Il volto dell'attesa by Roberta Volpi by Roberta Volpi - Read Online

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Il volto dell'attesa - Roberta Volpi

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casuale.

SINOSSI

Un sogno ricorrente, una panchina nel centro di Seattle, un uomo che conosce cose che non dovrebbe sapere.

La trama: Alison è una ragazza riservata e disillusa che col tempo si è abituata a fronteggiare con scetticismo ogni realtà rifiutando a se stessa l’ipotesi di poter rivivere un solo breve attimo di felicità assoluta per non fallire, ogni volta, nel tentativo di tenerla con sé. Legata a questa visione distorta di ciò che la circonda non si accorge di perdersi ogni giorno un po’, ignorando ciò che la vita a un certo punto deciderà di mostrarle: una via d’uscita, che si presenterà a lei come sogno lucido ricorrente. Riuscirà Alison, cercando riparo in un amore del passato, ad accettare l’oscurità fino in fondo per scoprirvi la luce, rischiando di accorgersi di quanto, non sempre, alla luce stessa, le cose si vedano più chiaramente?

Il volto dell’attesa vuole essere un momento in cui gli animi restino sospesi in attesa di una risposta che smetta di far male al cuore in un finale sorprendente; un momento senza la pretesa di raccontare ogni cosa perché dire troppo sarebbe superfluo. Proprio per questo, Il volto dell’attesa è un romanzo surreale in cui solo alla fine tutto sarà mostrato e nulla sarà più detto, poiché quel che viene mostrato e non si dice è determinante quanto ciò che viene detto senza essere mostrato, affinché il lettore possa sentirsi parte della narrazione ed essere guidato in un’oscurità che precede un bagliore che, a seconda della direzione che prenderà il suo passo sulla soglia, potrà aprirsi in inondante luce o in avvolgente tenebra.

A chi ha legato a sé

in un eterno entanglement

le corde della mia anima.

E a chi desidera sognare

ricordando ogni cosa.

Parole

affondano

nude, inclementi

come lame

sorde

e gelano, paralizzano

stalattiti

nel cuore.

Ora il fuoco, l’ardore,

imprigionati, offesi,

sfidano

esanimi

le pareti

vitree

dell’anima.

Un ultimo, flebile

singhiozzo ribelle

sanguinante sfugge,

dalla morsa si distacca

e si libera esangue

in ali di cristallo.

PROLOGO

Le foglie cominciarono a colorarsi di un rosso intenso nella città di Seattle. Era arrivato l’autunno, coi suoi leggeri aliti di vento spogliava del manto gli alberi e ne vestiva le strade. Così, come tutti gli anni, mi persi nel chiarore degli ultimi giorni estivi e mi abbandonai al grigiore, l'eterno protagonista, l’unico in grado di graffiare la città smeraldo.

Pioneer Square era in pieno centro città eppure per me, quel frammento tra terra e cielo, era solo il fruscio del vento sulle foglie, i passi rumorosi del traffico che non senti.

Non avrei potuto immaginare ciò che stava per accadere, tornavo ancora lì e sedevo sulla panchina, immobile, rapita. Ignara.

Eppure, ogni cosa stava per cambiare. Per sempre.

IL MOMENTO DI RICORDARE

«Sapevo che ti avrei trovata qui» disse la voce alle mie spalle. Accennai un sorriso voltandomi verso di lei, poi tornai a fissare un punto indefinito tra cielo e mare.

Diana era la mia migliore amica, e sicuramente non passava di lì per caso.

«A casa non c’eri, in ufficio non ti avevano vista, e hai il cellulare spento. Poi ho ricordato che giorno è oggi, ero certa di trovarti qui.»

«Sono già tre anni.»

Osservavo le onde correre lontano e poi sparire appiattendosi sull’acqua. Non lo vedevo ma potevo sentire lo sguardo di Diana. Lo detestavo. Odiavo l’occhiata tipica di chi prova pena per i tuoi sentimenti e non volevo riceverla. Non da lei. Voleva solo essermi vicina e questo lo sapevo, e lei sapeva che non mi sarei sforzata più di tanto. Mi conosceva così bene da non prendersela per i miei silenzi. Avrei voluto dirle Grazie, per essere qui, ma ci riuscii solo con gli occhi, per un breve istante, poi l’orizzonte mi richiamò a sé. Cominciava a sfumarsi di rosso, la perfezione di un tramonto sull’acqua.

«Sai che sarebbero orgogliosi di te.»

Diana non mollava mai.

«Già. Se almeno ne combinassi una giusta.»

«Non hai più parlato con lui?»

«Anche se lo facessi, cosa cambierebbe?»

