Dark Wings by Alessandra Marchetti by Alessandra Marchetti - Read Online

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Dark Wings - Alessandra Marchetti

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Alessandra Marchetti

Dark Wings

Alessandra Marchetti Dark Wings©Editrice GDS

Editrice GDS

di Massa Iolanda

Via Pozzo, 34

20069 Vaprio d’Adda (MI)

www.gdsedizioni.it

Illustrazione copertina di ©Silvia Squillante

Editor a cura di Valeria Sampaoli

Progettazione grafica : Editrice GDS

TUTTI I DIRITTI RISERVATI.

Il presente romanzo è frutto della fantasia dell’Autrice. Ogni riferimento a cose, luoghi, fatti e/o persone realmente esistenti e/o esistite è puramente casuale.

Questo libro è il prodotto finale di una serie di fasi operative che esigono numerose verifiche sui testi. È quasi impossibile pubblicare volumi senza errori. Saremo grati a coloro che avendone trovati, vorranno comunicarceli.

Per segnalazioni relative a questo volume: iolanda1976@hotmail.it

Non Mihi, non Tibi, sed Nobis

1

Il cielo sopra la sua testa vomitava gocce grosse quanto nocciole. Facevano male, un dolore sordo che le scuoteva il corpo ancor prima di arrivare al cervello.

Distesa al suolo, imbrattata di foglie umide e poltiglia marrone, Alwin alzò gli occhi verso il cielo e incontrò solo oscurità. La pioggia era fredda, ma la terra lo era ancora di più. S’immaginò di sprofondare e morire lì e nessuno l’avrebbe trovata.

Vedeva le nuvole confondersi con le chiome degli alberi, ogni cosa diventare dello stesso colore. Si sentì persa, una bambina nascosta sotto un lenzuolo ad aspettare che l’alba arrivasse. Cosa ci faccio qui?

Avrebbe voluto piangere, ma era così stanca che non ne aveva le forze. Stava per svenire, se lo sentiva da dentro. Ma non avrebbe ceduto.

Come una balena che segue le correnti fino a casa.

Quanto forte aveva sbattuto la testa? Sorrise, mentre la pioggia piangeva per lei; e si perse nell’incoscienza.

«Ehi» Alwin si fermò al suo fianco, lo sguardo puntato sulla moltitudine di gente che le passava davanti, mentre aspettava una risposta.

«Ciao» Fingon la salutò di rimando e si voltò dalla sua parte.

«Così eccola, finalmente» alzò gli occhi su uno striscione che qualcuno stava appendendo tra due alberi e sorrise nel leggere la scritta: Festa del Drago, 1851.

Contorse le mani e lasciò andare l’aria trattenuta nei polmoni. «Sai,» appoggiò la schiena contro la corteccia dell’albero, «ho saputo che quest’anno sarà un evento speciale» sussurrò.

«Davvero? E da chi?» Fingon la guardò e sorrise, le sopracciglia corrugate in quella sua smorfia perplessa.

«Mio padre. Allora?»

«Allora cosa?» fece finta di non capire.

«È vero o no?» incalzò.

«Non dovrei parlartene,» si specchiò in quegli occhi dello stesso colore dell’erba e un sorriso malizioso gli uscì dalle labbra, «sono informazioni strettamente riservate»

«Ah sì? E come mai tu ne sei a conoscenza?».

«Ognuno ha i propri segreti» si appoggiò accanto a lei, lo sguardo assente. «Comunque sì, è vero» ammise alla fine. «Hanno portato un’altra teca, fatta fare su misura. Dicono che non si è mai visto un uovo del genere, a quanto pare è raro» 

«E tu ci credi? Insomma...» alzò le sopracciglia e due solchi orizzontali apparvero sulla sua fronte, «credi che possa essere vero?»

Lui si scostò appena. «Stai per dirmi che è un altro evento truccato?»

«No ecco, non direi, solo…» lasciò che la frase si perdesse nel vuoto. «Mi sembra strano, tutto qui»

Si mise a ridere e le appoggiò una mano sulla testa, con affetto. «Dove le prendi queste idee?»

«E dai» lo spinse, allontanandolo di qualche passo, «non era così pessima. Cattivo» gli fece una smorfia, fingendo di essere imbronciata.

«Ah, ma smettila» lui ritornò al suo fianco, senza prendersela.

Alwin restò a fissare i fili d’erba al suolo, in silenzio. Sentiva quella morsa fredda allo stomaco che non riusciva a placare, nemmeno in quel caldo estivo. «Credi che possa riuscirci?» gli chiese d’improvviso, alzando la testa.

Fingon si scontrò con quel volto e non ebbe il coraggio di dirle la verità. I suoi occhi erano tinti di una felicità infantile, allegri come non li aveva mai visti. Pieni di speranza, avrebbe pensato. E non sarebbe stato lui a distruggere il suo sogno. «Sì, credo di sì».

Sorrise e annuì. «Grazie, davver...» una folata di vento li colse alla sprovvista e anche gli ultimi fiori appassiti degli alberi caddero, come pioggia. Alwin aprì gli occhi su quel tappeto rosa pastello, ricoperta di petali. «Abbiamo scelto il posto giusto» sbuffò e si spolverò con le mani. «Ne ho ancora?»

