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Length:
336 pages
4 hours
Released:
Jun 22, 2018
ISBN:
9781547535316
Format:
Book

Description

Numero 1 su Amazon, Bestseller in 4 Paesi!

La ricerca della verità di una donna rivela un oscuro segreto di famiglia a lungo sepolto nel passato nazista di Praga.

VINCITORE: Pinnacle Book Achievement Award, Autunno 2015 – Premio per il miglior libro di narrativa

FINALISTA: Readers’ Favorite Book Award 2016 – Premio per la narrativa storica

“Immaginate Stephen King che scrive Schindler’s List…” ~ Nikki

Tutte le famiglie hanno dei segreti, ma alcuni sono molto più oscuri, arrivano più a fondo e toccano un nervo più scoperto di altri.

Vanesa Neuman è la figlia di un sopravvissuto dell’Olocausto e la sua infanzia, nell’angusta intimità del sud di Tel Aviv, è ombreggiata dalle esperienza di guerra taciute dei suoi genitori. Per lei il passato era come un libro chiuso… fino a quando suo padre non muore e quel libro le cade letteralmente addosso, aprendosi. A questo punto Vanesa deve svelare a tutti i costi il mistero del diario che ha ricevuto, ma anche quello dello strano simbolo contenuto al suo interno.

Ambientato nello scenario dell’occupazione nazista e del Museo Ebraico di Praga – il “Museo della Razza Estinta” di Adolf Eichmann – Galerie costituisce una narrativa storica dal passo serrato, seguendo la tradizione di La chiave di Sara, di Tatiana De Rosnay. Dal centro di ricerca sull’Olocausto Yad V’Shem di Gerusalemme, ai sobborghi di Praga e all’ex “ghetto paradiso” di Theresienstadt, il viaggio di comprensione di Vanesa rivelerà il passato di famiglia più oscuro di quanto lei potesse mai immaginare, un segreto tenuto in vita per oltre mezzo secolo.

PERFETTO PER I CLUB DEL LIBRO: alla fine della storia è inclusa una guida per il club del libro.

Evolved Publishing presenta un’emozionante opera di narrativa storica che analizza come gli orrori dell’Olocausto risuonino ancora nelle generazioni successive e come persino le profonde ferite del tradimento possano alla fine guarire.

Released:
Jun 22, 2018
ISBN:
9781547535316
Format:
Book

About the author

Steven M. Greenberg is the author of three novels, Adam's Will (2000), Incantation (2004), and Flocking (2011). He is a retired physician, having left a very successful career as a noted eye surgeon in Pennsylvania for the manifold delights of creative literature. Having many and varied interests, he has actively pursued extensive self-education in history, science, and the humanities, with formal post-graduate training in history. He is a native of Detroit and received his undergraduate and medical degrees from Wayne State University (Phi Beta Kappa, 1967). He and his wife Deena have traveled extensively (100 countries) and now spend their leisure time in their Florida and Pennsylvania residences. Dr. Greenberg writes meticulously, regarding every word of a novel as intrinsically valuable in creating a mood, evoking a specific sense, or making a philosophic point. His writing has been compared to that of Faulkner, but without the obscurity of much of Faulkner's prose. His second novel, Incantation, was a finalist (one of the five best fiction entries) in the 2005 IPPY awards. Both Adam's Will and Incantation were very well reviewed and Flocking shows great promise of being a unique and enduring piece of literature. Dr. Greenberg spends most of his non-reading, non-writing hours in hiking the hills of Pennsylvania or the beaches of Florida and restoring antique Cadillacs, of which he owns and has restored nearly fifty.


Book Preview

Galerie - Steven Greenberg

www.EvolvedPub.com

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GALERIE

Copyright © 2015 Steven Greenberg

Copyright sulla copertina © 2015 Mallory Rock

Design interno a cura di D. Robert Pease

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Vice capo redattore: Michelle Barry

Capo redattore: Lane Diamond

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Note sulla licenza dell’eBook:

Non è consentito utilizzare, riprodurre o trasmettere in alcun modo nessuna parte del libro senza previo consenso scritto, salvo per brevi citazioni da utilizzare in articoli di critica e recensioni o in conformità alle Leggi Federali in materia di Fair Use. Tutti i diritti sono riservati.

