Diagrammi

Architetto Leonardo Brilli Secondo Le Corbusier “la verità è nei diagrammi,”, ovvero il progetto di architettura non è più rappresentabile senza tenere conto delle nuove dinamiche proprie della società postindustriale. Il disegno in sé viene a rappresentare, quindi, solamente la forma e la costruttività del progetto, mentre le istanze propositive, sociali o estetiche, devono tracciare nuovi scenari di senso ulteriore, nuove e più sottili connessioni; mentre lo schema è una rappresentazione oggettiva ma parziale, che isola una parte del significato del progetto per meglio descriverlo. Se già alla fine degli anni '40 l'architettura e soprattutto l'urbanistica, avendo trovato nuovi stimoli nelle scienze sociali, affidano le loro sorti al diagramma come dispositivo analitico privilegiato, tanto per interpretare il passato quanto per ipotizzare il futuro (si pensi da una parte agli schemi geometrici con cui Wittkower analizza l'architettura del Rinascimento, dall'altra ai coevi bubble diagrams funzionalisti usati da Gropius ad Harvard) è con le neoavanguardie degli anni '60 , preconizzatrici dell'era digitale, che il diagramma in architettura abbandona la sua normale forma di rappresentazione ed inizia a definirsi come vera e propria “macchina astratta” che , secondo la celebre definizione di Deleuze e Guattari, “non funziona per rappresentare qualcosa, tanto meno qualcosa di reale, ma piuttosto costituisce un nuovo tipo di realtà, un nuovo modello di verità”. Il disegno nella tradizione fiorentina e italiana in genere contiene già tutto questo, lascia le connessioni al progetto costruito e ve le integra, senza cercare verifiche e giustificazione in metodi spesso troppo abusati dalla cultura progettuale contemporanea; il problema si pone, casomai, nella comunicazione, che si trova ad essere spesso carente, almeno quando questa riguarda i non addetti ai lavori. In questa congiuntura storica e nel nostro paese in particolare si prospetta come vitale istituire una connessione con la popolazione per far comprendere appieno una dimensione del progetto che vada al di là del carattere estetico di un opera. Proprio un'architettura non realizzata, ma disegnata e rimasta sulla carta, è già di per sé uno schema, che , tuttavia, dato il suo grado di maggiore oggettività in potenza rispetto ad un'opera prettamente grafica, che spesso non fa altro che strizzare l'occhio ai giovani grazie a citazioni pop, riesce meglio ad influenzare una ulteriore ricerca progettuale. Come spesso accade, la verità è probabilmente nel mezzo: si dovrebbe poter suggerire la vocazione di un progetto di diventare qualcosa di più di un oggetto cercando di suggerire la propria vita futura, la propria morale. Questo sposta il problema sul tipo di rappresentazione: schemi, foto, tabelle (poco usate perché noiose) insomma l'importante sembra il suggerire, non il descrivere, lo spiegare e il giustificare, anche perché l'architettura si è sempre dimostrata essere la più difficile delle discipline da comunicare che essa fosse immaginata, disegnata o costruita.

E' facile capire come i diagrammi siano nati in ambito urbanistico; si potrebbe anzitutto dire che il diagramma viene utilizzato per rappresentare puntualmente ,con un grado maggiore o minore di precisione rappresentativa, una realtà di complessità tale che il disegno di architettura non lo può più rappresentare. Nella sua rappresentatività parziale o che privilegia un qualche aspetto piuttosto che un altro anche il rendering è una rappresentazione dei tratti estetici del progetto,

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