La Dignità delle Imperfezioni by Michela Maestri by Michela Maestri - Read Online

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Summary

La vita non è qualcosa che scorre mentre tu sei occupato a fare altro. La vita può e deve essere l'insieme di eventi che indirizziamo per ottenere la nostra felicità. La vita non è lineare, ti sfida sempre e come un'altalena ha bisogno di una nostra spinta quando la gravità l'attira verso il basso. Giulia lo ha capito a trentatré anni e non vuole smettere più di spingere. Un incontro, la consapevolezza che deve far succedere qualcosa, la portano a un nuovo inizio in una nuova terra dove c'è spazio solo per il passato "che vale la pena di ricordare". Avrà a disposizione il genere umano intero con le sue mille diversità per tornare ad avere fiducia e riscoprire la passione per il lavoro, per la musica, e la capacità di sognare. Fa da cornice a queste vicende la capitale catalana, Barcellona, con la sua aria salmastra, i locali di tapas e canas, i suoi abitanti. Oserà Giulia... e riuscirà ad essere l'artefice del suo destino?
Published: StreetLib on
ISBN: 9788866232926
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La Dignità delle Imperfezioni - Michela Maestri

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© 2016 Verdechiaro Edizioni

Via Montecchio, 29

42031 Baiso (Reggio Emilia)

ISBN 978–88–6623–292-6

Nessuna parte di questa pubblicazione, inclusa l’immagine di copertina, può essere riprodotta in alcuna forma senza l’autorizzazione scritta dell’editore, ad eccezione di brevi citazioni destinate alle recensioni.

-Collana Sfumature-

Michela Maestri

La Dignità

delle Imperfezioni

Prefazione

di Alberto Beltrame

Dopo aver terminato di leggere La dignità delle imperfezioni, una frase si marchiò a fuoco nella mia mente: non si necessita per forza di un lieto fine, a volte è meglio vivere tutta una vita lieta.

Cosa mi abbia spinto a voler scrivere una prefazione a questo romanzo ancora non so spiegarlo. Mi apparve per caso, scritto da una amica di una mia amica e consegnatomi con una rilegatura che lasciava un po’ a desiderare: semplicemente posto in un raccoglitore ad anelli di cartone. Presentato in maniera poco elegante e soprattutto scomoda da sfogliare.

Lo iniziai per rispetto nei confronti della mia amica, immaginando che fosse uno di quei romanzetti noiosi, che avrei abbandonato dopo circa quindici pagine. Probabilmente, pensai, per rispetto ad entrambe – la mia amica e la scrittrice – avrei letto qualche ulteriore pagina qua e là per essere sicuro di non abbandonare quello che si sarebbe potuto rivelare un capolavoro.

Quando lessi l’ultima riga, meno di tre giorni dopo averlo cominciato, mi resi conto di avere l’amaro dentro: quella sensazione dettata dalla consapevolezza sfuggente di aver chiuso troppo presto quelle pagine. Avrei dovuto leggere con più attenzione ogni singolo passaggio. Ma accade questo con i romanzi, con quelli belli: li si legge senza rendersi conto delle parole che volano via, con la curiosità di sapere come andrà a finire e poi, quando finalmente lo si termina, si vorrebbe tornare all’inizio per ricominciarlo da capo. La dignità delle imperfezioni non racconta una storia meravigliosa, non vi sono eroi su cavalli alati, né profondi filosofi o maestri di vita che dispensano perle di saggezza senza considerare il destinatario dei loro doni, e non vi sono descritte nemmeno immani tragedie, solitamente essenziali per poter giungere ad insegnare una lezione, per poter trasmettere una verità che l’autore ritiene assoluta.

Racconta di vite, di vite vere e vissute, di quelle vite da cui si può veramente imparare. Questo in quanto ognuno di noi avrebbe potuto viverla, una delle vite descritte in queste meravigliose pagine.

