M arco Della Luna

CIMIT€UR0
USCIRNE E RISORGERE
Finalmente una mappa completa dei diversi meccanismi - alcuni ancora non resi noti - che stanno generando la crisi sistem ico , con le loro implicazioni sui piani monetari, finanziari, economici e sociopolitici.
Un nuovo e indispensabile strum ento con cui orientarsi p er capire e affrontare la crisi. Il mondo è diventato un grande Sch em a P o nzi* dove gli interessi su un debito glo­ bale di 4 milioni di miliardi vengono pagati contraendo continuam ente nuovi debiti: lo scoppio è inevitabile. Grazie a C im it€uro apprenderete che sono bastati due principi contabili falsi per far precipitare l'economia e la società nel buco nero di un indebitam ento che non dovrebbe esistere. Q u ella che noi p ercep iam o com e una crisi econom ico-finanz iaria è in vece una n uova stra te g ia d ei p o te n ti d e lla te rra per co n ce n tra re il p o tere, d o m in are e sfru tta re tu tti noi, che abbiamo sempre meno potere di con­ trattazione, controllo e partecipazione.

Lo sporco lavoro deH'€uro per il predominio tedesco.
Per i paesi "euro deboli", con l'appoggio di falsi amici (come la Germania), si varano norme e istituzioni coercitive, attraverso cui il capitale finanziario, dietro l'etichetta "Europa", li asservisce in una stabile depressione, privandoli di ogni residua libertà e autonomia, e "prendendosi" i loro soldi, la loro capacità industriale e occupazionale. In questa luce divengono comprensibili i troppi, clam orosi "e rro ri" di p olitica econom ico-finanziaria che hanno p ortato a ll'a ttu a le situazione, e le scelte recessive, a d o ttate anche dal g overno M onti per gestirla, che hanno m esso l'Ita lia nella condizione di non p oter riso llevarsi. Sullo sfondo, risalta la stupidità e la corruzione della classe politica italiana. *Lo Scherno Ponzi è una frode finanziaria in cui il finanziere alletta Investitori-risparmiatori dando loro alti tassi di interesse, che paga usando non profitti reali prodotti utilizzando quel denaro, ma una parte di quello stesso denaro, mentre si intasca il resto. Perciò ha bisogno di sempre nuovi investitori per sostenere l'inganno, in misura esponenzialmente crescente. Quando questa alimen­ tazione viene meno, il gioco implode e tutti perdono tutto.

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GRUPPO EDITORIALE MACRO
1 9 8 7 -2 0 1 2 : 2 5 a n n i

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Dall’autore di €uroSchiavi

Marco Della Luna
Signoraggio • Golpe Bancario • Debito infinito

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USCIRNE E RISORGERE
Come ripartire dopo il collasso globale dell'economia

Le crisi economico-finanziarie sono sem­ pre più chiaramente uno strumento co­ struito dai potenti della terra, per ridurre i diritti civili e politici dei cittadini, i loro redditi e la loro possibilità di partecipa­ zione alle scelte istituzionali. La crisi cronica, la finanza inform atiz­ zata e il m onitoraggio cibernetico della vita delle persone sono sempre più uno strum ento di centralizzazione del pote­ re e di ingegneria sociale. Cimit€uro ci spiega in maniera chiara e completa: • il signoraggio, la natura del debito, del credito e del denaro, e le loro origini, i falsi principi contabili delle banche, il loro impiego per dominarci; • come finanziare investimenti produt­ tivi senza indebitare lo Stato e senza tassare; • come la produzione-regolazione del denaro (sovranità monetaria) potreb­ be essere usata praticamente per il bene generale di lungo termine; • che ruolo hanno le illusioni, la disin­ formazione e gli equivoci nel sistema politico-economico in cui viviamo e in particolare nell'attuale crisi; • il grande inganno dell'austerità, del mercatismo, del liberismo, ma anche l'impraticabilità delle alternative eco­ nomiche keynesiane e socialiste.

Esiste una via di uscita da questa situazione? Scopri in queste pagine una possibile nuova strada, che passa per la riforma della natura della moneta e dei principi contabili.

CIMIT€URO Uscirne e risorgere

Alla mia segretissima Ispiratrice

A k r i libri fJoUicM i JUl

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dello Stesso Autore
BASTA CON QU ESTA ITALIA. Rivoluzione, secessione o emigrazione? con Antonio Miclavez, EUROSCHIAVI. Chi si arricchisce davvero con le nostre tasse? con Antonio Paolo Cioni, NEUROSCHIAVI.
Liberiamoci dalla manipolazione psicologica, politica, economica e religiosa

Altri libri pubblicati da Arianna
Tony Cartaiucci, Nile Bowie, OBIETTIVO SIRIA. Come CIA, bande criminali e ONG armano il terrorismo, commettono crimini di guerra e falsano le informazioni manipolando l’opinione pubblica Daniel Estulin, IL CLUB BILDERBERG Alain de Benoist, SULL’ORLO DEL BARATRO. Il fallimento annunciato del sistema denaro Antonio Miclavez, EUFLAZIONE. L'anello mancante dell’economia Jeffrey Kaye, MIGRAZIONE GLOBALE. Chi muove le pedine di questo fenomeno inarrestabile? William Engdahl, AGRI-BUSINESS. Dal controllo del cibo al controllo del mondo Jeffrey M. Smith, OGNI: I RISCHI PER LA SALUTE. Perchè non comprare e mangiare cibi geneticamente modificati. Sterilità, allergie alterazioni gene­ tiche, malattìe croniche: quali sono i veri rischi causati dalle biotecnologie e dagli OGM? A cura di Stefano Montanari, RIFIUTO: RIDUCO E RICICLO PER VIVERE MEGLIO. Guida alle buone pratiche Marie-Monique Robin, IL MONDO SECONDO MONSANTO. Dalla diossina agli OGM: storia di una multinazionale che vi vuole bene Marie-Monique Robin, IL MONDO SECONDO MONSANTO. OGM, l’invasione transgenica. Storia di una multinazionale che vi vuole molto bene (DVD + libretto)

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Daniela Lorizzo Barberini, COME NON FARSI RAPINARE DALLA BANCA (DVD + libretto) Eugenio Benetazzo, COME INVESTIRE E SALVARE I PROPRI RISPARMI (DVD + libretto) Eugenio Benetazzo, L’ECONOMIA ALLO SBANDO (DVD + libretto) Stefano Montanari, L’INSIDIA DELLE POLVERI SOTTILI E DELLE NANOPARTICELLE. Se le conosci le eviti (DVD + libretto)

Vivi Consapevole
Permacultura Autosufficienza Ecologia La rivista p er chi vuote cam biare il mondo con le proprie idee e azioni quotidiane

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Marco Della Luna

Signoraggio - Golpe Bancario - Debito infinito

CIMITfURO
USCIRNE E RISORGERE
Come ripartire dopo il collasso finale dell'economia

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coordinamento editoriale revisione editing copertina stampa

Sara Broccoli Emanuele Cangini, Paola di Manno Mariella Alunni, Valentina Pieri, Danila Ganzerla Matteo Venturi Tipografia Lineagrafica, Città di Castello (PG)

I edizione novembre 2012

I libri di Arianna Editrice sono prodotti da Gruppo Editoriale Macro, che ne cura la distribuzione e la commercializzazione. ISBN 978-88-6588-046-3 © 2 0 1 2 Arianna Editrice redazione Viale Carducci 24, 40125 Bologna Telefono e fax 051/8554602 redazione@ariannaeditrice.it www.ariannaeditrice.it Gruppo Editoriale Macro Via Giardino 30, 47522 Cesena (FC) commerciale@macroedizioni.it
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INTRODUZIONE

i possono far pensare che la crisi "passi" o che se ne possa uscire mediante sacrifici e sviluppo, soltanto se siete inconsapevoli dei rapporti tra le grandezze in gioco e dei meccanismi sottostanti. Quando conoscerete questi e quelle, penserete molto diversamente. Iniziamo con le grandezze. NelPagosto del 2012, l'indebitamento generante interessi passi­ vi, nel mondo, è stimato a 1,2-1,4 milioni di miliardi di Dollari; ad esso si aggiungono debiti non direttamente produttivi d'interessi (debiti previdenziali e assicurativi, capitali sociali, circa 1,2 milioni di miliardi in derivati finanziari); questi importi sono molto incerti, perché trattasi di titoli non registrati; i titoli tossici sono stimati in oltre 1,5 milioni di miliardi). Il debito pubblico esplicito ammonta a circa 50.000 miliardi, e in 215.000 è stimato quello implicito (si vedrà in seguito che cosa è); il resto è debito del settore privato, finanziario, commerciale. Gli interessi annui da pagare per sostenere quanto sopra, per reggere quindi il sistema finanziario e bancario mondiale, superano ampiamente i 100.000 miliardi, mentre il prodotto lordo globale, cioè la somma di tutti i pii nazionali, è di soli 70.000 miliardi. Da qui la famelica ricerca, da parte del settore bancario e paraban­ cario {shadow banking), di denaro, depositi, investimenti, da gettare nel fuoco del debito per reggere il gioco, evitando o rinviando lo scoppio di questa superbolla. Ma tutta questa raccolta d’investimenti comporta emissione di titoli di debito, cioè ulteriore indebitamento capitale. Da qui la sospensione o riduzione deirerogazione del credito da parte delle banche: esse dirottano molte risorse liquide per puntellare la bolla. Da qui la frenetica emissione di denaro da parte delle banche centrali - decine di migliaia di miliardi in pochi anni, di cui ima frazione basta­ va per rilanciare tutte le economie occidentali - onde evitare il global meltdown del sistema bancario. Ma ogni creazione di denaro, nell'attuale

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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere sistema monetario, all'interno dell'attuale modo di creare moneta, avviene con pari creazione di debito gravato d'interessi; perciò, matematicamente, questo meccanismo non può reggere, perché, per effetto del suo anda­ mento, accresce i propri scompensi interni, e anche gli scompensi esterni - ossia la recessione e le tensioni sociali. Il mondo è dunque divenuto un gigantesco schema Ponzi, ossia un sistema in cui gli interessi sul debito già emesso vengono pagati contraendo nuovi debiti, cioè coi denari di nuovi investimenti: una montagna cava. In tale contesto che cosa vuol dire "possiamo farcela, ancora qualche sacrificio", "possiamo uscire dalla crisi", "il peggio è passato", "si vede una luce in fondo al tunnel"? Vuol dire che si mente a tutto spiano per tener calma e gestibile la popolazione, in attesa che lo schema scoppi o che si decida di evitare lo scoppio agendo su un piano completamente diverso da quello di cui si parla. Intanto, l'incombente minaccia del global meltdown e il persistente calo della domanda aggregata scoraggiano gli imprenditori dairinvestire, dal fare impresa, anche se i tassi di inte­ resse sono bassi - quindi la crescita non può ripartire. Gran parte del reddito disponibile creato daireconomia reale e dalla residua capacità di indebitamento pubblico e privato, viene assorbita dairalimentazione della superbolla, e distolta così da investimenti e con­ sumi. L'economia reale non è in grado di pagare nemmeno gli interessi del debito totale. Pretendere che essa possa riuscire a pagare il capitale, attraverso tasse e sacrifici, per rimborsare i debiti e uscire dalla crisi, è la grande menzogna delle istituzioni e della politica dei nostri giorni, soste­ nuta da capi di Stato e di governo, nonché dai governatori delle banche centrali. O come riforma guidata, oppure come esplosione incontrollata, un'epocale rottura di sistema è alle porte, per la forza delle cose. È uno schema piramidale a squilibrio esponenzialmente crescente. USA, Germania, Finlandia ammettono di lavorare a "piani B", per la possibilità di break-up deH'Eurosistema, che, dietro la propaganda isti­ tuzionale, si sa inevitabile in un meccanismo che strutturalmente, per effetto del blocco dell'aggiustamento dei cambi, produce al proprio interno un sottoinsieme di Paesi sempre più creditori e un sottoinsieme
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Introduzione di Paesi sempre più indebitati, i primi sempre più preoccupati di non perdere i loro crediti, i secondi sempre più gravati dagli interessi passivi e da austerità imposte dai creditori e dagli speculatori, che li drenano delle risorse necessarie ad uscire dalla loro condizione1. E a questo pun­ to, che cosa può oggettivamente rimanere di una motivazione idealistica all'unificazione euròpea? La forza operante nei rapporti tra i Paesi euro­ pei, accettata e consacrata dietro la retorica europeista, è ormai con tutta chiarezza quella dei costi e dei ricavi, dei mercati, della competizione, dello sfruttamento, della prevalenza del più forte, non della coesione organica e solidale, non della co-appartenenza o della solidarietà o della cultura o dei sentimenti o delle "radici comuni"; quindi dire che si deve lavorare e fare sacrifici e rinunciare alla sovranità nazionale perché così si realizza l'ideale europeo, è una mistificazione. La Germania si chiede se salvare la Grecia costi più o meno che lasciarla affondare, e deciderà volta per volta in base a questo criterio di valutazione. Il Paese creditore non investe suU'unirsi, sull'integrarsi. E come potrebbe essere diversamente, date la suddetta instabilità strutturale e la tremenda e crescente pressione esercitata anche sulla politica dal processo d’indebitamento e dal costo del debito? Per costruire una Federazione Europea funzionante e non distruttiva, bisogna risolvere, palesemente, il problema qualitativo della moneta, il rapporto tra monetazione e indebitamento; altrimenti, non hanno molte speranze nemmeno le recenti proposte del «Financial Times» e della Lega Nord, razionalmente fondate, ossia fare un'Europa delle regioni, con un nucleo forte (includente il Nord Italia) che usa l'Eu­ ro, e una periferia che usa monete più elastiche e competitive, per favori­ re lo sviluppo. Come evidente dalla decisione della Corte Costituzionale tedesca del 12 settembre 2012 (che si riserva addirittura di sindacare l'operato della BCE rispetto al suo statuto e soprattutto stabilisce che non si possano più fare accordi e interventi segreti sulle finanze dei Paesi eu­ ropei, ma tutto, compresi nuovi stanziamenti tedeschi per il Mes, debba essere discusso e approvato dal Bundestag), ormai si è istituzionalizzata una forte asimmetria dei Paesi eurodeboli rispetto ai Paesi euroforti: i primi stanno sotto la BCE e la UE, i secondi no; e la capacità di azione politica, normativa e persino giudiziaria oramai è tutta in mano ai Paesi
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere creditori, anzi all'unico grosso Paese creditore, la Germania; i debitori, proprio perché non hanno soldi ma debiti, possono solo pregare e su­ bire, come Samaras nel suo penoso pellegrinaggio a Berlino nell'agosto 2012 - salvo che decidano di minacciare il ripudio del debito e l'uscita dall'Eurosistema. Questa è la loro unica forza negoziale. Ma non la usa­ no. E il ministro delle finanze tedesco Schàuble lo dice apertamente, su «La Repubblica» del 09 settembre 2012: l'Euro è irrinunciabile perché assicura il primato dell'economia tedesca. Al contempo, Monti, coll'im­ postazione totalitarista (altri direbbero "fascista") di chi vuole educare il popolo a pensare e votare, convoca una sorta di concilio europeista a Roma per delegittimare le posizioni critiche, che egli e altri tecnici e servitori di riconoscibili interessi elitari chiamano "populismo", "antieu­ ropeismo", "antagonismo", evitando il pubblico confronto sul merito, soprattutto con gli economisti di fama, che criticano l'Eurosistema dal punto di vista tecnico-pragmatico, avanzando proposte di riforma, come fa anche questo libro. L'Eurosistema viene così blindato contro il con­ trollo empirico e razionale col farne una religione obbligatoria e un valore ideologico identificato con l'Europa stessa, che è immorale sottoporre a vaglio critico, o pretendere che debba rendere conto dei suoi risultati in termine di economia reale e redditi effettivi, e che ci rivolge richieste che vanno ottemperate senza sindacarle. I Tg, l'informazione popolare, appoggiano questa operazione pedagogica oscurando gli argomenti cri­ tici, e l'appoggia pure Napolitano, con esternazioni di inediti frequenza e vigore. L'ordine del potere adesso va ufficialmente dall'alto al basso: le decisioni vengono prese da organismi finanziari "europei" a porte chiu­ se, calate sui governi che le devono attuare, sui parlamenti che le devono ratificare, e sulla popolazione che deve esprimere consenso a tutto ciò. Del resto, si sapeva benissimo a priori che l'Euro, il blocco dei cambi, avrebbe incentivato i Paesi mediterranei, grazie al cambio esterno più forte, a esportare di meno e importare di più, nonché a indebitarsi di più approfittando dei tassi ridotti; mentre avrebbe incentivato i Paesi più forti a fare l'opposto, accumulando crediti. La Germania, nei dieci anni prima dell'Euro, aveva accumulato un passivo commerciale di 130 miliardi; nei primi dieci anni di Euro, è passata a un attivo di oltre 1700,
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Introduzione perlopiù verso partners comunitari. Con una simile e crescente polariz­ zazione tra blocco creditore e polo debitore, in assenza di correttivi che le pongano fine (e vedremo quali potevano e potrebbero essere - certo non l'eurobond, il salva-Stati o lo scudo antispread), non è più questione di scegliere tra stare o non stare neirEurosistema, perché la sua fine viene da sé, il break-up è inevitabile, l'integrazione politica è impossibile, se non come sottomissione degli uni agli altri. Intanto, la speculazione fa ottimi affari, se solo sa frenarsi quando la sua pressione rischia di far scoppiare il meccanismo; e se, dirottando timori e speranze su altri obiettivi, sa evitare che si apra un pubblico dibattito sulla stortura di fondo dell'Euro - ossia sugli effetti della fissazione dei cambi, sul blocco del meccani­ smo di aggiustamento delle bilance commerciali, sulla dinamica degli avanzi-disavanzi, sulla dicotomia strutturale creditori-debitori - camuf­ fando queste realtà in termini antropomorfici e moralistici di generosità o durezza germaniche e di sperperi o pigrizia dei mediterranei. L'Euro, per come è stato congegnato, non è fatto per durare indefinita­ mente, né per unire: ha svolto, e ora porta a termine, uno "sporco" lavoro: trasferire capitali, industrie, tecnici qualificati, potere politico dai Paesi periferici a quelli forti. Ha funzionato come una pompa economico-finanziaria, che trasferisce risorse dai Paesi deboli ai Paesi forti. La pompa, quando sta esaurendo il travaso, per un poco aspira aria, gorgoglia, infine si ferma da sé. Ma se, verso la fine, gli scompensi causati dalla sua azio­ ne rischiano di spingere i Paesi più colpiti a uscire dal meccanismo, per prevenire ciò s'interviene mediante acquisti di bonds pubblici via BCE e altri strumenti, affinché il travaso possa continuare. Questi interventi sono presentati come aiuti al paese, e accompagnati da commissariamenti come "giusta" garanzia in cambio degli aiuti, mentre sono sostegni ai governi in quanto collaborazionisti; e, se pure riducono lo spread sul btp, non aiutano affatto l'economia reale, che viene lasciata sotto tassi d’inte­ resse doppi rispetto alla Germania, e con un 20% di tasse in più, per non parlare d'infrastrutture, burocrazia e costi energetici, proprio allo scopo che si delocalizzi o chiuda, mentre, schiacciate dalle aliquote e dalle pre­ sunzioni fiscali, cessano molte decine di migliaia di esercizi commerciali, facendo posto alla grande distribuzione organizzata francese e tedesca.
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Gli "aiuti", compresa la campagna di acquisti di bonds triennali de­ liberata il 06 settembre 2012 dalla BCE e acclamata come coraggiosa e salvifica dai cori della dabbenaggine trasversale, sono una terza onda­ ta di sovvenzioni alle banche private, in meno di un anno, per aiutarle a colmare i grandi buchi nei loro bilanci (sofferenze non dichiarate) e a liberarsi da titoli tossici, ma senza esigere in cambio che smettano la cre­ azione di tali titoli e le pratiche speculative pericolose per la società e nocive per l'economia reale (bolle), e senza esigere che riprendano a erogare credito alle imprese. Si ottiene anche una riduzione dello spread, buona a tirare avanti, a far risparmiare qualche soldo d’interessi sul debito pubblico, a prendersi tempo, a far girare ancora la pompa puntellando l'Eurosistema, ma senza effetti strutturali. Per queste oggettive ragioni, è presumibile che i reali intendimenti della BCE siano ben diversi da quelli dichiarati e comunemente creduti. Tale valutazione cambierebbe se e quando i predetti acquisti di de­ bito pubblico si estendessero ai titoli decennali e fossero accompagnati dalla separazione tra attività di credito bancario e attività speculativa, dairimposizione alle banche di erogare credito alle attività produttive a tassi ragionevoli, e dall'imposizione agli Stati di eseguire una vera spending review (non i tagli lineari di Monti), un abbattimento dei costi e dei tempi burocratici nonché della pressione fiscale, e altresì di ese­ guire investimenti infrastrutturali finanziati con bonds vendibili diret­ tamente alla BCE oppure qualcosa di equivalente - perché senza tutto ciò non si avrà crescita. Infine, ma soprattutto, per cambiare opinione necessiterei di vedere in opera un meccanismo che riequilibri le bilan­ ce commerciali tra i Paesi comunitari, che reindustrializzi l'Italia, che inverta il processo di divergenza tra euroforti ed eurodeboli - cioè che produca integrazione e sviluppo reali e non a parole. Le ragioni per le quali la Bundesbank e molti politici tedeschi si oppongono alla sud­ detta campagna di acquisti - ossia che la BCE per statuto deve difen­ dere il potere d'acquisto dell'Euro e non può finanziare gli Stati (tanto meno quelli che sprecano, come l'Italia) sono palesemente insincere e smentite dai fatti storici, forse dirette solo all'immaginario popolare dei tedeschi, ai fini di consenso interno. Basti qui a) considerare che,
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Introduzione per difendere il potere d'acquisto dell'Euro, bisogna innanzitutto di­ fendere l'esistenza dell'Euro; b) ricordare quanto potere d'acquisto ha perso l'Euro già alla sua nascita e prima che la BCE si mettesse a com­ perare debiti sovrani; c) osservare che le banche centrali, per sovvenire alle banche speculative in crisi, hanno creato molta più liquidità di quanto possano fare comprando titoli pubblici; d) osservare che, visti i danni cagionati dalla speculazione finanziaria in un sistema che co­ stringe i governi a finanziarsi su mercati manipolati, sarebbe razionale provare il sistema alternativo, che in passato ha dato risultati migliori dell'attuale. Ma su tutto questo ritorneremo ampiamente. Ora vorrei enunciare la mia posizione al riguardo dell'Europa, per prevenire malintesi. L'Europa esiste già, e da molti secoli. Esiste come crogiolo e comunità culturale, sociale, tradizionale, condividente certi tratti di civiltà tipici e distintivi (libertà e diritti individuali, vocazione scientifica, filosofica, artistica ecc.), in netta differenziazione da altre aree del mondo. Sin dalla remota antichità, intellettuali, musicisti, ar­ tisti del massimo valore si sono formati e hanno generato le loro opere attingendo da questo grande bacino e soggiornando in varie parti di esso. Apprezzo molto questa realtà e desidero difenderla. Per fiorire, essa non ha avuto bisogno del genio di una Merkel, del carisma di un Hollande, della scienza di un Monti, della miracolosità dell'Euro. Sussiste indipendentemente dall'UE, dalla BCE, dal MES. Un'integra­ zione politica, economica, finanziaria tra i Paesi europei può essere utile a tutela dell'Europa di cui parlo, in quanto e a condizione che as­ secondi e rispetti i predetti valori europei, che non soffochi e livelli la varietà e la pluralità intraeuropee, e che sia fatta in modo funzionale e intelligente, che non crei divisioni e contrapposizioni anziché unione. Quanto è stato sinora fatto sotto la definizione di "integrazione", oltre a essere disfunzionale in termini economici, è profondamente antieuropeo nell'essenza, perché l'apparato istituzionale e finanziario della Unione Europea e del Sistema Europeo delle Banche Centrali, con la sua vocazione autocratica e alquanti tratti orwelliani, è affine al concetto di potere proprio dell'Asia, sin dall'antichità, e contro la cui espansione a Ovest l'Europa ha sempre lottato, incominciando con la
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere resistenza dei Greci attempero persiano. Ovviamente, è anche contra­ rio al sogno europeo di Altiero Spinelli e di Robert Schuman, che era federale e non contemplava certo il commissariamento degli Stati, lo scavalcamento dei parlamenti e il governo di tecnocrati irresponsabili operanti nascostamente dietro porte chiuse per interessi antisociali. Il 23 giugno 2012, in piena crisi bancaria spagnola e dopo un esteso doxvnrating di molte grandi banche mondiali, a seguito di perdite miliar­ darie, la Banca dei Regolamenti Intemazionali, che coordina le banche centrali del mondo, ammonisce che i grandi operatori finanziari (banche e banche-ombra) sono tornati agli azzardi speculativi del 2007, che la bolla finanziaria si è nuovamente gonfiata e che questa volta il rischio sistemico è molto maggiore, poiché gli Stati si sono già pericolosamente indebitati per rifondere (socializzare) le perdite del settore finanziario nella crisi ini­ ziata nel 2008, così che oggi non sarebbero in grado di ripetere i salvataggi. Quindi, se scoppia un'altra bolla, non ci sarà rete di protezione, questa volta. Salto nel buio. Il mondo sarà stravolto e con esso la nostra vita. Il 5 luglio seguente, il FMI segnala un deterioramento del quadro economico globale, inclusi Paesi trainanti, come India, Cina, Brasile. Draghi annuncia che i conti nel mondo peggiorano e taglia il tasso base dello 0,25%. Le borse reagiscono flettendo. All'inizio di luglio, la BCE si dichiara allarmata sulla tenuta delle banche europee, notoriamente pie­ ne di titoli ad alto rischio, nonostante abbia appena finito di riempirle di liquidità pressoché gratis. Moody's abbassa il rating dei buoni italiani sotto la soglia statutaria di acquistabilità da parte di molti investitori istituzionali, rendendone più arduo e costoso il collocamento. Poi taglia il rating di altri enti pubblici e privati italiani, comprese primarie ban­ che; ora nessuna banca italiana ha un rating A, sicché nessuna è idonea a fornire o a mantenere garanzie intemazionalmente accettate. Le PMI sono silurate sotto la linea di galleggiamento. Questo continuo dozvnrating può essere un modo di forzare il governo italiano a vendere urgen­ temente e a prezzo vile ciò che ha da vendere ai capitali americani che controllano Moody's (ma pure Standard and Poors). Merkel e mercati dimostrano di non credere alla serietà delle riforme di facciata di Monti. La bolla Monti s'incrina pericolosamente, e più all'estero che all'interno.
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Introduzione Nell'estate del 2012, vediamo che l'Italia, con altri Paesi, sta ormai appesa al rating di tre agenzie private, alla speculazione di dieci banche private, alle oscillanti dichiarazioni del presidente della BCE e della Bun­ desbank - cioè a soggetti privi di mandato democratico, esenti da ogni controllo e responsabilità giuridica e politica, agenti in modo sovrano, al di fuori di qualsiasi regola di certezza del diritto e di trasparenza deci­ sionale. E questa nuova costituzione materiale sovrannazionale è ormai accettata, anzi data per scontata, da tutte le forze politiche e sindacali, le quali delegittimano le forze dissenzienti come estremiste o populiste. ' Al contempo, coraggiosamente, il doftor Michele Ruggiero, del PM di Trani, conclude le indagini per manipolazione pluriaggravata e con­ tinuata dei mercati finanziari e delle merci a carico di dirigenti di Moody's, Standard and Poor's e Fitch, stimando un danno per lo Stato di 120 miliardi. E sequestra documenti nella sede milanese di Barclays, in relazione allo scandalo Libor. Ma è sostanzialmente isolato nel contesto della magistratura italiana. Per il crimine organizzato questa crisi è stata una splendida oppor­ tunità per scalare il potere economico, quindi politico. Roberto Saviano2 afferma che le mafie hanno approfittato della crisi bancaria mondiale del 2008 per occupare il sistema bancario americario e quello europeo: cita ricerche di due economisti colombiani, Alejandro Gaviria e Daniel Mejiia dell'Università di Bogotá, che hanno «rivelato che il 97,4% degli introiti provenienti dal narcotraffico in Colombia viene puntualmente riciclato da circuiti bancari di USA ed Europa attraverso varie operazioni finanziarie». Insomma, il sistema finanziario ed economico si sostiene grazie a quei soldi: ecco perché i governi non si possono permettere di colpire realmente il narcotraffico e altre attività tipicamente mafiose, né di regolamentare la finanza speculativa introducendo norme palese­ mente indispensabili, come la separazione di essa dall'attività di raccolta del risparmio e di prestito: la politica non può ostacolare le fraudolente pratiche finanziarie che vengono usate per riciclare quei soldi. «Le ban­ che negli Stati Uniti sono usate per accogliere grandi quantità di capitali illeciti occultati nei miliardi di dollari che vengono trasferiti tra banca e banca ogni giorno», ha dichiarato il capo della Sezione Riciclaggio del
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, Jennifer Shasky Calvery, a febbraio 2012 durante una seduta al Congresso sul crimine organizzato. New York e Londra sarebbero diventate le due più grandi lavanderie di denaro sporco del mondo. Non più i paradisi fiscali come le Cayman Islands, o la Isle of Man. Ma la City e Wall Street. Tra le banche implicate nel riciclaggio, Saviano menziona Wachovia e HSBC. Se e quando ci sarà una ripresa economica, passerà per prestiti erogati da capitali mafiosi. Paradossalmente, l'agonia dell'Euro, del debito pubblico, dello spread, con tutti i sacrifici, la recessione e le tasse che ad essa conse­ guono, è voluta e mantenuta dai poteri europei: infatti dipende dalla scelta, inserita nel 1992 nel Trattato di Maastricht e ribadita in quello di Lisbona, col voto anche della Lega Nord, di proibire alla BCE di comperare le emissioni di debito pubblico sul mercato primario, alle aste, cioè da fare da vera banca centrale di emissione, così da impedire alla radice la speculazione. I Brics, gli USA, il Giappone, hanno banche centrali che fanno le banche centrali; perciò, sebbene gravati da debiti pubblici anche molto più alti dell'Italia, non hanno problemi con la speculazione, perché le loro banche centrali garantiscono l'acquisto. Il debito pubblico non sarebbe un problema per gli Stati, quindi, né una fonte di facile lucro per gli speculatori. Lo diventa se manca una vera banca centrale3. È sempre più evidente che la speculazione sui titoli pubblici e il fenomeno dello spread sono stati ricercati dai governi, o attraverso i governi, per creare le condizioni di paura sociale che per­ mettono di comprimere salari, welfare e partecipazione democratica4 in linea con la clamorosa dichiarazione di Monti allo Spiegel, ai primi di agosto 2012, secondo cui i governi dovrebbero svincolarsi dagli eccessivi condizionamenti parlamentari. Preciso che lo spread sui btp, ossia la differenza tra quanto pagano in interesse i btp rispetto al bond, è misurata sul mercato secondario, ossia sui tassi che pagano il btp e il bund se comperati in banca, e non sul mer­ cato primario, alle aste, quello su cui vengono venduti i btp "nuovi". Alle aste, i tassi d’interesse sono, di fatto, sensibilmente minori rispetto al mercato secondario, quindi lo Stato, per rifinanziarsi, paga un tasso
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Introduzione inferiore a quello che rende il btp comprato sul mercato secondario, quello su cui operano gli speculatori. Perché mai dietro l'Euro non è stata posta una vera banca centrale ma una pseudo-banca centrale detta BCE? Perché fa gioco agli speculatori finanziari, per ragioni di profitto; agli USA, per ragioni geostrategiche; alla Germania, perché ne trae benefici finanziari, competitivi, egemo­ nici; al capitalismo in generale, perché gli consente di minacciare le nazioni con lo spauracchio dei tassi e del default per costringerle ad abbattere lo stato sociale, i diritti dei lavoratori e dei risparmiatori; a smantellare il ruolo economico del settore pubblico; e in generale ad affidare definitivamente la politica ai banchieri. Questo dato di fatto sarebbe la prima cosa da dire nell'informazione economica, ma i mass media ne parlano con molta cautela. La debolezza dell'Euro e della BCE, soprattutto, serve agli USA per mantenere il loro immenso potere di acquisto nel mondo, dovuto al signoraggio internazionale del Dollaro, di cui ancora dispongono, ma che rischiano di perdere a cagione dell'eccessivo indebitamento sia interno che estero: al di là della convenienza per Obama di evitare un collasso deH'Euro e le sue ripercussioni sugli USA mentre cerca di farsi rieleggere, «sminuire l'Euro, tenendolo sotto pressione, evitando però di deprezzare troppo il Dollaro è il punto d'equilibrio tra interes­ si politici e interessi finanziari collegati transnazionalmente alla rete globale di Wall Street e Londra. Il presidente Obama, nonostante i suoi attacchi verbali alle banche, ne ha favorito la ripresa (venendo infatti ricompensato con donazioni elettorali superiori a qualunque candidato repubblicano), anche attraverso dei quantitative easings che altro non sono che una produzione inflattiva di moneta per ridurre il valore dei debiti e ridare competitività all'export statunitense»5. La linea della BCE è quanto di meno trasparente e di meno democra­ tico si possa concepire: interviene comperando sul mercato secondario, in deroga al proprio statuto, ogniqualvolta i tassi sui bond di un Paese eurodebole salgono tanto che il Paese colpito potrebbe uscire dall'Eurosistema, ma niente fa per rimediare alle cause strutturali delle impennate dei tassi, né dei crescenti squilibri delle bilance commerciali intracomu-

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere nitarie, né del costante peggioramento del pii, deiroccupazione, dell'economia reale, di molti Stati membri. La popolazione generale, martellata quotidianamente di allarmi finanziari, di prediche, di promesse su spread, interessi, deficit ecc., viene abituata a pensare l'economia principalmente in questi termini finanziari, dimenticando il piano dell'economia reale, che la finanza dovrebbe servire, non dominare. Una difesa sostanziale, la BCE la fa solo in favore delle banche euro­ pee, finanziandole a bassi tassi (1%), molto largamente, e senza curarsi che almeno una quota degli oltre 1000 miliardi prestati loro sinora vada a finanziare l'economia reale anziché attività speculative, magari rivolte contro Stati eurodeboli. La BCE sta, insomma, applicando una sorta di keynesismo rovesciato, in favore non dell'economia reale, ma del settore speculativo, dei padroni delle banche, i quali, come documentatamen­ te vedremo nella prima parte di questo libro, mediante speculazioni temerarie e acquisizioni fraudolente, depauperano a proprio profitto le banche stesse e lasciano al settore pubblico l'onere di risanarle me­ diante continua creazione monetaria, col pretesto, o ricatto, che se non le si risana, l'incendio si propaga a tutta la società. Nessuna meraviglia, quindi, che oggi si stiano riproducendo le condizioni della crisi bancaria del 2008: i flussi in entrata nelle banche, cioè la raccolta, non coprono i flussi in uscita, cioè quanto i banchieri estraggono dai loro patrimoni con speculazioni azzardate e fraudolente, ma anche comprando 10 ciò che vale 2, in modo che qualcuno intaschi 8; e questo disavanzo viene coperto dalla BCE o dai governi nazionali. Se la BCE continuasse a farlo oltre l'emergenza, senza intervenire sulle cause e senza perseguire gli illeciti, allora la sua dirigenza si renderebbe complice di quegli illeciti, anche se, grazie allo statuto di ente sovrano accordato alla BCE, essa non è penalmente né civilmente responsabile di ciò che fa. Pare proprio che l'obiettivo della BCE sia di trattenere le rane nella casseruola finché non siano cotte, dispensando loro una boccata di os­ sigeno e generose rassicurazioni quando si sentono scottare e pensano di saltar fuori, come è avvenuto ad esempio il 26 luglio 2012, allorché nella mattinata lo spread btp/bund è schizzato oltre 530 p.b., e Draghi ha reagito dichiarando che uscire dall'Eurosistema è impensabile, che
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Introduzione recentemente si sono fatti molti passi avanti, e che la BCE farà tutto ciò che occorre per impedirlo - al che lo spread è presto sceso a 470 p.b., e la borsa italiana ha recuperato il 5,3%, mentre l'Euro è risalito a 1,23 sul Dollaro. Una settimana dopo, Draghi fa affermazioni sempre poco chiare, ma che vengono lette come un passo indietro rispetto alla precedenti, e le borse crollano, lo spread vola, l'Euro si piega. Il giorno dopo, rimbalzo. Siamo al punto che l'equilibrio finanziario dell'Italia, della Spagna e di altri Paesi si regge sulle iniziative di un direttorio non eletto della BCE e dalla loro disponibilità a comperare o no buoni del tesoro - quindi ad agire in base alla loro discrezione e non in base a nor­ me di legge precise, certe, trasparenti che impongano loro d'impedire il tracollo finanziario delle nazioni, alla faccia del principio di legalità e di certezza del diritto, oltre che di rappresentanza popolare. Inoltre, quel direttorio è espressione proprio del mondo della finanza e delle banche private che generano le crisi e che sono artefici e beneficiarie sia dell'attività speculativa che dei salvataggi con denari pubblici. Pare, insomma, che si voglia tenere i Paesi eurodeboli in un mec­ canismo che aggrava i loro problemi e svuota le loro economie reali, ma al contempo li mantiene artificialmente in vita con una fleboelisi monetaria, aumentando la loro dipendenza da organismi autocratici giuridicamente irresponsabili e di tipo bancario, come la BCE e il nascente MES, Meccanismo Europeo di Stabilità. Da simili fatti tra­ spare un disegno superiore, oligarchico, dirigistico, che non viene dichiarato, ma viene portato avanti senza interesse per le condizioni di vita delle nazioni, bensì con interesse centrato sul piano finanziario: espressione del fatto che, per l'odierna strutturazione del potere reale, l'economia della produzione e dei consumi, e quindi gli stessi popoli, che di quell'economia costituiscono gli attori, sono divenuti superflui - ed è questa la vera rivoluzione che introduce il nuovo millennio, alla cui analisi ho dedicato il saggio Oligarchia per popoli superflui6. Superflui, perché il potere politico-economico, nel mondo, non è più una scacchiera di potentati, di cui ciascuno è in competizione con gli altri e forte della sua popolazione (lavoratori, contribuenti, combat­ tenti, coloni) - e tanto più forte quanto più questa è numerosa - ma si
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! CIMlT€URO. Uscirne e risorgere è centralizzato, concentrato, quindi non ha più bisogno di mantenere popoli numerosi, onde si potrà avviare a soluzione il problema eco­ logico e demografico. Ma anche perché, con la globalizzazione e la libera circolazione di merci e capitali, non abbiamo più la coincidenza, sul medesimo territorio, di governanti, produttori e consumatori coincidenza e reciproca dipendenza che generavano interdipendenza e inducevano capitalisti e governanti a concordare un equilibrio coi lavoratori sui diritti e sui redditi, non potendoli liberamente ricattare con la minaccia della delocalizzazione7. Intanto, dalla denuncia di un economista del FMI, salta fuori che il FMI già da tempo sapeva che il grave dissesto era imminente, ma deli­ beratamente lo nascose, peggiorando così le cose8. Del resto, è da tempo che si sa, anche se si tace al popolo, che i mer­ cati non sono affatto maestri e misuratori di virtù economiche e finan­ ziarie, ma che sono una roulette truccata dai croupiers:
«I mercati sono una parola che non ha veramente senso perché dopo 30 anni di fusioni e acquisizioni, l’OCSE ha potuto osservare che ci sono 10 attori che controllano oltre il 90% dei mercato dei derivati (credit default swaps,
coflateral debt obligations, exchange rate swaps), cioè:

/ Morgan Stanley, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Barclays / Deutsche Bank, UBS, Credit Suisse, Società Gènerale, BNP-Paribas9. Si dice mercato ma si scrive oligopolio, cioè un sistema dove i piccoli azionisti sono carne da cannone e i governi sono dei pesi welter rispetto ai pesi mas­ simi citati. Queste sono le entità che fanno il cosiddetto mercato e spezzano le reputazioni finanziarie, senza troppo curarsi dei fondamentali, avvalendosi anche di sofisticate tecniche di scambio come ihigh frequency trading (scam­ bio automatizzato ad alta velocità). Le prestazioni dei vari attori privati e pubblici in questo sistema vengono valutate fra tre [ rectius, da quattro; N .d A J agenzie di rating di cui tre inter­ nazionali e una nazionale:

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Introduzione
/ Moody's, Standard and Poor’ (americane), Pitch (anglofrancese); s / e la cinese Dagong. È piuttosto difficile immaginare che fra questi IO attori finanziari e le tre agenzie non vi siano significativi intrecci d’interessi che non possono essere né neutri, né trasparenti))1 . 0

È chiaro che nessuna autorità ha o vuole attuare misure efficaci di risanamento. I festeggiamenti di ogni nuovo accordo salvifico da parte di BCE, FED, Ecofin, governi vari, sono seguiti dopo uno o due giorni da nuovi tonfi e nuove spaccature. Sta così montando una catastrofe, il temuto squagliamento della rete bancaria globale, per un valore dell'ordine di milioni di miliardi di Dollari, gigantesca, quindi, rispetto ai problemi interni dell'Euro e dei debiti pubblici, che sono dell'ordine di migliaia o decine di migliaia di miliardi: solo qualche millesimo del problema vero. Poiché nel frattempo nessuna regola è stata introdotta per isolare la finanza speculativa dal banking di credito risparmio, i tentativi di costitu­ ire organismi di stabilizzazione finanziaria e firewalls protettivi in ambito europeo con dotazioni di qualche centinaio di miliardi, paiono, nel con­ fronto col suddetto ordine di grandezza di migliaia di volte maggiore, una mera pagliacciata, con supercancellieri e supertecnici che bisticciano e cincischiano su di esse, forse solo per distrarre la gente, forse anche per ingannare se stessi, mentre l'immane ombra dell'onda anomala s'innal­ za sul mondo e lo sovrasta. Di tutte le misure in pubblica discussione ad oggi, neanche la più audace è lontanamente idonea a fronteggiare questa emergenza, o questa imminenza. Al più, possono tirare avanti consumando il risparmio della gente con tasse e svalutazione. Il quesito effettivo, perciò, credo sia: dietro le dichiarazioni per l'opi­ nione pubblica, qual è l'interesse e l'intenzione di chi ha potere, rispetto alla crisi in corso e a quella che si profila? Invero, una politica per preveni­ re o reagire alla catastrofe bancaria, capace di sconvolgere violentemente la vita e gli ordinamenti delle nazioni, manca completamente, oppure
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere vi è, ma è tenuta segreta - il qual caso è ancor più fosco e inquietante. Si indica, quale unico rimedio qualitativamente capace di far fronte alla situazione, un intervento delle banche centrali, che garantisca l'acquisto dei debiti pubblici e privati che altrimenti salterebbero. Ma dove pren­ dono il controvalore necessario per tali campagne di acquisti, queste banche centrali, dato che esse non producono alcun valore in proprio e che non raccolgono nemmeno tasse? Ed entro che limiti il controvalore può far fronte in quel modo? È possibile che il mondo, o l'Occidente, mentre complessivamente la produzione cala e i debiti aumentano, affi­ di la propria sopravvivenza ad alcune banche centrali che comperano i titoli balordi che le altre banche e molti governi continuano a sfornare? E ancora: visto il reiterato flop dell'intero strumentario anticrisi fi­ nora impiegato dalla scienza economica "ufficiale", ci si deve, oramai, preparare al peggio e, soprattutto, per l'indomani del peggio, cioè pensare a strumenti per la ricostruzione? L'informazione ufficiale attenua molto i dati della realtà, tende a rassicu­ rare diffondendo il messaggio che si possa uscire dalla crisi con strumenti normali e con oboli ragionevoli, transitori, anzi moralmente giusti, in un certo senso. Tali messaggi hanno successo, generalmente, perché l'uomo è incline a credere a ciò che gli piace, perché "essere positivo", per quasi tutti, significa prospettare, come attuabili, soluzioni che consentano un rapido ritorno, con piccoli sacrifici materiali e minimi sforzi mentali, alla sicurezza, al benessere e alle concezioni abituali - ossia, alla propria comfort zone. Per qualcun altro sei positivo anche quando preannunci imminenti salti magico-quantistici che risolvano i problemi, oppure l'intervento di esseri divini. Simile all'essere positivo è l'essere moderato: sei moderato quando ciò che dici non mette in dubbio le convinzioni di fondo condivise e lasci le persone nella sicurezza del conformismo, quando dici che basta introdurre alcuni aggiustamenti e comportarsi più seriamente e tutto an­ drà a posto, col tempo. Altra chiave di successo è l'offrire poche e chiare idee che appaiano come rivelazioni miracolose, capaci di spiegare tutti i problemi e di indicare la soluzione dei mali del mondo in un'unica formu­ la, e magari costruirci intorno un movimento militante o para-religioso. 20

Introduzione Questo libro non è scritto per i bisogni psicologici delle suddette categorie di persone. Anzi, va esattamente in senso opposto. Dalla macchina della catastrofe non ci si libera senza una conversione spinta sino al fondo delle cose. Si rileva da sinistra, dalla sinistra vera11, che la crisi in corso non è una crisi di scarsità, perché al contrario abbiamo sovrapproduzione, né della finanza, tanto meno della finanza pubblica; bensì è la crisi d'insostenibilità, per effetto di contraddizione interna, dialettica, del modello capitalista come tale, nel senso che il padrone del capitale, della finanza, vorrebbe la botte piena e la moglie ubriaca/ossia, da un lato, pagare sempre meno i lavoratori, anzi investire i suoi soldi nella speculazione finanziaria perché questa rende più dell'economia reale; e, dall'altro lato, riuscire a vendere loro sempre più prodotti (anche finanziari) e servizi - il che è ovviamente impossibile, perché la gente non può comperare per una cifra superiore al suo reddito. Invero, negli ultimi decenni, il capitalista ha ottenuto di massimiz­ zare il profitto tagliando i costi, compresi gli investimenti, i salari, i posti di lavoro, le tasse per i servizi pubblici, e spostando i suoi inve­ stimenti dall'economia reale a quella più pericolosamente speculativa. Così ha prodotto un calo dei redditi, che comportava un calo della domanda aggregata - quindi l'invendibilità di parte della produzione, e conseguentemente la deflazione - e una crescita del debito. A questo inconveniente il capitalismo ha ovviato in due modi:
a) puntando sull'esportazione (cioè a vendere altrove), attraverso la concor­ renza sui prezzi, l’ulteriore taglio dei salari, la delocalizzazione aziendale, HWTO e la liberalizzazione degli scambi (se i miei lavoratori non riescono a comperare ciò che faccio loro produrre, perché non li pago abbastanza, allora venderò la mia produzione all’estero)1 ; 2 b) prestando soldi ai consumatori (mutui per la casa a tutti e al 120% del valore di mercato, finanziamenti al consumo, carte di credito), cosi che questi prestiti, aggiungendosi ai redditi da lavoro, sostenessero la domanda aggregata e consentissero / ’assorbìmento della produzione.

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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Queste due vie hanno fruttato enormi profitti inizialmente, ma hanno anche cacciato il mondo in una crisi senza precedenti. Infatti, la prima via ha portato alla recessione o stagnazione di molte economie, fino al punto che la domanda aggregata mondiale assorbiva sempre meno le loro produzioni: oggi nel mondo esporta bene chi eccelle nelle tecnologie, come la Germania, oppure nello sfruttamento senza limiti del lavoratore e dell'ambiente, come la Cina. La seconda via, invece, ha dato origine, soprattutto coi mutui subprime, alle bolle finanziarie, alla creazione di volumi virtualmente illimitati di valori cartacei privi di supporto reale (l'industria della creazione del denaro dal denaro stesso, senza passare per il lavoro), e al dissesto del sistema bancario e delle finanze pubbliche, nonché dell'Eurosistema. Da questi due apparenti insuccessi, il capitalismo ha lucrato importanti vantaggi strategici, sia in termini di profitti industriali, che in termini di profitti speculativi, che in termini di tagli dei diritti dei lavoratori, delle facol­ tà di partecipazione democratica, di potere politico sulle istituzioni pubbliche, con l'imposizione di suoi fiduciari, come sappiamo, nelle cariche governative, nonché delle sue ricette economico-finanziarie, fortemente recessive. Questa analisi di sinistra, che riprenderò e svilupperò nel resto del libro, ovviamente spiazza le frottole dei mass media e delle istituzioni, ed è congrua alla realtà; ma rimane alla superficie di questa, in quanto recepisce, senza indagarle logicamente, giuridicamente ed economi­ camente, alcune "cose" di base, che, se sottoposte a critica, schiudono prospettive molto diverse: segnatamente la natura ultima della mone­ ta, i suoi effetti, nonché la crescente informatizzazione e automazione del trading finanziario cibernetico. Posto che il capitalismo è la tenden­ za interessata del capitalista, ossia del proprietario dei mezzi monetari (finanziari), a regolare il rapporto con i lavoratori, con gli imprenditori e con i proprietari dei fattori di produzione non monetari (proprietari degli immobili, della tecnologia, delle materie prime) in modo tale che quanto più possibile del reddito vada al capitale, e quanto meno pos­ sibile agli altri soggetti - ciò posto, il senso della crisi del capitalismo,

Introduzione come crisi d'insostenibilità sistemica, si capisce realmente solo se si scopre ciò che è il capitale, la finanza, la moneta, in un sistema di fiat currency e di moneta-debito, al di là dei concetti "ricevuti". La deriva del capitalismo che pretende di fare soldi attraverso i soldi e senza il lavoro reale, parimenti, non è comprensibile senza lumeggiare il rap­ porto tra credito e friezzi monetari. Il divenire dei sistemi economici e della società, anche su scala glo­ bale, è primariamente racchiuso nel genoma della moneta, nel tipo di moneta che essi adottano, o che si fa loro adottare. Gli ordinamenti mo­ netari, nazionali e intemazionali, e le loro esplosioni, scrivono la storia dell'uomo, la fortuna e il declino dei popoli, talvolta le loro guerre e, di regola, le loro gerarchie. Prima ancora delle variabili e delle variazioni qu an titativ e della m oneta - quanta ve ne è nel mercato e a che prezzo e condizioni - e dei loro effetti sull'economia, nonché degli interventi su queste va­ riabili, esistono variabili e variazioni q u alitativ e d elle m on ete. E pos­ sibilità d'intervenire anche su di esse, sulle prop rietà delle monete, ad esempio per superare una depressione, e non soltanto su quanta moneta immettere, per quali vie, in quali modi. Voler agire solo sulle variabili quantitative, per uscire da una crisi, è come pretendere di formulare una dieta in cui si stabilisce solo quanto e quando il paziente deve mangiare, e non che cosa: quanti grassi, quanti zuccheri, quanti carboidrati, quante proteine, quante vitamine, quanti sali.... Oggi il tema è che cosa si possa fare per uscire dalla recessione. Si parla di ricette monetariste contrapposte a quelle keynesiane, si parla di tagliare la spesa pubblica e le tasse per dar fiato ai consumi e agli investimenti privati, oppure di fare spesa pubblica a deficit con grandi progetti di lungo termine, per rilanciare la produzione e l'intrapresa. Si parla, cioè, di opzioni riguardanti il trasferire risorse monetarie, i tassi di interesse, le agevolazioni ecc. Al più, si parla di creare risorse monetarie aggiuntive (come si farebbe con gli eurobond). Non si parla,

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere per contro, delle opzioni circa quali tipi di moneta usare né dei loro "genomi", né delle "malattie" genetiche delle monete stesse. A quelle opzioni, a quelle malattie e alla loro cura, è dedicata la seconda parte di questo saggio. La prima parte tratta della finanza distruttiva e della insostenibilità deirEurosistema. La terza, dei possibili esiti, più o me­ no apocalittici, della crisi in atto. Invero, esistono differenti tipi di moneta possibili, con differenti funzionamenti, differenti possibili tipi di banche centrali e di banche di emissione (ovviamente, dicendo "tipo di moneta" non intendo sem­ plicemente le banconote o i saldi attivi dei depositi bancari e simili, ma intendo sistemi monetari, ossia i meccanismi di generazione, cessione, prestito, cambio, contabilizzazione, delle monete). Questa presa di coscienza è fondamentale. A ogni tipo di moneta corrispondono specifiche conseguenze strutturanti per la società e per l'economia, che inizialmente sono sovente impercettibili, quindi non vengono considerate, non vengono capite; ma poi si amplificano e si fanno sentire nel tempo, fino a produrre distorsioni e crisi di in­ sostenibilità, fratture di sistema, a livello nazionale, internazionale e globale - perché anche il mondo, nel suo complesso, adotta monete globali, come ora il Dollaro, e prima del 1929 la Sterlina. Il Dollaro è, al contempo, moneta nazionale USA e moneta globale - il che produce specifici vantaggi e specifici squilibri, come è noto. Conferire al Dol­ laro questa anfibolica funzione fu la scelta di fondo di Bretton Woods. Si tratta, quindi, di andare a guardare dentro la moneta, nel suo "ge­ noma", nel potenziale di questo. Tale indagine riserva scoperte su mec­ canismi che stanno a monte delle teorie monetarie che oggi, e da diversi decenni ormai, si scontrano sul campo teorico e sul campo applicativo: ossia quella neoclassica, neomonetarista e neoliberista, di prospettiva microeconomica (cioè di economia aziendale), rappresentata e applicata dalle istituzioni dominanti (FMI, US Treasury, BCE, UE, Merkel, Gover­ no Monti) sin dai primi anni Settanta circa; e quella di matrice keynesiana, tipica del secondo dopoguerra, che ad essa cerca di opporsi, in una prospettiva qualitativamente diversa, cioè macroeconomica.
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Introduzione Ma quell'indagine può anche approdare alla comprensione che un unico tipo di moneta nel medesimo territorio non sia un'opzione ob­ bligata né razionale, e che sia opportuno introdurre più tipi di moneta paralleli, coesistenti con la moneta legale: le monete private, locali, complementari... e le unità di conto nei circuiti di compensazione. L'effetto pratico dell'adozione della prima teoria, quella neoclassi­ ca, si traduce in cose come la deregulation delle banche e della finanza, la finanziarizzazione dell'economia reale e del debito pubblico, la competizione globale, la compressione competitiva dei salari, il taglio della spesa pubblica e le maggiori tasse per far quadrare i conti, azze­ rare il deficit, ridurre il debito pubblico, come asserita condizione per la ripresa economica (prima il rigore, poi lo sviluppo), anche a costo di aggravare la recessione in atto, in linea con gli assunti che seguono:
/ che il mercato si auto-regoli raggiungendo equilibri omeostatici (detti walrasiani1) tra domanda e offerta, ed esca da sé dalle crisi, che sia 3 quindi, come si suol dire, efficiente (la c.d. mano invisibile); / che quindi, in un libero mercato non si diano bolle speculative né disoccu­ pazione involontaria; / che il mercato tenda, se lo Stato non interferisce, a divenire libero, concorren­ ziale e trasparente, realizzando la distribuzione ottimale delle risorse e del reddito, massimizzando la produzione e i redditi, ancor più se si abbattono le barriere doganali così da creare un unico, libero, competitivo mercato globale; / che pertanto il mercato sia massimamente efficiente se massimamente li­ beralizzato (onde le prescrizioni di liberalizzare tutti i comparti: laissezfaire); / che la quantità di liquidità disponibile per l’economia non abbia influenza sull'andamento di questa; / che nessun denaro speso dal settore pubblico possa aumentare la produ­ zione totale ma sia sottratto agli investimenti privati e produttivi; / che quindi il ruolo del settore bancario-creditizio, per la macroeconomia, sia modesto e consista essenzialmente nella intermediazione del credito e non nella creazione del money supply; / che il denaro abbia un costo di produzione che ne limita oggettivamente la disponibilità, sicché deve essere risparmiato e accumulato prima di poter essere disponibile per investimenti (c.d. paradigma della scarsità);

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere
/ che l’immissione di denaro aggiuntivo provochi inflazione, non crescita (non impiego di fattori di produzione latenti); / che quindi si risolva in una sorta di tassazione surrettizia (perché abbassa il potere d'acquisto dei redditi); / che il limite alla produzione e agli investimenti siano i salari reali, in quanto sono un costo per l'imprenditore; / che la flessibilità del lavoro (riducibilità dei salari e dei diritti) sia suffi­ ciente per assicurare la piena occupazione di chi non sceglie di restare inoccupato; / che non si debbano porre limitazioni e direttive agli incentivi, alle remu­ nerazioni dei managers, perché il mercato deve esser lasciato libero di quantificarle (anche quando i bonus vanno a premiare gestioni temerarie e dannose per la società nel suo complesso); / che la strategia monetaria vada affidata a una banca centrale di emis­ sione indipendente dagli organi politici, la quale immetterà annualmente nel mercato moneta aggiuntiva in proporzione all'aumento del pii, oppure - dopo il fallimento di questo criterio - regolerà il tasso-base in modo tale da rispettare un tasso d'inflazione programmato (inflation targeting), come prescrive lo statuto della BCE; / che per rilanciare l’economia bisogna tagliare spesa pubblica e tasse e abbassare il costo del denaro e del lavoro.

La scelta in favore di questa teoria imperniata sulla fiducia nelì'efficienza dei mercati e, conseguentemente, nella globalizzazione, è stata l'ultima grande scelta della politica; dopo questa scelta, a de­ cidere sono i "mercati", anche sugli indirizzi politici e sui governi, e la "democrazia" è divenuta marginale. Di fatto, però, questa scelta non ha trattenuto i soggetti finanziari che l'hanno fatta e imposta dal richiedere e ottenere, in violazione delle regole di libero e trasparente mercato, quindi in aperta contraddizione con la teoria propugnata, un massiccio intervento statale a loro sostegno. Un intervento consistito in una serie di salvataggi, di bailouts, e che ha scaricato sulla collettivi­ tà le loro perdite, al prezzo di una forte pressione fiscale e di un forte indebitamento pubblico. 26

Introduzione Strumenti di questo intervento sono, eminentemente, le banche centrali, che spesso agiscono sottobanco, come dettagliatamente ve­ dremo, congiuntamente allo Stato, che diviene assuntore di rischio di ultima istanza. Lo diventa perché certe banche e assicuratrici sono tanto grandi, che il loro fallimento - si stima - produrrebbe danni in­ sopportabili. Ecco d,unque un principio, che però non viene seguito: le banche continuano a fondersi e acquisirsi e parteciparsi tra loro. Così facendo, possono permettersi di assumere rischi molto maggiori, perché potranno contare suirintervento pubblico qualora le cose an­ dassero male a cagione dei loro azzardi. L'effetto pratico dell'adozione della seconda teoria, della teoria keynesiana14, si è visto nel New Deal degli anni Trenta e nell'espansione economica e sociale nel secondo dopoguerra. I suoi assunti di base e i principii, che in parte riprenderemo, sono:
/ che l’andamento dell’economia, il livello dei salari e il livello dell’occupa­ zione, dipendano dal livello della domanda aggregata (consumi + investi­ menti + spesa pubblica + esportazioni - importazioni1); 5 / che cioè i redditi dei soggetti del mercato non siano tra loro indipendenti, perché il reddito di ciascuno deriva da quanto gli altri spendono (in con­ sumi e investimenti) oppure risparmiano; e la propensione al risparmio o alla spesa è guidata da fattori psicologici; / che pertanto se la gente o lo Stato si mettono a risparmiare perché pa­ ventano una crisi, la crisi avverrà per effetto di questo stesso risparmiare; mentre se, ispirati da aspettative rosee, si mettono a spendere, l’economia si espanderà, perché la spesa alimenta i redditi, e i redditi a loro volta alimentano la spesa: effetto moltiplicatore; / che il mercato non si comporti secondo leggi naturalistiche, meccaniche, oggettivamente tendenti a un equilibrio, ma secondo fattori umani, psi­ cologici, in parte emotivi e irrazionali, e che quindi non sia prevedibile secondo un modello meccanico-naturalistico; / che esso non si regoli da sé, non raggiunga e non mantenga equilibri, produca violente oscillazioni implicanti seri danni per la società;

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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere
/ che non sia in grado di usare dalla recessione o depressione da solo; la recessione raggiunge un livello di equilibrio di sottooccupazione, si ferma su di esso, e l'economia riparte soltanto se sopravviene uno stimolo, come una guerra, oppure, molto lentamente, per effetto dell’usura e dell’obsolescenza degli impianti, degli edifici, delle infrastrutture e della necessità di rimpiazzarli; / che le manovre monetarie, come il ribasso dei tassi e il credito facile alle banche, siano efficaci solo finché il mercato rimane vicino alla piena occupazione dei fattori produttivi, ma siano inefficaci nelle crisi profonde; / che lo Stato, per rianimare l'economia, debba fare investimenti di lungo periodo, soprattutto infrastrutturali, anche a deficit i quali immettano moneta ne! sistema, aumentino il reddito spendibile, creino aspettative di crescita, invoglino la gente a consumare e il capitale privato a ritornare a intraprendere; / che quindi primaria per la crescita è l'offerta di moneta, non la flessibilità del lavoro, cioè dei salari e dei diritti dei dipendenti e para-dipendenti; / c h e perciò l’austerità, il risparmio e la tesaurizzazione siano un fattore recessivo e impediscano l’uscita dalla depressione; / che, se l’economia fette per insufficiente domanda effettiva, bisogna dar mezzi alla domanda; / che se s’ nterviene riducendo salari e diritti, anziché con un investimento i diretto e mirato dello Stato, allora la diminuzione del salario reale ap­ porterà non un aumento degli investimenti e della occupazione, ma un aumento dei profitti e delle rendite (incluse le rendite della classe politica, prelevate dalie tasse e dal loro uso), con uno spostamento di questi redditi verso la speculazione finanziaria; / che si debbano tassare le operazioni speculative, soprattutto di breve termine, perché sfruttano e alimentano il trend recessivo e il clima di incertezza e pessimismo; / che, come condizione di sostenibilità finanziaria, si dovrà curare non di azzerare o limitare il deficit di bilancio, ma che il tasso di sviluppo resti superiore al costo del denaro; / che la strategia monetaria vada affidata a organi politicamente respon­ sabili e rappresentativi della società nel suo complesso, e non del solo mondo finanziario1 . 6

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Introduzione Il primo approccio perse credito per effetto della disastrosa crisi del 1929, che esso non aveva prevenuto né preveduto e che non riusciva a risolvere con i suoi strumenti: pareggio di bilancio, taglio delle spese, aumento delle tasse17. Il secondo nasce come risposta a questo fallimen­ to e apre la prospettiva di macroeconomia - ossia la prospettiva non più aziendale, ma sistemica, sull'economia. Mentre il primo approccio esclude del tutto l'applicabilità dei rimedi del secondo, il secondo considera il meccanismo del libero mercato da una parte, e dall'altra quello dell'iniziativa pianificante dello Stato, co­ me complementari, con prevalenza del primo nei periodi di trend favo­ revole, e del secondo nei momenti in cui bisogna uscire dalla recessione o prevenirla o fronteggiare una crisi di altro tipo, come quelle ecologi­ che. La pianificazione può fare cose che il mercato non può fare, così come il mercato ha prestazioni che la pianificazione non può fornire. Ovviamente, però, i due approcci poggiano su principi opposti, su due diversi modi di spiegare il divenire economico e di progettare interventi in esso: se è vero l'uno, l'altro è falso18 (però naturalmen­ te possono essere errati entrambi, anzi probabilmente lo sono), e la sua applicazione in sede di politica economica produrrà un disastro economico e sociale19. A dire il vero in Italia si insiste nel fare una cosa sui generis, un falso neoliberismo: tagliare gli investimenti, al­ zare tasse e costo del denaro - il risultato è una recessione sempre più veloce, e una sempre più forte emigrazione di imprese, capitali e lavoratori qualificati. Il neoliberismo applicato, come meglio vedremo, non ha comporta­ to libertà di mercato, ma una più stretta interconnessione - come dice Michele Cangiani nel suo saggio del 2012 The Neoliberal Transformation and thè Decay o f Democracy - dei poteri economici con quelli politici, ampliando il ruolo della power élite analizzata da Charles Wright Mills già oltre mezzo secolo fa, poiché la concentrazione del capitale, la deregolamentazione, la globalizzazione e la finanziarizzazione dan­ no al business e agli effetti politici un potere senza precedenti.
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Su scala globale, negli ultimi decenni è stato implementato sempre di più l'approccio monetarista, che complessivamente non ha prodotto una riduzione del livello di indebitamento degli Stati occidentali, il qua­ le anzi è assai aumentato. Al contempo, i redditi si sono via via concen­ trati ai vertici della piramide sociale, in una distribuzione sempre più sperequata, che ha portato a un generale assottigliamento dei redditi mediani anche laddove il reddito medio è cresciuto. Si è puntato alla competizione mediante compressione dei costi del lavoro, così che si sono ridotti i salari, quindi anche la domanda, l'assorbimento della pro­ duzione, in favore delle rendite da capitale finanziario e dei creditori. Inoltre i mercati si sono dimostrati incapaci di prevenire le crisi e di equilibrarsi, benché ampiamente deregolamentati. Si sono fatti sempre più insidiosi, più volatili. Proprio i fautori e finanziatori della scuola mercatista, cioè i finanzieri americani, nel 2008 hanno richiesto per se stessi, per le proprie banche in crisi, l'intervento dello Stato, il bailout mediante soldi pubblici spesi a deficit, incluso l'acquisto con quei soldi di titoli-spazzatura a un prezzo multiplo del valore di mercato20: una diretta contraddizione coi loro principi. Per contrasto, i Paesi le cui economie vanno meglio, cioè i BRICS, sono quelli che non hanno applicato quell'approccio, e in particolare non hanno banche centrali autonome dallo Stato. Ciò deve far riflettere, poiché proprio su tale approccio monetari­ sta, mercatista e liberista si sono costruiti il FMI, la Banca Mondiale, il Trattato di Maastricht, la BCE, il Meccanismo Europeo di Stabilità, i criteri di convergenza, il fiscal compact, l'obbligo costituzionalizzato di pareggio di bilancio, e altro - praticamente tutta l'impalcatura e la politica comunitarie. Se quell'approccio è fallace - e che lo sia oramai non è più seriamente in dubbio se non tra coloro che dalla sua applicazione hanno tratto pro­ fitto a scapito della società - date la gravità della presente crisi e delle sue cause, presto la situazione generale sarà fuori controllo; oppure per reprimere le reazioni popolari si imporrà uno Stato poliziesco, forse orwelliano; in ogni modo, sarà un macello. Caso peculiare, come vedre­
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Introduzione mo, è quello della Germania, che ha trovato un modo di convivere bene con l'approccio monetarista, avvantaggiandosi del disagio e dell'insta­ bilità che esso suscita nei Paesi partners della Germania stessa. Un ulteriore indice che esso sia fallace, oltre ai ripetuti e rovinosi fallimenti dei mercati, è il fatto stesso che non sia stato aperto un dibat­ tito pubblico sui duè opposti approcci, sulle loro implicazioni, su quale dei due si debba adottare - laddove, secondo il principio democratico, bisognerebbe che il popolo venisse informato, più che su ogni altra cosa, sulle scelte di fondo, come è questa, così ricca di conseguenze; e che esso stesso decidesse, su tali scelte, attraverso un voto elettorale. Circa quarantanni fa la scelta di fondo è stata fatta, ossia è stato fatto il passaggio da un modello keynesiano a uno neoclassico (sia pure con qualche inserto keynesiano), e questa scelta non fu allora portata all'opi­ nione pubblica, non fu sottoposta al voto. Se ne parlava sì, ma in ambito specialistico, ristretto. All'opinione pubblica si incominciò, invece, a parlare di inquinamento e di limiti dello sviluppo (Club di Roma, Aure­ lio Peccei), come per predisporre la implicita giustificazione ecologica a una scelta che andava a porre fine allo sviluppo stesso. Il complessivo mancamento del paradigma neoliberista-mercatistamonetarista ha ovviamente anche una portata politica e giuridica, come descrive Michele Cangiani nel suo già menzionato saggio, in cui evidenzia21 come le dinamiche del capitalismo finanziario hanno por­ tato a scaricare molti costi, anche attraverso la leva fiscale, dalle grandi corporations ai piccoli produttori locali e ai cittadini, mentre il potere decisionale si è sempre più concentrato in organismi tecnocratici auto­ referenziali, opachi e irresponsabili, che svuotano di funzioni e valore le istituzioni rappresentative22, sicché - aggiungo io - il danno per la collettività prodotto dalle scelte di quegli organismi non può dar luogo, per via democratica e rappresentativa, a processi correttivi interni al sistema giuridico esistente. Ne risulta che l'applicazione del modello neoliberista prosegue a dispetto dei suoi effetti negativi e della sua inca­ pacità di far uscire la società dalla recessione. Invero, si sta realizzando con evidenza una contraddizione di fondo del capitalismo: questo, per massimizzare il profitto, da un lato tende a tagliare i costi di produzione
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere e, tra essi, i salari; dall'altro lato ha bisogno di vendere i suoi prodotti, ma i bassi salari hanno una capacità di acquisto insufficiente. Come anticipavo supra, la soluzione di integrare i salari, onde potenziare la domanda aggregata, mediante l'erogazione di credito facile, si traduce nella produzione di bolle e di crisi di insolvenza, soprattutto per effetto della cartolarizzazione dei crediti (mutui subprime, per es.) e dell'uso di leve finanziarie. La soluzione di sostenere la domanda con la spesa pubblica ha portato ad altri ben noti scompensi. La soluzione di aprire sempre nuovi mercati di sbocco puntando sull'esportazione, trascina a squilibri monetari internazionali (gli USA, come importatori netti, accumulano mostruosi disavanzi commerciali) e alla estesa deindustria­ lizzazione di Paesi manifatturieri, come l'Italia. La finanziarizzazione dell'economia ha indotto i settori produttivi alla ricerca del solo profitto di breve termine, con conseguenze perverse23. Cangiani evidenzia che il neoliberismo si è tradotto non in termini di produzione di maggior ricchezza, ma di redistribuzione di ricchezza e reddito in favore di classi elitarie e a danno dei produttori di ricchezza reale. Il mercato finanziario è inefficiente, nel senso sopra spiegato, non a causa di difetti emendabili o errori evitabili, ma per la sua stessa natu­ ra, che genera feedbacks positivi delle sue stesse distorsioni (cioè gli effetti nocivi delle sue distorsioni agiscono nel senso di amplificare i fattori che causano le distorsioni stesse), e spinge a introdurre norme che - come vedremo - aumentano il rischio di default e gli squilibri cui dovrebbero ovviare. E tutto ciò rientra nella logica della speculazione, come pure vi rientra lo scaricare sui redditi e sui risparmi delle classi medie il ripianamento, interminabile, dei buchi che essa scava. Cangiani sottolinea che un siffatto esito, socialmente insoddisfacente e politicamente antidemo­ cratico, della logica del capitalismo, era stato ampiamente previsto già negli anni Trenta del secolo scorso da Karl Polanyi, ma - osservo io - da allora i partiti della sinistra c.d. costituzionale niente hanno fatto per allertare le loro categorie sociali di riferimento a questo riguardo, niente hanno organizzato per impedire tale evoluzione i sedicenti custodi e garanti della democrazia e dei diritti dell'uomo.
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Introduzione È come se, al termine di un trentennio di crescita generale del tenore di vita e dei diritti dei lavoratori attraverso l'applicazione di un modello di sviluppo keynesiano, ci si fosse detto, da parte della comunità finanziaria: "Per aumentare i nostri redditi non è necessario aumentare i redditi della popolazione generale, ma basta variare a favore nostro la distribuzione dei redditi già esistenti"; e poi ancora: "Per aumentare i nostri redditi, non è nemmeno necessario aumentare in pari misura la produzione e il consumo di beni e servizi, ma basta aumentare la produzione di ricchezza finanziaria nominale e l'inde­ bitamento della popolazione generale e degli Stati verso il sistema finanziario; ciò ci darà anche il potere politico sugli Stati". Da allora abbiamo in effetti visto un moltiplicarsi dell'indebitamento generale e dei valori finanziari, con un forte e prolungato rallentamento della crescita industriale. Oggi le posizioni politiche, almeno in Occidente, sono essenzialmente raggruppabili in due poli: neoliberiste e non neoliberiste, o pro-sistema e anti-sistema. Oltre a queste, ci sono forze, ovviamente la maggioran­ za, che non prendono posizione, che si tengono nelÌ'ambiguità rispetto alla scelta del modello socioeconomico, che preferiscono non sollevare nemmeno il tema di questa scelta, e che soprattutto non hanno un pro­ gramma politico-economico definito. Però quasi tutte sostengono nei fatti governi e programmi neoliberisti. La differenza sostanziale è quel­ la, dietro le varie coloriture di destra e sinistra. Il modello prevalente, il sistema, etichetta per quanto può le forze antisistema come anomale: estremiste, antipolitiche, demagogiche, populiste. Peraltro, non mancano le ragioni di perplessità e i timori di implo­ sione finanziaria di un modello keynesiano applicato nelle condizioni contemporanee, condizioni che sono ben diverse da quelle degli anni Trenta e del dopoguerra. In quei tempi, gli USA, e poi altri Paesi, poterono fare grandi e du­ revoli investimenti pubblici a deficit, ridurre la pressione fiscale, accu33

CIMIT€VRO. Uscirne e risorgere mulare grandi debiti nazionali, rimettere così in moto l'economia, e, una volta che questa si fu messa in traino, ridurre la spesa pubblica e aumen­ tare la pressione fiscale, per abbassare disavanzo e indebitamento, fino a ristabilire un equilibrio. Ma ciò riuscì grazie a condizioni oggi perdute:
/ lo slancio e il bisogno della ricostruzione postbellica; / il primato industriale e l'assenza di competitori manifatturieri (soprattutto di quelli a bassissimo costo del lavoro); / la stabilità del Dollaro come valuta di riserva, convertibile in oro e non ancora inflazionato; / il basso costo e l'abbondanza delie materie prime; / la crescita demografica e il favorevole rapporto tra giovani e anziani; / un'economia reale non sottomessa e perturbata da quella finanziaria; / la possibilità di finanziare il debito pubblico senza essere sottoposti alle speculazioni dei mercati2 ; 4 / il fatto che, allora, un aumento della spesa pubblica e dell’immissione di denaro nel sistema, si traduceva in un aumento della domanda interna, quindi in uno stimolo a investimenti, occupazione, produzione interni; mentre, neliodierno mercato globalizzato, i consumi sono rivolti prevalen­ temente a beni importati, prodotti aliestero, perché o tecnologicamente "specialistici” o perché fabbricati in certi Paesi esteri (Cina, ìndia ecc.) costano molto meno; da ciò consegue che un aumento della spesa pubblica, dell’immissione di denaro, dei redditi, si traduce in un aumento delle importazioni e del disavanzo commerciale, quindi nella necessità di offrire rendimenti finanziari più alti al fine di attrarre i capitali esteri con cui compensare questi disavanzi, quindi in più oneri finanziari e fiscali sulla produzione interna, la quale viene così ulteriormente scoraggiata, in un circolo vizioso, e spinta a delocahzzarsi; il conseguente aumento del disavanzo commerciale ha stimolato e stimola, per giunta, la creazione di masse crescenti di titoli finanziari.

