Cantico di un anziano

Benedetti quelli che mi guardano con simpatia Benedetti quelli che comprendono il mio camminare stanco Benedetti quelli che parlano a voce alta per minimizzare la mia sordità Benedetti quelli che stringono con calore le mie mani tremanti Benedetti quelli che si interessano della mia lontana giovinezza Benedetti quelli che non si stancano di ascoltare i miei discorsi tante volte ripetuti Benedetti quelli che comprendono il mio bisogno di affetto Benedetti quelli che mi regalano frammenti del loro tempo Benedetti quelli che si ricordano della mia solitudine Benedetti quelli che mi sono vicini nella sofferenza Beati quelli che rallegrano gli ultimi giorni della mia vita Beati quelli che mi sono vicini nel momento del passaggio Quando entrerò nella vita senza fine mi ricorderò di loro presso il Signore Gesù.
Anno 65° n. 1

Fondato nel 1948
Sped. in abb. postale comma 20, lett. C, Art. 2 - Legge 662/96 Taxe perçue -Tariffa riscossa To C.M.P.

gennaio 2013

NATALE... QUALE NATALE?
IL GIORNO DEL SÌ... PER SEMPRE! LETTERA DI UN BAMBINO DIVERSAMENTE ABILE ALLA SUA MAMMA NON GIUDICHIAMO I POVERI NOI VOLONTARI COTTOLENGHINI

Sommario
Il punto
Don Roberto Provera

il punto
di Don Roberto Provera
lcuni giorni or sono un caro amico mi ha regalato un libricino di non molte pagine. Dalla scura copertina affiora appena appena il nome dell’autore: Gianfranco Ravasi e subito sotto invece spicca in bianco il titolo: Breviario. Sì, si tratta dell’insigne Biblista e dal 3 settembre 2007 Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, che ogni settimana offre il suo contributo, sempre di alto profilo, sulla prima pagina del numero domenicale de “Il sole 24 ore” nella rubrica “Breviario”. Il libretto raccoglie questi contribuiti dal giugno 2011 all’agosto 2012. Non intendo tessere l’elogio, certo non immeritato, ma qui fuori luogo, del personaggio. Cerco solo riparo alla sua ombra e dal forziere della cultura traggo due perle preziose. La prima. “Se hai due pezzi di pane, danne uno ai poveri. Vendi l’altro e compera dei giacinti per nutrire la tua anima” (antico aforisma indiano). Non puoi trattenere egoisticamente nella tua mano il primo pane. Se hai un cuore, tanto più se sei cristiano, come potresti sentirti in pace con la tua coscienza, sapendo che ogni giorno trentamila bambini nel mondo muoiono di fame? E tu, che tieni la tua mano serrata, alla fine forse non saprai che farne del tuo pezzo di pane e finirai per gettarlo nella spazzatura, così come avviene per un terzo del cibo prodotto nel mondo. Con l’altro pane compera dei giacinti. Il giacinto con il suo estasiante profumo e i suoi variegati colori. Simbolo di bellezza, di spiritualità, che si eleva al di sopra, che va oltre la dura realtà della vita quotidiana, che rapisce e trasporta nel mondo dei valori superiori, che nutre l’anima. Ciascuno di noi ha bisogno di alimentare non solo la propria carne, ma anche il proprio Spirito. La Carità di Cristo ci spinge a soccorrere il prossimo – e non dimentichiamo che in questo caso il primo prossimo è ciascuno per se stesso – che ha fame di pane, di lavoro, di tecnologia, di scienza, di cultura, ma soprattutto di risposte vere ai bisogni più veri, alle domande più segrete e profonde: che cosa può rendere “buona” la mia vita, perché non sia inutile, vuota, priva di senso? La seconda. “Siamo seduti alla vigilia di Natale / noi, gente misera, in una gelida stanzetta. / Il vento corre fuori, il vento entra. /Vieni, buon Signore Gesù, da noi: / perché tu ci sei davvero necessario” (Bertolt Brecht). A volte, come in questo caso, atei convinti e radicali intuiscono, comprendono e, forse, misteriosamente apprezzano o invidiano, quei beni preziosi, che altri, forse noi, hanno abitualmente fra le mani, senza però afferrarne il valore. Gesù non viene forse per squarciare le nostre tenebre, per aprirci sentieri di luce, di bene, di amore? Ma che ne sarà di noi, se ci accontenteremo della fiammella tremolante di una candela, che, consumata, ci lascerà inesorabilmente al buio? Non i presuntuosi, chiusi nella loro boriosa autosufficienza, scorgeranno i bagliori della vera luce. Se perciò vogliamo trovare il senso della nostra vita, sgomberiamo il cuore da ogni supponenza e con umiltà e semplicità volgiamo il nostro sguardo al Bimbo di Betlem, Parola di Dio fatta carne per la nostra salvezza... se tendiamo l’orecchio.

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Natale... quale Natale?
Redazione

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Il giorno del Sì... per sempre!
Suor Luisa Busatto

Medjugorje
Periodico della Famiglia Cottolenghina e degli ex Allievi e Amici della Piccola Casa n. 1 gennaio 2013
Periodico quadrimestrale Sped. in abb. postale Comma 20 lett. C art. 2 Legge 662/96 Reg. Trib. Torino n. 2202 del 19/11/71 Indirizzo: Via Cottolengo 14 10152 Torino - Tel. 011 52.25.111 C.C. post. N. 19331107 Direzione Incontri Cottolengo Torino Direttore Onorario Don Carlo Carlevaris Direttore responsabile Don Roberto Provera Amministrazione Avv. Dante Notaristefano Segreteria di redazione nuovo indirizzo mail redazione.incontri@cottolengo.org Redazione Salvatore Acquas Mario Carissoni Collaboratori Mauro Carosso Fr. Beppe Gaido Nadia Monari Progetto grafico Salvatore Acquas Stampa Tipografia Gravinese Corso Vigevano 46 - Torino Tel. 011 28.07.88 La Redazione ringrazia gli autori degli articoli, particolarmente quelli che non è riuscita a contattare.

Mario Carissoni

Sei alpini, amici tuttofare
Don Giuseppe Ghidinelli

Un sacerdote tutto d’un pezzo
Eusebio Mattea

Lettera di un bambino diversamente abile alla sua mamma 16-17
Redazione

Ho sognato d’intervistare Dio
Redazione

18-19 20-31 24-25 26-27 28-29 30 31 32

Non giudichiamo i poveri
Fratel Beppe Gaido

Il giornale di noi “volontari”
Franco Marangoni

Radiotecnico
Pierpaolo Bavassaro

La nuova povertà in Italia
Davide Luzzi

Il vecchio saggio
Redazione

I nostri defunti
Redazione

Cantico di un anziano
Redazione

Incontri è consultabile su http://chaariahospital.blogspot.com/ Questa rivista è ad uso interno della Piccola Casa Cottolengo