«Due sulla spalla» la vide buttarli a terra con un tocco delle dita. «Aspetta, ne hai uno tra i capelli» avvicinò la mano a una ciocca e afferrò il petalo tra l’indice e il pollice. Fu un gesto così delicato che sembrò dovesse afferrare la mano di un neonato. Sentì il suo respiro, lento e teso, sbattergli sul collo in un soffio caldo. «Ecco fatto» aprì il palmo e le mostrò il fiore racchiuso al centro, di un pallido rosa, senza però indietreggiare.

«Grazie» Alwin restò immobile, senza distogliere lo sguardo. Aveva l’impressione che fosse trascorso solo un secondo dall’inizio della loro conversazione. «Grazie».

Fingon sorrise. «L’hai già detto» sussurrò.

«Davvero?» si ritrovò a parlare con il suo stesso tono.

«Sì» continuò ad avanzare.

«Sai, dovrei…» sentì il respiro accelerare e si avvicinò a quelle labbra, mentre contava i secondi che scandivano il silenzio. Rispecchiandosi in quegli occhi, dello stesso colore di una lastra di ghiaccio, ebbe l’impressione che i loro cuori stessero battendo all’unisono. «...dovrei andare».

«Sì, credo che sia meglio» le sfiorò le labbra e la baciò, mentre intrecciava le dita con i suoi capelli castani. Passò le mani sui suoi fianchi e la spinse contro la corteccia dell’albero, avvinghiato al suo corpo. Credo di essermi innamorato di te.

Lei sorrise e riprese a baciarlo, mentre quelle parole facevano eco nel suo cervello.

Fingon le sfiorò il collo, il viso, percepiva il respiro tremolare dal desiderio di averla. Premette il corpo contro il suo.

Alwin si sentì sollevare il vestito e dovette concentrarsi per riuscire a fermarsi, ricordando dove si trovassero. Si guardò intorno e notò che non erano così distanti dalla folla. «As…» gli appoggiò una mano sul petto e riuscì ad allontanarlo quel poco che le consentisse di guardarlo in faccia. Si passò la lingua sulle labbra e deglutì: sentiva l’improvviso bisogno di bere. «È…» si schiarì la gola, «è meglio che vada» lisciò con il palmo le pieghe dell’abito, ricomponendosi.

«Si,» Fingon si allontanò di qualche passo e annuì, «certo, scusa».

Alwin deglutì di nuovo, a vuoto. «Ci vieni stasera?»

«Sì, pensavo di…» alzò le spalle in un gesto inconscio, «passare»

«D’accordo» annuì. «Allora a dopo» si allontanò ignorando le mani che avevano iniziato a sudare.

Percorse il sentiero da cui era venuta e ritornò con calma tra la gente. Imboccò la strada principale e vide le bancarelle in allestimento: era solo questione di ore prima dell’evento.

Si fermò a un chiosco poco più avanti, prese una limonata e si sedette all’ombra su una panchina, ringraziando per quel piccolo refrigerio che le dava modo di abbassare di qualche grado lo Scudo di Calore. E in quello stato trasognante si limitò a osservare, seduta in silenzio.

Un gruppo di quattro persone collocava le file di luci, le rotolavano una ad una a ogni lampione e le faceva passare per il lungo viale come corde, lasciandole semi sospese in aria; c’era qualcuno che appendeva fiocchi bianchi ai tronchi degli alberi e dall’altra parte della strada un elfo stava spazzando davanti al suo botteghino, eliminando i residui lasciati dal vento.

Alwin si portò il bicchiere alle labbra, scolò l’ultimo goccio e sentì la lingua pizzicare a contatto con l’aspro del limone.

Alzò la testa, c’era un cielo pulito e di un azzurro così carico che non riusciva a trovare similitudini per descriverlo, nemmeno il mare aveva quella stessa intensità, un azzurro che risplendeva della luce calda dell’estate. Respirò lenta e si crogiolò in quell’attimo di pace.

Qualcosa le cadde su una gamba e sussultò. «Che…» si vide una scatola di cartone ai suoi piedi, ribaltata.

«Mi scusi!» un’elfa con le gote arrossate le venne incontro, «si è fatta male?»

«No, tutto a posto» le sorrise, raccolse l’oggetto da terra e glielo porse.

«Grazie, sono davvero impegnata al momento» si portò una mano alla fronte e la deterse dal sudore.

«Per via della Festa?» aveva visto la diversa attrezzatura che si stava portando dietro.

«Purtroppo»

Si alzò dalla panchina. «Se…» indugiò, «se vuole le posso dare una mano».

L’altra scosse la testa, incredula. «Sarebbe davvero fantastico, sempre se non ti pesa» puntualizzò.

«Non si preoccupi, in due faremo prima».

2

«Ecco, questo era l’ultimo» Alwin passò lo scatolone in mano all’elfa, che l’adagiò piano a terra. Si rilassò, controllò che tutta la merce fosse stata depositata e aumentò di poco lo Scudo, accaldata.

