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I motivi segreti dell'amore: Le parole confondono, #3

I motivi segreti dell'amore: Le parole confondono, #3

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I motivi segreti dell'amore: Le parole confondono, #3

Length:
441 pages
6 hours
Released:
Sep 27, 2017
ISBN:
9788890755989
Format:
Book

Description

La vita, le certezze, le incertezze, l'amore, i cambiamenti, un lungo viaggio verso una nuova meta. Giulia è a Londra con Andrea, l'amore della sua vita, e con Francesco, un buon amico che le ricorda la sua città natale. Mancano pochissimi giorni al Capodanno e i tre ragazzi provano a godersi gli ultimi momenti di spensieratezza festiva prima di immergersi appieno nella vita londinese alla ricerca di un lavoro.

 

Il passato vissuto a Napoli, tra i suoi più cari affetti, sembrava sepolto, quando, una sera, a Leicester Square, piccoli squarci della sua vita tornano con prepotenza a ricordarle alcuni eventi poco felici del tempo andato. Giulia ha paura di essere abbandonata, si stringe ad Andrea, a Francesco, ma sarà l'amore e uno sguardo luminoso verso il futuro a darle forza per affrontare tutto insieme all'uomo della sua vita, oppure verrà tutto meno?

 

Tra la vita, la morte, la nascita, "I motivi segreti dell'amore" ci porta a vivere il percorso doloroso che accompagna la crescita, i primi amori, le delusioni, l'amicizia, le scelte difficili.

 

Terzo capitolo della serie "Le parole confondono", "I motivi segreti dell'amore" nasce come romanzo indipendente, ma se ne consiglia la lettura dopo "Le parole confondono" e "Certe incertezze".

 

Autore anche dei racconti/raccolta di racconti:
- Deve accadere
- Viaggio dentro una storia
- Journey within a story
- Racconti dall'isola

del romanzo di fantascienza:
- Joe è tra noi

e dei romanzi della serie "Le parole confondono":
- Le parole confondono: volume 1
- Certe incertezze: volume 2
- I motivi segreti dell'amore: volume 3
- Un giorno, sempre: volume 4
- Sempre coi tuoi occhi: volume 5
- Sai correre forte: volume 6

Released:
Sep 27, 2017
ISBN:
9788890755989
Format:
Book

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I motivi segreti dell'amore - Giovanni Venturi

1

In un Café

Andrea e Francesco sono lì, sugli sgabelli accanto a me. Fuori fa freddo, un bellissimo freddo taglia l’aria in maniera netta e mi ricopre il volto con palmi invisibili e ghiacciati. Non è il massimo, ma adoro queste temperature, questo periodo dell’anno, soprattutto ora che io e Andrea siamo così innamorati. Quando la sera andiamo a letto si accuccia sotto sotto a me, coi suoi piedi freddi freddi e mi guarda, mi sorride, mi sfiora con le dita gelate la pelle e mi chiede mille volte se lo amo e se lo amerò per sempre.

Per sempre è la parolina magica che mi spinge a sognare e che, non lo nego, a volte mi spaventa, come se per lui non potesse essere così o come se sapesse che per noi non lo sarà. Sì, per sempre. Dicono che nulla è per sempre, ma il nostro amore può mai essere parte di questi concetti così infelici? È da tutta la vita che ci inseguiamo senza saperlo, è da una vita che ci desideriamo, con delicatezza; il nostro è un vero amore, eppure alcune domande sono un po’ così… così strane, ti fanno pensare a cose che non devi, perché nemmeno esistono. Bisogna vivere ogni giorno e farlo al meglio, farlo bene. È solo questo che conta. Decisamente.

Guardo Andrea, mi incanto su di lui, gli sorrido, mi fa una tenerezza infinita, non gli darei mai ventisei anni. Sembra averne appena diciotto e, a volte, si comporta come se fosse davvero quella l’età: è timido, impacciato come allora, arrossisce se gli fai un complimento, se lo baci in pubblico, ma io lo amo perché è fatto così. È un ragazzo che non cambierei per nessuna cosa al mondo. Sì, un ragazzo, perché lo vedo in questo modo, il modo in cui vive l’amore.

