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Apparente inesistenza. Io ci sono - Maria Martino

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MARIA MARTINO

Apparente inesistenza

Io ci sono

Maria Martino Apparente inesistenza - Io ci sono ©EDITRICE GDS

EDITRICE GDS

di Iolanda Massa

Via Pozzo, 34

20069 Vaprio d’Adda (MI)

tel. 02 90970439

e-mail: edizionigds@hotmail.it ; iolanda1976@hotmail.it

www.gdsedizioni.it

Progetto copertina di ©Iolanda Massa

TUTTI I DIRITTI RISERVATI.

Il presente romanzo è frutto della fantasia dell’Autrice. Ogni riferimento a cose, fatti, luoghi e/o persone realmente esistenti e/o esisitite è puramente casuale.

Questo libro è il prodotto finale di una serie di fasi operative che esigono numerose verifiche sui testi. È quasi impossibile pubblicare volumi senza errori. Saremo grati a coloro che avendone trovati, vorranno comunicarceli.

Per segnalazioni relative a questo volume: iolanda1976@hotmail.it

Prefazione

Il racconto prende luce dopo uno strano sogno.

I personaggi e i fatti sono un’invenzione, ma i sentimenti che legano i soggetti sono autentici.

Questo romanzo è dedicato a mia sorella morta di cancro al seno.

Ci sono persone che guariscono, altre che muoiono e lasciano un vuoto incolmabile attorno a chi le ha amate.

I rapporti tra fratelli per svariati motivi possono divenire ostici e slegare quell’intimità che riempie solitamente la vita dell’infanzia.

Il motivo della barriera creatasi durante il percorso della vita, spesso non ha motivazione. E se ce n’è una, è invisibile, proprio come i neutrini, particelle veloci e leggere, senza carica elettrica, né massa, che attraversano oggetti e persone ogni secondo della giornata e non sono rilevabili al nostro occhio; oppure come la massa oscura che ci circonda e sulla quale splendiamo come una manciata di piccole lucciole.  

Giacché l’invisibile è una realtà, oso pensare ci siano materie oscure che deviano le comunicazioni. Infatti, le parole dette possono subire alterazioni e arrivare all’altro con un diverso significato. S’instaurano lunghi dialoghi monotoni e ripetitivi che spiegano il proprio punto di vista tentando di imporlo all’altro.

Ricordo come alcune frasi le sistemavo per benino nella mia mente e le avvolgevo come in un bozzolo per srotolarle alla fine leggere ed esaustive, invece immancabilmente, nel momento di una spiegazione finale le larve rompevano la seta spezzando le frasi.

Si vive al presente senza mai prevedere che nel momento più impensabile dell’esistenza arriva la batosta di una malattia o di una calamità che cambia la vita. Con la presunzione che vivremo almeno sino il giorno dopo, rimandiamo a poi il risolversi dei dissapori. Restiamo barricati nelle nostre convinzioni e costruiamo una prigione dalla quale non siamo disposti a uscire.

Così io e mia sorella, chiuse nelle loro certezze, che davano sicurezza, abbiamo lasciato le parole chiarificatrici scivolare sulla lama di un rasoio, e lì sono rimaste sino alla fine, senza mai perdere l’equilibrio.

Mi dicevo che un giorno avrei snocciolato quel che pensavo e che anche lei lo avrebbe fatto. Solo che il tempo ci ha travolte, e il tentativo di una totale comprensione e amicizia è evaporato in una zona invisibile da dove adesso percepisco suoni lontani.

Durante l’avanzata del cancro ci sembrò superfluo riprendere vecchi discorsi che ci avevano divise. Infatti, in quel periodo di pena, nulla di ciò che aveva provocato astio, ebbe peso e importanza. Capimmo tardi come i dialoghi non hanno né capo né coda in un’esistenza che dovrebbe essere improntata sulla ricerca della felicità. Infatti, invece di divertirci giocando con le parole, le abbiamo usate per distruggerci.

