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Perdonami, Alex

Perdonami, Alex

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Perdonami, Alex

Length:
448 pages
5 hours
Released:
Nov 12, 2015
ISBN:
9781622539444
Format:
Book

Description

VINCITORE: Pinnacle Book Achievement Award, Estate 2014 - I migliori libri della Categoria THRILLER

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"Lane Diamond è riuscito a far emergere la mente oscura e sconvolgente di uno psicopatico serial killer e, nel contempo, a incarnare il disperato bisogno di umanità e di giustizia per le vittime e le rispettive famiglie." - KBR

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Evolved Publishing propone un'intima visione della mente di un assassino e di colui che gli dà la caccia per farla finita, in "Perdonami, Alex" di Lane Diamond. [Psychological Suspense Thriller] [DRM-Free]

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Tony Hooper è in piedi, nella penombra, dall'altra parte della strada, uno tra i tanti della folla di curiosi radunatasi per assistere alla liberazione di un mostro. Diciassette anni dopo che Mitchell Norton, il diavolo, terrorizza Algonquin (Illinois) con un'orgia di sequestri, torture e assassini, le autorità rimettono in libertà il macellaio dal carcere psichiatrico.

Tony anela imbattersi in Norton, calpestarlo—senza rimorsi—come se fosse uno scarafaggio. Solo la forza del destino non lo permetterà.

Il diavolo è di nuovo libero. Cosa può fare Tony? Sicuramente non se ne starà con le mani in mano.

Dopo tutto, questo è quello che fa Tony. Questo è il suo lavoro. Il diavolo in persona ha trasformato Tony in un cacciatore di mostri. Per un dolce scherzo del destino, oggi, lui amministra la giustizia.

Riuscirà a fermarlo l'agente speciale dell'FBI, Linda Monroe? Lei gli deve la vita, per cui potrà interporsi sul suo cammino?

Tony Hooper e Mitchell Norton lottano per la supremazia, sempre ai limiti della legge. Una storia di giustizia e vendetta, male e redenzione, paura e coraggio, amore e solitudine.

Released:
Nov 12, 2015
ISBN:
9781622539444
Format:
Book

About the author

Lane Diamond is the pen name for David Lane. He grew up in Algonquin, Illinois, where he graduated from Harry D. Jacobs High School in 1978. After a short college stint, he served in the U.S. Air Force at Ramstein AB, Germany, 1980-1982, and at Lowry AFB, Denver, CO, 1982-1983. For more, please visit his website and blog at www.LaneDiamond.com.


Book Preview

Perdonami, Alex - Lane Diamond

Licenza di uso dell'e-book:

Il presente e-book viene concesso in licenza esclusivamente per diletto personale; esso non potrà essere rivenduto o ceduto a terzi. Se si desidera condividere l’e-book con un’altra persona, è necessario acquistare una copia aggiuntiva per ogni destinatario. Se si sta leggendo l’e-book senza averlo acquistato o se esso non è stato acquistato per uso personale, si è tenuti a restituire l’e-book e ad acquistare una propria copia. Grazie per rispettare il duro lavoro dell’autore.

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Esclusione di responsabilità:

Questo racconto è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell'immaginazione dell'autore o sono usati in maniera fittizia.

Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta, copiata, memorizzata o trasmessa in qualsiasi forma senza la preventiva autorizzazione scritta, tranne nel caso di brevi citazioni contenute in articoli di critica o recensioni oppure in conformità con la disciplina federale statunitense del Fair Use (Uso Leale). Tutti i diritti riservati.

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Avviso ai Genitori:

Si fa notare che il contenuto del presente libro non è adatto ai bambini. Esso è destinato a un pubblico adulto.

Dedica:

A Darren & Rhonda Lane, e a Steven Zerkel:

Fanno ciò che predicano, e mi hanno salvato.

