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Tradotta - Roberto Perrone

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Roberto Perrone

Tradotta

18 - 23 settembre 1943

Tradotta

18 - 23 settembre 1943

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Indice dei contenuti

ANTEFATTO

Piombino, 18 settembre 1943

19 settembre

20 settembre

21 settembre

22 settembre

23 settembre

BIBLIOGRAFIA

NOTA BIOGRAFICA SULL'AUTORE

LE VIE DEL TABACCO

Una cronaca famigliare

VII

Storia di un Internato Militare Italiano

2

Roberto Perrone

TRADOTTA

18 - 23 settembre 1943

Romanzo

sylvalocifolia

MMXVIII

A Leonardo, mio padre,

e a tutti i soldati italiani traditi e venduti da capi vigliacchi e criminali; che dall’8 settembre 1943 seppero dire il primo «NO!» a Hitler e al fantoccio di Salò, consapevoli del prezzo della deportazione, di due anni di lager e di lavoro coatto; per tanti, della vita stessa. A tutti loro che scrissero, così, il primo atto corale della Resistenza.

Sì, me lo diceva mio padre,

me lo diceva che quei cinque giorni di prigione nei carri-bestiame

erano solo l'antipasto del pranzo di gala che sarebbe venuto dopo.

ANTEFATTO

Nel primo volume di questa storia [1] sono state narrate le vicende vissute dal fante Carmine Perrino, mitragliere di stanza al 93° Reggimento fanteria Messina di Ancona, nei mesi centrali del 1943. Il 25 luglio Carmine è inviato, con una compagnia di commilitoni, a rafforzare le difese costiere del Canale di Piombino e dell'Isola d'Elba, come strategia preventiva degli Stati Maggiori italiani nel timore di altri sbarchi, nell’Alto Tirreno, di truppe delle Nazioni Alleate, già presenti in Sicilia dal 10 luglio.

Durante il trasferimento in treno dall’Adriatico al Tirreno, in quel 25 luglio, Carmine e i suoi compagni vengono a sapere della caduta di Mussolini e del fascismo, attraversando stazioni, paesi e città in preda alla gioia dilagante e quasi isterica della popolazione per la riconquistata libertà e la fine della dittatura. In tanti pensano anche alla fine della guerra, ma la disillusione arriverà presto.

Sbarcato all’Elba e impegnato in servizio nei Posti di Osservazione Costiera sui litorali più impervi e isolati, poi in dure attività di addestramento in reparti scelti, Carmine, nel fatidico 8 settembre 1943, si trova a Portoferraio, dov’è chiamato nel battaglione di comando al servizio diretto del comandante militare del Settore Elba-Piombino della 215^ Divisione costiera, il generale di brigata Achille Gilardi. Alla notizia dell’armistizio siglato unilateralmente dagli italiani con gli angloamericani e all’insaputa dell’alleato tedesco, la nuova immediata euforia degli 8000 militari sull’isola e della sua popolazione lascerà presto il posto all’amara disillusione sull’uscita dell’Italia dalla guerra e alla paura per le ritorsioni da parte dei soldati germanici già presenti in forze notevoli sul suolo italiano. Già dal 25 luglio, infatti, per la diffidenza di Hitler circa la caduta del Duce, la quantità delle divisioni tedesche in Italia è notevolmente rafforzata con altre unità che scendono dal Brennero, nella sostanziale indifferenza dei comandi italiani, costretti a giocare su due tavoli nell’impotenza e nell’attesa, e che ora sono paralizzati dalla sicura reazione del Führer al voltafaccia italiano verso Berlino. Infatti, già il 9 settembre Vittorio Emanuele III Savoia, il capo del governo Pietro Badoglio e gli alti comandi militari fuggono nottetempo da Roma per raggiungere Brindisi, nel nuovo Regno del Sud, mettendosi sotto la protezione degli Alleati e lasciando così ignominiosamente allo sbando un intero esercito e due terzi della Penisola in mano ai tedeschi, ben più armati e determinati nell’esecuzione del piano di disarmo e di deportazione dei militari italiani, già pianificato prima del 25 luglio.

