Troppo perfetto by Luca Mencarelli by Luca Mencarelli - Read Online

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Summary

Fantascienza - romanzo (121 pagine) - Chi era quell'uomo che si era suicidato? Perché l'aveva fatto? E, soprattutto, come faceva a trovarselo di nuovo davanti, vivo e vegeto?


Una vita sempre uguale, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Era la vita dell'aspirante scrittore, sempre in attesa di un'occasione che non arrivava mai. Cercando di cavarsela con qualche articolo ogni tanto, cercando di evitare la padrona di casa, cercando di non avere relazioni sentimentali serie, che portassero via troppo tempo. Una vita sempre uguale. Finché un giorno non accade l'impensabile: un uomo si getta da un balcone, si suicida, proprio davanti ai suoi occhi. E da quel momento comincia una serie di eventi che ribalteranno totalmente il suo mondo.


Laureato in lingua e letteratura giapponese, Luca Mencarelli ha esordito come autore nel 2014 con la vittoria del primo premio al concorso Storie Fantastiche, organizzato dall’associazione culturale The Game’s Rebels. Sempre nel 2014 pubblica il racconto Padri e figli per la casa editrice Wizards&Blackholes, seguito nel 2015 da L’ultimo giorno di Atlantide e nel 2016 da A.A.A. Umani Cercasi.

Altri racconti sono stati pubblicati nelle antologie Verso Valinor (David and Matthaus); Il magazzino dei mondi 3 (Delos Books); NASF 12 (Assonuoviautori.org); Echi oltre confine (Gutenberg#lab); Fuori dal tempo (MDS Editore).

Published: StreetLib on
ISBN: 9788825402353
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Troppo perfetto - Luca Mencarelli

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Editore).

Capitolo 1

Le strade della città non mi erano mai sembrate così vive e colorate. Il lungo inverno era finalmente terminato e la primavera aveva inondato di nuova freschezza il mondo circostante. Via i cappotti grigi, via i nasi paonazzi nascosti dalle sciarpe, via gli sbuffi di fumo esalati tra le labbra intirizzite. Via i rami avvizziti e i raggi solari a mezzo servizio, via le mattine nebbiose e intrise di malinconica ripetitività.

Inspirando a pieni polmoni quella miscela di profumi che impregnava l’aria e perdendomi dietro alle evoluzioni aeree dei rondoni, passeggiavo per le vie del centro, alla riscoperta di una realtà che sembrava remota e perduta, ma che di anno in anno rinasceva, proseguendo il ciclo immutabile della natura. La gente intorno tuttavia non sembrava curarsi molto della cosa, tutti troppo presi dal vortice delle faccende quotidiane, e più di una persona mi intimò di guardare dove mettessi i piedi, invece di stare con il naso all’insù come un beota. Poveri sciocchi, non sapevano cosa si stavano perdendo. E poi in realtà c’era un altro motivo, oltre all’arrivo della primavera, e a guardar bene di importanza decisamente maggiore, se potevo dirmi così di buon umore. Quello era il gran giorno.

Dopo anni di gavetta, trascorsi a scribacchiare cose insulse su commissione e a inviare a destra e manca i manoscritti delle mie fatiche letterarie, finalmente ero stato notato. La telefonata era arrivata in una mattina come tante, catapultandomi giù dal letto su cui stavo rantolando da appena tre ore, cercando di riprendermi da una delle solite notti passate a ingurgitare caffè e appallottolare uno dopo l’altro i fogli che uscivano dalla macchina da scrivere.

Non capii nulla delle prime parole che mi rivolse la ragazza dall’altro capo del filo, vuote formule di saluto che rimbalzavano dissipandosi sulla superficie del mio timpano. Ma ciò non valeva per la voce, che emanava una vivace freschezza, tipica di qualcuno nel fiore degli anni. Sì, sicuramente doveva essere giovane e molto carina. E già nella mia mente si era formata l’immagine delle sue labbra che si muovevano accanto alla cornetta, la pelle del collo candida e liscia, la camicetta inamidata, magari sbottonata in cima, per trovare un po’ di tregua dal caldo sputato dai condizionatori, e più giù…

Le mie fantasie si arrestarono all’improvviso, troncate da una singola parola che era riuscita a farsi largo tra quei pensieri licenziosi ed era esplosa al centro delle orbite neuronali, causando un collasso immediato dell’intera fantasticheria.

– Come scusi? – Domandai, ancora incredulo.

– Ho detto che il signor MacGuffin vorrebbe vederla.

– MacGuffin… Il direttore?

– Esatto, gliel’ho già spiegato prima. – Rispose, con aria lievemente seccata. – Quando è disponibile per un appuntamento?

