Sui pass si poteva fare di più

Un taglio del 40 per cento dei permessi di accesso alle corsie preferenziali è un buon risultato e dimostra che è possibile, solo volendolo, smantellare quella crosta di privilegi, consuetudini, omissioni e indulgenze che, nel tempo, è capace di snaturare qualsiasi provvedimento amministrativo. Probabilmente si poteva osare di più e vietare le corsie riservate anche a politici e amministratori per i quali varrà almeno il vincolo di essere stati eletti a Milano riservandole alle sole “istutuzioni” e qualche malumore potrà suscitare anche il fatto che i manager delle grandi aziende possano “comprare” i propri pass anche se il prezzo che pagheranno andrà a finanziare l’abbattimento delle barriere architettoniche. La direzione è comunque quella giusta ma, come spesso accade, la Giunta la imbocca con qualche timidezza di troppo attenuando l’effetto di quei segnali di cambiamento che pure il suo elettorato da lei si attende. Ma ancor più significativo è ricordare come si sia giunti a questa decisione. Il “caso” nasce quando RepubblicaMilano, nel marzo scorso, pubblica l’elenco di chi ha libero accesso alle corsie riservate. E’ in quel momento che si scoprono le dimensioni del privilegio cresciuto su una delibera del 2000 che si proponeva obiettivi non molto diversi da quelli attuali. I titolari dei pass, si badi bene, non avevano violato nessuna norma, avevano semplicemente “approfittato” di una situazione che l’amministrazione stessa era alla fine costretta a subire. Per cambiare le cose, il “grimaldello” è stato, come in altre occasioni, la richiesta di «accesso agli atti» formulata dal radicale Marco Cappato che, non rispettandone i vincoli di riservatezza, ha reso pubblico quanto era venuto a sapere. Innescando quelle verifiche che hanno portato alla nuova delibera. Un’operazione che ha dimostrato quanto la pubblica amministrazione abbia da guadagnare dalla trasparenza dei propri atti e quanto sostegno ne possa trarre nella pubblica opinione. Così, da ottobre, sarà una commissione di tre dirigenti (e non più un singolo funzionario) a decidere di ogni autorizzazione abbinando i contrassegni ai titolari (che sino ad oggi potevano disporne di più d’uno) e organizzare i controlli periodici. Un’indispensabile premessa perché tutto possa avvenire nella massima trasparenza senza che, come troppo spesso accade, l’invocazione della privacy possa tutelare il privilegio. Come, infatti, ancora accade in un’altra area di sofferenza, quella che regola la sosta gratuita. Qui il “grimaldello” di Cappato non ha funzionato: in nome della privacy l’accesso agli atti è stato fin qui rigettato e ora il radicale ha reiterato la propria richiesta per il tramite di un avvocato. Quando e se la risposta arriverà, non sarà facile districarsi tra sigle, categorie, uffici competenti e relative

autorizzazioni, permessi permanenti, provvisori, operativi, turistici… che fanno della sosta una vera giunga. Cresciuta anch’essa su una delibera della Giunta Albertini, poi modificata e integrata fino al suo completo snaturamento. Tanto che Edoardo Croci, assessore alla Mobilità della Giunta Moratti, prima di divenire con Cappato e il verde Enrico Fedrighini uno dei promotori del referendum anti-traffico, decise di annullare tutto e ripartire da zero: ma la sua delibera restò chiusa in un cassetto. Ora Pierfrancesco Maran si dice pronto a raccoglierne la sfida. Ma il suo necessario lavoro di bonifica risulterebbe ancor più efficace se la Giunta desse un’ulteriore stretta ai pass, perché nel caso della sosta si tratta di piccole “satrapie” ma tanto diffuse sul territorio che perfino il Comune non ne conosce numeri e i confini. Un altro caso nel quale la trasparenza farà la differenza permettendo di distinguere tra diritto e privilegio.

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