Le tre spade by Marco Bruciaferri by Marco Bruciaferri - Read Online

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Le tre spade - Marco Bruciaferri

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pianeta.

Medioevo anno 476 d.C

La caduta dell’impero romano è imminente. Gli eserciti si fronteggiano e le spade risuonano nell’aria, fino a che non giunge il silenzio.

Romolo Augustolo è stato deposto dal trono d’imperatore per mano di Odoacre, e così, ora i barbari e i saraceni possono devastare e conquistare i territori romani. Ha inizio il periodo oscuro definito Medioevo.

A sua insaputa Roma non è l’unica città a essere caduta. Al di la dei territori allora conosciuti, esiste il potente impero di Atlantide.

Anche esso sta per assistere alla sua meritata fine. Il suo signore ha abusato è ha offeso le divinità antiche e ha irritato le persone sbagliate nel momento sbagliato. Il re Atlos ha contro di se tutto il suo popolo. Ormai non può più fare niente, e si barrica all’interno di un tempio dove risiede il segreto che Atlantide racchiudeva.

Capeggiati da Alkanister e Saltorius, due dei pochi cavalieri mistici sopravvissuti, alcuni uomini valorosi partono all’attacco dell’esercito invasore che sta davanti a loro.

Il piccolo esercito di Atlantide rimase immobile e calmo, e a un cenno di uno dei due cavalieri, partirono all’attacco con delle lunghe lance.

Come una grande testuggine romana, gli atlantidesi si posizionarono in formazione compatta con lance puntate in avanti e con gli scudi vicini tra loro, in modo da proteggere il loro corpo e le loro teste da attacchi a sorpresa.

Appena furono a contatto con il nemico, il contraccolpo che ricevettero fu talmente violento che dovettero puntare bene i piedi nel terreno per non scivolare.

Subito dopo iniziò un attacco con schianti di spade, scudi frantumati e sangue che macchiava il terreno. I due cavalieri comparirono da dietro le ultime file di atlantidesi e si unirono alla battaglia.

Come animali selvaggi saltarono sulle loro prede per poi finirle con un taglio netto alla gola.

L’esercito di Atlantide combatté valorosamente, ma non fu sufficiente. A poco a poco il numero di soldati diminuiva sempre di più, fino a che non rimasero solo i due cavalieri.

Presi da un disperato tentativo di guadagnare un po’ di tempo, scagliarono le loro magie contro l’esercito nemico.

Nel poco tempo che gli rimane, Alkanister e Saltorius proteggono la popolazione locale che scappa all’interno delle mura della città fortezza.

Tuttavia c’è qualcun altro che desidera la distruzione di Atlantis. Questo qualcuno è il dio Poseidone. Lui è stato il più offeso da Atlos e vuole vendetta. Ormai l’ira gli ha accecato la mente e vuole il sangue e le urla degli atlantidesi.

Così, invocò un enorme maremoto che fosse in grado di affondare Atlantis. Ma proprio all’ultimo, dal tempio, comparve una luce rossastra, quasi cremisi che creò una barriera magica che ricopriva tutta la città. Fu allora che il dio dei mari fece ricorso al suo tridente, il quale spinse la città giù, fino a raggiungere le viscere della terra, per poi diventare non una leggenda ma un remoto e oscuro mito.

5000 anni dopo

Le continue guerre e gli scontri con armi nucleari hanno devastato il pianeta. I continenti hanno subito dei permanenti cambiamenti, che hanno contribuito alle formazioni di sub continenti e di un numero considerevole d’isole e penisole.

Per evitare di danneggiare ulteriormente la Terra, i leader delle varie nazioni hanno firmato un trattato di pace perenne che unisce tutti i popoli del pianeta e fa uscire allo scoperto anche le specie antiche che si erano nascoste nei luoghi più oscuri. Si ritorna a uno stile di vita più semplice: si ha la ripresa del commercio, la nascita di una nuova tecnologia con potenti aeronavi che solcano i cieli. Le città sorgono, gli scambi commerciali riprendono e si viene a creare una stretta collaborazione tra i popoli umani e tra le varie razze come gli elfi, gnomi, e tutte le altre. Il periodo buio del Mondo Antico è scomparso... o almeno così sembra.

Era una bella giornata nella foresta che sovrastava la contea di Wembel, la capitale del regno di Rag-not. Un fresco venticello ornava l’ambiente con il suo soffio.

Su una delle cime degli alberi, il giovane Marù, contemplava gli animali che banchettavano e giravano da una parte all’altra della foresta.

Il giovane ragazzo, dai lunghi capelli neri e con degli occhi gialli e selvaggi, sembrava riflettere sul da farsi. Quel giorno era stato particolare per lui; doveva scegliere un regalo di compleanno per una sua amica; tuttavia non era riuscito a trovare qualcosa che potesse corrispondere alle sue esigenze. Sperava che fermandosi per qualche minuto gli sarebbe venuto un lampo di genio… ma non vi era alcun segno. Continuava a pensare… poi gli venne l’idea.

Le cose più belle sono le più semplici: delle rose ovviamente.

In fretta e furia si sistemò la cinghia che usava per trattenere l’arco, le frecce: saltò e corse da un ramo all’altro aumentando sempre più la sua velocità.

Raggiunse in poco tempo una radura vicina, dove crescevano dei bellissimi fiori, di ogni profumo e colore. Quando toccò terra si avvicinò lentamente per evitare di danneggiare quello spettacolo della natura, e nel frattempo colse una manciata di rose.

Improvvisamente si alzò il vento che fece sobbalzare il giovane. Una voce si udiva in lontananza.

il tempo è giunto... colui che è stato dato per morto sta tornando... colui che porta la morte ha fatto ritorno.

Marù volse lo sguardo verso il mazzo di rose che aveva colto. Ormai erano solo polvere, appassite in un istante. Poi volgendo il suo sguardo altrove, intravide molti animali della foresta spaventati a morte e che scappavano da ogni parte... e come ultima sorpresa i suoi occhi poterono vedere un intero campo fiorito diventare un campo morto, dove tutto era appassito: senza sintomo apparente.

I sensi di Marù erano più sviluppati di un uomo normale, anche considerando che era cresciuto in mezzo ai draghi, i quali lo avevano addestrato nell’arte della caccia e nel pedinare una preda senza farsi notare e notare anche il non notabile... udire, sentire, annusare, vedere... queste sono le caratteristiche che rendono queste creature quasi invincibili, e Marù le aveva apprese tutte.

L’odore che emetteva quel luogo era mutato. I suoi sensi percepivano un freddo glaciale e un odore di morte, e la sua vista aveva intercettato una strana macchia che inquinava il terreno. Poi udì di nuovo quella voce nell’aria.

Sangue, io voglio il suo sangue per spargere la sua colpa sul mondo.

Chi sei? Chiese ad alta voce Marù; nessuno rispose, ma tutto ciò che le sue orecchie avevano udito, gli aveva fatto venire i brividi.

Il suo sguardo incrociò di nuovo la macchia, e di nuovo una brezza di aria gelida e pungente sfiorò il suo viso.

Come di sorpresa, il cielo assunse un colore nero come la pece e a mano a mano che si avvicinava al confine di Rag-not, si riempiva sempre più di saette e di lampi. L’orda nuvolosa era agghiacciante: ogni cosa appassiva al suo passaggio. Marù si spaventò quando vide dov’era diretta;

Wembel.

La Prima Era

Marù si svegliò di colpo col cuore che batteva all’impazzata. Tutte le notti faceva lo stesso identico sogno: una porta bianca e maestosa, una luce accecante. Poi il paesaggio cambiava e il giovane si ritrovava nella foresta di Rag-Not. Il gelo e la paura, la voce invisibile che solo lui poteva udire, lo faceva sobbalzare. Poi vedeva la nube nera dirigersi verso la città e inghiottirla. Alla fine si svegliava con i vestiti madidi di sudore e col respiro accelerato.

Ogni notte lo stesso sogno.

