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Donne bolognesi illustri Giulia Cavallari Cantalamessa A cura di Fabia Zanasi

La fantasia del cuore1 può costituire un tema conduttore di riferimento per accostarsi alla produzione letteraria di fine ‘800 ad opera delle scrittrici. Innegabile, nelle pagine redatte da molte donne, l’espressione di una sensibilità emotiva, per nulla repressa, che irrompe con forza nel dettato e dà vigore a tratti di personalità volitive, rigorose e ben determinate nel perseguimento di personali obiettivi. La fantasia creatrice prende vita dal cuore, al quale, a sua volta, imprime energia: l’identificazione di un progetto da realizzare è fondato su un desiderio che incessantemente costruisce il suo tracciato verso la più concreta realizzazione. A riprova di ciò, la persuasiva elencazione dei principi che Giulia Cavallari ha declinato per se stessa, in funzione di guida della propria esistenza: 1. Pretendere poco dagli altri, molto da me. 2. Promettere poco, ma cercare, potendo, di mantenere più del promesso. 3. Essere indulgente cogli altri nel giudicare, severa con me stessa. 4. Cercare che la mente non soffochi il cuore,- ma gli dia più salda e vivida luce. 5. Economizzare su tutto perché mi resti qualche cosa da dare agli altri. 6. Desiderare poco i beni materiali, aspirare con ardore infinito ai morali. 7. Cercare di essere forte ed equilibrata nella gioia e nel dolore. 8. Aver fede nel bene e nel progresso umano. 9. Amare il lavoro, la verità, la giustizia, la famiglia, la patria, l'umanità. 10. Credere in Dio. (cfr. Pensieri) Si tratta di un decalogo privato, strutturato mediante affermazioni in funzione auto conativa, che, durante tutta la vita di Giulia Cavallari Cantalamessa, non sembra essere stato mai realmente contraddetto. Giulia Cavallari nasce ad Imola il 5 marzo 1856, da una famiglia colta che annovera una presenza femminile di spicco: la nonna Maddalena Montreschi, promotrice della prima scuola femminile imolese. Giulia studia a Bologna; si diploma presso il Liceo Galvani, nell’anno scolastico 1878-’79, segue poi i corsi della facoltà di Lettere, prediligendo, tra tutte, le lezioni di letteratura italiana del professor Giosuè Carducci, che frequenta insieme ad un allievo eccezionale, Giovanni Pascoli; il giorno di laurea sarà il medesimo per entrambi: 17 giugno 1882. L’anno successivo, Giulia conseguirà una seconda laurea in filosofia, discutendo una tesi intitolata Dell’induzione nelle scienze naturali.

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Fantasia del cuore è intuizione di Ugo Foscolo introdotta nella lettera che spiega l’articolazione del carme I Sepolcri.

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Peraltro la vita degli studenti universitari, trascorsa fra l’impegno delle lezioni, le amicizie e le prime infatuazioni sentimentali, è documentata da un piccolo aneddoto, confidato da Giovanni Pascoli alla sorella Maria e da lei tramandato: si tratta dell’ innamoramento di Giulia per Ludovico Frati, illustre studioso della cultura bolognese, allora studente, innamoramento divenuto oggetto di uno scherzo organizzato proprio dal Pascoli, che scrisse due endecasillabi in rima baciata: “In penitenza de li miei peccati / t’amo, Giulietta, Ludovico Frati”. La falsa dichiarazione d’amore, fu inviata a Giulia, che accettò, senza risentimenti, lo scherzo e mantenne viva l’amicizia con il Pascoli. Infatti, quando ella chiese a tutti i compagni di corso di dedicarle un pensiero per il suo album di ricordi universitari, il poeta scrisse un tenero epigramma in forma d’augurio: “Feconda di ogni ben sia la parola / a te, fiore gentil della mia scuola”.