Indice

PARTE 1 – GIUSTIZIA SERVITA, GIUSTIZIA NEGATA

Capitolo 1 – 6 Giugno 1995: Tony Hooper

Capitolo 2 – 6 Giugno 1995: Tony Hooper

PARTE 2 – RINASCITA

Capitolo 3 – 20 Aprile 1978: Mitchell Norton

Capitolo 4 – 22 Aprile 1978: Tony Hooper

Capitolo 5 – 3 Maggio 1978: Mitchell Norton

PARTE 3 – LA CACCIA

Capitolo 6 – 12 Maggio 1978: Mitchell Norton

Capitolo 7 – 12 Maggio 1978: Tony Hooper

Capitolo 8 – 12 Maggio 1978: Mitchell Norton

Capitolo 9 – 6 Giugno 1995: Tony Hooper

Capitolo 10 – 19 Maggio 1978: Mitchell Norton

Capitolo 11 – 20 Maggio 1978: Tony Hooper

Capitolo 12 – 7 Giugno 1995: Mitchell Norton

Capitolo 13 – 20 Maggio 1978: Tony Hooper

Capitolo 14 – 20 Maggio 1978: Mitchell Norton

Capitolo 15 – 7 Giugno 1995: Tony Hooper

Capitolo 16 – 7 Giugno 1995: Tony Hooper

PARTE 4 – TRE GIORNI ALL’INFERNO

Capitolo 17 – 7  Giugno 1995: Tony Hooper

Capitolo 18 – 21 Maggio 1978: Tony Hooper

Capitolo 19 – 21 Maggio 1978: Dichiarazioni, Voci e Ricostruzioni

Capitolo 20 – 20 Maggio 1978 (Il Giorno Prima): Dichiarazioni, Voci e Ricostruzioni

Capitolo 21 – 21 Maggio 1978: Dichiarazioni, Voci e Ricostruzioni

Capitolo 22 – 21 Maggio 1978: Tony Hooper

Capitolo 23 – 22 Maggio 1978: Tony Hooper

Capitolo 24 – 22 Maggio 1978: Tony Hooper

Capitolo 25 –  7 Giugno 1995: Tony Hooper

PARTE 5 – DALLE CENERI

Capitolo 26 – 27 Maggio 1978: Frank Willow

Capitolo 27 – 27 Maggio 1978: Mitchell Norton

Capitolo 28 – 27 Maggio 1978: Tony Hooper

Capitolo 29 – 27 Maggio 1978: Mitchell Norton

Capitolo 30 – 27 Maggio 1978: Tony Hooper

Capitolo 31 – 27 Maggio 1978: Mitchell Norton

PARTE 6 – PIANI FORMATI, DESTINI A PROVA

Capitolo 32 –  8 Giugno 1995: Mitchell Norton

Capitolo 33 –  8 Giugno 1995: Tony Hooper

Capitolo 34 – 28 Maggio 1978: Tony Hooper

Capitolo 35 – 11 Giugno 1995: Dichiarazioni, Voci e Ricostruzioni

Capitolo 36 – 28 Maggio 1978: Tony Hooper

Capitolo 37 – 27 Maggio 1978 (La Notte Prima): Mitchell Norton

Capitolo 38 – 28 Maggio 1978: Mitchell Norton

Capitolo 39 – 29 Maggio 1978: Tony Hooper

Capitolo 40 – 29 Maggio 1978: Tony Hooper

Capitolo 41 – 13 Giugno 1995: Mitchell Norton

PARTE 7 – DECISO

Capitolo 42 – 13 Giugno 1995: Tony Hooper

Capitolo 43 – 29 Maggio 1978: Tony Hooper

Capitolo 44 – 29 Maggio 1978: Mitchell Norton

Capitolo 45 – 15 Giugno 1995: Tony Hooper

Capitolo 46 – 16 Giugno 1995: Dichiarazioni, Voci e Ricostruzioni

Capitolo 47 – 16 Giugno 1995: Tony Hooper

Capitolo 48 – 30 Maggio 1978: Mitchell Norton

Capitolo 49 – 31 Maggio 1978: Mitchell Norton

Capitolo 50 – 31 Maggio 1978: Tony Hooper

Capitolo 51 – 31 Maggio 1978: Mitchell Norton

Capitolo 52 – 31 Maggio 1978: Tony Hooper

Capitolo 53 – 31 Maggio 1978: Tony Hooper

PARTE 8 – CACCIATORE E PREDA

Capitolo 54 – 19 Giugno 1995: Mitchell Norton

Capitolo 55 – 19 Giugno 1995: Tony Hooper

Capitolo 56 – 31 Maggio 1978: Tony Hooper

Capitolo 57 – 2 Giugno 1978: Tony Hooper

Capitolo 58 – 19 Giugno 1995: Tony Hooper

Capitolo 59 – 20 Giugno 1995: Tony Hooper

PARTE 9 – CHIUSURA

Capitolo 60 – 4 Luglio 1978: Tony Hooper

Capitolo 61 – 10 Agosto 1978: Tony Hooper

Capitolo 62 – 28 Giugno 1995: Tony Hooper

Capitolo 63 – 12 Agosto 1995: Tony Hooper

EPILOGO – 13 Agosto 1995: Mitchell Norton

Informazioni sull’Autore

Ringraziamenti

Quale il prossimo?

E quale quello di Evolved Publishing?