L’invisibile sibila: La vita è un bel gioco se stai alle regole della partita. Gioca, dunque. Il mondo è qui, pronto per estasiare, nel donare la sua bellezza. Vivi, ama. Osserva bene dentro di te e scorgerai il divino che da sempre ti pervade.

Mi sussurra di vivere amando me stessa, e gli altri.

Mi piacerebbe seguire le istruzioni e giocare dalla mattina alla sera.

Ricordo gli ultimi giorni fra noi. Calò il silenzio da cui parole inespresse riempirono svariati cd disposti nel cosmo.

Mai la nostra mente comprese come in quell’oasi di apparente esistenza, e comunicò in maniera esplicita in quei lunghissimi silenzi, la gioia del vivere quotidiano.

Il chiarore che dispiegò le nostre anime e finalmente le unì non valse a salvarla. Fino all’ultimo istante sia io, sia lei, avevamo la lusinga di sconfiggere la morte.

Non ci fu dialogo tra me e lei, tranne che negli ultimi giorni. Perlopiù ci legò una conversazione mentale. Lo ricordo molto bene.

Cosicché, come mai in passato, la nostra mente, grazie alle comunicazioni cerebrali aeree, in quel periodo, fu in totale connessione.

Un giorno vidi due ragazze suonare la chitarra all’angolo di una piazzetta. Cantavano e comunicavano gioia per quell’atto di creazione. Dalle pupille uscivano guizzi luminosi simili a fasci di arcobaleno. Pensai si sentissero libere come farfalle.  

Mi metterei mai a cantare in una via?

Non c’è nulla che tu non possa fare. Basta volerlo. La voce di mia sorella, in un sogno non sogno, fluttuò dolce nella stanza.

Cellule buie e invisibili la sospinsero verso di me, forse per meglio farmi udire cos’altro aveva da dire: Gioca perfezione, nella perfezione. Ti sotterrerai viva dentro un recinto che tu stessa hai costruito, se non cambi mentalità. Da qui vedo cadaveri correre e uccidere. Mostrati al mondo. Esso è aperto. Lasciati andare e vedrai com’è stupendo. Troverai dentro di te la felicità. Cercati.

Sono bei concetti. Vorrei essere libera. So che dipende solo da me. Sono colpevole perché avendone la consapevolezza, mi abbarbico alla staccionata che mi circonda; che mi dà sicurezza e una parvenza di libertà. So che la libertà vera, totale, che mi renderebbe leggera e veramente viva è un’altra. Sta in quella distensione mentale che ancora non riesco a raggiungere. Ci proverò, mi dico, e m’illudo che un giorno accadrà il miracolo della mia liberazione, della mia rinascita.

Penso al canto di quelle due ragazze, al sorriso libero che mostrava felicità per la loro creazione. La distensione mentale è possibile, deduco. 

Mi rimane il rammarico di non aver mai detto a mia sorella: Ti voglio bene per quel certo pudore che c’era sempre nei nostri rapporti.

Voglio gridarglielo adesso.

La osservo mentre si allontana, ma non la fermo. Le mie labbra rimangono serrate e solo con la mente formulo: Ti voglio bene. 

Lascio che scompaia dietro una massa oscura.

Mi chiedo che senso ha raccontare una breve vita trascorsa insieme. Non trovo il motivo di rivangare un capitolo di un passato triste.

Con distacco sfoglierò, proprio perché so che me lo chiede lei, anima in pace, i trascorsi eventi, come farei con un libro, nel tentativo di individuare il nesso della nostra esistenza trascorsa nella convinzione di potercela cavare da sole.

Capitolo 1- Il sogno

Sua sorella, coricata in un letto di pietra senza materasso, abitava in un appartamento che nel sogno era il suo.

Miriam era morta da dieci anni, però Dalia in quella visione aveva la convinzione fosse viva e dormisse nella sua camera. Percepiva, fosse ammalata, ma non ne era tanto sicura.

Vedeva se stessa con la faccia scura discutere davanti alla porta con qualcuno. Forse era un medico e parlava della salute cagionevole di Miriam. Proprio in quel momento rammentò che sua sorella era morta per un tumore al seno.   

