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La felicità (Tradotto): Traduzione dal De VIta Beata di Seneca

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Summary

Un giorno Damocle disse a Dionigi, tiranno di Siracusa, che nessuno al mondo poteva essere più felice di lui. “Vuoi allora che ti faccia provare la mia felicità?”. “Oh, sì, mio signore! Sarebbe un sogno!”. Dionigi sorrise e lo invitò a pranzo, un banchetto da mille e una notte, se non fosse stato che fece appendere sopra il capo di Damocle, una spada affilatissima, appesa a un crine di cavallo. Inutile dire che, per tutta la durata del pranzo, Damocle fu tormentato dall’angoscia e dal terrore. “Vedi”, gli spiegò allora Dionigi, “come è felice la mia vita? Nonostante tutte le mie guardie armate non dipende che da un filo”...
Arrivando dal IV secolo avanti Cristo ad oggi, cos’è la felicità? Per alcuni è solo l’assenza del dolore, altri, semplicisticamente, la identificano col piacere. Tutti noi la proviamo, nella vita, anche solo per pochi attimi. E, quando inesorabilmente svaniscono, non sappiamo come descriverli. E’ qualcosa di intenso e vitale, la felicità, è una gioia dell’anima. Forse è proprio l’anima che, come per incanto, si apre, si espande a tutto il creato. O a chi amiamo. O a tutta l’umanità, in un immenso e caldo abbraccio. Per Lucio Annèo Seneca, il grande filosofo romano vissuto venti secoli fa, la felicità risiede nella virtù. Il mondo, ai tempi di Seneca, è un mondo difficile, confuso, violento. Proprio come oggi, ribatterà qualcuno. E il grande filosofo, andando contro alla dilagante corruzione, a un materialismo che va minando alla base tutta la società e le istituzioni, reagisce scrivendo un aureo libretto sulla felicità, il De vita beata. Predica bene, ma razzola male Lucio Annèo Seneca? Sì, certamente. Pieno di mille contraddizioni (e da qualcuna cerca di difendersi anche nel De vita beata: è lui il filosofo preso di mira dai non virtuosi...) si riscatta, senza rinnegare la teatralità di cui ha intessuto l’intera sua vita, con il suicidio. Si taglia le vene e si avvelena, questione d’onore, proprio mentre stanno sopraggiungendo i sicari dell’imperatore ... “Conosco il meglio e al peggio mi appiglio”: la traduzione di Ugo Foscolo di una famosa frase di Seneca suona inesorabile come epitaffio. A conclusione di una vita costellata, in egual misura, di luci e ombre. Davvero un grande saggio Lucio Annèo Seneca? Sì, cui le paradossali contingenze dell’esistere, della vita di tutti i giorni, tarpano le ali. Spruzzandole anche di fango. Ma le sue parole, i suoi consigli sono senza tempo, per l'eternità.
Buona lettura!
Roberto Denti

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