PARTE 1 – Giustizia Servita, Giustizia Negata

Capitolo 1 – 6 Giugno 1995: Tony Hooper

...Questa è l’anima, e anche se tu fai il soldato, lo studioso, il cuoco o l’apprendista in una fabbrica, la tua vita e il tuo lavoro ti insegneranno casomai che esiste. La differenza tra la tua carne e quello spirito che è dentro di te, che può sentire, comprendere e amare, in questo stesso ordine discendente, ti sarà chiara in diecimila modi, diecimila volte. – Mark Helprin, Un soldato della Grande Guerra (A Soldier of the Great War)

~~~~~

Non ho mai pensato di essere un assassino.

Perché dovrei pensarlo?

Io non mi odio. Non esattamente. Non è come se non riconoscessi il mio volto nello specchio ogni mattina; è solo che non sempre riconosco l’uomo a cui appartiene.

Mitchell Norton, l’uomo responsabile di avermi trasformato in quello che sono, verrà rimesso in libertà oggi, dopo l’ultima udienza in tribunale—una pura formalità, stando alle notizie. Si stanno preparando per scarcerarlo dalla prigione psichiatrica diciassette anni dopo; ciò ha sommerso la mia mente in un vortice di ricordi che ho lottato a lungo per seppellire.

Io uccisi il mio primo uomo nel 1975, quando avevo quindici anni.

Tre anni dopo, gli atti di Norton mi inabissarono verso la mia trasformazione, mi fecero puntare dritto verso questo posto. Verso la vita che conduco adesso. Verso l’io che non sono io.

Alcune cose le ho perse per sempre. Altre cose... beh, altre cose mi piacerebbe perderle, ma non posso.

La mia memoria si rifiuta di andare alla deriva nell’etere eterno. Se solo potessi eliminare il suono e l’immagine, premere un pulsante e—clic—eliminato. Ma mi perseguita sempre, il primo di troppi fantasmi....

***

16 Agosto 1975

Crash!

L’inconfondibile stridio del metallo travolse il nostro sabato pomeriggio. Io e Alex guardavamo la televisione e aspettavamo la Mamma di ritorno dal negozio. Sobbalzai dalla sedia e guardai fuori dalla finestra del soggiorno, ma non potevo vedere bene la strada. Mi precipitai in cucina per guardare da una visuale migliore.

Oh, Dio mio, no!

Urlai ad Alex mentre mi buttavo a precipizio dalla porta sul retro. "Non ti muovere, Hoopster! Mi hai sentito? Non uscire fuori!"

La Mamma era tornata. Pressappoco. La nostra Chevrolet Bel Air sostava proprio davanti casa, schiacciata, ridotta in una versione incredibilmente condensata di sé stessa. Un camioncino di mezza tonnellata, con il muso arricciato in avanti a forma di mezzaluna, sormontava il parabrezza della nostra auto.

Corsi attraverso i resti dei vetri e dei detriti del relitto contorto e inciampai in qualcosa di sconosciuto. Caddi in ginocchio e sbattei la testa contro la vettura.

Merda! Oh Dio mio. Mamma!

Tirai indietro la testa, infilai la mano sinistra tra i rottami e spinsi le dita per raggiungerla. Toccai i suoi capelli umidi e appiccicosi; mi allungai... più... più che potei. Non potendo voltarle la testa verso di me, feci scivolare le mie dita dal mento verso la parte opposta del viso, e...

Tirai di scatto la mano e mi drizzai con un balzo.

Guardai la mano sinistra, mentre usavo la destra per rimuovere il sangue e la materia grigia. Tutto cominciò a girare, a cingermi, ad asfissiarmi. A ogni respiro il mio petto martellava, come se Dio avesse spinto la sua mano in basso e risucchiato tutta l’aria del mondo. Mi appoggiai sulla macchina: le mie mani tracciarono due strisce rosse sul metallo, le mie gambe si piegavano sotto di me.

Crollai come una pila scura sui rottami dentellati—nel vuoto—e mi dissolsi per momenti indefinibili.

La mia vita riprese quando un uomo cadde dal camioncino, tossì e sputò sul selciato della strada. Mi guardò, caracollò in avanti a quattro zampe e vomitò. Gli ci volle un momento per riprendersi, ma lui....

Cosa diavolo stai facendo?

Quel putrido figlio di puttana rise e sbraitò allegramente, come se avesse giocato qualche scherzo divertente. Pareva che i suoi occhi iniettati di sangue potessero scoppiare da un momento all’altro. Emise un brontolio confuso che mi sforzai di tradurre.

Merda! Credo proprio di aver sfasciato il mio camion, amico. Mi dai una mano?

