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Le città dell'anima. I luoghi dei poeti

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Le città dell'anima. I luoghi dei poeti

Length:
241 pages
3 hours
Released:
Mar 7, 2017
ISBN:
9788868225384
Format:
Book

Description

In questa antologia alcuni tra i principali poeti italiani raccontano l’anima dei luoghi dove vivono, dove scrivono. I poeti riportano nelle loro opere il gorgo o il sorvolo che li domina nel momento della creatività. E’ altrettanto naturale, poi, che la loro scrittura sia convogliata su canali in cui influisce in modo significativo il posto in cui nasce. Un innegabile connubio, a questo punto, tra anima e luogo. Il simbolo di un’anestesia chiamata speranza. Nel contributo che i poeti invitati hanno qui offerto, è sorprendente l’estrema, totale innocenza con cui si sono concessi. Nelle loro confidenze nessuna zona impraticabile: tutto è chiaro e immediato come una confessione. I loro interventi si leggono come autentici pezzi di bravura: una scrittura sulla scrittura alla stregua del sempre mirabile “Pomeriggio di uno scrittore” di Peter Handke.

 
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Mar 7, 2017
ISBN:
9788868225384
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Le città dell'anima. I luoghi dei poeti - Valerio Magrelli

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AA.VV.

LE CITTà

DELL’ANIMA

I luoghi dei poeti

a cura di

TIZIANO BROGGIATO

ISBN: 978-88-6822-538-4

Proprietà letteraria riservata

© by Pellegrini Editore - Cosenza - Italy

Edizione eBook 2017

Via Camposano, 41 (ex via De Rada) - 87100 Cosenza

Tel. (0984) 795065 - Fax (0984) 792672

Sito internet: www.pellegrinieditore.com - www.pellegrinilibri.it

E-mail: info@pellegrinieditore.it

I diritti di traduzione, memorizzazione elettronica, riproduzione e adattamento totale o parziale, con qualsiasi mezzo (compresi i microfilm e le copie fotostatiche) sono riservati per tutti i Paesi.

Introduzione

Ci sono luoghi che aspettano, con una loro inquieta gioia, di essere nominati. Sono luoghi carichi di aspettative dove si riuniscono e trovano unità i frammenti dispersi di un’esistenza. Luoghi che diventano definitivi, che evocano appuntamenti, volti, accadimenti. Luoghi che diventano eletti perché il tempo confluisce in loro, radunando tutte le stagioni precedenti. In questi luoghi nasce un’improvvisa eternità perché non cesserà mai l’anima che li alimenta. Se questa venisse meno, infatti, verrebbe meno anche la sorgente che tiene in vita la poesia.

Questo libro ha per titolo Le città dell’anima perché da un lato è senza dubbio interessante identificare, per quanto sopra, quali sono i luoghi in cui si svolgono i fatti salienti della vita, quelli del ricordo e della speranza, dall’altro è non meno importante avvicinarsi e possibilmente carpire lo stato d’animo, il movimento tellurico interiore che accompagna il poeta quando il silenzio si dirama e la parola gli si rivela nella sua esaltante, solitaria bellezza. Cosa vede o crede di vedere in quei momenti? Dove si appoggia per scrivere, per fermare in tempo il dono della poesia?

La prima volta che avvertii la necessità di nominare i luoghi, chiamando per nome persone, strade, ponti, palazzi, fu dopo la lettura, ormai diverso tempo fa, di Pomeriggio di uno scrittore di Peter Handke. Fin dalle prime pagine intuii che quel breve romanzo altro non era che un puro esercizio di bravura, una prova di scrittura atta a sublimare la capacità dello scrittore austriaco di raggiungere un livello letterario di nessun genere eppure, o forse proprio per questo, altissimo. Centinaia di frammenti, di indizi, di impegni e fastidi raccontati con una particolarissima emotività, ma che non concedevano nessun riferimento. Qua e la poteva balenarmi un’intuizione, un fugace ricordo di città visitata, un posto che poteva far percepire un flash già visto, di una città alfine identificabile, per dovermi poi subito ricredere e, anzi, concludere che quel libro non parlava di nulla di definito, non lo voleva affatto.

