L'altro lato del mio mare by Valerio Mignogna by Valerio Mignogna - Read Online

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L'altro lato del mio mare - Valerio Mignogna

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scavatrice

Un inizio

Non c’era spazio che delimitasse il confine tra me e ciò che sarebbe stato, come un cielo d’inverno, uno specchio compatto verso cui rivolgersi senza rancore verso se stessi.

Magro come il gelo stavo ritto a osservarmi, quell’ombelico era una buca di biliardo. Tacevo come chi non sa parlare.

La strada era un caos circense di colori, di rumori assordanti senza scopo, senza nulla verso cui tendere. Camminavo in questa pietraia di parole trascinato altrove dalla mia mente. Sfiorai un palo, tornai lì dov’ero e mi resi conto che faceva freddo, un dettaglio banale, eppure bastò a destarmi dal torpore. Dove stavo andando? Quella domanda mi aveva condotto quasi a scontrarmi col palo. No, non ero diretto a quelle otto ore di maschera che chiamavano lavoro, non era quella la risposta. Dove stavo andando sul serio? Verso quel palo, verso la solitudine, verso la sorte? Dove stavo andando, guardando oltre quell’istante? Andavo verso un altro momento uguale eppure diverso, senza riuscire a immaginare seriamente qualcosa di lontano, così che vedevo solo quel nulla di caos circense e di rumori assordanti. Camminavo e solo le mie gambe mi portavano avanti e, per questo, potevo comunque ritenermi fortunato.

Ma non fu quel giorno a dare inizio alla mia vita, fu lei a farlo. E lei venne molto prima.

1.

La prima volta che la vidi era sera, mi ero dato un tacito assenso per non sfuggire a quella presenza. Lei sorrideva, parlava come chi teme il silenzio e io non l’aiutavo. Osservavo le sue linee, il modo in cui articolava le parole con le mani, come un giocoliere, come un prestigiatore, sembrava che quelle parole fuoriuscissero, come per magia, da antri a me ignoti. Pensavo di non poter aggiungere altro, pensavo che l’unico modo per aiutarla fosse portare via la mia presenza, ma rimasi lì.

Avrei potuto dirle che non sapevo chi fosse, ma non precisamente lei, non sapevo cosa significasse avere qualcuno davanti che ti parla come se fosse normale farlo; qualcuno che cerca di convivere con se stesso, non dandosi troppa importanza, nonostante tutto il peso della propria esistenza. Non sapevo quasi nulla: cosa fosse una donna, cosa significasse bere insieme; non capivo quale fosse lo scopo, sentivo solo lei e le sue parole, sentivo il suo disagio riflesso nel mio, sentivo lo spazio che intercorreva tra noi nel tempo che ci stavamo dando. Sentivo la sua paura.

Le sue parole raccontavano di fatti, di esperienze, come se non le importasse seriamente di dove fosse, ma più di dove era stata. Portava in grembo con le mani i suoi concetti, come livree di una fiera.

Guardami volevo dirle. Guarda quanto sono magro, guarda come mi sento senza peso alcuno. Non è parlando che capirò di te e non taccio per nascondermi, bensì il contrario.

Ogni giorno mi sforzavo di apparire normale e di capire cosa davvero significasse esserlo.

«Ti va di andare in un posto con più silenzio? Ti va di camminare per cercarlo?». Questo le dissi. Mi guardò sorpresa, come se non ricordasse o non conoscesse affatto il tono della mia voce. Fece di sì col capo.

Camminava lenta, io le stavo accanto. Camminavamo per stare fermi, senza pensare a una meta e senza per questo temerla. Fuori dal gioco sociale degli uomini, eravamo niente di più di quello che poteva vedersi: due sconosciuti che condividevano un marciapiede d’autunno, giallo e marrone di foglie.

«Dove stiamo andando?» mi chiese sorridendo.

«È importante?». Fece di no col capo.

Muoveva la testa in un modo impercettibile, eppure sufficiente affinché la capissi. Era un movimento verso sinistra, breve, come a indicare una direzione, come un invito ad accostarsi. Parlava meno ora.