Il suo volto sbiadiva e riappariva, mentre l’ultima immagine di mia Mamma—di ciò che restava di lei—mi sopraffaceva. Di nuovo tutto divenne grigio, ma quando gli occhi tornarono a fuoco e ripresi il respiro, la tragedia mi balenò dinanzi. Quel lurido bastardo che aveva schiacciato la mia mamma... era ubriaco.

Le mie gambe mi avevano abbandonato, erano ridotte a polvere. In preda allo stordimento, a mala pena riuscivo a guardare i nostri vicini, venuti fuori dalle loro case per impicciarsi dei fatti altrui. Cosa dovrei...

Gli scoppi di risa, che quello stronzo ubriaco faticava a trattenere, mi riportarono alla realtà. La stessa aria che respiravo mi soffocava—benzina, olio, gomma bruciata e un vago puzzo di metallo frammisto al contenuto acido dello stomaco del killer riversato sulla strada. Alzai davanti alla mia faccia le mani tinte di cremisi e con odore di rame.

Una voce incorporea parlò dal vuoto—la mia voce. Da dove è saltato fuori questo sangue? Mi sono tagliato?

Che cosa, amico? L’ubriaco killer rise di nuovo. Cazzo! Credi di stare male? Guarda come si è conciato il mio fottuto camion!

Io flottavo calmo, alla deriva in un oceano infinito e grigio di pensieri rotti, sforzandomi di dare un senso a quel fluido rosso che mi inzuppava le mani.

E’... E’.... Oh, Dio mio, il sangue e il cervello della mia Mamma.

L’esasperante, stupida voce, come una lancia nell’intestino, mi pugnalò di nuovo. Per l’amor di Dio, ragazzo, non stare lì a guardare e dammi una mano!

La rabbia mi avvolse gli occhi con un mantello rosso ardente.

Mi alzai e camminai verso l’assassino, che mi guardava con occhi ubriachi che per me non significavano nulla. Erano occhi malvagi. Mi concentrai, invece, sul suo collo e richiamai alla mente tutto quanto appreso negli ultimi dieci anni alle lezioni di arti marziali del Maestro Komura. Attaccai.

Anche se per i miei quindici anni ero dotato di molta forza, il successo dipendeva dalla fragilità di quel piccolo pezzo di collo. Schiacciare la sua trachea richiedeva più precisione che forza.

Sbrodolandosi di bava, l’assassino crollò stringendo la gola martoriata e ansimò cercando aria che non poteva arrivare. I suoi occhi rivolsero un’ultima implorazione. Invocarono misericordia e una risposta alla domanda più semplice: Perché?

Non importava. Niente importava.

Eppure volli assicurarmi che lo avesse capito. Maledetto bastardo! Pensavi di poter uccidere mia madre e di farla franca?

Fui scosso da un tremore turbolento, da un terremoto di rabbia. Avrei dovuto piangere per la Mamma. Perché non piangevo? Non ero mai stato in preda a una furia come questa. Avrei voluto prenderlo a pugni, una volta, e un’altra volta, e un’altra volta, mentre giaceva inerme sulla strada.

Cosa ne pensi adesso, maledetto assassino? Ti è passata la voglia di ridere? Vuoi farti un altro goccio, infame pezzo di merda?

I suoi occhi vuoti mi guardarono, privi di rimorso e senso di colpa, alleggeriti dalla morte.

Avevo elargito giustizia—in maniera semplice, veloce, definitiva.

Adesso avevo bisogno di... di.... Scossi le ragnatele di confusione, mentre i miei vicini mi osservavano in un silenzio attonito, mi voltai a destra, e...

Oh Dio. Oh Dio.

Il mio fratellino, Alex, si inginocchiò sul bordo della strada. Il suo volto era una maschera di lacrime, confusione e terrore. Aveva appena sette anni e, da solo, piangeva il giorno peggiore di tutti. I miei piedi erano come tronchi di alberi che spuntavano dal fondo delle gambe, mentre li trascinavo verso Alex; poi, mi accovacciai dinanzi a lui. Per tutto questo tempo, il suo sguardo vagava dalla macchina della mamma a me; sbatteva le palpebre gonfie di lacrime che nessuna diga avrebbe potuto contenere.

Mezzo strozzato, farfugliò: Io... voglio la mia... mamma. Dov’è la Mamma? Io... io... io voglio la mia Mamma!

Riuscii a malapena a sussurrare: Pure io. Anch’io la voglio.

Lo abbracciai e lui mi cinse le braccia al collo con tanto vigore come se rischiasse di precipitare nell’abisso della morte se mi avesse lasciato. Noi due, insieme, scatenammo uno tsunami di dolore.