Ritratto di Giulia che accompagna il suo profilo biografico nell’opera di Maria Bandini Buti, Enciclopedia biografica e bibliografica italiana: poetesse e scrittrici, Roma, 1941, vol. 1, p. 150

In vero, il ricordo più bello del sodalizio pascoliano l’ha tratteggiato la stessa Giulia ed è un piccolo, eppure profondo omaggio, dedicato al compagno di università e soprattutto all’amico personale, scritto pochi giorni dopo la sua scomparsa. “Le lezioni della facoltà di lettere dell'anno 1880-81 nella Università di Bologna erano già incominciate, e fra i nuovi inseriti al III corso vi era Giovanni Pascoli, che dopo una assenza di vari anni ridiveniva studente per conseguire la laurea. Mingherlino allora, biondo, piuttosto pallido, presentava un insieme di timidezza e di spavalderia; col cappello storto, con una cravatta rossa fiammante si atteggiava un po' a rivoluzionario, mentre aveva pudori di fanciullo, che lo facevano arrossire con la più grande facilità; aveva cuore di una tenerezza che solo sarebbesi potuta paragonare con la materna. Ruvido e affabile ad un tempo, non schivava i compagni e non li cercava; si diceva che non si affannasse troppo a studiare: certo non mancava mai alle lezioni ed interrogato primeggiava sempre. Un giorno stavamo attendendo il professore di greco, quando il bidello venne ad annunciare che il professore non veniva a fare lezione. Gli studenti in tutti i tempi ed in tutti i luoghi sono sempre gli stessi; se possono lasciare la lezione non piangono di sicuro e però come uno sciame di api si lanciarono alla porta per godersi un raggio di sole prima dell'arrivo del Carducci, che aveva lezione nell'ora seguente. lo rimasi nella scuola e vi restò pure il Pascoli, fu quella la prima volta che ebbi occasione di parlargli. - Ella è romagnola - mi disse. – Sì - risposi - d'Imola - Ed io di S. Mauro -. E la conversazione avviata sulla terra natale continuò animata -Conosce Andrea Costa? - lui chiese; ed avendo io risposto affermativamente il nostro discorso si fermò sul giovane socialista che attirava attorno a sé un’onda così grande di simpatia e di persecuzione”. Un’ empatia, quella con il Pascoli, durata sino alla morte del poeta, come comprovano le missive del carteggio intercorso tra i due amici.
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Dopo la laurea, la laboriosa attività della Cavallari ha inizio con un incarico di latino e greco presso la Scuola Superiore femminile di Roma Erminia Fuà Fusinato, abbandonato però nel 1886 in seguito al matrimonio con Ignazio Cantalamessa, illustre professore di anatomia patologica, primario dell’Ospedale Maggiore, docente presso l’Ateneo Bolognese, nonché amico del Carducci. Alla morte del marito, nel 1896, Giulia ricopre nuovamente l’incarico di docente di lettere, alla Scuola Normale di Bologna. Il suo carattere volitivo e la propensione a ricoprire un ruolo socialmente utile, sotto il profilo organizzativo, la pongono, per quasi un trentennio, a ricoprire il ruolo di direttrice della Scuola Professionale Regina Margherita del capoluogo emiliano, l’attuale istituto Elisabetta Sirani; vinto poi un concorso, si trasferisce a Torino, per dirigere l’Istituto delle figlie dei militari della Villa della Regina. Naturale dunque, che una donna così dedita al magistero pedagogico, inteso quale vocazione, dedichi, nell’ambito della sua vasta produzione scritta, un’attenzione tutta speciale al mondo femminile, soprattutto per gli aspetti che ne comprovano le capacità e i contributi essenziali allo sviluppo del paese. In particolare due saggi, La donna nel risorgimento nazionale e Della dignità della donna attestano un senso di solidarietà particolare e di rispetto