You are on page 1of 9

RENATO ALTERIO

LA FAMIGLIA FRANCESCONI
e a Navelli la piazza

SAN PELINO

1

2

I BARONI FRANCESCONI

UN PO DI STORIA.

“La famiglia Francesconi”Antico casato di Navelli, che

ha avuto come capostipite un certo Francesco, detto "Francescone", che, tra il 1227 ed il 1230, venne insignito del titolo di Barone dall'imperatore Federico II, “per essersi destreggiato facendo leva di truppe con successo e onore nella sesta crociata”. La famiglia arrivò a Navelli nel tardo quattrocento proveniente dalla città di Siena, in Toscana, dove era iscritta al patriziato civico fin dal 1349. Fu Bernardino Francesconi quello che arrivò a Navelli con lo scopo di “dettare le leggi” di una banca chiamata “Monte Pio” creata dai senesi per la povera gente e divenuta poi l'attuale “Monte dei Paschi di Siena”. Una volta a Navelli la casata edificò nel cinquecento, un palazzo in zona “Spiagge Grandi” attualmente diroccato.

Vecchio palazzo Francesconi

Molti secoli dopo, ovvero nel 1752, sulla piana di Navelli in contrada S. Roco venne fatta costruire dal Barone Giovanni Francesconi per la figlia Marianna una villa all'ingresso della quale fece scolpire il proprio stemma gentilizio.

3

Villa Francesconi Anticamente (dalla seconda metà del 1700 alla seconda metà del 1800) i reali del regno di Napoli quando andavano in Abruzzo a controllare i loro possedimenti soggiornavano in detta villa quando cambiavano i cavalli alla Taverna di posta sita poco distante da lì. Alla metà del seicento Lorenzo Francesconi donò alla parrocchia di Navelli una croce d’argento in stile che ancora oggi viene portata dai paesani in processione nelle grandi festività. Invece nel 1907 Alfonso Francesconi, in virtù del suo matrimonio con Angela di Renzo, acquisì “il castello di Celano ”dalla famiglia di Renzo. Sempre i Francesconi donarono, questa volta alla chiesa del Santo Rosario, due statue, quella di “S. Francesco di Paola” e quella di “S. Teresa del Bambin Gesù” collocandole a proprie spese in apposite nicchie. Alla stessa chiesa donarono anche una grande lampada in argento. E, “dulcis in fundo”, sul finire dell'ottocento, generosamente donarono al paese di Navelli la “Piazza San Pelino”.

4

Piazza Sa Pelino

S. PELINO. CHI ERACOSTUI? Pelino fu vescovo probabilmente nel VII° secolo e precisamente intorno all'anno 670 d.c. ossia negli anni che immediatamente precedettero la distruzione longobarda di Brindisi del 674. In quanto a date esistono due riferimenti cronologici dei quali però il più attendibile è quello del VII° secolo rispetto a quello tradizionale che colloca invece il suo episcopato nel IV° secolo. Pelino era un monaco “basiliano” ( “basileus” invece che 5

“augusteo” era l'aggettivo con cui veniva ufficialmente appellato Costante II imperatore del bizantino “impero romano d'oriente” con capitale Costantinopoli ). Costante II visse da giovane a Durazzo, però insieme ai siri ( Durante il medioevo l'onorifico “sire” era generalmente usato per rivolgersi a un superiore, una persona di importanza o in una posizione di autorità o alla nobiltà in generale) Gorgonio e Sebastio e al suo discepolo Ciprio dovette rifugiarsi a Brindisi per sfuggire alla condanna a morte da parte dell'imperatore Costante II a causa della sua disubbidienza al “Tipo”. L'imperatore nell'anno 640 aveva promulgato un editto dogmatico denominato “Tipo” e poiché gli editti dell'imperatore non erano discutibili, le affermazioni contenute nel “Tipo” erano valide per legge e nessuno vi si poteva opporre o le poteva contraddire. Vi si proclamava il “Monotelismo” teoria considerata dal papa una eresia sorta a Costantinopoli. Il TIPO proclamava nientedimeno che: “nella persona di Cristo vi era una sola “volontà” ( o “natura” ) in difformità dall'insegnamento cattolico che proclamava invece l'esistenza in Cristo di due “volontà”, quella divina e quella umana. L'editto prendeva spunto dal dettato di Luca 22,42 il quale così recita:"Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà". A questo punto, per capire gli esiti futuri, occorre precisare che in quell'epoca erano gli imperatori che dettavano le leggi alle quali anche i Papi dovevano ubbidire perciò i Papi non solo non potevano promulgare decreti senza il preventivo beneplacito dell'imperatore ma non potevano neanche contraddire quelli emessi dall'imperatore. Ed invece accadde che, durante l'anno successivo al 640, il pontefice Martino scomunicò i promulgatori della precedente eresia e quindi anche Costate II. La conseguenza fu che il Papa la pagò cara perché dovette, per questo, subire l'arresto, la deportazione a Costantinopoli e l'esilio a Cherson in Crimea dove morì fra il 655 e il 656. La stessa sorte sarebbe capitata a Pelino se non fosse fuggito. Malgrado tutto però, ferme opposizioni al “Tipo” si ebbero anche in oriente dal momento che un certo “Massimo il Confessore”, il maggiore fra i teologi greci del periodo, fu esiliato nella 6