L'Italia, inoltre, negli anni della crescita, aveva una classe dirigente molto più competente e meno corrotta dell'attuale, quindi capace di usare i denari pubblici molto più proficuamente. E non aveva una struttura di
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Introduzione produzione del consenso basata sulla spesa assistenziale e clientelare, che assorbe o fa allocare male centinaia di miliardi ogni anno. Aveva anche una scuola molto migliore, tecnici, funzionari e operai molto più motivati, laboriosi e competenti, coscienziosi. Imprenditori più "morali", più legati all'azienda e al benessere sociale. Aveva un livello tecnologico di avanguardia per’quei tempi, rispetto ai competitori di allora, che poi ha perduto ampiamente, sia perché nel tempo non si è ammodernata, sia perché sono sorti agguerriti competitori nei suoi settori di esportazione. Aveva soprattutto una fiducia sociale e nel futuro che oggi sono non dissolte, ma capovolte. Aggiungiamo che, se l'Italia, o anche l'Eurozona nel suo complesso, iniziasse a fare massiccia spesa pubblica a deficit in senso keynesiano, i tassi di finanziamento del suo debito pubblico, in assenza di una banca centrale che garantisca il suo acquisto, schizzerebbero sù, e il rating schiz­ zerebbe giù, generando così maggiori oneri finanziari, e facendo espan­ dere energicamente l'indebitamento, in ima spirale che forse diverrebbe ingestibile e insostenibile (ma, sui mercati finanziari, un "forse" sovente vale come un "certamente" e produce gli effetti di un "certamente"). In tal caso, il piano keynesiano imploderebbe. D cuore gettato oltre l'ostacolo non pomperebbe abbastanza sangue da tener vivo l'organismo. Molte persone sono alla credula ricerca di una scoperta o di una ri­ velazione che, in una sola formula, fornisca la spiegazione di tutto e il rimedio per tutto, in campo economico. Credono quindi di aver trovato questa chiave universale ora nel signoraggio, ora in Keynes, ora nella lotta all'evasione fiscale, ora nella nazionalizzazione delle banche, ora nella libertà dei mercati e nelle privatizzazioni, ora - o ieri - nel comuni­ Smo reale. Credono, e diventano entusiasti propagandisti... e non sono solo persone semplici: direi anzi che gli economisti sono, quasi tutti, inclini a non tener conto dei fattori sociali, culturali e antropologici, che invece sono decisivi per l'andamento dell'economia, come appare vi­ stosamente dalle difficoltà dell'Euro. Tendono quindi a proporre ricette che, all'atto pratico, falliscono, o riescono con un popolo e non con un altro per effetto delle diverse attitudini mentali e morali. 35

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere In realtà non esistono spiegazioni e soluzioni semplici, unifattoriali, né definitive, per sistemi tanto complessi, articolati, legati all'irraziona­ le, agli umori collettivi, e insieme a una galoppante evoluzione tecnolo­ gica, come sono i sistemi socio-economici. Basandomi sulle soprastanti considerazioni, nonostante Tapprez­ zamento per il pensiero di Keynes, non credo proprio che il suo metodo avrebbe successo nel mondo attuale, soprattutto in Italia; e reputo che, per poter applicare oggi qualcosa di simile ad esso, occorra andare oltre, anzi "a monte" del suo modello, e cambiare certi presupposti patogeni. Modificare la moneta. Ma neanche questo sarà sufficiente a consentire una ripresa, o perlo­ meno una ripresa di un certo respiro e non esposta a catastrofi sempre più incalzanti. Oltre alla moneta, al genoma della moneta, occorre affrontare il fatto che la finanza speculativa informatizzata, lo high frequency trading, esercitato da managers di soggetti finanziari (banche, assicuratrici, broker dealers, shadoiv banking) sempre più giganteschi e interconnessi, nella ri­ cerca del massimo profitto nel brevissimo termine, sviluppa una sempre maggiore capacità di assumere rischi smisurati, e di farli assumere allo Stato e alla collettività, nel senso che riesce a scaricarli su di essi, a far pagare i danni alla collettività, perché la collettività non può permettersi di lasciare fallire nemmeno uno di quei soggetti finanziari, perché sono troppo grossi e interconnessi, e il fallimento di uno solo trascinerebbe nel baratro larghi settori dell'economia nazionale ed estera, o addirittura metterebbe in crisi l'intero sistema-Paese, destabilizzando le sue finanze e la sua moneta, la quale è in rapporto di dipendenza dai mercati finanziari. La potenza di questa attività speculativa sulla politica, sulla legislazione, sui regolatori, è tanta, che non solo non si riesce a regolamentarla, ma che essa è riuscita a liberarsi, grazie a legislatori compiacenti, di gran parte delle regolamentazioni che prevenivano alcuni abusi e alcuni pericoli. Regolamentarla ora è difficile anche dal punto di vista tecnologico, perché è un'attività immateriale che si svolge nel reame immateriale del web con metodi sfuggenti alla normazione e alla giurisdizione.
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Introduzione Dato anche che i volumi della finanza speculativa sono oramai multipli di quelli dell'economia reale, forse l'unica soluzione funzionante, idealmente, sarebbe non il regolamentare il settore speculativo, la finanza per la finanza, né il separare questo settore dall'economia reale, come si separa il gioco d'azzardo dal resto dell'economia confinandolo nei casinò e reprimendo le bische - forse l'unica soluzione funzionante sarebbe, all'inverso, isolare dalla finanza speculativa il settore dell'economia reale, unitamente alla produzione della moneta legale e dei mezzi monetari, nonché al settore del credito per l'economia reale, rendendo l'economia reale, pubblica e privata, del tutto autosufficiente, in quanto a moneta e credito, rispetto al casinò della finanza, così che in questo entri solo chi vuole. Oppure proibirlo totalmente, impedendone ogni conato con interventi di polizia intemazionale, di intelligence o di commando, come si fa col terrorismo. Perché non ha senso dire "le agenzie di rating hanno declassato il nostro debito pubblico senza fondamento, non ce lo meritiamo perché siamo virtuosi, più virtuosi di altri che hanno un rating migliore": un debito pubblico va declassato proprio perché le agenzie private possono impunemente declassarlo e guadagnare dal farlo. Cioè, il debito pubblico è poco affidabile perché il paese che lo emette tollera che si guadagni dal buttarlo giù classifican­ dolo come poco affidabile. O ancora: la stessa possibilità che il debito pubblico venga declassato e fatto oggetto di speculazione ribassista da operatori di mercato privati, che sia - insomma - materialmente possi­ bile guadagnare attaccandolo, anziché adoperare ogni mezzo necessario per impedire ciò, è la causa della sua debolezza e inaffidabilità. Lo Stato italiano non si oppone nemmeno al fatto che la direzione delle banche che sta puntellando coi soldi pubblici impongano al loro personale di scoraggiare i risparmiatori dall'investire in titoli pubblici, spostandoli sulle obbligazioni della banca stessa e sulle sue polizze. Dopo questa considerazione, ne viene un'altra: se un Paese fortemente indebitato, co­ me l'Italia, è contabilmente virtuoso, ma non ha prospettive di crescita, anzi ha uno strutturale trend recessivo e un avvitamento fiscale in corso, congiunti a uno strutturale trend alla fuga di capitali, imprese, cervelli e giovani, con invecchiamento della popolazione, allora rischia di non
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere riuscire a sostenere il suo debito, quindi il suo debito viene declassato, e a ragione! Anzi, un Paese che rimane tale per decenni dovrebbe essere disciolto. Ma, da parte della politica, in particolare di quella italiana, niente di quanto sopra viene tentato. Si persevera lungo la via del rigore liberista, cioè del rigore a senso unico. E s'incoraggia l'aggregazione di soggetti fi­ nanziari sempre più giganteschi e pericolosi. La libera volpe in libero polla­ io, si è nutrita bene ed è cresciuta alquanto: oggi potrebbe sgozzare un toro. Al punto a cui siamo arrivati ora, se e quando le cose andranno ve­ ramente male, per tutti i personaggi politici e sindacali responsabili di quelle scelte e della loro esecuzione, soprattutto per quelli di loro che sono in carica ora, è meglio che la gente non sia mai informata che vi era un'alternativa disponibile, che vi era un'altra via rispetto al tirare la cinghia, cioè che vi era una scelta, e che questa è stata fatta sopra la testa delle persone e a loro insaputa. È meglio che pensino che la ricetta neoclassica di rigore prima e sviluppo poi (peraltro propinata in modo ingannevole, come spiega Pioli nel suo contributo), fosse e sia l'unica esistente, che non vi fosse alternativa o scelta, e che non ha avuto suc­ cesso perché è stata applicata troppo tardi e troppo poco per colpa dei politici, non perché si basasse su presupposti erronei. È meglio che non si chiedano se essa fosse fondata su evidenze scientifiche, su risultati empirici e constatati, oppure no. È meglio che non si pongano il proble­ ma delle reali intenzioni di chi l'ha voluta e portata avanti, e dei torna­ conti. È meglio, soprattutto, che prima si completi la costruzione di una struttura di contenimento e gestione tecnocratica della società e delle sue tensioni e probabili proteste verso quella che io chiamo "la decresci­ ta infelice"25- l^uro-Lager26, appunto - con le sue istituzioni politiche, finanziarie, giudiziarie, nel quadro di una riorganizzazione del rapporto di potere tra élite globale e popolazione generale, riorganizzazione che risulta essere la vera natura della presente e protratta crisi sistemica, come conto di dimostrare in questo saggio. Si comprende allora che passare da Prodi a Berlusconi, o da Berlu­ sconi a Monti, o da Monti a un Montezemolo, non costituisce affatto un'alternanza sostanziale, perché si rimane entro un medesimo modello
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Introduzione ed entro il destino di quel modello unico; ed è questa la ragione per cui PD, UDC e PDL possono ora sostenere tutti insieme il governo Monti (cercando di evitare elezioni anticipate che li danneggerebbero tutti): si collocano tutti nella scelta "neoclassica" (o pseudo-neoclassica, perché se fosse neoclassica taglierebbe le tasse) di Monti, della Goldman Sachs, della BCE, del Gruppo Bilderberg, della Trilateral Commission, ecc.; differenziandosi tra loro solo per clientele, feudi, elettorati, rapporti con la Chiesa e la Magistratura, e per altri elementi, storici o d'immagine. Le invocazioni di interventi keynesiani, lanciate dall'Area Dem nel Con­ vegno di Cortona del 15 aprile 2012, suonano fasulle e di comodo, sia perché sono tardive, sia perché il PD continua a sostenere Monti senza imporgli di cambiare rotta, sia perché la sedicente sinistra moderata ha in realtà appoggiato in modo strategico tutte le operazioni liberiste e monetariste, e non solo in Italia, da decenni a questa parte. La decantata offerta di "alternanza" politica entro regole condivise è illusoria sia in Italia, sia negli USA (tra Democratici e Repubblicani), sia in Francia, sia in Germania27, è illusoria, perché le "regole condivise" sono intese come le regole di un modello politico-economico unico. Ma secondo molti questo sarebbe appunto la democrazia "matura", cioè quella del pensie­ ro unico, dei principi condivisi da tutti (perché i modelli alternativi sono oscurati o bollati come estremistici o antagonistici). I risultati cui pervengo nel presente saggio, comportano innanzitutto, e in negativo, una confutazione del modello neoclassico e neomonetari­ sta, non tanto nella sua applicazione, quanto nei suoi presupposti, ossia negli assunti circa la moneta, il suo valore, la sua scarsità, i suoi effetti. In positivo, comportano l'introduzione di un nuovo insieme di premesse di ordine monetario e contabile "a monte" della teoria (post) keynesiana - premesse che risolvono i suddetti rischi di implosione che minacciano l'applicazione della ricetta keynesiana oggi. Tale ricetta può essere dotata di una nuovo statuto, un nuovo orizzonte, una nuo­ va validazione; ma anche di una maggiore credibilità e sostenibilità, a condizione che si rispettino alcuni vincoli e si introducano alcuni accor­ gimenti, consistenti, appunto, in opzioni qualitative sulla moneta, anche
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere contabili. Opzioni "a monte" rispetto alle opzioni keynesiane tipiche, cioè opzioni non su come e quanta moneta usare e dove, ma, come già detto, su che cosa adoperare come moneta. Senza tali accorgimenti, che in parte affiorano anche nel pensiero di Galloni, lavori critici e proposi­ tivi come quelli di Krugman, Roubini o Stiglitz, pur essendo illuminanti e imprescindibili, sono impotenti e destinati al fallimento. Con tali ac­ corgimenti, per contro, una politica antidepressiva di tipo keynesiano, cioè basata sugli investimenti pubblici, diviene veramente possibile e sostenibile, perché lo Stato può attuarla senza indebitare se stesso o altri e senza creare inflazione. In quest'opera individuo appunto un'ampia gamma di meccanismi, non considerati dal modello keynesiano, che, se non neutralizzati, lo rendono alla lunga insostenibile, soprattutto in un sistema globalizzato e finanziarizzato (che Keynes ovviamente non aveva di fronte e non poteva studiare né tenere in conto). Analogamente, quei meccanismi renderebbero insostenibile il pia­ no di rilancio delle economie occidentali di cui si discute nella prima­ vera del 2012. Ancora, la revisione e l'adeguamento alla realtà del trattamento contabile della moneta, che qui propugno, consentono il superamento della proibizione costituzionale del modello keynesiano introdotta col fiscal compact e con la costituzionalizzazione dell'obbligo di pareggio di bilancio. Fanno sì che il modello keynesiano possa applicarsi senza tralignare, impiegando e sviluppando tutti i fattori produttivi, attuali e potenziali. Propongo, insomma, strumenti per lavorare e produrre bene, non per evitare di lavorare o per finanziare il lavoro inefficiente o l'assistenziali­ smo a fini demagogici, per creare rendite garantite e diritti senza doveri; o peggio per alimentare il turbocapitalismo, la finanza gratia sui, che impone un'economia incurante della produzione e infermiera di banche e aziende zombi. Il modello keynesiano ha invogliato la politica a fare proprio la prima di queste due cose, per captare consenso, cioè a dare al popolo, al risparmio e a molta imprenditoria corda, corda, corda, fino
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Introduzione a impiccarsi, così che si è legittimato il viraggio monetarista. Peraltro quel modello si sarebbe impiccato egualmente, in un tempo più lungo, a causa dei meccanismi descritti nella Parte Seconda di questo saggio. L'applicazione demagogica e inefficiente, politicamente corrotta, del modello keynesiano porta all'eccessivo indebitamento pubblico con­ giunto ad alta tassazione e ad alti costi del lavoro per unità di prodotto; e ha dato così il pretesto per passare a un modello neoliberista di rigore risanante, che però genera recessione e avvitamento fiscale, di modo che il debito pubblico diviene insanabile, inestinguibile, e la gente viene condannata a lavorare per pagare gli interessi sul debito senza poterse­ ne liberare, in cambio di redditi e servizi sempre più compressi - il tutto a beneficio delle rendite finanziarie. Quindi, tirando le somme di quanto precede, possiamo dire che l'attuale crisi ha quattro livelli: a) i difetti qualitativi della moneta che usiamo, i quali hanno causato, e se corretti possono risolvere, l'avvio di processi esplosivi; b) la crisi strutturale e sistemica della finanza e dell'economia globali, che è partita come crisi del sistema bancario che si era indebitato per speculazioni temerarie in titoli che poi hanno perso valore; c) particolarmente per l'Eurozona, il prevalere della Germania nella competizione darwiniana per il dominio e gli effetti distorsivi e distruttivi deH'Eurosistema; d) particolarmente per l'Italia, la sua grave e apparentemente incorreggibile inefficienza sistemica, unita alla corru­ zione e all'incompetenza della classe politica. Il modello keynesiano è orientato alla crescita, ed è di crescita che ha bisogno l'economia occidentale per poter pagare i debiti pubblici e pri­ vati, per uscire dalla spirale recessiva - apparentemente. Ma qui sorge un problema molto serio: oramai, soprattutto da quando la Cina e altri Paesi a bassissimo costo del lavoro inondano i mercati dei loro manu­ fatti, si sta producendo più di quanto si voglia consumare, che l'output è maggiore della domanda, e i beni rimangono invenduti, e l'invenduto significa mancato ricavo, e il mancato ricavo significa difficoltà a paga­ re banche, fornitori, lavoratori, tasse, contributi. Qualora si esca dalla
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CIMÍT€URO. Uscirne e risorgere recessione, l'appetito di consumo può ritornare, in parte, ma non tanto da assorbire l'eccesso di produzione - anzi, l'eccesso aumenterebbe, perché uscire dalla recessione implica, ovviamente, l'espandersi della produzione. C'è chi suggerisce, come soluzione, di accrescere i consumi dei cinesi, degli indiani, del Terzo Mondo. Ma il limite ultimo, oggettivo, di realizzabilità del modello keynesiano di crescita resta però nella struttura stessa, oligarchica, di ogni società umana organizzata, e nella dubbia sostenibilità ecologica di un sistema economico in crescita permanente entro un mondo limitato e già so­ vrappopolato e con diverse risorse primarie prossime all'esaurimento. Galloni e io incliniamo a opinare che la scelta "neoclassica" sia stata fatta entro una concezione neomalthusiana28, ossia per contenere lo sviluppo entro limiti di sostenibilità planetaria. Peraltro, Keynes stesso dichiara29 che la sua Teoria Generale si allaccia più al pensiero di Malthus che a quello di Ricardo e del suo successore Alfred Marshall. Keynes fu addirittura un fervente sostenitore dell'eugenetica, che considerava l'a­ pice della sociologia dell'avvenire, e diresse la British Eugenics Society. Galloni, che maltusiano non è, ritiene anche che i limiti della so­ stenibilità dello sviluppo siano in realtà indefinitamente spostabili e ampliabili grazie a nuove tecnologie disponibili in campo soprattutto energetico, ma che queste tecnologie non vengano messe a disposizione e si sia scelto di percorrere una via di recessione. Però questa via risulta controproducente anche nella logica neomalthusiana, perché di fatto sta peggiorando la situazione ecologica planetaria. Diversamente da Galloni, io, non avendo la prova (ma solo indizi) che tali tecnologie esistano, stimo che, se queste non saltano fuori e non vengono messe all'opera presto, il male minore, per salvare il pianeta, sia procedere rapidamente al taglio dei consumi, dell'inquinamento, della sovrappopolazione, nel modo più umanitario possibile, e più si­ curo per gli equilibri del pianeta. Forse la via di uscita da questa contraddizione è proprio quella in­ dicata dalla finanza creativa: lo sviluppo può realizzarsi e continuare illimitatamente, senza esaurire le risorse e senza danni ecologici, ma non
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Introduzione come moltiplicazione di ricchezze, produzioni e consumi materiali, bensì di ricchezze simboliche, immateriali, numeriche, contabili... finanziarie, insomma, in un mondo parallelo e infinito di valori virtuali in cui gii umani si calano come in uno sconfinato casinò che diventa estensione della loro vita, e dove ricevono emozioni reali generabili ininterrotta­ mente e senza impa’tto ambientale da competenti croupiers, e non certo dalla "mano invisibile" dei mercati. A tal fine, gli umani andrebbero do­ tati di supplementi di reddito spendibili esclusivamente per quelle cose. Con la speranza che il gioco, alla fine, non li faccia troppo deragliare nella follia... Ad esempio, alcuni comuni toscani30 hanno adottato il cimitero vir­ tuale, parallelo a quello reale. È fornito da una ditta informatica. Tu vuoi farmi una cosa gradita, e con 19 Euro metti un mazzo di fiori virtuali sulla tomba virtuale dei miei genitori per novanta giorni. Con 228 compri una targa virtuale permanente. Spendi reddito, accresci la domanda aggregata, fai guadagnare altri, fai una cosa di valore morale e sociale, ma non consumi alcuna risorsa ambienta­ le. Second Life si estende all'Afterlife... non ci sono più limiti... Per contatti: mdlcons@tin.it
L’ utore A

P.S. Mentre questo libro va in stampa, il 19 settembre 2012, a Otto e mezzo «La 7», l'ex ministro Renato Brunetta, noto economista, presentando il suo libro II grande i?nbroglio, ha dichiarato che le riforme di Monti sono state quasi tutte sbagliate, inutili ai fini di abbassare i tassi di interesse sul debito pubblico italiano, e nocive per la nostra economia, come era prevedibile; ma che Berlino, sotto l'esplicita minaccia di mandare l'Italia in rovina ("con la pistola sul tavolo"), nel 2011 le ha imposte a Monti e ai partiti italiani come mezzo per risanare i conti e ridurre i tassi sul de­ bito pubblico, salvo col tempo rendersi conto che esse non riducevano i tassi, ma peggioravano la recessione; e accettare solo allora che la BCE si mettesse a comprare in grande i bonds italiani triennali sul mercato secondario, e che il MES potesse acquistare i btp decennali.
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CMIT€URO. Uscirne e risorgere Se ciò è vero, se non è solo un tentativo di Brunetta di deresponsabi­ lizzare se stesso e il PDL per aver sostenuto le disastrose operazioni di Monti, allora il governo Monti non è inetto né complice del capitalismo tedesco o massonico, ma ha agito e agisce sotto estorsione tedesca ten­ tando di limitare i danni all'Italia; in tal caso, alcuni sfavorevoli giudizi su di esso e su Monti, che formulo in questo libro, vanno cambiati, ma al contempo deve subito essere sottoposto al pubblico dibattito italiano, europeo e americano il problema di come porsi rispetto a questa violen­ za tedesca, portata avanti anche attraverso le istituzioni europee. Il giorno dopo, Mario Monti, presentando il nuovo libro di Fede­ rico Rampini, "Non ci possiamo più permettere uno Stato sociale" Falso!, spiegava che i tedeschi si oppongono agli interventi monetari pubblici a sostegno dell'economia perché, come fatto culturale, non hanno la cognizione che si ottenga lo sviluppo economico attraverso la politica economica, ma credono che lo sviluppo sia conseguenza di comporta­ menti virtuosi (produrre per investire e consumare poco) di famiglie, Stato e aziende, i quali producono un attivo permanente delle aziende e della bilancia commerciale. Tale spiegazione è smentita dal fatto che Berlino, come presto diremo, sta facendo una possente politica economica monetaria, per sé e a spese di altri, solo che non la dichia­ ra, ovviamente. In quel libro, Rampini dimostra pure che il modello socio-economico tedesco e nordeuropeo in generale, basato su alta spesa per istruzione e benessere collettivi, è più efficiente, in fatto di risultati economici e finanziari, di quello neoliberista americano basa­ to su tagli della spesa pubblica, delle pensioni e dei salari; e che quindi è falso che lo Stato sociale europeo sia insostenibile, come affermano anche Draghi e Romney. Vero è invece che la Germania pratica per sé un buono Stato sociale, e impone ai Paesi subalterni i tagli liberisti e recessivi, così come agisce per aggravare la crisi finanziaria dei Paesi periferici, iniziando dalle perniciose dichiarazioni nel vertice di Deauville e dalla massiccia vendita di titoli pubblici greci e italiani da parte di Deutsche Bank nel 2011, che scatenò la crisi dello spread, come Brunetta ricorda nel suo libro succitato. La Germania avrebbe potuto salvare anche lo SME tagliando il costo del denaro e investendo di più,
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Introduzione cioè reflazionando un poco, ma non lo fece. Quindi la sua è strategia di prepotenza, non errore di economia dovuto a traumi weimariani. Basti qui dire che l'Italia ha contribuito ai salvataggi finanziari di Irlanda, Portogallo, Spagna e Grecia, finora, con 45 miliardi, che si è pro­ curata con un pari aumento delle tasse, ossia il 5,2%, che ha schiacciato il pii del 2,6% circa, ’con perdita di 600.000 posti di lavoro, come previsto dal FMI all'inizio del 2012; ma quel salvataggio è andato a beneficio, es­ senzialmente, delle banche tedesche e francesi, piene di titoli di quei Pa­ esi. Cioè Monti ha tassato gli italiani nell'interesse dei banchieri tedeschi e francesi. Che tale svenamento sia stato imposto all'Italia dall'esterno, è stato confermato anche dal sen. Garavaglia, il quale ha pubblicamente riferito che, nel 2011, al tempo del famigerato papello 5 agosto 2011 della BCE all'Italia, i vertici della BCE minacciavano i vari partiti italiani di non comprare più i titoli pubblici italiani se i partiti non avessero sostenuto il premier da loro imposto, mandando così lo spread alle stelle e l'Italia in default entro due mesi. Brunetta (pp. 48 ss.) ritiene che l'Eurosistema e probabilmente la stessa UE si sfasceranno a breve, se si continuerà così, senza una riforma dell'architettura monetaria, finanziaria, bancaria e delle bilance commerciali, rendendo la BCE garante del finanziamento dei debiti pubblici. Quindi è doveroso elaborare exit strategies dall'Euro. Fior di economisti reputano che l'uscita dall'Euro sarebbe salutare per l'Italia. Perché la recessione da austerità allontana le soluzioni, peggio­ rando il rapporto pii/ stock di debito, pii/interessi sul debito. Preciso qui, infine, che lo spread tra, per esempio, btp italiani decenna­ li e Bund tedeschi decennali, è la differenza di rendimento effettivo netto tra i due titoli. Il rendimento effettivo netto è dato dalla differenza (in più o in meno) del costo di acquisto del titolo rispetto al suo valore nominale, divisa per la durata residua del titolo, e sommata al tasso di interesse, o flusso cedolare, che il titolo paga. Ad esempio, un btp decennale con valore nominale 100 e costo d'acquisto 80 e rendimento cedolare del 5% annuo, avrà un rendimento effettivo netto di 5 + [(100-80): 10] = 7% annuo, meno le imposte sul capitai gain, meno la ritenuta fiscale sulla ce­ dola. La differenza tra valore nominale e costo d'acquisto è prodotta da
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere diversi fattori di mercato, incluso il rischio percepito di insolvenza deire­ mittente e il rischio del Paese. Questi fattori variano continuamente, ed è questa la ragione per cui i rendimenti effettivi netti, quindi lo spread, variano pure continuamente, sul mercato secondario, sebbene il tasso di interesse dei titoli a tasso fisso sia determinato al momento dall'emissio­ ne e non possa variare.
N O TE 1 Per un excursus storico sulle conseguenze conflittuogene e dirompenti, per un siste­ . ma politico, del formarsi al suo interno di uno strutturale dipolo creditori-debitori, vedi Michael Hudson, Democracy and Debt, www.michael-hudson.com/20l l/12/democracy-and-debt. 2. Mafie, i padroni della criskperché i boss non fanno crac, in «La Repubblica», 27 agosto 201 2. 3. Così anche Ferrerò, 201 p. 1 2, 5. 4. Ivi, p. 38. 5. Alessandro Politi e Claudia Bettiol, Il gioco di Scrat e S/d, in «Limes», n. 6, 2011 . 6. Koinè Nuove Edizioni, 201 0. 7. Ferrerò, 201 cit., pp. 29 s. 2, 8. FMI, ex consulente attacca Lagarde Doyle, l’economista senior dimissionario: Washington ha occultato la verità. W A SH IN G TO N - Il “follimento” del Fondo mone­ tario nel mettere in guardia per tempo sulla crisi europea ha ampliato le sofferenze dei cittadini e portato l’euro “ sul baratro” .Ad affermarlo è l’economista senior del FMI, consulente del dipartimento Europa, Peter Doyle, nella sua lettera di dimissioni, diffusa dalla Cnn. «Dopo 20 anni di servizio, mi vergogno di aver avuto qualsiasi rap­ porto con il Fondo», si legge nel testo, che attacca il direttore del Fondo, Christine Lagarde, e i suoi predecessori. «Pesanti difficoltà nelle crisi europee erano state identificate con largo anticipo, ma sono state occultate», scrive Doyle. «I fattori che hanno portato a questi fallimenti nella sorveglianza europea (avversione al rischio analitico, priorità al rapporto bilaterale e pregiudizi nei confronti dell’Europa) - con­ tinua l’economista - stanno diventando più profondamente radicati, nonostante le iniziative che pretendono di limitarli», http://www.cdt.ch. 20.07.2012 -15:55. 9. Ferrerò, 201 cit., p. 69, riporta dati del Tesoro USA, secondo cui il 90% dei 2, contratti derivati è detenuto da 5 società d’intermediazione mobiliare (J.P. Morgan, Bank of America, City Bank, Goldman Sachs, H SBC USA) e da 5 banche (Deutsche Bank, UBS, Crédit Suisse, Citycorp-Merril Linch, Bnp-Paris Bas) un valore ottuplo del pii mondiale, che nel 2010 fu di 74.000 miliardi. Inoltre precisa che dal 1 980 al 2005 si sono fatte I 1 .500 fusioni di banche, le quali ora sono meno di 7500.

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Introduzione
10. Politi,Alessandro e Bettiol, Claudia, Il gioco di Scrat e Sid, in «Limes», n. 6,2011 . 11. Così anche Ferrerò 201 cit. 2, 1 Emblema di questa via è la polizia sudafricana che, il 1 agosto 201 uccide 34 2. 5 2, minatori di una miniera gestita da una società britannica, in sciopero per ottenere un aumento dei loro salari di 500 Euro mensili. Della strage vengono incriminati gli altri minatori, che ovviamente non avevano sparato, mentre i poliziotti non saranno processati ma esaminati da una commissione amministrativa. 13. Da Léon Walras, 1834-1910, economista francese che concepiva l’economia in termini di equilibri analoghi a quelli della fisica. 14. Da non confondere con le teorie dei neo-keynesiani, come Modigliani, che sono nella sostanza, e specificamente in quanto ai rapporti macroeconomici tra offerta monetaria e livelli di produzione, più affini ai neoclassici che a Keynes. 1 Keynes 1 5. 936, prefazione all’edizione francese. 1 6.Vi è un terzo approccio, minoritario, quello della scuola austriaca (più un'area di pensiero che una scuola; in essa spiccano i nomi di Friedrich von Hayek, Ludwig von Mises, Joseph Schumpeter), che ammette che avvengano le crisi, e che esse siano fatti gravi e non accidentali; ma sostiene che esse siano fondamentalmente benefiche, perché eliminano le imprese, le istituzioni e le persone deboli, inefficienti, operando così il vero risanamento che consente all’economia di ripartire su basi sane. Pertanto, niente è più nocivo, non solo all’economia ma anche alla libertà, dell’intervento pub­ blico a sostegno dei soggetti deboli. Quando avviene una crisi, dunque, lo Stato deve astenersi dal l’intervenire, tanto nel modo keynesiano (cioè con la spesa di sostegno e stimolo), quanto nel modo monetarista (cioè allargando il credito e tagliando le tasse). Orbene, condivido l’opinione espressa a questo riguardo da Nouriel Roubini nel suo libro, scritto insieme a Stephen Mihm, del 2010 La Crisi non è finita (pp. 70 ss.) che, in tempi di buona congiuntura, è bene che le imprese e gli enti inefficienti (per fattori interni, non per distorsioni del mercato o della legge, e sempre che non abbiano valore strategico) siano lasciate fallire, se non si correggono. Ma nelle fasi recessive lasciar fallire molte imprese inefficienti comporta il mandare in crisi anche molte imprese valide, perché le imprese sono connesse tra loro finanziariamente e commercialmente, e un’ondata di licenziamenti comporta il crollo della domanda interna di beni e servizi, producendo insolvenze diffuse. Per fermare la recessione, per risollevarsi dalla depressione, occorrono massicci investimenti pubblici infrastrut­ turali di lungo termine, come meglio si vedrà, senza escludere salvataggi di imprese e banche, né sostegni alle famiglie - ma nella totale trasparenza.Vi è anche, natural­ mente, un quarto approccio, che è la teoria marxiana. E vi è naturalmente un quinto approccio, l’approccio zero, o agnostico, che ritiene che non vi siano gli strumenti e le condizioni per formulare una teoria generale, un paradigma, deN’economia. Questo approccio è stato per moltissimo tempo l’approccio degli economisti tedeschi, e ad esso fa riferimento Keynes, nella prefazione all’edizione tedesca del 1936 alla sua opera principale, The General Theory o f Employment, Interest and Money.

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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere
17. Roubini, e Mihm 20 ! 0, cit., p. 1 92. 1 .1 keynesiani affermano che il modello monetarista funzionerebbe soltanto in un 8 sistema in cui fosse già stato raggiunto il pieno impiego dei fattori di produzione, lo aggiungo: e in cui non subentrassero cambiamenti quali nuove tecnologiche economicamente influenti. 1 Ciò detto, è palese che il problema di fondo non è quello della corruzione della 9. politica, né quello dell’evasione fiscale, né quello degli sprechi - anche se questi problemi sono reali e seri. 20. J. Stiglitz, in Bancarotta, cap.V, quantifica questi interventi, con riferimento alla fine del 2009, in 1 2.000 miliardi di Dollari, pari all’80% del pii. Oltre ad esso, la FED, in favore delle corporations finanziarie, erogava prestiti a tasso pressoché nullo e accettava garanzie dubbie e stipulava contratti da cui verosimilmente avrebbe perso:tutti aiuti di stato, proibitissimi dai principi economici ufficiali. Si noti (p. 1 82) che lo stesso Obama, in totale contrasto con l’immagine di sé che aveva venduto in campagna elettorale, si rese disponibile a questa operazione “ cash for trash” che scaricava sui contribuenti le perdite realizzate dalle malefatte dei grandi finanzieri. 2 1 «Neoliberal globalization has not allowed the countries traditionally constituting . the ‘center’ of capitalist development to resume their postwar pace of growth. The slowdown has continued in the last three decades, which have been punctua­ ted by more or less dramatic crises, more or less postponed by various ‘bubbles’, making then heavier the crash. The globalization of the labor market has gone hand in hand with its fragmentation. Corporations have looked for cheap labor and convenient or, better, inexistent labor legislation all around the world. Lower levels of wages and harder conditions of work have been imposed in ‘central’ countries too, in the name of the need to face competition. This sort of corpo­ rate strategy has obviously been embittered by the current crisis, together with competition; however, by depressing workers’ purchasing power, it makes the crisis continue. The result is a vicious circle producing‘social costs’ (Kapp 1978 [1963]), shifted from big industrial and financial corporations onto many small enterprises, the greater part of citizens, public administrations, weaker countries and future generations». 22. «The very need for incisive reforms led the ruling class to a stronger control of power in order to monopolize decisions about which reforms were to be imple­ mented, The European Union - also through its enlargement, to former socialist countries in particular - has accentuated those aspects of its constitution and strategy, that give its governance, and therefore its approach to the present crisis, a non-democratic character» (Cangiani, /btdem). 23. «The enormous growth of finance compared to ‘real’ economy has direct and indirect consequences on the latter. In particular, a high level of ROE (Return on Equity) is imposed on firms by the power of financial organizations and the pri­ macy acquired by the so-called shareholder value. Managers are therefore com­

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Introduzione
pelled to limit investment to the most profitable opportunities in the short term and to cut down the cost of labor, by reducing both the number and wages of workers.The result is that, all along the neoliberal era, growth has remained low, unemployment has not diminished, and inequality has risen. Financialization has revealed itself as a paradoxical attempt at getting over stagnation, finally leading to the current dramatic crisis». (Cangiani 201 cit.). 2, 24. Analoghe considerazioni in Roubini e Mihm 2010, cit., p. 214. 25. In Oligarchia per popoli superflui, Koinè 201 0. 26. Ho già chiarito, ma voglio qui rammentarlo, che la mia posizione è di preferenza per l'integrazione politico-economica europea reale e razionale, contro la finzio­ ne di integrazione che è stata sinora portata avanti in un progetto di dominazione contrario ai caratteri specifici della civiltà europea. 27. Ricordate Veltroni, Clinton, Blair e il progetto di un Ulivo Mondiale? Quei leaders stavano giusto lavorando alla finanziarizzazione dell’economia. 28.Thomas Robert Malthus, 1 766-1 834, sacerdote ed economista, famoso per aver formulato l’idea che un sistema chiuso può sostentare una popolazione limitata, in quanto, dato un territorio limitato, oltre un certo numero di lavoratori, ogni lavoratore aggiunto aumenta la produzione di meno di quanto l’aveva aumentata il precedente (legge dell’utilità marginale decrescente). 29. Nella prefazione all’edizione giapponese del 1 939. 30. http://iltirreno.gelocal.it/prato/cronaca/201 2/06/01 /news/i-defunti-di-prato-nelcimitero-virtuale-1.51 881 8.

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PARTE PRIMA
La società dell’inferno finanziario

MONETA ANGELICA, MONETA DIABOLICA
«A ll’antica indipendenza nazionale subentrerà un’interdipendenza globale».

Karl Marx
«Il potere è del mercato e il diritto è un furto».

Guido Salerno Aletta'

I

l mondo è dominato e regolato dai monopoli, dai cartelli, dai signo­ ri e regolatori delle interdipendenze, soprattutto in fatto di moneta, di credito, di rating. I privati proprietari della FED hanno, attraverso di essa, il monopolio della moneta nazionale USA e della moneta in­ ternazionale di riserva. Essi sono, al contempo, proprietari di prima­ rie banche di credito. La crisi senza fine si capisce nelle sue cause, se non nel suo esito, solamente se la si analizza in relazione agli interessi e alle operazioni di questo monopolista, sia sul mercato, che sulla po­ litica. A produrre la crisi sistemica, oltre al fattore del monopolio mo­ netario, vi sono altri fattori, dei quali si parla poco o niente, e questo libro si occupa di spiegare la natura e l'azione combinata di essi. Ancora oggi si decanta e si rincorre il libero mercato come migliore regolatore possibile della distribuzione delle risorse e dei rapporti di valore, ma il libero mercato non esiste, appunto perché al suo posto ci sono i monopoli, e perché ne mancano i presupposti fondamentali: la trasparenza dei patrimoni e delle attività delle imprese, la competiti­ vità dal lato dell'offerta, la parità di informazione, la neutralità delle istituzioni - solo per iniziare l'elenco. E quando si parla de "i mercati", supponendoli sede del realismo e della salute economica, fonte di guida per le politiche economiche, oggi, implicitamente, ci si riferisce in realtà ai soli mercati finanziari, e non a quel­ li produttivi di ricchezza reale, rispetto ai quali era stata elaborata la te­ oria della libera competizione, del monopolio, dell'oligopolio. Ci si riferi­ sce a mercati manipolati da pochi speculatori, e contrapposti, per logica
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Moneta angelica, m oneta diabolica e interessi - come meglio vedremo - ai mercati dell'economia reale, agli investimenti tangibili, alla produzione e consumo di beni e servizi. Il mercato azionario, in particolare, si è ormai dimostrato uno strumento inidoneo per finanziare l'economia reale, perché spinge le aziende quotate a competere sugli utili nel breve termine e sui divi­ dendi, con conseguenti distorsioni cumulative nelle scelte gestionali (il budgetism e lo short termism, di cui parleremo). Il mercato finanzia­ rio sottrae liquidità, anziché apportargliela, alle attività produttive. Quindi nuoce. La presente crisi senza fine, con i suoi reali impoveri­ menti, anzi col suo concentrare la ricchezza nelle mani di pochissimi e diffondere la povertà tra ceti sempre più estesi, è dovuta al fatto che "i mercati" finanziari sopraffanno e asfissiano l'economia reale: l'economia reale privata, e anche l'economia reale pubblica, e la capa­ cità progettuale di entrambe sul medio e lungo termine, schiaccian­ dola sulle rincorse degli indici e sulla tamponatura delle falle. Questa situazione imprime ai mercati, al mondo e al suo divenire sociale, economico e politico, un andamento prevedibile, di cui oggi osserviamo una fase culminante, e che in effetti avevo predetto (in Eu­ roschiavi, Arianna 2005-2007 e in La Moneta Copernicana, Nexus 2008). Quale senso ha promettere liberalizzazioni come soluzione, in un mondo dominato da monopoli, se non menare per il naso la gente? La concentrazione di potere (economico, politico, tecnologico) nei cartelli, nei monopoli e nei monopsoni prevale oramai su ogni altro potere, an­ che politico e formalmente rappresentativo, formalmente democratico. Tanto che lo Sherman Act del 1898 (la legge antitrust) è sempre meno applicato, nonostante le grandi fusioni e acquisizioni tra le corporations siano sempre più frequenti e condizionanti per il mercato. Va però innanzitutto risolto un problema culturale, cognitivo, e que­ sto libro vuole provvedere a ciò. La scuola e l'esperienza economica personale, domestica o aziendale, non forniscono le cognizioni e le ca­ tegorie mentali necessarie a "vedere" i meccanismi monetari generatori della presente crisi: la moneta indebitante, il signoraggio privato, i falsi

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere principi contabili, il monopolio di moneta e credito, l'ambiguità tra mo­ neta, credito e merce, i flussi extracontabili di potere d'acquisto.
«Sono stato un banchiere per la maggior parte della mia carriera, e posso riferire che i banchieri non sono consapevoli di ciò che si fa dietro porte chiu­ se ai vertici del loro ambiente. I banchieri badano al loro proprio angolo del business bancario, senza vedere il quadro complessivo [ ,..] » 2.