Di fatto, nei giorni seguenti si vive sull’isola d’Elba, fra militari e civili, uno stato d’animo contrastante, in chi si aspettava uno sbarco angloamericano e invece rischia di subire quello della Wehrmacht che, mentre insidia il porto di Piombino, punta alla conquista dell’isola come utile base, già ben fortificata, per ritirarsi indisturbati dalla Corsica verso il continente. Infatti, già dal 10 settembre i tedeschi tentano di mettere piede sull’isola con ripetuti sbarchi localizzati e di intimorire soldati e popolazione con sorvoli aerei e lancio di volantini con l’invito a passare dalla loro parte.

Nelle giornate del 9 e 10 l’isola può godere della insperata presenza di una cospicua flottiglia della Regia Marina proveniente da La Spezia. Ma si tratta solo di una sosta tecnica prima di raggiungere la Sicilia per consegnarsi agli Alleati, secondo le clausole armistiziali. Durante la loro permanenza tuttavia le unità navali contribuiscono in modo sostanziale, insieme alle numerose batterie costiere, a rintuzzare ai continui sorvoli aerei tedeschi e a dissuadere e allontanare altre unità navali nemiche in manovra nel Canale di Piombino e che tentano anche l’assedio di quella città. Nei giorni seguenti, però, salpate le navi contro gli auspici di civili e militari, il generale Gilardi deve far ricorso alle sole difese antiaeree e antisbarco dell’isola, che pure sono notevoli, ma che non possono garantire una difesa efficace da un temuto massiccio bombardamento aereo dei tedeschi, intenzionati a prendere l’isola ad ogni costo. Sarebbe necessaria per questo una copertura aeronavale che il generale chiede ripetutamente in soccorso ai comandi trasferiti a Brindisi e a Taranto. Ma inutilmente. Il disorientamento dei comandi territoriali dopo la fuga in Puglia degli Stati Maggiori, la pletora di ordini contraddittori che si susseguono circa l’atteggiamento da tenere verso l’ex alleato, rendono difficile la resistenza al tedesco che Gilardi, in sintonia con la popolazione, ha inteso opporre senza esitazione fin dall’8. Una determinazione che egli avrà fino al tragico esito finale, perfino in contrasto con l’ambiguità degli ordini provenienti sull’isola dal comandante della divisione costiera di appartenenza, la 215^, con sede a Campiglia Marittima, il generale Cesare De Vecchi di Val Cismon. Questi, già quadrumviro del fascismo e organizzatore della Marcia su Roma, nella seduta del 25 luglio del Gran Consiglio del fascismo votò contro il suo Duce. Il comando della 215^, riorganizzata a luglio, era stato per lui, con ogni probabilità, una ricompensa per questo dagli autori del colpo di Stato, il re e Badoglio.

Sulla scia della smobilitazione e dello sbando del Regio Esercito, con molti comandanti a tutti i livelli che non esitano ad eclissarsi alla loro truppa, anche De Vecchi chiede ed ottiene dai comandi di Armata di sciogliere la 215^ con l’arrivo dei tedeschi a Campiglia e sul Canale, dopo l’insuccesso della battaglia di Piombino a favore dei germanici, grazie alla via libera lasciata loro dagli ultimi, deboli comandanti della piazza che avevano sostituito gli ufficiali più coraggiosi che si erano battuti con la popolazione fin dalle prime schermaglie. De Vecchi però non comunica la decisione di scioglimento della 215^ divisione al comandante dell’Elba, lasciando lui, i suoi soldati e l’isola al loro destino, nel buio più completo di informazioni dal continente circa lo sfascio dell’esercito; tutto ciò proprio mentre Gilardi, sotto continui attacchi aerei incendiari e intimazioni alla resa dei tedeschi, si ostina ad una resistenza ad oltranza che, in mancanza di aiuti, sa essere disperata. Nel frattempo De Vecchi, degno dell’esempio dei suoi vigliacchi capi supremi, il 13 chiede ed ottiene, questa volta dalla Wehrmacht, un lasciapassare che gli consente la fuga verso la sua residenza in Piemonte – evidentemente fucina sabauda dei guai di un’Italia mai nata – dove resterà imboscato fino alla fine della guerra.

Intanto, dopo la sconfitta nella battaglia di Piombino, dal 10 al 12 settembre, in una resistenza attiva e unitaria di militari e di popolo, e per questo passata agli annali della Resistenza, le forze germaniche si insediano saldamente in città mentre preparano l’assalto finale all’Elba.