che coinvolge, senza distinzioni, le protagoniste borghesi del risorgimento e le operaie. Della dignità della donna, redatto nel 1884 e destinato ad una pubblica conferenza, tenuta nella sede della Società Operaia Femminile e rivolta ad una platea assai eterogenea, è un testo, ancor oggi, dotato di particolare vigore, perché incentrato sulla costruzione di una coscienza autonoma, partendo dalla consapevolezza della propria dignità e dal rifiuto dei pregiudizi: “si crede – osserva la Cavallari – che quanto più un’arte è nobile tanto più sia nobile chi l’esercita … non è l’arte che nobilita l’uomo, ma l’uomo che nobilita l’arte”. Con il proprio discorso, vuol persuadere le sue uditrici che “l’operaia come l’insegnante o la gran signora debbono aver stima di sé, qualora abbiano coltivato la propria dignità nell’esercizio del dovere e nel rispetto dell’onestà”. Come ella stessa asserisce: “più che alla mente, è al cuore che voglio parlare; più che a svolgere qualità intellettuali, tendo a svolgere le morali; il mio ufficio è più educativo, che istruttivo”. E dunque la scrittura che parla al cuore ha una notevole efficacia, perché, imprimendosi fortemente nella memoria del ricevente, può tradursi in un cambiamento di opinione, di mentalità e dunque in un differente modo d’agire, assai più consapevole e orientato nel conseguimento di obiettivi concreti. Giulia Cavallari è altresì cosciente del ruolo oscuro, quantunque altamente necessario, affidato alle qualità muliebri. Il saggio La donna nel Risorgimento nazionale, del 1892, introduce la similitudine, che può apparire persino risibile, con il baco da seta, insetto del tutto ignorato, a differenza della serica bellezza prodotta, che costituisce oggetto di universale ammirazione. Le pagine di questo scritto costituiscono una fonte importante per documentare l’azione femminile nel processo di costruzione dell’Italia unita. Si lamenta sovente la scarso rilievo attribuito alle personalità femminili nella storia letteraria e artistica nazionale, ma una più approfondita interpretazione del processo unitario dovrebbe indurre ad un ripensamento e ad una rivalutazione dell’intervento delle donne. La Cavallari ne sottolinea addirittura la presenza sulle barricate, o, come l’Aquati, a masticare il piombo tolto dalle finestre di casa, per farne delle pallottole, o sui campi di battaglia, come Giuseppina Lazzaroni, a seguito dei fratelli, o comunque, a combattere o a prestare soccorso ai feriti. Il saggio riporta indistintamente i nomi delle nobili e delle donne del popolo. “La donna adunque ha partecipato agli avvenimenti italiani: sia seguisse in esilio il marito, o l’accompagnasse nelle marce, sia offrisse l’armi al figliuolo per combattere o negasse il bacio al codardo, sul patibolo o sul campo, tra le mura domestiche o negli ospedali ha diviso coll’uomo sofferenze e sconforti, trepidazioni e speranze”.

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Benché vissuta a lungo a Torino, in quanto direttrice dal 1899, per oltre trent’anni, come già ricordato, dell’Istituto delle figlie dei militari della Villa della Regina a Torino, Giulia Cavallari ha costantemente manifestato una particolare predilezione nei confronti di Bologna e dell’Emilia. All’Università del capoluogo emiliano dedica infatti una memoria, redatta nel 1888, in occasione dell’ VIII centenario dello Studio bolognese. Entusiasta, “ammiratrice appassionata di tutto ciò che v’ha di bello e di grande”, Giulia non manca di trasmettere anche al lettore d’oggi le vibrazioni di un clima cittadino vivacizzato dalla novità di un evento culturale che costituisce fattore di aggregazione, scambio d’opinioni e incentivo alla partecipazione