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The Hole: Sistema Solare

The Hole: Sistema Solare

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The Hole: Sistema Solare

Length:
481 pages
5 hours
Released:
Apr 28, 2022
ISBN:
9781667420196
Format:
Book

Description

Un buco nero minaccia la Terra.

Un oggetto misterioso minaccia di distruggere il nostro sistema solare. La sopravvivenza dell’umanità è a rischio, ma nessuno prende sul serio l’avvertimento della giovane astrofisica Maribel Pedreira. Nel mentre, un equipaggio di emarginati estrae minerali rari su un remoto e solitario asteroide.

Quando gli altri scienziati finalmente danno credito all’allarmante scoperta di Maribel, si rendono conto che quegli emarginati sono gli unici che potrebbero salvare il nostro mondo, consci che IL BUCO sfreccia inesorabilmente verso il sole.

Released:
Apr 28, 2022
ISBN:
9781667420196
Format:
Book

About the author


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The Hole - Brandon Q. Morris

The Hole

THE HOLE

Hard Science Fiction

BRANDON Q. MORRIS

HardSF.it

(c) Brandon Q. Morris 2021


Tutti i diritti riservati

Distribuito da Babelcube, Inc.

www.babelcube.com


Web: hardsf.it

E-Mail: brandon@hard-sf.com

Facebook: www.facebook.com/BrandonQMorris/

Traduttore: Paola Sambruna

Editore: Alessandra Elisa Paganin, Enrica Marchi

Design della copertina: Haresh R. Makwana


Brandon Q. Morris è un marchio registrato dell'autore.


Babelcube Books e Babelcube sono marchi registrati Babelcube Inc.

Indice

The Hole

Nota dell’autore

Dello stesso autore

Buchi neri – Una visita guidata

Glossario degli Acronimi

Note

The Hole

1° gennaio 2072, asteroide 2003 EH1

Doug aveva i brividi. Diede un’occhiata al display sul braccio destro. Il riscaldamento funzionava a pieno regime, quindi non era un problema tecnico e questo lo rassicurò. Aveva sempre freddo subito dopo essersi alzato: perché aveva insistito per guardare il sorgere del sole? Un attimo prima aveva sentito Sebastiano fare rumore. L’italiano doveva essere al caldo, in cucina, a preparare il pranzo di Capodanno da cui era ossessionato da giorni. Maria era probabilmente sotto la doccia, con l’acqua calda che le schizzava su tutto il corpo; avrebbe dovuto tenerle compagnia, invece di andarsene in giro al buio.

Ma perché aspettare? pensò Doug. Decise invece di fare qualche passo verso il sole e la torcia sul casco gli indicò la strada. Sebbene conoscesse quasi ogni metro quadrato della sua dimora temporanea un asteroide può cambiare, proprio come un essere vivente. La spaccatura davanti a lui era solo una crepa sottile al loro arrivo, due anni prima: ora era larga sette od otto metri ed era altrettanto profonda. Doug si spinse con un po’ più di forza del necessario, fece un salto in avanti e fluttuando raggiunse l’altro lato. 2003 EH1 non aveva abbastanza massa per attrarlo con la sua gravità; un salto mal impostato, verso l’alto e con troppa energia, avrebbe trasformato Doug da astronauta a piccolo oggetto interplanetario. Il grande contenitore a forma di bombola che aveva sulla schiena non solo gli forniva aria respirabile, ma fungeva anche da razzo di emergenza. Se fosse andato alla deriva nello spazio avrebbe potuto usare il secondo ugello del gas come mini propulsore per mettersi in salvo.

Ancora una decina di metri, calcolò Doug. Un bordo dorato sembrava avvolgere la roccia nera davanti a lui. Si fermò. Ci manca poco. Un punto luminoso di colore giallo-biancastro spuntò sopra il crinale. In pochi secondi divenne un semicerchio, poi un cerchio: la prima alba dell’anno nuovo! Doug trattenne il respiro. Avrebbe voluto viverla nel silenzio solenne dello spazio, ma la sua tuta faceva inevitabilmente rumore, anche se tratteneva il respiro; le sue orecchie udivano comunque ronzii, sibili e scricchiolii, mentre il sole sorgeva lentamente nel firmamento nero.

