Contatto by Donatella Gullotta by Donatella Gullotta - Read Online

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Contatto - Donatella Gullotta

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parziale

Capitolo primo

Stavo tornando a casa come ogni sera, dopo una lunga giornata di studio e lavoro. Nell’abitacolo della mia auto c’era un bel freschetto, decisamente in netto contrasto con l’aria afosa proveniente da fuori.

Con la musica in sottofondo cercavo di assaporare un po’ di relax durante il tragitto, pregusta pregustando l’aria fresca del condizionatore di casa, una doccia rinfrescante ed un bel gelato in compagnia di mia sorella Beth.

Malgrado fosse soltanto maggio faceva già un gran caldo, sicuramente oltre la media stagionale degli ultimi dieci anni. Ferma al semaforo ed assorta nei miei pensieri avvertii un leggero urto dietro l’auto seguito da un debole tonfo; sobbalzai, guardando dallo specchietto retrovisore ma non riuscii a vedere nulla.

Sarà stato un ramo secco… d’altronde con questo caldo. brontolai distrattamente, poi rimasi un attimo in attesa di qualcos’altro ma non udii niente.

Menomale! Mi sarei scocciata parecchio a scendere dall’auto con quest’afa! bofonchiai tra me.

La strada era libera sebbene fossero soltanto le sette della sera. Al semaforo era già scattato il verde. Gli alberi si levavano maestosi ai lati della carreggiata con le loro cime protese verso il cielo limpido, i rami si allungavano qua e là lungo la strada e ogni tanto se ne spezzava qualcuno, soprattutto nei periodi più torridi dell’anno.

Sì, sarà stato sicuramente un ramo. sospirai, riprendendo la guida, quando mi resi conto che per quanto tentassi di spostarmi non riuscivo.

Avvertivo una sensazione strana, inquietante. Mi sembrava di muovermi a rallentatore… di fluttuare sospesa a mezz’aria. Spaventata mi guardai attorno, in ogni direzione, ma non vidi l’ombra di un’auto, anzi, il parabrezza si era appannato talmente tanto da non farmi scorgere nulla. Percepivo una sensazione ovattata tutt’intorno.

Sarà uno scherzo del caldo. mormorai con voce tremante, nel tentativo farmi coraggio.

Sentivo un calore quasi soffocante nell’abitacolo e le mani mi sudavano copiosamente. Spinsi al massimo il piede sull’acceleratore ma la vettura rimase ferma; continuai a schiacciare il pedale ma senza alcun risultato. Intorno a me si stava espandendo un alone di luce talmente intenso da divenire fastidioso… quasi accecante.

Tentai più volte di aprire lo sportello ma inutilmente: sembrava essersi bloccato! Confusa e spaventata picchiai più volte sul parabrezza, urlando ma tutto attorno a me sembrava essere intrappolato in una dimensione senza tempo.

Frugai nello zaino e tirai fuori il cellulare ma non c’era campo; la radio non stava più trasmettendo nulla: emetteva soltanto forti scariche, talmente fastidiose che decisi di spegnerla.

La testa prese a girarmi, iniziò ad offuscarmisi la vista mentre la luce intorno a me si espandeva sempre più.

In preda al terrore mi appoggiai allo schienale mentre un vago senso di nausea cominciava a pervadermi.

La luce cambiava colore, pulsava, si faceva intensa al punto da risultare insopportabile mentre la testa continuava a girarmi vorticosamente. Intontita, mi appoggiai al cruscotto; l’ultima cosa che riuscii a scorgere, prima di perdere i sensi, fu una figura maschile che apriva lo sportello dell’auto e si avvicinava a me.

Mi risvegliai, ancora confusa per l’accaduto, in un posto che mi parve stranamente familiare, distesa sopra qualcosa di morbido e confortevole. Con la testa indolenzita mi alzai a sedere e guardai tutt’intorno; certo che mi sembrava familiare: era casa mia!

Cosa faccio qui? Cosa è successo? brontolai mentre mi alzavo dal letto barcollando. Andai a guardare fuori dalla finestra ma non riuscii a scorgere nulla, eccetto le sagome degli alberi rischiarati dalla pallida luce lunare e di quella artificiale dei rari lampioni presenti in campagna; era notte fonda. Controllai l’orologio: segnava le due.

Ero completamente vestita e con i piedi ancora infilati nelle scarpe. Non ricordavo come fossi arrivata a casa.

Feci altri due passi all’interno della stanza ma sentivo il peso enorme della stanchezza; mi dolevano gli arti ed avevo le vertigini.

Seguitai a camminare, strisciando pesantemente i piedi, quando le gambe mi cedettero e caddi in ginocchio sul parquet della mia stanza.

Beth, Beth sei in casa? chiamai dapprima piano poi a voce sempre più alta ma nessuno rispose. Doveva essere uscita.

Per un attimo mi pervase un profondo sconforto ma mi rincuorai non appena udii un rumore provenire dal corridoio.