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Natale... qualeNatale?
alla vista dei piccoli e a volte non solo dei piccoli, e giunge il momento dell’immancabile panettone che ci porterà subito a nanna, felici, in pace con Dio e con gli uomini; mentre le buone mamme ancora devono dare l’ultimo tocco al pranzo più importante e bello dell’anno: “Il pranzo con Gesù che sorride dalla sua capanna nel presepio”. Gustiamolo questo evento è una verità custodita dalla fede, che non ha mai smesso di trasmettere la gioia dell’annuncio e di celebrare la manifestazione dell’amore di Dio, che si fa riconoscere in questo Bimbo venuto nel mondo. L’inizio del Vangelo, di una storia dove ognuno di noi guardando quel Bimbo che la Santa Vergine ci ha donato, percepisce che porta una grande meravigliosa notizia: “Gesù si è fatto come noi per farsi conoscere, per parlarci di un Dio che ama. Ci invita a percorrere le strade dell’umiltà e della bontà, vuole educarci a vivere nell’amore, insieme e più umani, per dare senso alla nostra presenza su questa terra”. Vivere insieme, specialmente oggi che l’unità nelle famiglie è diventata una cosa sempre più rara e troppi vivono malinconicamente soli, custodendo gelosamente le proprie necessità, i propri segreti. Non facciamo quasi più nulla insieme, tantomeno le cose del Padre Celeste. Il nostro mondo,

spiritualità
specialmente quello occidentale, travolto dalle sue ambizioni ha perso il senso della comunità, ha paura delle responsabilità, crea instabilità nei rapporti, ha sfasciato la famiglia che cresceva unita nell’amore. Invece è proprio lì che dobbiamo ritrovare l’amore; non va cercato nelle cose del mondo è nella famiglia, là dove si abbraccia il figlio che sbaglia, quello disorientato senza lavoro, il coniuge che ha ingannato, l’anziano che ha perso la memoria, il fratello ammalato, il parente scontroso. Coraggio è Natale, Gesù ci porta l’amore, e solo l’amore è capace di donarci i miracoli di cui abbiamo tanto bisogno; impegniamoci con forza, è poi quanto ci chiede il Concilio Vaticano II, che a cinquanta anni dal suo inizio, lancia una grande sfida al terzo millennio: “Compito della Chiesa è l’evangelizzazione di tutto l’occidente, che sta scivolando sempre più nell’indifferenza, nell’abbandono dei valori morali e religiosi”. Un’evangelizzazione che passa, deve passare, anche attraverso la testimonianza dei credenti. Siamo tutti chiamati a far risplendere la Parola di verità che Gesù ci ha lasciato. Natale, questa ricorrenza, questi giorni, invitano e offrono grande opportunità, per scuoterci e ripartire. Un impegno necessario e doveroso; sia il nostro regalo natalizio, donato a tutti i fratelli!

Redazione

L

a meraviglia di questo momento, del ritrovarsi a contemplare il Bambino Gesù, nato da Maria; figura dolce di mamma che offre al mondo una piccola creatura, ma già tanto piena di gloria sin dal suo primo vagito tra di noi! Sogniamo per un momento di essere vicini a quel presepe, in quella notte magica, dove attorno alla misera culla, si sono inginocchiati angeli creature di luce, bambini e tanti candidi pastori. Il mistero di quella notte, di un Dio fatto uomo, non ci colga impreparati, desti in noi il desiderio di volare tra le stelle del cielo di Betlemme, per incontrarlo quel Bambino narrato dai Vangeli, per pregarlo e adorarlo. Uniti in Gesù, per diventare riflesso di un Presepio umano, più vero! Natale porta la bellezza universale delle festività natalizie. Sparse in tutto il mondo, sono un grande dono che il cristianesimo ha fatto a tutta l’umanità. Si celebrano ovunque, pur se con modi molto diversi tra di loro; ognuno è libero di viverle come meglio (o peggio) crede. Così abbiamo il bianco Natale nordico pieno di neve, con un simpatico vecchietto dalla lunga barba bian-

ca, che viaggia sulla sua slitta trascinata dalle renne; un altro Natale che è invece pieno di sole e di fissati dell’abbronzatura ad ogni costo; altri festeggiati su isole lontane, che i nostri gaudenti non hanno magari mai studiato nella geografia degli anni scolastici; poi abbiamo Natali pieni di folclore, dove i bianchi ce la mettono tutta per diventare quasi neri, e più vicino a noi, i Natali delle vetrine piene di luci che attraggono, maree di persone che lottano per essere i primi a cogliere a qualunque prezzo, l’ultimo gioiello proposto dalla tecnica informatica. Su tutto e ovunque poi, l’impero dell’albero natalizio carico di variopinte boccette e stelline luminose, che ha ormai relegato il presepio nel dimenticatoio. Poi, grazie al cielo, c’é il nostro Natale, quello cattolico, che viviamo ancora tutti e che ci ricorda con nostalgia la famiglia, unita attorno al presepio, la Messa di mezzanotte ricca di canti natalizi; che dalla chiesa passeranno poi nelle strade con l’arrivo degli zampognari. Poi subito a casa a preparare i doni, da mettere ben nascosti sotto il presepio, per sottrarli almeno sino al mattino

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Il Giorno del SÌ... per sempre!
di Suor Luisa Busatto

notizie
ammalate che ci aiutano con la preghiera e il dono di sé, sino all’ultimo respiro; Il nostro Deo Gratias anche per tutti voi carissimi e tanto amati ospiti, nostri familiari! In questa grande famiglia che tanto amiamo e in cui vivremo sempre insieme! Deo Gratias alle nostre formatrici, superiore e a tutte le persone, che in questi anni ci hanno seguito nel nostro cammino di crescita nella fede, nella formazione umana e spirituale. Deo Gratias alle nostre sorelle claustrali per la loro preziosa preghiera. Deo Gratias a tutte e tutti coloro, che dalla cucina alla lavanderia, alla sacrestia… sono stati operosi nel nascondimento, affinché questo momento fosse ancor più festoso per tutti! Dovunque c’è una presenza cottolenghina, diciamo Deo Gratias! Per tutti i laici, operatori, volontari, amici che ci sono vicini e collaborano con noi in modi diversi, nella Piccola Casa della Divina Provvidenza”. Nella gioia, con affetto grande, vi ricorderemo a Dio Padre Provvidente che vi colmi della sua Grazia e del suo amore! E …desiderando che ciascuno possa sentire rivolto a sé questo grazie, con il grazie ancora al magnifico Coro cantiamo… “Benediciamo il Signore, cantiamo Deo Gratias!”

27 Settembre 2012. Memoria di San Vincenzo De’ Paoli: Solennità per la Piccola Casa della Divina Provvidenza. Ore 15,30. Nella Chiesa grande il canto d’inizio apre la solenne Concelebrazione nella quale è inserita la Professione Perpetua di undici sorelle: Suor Regina, Suor Christina, Suor Packiam, Suor Virginia, Suor Rose, Suor Benedictor, Suor Angelica, Suor Florence, Suor Salome, Suor Ajitha e Suor Helena.
Riportiamo con gioia il ringraziamento che, al termine della Celebrazione, le sorelle hanno voluto esprimere.
Deo Gratias, per tutti e a ciascuno di voi qui presenti, per chi è venuto da lontano e anche per chi non ha potuto essere qui, ma ci segue con affetto e preghiera. Deo Gratias a Padre Lino e a tutti voi sacerdoti e ministri del Signore. Deo Gratias per nostri amati genitori e familiari, che sentiamo qui presenti con il loro amore. Deo Gratias a Suora Madre, a Fratel Giuseppe, a tutte le cottolenghine e i cottolenghini di ogni età e nazione che, uniti dall’unico carisma, vivono e donano la loro vita dove la Divina Provvidenza li chiama. La nostra gratitudine a tutte le sorelle anziane e
Suor Packiam

Suor Regina

Suor Christina

Suor Virginia

Suor Rose

“Carissimi tutti, permetteteci di dire il nostro
grazie che vuole essere un grandissimo Deo Gratias! Con il nostro Santo noi diciamo: Deo Gratias! Sì, perchè il Signore ha posato il suo sguardo su di noi e, nella sua infinita misericordia, ci ha donato la vita, ci ha chiamato alla fede e ci ha dato una vocazione che è chiamata nella Congregazione delle Suore di S. Giuseppe Benedetto Cottolengo, nella Piccola Casa della Divina Provvidenza.