E anche Francesco si mantiene straordinariamente piccolo, come se il tempo si fosse fermato al 2003. Io, Andrea e Francesco siamo immobilizzati in quell’anno, come se ripercorressimo sempre daccapo le nostre vite. Proviamo a cambiarle, ma poi arriviamo sempre in modo immutato a oggi, ricapitiamo qui, in questa città così nuova e molto in movimento. Non so chi di noi tre abbia davvero deciso, ma siamo qui, tutti insieme. Eppure è proprio così? Non è cambiato nulla dal 2003 a oggi? È ovvio che sono successe tante cose lì fuori. Tantissime. Per dirne una, nel 2003 non c’erano i One Direction, oggi, nel 2011, hanno inciso uno dei loro primi singoli: What make you beautiful e scommetto che sarà solo l’inizio di una promettente carriera. La loro canzone è a tal punto piena di energia che mi entra nelle orecchie, si infila nella testa, trova subito uno spazio e si piazza lì, non va più via. La canto spesso ad Andrea e lui mi dice di smetterla, allora alzo la voce e a me si unisce anche Francesco. Prendo Andrea per le mani, faccio il girotondo con lui e canto con la mia voce da donna innamorata, ballo, sollevo i piedi e li muovo a ritmo della musica che ho in testa, sventolo le mani, muovo la testa e le spalle al ritmo giusto e vedo Francesco ridere. Si coalizza con me e ripete le parole che sembra sapere a memoria più di me, nel suo inglese perfetto. Adoro anche il video, molto liberatorio, e poi amo anche Liam Payne quando comincia a cantare questa piccola perla invidiata e contestata in tutto il mondo. Per non parlare di Zayn Malik, carinissimo, con i suoi occhi vispi e trasognanti. Andrea si arrabbia quando in tivù trasmettono il video e io resto con lo sguardo incollato allo schermo, e poi al ritmo della musica mi lascio trasportare e muovo la testa, il corpo, ma credo lo faccia solo per fare un po’ la parte da duro, anche perché, a volte, l’ho sentito cantare il ritornello sotto la doccia. L’ho contagiato, pure se lui dice di detestarla.

Una volta era timidissimo con me, molto più di quanto lo è oggi; ci conosciamo da così tanto che so bene che è cresciuto, lo vedo più sicuro di sé. Mi parla della sua vita prima di me, prima di noi, dei suoi pensieri più intimi, mi dimostra quanto mi ama, ci prova tantissimo, come se potesse perdermi da un momento all’altro. Mi piace tantissimo quando si sveglia prima di me, evitando di muovere troppo il materasso e, senza fare rumore, va a preparare caffellatte e fette di pane con cioccolata e marmellata e poi me li porge su un vassoio.

«Giulia?» mi sussurra all’orecchio quando mi porta la colazione. Mi tocca una spalla, provando a scuotermi appena un po’. Io sono sveglia, ma faccio finta di non esserlo, perché non posso fare a meno di godere delle sue labbra sulle mie orecchie mentre bisbiglia. Quando lo fa, un brivido potente come non mai mi percorre tutta la schiena, la pelle mi formicola. Lo amo e impazzirei se non fosse tanto premuroso. Una volta ero contraria a questo tipo di attenzioni, ma oggi, fatte da lui, è tutta un’altra cosa. Quando dormiamo assieme mi piace sentire il contatto tra di noi, quando affonda la testa nel mio collo senza parlare, senza fare altro, ho una tale voglia di lui, lo stringo a me e restiamo così, appiccicati per tanto tempo. Non posso fare a meno del calore del suo corpo quando mi bacia a occhi chiusi per un po’, e io non gli resisto, e facciamo l’amore.

E ora pare quasi lo stia facendo mentre mi guarda, affonda la testa nel mio collo, le labbra sulle mie, poi torna a parlare col suo migliore amico Francesco, forse aveva nostalgia dei miei occhi, oppure gli parlava di me. Loro si intrattengono in lunghi discorsi, mentre penso a quante cose io e Andrea abbiamo da dirci, e quante ce ne diciamo di continuo, ogni giorno, e non sembra mai bastarci.

E il 2003 torna nei miei pensieri. Cosa è cambiato da allora? Sono appena otto anni, ma tra me, Francesco e Andrea sono successe tantissime cose. A me sono capitate moltissime cose. Avrei voglia di pensarci, capire se in qualche modo hanno determinato così tanto il nostro destino, ma non posso farmi influenzare dalle teorie dell’effetto farfalla di cui Francesco sembra convincere Andrea. Sui dettagli a volte insignificanti del passato prende forma il futuro, anche il piccolo battito di ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del modo. Assurdità! Le cose accadono quando accadono perché è così che deve andare. Punto.

Non parlo, mi volto ad ammirare a lungo Francesco e Andrea, presi in chissà quale interminabile dibattito. Sfioro le dita del mio amore – sono fredde come le mie – posso addirittura percepire il pulsare del mio cuore, sempre emozionato quando carezzo il mio uomo, perché è come se stesse avvenendo per la prima volta. Quando sono accanto a lui è come se davvero fosse così, quando mi bacia accade per la prima volta, perché deve essere così, sempre. Riesce a ricreare quell’atmosfera e quella tensione che ricorda il primo incontro dei nostri sguardi, dopo otto lunghi anni in cui non sapevamo di essere stati innamorati l’uno dell’altra.