Dico meravigliose in quanto in esse le vicende della protagonista, Giulia, e dei comprimari vengono descritte in maniera eccelsa, facendo completamente immergere il lettore, nelle atmosfere goliardiche dei tempi universitari, nelle ansie e insoddisfazioni del mondo del lavoro giovanile in Italia, ma anche nei caldi raggi del sole e nei venti di libertà tipici della Spagna come, inoltre, nelle atmosfere romantiche e quasi eteree delle notti di passioni.

L’autrice, grazie ad una notevole capacità narrativa che, ringraziando il cielo, non si perde in prolisse descrizioni di particolari inutili ai fini della storia – tipico di alcuni romanzieri bramosi di dimostrare tutta la loro bravura letteraria – riesce a far alienare il lettore dalla realtà, catapultandolo e facendolo sentire pienamente partecipe delle trame che si intersecano in queste pagine.

Ed è questo uno degli aspetti che più mi ha colpito: il modo di descrivere, così naturale e semplice, eppure con una certa dose di ricercatezza, porta il lettore ad appassionarsi ai personaggi, a condividerne le gioie e i dolori, a immedesimarsi in loro e a provare empatia.

L’emozione che questa lettura fa nascere nel lettore è il suo più grande dono e il suo più grande insegnamento. Nel suo non avere la presunzione di voler insegnare, l’autrice offre un regalo curioso: l’apprendere che vivere emozioni è molto più importante di qualsiasi insegnamento teorico. Sterili perle di saggezza non sono di alcuna utilità.

Descriverlo in questo modo potrebbe apparire sminuente e il lettore potrebbe pensare si tratti di una bella storiella come ce ne sono mille altre, eppure non è così. Diversamente da un saggio, lo scopo di un romanzo rimane sempre avvolto da una coltre di mistero più spessa, che lo rende inevitabilmente più affascinante: perché l’autrice lo ha scritto? Cosa l’ha spinta? Cosa voleva comunicare? Vi è un messaggio nascosto? Ho colto tutte le sottigliezze descritte? Sono domande a cui è difficile rispondere e alle quali molto spesso la stessa autrice non sa rispondere.

Per questo ogni romanzo è intriso di una certa dose di poesia, di mistero, che lo rende di fatto una opera d’arte unica.

Ma La dignità delle imperfezioni non contiene solo poesia, bensì abbraccia diverse forme della creatività umana: la musica è sottofondo costante di ogni momento significativo vissuto dalla protagonista; il collegamento tra brani passati alla storia e gli avvenimenti che accadono nel romanzo riesce a coinvolgere ancora maggiormente e a far percepire Giulia come una persona reale e non frutto dell’ingegno. L’architettura, non quella vincolata alla mera speculazione edilizia, bensì quella che concretizza la genialità e l’animo umano in opere concrete, è un altro aspetto di ciò che di meraviglioso l’essere umano può creare ed è ben descritto in questo romanzo.

Quindi da semplice romanzo si trasforma in un’opera completa e, detto con una parola semplice ma che descrive in modo eccelso cosa si vuole indicare, bella.

Per il mistero, per le emozioni che mi fanno esperire, per la mancanza della volontà di insegnare, e per il fatto che vengano descritte situazioni di vita vissuta mi accorgo spesso che è dai romanzi che imparo maggiormente; e un romanzo che mi fa provare gioie e dolori, i cui personaggi mi emozionano al punto da provare empatia per loro, come è quello che tenete tra le vostre mani, riesce a trasmettere significati ancor maggiori e intensi.

E se il vecchio poeta, John Keats, ammaliato a tal punto di fronte alla perfezione di un’urna greca, scrisse le seguenti parole «Bellezza è verità, Verità è bellezza. Questo solo sapete sulla terra ed è quanto basta», aveva ragione, e io credo fermamente sia così, non si necessitano motivazioni particolari per ammirare o, in questo caso particolare, leggere, un’opera d’arte che, come ho detto poc’anzi è, semplicemente bella.