– Tra un’ora sono lì! – E senza attendere il responso dell’altra riattaccai. Non potevo crederci! L’occasione di una vita finalmente a portata di mano! Anzi, praticamente già mia.

Preso dalla foga mi accorsi troppo tardi di non sapere minimamente dove recarmi, problema prontamente risolto da una seconda telefonata della ragazza, che, stavolta manifestamente irritata per come le avevo chiuso la comunicazione in faccia, mi diede l’indirizzo preciso del luogo.

Potevo raggiungere comodamente la destinazione con l’autobus, ma l’adrenalina era troppa, e non avrei resistito per più di cinque minuti dentro a quella scatola di metallo senza mettermi a saltare, urlare, danzare e chissà cos’altro, per cui optai per la bici, invogliato anche dalla bella giornata di inizio primavera che sicuramente mi sarei perso se non fosse stato per quella provvidenziale telefonata.

Avevo appena lucchettato il mio mezzo a un lampione, dopo aver attraversato come un pazzo mezza città, e mentre riprendevo fiato mi godevo il sapore così nuovo, eppure antico al tempo stesso, del risveglio del mondo dal lungo sonno invernale. I colori, i profumi, le sensazioni… Ma di questo ne ho già parlato.

Probabilmente l’improvvisa euforia era dovuta allo stato mentale in cui mi trovavo in quel momento. Dubito che l’ambiente intorno a me potesse aver subito un mutamento così radicale e repentino nell’arco di ventiquattr’ore scarse, ma se fino al giorno prima tutto mi appariva grigio e smorto, suppongo che la ragione principale fosse nelle condizioni in cui versava la mia vita.

Tre mensilità arretrate di affitto da pagare, per poter continuare a stare in quella stamberga che la mia padrona di casa si ostinava a definire abitabile. Pranzi e cene saltati a piè pari, cercando di risparmiare il più possibile. Giornate trascorse a bighellonare su e giù per la città, alla ricerca di qualche ispirazione o storia decente da cui trarre uno straccio di articolo, la maggior parte delle volte tornando a casa con più incertezze e meno speranze di prima… E la lista potrebbe continuare ancora a lungo, visto che questa era solo la punta del colossale iceberg che galleggiava nell’oceano delle mie disgrazie.

Ma quella mattina era diversa. Sentivo che le cose stavano per cambiare, in maniera sostanziale e definitiva. Con il senno di poi posso dire che effettivamente fu così, sebbene in un modo completamente diverso da come mi aspettassi.

Camminavo deciso, con l’agitazione che aumentava a ogni passo. Ripassavo febbrilmente le parole che avrei detto, e nella mente si creava il dialogo perfetto che si sarebbe svolto di lì a poco.

– Direttore MacGuffin, lieto di conoscerla.

– Il piacere è tutto mio. Ma la prego, si accomodi! Mi scusi se l’ho fatta chiamare con urgenza, ma volevo vederla subito. E del resto non sarebbe stato corretto nei suoi confronti farla attendere oltre, so che è già da molto che è in attesa…

– Sì, beh, mi rendo conto però che una casa editrice sia molto indaffarata, con migliaia di manoscritti da esaminare…

– Oh, lei non sa quanti, ma le assicuro che sappiamo riconoscere quando ci giunge qualcosa di buono. E stavolta abbiamo scovato qualcosa di davvero eccellente.

– Lei mi lusinga…

– Sto dicendo sul serio, un talento puro, cristallino, una rarità di questi tempi!

Ok, forse non si sarebbe lanciato in queste lodi sperticate, ma del resto stavo fantasticando, quindi perché porsi dei freni? Avevo ancora la testa tra le nuvole, quando mi imbattei in quella piccola folla. Ero totalmente preso nel vortice dei miei pensieri che non mi ero accorto del capannello di persone che occupava l’intero marciapiede bloccando il passaggio, se non quando sbattei contro un energumeno immobile in mezzo alla via. Mi affrettai a chiedere scusa, ma quello non mi badò affatto. Aveva il naso rivolto all’insù, come tutti gli altri che si trovavano lì attorno. Cosa stavano osservando? Come se il mio sguardo fosse stato istantaneamente calamitato da una forza sconosciuta, quel curioso meccanismo d’imitazione comune a molte specie animali e che ha trovato la sua massima realizzazione nel genere umano, anche io sollevai gli occhi, dirigendoli verso la direzione cui puntavano gli altri. E lo vidi.