La licenza di questo eBook è destinata al solo godimento personale. Non è consentita la rivendita o la concessione a terzi. Se siete interessati a condividere questo libro con altre persone, Vi preghiamo di acquistare una copia aggiuntiva per ciascun beneficiario. Se state leggendo questo libro e non lo avete acquistato o se lo stesso non è stato acquistato per il Vostro uso esclusivo, Vi preghiamo di tornare dal Vostro rivenditore di eBook e acquistare la Vostra copia. Vi ringraziamo per il rispetto mostrato nei confronti del difficile lavoro di quest’autore.

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Dichiarazione di non responsabilità:

Questo libro è un’opera di narrativa. Nomi, personaggi, luoghi e fatti sono il prodotto dell’immaginazione dell’autore, o da questi sono usati in modo fittizio.

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Enfold Me

Galerie

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www.stevengreenberg.info

Dedica

A Segev, il miglior compagno di viaggi, ricercatore, editore, consulente di trame e figlio che un uomo possa sperare di avere.

INDICE

Pagina del titolo

Copyright

Altri libri di Steven Greenberg

Dedica

PROLOGO

LIBRO I

Capitolo 1 – Dolcezza

Capitolo 2 – Benvenuta a Praga

Capitolo 3 – Una scolara a Kladno

Capitolo 4 – Ostinazione

Capitolo 5 – Moe

Capitolo 6 – Senz’anima

Capitolo 7 – Un piano di riserva

Capitolo 8 – Zvi

Capitolo 9 – Qualcosa si è rotto

Capitolo 10 – Il Golem

Capitolo 11 – Convalida

Capitolo 12 – Terezin

Capitolo 13 – La bugia

Capitolo 14 – Le baracche

LIBRO 2

Capitolo 15 – Le chiuse

Capitolo 16 – Rispetto

Capitolo 17 – Un silenzio appiccicoso

Capitolo 18 – Un vantaggio reciproco

Capitolo 19 – Rassegnazione

Capitolo 20 – Arte

Capitolo 21 – La strada di mattoni gialli

Capitolo 22 – Il piano X

Capitolo 23 – La vita stessa

Capitolo 24 – Interessi reciproci

Capitolo 25 – Tradimento

Capitolo 26 – Galerie

Capitolo 27 – Nessuna domanda

EPILOGO

Guida per il club del libro

Ringraziamenti

Appendice

Bibliografia

Note sull’autore

E dopo?

PROLOGO

Praga, 1943

Nonostante l’umidità del seminterrato di quel freddo novembre, il ragazzo grondava sudore. Il suo respiro appannato, mentre si dondolava, era come un rantolo faticoso; la faccia schiacciata tra le ginocchia sottili che spuntavano dai pantaloni logori, simili a due lampioni dalla luce fioca in un vicolo altrimenti buio. Si era rannicchiato come una palla, abbracciandosi le gambe così forte con quelle braccia sottili come bastoni, tanto che la punta delle dita sporche era persino sbiancata.

Aveva già visto più di quanto un ragazzino di dodici anni avrebbe dovuto vedere, figurarsi se fosse riuscito a capire cosa stava succedendo.

Aveva afferrato i singoli dettagli della scena, molti dei quali erano di per sé familiari: il tavolo, la lampadina tremolante che pendeva dal soffitto come un cordone ombelicale, i vari attrezzi affilati di suo padre.

La vista di quegli oggetti era qualcosa di familiare, ma quando suo padre si era fatto da parte e non aveva più oscurato il campo visivo del ragazzo... quello era stato il momento in cui l’insieme era divenuto incomprensibilmente più grande della somma delle sue parti. Era stato il momento in cui il suo cuore era balzato fuori dal petto ossuto, ordinando a quei piedi vestiti di pelle consumata di correre, correre, CORRERE!

E lui aveva corso. Era tornato in quel magazzino vuoto, i cui muri di pietra sudavano in estate e sprigionavano freddo in inverno. Era rimasto a lungo in quel seminterrato, mentre il tempo andava diventando sempre più freddo, più piovoso e più lugubre. Dal momento che non si poteva più andare a giocare fuori, nel piccolo e squallido cortile dell’edificio, aveva trasformato il fabbricato, per lo più vuoto, in un campo da gioco personale. Il ragazzo conosceva a fondo quell’edificio ricoperto di pietra calcarea, dai cantucci come il suo attuale giaciglio sotterraneo fino alle stanze del solaio, i cui piccoli lucernari, raggiunti avidamente en point, lasciavano intravedere i passanti occasionali sulla strada sottostante, stretta e dal pavimento acciottolato.