Suor Benedictor

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Suor Angelica

Suor Florence

notizie
6 Ottobre 2012: Prima Professione religiosa di Marta e Federica

Suor Salome

Suor Ajiitha

Suor Helena

La bellezza del Regno di Dio!
Questi “scatti” che ritraggono l’abbraccio di Madre Giovanna con ogni sorella, segno dell’incorporazione definitiva all’Istituto, dicono una gioia che “parla senza parole”… la gioia dell’adesione intima e indissolubile a Dio e dell’appartenenza alla nuova Famiglia religiosa e alla Piccola Casa. Da queste pagine d’Incontri quale augurio possiamo farvi? Possiate, sorelle carissime, portare la Vita Divina dovunque la Divina Provvidenza vi chiamerà, promuovendo e prendendovi cura di ogni vita, particolarmente della più fragile e indifesa, nel nome e per amore di Colui che ha donato e, ogni giorno, continua a donare la Sua Vita per noi, “affinché tutti abbiano la Vita e l’abbiano in abbondanza!”( Gv 10,9). Portiamo insieme nel cuore le parole del nostro Padre Fondatore: “Amate Dio, andate avanti alla presenza di Dio, pregate dunque, pregate sempre e… la vostra carità sia condita con tanta buona grazia e belle maniere… Ricordiamoci pure che è una grazia tutta speciale della Divina Provvidenza, l’averci chiamate ad essere i servitori di questi nostri Signori e Padroni, perciò animiamoci a servirli come ne sono degni e meritevoli… Andate in nome di Dio, non temete di nulla. Egli vi accompagnerà… sebbene i rami siano molti, la pianta è una sola; perciò vi benedico e andate in Domino!” Deo Gratias sempre! “Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami.” (Matteo 13,31-32 ) Il seme del Regno è deposto nel giardino del vostro cuore: metta radici profonde e cresca... fiorisca e, nella Bella Stagione che è la vostra vita, porti abbondanti frutti di amore e di gioia, di speranza e di pace. Fra i rami della vostra vita possano venire molti, a trovare ristoro; piegatevi al Vento dello Spirito e offritevi come riparo e protezione a chi è a terra e non riesce, da solo, a rialzarsi; fatevi accoglienza così ch’egli possa riprendere energie e spiccare nuovamente il volo... Auguri! L’Amore vi attiri, vi possieda e vi sospinga; possiate dire, con il dono della vita, ad ogni fratello e sorella, quella parola decisiva “Voglio che tu ci sia” e sentire, nel vostro quotidiano, la parola consolante del Re: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.”(Mt. 25, 40) Sì. “L’amore è la spiegazione di tutto.” (Giovanni P. II) Deo Gratias sempre!

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Medju Medjugorje
di Mario Carissoni
lascia dei messaggi, che insistentemente invitano alla preghiera, conversione, digiuno, riconciliazione con Dio e con il prossimo. Ad alcuni dei veggenti la Vergine S.S. ha poi affidato dei segreti che descrivono eventi che accadranno se l’umanità non riesce a ravvedersi. Le notizie di questi avvenimenti hanno fatto rapidamente il giro del mondo, suscitando attese che si sono diffuse spandendosi in mille rivoli, creando grande interesse in ogni parte del mondo. I veggenti sono stati sottoposti a una grande quantità di test medici fisici e psicologici, dai quali è emerso che si tratta di ragazzi assolutamente normali e che durante le apparizioni, non vi è alcun indizio di frodi o simulazioni. Esami tramite encefalogramma escludono ogni forma di allucinazione o altra patologia conosciuta. Altri esami, condotti sui veggenti da un’equipe dell’Università degli Studi di Milano, hanno potuto accertare che durante le presunte estasi, i veggenti perdevano completamente la percezione dell’ambiente circostante. In conclusione, gli studiosi hanno dichiarato di non essere in grado di fornire spiegazione scientifica al fenomeno. A tanto è arrivata la scienza; ormai credere o non credere è affidato alle nostre personali convinzioni, alla nostra fede, al nostro coraggio di affrontare serenamente, la lettura di queste e altre importanti apparizioni del secolo scorso, per scoprirne nella continuità il significato dei messaggi. Medjugorje oggi è naturalmente ormai meta di numerosi pellegrinaggi, provenienti da tutto il mondo. Anche chi scrive, vi è stato recentemente e tenterà di incorniciare qualcuna delle sue esperienze. Dall’Italia per giungere a Medjugorje via terra, si attraversano Slovenia, Croazia, Bosnia e poi finalmente arriva la Bosnia Erzegovina. Queste nazioni sono collegate tra loro da una moderna autostrada che li attraversa quasi completamente. Man mano che ti avvicini alla meta, cresce l’ansia dell’attesa e non ci si stacca più dai finestrini; l’immaginario è già dentro il clima del luogo santo che vai a incontrare; poi vedi casupole, sempre più frequenti piccoli agglomerati, qualche edificio sparso qua e là identificabile come albergo, segnale che la meta si sta avvicinando. La cittadina si rivela sin da lontano offrendoci le guglie dei campanili della Chiesa parrocchiale di San Giacomo. Costruita nel 1892, è al centro di una bella piazzetta ombreggiata, con alberi variegati e maestosi, ricca di fiori, un bel monumento della Gospa (Madonna) e graziose fontane. Alle spalle della chiesa è montato un grande altare per la celebrazione delle Sante Messe all’aperto, in presenza di grande affollamento. Qui nella bella Chiesa di San Giacomo, pulsa il cuore di Medjugorje; ogni escursione nei diversi luoghi delle apparizioni, ogni visita alle opere generate dalla grazia delle apparizioni, ogni ringraziamento, ogni supplica, le lacrime di gioia, la liberazione dai dolori, tutto, calca il suolo di questa Chiesa. Qui nell’ora di adorazione, le anime si spogliano di ogni timore e finalmente libere, rassicurate dalla Mamma Celeste, pongono nelle mani di Gesù tutto il sudiciume della loro vita, finalmente ridiventata limpida per la grazia del perdono. Sì, molti vi parleranno dei luoghi delle apparizioni: le Croci blu, il Krizevac, il Podbrdo; mete che ogni pellegrino anela e raggiunge con non poca fatica,

spiritualità
portando fiori da deporre su quei sassi dove si è posata la nuvoletta con la Kraljica Mira; sgranando rosari, tutti insieme in una mescolanza di lingue meravigliosamente unisone, però al ritorno è poi là dove c’è un tabernacolo, dove Gesù ti attende che vai a sostare, a deporre il tuo cuore. E lì si prega, si prega e molto, ci si confessa; file di penitenti dall’alba sino a tarda sera, malgrado la presenza di non meno di una trentina di confessionali sempre attivi. Questo è il segno distintivo, il messaggio che primo si raccoglie in Medjugorje; si prega, il resto è anche bello da conoscere, ma è cosa del mondo, si perderà presto nei ricordi; la preghiera no, quando avrai imparato a farla partire dal cuore, nessuno più riuscirà a strappartela. Per finire, merita una visita, la Via Crucis, la croce di dodici metri sul Krizevac, il Gesù Crocefisso di bronzo, le tombe dei Padri francescani che primi credettero e per questo subirono angherie e carcere, poi le comunità di suor Elvira e quella di suor Cornelia, che raccoglie le giovani vittime delle guerre che hanno insanguinato Sarajevo e Mostar. Ho incontrato questa suora, è stato come incontrare il Cottolengo; completamente nelle mani della Provvidenza! Devo chiudere, ma quanto mi porto da Medjugorje ve lo voglio donare: “Ho vissuto un luogo reso santo dalle preghiere, pieno di lacrime… di gioia”.