Londra è una città molto bella. È il trenta dicembre e per strada ci sono milioni di persone, mi gira la testa, perché è da stamattina alle otto che non mangiamo quasi nulla e che camminiamo, camminiamo e camminiamo.

«Mi dici che ore sono, Francesco?»

«Perché lo chiedi a lui?» Andrea si volta verso di me e affonda gli occhi nelle mie pupille.

«Sono le diciassette, cara. È l’ora del tè per te?»

Andrea lo guarda. I loro volti si incrociano. Sono tenerissimi in quelle loro espressioni da uomini duri che provano a parlare senza aprir bocca. Si osservano ancora. Si sfidano.

Scoppio a ridere perché le battute serie e incomprensibili di Francesco mi fanno questo effetto, ogni volta. Forse le fa di proposito, per sentirmi ridere.

Il cappuccino con caramello e cacao e la fetta di torta a limone ordinati, giacciono davanti a me. La tazza media che ho scelto in realtà è gigantesca, ma volevo qualcosa di infinitamente grande e caldo, e va più che bene, è una delizia già solo guardarla, qualcosa di decisamente piacevole da gustare, ferma lì innanzi ai miei occhi. So che non dovrei abusare di caffeina, e infatti non lo faccio, ma sono diversi giorni che non tocco caffè e mi riprometto di non farne uso spesso, il ginecologo me lo ha sconsigliato e starò a sentirlo. Mi porto la tazza alle labbra per assaporarne il contenuto e continuo a osservare il mio giovanotto e i suoi occhi color acqua marina. Gli stessi di cui mi sono innamorata da sempre.

Siamo entrati nel Café Costa ad Argyll Street – una traversa di Oxford Street – dopo le mie lamentele.

«Andrea, se non ci sbrighiamo, Giulia muore assiderata e io rompo il fidanzamento con te.»

La loro non è amicizia come potrebbe esserlo un’amicizia qualunque. Io ho la netta sensazione che sia qualcosa di straordinario, qualcosa che vedi scritto nei romanzi, è un non so che difficile da definire, ma è reale, come il sangue che riprende a fluirmi sotto la pelle del viso dopo il primo sorso di questa sorta di latte a cioccolato, caramello e caffè. Dolce, buono e, soprattutto, caldo come mi ci voleva.

Con la mia forchettina raccolgo i piccoli pezzi in cui ho ridotto la fetta di torta; la crema è buona e sa davvero di limone, sarà una ricetta casalinga, forse nulla di totalmente industriale. Può essere? A volte me lo chiedo. Veniamo a Londra e ci vien voglia di mangiare da McDonald’s, da Burger King, Andrea e Francesco si rimpinzano di patatine, li vedo azzannare con avidità quei panini con hamburger e foglie di insalata. Andiamo all’Apple Store, guardiamo incantati quei computer Mac, usiamo iPhone, iPod, iPad, facciamo altre spese sempre e solo su Amazon, quasi tutto, siamo maledettamente omologati, eppure detestiamo l’omologazione. Ma a volte ti permette di non perderti anche in una città come questa, dove ci sono ben tredici linee di metropolitana. Non le ho ancora imparate a distinguere, non so se un inglese se la caverebbe meglio di me, non ne ho davvero idea. Francesco ci è stato altre volte e ci porta in giro senza chiedere indicazioni a nessuno, districandosi benissimo, e Andrea è felice. Non riuscirei a immaginarmelo perso per Londra e io smarrita dietro di lui, prossima a una crisi di pianto.

Per il momento, non voglio smettere di sentirmi omologata. Non osiamo entrare in un pub e mangiare qualcosa di strettamente londinese, anche se sono convinta che prima o poi succederà, magari già tra un paio d’ore, e diventerà normale. Sento un languorino ogni volta che ci passiamo davanti e sbirciamo il menu esposto fuori al locale. Eppure, tutte quelle pietanze di carne che preparano, a volte mischiate con le uova, mi fanno mancare la nostra cucina italiana, quella delicata e saporita a cui sono tanto abituata, e parlo anche della nostra carne. Dove potrei mai mangiare una scaloppina al limone e con insalata e patate al forno ora che siamo a Londra? Oppure due zucchine alla scapece, melanzane a funghetti? Mi sta venendo una fame pazzesca. Forse dovevo stare a sentire Andrea quando ha proposto un bel localino di cibo sano. Dovevo dirgli di sì all’istante.