Un altro pensiero venne fuori dalla foschia: Ho ucciso un uomo. Non mi soffermai a pensarci, solo reagii. Dopo aver assistito alla devastazione che regnava tra quei rottami maledetti, a quel cumulo di carne e ossa e tenero amore andato alla malora, non me ne fregava nulla. Eppure stringevo tra le braccia qualcuno per il quale sentivo un amore profondo, qualcuno che aveva bisogno di me più che mai.

Guardai le mie mani insanguinate e strinsi i pugni per contenere l’agitazione.

Oh merda! Avevo ucciso un uomo.

Mi venne in mente che, probabilmente, la mia prossima fermata sarebbe stata il carcere. Cosa ne sarebbe stato allora del mio fratellino? Cosa sarebbe rimasto della sua famiglia, della sua vita? Lui aveva assistito...

Oh Dio. Hoopster mi aveva visto uccidere un uomo.

Lo strinsi contro il mio petto. Perdonami, Alex. Mi dispiace.

***

Di ritorno al 6 giugno 1995

Immobilizzata per sempre nel tempo, all'età di trentasei anni, la Mamma ci aveva dato luce ed equilibrio, calore e amore, una luce per guidare il nostro cammino. Adesso, chi sarebbe stata la nostra roccia?

La mia infanzia era finita con lei. Che altra scelta avevo? Ero pronto?

Importava poco.

Le forze dell’ordine si disinteressarono di me, per la mia giovane età e le circostanze del caso. Uno psichiatra nominato dallo Stato stabilì che, in quei momenti di angoscia e stando alle più rigorose interpretazioni giuridiche, io ero semplicemente un folle. Uno stato di follia temporanea? Certo. Perché no?

Lo psichiatra la pensava così e per il giudice fu sufficiente. Mi dichiararono sano e normale e mi spedirono a casa.

Eh sì, a casa.

Papà tirava avanti a fatica. Si isolò e si mantenne separato da Alex e da me per vari mesi. Le nostre prime vacanze senza la Mamma, purtroppo, lasciarono una cicatrice indelebile. L’elefante, come si dice, non era in camera; ne restava solo il fantasma. L’assenza della Mamma ci soffocava quasi.

I vuoti occhi castani di Alex e il cipiglio perenne, i delicati sospiri continui e l’odore di muffa del sudore e delle lacrime sul suo pigiama da Scooby-Doo, il modo in cui il mento riposava continuamente sul petto—tutti questi segni mi spezzavano il cuore.

Potevo solo pregare che quel buio Natale del 1975 scivolasse dalla mia memoria come il peggiore della mia vita. Certo io, Alex e Papà avremmo recuperato la nostra felicità, il nostro ottimismo con un nostro futuro promettente, secondo un nuovo piano, pur senza madre.

Quel breve valzer da boia che avevo eseguito sulla strada di fronte a casa nostra, sarebbe stato senza dubbio il mio ultimo ballo.

Mi sbagliavo di grosso: per il mondo vagavano più mostri di quanti avessi mai immaginato.

E non si sarebbero estinti con me.

Capitolo 2 – 6 giugno 1995: Tony Hooper

Mitchell Norton, l’uomo che ho considerato a lungo il diavolo, sorride in cima ai gradini del Palazzo di Giustizia e saluta la folla convenuta. Piega la testa all’indietro per farsi cullare dai raggi di sole e dalla fresca brezza di questa giornata di tarda primavera, la cui placidità poco ha che vedere con le circostanze che scandirono i tragici eventi.

La sua sola vista mi spinge verso il bordo più buio della mente, dove la mia salute mentale dondola come... come... come un palloncino in un tornado!

Io sto in ombra dall’altra parte della strada, uno tra i tanti nella folla di curiosi che si sono radunati per assistere alla scarcerazione del mostro. La mia faccia arde, i miei pugni si stringono e i miei denti stridono. Non fatico a immaginare la comparsa di un ictus, un aneurisma, un embolia polmonare, un urlo furioso...

Calma, Tony!

Smanio dalla voglia di attraversare la strada e distruggerlo—senza rimorsi—come se calpestassi uno scarafaggio. Solo la forza della volontà me lo impedisce.

Per diciassette anni, ho pensato che questo giorno non sarebbe mai arrivato. Come hanno potuto prendere solo in considerazione l’idea di rilasciare questo vile essere, questa incarnazione del male?

Nel 1978, Norton uccise ragazzi innocenti che avevano appena cominciato a muovere i primi passi nella vita. Ne torturò due oltre i limiti dell'immaginazione umana; immaginare tali atti era come evocare una diavoleria che non si ha il coraggio di affrontare. Eppure i giurati non lo ritennero responsabile, bensì vittima delle devastazioni di una malattia che lo spinse alla follia oltre qualsiasi sano giudizio.

