Diari segreti e libri aperti by Antonella Falletti by Antonella Falletti - Read Online

Book Preview

Diari segreti e libri aperti - Antonella Falletti

You've reached the end of this preview. Sign up to read more!
Page 1 of 1

Albatros

Nuove Voci

Ebook

© 2017 Gruppo Albatros Il Filo S.r.l. | Roma

www.gruppoalbatrosilfilo.it

ISBN 978-88-567-8214-1

I edizione elettronica marzo 2017

A Filippo e Simone

"Sono sempre stata un diario segreto

travestita da libro aperto."

(Citazione da sconosciuta su Tumblr)

Capitolo I

Mariangela. Come Sherazad

La cena era appena terminata. Per pochi, soltanto sei.

Amici da sempre, quasi tutti.

E come nel libro delle Mille e una notte talora qualcuno, durante queste riunioni informali, a fine serata si metteva a raccontare per gli altri una specie di favola della buonanotte. Questa volta era toccato a lei, Mariangela, con la novità di riportare una storia vera, quella di un suo conoscente.

Aveva dunque iniziato a narrare:

"La prima cosa che saltava agli occhi, se lo osservavi bene, era un esasperato desiderio di fuga. Ma nel contempo, ostinato, riusciva a restare fermo nella conduzione di una ordinatissima vita.

Un asociale fintamente socievole all’interno della collettività. Un borderline. Una contraddizione continua: o voleva scappare o era risoluto a fermarsi e aggredirti.

Io l’ho osservato per decenni e mi si sarebbe potuta assimilare a un entomologo impegnato nello studio degli artropodi, mentre cercavo di non avvicinarlo troppo come si fa con gli scorpioni, per evitare discussioni che sapevo sarebbero diventate infinite. Ma era quasi impossibile sottrarsi.

Anni addietro, chiedendo un parere su di lui all’anziana madre, quella mi aveva risposto senza mezzi termini che fin da piccolo si era dimostrato insopportabile. Lei stessa non riusciva a tollerarlo. E la famiglia fino ai parenti di terzo grado concordava compatta e unanime, a questo proposito: nessuno che volesse accostarglisi, neanche quelle zie anziane, in sovrappeso e materne che in genere ti perdonano ogni malefatta, regalandoti pure qualche spicciolo per il cinema o le sigarette.

Bastava che gli stessi vicino per pochi minuti, senza nemmeno parlargli, e già ne sentivi a pelle l’irrequietezza. Possedeva uno sguardo indagatore e una favella inestinguibile, tutti tesi ad abbagliarti, illuderti, a pretendere di avere ragione anche quando aveva torto marcio, a rivelarti la smisurata pochezza dei più, e pure tu eri nel mucchio, te lo faceva capire con lo sguardo. Riusciva a trovare machiavelliche soluzioni per non cedere, incapace di fermarsi, polemizzando per ore, riprendendo il discorso dopo mesi, anni, a ogni incontro. Tenacemente. Un vero mastino. Non avrebbe mollato mai, ne eri consapevole al cento per cento.

Nel contempo si autoincensava fingendo umiltà, pronto ad assumere il ruolo della vittima in ogni situazione in cui il conflitto non prendesse una piega a lui favorevole. Si considerava troppo buono per questo mondo, povero caro, tanto che chiunque avrebbe potuto approfittare del suo cuore tenero. Un commediante ad altissimi livelli, da applauso sperticato, vedendo la cosa come una pièce teatrale. Conosco alcuni che sono arrivati a dargli ragione purché si fermasse, stremati dai suoi ripetuti assalti.

Nato nel 1923 a Venezia, secondo di quattro fratelli, i genitori gli avevano scelto un nome quanto mai inappropriato: Placido. In continuo movimento, non dormiva più di cinque ore per notte, scaltro, intraprendente, dotato di un’intelligenza matematica fuori dal comune, a scuola intuitivo e brillante, ma cattivo. Se non era interessato, durante le lezioni sgattaiolava dalla finestra appena poteva, sedendosi sul davanzale e poi saltando da un’altezza di alcuni metri giù in giardino, dileguandosi in un battibaleno; nella stragrande maggioranza dei casi andava a pescare in laguna.