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na piccola località lontana, nel cuore dei Balcani. Un nome che apparso nell’orizzonte dei nostri desideri, ha attraversato i nostri pensieri e li confonde, tanto quanto se per un momento fossimo proiettati tra le turbolenze di un cielo tardo autunnale, grigio, piovoso, ma con improvvisi squarci d’azzurro, folate di vento carico di foglie svolazzanti come tante piccole tortore improvvisamente senza nido. Un nido nel quale anche molti di noi vorrebbero trovare rifugio e certezza. Questa località è diventata celebre verso la metà degli anni 80, quando hanno cominciato a diffondersi notizie, che dal mese di giugno 1981, ad alcuni giovani del paese, sarebbe apparsa la Vergine Maria. Vicka, Mirijana, Marija, Ivan, Ivanka e Jakov, sei giovanetti tra dieci e sedici anni, che affermano di aver ricevuto e ricevono tuttora, apparizioni della Vergine, che si presenta con il titolo di “Regina della Pace”. A ogni apparizione

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Sei alpini, amici tuttofare
Al Cottolengo, per dare una mano
di Don Giuseppe Ghidinelli

testimonianze
Angelo, elegante, discreto completa ogni lavoro con pazienza e precisione certosina; Matteo il sostegno sempre presente nel momento giusto; poi ci sono anch’io, solo manovale, ma pare che servano pure quelli, no? Partiti domenica, lunedì di buon mattino eccoci sul posto puntuali e pronti; c’è parecchio lavoro da fare, la lista è molto lunga: sistemare una parete con crepe vistose, potare dei grossi tigli, sistemare la lunga scalinata che attraversa il parco, fatta a suo tempo con traversine ferroviarie ed è tutta da rifare, sistemare i rami degli alberi che si sono spezzati per la neve, ricostruire un il pergolato di kiwi, pure lui crollato sotto la neve, potare alberi da frutta, sistemare siepi ecc... raccogliere il tutto, per poi essere caricato per lo sgombero. È la settimana Santa: Il lavoro era molto ma ci eravamo prefissati di portarlo a temine entro il Venerdì sera, ma già il Giovedì Santo dopo quattro giorni di duro lavoro, era terminato; così stanchi ma soddisfatti, potevamo congedarci dalle Suore; che naturalmente ci hanno coperti di ringraziamenti e avvolti di abbracci pieni di gratitudine. Ci rimettiamo in viaggio, tra poche ore saremo di nuovo a casa, tra i nostri cari, pronti a rispondere alle loro mille domande curiose. Per il momento però è solo la piatta autostrada che accompagna i miei pensieri, scorrono con la bellissima compagnia degli amici e l’allegria delle loro provocazioni; goliardiche e assai normali tra gli Alpini. Poi la grande soddisfazione per quello che hai fatto, che ti apre il cuore. Ripensi all’emozione del momento del congedo, quando ci sentiamo dire: “Alpini ritornate vero, noi abbiamo bisogno di voi”! Non è mica poco, mi si inumidiscono gli occhi! Qui termina quanto ci ha scritto Giancarlo, ma non quanto ancora può dirci di loro l’ex parroco. Come la storia di un piccolo granello di senape. Ha avuto inizio tutto, quando mi sono rivolto ai volontari dell’allora mia parrocchia, con una richiesta di aiuto per pulire il parco della colonia estiva di Gignese. Son venuti subito e così questi rudi uomini della montagna, con il cuore in mano, tipico degli Alpini; si sono trovati immersi nel lavoro, sì, ma anche nel cuore degli ospiti, con i quali l’amicizia è stata immediata, poi la simpatia delle suore, la cordialità e l’accoglienza della Piccola Casa hanno fatto il resto. Animati da Dante, che per primo mi ha seguito a Biella ed è diventato il trascinatore dei suoi Alpini, ecco che tra un impegno e l’altro, alternandosi trovano il tempo per gli altri; così eccoli a Biella, a Gignese, a Torino in via Spotorno, a Bioglio, a Manziana, a Pralormo. Seguiranno poi Celle e Moncalieri. Noi li abbiamo accompagnati nel generoso lavoro, ma ora non ci rimane solo che offrire il nostro più sincero Deo Gratias. Però nutriamo speranza che il contagio si estenda; ad altri “amici”, ai molti miei ex parrocchiani, che porto sempre nel cuore!

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omenica 8 marzo, ore 18, partenza; destinazione Torino, monastero cottolenghino di Cavoretto. Siamo sei amici che qui vi presento: Dante che ha organizzato il tutto, Giancarlo che vi scrive, poi Benito, Giovanni, Angelo, e Matteo. Come ormai accade da alcuni anni, partiamo con tutto il nostro bagaglio di forte esperienza e raggiungiamo un luogo molto silenzioso e umile, ma affascinante; un monastero di claustrali, dove eseguiremo alcuni lavori di cui necessitano: manutenzioni, ripristini e miglioramenti ambientali. Portiamo con noi l’orgoglio e la caparbietà degli Alpini d’un paese che vede e vive le tradizioni delle belle montagne lombarde, ma che qui, desiderano solo presentarsi, senza presunzione, Alpini del Cottolengo.Vediamoli un po’ questi amici: Dante

capogruppo degli alpini di Sellero (BS), persona eccezionale e molto conosciuta; ha cominciato a frequentare il gruppo e apprezzarne gli ideali; di questo gli saremo sempre grati; Benito che con impareggiabile esperienza affronta e risolve con competenza qualsiasi lavoro; Giovanni, semplice e pieno di acciacchi, ma che non si ferma mai e ci è d’esempio;

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Un sacerdote tutto d’un pezzo
Don Francesco Balzaretti nel ricordo di un suo allievo e conterraneo.
di Eusebio Mattea

testimonianze
nazione sacerdotale, fu nominato Segretario particolare di Padre Michelangelo Accomasso e poi di Padre Giuseppe Marocco, dando prova di imparziale consiglio, nel suggerire la soluzione migliore per ogni controversia. È stato pure rettore della famiglia dei “Giuseppini”, dove per la sua intraprendenza fu aperta la Scuola triennale di Avviamento Commerciale “Cottolengo”. La lungimiranza di don Francesco, risolse così il problema di ottenere che gli alunni, terminata la quinta elementare, avessero uno sbocco nella nuova scuola. Finalmente 26 maggio 1963 il Ministero della Pubblica Istruzione riconosceva a tutti gli effetti la Scuola Media del Cottolengo.. Per qualche anno è stato anche rettore dell’Istituto Cottolengo di Mappano, dove erano ricoverate le persone affette da epilessia, che contribuivano per la cernita mirata dei materiali, ricavati dalle apparecchiature telefoniche in disuso, fornite dalla Stipel. Don Francesco era un valido conoscitore della lingua dei segni (LIS) per colloquiare coi sordomuti, nelle Omelie, nella Catechesi e così via. Si é sempre distinto per la sua laboriosità e ret-

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on Francesco è stato, oltre che un carissimo amico, anche un bravo consigliere che ha cambiato il corso della mia vita. Parte della mia giovinezza l’ho trascorsa lavorando faticosamente nei campi agricoli della cascina Isola di Langosco. Dopo sette anni, ho ripreso gli studi interrotti dopo la quinta elementare. Con buona volontà ho affrontato l’esame da privatista delle tre medie inferiori, in un solo anno, grazie anche alle lezioni di latino di don Francesco. Così mentre servivo la Patria da militare, ho superato l’esame della seconda superiore, sempre da privatista. Finalmente sono arrivato al diploma tanto agognato. Don Francesco mi ha sempre incoraggiato, facendo leva sul fatto che quando si inizia il percorso, occorre mettere tutta la buona volontà per giungere alla meta prefissata. Don Francesco durante le vacanze estive che trascorreva a Langosco, era molto attivo nell’insegnare nuovi canti religiosi a noi giovani, rendendo solenni le funzioni che si svolgevano nella nostra bella chiesa. Era riuscito anche a farci imparare un’operetta: “La scuola d’un villaggio” di G. Costamagna, dove con la mia voce da

tenore, cantavo la parte del burbero maestro del villaggio, accompagnato dal pianoforte. Per Langosco era stato un avvenimento, per un piccolo paese privo di svaghi. Don Francesco era stato ordinato sacerdote il 29 giugno 1950 nella chiesa grande del Cottolengo. La seconda Messa la celebrò a Langosco, suo paese natale, il 9 luglio 1950. Per festeggiare quest’avvenimento, era giunta a Langosco la Cantoria degli invalidi del Cottolengo di Torino. Per portarli sopra l’orchestra dove è posto l’organo, noi giovani dovemmo caricarli sulle spalle e percorrere due rampe di scale. Dopo aver cantato La Messa del maestro Lorenzo Perosi, li riportammo nel salone dove si pranzava. Nel pomeriggio, la Parrocchia e il Comune di Langosco, organizzarono un’ Accademia corale e musicale, con la partecipazione della cantoria degli Invalidi e delle corali maschili e femminili, che per la prima volta cantarono assieme. Don Francesco era nato a Langosco, in provincia di Pavia, ma sotto la diocesi di Vercelli, il 24 aprile 1925. Era entrato nella famiglia dei “Tommasini” della Piccola Casa del Cottolengo di Torino nel mese di ottobre del 1938. Dopo l’ordi-

