‘a spia», sussurrò qualcuno.

Una pallottola di carta lo colpì alla schiena. Riccardo la raccolse senza farsi vedere e l’aprì.

Quando andiamo giù gliela facciamo vedere noi, lesse.

Più tardi, all’uscita, qualcuno lo afferrò per la bretella dello zaino, trascinandolo dietro il cortile della scuola, in un campetto da calcio in cemento. Riccardo notò sotto un salice che lacrimava scintillanti gocce di pioggia diversi suoi compagni di classe.

Stavano picchiando Michele.

Chi a calci, chi con dei bastoni, chi con i pizzi duri dei libri. Qualcuno gli passò un manico di scopa e Riccardo lo guardò. Michele sanguinava in volto, sporco di terriccio, steso sull’erba bagnata, ma non si lamentava. Avvertì tra le mani il legno, ruvido e bagnato, dell’arma primitiva e guardò la vittima, mentre tutti aspettavano il suo colpo. Poi alzò la stecca girandola nell’aria, con un volto fradicio d’indecisione e alcuni dei ragazzi sussurrarono con veemenza: «Vai, vai!»

Riccardo attese un istante, pervaso dalla tristezza. Prese fiato, investito dall’odore dell’erba bagnata, e gettò il bastone lontano, in una pozzanghera.

«Non è giusto, ragazzi», si giustificò. «Se ora io mi vendico, dopo lui vorrà fare altrettanto, e poi io di nuovo... così non finirà mai...»

«Se lo merita!», ribatté qualcuno nel mucchio. Riccardo scosse la testa.

«No.»

Fu così che Riccardo si fece un nuovo amico.

Almeno finché Michele non fu accoltellato fuori da una discoteca per un apprezzamento di troppo alla ragazza sbagliata.

Capitolo 2

Il comando provinciale dei carabinieri a Palermo sembrava una fornace. L’afa gli dava un aspetto surreale, come un quadro di De Chirico ambientato alla fine degli anni Settanta. Il colonnello Garofalo aveva chiesto di chiudere le tapparelle fin dal mattino per evitare che, durante la conferenza stampa, la sala diventasse un forno; ma l’aria era comunque irrespirabile.

Alle cinque in punto una decina di giornalisti iniziarono ad annotare le parole del magistrato sui taccuini, lasciando sui fogli un astruso miscuglio di inchiostro e sudore. Tutt’intorno una cornice di video-operatori buttava il meno possibile l’occhio nel mirino delle telecamere, mentre quelli in fondo avevano piazzato l’inquadratura alle quattro e quarantacinque e attendevano solo la fine della conferenza stampa.

Da un tavolo in noce smaltato, su cui erano posate buste d’eroina e fascicoli, parlava il procuratore capo Massimo Rognoni; al suo fianco, il colonnello Garofalo confermava e commentava di rado i dettagli dell’operazione Vespucci. Tra i membri della squadra, tutti grondanti di sudore, era seduto il maresciallo Riccardo Fusco.

Intento a succhiare una Rossana della Perugina giocava col suo involucro rollando la plastica tra indice e pollice.

Riemerse dai suoi pensieri solo quando il colonnello lo indicò. Un paio di flash esplosero nella sua direzione e i sensi di Riccardo si acuirono all’improvviso.

«…che grazie alle sue intuizioni ha portato, dall’aprile di quest’anno, a nuove ipotesi di reato…»

Riccardo sentì l’incandescenza dell’aria otturargli le meningi come ovatta. Discorsi ridondanti, giudicò tornando nei suoi pensieri, sai che uscirà dagli interrogatori, ora...

Si voltò a guardare fuori dalla finestra attratto da una certa quiete ipnotica. Si perse nei ricordi di quei luoghi da cui mancava da quindici anni, senza neppure rendersene conto. E ripensò a Livorno, a quante volte si era lamentato per il freddo toscano, e a suo padre che lo riprendeva perché non voleva sentire lagne. Suo padre era uno di quelli che se un problema non veniva nominato, allora non esisteva. E quindi si tremava dal freddo, ma in silenzio.