Marù scostò le coperte del letto e si mise a sedere. Si passò la mano sui capelli e sul collo: ogni sera, il sogno peggiorava, diventando sempre più nitido di particolari che agghiacciavano il giovane. Non era sicuro, ma credeva che se i suoi sogni sarebbero continuati, allora, il cuore gli sarebbe scoppiato. Guardandosi intorno Marù riconobbe i contorni, le forme e i mobili che ornavano la stanza da letto. Gli bastò quel semplice dettaglio per tranquillizzarsi e accorgersi che il mattino era alle porte. Gettò un’occhiata alla finestra e scorse i primi raggi solari che penetravano attraverso il vetro.

Sospirò: prima o dopo avrebbe dovuto trovare il coraggio di confidare le sue preoccupazioni riguardo al sogno, a qualcuno che poteva consigliarlo. Kharg era partito per Angel City già da un paio di giorni, quindi gli rimaneva Paulette.

Col principe di Rag-Not lontano, toccava a lei occuparsi dei doveri reali e dell’amministrazione del regno. A Marù scappò un ghigno; era già sicuro di cosa Paulette le avrebbe detto: che era solo un sogno e che non si doveva preoccupare per niente. Scosse la testa.

Sempre pensando ai sogni che lo tormentavano, Marù si alzò dal letto: erano all’incirca le sei del mattino; troppo presto per recarsi alla locanda e farsi servire la sua solita colazione, ma troppo tardi per lui: a causa del sogno non sarebbe più riuscito a addormentarsi. Si avvicinò alla finestra e controllò fuori. Il cuore ritornò al suo battito normale e il giovane poté tirare un sospiro di sollievo e pensare ad altro.

Il compleanno di Paulette si sarebbe tenuto fra una settimana. Tutta Wembel aveva fatto i preparativi in gran segreto, coinvolgendo Marù e tutti i cacciatori della città. Il giovane, per evitare che la festeggiata scoprisse tutto prima del tempo, aveva suggerito di organizzare tutto quanto nella foresta, nel punto più vicino alla cascata. I rumori di quest’ultima avrebbero oscurato i lavori di preparazione.

Scostò lo sguardo verso l’arco e il fodero di frecce che teneva sul lato destro della camera. Se non si stava sbagliando oggi era martedì. Di solito andava a caccia in compagnia di Lunal’Wolf, il suo amico Licantropo. Tuttavia, quest’ultimo aveva dovuto recarsi nelle Terre Selvagge per un disguido fra clan e non sapeva quando sarebbe tornato. Marù sperava che sia lui che Kharg, tornassero in tempo per la festa a sorpresa. Un forte raggio di luce gli illuminò una guancia. Il sole stava sorgendo.

L’alba del nuovo giorno era alle porte.

Dopo essersi lavato e vestito, Marù prese arco e frecce, uscì di casa e si avviò verso il centro del paese. La casetta a due piani che gli abitanti della città gli avevano costruito si ergeva su una collina, nelle vicinanze della cascata. Era stato un regalo di Kharg e Paulette, quando Marù si era aggregato a loro, dopo anni di permanenza nelle Terre dei Draghi. Ripensò al tempo trascorso con la sua famiglia adottiva, promettendo di ritornare un giorno.

Era una fredda giornata di ottobre e Marù aveva dovuto mettersi uno spesso mantello per non prendersi un raffreddore o peggio. Passando per le strade del paese, Marù incrociò una comitiva di pescatori: li salutò con garbo e proseguì.

Già da quel punto il castello reale di Rag-Not si ergeva in tutta la sua magnificenza. Costruito dai re del passato, quest’ultimo si ergeva attorno alla catena montuosa che separava Rag-Not dagli altri territori della Terra Senza Nome, ribattezzata così, siccome il suo vero nome era stato dimenticato col passare delle ere storiche. Passando vicino alle case Marù vide che la gente stava già uscendo per le strade: chi per affari, chi per lavorare nei campi o per partire e lasciare Rag-Not. In questa Prima Era, considerata molto rigida dai contemporanei, le comunità umane si erano ridotte drasticamente, disperdendosi negli altri regni, suddivisi fra le Terre del Nord, dell’Est e dell’Ovest.

Tutto ciò era accaduto più di mille anni fa e la causa era stata una sola: il Grande Cataclisma. Quest’ultimo era stato portato dalle prime comunità umane che per oltre duemila anni si erano combattute fra loro, costringendo le razze più antiche a rifugiarsi in luoghi sicuri. Le guerre degli uomini mutarono drasticamente il mondo, rendendolo un luogo desolato e pericoloso. Alla fine, dopo quasi due millenni di guerriglia, le armi degli uomini decretarono la loro distruzione, decimando la loro razza e provocando il Grande Cataclisma.

Tutte le razze furono coinvolte nella distruzione del Vecchio Mondo e per secoli, tutti pensarono che non ci fosse più nessuno; neanche un sopravvissuto alla catastrofe. Le poche comunità di umani sopravvissuti si riunirono e, con la poca scienza che possedevano, crearono le corazzate, navi volanti di metallo che partirono alla ricerca di una nuova casa. Caso fortuito voleva che durante il viaggio, le altre razze, scampate alla guerra, si mostrarono agli uomini. Insieme partirono alla ricerca di una nuova terra dove ricominciare una nuova esistenza. Per gli anni di viaggio, impiegati per raggiungere la meta, i cartografi tracciarono le linee di confine di questo nuovo mondo, cambiato radicalmente dagli effetti del Grande Cataclisma. La Terra Senza Nome si estendeva attraverso i quattro punti cardinali. A Nord c’erano montagne innevate ed enormi catene montuose; a Ovest, montagne, praterie e boschi; a Est, deserti, aree vulcaniche, foreste e montagne talmente elevate da sormontare le nuvole. Nessuno controllò cosa ci fosse a Sud: le comunità di Uomini, Elfi, Nani e Troll si disposero gradatamente ed equamente in questi tre territori.

Non passò molto tempo che altre due razze comparvero: i Draghi e i Saurian. All’inizio sorsero alcuni scontri, ma alla fine, le sei razze cominciarono a convivere pacificamente, suddividendosi i territori e creando una società basata sulla parola e sulla ragione. Il Senato di Angel City era un chiaro esempio di questa nuova società.

Arrivato al centro del paese, scorse una classe di giovani che ascoltava un vecchio uomo. Quest’ultimo gli raccontava la stessa storia. Marù sospirò: era un vero peccato. Con il Grande Cataclisma anche il livello d’istruzione e di conoscenza si era lentamente ridotto ed erano pochi coloro che conoscevano la vera storia.

Silenziosamente Marù li sorpassò e si avviò alla locanda vicina.

Terminata la colazione, Marù ringraziò la vecchia locandiera che l’aveva servito e uscì dalla locanda. Aveva mangiato abbondantemente, servendosi di uova, bacon e una specialità che proveniva da Angel City. La vecchia signora la chiamava spremuta d’arancia. Il giovane la bevve con avidità svuotando completamente la caraffa. Dopo uscì e si diresse verso la foresta. Il fodero con le frecce gli picchiettava contro il lato della coscia, mentre l’arco lo teneva saldo fra le mani.

Di punto in bianco ripensò a quella bevanda: Kharg era ad Angel City e si sapeva già che gli abitanti di quella città erano molto bravi nel preparare nuove pietanze. Già lo vedeva a tavola che si rimpinzava di ogni leccornia che aveva davanti. Gli scappò un ghigno.

Attraversato tutto il centro del paese; Marù raggiunse una delle uscite laterali: una porta sorvegliata da due guardie massicce. Al passaggio del giovane queste ultime lo salutarono, facendo picchiettare il metallo delle armi. Lui non ci badò e continuò a camminare. Discese lungo il sentiero, penetrando sempre più nella foresta. I faggi e le Querce lo sormontavano, facendolo sembrare un nano immerso in quell’area di giganti.

In lontananza sentì il galoppare di cavalli. Guardò man non vide niente.

Incurante scosse le spalle e continuò a camminare. La giornata era lunga e prima di sera doveva procurare al cuoco di corte, un uomo grasso e burbero, un grasso cinghiale per la cena. Quest’ultimo si rimetteva a Marù per procurarsi il cibo più pericoloso. Infatti, il cuoco non osava mai andare nella foresta per timore d’incontrare qualche animale pericoloso.