titudine che non ammetteva eccezioni all’ordine e precisione. È stato pure Assistente dell’Associazione Ex allievi cottolenghini. Per la sua correttezza era diventato direttore responsabile di “INCONTRI”, il periodico di collegamento delle famiglie cottolenghine, dal 1982 al 1992. Durante la sua direzione il Bollettino ebbe un impulso particolare, migliorando la veste tipografica e assumendo un misurato orientamento negli articoli che riguardavano la “Piccola Casa”. Don Francesco svolse sempre gli impegni affidatigli con meticolosa attenzione, cercando la perfezione. Purtroppo, dopo una lunga degenza all’ospedale Cottolengo di Torino è mancato il 4 gennaio 1999. Ora riposa nel cimitero di Langosco nella tomba di famiglia. Rimane in tutti coloro che l’hanno conosciuto, un vivo ricordo di Lui e delle opere che ha intrapreso.

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testimonianze
così unici che non è possibile descrivere... però io e te li conosciamo, vero mamma? Non si possono spiegare con le parole, ma solo con le emozioni... e con le energie sottili che si scambiano. Mamma, come vorrei che tu riuscissi a comunicarlo a tutte quelle persone che ignorano la danza delle nostre varie esistenze... ma per ora non importa, mi basta averlo comunicato a te, che in fondo lo sapevi già... ma volevo darti una conferma della tua intuizione. Noi tutti siamo esseri di luce, che ogni tanto scendono sulla terra a imparare una “pagina” di lezione. Le nostre due luci sono così simili che si sono riconosciute, tu sei nata per aspettarmi ed io sono arrivato, tutto com’era scritto: con una penna dall’inchiostro dorato. Ti abbraccio, mamma, ti ringrazio e di essere come sei e di darmi tutto il tuo amore. Non preoccuparti mai, stai già facendo tutto, abbi solo fiducia quanta io ne ho in te e continuiamo la nostra danza, con la musica che gli Angeli hanno composto solo per noi.Ti amo, mi ami... perché l’amore è la risposta ad ogni cosa.

Lettera di un bambino diversamente abile alla sua mamma.
Cara Mamma,
Lo so che non è stato facile... ma ti voglio raccontare una cosa, che forse non sai. Ogni anima, prima di incarnarsi, sa già quale percorso deve compiere, così anch’io sapevo che sarei nato per vivere un certo tipo di esperienza. Lo sapevi? Ci sono anime più o meno evolute, ma adesso non pensare a quello che viene più logico... non è proprio così. La scelta di nascere e vivere un’esistenza, diciamo “difficile”, è una scelta dura e faticosa, ma anche una scelta d’amore che solo anime molto sensibili ed elevate possono permettersi di fare. Non riesci a spiegartelo? Non è facile da capire, non tutto è semplice, ma credimi, non è la manifestazione fisica che conta... e tu sai che la mia è un’anima pura e bellissima: questo conta, questo lo hai capito subito dalla prima volta che mi hai stretto tra le braccia... del resto ognuno di noi si sceglie i genitori, ed io vi ho cercati e vi ho trovati, che bello! Dovevo essere sicuro di essere accettato e amato completamente, dovevo trovare due persone così stupendamente... insomma voi due. Spero ti faccia piacere sapere che stai svolgendo un compito superiore, che non è da tutti, che ti è affidato dal cielo. Sai, alcune mamme, non tu lo so, vivono questa esperienza male, quasi come una punizione e non sanno che è un premio da un “essere” che ha tutta la capacità e l’amore per vivere un tipo di esperienza così delicata e a volte faticosa, ma che sa dare momenti

Il t uo bambino

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spiritualità

ho sognato d’intervistare DIO
Redazione “Ti piacerebbe intervistarmi?”, Dio mi domandò. “Se hai tempo” gli dissi. Dio sorrise. “Il mio tempo è eterno, che cosa vuoi domandarmi?” “Che sorprese hai per l’umanità?...” E Dio rispose... “Siete così ansiosi per il futuro, perché vi dimenticate del presente.” “Vivete la vita senza pensare al presente o al futuro.” “Vivete la vita come se non dovreste morire mai, e morite come se non aveste mai vissuto.... Avete fretta che i vostri figli crescano, e appena crescono volete che siano di nuovo bambini.” “Perdete la salute per guadagnare i soldi e poi usate i soldi per recuperare la salute.” 18

Le mani di Dio presero le mie e per un momento restò in silenzio, allora gli domandai... “Padre, che lezione di vita desideri che i tuoi bambini imparino?” Dio rispose con un sorriso: “Che imparino che non possono pretendere di essere amati da tutti, però ciò che possono fare è lasciarsi amare dagli altri.” “Imparino che ciò che vale di più non è quello che hanno nella vita, ma che hanno la vita stessa.” “Imparino che non è buono paragonarsi con gli altri.” “Imparino che una persona ricca non è quella che ha di più, ma è quella che ha bisogno di meno. “Imparino che in alcuni secondi si ferisce profondamente una persona che si ama, e che ci vogliono molti anni per cicatrizzare la ferita.” “Imparino a perdonare e a praticare il perdono.” “Imparino che ci sono persone che vi amano profondamente, ma che non sanno come esprimere o mostrare i loro sentimenti.” “Imparino che due persone possono vedere la stessa cosa in modo differente.” “Imparino che non si perdona mai abbastanza gli altri, però sempre bisogna imparare a perdonare se stessi.” “E imparino che IO sono sempre qui.” “SEMPRE”

“Imparino a perdonare e a praticare il perdono.”

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voci da Chaaria

Non giudichiamo i poveri
di Fr. Beppe Gaido

Quante volte giudichiamo i poveri e ci sentiamo migliori di loro... che mistero la sofferenza dei poveri!

una volta è toccato a me. È stato uno di quei momenti terribili, in cui dici a te stesso che davvero fare il medico è spesso molto amaro. La piccola parlava un Kiswahili (lingua bantu) stentato ma mi capiva a sufficienza. Io sono partito da lontano e le ho detto che suo papà era stato molto male, e per tanti giorni, senza vedere nessuno. Le ho quindi chiesto: “come mai la mamma non è mai venuta a visitarlo? Ha altri bambini piccoli da accudire?” Sono seguiti interminabili momenti di silenzio in cui la piccola guardava nel vuoto e non rispondeva. Al che, da buon Occidentale senza pazienza, io le ho dato la notizia in modo abbastanza brusco e sbrigativo perché sentivo già una tensione interiore crescermi dentro pensando alla coda di pazienti che ancora aspettavano fuori. La bimba non ha pianto e mi ha detto che sarebbe tornata “kesho kutwa” (dopo due giorni). Ho cercato di recuperare e di essere molto tenero nella continuazione del discorso, ma ormai lei voleva andare via. Le ho domandato se voleva vedere il suo papà nella camera

mortuaria, ma lei ha detto di no con un evidente gesto di paura. È quindi partita, promettendomi di tornare come stabilito. Ed infatti è successo proprio così, ma invece di veder arrivare un “Land Rover” scassato e pieno di parenti in lacrime, ho rivisto la stessa bambina, che era tornata a piedi e senza alcun mezzo per il trasporto del cadavere… non parliamo neppure di soldi. Anche i vestiti erano quelli che aveva addosso il nostro primo incontro. Ancora una volta ho permesso al mio congenito razzismo di avere la meglio per un attimo, ed ho detto allo staff: “questo è il solito trucco. Mandano una bambina senza soldi, così lo “ Mzungu” (uomo bianco) porta a casa il cadavere gratuitamente”. È l’una del pomeriggio, e la situazione in ospedale sembra abbastanza tranquilla. Il Dr Ogembo è presente ed in caso di cesareo urgente può intervenire lui. Prendo la decisione in un attimo: “Vado io a portare il morto a casa, così posso