Quindi, cosa mi rimarrà di questo romanzo o, per dirla in modo migliore, dalla sua prima lettura? Dico di proposito dalla prima lettura perché proprio come accade per altri grandi racconti, sarò spinto a leggerlo e rileggerlo più volte per comprenderne tutte le sfumature. Ma tornando al mio quesito: che cosa mi rimarrà? In caso non avessi modo di rileggerlo mai più, che cosa ha comunicato alla mia anima? Mi ha insegnato qualcosa?

Non ve lo posso dire o, per essere totalmente sincero, non ve lo voglio dire.

Ciò che mi ha trasmesso e che io sono stato in grado di accogliere in me è mio e solo mio e non si può condividere con nessuno, non sarebbe assolutamente giusto farlo. Soprattutto in una prefazione. In primo luogo perché potrebbe influenzarvi durante la lettura e, in secondo luogo, perché potrebbe non trasmettere le stesse emozioni anche a voi.

Ed ecco che mi rendo conto che parlo del romanzo come avesse una vita propria e ne descrivo pregi, azioni, qualità come se descrivessi la vita e il carattere di una persona… solo per questo motivo merita di essere letto e riletto più volte.

Alberto Beltrame

autore de L’alchimista Fanciullo e Tutto Nero

A Ste. Ad Andrea.

PARTE PRIMA

I

Un lunedì mattina di primavera senza dover andare a lavorare e con il sole che splende. Il mare a portata di mano, anzi, di scale. Basta uscire di casa e te lo trovi davanti agli occhi, assonnato, solitario, deserto. Nessuno si sogna di lasciare la città per dirigersi verso la costa più vicina in un lunedì di maggio, con la stagione che ancora deve iniziare e dopo giorni di pioggia torrenziale. Viene voglia di alzarsi dal letto, anche se è presto, e andare a fare colazione in spiaggia, deliziandosi del fatto di vivere in una cittadina di mare che tanto si odia per tutto l’inverno. Davvero un lusso… un lusso sì, come queste ultime ventiquattr’ore della vita di Giulia. Due giornate che altro non sono state se non un diversivo, una boccata d’aria breve ma intensa, che ogni tanto ci vuole, e pazienza che sia già finita.

Si alza dal letto quasi con entusiasmo, nonostante siano solo le otto, una sciacquata veloce e via in spiaggia! Il mare questa mattina è tutto suo, nessuna orma sulla sabbia, nessun rumore vacanziero, solo qualche gabbiano immobile sulla riva che contempla i colori distorti del mondo. Si siede al tavolino più vicino all’acqua, quello sempre occupato. Stamane il problema non si pone: al bar c’è solo lei. Vuole godersi tutta la solitudine e assaporare con calma la colazione: pasta integrale al miele, rigorosamente quella da anni ormai, succo d’ananas e caffè macchiato. Fa finta di leggere il quotidiano, anche se in vita sua non crede di essere mai arrivata oltre la seconda pagina, poi cede alla tentazione e accende il telefono: niente, la sua boccata d’aria del fine settimana si è già dimenticata di lei. Pazienza. Non può fare a meno di ripercorrere questi ultimi due giorni attraverso i ricordi e le emozioni che li accompagnano, come fossero un grido dell’anima che ha voglia di vivere nonostante la si opprima con teli di polvere e insoddisfazione. Poche ore per capire che a una statica immobilità si trova presto rimedio e che la spina da un cuore stropicciato e ferito si può almeno in parte estrarre. Si guarda nello specchio e ritrova un’aria serena e un sorriso con sempre più rughe, ma chi se ne frega! Gli anni passano per tutti.

