Il tecodonte corridore

un racconto attribuibile a Italo Calvino?

Un racconto attribuibile a Italo Calvino?

Il tecodonte corridore

Un mio prozio da parte di mia mamma fu un biologo particolarmente esperto sull’evoluzione. Tra le sue carte trovai anni fa, scritto a macchina, questo racconto che ha per protagonista un tecodonte corridore. Datato 1963, richiama la vicenda dello Zio acquatico raccontata da Qfwfq nelle Cosmicomiche (1965) di Italo Calvino. E se l’avesse scritto proprio Calvino? Non è da escludere: mio prozio conobbe il grande scrittore e in più occasioni ebbe anche modo di parlargli di persona. A Torino, dove visse per qualche anno, potrebbe avere avuto la fortuna-onore di leggere questo dattiloscritto poi rimasto tra le sue carte.

Mio nonno teneva sempre la pipa in bocca e tra una boccata e l’altra continuava a grattarsi e a brontolare. Diceva che da giovane era stato un apprezzato tecodonte corridore, senza dubbio il più veloce dei bipedi della zona. Apprezzato da tutti, diceva lui, anche da quegli stupidi di pesci e anfibi che non poteva sopportare. A starlo a sentire, ai suoi tempi aveva coperto lunghe distanze come niente e aveva detenuto decine di record; rimasti imbattuti, sottolineava ogni momento, fino a quando dei presuntuosi di quasi mammiferi, con le loro pellicce da fior di milioni, escogitarono e svilupparono nuove tecniche di corsa e lui se la prese in quel posto. A me veniva da ridere a osservarlo appollaiato sugli alberi sempre a grattarsi, a brontolare, a fumare. Per me le sparava davvero grosse, che lui, perfetto arboricolo tale e quale a noi altri, da giovane era stato un valente corridore terrestre e vattel’a pesca tutte le altre fandonie che raccontava del suo passato. Io non lo contraddicevo mai, anche quando se la prendeva con noi giovani che secondo lui avevamo modificato buona parte delle squame in penne soltanto per metterci in mostra e per proteggerci dalle cadute dagli alberi. «Sì perché – continuava a dire – avete la testa per aria e non fate a tempo a salire sugli alberi che subito capitombolate giù. Bischeri che non siete altro, imparate una buona volta a usare gli artigli davanti, ci vuole tanto? Io invece – era la conclusione – se ho penne e piume è per disperdere poco calore e trattenere il più possibile l’acqua del corpo, e anche...»

Era sempre le stessa musica. Che noi s’era trovata la pappa bell’e pronta e non avevamo inventiva perché s’era presa per buona la vita su per le piante, senza fiatare, lui invece se l’era conquistata dopo tante fatiche e a una certa età anche per via del fiato che non era più quello di una volta e se doveva mettersi in salvo gli era più facile salire in alto sugli alberi anziché correre come un disperato. «Se non mi ero ingegnato, se non mi era venuta l’idea d’arrampicarmi e starmene sugli alberi, m’ero già bello e fregato. Le gambe per correrci mica puoi farci affidamento tutta la vita. E pensare le critiche e gli improperi quando dissi a tua nonna e al parentado che me ne andavo a vivere sugli alberi; e pure i vicini ci si misero, quelli poi, che cavolo gliene fregava? Era un coro unanime, chi lo sa? invidia, paura che diventassi qualcuno? E poi no, qualcuno lo ero già stato per via dei record. «Tu sei tutto scemo», continuavano a dirmi, «da sempre noi si sta a terra, si corre e ci s’ha le tane ne’ poggi tra gli ontani vicino alle polle e ai corsi d’acqua, e tu te ne vai sugli alberi. È che ce l’hai con noi e sei stufo di tua moglie, povera donna, altro che storie». Di lì a poco dovetti ricredermi su mio nonno. Fu quando morì, di vecchiaia, mica lo beccarono o gli successe qualcosa come cadere dalla pianta o giù per un burrone. I suoi annetti ormai ce l’aveva e da tempo se ne stava sull’albero senza più scendere, sempre zitto, mai una parola, soltanto boccate di fumo che qualcosa, è ovvio, dovevano pur dire. Al funerale c’era pieno di gente. Cominciarono ad arrivare in mattinata, metti anche un po’ di curiosità per via che lui, figurarsi se voleva essere messo a terra. Guai. Aveva lasciato detto che accidenti a noi lui voleva un catafalco sulla spatodea vicino all’ansa del fiume. Lo mettessimo lì, all’aria, sette otto metri almeno da terra. E così facemmo. Alla cerimonia, nel pomeriggio, parteciparono un po’ tutti. Sinceramente non me l’aspettavo. Oltre a parenti e amici, c’erano diversi compsognati (arrivarono in gruppo, una quindicina circa, trotterellando a tempo, unoddue unoddue sulle loro gambe da struzzi), coritosauri goffi e paciocconi come sempre, lepospondili che si davano un sacco di arie tutto perché avevano la pelle senza squame che a loro pareva chissà cosa quando invece, mio nonno lo diceva sempre, erano stati gli ultimi a deporle. Tra i presenti, la cosa mi colpì, c’erano anche dei metateri. Loro sì che erano una novità. Li guardavamo estasiati, non che fossero tanto diversi da noi, c’era il fatto che non facevano più le uova e nascevano in modo stranissimo, da dentro, non si sapeva bene come, e poi, molto più bella di quella dei quasi mammiferi, avevano la pelliccia e correvano come fulmini; insomma erano i migliori, i più in vista di tutti noi. Uno di loro mi si avvicinò. – Tuo nonno fu un grande tecodonte – mi disse. – Io proprio osservando lui imparai a correre. All’inizio come da qui allo stagno mi dava ottanta metri buoni. Poi pian piano riuscii a stargli dietro e addirittura a batterlo. Era molto intelligente. Quando vide che altri correvano ormai più veloci di lui, lasciò perdere e pensò di starsene sugli alberi. Ma non per poltrirci sopra. So di certo che un’idea rivoluzionaria gli frullava per la testa: sviluppare come delle membrane cutanee, molto estese, sotto le penne, per lanciarsi dagli alberi e non cadere lì sotto, ma arrivare parecchio lontano. Era attratto dall’aria. Forse sognava di correrci in mezzo, per primo, e molto più veloce che sulla terra ai tempi d’oro. Fu grande davvero. Chissà che qualcuno di voi non prosegua nella strada da lui aperta, e che un domani non vi veda sfrecciare sopra la mia testa. Terminò e s’allontanò in silenzio. Un fremito mi scosse dalla testa ai piedi: improvvisamente tutto era chiaro e non potei fare a meno di darmi dello stupido. Nulla comunque era perduto.