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ggi ho dovuto prendere la macchina e accompagnare a casa i resti di una persona morta parecchi giorni prima nel nostro ospedale. Era tempo che non facevo più questo servizio. Da tempo mi sono convinto che non possiamo permettercelo perché le strade sono pessime, le nostre automobili vecchie e le forze inevitabilmente misurate. Sempre, inoltre, dobbiamo fare i conti con le non indifferenti spese di carburante. Ma la situazione oggi era diversa: si trattava di un uomo morto da più di 10 giorni, e collocato in cella frigorifera nel nostro obitorio. Già stavo pensando di seppellirlo nel cimitero interno dell’ospedale, ma sono stato dissuaso dal “Public Health Technician” che mi ha detto che per legge dovevo aspettare fino a 15 giorni. Poi, con mia sorpresa, due giorni fa è arrivata una

bambina di non più di 14 anni. Era impaurita ed evidentemente poverissima: cercava suo papà e nessuno dello staff aveva il coraggio di dirle che il suo babbo non c’era più. Ancora

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voci da Chaaria
anche dire la mia a questi adulti irresponsabili che cercano di fregarci anche nel momento drammatico della morte di un congiunto”. Prendo la macchina più vecchia (la spugna come è ormai conosciuta anche da tutti i volontari), carico il corpo di quel papà e poi faccio salire al mio fianco la piccola Kendi, che è molto timida ed allo stesso tempo ha una gran paura a stare nella stessa auto dove è collocato il defunto. Dopo lunghe trattative con la piccolina che voleva tornare a piedi, ci avviamo insieme verso Gachua (a circa 14 km). Per convincerla a salire, le ho dovuto dire che non conoscevo la strada e che non sarei mai arrivato a casa sua da solo. In macchina le chiedo del funerale: lei dice che verrà un catechista perché nessun prete era disponibile. Le domando, quindi, se nella sua famiglia sono cattolici: lei fa un segno di assenso con il capo. Guido lentamente tra le buche e non so cosa dire. Provo molta tenerezza per questa bimba malvestita ed impolverata. Tra l’altro nella furia di scoprire l’inganno degli adulti che non si erano presentati, non le avevo neppure offerto un pezzo di pane o un po’ di “Chai”. Le ho chiesto se aveva fame, e lei mi ha detto che non mangiava da più di 24 ore. Inchiodo la macchina a Giaki e compro una confezione di pancarrè ed una bottiglietta di succo d’arancia. Lei accetta subito. Stringe il malloppo al petto e non mangia nulla. Quando arriviamo a Gachua le chiedo dove è la sua casa. Lei mi fa entrare in un sentiero sempre più stretto, fino al punto di continuare il viaggio nei campi per almeno qualche chilometro. Mentre vado su e giù per i dossi, lei sempre mi ripete che siamo arrivati, ma intanto io continuo a guidare. A un certo punto mi dice di fermarmi: alla mia destra un tugurio di fango e paglia, un gruppo di bambini più piccoli di lei ed una vecchia quasi cieca seduta sotto una pianta. Le ho chiesto:

voci da Chaaria
“ma dove sono gli altri?” Mi risponde che, a parte i suoi fratellini e la nonna, erano morti tutti. Io, quasi senza rendermi conto che la mia domanda avrebbe aumentato il suo dolore, le chiedo: “e la mamma?” Kendi mi dice che è gravissima all’ospedale distrettuale di Meru, ma che non sa ancora che il papà è morto. “Ieri sono andata a Meru a piedi a vedere la mamma e le ho detto che il babbo migliora. Allora la mamma mi ha detto di ricordargli di non bere tanto e di iniziare a seminare perché è stagione delle piogge. Ora che lui non c’è più non so chi seminerà”. La mia confusione è totale e non so cosa dire: ero venuto quasi per riscuotere i soldi che loro non avevano pagato per l’ospedale, ed il Signore mi ha dato un’altra legnata. Una di quelle che, nella loro umiliazione, solo i poveri ti sanno dare. Che brutto quando abbiamo dei preconcetti, quando pensiamo di giudicare le intenzioni degli altri, quando crediamo di sapere tutto della situazione del nostro prossimo. Io, al di là del fatto che nessuno ha pagato per questo ricovero, non ho mai saltato un pasto, ho la corrente elettrica e l’acqua in casa. Ho un’automobile quando ne ho bisogno e posso usare Internet. Qui non c’è niente, neanche un gabinetto, e l’acqua bisogna andare a prenderla al fiume. Che stupido sono stato! Il Signore voleva farmi capire che si possono coltivare sentimenti di razzismo anche quando si pensa di donare la propria vita come missionari. Quante volte giudichiamo i poveri e ci sentiamo migliori di loro... e questo non è bello! Kendi ha poi preso l’iniziativa perché io ero paralizzato. Mi ha aiutato a scaricare il cadavere e a porlo sulla nuda terra vicino alla fossa appena scavata. I bambini non c’erano più. Li aveva mandati via, in una famiglia di vicini a giocare: “ non voglio che si fermino al funerale… sono troppo piccoli. Capiranno più avanti quello che è capitato al papà”.Intanto è arrivata un po’ di
gente: si è sistemata in silenzio, seduta sull’erba, aspettando l’inizio della cerimonia. Da ultimo, con il proverbiale ritardo dell’”african time” si è presentato anche il catechista. Non avevo intenzione di fermarmi alla celebrazione: avevo tanto da fare in ospedale. Ho dato uno sguardo a quel cadavere avvolto in un lenzuolo, vicino alla fossa in cui sarebbe stato posto. Ho salutato Kendi e le ho detto di essere forte. Senza troppa convinzione ho aggiunto: “vedrai che la mamma tornerà presto!” Le ho quindi promesso che l’aiuterò se avrà bisogno di me. Ho detto una preghiera e sono salito in macchina, mentre ancora il catechista dava ordini su come la celebrazione si sarebbe dovuta svolgere. E tra me penso e ripenso: che botta al cuore. Che lezione di vita da parte di quella poverissima bambina che certo vorrò aiutare. So che anche sua mamma non ce la farà, perché purtroppo so di cosa è morto il marito. Chissà se anche Kendi è affetta da HIV. Forse lei no, perché è troppo grande, ma i piccoli possono essere certamente positivi. Che disastro questa malattia… che mistero la sofferenza dei poveri!” Il mio umore è terreo, ma mi ripropongo di andare a trovare Kendi prestissimo, magari domenica pomeriggio… e poi cercheremo d’aiutare questa situazione così terribile. Lasciamo solo che passi qualche giorno dal funerale. Dobbiamo fare il test a tutti quei bambini e magari iniziare, se risultassero positivi, la terapia antiretrovirale. Già, ma poi chi li segue? Chi darà loro le medicine al momento opportuno? Chi procurerà loro il cibo o il necessario per la vita? La nonna è vecchia e quasi non ci vede. Sarà tutto sulle spalle di Kendi. Ma lei ce la farà? Ed insieme mi ritorna un’autocritica continua: perché ho giudicato questi poveri senza conoscere? Perché al di là delle apparenze sono ancora razzista? Perché penso sempre che gli altri mi vogliano fregare invece di dar loro fiducia? Sono davvero un peccatore e oggi, di nuovo, l’ho toccato con mano.