Qui, Gilardi, nonostante le provocazioni, le minacce di bombardamento e i tentativi di sbarco tedeschi e all’oscuro della situazione sul continente, il 15 respinge ancora l’ultimatum alla resa che i parlamentari tedeschi rivolgono agli ufficiali italiani in un incontro a Portoferraio, nella sede del Comando Marina, con la minaccia che un diniego alla resa sarebbe l’ultimo e scatenerebbe una reazione germanica distruttiva su tutta l’isola. Una reazione che infatti, dopo l’esito negativo dell’incontro, non si fa attendere: il giorno dopo, 16 settembre, alle 11:15, un bombardamento aereo tedesco si abbatte su Portoferraio e in pochi minuti provoca centinaia di morti, soprattutto civili, e distruzioni nel centro della città. Gli intenti e le modalità terroristiche dell'attacco sono evidenti: annichilire la volontà di resistenza della popolazione e dei militari, che pure hanno avuto molte vittime, e indurre i comandi alla resa incondizionata.

Carmine Perrino, che in quei giorni ha seguito di scorta il generale Gilardi per tutta l’isola nelle ispezioni ai lavori di rafforzamento delle difese, nei minuti del bombardamento si trova nella caserma del comando a Portoferraio, la Vittorio Veneto, non colpita dall’attacco e che gli consente un riparo sicuro. Ma quando raggiunge con i suoi commilitoni la darsena del porto e il centro della città per dare soccorso alle vittime, lo spettacolo terribile di macerie e di morte lo sconvolge. Egli ha un’amara conferma di quanto si ripeteva con impotenza insieme agli altri in quelle ultime ore: che di fronte alle serie minacce tedesche e all’esplicita mancanza di aiuti dal continente – con uno sbarco degli Alleati o col bombardamento delle basi aeree tedesche a Grosseto – ogni resistenza ad oltranza dell’isola sarebbe stata fatale. Allo stesso tempo, schiacciati nel morale da quello spettacolo inutile di morte e distruzione; deluso dalla notizia della liberazione di Mussolini da parte dei tedeschi, giunta sull’isola dai militari sbandati sul continente; avvilito dalla morte sotto le bombe di un suo caro compagno di guardie, l’elbano Raffaello Carpani, in Carmine e in tanti come lui, ventenni in divisa abbandonati al loro destino, si infiamma il profondo disprezzo verso coloro che sono ormai ritenuti dai più i veri responsabili di questa immane tragedia della guerra, oltre Mussolini: Vittorio Emanuele III Savoia e Pietro Badoglio.

Il generale Gilardi, di fronte a tale disastro, nel pomeriggio del 16 decide di arrendersi e cedere l’isola ai tedeschi. Questi dal giorno dopo, con avanguardie paracadutate, occupano l’isola rastrellando tutti i militari di truppa e gli ufficiali e concentrandoli a Portoferraio. A loro viene imposta la secca alternativa: o passare a combattere nelle fila della Wehrmacht e dei fascisti, restando in Italia, o finire in Germania come prigionieri di guerra ed essere utilizzati nei lavori forzati. Solo in pochi decidono di passare con l'ex alleato, mentre la gran parte degli 8000 militari decide di dire il primo «No!» ai nazifascisti, pur essendo stati lasciati allo sbando dai loro capi supremi. Ma esplicitano così, in piena coscienza, di fronte alla Storia, il Primo atto corale della Resistenza al nazifascismo.

Dal 18 settembre tutti i «resistenti senz’armi» vengono trasbordati a Piombino, caricati in carri-bestiame piombati e deportati nei lager del Reich per lavorare come schiavi nelle fabbriche di Hitler. Carmine Perrino e alcuni dei suoi compagni più cari, che ha conosciuto in questi mesi di servizio, riescono a restare uniti in gruppo, in due vagoni vicini: in uno, con Carmine, sono Domenico Pavone, detto Minguccio, armiere e suo conterraneo pugliese; Salvatore Calabrò, detto Totò, calabrese, e Arrigo Restucci, di Terni. Nel carro accanto vi sono Augusto Fistetti, di Foligno, e Gaspare Merolla, marchigiano, con cui Carmine ha condiviso l’esperienza nel battaglione di comando e di scorta a Gilardi.

[1] I giorni dell'Elba. 25 luglio - 18 settembre 1943. Si tratta del primo volume della tetralogia Storia di un Internato Militare Italiano, in cui i fatti narrati sono basati sulle esperienze reali del padre dell'autore.

Tradotta

Piombino, 18 settembre 1943

sabato

Bestia. Bestia. Bestia. Bestie.