Deve essere lei! Deve essere appena tornata! sospirai.

Sentii lo scatto della maniglia alle mie spalle; tentai di alzarmi ma avevo la sensazione che le gambe fossero paralizzate, come saldate al pavimento.

Provai a voltarmi ma percepivo una grande forza pesare su di me e avevo tutti i muscoli rigidi; tentai di aprire bocca ma anche la voce sembrava essersi bloccata. Mi sentivo paralizzata sul pavimento, incapace di parlare e di muovermi.

Spaventata dall’insolita situazione e con il cuore in gola, provai a calmarmi ed a razionalizzare, ma sembrava essersi arrestata anche quella funzione.

Rimasi a terra trattenendo il fiato mentre, davanti a me, vedevo l’ombra della porta spalancarsi lentamente. Una folata di vento gelido agitò le tendine color arancio, quasi paralizzandomi il respiro. Nell’ombra intravidi una figura umana avvicinarsi a me: sembrava la stessa che avevo visto in auto poco prima di svenire. Vidi il misterioso individuo avanzare lentamente… mi sentii afferrare per le spalle… dopodiché più nulla.

Riaperti gli occhi, con la testa ancora dolente e confusa presi a muovere le dita dei piedi, poi le gambe, le braccia ed infine le mani: tutto rispondeva perfettamente. Riuscivo di nuovo a controllare il mio corpo!

Mi drizzai quasi di scatto, mettendomi a sedere e guardandomi attorno: ero a casa, seduta sul mio letto; l’orologio segnava le 6.45 e di lì a poco la sveglia avrebbe trillato, come ogni mattina.

Che incubo!

Mi alzai osservando tutt’intorno: il letto, le tende, la porta… tutto a posto come ricordavo.

Indossavo il pigiama rosa con gli orsetti (il mio preferito) e sopra il comodino c’erano i miei libri di Filosofia ed il cellulare spento. Mentre cercavo di riordinare le idee la porta della mia stanza si spalancò di scatto facendomi trasalire.

Ehi, già in piedi? Stavo proprio venendo a chiamarti.

Sull’uscio comparve Beth.

Sì, mi vesto ed arrivo subito. sospirai, ancora visibilmente agitata.

Tutto bene? Sei molto pallida. riprese la ragazza notando il mio eccessivo ed insolito turbamento

Tutto ok, grazie. Stanotte non sono riuscita a dormire. bofonchiai confusa.

Strano, ieri sera sei andata a letto prestissimo. Adesso vestiti, altrimenti facciamo tardi.

Faccio in un attimo! risposi mentre socchiudeva la porta.

Era curioso il fatto che rammentasse di avermi vista salire in camera la sera prima mentre io non conservavo assolutamente alcun ricordo.

Finì di vestirmi velocemente e scesi in cucina. Beth stava già facendo colazione con pane imburrato e caffè; mi sedetti prendendo soltanto una tazza di caffè.

Che c’è, non hai fame? domandò preoccupata

Per niente. risposi in un sospiro.

Mi sembri strana stamattina. Ora che ci penso anche ieri sera il tuo comportamento è stato un po’insolito: non hai toccato cibo e sei salita in camera tua a dormire senza neanche fermarti un momento. Sei sicura che vada tutto bene? Non ci sarà per caso di mezzo un ragazzo? domandò indagatrice

No, niente ragazzi! Per il momento le pene d’amore sono abolite dai miei pensieri! Ho soltanto un gran mal di testa. Ma, a proposito, ieri sera a che ora sono tornata? domandai

Mah… di sicuro non più tardi delle 20.00… io mi sono ritirata pochi minuti dopo e ho trovato già la tua auto sul vialetto. Comunque devi aver preso subito sonno, perché, non vedendoti in giro, sono salita per sapere se stessi male e ti ho trovata già addormentata. Dovevi essere molto stanca, visto che non hai neanche cenato. Prima di andare a letto ti ho chiamata più volte per chiederti se avessi bisogno di qualcosa ma non mi hai risposto.

Rimasi colpita: come potevo non ricordare nulla?!

Non sei uscita col tuo ragazzo ieri? domandai, cambiando argomento

No. Alex è partito per lavoro e starà fuori un paio di giorni. Ma sbrighiamoci, adesso andiamo! tagliò corto.

Entrambe ci alzammo da tavola per recarci ai nostri doveri quotidiani.

Da quando Beth aveva trovato lavoro presso l’ospedale St. Luis aveva stretto tantissime amicizie e si era fidanzata con un giovane specializzando. Io, invece, avevo appena iniziato a frequentare l’università e nel tempo libero dagli impegni di studio, avevo preso servizio presso una panineria.

Salutai mia sorella e presi la mia auto.

Giunsi all’università a lezione già cominciata e sebbene fossi entrata in aula sgattaiolando di nascosto per non farmi beccare, dovetti sorbirmi l’aspra ramanzina del professore sull’educazione ed il rispetto della puntualità.

