L'occhio di Velvet by Raffaella Barcella by Raffaella Barcella - Read Online

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L'occhio di Velvet - Raffaella Barcella

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PROLOGO

Castello di Kilchurn, Loch Awe 1712

Jeremy Campbell, secondo conte di Kilchurn, mise da parte il bino­co­lo, si assicurò ancora una volta che le pistole fossero cariche e lan­ciò il suo destriero al galoppo. Doveva agire alla svelta se voleva arri­vare in tempo per impedire a Teresa MacGregor di sposarsi. I clan Campbell e MacGregor erano acerrimi nemici da ol­tre due genera­zio­ni a causa di futili dispute territoriali. Non si sape­va con certezza quale famiglia avesse aperto le ostilità con­tro l’al­tra, ma la cruenta faida in cui erano coinvolte si protraeva ancora adesso senza nessuna esclusione di colpi. Per questa ra­gio­ne, Angus MacGregor si era fermamente opposto al matrimonio tra sua figlia Te­resa e Jeremy, che aveva ereditato da poco il titolo di conte dopo la prematura scom­par­sa del padre. Infischiandosene dei sentimenti che i due giovani nu­trivano l’uno per l’altra, Angus ave­va pro­messo la mano di Teresa a Ro­bert MacBrady, suggellando con le nozze una nuova alleanza tra i lo­ro clan.

Cinque uomini armati avevano scortato Jeremy ed erano pron­ti a schierarsi per difendere il Laird di Kilchurn nel caso in cui un mem­bro della famiglia MacBrady o di quella MacGregor avesse tenta­to di osta­colarlo. Indossa­vano il tartan con i colori dei Campbell e se ne stavano dritti e fieri sui loro cavalli in ci­ma alla collina in attesa che il conte lanciasse il segnale concordato per inter­venire. Je­remy si stac­cò dalla compagnia e proseguì da solo verso la chiesetta.

L’arrivo del conte fu accolto dagli sguardi pieni di odio de­gli uomini e dall’apparente indifferenza del gruppetto di donne che se ne stava ap­par­tato. Alcune di loro piangevano, altre prega­vano, altre ancora si la­men­ta­vano e basta. Che strana atmosfera, pen­sò l’uomo dopo aver mes­so al passo il suo stallone. Scrutando quei volti lugubri, ebbe la sgradevole sensazione che al posto di un matrimonio si stesse per ce­lebrare un fu­nerale. A quel pensiero, colto da un triste pre­sen­timen­to, smon­tò da cavallo e, senza pensare alla propria incolu­mità, cam­mi­nò a testa alta cercando in mezzo alla moltitu­dine la sua Tessa. Angus, con il viso ridotto a una maschera di dolore, stava sguainan­do la spada per lanciarsi contro l’uomo ritenuto colpevole della di­sgra­zia abbattutasi sulla sua famiglia. I suoi figli, due ragazzi abbastan­za svegli e intelligenti, di sedici e venti anni, lo tennero fermo per le braccia impedendogli di commettere qualche follia. Pochi passi più in là, circondato dalla sua gente, c’era il promesso sposo in abiti eleganti da cerimonia. Guardandolo di sbieco, Jeremy pensò che se il suo volto trasfigurato dal­l’ira avesse avuto il potere d’incene­rire con una semplice occhiata, a quell’ora lui sa­rebbe già mor­to. Conosceva l’animosità covata contro di lui e, benché la maggior parte dei presenti avesse un’espressione contrita e sconcertata, sperava che qualcosa rompesse la forte tensione che aleggiava nell’aria. Invece qualcuno tra i più agguerriti non gli risparmiò frecciatine velenose. Jeremy preferì fingere di non aver udi­to e passò oltre con noncuranza. Si avvicinò alle donne che si spostarono subito, dispo­nendosi su due la­ti per la­sciargli libero il passaggio. Sui loro volti si leggeva il timore che il giovane Laird potesse andare in escandescenze alla scena ag­ghiacciante che stava per presentarsi alla sua vista.

Quando Jeremy la vide riversa sul prato con l’abito nuziale intriso di sangue, sbiancò e il cuore saltò un battito. L’ansia lo stava divorando e tuttavia accusò il colpo senza perdersi d’animo, da impavido e or­goglioso combattente qual era. La signora Marion MacGre­gor era seduta a terra, con la testa della figlia appoggiata sul suo grembo. Le stava accarezza­ndo con affetto i capelli e, mentre le lacrime le scendevano a fiotti sulle guance, le parlava cercando di tenerla sveglia in attesa che il dottore arrivasse a soccorrerla. Jeremy si fermò fissando impietrito la ma­no destra di Teresa che stringeva il pugnale conficcato in mezzo ai se­ni.

In quel momento, come se avesse percepito la sua presenza, lei sol­levò gli occhi affati­cati su di lui. Nonostante le forze la stessero ab­bandonando, Teresa abbozzò un sorriso e lo chiamò con un filo di vo­ce. Era contenta di poterlo vedere un’ultima volta. Jeremy si abbassò piegandosi sulle ginocchia e alzò lo sguardo rivolgendo una muta preghiera alla signora MacGregor affinché gli cedesse il posto. La donna, ignorando lo sguardo furibondo del marito, si drizzò in piedi ma restò accanto alla figlia agonizzante. Jeremy prese Teresa tra le brac­cia e la strinse al petto, implorandola di resistere.