Non avevo molte cose da dire, non avevo argomenti eccetto quello che sentivo. Non ero lì, eppure era come se non fossi mai stato altrove. Eravamo come due tasti di un pianoforte: uno bianco e uno nero, così vicini eppure impossibili da confondere, divisi dal contrasto di un’alterazione.

«Non conosco qualcuno da tempo. Ho dimenticato come si fa» le dissi.

«Non sono più una sconosciuta. Ho costruito già castelli di parole per te e i tuoi occhi erano più attenti delle tue orecchie. Vedevi nell’aria quei castelli, ma non capivi le mie parole. Per fortuna dicevano entrambi le stesse cose».

«Perché me?» le chiesi.

«Perché ho vissuto come in un labirinto, ho girovagato per tutte le vie, ho scoperto ogni vicolo cieco, ho collezionato passaggi a vuoto. I labirinti, per chi li abita, sono case. Avevo finalmente bisogno dell’uscita, così sto cercando il coraggio».

«Ma io che c’entro?»

«Tu hai la sembianza di una delle possibili uscite o, forse, questo è solo il vestito che ho deciso di donarti, qualcosa che amo, ma che non riesco ancora a indossare. Sono passata oltre molte uscite, ora mi ci sto soffermando». «Ma i labirinti non hanno un’unica via d’uscita?» «Non i labirinti degli uomini».

«E pensi che io sia un’uscita?» «Non è importante». E mi sorrise.

Mi indicò una panchina, la guardai e dissi «Sì, voglio sedermi lì».

A volte i giorni corrono via più delle notti, come se stare in verticale non significhi necessariamente esser desti.

Lei ora era un ricordo vago, come un sogno che credevo d’aver vissuto. Dalla finestra vedevo il mare. Per lungo tempo era stato il mio unico desiderio alzandomi al mattino: vedere il mare. Quel giorno era agitato come le fronde dell’albero, scosso da un vento caldo di libeccio. Nell’aria c’era l’odore della terra lontana portata qui dall’acqua. Stava per piovere sabbia del deserto.

Respiravo con forza, avevo la sensazione che il vento mi portasse via l’aria da sotto il naso, ma non era lui a giocarmi questo scherzo.

L’estate fa tante cicale, tanto rumore per nulla. Il posto dove vivevo si popolava di genti assetate di rumore, per fortuna poi arrivava l’autunno a portarle via. Il vento di quei giorni era un vecchio spazzino che portava via i coriandoli di un carnevale riuscito male. Io stavo lì a vederli volare via, restando dove ero sempre stato.

Era una città la mia, non un piccolo porto, eppure il mare d’inverno lascia solo poche anime a popolarlo. D’inverno strilla lui e si fa fatica a starlo a sentire.

Ettore stava lì, oltre il cancello, lo vedevo da lontano. Lui era il custode dei giocattoli, diceva. Lavorava al rimessaggio. Parlava da giugno a settembre, il resto dell’anno diceva che provava a liberarsi. Lo salutai, spinse il comando di apertura del cancello senza chiedermi se volessi entrare. Stava seduto nel gabbiotto a guardare la marea alzarsi. Entrai che già aveva messo su il caffè.

«Tira dalla Libia oggi, porta terra e sudore».

Feci di sì con la testa.

«Ieri t’ho visto passare con lei».

Ettore non sapeva lei chi fosse, ma quello era il suo modo di darle una prima dignità. Non sapeva cosa lei fosse per me, ma sapere che era entrata nella mia vita era già abbastanza.

Lo guardai con timore, ma non era lui a spaventarmi, quanto il suo ingegno. Lui fece un segno di assenso col capo.

«Qua la gente ci lascia il suo desiderio d’avventura. Tutte queste barche… una volta erano avventura e morte, ora è solo un gioco che esorcizza la paura. È un’avventura legata, che non spaventa più».

Sputò a terra, bevve il caffè con due sorsi lenti, distanti secondi uno dall’altro.

