Il bambino by David V. Smith by David V. Smith - Read Online

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Il bambino - David V. Smith

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Adrian, in preda al panico, uscì di corsa dalla casa, scese con prudenza le scale ghiacciate e salì in macchina. L'ombra del cancello di ferro, che era rimasto spalancato, proiettata a terra dai fari, si muoveva tetra man mano che la macchina procedeva lungo il vialetto di ghiaia.

Qualcosa sembrava muoversi tra i rami nel buio. Adrian accese gli abbaglianti e vide una creatura della notte che se ne stava lì a scrutarlo dal bosco con occhi gelidi. «È solo una civetta, calmati, calmati!» gridò a se stesso.

Si mise sulla strada principale e iniziò a scendere con cautela per i tornanti. «...ho immaginato tutto, ho avuto un'allucinazione...» diceva mentre guidava lentamente.

Il respiro si era condensato in una nuvola di vapore che nel freddo abitacolo della macchina aveva appannato il parabrezza.

Mentre faceva le sue congetture arrivò alla curva della morte. Non c'era nessuno e il muretto era intatto.

«Non sono mai stato qui! È stata solo un'allucinazione!»

Un rumore proveniente dal bosco gli fece accapponare la pelle; fermò la macchina e abbassò il finestrino. Una corrente d'aria gelida lo investì, poi di nuovo lo strano suono che assomigliava ad un ululato squarciò il silenzio.

«Non è possibile, qui non ci sono lupi.»

Riprese a guidare lentamente con il cuore in gola fin quando non vide delle luci filtrare da dentro la boscaglia. Decise di andare a vedere cosa fosse – forse avrebbe trovato la risposta – e con un'immensa dose di coraggio accostò la macchina e scese.

Camminava lentamente cercando di non fare rumore verso quella luce che a volte diventava bluastra illuminando gli alberi e le pietre in modo surreale. Adesso sentiva anche un fruscìo e un rumore di foglie e rami secchi che scricchiolavano sotto il peso di qualcuno o qualcosa che si muoveva.

Man mano che proseguiva addentrandosi nella fitta vegetazione, il sottobosco diventava sempre più blu. «Alieni? È di questo che si tratta allora?» si chiedeva bisbigliando. «In queste zone negli anni cinquanta ci sono stati avvistamenti... rapimenti... continui contatti...»

«Fermo!» tuonò una voce dietro di lui. «Non respirare neanche.»

«L'hai preso?» chiese affannata un'altra voce che si avvicinava.

«Dove credevi di andare? Eh?» continuò il primo abbagliandolo con una torcia elettrica. Adrian schermò la luce con una mano e riuscì a intravedere una divisa da poliziotto.

Il secondo agente li raggiunse e gli intimò di incamminarsi. Lo condussero per un sentiero nel mezzo del quale, poco più in basso, era parcheggiato il loro fuoristrada. La luce blu, che si faceva sempre più intensa, era quella del lampeggiante.

«Cos'è? Non parli?» chiese provocatoriamente il poliziotto che lo spingeva conficcandogli la pistola nella schiena. «Sappiamo chi sei e adesso ti portiamo dentro.»

«Forse c'è uno sbaglio di persona» si azzardò finalmente a balbettare Adrian.

L'agente che li precedeva si girò guardandolo meravigliato e disgustato.

Ora mi spara, pensò Adrian.

Quello che lo stava spingendo l'afferrò per i capelli e lo spinse con violenza contro un albero. Probabilmente gli ruppe il naso. Quello avanti invece si era poggiato alla macchina e si era acceso una sigaretta godendosi lo spettacolo mentre parlava alla radio. «Sono Taylor, l'abbiamo preso.»

«Davvero, non sono chi credete...» disse Adrian in un disperato tentativo.

L'altro agente lo afferrò per la giacca e lo scaraventò violentemente a terra.

Adrian affondò le mani nella terra umida, toccò qualcosa di molliccio, poi qualcosa di duro.

Il poliziotto camminava lentamente verso di lui con la pistola in mano. Fu allora che Adrian vide il bambino alle spalle dell'uomo; stava risalendo il sentiero.

La paura fu sostituita repentinamente dalla rabbia. Strinse i denti, afferrò la pietra che aveva incontrato la sua mano e si rialzò scaraventandosi addosso all'agente. Lo colpì alla testa e quello perse i sensi. Poi raccolse la pistola e la puntò verso l'altro.

«Non sono chi credete...»

«Sì, ma mettila giù. Possiamo ancora risolverla» rispose attonito l'agente Taylor.

«No, fallo tu.»

Taylor lasciò scivolare la pistola e con un gesto delle mani lo invitò a calmarsi.

«Ora mettila giù e parliamo da persone civili, ok?»

«Persone civili?? Perché non ne abbiamo parlato da persone civili prima, quando ero disarmato?»

«Il mio collega ha esagerato, lo ammetto, ma adesso...»

Il bambino era ora accanto all'agente. Sorrideva, come se la sua impresa fosse ormai compiuta. Adrian gridò follemente e sparò.

Non aveva mai sparato prima. Non aveva idea che una pistola fosse così pesante né sapeva come gestire il rinculo, tuttavia scaricò mezzo caricatore. Quando finì, riaprì gli occhi e si rese conto di aver ucciso l'agente Taylor.

Del bambino nessuna traccia.

«No, no, no!» urlava in preda al panico. «Ho ucciso un uomo. Forse due... Ma come ho fatto ad arrivare a questo punto?»

alcune ore prima:

«Che cazzo di sogno» disse Adrian svegliandosi.

Erano le sei del pomeriggio, il riposino pomeridiano era durato più del previsto. Ma in fondo era il 31 dicembre, ci poteva stare... Dopo le vacanze di Natale non avrebbe più potuto dormire di pomeriggio così a lungo; sarebbe tornato a lavorare al progetto di dottorato. L'idea che aveva proposto, e stava sviluppando in collaborazione con un matematico, era valida ma di difficile implementazione. Quella sera però non ci avrebbe pensato, si sarebbe goduto il capodanno, o almeno ci avrebbe provato.

Guardò la sua gatta siamese appollaiata sopra di lui e si perse in quegli occhi azzurri in cui dentro vedeva il cosmo intero. Poi la gatta si stiracchiò e con uno sbadiglio mostrò tutta la micidiale dentatura felina. Fu investito da una zaffata di alito al pesce che lo svegliò completamente.

Preparò una tazza di caffè caldo e mise su la colonna sonora di Blade Runner.

Con una coperta attorno alle