E’ così che egli risiede per sempre sul fondo della mia psiche, incatenato a me per tutta l’eternità. Ora restano solo due scelte: dovrò gettare via queste catene oppure scuoterle e stringergliele al collo. Sì, io devo fare giustizia. Quegli stupidi giurati diciassette anni fa e il sistema giudiziario attuale assolutamente imperfetto non mi hanno lasciato quasi scelta. Nessuno sembra disposto a consegnalo alla giustizia.

Ma io sono disposto. Dopo tutto è quello che faccio. Ed è quello che sono. Il diavolo, infatti, ha fatto di me un cacciatore di mostri. Che dolce scherzo del destino, poter ancora, finalmente, amministrare la giustizia.

Lui scende le scale. Si dirige all’auto che lo attende, con una spavalderia irritante. Guarda il piccolo gruppo di manifestanti, giornalisti e agenti di polizia convenuti per evitare incidenti, come se li sfidasse. Il suo ghigno malvagio non mostra esitazioni.

Oh, quel sorriso. Si è burlato di me per diciassette anni, mi ha punito per la mia titubanza, la mia imperizia. Persi l’occasione di ucciderlo nel 1978, di recidergli quella maledetta testa—era semplice come tagliare un foglio di carta. Sarebbe stata una degna conclusione per un mostro.

Perchè gli ho risparmiato la vita?

Come sussurri in una tempesta, quei ricordi mi tormentano solo adesso, qui, mentre assisto a questo spettacolo osceno ed esasperante. Mi sforzo di allontanare ogni istante di quel 1978. Ogni volta che lo faccio, mi sento come se nuotassi nelle sabbie mobili, ancorato ai miei fedeli e inseparabili compagni di viaggio—il dolore e il senso di colpa. Sono troppo stanco; non posso scuotermi di dosso la confusione, la paura. Temo di arrendermi alla paura.

La mia vita pullula di queste miserabili ironie.

Norton scompare dentro una berlina nera—sembra una delle tipiche macchine delle autorità—io, dimenandomi tra la folla, corro verso la mia furgonetta. Nonostante la foga, la mia mente ritorna di nuovo a quel 1978. Ricordo i procedimenti giudiziari; in particolare, come se fosse ieri, la contorta testimonianza dello stesso diavolo. L’avrò evocata solo diecimila volte.

Per ventisei anni, Norton era un uomo-bambino che non aveva mai del tutto colto le sfumature della vita adulta. Per dieci anni ha continuato a sciacquare i piatti in un ristorante, l’unico lavoro che abbia mai avuto. Per lui era comodo e facile—perfetto. Non aveva grandi aspirazioni né progetti speciali per il futuro, non cercava gratificazioni o ricompense.

Poi tutto cambiò. Disse che fu allora quando affiorò la sua nuova vita, quando si rese più consapevole e anche più intelligente. Capì meglio il mondo che lo circondava. Scoprì quello che denominò L’Obiettivo nella primavera del 1978, quello stesso obiettivo che guidò ogni sua azione. Dichiarò che divenne un uomo quell’anno.

Ricordo chiaramente che fu l’anno in cui diventò il diavolo.

Le parole che scrissi nel mio diario tornano a me, un inno personale più che mai attuale: La rabbia scorre come lava nelle mie vene. La mia anima arrostisce lentamente sulle fiamme. Come ho potuto permetterti di giungere fino a questo punto?

Ora la morte, come diciassette anni fa, ondeggia su di me come il cappio del boia. Eppure si profila più minacciosa che mai, come se discendesse intorno al mio collo in ogni momento. Dopo tutto conosco il vero Mitchell Norton. E chi può farmi paura, se non il diavolo, il torturatore truce che conquistò le mie aspirazioni e mi lasciò senza un mondo riconoscibile che potessi considerare mio?

Oppure è me stesso che temo? L’uomo che sono diventato? L’uomo in cui mi ha trasformato Norton?

Devo dare sfogo alla mia fantasia per sfuggire alla folla e alla polizia radunata presso il Palazzo di Giustizia. Riesco a tenere Norton sotto controllo, zigzagando tra le corsie e tenendo diverse vetture tra di noi, restando a sufficiente distanza per evitare che si renda conto che lo inseguo e che lo possa perdere di vista. Mi pervadono emozioni incerte, una combinazione indecifrabile di terrore e di attesa, la paura e l’eccitazione, la vendetta e il dolore. Devo sapere dove andrà a vivere. Sono informazioni estorte a fatica. Le autorità sono preoccupate per la sicurezza di Norton.