«L’avventura c’è quando ti abbandoni a qualcosa o a qualcuno e te la fai addosso».

Mi guardava negli occhi già stanco delle sue parole, nella speranza che avessi capito.

«Lo so» risposi bevendo il mio caffè. «Che fai qui tutto l’inverno?» continuai.

«Bevo tanto caffè e alla sera vino. Dormo poco. La televisione non mi piace, sembra un cane che abbaia di continuo appena gli volti le spalle. Leggo quello che capita, per il resto mi annoio».

Lo guardai aspettando, come se non avesse finito, ma invece era già in là con lo sguardo.

«Vuoi sapere delle femmine tu». Sorrisi abbassando lo sguardo. «Quelle ormai sono roba per te, io qui c’ho già abbastanza con del buon caffè».

Tacque per un po’.

«A volte vado lì al lungomare, sempre dalla stessa, sono fedele pure a puttane. La chiamo per nome e lei pure, le do i soldi il giorno prima, così che poi il giorno dopo pare che non ci siamo messi d’accordo. Mi viene la paura che mi dica di no, come con le ragazzette quando ero giovane. Sono tutte dell’est ormai, sono donne diverse, ma ti fanno ridere e ho più bisogno di quello che del resto. Te invece fai finta di non conoscerle».

«Io no». E non sapevo quel no cosa volesse dire. «Io so’ ciecato».

Fece di sì con la testa.

«Tu ti vergogni e manco lo sai che sono. Quando trovi una che alla mattina si sveglia prima di te e ti scalda il latte,

poi quell’odore ti rimane nel naso»

«Io nel naso c’ho sempre l’odore dell’ospedale»

«Sì ma a stare sul tetto a tirare l’aquilone, non se ne va mica quell’odore».

«C’ho paura di stare per terra, Ettore».

Non lo chiamavo mai per nome, e quando lo facevo, lui capiva che c’era da tornare zitti.

«‘Sta settimana non lavori?» mi chiese. «‘Sta settimana no».

È vero, tiravo quell’aquilone come se avessi paura che andasse via da me, e io non volevo restare là da solo. A volte lo sognavo, tiravo forte, ma lui tirava ancora più forte me, finché tutti e due andavamo via e, invece di cadere giù dopo qualche metro, sparivamo e volavamo altrove, sempre quell’altrove che non è luogo ma è solo sentire. E sentivo bene quando ci andavo.

Io ero scemo, ma lo sapevo. Quando passavo davanti al bar quelli mi guardavano e ridevano, io li lasciavo fare ché finché facevano così, non mi davano fastidio. Cercavo di stare dritto con la schiena, come se un filo mi tirasse su dal petto. Guardavo avanti e ridevo pure io, perché parevo davvero scemo. Se facevo così mi faceva meno male, perché un po’ lo facevo apposta.

Mi ci avevano sempre chiamato, perché ero sempre stato scemo, poi da quando ero sparito per un po’, e tutti lo sapevano, mi ridevano dietro, ma non più davanti. Pure a quelli avevano spiegato quando stare zitti.

Col tempo poi erano finiti tutti a testa bassa a guardare i telefoni, così anche lo scemo del villaggio pareva meno interessante. A volte ridevano e si facevano foto o filmini mentre mi deridevano, ma durò poco, finirono pian piano, semplicemente, di nuovo con la testa bassa a ignorare il mondo.

Quanto a me, non avevo pretese e questa era la mia salvezza. Vivevo in una piccola mansarda sopra casa di mio padre, facevo un lavoro mal pagato e in nero. Riuscivo a mangiare e a pagare le bollette. A volte mi concedevo il lusso di avere dei soldi da parte, seppur pochi. Li davo a mio padre. Era così difficile pretendere altro, così distante. Ero talmente abituato a non desiderare, o meglio, a sapere di non poter avere nulla, che anche quando potevo permettermi una cosa in più, finivo per fare quello che sapevo fare meglio: rinunciarvi. Avevo sconfitto la povertà eliminando ogni desiderio, rinunciando, in questo modo, a un futuro