Questo fine settimana aveva fatto finta di lavorare, il suo studio l’aveva obbligata a partecipare alla giuria dell’annuale gara di progettazione per neolaureati. Giulia cercava sempre di tenersi alla larga, avallava giustificazioni di precedenti impegni o altro, tanto per questo lavoro c’erano i nuovi arrivati. Questa volta era toccato a lei. Finita la prima giornata di gara, Giulia era stanca, la sera prima non aveva dormito un granché. Non che avesse paura di far parte della commissione esaminatrice, ma si sentiva a disagio con i suoi trentatré anni a esprimere giudizi su ragazzi che, magari, di talento ne avevano molto più di lei, e che potevano anche controbattere alle sue critiche. Non vedeva l’ora di salire in macchina e andarsene di filata a letto. Mentre stava infilando le chiavi nella portiera, da lontano intravide il suo capo di Milano accennare un saluto con la mano, e dirigersi a passo svelto verso di lei. Quell’uomo l’aveva sempre messa a disagio. Lo vedeva solo due o tre volte all’anno, per la presentazione dei progetti maggiori alla sede centrale. Non era spiacevole, né arrogante, ma a Giulia non piaceva il modo in cui le imboccava sempre le parole e non le faceva mai finire un discorso. Si comportava come il professore con l’alunna in piedi davanti alla cattedra che espone la ricerca di geografia. Davanti a lui perdeva la sicurezza in se stessa e non lo accettava. Quella sicurezza l’aveva sempre avuta, nel lavoro e nella vita, nonostante i vari Ettore Martini, ma ultimamente era solo diventata un involucro per nascondere la sua fragilità. La città in cui si era trasferita da tre anni dopo aver concluso gli studi le aveva fatto questo regalo.

Con le gambe che cominciavano a dare segni di irrequietezza e la mente impegnata nel produrre una frase ad effetto, la distanza tra i due diminuiva velocemente; in un attimo furono uno di fronte all’altra.

«Giulia, che piacere vederti! Come stai?»

La sua risposta voleva essere imboccami anche gli stati d’animo oltre alle parole, so che sei stato tu ad insistere perché fossi qui oggi. Per fortuna la frase si arrestò tra cervello e polmoni, lasciando spazio ad uno dei sorrisi più falsi che potesse esibire.

«Dottor Martini, che piacere! Direi di star benone. Interessanti i progetti di quest’anno, non crede?»

Martini ignorò la sua risposta e proseguì chiedendo del collega di studio, Angelo Ferri, la persona più detestabile sulla faccia della terra, immersa nel cocktail di fine lavori, bevendo quanto più poteva e molestando tutte quelle povere partecipanti ignare, sia della sua pesantezza, che della sua viscidità.

«Se guarda verso il bancone lo vede. Giacca blu e pantaloni beige. E lei, è venuto solo da Milano?»

Non le rispose. Vide il suo sguardo dirigersi verso il punto indicato e a seguire una smorfia di disapprovazione appena accennata. Un’espressione che Giulia conosceva bene, da tre anni lo vedeva rifiutare progetti con quei movimenti impercettibili del volto che i meno esperti interpretavano come giudizio positivo.

«Bene» proseguì «ora gli oneri e gli onori di questo posto mi impediscono di trattenermi, ci rifaremo alla cena di questa sera. Magari riusciremo anche a sederci allo stesso tavolo, non abbiamo mai la possibilità di scambiare due chiacchiere e volevo personalmente parlarti di un progetto. Ecco l’invito. Ci vediamo tra qualche ora.»

Quell’uomo usava in ogni occasione frasi cavalleresche uscite dal Don Chisciotte, che lasciavano talmente interdetto chiunque da impedire una risposta, qualsiasi risposta, che fosse di assenso o dissenso.

Ora anche la cena le toccava! E sapeva benissimo di non poter fare altro che andare a casa, prepararsi e non mancare di essere puntuale. Se almeno ci fosse stato Carlo avrebbe avuto qualcuno con cui rilassarsi tra una battuta e un’altra. Si chiedeva come avrebbe fatto a sopportare tanti noiosi sconosciuti per tutta la sera.

In questo turbinio di pensieri che le stavano facendo sentire un gran caldo, nonostante la pioggia torrenziale, Giulia notò come il suo principale snobbasse il collega e si dirigesse verso gli altri presidenti dei vari studi presenti in sala.