– Maledetta puta! Cani bastardi! ’Ngùl a ci ve’ stramuèrte!... [1]

Insaccati come bestie. Quaranta uomini nei venti metri quadrati di questo carro per bestie. Bestiali ti diventano dentro l’odio e il rancore. Da bestie, da uomini feriti e traditi e poi ridotti a bestie, sono le bestemmie sibilate o sputate con sfogo rabbioso, unico rigurgito possibile di veleno da gettare lontano, alla sorte e al destino dei colpevoli.

Si abbattono come fendenti nel buio, le bestemmie, già prima che il portellone scorra inesorabile spinto da altre bestie, all’esterno, gli aguzzini coi loro sibili agghiaccianti e oscuri, prima che si chiuda sbattendo col suo clangore sordo, ferro su ferro. Eccolo, questo insulto di rumore, ripetuto cento volte per i cento carri di questo convoglio che si chiudono, un colpo dietro l’altro che arriva dritto allo stomaco e alle viscere come grinfie di altre bestie affamate, come chiodi ficcati nel cervello e nella tua coscienza, prima ancora di ferirti le orecchie.

Si abbattono pesanti, le bestemmie, schiacciate dalla desolazione, dal fardello della coscienza tramortita, vilipesa.

Anche Carmine Perrino ha sibilato con voce strozzata la sua bestemmia.

– Porcodi’mmondo! – vomita Carmine il bolo velenoso di rabbia e di odio, di disgusto impastato col buio del carro ormai serrato, chiuso, sigillato. – Bastardi di Savoia e di Badoglio! Verrò a tagliarvi la gola con le mie mani!

– Vi strapperemo gli occhi! Vi strapperemo il cuore marcio dal petto, né! – impreca un altro più in là.

– Torneremo, vigliacchi!... Torneremo! – minaccia l’anarchico Restucci, l’amico di Carmine conosciuto nella bolgia di Monte Bacile, stretto al suo fianco, in piedi come tutti, come quaranta tralci di essenza organica che d’improvviso, ritti e pressati come steli seccati uno sull’altro, gelano sotto una raffica mortale, che non lascia scampo. Appassiti. Ossificati per istanti interminabili sotto l’effetto del veleno instillato dalle bestie. Le bestie vicine, qui fuori, che sbraitano. Le bestie lontane, che sono scappate, se la sono squagliata.

A tanti, però, non riesce a venir fuori nemmeno una voce, un filo qualsiasi.

Anche Minguccio Pavone, il compaesano di Carmine, che non rinuncia mai a dire la sua, col suo modo sagace e ironico, anche nelle situazioni più difficili, anche lui stavolta è ammutolito, annichilito nel silenzio, mischiato alla polvere, al sudore e alle puzze di quaranta prigionieri fatte bestie, in cattività da due giorni.

– Tedeschi figli di puttana! – si sfoga Totò Calabrò, l’amico di Carmine dei giorni di Margidore, dei tuffi nell’acqua turchese dalle falesie di Capo Stella…

– Vigliacchi miserabili! Porcodi’mmondo! – ripete Carmine.

Ma è finita, si è prosciugata la forza anche per le bestemmie, per ogni parola che non sia un lamento, per ogni appiglio del pensiero che non sia stato già setacciato dalla propria coscienza in questi ultimi giorni e in queste ultime ore, fin dallo sbarco dagli zatteroni tedeschi che li hanno portati qui da Portoferraio. E poi la lunga sosta, nel campo sportivo, sotto il sole, dove le bestie aguzzine, ancora da vigliacchi, li hanno razziati di ogni cosa che avesse valore.

Ora però, coi portelloni chiusi, tutto è cambiato. È bastato un tonfo sordo, e poi un altro, e poi dieci e poi cento porte che sbattono, un istante per ognuna, piccolo, breve, più breve di una parola, delle tante bestemmie scandite con ferocia impotente, compressa. Ancora più corto di un respiro che ora manca, meno di un lampo d’occhi che ora non vedono, nella penombra del carro chiuso, con le sole luci delle finestrelle alte, due per lato, che portano dentro ancora il giorno che sta per finire.