«Grazie, non credo che avrei fatto in tempo senza di te, mi sei stata davvero d’aiuto»

«Non c’è problema, non è stato così difficile», sorrise e lanciò un’occhiata al cielo, il sole a due palmi dall’orizzonte. «Buona fortuna per stasera» fece per andarsene quando fu richiamata da quella voce.

«Sicura di non volere qualcosa da bere? È il minimo che possa fare, mi sembra quasi di averti sfruttato».

«Io…» guardò di nuovo il paesaggio e s’irrigidì. «È meglio di no, non vorrei fare tardi, grazie comunque».

«Fai parte dello spettacolo o…?» attendeva una risposta.

«In realtà spero di farne parte» fece un sorriso imbarazzato.

«Oh, capisco, sono felice per te. Spero solo che tu possa riuscirci».

«Grazie» lo disse con sincerità, guardandola negli occhi.

«Ti auguro una buona serata».

«Anche a lei», s’inchinò in fretta e si diresse verso il centro della manifestazione. Ci avrebbe impiegato un po’ per fare quelle due Ali a piedi e accelerò il passo, le braccia che ciondolavano a ritmo accanto al corpo. I ciottoli della strada erano incandescenti, pietre bianche colpite dal sole che scottavano come ghisa bollente e ad ogni passo, il rumore dei suoi sandali di legno sulla pietra.

Incrociò una coppia che procedeva nella direzione opposta e accennò un gesto del capo, non dando loro molta importanza. Quello che attirò la sua attenzione, invece, fu la musica; proveniva da qualche Dente più avanti, tra la folla che si stava addensando. C’era un elfo per terra, seduto a gambe incrociate su una coperta spessa, di un tessuto duro e ruvido,  rossa sbiadita. Stava suonando uno strumento simile a una chitarra, ma più piccolo, che non aveva mai visto: recava intarsi sulla superficie rotonda della cassa e un manico stretto e lungo. Produceva un suono melodioso e malinconico, che le fece venire alla mente l’immagine di una corda arrugginita di ferro, pizzicata troppo a lungo.

Si sentì spingere, la folla si stava accalcando e si rese conto di essere lì ferma da troppo tempo. Il sole alla sua sinistra si era abbassato ancora di più.

Si è fatto tardi. Si morse il labbro pronunciando un cazzo mentale e si allontanò dalla musica, con il vento che sapeva di fresco a sbatterle in faccia.

Arrivò nella piazza principale, ferma a una delle quattro entrate che la collegavano alla città e si guardò intorno. Una manciata di tecnici stava finendo di allestire il palco per la serata, un riquadro alto poco meno di lei e di bianco legno robusto.

Trovò suo padre poco distante a parlare con un elfo che le dava di spalle, dal fisico massiccio. Si avvicinò.

«Ciao», parlò interrompendo la conversazione, facendoli voltare verso di lei.

«Eh…» Voronwon la guardò perplesso. «Alwin,» salutò, «sei venuta». Sembrava sorpreso.

«Sì, perché?», gli sorrise.

Alwin lo vide aprire la bocca a vuoto prima di annunciare: «Questo è Hador, un mio vecchio amico», presentò l’altro elfo indicandolo con un gesto della mano, «è venuto fin qui da Mogtos».

Lo salutò con un gesto del capo.

Hador fece altrettanto. «Sono felice di poterti finalmente incontrare, Voronwon ha parlato molto di te, io…» ci fu qualcosa in quegli occhi che le diede l’impressione che si trovasse in imbarazzo, «venivo spesso a trovarvi, ma tu eri molto piccola».

Poté solo annuire. «Come vi siete conosciuti?»

«Io e tuo padre eravamo assegnati alla stessa sezione, diversi secoli fa, anche se lui svolgeva sempre il lavoro migliore» sorrise bonariamente. «Abitate ancora in quella piccola casa?» si rivolse a Voronwon.

«Sì, siamo rimasti sempre lì» gli rispose lui.

Si volse di nuovo verso di lei, serio. «Mi dispiace per quello che è successo a tua madre, era davvero una brava persona».

«Ah..» strinse le mani in un gesto incondizionato, facendosi più piccola. «Grazie».

«Quando mi sono trasferito a Mogtos, dopo la guerra, sono rimasto isolato da tutto questo, dal mondo; ho saputo la notizia solo qualche anno fa». Scosse la testa, la fronte rigata da una spessa ruga. «Nessuno si aspettava una cosa del genere, non a lei».

Voronwon annuì, apprezzando quelle parole.

«Tornando a cose più allegre», Hador appoggiò una mano sulla spalla del vecchio amico, «ci sarai dopo?» disse indicando gli spalti alla loro sinistra.

«Sì, avevo intenzione di vedere lo spettacolo».

«Mm, a presto», si accomiatò con un gesto e li lasciò soli.

«Non mi avevi mai parlato di lui». Alwin l’osservava immergersi tra la folla, la sua andatura disarticolata e lenta, pendente  verso sinistra. Solo quando fu scomparso si girò verso suo padre.