Si avvicinò al tubo di scarico principale dell’edificio, che forniva un debole calore sempre confortante, e vi rimase per tutto il tempo in cui rifletté sull’origine di questo calore. Non avrebbe dovuto soffermarsi in nessuna parte che fosse vicina al laboratorio di suo padre nel piano interrato, equivalente a vari piani sotto il suo rifugio attuale. Non oltrepassare mai questa porta, hai capito? Promettimelo. Suo padre glielo aveva fatto promettere, ad alta voce.

E lui non aveva mai oltrepassato quella porta di metallo pesante con su inciso il simbolo, una porta che conduceva alla scala luminosa che piegava ripida verso il basso. Ma a dodici anni, senza nessuno attorno, era solo ed annoiato, per non parlare della curiosità implacabile. Non ci aveva messo molto a trovare le condotte di ventilazione che gli permettevano di muoversi furtivamente per tutto l’edificio, giù nel seminterrato dove si trovava adesso, e persino fino all’enorme piano interrato. Quel giorno la porta del laboratorio era stata lasciata aperta – che tentazione! – tanto da consentire a un occhio piccolo di sbirciare attraverso le fessure...

Il suo respiro si era fatto più lento, e con esitazione aveva sollevato la testa dai ricci castani, aprendo prima un occhio e poi l’altro, controllando che tutto intorno fosse sicuro. La piccola stanza di quel piano di pietra era vuota, e lui era solo. Per il momento.

Era stato da solo anche nei primi mesi. Il padre non aveva avuto tempo per lui, diviso tra le lunghe ore in laboratorio ed evidentemente sempre impegnato con l’uomo che veniva varie volte al giorno, regale ed eretto nel suo cappotto di lana nera, il cappello di feltro, i guanti di pelle e la spilla d’argento sul risvolto con lo stesso simbolo strano della porta. Il padre aveva sempre mostrato rispetto e gratitudine per quell’uomo e aveva fatto in modo che il figlio facesse lo stesso, perché se erano gentili e lavoravano sodo, questi avrebbe riportato la mamma. Lei era stata lasciata a Theresienstadt, ma era al caldo e al sicuro.

Sulle labbra screpolate del ragazzo era spuntato l’accenno di un sorriso. Presto, almeno, non sarebbe più stato solo. Sarebbe venuta altra gente. Succedeva sempre. Gli piaceva conoscerle, queste nuove persone. Erano gentili e davano speranza; raccontavano storie con accenti buffi, che a volte lui non riusciva a comprendere, e avevano abiti e odori strani. Si era alzato in tutta la sua altezza, spolverandosi la polvere dal fondo dei pantaloni, e si era avviato verso la porta.

Mentre lasciava la stanza, si era girato per guardarsi indietro, e la luce della curiosità infantile aveva iniziato ad adombrare il suo viso triste. Aveva immaginato la stanza piena di voci, odori e speranze. Sì, aveva pensato, nuove persone la renderanno migliore.

LIBRO 1

CAPITOLO 1 – DOLCEZZA

Praga, dicembre 1991

Un tram sgangherato avanzò traballando; il suo tetto di metallo non verniciato non si abbinava ai pannelli laterali rossi. La luce dei due fari anteriori spuntò dal buio delle prime ore serali come gli occhi della serpe uscita da sotto l’edificio e scoperta da Vanesa Neuman. Dal suo osservatorio all’ombra delle quattro colonne della Chiesa di San Salvatore, lo stridio delle ruote del tram, attutito da una spolverata di neve fragrante, svanì rapidamente al suo passaggio. Rimase soltanto l’odore acuto dell’elettricità proveniente dal groviglio dei fili sopra il veicolo, come a preservarne il ricordo.

Perché Praga, nel 1991, era come un ricordo, mi disse prima di lasciare Tel Aviv, e non un buon ricordo. Non era mai stata in città e non aveva mai avuto intenzione di venire. Nel corso degli anni aveva sentito dal padre tutto ciò che aveva bisogno di sentire; sapeva tutto ciò che aveva bisogno di sapere e mai una volta aveva provato il bisogno di imparare di più sulla città. Per tutta la vita aveva sentito parlare della bellezza di Praga, del fascino misterioso di Praga, della ricchezza storica di Praga, dell’architettura mozzafiato di Praga, del tradimento insidioso di Praga e della lenta spirale discendente di Praga: dalla discriminazione, attraverso la persecuzione, ai regni disumani della miseria, del dolore, e della morte.

