P. 1
Tesi Di Laurea Triennale

Tesi Di Laurea Triennale

|Views: 165|Likes:
Published by Christine Weise

More info:

Published by: Christine Weise on Nov 27, 2012
Copyright:Attribution Non-commercial

Availability:

Read on Scribd mobile: iPhone, iPad and Android.
download as PDF, TXT or read online from Scribd
See more
See less

10/18/2014

pdf

text

original

Nel novembre 1994 e nel marzo 1995 si sono svolte due conferenze importanti grazie

all'azione concertata di organizzazioni come la Commissione internazionale dei

giuristi (CIJ), la FEDDAF/WILDAF (Femme, droit e développement en Afrique) e il

Centre africain de la démocratie e des études des droits de l'homme di Banjul, in

cooperazione con la Commissione africana. Si trattava del forum delle ONG in

preparazione della conferenza di Pechino, tenutosi a Dakar (1994), e del seminario

sulla "Carta africana dei diritti dell'uomo e dei popoli e i diritti delle donne" a Lomé

(1995). Dal seminario di Lomé è emersa la raccomandazione che l'OUA adottasse un

protocollo sui diritti delle donne, aggiuntivo o opzionale alla Carta africana e che

venisse nominato un relatore speciale sui diritti delle donne. I capi di stato e di

governo dell'OUA decisero di implementare questa raccomandazione nel giugno

1995 ed istituirono un gruppo di lavoro che propose come relatrice speciale Julienne

Ondziel-Gnelenga, giurista congolese ed ex-vicepresidente della Commissione

Africana, ed elaborò un progetto di protocollo.38

Nel gennaio 2003, l'ONG

internazionale Equality Now organizzò una riunione di attiviste africane per i diritti

delle donne, per esaminare il progetto ed organizzare il lavoro di lobby sui governi

per fare "adottare un testo che promuova realmente i diritti delle donne africane nel

diritti internazionale".39

Il protocollo venne adottato nel luglio 2003 a Maputo e entrò

Reproductive Health Series, Ottobre 2006.

36

Grimes, op. cit.

37

Grimes, op. cit.

38

L'iter che porta alla redazione del progetto è descritto da Mutoy Mubiala nel documento Le projet de
Protocole à la Charte Africaine des Droits de l'Homme et des Peuples relatif aux Droits de la Femme
en Afrique
, Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, Ginevra, 2000.
http://www.unhchr.ch/french/html/menu2/womenpub2000_fr.htm

39

Equality Now, African Union adopts protocol on the rights of African women: right to abortion
articulated for the first tim in international law
(Comunicato stampa del 14.7.2003),
www.africaaction.org/docs03/wom0307.htm

16

in vigore il 25 novembre 2005. Il testo del cosiddetto "protocollo di Maputo"

riprende molti degli impegni della piattaforma di Pechino, tra cui il divieto delle

mutilazioni genitali femminili che in questo modo viene inserito per la prima volta in

un trattato internazionale. I diritti sessuali e riproduttivi sono trattati nell'articolo 14

("Diritti in materia di salute e salute riproduttiva") che mette al primo posto il "diritto

al controllo sulla propria fertilità", compreso nel diritto delle donne alla salute.

L'ultimo comma, il 2.c), rappresenta uno sviluppo notevole rispetto alle conferenze

degli anni '90 perché inserisce l'impegno degli stati di proteggere i diritti riproduttivi

delle donne autorizzando l'aborto terapeutico nei casi di violenza sessuale, stupro,

incesto e quando portare avanti la gravidanza comprometterebbe la salute mentale e

fisica della donna o la vita della donna o del feto.40

È la prima volta che un trattato internazionale (in questo caso, regionale) citi

esplicitamente l'aborto come mezzo per proteggere i diritti riproduttivi delle donne.

Prima dell'approvazione del protocollo di Maputo, erano state emesse varie

raccomandazioni generali o osservazioni conclusive di comitati ONU41

rivolte a stati

dove l'aborto è totalmente vietato, limitato da parametri troppo restrittivi o dove

l'obiezione di coscienza dei medici impedisce in pratica l'accesso ai servizi di aborto

anche quando questi sono legali. Queste pronunce dei comitati sono vincolanti come

interpretazioni ufficiali dei trattati relativi. Dalla convenzione CEDAW, dalle

conferenze degli anni '90 e dalle interpretazioni dei comitati era infatti emerso un

consenso internazionale sul fatto che l'aborto, dove è legale, debba essere sicuro e

accessibile, e che in ogni caso, le donne abbiano diritto al trattamento di

complicazioni derivanti da aborti illegali. Inoltre, sono state criticate le legislazioni

troppo restrittive sull'aborto, come emerge per esempio dai commenti del Comitato

CEDAW sul rapporto cileno del 1999.42

L'inserimento dell'aborto in un trattato regionale ha rappresentato comunque una

40

Protocollo alla Carta Africana sui diritti dell’uomo e dei popoli sui diritti delle donne in Africa. Testo
italiano: Database strumenti internazionali, Università degli Studi di Padova, Centro
interdipartimentale di ricerca e servizi sui diritti della persona e dei popoli, Archivio Regionale "Pace
Diritti Umani", http://www.centrodirittiumani.unipd.it

41

Non solo il comitato CEDAW ma anche il Comitato per i diritti umani, il Comitato su diritti economici,
sociali e culturali e il Comitato contro la tortura avevano criticato diversi stati (ad es. Argentina,
Lesotho, Nepal, Cile, Croatia, Peru, Polonia) per la loro politica restrittiva sull'aborto che metteva a
rischio i diritti umani delle donne.