I flosci applausi dei giornalisti lo riportarono alla realtà, quasi appisolato con il viso nella mano. Il procuratore era già uscito e tutti i colleghi erano in piedi eccetto lui.

Prima di lasciarlo tornare a casa il colonnello lo convocò nel suo ufficio.

«Buongiorno Fusco.»

«Comandi colonnello.»

Garofalo era alle prese con un mucchio di scartoffie per la procura. Riccardo chiese il permesso di sedersi.

«Certo, certo. Mi dia un attimo.»

Mentre il brusio del traffico delle sette iniziava a penetrare dalla finestra spalancata, il colonnello chiuse in un cassetto il fascicolo a cui stava lavorando e borbottò qualche imprecazione a malapena percettibile.

«È da stamattina che non mi fermo un minuto…» poi alzò lo sguardo su Riccardo. «Allora Fusco, complimenti per il gran lavoro svolto nell’operazione ‘Vespucci’, il suo istinto ci è stato molto utile. Spero abbia apprezzato la nota che le ho fatto nella conferenza.»

Riccardo sorrise annuendo e cambiò posizione sulla sedia.

«Certamente, grazie, ma non ho fatto niente di straordinario... solo ascoltare in giro...»

«Certo, certo. Comunque si ricordi che, come le ho detto dall’inizio, l’intuito è solo il punto di partenza.»

«Ovviamente, colonnello.»

«Spero che se ne ricordi. Vabbuò, andiamo avanti... Le voglio affidare un caso. Riguarda una bambina scomparsa.»

«Quando è successo?»

«Da ieri non si hanno più notizie di lei. È una bambina di quattordici o quindici anni.»

«Palermo?»

«Santa Flavia.»

Riccardo annuì e gli sembrò un’investigazione insolita per il loro reparto. Il colonnello gli passò il fascicolo in cui c’era la denuncia.

«Maria Addolorata Lombardo, ufficialmente. Di fatto Mariuccia.»

Il colonnello si portò una sigaretta alla bocca offrendone una a Riccardo.

«No grazie, fa troppo caldo...»

Il colonnello annuì e andò avanti. «Come vede la denuncia l’ha fatta il padre», riprese accendendosi la sigaretta. «Ecco, lei si chiederà perché il Procuratore abbia rifilato a me un caso del genere…», il colonnello incrociò le mani sulla scrivania lasciando la sigaretta a consumarsi nel portacenere.

Riccardo fece due più due. «Ricatto mafioso?»

«No, no… Niente di tutto ciò. È che Lombardo Vincenzo è la persona più ricca di Palermo e ha sempre avuto un’attenzione speciale da parte delle autorità. Senza aggiungere che se si è uomini d’affari a Palermo non si può non avere a che fare con la mafia. Ma in generale Lombardo è stato indagato molte volte, di sicuro avrà i suoi accordi con loro, niente di prioritario per ora. Ma se qualcosa venisse fuori durante le indagini...»

«È la ragione per la quale ci hanno affibbiato il caso?»

«La procura vuole che sia il comando provinciale ad occuparsene e io voglio darti prova della mia fiducia.»

Riccardo era perplesso. «Ma lei è sicuro di non aver bisogno di me in questa fase delle indagini? Gli interrogatori, tutte le operazioni che scaturiranno da queste, i supplementi di indagine...»

«Per ora è tutto nelle mani del giudice istruttore; ma, in ogni caso, quanto crede di dover stare dietro la scomparsa di un’adolescente?»

«Beh, dipende… una fuga è diversa da un rapimento, per esempio.»

«Appunto!» Il colonnello passò a Riccardo un altro documento.

«Dia una lettura a questo fascicolo stasera, ne riparliamo domattina.»

Il colonnello aggirò la scrivania, muovendosi come se camminasse su gusci di uova e guardando verso il basso. Riccardo lo fissò.

«Avevo pensato di fare bella figura alla conferenza», spiegò il colonnello indicando le scarpe nuovissime. «Fanno un male cane... Ma sono state fatte a mano, a Napoli, chiaramente.»