Allora Marù aveva fatto un accordo col cuoco: lui andava nella foresta per procurargli il cibo e in cambio, il cuoco gli avrebbe preparato dei pranzetti degni dei nobili del regno. Quest’ultimo aveva dovuto accettare.

Così Marù era partito e ogni martedì faceva in modo di procurarsi quanto più cibo riusciva a cacciare.

Raggiungendo il ruscello che attraversava l’intera foresta per poi continuare verso le Terre del Sud, Marù si fermò un istante. Voleva avere un punto di riferimento e preparare delle trappole che inducessero gli animali ad avvicinarsi a lui. Lentamente pose lo zaino, l’arco e le frecce e si avvicinò al fiume. Si abbeverò con l’acqua fresca. Un cervo bianco si arrestò dalla parte opposta della riva. Marù l’osservò incuriosito, rimanendo fermo: non voleva spaventarlo. L’animale lo guardò a sua volta, forse incuriosito da qualcosa nel giovane. Marù non sapeva spiegare, ma aveva come la sensazione che il cervo lo stesse studiando.

Un istante più tardi, l’animale si allontanò scomparendo nel fitto della foresta. Marù l’osservò per poi prendere arco e frecce dallo zaino.

Essendo vissuto per anni con la razza dei draghi, aveva appreso molte delle loro tecniche di caccia. Una fra queste consisteva nell’ascoltare attentamente e usare il fiuto per trovare la preda, controllando l’odore delle tracce che lasciava. Conosceva bene la puzza che i cinghiali lasciavano al loro passaggio.

Con arco e frecce s’incamminò. Guardando il sole che si era ulteriormente alzato, poté dedurre che erano circa le undici del mattino. Per trovare una preda come un cinghiale avrebbe impiegato un’ora se fosse stato fortunato. Massimo due se avesse incontrato complicazioni durante il tragitto.

Corse, attraversando il fiume grazie alle rocce all’interno. Così come il cervo bianco di prima, anche Marù, entro pochi istanti era svanito.

La caccia era aperta.

Tornò al ruscello verso le due del pomeriggio. La caccia era stata più ardua del previsto, costringendo Marù ad attendere l’arrivo di due grossi cinghiali. Alla fine questi ultimi erano caduti nella trappola, tesagli dal giovane, ma solo dopo interi istanti di pazienza.

Una caratteristica tipica di Marù era la sua straordinaria abilità con l’arco. Questa sua abilità migliorava di giorno in giorno, facendolo diventare un eccellente cacciatore tra la gente di Wembel. Era anche abile con la spada: Kharg gli dava qualche lezione in privato, ma ancora non era riuscito a disarmare il principe di Rag-Not. Tuttavia, quando si trattava del tiro con l’arco, nessuno a Rag-Not lo superava in abilità. Ritornato all’accampamento, dove aveva lasciato lo zaino, Marù posò a terra i due cinghiali e si sedette, mangiando del pane ed alcune uova che la padrona della locanda gli aveva avanzato per la giornata.

Il tempo passava lento e il giovane sentiva sempre più la necessità di cacciare ancora: due cinghiali non gli bastavano. Si sarebbe riposato un istante per poi preparare la canna da pesca. Tuttavia, per evitare che gli animali della foresta sentissero l’odore dei cinghiali cacciati, Marù lì bagnò con acqua del fiume e li issò su di un ramo. In questo modo era sicuro che, mentre lui pescava, nessun animale sarebbe riuscito a trascinarli di nuovo nel fitto della foresta.

Un’aquila urlò in alto: Marù la vide quasi subito. Libera e senza nessun vincolo, l’animale volava tra le nuvole, sfidando i venti contrari e le intemperie.

Per un istante, Marù ripensò al sogno: si accorse che la foresta rappresentava proprio quell’ambiente e cominciò a domandarsi se non vi fosse una qualche correlazione fra le due cose anche se alcune erano dissimili dal sogno. Per esempio, gli odori che percepiva non erano gli stessi di dov’era adesso. C’erano il mare, il rumore delle onde, la voce dei gabbiani. Chiuse gli occhi per rivivere quei momenti.

Terminò di mangiare il pane. Frugando nello zaino prese una borraccia piena d’acqua e si dissetò. Ripose tutto com’era e si sdraiò sull’erba. Il cielo era limpido con le nuvole che disegnavano forme bizzarre di animali. Socchiuse gli occhi.

Deciso a riposarsi lasciò che il sonno venne a prenderlo.

Avrebbe atteso il primo pomeriggio e il termine della digestione, prima di mettersi a pescare sulla riva.

Svegliatosi alle quattro del pomeriggio, Marù roteò la canna da pesca e scagliò l’amo nell’acqua corrente. Sedutosi su di una roccia, incastrò la canna e controllò i cinghiali appesi: erano ancora dove li aveva messi prima.

Ritornato sulla roccia, Marù rimase in silenzio ad attendere che la canna si muovesse. Nei minuti che seguirono il giovane fu particolarmente fortunato, pescando una gran quantità di pesci. Questo solamente nella prima ora.

Decise di pescare ancora: voleva che il cuoco fosse soddisfatto e che lo ricompensasse adeguatamente, come avevano pattuito. Negli istanti successivi all’attesa, Marù fu pervaso da uno strano senso di nostalgia e di temporanea conoscenza. Ripensò al sogno ancora una volta e quelle sensazioni si accentuarono: era sicuro di conoscerlo quel posto. Non sapeva come spiegarlo, ma poteva essere in grado di ritrovarlo anche a occhi chiusi. Tuttavia, faceva fatica a ricordarne il nome, come se una parte della sua memoria fosse stata cancellata.

Improvvisamente la lenza si mosse.

Marù si riprese e chiuse la mano a pugno su di essa. Faceva fatica a trattenerla: qualunque cosa avesse pescato, doveva essere grossa e forte per opporre tanta resistenza. Puntando bene i piedi, Marù diede un paio di strattoni alla lenza. Non capiva quale animale poteva avere una simile forza. Improvvisamente vide qualcosa: dall’acqua apparve come una cresta larga e fusiforme. Marù tirò di nuovo e finalmente emerse anche la testa, rotonda e macabra, con una bocca simile a quella di un coccodrillo, contornata da una fila di denti aguzzi.

Che pesce era?

L’animale era grande quanto un orso, con una coda crestata, artigli e denti affilati e zampe contornate da tagli e creste ossee. Marù rabbrividì quando incrociò lo sguardo dell’animale: gli occhi erano colmi di rabbia e follia. Improvvisamente la lenza si spezzò e Marù cadde all’indietro. L’animale saltò fuori dall’acqua, correndo verso il giovane. Quest’ultimo fece appena in tempo a rialzarsi e prendere arco e frecce. L’animale pareva attaccare strenuamente, senza studiarlo: attaccava alla cieca.

Marù approfittò dell’occasione, tendendo l’arco e scagliando una rapida successione di frecce che colpirono l’animale agli occhi e al dorso. Quest’ultimo girò su se stesso, confuso. Marù prese altre frecce e le scagliò dirette nella bocca dell’animale.

Tuttavia rimaneva ancora in piedi, stordito e disorientato. Marù esaurì tutte le frecce del fodero per eliminarlo, ma alla fine vi riuscì. L’animale si accasciò a terra e smise di respirare.

Il giovane sospirò e controllò l’animale: non aveva mai visto una specie simile a quella e in un certo senso gli dispiaceva averlo dovuto eliminare. Non capiva: era come se l’animale fosse stato spaventato da qualcosa.

Si lasciò cadere a terra e alzò lo sguardo al cielo: aveva sudato sette camicie per abbatterlo ma alla fine c’era riuscito. Gli scappò un ghigno amaro: era proprio questo il bello della caccia, il brivido e la paura di essere mangiati a sua volta. Rideva allegramente e alla fine si sorprese lui stesso.

La giornata era iniziata con il sole e sembrava essere tranquilla e noiosa: chi l’avrebbe immaginato che avrebbe preso una piega simile?

Riunione inaspettata

Nonostante la breve distanza fra Rag-Not e Angel City, Kharg dovette attendere più del necessario prima di cogliere l’occasione per ritornare a casa. Fin dal suo arrivo, all’entrata al Senato, poté costatare che le tensioni fra i senatori delle razze erano sul filo del rasoio. La questione discussa era molto semplice: la disputa fra scienza e magia, quali fra queste due materie erano state causa principale della venuta del Grande Cataclisma.