«Non ce n’è mai stato motivo». Addolcì l’espressione degli occhi. «Sono felice che tu abbia deciso di partecipare lo stesso, sapevo che avresti capito».

Corrucciò le sopracciglia. «Capito cosa?».

Voronwon si rispecchiò in quella faccia confusa. «Fingon non te l’ha detto?», esaminò la sua reazione.

Scosse la testa. «Cosa?» ebbe il timore di pronunciare quella parola e capì che il seguito non sarebbe stato piacevole.

Posò le mani sulle sue spalle e la guardò in faccia. «Alwin mi dispiace, davvero, ma...» scosse la testa, sicuro che tutto ciò l’avrebbe distrutta, «non potrai partecipare alla Festa del Drago».

«Cosa?», lo fissò incredula mentre ripeteva quella parola come un disco rotto.

«Non ho avuto altro modo, non ho potuto fare niente per impedirlo».

Il suo sguardo vagò nel vuoto, pensava a quelle parole e solo una le rimbalzava in testa. «Perché Fingon?», era come se non riuscisse a collegarsi alla realtà. 

«Doveva dirtelo questo pomeriggio, credevo che se l’avessi saputo da lui sarebbe stato più facile per te af…».

Smise di ascoltare il discorso, sconvolta. Questo pomeriggio. Ricordò quei brevi attimi e serrò la mascella. Per questo ha voluto vedermi. Sorrise come se avesse del cibo andato a male in bocca. Che stupida.

«Alwin?» quella voce le fece alzare la testa. «Stai bene?».

«No» si portò una mano alla fronte e sospirò, sentendola martellare. Era come se all’interno avessero liberato uno sciame ronzante, se si fosse concentrata abbastanza avrebbe potuto sentirne il rumore. Si sedette su una roccia, d’improvviso stanca. «Potrò ritentare fra cinquant’anni, credo che alla prossima Festa…».

«No» quella singola sillaba la bloccò. «Non ti è permesso diventare Cavaliere, né ora né mai».

«Stai scherzando, vero?» si era alzata con le mani che le fremevano.

«Mi dispiace», distolse lo sguardo, «non posso fare nulla, questa decisione è al di là del mio volere. Devi fare come ti ho detto».

«Al di là del tuo volere?», le uscì dalla bocca una risata sconnessa. «Che cosa sono diventata, una merce di scambio?» cercò i suoi occhi, vedendoli più tristi dei suoi. «Sono solo un oggetto per te?».

Quella frase lo fece sussultare. Scosse la testa. «No, no,» sentiva la compostezza abbandonarlo, «come puoi pensare…».

«Perché mi stai facendo questo?» gli si avvicinò con la voglia di prenderlo a schiaffi. Parlò con lo stesso tono di un violino scordato.

«Non è una mia scelta».

«E di chi?».

Lo vide voltarsi dall’altra parte ed emettere un sospiro, come se quella domanda gli stesse schiacciando il petto.

«Ti prego», la implorò stringendole le mani, «lo sai che non potrei mai farti soffrire, mai, ma questo è diverso».

«Chi?» incalzò, ignorando le sue parole.

Affranto glielo disse: «La Regina».

Un bubbolio non troppo lontano lacerò il silenzio. Non si era accorta che in tutto quel tempo le nuvole avevano continuato ad avanzare fino a coprire il cielo, che era diventato di un grigio compatto.

«Io…», si ritrasse da quelle mani che stringevano le sue, senza sapere cosa pensare. «Che significa?»

«È stata lei a ordinarlo, credo che sia meglio per tutti se..»

«Lo fai solo perché te l’ha chiesto? Tutto qui?» avrebbe voluto sputargli in faccia.

«Non è così semplice».

Urlò. «Devo sacrificare la mia vita perché lo dice lei? Sei solo...»

«Non capisci che...»

Gli voltò le spalle. Se ne voleva andare, ma lui la trattenne per un polso. «Lasciami», si congelò.

«No. Ti prego, ascoltami, non posso lasciare che accada. Non voglio»

«Avresti dovuto pensarci prima», strattonò il braccio.

«Smettila di…»

«Lasciami!» vide i suoi capelli corvini sventolare nel vento, il viso tirato.

«No»

«Perché continui a insistere?», combatteva col suono della musica di sottofondo.

«Perché non voglio perdere anche te!».

Alwin si ritrovò all’improvviso tra le sue braccia, in quella morsa che la teneva stretta senza rancore. Sentì la tensione di quelle mani, che raramente l’avevano tenuta in quel modo; la fecero vacillare per un secondo, mentre portavano a galla vecchi ricordi.

Si liberò dall’abbraccio con foga e lo spintonò via. «Stai dicendo che potrei morire?», lo guardò disorientata.

Voronwon annuì soltanto, senza più parole.

«Che cosa sta succedendo? Perché ora?», arretrò.

«Mi dispiace, ma devi fidarti di me, non posso dirti altro».

Si guardò intorno non sapendo cosa fare. «Come posso fidarmi di te?»

«Lo faccio per il tuo bene, se continuerai su questa strada non ci sarà altro che dolore. Spero che tu possa capirmi, un giorno»

Arricciò le labbra in una smorfia. «Ne dubito».