Senza la radiazione solare lui e il suo equipaggio non potevano sopravvivere, come confermavano i pannelli fotovoltaici accanto all’astronave che proprio in quel momento venivano colpiti dai primi raggi che fornivano l’energia. Ma dall’asteroide quella stella lontana non somigliava per niente alla madre vivificatrice che Doug ricordava di vedere dalla Terra. No, era più come una visitatrice casuale a cui non importava granché degli abitanti dell’asteroide 2003 EH1, probabilmente a causa dell’intensa oscurità dello spazio che sembrava assorbire tutta la luce. Il sole colorava il cielo terrestre di tonalità calde, ma lo spazio rimaneva inesorabilmente nero. Doug alzò un dito inguantato e coprì il disco solare: se non ci fossero state le ombre lunghe e aguzze sulla superficie, avrebbe anche potuto essere notte. C’erano solo un bagliore accecante e il buio assoluto. Viaggiava nello spazio da oltre trent’anni, ma non si era mai abituato a questo contrasto estremo, o all’oscurità delle tenebre. Il disco solare cinque volte più grande, che era abituato a vedere dalla Terra, era probabilmente diventato parte della memoria collettiva dell’umanità.

Doug si guardò intorno. Ora che il sole era visibile la Terra non doveva essere lontana; la cercò e scorse alcuni puntini bianchi, i possibili candidati, ma non riusciva a sceglierne uno specifico. Avrebbe dovuto scaricare la mappa stellare aggiornata prima di uscire, ma non riusciva a ragionare più di tanto dopo essersi svegliato. Il secondo punto più luminoso là in fondo doveva essere Giove. ‘In linea d’aria’, il pianeta gigante doveva essere lontano da lui quasi quanto lui lo era dalla Terra.

Doug scoppiò a ridere da solo, pensando alla strana espressione che aveva usato. Non poteva certo volare da lì fino a Giove, poiché l’aria a disposizione era solo quella nella sua bombola sotto pressione. Biologicamente, l’asteroide su cui stavano viaggiando era completamente morto; un tempo era stato una cometa, ma nel corso della sua vita la radiazione solare l’aveva spogliata della maggior parte dei suoi materiali volatili.

Doug si sedette e passò il guanto sul sottile strato di pulviscolo che ricopriva la roccia sgretolata. Sollevò alcuni frammenti e li strofinò tra le dita. Sarebbero ricaduti lentamente a terra impiegando diversi giorni, o forse anche settimane, poiché la gravità dell’asteroide era molto bassa. Quelle particelle contenevano carbonio, azoto, ossigeno e silicio, ma anche metalli preziosi ed elementi di terre rare, e tutti in concentrazione notevolmente più elevata rispetto alla Terra. Ecco il motivo per cui erano lì: viaggiavano nello spazio su uno scrigno volante. Doug contava i giorni: l’equivalente di altri millecento giorni terrestri e sarebbero stati tutti ricchi.

Lorsignori vengono per favore a colazione? la voce di Maria alla radio del casco sembrava stizzita, ma lui sapeva che non era arrabbiata per davvero: era solo parte del rituale quotidiano. Solitamente facevano colazione nel modulo che chiamavano ‘il soggiorno’, poiché Sebastiano lavorava quasi tutta la mattina in cucina e non faceva entrare nessuno. Oggi, casualmente, l’alba e l’inizio della loro giornata coincidevano. Gli orari delle loro giornate erano basati su quelli della Terra, mentre 2003 EH1 ruotava attorno al proprio asse ogni settecentocinquantasei minuti, cioè ogni 12,6 ore terrestri.

Arrivo rispose Doug alzandosi e dando le spalle al sole: la sua ombra era così lunga che quasi raggiungeva la nave. Kiska consisteva in un modulo di comando sferico e un propulsore cilindrico. Si teneva ancorata all’asteroide per mezzo di quattro gambe d’atterraggio. Originariamente l’astronave era conosciuta solo tramite un codice di identificazione molto lungo; Doug cercò di ricordarselo, ma riuscì ad arrivare solo fino a K76M4. Poco dopo il lancio Maria l’aveva chiamata Kiska, che in russo significa ‘gattino’.

Sei quasi qui? Non dimenticare di pulirti gli stivali!

Sì, Masha, rispose, usando il suo vezzeggiativo. Solo un momento.

Doug si diede una spinta in avanti, verso l’astronave. I loro alloggi erano sul retro, in una profonda scanalatura cilindrica scavata appositamente subito dopo il loro arrivo; in questo modo, l’asteroide forniva loro una protezione ottimale contro i meteoriti e le radiazioni cosmiche. Il computer aveva calcolato che la probabilità di essere colpiti era meno di un decimo dell’1% per l’intera durata della loro permanenza.