Vi sono alcuni "difetti" nei principi generali della contabilità, che, da soli, producono e continueranno a produrre buchi neri monetari e dissesti bancari. Giulio Tremonti, in una lettera a Christine Lagarde, definisce infatti "suicidi" quei principi contabili. È una cosa tecnica e gravissima, determinante per i mali finanziari ed economici, ma che viene sistematicamente tenuta nascosta all'opinione pubblica e alla stes­ sa imprenditoria, perché il diffondersi della sua conoscenza renderebbe indifendibili i principali strumenti di inganno e sfruttamento di massa. È per questo che quei meccanismi ci colpiscono e continuano a col­ pirci come da una quinta dimensione, senza che noi riusciamo a pre­ venirli o a reagire in modo efficace, cioè a fermarli. La parte seconda di questo libro è un viaggio in quella quinta dimensione. Scopriremo come quei meccanismi finanziari e informatici realiz­ zano, più di ogni altra cosa, un rapporto tecnologicamente nuovo tra la classe dominante globalizzata e la popolazione. La crisi, o la concatena­ zione delle crisi, ha un aspetto economico, ma nell'essenza è un'espres­ sione di questa innovazione tecnologica e ha forti tratti di pianificazione. L'errore comune è cercare di interpretare il processo in atto come una crisi (economica o finanziaria), alla quale le autorità cercherebbe­ ro di porre argine o rimedio, magari sbagliando, ma in buona fede. Invece esso è come il passaggio dall'economia basata sulla caccia all'e­ conomia basata suirallevamento. O dall'allevamento allo stato brado all'allevamento industriale dentro le stalle: è una trasformazione del modo di gestire le masse, e di mutare la loro composizione, il loro

Moneta angelica, moneta diabolica reddito, il loro status, la loro rappresentanza e partecipazione. Dove le masse corrispondono al bestiame della metafora, ovviamente. Dovremmo cessare di pensare che ci siano rapporti di "amicizia"o "inim icizia" tra i diversi Paesi: è un antropomorfismo, i Paesi non hanno sentiménti, i popoli tra loro non si conoscono realmente ma perlopiù per stereotipi emotivi (che possono essere propagandi­ sticamente coltivati e caricati per compiere azioni decise ai vertici), e i loro governi non agiscono in base a "sentim enti" verso gli altri popoli, ma per convenienze. In ogni caso, i sentimenti dei popoli e deirelettorato tedesco e francese verso gli italiani non sono buoni: prevalgono il disprezzo per l'inefficienza e la corruzione, e il risen­ timento misto a diffidenza per i tradimenti che l'Italia ha compiuto nel 1915 e nel 1943 verso i primi, e nel 1940 verso i secondi. Quindi consentiranno ai loro governi atti di durezza verso l'Italia, ma non accetteranno ciò che percepiscono come un sacrificio per solidarietà verso di essa. Infatti non c'è alcuna comprensione o solidarietà di Berlino e Parigi verso Roma. È un grave errore pensare a Germania e Francia come alleati e aspettarsi collaborazione. Nel recente pas­ sato abbiamo avuto il contrario di questa, come si dirà, e in futuro avremo di peggio. Questo non è però affatto un'espressione di disi­ stima verso Francia e Germania. Analogamente, dovremmo cessare di proiettare motivazioni e sen­ timenti tipici dei rapporti familiari, dei rapporti tra genitori e figli, sulla classe governante (su quella effettiva, così come su quella no­ minale) nei suoi rapporti con la popolazione generale. Cessare di dar per scontato che le autorità, il potere costituito, abbiano un rapporto, un sentire, solidale o di identificazione (empatia) con la popolazione (questo rapporto corrisponde ai nostri desideri, ma non dobbiamo scambiare desideri per realtà). Dobbiamo cessare di supporre che cer­ chino di risolvere quelli che per l'uomo comune sono i problemi, le crisi, ma che per loro sono business e ingegneria sociale. Sono perso­ ne che ragionano e progettano a un livello di conoscenza e di visua­ le molto diverso da quello dell'opinione pubblica e dal mondo come
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere descritto nei manuali di economia. È assurdo aspettarsi che rendano noti i loro programmi, e ancor più che li sottopongano al dibattito, al giudizio e alla scelta deiropinione pubblica. Che interesse presumibilmente può avere un Rothschild, una Goldman Sachs, un Monti, un Draghi, a far star bene la popolazione ge­ nerale, a risolvere i suoi problemi, che - guarda caso - sono conseguenza del business e delle ricette del loro stesso bancario>e che per i suoi vertici , sono non mali, ma opportunità di profitto, potere e carriera? Perché pen­ sare che stiano davvero cercando di risolvere la crisi, anziché coltivarla per i loro scopi, e semplicemente non ci riescano, e stiano commettendo errori dopo errori nella ricerca, però, del giusto mezzo? Non saremmo ar­ rivati alla situazione in cui ci troviamo, se vi fosse stata la volontà di evi­ tarla. Non avremmo sistemi fiscali in cui la banca Wells Fargo dichiara 69 miliardi di profitti e paga il 3,9% di tasse. E in cui le lobbies bancarie pagano i congressmen per respingere le norme proposte da Obama a li­ mitazione della libera speculazione finanziaria. La sequenza di "errori" di politica economica e finanziaria è troppo continua, troppo direzionata, perché si possa ritenere che ci troviamo di fronte a una serie di sbagli di manovra e di fraintendimenti dei meccanismi e degli interessi in azione. A qualcuno Mario Monti può far pensare al capitano del Titanic che, visto che la nave affondava e che le scialuppe disponibili erano insufficienti, per consentire ai passeggeri ricchi dei ponti superiori di salvarsi, fece chiudere a catenaccio i cancelli dei ponti inferiori, dove stavano i passeggeri comuni. L'armatore del Titanic approvò tale scel­ ta, così come pure il suo omologo per Mario Monti ha approvato le scelte di quest'ultimo. Però io vedo l'operato di Monti in prospettiva diversa, che spieghe­ rò compiutamente in seguito. Qui ricordo soltanto che egli ha alzato le tasse e scatenato Equitalia all'esazione di tributi; ma niente fa per i 70 miliardi che la Pubblica Amministrazione deve ad imprese private, e si moltiplicano i suicidi di imprenditori non pagati e vessati dal fisco. Imprenditori piccoli e indipendenti.

Moneta angelica, m oneta diabolica Il capitale monopolista dominante ha nomi di persona, ha titolari individuabili. Il nome principale, come molti sanno, è Rothschild, una dinastia che controlla, tra le altre cose, e oltre alla FED (che è un con­ sorzio di banche private), la Banca d'Italia e la BCE. «Possiedono la Barclays (tra le maggiori azioniste di Intesa SanPaolo) soprattutto tramite Markus Agius, la JpMorgan (che controlla Mon­ te dei Paschi di Siena) tramite la famiglia Rockefeller, Mediobanca (co­ lei che controlla Unicredit) tramite Vincent Bolloré e Jean Azema della Groupama Holding S.A., Banca Carige (attraverso François Perol), con Ana Patricia Botin il Banco Santander Central Hispano (il quale con­ trolla ABN AMRO, un altro pilastro di Unicredit). La "favola" delle pri­ vatizzazioni nel Mondo ha "beneficiato" principalmente i componenti di questa famiglia. Anche Facebook è del loro caravanserraglio attra­ verso Jeff Rothschild... Controllano figure di spicco come Tony Blair (l'ex Primo Ministro inglese) che lavora per loro ora con tanto di paga, come l'ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder. Carlo De Benedetti, ebreo, una delle persone più potenti in Italia, è nel Consiglio d'Amministrazione della Banca Rothschild francese. Il braccio destro di costui è Colaninno, ex Presidente di Telecom, il quale mise il figlio (ora Depu­ tato del PD) a lavorare a stretto contatto con Casaleggio nella Webbeg S.p.a.», cui sono legati Beppe Grillo e il Movimento "5 Stelle"3. Ma individuare i singoli titolari fisici del potere reale non porta a nulla, perché ciò che produce la struttura di potere non sono volontà, scelte individuali, bensì meccanismi impersonali. I popoli con le loro istituzioni rappresentative non hanno più voce né forza, in quanto sono divenuti tra loro fungibili rispetto al capitale apolide dominante, e in quanto dipendono per la sopravvivenza da reti monopolistiche sovrannazionali private, le quali possono chiude­ re i rubinetti della moneta, dell'energia, del cibo, del web a ogni popo­ lo o governo che si opponga alle loro direttive. Una delle dipendenze più efficaci come guinzaglio, in questo sen­ so, è quella dall'erogazione continua di nuovo credito agli Stati per il 57

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere servizio dei loro debiti. Debiti che, finché verranno concepiti e trattati entro la falsa concezione monetaria che questo libro confuta, restano e resteranno inestinguibili - inestinguibili nel complesso, perché uno Stato strutturalmente creditore (per effetto dell'Euro) più forte degli altri, come la Germania, può liberarsi dei suoi mettendo Stati più de­ boli, strutturalmente debitori (per effetto deirEuro), come l'Italia, a lavorare per pagarli in un Lager monetario chiamato Eurosistema o MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), di cui essa ha la guida, e do­ ve a questi Stati deboli si tolgono, quando entrano nel Lager, anche i gioielli, gli assets pregiati, per assicurare il pagamento dei titoli pub­ blici a rischio detenuti dalle banche tedesche. Perché i suddetti debiti sono inestinguibili? È un dato matematico, Vediamo il caso dellTtalia, che ha un debito pubblico di 2000 miliardi. Elaboriamo il piano di ammortamento di capitale e interesse a un ot­ timistico 4% annuo in 20 anni e rate semestrali. Avremo, in Euro:
Importo della rata = 73.111.500.000 a semestre Numero di rate = 40 Totale rate = 2.924.459.820 Interessi = 924.459.820.000 Dovremmo quindi pagare ogni anno 146 miliardi e rotti - circa un undice­ simo del pii attuale - esborso ovviamente insostenibile. Senza contare che il debito pubblico reale, considerando anche il debito previdenziale, è molto più di 2000.

Ancor meno è sostenibile il piano di riduzione del debito pubblico prescritto nel fiscal compact, assieme al pareggio obbligatorio di bilan­ cio. La regola è che se questo indicatore supera il 60%, il debito deve essere ridotto ogni anno di un ventesimo della distanza dal valore di riferimento; nel caso dell'Italia, partendo da un livello del 120%, que­ sto significherebbe una riduzione pari al 3% del pii ogni anno, pari a 45 miliardi, riducibile a 40 se passa la proposta di autorizzare 5 mi­
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Moneta angelica , m oneta diabolica liardi di spese aggiuntive per infrastrutture, che pure è insostenibile, soprattutto se consideriamo che si deve sommare all'azzeramento del deficit (si stima un onere di 190 miliardi l'anno, in una fase di grave e protratta recessione. Inoltre, è disposto che il fiscal compact sia sospe­ so nei periodi di recessione. Pertanto, la sua durata diventa indefinita, trenta, quaranta, cinquantanni4.., e pianificare a tanto lungo termine, in economia, è completamente irrealistico, soprattutto in un mondo in così rapida trasformazione per fattori demografici, ecologici, tecnolo­ gici, oltre che economico-finanziario. Dunque è certo che l'Italia non potrà rispettare il fiscal compact, a prescindere dai dubbi sulla utilità di esso. Allora, perché imporlo? Qual è lo scopo, dato che ogni persona con un minimo di competenza sa che è irrealizzabile? Con certezza possiamo escludere che il fine sia il risanamento. È più verosimile che esso sia generare uno squilibrio, un'emergenza, una costrizione a ce­ dere qualcosa per essere salvati. È un dato di fatto, che nessun Paese ha ottenuto sinora riduzioni sostanziali del debito pubblico mediante austerità, ma solo mediante forti incrementi della domanda interna congiunti a inflazione, oppure forti incrementi delle esportazioni congiunti a svalutazione. La prete­ sa di attingere queirobiettivo col rigore non ha, quindi, basi scientifi­ che, ma pare una frottola raccontata alla gente per coprire altri scopi. Anche i tagli progressivi dei salari e dei diritti dei lavoratori, che si estendono al taglio dei salari nominali, non portano fuori dalla ten­ denza recessiva, al contrario. Il costo del lavoro, sul costo complessivo di un'autovettura, è meno del 10%5, quindi incide poco. Ridurlo, au­ mentare brutalmente lo sfruttamento, non fa recuperare competitività in misura significativa, dato anche che i competitori della Fiat sono indiani e rumeni. La Fiat continua a perdere quote di mercato, e la Volkswagen a guadagnarne, sebbene paghi i suoi dipendenti il dop­ pio della Fiat e conceda loro più ferie retribuite, perché concorre sul piano della qualità del prodotto, non dello sfruttamento delle mae­ stranze. Gli operai Fiat, mal pagati e con contratti precari, non compe­ rano automobili. Gli operai VW sì. Tirando le somme, è chiaro a tutti
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CIMlT€URO. Uscirne e risorgere che la linea di Monti, diretta a produrre una deflazione interna (ridu­ zione dei redditi e della spesa) al fine di recuperare competitività, cre­ are occupazione e ristabilire il pareggio della bilancia dei pagamenti, non può funzionare, e di fatto non sta funzionando, perché con es­ sa il valore nominale dei debiti e il costo degli interessi cresce mentre il reddito declina e il crollo della domanda interna trascina con sé la produzione e l'occupazione. Il capitalismo, nella sua versione attuale, può insomma liquidare l'era della partecipazione e delle garanzie, e tornare alle condizioni politiche, salariali, previdenziali, autoritarie e repressive proprie della Seconda Rivoluzione Industriale, compresa l'esclusione dei sindacati che non si piegano alle condizioni padronali non aderendo ai nuovi contratti proposti dall'alto. Condizioni aggravate dalla disponibilità, oggi, di strumenti elettronici, biologici, climatici e finanziari di social control enormemente più potenti rispetto a quelli di allora. Condi­ zioni rafforzate dal fatto che, rispetto alla Seconda Rivoluzione Indu­ striale, il capitale dominante globale è smaterializzato, finanziarizza­ to e apolide, ossia non dipende dai suoi rapporti con un determinato territorio, un determinato popolo, un determinato corpo di lavoratori, un determinato parlamento o governo, ma può muoversi liberamente e spostarsi sopra tutti questi vincoli del passato, anzi metterli in com­ petizione tra loro per ottenere minori pretese salariali, migliori esen­ zioni fiscali, contributive, maggiori sussidii finanziari o in infrastrut­ ture dedicate ecc. Oligarchia per popoli superflui, appunto, si intitola il mio precedente saggio. Questo capitale dominante, che detta al mondo le suo volontà attra­ verso il c.d. Washington Consensus (ossia le prescrizioni delle istitu­ zioni basate in Washington: US Treasury, FMI, Banca Mondiale, FED), è espressione della moneta diabolica, ossia della moneta divisiva, con­ trapponente - "diabolos" dal greco dia-hallein, gettar di traverso, con­ trapporre. È la moneta che usiamo noi oggi, quasi sempre. L'Euro, in tal senso, è estremamente diabolico, perché amplia i solchi, contrappone
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Moneta angelica , m oneta diabolica gli interessi delle nazioni europee, come si è già detto parlando di di­ savanzi strutturali delle bilance dei pagamenti entro l'Eurozona, come meglio si spiegherà. Ma è possibile, e in qualche piccola misura già esi­ ste, una moneta opposta per natura e per effetti, non dividente ma uni­ tiva ed equilibrante - una moneta angelica. E un principio di sistema monetario internazionale esso pure "angelico", proprio qui in Europa. Intanto, però, il capitale dominante può pure disegnare nuovi modelli di gestione planetaria, in cui un giorno sarà forse possibile mettere all'opera un sistema monetario non distruttivo e non violen­ to, il sistema della moneta angelica, che non divide sempre più la gente e le nazioni tra creditori e debitori. Sarà possibile, a condizione di risolvere un dilemma di fondo: dal­ la crisi, dall'indebitamento "maligno" e degli interessi passivi divo­ ranti si esce solo rilanciando lo sviluppo e mantenendolo, su scala glo­ bale; ma un tale sviluppo supererebbe in pochi anni i limiti fisici del pianeta e scatenerebbe guerre per la conquista delle risorse in via di esaurimento. La soluzione sarebbe immensamente peggiore del male.

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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere
N O TE 1 D etto in senso sarcastico, nei suo articolo Tecnocrazia e antipolitica esaltano il . mercatismo. Cancellando la democrazia, in «M F» del 7 agosto 2012, p. 4. 2. Reed Simpson, banchiere, nella sua prefazione a The W eb o f Debt, di Ellen Hodgson Brown. 3. Tratto da Rothschild,... razza padrona! in data II marzo 2012, che, riferendosi specificamente alPItalia, così continua: «[...] L’attuale Amministratore Delega­ to di Telecom è Franco Bernabè, l’ex Vice Presidente di Rothschild Europe e attualmente in Rothschild Spa. Quest’ultimo è stato Amministratore Delegato di Eni, dal 1992 al 1998 ha privatizzato la Società. Bernabè ha inoltre ricoper­ to vari incarichi pubblici: nel 1999 è stato nominato dal Primo Ministro come rappresentante speciale del governo italiano per la ricostruzione del Kossovo. La Banca francese Edmond de Rothschild possiede A ir France la quale ha ac­ quistato Alitalia. Rodolfo De Benedetti (figlio) è Presidente di Sorgenia primo operatore privato italiano del mercato nazionale dell’energia elettrica e del gas naturale, con 500.000 clienti in tutta Italia e impianti di generazione elettrica per circa 2900 M W di potenza. Ennesimo collegamento Rothschild Telecom: Giovanni Stella dal 2004 al 2007 è stato Amministratore Delegato di Rothschild S.p.A. per poi passare dal 2008 a vicepresidente esecutivo e Amministratore Delegato di Telecom Italia Media. Chicco Testa eletto alla Camera dei deputati per due legislature, nelle liste del PC I nelle elezioni del 14 giugno 1987, poi Pds fino al 1994; dal 1994 al 1996 è stato Presidente de! Consiglio di Amministra­ zione di Acea, Azienda Comunale Energia e Ambiente del Comune di Roma. Dai 1996 al 2002 è stato Presidente del Consiglio di Amministrazione di Enel e membro del Consiglio di Amministrazione di W ind. Durante la sua presiden­ za, Enel è stata parzialmente privatizzata. Attualmente è Managing D irector di Rothschild. Angelo Rovati era Senior Advisor in Rothschild Italia, è un ex cesti­ sta, dirigente sportivo e politico italiano. È stato uno dei consiglieri di Romano Prodi. Divenne consigliere della Presidenza del Consiglio nel maggio 2006, du­ rante il Governo Prodi II. Il principale organizzatore del tour europeo che lan­ ciò Gianfranco Fini e il suo Movimento fu Sir Derek Thomas. L’ex ambasciatore inglese a Roma sovraintende agli affari italiani della Banca Rothschild. Fini, nella sede della stampa estera, tempo fa parlò a lungo di privatizzazioni, rassicurando l’uditorio sull’atteggiamento favorevole di Alleanza Nazionale». 4. Ferrerò 2012, cit., p. 39. 5. Ivi, p. 44.

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MOSTRI DI FINANZA E DI GOVERNO
«Q uando partii per il Congo la prima volta, pensavo che il genocidio fosse la conseguenza di politiche econom iche sbagliate; al mio ritorno, la pensavo in m odo diametralmente opposto: il genocidio era l’obiettivo (ó\ coloro che volevano accaparrarsi le m aterie prime) e le politiche econom iche sbagliate erano lo strum ento per raggiungerlo». Nino Galloni, comunicazione personale «La speculazione specializzata sul cibo, sulle derrate alimentari continua infatti con la sua aritmetica di m orte, a causare disperazione nella disperazione dei Paesi poveri». Giulio Tremonti 2012, p. 37

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e soprastanti affermazioni suonano sicuramente assai dure alle orecchie e al cuore di molti. Non per questo possiamo però omet­ tere di prenderle in considerazione e verificarne la fondatezza. Non possiamo, perché troppi fatti oggettivi dimostrano falsa, capziosa, in­ gannevole la contrapposta e rassicurante versione alternativa e uffi­ ciale, del "mondo", di come funzionerebbero il villaggio globalizzato e la sua economia, con il libero mercato, le libere elezioni, la costruzio­ ne europea, la moneta unica, le istituzioni di garanzia, i Paesi amici, le loro virtuosità di bilancio e le loro terapie economiche... fatti ogget­ tivi che oggi sono ben visibili perché alterano la vita della gente a rit­ mi incalzanti, ma che, se andiamo a vedere, sono stati in preparazione sin dagli anni Settanta. Non possiamo ignorare quelle ipotesi, inoltre, perché da un lato il mondo già sta sbattendo contro i limiti fisici delle risorse planetarie mentre supera allegramente i sette miliardi di abitanti, e dall'altro lato ci sono notizie ufficiali di laboratori biologici che hanno messo a pun­ to supervirus e superbatteri, resistenti agli antibiotici, a rapidissima diffusione - cosa che legittima qualche sospetto di piani che contem­ plino, in qualche ipotetico scenario, l'uso di tali risorse per scongiura­ re il tracollo ecologico. 63

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Quando le grandi banche private andarono in crisi nel 2008 ed ebbero necessità dell'aiuto pubblico per non fallire, gli Stati, anziché cogliere l'oc­ casione per recuperare la sovranità monetaria o perlomeno per imporre regole, come la separazione delle banche di risparmio e prestito da quelle speculative (che arrischiano i soldi dei depositanti sui mercati), idonee a prevenire le follie speculative finanziarie1 che avevano prodotto il disse­ sto, diedero alle banche soldi pubblici, che le banche usarono per rilan­ ciare la finanza speculativa e - quel che è mostruoso, seppur logico - per comperare cds (credit default swap) sui debiti sovrani, ossia per speculare al ribasso contro gli stessi Stati e i governi permisero loro anche questo, anzi, ripeterono le elargizioni di denaro pubblico a loro favore2, finché le stesse banche, aiutate dalle agenzie di rating, non hanno iniziato a met­ tere in crisi, speculando contro di essi i debiti sovrani Irlanda, Grecia, Portogallo, Italia e in prospettiva Francia, Spagna e altri. Qual è il senso politico di tali insistite manovre suicide del potere pubblico? Prima della crisi il debito pubblico greco era al 119% del pii, e, dopo circa due anni di cure tedesche, era al 150%, dopo tre al 170%, con outlook di raggiungere il 190%: crescita dovuta all'effetto recessivo delle cure, cioè di riduzione del pii, quindi, aritmeticamente, di peggioramento del rapporto debito/pil. Peraltro, è legittimo un quesito: perché uno Stato deve essere considerato decotto se ha un rapporto debito/pil di 1,2 o 1,5, mentre per le banche il privato e l'impresa possono sostenere un indebitamento pari a diver­ se volte il reddito, il "pii"3? Galloni, peraltro, osserva che è tecnicamente improprio indicizzarsi al rapporto pii/debito, perché trattasi di due gran­ dezze eterogenee: il pii è un flusso, il debito è uno stock. A ogni buon conto, per la Grecia, all'inizio del marzo 2012, è arrivato il taglio concordato del debito - cioè il default tecnico. Poi, in maggio, in vista di una probabile uscita di Atene dall'Eurozona, si calcola - forse per spaventare le genti - in decine di miliardi il costo di tale uscita per i cittadini dei Paesi che rimangono nell'Euro. La Grecia nel 2009, quando iniziò la crisi, aveva un debito pubblico di 350 miliardi. Poteva essere messa in sicurezza con 30 miliardi nel 2010. Non lo si è fatto e fino a ora la sua crisi è costata molto di più all'Europa, oltre a 2400 miliardi in perdite di borsa e a un calo del pii greco di parecchi punti, al maggio
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Mostri di fin a n z a e di governo 2012. E il rinascere di opposti odi e disprezzi tra nazioni europee, che credevamo definitivamente consegnati alla storia. È tutto ciò dovuto a cretinismo politico-economico, oppure ad altro? La Merkel non pare un'aquila, certo, anzi appare inadeguata al suo ruolo ufficiale, ma non c'è solo lei nel suo governo. Possono essere tutti affetti da miopia grave? Da cecità per i meccanismi macroeconomici? O meglio: si tratta di errori demenziali, oppure di sabotaggi crimi­ nali entro un lucido disegno, analogo a quello che Galloni crede di aver individuato in Congo? Oppure ancora di un gioco che gioca da solo, senza guida umana, producendo da sé le sue scelte attraverso i software delle reti informatiche di trading ultraveloce e gli algoritmi della finanza per la finanza? Inutile nascondersi dietro a un dito: fat­ ti come quelli qui menzionati dimostrano inconfutabilmente che ciò che fanno i governi è trasferire sistematicamente, e con mezzi anche socialmente distruttivi, a favore dell'élite della grande finanza, non soltanto il risparmio e la ricchezza prodotta dai popoli, ma anche il potere vero e proprio sui popoli stessi. Il mercato del rating è oligopolistico, anzi è sotto un cartello: tre agen­ zie - Standard and Poors, Fitch, Morgan Stanley - detengono il 90%. So­ no private, sono proprietà di speculatori come Warren Buffet e di altri operatori di mercato, percepiscono compensi anche da società che si sot­ topongono al loro rating. Lehman Brothers fu classificata sicura sino alla vigilia del suo fallimento (pagava laute commissioni per il rating), e ana­ logamente le tre sorelle fecero con/per Parmalat, AIG, Merrill Lynch; il rating è stato massicciamente usato per dare una parvenza di solidità a titoli spazzatura ad alto rendimento, e quindi riuscire a collocarli truffaldinamente a risparmiatori, fondi previdenziali, fondi di investimen­ to. Che sono tra i maggiori soci delle agenzie di rating (il che suggerisce non che queste siano autolesioniste, ma che i loro managers...). Abbiamo governi che dapprima fanno norme che consentono alla grande finanza di speculare innescando le bolle; poi, quando le bolle scoppiano, le danno soldi pubblici per rilanciare, e quella rilancia spe­ 65

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere culando contro il debito pubblico; indi, quando il debito pubblico en­ tra in crisi, mettono al potere gli uomini della stessa grande finanza; i quali, come vedremo, intervengono duramente per salvaguardare in­ nanzitutto le banche private dalle conseguenze delle malefatte dei loro stessi gestori, a spese di contribuenti, pensionati, lavoratori, risparmia­ tori. Le nuove regole europee contro le forme distruttive di specula­ zione (cds, otc, vendite allo scoperto ecc.), in arrivo nell'autunno 2012 , sono tecnicamente aggirabili. Quelle statunitensi sono poco chiare e dispersive. Non vi è volontà di porre fine a certe pratiche. La senten­ za Citizen United della Corte Suprema, 2010, ha autorizzato l'illimitato sovvenzionamento dei candidati presidenziali da parte delle corporations. Ma allora parlare di un "dovere morale" di pagare le tasse, di accettare i sacrifici, è pura ipocrisia, pura mistificazione di copertura a un'operazione di larga scala, a cui l'unica risposta adeguata sarebbe una rivoluzione popolare generale peraltro oggi impossibile. Impossi­ bile anche perché, per riuscire, dovrebbe essere globale. La presente crisi-recessione-depressione ha le sue radici nel 20014. A quel tempo, la FED, diretta da Alan Greenspan, nello sforzo per rime­ diare allo scoppio della bolla dei titoli tecnologici e alla spinta recessiva, abbassò i tassi di interesse e mise a disposizione del sistema bancario e del molto meno regolamentato sistema para-bancario, lo shadow banking, una grande quantità di denaro a basso costo. Furono incoraggiati gli acquisti di case a mutuo, e i mutui furono concessi anche a soggetti prevedibilmente incapaci di rimborsarli. La corsa alla casa fece a lun­ go lievitare i prezzi delle case, ingenerando l'aspettativa popolare che il loro valore di mercato sarebbe stabilmente salito del 20 % annuo, e che quindi comperare una casa sarebbe stato un investimento ideale. Da qui l'enorme mole del fenomeno. Guadagnavano tutti molto e facilmen­ te: costruttori, mediatori immobiliari, mediatori creditizi, banche, loro funzionari e dirigenti (remunerati con bonus proporzionale ai mutui accordati), che erano indotti, dagli incentivi economici, a procurare fi­ nanziamenti a cani e porci e facendo anche carte false (liar loans, mutui subprime). Le banche non solo guadagnavano sui mutui, e soprattutto 66

Mostri di fin a n z a e di governo sui mutui concessi ai clienti meno solvibili, perché questi, come tali, pa­ gavano tassi più alti; ma le banche scaricavano il rischio di insolvenza dei loro mutuatari cartolarizzando i crediti verso questi, vendendoli (in multiformi combinazioni e confezioni) a risparmiatori, fondi previden­ ziali, fondi d'investimento, e incassando subito. Inoltre si facevano pa­ gare dai mutuatari il costo della cartolarizzazione, in termini di ulterio­ ri commissioni. Tutti questi comportamenti economicamente scorretti, e cumulativamente distruttivi nel medio termine, erano indotti dagli incentivi economici immediati. In Europa, si decantava la bravura di Greenspan in contrasto con la condotta della BCE. La massa di quei crediti subprime così distribuiti era enorme, ma immensamente maggiore divenne la mole dei titoli finanziari deriva­ ti, fondati sui crediti subprime cartolarizzati: cmo (collateralized mortgage obligatiorì), sco (collateralized debt obligation), ciò (collateralized loan obligtion), cds (credit default swaps) a essi collegati. Gran parte di questi titoli era otc, over thè counter, cioè contratti negoziati e stipulati fuori dai merca­ ti ufficiali, anche per evitare il fisco, sicché i volumi in gioco non era­ no conoscibili, anche se era conosciuto che non erano conoscibili. Non era conoscibile quanto ciascun operatore (banca o altro) fosse esposto, né a quali condizioni, né verso chi. Il mercato otc era ed è oscuro per sua natura5. Una piramide, alta fino al cielo, spinta dal ricorso, da parte delle banche e dello shadow banking, a una leva finanziaria (rapporto tra patrimonio netto dello speculatore e valori finanziari nominali che con detto patrimonio riesce a manovrare) fino a 25 e oltre. E questi titoli si diffusero nel mondo, riempiendo i portafogli di banche, assicurazioni e altri soggetti finanziari, fornendo flussi di interessi o strumenti di ga­ ranzia a pensionati, a debitori, a imprenditori - solo per fare qualche esempio. Da qui la bolla, che le autorità monetarie scelsero di lasciar crescere, anziché intervenire sui tassi per limitarla. Allorché ampie fasce di mutuatari cominciarono a non potere o vo­ lere più pagare le rate (fare il passo più lungo della gamba è un tratto culturale degli americani, e i loro contratti di mutuo consentono, solita­ mente, di liberarsi dal debito cedendo la casa alla banca), la base di quel­ la piramide si sgretolò, e si sgretolò molto velocemente, vorticosamen­ 67

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere te, perché è un processo a valanga, che si auto-amplifica: quanto più si smette di pagare cedendo le case, tanto più scende il valore di mercato delle case, tanto più conviene cederle smettendo di pagare, perché se il residuo del mutuo supera il valore della casa, conviene liberarsene. Lo sgretolamento della base della piramide cagionò, in breve tempo, la frana di tutta la piramide soprastante: portafogli finanziarii di migliaia di miliardi si svalutarono fino anche a zero, mandando in crisi i bilanci delle banche, delle compagnie assicuratrici e di altri soggetti speculativi e creditizi, oltreché di imprese e famiglie. E non solo negli USA, ma in tut­ to il mondo, perché le banche sono interconnesse globalmente. Vedendo che le banche realizzavano perdite e potevano avere problemi di liquidi­ tà, molti depositanti e investitori corsero agli sportelli per farsi restitui­ re i loro soldi. E, per poterli soddisfare, molte banche dovettero svende­ re i loro assets, causando così un'accelerazione e un'amplificazione della flessione dei valori mobiliari e immobiliari, che a sua volta aumentava la crisi delle banche detentrici di quei valori: un effetto slavina, moltiplicato dal fatto che, negli USA, oltre al sistema bancario vero e proprio, che è regolato in qualche misura e deve rispettare limiti nelle leve finanziarie, esiste uno shadow-banking molto sviluppato (nel 2008,4000 miliardi, con­ tro i 10.000 del totale del sistema bancario6), che non ha tali restrizioni, e può arrischiare molto di più, con leve assai più spinte, creando condi­ zioni simili a quelle foriere della crisi del 1929; quindi, quando scoppia la bolla e le leve si rovesciano, precipita molto più violentemente; da qui la rapida contrazione dei valori dei patrimoni, la chiusura degli sportelli, la sospensione o diluizione dei rimborsi dei depositi, e la lunga serie di fallimenti bancari7. Da qui una marea di pignoramenti di case e di ven­ dite all'asta, che mediamente hanno reso metà del credito8. Da questa esperienza si ricava non solo evidenza dell'indispensabilità di separare banche di risparmio e credito da banche di speculazione, ma anche l'in­ dispensabilità di sottoporre alla regolamentazione bancaria tutti i sogget­ ti che svolgono ruoli bancari, come lo shadow banking. Però la politica si è ben guardata anche semplicemente dall'aprire un dibattito su ciò, nel suo servilismo verso il denaro della grande finanza; si deve quindi conclude­ re che la politica e il principio di rappresentatività elettorale, sono falliti.
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Mostri di fin a n z a e di governo Così, nei primi mesi del 2008, è iniziata questa grande recessione mondiale, che ha colpito, diminuendone i tassi di crescita economi­ ca, anche le tigri asiatiche. Si tenga presente che, per allora, il volume deireconomia speculativo era già un multiplo di quello deireconomia reale, quindi le sue tempeste erano in grado di travolgere quest'ultima. Krugman osserva9 ¿he lo scoppio della bolla immobiliare era prevedi­ bile perché lo aveva preannunciato il brusco calo di redditività degli immobili (cioè del rapporto tra costo di acquisto e redditività in ter­ mini di canone di locazione) - calo avvenuto nel 2006-2007. Una bol­ la, mobiliare o immobiliare, è come uno schema Ponzi, in cui chi en­ tra guadagna (in termini di rivalutazione di ciò che ha comperato, o di interessi) solo in quanto e fin quando altri investono denaro fresco. Quando l'afflusso di investimento scema, le quotazioni precipitano, la bolla scoppia, inizia la recessione e aumenta fortemente la disoccupa­ zione. Le perdite patrimoniali dirette, cagionate negli USA da questa vicenda, si stimano in 8000 miliardi10. Molti governi, per estinguere l'incendio prima che bruciasse tutta la città - come si soleva dire - intervennero con denaro pubblico, denaro dei contribuenti, compiendo molti baiìouts costosissimi, e gonfiando i loro deficit e debiti nazionali, così che la crisi divenne anche una crisi della finanza pubblica. Da qui l'idea che la finanza pubblica debba essere stret­ tamente regolata con norme vincolanti al pareggio di bilancio e alla ridu­ zione a rate forzate del debito nazionale e ad altre simili amenità. Ma a tale idea e alla sua traduzione in norme di legge e trattati internazionali, non si è affatto accompagnata una regolamentazione dell'attività banca­ ria, finanziaria, speculativa che - per fare qualche esempio - prevenisse che le banche rifinanziate pubblicamente si rigettassero nella speculazio­ ne come prima, che smembrasse le banche e le assicuratrici ipertrofiche per evitare che lo Stato fosse costretto a salvarle, che eliminasse gli in­ centivi economici all'abuso per funzionari e dirigenti, e che distinguesse tra banche speculatrici (ad alto azzardo) e banche di credito e risparmio (a basso rischio), in modo che il risparmiatore (depositante, obbligazioni­ sta) non si trovasse esposto ai rischi delle prime senza averlo consape­ volmente accettato. Norme, insomma, che proteggerebbero i cittadini, le
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere imprese, l'occupazione. E anche i contribuenti, ora tenuti a sostenere one­ ri aggiuntivi per compensare i costi dei bailouts. Bernanke arrivò a offrire alle banche truffaldine titoli del Tesoro in cambio di titoli spazzatura, e persino a comperare da tali banche i titoli spazzatura, per sostenerle: cash for trash. Questa, scheletricamente, la macchina che ha generato la presen­ te crisi sistemica. Roubini e Mihm forniscono un'approfondita analisi di essa nei capitoli III, IV e V del loro Saggio La crisi non è finita. I cittadini e le imprese pagano le tasse ai gestori dello Stato non per­ ché lo Stato è lo Stato, ma affinché questi gestori le usino per fornire ai cittadini e alle imprese determinati servizi. I gestori dello Stato sono legittimati a pretendere il pagamento delle tasse solo in quanto usino questi soldi bene, senza sprecarli, e non per arricchirsi, o per compe­ rarsi i consensi. Se i gestori li sprecano, e se i cittadini non li possono sostituire perché la politica fa fronte comune, fa "casta", e blocca il ri­ cambio, allora scatta la legittima difesa. Peraltro, in Italia non è che i cit­ tadini paghino poche tasse ai gestori dello Stato: ne pagano moltissime, circa il 55% del pii - quantità che dovrebbe essere più che sufficiente; e se non basta, è solo perché i gestori le usano malissimo. Però dicono che la soluzione sarebbe che si pagassero più tasse. Lo dicono nel loro interesse di renditieri. I sacrifici non bastano mai perché per loro sono profitti, non sacrifici. «Pagare le tasse è un dovere per voi, rubarle è un diritto per noi». Per loro e per i grandi capitali e le grandi imprese, che sono sottoposti a una tassazione molto minore rispetto ai lavoratori autonomi e dipendenti, ai risparmiatori, ai proprietari del mattone e del terreno, su cui i gestori dello Stato fanno gravare il peso del fisco. Tremonti11 indica tre errori capitali, tragici e tra loro concatenati, della politica sia di destra che di sinistra negli ultimi cinque anni:
/ aver preso una crisi storica, sistemica, per una crisi ciclica, che passa; / aver posto il principio che i danni della finanza privata si riparano con i soldi pubblici (compito impossibile, perché la finanza pubblica è limitata, e la capacità di creare titoli tossici della finanza privata è illimitata);

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Mostri di fin a n z a e di governo
/ aver preso regole false per regole vere, riconoscendo la finanza come legittimata a guidare la politica; e ciò grazie anche all’azione del Financial Stability E>oard, costituito nel 2008 e presieduto da Mario Draghi - un or­ ganismo capace di tutto tranne che di dare stabilità alla finanza. Capace soprattutto di veicolare i tre grandi strumenti del nuovo ordine, o disordine: la globalizzazionè, /'informatizzazione, il mercatismo.