Entrambe erano presenti alla fine del Vecchio Mondo, ma nessuno sapeva con precisione chi fosse la vera responsabile; quali avevano indotto la fine e la conservazione della specie? Nessuno lo sapeva con certezza. Quando Kharg era arrivato, si era già disputata la prima sessione della riunione, nella quale alcuni senatori si erano astenuti dal prendere parte a favore di altri. Il Reggente, figura di spicco e di riferimento della Terra Senza Nome, ascoltava ogni replica, rimanendo in silenzio e intervenendo solamente in caso di necessità.

Passarono tre giorni e ancora nessuno si era davvero deciso. Il problema, poi era anche stabilire cosa sarebbe accaduto se fosse stato appurato che l’una delle due o entrambe le materie fossero le responsabili. La società dalle Prima Era si basava sia sulla rudimentale scienza dell’uomo che sulla magia degli Elfi: toglierne una avrebbe creato un disquilibrio nell’ordine costituito e che era stato mantenuto per millenni.

Così come le altre, anche la giornata terminò con la fine della riunione da parte del Reggente: non aveva raggiunto un verdetto e Kharg cominciava a temere che non l’avrebbe mai trovato.

Era appoggiato alla finestra della camera che gli era stata riservata dai nobili di Angel City per tutta la sua permanenza al Senato. Osservando le case illuminate e le enormi statue di angelo che caratterizzavano l’intera città, Kharg sospirò: per tutto il giorno e anche la sera, aveva rimuginato su come risolvere la questione. Sentiva che c’era un disguido fra gli uomini e le altre razze. Stranamente si stavano dimostrando scontrosi verso le altre razze, soprattutto con gli Elfi. Era comunque chiaro: erano questi ultimi che praticavano gran parte della magia disponibile nella Prima Era. Gli uomini, invece, salvando parte della loro scienza antica, avevano il monopolio del settore industriale, delle macchine. Le corazzate, seppur basate su metallo, ingranaggi e motori a combustione, erano di gran lunga superiori ai Nani. Questi ultimi non amavano viaggiare e tanto meno volare, perciò se ne stavano tranquilli sottoterra, pensando alle miniere e ai diamanti estratti.

Sospirò.

Kharg era sicuro che senza questi inutili battibecchi, le sei razze della Terra Senza Nome, avrebbero potuto prosperare in eterno.

Scosse la testa e pensò ad altro. L’orologio segnò l’ora: era mezzanotte passata. L’ultima riunione si era svolta tre ore prima, quando Kharg aveva appena finito di cenare. Non credeva che c’è ne sarebbe stata un’altra, almeno non fino al giorno dopo. Se voleva essere in forza per parlare al consiglio, doveva mettersi a letto e riposare fin quanto poteva. Chiuse la finestra e si diresse verso il letto. Spostò lo sguardo a destra e vide l’anello d’oro che si era portato dietro da Rag-Not.

Lo prese in mano e ci giocherellò: quello doveva essere il regalo di compleanno per Paulette; il suo personale. Alla fine della festa voleva domandare a Paulette di sposarlo. Era sicuro che la ragazza avrebbe accettato con entusiasmo. Lui ci sperava vivamente. Suo fratello Dark aveva già compiuto il grande passo e da quello che aveva sentito, sua moglie era già in dolce attesa. Dark, penso.

C’era uno specchio sulla sinistra e Kharg finì per specchiarsi: un uomo di circa venticinque anni, capelli lunghi, castani e tenuti insieme a formare una coda, viso magro, occhi marroni e penetranti, corpo agile e robusto.

La gente diceva che lui e Dark erano uguali e, in effetti, avevano ragione. E poi, c’erano anche le Spade Gemelle: una apparteneva a Kharg, mentre l’altra a Dark. Tensaiga e Tesseika, le spade magiche che erano sempre appartenute ai due fratelli.

Improvvisamente le voci della riunione di prima riecheggiarono nella sua mente. La magia degli Elfi, dicevano gli uomini. Kharg sentì un brivido percorrergli la schiena: non sapeva bene cosa pensare. Scienza e magia, si disse. Durante la riunione precedente, il tono usato dall’ambasciatore umano gli era sembrato altezzoso riferendosi a un’altra tipologia di magia. Tensaiga e Tesseika erano armi magiche molto potenti e con una magia diversa da quella degli Elfi. Questi ultimi la conoscevano.

Scosse la testa e si coricò.

Kharg si svegliò di soprassalto quando vide una luce accecante puntargli contro. Era un servo della locanda, dove lui alloggiava, un ragazzetto di appena dieci anni. Quest’ultimo si scusò per l’irruzione, ma, a quanto pareva, il Reggente aveva indotto un’ulteriore riunione del consiglio alla quale tutti i rappresentanti erano caldamente invitati a partecipare. A quello che sembrava, qualcuno era finalmente giunto alla conclusione definendo le problematiche tra scienza e magia.

Sentendo tali parole, Kharg si alzò e si vestì più velocemente che poteva. Una volta uscito e preso Tensaiga con se, prese il cavallo nella stalla e galoppò verso il Senato.

Non era molto lontano e vista l’ora tarda, non c’era nessuno che passava nelle strade lastricate della città.

Arrivato alle porte, legò il cavallo ad una staccionata ed entrò. La struttura del Senato di Angel City aveva forma circolare, suddiviso in numerosi piani e con altrettante stanze. I senatori e i rappresentanti delle razze si riunivano nella zona centrale, una conca circolare, con scalinate suddivise per fazioni. Il Reggente stava al centro, seduto su di una sedia in modo tale da avere una vista completa di tutto il Senato. Kharg dovette correre più svelto che poteva: a quanto pareva la riunione era già cominciata da mezz’ora e lui era in ritardo.

Una riunione inaspettata, si era detto infine.

Salite le scale, percorsi i corridoi e domandando scusa per gli urti che rifilava ai senatori che camminavano, finalmente Kharg riuscì ad arrivare al posto che gli era stato riservato.

A quanto pareva era arrivato abbastanza in tempo per notare i senatori discutere tra di loro.

L’aria all’interno era talmente tesa che Kharg non trovò la forza di sedersi.

- Insomma, voi insistete nel proibirci l’uso della magia, anche sapendo, dopo attenta valutazione, che sia quest’ultima che la nostra scienza, sono responsabili della fine del Vecchio Mondo? - diceva un rappresentante umano.

Un rappresentante degli Elfi rispose con perizia di particolari. Allora, il primo rappresentante aveva proposto un reciproco scambio. Kharg scosse la testa: era proprio quello che temeva.

L’uomo continuò dicendo che uno scambio fra scienza e magia, sarebbe stato un grande vantaggio per tutte le razze. Potevano migliorare la condizione attuale delle cose e permettere che gli uomini ritrovassero la loro tecnologia di un tempo, mentre alle altre razze, di cercare i loro simili che erano ritenuti ancora dispersi. Insomma, gli uomini dicevano che questo scambio, avrebbe portato vantaggi a tutte quante le razze e non solo a quelle che vivevano attualmente nella Terra Senza Nome.

Alcuni senatori appoggiavano l’uomo, tuttavia c’era ancora dissidenza fra di loro e non tutti erano d’accordo. Inoltre, il tipo di magia che gli uomini proponevano era quella utilizzata dagli stessi Cavalieri Mistici e che fin dalla fine della Grande Guerra, avevano mantenuto l’equilibrio fra le razze, indirizzandole verso un avvenire migliore. Permettere questo uso, senza le ulteriori limitazioni, sarebbe stato un disastro, simile a quello del passato. Anche i Cavalieri Mistici, seppur esperti, erano riluttanti a sfruttare questa magia, in quanto era una lama a doppio taglio che avrebbe potuto sconvolgere drasticamente l’equilibrio creato.

Entro pochi istanti, si creò una gran confusione: i senatori urlavano tra loro. Non ragionavano più.

Solo quando il Reggente alzò una mano, un Saurian ruggì e mise a tacere tutta la sala. Kharg sospirò: il Reggente era un uomo saggio e sapeva come calmare i bollenti spiriti, quando si manifestavano nel Senato. Indossava la Tunica Rossa e la Maschera d’Oro, indumenti necessari per far valere la sua autorità e il suo titolo in quanto Reggente di Angel City.