collettiva: “Il 12 Giugno Bologna pareva trasformata: fin dalle prime ore del mattino tutte le finestre, tutti gli archi dei portici, nelle vie per le quali doveva passare il corteo, erano affollati di gente; drappi d'ogni colore, bandiere d'ogni nazione sventolavano sui balconi, pei loggiati, sulle piazze; e per tutto un movimento di persone, un mormorio di voci, un correr di vetture, un domandare, un affannarsi indicibile. Il corteo, (dopo aver percorso lentamente, fra applausi e fiori, le vie principali della città, entrò alle 10 in piazza Galvani: l' effetto fu bello, inenarrabile, superiore ad ogni aspettazione. Quella lunga fila di professori togati, dal volto severo, dall' andar grave, fiore della sapienza mondiale onore delle nazioni, gloria imperitura della scienza, quel nucleo di balda e generosa gioventù, letizia del presente, dolce speranza dell' avvenire; quell' aura serena di fratellanza che avvolgeva, che univa giovani e vecchi, nazionali e stranieri, infondeva tale negli animi un sentimento d' entusiasmo, di riverenza che affascinava, che commoveva. Che si potrebbe dire dell' aspetto del cortile dell' Archiginnasio tramutato in sala, con gradinate all'intorno coperte di velluto rosso, ornato di bandiere e di fiori, gremito di sapienti d' ogni età d' ogni terra?” Pensatori italiani, europei, americani, asiatici, australiani e neozelandesi a dimostrazione, sottolinea Giulia “che non c’è divisone di terre che possa dividere la fratellanza della scienza” perché “se la politica fu per lunghi anni fonte lacrimevole di disordine fra i popoli è e sarà la scienza sempre benefico e possente mezzo di unione”. Peraltro le parole della Cavallari interpretano con sensibilità il significato profondo del discorso pronunciato dall’illustre classicista Giovanni Battista Gandino in lingua latina, l’idioma che ancora, nel XIX secolo, rappresenta il codice di maggiore diffusione comunicativa fra intellettuali appartenenti ad aree linguistiche differenti. È nell’ambito dell’emulazione culturale, sostiene infatti il “severo e sereno Gandino” (G. Pascoli), che legittimamente deve esercitarsi lo spirito competitivo dei popoli. Ma la memoria tracciata da Giulia Cavallari non si limita a fornire una recensione delle celebrazioni del centenario in chiave di cronaca, perché la scrittrice sa abilmente inserirvi anche un medaglione dedicato al talento femminile della culta Bononia, passando in rassegna qualità e specifiche inclinazioni di alcune petroniane eccellenti: dalla giurista Novella d’Andrea, ad Anna Maria Dalle Donne, da Laura Bassi a Clotilde Tambroni. Peraltro la digressione relativa all’evoluzione dello Studio, dai glossatori agli insigni maestri di fine ‘800, non si pone come esercizio erudito, ma ribadisce il valore della storia comune, quale presupposto essenziale che chiarisce la finalità intrinseca e dunque il motivo ispiratore per le celebrazioni dell’ VIII Centenario: “si è compreso che festeggiando i grandi dell’antichità - afferma la studiosa, concludendo il suo saggio – si festeggia una gloria universale: di fatti la Scienza non ha patria, non è limitata da confini di terra è patrimonio di tutti, è vincolo che affratella, è fiamma che avviva ; de' suoi trovati tutti i popoli fruiscono, della sua gloria tutti i popoli esultano, e il progresso civile, frutto pur della scienza, è la salda catena che tra loro avvince gli nomini, ed alla quale ogni terra ha congiunto il suo anello”. Quattordici anni dopo le celebrazioni dell’ VIII centenario dell’Alma Mater, nel 1902, visitando l’Esposizione Internazionale di Arte Decorativa Moderna, la scrittrice sceglie di dedicare un proprio articolo al padiglione dell’Aemilia Ars.
