La mia assoluzione by Emme Ci by Emme Ci - Read Online

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La mia assoluzione - Emme Ci

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Il primo bombardamento che vidi fu terribile e straordinario nello stesso tempo. Era notte e ci trovavamo a casa di mio nonno paterno, ormai moribondo. La pianura davanti a noi sembrò illuminarsi di un chiarore artificiale e d’un tratto scorsi un grappolo argentato che atterrava in un bagliore lucido, ipnotizzando il mio sguardo. Anche il nonno si riprese per qualche secondo e indicò il cielo, sorridendo come se avesse visto gli angeli scendere in terra. Se ne andò con un sorriso, senza capire cosa stava accadendo, forse senza più paura.

Mia madre era in cucina a preparare il caffè e mio padre accanto al letto, così fu mio fratello a stringermi forte la mano e ad abbracciarmi fino a quando tutto finì. Non avevo ancora compiuto tredici anni e non capivo cosa fosse la guerra. A dire il vero, nemmeno cosa fossero la vita o la morte.

Lo capii qualche tempo dopo, quando vidi un soldato riverso sul selciato, con un rivolo di sangue che gli colava dalla bocca. Fino ad allora avevo pensato che morissero solo i vecchi come il nonno, ma quel soldato era un ragazzo dagli occhi sbarrati e l’uniforme troppo grande. Così compresi anche perché mio padre avesse cercato di nascondersi per non partire e perché mia madre aveva pianto quando era poi stato costretto ad arruolarsi. Michele, mio fratello, era ancora un ragazzo.

La nostra fortuna, così disse mia madre un giorno, era che vivevamo in una zona isolata, molta discosta dalle altre cascine e lontana dal paese: il bosco ci copriva per buona parte e la casa era vecchia e malridotta. Ciononostante, quello fu un evento che accumunò presto anche chi viveva intorno a noi, chi si preoccupava solo dei campi e degli animali, che significavano cibo.

Mia madre ci spiegò che avevamo un vantaggio rispetto a chi viveva in città, dove le provviste scarseggiavano, perché gli altri erano costretti a dipendere dalle tessere annonarie o ricorrere al mercato nero, mentre noi avevamo qualcosa di nostro cui attingere. Ci raccomandò di stare attenti, perché chiunque avrebbe potuto spingersi fin sotto casa nostra per rubare, mosso dalla disperazione: soldati italiani, tedeschi, partigiani, sfollati… per lei tutti rappresentavano un pericolo.

Io facevo segno di sì con la testa, ma non capivo molto, come non comprendevo perché allora in tavola le porzioni si fossero ridotte. Se eravamo così fortunati non ce n’era motivo.

Non protestavo, non le parlavo nemmeno dei miei incubi, era finito il tempo in cui potevo correre tra le sue braccia per essere consolato. Nei suoi occhi c’era troppa tristezza, le sue mani non erano bianche e morbide come la mamma del mio vecchio libro di favole, ma rudi e callose come quelle di chi passa ore sui campi, sotto il sole cocente o col freddo che ti graffia la pelle.

Mio fratello l’aiutava nella stalla, nel pollaio o in qualsiasi lavoro occorresse, però le sue mani erano ancora quelle di un ragazzo; era lui che quando ero piccolo mi aiutava a vestirmi, a lavarmi, ed era sempre lui che mi raccontava delle storie inventate per farmi addormentare.  Insomma, era lui che si occupava di me, nonostante fosse neppure di tre anni più grande. Non mi aveva mai considerato un incomodo o un moccioso fastidioso, come facevano certi fratelli maggiori, ma piuttosto come un cucciolo da curare, un compagno di giochi. In più ero nato con una gamba più corta che mi costringeva a zoppicare e la mia condizione mi rendeva inadeguato per quella vita.

Mio padre mi aveva costruito un tacco per la scarpa, ma la gamba era comunque meno forte dell’altra e spesso finivo per camminare in modo sgraziato. Quando mi guardava, quindi, leggevo nei suoi occhi un misto di preoccupazione e delusione: me la sarei cavata a lavorare la terra, sarei stato abbastanza forte?

Non ero come Michele in niente, perché se lui sembrava un uomo prima del tempo, io parevo un eterno bambino. Il mio corpo sembrava non volesse saperne di assumere un’identità precisa e avevo ancora la mente permeata dai sapori dell’infanzia. Mio padre avrebbe voluto vedermi sano e robusto, idoneo per tutti quei lavori pratici di cui mi occupavo male e controvoglia. Mio fratello, tuttavia, non mi fece mai pesare nulla, né mi prese in giro per com’ero.

Anzi.