No grazie, aveva pensato. Non aveva bisogno di vedere questo posto.

E tuttavia lei era lì e, dannazione, lui era in ritardo. Doveva essere nel posto giusto, poiché a Praga c’era solo una Chiesa di San Salvatore, a Piazza dei Crociferi, oltre il Ponte Carlo, icona della città. Lui avrebbe dovuto incontrarla proprio lì, al riparo delle colonne massicce della chiesa, alle 17.00 in punto. Gli occhi imperturbabili delle sei statue di marmo sopra Vanesa, avvolta da un mantello bianco sulla neve fresca, la fissavano sdegnosi. Erano già le 17.30 ed era quasi completamente buio. Lei, e le statue, aspettavano.

Infagottati nei cappotti e nelle sciarpe scure, i pedoni continuavano a fluire. Le luci dei lampioni tremolavano come le vivaci decorazioni natalizie appese sui pali, gettando ombre pericolose sul percorso delle Skoda che si avvicinavano.

Vanesa si appiattì ancora di più sotto il misero riparo offerto dalle colonne che incombevano su di lei, pesanti, con quell’aspetto minaccioso nient’affatto mitigato dalla maschera di gioia vacanziera che avvolgeva la città. Strinse di più il lungo cappotto di lana intorno al suo corpo esile e si tirò il cappello fin sotto le orecchie, così che i riccioli scuri fuoriuscirono tutti storti. Continuando a tremare, batteva svogliatamente gli stivali nel futile tentativo di riscaldarsi i piedi.

Non aveva mai realmente conosciuto il freddo vero. Vivendo a Tel Aviv, dove il sole splende quasi tutto l’anno, il freddo – o almeno il freddo pungente, come l’aria di Praga a dicembre – era una merce sconosciuta. Il freddo delle alture del Golan, che aveva conosciuto durante il servizio nell’esercito, ti azzannava il mento, ti intorpidiva i lobi delle orecchie e gli alluci. Il freddo umido di Gerusalemme poteva effettivamente entrarti nelle ossa. Il freddo di Praga, però, ti serrava, attanagliandoti come un piragna che cerca di afferrare la punta delle dita immerse nell’acquario.

Mi aveva detto di non essere voluta venire in questa terra dove la famiglia dei suoi genitori aveva vissuto per oltre 500 anni, in questa terra dalla quale l’85% circa degli ebrei era stato sradicato in luoghi di cui aveva letto o che aveva sentito menzionare nei sommessi bisbigli in ceco quando suo padre parlava con gli amici o con i clienti del negozio.

Certo che ricordo Luba! esclamavano con entusiasmo lui o l’amico nel trovarsi di fronte una conoscenza comune appena scoperta. Quest’euforia precedeva inevitabilmente un’occhiata di comprensione, un cenno sottile nella sua direzione, un abbassare gli occhi e l’una o l’altra delle parole sussurrate con consapevolezza, di solito Auschwitz, ma a volte anche Maly Trostenets, Sobibor, Izbice o semplicemente i trasporti.

Era venuta a Praga non perché l’avesse voluto, ma per bisogno, un bisogno che l’aveva portata ad aspettare, in quest’angolo di strada ghiacciato, per incontrare un uomo che conosceva solo tramite lo zio Tomas e che era semplicemente una voce roca, autoritaria, sentita brevemente attraverso una gracchiante linea telefonica internazionale. Aveva bisogno di dare un senso al regalo di morte di suo padre, di riempire il vasto spazio vuoto che era stata la vita di costui durante la guerra. Aveva bisogno di dare un volto a quell’uomo che l’aveva allevata dopo la morte della madre, un volto non illuminato dal sole vistoso di Tel Aviv, ma dalla stessa luce scolorita del grigio inverno boemo che in quel momento illuminava la sua stessa faccia.

Sospirò. Il suo primo contatto a Praga era un mancato appuntamento, che la vedeva unica attrice su una scena di strada in lenta dissolvenza.