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“Fino dal primo entrare in tale riparto il visitatore prova un senso d'intima soddisfazione: un insieme armonico regna, in tutta, la mostra se bene svariatissimi di disegni, di materia, d'uso, di forma sieno gli oggetti ivi l'accolti. Infatti dagli alti cancelli di ferro battuto ai piccoli gioielli d'oro, dalle figurine di terra cotta alle porte, alle fontane marmoree, dalle seriche stoffe, ai rinnovellati merletti, dai gingilli d'ornamento ai mo bili d’uso quotidiano si riscontra una compostezza, artistica, una nitida, grazia, una non fuggevole attrattiva. Basterebbe questo spontaneo, unanime sentimento per affermare che l'Aemilia Ars ha, saputo cogliere il vero gusto del bello senza stranezze, senza contorcimenti eccessivi; ha saputo, ispirandosi alla natura, portare il contributo dell’idea: ha saputo contemperare il bello del passato, che non poteva e non doveva distruggersi, col bisogno di nuovo del presente; ha saputo, in una parola, segnare, senza esitanze, senza paura la linea da percorrere nell’avvenire: linea che, come tutte le cose, potrà essere modificata e perfezionata, ma che resterà come salda base”. L’Esposizione ha di sicuro favorito una eccellente occasione di visibilità al progetto ideato nel 1898 dai conti Cesare Ranuzzzi Segni e Felice Cavazza: proprio per iniziativa dei due gentiluomini, la produzione artigianale di ceramisti, fabbri e falegnami, eseguita sulla scorta dei modelli concepiti da valenti artisti, quali Augusto Sezanne, Alfredo Tartarini, Achille Casanova e Alfonso Rubbiani acquista un pregio e un decoro speciale, tanto da assicurare, anche all’ambiente domestico, nuove valenze estetiche, improntate alla ricerca di un elegante buongusto. L’attenzione tutta femminile di Giulia sa ben cogliere il significato sociale che la valorizzazione della casa comporta per i suoi abitanti, perché essa è “il luogo dove l’uomo si forma, si educa, dove attinge forza e coraggio, dove ama e spera”. Da quanto affermato sin qui, è possibile certamente cogliere l’impegno della Cavallari a valorizzare al meglio i meriti di quanti s’adoprano nel dar lustro alla patria e ad incentivarne lo sviluppo. Ella stessa è prioritariamente assidua, nel rimanere fedele ai dettami della propria vocazione d’educatrice e con pari ardore coltiva la dimensione intima degli affetti, che non limita all’ambito familiare, tenace com’è nel rinsaldare gli antichi legami e nel serbare i segni della più profonda riconoscenza verso i doni dell’amicizia. Il ricordo del maestro l’accompagna per la vita intera; ella ne interpreta la poetica e, con sagacia anche maggiore, sa cogliere gli aspetti umanissimi del Carducci, che soleva autodefinirsi “orco”. “Il Carducci aveva della letteratura e dell’ arte un concetto alto nobilissimo essa non poteva essere vacua esercitazione di stile né vana rappresentazione di forma, ma espressione di sentimento e pensiero; e però i soggetti da Lui trattati hanno importanza civile, patriottica umana. Nell' opera poetica del Carducci vive un mondo intero; un mondo di memorie storiche grandiose di glorie e di' eroismi patrii, di aspirazioni ad ideali di verità e di giustizia ; e come si disse che Dante aveva descritto fondo a tutto l' universo, così si dovrebbe dire che il Carducci ha raccolto tutto quanto di più nobile, e alto, può infiammare e commuovere la mente ed il cuore ; tutto quanto può concorrere all' elevazione morale, politica, intellettuale della patria; tutto ciò che può tendere a sgombrare il terreno alle energie nazionali, a purgare la lebbra dei tempi oscuri e dei contatti servili, ad accendere la fede nei grandi ideali della patria e dell' umanità. L' arte del Carducci è un' arte libera e franca, che dal vero attinge la forza, che dell' idea riflette lo splendore, che della natura effonde la bellezza, che dei cuore vibra il palpito; un' arte che si eleva dall' impressione personale del poeta ad una rappresentazione universale, storica, umana. L' amore, la famiglia, i figli, tutto ciò che vi ha di soggettivo in uno scrittore, non poteva avere largo campo nell' opera Carducciana; ma non poteva neppure non essere tocco affatto; il poeta noti ci sarebbe apparso in tutta la sua interezza. I figli quindi non occupano gran parte nei versi del Carducci ; infatti fra 370 poesie raccolte nell' ultimo volume, appena sei trattano de' figliuoli ed in queste il poeta non aspira certo al compianto ed alla lode dei presenti e dei futuri ; canta per isfogo spontaneo dell' animo, suoni questo intima gioia, od erompa qual grido disperato d'aquila ferita. Il fatto, il sentimento che aveva valore per lui particolarmente non poteva essere quello che lasciava larga impronta dell' ingegno, della forza di lui; noti poteva essere quello a cui dedicava la grande