Doug si guardò intorno mentre fluttuava sulla superficie aspra dell’asteroide. Davanti a sé poteva vedere per diverse centinaia di metri, ma guardando a destra o sinistra l’orizzonte era a una cinquantina di metri di distanza. Se avesse svoltato di 90 gradi e girato intorno all’asteroide a quella velocità, sarebbe tornato alla sua posizione in non più di mezz’ora. In pratica si stava muovendo sopra la superficie porosa, bruno-rossastra e grigia di un’enorme roccia a forma di missile che sfrecciava attraverso l’universo a parecchi chilometri al secondo. Tuttavia, il mondo intorno a lui sembrava immobile.

L’astronave sembrava diventare più grande man mano che si avvicinava. Doug afferrò una delle gambe di atterraggio e si fermò. Kiska lo sovrastava come un grattacielo di otto piani. Le gambe di atterraggio la tenevano ancorata all’asteroide, ma anche senza di esse la nave sarebbe rimasta salda come una roccia semplicemente grazie alla sua grande massa, dando a Doug una sensazione di sicurezza. Nonostante la gravità fosse vicina allo zero, non poteva spingere Kiska da un lato: proprio come un insetto che, colpendo in volo un ciclista, non potrebbe farlo cadere dalla bicicletta.

La gamba d’acciaio della nave sembrava nuova. Doug accarezzò un’area con la mano guantata e si rese conto di quanto il suo aspetto fosse ingannevole: nonostante il metallo non arrugginisse, poteva sentire le minuscole ammaccature da impatto lasciate dai micrometeoriti. Questo non era il primo viaggio di Kiska ma avrebbe potuto essere l’ultimo, a seconda dei prezzi, sulla Terra del 2075, delle materie prime che stavano estraendo. Se per allora tutti e tre avessero avuto abbastanza soldi sui loro conti, avrebbero potuto andare in pensione. Doug sospirò. Proprio come la nave, non stavano ringiovanendo.

Lasciò la gamba d’atterraggio di Kiska e i suoi pensieri, poi si mosse lentamente intorno alla nave. Cinque metri dietro di essa, alcuni gradini portavano verso il basso. Usò il corrimano per scendere, una necessità biomeccanica causata della mancanza di aiuto da parte della gravità; la ringhiera era altrettanto essenziale per salire le scale: impediva che con una spinta si venisse mandati nello spazio invece che sul gradino successivo.

Il profilo del tetto dei loro alloggi era delineato da LED che lampeggiavano a ritmo lento. Quattro linee colorate conducevano dal bordo fino al centro, dove si trovava la camera di decompressione. Il portellone era aperto: Doug non si era preso la briga di chiuderlo quando era uscito. Se Maria lo avesse saputo lo avrebbe rimproverato, anche se lui non vedeva motivo per chiuderlo dato che lì non esistevano né intemperie né altri esseri umani. I tre membri dell’equipaggio erano gli unici esseri viventi conosciuti nel raggio di almeno seicento milioni di chilometri, quattro volte la distanza tra la Terra e il Sole.

Doug si fermò per un momento prima di arrampicarsi nel buco nero. Kiska gettava una lunga ombra che cadeva direttamente sulle loro serre. Le luci verdi ai loro ingressi indicavano che i supporti tecnologici funzionavano correttamente; se non fosse stato così, Maria sarebbe già stata nell’esoscheletro di riparazione per risolvere il problema.

Doug mise un piede all’interno del portellone, come aveva già fatto migliaia di volte, ma la voce automatizzata lo fece trasalire comunque.

"Benvenuto nella camera di decompressione di Kiska. Si prega di chiudere il portellone in modo che la pressione possa essere portata ai valori normali."

Dopo l’atterraggio, Maria aveva fatto una copia del software automatico di Kiska: non potevano permettersi una vera intelligenza artificiale. Sebbene il programma non poteva sapere dove si trovasse, fino a quel momento aveva fatto bene il suo lavoro, che includeva anche l’attivazione delle strisce di illuminazione rosse ai bordi della camera di forma approssimativamente quadrata; non facevano abbastanza luce per vedere tutte le chiusure e i pulsanti della tuta spaziale, ma era intenzionale, poiché la camera non era ancora stata riempita d’aria. Doug si diede una spinta e fluttuò verso il soffitto per chiudere il portellone.