Mi sedetti in fondo all’aula vicino alla mia amica e collega di corso Jane.

Tutto a posto? mi domandò la ragazza

Tutto ok! mi affrettai a rispondere, nella speranza di chiudere subito la conversazione ma lei, insistente come al solito, non si accontentò

Sicura? Sei strana stamattina! domandò con un pizzico di malizia nella voce

Sono solo un po’ stanca. Ho dormito poco stanotte. risposi nella speranza di troncare quel discorso inutile e controproducente in aula.

Ah, bene! Fai le ore piccole adesso?! E scommetto pure in buona compagnia! Lasciami indovinare: Filosofia? domandò, con finta curiosità ed una punta di sarcasmo nella voce.

Jane, ti prego, evitiamo di parlare durante la lezione! bofonchiai, ma troppo tardi: il prof. Williams si era già voltato verso di noi e ci fissava con uno sguardo di disapprovazione.

Signorine, volete essere così gentili da rimandare a dopo i vostri interessantissimi discorsi e seguire la lezione del sottoscritto?! Nel caso in cui non la trovaste di vostro gradimento, potrete considerarvi libere di andare, purché la smettiate di arrecare disturbo ai vostri colleghi!

Ancora una volta dovetti abbassare lo sguardo sorbendo un’altra sfuriata del prof. di Filosofia.

Scusi, professore. farfugliammo, mentre l’omino pelato riprendeva la lezione aggiustandosi la giacca scura e sistemandosi i rotondi occhiali precedentemente scivolati sulla punta del naso aquilino.

Stavo tentando di seguire la lezione, tra la stanchezza e la mortificazione, quando notai che qualcuno mi stava fissando: un ragazzo bruno, seduto a poca distanza da noi ma ciò che mi colpì particolarmente fu il suo sguardo intenso. Se ne accorse anche Jane e mi lanciò un’occhiata ammiccante con un largo sorriso.

Al termine della pesantissima lezione ci alzammo per andare a fare una pausa prima che iniziasse la successiva.

Andiamo a prendere del caffè? proposi ma lei sembrava indaffarata a guardarsi attorno.

Che c’è? domandai incuriosita

Non mi dire che non hai notato come ci guardava quel tipo? esordì.

Beh, sì… anche perché, dovendo precisare, stava guardando me e comunque c’era qualcosa in lui che mi creava un certo disagio. risposi

Ma dai! Non l’ho mai visto da queste parti. Dev’essere nuovo. Non mi dire che non sei curiosa di conoscerlo?!

Immaginai dove stesse andando a parare.

Veramente no! Non so… quel ragazzo mi mette ansia. replicai titubante.

Mentre mi perdevo tra le mie indecisioni, Jane mi afferrò per un braccio e mi trascinò quasi di corsa verso il bar dove sembrava essere andato anche il tipo misterioso.

Entrammo ed ordinammo due caffè.

Rimasi ferma al bancone, quasi intontita per la corsa, mentre la mia amica cercava in tutte le direzioni il giovane, che sembrava essersi volatilizzato, sbattendo in continuazione le lunghe ciglia dei suoi occhioni verdi da gatta.

Jane, lascia perdere! bofonchiai assonnata, ma lei aveva iniziato a chiedere notizie su quel tizio ai vari studenti del nostro corso.

Ma fa come ti pare! sbuffai, scuotendo la testa, rassegnata.

Conoscevo Jane sin dai tempi del liceo e malgrado fossimo sempre state completamente diverse eravamo riuscite a diventare migliori amiche, nonostante i battibecchi e sebbene al primo anno ci odiassimo furiosamente. Siamo sempre state l’una l’opposto dell’altra: io così timida e riservata, lei tanto sfacciata e cacciatrice, ma anche molto femminile e aggraziata, sebbene giocasse un po’ a fare la panterona.

Avevo da sempre un po’ invidiato il suo carattere. D’altra parte lei poteva permettersi di ostentare tanta sicurezza, con un corpo sinuoso, tutto curve e dei lunghi capelli neri che le conferivano un’aria seducente e misteriosa. Era vista da tutti come la tipica femme fatale e se decideva di mettere gli occhi addosso a qualcuno sicuramente riusciva a catturarlo in breve tempo e con grande invidia di tutte le nostre amiche.

Finalmente Jane tornò indietro.

Ero rimasta per tutto il tempo appoggiata al bancone del bar sorseggiando distrattamente il mio caffè, aspettandola.

Andiamo! La lezione sta per iniziare! disse afferrando il bicchiere col suo espresso.

Arrivo! risposi gettando nel cestino il mio, ormai vuoto.

Hai trovato il tipo? domandai

No, sembra essere sparito nel nulla. rispose delusa.

Entrammo in aula per la lezione di Inglese e prendemmo posto prima degli altri studenti per poter scegliere i posti migliori da