Un tram passa con grande fracasso, raccontava a se stessa nel tentativo di alleviare la noia e dimenticare il freddo. Un lampione difettoso tremola. I turisti girovagano sul Ponte Carlo, tallonati da artisti che trascinano oggetti su carretti sapientemente progettati. Un altro tram, stavolta con una ruota cigolante. Una fila di altri carretti. Una fila di pedoni. Entra un ragazzo in bicicletta, che scivola sulla neve macchiata. Adesso sempre meno pedoni. E infine, dopo una lenta dissolvenza agonizzante, i riflettori si oscurano, la strada diventa silenziosa. Il sipario si chiude.

Alle 18.15 rinunciò e si voltò per ripercorrere a piedi il mezzo chilometro verso il suo albergo, accanto alla Piazza della Città Vecchia. Già a metà della Platnerska riuscì a vedere le guglie gemelle sfalsate della cattedrale di San Nicola fare capolino da sopra gli edifici e gli alberi spogli. I suoi passi, che di tanto in tanto stridevano sui piccoli cumuli di neve resi compatti dal calpestio, avevano iniziato a echeggiare sulla strada deserta.

Diversamente dai film, mi raccontò in seguito, non aveva neppure udito il rumore di altri passi. Non aveva mai distinto una figura in ombra che la seguiva, non aveva mai visto un carro sospetto con una figura con un cappello nero che guardava furtivamente nella sua direzione mentre la sorpassava. Un secondo prima stava semplicemente camminando, un secondo dopo era stata trascinata nel vicolo.

Due uomini, entrambi calvi, entrambi con degli stivali alti, neri, stile militare, l’afferrarono. Uno puzzava di aglio; l’altro sapeva di alcol, forse vodka. Una volta fuori dalla strada, Aglio l’afferrò da dietro e le immobilizzò le braccia dietro la schiena, il respiro puzzolente sul suo collo. Vodka le premette con forza una mano sulla bocca. Ignorarono i suoi ammirevoli, seppur futili, tentavi di resistere, la trascinarono ancora di più in fondo al vicolo e la tirarono in un basso andito, dentro quella che doveva essere la stanza dei rifiuti, a giudicare dalla puzza. Una porta con delle grate di metallo venne chiusa con fragore, tagliando fuori bruscamente qualsiasi residuo dei suoni cittadini udibili sopra la lotta silenziosa di Vanesa.

Quando suo padre le aveva detto che la mamma era morta, da sola, di notte, nell’asetticità verdastra del Sourasky Medical Center di Tel Aviv, Vanesa non aveva pianto. Né lo aveva fatto al funerale e neppure durante la shiva, il tradizionale periodo di sette giorni di lutto. Non era mai stata una ragazza emotiva, mi disse, perché aveva sempre saputo – e le veniva ricordato spesso – che qualunque fossero le sue tribolazioni attuali, erano nulla in confronto alle esperienze dei suoi genitori. Che diritto aveva lei, una ragazza che aveva sempre avuto vestiti da indossare e cibo nel piatto, di lamentarsi con due sopravvissuti all’Olocausto...per nulla? Chi era lei per piangere per un giocattolo perduto, un dito schiacciato, un insulto, perfino un decesso, quando i ricordi della sua infanzia erano popolati tanto dai fantasmi del passato dei suoi genitori quanto dalle anime in vita?

Così, sin dalla tenera età, ho combattuto delle battaglie epiche contro le lacrime, disse. Aveva vinto, ma era stata una vittoria di Pirro. Le lacrime, una volta sconfitte, erano restie a tornare, anche quando necessarie.

Solo lo zio Tomas era riuscito a far sgorgare qualche lacrima dal pozzo asciutto della Vanesa dodicenne. Lo zio Tomas, col suo cappotto di lana che in quegli anni aveva sempre avuto un vago odore di carogna, e il numero blu e nero sbiadito sull’avambraccio, un numero che lei, tanto tempo prima, aveva imparato a memoria: A-25379. Secondo lei i suoi rigidi modi tedeschi erano solo un esoscheletro che il sole del Mediterraneo non aveva ancora sciolto. Suo padre, a fasi alterne, era sembrato disprezzare e ammirare lo zio Tomas, seppur con riluttanza, tenendolo sempre a debita distanza, ma mai troppo lontano. Nonostante il suo status di famiglia come il parente in vita più prossimo, in realtà lo zio Tomas non era neppure un parente, quanto piuttosto il partner commerciale del nonno, comproprietario del piccolo negozio sulla Nahalat Binyamin, nel quartiere fiorentino della classe operaia a sud di Tel Aviv.