Portellone chiuso confermò la voce automatizzata. Regolamento pressione dell’aria.

Doug canticchiava una melodia che gli era venuta in mente all’improvviso; non si ricordava né il nome della canzone né le parole, sembrava fosse una canzone country. Sorrise, visto che non gli era mai piaciuta la musica country. L’esposizione alle radiazioni durante la sua lunga carriera di astronauta stava probabilmente cominciando a intaccare le sue ‘celluline grigie’.

Pressione dell’aria regolare udì, e contemporaneamente l’illuminazione passò al bianco. Doug iniziò a togliersi la tuta spaziale: cominciò dal casco, seguito dalla parte superiore, denominata Hard Upper Torso o HUT, e infine dalla parte inferiore, realizzata in materiale flessibile. Tenne indosso la LCVG, o indumento di raffreddamento e ventilazione liquidi, una sorta di biancheria intima che regolava la temperatura. A Maria piacevano le temperature fresche all’interno della stazione, forse ci era abituata a causa del lungo periodo in cui aveva vissuto in Siberia, e Sebastiano trascorreva la maggior parte del suo tempo nella cucina surriscaldata, così Doug era l’unico a doversi vestire pesante. E cosa poteva esserci di più adatto, se non la LCVG? Poteva persino affrontare il freddo dello spazio. Era abituato a sentire Maria che lo prendeva in giro.

Ti sei ricordato gli stivali? la voce era più ovattata di prima, poiché proveniva dalle cuffie del casco che aveva appoggiato sul pavimento.

Doug scosse la testa (no, non l’aveva fatto) e disse: Certo, naturalmente.

In un angolo della stanza c’erano un secchio e uno straccio e Doug vi si chinò sopra. Merda, disse calmo: ecco la risposta al perché avrebbe dovuto chiudere il portellone. Il secchio era mezzo pieno d’acqua ma il vuoto continuo l’aveva fatta evaporare, però lo straccio al suo interno sembrava ancora bagnato. Doug si rimise il guanto destro, raccolse lo straccio e si pulì entrambi gli stivali. Maria diceva che altrimenti avrebbe lasciato un sacco di sporcizia negli alloggi dopo le sue escursioni. Non riusciva a capire come qualche granello di polvere rappresentasse un vero problema, ma visto che la rendeva felice si sarebbe pulito gli stivali. ‘Vivi e lascia vivere’. Quello era l’unico modo in cui tre persone potessero sopravvivere per più di cinque anni stipate in sessanta metri quadrati.

Beh, avevano bisogno anche di poche altre cose, per esempio del buon cibo, che per Sebastiano sembrava essere un motivo di vita. Doug aveva notato questo suo lato esaminando il fascicolo di richiesta dell’italiano. Shostakovich gli aveva fornito l’accesso all’inizio, quando Doug stava cercando di mettere insieme un equipaggio. Si riferiva ancora a Sebastiano come ‘il ragazzo’ anche se, a quarantanove anni, l’italiano aveva solo sette anni meno di lui. A vent’anni Sebastiano era stato un pilota da combattimento, a ventisei aveva compiuto la sua prima missione spaziale per l’ESA e poi era improvvisamente diventato pizzaiolo nel ristorante di famiglia. Doug non fece altre domande. Quante volte trovi un cuoco con esperienza spaziale che sappia fare qualcosa di più che aprire barattoli e immergere sacchetti di plastica nell’acqua calda?

Ragazzi, andreste gentilmente in soggiorno? Ho fame! Ora Maria sembrava proprio arrabbiata e lui doveva sbrigarsi. La luce verde stava già lampeggiando sulla porta della camera di decompressione. Doug ruotò diverse volte la maniglia verso sinistra e poi spinse verso l’esterno la pesante porta di metallo, che si aprì con un cigolio. A questo livello, quello più alto, per motivi di sicurezza c’erano solo i magazzini di stoccaggio. Per scendere, si passava attraverso un buco rotondo nel pavimento, con un palo attaccato al bordo; il palo avrebbe dovuto aiutarli a salire o scendere più rapidamente, ma per Doug era principalmente causa di numerosi lividi. Gli altri lo prendevano in giro perché era così goffo in assenza di gravità, nonostante la sua lunga esperienza di voli nello spazio.