D’improvviso vide un’onda curvarsi alla sua destra. Le parve una scia di neutrini (1)che s’infilava nel suo corpo gelandolo prima e riscaldandolo poi. Quelle particelle, che ai più erano invisibili e che lei invece scorgeva, ci scommetteva, la stavano informando di qualcosa.

In sottofondo udì suoni cupi che seguivano il dondolio della curvatura di una massa oscura che seppure è inavvertibile e non visibile, come l’aria che respiriamo, si mostrava a Dalia nella sua interezza. Sulla convessità della curva scintillò una fievole luce che serpeggiò avanti e indietro e schioccò come uno scudiscio. In quel momento comparve sua madre. Era sulla parte alta dell’onda. La vide scendere a passo lento, e scomparire poi, dietro la massa oscura e uno sciame di particelle invisibili. E allora suppose ci fosse altro materiale sconosciuto, oltre i neutrini. C’erano massive non essenzialmente scure che celavano cose e persone. Mentre rifletteva sul tipo di particelle e di massa che si frapponevano tra lei e sua madre, la vide avanzare assieme a Miriam. Sorvolavano l’onda alta della curva tenendosi per mano.

Dalia abbassò lo sguardo per lo stupore e per la paura. La curiosità però la sopraffece, e allora, rialzò lo sguardo per scrutarle.  

Scorse i loro sguardi ipnotizzati fissare il punto ultimo dell’onda, forse origine di nuova vita o fine dell’esistenza. Notò che non c’era allegria nei loro volti e allora rabbrividì. Tuttavia continuò a osservarle per comprendere i loro pensieri, o il messaggio che volevano mandarle, ma l’onda frusciò emettendo un suono secco e alto, e allora si svegliò.

Per un tempo indefinito restò con gli occhi spalancati a scrutare il buio solido da cui nascevano e morivano i rumori di alcune automobili e di qualche motorino che passavano nella strada, e quelli organici dei mobili che presumibilmente attraversati dai neutrini emettevano sibili lontani e sottili.

Cosa volevano comunicarle in quel sogno? Forse intendevano rivelare che non c’era più l’incomprensione che le aveva separate. Le loro anime si erano ritrovate e riappacificate. Forse, però, non volevano dare messaggi. Era tutto frutto della sua fantasia.

In passato aveva fatto dei sogni senza capo né coda. Tipo quello di due sere prima che, per tutta la notte era andata su e giù con la seggiovia. Sotto di lei la montagna innevata e nient’altro. Nessun colore.  Bianco dappertutto. E lei volava da un punto all’altro della montagna. Bah! 

Forse però quest’ultimo sogno, annunciava semplicemente che adesso erano insieme. In pace. In amore.

Sua madre, morta otto anni dopo la sorella, si era messa subito alla sua ricerca, e l’aveva incontrata dopo un paio di anni.

Erano, infatti, trascorsi due anni dalla morte di Ines, sua madre.

Poteva fare mille inferenze per scovare i motivi del ritardo del loro incontro, e sul messaggio che volevano comunicare mostrandosi in quel sogno.

 L’aldilà dei buoni era forse tempestato di una chiazza bianca che nascondeva vite e misteri, visibili esclusivamente ai puri di spirito, e sua madre, solo dopo essersi mondata dei suoi peccati, aveva potuto vedere Miriam sotto la coltre nivea immacolata? Buona questa. Figurarsi! Cosa diavolo le veniva in mente!

La parte inconscia del cervello andava avanti nelle ipotesi, senza sosta, evitando di ascoltare i moniti e la supponenza di quella conscia. Cos’era quello, un gioco? Ma no! Immaginare non è forse una prerogativa mentale?

Ipotizzò che i nemici dell’amore e della pace avrebbero potuto negare sia a Miriam, sia a Ines di incontrarsi. Cioè, onde malefiche si frapponevano fra le anime, perché nel mondo regnasse l’odio, la discordia e l’incomprensione. In eterno. Demoni e Angeli.

Come no!