La Germania, nel 2011, si è dotata di un piano B, un piano per il ca­ so di rottura deirEurosistema, di cui gli italiani non hanno avuto in­ formazione. Il sito ZeroHedge segnalava che Berlino ha varato leggi che consentano alla Bundesrepublik di lasciare l'Euro senza lasciare la UE; leggi per nazionalizzare le banche tedesche in caso di aggravamento della crisi; ed ha richiesto alle banche di raccogliere più capitale. In bre­ ve, la Germania è da tempo pronta a uscire, se occorre. Si è parlato di altri piani B adottati sia da Stati che da banche. Si è anche ventilato che alcune zecche si siano messe al lavoro per preparare conio e biglietti di nuove monete nazionali per l'atteso disfacimento dell'Euro. Uno scena­ rio di catastrofe che ha sempre gravato come possibilità sull'Eurozona, dato che molti Paesi, Italia inclusa, vi sono entrati in condizioni di in­ compatibilità, di eccessiva e mai corretta divergenza, con la Germania e gli altri Paesi euroforti. La Grecia ci era entrata falsificando i propri con­ ti pubblici con l'aiuto di una ben nota banca speculativa statunitense, che è anche nota come formatrice di statisti per Paesi in crisi. Quando, negli anni Novanta, dopo la fine dello SME e in corso di Tangentopoli, si voleva spingere il Paese ad aderire all'Euro e fare ac­ cettare agli italiani molti sacrifici e molti trasferimenti di potere a orga­ nismi non italiani e non elettivi, si usarono due miti che hanno grande presa sugli italiani: la promessa di assistenza dall'alto e la promessa di aiuti da parte degli stranieri più ricchi e più forti. L'Euro veniva presen­ tato agli italiani come una panacea, una garanzia di aggancio alla pro­ sperità ed efficienza tedesche, ma anche alla rispettabilità del sistema tedesco. Si diceva - per giustificare fortissimi e numerosi prelievi fiscali 'allo scopo di entrare nell'Euro" - che, a) entrando nell'Euro, avremmo

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere salvaguardato il nostro potere d'acquisto; e, b) che i Paesi forti si sareb­ bero fatti carico del nostro enorme debito pubblico. Si trattava di fare un certo sacrificio per essere ammessi all'interno del club dell'Euro, e poi la strada sarebbe stata in discesa. Una furbata, un affarone, insom­ ma: riuscivamo a intrufolarci anche se non rispettavamo i requisiti, avendo un debito pubblico doppio del massimo consentito. Invece è accaduto tutt'altro, e troppi se ne sono accorti: il passag­ gio all'Euro a) ha tagliato del 40% circa il potere d'acquisto; e b) ci ha lasciato sulle spalle tutto il debito pubblico - perché era falso, era una menzogna, che entrare nell'Euro avrebbe comportato la comunitarizzazione dei singoli debiti pubblici nazionali; e ancora, c) ha innescato delocalizzazioni di aziende, fughe di capitali e indebita­ mento estero. Per giunta, ci ha privati della possibilità di ridurre il debito pubblico, in quanto ha peggiorato il rapporto pii/spesa pub­ blica. Infatti, impedendo la svalutazione competitiva, ha bloccato lo sviluppo economico, ci ha fatto perdere sia quote di mercato este­ ro, che quote di occupazione, bloccando il pii e spingendolo verso la recessione, che rende il debito pubblico non riducibile e più costoso da servire. La svalutazione competitiva era lo strumento con cui il sistema-Paese Italia manteneva la sua competitività, la sua industria, i suoi redditi (nonostante la sua inefficienza e i suoi alti costi del la­ voro per unità di prodotto), ed è stato soppresso senza aver prima inserito un altro strumento idoneo e verificato che funzionasse. Si sono fatte le cose da incompetenti o da sabotatori, cioè per creare squilibri da cui poi pochi traessero vantaggi. E quelli che hanno fat­ to tali cose hanno un nome e un cognome. L'Italia, a causa della cre­ scente concorrenza dei Paesi emergenti in settori tradizionali della manifattura nostrana, di medio-bassa tecnologia, ha gradualmente perso le aree di vantaggio comparato (in senso ricardiano), e, a causa della sua debole capacità di aggiornamento scientifico-tecnologico, non ne apre di nuove, o lo fa assai limitatamente. Ancora, l'Euro, come già il Mercato Comune, ha consentito alla Germania di accumulare attivi commerciali verso i Paesi periferici, di sottrarre loro capitali, di aumentare i suoi vantaggi sistemici, accre­ 72

Mostri di fin a n z a e di governo scendo la contrapposizione di interessi oggettivi - e in questo senso agendo, come si diceva, in modo dia-bolico, perché le divergenze tra i Paesi deboli e quelli forti sono aumentate. Inoltre, oramai appare chiaro che gli USA hanno interesse a difen­ dere l'Euro - ma solo questo Euro con questa BCE, perché:
«

/ l'Euro non è una vera moneta unica sovrana, cioè basata su un unico de­ bito pubblico, ma una moneta di cui gli USA possano far salire o scendere il cambio a seconda dei bisogni della loro economia; / la BCE permette ciò perché non è una vera banca centrale che assicuri l’ cquisto dei titoli pubblici, e anche quando li acquista, lo fa a sua discrezio­ a ne autocratica, imprevedibile, inaffidabile, e insindacabile; lo fa sul mercato secondario, ossia acquista titoli già emessi e comperati da altri soggetti - non acquista le nuove emissioni, come farebbe una vera banca centra/e; / la BCE, agendo in tale modo, «incentiva gli speculatori, dato che questi ven­ gono così a sapere ex ante che c’è un compratore finale»; e inoltre distorce il mercato perché sceglie a che banche fare il favore di comperare i titoli pubblici di cui vogliono sbarazzarsi (rischio di favoritismi e corruzione)1 ; 2 / la BCE lascia i vari debiti pubblici nazionali, facilmente attaccabili dalla speculazione, in modo che questa si diriga verso ì'Eurozona piuttosto che verso l'America; / la BCE si occupa moltissimo, monomaniacalmente, di bilanci e di prezzi (ottenendo però risultati contrari a quelli faccialmente perseguiti) e non di salari reali, di occupazione, di infrastrutture, di abusi finanziari, di costru­ zione di bolle, di demonetizzazione delle economie reali; / questo, mentre il fatturato dell'economia reale mondiale è circa 74.000 miliardi di Dollari, quello della finanza speculativa è circa ! 4 volte tanto; e, dal 2004 al 2010, la prima è cresciuta del 70%, ma la seconda del 2 10%.

Si osservi come le aspettative popolari circa TUE e l'Euro fossero sostanzialmente opposte, tra Italia e Paesi forti, nel senso che questi ultimi li vedevano come occasione e mezzo per dispiegare ed espan­ dere la propria forza politico-economica, e non certo per farsi assistere o per aiutare altri.
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere
N O TE 1 Anche nel 2011 e 2012 si omette di sfruttare il bisogno di aiuto pubblico da parte . delle banche europee per imporre loro regole comunemente riconosciute indispensabili per prevenire futuri abusi e disastri, come la Glass Steagall. 2. Amato e Fantacci 2012, pp. 97 ss. 3. Galloni 2011 p. 11 . , 7 4. Krugman 2008, Cap. VII. 5. Roubini (cit., p. 240) suggerisce che, per prevenire gli immani scompensi che un siffatto mercato può generare, s’istituisca un mercato organizzato per gli attuali contratti otc, con un registro obbligatorio dei contratti otc più rischiosi entro un sistema di clearing, o stanza di compensazione centralizzata, che si assicuri che ogni contraente abbia capienza patrimoniale idonea a far fronte alle obbligazioni potenziali, e che garantisca i creditori per il caso di default dell’altro contraente. 6. Krugman 2008, cit., p. 161. 7. Ivi, Cap. Vili. 8. Ivi, p. 167. 9. Ivi, p. 145. 10. Ivi, p. 189. 1 . Tremonti 2012, cit., p. 1 1 9. 12. Ivi, p. 248.

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LA VIOLENZA DEGLI ERRORI INTENZIONALI
«La nostra politica è quella di fomentare le guerre, ma dirigendo le conferenze di pace in modo che nessuna delle parti in conflitto possa ottenere guadagni territoriali. Le guerre devono essere dirette in mo'do che le nazioni di entrambi gli schieramenti, sprofondino sempre più nel loro debito, quindi sempre più sotto il nostro potere». Amschel Mayer Rothschild, 1773 «Pochi comprenderanno questo sistema [monetario; N.dA]. Coloro che lo comprenderanno, saranno occupati dallo sfruttarlo. Il pubblico forse non capirà mai che esso è contrario ai suoi interessi». Sherman Rothschild, 26 giugno 1863 «N ell’economia [ ...] le vie sbagliate non sono indicate per errore o per sbadataggine, ma perché vi sono in gioco interessi enormi». Paolo Ferrerò, 2 0 12, p, 9

D

raghi, Giavazzi e Merton, nel 2003, pubblicarono un saggio1 in cui esaltavano i derivati finanziari e i contratti otc e i cds, ossia i prin­ cipali fattori della crisi in corso, come apportatori di una efficiente ripartizione dei rischi, capaci di superare i controlli politici imposti dai governi! E pensare che le stesse regole contabili per i derivati sono cap­ ziose, ne fanno strumento inevitabile di frode, perché fan sì che questi siano tenuti fuori bilancio dalla banca quali "merce in transito, tempo­ raneamente nel portafoglio", così che la banca non deve nemmeno tene­ re una riserva di sicurezza, e può arrivare a una leva finanziaria di 30. Monti è sempre stato fautore delle istituzioni europee e non si è opposto, a quanto so, alle loro scelte sbagliate, colossalmente sbaglia­ te, e disastrose negli effetti. Nessuno di coloro che hanno sostenuto le pratiche poi risultate ro­ vinose viene posto di fronte ai suoi totali errori - se di errori si tratta - e alle loro conseguenze. Anzi, vengono posti in cariche di grande potere. Quindi forse non si trattava di errori, dopo tutto...
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Mi sovviene un telefilm di una serie medica (Il dottor House): un paziente affetto da un terribile virus viene erroneamente diagnostica­ to come affetto da un tumore del sangue e curato con una forte radioterapia che gli azzera le difese immunitarie, così il virus dilaga e lo uccide. Ai medici resta appena il tempo di chiedergli perdono. Il loro era un errore: il telefilm non suggerisce che un parente del malato li avesse pagati... per farli ereditare. È una violenza estrema, l'imporre alle nazioni modelli e rimedi eco­ nomici che si sa sbagliati e controproducenti, e il continuare a imporli anche dopo che si è visto che sono controproducenti. Molti Paesi occi­ dentali sono alle prese con la recessione: calo persistente della domanda, degli investimenti, dell'occupazione, della produzione. La ricetta keynesiana tradizionale per uscire dalla recessione, è piuttosto intuitiva, si ca­ pisce bene: consiste nel dare più liquidità al Paese allargando il credito, nell'aumentare (anche a deficit) la spesa pubblica soprattutto per le in­ frastrutture, onde rilanciare gli investimenti e l'occupazione; nel ridurre le tasse sul lavoro e sui consumi per sostenere l'uno e gli altri. In un se­ condo tempo, quando l'economia sarà riavviata e forte, lo Stato alzerà le tasse per ridurre gradualmente il deficit di bilancio e il debito pubblico2. Ovviamente una tale politica è possibile se lo Stato dispone di una banca centrale di emissione propria, con cui si assicuri un finanziamen­ to sostenibile di tale politica, ossia l'acquisto dei titoli del debito pubbli­ co a un tasso ragionevole e inferiore al tasso dell'incremento del pii3. E il pii cresce solo se la spesa di denaro pubblico va ad aumentare la pro­ duttività e produzione, non a pagare clientele e consenso politico. Orbene, le istituzioni europee, la BCE, il FMI, i modelli accademici prevalenti in fatto di economia prescrivono e fanno esattamente l'op­ posto: intervengono sullo stato di recessione togliendo liquidità e incen­ tivando l'esportazione di capitali con la stretta creditizia, le maggiori tasse, il taglio della spesa pubblica, e perseguendo la riduzione del de­ ficit di bilancio e del debito pubblico. Il risultato è quello che abbiamo sotto gli occhi: maggiore recessione, fallimenti, licenziamenti, crollo dei 76

La violenza degli errori intenzionali consumi, esodo di capitali, imprese e lavoratori, calo del pii e avvita­ mento fiscale, senza riduzione o con aumento del debito pubblico e pri­ vato. Maggiore liquidità, anche ricorrendo a denari pubblici, viene data solamente alle banche (quantitative easing, prestiti della BCE all'1%), in­ tendendo, o dando da intendere, che le banche, una volta risanatesi e ri­ stabilita la fiducia tra loro, riprenderanno a erogare credito aireconomia reale - ma ciò, ancora una volta, non avviene: non solo il "generoso" quantitative easing è risultato sterile come fattore propulsivo dell'economia, con prevalenti e unintendeà conseguenze deleterie di lungo perio­ do4, ma soprattutto le banche, turati i loro buchi di bilancio, semplicemente si rimettono a fare speculazione5. Che senso ha questo tipo di intervento? Lo capiamo se consideriamo gli interessi del capitale straniero. Il crollo economico di un Paese com­ porta anche il crollo dei prezzi dei suoi assets, quindi consente affari lu­ crosissimi al capitale straniero. Inoltre, consente di ridurre i diritti dei cittadini come lavoratori, come pensionati, come risparmiatori, come contribuenti. Insomma, ingegneria sociale e governanti che gestiscono i Paesi quali oggetti di business, nel contesto generale del capitalismo assoluto. L'oligarchia finanziaria crea e mantiene condizioni di croni­ ca carenza monetaria, quindi di ricorrenti emergenze, per poter "for­ mattare" - riformare a proprio tornaconto - popoli e Paesi attraverso di esse: basta lasciare un popolo a corto di liquidità {credit crunch) per portarlo dove si vuole in cambio di un poco di ossigeno6. Infine, priva­ re le nazioni della sovranità monetaria e costringerle a finanziarsi attra­ verso l'indebitamento (vendita sui mercati finanziari dei propri bonds) o la tassazione o gli avanzi della bilancia commerciale, significa con­ dannarle a una perpetua carenza di liquidità, a una perpetua fame di credito, a un perpetuo drenaggio di reddito delle loro economie reali per pagare il servizio del debito pubblico - a vantaggio dei renditieri finanziari. Persino FMI e Commissione europea avvertono che vi è cor­ relazione tra l'apertura liberista di un Paese ai flussi di capitali e merci, e la riduzione dei diritti dei lavoratori e della quota di reddito destinata ai salari. L'economista Dani Rodrick e altri hanno segnalato anche un restringimento dei diritti sociali e politici, quindi della democraticità.
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere È così chiaro che, una volta che si sia capito perché le ricette "tasse e tagli" falliscono, non si tratta di correggere queste ricette, ma di ri­ conoscere che è falso il modello economico-monetario da cui esse di­ scendono. La direzione è sbagliata. Così come il caso, citato sopra, del paziente che veniva curato con la radioterapia perché si pensava che avesse il cancro mentre aveva un'infezione batterica, che la radiotera­ pia non solo non curò, ma rese mortale distruggendo il sistema im­ munitario. Se ci fosse stato il tempo, una volta cambiata la diagnosi, si sarebbe cambiata la terapia iniettando al paziente antibiotici e smet­ tendo con i raggi. Analogamente, nel caso della crisi economica, ammesso e non con­ cesso che si sia ancora in tempo, si tratterà non di rettificare, non di fare un mix di teorie, di diagnosi e di cure, di crescita e rigore, un'au­ sterità con concessioni agli investimenti, bensì di mettere da parte la teoria, la diagnosi e la ricetta errate, attualmente in uso, e di applicare un modello diverso con un diverso governo. Solo che oggi nessun Pa­ ese si salva più da solo: bisogna cambiare insieme, perché siamo trop­ po interdipendenti, quindi l'operazione andrebbe compiuta su scala perlomeno continentale. Governi e parlamenti, nel devolvere la loro sovranità a organismi au­ tocratici irresponsabili sovranazionali, apolidi, hanno decretato la libe­ ralizzazione, anzi, la deregolamentazione del settore finanziario, che ha consentito e consente ai finanzieri globali di costruire fortune destabi­ lizzando e impoverendo le nazioni. Ha legittimato il loro compiere una violenza estrema, radicale, politica, fiscale ed economica, sui popoli, al contempo privando questi della sovranità e di una effettiva rappresen­ tanza, così che essi non possono resistere o difendersi con mezzi politici. Le poche forze politiche che obiettano alle teorie e alle strategie mercatiste e ai governi commissariali, quelle che vorrebbero cambia­ re teoria economica di riferimento, uscendo dal pensiero economico unico mercatista, vengono bollate di estremismo, radicalismo, antago­ nismo, come se l'estremismo vero, non solo delle idee ma anche dei fatti, non fosse la liberalizzazione e deresponsabilizzazione del potere
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La violenza degli errori intenzionali finanziario, e la devoluzione a esso dei poteri pubblici e delle deci­ sioni sulle politiche di fondo, e ciò che in tal modo si è fatto, e i danni brutali per la gente, lo stupro sociale continuato. In questo additare come estremisti da emarginare e fuori dalla storia coloro che criticano il modello finanziario neoliberista, si distingue il Pd, il quale, come disse una volta Marco Rizzo, si è fatto olio lubrificante della macchina mercatista neH'ambito e in danno del suo elettorato, che ha tradito così come anche Forza Italia e il Pdl hanno tradito il loro. Sta di fatto che i popoli subiscono violenze immani, che vengono denominate "regole", e se reagiscono alzando un dito sono attaccati come "violenti" da coloro che si attribuiscono la legittimazione a fare le "regole" per gli altri. Napolitano, da un lato, è arrivato a sostituire il premier designato dal popolo con uno designato da altri per far ciò che sappiamo, e dall'altro lato rifiuta di incontrare i sindaci della Val di Susa perché macchiati dalla "violenza" nella resistenza al Tav e niente obietta a Monti che, nella famosa intervista a Der Spiegel del 5 agosto 2012, afferma che i governi europei dovrebbero rendersi più autonomi dai parlamenti ed "educarli"7. Il parlamento e il capo di Stato di qual­ che Paese si sono già resi indipendenti dalla volontà popolare. I partiti di maggioranza, e implicitamente anche i maggiori sindacati, non solo non criticano, ma avallano la teoria e la prassi neomonetarista del governo Monti, dell'UE, della BCE, del FMI. Lega e IdV lo criticano, ma non organicamente, focalizzandosi preferenzialmente su altri aspetti a loro più connaturali. Per quanto riguarda la critica al modello globalista, monetarista e mercatista calato dall'alto sulla gente non democrati­ camente, e ai rimedi ancor meno democraticamente imposti per i suoi "effetti collaterali", constato che, in ambito politico, nell'Italia di oggi, le analisi, o i "pezzi" di analisi, più oggettivamente corretti, seppur incom­ pleti nel senso che apparirà nella seconda e terza parte del libro, ven­ gono da comunisti dichiarati quali Marco Rizzo, Paolo Ferrerò, Fausto Bertinotti, e in ambito sindacale da Maurizio Landini della Fiom. L'invio di Monti8 a Palazzo Chigi fu probabilmente deciso assieme alla promessa, fatta il 26 ottobre 2011 al vertice europeo, di aiutare le

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere banche incondizionatamente. Che cosa ha fatto, Monti, prioritariamen­ te, col suo governo "tecnico"? Ha turato le due grandi falle delle banche italiane, che le stavano mandando a fondo. La prima falla era che esse detenevano grandi quantità di titoli pubblici italiani, i quali si stavano rapidamente svalutando, sicché si svalutava il patrimonio delle banche. La seconda falla era che esse avevano enormi buchi di bilancio, consi­ stenti in sofferenze non dichiarate (crediti non recuperabili) e in crediti registrati ma inesistenti, e in portafoglio contabilizzato come liquidità, e che ciò stava emergendo e minacciava di far scoppiare il sistema. Questa era l'emergenza (per lui e per chi rappresenta, ovviamente), e Monti immediatamente è intervenuto sulla prima falla turandola coi soldi delle pensioni, e sulla seconda procurando, mediante garanzia pubblica, alle banche italiane un prestito all'1% dalla BCE, di soli 36 mesi, col quale esse si sono messe a chiudere i buchi di bilancio. Con la successiva tranche del prestito hanno potuto rimborsare le proprie obbligazioni in scadenza, comperare titoli del debito pubblico che ren­ dono il 6% (quindi realizzano un profitto speculativo del 5%) e, forse, erogare qualche soldo all'economia reale. Ma non è detto. E se lo fan­ no è a tassi altissimi e prendendo ampie garanzie reali. Le banche, complessivamente, non hanno interesse a finanziare in­ vestimenti in un Paese in forte recessione e con prospettive di restarci, perché in un'economia in recessione le imprese finanziate difficilmen­ te realizzerebbero ricavi sufficienti a rimborsare i prestiti; nell'agosto 2012 il tasso di problemi di solvibilità raggiunge il 15%. Discorso che vale anche per gli imprenditori, che in effetti hanno ridotto la doman­ da di crediti. Nondimeno, dopo circa un anno di chiusura dei rubinet­ ti, qualche banca, nel marzo 2012 , ha ripreso a erogare - ma soltanto ad aziende e a tassi intorno al 10%, + 2 % di commissione sull'accordato (già detta "commissione sul massimo scoperto"), quindi con una lu­ crosissima forbice del 10% netto. Un costo finanziario che mette le im­ prese italiane in svantaggio rispetto alla concorrenza straniera, e che le banche italiane riescono a imporre sfruttando la loro posizione mono­ polistica col tacito consenso di quelle autorità che si arrogano di fare le regole e di controllarne l'applicazione. Ma non basta: il governo, a fine
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L a violenza degli errori intenzionali giugno, deve prestare due miliardi a MPS (Monte dei Paschi di Siena) per evitarne il dissesto, proprio mentre è in corso un'indagine penale del PM di Siena sugli atti, molto probabilmente delittuosi, che hanno portato MPS a perdite colossali, come presto spiegheremo. Oggi si analizza e ammette il biennale errore germano-francese nel trattare la crisi greca con ricette di recessiva austerità, e si incomincia ad ammettere che questo medesimo errore è quello di tutta la policy "ri­ sanamento finanziario" europea, anche italiana. L'errore consiste nel non tener conto che, se per far quadrare il bilancio, si deprimono i red­ diti e la spesa pubblica, si induce recessione, e la recessione, abbassando il pii, quindi il gettito fiscale, rende in breve insostenibili gli interessi sul debito pubblico, e non riducibile lo stock del detto debito. E non so­ lo il debito pubblico, ma anche altre spese, come quella pensionistica e sanitaria. Oggi si riconosce che il debito è sostenibile e riducibile solo se ripartono la domanda e il pii. Invece stanno calando, e con essi la pro­ duzione industriale. Secondo il FMI, da qui al 2020 il rapporto debito/ pii salirà nei Paesi del G20, mediamente, al 120%9. Livello insostenibile. Avverte Galloni, nel saggio che conclude il presente volume, che il solo Paese europeo in cui abbia, apparentemente, funzionato il mo­ dello liberista, è la Germania, ma «per la semplicissima ragione che lì vi era un serio controllo sul sistema dei prezzi, le banche al servi­ zio delle industrie, alti salari a fronte di acquisizioni tecnologiche continue (agevolate dal basso costo del denaro); in queste condizioni, non era il modello liberista, ma quello "renano" a funzionare, basa­ to com'è non su bassi salari e alti profitti, ma su alti salari ed elevata propensione agli investimenti garantita dal sistema bancario. Quindi, il contenimento della spesa pubblica avveniva in virtù [si badi bene!; N.d.A.] della situazione di sviluppo costante. Ovviamente, ciò andava a scapito dei partners europei che dovevano chiedere alla Germania continue rivalutazioni del Marco». Il piano politico di Berlino può essere quello di proteggere la na­ zione germanica dal degrado dei redditi e dei servizi sociali cui sono
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere forzati Paesi meno efficienti della Germania, in primis l'Italia, attra­ verso la tutela dell'efficienza sistemica del Paese e della qualificazione tecnologica e di aziende e maestranze, così da sottrarre quote di mer­ cato e reddito ai Paesi sottomessi, in primis - di nuovo - all'Italia. Esi­ ste nei fatti un'alleanza di interessi, un asse, tra il capitalismo espan­ sionista tedesco e il suo modello renano da una parte, e il mercatismo della grande finanza americana dall'altro. Questo asse, a proprio vantaggio, impone al resto d'Europa modelli economici e ricette che portano alla depressione. Berlino è alleato della FED e domina, anche grazie alla collaborazione della Francia, le istituzioni comunitarie e la BCE. Monti, e prima ancora la sua scelta da parte di Napolitano, sono conseguenza di quella dominanza, che vuole un'Europa riformattata per servire gli interessi capitalistici della Germania. Matthias Rath, medico e imprenditore tedesco, noto per la medici­ na cellulare, in un discorso tenuto a Berlino, in parte visionabile 10 sul sito di Wall Street Italia (ivi postato il 23 aprile 2012), attacca l'Euro e la politica UE decisa unilateralmente dalla Germania di Angela Merkel. È in corso - dice Rath - il terzo tentativo di conquista del mon­ do o perlomeno dell'Europa da parte del capitalismo tedesco (cartello chimico-farmaceutico nonché bancario): il primo fu condotto dietro la facciata idealistica della Kaisersglaublichkeit (approssimativamente tra­ ducibile come "devozione al Kaiser"), e fu la Prima Guerra Mondiale; il secondo fu condotto dietro la facciata idealistica della razza ariana, e fu la Seconda Guerra Mondiale. Il terzo viene condotto ora dietro la maschera dell'Europa. L'Europa è gestita da un'oligarchia di buro­ crati non eletti che limita la democrazia e schiavizza le popolazioni, a esclusivo beneficio di un cartello di banche e aziende multinaziona­ li. Parla esplicitamente di Euro-Schiavi e di Euro-catene imposte dalla moneta unica, e di terrorismo imposto dalla Merkel in forma di mi­ naccia di disastri se i Paesi eurodeboli non accettano i Diktat di Berli­ no e del FMI, noto e temuto per imporre policies procicliche (ossia che accentuano la recessione quando si è in fase recessiva, e l'espansione quando si è in fase espansiva) "di rigore" a tutela non del Paese "as­ sistito", ma dei suoi creditori esteri più o meno legittimi; nonché di­
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La violenza degli errori intenzionali rettive di "liberalizzazione" intesa come acquisto a basso prezzo da parte di capitali privati stranieri delle risorse naturali primarie. Allor­ ché il suo nuovo presidente socialista, Dominique Strauss Kahn, cercò di mutare questa stortura, iniziando dal caso islandese, e poi, imper­ donabilmente, impostando un piano di risanamento senza saccheggio per la Grecia, fu eliminato mediante una trappola e una calunnia, e sostituito con la rigorista Christine Lagarde. Palesemente, l'Italia di oggi viene trattata e "cucinata", al fuoco dello spread e della recessione, secondo le ricette tipiche del FMI per i Paesi del Terzo Mondo da spogliare. Monti dice e ripete di essere "il più tedesco degli italiani". Ma non è "tedesco", né è "tedesca" la sua politica - è solo utile al governo tedesco, conforme agli interessi del capitalismo espan­ sionista tedesco, che, secondo alcuni, lo avrebbe fatto mettere a Palazzo Chigi. Ma è pure chiaro che, per uscire da questo meccanismo, non ba­ sta scacciare Monti, ed eventualmente accompagnare al pensionamen­ to Napolitano: bisogna battere la Merkel e chi sta dietro la Merkel. Biso­ gna fare saltare un meccanismo di dimensione europea. E a tal fine ci si aspettava l'apporto di Hollande, che però non si fa sentire, mentre, al contrario, pure la SPD sostiene il rigorismo della Merkel. Quindi niente fronte delle sinistre europee per lo sviluppo, a quanto pare. In questa luce, alquanto minaccioso appare il MES, il nuovo meccani­ smo europeo di stabilità, con la regola che imporrebbe all'Italia di ridur­ re del 5% l'anno la parte del suo debito pubblico eccedente il 60% del pii. Anzi, non lo imporrebbe semplicemente, ma darebbe a un organo cen­ trale superstatuale non eletto il potere di eseguire direttamente le ma­ novre necessarie al rispetto di tale tabella di marcia forzata. Dare il via al MES equivale a distruggere il sistema-Paese Italia. Ma forse è meglio farla finita al più presto, al punto di degenerazione a cui siamo arrivati. La combinazione di MES, fiscal compact e vincolo costituzionale di pareggio di bilancio, sarebbe la morte per l'Italia, data l'attuale recessio­ ne grave e dato che la sovranità monetaria è stata ceduta ai mercati (al cartello dei grandi banchieri privati) con la finanziarizzazione del debito

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere pubblico, e dato che la BCE non garantisce l'acquisto dei titoli pubblici sul mercato primario (li compera sul mercato secondario, cioè compera quelli già in circolazione da banche scelte discrezionalmente, e così favo­ risce la speculazione); e dato altresì che senza grossi investimenti infra­ strutturali l'Europa non ripartirà (i PIIGS soprattutto). Il vincolo di pa­ reggio di bilancio per i singoli Stati, per non essere esiziale, presuppor­ rebbe che la sovranità monetaria fosse trasferita all'UE (non alla BCE), con facoltà di spendere a deficit per fare gli investimenti necessari. Si riconosce che siamo caduti - ci hanno sospinti - in un avvitamen­ to fiscale, cioè in una spirale in cui la tassazione sale per rincorrere il rating, ma salendo abbassa il pii, quindi il gettito fiscale, peggiorando i conti pubblici, quindi di nuovo minacciando il rating, sicché bisogna alzare nuovamente le tasse per controbilanciare... la Curva di Laffer, spiegata nei manuali basilari di economia, mostra che la pressione fi­ scale, quando supera un certo livello, fa calare, anziché aumentare, le entrate fiscali, perché disincentiva consumi, lavoro e investimenti. Nella primavera del 2012, e più ancora nell'estate, appare oramai certo che il pii italiano, soprattutto per effetto delle manovre del gover­ no, sta calando e seguiterà a calare in misura notevole fino a fine del 2013 almeno. Il debito pubblico invece non calerà. Per matematica con-

La curva di Laffer

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L a violenza degli errori intenzionali seguenza, avremo un peggioramento del rapporto debito/pii già in au­ tunno. Saremo ben oltre il 120%. Un calo del pii del 2,7% comporterà 19 miliardi in meno di entrate fiscali. E a quel punto che cosa si farà? Dove andrà lo spread, che già nell'aprile 2012 sembrava anticipare quel risulta­ to, risalendo e stabilendosi ben oltre quota 400 in Italia, e risalendo pure in Spagna, a riprova,dell'erroneità delle ricette di tasse e tagli? Uno studio di Mediobanca, pubblicato il 9 agosto, ammonisce che il Roi, o return on investment, ossia il rendimento netto del capitale «realiz­ zato nel 2011 dairinsieme delle aziende considerate, è stato pari al 5,8%, insufficiente cioè a coprire il costo di mezzi propri e debito che è risulta­ to pari al 7,2%. Di fatto, dedicandosi all'attività produttiva, lo scorso an­ no è come se si fosse distrutta ricchezza per 1,4 punti percentuali». Al contempo vi è un generale e forte peggioramento della solvibilità, quin­ di deiraffidabilità bancaria, delle imprese italiane, rispetto a quelle dei Paesi migliori: maggiori costi e minori margini di finanziamento. Il 10 agosto si apprende che gli ordinativi dall'estero, unico fattore che aveva trainato l'economia, hanno flesso di circa il 3,5%. Destando scalpore, due giorni prima il ministro del lavoro Fornero aveva avvertito che si pro­ spettava un autunno molto duro, con rischio per il sistema industriale, e disoccupazione in ascesa. Cioè si stava per coronare il fallimento delle politiche economiche e finanziarie dagli anni Ottanta a oggi. Una cosa è chiara: esclusi scenari catastrofici e bellici, ed escluso che parta una nuova bolla speculativa finanziaria come quella iniziata nel 2001 e scoppiata nel 2008, oramai da questo circolo vizioso si esce solo sganciando la spesa pubblica dalla tassazione e dall'indebitamen­ to, ossia solo se si sa produrre senza ricorrere a tasse o a indebitamento 0 a drenaggio di liquidità dal mercato (mediante vendita di beni pub­ blici) i mezzi monetari necessari a rilanciare il Paese con piani di infrastrutturazione e incremento di produttività di lunga durata. Ma come si fa? Non è una pretesa analoga a quella della pietra filosofale? L'effetto controproducente del perseguire il risanamento mediante 1 tagli, soprattutto se non limitati alle spese improduttive, è stato ca85

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere pito, ma, ciononostante, ancora oggi Monti, Samaras, Rajoy, Merkel e soci vogliono darci da intendere che possa ripartire la domanda no­ nostante le loro ricette di tagli recessivi, sebbene non vi sia alcun pre­ cedente in tal senso, come già detto. Hanno tagliato i salari e le pen­ sioni, quindi la domanda calerà, anzi sta già calando. E se la doman­ da cala, mentre le tasse aumentano, il capitale privato non investirà in attività produttive, perché non c'è il reddito e la domanda con cui comprare i prodotti. Repetita iuvant: l'imprenditore investe se e dove prevede che ci sarà una domanda dei suoi futuri prodotti e una capa­ cità reddituale per pagarli. Con salari di ingresso tra i 600 e i 900 Eu­ ro, contratti precari, pensioni in prospettiva a 400 Euro, giustizia cor­ rotta e lentissima, pressione fiscale-contributiva prossima al 70% per le aziende normali, e prospettive di certo e costante peggioramento del rapporto tra lavoratori contribuenti e pensionati a loro carico, che sviluppo economico potremo avere, in prospettiva? A questi livelli di tassazione e di sprechi, privilegi e mangerie nella spesa pubblica, in primis da parte delle istituzioni, non si tratta più di fisco, ma di pizzo, che devi pagare a un potere privo di legittimazione popolare affinché ti lasci sopravvivere e non ti porti via la casa, indipendentemente dai servizi che ricevi in cambio, e in un contesto in cui ti tolgono conti­ nuamente diritti. Le tasse sono una variabile indipendente. Per con­ tro, come se essere italiani fosse una fortuna e motivo di vanto, anzi­ ché dell'opposto, il 13 aprile 2012, Napolitano ha detto che chi evade le tasse non è degno di essere italiano. Ma chi evade le tasse in Italia, non le evaderebbe se avesse avuto la "sfortuna" di nascere in Svizzera o in Germania! E che cosa hanno in mente di fare, dietro queste frottole, con siste­ mi produttivi che pagano il denaro molto più dei concorrenti esteri industrializzati, rispetto a cui perdono costantemente in competitivi­ tà tecnologica, mentre le industrie italiane, tecnologicamente deboli, delocalizzano verso Paesi dove pagano le maestranze 150-250 Euro al mese, con contratti a 1, 2, 3 mesi, esoneri fiscali e contributivi, sussidi statali (vedi industria italiana della calza emigrata in Serbia, Golden

La violenza degli errori intenzionali Lady in testa)? Se ne vanno dall'Italia lasciando i lavoratori locali a ca­ rico del contribuente. E se ne vanno i capitali, in grande quantità. Stia­ mo, con un paradosso economico, esportando massicciamente capitali e aziende, capitali e lavoro... in Svizzera!11. In Italia, debito pubblico e pressione fiscale sono cresciuti insie­ me, mano nella màno, con tutte le varie maggioranze. Innalzare la pressione fiscale per decenni, non è un modo sostenibile di gestire il debito pubblico. Ma non lo è nemmeno la massiccia vendita di beni pubblici, e ciò per diverse ragioni. Innanzitutto, quando si è tentata questa via, i beni sono stati non venduti ma svenduti, e il debito pub­ blico non è ridotto; di fatto, la vendita dei beni pubblici è gestita dai medesimi interessi che traggono profitto daH'indebitamento del Pae­ se, quindi non consentiranno mai la riduzione del medesimo, mentre aspirano a far sì che lo Stato si privi dei suoi beni per renderlo ancora più vulnerabile e ricattabile, e per soffiarglieli sottocosto. Inoltre, per vendere, diciamo, beni per mille miliardi, bisogna a) che questi mille miliardi ci siano, siano disponibili, che qualcuno li abbia - cosa che in Italia non pare possibile, e allora venderemo a cinesi e arabi; b) che vengano o creati ex nihilo, dal nulla (ma chi li crea? Dovrebbe farlo la BCE) oppure distolti da altri impieghi (e ciò potrebbe mettere in cri­ si altri settori economici - potrebbe distogliere fondi da investimenti produttivi: la coperta è troppo corta). Una tassa patrimoniale sarebbe un ulteriore atto di sabotaggio, perché a) farebbe ulteriormente ribassare il mercato immobiliare e quello mobiliare; b) molti non avrebbero i soldi per pagarla, e per farlo dovrebbero svendere o indebitarsi (la ricchezza privata degli italiani, stimata in 8000 miliardi, consiste per il 65% di immobili, perlopiù di prime case). Il controsenso dei fautori delle tasse patrimoniali (com­ prese imu, ici, imposta sui beni di lusso), oltre al fatto che i loro an­ nunci fanno fuggire all'estero capitali e imprenditori), è che pretendo­ no di risolvere il problema di carenza di liquidità del settore pubblico estraendo ancor più liquidità da un sistema-Paese che già si sta contraendo perché non ne ha più. Vogliono prendere dalla gente quello che la gente non ha. I mattoni non sono convertibili in denaro se non
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere vi è una domanda di mattoni coi soldi per pagarli. Se il male del sistema-Paese è la carenza di contante, l'unica è dotarlo di più contante, generato senza indebitamento (nel modo che si dirà) o perlomeno ero­ gato a un tasso di interesse inferiore alla crescita del pii. Un amico blogger padovano, Loris Palmerini, mi segnala una pos­ sibilità alternativa, racchiusa in due articoli del Trattato di Lisbona:
Articolo 123 (ex articolo 101 deITCE) 1. Sono vietati la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di fa­ cilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate “banche centrali nazionali”), a istituzioni, organi od organismi dell'Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, cosi come l'acquisto di­ retto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali. 2. Le disposizioni del paragrafo I non si applicano agli enti creditizi di pro­ prietà pubblica che, nel contesto deliofferta di liquidità da parte delle banche centrali, devono ricevere dalle banche centrali nazionali e dalla Banca centra­ le europea lo stesso trattamento degli enti creditizi privati. Articolo 124 (ex articolo 102 deITCE) È vietata qualsiasi misura, non basata su considerazioni prudenziali, che offra alle istituzioni, agli organi o agli organismi dell'Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri un accesso privilegiato alle istituzioni finanziarie.

Il comma 2 in pratica permetterebbe allo Stato Italiano di farsi dare i soldi dalla BCE al tasso dell'1% attraverso una banca di sua proprietà, che magari desse a garanzia gli stessi beni dello Stato messi in un ap­ posito fondo, come per esempio quello che sta vendendo le caserme e i beni del demanio. Ferrerò rileva che il governo potrebbe, a tal fine, tra­ sformare in banca la Cassa Depositi e Prestiti12.
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L a violenza degli errori intenzionali Purtroppo questa soluzione, ovviamente, non va bene, non accon­ tenta chi manovra le leve. Ve n'è una migliore: la BCE, Mario Draghi, presta alle banche europee denaro all' 1%, con cui queste possono comperare btp che rendono il 5, il 6 % sul mercato secondario (quin­ di senza nemmeno aiutare direttamente il collocamento delle nuove emissioni)... ma agli Stati in difficoltà non concede prestiti: è proibito dai trattati. Non sarebbe virtuoso. Sarebbe... un incesto. È chiaro che, di fronte alla concorrenza imbattibile sui costi dei Pae­ si come la Serbia, l'India o la Cina nei beni di basso e medio contenuto tecnologico, non ci si può mettere a competere con misure come quelle che si insiste ad adottare, ossia i tagli dei salari, il prolungamento degli orari, l'innalzamento dell'età pensionabile, l'importazione di manodo­ pera non qualificata per lavori anche in nero, la precarizzazione a ol­ tranza. Anche perché queste cose indeboliscono la domanda interna. L'unico modo per mantenere le quote di mercato e trattenere in­ dustrie e capitali in Italia è quello di fare come la Germania, ossia di produrre beni ad alto contenuto tecnologico con un'organizzazio­ ne efficiente e gente seria. Ma per questo ci vuole personale molto più formato, molto più motivato, molto più pagato. Ci vuole grande ricerca scientifica e tecnologica, innovazione, buone scuole selettive, e studenti che si impegnino sul serio, incentivati da meccanismi se­ lettivi. Ci vuole una moderna infrastrutturazione e amministrazione pubblica e un basso livello di corruzione. Ci vuole una giustizia de­ gna del nome. Ci vogliono una mentalità e una prassi sociale rivolte al fare e non al fregare, all'investire sul lungo termine e non al mordi e fuggi. Ci vuole una classe politica e burocratica colta, competente, lungimirante. Ci vuole mentalità e metodologia scientifica anziché burocratico-leguleia. Ci vuole, insomma, tutto ciò che l'Italia non ha, se non in dosi omeopatiche. Che semmai hanno quegli italiani che sono già emigrati. E che non si può produrre per legge, con le rifor­ me, si chiamino liberalizzazioni o flessibilizzazioni o efficientamenti. E poi è chiaro, oramai, che l'unica via per sottrarsi al fuoco incro­ ciato della speculazione ostile e del rating ricattatorio, è, o sarebbe,

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere remissione di moneta nazionale sovrana senza debito, o perlomeno il ripristino di banche centrali che garantiscano l'acquisto del de­ bito pubblico, e la fine della finanziarizzazione-esterizzazione del debito pubblico. La fine dell'atmosfera dei ricatti. Preciso che una (vera) banca centrale di emissione ha l'effettiva ca­ pacità di battere la speculazione ribassista contro la moneta della me­ desima banca, perché, come scrive, «nessun privato dispone di quan­ tità di moneta pari a quella che è propria o che è creabile da parte di una Banca centrale. Inoltre, se anche la speculazione potesse mo­ bilitare una sufficiente (enorme) quantità di denaro, comunque non la muoverebbe contro una vera Banca centrale, perché ne perdereb­ be subito una quota, dato che stampare moneta o fare quantitative easing [cioè le contromosse della Banca centrale; N.d.A] porta con sé il rischio di inflazione e dunque il rischio di perdite per l'investitore»13. È altrettanto chiaro che, per prevenire crisi bancarie gravi ed este­ se, sarebbe necessario separare per legge la finanza speculativa dal banking di risparmio e credito alla produzione e agli acquisti immobi­ liari. Semplicemente, non c'è altro modo. Cioè imporre per legge che le banche che raccolgono e gestiscono il risparmio, e che finanziano investimenti, consumi e acquisto di case, restino rigorosamente sepa­ rate da quelle che creano e speculano in ricchezza finanziaria (carta­ cea), assumendosi i relativi rischi. Inoltre andrebbe proibito il colloca­ mento al pubblico di "prodotti" strutturati, non trasparenti e lineari. Teniamo presente che "le banche tedesche e francesi (per non par­ lare delle spagnole e inglesi) sono piene di titoli tossici, il cui ammon­ tare supera di decine di volte quello di tutti i debiti pubblici dei Paesi al di qua e al di là dell'Atlantico"14. Questo dato va messo in relazione con l'allarme lanciato dalla Banca dei Regolamenti Internazionali e ri­ portato all'inizio dell'Introduzione. La disciplina dovrà estendersi a certi soggetti, alquanto oscuri nel­ la gestione e nei fini realmente perseguiti, quali l'ISDA - International Swaps and Derivatives Association - "che, sull'asse New York-Londra
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La violenza degli errori intenzionali organizza attività nei derivati finanziari... over thè counter, contando su oltre 800 membri sparsi in 58 Paesi"15. A sollevare nelle istituzioni europee il problema di un organismo tanto potenzialmente pericoloso (e anche molti altri problemi del mondo finanziario e del governo oc­ culto delle nazioni - vedi Bilderberg, Trilateral ecc.), è però - a quan­ to pare - soltanto l'^uroparlamentare Mario Borghezio, notoriamente emarginato a causa delle sue idee e delle sue campagne molto radi­ cali e politicaliy incorrect. Alcuni leaders del centrodestra, che oggi ab­ bozzano una opposizione al MES e al fiscal compact, hanno votato con entusiasmo in favore di tutti i trattati che hanno portato a essi. Bor­ ghezio ha anche denunciato l'uso speculativo dei prestiti anti-crisi ge­ nerosamente concessi da Draghi alle banche private al tasso dell'1%, nonché il tema del signoraggio privato. Pare che uno debba accettare di essere emarginato dal mondo politico, se tocca questi tasti.