Per evitare l’ennesimo livido, Doug si tirò lentamente verso il basso. C’erano quattro porte ai quattro quadranti del secondo livello: la porta del bagno era aperta e ne usciva un po’ di vapore, Evidentemente Maria aveva appena finito di fare una doccia calda; a destra del bagno c’era la camera di Maria, a sinistra la sua, e dietro di lui c’era quella di Sebastiano, anche se lui a volte preferiva dormire in cucina. Nonostante tutti i fastidiosi effetti della gravità zero, almeno c’era il vantaggio di non aver per forza bisogno di un letto per dormire.

L’intero terzo livello costituiva il ‘soggiorno’. Il nome l’aveva inventato Maria, ma in realtà era una stanza che veniva usata per fare tutto ciò che non creasse umidità o sporcizia. Era lì che si trovava l’attrezzatura per fare ginnastica, su cui dovevano soffrire per quasi un terzo di ogni giornata. Sempre in questa stanza Maria aveva il suo angolo TV, dove passava ore a guardare i programmi televisivi trasmessi dalla Terra, e dove a Sebastiano piaceva giocare a scacchi contro se stesso, quando non era impegnato a cucinare.

L’italiano e Maria erano già seduti al grande tavolo sul lato destro della stanza. Doug si affrettò, poi rallentò il suo slancio quando raggiunse lo schienale della poltrona e, aggrappandosi, si mise seduto; Maria gli sorrise e allora capì che aveva solo finto di essere arrabbiata. Cominciò a versare il caffè e per farlo si alzò leggermente; si sentì uno strappo, causato dal distaccamento di una striscia di velcro: era stata un’altra delle sue idee per simulare una vita quotidiana relativamente normale; al posto della gravità, i minuscoli uncini elastici li tenevano attaccati alle sedie. Doug vi si era abituato incredibilmente in fretta, e Maria aveva già attaccato strisce di velcro a quasi tutti i loro indumenti.

Potresti tenermi la tazza per favore?

Doug alzò la tazza. Maria inclinò la caffettiera coperta finché il beccuccio puntò direttamente alla sua apertura, poi le diede una leggera spinta e il suo coperchio si aprì per far uscire il caffè.

Perfetto, come sempre, disse Doug, e Maria sorrise. La giusta quantità di caffè si spostò in linea retta nell’aria dalla caffettiera alla tazza; Doug inclinò leggermente la tazza, il caffè caldo raggiunse l’imboccatura e seguì la curvatura del recipiente. Se Doug avesse tenuto in mano una tazza normale, il caffè sarebbe uscito di nuovo, ma il bordo di questa particolare tazza era ripiegato verso l’interno. Come per il surf su una spiaggia terrestre, il flusso di caffè rallentò come un’onda di ritorno, che a sua volta decelera le onde in arrivo procedendo verso la riva. Finora era stato rovesciato del liquido solo tre volte, e ogni volta era stata colpa sua.

Grazie, disse.

Maria ne versò anche per l’italiano e poi si rimise a sedere.

Sebastiano non faceva mai colazione. E com’era l’alba? gli domandò.

Un’alba magnifica, disse Doug con un sorriso. Si chiese quante volte avesse già dato la stessa risposta. Cento volte? Centocinquanta? Ciò nonostante, il suo sorriso era sincero e la domanda di Sebastiano lo rese felice. Era davvero dannatamente fortunato a trovarsi nel posto giusto al momento giusto, con l’equipaggio perfetto. Lui fra tutti! Di certo non si meritava tanta fortuna, perché aveva fatto del male a tanti: ad alcuni per caso, ad altri perché non era riuscito a farne a meno, come la sua prima moglie che aveva tradito con la migliore amica di lei. Ad altri aveva fatto del male di proposito, perché era invidioso o geloso oppure perché Shostakovich l’aveva pagato bene per farlo.

Quanto durerà? si chiese. Le cose andavano bene da più di due anni e questo lo preoccupava. Prima o poi sarebbe arrivato il momento in cui le cose gli si sarebbero ritorte contro. Non riusciva proprio a togliersi di dosso quella sensazione.

Maria gli mise la mano sulla sua. Lui la guardò.

"La tua kasha ¹ si sta raffreddando," disse, spingendogli la mano verso il cucchiaio. Davanti a lui c’era una scodella di kasha di grano saraceno, l’unica cosa che Maria sapesse cucinare. Non sopportava il sapore della kasha. Sebastiano forse aveva scelto di non fare colazione perché la pensava allo stesso modo ma Doug, da bravo, mangiava sempre tutta la kasha nella propria scodella, per Maria.