E qualcosa ancora c’è stato, adesso, dopo un tempo che nessuno ha saputo misurare, qualcosa che segna, ora, incontestabile, la differenza tra il prima e il dopo: il treno si è mosso. Fra gli stridori di ferro delle ruote, impastati ai fischi della locomotiva lontana, fra i latrati delle bestie aguzzine che solo ora, forse, si acquetano da qualche parte e la scossa brutale, piccola ma violenta, dentro le viscere, ora il treno si muove. È bastato un solo altro istante, per segnare il passaggio fra ciò che lasciano e ciò a cui sono portati.

Portati, sì, perché la parola «deportazione» ancora non esisteva, nel lessico corrente degli ultimi. Di qualche storico attento, forse, o di qualche alto ufficiale nazista che sapeva del piano meticoloso di rastrellamento, ma non per centinaia di migliaia di soldati prigionieri, incappati nella rete perché abbandonati a sé stessi.

Sì, me lo diceva, mio padre, di quel momento tremendo, quando il carro si chiuse. Me lo diceva ma erano molte di più le parole che non mi diceva, perché non riusciva a trovarle, le parole per dirlo. Per dire di quella cosa lunga che si preparava, davanti ai loro occhi, quel lungo viaggio ammassati in quaranta in quella prigione puzzolente sulle ruote di ferro... Sì, mi diceva mio padre, di quella volta, di quando li chiusero dentro, quella volta in cui forse per la prima volta, in due giorni, si sentirono veramente prigionieri.

Ma ora la differenza è tutta qui. Fra il prima e il dopo. È la sofferenza più atroce. Eppure questi ragazzi ci si erano preparati. Ne hanno avuto tutto il tempo, in due giorni di cattività. Sanno, almeno lo sa la gran parte di loro, perfino che andranno in Germania, anche se in tanti sperano sempre in un diverso destino, finché si resta al di qua della frontiera.

Ora una frontiera è già stata varcata, qui, fra il prima e il dopo, da quando il treno si muove. Lento ma si muove, avanza fra il puzzo di ruggine bruciata delle ferriere di Piombino, qui dove tutto cominciò, un mese e mezzo fa, per tanti due o tre mesi fa, per altri un anno o due; e per tanti altri, tutti passati da qui per imbarcarsi verso l’Elba, che sta lì, di fronte, e si vedrà ancora prima che faccia buio. C’è, l'isola, ma loro non possono più vederla, adesso, e ormai è meglio così, meglio lasciarla andare, allontanarsi nel mare, la «Sentinella dell’Impero», abbandonata alle bombe tedesche che hanno seminato morte fra i civili a Portoferraio. E anche tanti soldati, certo, soldati come Raffaello Carpani, compagno di Carmine nelle guardie sui bastioni con Gaspare Merolla, il collega sergente che ora è capitato nel carro a fianco. Un bombardamento sulla città, non sugli obiettivi militari, tranne qualche batteria costiera, per terrorizzare i civili e costringere l’isola alla resa, un’isola che nonostante tutto aveva deciso di resistere, anche per non essere da meno di Piombino, pochi giorni prima, sollevatasi fra popolo e militari. Anche la battaglia dei piombinesi è stata schiacciata dai tedeschi, con il via libera dei comandanti italiani della piazza. Che intanto se la sono squagliata, anche loro… Poteva andare diversamente? Quante volte se lo sono ripetuto questi ragazzi? Quante volte Carmine e i suoi colleghi hanno sputato tutto il loro disprezzo per quei vigliacchi di Savoia e di Badoglio, loro che per primi se la sono squagliata a Brindisi, sotto l’ala degli Alleati, fottendosene del loro esercito e degli Italiani? Poteva andare diversamente, all’Elba, a Piombino e dovunque si è combattuto nonostante tutto, nonostante ordini assurdi e contraddittori, nonostante l’inutile attesa, per quarantacinque giorni, dell’ordine di una sollevazione generale contro i tedeschi che non è mai arrivato, per sentirsi dire invece, dall’8 settembre, di lasciar passare i tedeschi perché tanto si stavano ritirando a nord e sarebbero tornati in Germania! Fottuti bastardi vigliacchi! Quante volte se lo sono ripetuti questi ragazzi, quante volte si sono già detti che loro, questi ventenni in divisa, sono rimasti fino all’ultimo merce di scambio, prima con gli angloamericani e poi con i tedeschi! E sempre perché quei due miserabili di Savoia e di Badoglio si potessero salvare il culo! E per la paura fottuta che hanno dei comunisti!

Quante volte anche Carmine Perrino ha sputato il suo veleno per quei traditori, dai più lontani ai più vicini, come De Vecchi, quante volte le ha