«Forse non saresti qui a tormentarti. Non puoi saperlo finché non ci parli.»

«Non so, forse è meglio così. Lasciarsi è stata la soluzione migliore.»

Larrie Larson, il fidanzato perfetto. L’uomo che non ti dà il tempo di desiderare perché sa sempre prima di te di cosa hai bisogno. L’uomo che non dimentica una data importante, il compagno ideale, l’amante attento, l’eterno corteggiatore, il padre che vorresti per i tuoi figli. Forse troppo, per me, semplice ragazza complicata.

Avanzammo lungo il molo in silenzio e di lì a poco ci trovammo a passeggiare lungo il pontile di legno che lo collegava all’estremità del fanale di segnalazione. Sapevo che Diana sarebbe tornata sul discorso nel giro di pochi minuti, e avevo ragione.

«Hai ripensamenti sulla vostra rottura?» Quantomeno sforzava un tono discreto.

«No, direi di no. Ma da quando ho chiuso con Larrie è come se dovessi ricominciare tutto daccapo, trovare un nuovo ritmo per ogni cosa. Non credevo fosse così difficile.» Era troppo complicato perfino parlarne con lei.

«Siete stati insieme per molto tempo, avete condiviso ogni cosa.»

«Non credo di poter ricominciare facendo finta che non sia mai esistito.»

«Non devi far finta che Larrie non abbia mai fatto parte della tua vita! Non dire sciocchezze.»

Mi poggiò una mano sulla spalla e sfoderò uno di quegli sguardi seri che riservava solo per le migliori occasioni, che tradotto voleva dire che forse avrei fatto meglio a riconsiderare la mia decisione. Ricambiai lo sguardo e declinai l’invito.

«Non rimpiango di non stare più con Larrie. Era la cosa più giusta da fare, e lo sapeva anche lui. ‘Non puoi stare con me, se non sai cosa vuoi davvero’, mi ha detto l’ultima volta. E aveva ragione. A volte, l’amore non basta.»

Diana sembrava non riuscire a credere alle mie parole, ma le stavo dicendo la verità.

«Mancava sempre qualcosa – continuai – e ogni volta finivamo per litigare, anche senza un vero motivo. Ho cominciato a pensare che fossi io il problema.»

Non mi rispose e riprendemmo a camminare, sperai con tutta me stessa che quel velo triste si posasse ovunque, ma lontano da me.

Sapevamo che sarebbe accaduto, ma il momento del distacco tra me e Larrie era stato difficile e sofferto. Non si dovrebbero mai prendere decisioni del genere in maniera così lucida, perché vuol dire che è per sempre, o quasi. Non era passato molto tempo da allora ma a me sembrava fosse trascorsa un’eternità. Avevo bisogno di scacciare quei pensieri, non ero pronta a farmi ingoiare dalla nostalgia.

E il tempo avvolse quei momenti, un po’ sfumò mentre eravamo prese tra le bancarelle del mercatino che costeggiava il molo, e un po’ ci accompagnò nella decisione di cenare insieme in un ristorante lì vicino.

Una volta sedute al tavolo cercai di indossare un tono di voce tranquillo, una tranquillità che in realtà non percepivo affatto ma tentai di ritrovarla comunque, se non per me, per la mia amica, alla quale dovevo delle attenzioni ma, più di ogni cosa, la mia curiosità bramava di essere soddisfatta.

«Che mi dici di Felipe? Ha superato il test per la terza uscita?» Il sorrisetto mi uscì spontaneo e accompagnò la domanda quasi facesse parte dell’intonazione. La risposta, in fondo, la sapevo già: solitamente, i ragazzi con cui usciva non arrivavano nemmeno al secondo appuntamento. Diana era una bellissima donna, intelligente e determinata, ma non esitava perché esigente, piuttosto per paura di innamorarsi, anche se non voleva ammetterlo. Avrebbe anche potuto perdere la testa per qualcuno e in passato lo aveva fatto, ma non voleva rischiare di legarsi talmente tanto a un uomo, li trovava esageratamente imprevedibili, e quella caratteristica doveva restare una sua esclusiva. Così, finiva per chiudere anche quelle porte che sembravano condurre a qualcosa di buono. Era fatta così, una dolcissima lunatica.

«Oh, lui – commentò, seria – Brillantemente.»

Qualcosa non andava, aveva davvero detto brillantemente? «Ho sentito bene? Ma aspetta… lui lo sa?»

«No.»

«Ah, ecco.»

«Ma ti pare… ritorna in Spagna a fine mese, che dovrei fare, aspettarlo?»

«Se lo aspetterai, poi sarà lui ad aspettarsi qualcosa.» Ironizzai.