Che non lo abbia invitato alla cena? Pensò. Mossa dalla speranza, si avvicinò ad Angelo. Bene, non era tra gli invitati. Anche se non capiva il motivo della sua sola presenza, una sensazione di sollievo la invase.

Alla cena era sola. Appena entrata al ristorante, sentì un centinaio di occhi puntati su di lei. Giulia era abituata, era quello che cercava in un mondo ostile alle donne, nel quale non sai se dover vivere o solo sopravvivere. Gonne molto aderenti fin sotto al ginocchio, tacchi vertiginosi e trucco deciso, quasi provocante, non possono che portare la gente a guardarla e avere voglia di non lasciarla come semplice tappezzeria della sala. In uno slancio di positività si poteva addirittura immaginare di coinvolgere vista ed udito insieme così che qualche parola pronunciata potesse venire captata.

Presentato l’invito, il maître l’accompagnò lontano da dove era seduto Martini.

Strano pensò aveva detto che doveva parlarmi…

Non tardò molto a capire di essere stata assegnata al tavolo dei ragazzi: sei coetanei venuti da chissà dove occupati in presentazioni senza alcuna importanza e con già in mano il telefono per mostrare le foto dei figli. Ecco una cosa che odiava visceralmente. La cena iniziava sotto i peggiori auspici.

Mentre sorrideva annoiata ai racconti delle vite altrui, Giulia sentì una voce familiare chiamarla e risollevarla dall’incubo in cui stava sprofondando.

«Ci sei anche tu! Ti ho cercata per tutto il giorno senza trovarti.»

La voce di Carlo si introdusse tra il brusio di fondo come una musica di salvezza.

Carlo: non si conoscevano un granché ma le piaceva chiacchierare con lui perché era un ragazzo semplice che le aveva sempre dato importanza e aveva sempre avuto attenzioni spontanee. Trascinò una sedia vicino a Giulia ed insieme bevvero l’osceno vino. Ora aveva un complice per rendere la serata per lo meno sopportabile.

Cominciarono a parlare delle vacanze, della loro vita, dell’estate alle porte, dei progetti fatti durante l’inverno. Carlo da sempre aveva la capacità di metterla di buon umore, di farla ridere e stare bene. E solo lei sapeva quanto ne aveva bisogno in questa fase non facile della sua vita.

Dopo una lunga conversazione, le presentò i suoi personali angeli ispiratori, Massimo e Luca. Bei ragazzi, più giovani di lei. Attraverso l’analisi delle rughe attorno agli occhi – che nessuna donna non poteva esimersi dal fare – contava non avessero più di trent’anni. Ma erano terribilmente divertenti e con una gran voglia di scappare da quel posto per scoprire le famose notti del litorale.

Tra vino, troppo, e tante chiacchiere, Giulia si era dimenticata che ci faceva lì. La realtà le si presentò rapidamente quando incrociò lo sguardo del dottor Martini che reclamava la sua attenzione.

«Avrei necessità di scambiare due parole. Se mi volessi seguire al bar…»

Atteggiamento insolito. Perso l’abituale tono professionale le proponeva un informale invito al bar. Cosa avrebbe dovuto aspettarsi Giulia?

Arrivati al bancone, Ettore Martini cominciò il suo monologo. Le chiese come andava il lavoro in ufficio, come si trovasse nella filiale assegnatale quasi per sorteggio, come le sembrassero i suoi nuovi colleghi. Discorsi generici per arrivare alla vera questione.

A parte vari accenni con il capo, non una parola usciva dalla bocca di Giulia, labbra serrate e mente intenta a scoprire dove portasse quel discorso fumoso.

«Ritornando alla proposta della quale ti parlavo oggi…»

Il suo volto perse quel fare amicale che lei non conosceva per tornare ad assumere l’atteggiamento un po’ dispotico del professore di scuola.

Sconcertata dagli eventi, Giulia si stava perdendo nelle parole sicure e così poco paterne.