«Aspetta», la vide allontanarsi, «dove stai andando?».

«Non temere, non parteciperò a questa fottuta festa» gli voltò le spalle e si fece largo tra la folla che aveva iniziato a raggrupparsi, abbandonandolo in mezzo alla piazza.

Alwin.

Quella voce malinconica la sorprese e si voltò. Vide gli occhi di Këssya che la puntavano, alla sua sinistra, a diversi Denti da lei.

Këssya. Il suo tono di voce divenne più serio e spigoloso. Avrebbe sentito la stessa predica. Che c’è? Riprese a muoversi col capo chino.

Non avercela con lui, ha solo fatto quello che credeva più giusto. Le si avvicinò e la seguì con la sua enorme mole.

Non posso farlo, mi dispiace. Tutto quello che ho sempre voluto mi è stato portato via. Come ti sentiresti al mio posto? Dovette alzare di molto la testa per fissarla negli occhi.

So solo che non vogliamo perderti e forse, dico forse, dovresti riconsiderare l’idea di diventare Cavaliere.

Non capisci? Non è l’idea di per sé di diventare Cavaliere che m’interessa, è… si bloccò a disagio e scosse le spalle, ..avere qualcuno come te.

Këssya si abbassò al suo livello. Alwin… Capiva quello che voleva dire.

Ho sempre invidiato il rapporto che c’è fra te e mio padre, tu forse non te ne accorgi ma quando ti guarda, dopo che torna a casa da una lunga giornata, sorride e i suoi occhi s’illuminano; ogni volta che siete insieme, quando volate o camminate o parlate, lui è diverso. È di nuovo felice. La guardò, rispecchiandosi in quegli occhi scuri e ipnotici. Io non potrò mai avere nulla di tutto questo, non saprò mai cosa significhi avere un drago.

Riprese a camminare. Ti prego, non seguirmi.

E si lasciò la piazza alle spalle.

Durante la lunga camminata dovette ricacciare più volte le lacrime indietro e finì col ritrovarsi a vagare per le vie affollate, con la giornata che giungeva al termine. Le luci stavano per accendersi e sentiva la musica d’apertura della cerimonia, portata fin lì dal vento assieme agli odori di cibo ed erba.

Alwin si fermò a lato della strada, conscia di non avere una meta precisa. Come posso… I suoi occhi s’imbatterono in una figura familiare. Lui. Sentenziò quella sillaba con rabbia repressa e si mosse a passo spedito in quella direzione, in procinto di esplodere.

«Ehi», gli arrivò di spalle e lo sfiorò appena, come se si fosse ricordata di ridurre al minimo i contatti.

Fingon si voltò con calma. Teneva in mano un piccolo sacchetto di carta e mangiucchiava qualcosa.

«Alwin, ciao», la fissò per un lungo momento, senza riuscire a identificare l’espressione sul suo volto. «Ne vuoi uno?», le offrì un petalo dolce di Calyel caramellato, che lei guardò appena.

Alwin gli spostò la mano e il cibo finì per terra. «Quando avevi intenzione di dirmelo?»: se avesse avuto la capacità di pugnalarlo e riportarlo in vita l’avrebbe fatto.

«Ah. Te l’ha detto» disse solo questo, atono.

«Credevi che sarebbe stato un codardo figlio di puttana come te?» il secondo insulto fu un’aggiunta superflua, ma che ritenne necessaria in quel momento. Notò con piacere che quella frase lo sorprese, forse anche l’addolorò.

«Non è stato facile prendere quella scelta. Ci ho provato, davvero, ma non ci sono riuscito, non...» sospirò, i suoi occhi che vagavano tra la folla alla ricerca di una scusa che avesse senso. «Non avrei potuto».

«Io mi fidavo di te, sapevi quello che provavo»; fece per andarsene ma si fermò e tornò sui suoi passi. «Prima, quando ti ho chiesto se potevo riuscirci, tu mi hai risposto di sì. Mi stavi mentendo, non è vero? Sapevi la verità fin dall’inizio e hai mentito lo stesso», sentì gli occhi pizzicarle, ricolmi di lacrime che non riusciva a trattenere. Quel volto davanti a lei, adesso, aveva lo stesso effetto di un piccolo pugnale conficcato nelle costole lasciato a macerare nel sale.

Fingon vide quelle iridi scurirsi, passare dal verde brillante al colore scuro del muschio e degli aghi di pino, farsi lucide. Dall’altra parte della strada, un musicista iniziò a suonare una melodia allegra e festosa, attirando la folla; quelle note stonarono come una risata a un funerale.

«Alwin», cercò di afferrarle la mano ma si ritrasse al suo tocco, nauseata. «Mi dispiace», non sapeva cosa dire.

«Non è vero», pronunciò quelle parole con tale freddezza che ne fu colpita. Vide i suoi occhi incupirsi e due rughe profonde si formarono tra le sopracciglia, come solchi. Non gli aveva mai visto un’espressione simile e per un attimo quella novità la bloccò, poi si voltò dall’altra parte e riprese a muoversi tra la gente.