Si convinse che quel sogno potesse rappresentare una riconciliazione. Negli ultimi anni della loro vita terrena si erano perse ognuna per proprio conto. Finalmente, una perdonava l’altra. Ma tutto ciò era solo una congettura.

Non avrebbe voluto sollevare la coltre di polvere che si era depositata sopra quel passato.

Ci sono delle cose che sarebbe meglio seppellire in quella parte invisibile del creato che si chiama massa oscura. I ricordi indesiderati dovrebbero rimbalzare sul sole per incenerirsi.

Se però la memoria si trasformasse in neutrino e si permettesse di passare anche attraverso il sole, salirebbe e scenderebbe attraversando masse piccole e grandi, rimanendo intatta, proprio come la particella. Volerebbe nella mente nei momenti più impensabili e metterebbe in imbarazzo. Allora si dovrebbe fare di tutto per trovare la sua antiparticella. Così solo, potrebbe collidere, e lasciare in pace chi vuole dimenticare.  

Che il diavolo ti porti via avrebbe urlato. E da quel momento non avrebbe ricordato più nulla. Quel tratto di vita indesiderato sarebbe come mai esistito. Che bella pacchia.

Sarebbe meraviglioso e bene che nessuno usasse parole gravi e appuntite. Peccato che nei momenti di nervosismo e di disperazione si alterino i propri sentimenti e saltellino frasi che uno o l’altro si pente dopo pochi secondi di aver espresso. E queste parole dure, inappropriate, insincere, perché alterate dall’ira erano uscite sia dalla bocca di Miriam, sia da quella della madre. A una e all’altra erano rimaste incastonate come agave nel cuore e nella mente, e al ricordo avevano provocato dolore e tormento.       

Le frasi dure, conseguenza del rancore, avevano alzato una paratia fra loro due.

Dalia aveva una certezza: sia sua madre, sia la sorella erano confuse, incoscienti, a disagio, in errore, nel conficcarsi virtuali lame arroventate. Nessuna delle due avrebbe voluto trovarsi in quell’atmosfera di cocente incomprensione e dolore.

Ogni cosa detta dietro quella barriera alta e spessa era rimbalzata sulla massa, si era curvata, aveva raccolto fango, veleni, e allora, di conseguenza, aveva depositato odio e astio. Accesa d’ira si era infilata al centro della terra, dove il fuoco l’aveva resa ardente e malata. La massa, così condita, era arrivata astiosa, rancorosa, affilata, sulla crosta terrestre e aveva fatto rimbalzare parole false dall’altra parte della paratia.

Allora, chi le aveva ricevute, sua madre o sua sorella, le aveva digerite proprio male. E la risposta era stata, conseguentemente, alterata, malefica, imbestialita. Era ritornata indietro percorrendo la strada tortuosa dell’andata e aveva colpito come un manrovescio in pieno viso.

Il tempo in qualche maniera era trascorso. Madre e figlia lanciavano frasi dure, come in un tavolo da ping-pong, per vincere il Punto. Le parole usate come palline erano divenute grosse mongolfiere a furia di inglobare sudice ingiurie false.

False.

Lo diceva ai parenti e agli amici che la guardavano per appurare pensieri criptici ben celati, e serbavano commiserazione e gelo, nel considerarla mendace.

Fuori da ogni realtà perché non vuoi vedere.

False accuse rimarcava, sfidando pupille dense di curiosità.

Bugie per coprire i tuoi.

Che il diavolo v’impani e frigga!

Hai il cappello del prestigiatore Dalia?

Incipriatevi il didietro.

Capitolo 2- L’indecisione di scrivere

Suppose che Miriam la esortasse a scrivere qualcosa su quella vita passata insieme con la mamma. E sua madre facesse altrettanto, sospingendola con le mani verso la scrivania. E percepì che ognuna di loro volesse la verità. Solo che c’erano due realtà. Dalia non si sentiva in grado di trarre delle conclusioni e tanto meno favorire l’una o l’altra. Lisciò un libro e caparbia rimase in piedi. Non desiderava scrivere, decise, e si avviò in cucina.