«Non lasciarmi, ti supplico. Ti porterò a Kilchurn, dove riceverai le mi­gliori cure. Il mio medico è molto bravo nel suo mestiere e ti sal­ve­rà. Resta e farò in modo che nessuno ci separi più, amo­re mio.» le sussurrò sconvolto, trattenendo a stento le lacri­me.

«Jerry, amore… non avrei voluto che finisse così, credimi… ma non po­tevo sopportare di essere la moglie… di… un altro.» Teresa an­si­ma­va, sentiva che la fine era ormai prossima e, tuttavia fece anco­ra uno sforzo per dirgli ciò che provava.

«Perdonami se puoi... io... io ho pensato che fosse l’unico modo per appartenerti sempre. Non voglio che tu soffra quando non ci sarò più... promettimi che cercherai di essere felice ugualmente… ti prego.»

Era ormai ridotta allo stremo e respirava affannosamente, ciò nonostante riuscì a fargli segno di abbassarsi.

«Ba… baciami.» gli sussurrò con voce fioca. Lui annuì e posò delicatamente le labbra sulla sua bocca in un ultimo, struggente bacio d’amore. Lei accennò un debole sorriso e in quell’istante fu scossa da spasmi violenti, mentre dalla gola le usciva lo straziante rantolo finale. Jeremy si accorse che il corpo di Teresa era ormai privo di vita dopo alcuni minuti che giaceva inerte fra le sue braccia. Allora non riuscì più a trattenere il dolore e manifestò la sua sofferenza con un urlo sovrumano che riecheggiò fino al suo castello. Sembrava che qualcuno gli avesse strappato il cuore dal petto. E forse sarebbe stato meglio se fosse realmente accaduto, perché non riusciva neanche a contemplare l’idea di vivere senza di lei. L’odio tra le famiglie aveva ostacolato il loro amore e Teresa aveva scelto il suicidio come soluzione estrema, per non cedere all’imposi­zione paterna che l’avrebbe costretta a un matrimonio di convenienza. Jeremy non poteva fare più nulla per lei, perciò lasciò che le donne MacGregor preparassero Teresa alla sepoltura. Dopodiché rimontò sul suo cavallo e, insieme ai suoi uomini, ritornò al castello giurando vendetta. Da quel giorno il conte s’impegnò a organizzare un piano per attuare la sua rivalsa contro i MacGregor. L’occasione per eliminare gli odiati nemici si presentò tre anni più tardi, durante l’insurrezione capeggiata da Giacomo III Stuart. Jeremy infilzò con la spada Angus e i suoi figli nel bel mezzo della battaglia. A quel punto avrebbe dovuto ritenersi soddisfatto e, invece, il suo gesto non servì a placare la rabbia che gli ardeva nel cuore. Soltanto la morte avrebbe posto fine alle sue sofferenze e si augurava che giungesse presto, perché il suo animo non avrebbe trovato pace finché non si fosse ricongiunto con la sua adorata. Poiché la vita era stata ingiusta con lui e gli aveva negato quella gioia, sperava almeno di potersi rifare nell’aldilà. Negli anni seguenti, si sparse la voce che il conte di Kilchurn impazzì talmente per il dolore che la sua anima restò intrappolata sulla terra. Ancora oggi si mormora che il suo fantasma vaghi per la Scozia alla ricerca del perduto amore.

Capitolo primo

Edimburgo, 2012

Jacob correva a perdifiato nel bosco come se avesse il diavolo alle costole. Da qualche minuto aveva iniziato a scendere una pioggerel­lina insistente e si era sollevata una nebbia così fitta che non riusciva a vedere a un palmo dal suo naso. Circa mezz’ora prima, stava guidando per tornare a casa, dopo aver trascorso una noiosa serata con i suoi migliori amici. Alex e Mya erano due persone fantastiche e sta­va bene in loro com­pagnia, eccetto quando ficcanasavano nel­la sua vi­ta privata. Chissà quando si sarebbero rassegnati a lasciarlo in pace! Si rendeva conto che la coppia era mossa da buone intenzioni e che, essendogli affezionata, aveva organizzato una cenetta a quat­tro con una collega di Mya, Beth, per distrarlo e spingerlo a uscire dal guscio in cui si era rintanato da mesi. Tuttavia la serata si era rivelata fin dal principio un vero disastro! Ma l’avevano vista bene in faccia o no? Era stata la prima cosa che si era chiesto guardandola meravigliato. Beth era brutta come uno scorfano e lui non era ancora così dispe­rato da uscire con un cesso simile! Pertanto, mosso da un naturale moto di ribellione, Jacob aveva ti­ra­to fuori il peggio del suo reperto­rio, pronunciando battutine salaci e adottando un comporta­mento da vero maleducato. La povera Ugly Betty, come l’aveva soprannominata nella sua testa, per riguardo verso i padroni di casa, aveva resistito fi­no al dolce. Poi, al momento del caffè, aveva addotto una scusa banale e si era con­gedata. Non appena la porta si era rinchiusa alle sue spalle, Ja­ck ave­va accettato con stoica sopportazione l’infinita tiritera di rimprove­ri di Alex e Mya. Era così difficile capire che non aveva alcuna intenzio­ne di frequentare un’altra donna? Aveva chiuso da un bel pez­zo il suo cuore dentro una corazza ermetica, rifuggendo ogni ti­po di coin­volgi­mento emotivo. Aveva piantato Hanna, la sua ex, per­ché l’aveva tro­vata a letto con l’amante e da allora si era prefisso di non sof­frire più per amore.