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opera sua, a cui consacrava pensiero, intelletto, studio. La propria famiglia la propria persona non dovevano interessare i lettori : il poeta soleva dire che i suoi critici non avrebbero mai potuto accusarlo d' aver scritto per dire al pubblico ch' Egli era bello, buono, bravo, ecc. Dato ciò, si spiega come solo sei poesie sieno dedicate ai figli”. Nel saggio I figli nella poesia di Giosuè Carducci, Giulia Cavallari ripropone la lettura di Funere mersit acerbo, il sonetto che compiange la morte del piccolo figlio Dante, idealmente ricongiuntosi con il defunto fratello del poeta. Il titolo latino sembra richiamarsi alla mestizia dell’epicedio classico, per ribadire l’universalità della poesia, nel dar voce al dolore umano, benché la sofferenza espressa possieda note di sincera soggettività, trattenute nella perfetta misura del sonetto canonico. La sensibilità materna di Giulia intuisce a fondo lo strazio del povero padre, ne ripercorre l’angoscia rievocando le parole che il grande maestro confidava agli amici più cari: “Pare, a sentire certuni, che la morte di un bambino di tre anni debba essere una miseria confortabile. Non è mica vero: vanno via tre pezzi della vita”. E ancora “Ahi, ahi, il mio pensiero torna pur sempre lì, e sempre più mi sento desolato”. Neppure il trascorrere del tempo recò sollievo: “il pianto antico, non mia scomparso – scrive Giulia Cavallari – si fissò in quattro brevi stanze settenarie; brevi ma più commoventi d’una lunghissima ode, più efficaci d’ogni elogio funebre”. Nel saggio dell’autrice, la poesia Pianto antico è nuovamente accostata al testo in prosa, quasi a ribadire che tanto dolore non poteva essere lenito neppure dalle passioni più grandi coltivate dal venerato “scudiero dei classici”, nemmeno dall’arte: “Povero mio bambino! Quando mi venivi innanzi, era come se mi levasse il sole nell’anima; quando posavo la mano su quella testa, scordavo ogni cosa trista, e l’odio e il male”. Il piccolo Dante, morto nel 1870, è una sorta di imago che sempre accompagnò il Carducci, come ebbero modo di intuire tutti i suoi studenti: al saggio di Giulia Cavallari che non costituisce solamente una lettura testuale, ma una fonte diretta per gettar luce sul mondo privato del poeta, potremmo infatti accostare anche una sorprendente pagina di Alfredo Panzini, anch’egli allievo del Carducci, tratta dal romanzo il Bacio di Lesbia. Si tratta forse della pagina più intensa di tutto il romanzo, perché non è una ben concepita finzione letteraria, ma proprio una testimonianza viva; Carducci sta commentando e traducendo il carme …. di Catullo e “Poi la voce del maestro tremò quando disse: 'Io voglio, o Torquato, che un bambinello dal grembo della mamma tenda a te le manine e ti sorrida coi labbruzzi appena aperti. Oh, sia simile al padre suo, e chi non lo conosce dica: è proprio il figliolo di Torquato. E il volto innocente dimostri la pudicizia materna". D'improvviso la voce del maestro si tacque, e noi lo vedemmo scendere giù dalla cattedra. La sua nobile fronte era posata alla vetriata contro cui batteva la pioggia. La testa di lui aveva un movimento sconsolato. Si fece silenzio nella piccola scuola. E allora, in quel silenzio, una di quelle giovani donne mormorò: - Gli viene a mente il figlio morto.” Dunque i corsi accademici del Carducci non rappresentarono unicamente una occasione per scoprire la lezione dei classici, ma le sue allieve e i suoi allievi impararono a conoscere un mondo di valori e sentimenti che va ben oltre la dimensione dell’erudizione linguistica. Fortunatamente i ricordi di Giulia Cavallari, alla quale il Carducci aveva affidato l’educazione delle proprie figlie, non comprendono soltanto memorie tristi, c’è infatti anche un piccolo aneddoto che è segno di una tenerezza speciale rivolta ai piccoli: «In una visita amichevole alla signora Elvira avevo accompagnato la piccola Welleda, figlia di mia sorella, perché giocasse coll’ Elvirina Bevilacqua, nipotina del Carducci. Le bimbe si fecero gran festa, ma avendo la Bevilacqua aperto una cassa presso cui giuocavano, la mia nipotina pose nell’apertura la mano sinistra, mentre l’altra riabbassava il coperchio. Uno strillo acuto ed uno schiaffo accompagnato dal pianto delle due piccine seguirono l’atto. Il Carducci, che scriveva nel proprio studio, disse serio alla nipotina: “Hai fatto molto male a chiuder la cassa senza guardare; conviene avvezzarsi fino da piccola a non esser disattenta-; poi,