Quest’ultimo si era alzato e aveva parlato con voce ferma e chiara:- Signori - diceva - ho ascoltato attentamente le vostre discussioni. È alquanto vero che sia scienza che magia, sono ritenute responsabili del Grande Cataclisma che deturpò i confini e le razze del Vecchio Mondo. In parte sono propenso ad approvare la proposta che gli uomini hanno cordialmente fatto. Tuttavia, voglio ricordare ai signori che rappresentano le sei razze presenti in questo consiglio, che tale magia in sé potrebbe rivelarsi troppo forte da controllare. Con l’approvazione di tutti i presenti in questa sala, appoggio la proposta di scambio di scienza e magia, le quali dovranno essere smistate lentamente e in piccole dosi. Questo per quanto riguarda la magia. Per quanto riguarda la scienza degli uomini, sono a conoscenza che la Fortezza del professor Matmartigan si trova a poca distanza da Angel City. Quest’ultima conserva l’ultima creazione del professore e che potrà essere considerata un dono dagli uomini per gli Elfi. A voi sta bene?

Il rappresentante degli Elfi all’inizio fu un po’ dubbioso, ma il Reggente era un uomo conosciuto da tutti e le sue parole non nascondevano niente di pericoloso, perciò accettò.

Kharg aveva incrociato le braccia al petto: non era dal Reggente fare una proposta simile. Tuttavia, non vi vedeva niente di male se lo scambio veniva fatto in questa forma: nessuno rischiava niente. Era una proposta corretta.

Il Reggente domandò se qualcuno aveva da obbiettare qualcosa, qualche scorrettezza: non c’è ne furono.

Allora la seduta fu tolta e i senatori poterono uscire dalla sala. Kharg ripercorse i corridoi, questa volta camminando: non aveva fretta di tornare alla locanda. Continuava a pensare alla decisione del Reggente. Non nascondeva che, anche se il Reggente era stato onesto, sentiva che c’era qualcosa che non andava. La stessa Tensaiga glielo dimostrò qualche istante più tardi. La sentiva tremare all’interno del fodero.

Qualcosa non andava.

Scesi gli scalini del Senato, Kharg andò per prendere il suo cavallo, quando incontrò Kalindor Bishop. Quest’uomo era un’autorità ad Angel City, importante quanto il Reggente.

Vedendolo, lo salutò: - Buona sera Kalindor.

- Buonasera a voi Kharg - disse Kalindor Bishop. Era un uomo alto, con lunghi baffi ai lati, capelli bianchi legati da un fiocco, occhi infossati e verdi, naso aquilino; indossava una tunica rossa e un ampio quanto pesante mantello che gli ricadeva sino ai piedi.

- Avete sentito? - gli domandò Kharg.

Kalindor Bishop annuì: - Per me hanno sbagliato. Gli uomini tramano qualcosa e vi suggerirei di tenere gli occhi aperti mentre restate qui.

- Ve ne andate? - gli domandò Kharg.

- Sì, torno dalla mia famiglia. Mi sta aspettando già da qualche giorno. In verità potrei ancora rimanere, ma... - s’interruppe - sento puzza di bruciato e il mio naso non sbaglia mai.

Kharg annuì - Lo sento anch’io. Ho la sensazione che questo scambio non porterà nulla di buono.

Kalindor Bishop annuì - Statemi a sentire Kharg, ho come la sensazione che ci sia un complotto contro le razze: forse capeggiato da alcuni senatori che vogliono rimanere nascosti loro stessi e si fanno rappresentare da altri. State in guardia e guardatevi le spalle.

Kharg non poté fare altro che annuire. Kalindor Bishop impennò il cavallo: salutò il principe di Rag-Not e galoppò via.

Kharg continuò a fissarlo per tutto il tempo: fino a che non salì in groppa al suo cavallo e ritornò alla locanda dove Tensaiga smise di tremare.

Corsa contro il tempo

Kharg ritornò alla locanda e risalì in camera. Coricatosi sul letto dormì per tutta la notte e gran parte del giorno seguente. Non si preoccupò di levarsi i vestiti: era troppo stanco per farlo. I numerosi sogni che gli percorsero la mente non gli permisero un sonno ristoratore. Le ambientazioni, i suoni, i rumori e i tre individui che vedeva camminare soli contro un esercito, gli parevano stranamente familiari. Ognuno di loro possedeva una spada che, stranamente era identica alla sua e a quella del fratello. La terza non la riconosceva, ma anche quest’ultima pareva una copia di Tensaiga e Tesseika.

Un istante dopo, l’ambientazione cambiò di colpo, diventando un deserto arido con alte montagne, ravvicinate e frastagliate fra loro, come a formare un labirinto naturale. Dietro di lui il mare si ergeva in tutta la sua lunghezza e maestosità. Poi i raggi del sole abbagliarono la sua vista e Kharg si svegliò dal sonno.

Era troppo stanco per alzarsi, perciò si volse dalla parte opposta del letto, cercando un angolino che non fosse illuminato dal sole. Voleva dormire ancora per qualche ora: le due riunioni ravvicinate della sera prima l’avevano letteralmente sfiancato.

Avrebbe dormito anche per tutta la mattinata se un pensiero improvviso non gli avesse sfiorato la mente come un lampo.

La festa a sorpresa di Paulette.

Rapido Kharg si alzò e si vestì. Era vero che mancava ancora un giorno, cioè la distanza necessaria da Rag-Not ad Angel City, tuttavia voleva ritornare prima, per avere il tempo di riposarsi un istante e organizzarsi con Marù e gli organizzatori della festa.

Perciò fece i bagagli di fretta e uscì dalla stanza.

Dopo aver pagato il locandiere e ringraziato per la sua ospitalità, il principe di Rag-Not corse nelle scuderie e sellò il cavallo. Legato lo zaino alla sella e controllato le brighe, Kharg salì in groppa all’animale e cavalcò per le strade di Angel City. Per sua fortuna non trovò l’ammasso di carri e venditori che di solito si sistemavano ai lati della strada. Così poté spronare il cavallo.

Deviò per vie e strade secondarie, ma alla fine cominciò a vedere i cancelli della città. Li sorpassò senza nessuna difficoltà e s’inoltrò nella foresta, percorrendo la strada di ritorno.

La mattinata trascorse rapida e Kharg si fermò due sole volte, una perché trovò un convoglio di viaggiatori che gli domandarono dove potessero trovare la città più vicina, mentre la seconda, all’una di pomeriggio. Allora il principe di Rag-Not si fermò per far riposare il cavallo e mangiare del cibo comprato ad Angel City. Il sole era alto e il vento freddo di ottobre volava rapido contro gli alberi e le rocce. Kharg dovette infilarsi il mantello da viaggio: la temperatura stava scendendo radicalmente; presto avrebbe nevicato.

Infatti, Angel City si trovava a Est del confine tra le Terre del Nord e le Terre dell’Est, costruita su una montagna che sovrastava la foresta sottostante, unica via di accesso rapido per il regno di Rag-Not.

Mentre mangiava, ripensava agli strani sogni che già da una settimana disturbavano il suo sonno, rendendolo agitato e molto spesso terrificante. In un primo periodo, i sogni erano sempre gli stessi, ma qualche volta cambiavano forma facendogli vedere una porta bianca dalle rifiniture dorate. Nel momento dell’apertura, la luce lo circondava e lui si svegliava.

Scosse le spalle e pensò ad altro.

Terminato di mangiare risalì in groppa al cavallo e galoppò via, attraverso il sentiero lastricato.

Trascorse mezz’ora e solamente ora Kharg penetrava nel fitto della foresta, abbandonando la strada per prendere un sentiero di montagna. Per non affaticare il cavallo, Kharg discese e, tenendolo per le redini, l’aiutò a salire lungo i tratti più ardui e ripidi.

Tuttavia, la strada era ancora lunga: se avesse avuto fortuna, sarebbe tornato a Wembel per le dieci di sera. In caso contrario alle sei del mattino seguente.