Riccardo alzò le mani e mentendo: «Evidente.»

Capitolo 3

Il rombo metallico di un pentolone che cadeva lo svegliò di soprassalto.

Stordito, Riccardo si rese conto a fatica dell’ora. Una lucida vaccarella di San Giovanni, probabilmente il meno pregiato dei coleotteri, passeggiava sulla pittura in frantumi della parete color avorio accanto a lui.

Fece un lungo respiro e strizzò gli occhi, per alzarsi e dirigersi infine verso la cucina. Adiacente alla sua stanza, in casa di sua nonna, c’era la cucina, nella quale la donna stava cercando qualcosa.

Riccardo sostò sull’uscio della sua stanza, per metà accecato dalla luce mattutina e per l’altra metà rincoglionito dall’ora. Il bancone di marmo da macellaio della cucina era coperto da erbe appena raccolte; la stanza profumava di lavanda.

«Chi stai faciennu?», domandò a sua nonna.

«Ahe! Me carette ‘a benedetta ‘ra pentola!»

«Ma che ore sono?»

«Song’e ssei.[1] Ti va n’ova co’zzucchero?»

«No, nonna. Un caffè basta.»

Dieci minuti dopo Riccardo era seduto in ciabatte, con il fascicolo disteso tra le piante di lavanda, e stava bevendo il suo caffè. Il telefono iniziò a squillare e lui cercò di ignorarlo. Alla fine, però, si alzò e rispose.

Era Marianna e aveva un tono imbarazzato. La sua voce familiare cancellò tutta la fretta che non si era accorto di avere e gli fece fiorire il desidero di essere proprio lì, in quel momento, attaccato alla plasticità fredda di quella grigia cornetta del telefono.

«Hey, tutto okay?»

«Sì tutto okay... a te?»

«Bene. Come mai chiami?»

«No, volevo sentirti...»

Riccardo iniziò a mordersi il labbro. Incredibile come il tempo rimuovesse facilmente certi stati d’animo, come un cancellino sulla lavagna, lasciandone solo un alone bianco nell’anima. Erano due settimane che non si parlavano e ora lei era lì. Per qualche minuto si raccontarono i loro guai: Garofalo, il caso della bambina scomparsa; il dottorato di lei in drammaturgia, il professore con la zeppola che sputa su tutta la prima fila dell’aula, la sua fobia del contatto fisico...

Riccardo attorcigliava il filo già arricciato del telefono. Finché, l’imbarazzo e l’indecisione avvertiti nel tono della ragazza, lo rattristarono.

«Va tutto bene?»

«Sì... è che volevo dirti che sto vedendo qualcuno...»

La visuale di Riccardo si accorciò. Prese respiro e il suo corpo si distaccò da lui reagendo come se ciò che aveva appena ascoltato fosse una cosa normale, mentre il suo spirito era in ginocchio su una pira in fiamme.

«È giusto, Marianna, è come dovrebbe essere.»

La ragazza rispose col silenzio. Riccardo si sforzò di assumere un tono paterno che la fece singhiozzare.

«Devo andare, Marianna.»

«Aspetta...»

«Che c’è?»

«Niente… Vai… Ti voglio bene.»

Riccardo si morse il labbro.

«A presto.»

Bloccato nel traffico ne approfittava per leggere il resto delle carte su Vincenzo Lombardo. E quando infine arrivò di fronte al comando vide il colonnello fargli un cenno con la mano. Riccardo si avvicinò con l’auto, evitando gli scooter che s’infilavano ovunque; ne notò uno che trasportava addirittura tre persone, rigorosamente senza casco. I motorini alzarono un polverone nell’aria e per qualche secondo il volto e la mano del colonnello svanirono; poi riapparvero, indicandogli il bar dall’altra parte della strada. Lui capì, parcheggiò e raggiunse il colonnello al locale.

«Non c’è nessuna ragione trasversale maresciallo, questi sono gli ordini», sentì dire dopo un po’ a Garofalo.

Annuì.