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Il giornale di noi “volontari”
di Franco Marangoni
ccingendoci a intraprendere un nuovo e ambizioso progetto, suggeritoci dai responsabili e redattori della rivista “Incontri”, che ci mette a disposizione alcuni spazi sui numeri che saranno pubblicati, non possiamo prescindere dall’esaminare le ragioni di questa iniziativa. Perché uno spazio sulla rivista, dai volontari per i volontari? L’obiettivo non è solo quello di far sentire la voce di tutti sui temi principali delle attività del volontariato, ma anche quello di mostrare che noi volontari attaccati talvolta da sterili critiche, siamo in grado di essere partecipi delle vicende che ci circondano e delle opportunità che ci vengono offerte o che spesso creiamo noi stessi. Un plauso quindi ai redattori e responsabili della rivista Incontri, per la disponibilità offertaci, e al Presidente dell’Associazione Volontari del Cottolengo, che ha avuto il coraggio di aderire all’offerta di dare vita a uno spazio sulla rivista, coinvolgendo nella scrittura un gran numero di volontari.

volontariato
Ci impegniamo noi non gli altri. Unicamente noi e non gli altri, né chi sta in alto, né chi sta in basso, né chi crede né chi non crede. Ci impegniamo che altri s’impegnino, con noi o per loro conto, con noi o in altro modo. Ci impegniamo senza giudicare chi non s’impegna, senza accusare chi non s’impegna, senza condannare chi non s’impegna, senza disimpegnarci perché altri non s’impegna. Ci impegniamo perché non potremmo non impegnarci. C’è qualcuno o qualche cosa in noi, un istinto, una ragione, una vocazione, una grazia, più forte di noi stessi. Ci impegniamo non per riordinare il mondo, non per rifarlo su misura, ma per amarlo; per amare anche quello che non possiamo accettare, anche quello che non è amabile, anche quello che pare rifiutarsi all’amore, poiché dietro ogni volto e sotto ogni cuore c’è, insieme a una grande storia d’amore, il volto e il cuore dell’amore. Ci impegniamo perché noi crediamo nell’amore, la sola certezza che non teme confronti, la sola che basti per impegnarci perpetuamente.

A

Una rivista importante è certo una palestra dove s’impara a esprimere le proprie opinioni, a concentrare le proprie idee negli spazi disponibili, a usare un linguaggio chiaro e diretto. Siamo consapevoli che tutto passa e tende a scomparire lentamente come una deriva senza fine. La storia dell’umanità ci ha portato un grande bagaglio di ricchezza tramite la cultura e la conoscenza. Noi volontari possiamo alimentare con il nostro contributo la testimonianza di un pezzo di quest’avventura. C’è però il rischio che certe cose si perdano. Ogni volontario faccia quindi mente locale, considerando che prima o poi alla fine certe cose rischiano di essere buttate per sempre o dimenticate; “metta quindi nero su bianco” i suoi commenti, le sue opinioni, le sue esperienze, affinché nulla vada perduto! Ci auguriamo quindi che la pubblicazione della rivista arricchita dai nostri spazi continui sempre con il coinvolgimento dei volontari cottolenghini.

Un breve spaccato di esperienza di volontariato nella

Piccola Casa
di Franco Marangoni
Da alcuni anni svolgo il mio servizio di volontariato nell’ambito della Piccola Casa della Divina Provvidenza – Cottolengo di Torino. La mia attività riguarda l’assistenza saltuaria agli ospiti, e proprio attraverso questa esperienza ne ho motivo di grande gioia per l’opportunità che mi viene offerta di entrare in contatto con suore, volontari ed ospiti di tutte le età, e di tutte le provenienze. L’aspetto più coinvolgente del mio (spero) aiuto, è rappresentato dal rapporto di cordiale empatia che si viene ad instaurare con tutti. L’esperienza riportata anche in occasione di feste, gite ed altre manifestazioni, mi offre motivo di riflessione profonda circa l’essenza dell’essere umano, che nella sua insopprimibile dignità è sempre e comunque portatore di valori e di peculiarità di grande attrattiva.

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testimonianze

testimonianze
Renato Bau

Laboratorio di radiotecnica nella Piccola Casa nelle

di Pier Paolo Bavassaro

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’inizio della mia attività nel laboratorio di radiotecnica, risale a circa dodici anni fa, quando una domenica mattina, dopo la Santa Messa delle dieci, ho pensato di chiedere informazioni, per poter mettere a disposizione della Piccola Casa, le mie conoscenze nel campo della radio. Mi sono rivolto alla portineria del n. 14 e gentilmente la Suora mi ha fatto parlare con Don Lino, al quale ho esposto il mio desiderio. Per definire la mia possibile partecipazione sono stato indirizzato al responsabile di informatica. In quel reparto ho iniziato con piccoli lavori, poi per esigenze tecniche, sono venuto a contatto con il responsabile del laboratorio

radiotecnico, Renato Bau. Con lui ho subito condiviso l’interesse per la radiotecnica e le necessità che aveva il suo laboratorio. Da quel momento il mio lavoro si è alternato tra informatica (dove riparavo stampanti e varie parti elettroniche del computer) e il laboratorio di Renato, dove rivivevo il mio lavoro di radiotecnico; lavoro che ho svolto durante l’arco di tanti anni, nel laboratorio di mia proprietà. Il laboratorio del Cottolengo, allora situato al 1° piano della famiglia Sant’Antonio, mi ha subito colpito, per la vastità e la varietà degli oggetti che venivano portati a riparare; dalla piccola radiolina al televisore da 28 pollici, dal guasto banale di una radiosveglia ai rasoi elet-

trici (grande specialità di Renato), per il materiale di ricambio, in parte nuovo e parte recuperato da apparati in demolizione, e per la strumentazione più che ottima e varia, di cui era dotato. Al momento del pensionamento di Renato si pensava, per vari motivi e mancando un responsabile, di chiudere il laboratorio. Ho allora proposto all’Ufficio Lavori, di continuare l’attività, assumendomi, come volontario, l’impegno di una presenza per quattro pomeriggi settimanali. Il tutto fu accettato, anche dalla Direzione della Piccola Casa. Il laboratorio con tutte le attrezzature è stato spostato nella zona delle Officine, ed è ritornato in piena attività. Le richieste d’intervento sono sempre numerose, una media di due o tre al giorno, incrementate in questi ultimi anni dalla presenza della TV digitale terrestre, con i suoi vantaggi ma anche le tante disfunzioni. Le riparazioni sono (come già detto) le più svariate; alcune chiedono grande impegno, altre sono banali guasti; il tutto porta però alle Comunità, il vantaggio di avere sempre qualcuno che può intervenire e seguire le loro esigenze man mano che si presentano. La mancanza più grande che si sente in questo momento è quella dei ricambi dei videoregistratori, di cui le Comunità delle Suore fanno molto uso. La Provvidenza, con donazioni di

apparati smessi dai privati, ci aiuta a sopperire e integrare i materiali che il commercio riesce a reperire. In laboratorio abbiamo più di seicento cassetti, dove vengono classificati i vari pezzi di ricambio. Mio interesse è recuperare le varie parti utili, sia dai televisori che dalle radio mandate in demolizione; con la manualità creo parti meccaniche mancanti, con il cervello usato al massimo, cerco di sopperire al tutto e accontentare il più possibile tutti. Devo ringraziare vivamente la Direzione della Piccola Casa; questa opportunità ha permesso alla mia persona e al mio cervello, di essere sempre attivo e rimanere, nella ricerca e nel lavoro, giovane nello spirito e nel corpo. Da due anni sono affiancato da Germano (anche lui volontario), che svolge ormai tutto il lavoro di riparazioni delle stampanti per Infor matica. Ho scritto queste poche righe sul laboratorio radiotecnico, in particolare per ricordare Renato, un dipendente invalido cresciuto nella Piccola Casa. Dopo una breve malattia, da appena pochi mesi ci ha lasciati. A lui va un caro ricordo, e il grazie di tutta la grande comunità della Piccola Casa.