La fine della loro relazione, durata un paio di anni, lo aveva ina­spri­to e amareggiato facendogli maturare la convinzione che tutte le don­ne fossero subdole e calcolatrici. Tuttavia, si era reso conto di aver esa­gerato e di non essere stato corretto con i suoi ami­ci. Perciò, dopo aver subito senza battere ciglio la loro raman­zina ed essersi scusato per l’atteg­giamento strafottente e antipatico, si era ac­comiatato. Stava rincasando alla guida del suo SUV, quan­do era accaduto quel fatto insolito che lo aveva indotto alla fuga. Uno stra­no fischio pro­veniente dal vano motore, lo aveva costretto a fer­ma­re l’auto sul ci­glio della stra­da, in una zona isolata vicino a un boschetto. Jacob era sceso, aveva aperto il cofano e stava per dare un’occhiata quando, di colpo, ave­va udi­to un flebile gemito. Dopo essersi guardato intorno, sforzandosi di scorgere nel buio chi stesse piangen­do, gli era sembrato che non ci fosse nessuno nei dintorni, perciò aveva attribuito il lamento al miagolio di un gatto randagio protetto dagli al­beri e dal­l’oscurità. O forse era così stanco che si stava semplicemen­te crean­do delle para­noie. A quel punto, dandosi dell’imbe­cille, ave­va ri­por­tato l’atten­zione sull’au­to e, facen­dosi lu­ce con una torcia elet­trica, ave­va controllato il livello del­l’ac­qua nel radiatore, quel­lo del­l’olio mo­tore e i cavi della batteria, cer­cando di identificare la fonte del ru­more. Da ra­gazzo, prima di entrare nella polizia, aveva lavorato nel­l’officina di suo zio, per cui se ne in­tendeva abba­stan­za di mecca­nica da capire se ci fosse un guasto o un’ano­malia nel conge­gno e, a suo av­viso, non c’era nulla che non an­dasse. Borbottando tra sé e sé, ave­va dunque abbassato il cofano e, dopo essersi pu­lito le mani con uno strac­cetto, ave­va aperto la por­tiera per risa­lire in mac­chi­na. In quel momento, una ma­no gelida gli aveva sfiora­to una spalla e fu lì che, d’un tratto, tutto ebbe inizio. Trasalendo per lo stupore, Jack si era voltato di scatto ed era rimasto immobile, come paralizzato, da­vanti alla giovane e bellissima donna, avvolta in un man­to di lu­ce spet­trale, che lo fissava con un espressione malin­co­ni­ca sul vi­so diafano. Al­l’improvviso, con gli oc­chi inu­miditi di pian­to, lei aveva soc­chiu­so le labbra per dir­gli qual­cosa e lui, guardandola turbato, aveva aspettato che parlasse. Poi, inaspettata­mente, lei aveva chiuso la bocca e, in silenzio, aveva teso una ma­no verso di lui. Jacob non si era mos­so e, continuando a fissarla im­bam­bolato, aveva pen­sato quanto fosse bella la lunga chio­ma di capelli rosso tizia­no che le flut­tuava­ sulla schie­na in onde morbide e sinuose, accarez­zandole la vita sot­tile. Si era talmente incantato che sembrava in trance. L’apparizione di quella donna dall’aspetto sin­golare, quasi irreale, lo aveva colpito al punto che non solo non era riuscito a proferire neanche una parola, ma non si era nemmeno accorto che, nel frattempo, lei aveva mu­tato espressione sorridendogli in modo disarmante. Aveva percepito il cambiamento solo quando i suoi occhi sensuali di uno straordinario blu vio­letto gli avevano catturato lo sguardo, manifestando un interesse così forte nei suoi confronti da farlo sobbalzare. Gli era parso che lei stesse scavando nei più reconditi recessi della sua mente e nella profondità della sua anima. E la cosa lo aveva terrorizzato. Per questa ragione era fuggito come un codardo e sta­va ancora correndo, sconvolto dalla paura e percosso da brividi di freddo. Il su­dore gli colava sulla fronte me­sco­landosi al­la pioggia e il respiro era divenuto ansante. Si fermò solo un attimo per riprendere fiato e per accertarsi che quella strana creatura non lo stesse seguendo. Chi era e cosa ci faceva in giro