Terminai il libro con un acuto senso di mancato appagamento. Quelle pagine, percorse da una percezione ansiosa crescente, creatrici di una immensa zona di nebbia inaggirabile, mi instillarono li per li il desiderio di cercare a tutti i costi il loro alter ego: un libro di altrettanta alta scrittura in cui i nomi di ogni cosa, persona e luogo fossero palesati, quasi ostentati come precisi cartelli indicatori.

L’antidoto mi si rivelò la scorsa estate in seguito a una prima telefonata dell’amico Andrea Di Consoli il quale mi propose di scrivere, per una collana da lui diretta, un libro che parlasse di me e dei rapporti con la mia città, quella che si poteva definire la città dell’anima, quella della mia formazione poetica e non solo: Vicenza. Di primo acchito l’idea mi lusingò e promisi che ci avrei riflettuto, pur facendo presente che Vicenza rappresentava solo in parte la mia ideale città dell’anima. C’era anche Praga, della quale continua tutt’ora ad affascinarmi il misterioso respiro sotterraneo che la pervade, e Milano, città in cui tentai perfino di andare ad abitare, verso i trent’anni e nella quale torno spesso per far visita agli amici e per ritrovare quell’energia creativa così unica e diffusa nella capitale lombarda. Proseguimmo a parlare d’altro, di lavori in corso, di progetti. Gli raccontai così, infine, anche della mia attesa del libro in antitesi a quello di Handke.

Alcuni giorni dopo, era, ricordo, un lentissimo pomeriggio di luglio, Di Consoli mi richiamò e gioiosamente mi comunicò che aveva trovato il libro che cercavo: la notte precedente, infatti, aveva avuto occasione di leggere le opere di Albert Camus e, in particolare, il racconto La morte nell’anima in cui lo scrittore francese descriveva, guarda caso, il suo viaggio da Praga a Venezia e la permanenza per una settimana proprio a Vicenza. Il tutto corredato con una dovizia di particolari e di perfetta identificazione che corrispondeva dunque al mio caso. Lo cercai e lo lessi subito, in rete. Di Consoli aveva ragione, era quello il testo che finalmente metteva fine alla mia ricerca. Vi individuai immediatamente una scrittura che rispecchia i luoghi sia descrivendoli sia in senso più profondo, riflettendoli in una forma, assorbendoli nel proprio respiro. In questo senso è il paesaggio stesso a dettare le parole, a tradursi in ritmo, pensiero, identità. Del resto, è sufficiente citare il periodo iniziale del testo per potersene rendere conto: «Poco dopo partii da Praga. E certamente mi sono accostato a cosa ho visto in seguito. Potrei annotare con precisione l’ora passata nel piccolo cimitero di Bautzen, il rosso sgargiante dei suoi gerani, e il mattino blu. Potrei parlare delle lunghe pianure della Slesia, spietate e ingrate. Le ho attraversate all’alba. Un volo d’uccelli si librava nel mattino nebbioso e unto, sopra terre appiccicose. Mi piaceva anche la Moravia tenera e austera, i suoi sfondi puri, i suoi sentieri costeggiati da prugni dai frutti agri. Ma conservavo dentro di me lo stordimento di coloro che hanno troppo guardato dentro una crepa senza fine. Arrivai a Vienna e ripartii nel giro di una settimana, ed ero sempre prigioniero di me stesso». A questo punto in magnificentia scripture, resurgit spiritus, ringraziai Di Consoli per il prezioso, definitivo aiuto e, al contempo, lo informai che declinavo il suo invito: concentrarmi su un libro come quello da lui proposto mi avrebbe impegnato per almeno un anno sottraendo energia e concentrazione alla poesia. Non lo avrei potuto sopportare. Tuttavia mi permisi di fargli una controproposta: di considerare, in alternativa, la possibilità di invitare alcuni amici poeti, tra i più significativi, a produrre una testimonianza, sulla cui ampiezza si sarebbe concesso il più ampio margine di discrezione, sulla loro città ideale, formando così alla fine un libro più variegato, interessante e a mio avviso anche sorprendente piuttosto che uno incentrato su un unico autore.