N O TE 1 Draghi, Mario, Giavazzi, Francesco, Merton, C. Robert, 2003, National Bureau of . Economic Research, Inc. «The role of swaps and other privately negotiated deri­ vative instruments is to complete financial markets, thus increasing the ability of individuals, financial institutions, corporations and governments to manage risk». 2. Il confronto tra concezione keynesiana e concezione monetarista è sviluppato nel saggio conclusivo di Galloni. 3. O meglio ancora se emette direttamente la propria moneta. 4. W hite, William R., Ultra Easy Monetary Policy and the Law o f Unintended Conse­ quences, august 2012, in Federal Reserve Bank of Dallas Globalization and Mo­ netary Policy Institute Working Paper n. 126 (http://www.dallasfed.org/assets/ documents/institute/wpapers/2012/0126.pdf) «[...] cumulative (“stock” ) effects provide negative feedback mechanisms that over time also weaken both supply and demand. It is also the case that ultra easy monetary policies can eventually threaten the health of financial institutions and the functioning of financial mar­ kets, threaten the “ independence” of central banks, and can encourage imprudent behavior on the part of governments». 5. Il fallimento del quantitative easing della BCE è rispecchiato dalla seguente inter­ rogazione e risposta in sede europea: Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-00302SI20I2 alla Commissione a firma M a rio Borghezio (EFD )
Oggetto: Le banche italiane non investono i fondi ottenuti dalla BCE per sostenere lo

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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere
sviluppo delle imprese. Come si evince dai dati pubblicati dal più recente bollettino di Bankitalia, le banche italiane nel periodo fra la fine del 2011 e il 31 gennaio 2012 ri­ sultano aver acquistato Btp e in generale titoli dello Stato Italiano per complessivi 28 miliardi di Euro; sempre nel gennaio 2012 risultano acquisti di bond bancari e riacquisto di obbligazioni proprie per 41 miliardi di Euro. In tal modo, le banche italiane realizzano, grazie ai fondi messi a loro disposizione dalla BCE, il differenziale fra il tasso dell’1%

e quello rappresentato dagli investimenti in titoli dello Stato italiano che vanno dal 4,5
al 5% . Come valuta la Commissione il comportamento delle banche italiane, che non risultano aver utilizzato in larga parte il cospicuo finanziamento della B C E per sostenere il sistema produttivo delieconomia reale italiana, basato principalmente sulle piccole e medie imprese? Quali provvedimenti intende attuare in merito? E-003025/2012

- Risposta di O lii Rehn a nom e d ella C om m ission e (22 m aggio 2012): Secondo la BCE, l’obiettivo principale delle nuove operazioni di rifìnanziamento con scadenza a tre anni (LTRO, operazioni di rifìnanziamento a più lungo termine)
consiste nell’alleviare le pressioni di finanziamento cui le banche sono sottoposte. La BCE non pone alcuna condizione circa la destinazione di tale credito. Nel quadro della propria valutazione rischio-rendimento, le banche possono pertanto scegliere liberamente come

e dove impiegare tale liquidità. Le condizioni per l'erogazione di crediti in Italia continua­
no a essere severe, ma gli ultimi dati del gennaio 2012 evidenziano alcuni miglioramenti. La Commissione sta monitorando attentamente gli sviluppi al riguardo e ritiene che si stiano progressivamente instaurando le condizioni per il miglioramento dei mercati interbancari e obbligazionari, che agevolerà l’afflusso di credito all’economia reale. Lo studio sui prestiti concessi dalle banche, condotto dalla B C E nell’aprile 2012, rivela una significativa diminuzione del ricorso a standard di crediti eccessivamente rigorosi, con­ cludendo che ciò rispecchia con ogni probabilità l’impatto positivo dei due LTRO a tre anni sulle condizioni di finanziamento delle banche. La risposta di Rehn insiste sul

presupporre come vera la tesi, già ampiamente dimostrata falsa, che il mercato finanziario (e del credito) si autoregoli e che quindi, una volta ristabilita la fiducia interbancaria, le banche riprendano a erogare credito aireconomia reale (produ­ zione e consumi). Ma non è così. La fiducia interbancaria è venuta meno perché le banche da anni fanno meno le banche (prestano meno aireconomia reale) e fanno più i traders, gli speculatori finanziari (perché rende di più e prima), e lo fanno in modo molto spinto, temerario, così che si sono riempite di buchi di bilancio e sofferenze non dichiarate, sono diventate nel complesso a rischio (a causa anche delle partecipazioni incrociate e del fatto che sono piene di titoli pubblici che si svalutano propria a causa del declino dell’economia reale quindi della solvibilità di molti Paesi, declino dovuto appunto al fatto che le banche hanno tolto liquidità all’economia reale per fare speculazione). O ra che possono colmare i loro buchi grazie all’intervento della BCE e alle fìdejussioni di Stato, riprendono a fare spe­ culazione, che rende loro molto di più che metter soldi nell’economia reale, tanto più che questa è in forte recessione, quindi gli impieghi-investimenti hanno cattive

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La violenza degli errori intenzionali
prospettive di rientrare e di rendere. Insomma, si ricomincia (come già avvenuto negli USA dopo il bailout delle banche da parte della mano pubblica e della FED). E se tornano a prestare all’economia reale, prestano poco, prestano a tassi molto alti, che incidono sui costi della produzione rendendo questa non competitiva. Oppure prestano nei Paesi economicamente più efficienti, come la Germania. 6. Un finanziere libico informa che, all'inizio della sollevazione popolare, un espo­ nente della City dissfe a Muammar Gheddafì che avrebbe potuto stroncare ogni ribellione se avesse lasciato senza moneta il Paese, trasferendo quanto più denaro possibile in Gran Bretagna. Gheddafì lo trasferì e poco dopo Londra e Parigi intervennero nella guerra civile contro di lui, costringendo l’Italia a spalleggiarli. Costituitosi il nuovo regime, Londra avrebbe condizionato la restituzione di quel denaro a speciali contratti di fornitura petrolifera in suo favore. Sta di fatto, che la Libia starebbe estraendo più petrolio che quando c’era il precedente regime. 7 Egli, invero, non è macchiato dalla violenza socio-economica degli “errori” di Mon­ . ti, che pure ha scelto e sostenuto, né dagli errori ancor più violenti dell'ideologia che aveva sposato in gioventù. 8. A ll’indomani delle sue prime mosse, intuii le intenzioni di Monti e le denunciai nell’articolo Responsi di mercato e appetiti di coccodrillo (21 novembre 2011), e poi in Decreto Monti: volontà di distruzione e lacrime di coccodrillo, del 5 dicembre 2011, Cacciare M onti (16 dicembre 2011), Monti, Merkel, Orwell (4 gennaio 2012), e altri ancora, pubblicati da alcuni periodici e leggibili sul mio sito www.marcodellaluna.info. 9. Tremonti 2012, cit., p. 39. 1 http://www.wallstreetitalia.com/article/1365946/crisi-sistemica/rath-mobilitiamo0. ci'contro-l-euro-imposto-dalla-germania-di-angela-merkel.aspx 1 . Monti vuole forse sostituirsi a Guglielmo Teli come eroe nazionale elvetico, come 1 mi ha confidato un imprenditore brianzolo delocalizzato nel Canton Ticino? Si direbbe di sì. Re-industrializzare la Confederazione coi capitali e le aziende italiane è un’impresa degna di quell’onore. Prendere il posto di Guglielmo Teli, non quello di Napolitano, non Palazzo Chigi: questo dev’essere il suo piano segreto per il futuro, dopo la fine della presente legislatura. Guidare una grossa Koalition della partitocrazia italiana nelle successive elezioni è meno esaltante. 12. Ferrerò 2012, cit., p. 1 . 7 13. Tremonti 2012, cit., pp. 109 s. 14. Galloni 2011, p. 14. 15. Ivo Caizzi, Il leghista in guerra con gli speculatori, in «Corriere Economia», 26 marzo 2012, p. 1 . 7

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BUCHI NERI E STUPRO FINANZIARIO

eviamo gli occhi al firmamento. Scrutiamo i suoi segreti, e i suoi buchi neri, quelli formati dal collasso di certe stelle con massa ab­ bastanza grande. Perché il buco nero è nero? Perché da esso non esce luce. E perché non esce la luce? Perché la velocità di fuga da esso è su­ periore a quella della luce, data l'enorme gravità che esso raggiunge. Anzi, si dovrebbe dire che una stella, collassando, diviene un buco nero quando la concentrazione della sua massa diviene tale, per effetto del col­ lasso, che produce una forza di gravità tanto intensa, da non lasciar uscire nemmeno la luce, e di assorbire tutta la materia e l'energia che le viene a ti­ ro. Ma il punto di non ritorno è raggiunto prima, ossia quando la massa stellare incomincia a collassare, a contrarsi. In materia monetaria, il punto di non ritorno è raggiunto quando l'indebitamento è tanto grande da assorbire, con gli interessi passivi, tutto il valore della produzione o del reddito. Quello è il crash point - o crush point - del sistema, da cui inizia il processo recessivo-distruttivo. Noi l'abbiamo già raggiunto: il debito delle famiglie americane, dal 2001 al 2007, è passato da 29.000 a 43.000 Dollari, ossia è cresciuto di 14.000 miliardi; mentre nel medesimo periodo il pii è salito solo di 1500 mi­ liardi. II che vuol dire che i 9/io dei nuovi crediti sono stati assorbiti da­ gli interessi passivi sui debiti preesistenti.

L

Storicamente, dalla fine della II GM in poi, si assiste a un continuo peggioramento del rapporto tra il costo finanziario dell'investimen­ to produttivo e la sua redditività, finché questo rapporto diventa su­ periore a 1, ossia finché l'investimento arriva a costare più di quanto rende, e la liquidità tende quindi a lasciare il settore produttivo ri­ fluendo in quello speculativo, finanziario e immobiliare - e si avviano così disinvestimento e recessione. Cioè gli imprenditori disinvestono, liquidano, licenziano, per liberarsi dai debiti. E questo fatto è un ulte­
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B achi neri e stupro finanziario riore argomento della indispensabilità di finanziare lo sviluppo senza imporre tasse e senza far debito. Ma, nei cieli della moneta, osserviamo anche fenomeni di segno opposto a questi ultimi, ai buchi neri, che indicano un "motore", un big bang capace di portarci fuori dal buco nero, e insieme di riempirci di dubbi, di perplessità. A un controllo contabile ufficiale del luglio 2011, la FED è risultata aver emesso mezzi monetari per 16.000 miliardi nei precedenti 40 mesi, senza dichiararlo, destinandoli a interventi finanziari in tutto il mondo, cioè mettendoli a disposizione di banchieri. Senza generare inflazione. Prima domanda: come mai non ha generato inflazione? Seconda domanda: da dove viene queirimmenso valore, dato che la FED, come le altre banche centrali e ordinarie, non crea valore? Terza domanda: come è possibile creare denaro dotato di potere d'acquisto, senza creare un corrispondente valore? Evidentemente la teoria monetaria dominante è inadeguata a spiegare la realtà (pure inadeguata è la peraltro utile MMT, come vedremo a suo luogo). Quarta domanda: se la FED e la BCE possono creare miliardi di miliardi dal nulla per salvare banche speculatrici, perché non lo fan­ no per salvare anche l'economia reale, e per risanare il settore pubbli­ co? Che genere di impedimento si prospetta? Quinta domanda: se andassimo a fare alla BCE un audit come quel­ lo fatto alla Fed, scopriremmo che anch'essa ha emesso migliaia di miliardi in sordina? E a chi li ha dati? Sesta domanda: se è così facile creare denaro per interventi finan­ ziari in favore di banche, se quindi non è vera la storia che il denaro scarseggi, perché non lo si è fatto per gli investimenti più urgenti, o per sanare, o mettere al riparo da disastri, i debiti pubblici? Almeno quello greco - parliamo di soli 350 miliardi di debito, con però con­ nesso un rischio di sopravvivenza dell'Euro stesso? Tanto più che la presente crisi è stata prodotta non dal settore pubblico, bensì dalla fi­ nanza privata, dal banking privato e dallo shadoiv banking (che ha un

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere volume di circa metà della finanza regolamentata1), col generare circa 1,5 quadrilioni (milioni di miliardi) di titoli tossici derivati. Per contro, a gestire questa crisi - palesemente strutturale e non ciclica - arrivano uomini delle banche private, e soprattutto di quel­ la che, tra tutte, appare la più responsabile, ossia la Goldman Sachs (Draghi al Financial Stability Board, Draghi alla BCE, Monti a Roma, Papademos ad Atene), senza che alcun parlamento o governo o capo di Stato eccepisca il conflitto di interesse. Che cosa vengono a fare, sul luogo del delitto, quei signori? Ricerche scientifiche? Qual è la strate­ gia in cui si collocano tali scelte? O non c'è strategia? C'è molto che non quadra, nella spiegazione ufficiale del funzionamento di denaro, banche, finanza. E di nomine ai vertici delle istituzioni pubbliche. Ma, di nuovo: questo disastro è stato prodotto proprio dalle grandi banche, dalle loro competenze, dal loro rincorrere il profitto di bre­ vissimo termine, dai loro falsi in bilancio - non dai politici o dai rap­ presentanti del popolo (o nominalmente tali), se non in quanto han­ no assecondato le grandi banche, abolendo la separazione tra banche di credito e banche speculative, permettendo lo shadow banking non regolato, i derivati otc (over thè counter, ossia negoziati allo sportello, non quotati e venduti in mercati regolamentati), le cartolarizzazioni e i mutui subprime, e molte altre pratiche destabilizzanti. Oltre a dare riconoscimento pubblico alle agenzie di rating. E che questi tecnici-salvatori siano legati agli interessi che hanno causato i disastri finanziari, e non a quelli delle nazioni, lo dimostra il fatto che nessuno di loro ha posto mano alle più urgenti ed evidenti riforme per prevenire nuovi disastri, nessuno ha cioè posto limitazio­ ni alla possibilità di speculazioni distruttive, e di mescolare specula­ zione e risparmio nelle medesime banche, o di inondare i mercati con titoli-truffa. Si parla molto del fatto che, come policy makers, i politici sono oggi sostituiti dagli esperti. Ma chi sono gli esperti, se non i supertecnici, o le teste di legno, della grande finanza? Uomini di parte. Negli USA,
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Buchi neri e stupro finanziario l'American Psychiatric Association obbliga gli esperti che lavorano al­ la nuova, quinta versione del DSM (il manuale di diagnosi delle ma­ lattie mentali) a dichiarare se hanno interesse (azioni, contratti) con le case farmaceutiche, perché è emerso che queste pagavano gli esperti per introdurre sempre nuove figure di malattie mentali e per allar­ gare i criteri diagnostici di quelle esistenti, allo scopo di vendere più farmaci. Perché non si fa qualcosa anche per banchieri e advisors di banche che assumono cariche pubbliche, e che possano fare, e hanno fatto, un danno molto maggiore? E, complessivamente, come spiegare questa invasione delle cariche politiche istituzionali da parte delle banche? Si può spiegare in due modi opposti. Si può dire che il potere finanziario esca allo scoper­ to oggi come l'effettivo potere politico perché oggi finalmente ha rag­ giunto la sicurezza che nessuna forza possa insidiare questo suo pote­ re e perché la politica fondata sulla rappresentanza popolare è finita finita da 20 anni, come ritiene Tremonti, ossia da quando ha compiuto o avallato l'ultima grande scelta politica, quella della globalizzazione. Oppure, all'opposto, si può ipotizzare che la finanza internazionale, oggi, sia costretta a metterci la faccia, ad esporsi, a venire allo scoper­ to come potere politico, anche se preferirebbe non farlo, perché oggi le sta sfuggendo di mano il gioco che essa stessa ha messo in moto, perché il gioco è cresciuto troppo in dimensione e dinamica, e così es­ so rischia di travolgere i giocatori stessi. L'istituzione del MES-ESM fa propendere per la prima ipotesi.

N O TE__________________________________________________________________________ I. Tremonti 2012, cit., p. 38.

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QUANDO CEDEMMO LA SOVRANITÀ

G

li smemorati dicono che i problemi del rating del debito pubbli­ co italiano sarebbero iniziati improvvisamente nell'estate del 2011. Ma già sul finire della calda estate del 2006, nel silenzio dei te­ legiornali, avvenne un fatto di grande peso politico ed economico: la Banca Centrale Europea (BCE) annunciò che non avrebbe più accet­ tato, come "collaterale" (garanzia) per emettere i suoi prestiti (ossia, per dare Euro agli Stati aderenti all'Euro), i titoli del debito pubblico emessi da Stati con un rating basso di solidità finanziaria (classificati al disotto di "A-"). Il rating adottato dalla Banca Centrale Europea è quello dell'Agenzia americana Standard & Poor's, nonostante i falsi ra­ ting che essa ha dato, ripetutamente, colpevolmente, interessatamente e calamitosamente. Che cosa significava e che cosa comportava quanto sopra? Significava che l'Italia (allora con rating AA-, in peggioramento), assieme alla Grecia e al Portogallo, era più che avvisata: rischiava già nel 2006 che la BCE le rifiutasse i finanziamenti necessari per coprire il disavanzo di bilancio e far quadrare i conti - quindi che i venturi governi sarebbero stati costretti a colpire il Paese con tagli di spesa e maggiori tasse, che però sono un rimedio che funziona solo per l'an­ no finanziario in corso, mentre per gli anni successivi peggiora i conti pubblici perché deprime la domanda interna, la produzione, quindi il pii e il gettito fiscale. Significava che i titoli del debito pubblico italiani (che erano quasi V3 dei titoli trattati nell'Eurozona) sarebbero stati molto meno richiesti dal mercato; che per collocarli l'Italia avrebbe dovuto perciò offrire su di essi tassi di interesse molto più elevati del presente; e che chi ha in­ vestito in titoli di Stato italiani resterà fregato - e siccome sono molti, ne deriverebbe un'immensa crisi finanziaria.
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Quando cedem m o la sovranità Significava che un'entità che si qualificava come "Banca Centrale Europea" e che "comandava" le economie di Italia, Francia, Germania ecc., per decidere se dare o negare denaro agli Stati europei, si basava sulle valutazioni di un'agenzia di rating americana e privata, a sua vol­ ta espressione della finanza privata americana delle maxifrodi, che sa­ rebbero esplose di lì’a poco. È questa la gerarchia reale, la catena di co­ mando? I fatti successivi hanno confermato qualcosa di questo genere. Significava, insomma, che la BCE aveva potestà di decidere di met­ tere in crisi e far fare il ballo dell'orso ai Paesi che l'hanno costituita e ai loro governi, imponendo misure durissime per la popolazione. Come è possibile che la Banca Centrale Europea abbia un tale potere unilaterale sugli Stati membri? È possibile perché essa è stata concepita e realizzata come un'entità al di sopra degli Stati europei e della UE. Molti oggi sanno che la BCE, a differenza della vecchia Banca d'I­ talia prima del 1983 (prima del divorzio dal Tesoro), non è tenuta a garantire l'acquisto dei titoli del debito pubblico invenduti di ogni Pa­ ese membro, e che per questa ragione è una mezza Banca Centrale e lascia i debiti pubblici esposti alla speculazione ostile o predatoria o ricattatoria internazionale. Pochi invece sanno che Banca Centrale Europea non è un'istituzio­ ne dell'Unione Europea, ma è stata costituita, attraverso il Trattato di Maastricht, il suo Statuto e il Protocollo, come un soggetto politicamente indipendente dall'UE e dai Paesi membri. La BCE si configura giuridicamente, pertanto, come un soggetto sovrano extraterritoriale1. La perdita delle sovranità monetaria e legislativa per gli Stati mem­ bri in campo monetario, è stata stabilita dagli artt. 105 e 107 del Trattato di Maastricht. Il Protocollo sul Sistema Europeo delle Banche Centrali, ricalcando l'articolo 107 del Trattato, stabilisce, all'articolo 7: «Indipen­ denza - Conformemente all'articolo 107 del Trattato, nell'esercizio dei poteri e nell'assolvimento dei compiti e dei doveri loro attribuiti dal Trattato e dal presente statuto, né la BCE, né una Banca Centrale Nazio99

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere naie, né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecita­ re o accettare istruzioni dalle istituzioni o dagli organi comunitari, dai Governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo». Il medesimo Protocollo stabilisce anche il diritto di segretezza per i signori della BCE: «10.4. Le riunioni hanno carattere di riservatez­ za. Il Consiglio direttivo può decidere di rendere pubblico il risulta­ to delle proprie deliberazioni». L'articolo 12 del Protocollo, che si in­ titola "Responsabilità degli organi decisionali", in realtà non prevede alcuna responsabilità. L'articolo 16 del Protocollo sancisce la perdita di sovranità monetaria degli Stati in favore dei banchieri centrali eu­ ropei: «Conformemente all'articolo 105 A, paragrafo 1 del Trattato, il Consiglio direttivo ha il diritto esclusivo di autorizzare l'emissione di banconote alTinterno della Comunità. La BCE e le Banche centrali na­ zionali possono emettere banconote. Le banconote emesse dalla BCE e dalle Banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nella Comunità». Questa cessione di sovranità non è legittimata nemmeno dall'arti­ colo 11 della Costituzione: l'articolo 11 consente limitazioni (non già cessioni) della sovranità nazionale solo in favore di altri Stati (e la BCE non è uno Stato) a condizioni di parità (mentre l'Italia è in subordi­ nazione alla BCE) ai soli fini di assicurare "la pace e la giustizia tra le Nazioni" (mentre i fini istituzionali della BCE sono diversi, di caratte­ re monetario e antiinflazionistico). Dopo il divorzio della Banca d'Italia dal Tesoro, avvenuto nel 1982, con la collegata finanziarizzazione del debito pubblico - temi di cui parleremo in seguito - la Legge Carli-Amato del 29 gennaio 1992, n. 35, nel mentre che l'opinione pubblica era distratta da Mani Pulite, dispo­ neva la privatizzazione delle banche di credito pubbliche e della Banca d'Italia. Lo Stato vendette ai privati le tre banche pubbliche "socie" di Banca d'Italia senza trattenere le quote da esse detenute in essa. Solo nel 2004 «Famiglia Cristiana», pubblicò l'elenco dei "soci" di Banca d'I­ talia, privati al 95% in violazione dell'articolo 3 dello Statuto allora vi­ gente, che prescriveva la maggioranza pubblica. Ciò aprì una questione
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Quando cedem m o la sovranità di legalità, cui Berlusconi, allora premier, cercò di dare una risposta nel senso del recupero della Banca dTtalia alla mano pubblica, ma fu stron­ cato, e, su richiesta del Governatore Draghi, nel dicembre 2006, Napo­ litano sottoscrisse il nuovo Statuto, che toglieva i limiti alla proprietà privata della banca centrale, legalizzando ciò che prima legale non era. Come accusa l'avvocato Paola Musu (autrice di una famosa denun­ cia penale contro Napolitano, Monti e altri per attentato all'indipen­ denza nazionale e alla Costituzione, di cui parleremo in seguito) nel suo comunicato del 16 maggio 2012, con la Legge n. 82 del 7 febbraio 1992, si stabilì che la Banca dTtalia potesse determinare unilateral­ mente, senza più concordarlo col Tesoro, il tasso ufficiale di sconto, ossia il tasso base per la determinazione dei tassi di interesse del cre­ dito - anche per il credito a cui ricorre lo stesso Stato. Quindi i ban­ chieri privati si sono messi a dettare quanto lo Stato deve pagare di interesse a loro stessi. Il successivo Decreto Ministeriale n. 561 del 13 maggio 1995 dispone il segreto su tutti gli atti di politica monetaria e valutaria. Questo segreto - continua l'avvocato Musu - è stato usato per nascondere le operazioni che hanno progressivamente condotto alla cessione della sovranità monetaria a un soggetto non nazionale e non parte dell'Unione Europea, quale è la BCE, gestita privatistica­ mente, con diritto di segretezza e criptazione, senza accountability, e virtualmente interdetta dal creare moneta addizionale per soddisfa­ re i bisogni delle economie dei Paesi membri. Ciò lascia ai medesimi, come uniche vie per dotarle dei mezzi monetari necessari, l'indebita­ mento (la vendita di debito pubblico sui mercati) o il realizzo di attivi commerciali con l'estero. Ma questa seconda via funziona soltanto per i Paesi molto efficienti e con basso debito pubblico e contenuta pres­ sione fiscale - essenzialmente, per la sola Germania, che infatti ha un'economia propulsa principalmente dalle esportazioni verso i partners europei. Il che, ovviamente, non fa che aumentare le asimmetrie e gli squilibri interni all'Unione Europea, fino a punti di rottura. Il «Times» dell'8 agosto 2006 pubblicava un articolo di Anatole Kaletsky dal titolo L'Italia si chiede se non sia l'ora di tagliare la corda, il qua­ le ricordava che, fino al 1997, quando il Governo Prodi portò l'Italia
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere nell'Euro, l'Italia aveva il tasso di crescita più alto tra i principali Paesi europei, mentre dal 1998 è passata dietro quasi tutti gli altri. Secondo Kaletsky, stare sotto la BCE diviene sempre meno sostenibile per l'Ita­ lia e da qui alle elezioni di primavera qualcosa dovrà per forza avve­ nire, anche perché «le simulazioni... basate sul Modello di Previsioni Economiche di Oxford, [ma anche dell'OCSE e del FMI; N .d.A] indi­ cano che, da un allentamento monetario, verrebbero [all'Italia; N.d.A.] grandi miglioramenti di pii, occupazione e finanza pubblica». Se la BCE, cioè Berlino, sceglie davvero di non concedere un allen­ tamento finanziario (cioè abbassare il tasso ufficiale di sconto), ma di imporre il suo diktat restrittivo, l'Italia legittimamente potrebbe, se­ condo Kaletsky e i giuristi angloamericani da lui citati, uscire da Ma­ astricht e tornare a emettere una moneta propria, la Lira, convertendo in Lire tutti i suoi titoli di debito pubblico emessi in Euro (come fece l'Argentina nel 2001, e analogamente a come convertì in Euro i debiti che aveva in Lire quando adottò l'Euro), anche quelli comprati da in­ vestitori esteri - che ne subirebbero un danno enorme. Nessun tribu­ nale americano o britannico, in base alle norme monetarie internazio­ nali vigenti e al principio generale di sovranità degli Stati, potrebbe condannare l'Italia per tale scelta. È vero che il Trattato non prevede il recesso di una delle parti, ma è anche vero che, nel diritto internazio­ nale, i trattati possono essere "denunciati", ossia ci si ritira da essi: di­ ritto di recesso. D'altronde, anche entro i trattati europei, è consentito il "procedimento agevolato di modifica": i capi dei governi possono, aH'unanimità, modificare le clausole senza consultare i parlamenti. Quindi possono anche introdurre, con tale procedura rapida e a porte chiuse, una clausola di recesso. Nell'ipotesi di uscita dall'Euro, in quanto al timore di svalutazio­ ne della nuova-vecchia, o meglio rinata, moneta nazionale post-Euro, ammetto che sussiste un margine di incertezza, e che si tratta di ti­ mori legittimi, ma soprattutto per i Paesi con cui l'Italia ha rapporti di concorrenza, o di debito, o di importazione, perché tutti questi Paesi ne sarebbero svantaggiati, Germania in testa - Germania che, infat­
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Quando cedem m o la sovranità ti, minacciosamente nel 2011 proibì a Papandreou di indire il referen­ dum sui restare o uscire dall'Euro: qualora la Grecia esca dall'Euro, sarebbe probabilmente imitata da altri Paesi periferici, debitori e im­ portatori nei confronti di Berlino, e potenziali competitori. Quindi doppiamente pericolosi per l'economia germanica, qualora riprenda­ no la libertà. Perciò ritengo che la Germania, gli USA, la grande finanza faran­ no molte cose per scongiurare la rottura dell'Eurozona e difendere l'Euro, proprio in quanto l'Euro e il Mercato Comune sono strumenti fondamentali per generare quelle distorsioni, quelle crisi, quei panici sociali con cui, su ambo le sponde dell'Oceano Atlantico, si spingono le nazioni - shock and awe doctrine - a rinunciare a ogni forma di so­ vranità e a sottomettersi a un ordinamento sovranazionale "europeo", autocratico e marcatamente elitario, in via di completamento, sui cui presto torneremo parlando di Meccanismo Europeo di Stabilità. L'uscita dall'Eurosistema sarebbe eseguita subitaneamente, senza preavviso al popolo, che altrimenti si tutelerebbe portando in Germa­ nia o Svizzera i propri Euro, mettendo così in crisi le banche italiane. Probabilmente si sceglierebbe, quindi un weekend allungato, oppure un "ponte". E un famoso giornalista televisivo, noto amico di Berlu­ sconi, che, sotto Pasqua 2012, si fa beccare con 2,5 milioni di Euro in banconote dentro una banca svizzera, ha dato proprio l'idea di una persona ben informata dai circoli interni del potere, la quale si preci­ pita, con la goffaggine dell'urgenza, a portare i soldi al sicuro.

N O TE___________________________________________________ I. Marco Della Luna, Oligarchia per Popoli Superflui, Cap. IX .

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CINA: UN CENNO

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tempi delle svolte incalzano. L'aquila imperiale migra. E si veste di giallo. L'oro ascende sempre più in alto. È oramai ovvio che USA, Europa e Giappone (come altri) non saranno in grado di rimborsare il debito pubblico e forse nemmeno di pagarne gli interessi a lungo, spe­ cialmente in caso di recessione. Però la Cina, con tutti i titoli del debito pubblico americano e tutta la merce che esporta negli USA, probabilmente interverrà per sostenerli. Per contro, non ha un motivo analogo per sostenere l'Euro. Gli USA, o meglio la FED, hanno dimostrato di saper imporre la lo* ro moneta "fiat", ossia non coperta, come moneta internazionalmente accettata, comprante e pagante, in enormi quantità, e senza provocare inflazione. L'unica altra superpotenza con grande forza monetaria e finanzia­ ria è la Cina, che quindi potrà fornire la nuova moneta di riserva e di scambio internazionale per dare credibilità-accettazione al sistema monetario globale dopo la consumazione di quella crisi. Preparata con decenni di false teorie macroeconomiche e deleterie politiche finanziarie mercatiste in Occidente e Giappone, alle quali è seguito il declino delle economie reali e dei conti pubblici, l'attuale crisi sarà forse il principale e finale strumento di sostituzione paci­ fica (per via monetaria anziché militare) degli USA con la Cina nella funzione di piattaforma tecno-economica della dominance sul mondo. Non nella funzione di garante della democrazia, che gli USA svolge­ vano nell'immaginario popolare. L'immaginario popolare oggi invoca sicurezza e stabilità, non democrazia e diritti politici. Questo rapporto di forza e debolezza in favore della Cina e in dan­ no dell'Occidente si è costruito lasciando l'Occidente e il Giappone all'automatico processo dell'indebitamento progressivo e irreversibile
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Cina: un cenno

generato dall'uso di monete-debito, ossia di un money supply intera­ mente generato con un corrispondente indebitamento verso il sistema bancario privato, soggetto a interesse composto e affiancato dal casi­ nò della finanza derivata. Per contro, la Cina disponeva di una banca di emissione statale e di una moneta sovrana. Grazie a tale moneta, il regime cinese ha potuto finanziare lo sviluppo interno e l'acquisto, anzi l'incetta, all'esterno, di materie prime, terreni, impianti, industrie - tempo fa, anche il porto del Pireo, in cambio del sostegno finanziario alla Grecia decotta e messa al­ le strette da Berlino. Inoltre ha comperato larghe quote di debiti sovrani. La moneta sovrana consente così al regime cinese il take-over dei centri di potere economico, quindi politico, su scala globale: fondazione di un nuovo impero. Comperando l'esorbitante debito pubblico USA e steriliz­ zandolo col metterlo a riserva, la Cina puntella, per ora, il Dollaro, quin­ di il sistema valutario internazionale. E puntella i consumi interni USA, anche a beneficio delle proprie esportazioni verso l'America. II lato de­ bole dell'economia cinese rimane lo scarso sviluppo della domanda in­ terna - ma se i consumi interni cinesi (e/o indiani) salissero a livello oc­ cidentale, avremmo un tracollo ecologico planetario. Recentemente pe­ rò, o forse perciò, si fa sentire, in Cina, il peso dell'indebitamento e una certa stretta alla liquidità, soprattutto per la piccola impresa, che non di rado deve ricorrere a usurai. Cresce anche il peso del debito pubblico. D'altra parte, continua a crescere l'attivo commerciale della Cina, mentre ingenti quantità di capitali si concentrano in essa come effet­ to compensativo del fatto che il governo cinese rifiuta di rivalutare lo Yuan per riequilibrare il forte attivo commerciale. Anche gli USA, in passato, grazie a Bretton Woods che istituì il Dollaro come moneta di riserva mondiale, avevano comperato mez­ zo mondo stampando carta, e sostituendo al momento giusto (ossia quando il Dollaro divenne troppo inflazionato) la copertura in oro con quella in petrolio (col divieto di vendere il petrolio contro valu­ te diverse dal Dollaro, pena l'anatema di Stato-canaglia e l'invasione militare con stragi di civili). Qualcosa di analogo, su scala minore, lo
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere aveva fatto anche la City con il Pound, quando era questo la moneta di riserva internazionale, cioè fino al 1929. Se ospitare l'Aquila imperiale toccherà alla Cina, ci saranno cam­ biamenti pesanti nel rapporto tra potere costituito e cittadini, perché quella è una plurimillenaria cultura impregnata di razzismo e doppia morale ("chi non è Han è inferiore"), refrattaria all'integrazione, stori­ camente esente da ideali e sensibilità democratici, liberali, umanitari, cristiani, rinascimentali, illuministi, garantisti, ecologici, bioetici, ani­ malisti (solo ultimamente il governo ha fatto togliere il gatto dal me­ nu dei ristoranti), in cui l'ultima grande rivoluzione ideologica prima dell'attuale capitalismo sviluppista imperiale, è stato il comuniSmo maoista, che ha eliminato settanta milioni di persone. Per un mondo in competizione neodarwinista globale, in forte esplosione demografica, dove si lotta per conquistare i mercati e ac­ caparrarsi le risorse in via di esaurimento, e i meno forti soccombono, e i più forti inviano eserciti non solo convenzionali, ma anche di contractors privati che operano al di fuori di ogni convenzione sui dirit­ ti umani, in un tale mondo, che è il nostro, i burattinai delle monete e degli imperi, dovendo trovare un adeguato sostituto degli USA nel ruolo di superpotenza regolatrice, non potrebbero fare una scelta più azzeccata dell'Impero del Drago Celeste. In un certo senso è rassicurante pensare che, in Cina, il costo del lavoro sta salendo del 20 % l'anno e che gli ultimi dati sono negativi: rallenta il pii (anche quello indiano, del resto), sale il deficit pubblico, spunta il deficit commerciale, il credito scarseggia, dilagano corruzio­ ne e crony capitalistaì, si segnalano parecchi casi di strozzinaggio... si può insomma sperare che, prima o poi, anche quello diventi un siste­ ma di media inefficienza.

N O TE__________________________________________________________________________ I. Cioè le imprese che prosperano grazie ad amicizie nel settore pubblico.