Con i pensieri che ballonzolavano nella mente in mille contraddizioni, si accinse a preparare la salsa. La presenza di sua madre la rendeva nervosa. Quella richiesta di scrivere la storia della loro vita le sembrava ridicola. Non scocciatemi trasmise col pensiero e provò una punta di fastidio nel ritenersi un po’ folle.

Siete assurde fece, alzando la tenda della porta finestra. La giornata era triste. Il sole sostava dietro nubi grigie.

Sentì improvvisamente un forte bruciore negli occhi come se ci fosse incenso nella cucina. Ma non c’era incenso a casa sua, solo l’odore della cipolla che rosolava nel tegame dove si apprestò a versare i pomodori pelati della scatola, prima che bruciasse.

Se avesse scritto la loro storia, avrebbe dovuto essere imparziale. Avrebbe dovuto osservare gli eventi dall’alto, togliendo i sentimenti. Tuttavia non poté evitare di prendere mentalmente posizione. Parteggiò per la sorella.

Come sempre. Udì la voce delusa di ma’.

Avrebbe valutato i diverbi, quelli che ricordava, per interpretarli senza infierire né sull’una, né sull’altra. Parole. Il suo cuore aveva già stabilito da che parte stare. Le frasi scritte sul pc sarebbero state il suo pensiero e le sue sensazioni. Non avrebbe potuto inventare niente che lei già non sapesse e non sentisse. Perché diavolo facevano quella richiesta, non lo capiva per davvero.

Udì impercettibile la reazione di sua madre. Contestava che avesse già designato il colpevole.

C’era anche quello… squittì ma’.

Ah, non demordeva. Intendeva rimpinguarla d’idiozie nell’invitarla a sondare bene ogni fatto. Dentro gli eventi avrebbe visto la verità, questo era il senso di quell’ac-canimento.

Bah! Sentì salirle il disagio nel comunicarle con estrema sincerità che sebbene volesse essere imparziale era sempre stata con Miriam. Le annunciò con franchezza che aveva sempre dato ragione alla sorella. Chiese allora a sua madre di non spingerla a scrivere il loro passato insieme, e cercò di convincerla che quel periodo, sarebbe stato meglio rimanesse sotterrato perché ancora una volta le avrebbe dato torto e lei avrebbe sofferto.

La verità era una: prima che il marito di Miriam s’insediasse nella loro vita togliendo lo scettro di padrona di casa a ma’, erano vissute come due mosche bianche che andavano sempre d’amore e d’accordo. L’intruso era stato il pomo della discordia. Era inutile negarlo.

Quell’ultimo pezzo di vita disarmonico ma’ sicuramente lo avrebbe tagliato, lo avrebbe lanciato al sole per farlo collidere, e poi si sarebbe beata dell’esplosione dei raggi gamma. Però Miriam che era stata felice con lui, avrebbe riacchiappato quel pezzo di esistenza e lo avrebbe cullato come si fa con un bimbo appena nato.

Dalia percepì la pressione del braccio di sua madre. Le chiedeva di vivisezionare quanto lei ricordava dei loro litigi e valutarli a distanza di tempo. Con obiettività. Non per essere rivalutata o perdonata, ma per aprirsi alla comprensione.

Pressi nella mia mente per farmi ricordare perché vuoi capire tu, e fare comprendere anche a me i motivi che ti hanno spinto ad agire in quel modo? alzò il tono della voce senza nascondere note di disagio. Sperò che le ombre discrete, mano nella mano, si allontanassero e non chiedessero più di rievocare i loro screzi.

Perché io.

Sei mia figlia.

Sei mia sorella.

Oh, Dio, quei ricordi erano intolleranti, erano un’affer-mazione sfacciata di amore possessivo, da parte di sua madre, che esprimeva il desiderio di primeggiare, di prevaricare; una forma di masochismo nell’istigare l’altro e infliggersi sofferenza, una forma d’imprimatur nel pretendere valore nel gestire e persuadere gli altri e portarli dalla sua parte.  