L’amico accettò l’idea e, dopo averla illustrata all’editore, mi invitò a mettermi immediatamente al lavoro. Il risultato, solo pochi mesi dopo, è in questo libro: contributi, testimonianze raccolte e sviluppate con fresco entusiasmo e sincerità. Non mancano le sorprese: luoghi dell’anima insospettati e assolutamente lontani dallo stereotipo che comunemente accompagna l’impressione su alcuni tra i nostri maggiori autori. Toni, stili, ampiezze dei contributi diversi, certo, ma su tutto, una partecipazione totale, immediata e che mette in luce una certezza: la vocazione del poeta è sempre quella della ricerca di un sovrumano silenzio. Per sé, per poter continuare a frequentare quell’enclave ultraterrena in cui abita la sua ispirazione. A ulteriore conferma di ciò che un amico poeta, che ora non c’è più, una volta mi disse con il tono di una sentenza «Nessuno sarà mai solo come lo sa essere un poeta».

Tiziano Broggiato

Ho sempre sognato un altrove

di Anna Buoninsegni

Ho sempre sognato un altrove. Senza sapere come potesse essere. Fin dove arriva il ricordo, trovo tracce che mi sospingono verso un luogo diverso da quello abitato, fisico e immaginato. Percepivo confusamente una caduta, uno sradicamento da una dimensione indefinita che si trasformava in una sorta di richiamo. Ma verso dove, verso cosa? Da piccola non capivo ancora quella melanconia nera che mi stringeva lo stomaco, saliva nei pensieri e invadeva la mia esistenza ancora elementare, la famiglia e i pochi amici di un’infanzia desolatamente solitaria. Seppi tempo dopo perché fui cresciuta lontana dal mondo circostante. La causa principale era la malattia mentale di mio padre, che richiedeva isolamento e protezione. Venne diagnostica come schizofrenia paranoide, una perduta vaghezza nella quale si muoveva perseguitato dai suoi fantasmi, segnato da indicibili sofferenze subite durante la guerra nell’Africa Orientale Italiana, dove era andato volontario, seguendo i suoi ideali di patria. Dalla caduta del regime fascista, dalla sconfitta dopo la disperata difesa dell’Amba Alagi al fianco del Duca D’Aosta e la resa nel maggio 1941, ricevendo dagli inglesi l’onore delle armi, dalla prigionia in India proseguita per vari anni oltre la fine del conflitto mondiale, Dante ne ricavò un’indelebile ferita più invisibile che evidente. Io ne fui una vittima costante, anche se non sempre direttamente. La sua esistenza tormentata era animata solo dai racconti di eroiche imprese in battaglia e partite quotidiane con la morte. In molti partirono, in pochi tornarono. Rimpatriato con una nave ospedaliera a Bisceglie, fu internato in uno dei peggiori lager manicomiali. Mia madre Dina entrò in scena dopo, con la sua placida, saggia dolcezza priva di malizia e capace di sopportare l’umbratile cupo umore di mio padre. Forse la provenienza dal mondo contadino l’aveva abituata a sacrifici ben più pesanti sviluppando in lei una sorta di innocente ottimismo nei confronti di qualsiasi avversità. Tanto ho adorato mia madre, quanto ho patito l’inaccessibile lontananza emotiva e affettiva di mio padre. Fino a che entrambi, dopo gran parte di un’esistenza trascorsa tutto sommato senza forti scosse, non sono tornati bambini, vecchi e malati, fragili e docili. Consegnati alle mie cure per lunghi anni, durante i quali ho attraversato una sospensione d’esistenza in una terra di nessuno, un andirivieni continuo tra progressive cure mediche e ospedali, strazianti afflizioni corporali e umilianti necessità primarie, insostenibile catabasi della carne ulcerata e dolorosa.

Dunque, sin da piccola vagheggiavo un altrove ma non capivo se e dove esistesse.