I rumori della sala si ovattarono, la vista si annebbiò. Aveva la sensazione di galleggiare sullo sgabello del bancone, come se il suo alter ego volesse imporre al corpo materiale di fuggire. Forse aveva bevuto troppo, ma le parole non venivano elaborate dal suo cervello, nella sala c’era troppa confusione e le stava scoppiando il mal di testa. La sua attenzione si focalizzò sulla pochette lasciata al tavolo nel cui interno poteva nascondersi la sua salvezza: un analgesico.

Intanto il flusso di informazioni continuava.

«Lo studio di Londra, essendo soddisfatto dei prodotti che gli forniamo, ha chiesto un nostro architetto per seguire la ristrutturazione e l’arredamento delle loro gallerie d’arte. Dal momento che gli azionisti della ditta hanno accettato quasi immediatamente, non abbiamo tempo, bisogna scegliere subito e ho pensato a te. Già ben conosci quella realtà, hai passato due anni del tuo dottorato a Londra. E diciamoci la verità, il tuo lavoro è quello, non rendere più belle le strutture che i nostri ingegneri progettano. Hai abbastanza esperienza e non avresti bisogno di adattarti in una nuova città. Credo tu sia perfetta, ho sempre avuto un gran rispetto del tuo lavoro. Sei una persona capace.»

Improvvisamente il cervello ricominciò a sentire e Giulia si rese conto di cosa le stavano chiedendo: il direttore in persona le stava proponendo un trasferimento a Londra. Lavoro di consulenza per la realizzazione di gallerie d’arte, sempre più numerose nella capitale britannica. Sarebbe tornata al restauro, all’arredamento, avrebbe ricominciato a creare invece che limitarsi a modificare qualcosa che qualcun altro aveva progettato e che avrebbe forse potuto dare un risultato soddisfacente per la sua ditta. Giulia era impreparata ad ogni reazione.

«Prenditi qualche giorno per pensare alla proposta. Quando sarai pronta ci rincontreremo nel mio studio a Milano.»

Si congedò da lei e si allontanò lentamente.

Nel tentativo di alzarsi dallo sgabello, il tacco dodici la tradì, come il suo aspetto. Nonostante la sua volontà fosse non far trasparire alcun vacillamento, sul volto le si dipinse il sorriso della bambina che infila le dita dentro al vaso di Nutella senza che nessuno la scopra. L’impassibile dottor Martini sorrise di gusto. Non si era sbagliato su quella ragazza. Era in gamba e con tanta voglia di mettersi in discussione. Giulia aveva sugli altri candidati il vantaggio di un master di due anni a Londra, ma non era certo stato quello il motivo della sua scelta ed ora sapeva che aveva preso la giusta decisione, come sempre del resto. Giulia non l’avrebbe deluso.

Giulia si avvicinò al suo tavolo con uno sguardo che andava dal terrore all’incredulità. Fu accolta da un grande abbraccio di Carlo.

«Io sapevo tutto, mia dolce Biancaneve! Allora, come ci si sente ad essere la punta di diamante italiana della nostra rispettabile ditta?»

Riprese il controllo delle gambe e della parola. Poca saliva iniziava a inumidirle la bocca secca nonostante lo sguardo di incredulità e gioia l’accompagnasse al tavolo al quale tornò accolta da un applauso: sembrava tutti sapessero tranne lei.

Non avrebbe saputo dire quanto tempo era passato e come si fosse trovata seduta in macchina. Ma ormai i rumori della cena erano lontani e Giulia stava sfrecciando con il vento tra i capelli per le strade della litoranea in compagnia del suo amico Carlo e degli altri due compagni. Bei ragazzi, si ripeteva di continuo.

Si fermarono ad ogni bar della darsena. Risero, scherzarono, si stuzzicarono e si insultarono, ormai erano fuori controllo. Carlo e Luca molestarono bonariamente un sacco di ragazze, Massimo sembrava il più sereno. Allontanava i ragazzi troppo insistenti e quando Giulia decise che era il momento di fare il bagno in mare, fu lui ad andare a riprenderla. La dovette trascinare a forza fuori dall’acqua e nel tentativo di impedirle gesti acrobatici quali ruote e spaccate sulla spiaggia le cadde addosso.