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voltosi a Welleda:- E tu hai fatto benone a dare lo schiaffo. Non lasciarti mai schiacciare le mani o i piedi senza reagire! Ma visto che le due bimbe si guardavano imbronciate le accostò l’una all’altra, ed aperta la sua veste da camera a quadri rossi e neri, ve le chiuse dentro dicendo loro:- Ed ora fate la pace e datevi un bacio. - Cosa che immediatamente avvenne; richiamando negli occhi lacrimosi l’ineffabile sorriso dell’infanzia. È un fatto piccolo, piccolissimo, se vogliamo, ma che rivela perfettamente il carattere del Carducci, pronto a lasciar gli studi severi pel grido di un bimbo; è specchio della sua mente riflessiva, che esige attenzione a tutti gli atti; è indizio dello spirito suo ribelle, che reagisce ad ogni pressione ed offesa; ed infine prova della bontà del suo cuore, che vuole l’amore e la pace degli animi”. Abbiamo detto che Giulia Cavallari iniziò la propria carriera di educatrice a Roma, ebbene, proprio a Roma il 30 gennaio 1885, Giosuè Carducci scrisse per lei questo stornello: “Fior tricolore, / Tramontano le stelle in mezzo al mare / E si spengono i canti entro il mio core”. Si tratta del componimento posto in chiusura del volume di “Rime e Ritmi”. Secondo il critico Mario Saccenti, Giulia sarebbe la Lalage rammentata in una delle Odi Barbare: Davanti alla tomba di Percy Bessy Shelley Dotata di una certa versatilità creativa, Giulia Cavallari ha composto molti saggi, alcune commedie destinate alla rappresentazione in ambito scolastico e un buon numero di versi. Dalla raccolta poetica Intima, selezioniamo la poesia Sogno, composta da sette sestine di endecasillabi, dedicata al marito appena scomparso; la sezione della quale il testo fa parte si intitola appunto A Ignazio dopo morto. Il contenuto si può così riassumere: mentre l’anima del defunto osserva con sbigottimento il corpo che ha appena lasciato, sopraggiunge una spirito che le mostra l’armonia infinita dell’universo; l’anima avverte un immediato stato di beatitudine, ma appena scorge la moglie disperata, rimasta sola sulla terra, è disposta a rinunciare alla felicità celeste, pur di soccorrere l’amata; sta infatti già riacquisendo forma terrena, allorché la donna sconsolata si risveglia, smarrendo con dolore il dolce conforto di un sogno tanto lusinghiero. A Ignazio dopo morto . Sogno L’alma guardava, ancora sbigottita Il corpo freddo rigido sul letto; E pareva cercar di dove uscita Fosse, bramosa di trovar ricetto; Quando uno spirto presso Lei s'arresta, Che la ritoglie alla vista molesta. Vieni le accenna senza favellare, Ora hai spezzate tutte le ritorte, E pènetri le stelle, il monte il mare Il mister della vita e della morte L'infinito è il tuo mondo divenuto; Niente al tuo pensiero è sconosciuto Ella si volse e una dolcezza arcana Nell'esser suo repente si trasfuse, Era amor, era gioia sovrumana Era senso novello che si schiuse :
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Tutto linguaggio avea; tutto avea vita E l’universo era armonia infinita. Spirti animavan le, rugiade e i venti Eran le piante d' anima fornite, Le gocce, i fior, le perle iridescenti Davan ricetto a innumerevol vite, E I' anima del corpo dispogliata, Tutto vedendo si sentia beata. Ai quando il guardo sovra me rivolse, E mi scorse piangente e disperata, Dal compagno gentil ratto si tolse, E mi fu accosto ardente e innamorata, Vieni, vieni con me, sussurrò piano N'andremo via lontan lontano. E poi che vide ch'io non la seguiva E che alla terra ancor ero legata, L'anima ch'era già dei corpo priva, Vidi a forma terrena ritornata: Senza di me nel ciel non volea andare, Nel pianto preferia con me restare.