La cinta muraglia che circondava Rag-Not riusciva già a vederla in tutta la sua maestosità. Si estendeva per miglia e miglia, suddividendolo il regno dalle terre di Pangea da quelle dei draghi.

Sentì un senso di ristoro, quando la vide: era come se fosse già a casa. Questo non era vero, ma per lui fu come un sollievo rivederla ancora.

Tirando le redini del cavallo Kharg continuò ad avanzare: il terreno su cui era capitato, era ripido e scivoloso, con ampie pozzanghere e senza nessun appiglio dove potersi aggrappare.

Scivolò una sola volta, ma riuscì a tenersi per le redini del cavallo e la seconda volta fu più attento.

Faticò ma alla fine vi riuscì e riprese a galoppare, tendendo l’occhio per qualche istante dietro di sé. Angel City adesso era solamente un puntino luminoso in lontananza, circondato da nuvole e riscaldato dai raggi del sole.

Il pomeriggio arrivò rapido. Kharg non si fermò: continuò a procedere, galoppando rapido e con il vento che lo stordiva man mano che avanzava. Non pensò più ai sogni, né ai dubbi venuti quando era ad Angel City. Preferiva lasciarseli dietro e godersi la festa di compleanno di Paulette. Vi avrebbe rimuginato dopo, magari anche consultandosi con Dark e Lunal’Wolf e...

forse anche Marù poteva dargli una mano: aveva vissuto per anni col popolo dei draghi e conosceva le loro usanze e il loro pensiero. Potevano recarsi nelle Terre dei Draghi appena...

non terminò il pensiero che il cavallo s’impennò. Kharg si tenne stretto alle redini per non cadere. Il cavallo era spaventato da qualcosa.

Dopo una serie di carezze al collo, riuscì a calmarlo il tempo sufficiente per smontare e controllare il terreno.

Per sicurezza estrasse la spada: se c’era un serpente voleva non farsi cogliere impreparato.

Non c’era niente.

Abbassò lo spada. Improvvisamente sentì il cavallo nitrire di dolore. Rapido si volse e vide l’animale che si accasciava a terra, morto. Alzando la spada ma inginocchiandosi a terra, Kharg si guardò attorno. La foresta pareva vuota: non sentiva niente, nemmeno gli uccelli.

Rimase in silenzio per qualche istante, cercando di capire cosa fosse accaduto in quel momento. Niente: non si sentiva e non si vedeva muoversi niente.

Si rialzò e rinfoderò la spada. Si mosse verso l’animale e controllò la ferita. Era stato ucciso da una freccia. La estrasse e controllò la punta: nera e con un uncino.

Troll.

Un rumore sordo emerse.

Kharg pose la mano sull’impugnatura di Tensaiga e s’inginocchiò una seconda volta.

Il suono si fece risentire. Proveniva dal basso. Cautamente Kharg andò a controllare. Proprio sotto di lui, lungo tutta una prateria, un esercito stava marciando al ritmo di enormi tamburi. Quest’ultimo era ben attrezzato con armi da battaglia e macchinari da invasione, torri d’assalto e catapulte.

Kharg ripose Tensaiga e controllò la loro destinazione.

Una nube nera, si osò dire: procedevano verso Rag-Not.

Più velocemente che poteva, corse verso la carcassa del cavallo e prese solo lo stretto necessario.

Raggiungere Wembel al galoppo era una cosa, ma a piedi la traversata gli avrebbe richiesto molto più tempo. Inoltre doveva fare il giro lungo per non rischiare di incontrare anche uno solo dei membri dell’esercito.

Una corsa contro il tempo.

Il vento risuonò come un ululato di un lupo. Il corno dell’armata invasore risonò anch’esso. Kharg si allacciò le borracce piene d’acqua alla cintura e, in testa l’unico pensiero, la salvezza della sua Paulette, corse con quanto fiato aveva in corpo.

L’uomo col mantello era fermo sul ciglio della torre. Dopo cinquemila anni era pronto a tornare. Fin dal principio si era mosso nella giusta direzione, inasprendo le tensioni già presenti fra le razze della Terra Senza Nome.

Manipolare gli uomini era stato più semplice del previsto: da sempre bramano il potere e, a differenza delle altre razze incentrano ogni loro conquista scientifica in ambito bellico. Lo sono un esempio le stesse corazzate. Anche se il Grande Cataclisma ha ridotto radicalmente la scienza e la tecnologia che l’uomo possedeva nel Vecchio Mondo, quest’ultimo non aveva dimenticato e adesso stava tentando una seconda volta di riappropriarsi di quella stessa scienza. Adesso stavano cercando di combinare la loro sapienza con la magia degli Elfi, non sapendo che stavano facendo proprio ciò che la figura voleva.

Tutto stava procedendo come previsto.

Quando era giunta ad Angel City, la figura ammantata aveva avuto un incontro privato col Reggente del Senato, proponendogli un accordo che poteva giovare a entrambi. Credeva che il Reggente fosse abbastanza saggio da accettare, ma si era sopravvalutato.

Tuttavia la proposta che gli aveva fatto gli sembrava equa sotto ogni punto di vista: in cambio dello scambio fra scienza e magia, l’uomo avrebbe governato sulle altre razze, estendendo il proprio dominio su tutti i regni della Terra Senza Nome e, forse in futuro, sarebbe tornato in possesso della scienza del Vecchio Mondo.

Aveva rifiutato: la disputa fra scienza e magia, quale fra le due fosse la reale responsabile della fine del Vecchio Mondo, era stato tutto un complotto per concedere alla figura ammantata di raggiungere Cloud Land con i suoi seguaci e concordare una frode utile al miglioramento della sua razza. Il Reggente voleva riferire tutto quanto al Senato e procedere contro questo complotto, ma la figura lo aveva anticipato. Per impedire che il suo piano terminasse prima ancora di cominciare, aveva dovuto ucciderlo e occupare il suo posto nella sala del consiglio. Tuttavia, aveva dovuto prendere le sue precauzioni: non poteva rischiare che le guardie trovassero il corpo del Reggente privo di vita. Un vento freddo mosse il mantello della figura.

Tuttavia, aveva già notato delle possibili complicazioni. Non tutti i senatori erano favorevoli a questo scambio e sarebbero rimasti all’erta nei giorni avvenire. Anche il principe di Rag-Not si era dimostrato molto scettico all’idea di questo scambio e la cosa l’aveva già insospettito.

Sorrise fra sé: non aveva alcuna importanza. Il suo piano prevedeva tre fasi e la prima era appena cominciata.

Una sorta di déjà-vu

Mancava solamente un giorno prima della festa di compleanno. Gli inviti erano stati inviati tutti in gran segreto: Marù si era occupato personalmente della spedizione delle lettere. Da Nord a Ovest i messaggeri erano partiti per recapitarli in tempo.

Uno dei messaggeri d’istanza ad Angel City, riferì che il consiglio delle razze aveva approvato un reciproco scambio tra scienza e magia: una prova di fedeltà e amicizia che avrebbe provato la buona fede. Le chiacchiere erano iniziate quasi subito per tutta la città. Tuttavia per la preparazione della festa, queste ultime erano subito cessate, così Marù rimase estraneo e poté confutare alcuni dubbi sull’animale che aveva ucciso una settimana addietro.

Da quando aveva fatto ritorno a casa, aveva trascorso gran parte del tempo nella biblioteca del castello cercando ogni possibile informazione sulla bestia pescata.

Con sua enorme soddisfazione non aveva trovato nessuna informazione. Aveva domandato ai pescatori della città, ma questi ultimi non erano stati in grado di dirgli niente,. Così si era deciso a tornare nella foresta: uno perché voleva controllare a che punto erano i preparativi e due, perché l’animale aveva lasciato delle tracce; evidentemente poteva anche correre sulla terra ferma. Certo sarebbe stato più facile se Lunal’ Wolf fosse tornato: già se lo immaginava, seduto su un tronco a limare la sua ascia-catena, arma eccezionale che aveva costruito lui stesso. Gli avrebbe fatto comodo una mano per trovare l’origine della creatura: cominciava a temere che non fosse originaria di Rag-Not e nemmeno della Terra Senza Nome, ma che provenisse da oltre le Colonne d’Ercole.