Peccato che la lingua tagliente non gli permettesse di coltivare alcuna amicizia. Tutti si tenevano alla larga appena la conoscenza si approfondiva.

Il padre, un astuto palazzinaro, aveva capito molto presto con chi avesse a che fare, e cercato di piegarlo ai suoi voleri con estrema severità. Di fatto accrescendo solamente la velocità di giri di quel motorino mai tranquillo. Era stato un vero buco nell’acqua, ammetteva il genitore furibondo, e non si erano più parlati.

Da giovane Placido possedeva un corpo snello, agile e flessuoso, e dimostrava una passione sfrenata per la bicicletta, che lo portava a macinare fughe da casa di chilometri nei fine settimana, una sorta di evasioni contenute. Rischiava la vita segnando con il gesso i cerchioni delle ruote e poi facendo a gara, con chi lo accompagnava, su chi riuscisse a piegare maggiormente nelle curve. La leggenda narra che, discendendo a rotta di collo da non si sa quale passo alpino, su di un ponte sprovvisto di transenne si sia sbilanciato tanto da lasciare il segno bianco sul selciato, senza cadere di sotto. Un’impresa descritta come una Crociata in Terra Santa, che ha alimentato il suo ego in modo spropositato.

La famiglia disponeva di mezzi, ma per punizione gli era stata fatta abbandonare la scuola e lo avevano spedito a lavorare in cantiere a soli dodici anni: manovale. Un affronto ripagato in silenzio, sgobbando come un mulo, rimuginando nuove fughe e vendette per l’eternità. Da quel preciso momento odiando, nell’ordine, suo padre, i libri e chiunque li leggesse. In seguito perfezionando la cosa non sopportando l’intero orbe terracqueo, a meno che naturalmente non risultasse prono ai suoi voleri.

A vent’anni aveva preso il largo verso il Brasile con una ragazzina delle sue parti, Giuliana, abbagliata dal continuo interloquire di quel ragazzo magro, non bello, nervoso e gran lavoratore.

Si erano sposati a Oderzo il giorno di Santo Stefano, con il gelo che spaccava le piante, imbarcandosi due giorni dopo per Salvador de Bahia.

Insieme per sessantaquattro anni: un comandante con il mozzo sull’attenti al seguito.

Chissà come, la poveretta non l’aveva abbandonato neanche dopo il ritorno in Italia, a fine anni Cinquanta. Ma si sa, quando uno diventa imprenditore di successo e fa la grana...

Le loro liti sono rimaste comunque leggendarie, tramandate in racconti meravigliosamente foschi dai vicini di casa, deliziati dallo spettacolo sempre vario e nella vana attesa che succedesse qualcosa di grave tanto da rendere necessario l’arrivo di ambulanze o della polizia. Mai accaduto, commentava rassegnata la portinaia in vena di scoop.

Eppure guai a dire a sua moglie quanto Placido fosse arrogante, eccessivo, maniacale. Giuliana lo difendeva a spada tratta: sebbene maltrattata e schiava, nessun altro al di fuori di lei avrebbe potuto permettersi di criticarlo. Inutile girarci intorno: era un rapporto sadomaso.

Le rimostranze più eclatanti avvenivano in occasione delle visite presso i concessionari di automobili, dunque ogni sei mesi circa. Bardati a festa, lei con il cappello adornato di piuma di fagiano o altro volatile, Placido in farfallino sgargiante, entravano sicuri nel salone e lui si permetteva di acquistare una piccola auto super accessoriata per la consorte, purtroppo mai del colore a lei gradito. Gli strepiti! Però non c’era niente da fare, era il nostro che portava a casa i dané, quindi mutismo e rassegnazione.

Per sé invece Placido riservava l’ultimo modello di quelle Lancia lunghe da qui a lì, soprannominate ogni volta orgogliosamente il mio cavallo, con le quali superava i limiti di velocità lanciandole al galoppo su qualsiasi strada. Nuove fughe. Non gli importavano la cardiopatia della moglie, le possibili salate contravvenzioni, gli eventuali incidenti, come quando aveva tamponato una Porsche in curva in una galleria. In questi frangenti Giuliana non diceva una parola e prendeva le gocce per il cuore direttamente dalla boccetta del farmaco.

Infine lei lo aveva lasciato nel giro di un mese. No, non volontariamente, era gravemente malata.