17

novità e ha scatenato forti proteste da parte della Chiesa cattolica. In un documento

del 19 giugno 2007, 34 vescovi ed arcivescovi dell'associazione delle conferenze

episcopali dell'Africa centrale, preoccupati dalla "cultura di morte" che si sta

diffondendo in Africa, condannano il protocollo di Maputo (in particolare l'art. 4

sulla violenza contro le donne e l'art. 14 sopra citato) come "una minaccia grave per i

valori della morale cristiana e della cultura africana"43

. Ripropongono quindi una

visione statica della "cultura africana" e del ruolo della donna nell'ambito di tale

cultura contro la quale, invece, i movimenti femminili africani si battono da tempo.

Come spiega Anna Rossi-Doria

Negli anni novanta, sono stati spesso gruppi di donne del Terzo mondo a denunciare il fatto

che il relativismo culturale veniva difeso non dalle vittime delle violenze, ma dai dirigenti di

paesi in cui sono calpestati i diritti umani. Un ruolo decisivo in questo senso (...) fu svolto a

Pechino da donne dello Zimbabwe, dello Zambia e del Sudafrica.44

Durante il seminario di Lomé, il prof. Kivutha Kibwana dell'Università di Nairobi,

riconosce la necessità di scegliere tra vari aspetti culturali per tutelare i diritti delle

donne africane:

La Carta assegna grande importanza ai costumi e ai valori tradizionali (art. 18, 22, 27, 29 para.

7 e 61). Solo l'articolo 29 (7) riconosce che non tutti i valori culturali africani sono positivi. I

costumi, i valori tradizionali e il diritto consuetudinario sono i primi fattori che hanno

contribuito a negare alle donne africane i loro diritti. Le disposizioni relative ai costumi e alla

cultura devono essere attenuate per garantire che vengano imposti solo i valori positivi. Le

nuove costituzioni in Africa cominciano a dedicarsi apertamente alla questione della cultura

riconoscendo il fatto che questa comporta sia aspetti positivi che negativi.45

Il protocollo di Maputo riconosce alle donne il diritto "di vivere in un contesto

culturale positivo e di partecipare a tutti i livelli alla determinazione delle politiche

culturali" riconoscendo così il carattere dinamico della cultura.

Anche se il riferimento esplicito all'aborto rappresenta un precedente importante al

livello internazionale, le restrizioni implicite nell'articolo 14 sono comunque notevoli

e denotano lo sforzo di raggiungere un compromesso minimo in sede di negoziato.

42

http://www.un.org/womenwatch/daw/cedaw/21sess.htm

43

Declaration de l’ACEAC sur la Ratification du Protocole de Maputo,

http://www.evangelizatio.org/portale/adgentes/chieselocali/chieselocali.php?id=469

44

Rossi-Doria, in Salvati, op.cit, p. 88.

18

Limitando l'impegno dello stato all'autorizzazione dell'aborto, innanzitutto si evita di

vincolare gli stati a rendere accessibili e raggiungibili servizi sanitari per abortire.

Inoltre, si evita di riconoscere una serie di fattori importanti che possono mettere in

gravi difficoltà una donna e rendere necessari un aborto: una situazione economica

difficile, la difficoltà di imporre l'uso dei contraccettivi nel rapporto con il partner, il

non funzionamento del metodo contraccettivo scelto o l'abbandono da parte del

partner che rifiuta la paternità. Va considerato inoltre la difficoltà di dimostrare uno

stupro, in particolare dove lo stupro tra coniugi non è riconosciuto come un crimine

dalle leggi del paese. Il "diritto al controllo sulla propria fertilità" e il "diritto di

decidere se avere o non avere figli, il numero dei figli e la distanza tra una

gravidanza e l'altra", sanciti nel primo comma dell'art. 14, rimangono fortemente

limitati. Il protocollo di Maputo rappresenta quindi un passo avanti nell'affermazione

dei diritti individuali delle donne, ma il riconoscimento dei diritti sessuali e

riproduttivi, fondamentale per l'autodeterminazione delle donne e per la loro integrità

fisica, non è ancora completo.

Maggiori progressi sono stati invece compiuti da alcune legislazioni nazionali, in

particolare da quella sudafricana che sarà analizzata nei prossimi capitoli.

45

cit. in Mutoy Mubiala, p. 2.

19

You're Reading a Free Preview

Download
scribd
/*********** DO NOT ALTER ANYTHING BELOW THIS LINE ! ************/ var s_code=s.t();if(s_code)document.write(s_code)//-->