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LA QUESTIONE DELTRADIMENTO

l'opposto del principio totalitario, il principio democratico basato ul pluralismo e sui partiti riconosce, legittima e istituzionalizza il conflitto di interessi tra le parti del corpo sociale come realtà naturale e insopprimibile della società umana. La società comprende classi, cate­ gorie, gruppi, aventi interessi divergenti e contrapposti. Il principio de­ mocratico legittima il fatto che le diverse fazioni si costituiscano in un partito politico di riferimento (partito, appunto, implica l'idea di parte, non di totalità), che competano per il potere, che vada al potere un par­ tito o una coalizione di partiti che rappresenta una parte degli interes­ si nazionali, che governi come ritiene meglio (ovviamente, per sé e la propria base), sia pur entro limiti di garanzia, di principi e diritti fon­ damentali inderogabili. Il principio democratico legittima che una par­ te del Paese elegga, scelga o indirettamente nomini, l'esecutivo. E che anche il capo dello Stato sia scelto da una parte (una classe sociale, una categoria imprenditoriale, un'area geografica), quindi possa rappresen­ tare gli interessi di una parte della nazione e servire questi interessi a danno degli interessi di altre parti o della collettività generale. Ma il principio democratico legittima anche che un partito, un pre­ mier, un capo di Stato rappresenti e faccia interessi non di una parte del­ la nazione, di una parte entro la nazione, bensì di un altro Paese, di un po­ tentato straniero, ai danni del "proprio" Paese? Che operi per sottomet­ tere il Paese a potentati stranieri? O per renderlo obbediente entro una gerarchia di potere, in cui un banchiere centrale autocratico il 5 agosto 2011 manda un papello ultimativo, strictly confidential, al governo italia­ no, cui segue un commissariamento, o in cui vi è una potenza egemone, e vi sono Paesi a sovranità limitata, magari con 130 basi militari della su­ perpotenza egemone sul loro territorio? E che quando dice «adesso veni­ te a far la guerra per me», «adesso cambiate governo», «adesso togliete i dazi», «adesso finanziarizzate il debito pubblico e privatizzate la sovra­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere nità monetaria», va obbedito, e il ruolo dei capi di stato e di altre istitu­ zioni è di imporre al governo e al parlamento di obbedire, usando i loro estesi e incontrastabili poteri di delegittimazione e di (im)moral suasion? Insomma, vi è spazio per esprimere il sospetto o l'opinione, in una democrazia formale, che un dato premier, un dato capo di Stato, stia servendo interessi stranieri e non-nazionali, in contrasto con gli in­ teressi nazionali? Che faccia, in buona sostanza, da quinta colonna? Questa ipotesi, in relazione alla storia economico-sociale dell'Italia, è un tema esplorato molto concretamente e documentatamente da An­ tonino Galloni nel suo ultimo saggio, Chi ha tradito l'economia italiana? e nel precedente saggio il grande mutuo. Queste due opere indagano l'azione di potenze straniere pseudo­ amiche (USA, Germania) interessate a rendere l'Italia dipendente, o ren­ derla incapace di competere sul mercato, o a saccheggiarla. Indagano an­ che le complicità interne all'Italia verso questi disegni. Complicità che si concentrano nel principale partito della sinistra, il quale, in cambio della sua cooperazione a un vero e proprio sabotaggio dell'economia naziona­ le soprattutto attraverso l'annientamento della sua capacità progettuale, riceve riconoscimenti, aperture e favori. Mattei e Moro sono due casi le­ gati a queste vicende. E un terzo caso è l'arresto infondato dei vertici del Tesoro e della Banca centrale, Sarcinelli e Baffi, che faciliterà il divorzio tra questi due soggetti e la finanziarizzazione del debito pubblico agli inizi degli anni Ottanta, con la susseguente esplosione del debito pubbli­ co. E le privatizzazioni selvagge, le svendite delle partecipazioni statali, l'abbandono degli investimenti strategici in favore dell'espansionismo tedesco... «Gli interessi a realizzare lo scempio che si compì, esistevano - e Galloni1 indica la P2, certa finanza cattolica, Marcinkus "e altri"; poi sciorina i nomi di chi si oppose: Ciampi [che però poco dopo passerà all'altro fronte: p. 67; N.d.A.], Andreatta, Spadolini, Visentini, Scognamiglio, Cingano, Cuccia. Viene operata una trasformazione peggiorativa del Paese, che lo priva anche della sua capacità di investimento (soprat­ tutto pubblico, perché il suo costo era stato moltiplicato dal "divorzio") e progresso tecnologico, nonché di scelte autonome in politica economica.
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La questione d el tradimento Al contempo, lo Stato si assume l'onere di pagare per preservare la coesione sociale e territoriale del Paese attraverso la spesa assistenzialistica, la quale diviene, essa pure, ovviamente, troppo costosa da finanziarsi, a causa dei tassi speculativi cui lo Stato si è esposto, con­ tribuendo così al processo di indebitamento maligno del settore pub­ blico - e, aggiungo lo, al processo di diseducazione delle masse, che consoliderà diffuse aspettative, anzi pretese, di carattere parassitario, e in generale di avere un reddito stabile sganciato dalla propria pro­ duttività. Cioè una rendita, sentita come diritto. È risaputa, oramai, la faccenda del Britannia Party - quando, il 2 giugno 1992, a bordo del panfilo reale britannico alla fonda fuori Li­ vorno diversi personaggi politici e finanziari italiani ricevettero di­ sposizioni su come cucinare l'Italia e prepararla per un brutale takeover a opera e profitto di capitali stranieri, previa perdita di pote­ re d'acquisto della Lira. Mani Pulite fu usata per sviare l'attenzione dell'opinione pubblica da questa operazione. L'allora onorevole Pioli, autore della Prefazione di questo libro, denunciò in parlamento il ruo­ lo in questa vicenda giocato da Ciampi, nella veste di Governatore della Banca d'Italia, e successivamente divenuto Presidente del Consi­ glio dei Ministri, indi Capo dello Stato. Ma, come narra Galloni, il tradimento era già in corso da tempo. Fino all'inizio degli anni Ottanta i meccanismi di finanziamento del deficit pubblico (con emissione di titoli del debito) erano fondamen­ talmente due: «a) i cosiddetti vincoli di portafoglio delle banche che comperavano titoli a bassissimo interesse da porre nelle proprie ri­ serve matematiche (quelle fondamentalmente deputate a garantire la solvibilità "ordinaria" nei confronti dei depositanti, esclusi i casi di eventuali richieste di rimborso massicce); b) la richiesta di nuova mo­ neta alla Banca d'Italia che, certamente, era un istituto autonomo, ma che, a fronte di ragionevoli richieste di copertura delle spese ordinarie o eccezionali del Tesoro, accordava le nuove emissioni di banconote (ovviamente la Banca Centrale si sarebbe potuta opporre, ma, di fatto, ciò poteva avvenire solo per richieste eccessive o immotivate da parte dell'autorità politica)»2.
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Al fine di sottrarre alla classe politica il potere di decidere e finan­ ziare gli investimenti e la spesa pubblica, avvenne che un potere de­ cidente, un decisión maker, soprastante al sistema politico ufficiale, im­ pose airinizio degli anni Ottanta una riforma finanziaria dello Stato, nei seguenti termini: «Si adottò la doppia formula della diminuzione dei vincoli di portafoglio e deirintroduzione del cosiddetto divorzio tra Banca d'Italia e Tesoro: quest'ultimo non avrebbe più potuto ri­ chiedere la copertura della differenza tra spese e tributi alla prima, a tassi contenuti, ma avrebbe dovuto collocare i propri bonds sul mer­ cato aperto, pagando tassi di mercato. Le aste per l'acquisto, a condi­ zioni di mercato, dei titoli del debito pubblico necessari alla copertura delle spese, furono di due specie. All'inizio, le banche più importanti convenivano in un luogo dove apprendevano il livello della richiesta corrente di liquido da parte del­ lo Stato; come in una normale asta, se tutto il quantitativo offerto non veniva (liberamente) acquistato dalle banche, allora si procedeva a un aumento dell'interesse, finché l'intera asta non risultava esaurita, ma l'ultimo tasso - quello più elevato - si applicava su tutta l'emissione. In seguito si abbandonò questo tipo di asta, ma oramai i danni si erano prodotti: infatti si provocò, nel giro di pochissimi anni (a par­ tire dal 1983) un aumento spaventoso dei tassi di interesse che influì negativamente sull'intera economia, spiazzando molti investimenti produttivi e concausando la forte disoccupazione - anche giovanile di quegli anni che costrinse la classe politica a largheggiare con i vari strumenti di aiuto e sussidio a chi non aveva il posto o lo perdeva. Tale largheggiamento venne giustificato dal timore di una saldatura (che, in effetti, poi non avvenne) tra strati del cosiddetto proletariato del Nord simpatizzante con il terrorismo delle Brigate Rosse e il sotto­ proletariato e i disoccupati del Sud. E queste maggiori spese "sociali", non solo vennero finanziate a tassi di interesse elevatissimi, come se fossero stati investimenti produttivi, ma causarono anche il continuo spiazzamento delle spese necessarie dello Stato, specie per le infra­ strutture, in quanto i fondi pubblici (seppure artificiosamente e arta­ tamente), scarseggiavano. Trascinato, così, dagli alti tassi d'interesse,
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La questione d el tradimento il debito pubblico esplose in quegli anni e a ben poco valse - dopo il 1992 - la crisi dei corsi obbligazionari e dello stesso, squilibratissimo, progetto monetario europeo [...]» (ibidem). La sottrazione alla politica delle competenze strategiche di politica economica ha probabilmente contribuito assai allo scadimento qualita­ tivo della classe politica e delimito management pubblico, alla loro cor­ ruzione e degenerazione culturale e in senso parassitario, al loro con­ dizionamento per via giudiziaria, alla loro delegittimazione, quindi alla legittimazione del governo dei supertecnici di parte bancaria, cui i partiti politici e i sindacati, quasi tutti, danno ora copertura e legitti­ mazione in cambio del mantenimento dei loro privilegi economici. Dubbi di fondo sulla conciliabilità delle pratiche costituzionali adottate dal Quirinale e altre istituzioni con la costituzione e col prin­ cipio di democrazia sono oggi sollevati anche da un uomo di Stato co­ me Giulio Tremonti, il quale, adesso che è libero dagli impegni recita­ tivi di governo, ha scritto un libro in cui parla abbastanza liberamente di queste cose (L'Uscita di sicurezza), chiamando il bluff del pensiero unico neoliberista, che il potere politico difende e fa proprio anche dopo che con esso ha costruito il più grande disastro che la storia umana abbia mai visto, e si sottopone anzi, e con sé sottopone i popo­ li, al governo degli esponenti più ferrei di quello stesso pensiero. Tre­ monti esplicitamente denuncia questa operazione, e in particolare le nomine di gente come Monti a cariche di premier, come colpi di Sta­ to per instaurare un fascismo bianco o tecnocratico, oltre che per fare speculazione: «[...] "Milano Finanza" ha affermato senza essere smen­ tita che è stata proprio la Goldman Sachs ad avere iniziato l'ondata speculativa sull'Italia, vendendo massicciamente i nostri titoli di stato, facendo salire lo spread BTP-bund tedeschi a oltre 600, obbligando alle dimissioni il governo Berlusconi. Della stessa banca il premier Monti è advisor (si chiamerebbe conflitto d'interessi se qualcuno l'avesse normato). Appena insediato Monti (15 novembre), la Goldman inizia a ri­ acquistare i BTP forte degli interessi ormai prossimi al 7%. Guadagni incalcolabili. E Goldman non è nuova a queste mosse. Anni addietro,
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere quando c'era Draghi (ora presidente BCE) dicesi che suoi uomini truc­ carono i conti del bilancio della Grecia per permetterle di entrare in Europa. La Grecia ha seguito la stessa sorte: governo eletto mandato a casa, nominato l'ex vice presidente BCE, Papademos, dopo aver re­ presso con un impennata di spread il tentativo del premier uscente di indire un referendum popolare»3. È un pesante giudizio, etico e giuridico oltreché politico, anche sull'operato di Giorgio Napolitano (personaggio che, risaputamente, non ha avuto un avvio politico tra i più liberali e garantisti), in rela­ zione alla sua manovra di sostituzione del premier scelto dagli elet­ tori con quello scelto dai finanzieri, ma soprattutto al modello sociale che si sta implementando:
«Quando, manovrando il mercato finanziario e gli spread, il potere agisce sulla manopola del volume al risparmio; quando davanti alla crisi il potere, proprio il potere liberale costituito in nome del libero mercato, chiede che per pericolo e necessità sia proclamato lo "stato di eccezione"; quando per conservare i suoi interessi la finanza arriva all'ultimo stadio, mettendosi a governare in presa diretta facendo uso di tecnici che, loro sì, sono del tutto diversi dal popolo e perciò sanno cosa è bene per il popolo; quando arriva il Fondo Monetario Internazionale a ridurre la sovranità nazionale; quando è evidente che questo processo, essendo basato sulle stesse meccaniche che hanno causato la crisi, non la interrompe ma all’opposto la prolunga e la aggrava; quando, pur con tutte le sue colpe, chi è eletto non conta mentre conta chi non è eletto e questi conta proprio perché non eletto; quando il crepitare degli spread fa vacillare la fiducia in noi stessi e lo spirito dell'Unione Europea, allora è chiaro il rischio che emergano qua e là, e a partire proprio dalla civilissima Europa, i primi segni di un nuovo tipo di fascismo: il fascismo finanziario, il fascismo bianco».

Come possiamo gestire una simile situazione?
«Possiamo farlo partendo dalla separazione radicale e fondamentale tra economia produttiva ed economia speculativa, tutelando la prima e neutra­

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L a questione d el tradimento
lizzando invece la “bisca finanziaria” pianificandole una lunghissima mora­ toria, come nel biblico sabbatico, o avviandola verso un’ordinata procedura fallimentare, in modo che perda o paghi solo chi deve perdere o pagare e con noi; riportando la moneta nel potere degli Stati, in nome e per conto dei popoli, così tra l’altro stabilizzando i bilanci pubblici; ripristinando l’impero del­ la legge; avviando grandi piani di investimenti pubblici; soprattutto mettendo il cuore, la ragione e lo spirito al posto dei saggio di interesse, il pane al posto delle pietre, l'uomo al posto del lupo»4.

E io aggiungerei: dal punto di vista di chi si aspetta in generale il rispetto dei principi di democrazia, legalità e trasparenza, che cosa può esservi di più strano, del fatto stesso che l'indicazione di Mon­ ti a Napolitano non è venuta da alcuna fonte ufficiale e protocollare? Cioè, che non c'è stato un leader politico o un presidente di un ramo del parlamento, che abbia indicato al capo dello Stato proprio quel no­ me - nome che però è andato bene immediatamente, a colpo sicuro, tanto è vero che Napolitano lo ha nominato senatore a vita prima an­ cora di designarlo come premier? Il nome di Mario Monti è stato scel­ to dal capo dello Stato, o è stato a questi ordinato, magari da fuori dei confini nazionali? E gli interventi che Monti sta attuando non sono forse esattamente quelli prescritti all'Italia nella famosa lettera della BCE, che doveva rimanere segreta, e cui seguì la sostituzione del go­ verno Berlusconi e l'instaurazione del governo Monti, che quindi si ri­ vela esecutore di opachi disegni stranieri sulla testa degli italiani, che, nelle intenzioni dei poteri forti, neppure dovevano essere informati delle direttive dei burattinai? Che cosa c'è di costituzionalmente legit­ timo in questa vicenda? Si conferma che le decisioni istituzionalmente più importanti vengono prese a porte chiuse, in modo opaco e verticistico, e probabilmente all'estero. Si intravvedono, in tutto ciò, i linea­ menti della vera, cioè effettiva, costituzione internazionale e naziona­ le dei poteri e del comando. E si capisce il ruolo del capo dello Stato:
a) dispone di fortissimi poteri di deterrenza, di insabbiamento, di delegittima­ zione e di legittimazione verso premier, ministri, iniziative legislative, azioni

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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere
giudiziarie ecc.; se si mette ad attaccare qualcuno anche solo con ester­ nazioni, per non dire degli altri strumenti di cui dispone, lo può discreditare, isolare, abbattere; quindi è una figura molto temuto e rispettata; pensiamo a quando Scalfaro fermò certe indagini che riguardavano lui stesso e altri; b) i mass media e quasi tutti i personaggi in vista parlano di lui solo bene: tutto ciò che dice è saggio, giusto, esemplare, condiviso, intelligente, vero (anche quando palesemente non lo è); il suo passato è esaltato o, se com­ promettente, sottaciuto; i suoi insuccessi di pubblico (fischi, contestazioni, indifferenza) vengono nascosti; grazie ai suddetti poteri e alla suddetta aura di infallibilità e di intrinseca legittimità, nessuno (tranne coloro che so­ no comunque tagliati fuori dal Palazzo) lo contraddice o biasima, persino quando deborda dalle sue funzioni interferendo con la politica di governo, e persino quando se la prende con personaggi che agiscono col suo ap­ poggio; paradossalmente, quanto più i politici si azzuffano e sputtanano tra di loro, tanto più il Presidente, per contrasto a essi, appare immacolato e infallibile5 quindi idoneo a fare il "legittimatore di ultima istanza” del , sistema, per quanto corrotto: l’opinione pubblica è incline a credere che egli abbia sempre ragione e che incarni la legalità costituzionale; grazie a tale aura, egli ha la facoltà di far credere all’opinione pubblica che certe operazioni siano legittime anche se non lo sono, rimediando anche alla delegittimazione della classe politica agli occhi dei cittadini, ristabilendo fiducia popolare nel sistema; c) per tutto ciò, la figura giuridica del capo dello Stato, dall’ordinamento inter­ nazionale, è contemplata come strumento essenziale anche per far attuare allo Stato italiano le direttive delle potenze cui esso è sottoposto, facendo sembrare che non siano volontà esterne, ma manifestazioni della superiore saggezza propria del Presidente della Repubblica (pensiamo non solo alla lettera della BCE, al cambio di premier, ma pure aliimposizione all'Italia di partecipare alla guerra in Libia, voluta, per sete di petrolio, da Francia, Gran Bretagna e Washington, sebbene tale partecipazione fosse in clamorosa contraddizione col recentissimo accordo di amicizia tra Roma e Tripoli, quindi manifestasse la subordinazione gerarchica del Paese).

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La questione d el tradimento Come ha detto a Omnibus Piero Sansonetti il 24 aprile 2012, Monti non ha mandato parlamentare e copertura presidenziale, bensì man­ dato presidenziale (della Merkel, direi io, essendo Napolitano secon­ dario) e copertura parlamentare. La forma di governo è stata cambia­ ta: ora abbiamo una repubblica presidenziale con un presidente non eletto dal popolo, che dirige il governo e che agisce, a mo' di governa­ tore (Landpfleger, ossia "curatore del Paese", in tedesco), entro un'archi­ tettura costituzionale e gerarchica sovranazionale.

N O TE 1 Galloni 2011 p. 60. . , 2. Galloni 2007. 3. Dal Bollettino del Movimento “ 5 Stelle” Piemonte a firma del consigliere regionale Davide Bono, numero del 5 novembre 2011 . 4. Tremonti 2012, cit., pp. 13 s. 5. Però Napolitano si è esposto molto in prima persona, scegliendo Monti e appog­ giando la sua rovinosa politica, quindi rischia di bruciarsi assieme a lui, di non riuscire a separare la propria immagine e la propria responsabilità da quelle del suo primo ministro. Peraltro ha un’età tale, che può anche permetterselo. E ciò lo rende maggiormente “ libero”.

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MONTI E IL NUOVO MODELLO SOCIALE

A

lcuni trovano che Napolitano, statista lucido, per veri illuminati, nel 2011, vedendo che la finzione di democrazia e rappresentati­ vità popolare della politica ladra e incompetente non ingannava quasi più nessuno, e che quindi era divenuta un inutile costo per il potere costituito, l'abbia sospesa, sostituendo il premier scelto dal popolo so­ vrano nominale con un premier scelto dal capitale sovrano reale. Io non so come siano andate realmente le cose nascoste. Napolitano avrà l'imperituro merito storico di aver reso pienamen­ te visibile alla nazione il fatto che il potere costituito si fonda su quei fattori e non sulla rappresentanza del popolo e sul rispetto dei prin­ cipi costituzionali. Anzi, si fa forte della loro aperta violazione. È un potere di fatto, non di diritto: è potentia, non potestas. Si legittima, si fa rispettare, si fa votare dai parlamentari, mediante la violazione dei principi di legittimazione.

Il principio democratico, o meglio il compito di mantenere la facciata democratica dello Stato, Yopinio legitimitatis, è alle prese con il fatto, ap­ parentemente assurdo, che la stessa finanza internazionale che ha ca­ gionato, coi suoi falsi modelli mercatisti e coi suoi sistematici ricorsi al falso contabile e alle maxifrodi, a proprio tornaconto, l'attuale disastro - e vedremo approfonditamente come -, sta ora imponendo le sue ricet­ te e financo i suoi uomini, come rimedi emergenziali, alle nazioni che ha disastrato, e per far ciò fa sospendere la politica ordinaria. Le figure istituzionali dicono che bisogna affidarsi ai luminari delle grandi ban­ che perché essi avrebbero sia la competenza tecnico-scientifica richiesta dalla gravità della situazione, che la capacità di non sperperare le risorse demagógicamente e senza ottica di lungo termine, come invece farebbe­ ro i politici. Solo che le politiche dettate daÌYintelligentsia bancaria, basate sulla riduzione di deficit e debito attraverso tagli e tasse, e contempora­
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Monti e il nuovo m odello sociale neamente (in teoria!) sviluppo, da anni stanno fallendo, si rivelano con­ troproducenti, perché recessive, quindi peggiorative del rapporto debito/pil. Quanto più (apparentemente) falliscono, tanto più severamente le si applica alle loro vittime. Vedremo che anche il vantato vertice di Bruxelles del 28-29 giugno 2012 ha avuto un esito deleterio, una sinergia perversa. E non ha dato sollievo alla crisi dei debiti pubblici. In buona sostanza, viene mantenuto quell'equilibrio dell'instabilità e quella mobi­ litazione fiscale permanente, che sono le condizioni ottimali per i traffici speculativi della finanza internazionale. All'inizio del marzo 2012 non facevamo in tempo a dimenticare il crollo del settore auto (poi stabilizzatosi al 24% circa su base annua) e ad acclamare Monti per la riduzione dello spread btp/Bund (poi salito a livelli più alti di quelli del 2011), che l'Istat annunciava un + 41% del­ la cassa integrazione di marzo rispetto a febbraio e analogo aumento delle iscrizioni di disoccupazione. E poi crollo di consumi, fatturati, ordinativi per l'industria. Produzione industriale a febbraio: - 7% (in seguito, - 9%). Outlook generale di BCE e FMI: negativo. Il 15 luglio, dagli ambienti bancari viene divulgato un dato angosciante: V3 del­ le imprese italiane è a rischio di fallimento. Le manovre Salva-Italia portano al tracollo, imbonendoci inizialmente con effetti-annuncio e cali dello spread. Lo spread lo fanno scendere e salire ad arte, per il loro tornaconto, come il rating, gli speculatori internazionali. In particola­ re, lo hanno fatto salire - ormai è storia - per sostituire Berlusconi con Monti, quindi non ha valore oggettivo. Eppure ancora oggi si spaccia lo spread come misuratore principe della bontà di un governo, dicendo mendacemente che esso sarebbe l'indicatore oggettivo di affidabilità delio Stato in esame, mentre si sa, perché si è visto, che è gestito ad arte. Oppure le banche, alle aste, per ammonire il governo, lasciano invenduta una parte dei bpt o cct offerti (vedi, ad esempio, l'asta del 31 marzo 2012). Il 18 maggio 2012 un sondaggio di Swg dava la fiducia dell'elettorato in Monti al 35%, contro il 72 di pochi mesi prima. Ma se l'opinione pubblica, informata dai mass media, si mette a mi­ surare Monti sulle cose oggettive e che contano, ossia occupazione, inve­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere stimenti e consumi, allora scopre che la cura rigorista è stato come iniet­ tarsi l'aids per diventare snelli1. Altroché liposuzione! Inoltre, a marzo scattano le addizionali Irpef regionali e comunali, a decurtare le buste paga. E a giugno è arrivata l'Ici-Imu moltiplicata, prima rata, con saldo da calcolare al 16 dicembre. Ad aprile, il settore edile flette del 15,1% su base annua, e le vendite immobiliari del 20%. L'11 luglio la BCE dichiara che l'Imu aggrava la recessione italiana, e le stime sul pii sono di -2,4% o peggio, e Moody's declassa ulteriormente il debito pubblico italiano, prevedendo aumenti dei tassi e ritiro dei capitali stranieri e peggiora­ mento economico; giudica non realizzate le proposte riforme e nociva la situazione politica. A luglio 2013, l'iva salirà, pare, al 23%, se non si tro­ veranno altri 6 miliardi. All'inizio di aprile, Monti dichiarava che non ci sarebbe stato bisogno di altre manovre, ma subito dopo OCSE (Organi­ zaron for Economie Cooperation and Development) e «Times» lo smen­ tiscono: servirà altro sangue. Dappertutto si vedono negozi vuoti e che svendono con sconti del 50% e 70%. Sconti simili, ovviamente, uno li fa perché si prepara a chiudere. Tagli e tassi non sono stati equi, ma iniqui. Liberalizzazioni e semplificazioni sono risultati una beffa. Monti assicu­ ra che possano produrre un incremento del pii dell'8-10%. La manovra per la ripresa di giugno vanta 80 miliardi di fondi, ma dispone di un miliardo solo. Quella di agosto è pura velleità e nessuno le dà credito. Non è folle, quindi egli per primo non può credere in ciò che dice. Erano la seconda fase della sua strategia, la fase dello sviluppo dopo quella dei sacrifici. Un colossale flop - per chi si aspettava altro, ovviamente. Non controbilanciabile con il siluramento giudiziario e mediático della prin­ cipale forza di opposizione parlamentare, la Lega Nord. E immaginiamo quali potranno essere, di questo passo, le condizioni del Paese e la disposizione d'animo dell'elettorato, se si andrà al voto nel giugno del 2013.1 plausi dei "mercati" e dell'"Europa" sono i plausi dei creditori a un commissario liquidatore che sa far pagare il debitore, ven­ dendo o svendendo anche le sue cornee, se occorre - non a uno statista che salva il suo Paese. Ma qual è, dopo tutto, il Paese di Monti? A quale patria è più verosimile che sia fedele? All'Italietta con le pezze al sedere
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Monti e il nuovo modello sociale che lo fa senatore a vita, regalandogli 16.000 Euro al mese, o al Gotha della grande finanza mondiale (al Bilderberg, alla Trilateral Commission, alla Goldman Sachs, alla BCE che manda la letterina segreta)? Da quale dei due dipendono di più le sue fortune e il suo potere? Chi l'ha voluto premier in Italia: un potere nazionale o un potere straniero?
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Io credo che le due vere fasi che ha in mente chi decide per l'Italia sia­ no prima la recessione, guadagnando tempo per consentire ai grossi capi­ tali italiani di riparare all'estero, e poi la repressione della protesta sociale e l'instaurazione di nuovi strumenti repressivi legittimati dall'emergenza, con svendita degli assets pubblici pregiati ai capitali stranieri. Una repres­ sione che conterà sulla collaborazione di quelle categorie - parlamentari, alti funzionari pubblici, alti ufficiali, magistrati, grandi managers, vertici politici e sindacali - che, essendo ritenute ancora strumentali alla realiz­ zazione del piano, sono state tenute al riparo ieri dal taglio delle pensioni nel passaggio al metodo contributivo, poi dalla svalutazione degli stipen­ di nel passaggio all'Euro (rivalutazione degli stipendi), e oggi dalla rifor­ ma dei contratti di lavoro. Ma forse, al prossimo giro, verrà anche il loro turno, così come è già venuto quello di altre categorie che, fino a qualche anno fa, erano pur'esse strumentali quindi protette (privilegiate): bancari, impiegati e quadri pubblici e privati, liberi professionisti, artigiani... Veniamo a un vanto del governo Monti: la lotta all'evasione, molto me­ diatizzata con i raid della GdF in rinomate località turistiche, oltreché a Napoli, Roma e altre piazze, è presentata come se l'importo che si recupe­ ra si traducesse automaticamente in un beneficio collettivo, come se si re­ cuperasse una ricchezza che altrimenti sparirebbe - cosa che ovviamente non è. Se l'artigiano evade 100 Euro, non è che li distrugga, semplicemen­ te, li spende lui anziché lasciarli spendere allo Stato, ossia alla politica, a quelli cui Mario Giordano intitola il suo ultimo libro: Gli Spudorati2. Ma si sa che un conto è fare un accertamento di evasione, e un al­ tro è farlo confermare in commissione tributaria, e un terzo conto è riuscire a incassare. E ci vuol poco per capire che i soldi presi in più al contribuente semplicemente vengono poi spesi dalla politica anzi­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere ché dal cittadino, e che quindi il punto è se, per il bene della colletti­ vità, quei soldi li spende meglio la politica o il contribuente. Cioè se alla società quei soldi rendono di più (in termini di occupazione e di pii) se li gestisce il settore pubblico (per pagare l'auto blu agli ex pre­ sidenti delle Camere, o le ville del senatore Lusi, o gli appalti gonfiati della Protezione Civile, o il rimborso elettorale ai partiti a 4 Euro per ogni voto, o le migliaia di forestali della Regione Sicilia, o le siringhe al quintuplo del loro prezzo di mercato, e simili) oppure l'artigiano, il commerciante, l'imprenditore che li ha guadagnati, il quale li rein­ veste nella sua attività o li spende per comperarsi casa o l'automobile. L'impressione diffusa, molto diffusa, è che, fintanto che lo Stato spen­ de come spende ora, sia meglio per il Paese che l'economia produttiva evada molto. Infatti già ora la politica si prende il 55% del pii, quota che dovrebbe bastare per dare ai cittadini servizi scandinavi anziché africani; quindi il problema non è l'evasione fiscale, ma la mala gestio­ ne e le ruberie di politici, amministratori e burocrati. E ancora, specialmente con riguardo ai 12 miliardi che il governo di­ ce essere stati recuperati dall'evasione nel 2011, pari al costo della flot­ ta dei cacciabombardieri F35 in via di acquisto (tributo alla potenza occupante?), bisogna chiedersi che cosa succederà a un'azienda a cui il fisco vada a togliere una parte del reddito (reale o presunto, perché il fisco italiano presume il reddito anche se non c'è). Se il maggior prelie­ vo manda l'azienda in perdita, questa o chiude o emigra oppure alza i prezzi o le tariffe, producendo rincaro dei prezzi e, in seguito, svaluta­ zione monetaria. E le aziende che sono quasi in perdita sono la maggio­ ranza. Da un lato il governo alimenta la recessione facendo crollare i ricavi, dall'altro ti fa l'accertamento perché non ricavi abbastanza, quin­ di ti costringe a pagare tasse su redditi non percepiti oppure a chiude­ re, così crea spazi per la penetrazione delle imprese straniere e, ovvia­ mente senza volerlo, della mafia. Milioni di imprese italiane rimangono aperte anche senza fare utili perché danno lo stipendio ai titolari. Molte non falliscono solo perché evadono tasse e contributi. Un elevato som­ merso - un reddito aggiuntivo facilmente ricostruibile - ha svolto una
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Monti e il nuovo m odello sociale funzione ammortizzante rispetto alle tensioni sociali e occupazionali: molti posti di lavoro sono economicamente sostenibili solo se in nero. Un'efficace lotta all'evasione (reale o supposta) sprigionerebbe, quindi, seri conflitti, e già il recupero di 12 miliardi di evasione nel 2011 ha cer­ tamente mandato fuori mercato decine di migliaia di titolari di partite iva, che adesso stanilo chiudendo. E sempre più numerosi, decine e de­ cine, sono quelli che per tasse e insolvenze dello Stato si suicidano. Si replicherà che il governo, coi soldi recuperati dall'evasione, ridurrà le tasse. Falso. I politici, storicamente, non hanno mai - ripeto: mai, cioè nemmeno una volta - ridotto le tasse, le hanno sempre alzate. Ovvio: essi ne sono i primi beneficiari. Per loro, ridurle sarebbe ridurre i propri personali profitti, leciti e illeciti (quindi non può attuarsi la gamba del­ la ricetta liberista consistente nel taglio delle tasse). Le usano per le loro clientele e i loro business. Paghiamo ancora accise per la guerra di Abissinia e per il terremoto del Belice. Una volta, ogni volta, che si alza l'asti­ cella del prelievo fiscale, non scenderà più. "Pagare tutti, pagare meno" è falso. Sarebbe vero, se il fabbisogno fosse determinato oggettivamen­ te, se avesse un limite oggettivo. Ma non lo ha, perché le tasse prelevate sono un ricavo per la politica, che quindi tende, nel proprio interesse, a prelevarne sempre di più: essa guadagna sulla spesa pubblica, quin­ di quanto più spende, tanto più guadagna in denaro e in voti, consensi - soprattutto in fase di redistribuzione, di sussidii, che eroga in cambio di supporti. Prima lo Stato smetta di sprecare e lasciar rubare a politici, amanti e amici, e poi sarà legittimato a pretendere le tasse. Il fatto stesso che si parli di guerra al male dell'evasione delle tasse senza agganciarla alla guerra al male degli sprechi e delle ruberie che i politici fanno con i soldi delle tasse, la dice lunga sull'attendibilità e sull'impegno civico di chi lancia quelle campagne e le presenta come benefiche, e soprattutto sui suoi veri scopi. La "lotta all'evasione" diviene estremamente lesiva dell'economia na­ zionale in quanto congiunta al vincolo di pareggio di bilancio. Infatti, per compensare l'evasione, lo Stato ricorreva e ancora un poco ricorre all'e121

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere spansione della base monetaria attraverso la spesa a deficit. Quindi l'e­ vasione aveva il benefico effetto di forzare lo Stato ad ampliare il money supply, cronicamente insufficiente, mitigando così le conseguenze nega­ tive di questa scarsità. Ora che hanno tolto questa possibilità di spesa a deficit, e che introducono il vincolo costituzionale di pareggio di bilancio, l'evasione fiscale si tradurrà rigidamente e automaticamente in tagli della spesa pubblica e/o maggiori tasse e/o maggiori presunzioni di reddito, quindi avrà, anzi sta avendo, un effetto malefico già nel breve periodo. D'altronde, se guardiamo oltre i singoli episodi teatrali della GdF che fa le incursioni a Cortina e posti simili per controllare suv, Rolex e scontrini, chi dei due controlla e presidia più efficacemente il territorio: la criminalità organizzata o la polizia, cui lo Stato toglie la benzina per girare in strada, mentre paga milioni di stipendio ai grandi burocrati, compresi quelli addetti alla "legalità"? Andiamo, è chiaro che ci sono state scelte e patti, ovviamente molto prima di Monti, per spartire lo sfruttamento del territorio, comprendenti la cessione del controllo di ampie zone di questo, dove la criminalità viene lasciata spadroneggia­ re indisturbata e impunita sotto gli occhi delle forze "dell'ordine" - co­ sa che non potrebbe avvenire se non in base a una rete di accordi e di spartizioni. Tasse per le caste, pizzi per le mafie, mance per le guardie. Questa è l'equità - l'equilibrio dei poteri. Check and balances. Per concludere, anche per le politiche tributarie, per valutare se si­ ano utili o disutili, si deve fare il rapporto benefici/costi, ossia, con­ frontare l'aumento di gettito fiscale (beneficio) ottenuto con le misu­ re adottate, con i danni causati da tali misure, in termine di imprese chiuse, redditi cessati, lavoratori rimasti senza lavoro, imprese e capi­ tali che se ne vanno all'estero, riduzione del pii. Nel caso delle misure fiscali in esame, il bilancio è intuitivo. Mass media, UE, Quirinale, Monti stesso, con una tecnica di an­ nunci, hanno costruito una grande aspettativa fiduciosa verso il "go­ verno tecnico", che inizialmente ha fruttato ampio favore popolare:
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Monti e il nuovo modello sociale una bolla, che poi è scoppiata. Intanto, lo schiaffo indiano sui marò e lo sprezzo britannico suirincidente costato la vita a un italiano nel raid in Nigeria, e ancor più i ripetuti downrating e il trend ascensionale dei tassi sul debito italiano (i quali, anche dopo accordi europei cele­ brati come importantissimi, veleggiano presso il 6%), ridimensionano l'immagine di prestigio e forza internazionali di Monti, costruita dai mass media. Dimostrano che egli, fuori dall'Italia, non è autorevolis­ simo, non ha dietro di sé gli altissimi sostegni che alcuni gli attribui­ vano. Non è un gigante. È sub-élite, non élite. Livello intermedio. Ha vissuto sull'appoggio di altri poteri e sull'effetto degli annunci, otte­ nendo, grazie a essi, risultati alquanto labili e marginali, ma mancan­ do tutti gli obiettivi per i quali è stato imposto, dalla riduzione del debito alla riduzione dei tassi al rilancio del Paese. Se poi andiamo a vedere le sue opere "scientifiche", come economi­ sta, lo ritroviamo ancora più piccolo. Ha al suo attivo solo 13 pubbli­ cazioni, quasi tutte edite su un'unica rivista, e pochissimo citate nella letteratura internazionale. Quindi egli non poteva vantare alcun suc­ cesso come tecnico e scienziato, che giustificasse la sua nomina a pre­ mier, tanto meno in regime di sospensione della democrazia. Qual­ cuno si chiede con quali meriti, allora, gli abbiano dato una cattedra universitaria e poi il rettorato3. Inoltre da molti anni è ai vertici tec­ nici della UE, è stato persino commissario. Ebbene, se in tanti anni a quel livello non ha impedito o perlomeno denunciato gli squilibri che si stavano accumulando e che mettono ora in crisi l'Euro, delle due l'una: o non aveva le capacità tecniche per vederli, oppure voleva che si producessero. In ambo i casi, non era certo qualificato per fare il premier. Anche se nel suo primo discorso in tale veste ha negato di essere affiliato ai poteri forti, egli di fatto era international aàvisor della banca speculativa che, tra tutte, ha fatto il massimo danno, e che in particolare nel 2011 ha fatto partire la speculazione contro il btp ita­ liano, ossia Goldman Sachs, nonché responsabile per l'Europa della Trilateral Foundation e membro del potente consiglio direttivo del Bilderberg - componente, insomma, dei senati mondiali dell'economia. Solo un leggero conflitto di interessi, per Mario Monti, molto più
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere leggero di quello che si imputava a Berlusconi. Non è uno scienziato economico né un coraggioso statista né un premier innovativo, ma un esecutore modesto e freddo. Di fronte a un -2,6% del pii, a un -3,5% della domanda interna, e a un fallimentare -7,3% della produzione industriale su base annua, nel settembre 2012 Monti ammette gli effetti recessivi delle sue manovre di bilancio ma indica come male primario l'eccessivo costo della pro­ duzione per unità di prodotto (l'Italia è la peggiore dell'Europa a 27, e ha un costo al 135% di quello tedesco) esorta a trovare, entro un me­ se: pretesa assurda, dato che il differenziale costo della produzione è dato da fattori molto rigidi, o correggibili solo nel corso di anni: mag­ giori oneri fiscali, previdenziali, energetici; arretratezza tecnologica e infrastrutturale; prassi e mentalità parassitarle nella pubblica ammi­ nistrazione; posti di lavoro inutili, creati come serbatoio di voti e per la quiete sociale. Ad ogni modo, per ora, la bolla Monti si sgonfia ma non scoppia, anzi recupera, all'interno del Paese, non solo per la re­ cente riduzione dello spread, ma pure perché la sua immagine è soste­ nuta fortemente dal Quirinale - politicamente, questo è un governo Monti-Napolitano, anche in quanto a responsabilità -, dalla stampa e dai governi stranieri (la piaggeria dei mass media è arrivata fino a inventarsi che Obama avesse dichiarato che Monti governi bene), ma soprattutto perché protegge gli interessi di Confindustria e i privilegi della casta partitocratica in cambio dei voti in parlamento e quelli del­ le banche che rappresenta - vedi il voltafaccia dei primi di marzo sul­ le commissioni bancarie sull'accordato, ex commissioni di massimo scoperto, che la legge delle liberalizzazioni aboliva e poi non abolisce più, consentendo la loro applicazione alle banche che si adegueranno a fantomatiche norme di chiarezza, che formalmente tutte osservano. La bolla tiene anche all'estero, perché Monti promette, annuncia, "vende" etichette (liberalizzazioni, privatizzazioni, risparmi, spending review, virtuosità di bilancio) senza farle nella sostanza, e la folla degli operatori della finanza, almeno in prima battuta, segue gli annunci e le etichette, il nome delle cose annunciate, senza andare a vedere che cosa
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Monti e il nuovo m odello sociale stia dietro di esse, cioè la sostanza e gli effetti oltre il brevissimo termi­ ne. La BCE ha dato alle banche denaro all'1% con cui possono compera­ re btp che rendono il 5-6%: era automatico che aumentasse la domanda di btp e che lo spread calasse, inizialmente. Non c'è merito di Monti. Ma già a fine marzo lo spread rialza la testa perché si inizia a vedere concre­ tamente che la cura Monti ammazza il sistema-Paese con l'avvitamento « fiscale, lo rende già a medio termine incapace di far fronte agli interessi. E che essa lo deprezza e lo predispone a un take-over dall'estero. Nominato premier (in un modo costituzionalmente discutibile) dopo aver avuto da Napolitano la carica, la rendita e le guarentigie giudiziarie di senatore a vita, Mario Monti ha realizzato l'unica pos­ sibile formula per governare (e un po' riformare) l'Italia: una coalizio­ ne degli interessi dei banchieri degli assicuratori, dei petrolieri, degli alti burocrati, delle segreterie dei partiti (finanziamento pubblico, "rimborsi"4) tutelando i loro interessi e privilegi a spese di pensionati, pensionandi, risparmiatori, giovani, disoccupati, lavoratori - cioè del resto della collettività. Tutelare gli interessi dei partiti è ovviamente condizione per avere il loro sostegno parlamentare, per avere la mag­ gioranza. E per un governo senza una forza politica propria, racco­ gliere i voti degli altri è indispensabile. Il Paese, per sbloccarsi, per ritrovare fiducia in sé e nelle istituzio­ ni, per tornare a crescere, aveva bisogno esattamente dell'opposto di ciò che fa Monti: di tagli alla partitocrazia, al nepotismo, al clienteli­ smo, al parassitismo, alle pensioni d'oro, alle posizioni di oligopolio e monopolio, iniziando da banche e assicurazioni e pubblico impiego e spending review-spending cut e, soprattutto, senza ritardo, costi stan­ dard, o meglio costi ottimali, ossia i prezzi più convenienti sul mer­ cato. Quella che Monti sta facendo nell'estate 2012 non è una spending revieiv, perché si traduce in tagli lineari, non selettivi, che tolgono in pari misura alle regioni virtuose e a quelle sprecone, e perché colpi­ sce indifferenziatamente la spesa di enti virtuosi e di enti dissipatori - ad esempio, la spesa sanitaria e i posti di lavoro della Regione Lom­ bardia e quella della Regione Campania - premiando quindi i secon125