Voleva andarsene il più lontano da lì, sentiva che le lacrime non avrebbero tardato e si odiò ancora di più per questo, odiò i passanti che le sbattevano addosso con aria felice e le bancarelle piene di colori e odiò quella musica allegra, da festa, che le fece ricordare quanto poco di quella giornata fosse bastato a rovinarle la vita.

Si spostò dalla confusione e una volta fuori iniziò a correre, senza mai voltarsi indietro. Aveva il timore di essere seguita, la sensazione che presto o tardi Fingon l’avrebbe raggiunta e afferrato il braccio, riportandola a sé e a quel punto nemmeno lei sarebbe stata sicura di quello che sarebbe successo. 

Lasciò la strada e s’inoltrò nel fitto della foresta, facendosi largo tra i rami e le foglie in quel finire del giorno.

Ci fu un tuono, poi un altro e l’attimo dopo la pioggia iniziò a cadere bagnando il terreno, fitta e incessante.

I ramoscelli le graffiarono le braccia e i rovi le strapparono il vestito, ma non si fermò e continuò ad avanzare. Sentiva la pioggia bagnarle il corpo e i sandali affondare nella terra umida, diventata fango.

Dimenticare.

Ogni.

Cosa.

Percepì il proprio respiro affannato e le gocce scivolare fredde sulla sua pelle. Correva nel buio e si sentiva prigioniera di qualcosa.

Non potranno mai… La terra sotto i suoi piedi cedette e sprofondò nel vuoto. Sbatté la testa e un lampo le arrivò dietro le palpebre chiuse.

Qualcosa di caldo le bagnò il braccio destro. Pensò all’acqua, alle balene, a quella giornata perfetta che si era dissolta come cenere tra le sue dita. Poi si perse nell’incoscienza.

Il Cielo Colpevole

1

Si svegliò per il freddo, senza più lo Scudo di Calore a proteggerla.

Si puntellò con le mani e si sedette. Il cielo sopra la sua testa vomitava gocce grosse quanto nocciole e altrettanto dure, cadevano sul fogliame con tic insistenti, pressanti; ma furono i tuoni ad attirare la sua attenzione. Ne contò tre in quei pochi secondi che era rimasta lì, immersa in una pozza d’acqua con pezzi di alberi che le galleggiavano attorno.

Nel momento in cui riprendeva coscienza di sé, vide la ferita al braccio, un taglio che andava dal gomito al polso, sconnesso ma non troppo profondo.

Fantastico. Lo fasciò con un pezzo del vestito, ridotto a uno straccio sudicio. Una volta fuori di qui dovrò farmi dare una controllata da un guaritore. Si alzò in piedi con un brivido che le percorse le vertebre e ripristinò la magia di protezione.

Le prime cose che notò furono i sandali, o il sandalo, visto che ne era rimasto solo uno e sembrava scampato a un’esplosione. Il laccio che chiudeva le dita si era rotto e penzolava agonizzante di lato, inservibile; la suola aveva un buco sulla sinistra e sembrava essere stata mangiucchiata da qualcosa. In compenso, però, le perline che lo decoravano erano rimaste tutte attaccate. Utile.

Osservò la zona circostante spostandosi una ciocca di capelli appiccicata alla faccia e individuò il punto da cui era scivolata. Il versante terminava netto a tre Denti sopra la sua testa, smosso sulla fiancata di destra lì dove la terra aveva ceduto. Arrampicarsi su quella parete sarebbe stato impossibile in condizioni normali, figurarsi ora.

Slacciò quello che restava del sandalo e lo portò appresso, camminando scalza nella vegetazione del sottobosco, i piedi che calpestavano strati di muschio come fossero spugne.

Dove diavolo sono finita?

La botta alla testa le aveva fatto perdere la cognizione del tempo e si trovava a vagare nella boscaglia, bagnata fino al midollo, con la prospettiva di quello che le sarebbe toccato. Fingon. Ripensò a lui. L’aveva lasciato lì e se n’era andata come un’idiota, gli occhi che erano sul punto di piangere. Fu attraversata da una folgore d’odio. Immaginò il suo volto, così dannatamente triste, mentre urlava il suo nome in mezzo alla piazza, cercandola.

Scosse la testa con una punta di disprezzo, la sua parte cinica che prendeva il sopravvento. Sarebbe dovuta tornare da lui e chiarire le cose, seriamente.

Oppure è la volta buona che gli tiro un…

«Ci sei?».

Sussultò. Una voce a non più di una manciata di Denti la fece fermare e rimase in ascolto.

«Sì, vai, sollevala», l’altra voce arrivò strozzata, soffocata dallo sforzo. «Per fortuna che sono sol...» un fruscio e le parole sbiadirono, mangiate dal vento che tirava nella direzione opposta. «Ok», la seconda voce sospirò, «credo che possiamo anche rilassarci».

Altra gente. Fece per muoversi in avanti ma le parole dell’altro la trattennero e si acquattò nella boscaglia.

«Eh, quanto darei per non aver accettato questo lavoro, se qualcosa va storto rischiamo davvero di finire davanti alla Regina».

La Regina.

«Tu prega che non accada, ho sentito che non è poi così clemente».