«Senta», cercò di tranquillizzarlo, «se avessi un’altra ragione per tenerla occupato con questo caso, glielo direi chiaramente. Credo che lei sia una persona valida ed è per questo che le affido un caso senza la mia diretta attenzione. Lo so che lei è pieno di energie e voglia di combattere la mafia, ma questa è una lotta che prende tempo e non esiste solo la mafia…»

Riccardo trovava irritante quel tono paterno; il colonnello stava rispondendo a obiezione che lui neppure aveva fatto.

«Mi ascolta, Fusco?», lo richiamò il superiore.

«Sì, mi scusi, stavo riflettendo.»

«Allora le va bene così? Appena lei ritrova la bambina la incontrerò per aggiornarla su tutti gli interrogatori e riprenderemo da lì. Le va bene?»

Riccardo annuì. Poi volle aggiungere qualcosa. Ma il colonnello lo anticipò: «Lei ha uno strano profumo, Fusco. Cos’è, lavanda?»

Il sottufficiale fece un cenno con la mano come a dire: lasciamo stare. Poi assunse un’aria seriosa.

«Riguardo all’intuizione, colonnello, non capisco cosa ci sia di difficile... insomma, credo che lei si renda conto che qui tutti conoscono tutti; sembra che della struttura della mafia ne sappia più mia nonna del procuratore capo.»

Il colonnello sorrise. «Giovanotto, lei crede che qui siamo tutti stupidi? Ha mai sentito la parola ‘compromesso’? Beh, diciamo che le cose hanno bisogno dei loro tempi per maturare. Mi capisce?»

«Certo, certo, capisco.»

«E jamm’a bberè, ja!»

Riccardo entrò in ufficio solo per prendere un block notes e una penna. Poi uscì di nuovo.

La prassi voleva che fossero i Lombardo ad andare al comando, ma il colonnello aveva chiesto al maresciallo di offrire tutto il suo supporto all’imprenditore. Mentre aspettava il collega che doveva consegnargli le chiavi di un’auto di servizio, appoggiato alla finestra d’alluminio della guardiola, si vide investito dalla fretta di un gruppo di carabinieri. Subito dietro il colonnello Garofalo li seguiva agitato e nervoso. Riccardo lo guardò e i loro sguardi s’incrociarono.

«Hanno individuato Bottaro Nanni!»

Riccardo fece un sorriso che si afflosciò subito dopo.

«Il boss?»

«Sì, l’hanno trovato morto in un bagno di sangue.»

Il colonnello non spiegò altro. Riccardo notò solo il suo volto annerito dalla preoccupazione, le sue sopracciglia corrucciate e la sua bocca, sottile e tesa, in mezzo a un oceano di rughe da mezza età.

Il collega gli passò le chiavi e Riccardo si allontanò. Mentre l’auto sgommava ripensò alle foto di Bottaro Nanni: al suo volto rozzo, quasi contadino; ai suoi denti piegati dal vizio, agli occhi stupidi, ignoranti e a quante volte avesse riflettuto su come un tipo del genere potesse essere il boss della mafia numero uno.

E adesso era morto.

Quel giorno sarebbe stato ricordato per i prossimi decenni e Riccardo pensò, con un filo d’amarezza, che mentre si faceva la Storia lui era costretto a indagare su una bambina scappata di casa; gli sarebbe toccato andare a rompere le palle a presidi, professori frustrati, baristi pidocchiosi e a casalinghe madri di adolescenti tronfi e boriosi; proprio come i suoi coetanei erano stati con lui, quando nella sua gioventù toscana, lo deridevano per l’accento siciliano.

Scese dall’Alfetta in dotazione e si trovò davanti a una villa di stile inconsueto; controllò che il nome della strada fosse quello giusto e rimase qualche secondo a osservare la struttura. Aveva elementi portoghesi o forse spagnoli; non aveva mai visto nulla di simile né a Livorno, né a Palermo, né altrove. Attraversò il cancello e lo accolse un grande portico di legno che dava su una facciata asciutta. Le porte, sotto il loggiato, erano quadrate e avevano una cornice in pietra, mentre le finestre al primo piano