Si era innamorata di lui, ammise una volta, perché aveva mangiato un intero piatto di kasha di grano saraceno solo per lei. Era stato poco dopo averla assunta come sua ‘Venerdì’, come diceva lui, per i cinque anni e mezzo su 2003 EH1. L’aveva portata via dalla sua ‘casa’ nella Siberia più remota, il bordello a Tsiolkovsky, dove Shostakovich gestiva il suo spazioporto. Maria aveva acconsentito, benché lo conoscesse a malapena, ed era abbastanza consapevole di cosa avrebbe comportato il suo lavoro. Gli aveva anche spiegato le cose, in seguito, in termini più pratici: a quarantadue anni la carriera rimanente per quella ‘professione’ era poca, e un fondo pensione di tre quarti di milione di dollari, basato sui prezzi dei minerali di quel periodo, era proprio ciò di cui aveva bisogno. Nessuno dei due si aspettava che lei si sarebbe innamorata di lui.

A volte Doug considerava l’alternativa: un cuoco per del buon cibo, una donna solo per il sesso... avrebbe funzionato a lungo andare? In quei giorni non ne aveva proprio idea. Doveva essere stato davvero stupido all’epoca.

Si asciugò la bocca con la mano sinistra. Mangiare la kasha di grano saraceno a gravità zero non era proprio semplice. All’inizio si spalmava spesso il contenuto del cucchiaio sul viso, ma ora aveva imparato bene come fare: doveva sempre tenere il cucchiaio in linea con la direzione del vettore di accelerazione. Doug non era proprio un mago della matematica, ma conosceva il vettore di accelerazione, la freccia che puntava nella direzione del cambio di velocità, perché era un pilota. Una volta capito questo, mangiare in condizioni di microgravità non fu più un problema. Nemmeno il sesso. Doug sorrise tra sé, distratto da quel pensiero.

Merda! gridò. Un getto di kasha caldo gli colpì la guancia; un secondo di distrazione. Maria e Sebastiano ridevano.

A cosa stai pensando oggi? gli chiese lei, porgendogli un tovagliolo di stoffa.

Non lo so... Grazie.

Deve essere a causa della data! disse Sebastiano alzandosi dalla poltrona. Nel caso ve lo siate dimenticati, oggi inizia un nuovo anno! Ho una sorpresa per voi due. Si allungò sotto il tavolo e tirò fuori una bottiglia che doveva essere rimasta lì a fluttuare per un po’.

Che cos’hai lì? Maria guardò la bottiglia a bocca aperta. Sebastiano le diede una leggera spinta e la bottiglia fluttuò verso Maria.

Autentico ‘Champagne della Crimea’. Leggi tu stessa l’etichetta. Non è stato facile procurarselo.

Sì, non ci sono abbastanza supermercati qui, rispose Doug.

"L’ho preso sulla Terra. Stavano varando una nave sulla rampa di lancio accanto a Kiska. Così sono andato là sulla mia sedia a rotelle, nessuno può negare nulla a uno storpio," disse, indicando le proprie gambe.

Sei il migliore, disse Doug.

Avresti potuto berti la bottiglia da solo, disse Maria, e puoi ancora farlo, se vuoi.

Non se ne parla, rispose Sebastiano. Non mi terrei una bottiglia per più di due anni per poi bermela da solo. Si beve con gli amici, e poiché siamo quasi a metà strada, oggi è l’occasione perfetta.

Va bene, disse Maria. Doug vide una gioia così sincera sul suo viso che quasi si commosse. Maria sapeva essere felice in un modo che lui invidiava.

Ma come si apre una bottiglia di spumante a gravità zero? chiese Sebastiano.

Sei tu il cuoco, amico, rispose Doug.

Un cuoco non è un cameriere.

Di cosa ti preoccupi? chiese Maria. Abbiamo una pressione dell’aria assolutamente normale qui dentro. Se estraiamo il tappo lentamente, in modo che la pressione nella bottiglia fuoriesca gradualmente, dovrebbe andare tutto bene.

E come fai a saperlo?

"In The Man on the Moon una volta avevano una bottiglia di birra di frumento."

Non era quella serie tv ambientata su una base lunare? domandò Doug.

Sì, con il tizio alto e biondo nel ruolo principale, quello che faceva sempre delle facce così buffe.