Aggrappato all’inferriata di uno dei balconcini al quinto piano dell’edificio che ci stava di fronte, con un piede già proteso nel vuoto, c’era un uomo. Ci osservava da lassù, stagliandosi contro il sole a picco su di lui, con un ghigno sarcastico stampato sul volto. Da quanto tempo si trovava lassù? Non molto, a giudicare dal numero di persone assiepate per strada, all’inizio appena una decina, ma che stavano rapidamente aumentando.

– Scenda da lì! – Gridava qualcuno più avanti.

– È pericoloso!

– Non faccia pazzie!

– Forse è malato.

– Le squadre di pronto intervento! Qualcuno ha già chiamato le squadre di pronto intervento?

Osservavo la scena nel bisbiglio crescente che si levava intorno a me, e che si trasformò in un coro stupito quando il tizio staccò una delle mani dalla balaustra e restò aggrappato solamente con l’altra. Quindi lasciò la presa anche con la seconda, e per un istante il suo corpo oscillò pericolosamente in avanti. Una donna urlò, qualcuno si coprì gli occhi, su molti volti si dipinse il terrore. Ma fu lesto a cacciare indietro un braccio e afferrare di nuovo la ringhiera. Stava dando spettacolo? Si stava prendendo gioco di noi? Forse era solo un esibizionista che voleva avere un po’ di attenzione, non valeva la pena perdere tempo dietro a un elemento del genere. Feci per allontanarmi, ma subito un grido mi inchiodò.

– Si sta buttando!

Non riuscii a impedirmi di guardare di nuovo, mentre il cuore, chissà perché, aveva iniziato a battere all’impazzata. Subito mi maledii quando lo vidi compiere lo stesso giochetto, stavolta aspettando qualche secondo in più prima di riafferrare il corrimano in ferro battuto. Perché l’uomo è tanto incantato da spettacoli del genere? L’attrattiva suscitata dalle tragedie o dalle situazioni estreme. Forse è il fascino della morte, del mistero che si annida al termine delle nostre esistenze, cui in questo modo possiamo avvicinarci, scorgendolo appena dallo spiraglio che si apre sull’abisso dell’eternità, ma allo stesso tempo restando a distanza di sicurezza, e tranquillizzarci all’idea che non è toccato a noi, non ancora…

Mi sforzai di staccarmi da quella penosa dimostrazione della morbosità umana, ma avevo percorso pochi passi, facendomi largo a fatica tra quella che ora era divenuta una vera e propria ressa, quando il suono di una sirena spezzò il rumore di fondo del traffico, e i lampeggianti di una volante delle squadre di pronto intervento comparvero da dietro un incrocio, spingendo prepotentemente ai lati la fila di auto incolonnate.

Come se quello fosse il concordato segnale di partenza, l’uomo si lasciò finalmente andare, librandosi per un istante nel vuoto ed esibendosi in un elegante tuffo di testa. Prima si sfracellarsi a terra.

Restai muto, inorridito come tutti, e come tutti incapace di distogliere gli occhi da quell’ammasso sanguinolento di carne che qualche attimo prima era stato un essere umano. Poi un sipario bianco calò sui poveri resti, e gli agenti cominciarono a far sgomberare l’area. Lo show era finito, potevamo tornare alle nostre vite normali, magari un po’ turbati, ma presto ci saremmo dimenticati di tutto. Anche questo è uno dei singolari meccanismi che agiscono all’interno della psiche umana. La rimozione dei ricordi spiacevoli o inaccettabili, per permetterci di continuare a vivere serenamente e non impazzire. Che cosa buffa. Magari avrei potuto studiare psicologia, se non avessi deciso di darmi alla scrittura e al giornalismo. Questo mi riportò alla mente qualcosa. L’appuntamento con MacGuffin! Quanto tempo avevo perso per colpa di quello squilibrato? Per fortuna la sede della casa editrice era in una traversa dell’isolato successivo, e non ci misi molto a raggiungerla, lanciandomi in una sfrenata corsa lungo il marciapiede.

– Mi scusi, avrei un appuntamento con il direttore, mi chiamo… – Riuscii a dire, tra un’ansima e l’altra, quando entrai in quella che era la segreteria della casa editrice.

– Mi dispiace, il direttore è appena uscito. – Ribatté senza scomporsi la ragazza che sedeva all’altro capo della scrivania. – L’ha attesa per un po’, poi aveva un altro impegno ed è dovuto andare.

La voce era la stessa che mi aveva parlato al telefono quella mattina, ma l’aspetto era totalmente differente da come l’avevo immaginato. Un maglione a collo alto fasciava il corpo minuto dalle forme inesistenti. Dal colletto spuntava una volto rotondo e butterato, con un naso prominente