Placido al funerale si era comportato come sempre: era arrivato sgommando sullo sterrato e aveva inchiodato a un palmo dal cancello del cimitero. Letizia, l’unica parente coraggiosa che avesse accettato un passaggio, appena scesa dal cavallo si era messa a singhiozzare, balbettando a mezza voce come in autostrada il giovanotto le avesse dimostrato ridendo la sua scellerata capacità di guidare a lungo senza poggiare le mani sul volante. Pallida e con i capelli dritti, i parenti l’avevano sorretta inveendo contro quel matto. Placido naturalmente a tal proposito si era subito messo a litigare con tutti i presenti. E dopo la funzione era poi ripartito in quarta con la prigioniera, prima ammaccando in retromarcia l’auto di un conoscente, poi quasi investendone un altro nel fuggi fuggi generale.

La sua ultima impresa, si era vociferato in seguito.

Due mesi dopo, diventato un’altra persona e improvvisamente disponibile e comprensivo verso gli altri, aveva venduto il cavallo, non guidando più e facendosi scorrazzare dai conoscenti ancora increduli della trasformazione, promettendo in cambio del favore appartamenti al mare da ereditare dopo la sua dipartita. Diciamo pure che qualcuno, non credendoci, ancora oggi rimane sul chi vive, forse aspettandosi un colpo di coda finale. Però non succede nulla. Anche se contraddetto non si infuria come ai bei tempi, chiacchiera disteso, ti invita a pranzo, accarezza i bambini sulla testa. Cresciuto con un po’ di ritardo, a novant’anni suonati. Provando il dolore della perdita per la prima volta nella sua vita ha smesso con i deliri di onnipotenza e le fughe dalla realtà. Abita sulla Terra, adesso, come tutti noi. Il suo desiderio di cambiare rotta è stato abbandonato perché esaurito.

In pace con se stesso vive sereno, dimentico di ciò che è stato in passato.

Chi non lo conosce e lo incontra casualmente ne rimane deliziato: «Com’è gentile e simpatico, che persona saggia. Magari potessi diventare anch’io un grande vecchio come lui!», esclamano.

E i parenti al seguito si strizzano l’occhio vicendevolmente come a dire: non vi rendete conto della fortuna che avete, a conoscerlo soltanto ora".

La storia era piaciuta. Alla fine della narrazione gli amici più curiosi le avevano subito chiesto chi fosse il protagonista, se lo conoscessero, ma Mariangela sorrideva senza svelare nulla. E gli altri se n’erano tornati a casa rimuginando su varie ipotesi. Tutte errate.

Capitolo II

Pietro. Pensieri intimi

Il portone, come la casa, era vecchiotto, di legno massiccio, con tutti gli ottoni al posto giusto e lucidati: maniglioni, serratura e targhette dei vari studi. Aveva quell’aria primo Novecento un po’ fané e rassicurante che trovi in tanti ingressi delle case di Parigi. E di colpo, per una capriola della mente, Pietro si era messo a pensare ai portoni di rue Mouffetard, che sicuramente si era guardato anche il Joshua di Richler, quando era stato a passeggiarvi giù giù fino alla chiesa di Saint-Médard.

Però questo in particolare gli piaceva per il rumore netto della serratura che si apriva.

Un clac deciso, sicuro, immodesto tuttavia confortante, come se dicesse: Tranquilli, ci penso io.

Pietro era entrato dopo aver premuto il campanello con il nome dello studio, un pulsante di quel genere che, appena suoni, già scatta l’apertura. Ne rimaneva ogni volta affascinato perché, anche se non capitava mai lì per caso e prendeva sempre un appuntamento, non era affatto sicuro che lo stessero aspettando, e quello era un segnale rassicurante che sì, lassù qualcuno lo stava presumibilmente attendendo, certo senza guardare l’ora con affanno, o tamburellando con le dita sui braccioli della poltrona o sul ripiano della scrivania, ma con la tranquilla pacatezza di chi gestisce senza incertezze la propria vita.

Va bene, se qualcuno glielo avesse chiesto Pietro lo avrebbe ammesso senza riserve: il suo problema era l’insicurezza. E ora si delineava un altro problema. Terminato di percorrere l’androne era prioritaria una scelta: scale o