Francesco, invece, desidera andare al pub, ma è in minoranza, e comunque non vuole saperne di ristoranti italiani, così finiamo per mangiare in modo un po’ disordinato. Si vede che sono italiana, anche nel mio modo di ragionare. Certo, alcune convinzioni sono solo mie. Di solito anche quando scopro un panino che mi è sembrato succulento, poi ho quasi paura di cambiare ordinazione la volta successiva, non mi piacerebbe scoprire che poi non mi garba. Sto diventando già vecchia? Perché Londra mi fa fare questi strani pensieri, perché mi angoscia?

Mi guardo di continuo in giro travolta da un quantitativo di informazioni allucinante. Tutte le pubblicità che ci sono mentre scendi sottoterra nella metropolitana. Un continuo alternarsi tra tutti i musical che mettono in scena nei vari teatri della città, i nuovi film che danno all’Odeon, all’Empire, al Vue, la pubblicità di Vodafone, di O2, di Google Play Store, di tremila altre cose, i tabelloni con le direzioni che bisogna prendere per arrivare a destinazione, i nomi di tutte le stazioni, le persone che parlano usando lingue diverse, mille accenti. Le uniche stazioni che mi riesce di ricordare sono: Queensway e Oxford Circus. Sono quelle in cui ci ritroviamo di continuo, più o meno. Vedo anime passarmi accanto e non riesco a concentrarmi, non riesco ad annotare mentalmente cosa indossano, qual è il colore dei loro occhi, dei loro capelli. Sembra tutto uguale.

Per fortuna, ora sono seduta al caldo e sto provando a mettere qualcosina nello stomaco, ma quando non mangio a pranzo poi mi passa del tutto la fame, così l’idea di cibarmi di una bella fetta di torta, al posto di carne o pasta, diventa accettabile, quasi giusta, se provo a non pensare ai sapori della nostra terra.

Francesco dice che mi farà apprezzare Londra e il suo cibo, ma la verità è che non esiste nessuna vera cucina londinese, non credo abbiano ricette, non fanno la carne alla genovese, con le cipolle, non hanno inventato la mozzarella o la pasta alla siciliana, che sono cose buone e italiane. Non ho mai sentito parlare di pasta alla londinese, o di carne alla londinese. Non hanno una tradizione culinaria come la nostra, certo, non ne sono affatto sicura, potrei sbagliarmi, ma ne sono abbastanza convinta, anche perché poi ci sono ristoranti di varie nazionalità a ogni angolo, molte catene, tra l’altro. Trovi di tutto. Puoi selezionare il cibo a seconda dei tuoi gusti senza trovarti spaesato.

Andrea e Francesco parlano ancora, ma io non li ascolto più. Percepisco solo un brusio complesso di fiati che si sovrappongono, le voci di tutto il mondo nel Café Costa. Portoghesi, spagnoli, francesi, italiani, cinesi, arabi e appena appena un paio, forse quattro, inglesi coi loro occhi chiari e la pelle del viso un po’ pallida, coi loro abiti sportivi, ma eleganti, non che mi intenda di moda, sia chiaro.

Il locale è grande. Quando siamo entrati eravamo in fila con due persone prima di noi. Ho alzato lo sguardo verso il menu appeso alla parete e guardato l’elenco dei caffè caldi. Ho dato un’occhiata alla vetrina dei dolci, poi ho sorriso ad Andrea poggiandogli una mano su una spalla e tirandolo a me. «Facciamo a metà, che dici?»

«Coi tuoi occhi da gattina farei di tutto, lo sai, ma non mi va nulla di commestibile, ho lo stomaco chiuso, completamente sottosopra.»

«Perché?»

«Non so. E poi tu hai bisogno di mangiare, lo sai. Prendi una razione doppia, dai, pago io. Anche se avrei preferito farti fare una bella cena, ti fa molto più bene. Hai bisogno di calcio, di vitamine, ferro, proteine.» Mi tocca la pancia e sorride, con quel sorriso da innamorato che vidi sulle sue labbra, nei suoi occhi, quel pomeriggio di tanti anni prima, quando mi venne a salutare mentre partiva per Roma. Era triste, nascondeva quella stessa allegria sotto il suo viso turbato, completamente incerto per il futuro. Allora, però, non sapevamo ancora che ci sarebbe stato un futuro insieme, per nulla.

Pochi secondi dopo, nel mio vassoio è apparso il piattino con la fetta di torta a limone, la forchettina e il sottobicchiere in ceramica per il tazzone di caffè al caramello. Provo a pronunciare in testa quello che dice sul menu: Toffee Nut Caffe Caramella.

Che bello! Il barista mi ha composto la forma dell’abete natalizio con il caramello e il cacao. Ci ha messo tanto amore e dovizia, ed è stato veloce. Non smetto più di sorridergli.

«Excuse me, do I need the sugar?» ho pronunciato nel mio impacciatissimo, e sicuramente errato, inglese.