Lazia, e poi ucciso nel 662. Per quel che riguarda Costante II invece è scritto che era nato a Siracusa il 7 novembre 630, che era diventato imperatore bizantino nel 641, che morì nel settembre 668. Pare che, a parte le sue crudeltà, Costante II abbia avuto anche qualche merito per il fatto che riuscì a fermare, nonostante qualche grave sconfitta, l'espansione araba in Oriente e che lasciò, alla sua morte, i suoi eserciti in condizioni migliori di come li aveva trovati. San Pelino Sconfisse inoltre gli Slavi e fu uno degli ultimi imperatori a tentare la riconquista dell'Italia devastata dai longobardi. Tuttavia la riorganizzazione dell'esercito lo costrinse ad aumentare le tasse perciò l'aumento delle tasse, il "Tipo", l'assassinio di suo fratello Teodosio e il saccheggio del Pantheon e di altri monumenti e chiese in Italia, furono ulteriori fattori che lo resero impopolare causando il suo assassinio. Se così era Costante II ebbe ragione Pelino, strenuo difensore dell'ortodossia, a rifugiarsi con i suoi compagni a Brindisi luogo che, poiché i vescovi venivano confermati da Roma, poteva ritenersi un asilo sicuro. Purtroppo dovette subito accorgersi che così non era. Era vero che il vescovo di Brindisi Proculus ( o Aproculus ) pareva essere su quelle posizioni concilianti che già erano state proprie del pontefice Onorio I, tuttavia, l'arrivo dei profughi albanesi, su posizioni molto radicali, non consentì una politica di mediazione. Pelino si spinse su posizioni chiare in difesa dell'ortodossia. Ciò malgrado Proculus, con procedura inconsueta ma che non mancava di esempi comparabili, associò il nuovo venuto nell'episcopato designandolo quale suo successore. A tal fine venne comunque richiesto l'avallo papale perché i sinodi avevano costantemente contrastato ogni tentativo dei vescovi di designarsi un successore. Valga per 7

tutti il caso di Felice III (526-30) che nominò suo successore l'arcidiacono Bonifacio la cui ascesa al soglio pontificio, proprio per la modalità occorsa, venne ampiamente contestata. Ancora, nel 531 non passò il tentativo di papa Bonifacio II di proporre quale suo successore il diacono Virgilio. La disposizione con cui Proculus aveva designato il proprio arcidiacono Pelino all'immediata successione aveva dunque bisogno dell'avallo diretto della sede patriarcale romana. Ottenuta la desiderata conferma, a seguito della morte di Proculus, il non ancora quarantenne Pelino assunse la dignità episcopale. In questa veste, si mostrò fermo ed intransigente innanzi ai funzionari imperiali i quali, allora, lo allontanarono dalla cattedra brindisina. Fu deportato a Corfinio, dove venne condannato a morte e ucciso probabilmente nel 662, il 5 dicembre, insieme con Sebastio e Gorgonio, bibliotecari e archivisti della sede episcopale di Brindisi. Da qui il vasto culto che negli Abruzzi è riservato al santo: fu dichiarato patrono della diocesi di Valva-Sulmona, dedicatario della basilica cattedrale di Corfinio e di un piccolo centro abitato nella diocesi dei Marsi. La vita di san Pelino ebbe una prima redazione già nel VII secolo, allorché Ciprio, eletto da clero e popolo vescovo di Brindisi, in seguito alla morte di Costante II nel 668, poté erigere una chiesa in onore del predecessore in cui furono collocate le reliquie di Sebastio e Gorgonio. Fu questo l'atto che sanzionò la “canonizzazione” di Pelino del quale, per l'occasione, fu scritta la vita da proporre come paradigmatica alla popolazione. Nel 1771, nella basilica Cattedrale di Brindisi gli fu dedicato l'altare che chiude la navata sinistra, ove è rappresentato in una tela dipinta da Oronzo Tiso (17261800). La sua memoria, è stata per secoli ampiamente solennizzata il 5 di dicembre considerando Pelino principale protettore della città insieme a Leucio. Per la cronaca annotiamo che un gruppo di pellegrini albanesi, accompagnati da don Antonio Sciarra, si sono recati a Corfinio il 24 dicembre 2010 per venerare le reliquie di S. Pelino e per un momento di preghiera. I fedeli, poi, hanno venerato il Santo con il bacio della reliquia. Agli inizi di marzo una delegazione composta da don Antonio Sciarra di 8

Avezzano, il parroco di Corfinio, don Vincenzo Paura, il vescovo di Avezzano mons. Pietro Santoro e il vescovo di Sulmona mons. Angelo Spina, si recheranno a Blinisht in Albania per portare una statua che raffigura S. Pelino, come quella di Corfinio. Per In quell’occasione il vescovo di Sulmona ha inoltrato domanda alla Congregazione per il Culto Divino di poter portare un frammento della reliquia che è a Corfinio. Così, dopo secoli di silenzio S. Pelino, nato a Durazzo, Vescovo di Brindisi, martirizzato a Corfinio, ritorna nella sua Albania. A cura di Renato Alterio

NOTA BIBLIOGRAFICA: *Famiglie nobili estinte e fiorenti *Santi e beati *Immagini di Navelli

9