Alwin spostò un ramo e osservò la scena da quella piccola fessura. Uno dei due elfi si sedette su una pietra, vide la sua magia di protezione lasciarlo all’asciutto anche in quel diluvio, tanto era forte.

Quello respirò -notò le spalle alzarsi in un ampio movimento- e lanciò un’occhiata in giro. «La Festa è tra due ore, giusto?».

Sono rimasta qui per tutto questo tempo? Si meravigliò nel sentire che erano già le nove passate.

«Sì, ogni volta è una tortura, odio dover aspettare»

«Sei poi riuscito a comprare quella collana?»

«No», l’altro elfo le dava le spalle, lo sentì sorridere dal tono di voce che si era fatto più dolce, «ci sono passato davanti ogni giorno ultimamente, ma non ho mai avuto il coraggio di entrare»

«Dovresti farti avanti, lo sai?»

«È facile per te, e se poi ad Aífe non piacesse?»

«Fidati, le piacerà. È molto distante il negozio?»

«No, non direi, è appena oltre quel bar che hanno aperto da poco, in centro, hai presente?»

«È nella strada che porta alla piazza?»

«Sì, quella»

«Ci vorranno sì e no cinque minuti per andare, se ci sbrighiamo»

«No, che vuoi fare? Non possiamo andare adesso, le…»

«Ehi», si era alzato e aveva appoggiato una mano sulla spalla dell’amico, «non andranno da nessuna parte e qui intorno non c’è anima viva. Andiamo», gli fece cenno con la testa, «cinque minuti. Immagina di potergliela dare questa sera, finito il turno, appena prima che inizino i fuochi»

«Sarebbe perfetto», lo guardò per un lungo momento e acconsentì. «Va bene, ma facciamo in fretta»

«Come vuoi».

Presero un sentiero nascosto alla loro sinistra e salirono il fianco della collina, scomparendo tra gli alberi.

Alwin si ritrovò di nuovo sola, tra la pioggia. Si mosse con cautela verso quella costruzione che spiccava nella semioscurità, l’orecchio teso. Si ritrovò davanti all’entrata di un tendone color sabbia, illuminato da lanterne di carta.

Che posto è? La luce calda batteva sulla stoffa contorcendosi col vento. Guardò il sentiero, poi di nuovo la tenda; le guardie sarebbero potute arrivare a momenti. Cosa faccio? Strinse i pugni e si decise a entrare, ignorando la parte del suo cervello che le urlava di tornare indietro.

Si ritrovò in un ambiente scuro impregnato di un forte odore di legno e olio di thegop. Una lanterna alla sua sinistra mandava piccoli spruzzi di luce a intermittenza, sfrigolando. L’afferrò e ripristinò la magia al suo interno. Fece un passo verso l’oscurità con il braccio sollevato e una falena le andò a sbattere in faccia, attirata dalla luce. «Ah...!» la sfera di carta cadde a terra e si parò il viso con le mani, mentre indirizzava l’insetto in un’altra direzione. Articolò qualcosa d’incomprensibile e scosse i capelli, mandando gocce d’acqua ovunque.

Quando riaprì gli occhi si accorse che la lanterna era rotolata lontano, al centro della stanza e si era fermata ai piedi di un supporto.

Cosa…

Nella penombra s’intravedevano le facce lisce e tondeggianti di diverse uova di drago. Restò con la bocca dischiusa, procedendo lentamente, poco sicura che le gambe le avrebbero retto.

Si guardò intorno, dovevano essercene più di una dozzina, ognuna di esse chiusa in una teca di vetro e non una che fosse uguale all’altra. Sorrise, si sentiva come un bambino in una fabbrica di caramelle incustodita. 

Ho trovato le uova.

Si avvicinò a uno dei supporti ed esaminò l’uovo al di là del vetro. Sembrava uno di quegli oggetti finti di pietra, magari marmo o granito, lucido e poroso. La superficie era striata da venature marroni su uno sfondo rosso, sfumato. Dava l’impressione che stesse per schiudersi da un momento all’altro.

Un brivido le percorse la schiena, non per il freddo.

Se dovessi toccare una delle uova e diventare Cavaliere, che cosa succederà poi?

Guardò la porta, sapendo solo che aveva poco tempo per decidere prima che le guardie avrebbero fatto ritorno. Morirò? È questo che intendeva? Deglutì, sentendo la gola otturata. Nel migliore dei casi mi porteranno in catene davanti alla Regina, tutto per aver disubbidito a un suo comando. Arresteranno anche mio padre? S’immaginò mentre lo portavano via, privato dei suoi gradi. Abbassò il capo e indietreggiò. Non posso fargli questo.

Afferrò la lanterna da terra e tornò verso l’uscita con un macigno che le bloccava la cassa toracica e si fermò. Avrebbe dato qualsiasi cosa per non provare quel dolore.

Si rigirò verso le teche, i polmoni che la scongiuravano per un po’ d’aria. Voleva urlare, voleva piangere, voleva correre. Mi dispiace, pensò a suo padre, tutto ciò l’avrebbe distrutto, ma devo farlo. Alzò il coperchio di vetro e posò la mano sinistra sull’uovo. Chiuse gli occhi e trattenne il respiro, aspettandosi il peggio.