«Sugar’s behind you.» La ragazza ha indicato le bustine di zucchero dietro di me.

Ci siamo seduti con rapidità. Ho sentito i muscoli della schiena flettersi avanti e indietro, ringraziavano tantissimo facendo i salti di gioia assieme a quelli delle gambe. Ho sorriso, ho immaginato Andrea che mi toglieva le scarpe e mi massaggiava e baciava le caviglie. Mi viene quasi da ridere, ma mi trattengo.

«A che pensi, Giulia?»

Appena pochi minuti prima era lì incuriosito dal mio sguardo. Lui lo chiama intrigante, anche quando ho sonno.

«A nulla, amore.»

Un pezzetto di torta ancora e poi affondo il cucchiaino nel tazzone, tiro su le forme dell’abete e le avvicino alla bocca. Il caramello mi si scioglie sul palato, mi inebria di dolcezza; per un attimo chiudo gli occhi, provo a distinguere tutti i sapori. Sento il caramello, lo sento, sì, mescolato al cacao mi ricorda i dolci dell’infanzia, quel sapore zuccheroso mi porta alla mente mia nonna e il nonno paterno di Andrea. Il signor Marini.

Li riapro e osservo il locale. È immenso, ci sono persone a consumare le loro bevande, sedute in poltrona – sono poltrone comode con braccioli – e ai tavolini, qualcuno è su alti sgabelli come noi tre, altri ancora sono in fila. All’improvviso il locale si affolla ancora di più, la coda di due persone che c’era quando siamo entrati io, Andrea e Francesco è sparita. Al suo posto c’è un firmamento composto da dieci persone, ciascuna di una differente nazionalità. Ne sono sicura. Basta osservare l’abbigliamento che indossano. Mi sa che qualche inglese c’è. Guarda un po’ quel ragazzo coi cappelli color carota e la pelle color latte, magari irlandese o scozzese. Ha una bella sciarpa a quadroni verdi e marroni posata sulle spalle e indossa un Montgomery nero. Devo proporre anche ad Andrea un capotto elegante quando usciamo, così me lo terrò stretto al braccio, con una voglia matta di lui.

Provo ad abbinare i loro abiti col possibile paese da cui provengono. La lingua che più detesto è il portoghese, ce ne sono un’infinità a Londra. E io ingenua che pensavo di trovare soltanto inglesi. Senti portoghesi che parlano di continuo, ovunque, come se Londra fosse in Portogallo, in Brasile, altro che Regno Unito. Per non parlare poi dell’italiano. Ti volti è ce n’è sempre uno di fianco. Da non credere.

Ieri una coppia sul pullman per tutto il tempo ha parlato in portoghese, è stato Francesco a dirmi che non era spagnolo. C’eravamo noi tre e loro due alla nostra destra. Noi stanchi e loro a parlare e a parlare e a parlare, avrei voluto avvicinarmi e urlare: «Vi prego, siamo a Londra, dovete usare l’inglese, accidenti!». Non vedevo l’ora di scendere dal 94.

«Francesco, ma questo pullman dove va?»

«Casetta nostra?» Ha piegato la testa di lato e sorriso, riducendo le palpebre a due fessure.

«A parte casetta nostra?»

«Queensway, Acton Green.»

Quando è venuto il turno della nostra fermata, loro non sono scesi, hanno continuato, e non avranno smesso di conversare, ci scommetto. Una volta sul marciapiedi, il silenzio mi ha fatta rinsavire. Mi sentivo addirittura meno stanca.

Sbatto le palpebre e sono ancora da Costa e… Oddio, che bello! C’è una sorta di lampada da scrivania gigante, colorata di rosso, che illumina un tavolino dall’alto.

Il bancone dietro cui lavorano questi ragazzi e queste ragazze è bello largo. Ci sono quasi dieci dipendenti che fanno caffè, accettano contanti, carte di credito, enunciano prezzi, prelevano muffin dalle vetrinette, torte al limone, cioccolata belga, cookie, dolci vari, preparano quei caffè con dovizia. Indicano agli italiani come noi che la bevanda è senza zucchero e che dobbiamo mettercelo noi e che è in bustine proprio lì dove le ho prese io.

«Sugar?» Dalla pronuncia deve essere un italiano.

«Over there.» La ragazza dietro il bancone deve aver ripetuto la stessa frase mille volte.

Il ragazzo pare confuso. O non ha capito che gli ha detto: laggiù, oppure non ha individuato le bustine.

«Behind you, sir.» Stavolta punta l’indice dietro di lui.

Il giovanotto si volta, solleva la mano sinistra e le sorride con le bustine di zucchero nell’altra.