Né le lacrime erano tornate di loro spontanea volontà alla morte del nonno Jakub, quattro anni dopo. Lo avevano trovato accasciato sul suo tavolo da lavoro nella stanza sul retro squallido del negozio, una sola lampadina riflessa nel raschiatoio d’acciaio inossidabile ancora stretto in una mano, la fronte appoggiata leggermente sull’altra mano.

E di nuovo era riuscita a piangere solo nel conforto del rigido abbraccio dello zio Tomas, come se questi avesse la chiave segreta della chiusa del suo dolore. Per fortuna era sempre stato benefico nel suo compito di guardiano.

Se i suoi genitori erano stati come dei libri chiusi, il nonno era stato per Vanesa come una biblioteca chiusa a chiave, una sezione ristretta, transennata con una rete d’acciaio dai colori vivaci, decorativa in superficie ma fondamentalmente carica di presagi. Vanesa non aveva mai incontrato una persona più silenziosa di lui, che tuttavia sorrideva sempre con dolcezza quando lei, alla fine della scuola, entrava nel negozio ballando il valzer prima di salire nell’appartamento dei genitori, al piano di sopra. Lui sollevava lo sguardo da qualsiasi cosa stesse raschiando, stendendo o ritagliando, con un sorriso distratto, come se avesse dimenticato qualcosa e il suo arrivo gli avesse rinfrescato la memoria: un vago momento di aha!. Poi abbassava di nuovo il capo e, senza dire una parola, tornava al suo lavoro, lasciandola curiosare nel negozio alla ricerca del pezzo di caramella dura che ogni giorno lui nascondeva in un posto diverso.

Era come imparare, sia nel negozio che nella mia vita, a guardare il silenzio del passato e trovarvi la dolcezza, mi disse.

Ma non riuscì a trovare nessuna dolcezza in ciò che Vodka e Aglio le fecero in quella buia stanza dei rifiuti di Praga, proprio come non c’era stata nessuna dolcezza nella morte prematura di suo padre, a 60 anni, solo sei mesi prima.

Nessuna dolcezza, e ancora nessuna lacrima.

CAPITOLO 2 – BENVENUTA A PRAGA

Praga, dicembre 1991

Gettarono Vanesa sul freddo pavimento di cemento. Lei scivolò indietro, sopra lo strato ghiacciato di percolato, finché la nuca non batté contro uno schifoso muro di mattoni, con il pensiero malsano che le faceva battere i denti.

A poco a poco la sua mente si svuotò e seguì un silenzio sinistro. I suoi occhi si adeguarono alla semioscurità, cogliendo i ciuffi di luce che filtravano attraverso le grate arrugginite della porta di metallo.

Le due figure enormi incombevano su di lei, sufficientemente illuminati dalla controluce, tanto che, quando uno dei due si voltò, riuscì a vedere la svastica tatuata sul suo collo. Né si sforzò di nascondere il viso. La fissavano come impressionati dall’impresa compiuta fino a quel momento, ma incerti sul come procedere. Alla fine Aglio prese il comando e, in un ceco privo di accento, disse:

Dunque, puttana, signorina .... Si guardò il palmo della mano, come a leggere ciò che vi era scritto, ma decidendo poi di non pronunciarlo. Guardò di lato, verso Vodka, alla ricerca di incoraggiamento, si voltò di nuovo verso Vanesa, sorrise mostrando una fila nauseante di denti neri e adottò un tono quasi formale, oratorio. Bene, benvenuta a Praga, il gioiello della Boemia. Come parte del pacchetto di benvenuto della città a una fica intrigante come te, vorremmo illuminarti su certe regole e usanze locali. La primissima regola è che troppa curiosità può far girare i coglioni a certa gente. Sputò nella direzione di Vanesa, voltandosi di nuovo verso Vodka per essere rassicurato.

Vodka annuì con aria solenne, torcendosi le mani per mostrare chiaramente cosa stava per succedere.

Vanesa si premette ancora di più contro il freddo umido del muro di mattoni, leggermente rassicurante grazie al semplice fatto che non era alto, muscoloso, incombente e non aveva svastiche tatuate.