Sentiva i secondi scanditi dal battito del suo cuore, sette, otto, niente. Nove, dieci, riaprì gli occhi, delusa. Non è questo. Fece un passo indietro e dal fondo della tenda le arrivò un raggio di luce riflessa, poco più di un luccichio. Lo seguì e finì davanti a un piedistallo d’acciaio coperto in parte da un telo. Lo sollevò con la mano libera e un velo di polvere finì nell’aria.

Si avvicinò per osservare meglio, le mani appoggiate alla copertura di vetro. La prima cosa che notò fu l’altezza di due Squame, il doppio rispetto agli altri; era l’uovo più grande che avesse mai visto. Sembra… seguì le venature di un profondo blu che proseguivano su uno sfondo ancora più scuro. Si ritrasse per la sorpresa. Nero. È… si rese conto di osservare l’oggetto raro di cui tutti parlavano, nero. Non ci posso credere, sono riusciti a trovarlo, spostò il braccio illuminandolo meglio, a portarlo qui. Sorrise e alzò la vetrinetta, incollata a quell’immagine. Credevo fosse estinto. Di una forma molto tondeggiante brillava di un nero assoluto, lo stesso dell’abisso, striato da linee blu e color sangue, come capillari dalla struttura complessa.

Alzò per la seconda volta la mano del Potere e l’appoggiò sull’uovo, con i muscoli tesi.

È così freddo. Sembrava ancora più simile a una pietra.

Sentiva il rumore del vento all’esterno che sbatteva contro la facciata della tenda, il suono della pioggia che si stava attenuando e il suo respiro, leggero e irregolare.

Non è succ... Un formicolio le percorse la punta delle dita, su fino alla mano, raggiunse il polso e salì al braccio, trasformandosi in un bruciore acuto. Sentiva il calore propagarsi dal guscio e scavare dentro il suo corpo, passando per le ossa, i tendini, scorrendo tra le sue vene come metallo fuso. Era come bruciare dall’interno, un fuoco che veniva alimentato dal battere del suo cuore. 

Chiuse gli occhi e sentì la sua voce perforare le pareti di quella stanza, scoppiarle nelle orecchie. Si prese il braccio con la mano libera e cercò di tirarlo via, convinta che il palmo sinistro si sarebbe sciolto, ma era bloccata. Urlò di nuovo, mentre osservava il mondo con occhi appannati pieni di lacrime, sicura di non aver mai provato un dolore simile prima d’ora.

Il fiume d’acciaio bollente che si era sostituito al sangue raggiunse il petto e in quell’attimo fu sicura che sarebbe morta. Un’apertura netta del cuore e della gabbia toracica, assieme a tutto quello che era contenuto all’interno. Serrò i denti, sentendoli stridere fra loro allo stesso modo di due placche terrestri in collisione, senza riuscire a evitarlo.

Cadde in ginocchio e la mente andò in frantumi l’attimo dopo, lampi colorati dietro le palpebre chiuse. Era esplosa una granata e aveva aperto una voragine che non riusciva più a colmare, s’immaginò pezzi di cervello sparpagliati all’interno della scatola cranica, come poltiglia. Strinse il petto con la mano libera, barcollò, al limite delle forze e in quel momento ogni dolore passò. Una luce bianca inondò l’intera tenda, la vide come in sogno salire in una colonna candida e squarciare il tetto della tenda, su fino al confine del cielo.

Respirò, aveva le orecchie otturate di uno strano ronzio basso e acuto, il respiro corto. La mano le scivolò via dall’uovo nello stesso istante in cui cadde a terra, sfinita, le gote rigate di un dolore lontano.     

2

Non avrei mai dovuto lasciarla andare in quel modo, non adesso. Fingon osservò il cielo ancora coperto di nuvole; la pioggia batteva incessante sulla copertura magica che copriva l’arena, tamburellandoci sopra come una superficie di vetro. Perché diavolo non l’ho fermata?

Non te la prendere, forse è meglio così. Dalle tempo per calmarsi, ha avuto una giornata difficile. Lexon si accucciò tra l’erba e osservò lo spettacolo da lontano, all’esterno.

Forse ha ragione, mi sono comportato da vero imbecille. Applaudì senza prestare troppa attenzione a quello che stava succedendo sul palco e troppo tardi si accorse che l’intervallo che precedeva il secondo spettacolo stava per finire. Era stato assente per tutto il tempo. 

Si alzò in piedi e scese dalle gradinate, afferrò un ombrello e s’incamminò verso la pioggia, uscendo dalla cupola. Si fermò al chiosco vicino e prese un bicchiere di vino ai lamponi; era freddo e il sapore della cannella gli solleticò la lingua. 

Sussultò quando i suoi occhi incontrarono quelli di Voronwon, fra un gruppo di persone; lui lo vide a sua volta e gli venne incontro. «Alwin è…?», si guardava intorno. La sua voce suonò stranamente dura mentre cercava tra la folla quel volto familiare.

«No», gli rispose