Sarebbe voluta sfuggire dalle loro pressioni ma intuiva che non l’avrebbero lasciata in pace se non cominciava a srotolare il bandolo.

Spense il gas e mescolò la salsa col cucchiaio. L’effluvio invase la cucina. Per cena avrebbe preparato il pollo con le patate al forno.

Si accasciò sulla sedia. Come persona razionale avrebbe dovuto confutare quelle assurde presenze che sembravano dirigerla verso un punto cui lei non voleva arrivare. Prove che ci fossero presenze invisibili non ne esistevano e lei non era mai stata una credulona. Tuttavia quelle presenze invisibili le percepiva molto bene. Si stavano appropriando della sua mente? L’avrebbero portata fino alla follia?

Balzò dalla sedia e afferrò il sacchetto di patate che teneva in un armadietto del balcone. Si disse che doveva tuffarsi nella realtà e rifiutare con forza ogni sensazione atta a forviare la vita materiale. Era insensato infilarsi in meandri oscuri, dove solo l’immaginazione può creare mondi e presenze che in verità non esistono.

Pelò più patate di quanto ne occorressero per preparare la cena. Avrebbe fatto anche il purè, si disse evitando di recriminare.

Le presenze erano pesanti e pressavano come sospinte da un piede gigante. Stavano influenzando il suo libero arbitrio e si rendeva conto che alla fine avrebbe capitolato per togliersele di dosso. Una volta srotolato il rocchetto sarebbero andate via. O avrebbero preteso altro.

Non era sicura di voler cedere. Non tollerava essere alla mercé di nessuno e tantomeno di forze immateriali. Inesistenti.

Inesistenti.

Aprì il frigo e afferrò le cosce di pollo. Tolse la pelle e il grasso giallo attaccato all’osso. Le sistemò nella teglia. Aggiunse cipolla, pomodoro e le patate tagliate a tocchetti. Accese il forno. Nell’attendere che si scaldasse si avviò nello studio. Accese il computer. Aprì la pagina word e restò a fissare lo schermo per parecchi minuti. Le mani erano immobili, a mezz’aria sulla tastiera.

Non era pronta a scrivere alcunché, ammise dopo una buona decina di minuti. Appoggiò le spalle allo schienale della poltrona girevole e cominciò a muoversi da destra a sinistra e viceversa, provando un senso di conforto.

Il forno doveva essere ben caldo, determinò a un certo punto, e scattò in piedi per dirigersi verso la cucina e infornare la teglia.

O bella! Il pollo con le patate era già dentro il forno.

Suppose che in quei momenti di distensione, inconsapevolmente fosse andata in cucina e avesse infilato la teglia dentro. Lì dentro. Quando?

Sono razionale. Volle convincersi.

Sei sicura? Udì chiara la voce di Miriam. Le sembrò ridesse di lei. Percepì persino, anche, l’ironia muta di ma’ che soleva guardarla socchiudendo gli occhi e muovendo una mano a mulinello, per rilevare la sua stupida inflessibilità nel non volere ammettere che nella vita ci sono cose che non possiamo spiegare con la ragione.  

E allora può darsi che… gridò. L’ira la assalì. E non ce l’aveva con nessuna delle due, ma con se stessa che forse stava immergendosi in una dimensione di pura follia.

Sentire le voci!

Schizofrenica? bisbigliò con un picco di allarme.

Cominciò a muoversi come un pupazzo tirato da fili invisibili.

Ok, va bene, ok, va bene… ripeté.

Avete vinto voi fece infine, accovacciandosi sul pavimento.

Sentì sfrigolare il forno. Lo osservò con occhi terrorizzati.

Ci manca adesso che scoppi.Il crepitio s’infittì e luci variopinte avvolsero la cucina. Si coprì il viso con le mani. Si ritrovò nella costellazione di Orione, dove regnava pace e silenzio. Silenzio profondo.

Capitolo 3 - L’enigma dell’esistenza

Più esamino l’Universo e studio i dettagli della sua architettura, più prove trovo del fatto che l’Universo, in un certo senso, deve aver saputo che stavamo arrivando. (Freeman Dyson)