Osservo un ragazzo carino, viso liscio. Prende una busta di latte, la apre e la versa in una sorta di caffettiera gigante, poi afferra un cucchiaino e lo affonda nel cacao, una volta, due, tre, quattro, cinque volte, mescola il tutto e poi lo riscalda: latte caldo con cioccolato. Che delizia!

Un’altra ragazza forse sta provando a capire cosa gli stanno dicendo due adolescenti che non mi danno la sensazione di conoscere bene l’inglese, sembra una cosa comune. Anche io mi chiedo che cosa pensino di me quando apro bocca e pronuncio frasi in lingua, avrò un pessimo accento e magari farò una miriade di errori di grammatica, verbi che mi vengono fuori un po’ così… adattati direttamente dall’italiano.

Il brusio aumenta, la fila, da dieci, è diventata di ben tredici persone. Ah, no, ecco, entrano altri due: quindici. Ed è molto assortita.

Altro pezzetto di fetta di torta al limone e Andrea e Francesco parlano ancora, indifferenti a me e a tutto ciò che accade nel locale, diventano parte dello stesso, quasi come uno sfondo, una tela su cui compaiono due ragazzi seduti vicini. Francesco pone una mano su una spalla di Andrea e ride. Chissà cosa gli sta raccontando di così interessante, di così divertente. Parlano troppo a bassa voce, saranno discorsi seri? Ma io sono attratta da tutto ciò che mi circonda, è così nuovo per me, che chiacchierino pure tra di loro.

Mi concentro di nuovo sulla fila. Sono sempre quindici persone, ma i primi tre che erano prima in testa non sono più gli stessi. Mi guardo in giro e, ora, li vedo seduti sulle panche di legno alla nostra destra; hanno appena posato i guanti sul tavolino. Hanno preso solo cappuccino. Si guardano senza parlare, forse sono anche loro stanchi, chissà quanto hanno camminato, o magari è solo il loro modo di essere.

Guardo i dipendenti del locale, hanno facce quasi stravolte, non si fermano mezzo secondo, fanno calcoli sommando i costi dei dolci e delle specialità dei caffè richiesti pigiando con le dita sui terminali che hanno davanti. Danno il resto senza battere ciglio, chiedono se il caffè serve da asporto o se verrà consumato nel locale. Fanno altro caffè, altro latte caldo con cioccolato, altro caffè e… altro caffè ancora.

Sono ammirata dall’impegno che ci mettono.

Vanno avanti e indietro. Non possono riposare due minuti, non possono scambiare più di una parola, non hanno modo di fare altro, indaffarati nei loro compiti che portano avanti col sorriso sulle labbra e con una precisione scientifica. Caffè, calcoli, resto, comprensione dell’accento e della lingua del cliente.

«Do you want it with cream or not?»

Francesco mi ha spiegato che cream è la panna.

«No.»

La commessa lo guarda in modo strano.

Ecco, me ne sono accorta pure io: un altro italiano. È una cosa a cui non avevo mai fatto caso, me l’ha fatto notare Francesco. In inglese sarebbe: «No, I don’t». Ma si sa, noi italiani detestiamo I don’t. Non serve. Un no è un no, niente fronzoli inutili, giusto?

Eppure mi chiedo quali siano gli eventi incomprensibili e segreti per cui io oggi sono qui da Costa. Io e questo numero sempre crescente di persone che di sicuro non è inglese, come me. Prendi per esempio queste due ragazze col velo nero che le ricopre testa e spalle. Sono di certo arabe.

Una delle due avrà, vediamo un po’, tredici anni?

Ha un volto così giovane, occhi nerissimi.

Perché a un certo punto si decide di abbandonare il posto in cui si nasce per andare a vivere altrove? E non parlo di spostarsi dalla città per stabilirsi in un paese limitrofo, ma di prendere l’aereo e atterrare a Londra, in un’altra nazione. Cosa ci spinge così tanto lontani? Non credo si possa rispondere con una sola unica e universale motivazione, sarebbe irreale, riduttivo. Vorrei saperlo da queste due ragazze, vorrei conoscere la loro storia, quella dei genitori, adesso.

Insisto. Perché si va via di casa? Si cerca di continuo di rincorrere la felicità, una miglior condizione di vita, e si rischia. Abbandonare un luogo vuol dire come minimo non aver più nulla da cercare dove si era, oppure può semplicemente voler dire che in quel momento si vuol provare quanto coraggio, determinazione e forza di volontà si hanno, quanto spirito di sopravvivenza si è sviluppato.