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oggi

La nuova povertà in Italia
di Davide Luzzi

“I nuovi poveri” non vivono necessariamente nelle degradate periferie urbane ma “vicino a noi, alla porta accanto”. Spesso si trovano a gestire una famiglia numerosa, si sono ammalati, hanno perso il lavoro, sono finiti in cassa integrazione o sono semplicemente invecchiati.
“Il raggio di azione della povertà economica si sta progressivamente allargando – si legge nel XI Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia, curato da Caritas Italiana e Fondazione Zancan – e coinvolge un numero crescente di persone e famiglie tradizionalmente estranee al fenomeno. Per le nuove famiglie povere, la povertà non è sempre cronica, ma rappresenta una situazione episodica del proprio percorso biografico. Non è il prodotto di processi di esclusione sociale irreversibili, ma di un “più generale modo di vivere, di una instabilità delle relazioni sociali, di una precarietà che coinvolge il lavoro, le relazioni familiari e l’insufficienza del sistema di welfare”.

a “povertà” è la condizione di singole persone o collettività umane nel loro complesso, che si trovano ad avere, per ragioni di ordine economico, un “limitato accesso a beni essenziali e primari”, ovvero a beni e servizi sociali d’importanza vitale. La povertà diventa “pauperismo” quando riguarda masse che non riescono più ad assicurarsi i minimi mezzi di sussistenza: è questo un fenomeno collegato a una particolare congiuntura economica che porta al di sotto del minimo di sussistenza una gran parte della popolazione.
“In questi ultimi anni, molti di coloro che operano nell’assistenza pubblica e nelle organizzazioni caritative segnalano la comparsa di una nuova categoria di poveri: “hanno un lavoro, ma non un reddito

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sufficiente” per pagare l’affitto. Alloggiano dove possono: in un centro d’accoglienza, presso amici o addirittura nella propria automobile”.

“Alle sette e mezza del mattino si inizia a fare la fila: erano anni che non si vedeva tanta gente cercare di vendere i gioielli di famiglia o un oggetto per poter fare la spesa. I Monti di Pietà – come i “Compro Oro” – fotografano la crisi che cresce in Italia tra i nuovi poveri”. “Faceva il venditore di spazi pubblicitari, veniva ogni mattina in ufficio perfettamente rasato, con l’abito, la camicia e la cravatta, l’orologio da polso e la borsa di pelle piena di contratti in bianco. Faceva i suoi giri presso i clienti, rientrava in ufficio a pomeriggio inoltrato e si fermava fino a sera per lavorare al computer. Tempo dopo seppi che quest’uomo aveva un segreto. A causa di un divorzio oneroso era finito con le spalle al muro e non poteva più permettersi di pagare l’affitto di una casa. Aveva venduto la macchina e si era tenuto un box nel quale tornava la notte per dormire. Per l’igiene personale usava i gabinetti di una stazione. I sabati, le domeniche e i giorni di festa li passava a spasso per la città.”

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testimonianze Francesco Leggero

Paradiso...

Il vecchio

saggio

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n uomo di novantadue anni, piccolo, molto fiero, vestito e ben rasato, una mattina alle otto, con i suoi capelli perfettamente pettinati, trasloca in una casa per persone anziane. Sua moglie di settant’anni è recentemente deceduta, cosa che lo obbliga a lasciare la sua casa. Dopo parecchie ore di attesa nella hall della casa per anziani, ci sorride gentilmente quando gli diciamo che la sua camera è pronta. Mentre si reca fino all’ascensore con il suo deambulatore, gli faccio una descrizione della sua piccola camera, includendo il drappo sospeso alla sua finestra come tenda. “Mi piace molto”, dice con l’entusiasmo di un ragazzino di otto anni che ha appena ricevuto un nuovo cucciolo. “Signor Vinto, lei non ha ancora visto la camera, aspetti un attimo”. “Questo non c’entra niente”, dice. “La felicità è qualcosa che scelgo a priori. Che mi piaccia la mia camera o no, non dipende dai mobili o dalle decorazioni – dipende piuttosto dal modo in cui la percepisco. “Nella mia testa è già deciso che la mia camera mi piace. È una decisione che prendo ogni mattina al mio risveglio.” 30

13-2-1937 / 3-11-2012
Francesco è partito per il Cielo sabato 3 novembre in punta di piedi, silenziosamente, come era vissuto. Uomo profondamente credente, onesto, lavoratore, mite, umile, paziente fino all’ultimo: come il Servo del Signore, come Gesù, senza un lamento. “Quieto e sereno, come un bimbo in braccio a sua madre” (Sal 131,2).

PREGHIERA O Dio, tu sei il nostro Padre, e come ogni buon Padre vuoi il nostro bene. Noi tuoi figli ti preghiamo. In questo periodo di malattia ci affidiamo a te con la certezza che farai tutto il possibile per sollevarci ed esserci vicino Noi abbiamo fiducia in te, solo tu sai leggere nel nostro cuore e comprendere la nostra sofferenza. Perdona il nostro umano sconforto, quando ci sentiamo soli e donaci sempre la forza per compiere la tua volontà, qualunque essa sia. Te lo chiediamo nel nome di Gesù e di Maria, che durante la loro vita terrena hanno sofferto come noi. Amen. Luigina e Francesco. Deo gratias sempre!!!

“Posso scegliere, posso passare la giornata a letto contando le difficoltà che ho con le parti del mio corpo che non funzionano, oppure alzarmi e ringraziare il cielo per quelle che funzionano ancora.” “Ogni giorno è un regalo e finché potrò aprire i miei occhi, focalizzerò sul nuovo giorno e su tutti i ricordi felici che ho raccolto durante tutta la mia vita.” “La vecchiaia è come un conto in banca. Prelevi da ciò che hai accumulato.” Perciò, il mio consiglio per voi, sarebbe di depositare molta felicità nel vostro conto in banca dei ricordi. Grazie di aver partecipato a riempire il mio conto in banca, dove continuo a depositare.

Desidero ringraziare vivamente tutti i Figli e le Figlie della Piccola Casa: Suore, Sacerdoti, Medici, Infermieri, Amici del Cottolengo, Ospiti e Volontari… che hanno partecipato al mio dolore per la malattia e la rapida dipartita di mio fratello Francesco. La vostra “carità” si è espressa in vari modi, ma sempre c’era il cuore di chi comprende e ama. La mia famiglia di sangue ora è stata per intero trasferita nei Cieli, ma quaggiù ci siete voi, Amici, Figli e Figlie della Piccola Casa. Voi rendete meno amara la separazione dai miei Cari; mi aiutate ad affrontare, per viverla positivamente, la solitudine del cuore, voi, che camminate con me alla luce della Fede con passi di Carità verso la Patria comune alla quale siamo diretti e dove siamo attesi. DEO GRATIAS SEMPRE LUIGINA LEGGERO AGHEMO, Amica del Cottolengo.

Vieni, servo buono e fedele:

Padre Michele Pagani
65 anni di missione
Con lettera del 26 settembre 2012 Padre Pietro Galbiati, PIME ci comunica da Hong Kong che il 13 settembre 2012 PADRE MICHELE PAGANI, PIME è stato chiamato dal Padre celeste a ricevere il premio riservato ai Suoi servi fedeli. Padre Michele, nato il 19 agosto 1920, frequentò gli studi ginnasiali dal 1932 al 1937 presso la Famiglia dei

Tommasini (Cottolengo -Torino). Emise il giuramento perpetuo come membro del Pontificio Istituto per le Missioni Estere il 7 agosto 1943 e venne ordinato sacerdote il 18 dicembre 1943. Fu missionario in Cina dal 1947 al 1952, quando fu espulso. Da allora risiedette sempre a Hong Kong, dove lo raggiunse l’ultima chiamata. Lo ricordiamo con affetto, gratitudine e ammirazione in quanto Ex allievo, in quanto missionario e in quanto assiduo lettore di INCONTRI. Il Padre Galbiati infatti così ci informa: “Io so che Padre Michele riceveva con piacere il periodico “Incontri”, ricordando i suoi anni di seminario passati al Cottolengo”. Deo gratias. “Prendi parte alla gioia del tuo Signore”

La Redazione

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