Vibonati, 28.7.

‟12

Resilienze editoriali e linguistiche
A proposito di un intreccio tra la strategia editoriale della co-produzione coni il tema dei beni comuni, individuando propriamente il linguaggio come bene comune che permette la nominazione e il racconto di/su beni comuni. Ovvero un tentativo di meta-discorso sulla messa a tema dell'argomento 'beni comuni'.

di Amedeo Trezza

Coproduzione dal basso: questo meccanismo rende evidente, agli occhi di un semiotico, il riposizionamento dei ruoli classici di „autore‟ e „lettore‟. Diciamo meglio. Mette a nudo la debolezza dell‟autore, tutta la sua fragilità, la inconsistenza al giorno d‟oggi del suo potere contrattuale, della sua scarsa autorevolezza presso il mondo drogato dell‟editoria. Ma di quale autore stiamo parlando? Certo non delle figure autoriali create ad hoc dall‟industria dell‟editoria per fare soldi, così come accade nel mondo dell‟arte e in genere nei contesti di attività umanistiche. L‟autore „vero‟, quello che nudo e crudo ha una idea, una istanza concettuale e artistica da proporre, spesso è indipendente e di certo non molto assimilabile alle logiche del consumo e del marketing e per questo fatica a trovare il suo spazio. Non ce la fa proprio. E‟ umiliato, misconosciuto, denudato della sua autorialità creativa, della sua creatività autoriale. Ma quando si è autore per se stessi, si scrive per se stessi, non si è autore, non si pratica il linguaggio, essendo il linguaggio per eccellenza pratica condivisa. Essendo appunto – il linguaggio – bene comune. La storia editoriale generativa di questo libro sui beni comuni sembra allora essere la metafora, la trasposizione concettuale del suo contenuto: un linguaggio che si riscopre bene comune, solo in virtù e ad opera della sua auto-ri-scoperta come „bene comune‟ sa e riesce finalmente a dire di – altri – „beni comuni‟, quelli cioè le cui testimonianze riempiono le pagine del testo. Un testo che attraverso la sua riaffermazione come potenziale-testo testimonia storie di beni comuni. E viceversa. Un testo che attraverso le sua testimonianze si riscopre testimone di se stesso e della sua possibilità di esistere ancora sotto altre vesti, di co-esistere. Ma questo bene per essere comune ha bisogno non solo di chi lo enuncia ma anche di chi lo riceve, lo fa suo, lo legge e lo mette in comune a sua volta con gli altri. In una parola del „lettore‟. Allora questo „autore‟ nudo, impotente e depauperato allo stesso tempo è anche forte ed ha una intuizione: sa come riposizionarsi. Cerca e trova una via di fuga, in questo senso sa essere resiliente anch‟egli: imbocca una strada stretta (gli editori delle coproduzioni dal basso), la percorre e, ancora debole, convoca il lettore nella sua figura, gli chiede aiuto, ha bisogno di essere autore-insieme. Ha bisogno di un lettore che gli dia coraggio. E il lettore, mosso dalla voglia di avere ancora da leggere, accetta e dà coraggio all‟autore per essere autore, al fine di tornare ad essere egli stesso lettore di qualcosa che, a suo parere, valga la pena di essere letto. E così si raggiunge la quadratura del cerchio: co-pre-finanziamento, il lettore diventa quasi-editore e quasi-autore e il gioco è fatto. Nascono gioielli di resilienza editoriale e linguistica come Viaggio nell’Italia dei beni comuni. C‟è solo un rischio, quello che l‟autore, che pure abbiamo riscoperto essere forte per essersi saputo ripensare e non invece debole come ci era parso un po‟ all‟inizio, diventi però anch‟egli non solo colettore (il che accade sempre) ma quasi-lettore. Ovvero il rischio è quello che le due figure (autore e lettore) si inseguano a vicenda e la produzione di saperi si avviti su se stessa senza generare slittamenti di senso, senza generare inattesi, senza accrescere saperi e stimolare nuovi sentire. In altre parole il rischio è che le nuove figure di lettore e di autore co-producano solo ciò che fa loro piacere

leggere (e scrivere) e che tutta l‟attività di produzione di senso diventi tautologica: leggo ciò che mi piace, co-produco ciò che amerei poter leggere, co-produco (co-scrivo) ciò che i miei lettori mi commissionano o ciò per cui sono disposti ad essere quasi-autori attraverso l‟essere-quasi-editori. Però è fondamentale ricordare che lo scarto indefinibile e inafferrabile tra chi scrive e chi legge, tra autore e lettore è la scintilla della produzione del sapere, è ciò che mette in moto il meccanismo della comunicazione e della produzione di senso. E questo scarto è prezioso e invisibile, diafano ma determinante e deve essere preservato ad ogni costo. Per questo credo sia un bene la plurivocità degli autori di questo testo, a garanzia di più autori che possano produrre e preservare quel valore aggiunto che si annida nell‟inaspettato e nell‟inatteso di ogni libro, che – ora fuor di metafora – lo rende degno di essere letto. Ogni buon libro non deve essere prevedibile ma continuare ad essere l‟ “altro” perché solo l‟incontro con l‟altro è un incontro vero. Pertanto ringrazio per quello che fa la Marotta&Cafiero che mi riproporrò di conoscere personalmente al mio prossimo ritorno a Napoli, la mia città natale che ho lasciato per dedicarmi al mondo della ruralità meridionale contemporanea in Cilento, l‟amica Daniela Passeri che mi suggerì di co-produrre questo testo mesi fa e i cui contributi ho apprezzato molto e infine Gabriella Galbiati che mi ha proposto di scrivere la presente e breve recensione.

Amedeo Trezza, Fattoria in transizione ‘Casale Il Sughero’ – Ospitalità e Cultura Rurale in Cilento

Sign up to vote on this title
UsefulNot useful