Era solo uno sguardo lontano, in direzione di una teoria di monti e colline che accerchiano la pianura di Gubbio e sembravano senza passaggio, senza interruzione. Nulla sapevo ancora che due secoli fa, da un paese ai confini dello Stato Pontificio, in un orizzonte chiuso da una siepe, un poeta destinato all’immortalità sarebbe volato verso «infiniti spazi e sovrumani silenzi…».

La casa di mattoni rossi dove ho vissuto fino a sedici anni, era poco fuori il quartiere di S. Martino, ai piedi di un monte che immaginavo fosse stato un vulcano, per via di una tonsura in cima, senza piante e un avvallamento dove tante volte mi sono rifugiata al riparo dal vento di tramontana. Non conoscevo la musica di Musorgskij, né le assemblee di streghe del poema sinfonico Una notte sul monte Calvo ma quando per la prima volta lo ascoltai rapita, mi tornò facile associarlo a quel luogo misterioso ed evocativo, perfetto per un sabba in una notte di luna piena.

Trovi mutata la mia forma dolce

e straniero l’incanto del giardino

nel quale così bene ti trovavi?

I miei capelli adesso sono rossi

e sulla mia rinascita ostinata,

la vita, quella pallida e crudele,

ha posato un diadema di sventura,

scrivevo sulla porta dell’adolescenza. Erano gli anni del ’68, turbolenti e disordinati ma pieni di speranza, di fermenti sociali, politici, culturali che infiammarono gran parte del mondo dall’Europa, alla Cina, all’America, di cui in realtà poco e nulla sapevo; nel tempo della ‘comunicazione lenta’ in provincia arrivava l’eco attutita degli avvenimenti e le gesta, se c’erano, erano smorzate.

Un altrove è un luogo che si prevede abitabile, dove distendere pensieri e desideri. Il desiderio vuole oggetti assenti, persuasi che nulla è in nostro possesso duraturo. Nel leggere da adulta Pascal e poi le teorie di Lacan, scoprii che la felicità è sempre futura e che possiamo essere veramente felici solo quando desideriamo ad occhi aperti e mai in modo realistico. Mi struggevo per un mondo epifanico, per una natura accogliente e delicata, diversa da quella aspra e incolta, ruvida e inospitale che mi pareva mi circondasse. Vagheggiavo una quotidianità più solare e meno desolata di quella offertami dalla ‘città di pietra’ che guardavo dall’alto e che assume di volta in volta il colore del cielo. È come l’acqua: priva di vibrazioni proprie ma capace di diventare rosata o plumbea, a seconda del tramonto infuocato o dei nembi grigi di pioggia.

Conobbi le radici toscane, il mio ‘altrove’, venendo a sapere del nonno paterno Anselmo, chiamato a Gubbio dalla natia Firenze a svolgere un impiego statale di custode al Palazzo Ducale. Qui trovò una seconda moglie, mia nonna, prima di morire falcidiato come tanti, tra il 1918 e 1920, dall’epidemia ‘spagnola’, lasciando orfano mio padre e un’altra decina di fratelli e fratellastri.

Ogni tanto da Roma veniva a trovarci uno zio, fratello di mio padre, Guido, che mi affascinava con i racconti sulla senese dinastia nobiliare, con il blasone nell’araldica italiana e una storia di amori maledetti e socialmente scandalosi, un erede scavezzacollo e diseredato da ogni avere, dal quale sembravano discendere i molti guai del ramo al quale appartenevamo. Questo suggeriva alla mia infanzia, scarna di stimoli e già propensa alla fervida immaginazione, favolistiche fughe nella terra dei miei avi. Così come ero incuriosita da un altro componente della famiglia, zio Fausto; sfuggito alla miseria dei primi decenni del ’900, riuscì a laurearsi con formidabili sacrifici in giurisprudenza e divenne poi giornalista. Vissuto tra Milano e la capitale, era il più grande di età tra i fratelli, modesto di statura e somigliante a un cinese. Aveva però goduto di grandi riguardi durante il regime fascista, tanto da essere stato direttore de Il Messaggero dal 1941 al 1943, e Deputato nella Camera dei Fasci e delle Corporazioni nell’ultima legislatura del Regno d’Italia. Era la metà degli anni ’60 e per me bambina, apparivano storie lontane e ancora incomprensibili nella loro dinamica, come le discussioni furibonde che si scatenavano con un parente materno e di idee opposte, Ferruccio, prima mezzadro e poi operaio, ma con una brillante cultura autodidatta, partigiano e socialista convinto, acerrimo nemico di ogni idea reazionaria, totalmente votato a principi di uguaglianza e di giustizia. Con lui andavo molto d’accordo. Mi parlava di piante e animali, e detestava ogni forma di violenza sugli indifesi. Come me, inorridiva quando mio padre, trionfante del suo bottino di caccia, rincasava con una sfilza di poveri uccelli impallinati, starne, quaglie, beccacce e perfino fringuelli. Mai mangiato uno in vita mia, mi rifiutavo caparbiamente e coraggiosamente, a rischio di sberle sonore, che talvolta arrivavamo.