E il ragazzo di colore, basso, che lo prendeva in giro?

Mi state prendendo in giro. Non è carino, disse Maria, imbronciata.

"Hai ragione. Per rimediare, mi offrirò come cavia per l’Operazione Champagne della Crimea. Se qualcosa va storto, puoi ridere di me."

Anch’io?

Sì, anche tu, Sebastiano.

L’italiano annuì. Bene, allora comincia. O devo spiegarti prima come preparare il tappo?

No, grazie. Doug afferrò la bottiglia e la tirò verso di sé, poi si sedette sulla poltrona. Se il tappo fosse uscito per la forte pressione, avrebbe voluto risparmiarsi l’imbarazzo di essere scagliato nella direzione opposta. Ma forse Maria aveva ragione. Di recente, i produttori di serie TV si sono documentati abbastanza bene, pensò Doug. Cercò il filo di ferro da srotolare intorno al collo della bottiglia, ne trovò l’estremità, la sollevò e iniziò a girarla in senso antiorario.

All’improvviso fu interrotto da un suono acuto che aveva sentito solo una volta negli ultimi due anni, ma che poi si era rivelato un falso allarme.

Allarme di prossimità, avvisò la voce del computer. Oggetto non identificato nel raggio del radar.

Doug lasciò andare con cautela la bottiglia di champagne. Fluttuò proprio là, nel punto in cui l’aveva tenuta.

Computer, la stazione è in pericolo?

Dati insufficienti.

Allora perché c’è stato un allarme generale?

La mia programmazione richiede l’attivazione di un allarme in determinate circostanze.

E che tipo di circostanze sono, per favore?

L’oggetto non sembra essere di origine naturale.

1° gennaio 2072, Pico del Teide, Tenerife

Maribel fermò la sua SEAT davanti alla sbarra e suonò il clacson. Il guardiano di stanza nella guardiola non fece nulla: sembrava stesse dormendo profondamente. Da un lato lo capiva, dall’altro era il suo lavoro e doveva farlo. Anche lei aveva festeggiato fino a tardi la sera prima, anzi, in realtà fino a quella mattina. E poi il suo ragazzo l’aveva lasciata, oltretutto, perché lavorava troppo! In realtà lui trascorreva più tempo in ufficio rispetto a lei, ma il suo posto di lavoro era nemmeno a cinque minuti dall’appartamento che condividevano. Quello di lei, invece, si trovava a un’altitudine di 2.400 metri sul Pico del Teide, il vulcano più grande dell’isola di Tenerife. Che idiota, non la meritava davvero. Va bene, allora, era finita! Non appena finito il turno, avrebbe cercato un altro appartamento.

Suonò di nuovo con rabbia il clacson, ma la sbarra rimase chiusa. Dannazione! Spense il motore, tirò il freno a mano, afferrò la sciarpa dal sedile del passeggero e scese. Il vento gelido la colpì in pieno viso. All’improvviso si sentì sobria come mai prima d’ora, come se il veglione di Capodanno della sera prima non ci fosse mai stato.

Si avvolse la sciarpa intorno al collo mentre faceva il giro della macchina e si avvicinò alla finestra della guardiola della sicurezza, bussando con forza. Niente. Poi girò attorno alla struttura di legno fino alla porta sul retro; girò la maniglia e la porta si aprì. Ma dov’è il tizio? Alla sua destra c’era un’altra porta, socchiusa. L’aprì con circospezione e in effetti c’era il guardiano, sdraiato su una branda, che russava sonoramente. Maribel si chiedeva se non fosse sufficiente premere il pulsante per far alzare la sbarra e poi scomparire. Ma se il suo capo avesse trovato il guardiano in questo stato, l’uomo avrebbe sicuramente perso il lavoro; lei sapeva che aveva tre figli e il suo capo era ingiusto, uno stronzo che non perdonava mai a nessuno un solo errore.

Non poteva lasciare l’uomo lì disteso in quel modo. Maribel uscì svelta dalla guardiola di legno attraverso la porta sul retro e notò alcuni cumuli di neve sul ciglio della strada. Non c’era molta neve quell’anno, ma era più che sufficiente per il suo piano. Raccolse tanta neve quanta ne riusciva a portare con entrambe le mani, poi entrò dalla porta aperta sul retro, andò nella stanza con la branda e lasciò cadere la neve sul viso del guardiano addormentato. Uscì svelta dalla stanza, premette il pulsante della sbarra e corse fuori. Si merita un po’ di punizione!