Porca miseria! Dovrebbero preoccuparsi di garantire la sicurezza non del diavolo in persona, dovrebbero preoccuparsi delle sue prossime vittime.

Oh sì, io conosco troppo bene Norton. Egli, una volta ancora, si accinge a torturare, uccidere e squartare. La tentazione sarà troppo grande.

Lo vidi da vicino nel 1978. Esaminai l’anima del diavolo, mentre osservavamo il sangue e l’orrore che aveva scatenato. Non riuscivo a capire il suo piacere impertinente, il brivido malato, la sua scoppiettante allegria.

Ora è uscito di prigione. E’ di nuovo libero di richiamare i suoi demoni, di torturare gli innocenti, di danzare valzer di quelli che una volta definì la sua sinfonia di urla.

Il diavolo cammina di nuovo per il mondo.

Che devo fare?

PARTE 2 – Rinascita

Capitolo 3 – 20 aprile 1978: Mitchell Norton

Dove si trova questo posto così strano? Sto volando su di esso? Cosa vuole fare a quella donna? Chi è costui? Forse la domanda migliore è: cos’è lui? Io non sono più un ragazzino; io non credo nei mostri nascosti sotto il letto o negli scheletri nell’armadio, ma.... Quel suo modo di guardarmi mi fa rabbrividire, tremendamente. Io credo che lui... Non ne sono sicuro, ma... credo... Vuole che io guardi ciò che fa?

La donna è distesa su un tavolo—nuda. Ciò mi piace, certo, ma non credo che mi piaccia ciò che le sta per accadere. Gli occhi, spalancati come scodelle, non luccicano e il corpo freme come in preda a una convulsione. Il sudore scorre sul viso e i capelli sono unti come se non li lavasse da un mese. Sta per succedere qualcosa di terribile, ma non ho la più pallida idea di cosa sia.

Il demonio, se di un diavolo si tratta, spinge un carrello verso un lato del tavolo. Sul carrello c'è un mucchio di armi e strumenti—coltelli, seghe, trapani, scalpelli, martelli e pinze.

Si accinge a operarla? Egli non è certo un fottuto medico. Il volto coriaceo, il ghigno scuro, gli occhi come carboni in un forno, tutto indicherebbe che.... Fanculo! Non so cosa abbia intenzione di fare, ma sono quasi sicuro che farà a meno dell’anestesia. Sbava e si lecca i baffi.

Afferra un coltello, grande come uno dei miei piedi, mi guarda e ride beffardo. La donna emette un lamento acuto che mi squarcia le orecchie come se avesse piantato a qualcuno una dannata piccozza nel fottuto cervello. Si muove al suo fianco e alza il coltello come chi...

Fermo! Che stai facendo? Urlo più forte che posso, ma lui mi ignora.

Afferra il polso e la attraversa con il coltello verso il basso. Lei urla di nuovo mentre il sangue schizza sul pavimento. Non si vede bene, ma sembra che sia un...

Mio Dio, ma perché l’hai fatto?

Ride fragorosamente e getta il dito su un lato come a indicare che si tratta di spazzatura. Poi, cammina lungo l’altro lato del tavolo. I suoi occhi scintillano: egli sorride, esibendo lunghi denti aguzzi a punta, simili a ghiaccioli.

È come se qualcuno mi stesse schiacciando la testa in una morsa. Non posso credere che tutto questo stia accadendo davvero. Cos’è questo posto? Perché non posso uscire? Devo trovare aiuto. Non voglio assistere a questo spettacolo, ma non riesco ad allontanarmi.

Merda, le sta toccando le tette! Come può fare questo dopo aver...

Aspetta, che diavolo sta facendo? Stringe e solleva la sua mano destra, mentre alza il coltello con la mano sinistra come se...

Ehi, ma che stai facendo? Fermati! Fermati, dannazione. Non puoi...

Un infinito, lancinante urlo scuote questa maledetta casa dell’orrore. Il sangue vola ovunque come uno sciame di cremisi dell’inferno. Lo sguardo del demone mi attraversa di nuovo e la saliva gocciola dai suoi denti a pugnale, mentre alza il suo nuovo trofeo sopra la testa.

Egli punta il dito ritorto contro di me. Presto, anche tu farai questo, Mitchell.

Mi si gela il sangue nelle vene. Non riesco a muovermi. Non posso parlare.

Se ti rifiuti, ti metto sul tavolo accanto.

Dio mi aiuti.

Stira il braccio destro indietro come un lanciatore di baseball sul monte di lancio, preparandosi a battere; ma no ha nessuna fottuta palla in mano. È il suo nuovo trofeo, i resti insanguinati di quello che una volta suscitava tanta attrazione e...

Ecco, Mitchell, prendila!