Un giorno stavo tornando da scuola, saltando pigramente tra le pozzanghere rimaste dopo il temporale. Un gruppetto di quattro ragazzini, due poco più grandi di me e due dell’età di mio fratello, iniziarono a fischiare e a darmi dello storpio, deridendomi. Io provai a fare finta di nulla e affrettai il passo, ma come sempre quando cercavo di farlo, la gamba non seguì le mie intenzioni e a un tratto uno di loro mi si parò davanti per prendermi i libri. Provai a difendermi, ma il ragazzo mi diede una spinta e caddi in una pozzanghera. Mio fratello era distante da me e non sapevo come richiamare la sua attenzione, ma non ce ne fu bisogno. Come attratto da un segnale invisibile, in pochi secondi Michele mi fu a fianco, mi aiutò a rialzarmi e, senza che quello se ne accorgesse neppure, mollò un pugno al bullo che mi aveva fatto cadere. Uno del quartetto cercò di sorprendere mio fratello alle spalle, ma lui se ne accorse e gli sferrò un diretto allo stomaco tanto forte da piegarlo in due. Dei più piccoli rimasti in disparte, solo uno provò a mollargli un calcio, ma Michele lo spinse via e quando gli altri due si lanciarono nuovamente contro di lui, continuò a tirare pugni e calci fino a quando li vedemmo scappare a gambe levate. Michele aveva la bocca piena di sangue, ma gli urlò contro, intimandogli di lasciarmi stare o sarebbe andato a cercarli per dargli il resto. Non tornarono a infastidirmi e lui per me fu ancora una volta il mio eroe.

Era forte, più forte di ogni ragazzo della sua età, e aveva un fascino a dir poco selvaggio.

Io spesso lo guardavo adorante, cercavo di passare con lui più tempo possibile, imitando per quel che potevo i suoi gesti, cercando sempre il suo sguardo di approvazione. Avrei voluto vivere in simbiosi con lui: io, Michele e nessun altro.

Quando ero piccolo ognuno aveva il proprio letto, ma finivo spesso per alzarmi in piena notte e raggiungerlo nel suo. Quando scoppiò la guerra divenne una cosa fissa, perché avevo troppa paura di stare solo. Non aspettavo nemmeno più un suo gesto, sgusciavo sotto le coperte stringendomi al suo corpo caldo che nella mia fantasia era al pari di una corazza di acciaio. Mi avrebbe protetto dalle bombe, dai proiettili nemici e da qualsiasi pericolo.

Se chiudessi gli occhi adesso, potrei ancora rivivere la sensazione di allora: pelle contro pelle, il suo braccio che mi circonda, i capelli folti e neri che a volte mi facevano il solletico al naso. Quel lieve sentore di sudore, erba, terra.

A volte lo sentivo girarsi su un fianco, muoversi piano tra le lenzuola, come se frusciasse contro la stoffa, e allora quell’odore di sudore aumentava. Credevo sognasse, smosso anche lui da qualche incubo che però non mi confessava.

Non mi importava. Anche lui poteva avere paura, ma ero certo che al mattino il suo sguardo sarebbe stato di nuovo sicuro.

Ho sempre pensato che Michele fosse bellissimo, adoravo quegli occhi scuri come il carbone, sempre accesi e inquieti, pronti a saltare da un luogo all’altro, trascinati da una curiosità viva che io non possedevo.

Ero il contrario di lui, in ogni cosa. Pallido, gli occhi d’un nocciola indefinito come i capelli di un biondo caldo, magro come se avessi da sempre vissuto costretto a razionare il cibo. A dire il vero, ero diverso da chiunque altro della mia famiglia, da mia madre e da mio padre. Assomigliavo molto alla mia nonna materna, però, e da quando l’avevo scoperto scrutavo attento ogni vecchia foto che la ritraeva, cercando i dettagli del mio viso. La cosa certa, comunque, era che rimanevo quello piccolo, debole, malaticcio e poco portato per quella vita all’aria aperta.

Fu per caso che un giorno scoprii di avere un’inclinazione che poco si addiceva a un contadino, o almeno così sentenziò mio padre. Avevo sei anni.

Un vecchio zio stabilitosi in zona da poco venne a trovarci. Dopo aver cenato tutti insieme, si piazzò davanti al camino e tirò fuori quello che scoprii essere un violino. Fui incantato da quella musica e lui si offrì di insegnarmi, nonostante mio padre continuasse a occuparsi del tabacco della propria pipa storcendo la bocca con disapprovazione.

Da quel giorno, presi a scappare da quel mio parente ogni volta che potevo, e anche durante i primi due anni di guerra continuò a darmi lezioni, anche perché ero ormai il suo unico allievo. Poi mia madre gli intimò di lasciar perdere e, poco dopo, lui ripartì nuovamente in cerca di qualche posto più sicuro, anche se mi chiedevo quale fosse. Mi lasciò un vecchio violino e ogni tanto andavo a suonarlo nella stalla, perché a mio padre quel suono dava fastidio. Mio fratello, invece, mi osservava senza dire nulla e alla fine passava una mano tra i miei capelli, abbozzando un sorriso. Fremevo a quel tocco, perché sapevo che era il suo modo di dirmi che ero bravo.

Mi importava solo di quello.

Dopotutto potevo averlo nel sangue, l’amore per la musica. La famosa nonna che non avevo conosciuto, e di cui avevo rubato i colori, sembrava fosse dotata di una voce melodiosa e di un talento innato per il piano, nonostante non avesse mai studiato.

Lo dissi a Michele, un giorno che