Nell’auto c’era ancora caldo, ma Maribel si tenne la sciarpa. Avviò il motore, premette la frizione mentre premeva leggermente l’acceleratore, quindi tolse il freno a mano. Dieci metri dietro di lei c’era un precipizio di mille metri; lavorava lì da tre mesi, ma avviare l’auto su quella salita la faceva sentire ancora insicura. Perché suo padre le aveva regalato un’auto così vecchia? Sebbene la SEAT fosse carina e le piacesse guidarla, sarebbe stato meglio una a cambio automatico, soprattutto perché non poteva prendere l’autostrada nelle ore di punta, quando era riservata alle auto a guida automatica: la legge non faceva eccezione per i macinini di cinquant’anni.

La strada stretta si snodava e serpeggiava attraverso il paesaggio. Maribel superò il TCS, il primo telescopio riflettore dell’osservatorio, che quest’anno avrebbe celebrato il suo centenario. A destra riconobbe il telescopio solare francese Themis, anch’esso piuttosto vecchio. Era diretta al centro visitatori, situato dietro il nuovissimo OGS2, la versione ‘nuova e migliorata’ dell’Optical Ground Station, che l’Agenzia Spaziale Europea aveva inaugurato due anni prima. La strada antistante era stata parzialmente scavata per fare spazio ad altri cavi da posare; erano già stati sistemati da un po’, ma il buco nella strada sembrava essere sempre in attesa di riparazione. A Maribel sarebbe importato molto meno, se non avesse dovuto ascoltare il suo capo lamentarsene in continuazione.

Proprio adiacente al centro visitatori c’era un parcheggio con le stazioni di ricarica. Anche se si era preparata al freddo, quando scese dall’auto rabbrividì: solo un’ora prima era partita da La Laguna dove c’erano 18 gradi! Non pativa molto il freddo, altrimenti non avrebbe mai studiato astrofisica, ma aveva difficoltà con i notevoli sbalzi di temperatura del luogo.

Doveva collegare manualmente la SEAT alla colonnina, perché la sua vecchia auto non era in grado di farlo automaticamente. Girò attorno al veicolo. Ci mancava solo questa! La stazione di ricarica era bloccata. Ma chi potrebbe bloccare le stazioni di ricarica in un’area recintata e sorvegliata? Qualcuno pensa davvero che le persone vengano fino a 2.400 metri per rubare l’elettricità? Maribel mise il broncio: si vide nel vetro del finestrino del passeggero e scoppiò a ridere. La situazione non era poi così grave, la batteria era ancora carica sufficientemente carica per il viaggio di ritorno.

Nel centro visitatori faceva freddo. Maribel aprì il pannello di controllo vicino all’ingresso e accese le luci e il riscaldamento. Il primo gruppo di visitatori, una comitiva di inglesi, sarebbe arrivato nel giro di due ore. Poiché era stata assunta per ultima, era suo compito fare da guida ai turisti paganti che visitavano la struttura. La ragione ufficiale era che ciò l’avrebbe aiutata a familiarizzare con l’intero osservatorio; in realtà queste visite guidate erano solo un fastidioso lavoro di routine. Le pubbliche relazioni erano importanti, ma le persone ammesse a lavorare lì, uno dei tre migliori osservatori astronomici al mondo, non avevano voglia di spiegare a grassi inglesi o saccenti tedeschi cosa fosse un esopianeta. No, volevano fare ricerca, mostrare il proprio valore e rispondere a domande a cui nessuno scienziato fosse mai riuscito a rispondere.

Ci risiamo: aveva ricominciato a sognare ad occhi aperti. Ricerca ai massimi livelli. Che stupidaggine! Maribel aveva faticato per ottenere voti eccellenti durante i cinque anni di fisica all’università, il tutto per poter fare domanda presso i migliori osservatori del mondo, e poi il suo capo le faceva fare quello che, in pratica, era un lavoro da stagista. Già il fatto di doversi presentare per prima alle nove del mattino di Capodanno e accendere il riscaldamento per i turisti era un’indecenza. Avrebbe davvero dovuto dirlo al suo capo, ma l’avrebbe poi fatto? No.

Maribel si appoggiò al calorifero integrato nella parete e un calore confortante le pervase la schiena. Si guardò intorno, nell’unica

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