***

Mi alzai di soprassalto e guardai intorno nella camera buia—la mia camera, il mio letto—ora riuscivo quasi a respirare di nuovo. Le fredde e inzuppate lenzuola avevano trasformato il mio corpo in un unico enorme brivido.

Perché gli incubi continuavano a tormentarmi? Chi era quel demone e perché non mi lasciava in pace? Non lo sapevo ma...

Mi fotta una paperella di gomma! Cosa voleva dirmi quando ha detto che anch’io avrei fatto questo molto presto?

Capitolo 4 – 22 aprile 1978: Tony Hooper

L’uomo è l’unico animale che ride e piange, perché è l’unico animale che percepisce la differenza tra come le cose sono e come dovrebbero essere. – William Hazlitt

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La luce del sole scintillava sulla superficie del lago, immobile come uno specchio mentre il cielo, sgombro di nubi, faceva da sentinella. La mattina di primavera mi riportò alla mia infanzia, quando il maltempo passava e non vedevamo l’ora di uscire per giocare a rincorrerci, ad acchiappare la palla o a Batman e Robin. Adesso la penso diversamente, ma non per questo quei ricordi erano meno vividi, meno confortanti.

Una parete di settanta metri a picco dominava a sud quella cava, chiusa ufficialmente da tre decenni. Una stretta cengia scivolava fino a un ripiano, a meno di due metri dalla superficie dell’acqua, dove eravamo seduti io e Diana. Il lago cristallino, alimentato da una sorgente, emanava un odore leggermente metallico che mi ricordava... Non saprei dirlo—qualcosa che mi stringeva lo stomaco.

L’acqua turbinava in circoli sempre più grandi attorno ai miei piedi, che erano sommersi nell'immagine riflessa delle mie guance. Mi chinai verso la cengia, fino a trovarmi quasi faccia a faccia con me stesso, come se il mio volto riflesso nell'acqua potesse darmi delle risposte che cercavo tanto ostinatamente.

Diana mi riportò al presente. Sta’ attento disse, finirai per cadere nel lago. L’aria fresca e il sole brillante avevano unito le loro forze e avevano colorato le sue guance di un rosa straordinariamente attraente.

Mi poggiai allo schienale per permettere al sole di compiere la sua magia primaverile. Quella stagione avrebbe dovuto ispirare voglia di rinascita, rigenerazione, grandi sogni e rinnovate speranze—almeno così dicevano quasi tutte le poesie che avevo letto. Io desideravo che tali promesse si realizzassero, ma non riuscivo a scrollarmi di dosso quella malinconia implacabile. Niente di nuovo in tutto ciò.

Si era addensata durante l’inverno, come se fossi stato sepolto da una valanga. Ogni volta che rimuovevo tre centimetri di neve, altri quattro se ne depositavano sulla mia tomba gelata.

Merda! Smettila di fare scene, Tony. Pensa a Diana.

La magica Miss Gregario, la probabile futura Mrs. Hooper, dominava i miei pensieri. Ci eravamo conosciuti l’anno prima, il quattro luglio, al picnic organizzato dall’azienda dove i nostri papà facevano entrambi i ragionieri. Già prima l'avevo vista in giro a scuola in precedenza, ma in realtà ci presentammo durante quel picnic. Mi sorpresi di me stesso, quando trovai il coraggio di chiederle di uscire, in quanto per natura sono impacciato in queste circostanze. Farfugliai qualcosa, con la lingua in preda a una paralisi nervosa; mi comportai come un pazzo furioso, ma lei accettò!

Ogni volta che ho meditato su una prospettiva di vita senza di lei, mi è venuta la nausea. Il fatto è che noi stiamo bene insieme. Le dissi che io ero la notte e lei le stelle, che irradiava una luce inimmaginabile sulla mia vita. Con questa affermazione, ovviamente, caddi in uno di quei clichè tanto ricorrenti nei romanzi classici che leggevo, ma chi se ne fregava? Un pizzico di pacchianeria non ha mai ucciso nessuno.

Lei era il mio primo e unico amore e quando, di lì a pochi mesi, sarei andato all’università, mi sarei allontanato da lei. Ogni volta che meditavo sul mio futuro, sentivo eserciti di emozioni guerreggiare dentro di me. Anche in quel momento, la battaglia mi infuriava in petto e un nodo straziante mi rimbalzava come una palla da cannone in gola.

Come sarà...

Buon compleanno, Baby disse. "Non riesco ancora a credere che volessi passarlo qui, anche se

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