Aglio iniziò a sfibbiarsi la cintura, guardando di sottecchi Vodka con soddisfazione lasciva. Soddisfatto di se stesso per aver trasformato in paura palese il disprezzo iniziale di Vanesa, continuò: ...e rompere i coglioni a certa gente, a Praga, storicamente ha conseguenze piuttosto spiacevoli, come dovresti sapere.

"Prosim, balbettò Vanesa in ceco. Per favore..."

Mentre i due uomini si abbassavano su di lei, la luce restante abbandonò quella stanza fetida come un solenne respiro finale.

Wisconsin, 1981

Quando vidi Vanesa Neuman per la prima volta, lei aveva più domande che risposte, e una chiara propensione a porle. Una volta, scherzando, le dissi che la sua insaziabile curiosità la rendeva una sorta di pozzo intellettuale senza fondo, pronto a ingoiare qualsiasi cosa gli si gettasse dentro. Viveva la sua vita interrogativa come in una specie di flusso di coscienza, una domanda portava inevitabilmente a un’altra. Una discussione sugli intonaci scrostati poteva facilmente risolversi nell’allegoria delle ombre, meandro verso la vita interna delle zanzare, guizzo verso i piatti della cena di quella sera e infine l’appollaiarsi sul ramo della falconeria mongola.

Col passare degli anni, il rapporto domanda-risposta di Vanesa si capovolse. Alla maniera degli Zeloti, dei tecnocrati, dei tassisti e dei clinicamente pazzi, ottenne troppe risposte. Mise da parte le domande, come se il suo magazzino intellettivo avesse un volume limitato. E si allontanò da me sempre di più.

Ciononostante, il tocco di certe persone che incrociano la tua vita non svanisce mai completamente. Nell’estate del 1981, più di un decennio prima di aver mai udito la parola Galerie, Vanesa divenne una di queste persone.

Ero uno studente del college, diciannovenne, serio, e lavoravo come coordinatore per adolescenti in un campo stipato nei boschi a due ore a nord di Chicago. Gli ampi terreni del campo si snodavano sul margine di un lotto silenzioso, ancora boscoso ma sempre più urbano, che era saltato fuori da una parte senza essere stato invitato. Dall’altro lato si estendeva una macchia di foresta così fitta che neanche il camper più avventuroso avrebbe osato scandagliare. A est la proprietà abbracciava il lago dal fondo fangoso e una spiaggia la cui sabbia era stata trasportata, ospitante un motoscafo veloce e un catamarano piccolo, per non parlare delle innumerevoli canoe e barche a remi, che davano solo l’impressione del movimento.

Donna, la direttrice del lungolago, sorvegliava il lago. La sua parola, inevitabilmente rafforzata da un fischio che perforava i timpani, era assoluta, come assoluto – secondo le voci che correvano – era il suo prodigioso sedere; si diceva che una volta avesse schiacciato un micetto vagante che aveva fatto una spiacevole scelta di vita: schiacciare un pisolino sulla sedia da bagnino.

Vanesa era la quintessenza della ragazza sedicenne e campeggiava nel gruppo dei più grandi, in cui ero co-coordinatore di un bungalow di ragazzi. Era alta 162 cm nelle sue All-Stars, più bassa e leggermente paffuta rispetto alle aspiranti Madonne del suo bungalow. Ma al primo sguardo si poteva avvertire il fuoco dentro di lei, nel modo in cui i suoi occhi guardavano i tuoi senza ombra di esitazione o sentore di timidezza, nel modo in cui ti poneva domande come fosse un procuratore distrettuale per poi emettere la sentenza come un giudice del Far West abituato a condannare la gente all’impiccagione. Quando discuteva aveva un modo di scuotere i ricci scuri lunghi fino alle spalle, e quando parlava sporgeva in avanti il suo fisico dal petto piccolo, come se non solo la sua mente, ma tutto il suo corpo cercasse di dimostrare il suo punto di vista.

Me ne innamorai immediatamente, e lo sono ancora oggi, ma non tanto per quello che è diventata quanto per quello che ancora rappresenta per me, cioè i nostri sedici anni.

I miei ragazzi, dalla faccia piena di brufoli, iperormonali e tuttavia lodevolmente inesperti (dopo tutto erano gli anni ’80), per l’intera durata di ogni sessione mensile del campo vivevano in un bungalow di legno sgangherato insieme a me e al mio collega coordinatore. Il bungalow, che la brochure del campo definiva rustico, vantava delle zanzariere alle finestre

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