Andò avanti così negli anni centrali dell’apprendistato a vivere, con strumenti inadeguati per padroneggiare la crescente inquietudine interiore e risposte troppo strette dal mondo circostanze per le mie domande. La conseguenza era che mi sembrava di interpretare confusamente ogni cosa. Preferivo pensare, o meglio fantasticare, che buttarmi nella mischia! Le latitudini nelle quali mi muovevo, intorno ai diciotto anni, erano la linea sottile che separa il reale dall’irreale, la follia dalla ragione, erano la rêve di Gerard de Nerval… In fondo, la dimensione della poesia non è altro che il tentativo di oltrepassare mediante il sogno la percezione del reale, per penetrare una realtà seconda che trascende la prima e al tempo stesso la colga nella propria unità.

Dicevo prima che a Gubbio, anche dal più alto avamposto, si vedono solamente colline e montagne, a nord e a sud. La città è sola e assoluta, incastonata nel verde metallico dei lecci, una ‘città quadro’ che non dialoga con nessun altra forma di civiltà organizzata. Altri luoghi dell’Umbria si tengono d’occhio tra loro e si confrontano: Assisi e Perugia, Terni e Narni, Spello e Bevagna, Trevi e Montefalco collegate da rapidi voli d’uccello, Todi contornata da antichi presidi di castelli. Forse per questo Piovene sosteneva che «Gubbio è un’altra Umbria?»… «E dell’Umbria, la città più straordinaria. Non è dolce, né amena; ma nessun’altra ha una bellezza così alta». Una verticalità da capogiro, arroccata nelle mura trecentesche, in difesa di minacce esterne, maestosa e inaccessibile nella sua quasi fossile immobilità. Tutta pietra e ferro, tagliente, sbrozzata e arcigna nei volumi imponenti, orchestrata più da unicorni e tamburi che da arpe e violini.

La città magra

si sbuccia fra dita

vogliose

di paesaggi da spalmare.

Racconto

il sole dalla gola stretta

al muto calcestruzzo

della notte.

Solo le ombre

s’ammucchiano nel vento

raccontavo alle porte della vita adulta. Da un lato, la mistica francescana permea ogni vocazione laica e religiosa, nella forza di un messaggio che ci porta all’intimo connubio tra il Santo e Gubbio, la scelta di Francesco, la piena conversione, l’ammansimento del lupo narrato da I Fioretti; dall’altra, la forsennata esplosione della summa eugubina nella millenaria Festa dei Ceri, ogni 15 maggio, barbara e civilissima insieme, arcana e forsennatamente pagana, enigma che supera se stesso.

Mi ricordo come definì Guido Ceronetti «la più bella città medievale», un giorno che lo accompagnai, intorno al 1985, a cercare, senza risultato, un luogo dove custodire la sua preziosa collezione di marionette: «superba, deposta lì dalle mani di un gigante cortese, artitex fortissimo però di anima leggera e gentile». E sempre Ceronetti ho sentito esclamare: «La visione dei tegoli rossi disposti in perfette simmetrie è nuova ogni momento come

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