Io me le pongo queste domande. Quando siamo in strada qui a Londra c’è una nazione intera riversa su Oxford Street e nessuno riprende fiato, mai. C’è la possibilità che se ti senti stanco e rallenti, qualcuno possa afferrarti per le braccia a farti correre con lui come nel film di Paolo Villaggio, oppure ti sbattono per aria. Mi dà un po’ di ansia questa cosa. Si corre tutti verso la felicità? Felicità che puoi trovare nell’acquisto di un oggetto tecnologico nuovo? Non credo. In un bel nuovo capo di abbigliamento? Nemmeno, ma male non fa, diciamocelo pure. O un bell’abito da sera, magari nero, lo indossi, ti guardi allo specchio e sorridi. Per sedurre Andrea lo farei.

Si corre, si cerca la gioia, non la si trova e si corre ancora, si riprova, e si corre di più, come un’ape che passa da un fiore all’altro. Si fugge.

Ieri sera, saranno state le dieci, eravamo seduti in un vagone della metropolitana e di fronte a me era seduto un ragazzo che ascoltava musica dai suoi auricolari bianchi. L’ho guardato, pareva la versione del mio Andrea tra dieci anni. Aveva un viso giovane e un po’ di capelli brizzolati, ma pochi, mi sono voltata un attimo. Volevo dire ad Andrea che lo immaginavo così tra un po’ di anni, ma era impegnato in una discussione con Francesco a cui non stavo prestando alcuna attenzione, come sempre, inoltre mi sono detta: metti che è italiano, metti che capisce? Cosa penserà del mio commento?

Lo avevo osservato di nuovo e avevo notato il suo bel colore grigio degli occhi, poi le lacrime. Erano iniziate a colare sul viso. Lui cercava di fermarle con le dita, ma le lacrime erano più forti di lui, cadevano ancora, muoveva le labbra, se le mordicchiava, chiudeva gli occhi e poi li riapriva. Sussultava con le spalle, senza modo di potersi fermare.

Ha chiuso le palpebre per un po’ e con pollice e indice della mano destra ha provato a bloccare il pianto, premendo sul naso, ai lati degli occhi, ma non ci riusciva. Accanto a lui non c’era nessuno. I due posti alla sua destra erano vuoti, come anche gli altri alla sua sinistra. Mi ha fatto male guardarlo. Doveva stare combattendo per non lasciarsi trascinare in un pianto dirompente in pubblico, era così evidente che stava facendo tutto il possibile per evitarlo. Che angoscia, per poco non piangevo con lui. Non scherzo.

Forse si sentiva solo, forse era solo. Ho pensato che si fosse lasciato con la ragazza, ma quelle lacrime raccontavano una storia diversa, più triste. Doveva essere Londra a farlo sentire così.

Sono rimasta senza parole, senza staccargli gli occhi di dosso, osservando i suoi jeans, il cappotto nero, le mani e, soprattutto, una volta che li ha riaperti, gli occhi grigio chiaro, e atterriti.

Quando i nostri sguardi si sono incrociati l’ho visto quasi implorare aiuto, un volto perso nel mio, le guance inumidite. È stata una cosa che è durata tanto, volevo fare qualcosa, per esempio passargli dei fazzolettini di carta, ma ero impietrita, poi, quando ho pensato di sciogliermi e provare almeno a sorridergli, è sceso e l’ho lasciato dentro la testa per un po’. Se provo a chiudere gli occhi e a visualizzare la scena, lo vedo ancora davanti a me, percepisco il silenzio che si è fatto spazio nella mia mente, rivedo i suoi capelli corti. Immagino tutto come se fossimo soli, io e lui seduti l’una di fronte all’altro in totale quiete, mentre una luce pallida gli illumina il volto. E poi la voce che annuncia di fare attenzione allo spazio tra il vagone della metropolitana e la banchina. Ho imparato a memoria le parole, ho stampato in testa il tono di Philip Sayer, l’uomo che pronuncia la frase in un accento britannico perfetto. Mind the gap.

Ricordo ancora il ragazzo che avevo visto piangere, e si mordeva ancora le labbra. Lo immagino morderle ancora e ancora, e ancora.

In metro mi sono persino voltata verso il mio uomo, stavo per dire qualcosa, non potevo stare zitta, però poi ci ho ripensato, mi sono girata ancora. Se guardo davanti a me, il futuro Andrea brizzolato e triste lo vedo di nuovo allontanarsi dai posti a sedere vuoti e scendere. Non c’è più. Si è portato con sé la sua storia dolorosa.

Sono così presa dai miei pensieri – si presentano senza sosta uno dietro l’altro – mentre sono ancora da Costa con il mio Toffee Nut Caffe Caramella davanti.