«Il che implicherebbe avere una relazione. Non se ne parla.»

«Magari scopri che ti piace, non puoi saperlo.»

«Appunto, meglio troncarla qui, che è ancora presto e nessuno si è fatto male.»

«Prima o poi qualcuno ti ruberà il cuore, amica mia, e quando lo farà, be’… ci dovrò parlare io.» La guardai seria, poi scoppiammo in una fragorosa risata e brindammo alle nostre vite, incomplete, un po’ traballanti, ma potevamo pur sempre contare l’una sull’altra.

«Non credere di darmela a bere spostando l’attenzione su di me. So che l’ansia ti sta consumando. Be’, se non avessi un’amica come me… non voglio nemmeno immaginare! – ghignò soddisfatta – Ma ti aiuterò io, tornerà tutto a posto.»

Tornai seria, incrociai il suo sguardo senza sostenerlo e dispersi l’attenzione intorno, sulla gente che prendeva posto e quella seduta, presa dal cibo e da chiacchiere frizzanti, lo si vedeva dai loro volti distesi e sorridenti. Qualcosa, nella voce di Diana, mi diede un momentaneo conforto; aveva davvero il potere di tranquillizzarmi con il suo modo di fare. Tuttavia, non ero in grado di spiegarle il mio stato d’animo: era necessario che scavassi dentro di me e, anche se lei aveva tutta l’intenzione di ascoltarmi, non ci provai nemmeno.

Il cameriere aveva appena lasciato il menu sul tavolo, così la distrazione giocò a mio favore: non volevo far altro che smettere di pensare a tutto il caos che danzava nella mia mente. Preferii concentrarmi sull’ordinazione non badando allo sguardo vigile di Diana che sapevo benissimo non poter ingannare.

La cena trascorse piacevole, qualche buon bicchiere di vino rosso e tutto assunse un’aria più leggera, priva di tensione, discorrendo di tutto ed evitando candidamente gli argomenti bollenti, così prese che solo all’arrivo del conto ci accorgemmo che il ristorante era ormai vuoto; chissà per quanto tempo eravamo rimaste a parlare senza guardarci intorno. Era quasi mezzanotte.

Appena fuori ci avviammo verso le nostre auto, parcheggiate vicine. Diana, non avendo programmi per il giorno seguente, mi propose di trascorrere l’intera domenica insieme. È un’ottima idea avevo detto, in effetti non lo facevamo da un po’, da quelle rare occasioni in cui Larrie era fuori per i weekend di lavoro e passavamo due giorni interi insieme, spesso ancorate al divano a guardare film in DVD o in centro città per librerie, musei, inaugurazioni, degustazioni. Era deciso: avrebbe passato la notte da me per poi ripartire verso casa, a Madison Street sulla 19 th Avenue, dall’altra parte della città, il giorno seguente; lo studio presso il quale prestava consulenza legale durante la settimana quel lunedì sarebbe stato chiuso. Si trovava proprio a una delle due estremità della via che incrociava Pioneer Square, mentre all’altra sorgeva la E.W.O., letteralmente Eyes Wide Open, la casa d’arte in cui io lavoravo.

Salii in macchina e lasciai il molo, Diana mi seguiva a poca distanza. Le luci del pontile si allontanavano sempre più, il mio sguardo fisso sulla strada eppure distante, oltre l’ultimo centimetro di luce irradiata dagli anabbaglianti, e alla radio una canzone anonima a riempire il vuoto del silenzio.

UNO STRANO SOGNO

L’appartamento era piccolo ma accogliente, ogni parete aveva un colore diverso dal tono caldo e confortevole, l’arredamento era costituito perlopiù da tappeti, morbidi pouf e cuscini colorati, quadri appesi alle pareti, quasi tutte riproduzioni astratte. Una volta entrate, io e Diana ci organizzammo per la notte sistemandoci nella mia camera, che era anche l’unica ma con spazio a sufficienza per entrambe. Nessuna domanda, nessun accenno alla conversazione del pomeriggio, le ero grata per questo. Ci addormentammo mentre ancora la TV rumoreggiava su un canale di documentari sul continente africano che ci fecero da ninna nanna per un po’, fino a quando mi svegliai malamente, in preda a un sussulto. Anche Diana fu presa alla sprovvista, balzò a sedere sul letto e mormorò un ansioso, balbettato, poco comprensibile Che succede?!

L’orologio sul comodino segnava le quattro.

«Scusa, non volevo svegliarti, è stato un incubo… credo. Tu rimettiti a dormire, vado a prendere un po’ d’acqua.» Mi trascinai fino in cucina e cercai di mettere a fuoco ciò che avevo sognato mentre riempivo un bicchiere, forse due.