Forse nemmeno lui era particolarmente sobrio, o forse era talmente sobrio da rendersi conto che non le era indifferente. La baciò sui capelli bagnati, sulle labbra, sul collo. La abbracciò con dolcezza, senza finzioni né forzature, le accarezzò il viso. Complice l’acqua gelida, Giulia si riprese e tornò ad avere il pieno controllo delle sue azioni, ma non si liberò da quei baci e da quell’abbraccio. Non avrebbe saputo dire se Massimo le piaceva, ma stava facendo quello di cui aveva bisogno. Senza invadenza, le stava dando quella dolcezza non richiesta che da troppo tempo le mancava e che ormai pensava essere solo un ricordo sbiadito del mondo dell’adolescenza del quale lei non faceva più parte.

Nessuno dei due sapeva quanto tempo fossero stati lì fermi ad abbracciarsi, a baciarsi e ad accarezzarsi. Cominciava ad albeggiare, una palla di fuoco stava velocemente emergendo dal mare. Entrambi furono assaliti dall’intensa luce. Sulla spiaggia erano rimasti soli, con i vestiti completamente bagnati.

«Hai dei capelli…» ghignò lui.

Queste parole e mille baci furono il ritorno al mondo dei doveri. Le cinque di mattina.

Continuando a ridere si affrettarono ad uscire dalla spiaggia in cerca della macchina che nessuno ricordava dove fosse parcheggiata.

Tra poche ore avrebbe dovuto presentarsi a quella stramaledetta gara esibendo un involucro presentabile se non voleva passare dal ruolo di giudice a quello di giudicata.

«Che fine avranno fatto gli altri due, sopravvissuti secondo te?» chiese Giulia.

Li ritrovarono uno in macchina a dormire e l’altro dietro a un albero con ancora i calzoni calati… forse in seguito qualcuno avrebbe avuto il coraggio di chiedergli cosa fosse successo.

In quel momento la cosa urgente era portare i tre uomini in hotel, volare a casa e tentare di sistemarsi.

Quattro ore dopo, seduta nella sua postazione in giuria, Giulia non riusciva nemmeno a vedere i disegni che le presentavano. Ad ogni domanda si limitava a fare un gesto di assenso con il capo e a copiare i giudizi del suo vicino.

A dispetto della giornata di pioggia passata, oggi nel cielo risplendeva un sole caldo. Se qualcuno avesse potuto intravedere i suoi occhi sotto gli occhiali da sole, si sarebbe reso conto che brillavano come il mare che vedevano all’orizzonte.

Una gioia e una serenità irragionevoli turbate dall’irrequietezza: per quanto guardasse in tutte le direzioni, non vedeva Massimo.

Qualche ora prima, mentre gli altri amici salivano in hotel, loro due erano saliti furtivamente nel solarium ancora chiuso. Si erano stesi su un lettino e, senza parlare, si erano baciati, toccati, annusati. Giulia aveva sentito il respiro di lui farsi sempre più affannoso mentre le accarezzava le spalle, la schiena, i fianchi. Su di un lato, dietro di lei, le aveva sollevato la gonna troppo stretta, accavallato con gesto deciso le gambe e aveva cominciato a baciarla sopra le mutandine di pizzo. Giulia ricordava la vampata di calore che quei baci le avevano provocato, quel brivido che sale fino alla punta delle orecchie. Avevano fatto sesso come due ragazzi maturi, con calma, senza pretese.

Non fu certo il miglior sesso della sua vita. Ma si sentiva desiderata oltremodo da quel ragazzo che nell’entusiasmo di averla non era riuscito a controllare il suo piacere.

«Scusa» le disse.

«Va bene così» rispose.

E andava davvero bene