Quella mattina si era svegliato di buon’ora e, dopo aver fatto colazione alla locanda, si era già incamminato nella foresta.

Per tutta la giornata controllò ogni strada, da quelle lastricate a quelle fangose e di campagna. Fu molto facile per lui trovare le orme della creatura: esse puntavano verso le montagne; la catena montuosa di Rag-Not.

La giornata era abbastanza calda, con un vento fresco che stordiva Marù ad ogni passo. Dopo essere passato vicino al ruscello e controllato la carcassa dell’animale, sbranata dai lupi e dagli altri animali carnivori della zona, Marù aveva riempito la borraccia e controllato arco e frecce: non sapeva cosa avrebbe incontrato lungo la strada, perciò si era preparato a dovere, indossando una corazza leggera con schinieri e bracciali di metallo. Controllò le impronte lasciate: erano profonde e vecchie di una sola settimana. Il giovane si sorprese della facilità con la quale si erano conservate.

Minuziosamente le seguì, mantenendosi sempre al riparo da eventuali attacchi: sentiva ancora la follia dell’animale quando l’aveva attaccato. Quello sguardo lo spaventava da morire, facendogli venire i brividi alla schiena.

Cosa lo aveva portato a comportarsi così?

Marù fiutò l’aria: l’odore della foresta lo guidava, impedendogli d’incontrare animali feroci. Tuttavia prendeva le sue precauzioni: saltava tra gli alberi, arrampicandosi e correndo fra essi.

La vista che aveva da quell’altezza era ottima, gli permetteva di rimanere all’erta.

Dopo quasi un’ora, cominciò a trovare altre tracce: queste ultime erano state lasciate dall’animale, tre settimane prime, dedusse Marù, quando le controllò.

Erano dei graffi profondi che laceravano la cortezza degli alberi. Pensando fra se, Marù rimuginò: come aveva potuto non accorgersi della presenza di una creatura simile?

Essendo a contatto con la foresta, doveva per forza sentire qualcosa, un cambiamento, un atteggiamento più cauto degli altri animali.

Il mostro, così come lo chiamava lui, era feroce e avrebbe dato del filo da torcere a un orso bruno. Come aveva fatto a non accorgersi di niente?

Un senso di timore cominciò a farsi strada nei suoi pensieri.

La giornata trascorse lenta e così anche la ricerca di Marù. Deciso a scoprire se c’è ne fossero altri di quegli animali, aveva continuato a seguirne le orme. Ora camminava tra l’erba alta, siccome molti alberi erano stati abbattuti: probabilmente dall’animale stesso; c’erano segni di morsi e artigliate profonde.

Adesso aveva fra le mani il suo fidato arco. Consapevole che non sentiva più un animale muoversi nella foresta, percorreva il sentiero coperto dalle foglie degli alberi, con tutti i sensi all’erta.

Era circondato da un silenzio quasi innaturale: non aveva mai sentito la foresta così lontana e ostile. Tutto ciò lo metteva in agitazione: c’era qualcosa che non andava, lo sentiva.

Procedette sino a sera, quando il sole fece capolino sulla vetta più alta della catena montuosa. Adesso poteva vederle chiaramente: enormi formazioni a forma di denti che si estendevano per miglia lungo tutto il regno di Rag-Not.

Le impronte lo avevano condotto proprio al limitare della foresta, in un luogo che, Marù se ne accorse quasi subito, era lo stesso prato fiorito del suo sogno.

Sussultò quando ne riconobbe ogni dettaglio. Lentamente abbassò l’arco: camminò lentamente. Le orme dell’animale lo condussero proprio nel centro, in mezzo ad alcune rose.

Il vento soffiava lateralmente, trasportando i petali e le foglie degli alberi.

Non vide nessun altro: s’inginocchiò. Trasalì quando vide la stessa macchia che aveva visto nei suoi sogni.

Era trascorsa una settimana, ma i sogni continuavano a tormentarlo, cambiando, ora, e mostrandogli una porta bianca con rifiniture dorate e quella stessa macchia verdognola.

L’ultima volta che l’aveva sognato era stato due giorni prima: un segno pericoloso che lo aveva fatto precipitare in un baratro oscuro, dove c’era un individuo ammantato, simile a un fantasma che tendeva le mani verso di lui, chiedendogli aiuto.

Poi vedeva la stessa nube nera marciare verso la città. Dopodiché si svegliava terrorizzato e incapace di chiudere occhio.

Alla fine non aveva trovato il coraggio di confidarsi con Paulette o con chiunque altro: l’avrebbero sicuramente preso per pazzo e lo pensava anche lui: perciò continuava a ripetersi che era soltanto un sogno innocuo; ma adesso?

La macchia era reale e così anche il prato fiorito su cui si era inginocchiato. Cosa sarebbe accaduto ora?

Si tirò in piedi: poco più avanti c’erano altre orme. Sospirò nel pensare a ciò che avrebbe trovato alla fine di quel percorse. La cosa non gli aggradava affatto.

Tuttavia doveva sapere: c’era troppo in gioco per fermarsi a quel punto; lui da solo aveva fatto fatica nell’abbattere quel singolo animale. Cosa sarebbe successo se c’è ne fossero stati altri?

Scosse la testa e proseguì.

Avanzò con un profilo basso, nascondendosi tra gli alberi, ma tenendo l’arco a portata di mano. Il tramonto scendeva su di lui e presto avrebbe fatto notte. Per Marù era difficile inoltrarsi nella foresta al buio: non aveva ancora l’abitudine a cacciare di notte e di solito si affidava al fiuto di Lunal’ Wolf per cacciare quando il sole tramontava.

Scosse la testa e proseguì.

Al diavolo, si disse. Il vento aveva aumentato d’intensità, cogliendolo di sorpresa e inducendolo a mettersi un braccio davanti al viso. Ciononostante riuscì a fiutare qualcosa: la folata di vento gli aveva trasportato nuovi odori che lo indirizzarono a Sud, oltre una serie di conifere, nelle vicinanze del promontorio, prima di raggiungere una delle uscite di Rag-Not.

Strano, si era detto. In quel punto del regno non viveva nessuno: non c’era nessuna comunità a causa della sua pericolosità nessuno vi passava attraverso per entrare o uscire.

Cosa mai poteva essere quell’odore?

Scostando i rami degli alberi Marù raggiunse l’altura. La debole luce del tramonto permetteva di distinguere ancora il terreno arido e roccioso sotto il promontorio. Il fiume di Rag-Not, dopo aver attraversato la foresta, sgorgava oltre la vallata, fino a penetrare in una gola sotterranea e raggiungere il vicino reame di Pangea.

A una prima vista, Marù non notò niente d’insolito, a parte le rocce affilate come rasoi che, distribuendosi a forma triangolare, risalivano la montagna. A parte... il rumore di un corno, fece trasalire Marù.

Giù, in basso, vedeva qualcosa muoversi. Era grande e compatto, con rumori assordanti che si facevano sentire a ritmi regolari. Il giovane sgranò gli occhi e, quando la cosa passò sotto uno degli ultimi raggi solari, Marù poté finalmente vederla.

Un’armata.

Marù non capiva da chi fosse composta, ma riuscì a distinguere chiaramente le macchine da guerra che si portava dietro.

Eppure non erano in guerra con nessuna razza. Improvvisamente tutto gli parve chiaro, con una lucentezza tale da mettere insieme gli eventi dell’ultima settimana come un perfetto mosaico.

Improvvisamente fiutò un altro odore. Quest’ultimo lo riconobbe e sentiva chiaramente che si avvicinava alla città e realizzò.

L’animale che aveva abbattuto era un esploratore e l’odore che fiutava non era altro che un misto di quella macchia che quest’ultimo aveva lasciato come traccia. Ecco perché gli animali erano scappati: aveva sentito l’arrivo del pericolo. Si sentì uno stupido e si rimproverò.

Se quell’armata avesse seguito le orme lasciate dall’animale, sarebbe riuscita a passare attraverso le linee difensive di Rag-Not senza essere individuata. Seguendo quel tratto di foresta, sarebbero stati in grado di eludere le linee di difesa nelle strade che conducevano alla città e circondare quest’ultima in poco tempo.

Marù strinse la presa sull’arco. Doveva avvertirli, doveva tornare indietro più velocemente che poteva.