«Sicura che vada tutto bene?» Diana mi sorprese alle spalle, più rilassata.

«Sì... sì, sto bene. Mi sento solo un po’ strana, quel sogno era davvero insolito.»

«Raccontamelo.»

«Be’, ecco… Non so dirti dove fossi ma era un luogo buio e camminavo, avanzavo senza vedere nulla. Il buio era fitto, avevo quasi paura e rallentavo, cercavo delle pareti o degli appigli ma palpavo l’aria. Poi ho notato un piccolo bagliore lontano, ho continuato a camminare per raggiungere in fretta la luce che man mano si intensificava, una bella luce piena, come all’uscita di un tunnel. Più mi avvicinavo e più focalizzavo. E lì ho mischiato un po’ il sogno alla realtà: c’era una panchina, non una qualunque ma quella di Pioneer Square, intagliata sullo schienale con quella farfallina. Allora mi sono spinta oltre la luce accecante per guardare meglio ed ecco che trovo la piazza, gli alberi, tutto identico alla realtà. Poi, di colpo, ho sentito come una forza invisibile sbattermi sul materasso, ed è così che mi sono svegliata.»

«Mmmh… be’, non capisco perché ti abbia scossa − affermò Diana facendo una smorfia – Hai sognato un luogo che attraversi e che conosci bene, ci passi tutti i giorni, non c’è nulla di strano. Dài, rimettiamoci a dormire.»

Diana aveva ragione, era un sogno banale e scontato. Non riuscivo a spiegare però quella sensazione di inquietudine che avevo provato svegliandomi, come se la fantasia si fosse arrestata troppo in fretta.

Tornai anch’io a letto e mi svegliai qualche ora dopo con il sole in faccia, era piombato nella stanza ignorando perfino la trama scura della tenda davanti alla finestra. Con stupore notai il cielo limpido privo di quelle nuvole che ormai erano una pennellata fissa sul paesaggio. Anche Diana, stuzzicata dal mattino pimpante si svegliò, stiracchiò le braccia sul cuscino, balzò giù dal letto e imboccò la cucina per preparare la colazione. A convincere me a tirarmi fuori dalle lenzuola fu invece il rumore delle tazze di ceramica che urtavano il piano di marmo, qualche minuto dopo.

Annusai l’aria ancora a occhi chiusi, soddisfatta dall’aroma del caffè che si apprestava a uscire. Con uno scatto energico fui fuori dal letto e raggiunsi la cucina dove trovai Diana nel bel mezzo di una preparazione della colazione a regola d’arte; il suo buonumore mi metteva allegria, finiva sempre per essere contagiosa.

«Cosa ti andrebbe di fare, oggi?» Lo sbadigliai più che domandarlo, mentre versava il caffè nelle tazze.

«Quello che va bene a te, questa giornata è tutta per noi! Mi sento energica! Lo sarò dopo il caffè, intendo…» Puntualizzò.

«Ovvio, faremo follie! − la assecondai, sorseggiando dalla mia tazza − La giornata è ideale per fare un po’ di jogging, non credi? Il Regrade Park è proprio qui dietro, sulla 3 rd Avenue.»

Non ci pensò su molto e fece per uscire dalla stanza gesticolando allegra: «Sono pronta in un attimo!»

Così lavai in fretta le tazze, una breve sosta in bagno e tornai in camera a infilarmi tuta e scarpe da ginnastica. Prestai a Diana una delle mie tute leggere e in un batter di ciglia eravamo giù in strada.

Ci perdemmo per qualche istante a osservare il tappeto rossastro che ricopriva i marciapiedi di Blanchard Street, gli stessi che fino alla sera prima erano nudi delle foglie che adesso ne adornavano i bordi. Dovevano essere cadute quella notte, portavano i colori magici della Seattle imbronciata: nonostante gli alberi spogli e tristi le strade assumevano colori insoliti e piacevoli.

«Buona giornata, Frank!» Esclamai rivolgendomi al portiere del piccolo residence, che mi rispose con un sorriso.

Pochi passanti per le vie, i più erano sicuramente già al parco a correre come accadeva tutte le domeniche, pochi passi ed eravamo arrivate anche noi. Come previsto, la quiete era rotta soltanto dalle risate dei bambini che giocavano sull’erba sotto lo sguardo attento delle mamme e dal passo vivace di ragazzi che facevano il giro del parco con asciugamani sulle spalle e cuffiette dell’iPod penzoloni. Io e Diana avanzavamo in una corsa leggera ma a ritmo costante lungo il percorso delimitato