Perché mi risvegliai in quel momento? Era sì dolce il sogno, e lusinghiero Che provai del risveglio alto spavento, E del dolore risentii l' impero. Era meglio sognar senza destarsi Fin che dovesse il mondo trasformarsi. Colpisce certo il delicato sentire che, mediante l’effetto di straniamento e il ricorso alla dimensione onirica, la poetessa attribuisce al proprio sposo: a trionfare è il sentimento dell’amore che Giulia immagina perdurare anche oltre la barriera segnata dalla morte: peraltro si può essere certi che un temperamento così determinato e fermo nei propri propositi non abbia mai desistito di far rivivere, nella mente e nel cuore, i ricordi di un compagno unico e dunque insostituibile. Tuttavia questa grave perdita non la fa desistere dal coltivare la propria humanitas, quell’unione indissolubile di amore per la cultura e l’affinamento della propria anima e la vocazione filantropica. Dunque, proprio nell’ambito della solidarietà sociale, ella ci fornisce una testimonianza importante riguardante le misure assistenziali messe in atto capoluogo emiliano durante la prima guerra mondiale, in soccorso dei bimbi, figli dei richiamati al fronte. Proprio in quegli anni di dura emergenza Giulia Cavallari, sua figlia Laura Cantalamessa, divenuta nel frattempo valente medico, e alcune attivissime insegnanti, coadiuvate dalla nobildonna Elena Sanguinetti cercarono “locali spaziosi ed arieggiati con giardino e prato atti ad accogliere il maggior numero dei bambini. […] I primi locali ottenuti furono quelli della Società ginnastica Fortitudo in via Aurelio Saffi, dei ricreatori di via Frassinago e di via Toscana, delle scuole Comunali di via Zamboni e di un appartamento di via Castiglione”. Nel maggio 1815, i bimbi accolti gratuitamente erano 500 e
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gradatamente diventarono 1.300, ad agosto, e 2.500 negli anni seguenti. I piccoli entravano alle 8 e uscivano alle 19 d’estate; un’ora più tardi d’inverno e furono sempre garantiti tre pasti. Tale generosità nei confronti dei deboli è del resto un tratto che accomunò profondamente Giulia alla sua figliola. Conseguita la laurea in medicina nel 1911, Laura Cantalamessa si recò a Monaco di Baviera per specializzarsi in pediatria; raggiunta dalla madre, durante le vacanze estive, insieme a lai conobbe alcuni emigrati italiani e amaramente riscontrò il totale analfabetismo dei poveri connazionali. Madre e figlia cominciarono pertanto ad insegnare i rudimenti della lettura e della scrittura, facendo lezione in una birreria di Monaco. L’iniziativa fece scalpore, infatti ne parlarono anche alcuni quotidiani come Il Corriere della Sera e Il Resto del Carlino. Non si trattò soltanto dell’impegno di un’unica vacanza: Giulia e Laura proseguirono questa attività di volontariato sino all’estate precedente lo scoppio della guerra. Morta a Bologna nel 1935, Giulia Cavallari Cantalamessa può tuttora “comunicare” con i suoi estimatori, grazie al prezioso archivio da lei lasciato, del quale fanno parte lettere, documenti storici, fotografie, consultabile presso la biblioteca dell’Archiginnasio e donato dall'editore Tiziano Costa, unitamente ai documenti conservati dalla Famèja Bulgnèisa.

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