Sento il brusio di persone che parlano ognuno nella propria lingua. La fila è ora addirittura arrivata a (proviamo un po’ a contarle) ventuno persone, incredibile, e qualcuno porta via con sé il caffè in quei bicchieroni di carta, magari assieme a una bottiglietta d’acqua. Ecco, come fa quella donna col cappello dentro cui non riesce a nascondere tutti i suoi capelli, alcuni sono biondi, altri neri, spuntano da sotto e le si poggiano sulle spalle. Solleva le mani e le vedo un paio di grossi anelli alle dita. Sorride. Sta fissando anche i dolcetti e le torte in vetrina, scuote la testa, sorride ancora e va via, senza lasciarsi tentare.

Le voci sovrastano, si confondono, assieme alle parole, al senso della vita, alle direzioni che si imboccano durante il percorso. Scelte. Azioni. Errori. Ancora scelte.

A un certo punto desidererei che il locale si zittisse, vorrei che tutti smettessero di parlare, farei calare anche la luce. Resta tutto al buio e poi un faro illumina il viso immobile delle persone, uno per volta. Luce sugli occhi, sulla bocca che muove le labbra e mostra denti bianchi, come tante istantanee in un libro di fotografie in bianco e nero, pochissimi colori essenziali, volti tutti fermi e pensieri in azione. Poi, senza movimento di labbra, ascoltare un’unica voce, quella ineguagliabile di ciascuno di noi che rivela i pensieri del momento, senza fretta di pronunciare tutto in un istante, con calma, nella propria lingua, ma poter capire lo stesso come se parlassero in italiano.

Il ragazzo dietro al bancone sistema diversi piattini di ceramica e tazze vuote su un vassoio, poi solleva lo sguardo verso di me, per un istante. Ecco, è proprio in quest’attimo che potrebbe andar via la luce, potrebbe scendere il silenzio e un faro, puntando sul ragazzo, lascerebbe venir fuori i suoi pensieri.

Sono completamente rapita da questo locale.

Il barista ha i capelli neri, corti, tirati indietro, con un ciuffetto dritto sulla fronte, occhi neri, pelle bianca, forse è italiano, è abbastanza alto, forse un metro e ottanta, o un poco di più. Lo sguardo sembra stanco, distratto, pensa a qualcosa di bello, magari alla ragazza. Avranno litigato perché si vedono poco e lui è ansioso di riabbracciarla, di chiarire tutto, di dirle che la ama, ma che la vita funziona così. A volte male, a volte meno male, ma per il momento è in quel modo che va avanti. Su, su, potete farcela. Recupererete tutto, lo so. Ecco, sento i suoi pensieri. Mi arrivano piano piano, chiari.

Lavoro spesso qui, sono impegnato in questa attività senza sosta quando c’è folla come ora, non posso mai chiamarla, mandarle un messaggio, vorrei vederla di più. Questo lavoro mi piace, qui mi trattano bene, mi pagano bene, i colleghi sono persone deliziose, corrette, ma a volte mi manca il tempo che vorrei poterle dedicare, ma, come me, anche Laura ha un lavoro che la tiene impegnata abbastanza a lungo. È occupata da Pret A Manger, quella catena di fast food col simbolo della stella rossa, conosci? Vorrei che le nostre vite avessero un senso, non dico che non accetto le difficoltà, senza non sarebbe nemmeno una vera vita, ma vorrei solo sapere che stiamo facendo la cosa giusta e che la felicità è lì in dirittura d’arrivo, prossima dichiarerebbe.

«Giulia?» Andrea mi scuote. «Ti sto chiamando da un po’. Che hai? Come sei seria, amore.»

«Stringimi, ho freddo.»

«Ma se qua si sta benissimo? Avrai mica la febbre? Dimmi di no.»

«Forse vuole andare a casa a fare un po’ di ginnastica con te.»

«Francesco!» Io e Andrea lo fulminiamo con lo sguardo. Più Andrea, però.

«Ragazzi, sarebbe la cosa più normale di questo mondo. Siete liberi e Londra ve lo permette, è bella anche per questo.» Fa quel suo viso gioioso dietro cui pare sempre spaventato per aver detto la cosa errata.

«Che tesoro che sei.» Andrea gli sorride, gli carezza le guance, il mento, i capelli.

Poi, il mio Andrea, guarda me, ci voltiamo insieme verso il bancone e il ragazzo che preparava il vassoio non è più lì, sta passando dietro la cassa. Ci sono altre persone nel locale. Altre ancora stanno entrando in quel momento preciso, si guardano intorno, indicano la fila, scuotono la testa, si scambiano un sorriso l’un l’altro. Una delle donne appena entrata sembra dire qualcosa, indicare la vetrina, afferra per il braccio l’uomo che è con lei – lo faccio anche io con Andrea quando voglio la massima attenzione – lui ha un cappello in mano e scuote ancora la testa, risoluto, lo indossa di nuovo e vanno via.

Caffè da asporto, caffè da consumare nel locale, dolci,

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