Guardò intorno a sé: le luci del tramonto erano ormai spente e faceva fatica a distinguere le forme degli alberi e delle rocce.

Da quella posizione non poteva fare niente e correva il rischio di essere scoperto: era troppo esposto.

Si volse indietro e ripercorse correndo la strada del ritorno.

Scostava rami e saltava pozzanghere con il cuore che gli martellava all’impazzata.

La sensazione di déjà-vu che aveva avuto sin dall’inizio si era rivelata una sorta di allarme che lo stava avvertendo, ma che lui non era riuscito a interpretare con chiarezza.

Il sogno si stava realizzando in tutti i suoi particolari: un messaggio arrivato dal nulla che gli parlava nel sogno.

Doveva sbrigarsi: la distanza dal confine alla città era lunga e l’armata era più vicina e rapida di quanto lui avesse potuto immaginare.

Attacco alla Terra senza Nome

Marù corse per tutta la foresta utilizzando le liane per andare ancora più veloce: sentiva che una forza malvagia stava emergendo... doveva avvertirli. Il paesaggio della foresta si oscurò d’improvviso. Dal cielo la neve stava cadendo sul terreno umido, molti animali incominciarono a nascondersi nelle loro tane per la paura di essere presi di mira da quella maestosa e terrificante tenebra. Marù, con la mente piena da tutti i suoi pensieri, cercava di calmarsi e di imporsi un autocontrollo.

Si fermò, si volse indietro Che silenzio.

Qualche cosa si stava avvicinando. S’incominciarono a sentire anche dei rumori che non appartenevano alla foresta e neanche agli animali.

Muovendosi il più lentamente possibile prese l’arco e una freccia, ma l’aria era troppo tesa per poter scagliarla e sperare di colpire il bersaglio, così decise che la strategia migliore era per il momento nascondersi e aspettare.

Come una scimmia si arrampicò con facilità su un albero, e per mimetizzarsi si nascose all’interno di un piccolo cespuglio collocato sul ramo e attese.

I passi si avvicinavano sempre più insieme ai rumori. Gli alberi tremarono e alla fine si vide in lontananza un enorme esercito di orchi, demoni e troll, accompagnati da altre creature.

Una fila di demoni si divise per permettere il passaggio di uno solo. Marù capì che quello era il loro capo, ma rimase perplesso, non sapeva a quale razza apparteneva. La sua forma era strana, con arti muscolosi e irti di scaglie, con due enormi ali squamate in più punti. Indossava un’armatura robusta, un mantello nero e, sul lato, una spada a lama larga.

Il giovane scosse la testa: stava perdendo tempo.

Con un balzo felino riprese a correre e d’un tratto apparve qualcuno. Il ragazzo non sentì alcun odore di pericolo e continuò a correre veloce come il vento.

- Sei in ritardo, hai visto quell’esercito? I loro membri non mi preoccupano, invece il loro capo sì. Ne sai qualcosa?

Dall’altra parte la figura rispose - È un demone molto pericoloso, mio giovane amico, è meglio stargli alla larga per adesso, è al di sopra dalla nostra portata.

- Andiamo non credi di esagerare non penso che…

- Credimi è uno dei demoni più pericolosi di tutta la Terra. Dobbiamo avvertire Kharg.

Marù e la figura scomparirono nella foresta lasciandosi dietro quel demone pericoloso.

Il paesaggio passava velocemente o forse era Marù che aveva questa sensazione, ma sapeva che fermarsi per riprendere fiato non era sicuro poiché se quello che sosteneva la figura era vero, allora era meglio stare alla larga da quel losco figuro, almeno per adesso.

L’aria si era trasformata da calma a scossa, piena di tensione.

- Sei proprio sicuro che quel tipo sia pericoloso? Dall’altezza non sembra.

- Non dimenticare che l’abito non fa il monaco. Quello è uno dei demoni che millenni fa avevano combattuto contro la città perduta di Atlantis. - Marù lo guardò perplesso

Corsero per tutto il giorno, per seminare il demone, ma la notte arrivò prima di loro. Decisero di fermarsi a riprendere fiato per un po’ e fecero molto bene, c’era troppa oscurità per girare nella foresta.

Marù si sedette vicino a un albero e per evenienza incominciò a preparare l’arco e le frecce, mentre l’altra figura estrasse da un fodero fatto interamente di ossa una strana ascia, legata ad un altro manico da una catena e incominciò a limarla. I minuti trascorrevano lenti, molto lenti, la foresta era silenziosa come non lo era mai stata prima. Sembrava che tutti gli animali fossero emigrati in un altro continente o isola, lontano dal pericolo.

A questo punto il ragazzo scosse la testa - Qual è la mossa Lunal’ Wolf?

- Aspettare mio giovane amico, aspettare pazientemente ancora per un’ora - il demone si tolse il cappuccio, mostrando il suo volto. Un licantropo gigante dal pelo nero con degli occhi color gallo chiaro e una cicatrice a forma di mezza luna sull’occhio destro, indossava una vestaglia robusta costituita da fili di acciaio intrecciati l’un con l’altro, le zampe erano enormi per permettergli di arrampicarsi attraverso ogni superficie solida. Il mantello era costituito interamente dalla pelle di un bufalo e permetteva di spostarsi anche nelle zone dei ghiacci eterni.

Rimasero fermi ancora per qualche minuto: era meglio muoversi quando ci fosse stato il completo silenzio su tutta la zona circostante. In quell’intervallo i pensieri di Marù presero il sopravvento, tempestando la mente del ragazzo: tutto gli pareva come un continuo déjà-vu. Il demone, un’armata familiare. Troppe cose strane stavano accadendo.

I pensieri de ragazzo furono interrotti da un rumore. - Non muoverti amico, facciamo finta di niente, voglio prenderli di sorpresa.

Marù rimase immobile, ma rivolse un’espressione di curiosità a Lunal’ Wolf Come facciamo a prenderli se stiamo fermi? - chiese lui.

Le figure misteriose si avvicinarono al luogo dove vi erano i due guerrieri, silenziosamente. Giù nel terreno c’erano due sacchi a pelo. Le creature s’incuriosirono e si avvicinarono piano, piano ma invano, era una trappola. Da uno degli alberi più alti furono scoccate due frecce che si conficcarono in mezzo alla fronte delle creature, perforandone la scatola cranica. Marù aveva avuto una buona mira, era il migliore arciere di tutto il continente

La creatura sopravvissuta si tolse il mantello. Era un orco dalle grandi spalle, possenti erano i muscoli delle braccia e del petto, era di carnagione color nero, capelli lunghi e folti, indossava un’armatura spessa con uno scudo imponente, e legata al fianco una scimitarra aguzza. Attaccò. Marù non ebbe problemi a schivare il colpo, il quale fu fermato dall’ascia di Lunal’ Wolf, e con una mossa sublime e mortale, facendo roteare l’arma come se fosse un boomerang, gli amputò il braccio all’orco e per finire l’effetto boomerang fece il resto, trapassò il corpo del nemico dividendolo in due parti. Marù sapeva che se lasciato vivo l’ inseguitore, il nemico avrebbe trovato la loro posizione e li avrebbero circondati, anche se voleva fare qualche domanda, per chi lavorava? Ma i suoi pensieri furono ancora una volta interrotti da una scoperta spaventosa.

- Lunal’ Wolf guarda il suo volto.

Il licantropo lo guardò sconcertato: un fantoccio. Il Licantropo imprecò nella sua lingua: non tollerava un comportamento da vigliacchi.

Rincominciarono a correre più veloci che potevano per raggiungere Wembel.

A molti chilometri di distanza l’orco, che aveva manovrato come un burattinaio quella sua copia, si rivolse al demone antico, sorpreso dalle capacità di Marù.

- Non ho mai visto nessuno abile con l’ arco come quel ragazzo, è impressionante. Non capisco perché il nostro signore vuole averlo al suo fianco nelle sue conquiste? È solo un ragazzino.

- Probabilmente è più di quel che sembra, ma anche il licantropo m’incuriosisce. È molto agile, ed è abbastanza forte per soddisfare la mia sete di energia.

Ma a quel punto il demone antico abbassò la testa e corrugò