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere di. Inoltre, i suoi effetti di risparmio saranno ampiamente superati dagli effetti recessivi sul pii: è un atto di sabotaggio e dissoluzione dello Stato5. È da aggiungere che il governo ha ridotto la spesa cor­ rente del 3% e quella in conto capitale del 26%. Peraltro bisognerebbe distinguere - e neanche la Corte dei Conti lo fa - non tanto tra spe­ sa corrente e spesa in conto capitale, ma tra tipi di spesa più o meno produttivi in termini di ricchezza reale (non pii, che comprende anche le catastrofi) generata o preservata (con opere di manutenzione o di difesa idrogeologica): possiamo avere una spesa corrente buona (ma­ nutenzione, insegnamento) e una spesa in conto capitale sterile (opere pubbliche inutili). Ma se Monti avesse tentato una vera spending review, non avrebbe avuto una maggioranza in parlamento. Per tenere in pugno il pote­ re non poteva fare altro (almeno nel breve termine) che allearsi con i gruppi forti all'interno del Paese, rispettando i loro privilegi, il loro business di sprechi e inefficienze, anche se contrari al bene collettivo. E altresì coi gruppi forti all'esterno del Paese, anche se contrari all'in­ teresse nazionale. Intendo Vestablishment tedesco, i banchieri creditori dell'Italia, e in generale con la grande finanza, da cui egli proviene. L'alternativa era presentare una maxi-legge anti-casta e anti-monopoli, patrimoniale sui grandi patrimoni, abolizione delle poltrone delle società partecipate, spending review vera e costi standard subito, dimezzamento dei parlamentari e delle accise sui carburanti e abo­ lizione dell'Irap, misure per ridare credito alle imprese, ritiro dalle missioni di guerra, poi presentarsi in parlamento, lasciarsi negare la fiducia, appellarsi al popolo e alla forze armate contro questa partito­ crazia non rappresentativa degli italiani, previo accordo con l'attuale "vecchio" dei servizi segreti, e fare una seconda repubblica convocan­ do un'assemblea costituente. Con la minaccia verso Berlino di uscire eventualmente dall'Euro e dal Mercato Comune. Ma ovviamente era un'alternativa impercorribile. Anche perché gli sprechi pubblici (le siringhe pagate 1 a Milano e 5 a Palermo, i dipendenti pubblici die­ ci volte più numerosi in Sicilia che in Lombardia in proporzione agli abitanti, e via discorrendo) mantengono (parassitariamente) milioni di
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Monti e il nuovo m odello sociale persone, e porre fine a quegli sprechi comporterebbe lasciarle a secco, spingerle all'insurrezione. Bisognerebbe farlo gradualmente, ricana­ lizzando la spesa verso investimenti produttivi, e di pari passo ricon­ vertendo i lavoratori in funzione di questi investimenti. Monti ha rispettato la posizione oligopolistica di Rai e Mediaset - gli interessi di Berlusconi, quindi, che potrebbe togliergli il voto se Monti lo tocca nell'azienda. Le sue liberalizzazioni e le sue riforme sono tecni­ camente pessime e quantitativamente marginali. Esse si guardano bene dal toccare banchieri e assicuratori e grandi capitali. Così come le misu­ re per il risparmio si guardano bene dal toccare le 25.000 poltrone negli enti partecipati, o gli stipendi e vitalizi milionari dei burocrati-boiardi di regime, o le spese parassitarle per forniture alla pubblica amministra­ zione. Quelle spese sono l'alimento della partitocrazia, quindi tagliarle comporterebbe perdere il suo appoggio in parlamento. I tagli alle parti sociali deboli e gli aumenti delle tasse li ha fatti di corsa, con decreti leg­ ge, ma quando si è trattato della partitocrazia e della grande burocrazia, non solo non ha tagliato la spesa, ma ha allargato la borsa. «La Stampa» del 22 aprile 2012 annunciava che avrebbe autorizzato i sindaci ad au­ mentare del 10% i managers pubblici - cioè quegli uomini di partito che, solitamente senza competenze diverse da quelle del sottrarre soldi, sono messi dai capi politici locali a dirigere centri di spesa pubblica. Soprattutto, appare chiaro oramai che la mission dello statista spe­ cifico per questo Paese era rinsaldare e assicurare la governance del Pa­ ese, la continuità del potere costituito, la sottomissione del popolo, la coesione territoriale dell'Italia, secondo lo schema esistente, nel corso di un incipiente e prevedibilmente lungo periodo di recessione e im­ poverimento, finché la gente non si sarà adattata alla riduzione a uno stato di povertà, precarietà, sottomissione a un potere con cui non si discute, che all'inizio immancabilmente susciterà forti tensioni e crisi di consenso e impennata di opposizione anche violente. Per rinsalda­ re il potere costituito in Italia non si può fare altro che coordinare e non contrariare i poteri tradizionali che la comandano: partitocrazia, chiesa, mafia, banche, assicurazioni, massoneria. Anche se sono caste
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere parassitarle. Anche a costo di aggravare e prolungare la recessione. Non importa. L'obiettivo primario non è la ripresa, bensì mantenere il dominio del Paese, impedire svolte evolutive non programmate, im­ brigliare spinte liberatorie, portare la gente sotto nuove istituzioni e regole. Del resto, se un Paese (o un'azienda) perde competitività verso i Paesi (o le aziende) concorrenti, e se non può svalutare la moneta, de­ ve ridurre i salari e le pensioni: la soluzione deflativa. E così stiamo facendo cose devastanti per gli italiani, sebbene utili per la casta, ma soprattutto per i suoi referenti tedeschi. Anche l'infla­ zione riparte al galoppo, nonostante la recessione e il fatto che i con­ sumi sono crollati ai livelli di 30 anni fa. Supermario merita il premio Nobel per l'economia per il solo fatto che è riuscito a produrre un crollo della domanda e, insieme, un'impennata dell'inflazione - come dire, la botte vuota e la moglie sobria. Analogamente, è riuscito a produrre un aumento della pressione fiscale e una diminuzione del gettito, e altre­ sì un forte esodo sia di capitali che di lavoro. Il suo unico successo, la prova che fa bene e deve continuare, era che, con lui premier, "il merca­ to" ribassa lo spread. Ma questa giustificazione è durata poco: già nella primavera del 2012 lo spread è risalito sopra il livello di prima di Monti, e rimane alto nell'estate seguente, con tendenza a salire. Del resto, "il mercato" sono una quindicina di grandi speculatori, quelli che hanno dato la spallata a Berlusconi e hanno fatto nominare lui, e che si avvan­ taggiano delle sue politiche recessive. Quindi il calo dello spread signifi­ ca o significava semplicemente che a questi signori sta bene Monti e ciò che Monti sta facendo dell'Italia, non che l'Italia stia guarendo econo­ micamente. Fidarsi del rating dato da loro è semplicemente una scemen­ za. In effetti, da quando Monti è al governo, il debito pubblico italiano sta crescendo molto più velocemente di prima in rapporto al pii. In un Paese la cui economia stava morendo non per mancanza di capacità di produzione, bensì per mancanza di liquidità, di investi­ menti, di domanda, Monti ha tolto ulteriormente liquidità alzando le tasse e tagliando i redditi, così da abbattere la domanda e far salire i prezzi al consumo. Ha salvato le banche ricapitalizzandole ma sen­
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Monti e il nuovo m odello sociale za che queste ridiano liquidità al Paese. Ha preservato le sovvenzio­ ni all'industria e riformato nel suo interesse il mercato del lavoro. Ha protetto le rendite finanziarie e ha colpito con l'Imu (e poi con la ri­ duzione dal 15 al 5% delle deduzioni forfettarie per spese dai redditi da locazione) il settore edile, che è quello che fa ripartire l'economia, come ultimamente Ha dimostrato il fatto che il suo brusco calo del 3% ha innescato la recessione nel Regno Unito nella primavera del 2012. Un settore che era già depresso, con un mare di case e appartamenti e capannoni invenduti e sfitti: ora l'invenduto diventa invendibile, e le imprese edili indebitate con le banche falliscono. Anche la presente recessione, come già spiegato, origina da un ca­ lo del mercato immobiliare americano, che fermò il meccanismo del­ la crescita economica alimentata dal finanziamento per l'edilizia e dall'indotto e collegato di questa, nonché dal valore degli immobili usato come garanzia per procurare credito all'impresa e al consumo. Nei primi tre mesi del 2012, il calo dei mutui erogati per acquisti im­ mobiliari è del 47% rispetto al medesimo trimestre del 20116. Difficile quindi che tale mossa di Monti sia diretta a sanare l'economia italia­ na, sia pure in un disegno più vasto e non necessariamente malvagio e da respingere - un disegno che può essere a fin di bene, nel lungo termine, anche per questo sfortunato Paese. Monti ha colpito altresì il settore agricolo, trasferendo dal catasto rurale a quello urbano gli edifici colonici, e moltiplicando la loro tas­ sazione, così da incentivare l'abbandono delle campagne in un perio­ do in cui la produzione nazionale di cibo e biodiesel diviene un fatto­ re di sicurezza e indipendenza. Per fortuna, almeno le mafie saranno contente. Come spiega Roberto Saviano, in un'Italia privata di liquidi­ tà chi vince sono le mafie, perché le mafie hanno sempre soldi pron­ ti, da investire per comperare da chi svende per debiti, da prestare a usura per chi è lasciato a secco dalle banche, dal fisco, dai debitori in­ solventi. E ancor più per prendersi appalti e subappalti di grandi ope­ re pubbliche come la Tav, nella quale si sono introdotti da molto tem­ po, e lo documenta il giudice Imposimato nel suo celebre libro Cor­ ruzione ad alta velocità. E le mafie sono contente anche perché questo
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere governo non mette all'asta i beni che sono stati confiscati loro sotto il governo precedente - circa 25 miliardi di controvalore - preferendo attingere da salari e pensioni. E anche perché taglia alle forze dell'or­ dine la benzina per presidiare il territorio. A fine aprile 2012, le borse e lo spread bocciano la politica economica tedescofila di Monti e altri premiers non solo del Sud Europa, perché, passata la superficiale, iniziale euforia dei benefici del rigore, ci si sta avvedendo che è una politica che porta aH'avvitamento fiscale, quin­ di all'insolvibilità, e di conseguenza fa salire il premio di rischio, cioè l'interesse, sul debito pubblico. Il presidente della corte dei Conti, Lui­ gi Giampaolino, il 23 aprile ammonisce che le tasse di Monti causano una recessione tale, da mangiarsi 37 miliardi della manovra. La Banca d'Italia sostanzialmente conferma. Dal 2008, la produzione nazionale è calata del 23%. Nei primi tre mesi del 2012 sono cessate 146.000 impre­ se e si sono suicidati quasi cento imprenditori. Il Documento Economico-Finanziario prevede per l'Italia un ritorno alla crescita solo nel 2013 e solo dell'1% - ma si tratta di una crescita non endogena, bensì indot­ ta dalla maggiore crescita del contesto mondiale; quindi con quella previsione il governo ammette che la sua azione avrà un effetto neutro o negativo sul pii anche nel 2013. L'attuale pressione fiscale sulle im­ prese, prossima al 67%, congiunta alla moltiplicazione delle tasse sul­ la proprietà edile (Ici-Imu), ha reso impossibile la ripresa economica. L'Imu inoltre ha fatto perdere al patrimonio immobiliare nazionale tra il 20 e il 50% del valore, quindi almeno 1200 miliardi: immaginiamo bombardamenti a tappeto che abbiano raso al suolo H degli immobi­ li italiani. Cioè abbiamo distrutto ricchezza per 1200 miliardi, pari al 60% del debito pubblico, senza ridurre il debito pubblico, ma per incas­ sare qualche decina di miliardi di tasse in più. In tal modo, da un lato si favorisce acquisti sottocosto da parte dei capitali bancari e stranieri, e dall'altro si abbatte la classe media colpendola nei risparmi e progre­ dendo verso una società composta di pochi grandi ricchi, pochi fun­ zionari e simili a loro tutela, e per il resto di poveri e precari. Il piano di eliminazione dei ceti (e dei redditi e dei patrimoni) in­ termedi, a mio parere, è il seguente:
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Monti e il nuovo modello sociale
/ l’allarme finanziario (spread, UE, 8 CE, FMI) giustifica tagli dei trasferimenti agli enti locali e delle pensioni (sistema contributivo); / i tagli agli enti locali e alle pensioni (che tendono a Euro 480 al mese) da un lato "rassicurano i mercati" (quindi vengono legittimati), dall’altro generano e sempre più genereranno emergenza sociale; / l’emergenza sociale giustifica e giustificherà sempre più l’aumento delle tasse sul mattone (che non può fuggire all'estero) e sui redditi intermedi, so­ prattutto autonomi e di piccola impresa, che sono nella realtà tagliati dalla recessione, ma vengono dal fìsco presunti oltre la loro misura effettiva, co­ stringendo così le partite iva a cancellarsi o a pagare l’indebito o a emigrare; / lo recessione, i tagli ai redditi e ai servizi, la disoccupazione, l’insicurezza, susciteranno sommosse popolari, che a loro volta giustificheranno l’intro­ duzione di strumenti autoritari e polizieschi; / il tutto porta a una società composta da un'élite ricchissima e una popo­ lazione generale povera e insicura, disempowered, e fortemente repressa dal potere costituito.

I beneficiari diretti di queste misure finanziarie sono - ripeto - i capi­ tali stranieri che comperano sottoprezzo in Italia e che incassano gli in­ teressi e il capitale sui titoli del debito pubblico italiano da essi detenuto. Per rilanciare un'economia in recessione si sa che le vie possibili sono sostanzialmente tre, in teoria:
/ il metodo keynesiano di investimenti pubblici di tipo produttivo, anche a deficit che è l’opposto di quello dei poteri forti, e di cui neanche si paria, ufficialmente; / il taglio della spesa pubblica improduttiva e il trasferimento delle risorse così liberate agli investimenti pubblici; / il taglio della spesa pubblica improduttiva per realizzare sgravi fiscali come stimolo ai consumi privati e agli investimenti privati.

Monti non ha imboccato alcuna di queste tre vie. Ha imboccato quella dell'immobilismo, delle tasse della recessione e dell'inflazione,
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere col mantenimento dei privilegi di casta e della spesa parassitala. La sua spending review con un progetto di riduzione di 4,2 miliardi, su 230 per stipendi della pubblica amministrazione (3,3 milioni di dipenden­ ti), 140 per spesa per acquisti di beni e servizi da parte della pubblica amministrazione, 30 per investimenti, 20 per trasferimenti alle impre­ se (spesa pubblica totale: 830 miliardi, di cui 730 per spesa corrente e 70 per interessi sul debito pubblico; la spesa previdenziale è di 300 miliardi)7. Ma sappiamo che almeno il 50% di quei 140 miliardi va in sprechi, creste e frodi gestiti dalla partitocrazia, dai comitati d'affari e dalle mafie, è un'accettazione, se non una difesa, di questo sistema di produzione di consenso e rendite, la rinuncia ufficiale a cambiarlo, quindi a riformare il Paese. A fare le uniche riforme capaci di risanare il Paese. Non meno alta è la percentuale di sprechi, creste e frodi nelle opere pubbliche, e anche lì, se non si sono letti libri come Corruzione ad Alta Velocità del giudice Imposimato, ancora si aspetta che intervenga­ no perlomeno la Guardia di Finanza e qualche PM probo e coraggioso. Monti non può o non vuole, quindi, toccare la vera struttura e la vera stortura del Paese. I sacrifici che impone sono buoni solo per pro­ trarre l'agonia. All'inizio dell'estate del 2012, lo spread è alto e tende a salire, la recessione accelera, la spesa pubblica sale a oltre la metà del pii con aumenti di quella corrente, e la pressione fiscale sull'emerso è al 70% circa. Con siffatti indicatori, che cosa ci si può aspettare dai mercati, se non un'aggressiva speculazione contro i titoli pubblici, as­ sistita da opportuni declassamenti da parte delle agenzie di rating? Questo disastro lo spiega, dati alla mano, anche Guido Salerno Alet­ ta su «MF» del 2 maggio 20128: l'Italia, pur essendo leader europeo nell'avanzo primario, non ridurrà il rapporto pii/debito come prescrive il fiscal compact, perché è in pieno avvitamento fiscale (non cresce, anzi decresce, perde decine di punti di pii rispetto agli USA e ai BRICS). E a quel punto scatta il MES, e l'Italia o esce dall'Euro o passa sotto un di­ rettorio di finanzieri, con conseguenze sociali inimmaginabili. È chiaro, insomma, che non ci sono le premesse per un risana­ mento e un rilancio del Paese, e che quindi l'unica funzione concepi­ bile di un premier, oggi, è quella del curatore fallimentare, che mette
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Monti e il nuovo m odello sociale i creditori intorno a un tavolo a spartirsi gli assets di questo sfortuna­ to Paese - e gli assets sono soprattutto i risparmi e gli immobili dei suoi abitanti, che la politica erode con le crescenti tasse, e lo spazio di mercato lasciato libero dalle aziende cessate o emigrate. Praticamente lo Stato, i politici, stanno dicendo ai cittadini: finché avete qualcosa, avete il dovere morale e giuridico di pagare più tasse, perché noi con­ tinuiamo a sprecare (rubare) e non intendiamo smettere anche se ciò sta portando in rovina il Paese. Dall'altra parte ci sono quelli che si suicidano per tasse, e l'effetto che sulla psiche collettiva esercita il ve­ dere gente che si brucia viva per una cartella di Equitalia. Si conferma dunque l'assioma che quanto peggio vanno le cose, tanto più la politica deve spendere (quindi tassare) per comprare consensi clientelari mediante spese improduttive, a spreco e a cre­ ste, e ciò fa andare ancor peggio le cose, quindi ancor più il gover­ no dovrà pagare i consensi tassando e facendo o permettendo spesa improduttiva. È una spirale, un feed b a ck positivo, auto-amplificante, che matematicamente porta al tracollo del sistema-Paese. Se si mettono soldi di nuove tasse o vendite di beni pubblici in ma­ no ai partiti in questa situazione, i dirigenti dei partiti li usano, nel migliore dei casi, per ricomprarsi i consensi perduti soprattutto ap­ poggiando Monti. Pdl e PD ne hanno un bisogno estremo, quindi possono allearsi su questa campagna di saccheggio. Insomma, al rovescio di quanto viene propagandato, chi decide per l'Italia non sta affatto liberando l'Italia dalle strutture di inte­ ressi ingessanti e consolidate. Sta facendo esattamente il contrario: sta rafforzando proprio queste strutture. Sta rendendo più efficiente l'establishment. Non si cura dell'efficienza del Paese, ma dell'efficienza del sistema di potere sul Paese. Del resto, aspettarsi liberalizzazioni dall'esponente di un cartello bancario globale, cioè di un potere mo­ nopolistico, è un controsenso. Fa riforme sulla carta, solo per poter annunciare che l'Italia ha fatto "i compiti a casa", quelli prescritti dal­ la famosa lettera della BCE, ma senza curarsi del contenuto e degli ef­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere fetti delle riforme, di ciò che sta dietro l'etichetta, del reddito, quindi della solvibilità, del Paese a medio e lungo termine. Ma gli operatori di borsa notano tali lacune, e le sanzionano. La bolla Monti sembra una delusione programmata. Programmata, assieme alle misure recessivanti, anzi depressive, alle misure anti-ripresa, al fine di creare frustrazione, disinganno, sconforto e passività nella popolazione, cui viene martellantemente lanciato il messaggio «siete cicale, siete spreconi, avete speso troppo, avete colpa della crisi, dovete espiare, dovete patire, dovete pagare più tasse, dovete scordar­ vi i diritti». Sulla prima pagina del «Corriere della Sera» di domenica 25 marzo 2012, Piero Ostellino osservava che la pressione fiscale in­ staurata dal governo Monti rende impossibile non solo la ripresa, ma la stessa uscita dal trend recessivo. Nelle pagine interne, si annuncia che la fiducia degli italiani in Monti è scesa al 44%. So che il «Corrie­ re» tradizionalmente sa fiutare l'aria, sa quando il vento sta per girare. Quel che non so è se girerà in tempo per evitare che la nave finisca sugli scogli. Intanto, il 4 aprile il «Wall Street Journal» osserva che il rigor Montis risulta controproducente, bloccando la possibile ripresa. Contemporaneamente, il presidente del Fondo Monetario Internazio­ nale, Christine Lagarde, lancia un monito nel medesimo senso. Queste due ultime critiche vengono da un livello tale, da suonare come un serio ammonimento a un Monti intento a pilotare l'Italia a un naufragio gestito, che la renderà facile preda dell'oligarchia finanziaria globale: aziende strategiche, banche, servizi in regime monopolistico (acqua, energia, rifiuti). Facile preda anche nel senso di popolazione rassegnata, piegata, svuotata di capacità di resistenza e reazione orga­ nizzata. Marchionnizzata. Governabile mediante controlli capillari in­ formatici, mediante la prepotenza degli apparati, mediante la paura e gli allarmi, mediante l'ansia quotidiana per i bisogni fondamentali. Nel marzo 2012 un sondaggio di Renato Mannheimer rivelava che la fiducia degli italiani nei loro politici era al 4% - e un tale livello, a prescindere da ciò che ha fatto Napolitano, esclude che vi possa esse­ re una rappresentatività democratica, quindi una legittimazione (de­
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Monti e il nuovo m odello sociale mocratica) del potere e dei suoi atti, perché la classe dei rappresentan­ ti è disconosciuta dalla classe dei rappresentati. L'11 aprile, Mannheimer, nella trasmissione Prima Serata di Bruno Vespa, comunicava che, secondo i suoi sondaggi, il 60% degli italiani riteneva inefficaci le misure del governo Monti, e solo il 20% efficaci, mentre la fiducia nella politica era scesa al 2,1% - dati che cambiano, che relativizzano il valore del 50% di consensi popolari che altri sondaggi in pari data attribuivano al governo9. Poco più di 30 giorni dopo, I'Swg (Istituto di sondaggisti) dava la fiducia in Monti al 35%. Quindi, se si sta ai principi della democrazia e della legalità, con que­ sti livelli di consenso nella politica, lo Stato non è legittimato a imporre tasse, perché non rappresenta i cittadini. Le prende per forza, non per diritto. Non che prima fosse diverso, non che prima il parlamento, i po­ litici, le maggioranze rappresentassero il popolo (il parlamento del porcellum, dei nominati, non può rappresentarlo, per definizione). Anzi, si facevano i loro interessi a sue spese. Ma si manteneva la finzione, la ma­ schera. Nell'autunno del 2011 Napolitano l'ha strappata. Niente è cam­ biato nella sostanza, ma oggi il reale è più visibile. C'è meno ipocrisia. In contrasto, anzi in sfida aperta a tale carenza di legittimazione dello Stato, poteri che la consuetudine teneva divisi, ora sono concen­ trati in una sola super-persona nominata e non eletta: presidenza del consiglio dei ministri, ministero del bilancio, ministero del tesoro, e soprattutto la delega per i servizi segreti, che neanche Berlusconi ave­ va tenuto per sé - tutto ciò è in mano a Monti, il quale solo nel luglio 2012 ha ceduto il Ministero dell'Economia a Grilli. Nell'autunno, dal continuo peggioramento dell'economia reale, dalle continue cilecche del governo, e dal crescente rischio di rottura del l'Euro sistema, appare chiaro che Monti ha fallito rispetto al pro­ gramma dichiarato, al programma di facciata. Appare per contro più verosimile l'ipotesi che il suo programma reale, in linea peraltro con quello dei governi precedenti, almeno da Amato in poi, sia proprio quello di liquidare il sistema-Paese, trasferendone le migliori risorse
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere industriali, professionali, tecnoscientifiche e capitali nelle aree euro­ pee più produttivamente valide. Ossia, constatato che il sistema Ita­ lia non è risanabile (per la presenza di una partitocrazia e una buro­ crazia tecnicamente inette e dipendenti inestricabilmente dalla spesa clientelare per la propria sopravvivenza, e che non sono sostituibili elettoralmente perché hanno occupato tutti i meccanismi elettorali), quindi non è integrabile in un sistema continentale o più ampio, si estingue quel sistema nell'unico modo possibile, ossia togliendogli i soldi, il reddito, mediante recessione e tasse e fuga dei capitali. Poi lo si vende o svende a pezzi a capitali esteri, che lo governeranno e ri­ formeranno dall'esterno, secondo i propri tornaconti. Monti non è un economista bravo che fallisce perché incompreso, né un economista brocco che fallisce perché dogmatico e incapace, ma è un ingegnere sociale che esegue, assieme ad altri, con successo, un lavoro di demo­ lizione e ricostruzione, entro un progetto di lungo termine e ampio respiro, per la riorganizzazione mondiale della finanza, dell'econo­ mia, della politica, dei diritti - o non diritti - sociali, politici, civili. Un progetto che si manifesta oramai abbondantemente, e che usa la ma­ nipolazione del mercato, l'imposizione di fallaci modelli macroecono­ mici, i conseguenti allarmi e disastri economico-sociali (shock and awe doctrine) quali strumenti di lavoro, come lo stesso Monti ha conferma­ to nella nota intervista in cui dice che le crisi sono utili per portare avanti determinati disegni di costruzione europea. Monti ci ha dato un'ulteriore conferma di essere operatore di questo grande disegno calato dall'alto nell'intervista concessa a «Der Spiegel» e da questo pubblicata il 5 agosto, nella quale egli dichiara che, per evitare che la costruzione europea vada in pezzi (das Auseinanderbrecherì) biso­ gna che i governi operino con più indipendenza dai parlamenti, e che anzi li "educhino" (Monti usa il verbo erziehen, che significa adulti che educano bambini, non attività di istruzione o formazione, indicate in te­ desco da altri verbi, ossia, rispettivamente, bilden e ausbilderì). Tali ester­ nazioni hanno suscitato scandalo trasversale in Germania, perché chia­ ramente antidemocratiche, elitiste, paternalistiche, in linea con la dichia­ razione da stato etico fatta da Monti all'inizio del suo mandato, di voler
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Monti e il nuovo m odello sociale cambiare la mentalità degli italiani. Una gaffe terribile, che fa il paio con quella deirintervista concessa al «Wall Street Journal», e pubblicata poco dopo, consistita nel dire che, se invece di lui fosse rimasto premier Ber­ lusconi, ora lo spread sarebbe a 1200 circa. Gaffes che fanno concorrenza a quelle, francamente patologiche, in cui era incorso Berlusconi ripetutamente. Un ingegnere sociale che non sappia nascondere di essere tale, e che anzi dichiari al pubblico di un Paese che ha vissuto già l'ingegneria sociale del nazismo, di volere fare operazioni di ingegneria sociale, com­ mette un errore madornale, inconcepibile, e rivela di avere un carente contatto con la realtà, di non capire gli effetti che le sue parole hanno su­ gli altri. Riflettete: Monti si suppone si rivolgesse, attraverso B er Spiegel, all'opinione pubblica tedesca per indurla a concessioni in favore dell'I­ talia. Ebbene, ciò che ha detto suona così, ai tedeschi: «Se volete evitare la fine dell'Euro e del Mercato Unico, bisogna che il vostro governo si imponga sul parlamento, proprio come ha fatto il mio, e usi i soldi del contribuente tedesco per pagare i debiti delle cicale». Un messaggio in­ decente per i tedeschi, con la sua vena ricattatoria e il suo invito all'autoritarismo. Per appellarsi a loro in un tale modo controproducente bi­ sogna aver perso i contatti (a meno che si abbia in mente un altro scopo - la rottura, lo scontro). Anche Supermario è affetto quindi da qualche problema del tipo che veniva imputato a Silvio ai tempi delle sue peg­ giori sortite, oltre alla vistosa inflazione dell'ego, alla sopravvalutazione, talora involontariamente buffa, delle proprie capacità e del proprio de­ cantato standing mondiale, a fronte delle sue palesi inadeguatezze? C'è forse un mostro intorno a Mario Monti: la paranoia del potere? Intendo, quella acutamente dissezionata da Elias Canetti nel suo capolavoro Mas­ se und Macht, con particolare riferimento a Muhammed Tuglak Kahn, sultano con poteri assoluti, che esercita in un'estensione tale da perderne il controllo ed essere travolto? Su questo tema, scrive una brillante ami­ ca, medico psicanalista di Padova, Regina Biondetti:
«lo non penso che ci sia un mostro in Monti e neppure che Monti sia paranoi­ co (penso che non esista il soggetto paranoico). Ritengo però che gli enunciati che si è trovato a formulare in quell'intervista siano enunciati paranoici. Quan­

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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere
to poi lui ci creda realmente, li assuma, facciano parte del suo discorso, non si può dire. M i ha colpito il punto in cui Nigel Farage [eurodeputato britannico euroscettico; N .d A J parla dell'arroganza del potere e della sfacciataggine di Monti, nel loro incontro nei Parlamento Europeo: “lo sono in carica, che vi piaccia o no. Le cose saranno fatte in questo modo. Come io dico", lo sono in carica, io ho il titolo, io sono l’autorità, lo dico, io faccio, io decido. La paranoia. La fantasia di potere, di padronanza sulla decisione, sul pragma, sul fare. La legge è la mia legge, lo faccio la legge, lo sono la legge. Senza alcuna legittimazione. Senza elezione. Un potere fuori della parola, della legge e dell'etica. Anziché il potere della pa­ rola, il quale proviene dal funzionamento delle cose, dall’ umento di autorità, a di capacità decisionale, di assunzione di rischi, dal lavoro serio, dalla traversata delle difficoltà, e dall'insegnamento che viene dagli sbagli e dagli errori. Un potere che è come se fosse stato consegnato gratuitamente e irragione­ volmente a costoro dall'insipienza dei popoli, accompagnato dall’ altrettanto gratuito omaggio di gran parte della ricchezza frutto del proprio lavoro, accet­ tando la truffa del signoraggio. Più oltre Farage nota che «sei mesi fa qui c’era una sorta di sensazione di pani­ co» e come ora sia venuta meno qualsiasi forma di paura, di panico. Eliminata ogni paura, cioè ogni istanza della legge. Che sia riuscita la manovra di volgere la crisi incontrollabile, che avrebbe potuto evidenziare la grande truffa che ne sta alla base, in crisi irrisolvibile, perpetua, e per di più di fare diventare questa stessa “crisi perpetua una nuova forma di governo''deve aver dato alla testa. ",Se è riuscito questo, allora tutto è possibile!”. In "un Paese delle dimensioni dell’Italia, aver messo a capo una persona come Monti, che ciò sia realmente accaduto". Che l'Italia abbia accettato senza reagire... "Se è riuscito questo, allora tutto è possibile!”. Paranoia pura. M i chiedo: non è che noi in questo modo, con questa accettazione passiva, oltre a impoverire noi stessi e la nostra nazione, corriamo un rischio ben più grande, quello di alimentare una paranoia con effetti del tutto imprevedibili?».

Con Monti, ma ancor da prima con Berlusconi e Marchionne, sta pro­ cedendo una profonda riforma della mentalità e della società, che la po­

Monti e il nuovo modello sociale polazione accetta, aiutata dalla paura e dagli allarmi, senza opporre resi­ stenze importanti, anche perché oggi non vi sono grandi partiti popolari organizzati. I tratti essenziali della trasformazione sono in parte notori. Nel campo politico, della costituzione materiale, abolizione o sospendibilità del principio rappresentativo democratico decisa da parte di soggetti non eletti (nazionali ed esteri), fine o derogabilità dei princi­ pi anche fondamentali della Costituzione (sovranità popolare, indipen­ denza nazionale, primato del lavoro) a vantaggio di organismi non elet­ tivi, controllati da altri Paesi, e in cui l'Italia conta poco, e subisce deci­ sioni prese da partners controinteressati, e soprattutto dalla Germania, dietro organismi autocratici e irresponsabili come BCE e ESM/MES. Nel campo del lavoro, esposizione alla concorrenza di Paesi prati­ canti il lavoro sottopagato, precarizzazione, bassi salari (sotto la sussi­ stenza), basse pensioni, differibilità discrezionale del pensionamento, limitazioni alla rappresentanza e alla libertà sindacali, prevalenza da­ toriale di fatto rispetto al sindacato, esclusione dei sindacati che non firmano il contratto formulato dall'imprenditore persino dall'uso della bacheca aziendale, legittimazione del demansionamento (principio di fungibilità: l'imprenditore, per contratto, può cambiarti mansione, an­ che riducendola, a sua discrezione), riduzione degli stipendi, allunga­ mento degli orari, taglio dei benefits, taglio della formazione. Vengono costituiti sindacati aziendali (sottoposti a forte condizionamento dato­ riale), che stipulano contratti aziendali in luogo di contratti collettivi nazionali, intorno al principio che i lavoratori dell'azienda sono in com­ petizione coi lavoratori delle aziende concorrenti, nazionali ed estere, e che chi perde nella gara rischia licenziamenti o chiusura. Quindi si mettono lavoratori contro lavoratori. Divide et impera. Il principio ideologico sottostante è che non c'è contrapposizione di classe o di interesse tra capitalista e prestatori d'opera: siamo tutti imprenditori, perché siamo tutti amministratori delle nostre personali risorse, e parliamo tutti il medesimo linguaggio - quello del denaro 139

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere e perseguiamo tutti il medesimo fine, ossia il profitto. Quindi non ha senso parlare di conflitto di classe e chi lo fa è egli stesso senza senso, un estremista, o un folle, da emarginare. C'è un unico conflitto, che non è un conflitto ma è tutta salute: la competizione di tutti e tra tut­ ti nella redditività, ossia nella capacità di remunerare di più l'investi­ mento, secondo però l'orizzonte che di seguito si delineerà.

N O TE 1 Il giornalista economico tedesco Udo Gumpel, intervistato, alla domanda se Mon­ . ti stia realizzando un modello economico tedesco in Italia, ha risposto di no, che sta piuttosto realizzando un modello cinese, ma senza le garanzie sociali di quello cinese. Aggiungo che, essendo il modello tedesco un modello che si sostiene sulle esportazioni verso i partners europei, non sarebbe possibile che un tale modello fosse realizzato anche da questi, proprio perché non vi sarebbe più possibilità di esportare nellambito europeo. 2. Mondadori, Milano 2012. 3. {http://www.rischiocalcolato.it/20l l/l l/prof-mario-monti-lunico-economistacon-una-sola-citazione-scientirica-in-tutta-sua-vita.html). 4. Si rammenti che i “ rimborsi elettorali” vengono pagati senza controllo dell’effettiva spesa, che solitamente è molto inferiore sicché i partiti ci guadagnano non poco, vanno fino a 5 Euro per voto (un Euro in Francia e GB), e ammontano a circa 290 milioni l’anno. Solo per le elezioni politiche del 2008, i partiti intascano 500 milioni. Tale generoso compenso, congiunto ad altri rimborsi e sussidi, funziona sempre più chiaramente come il corrispettivo della collaborazione o non opposizione dei partiti politici a disegni sviluppati da interessi esterni a essi e al Paese. Per come si delinea mentre scrivo, la riforma dei “ rimborsi elettorali” a seguito degli scandali Lusi e Beisito, per pratiche che tutti peraltro da sempre conoscevano, esprime la concordia dei tre partiti di maggioranza di non cambiare le cose nella sostanza, senza che Napolitano o Monti si oppongano a tale disegno. 5. Luigi Tedeschi, Lo spread, la recessione e la dissoluzione dello Stato, in «Italicum» maggio-giugno 2012, prima pagina. 6. Il direttore del Censis, Giuseppe Roma, intervistato da Oscar Giannino per «Radio 24 Ore», il IO luglio 2012 ha dichiarato che tale enorme flessione, seguita a una già rilevante nel precedente anno, è dovuta più al calo di richieste da parte della gente {insicura, pessimista per il futuro, scoraggiata dalle crescenti imposte sulla casa, compressa nei redditi) che a una minore capacità di prestare delle banche {dovuta a minore raccolta attraverso i depositi e le obbligazioni, a problemi di patrimonializzazione a requisiti di merito creditizio più elevati), lo non so quale delle due cause

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Monti e il nuovo m odello sociale
sia preponderante, ma aggiungo una terza causa, ossia la decisione delle banche di impiegare i loro fondi in attività finanziarie, speculative, piuttosto che nel credito. Le banche italiane si stanno ritirando anche dal settore deile fìdejussioni per gli appalti di opere pubbliche, la Garanzia Globale di Esecuzione, ossia il performance bond che le imprese devono fornire alla stazione appaltante pubblica a garanzia del loro adempimento degli obblighi contrattuali. 7. «MF», 12 giugno 2012, p. 12. 8. Prodotto nazionale lordo - variazione percentuale 2008-2017: Italia -1,7, G er­ mania + 8,8, Francia + 10,2, U SA + 20,3, Cina + 116. Con differenze del genere, l’Italia esce definitivamente dal Primo Mondo. 9. Questa discrepanza di dati è un esempio di come i sondaggi vadano presi con le molle, e di come le risposte della gente siano sovente contraddittorie: infatti, vi è una chiara contraddizione tra il dichiarare un 2,1% di fiducia nella politica, un 20% di fiducia nell’azione del premier, e un 50% di gradimento verso il medesimo premier. Sovente le persone intervistate hanno realmente idee tra loro contrad­ dittorie, sovente non sanno che cosa pensano, sovente dichiarano non ciò che pensano ma che ciò che pensano sia più apprezzato, sovente dichiarano una cosa o il suo opposto a seconda di come venga loro prospettata la questione. Di con­ seguenza, tra l’altro, ci si è accorti che chiedere alle persone che cosa preferisco­ no e basarsi sulle loro risposte dirette, porta a seri errori di marketing politico e commerciale (ad esempio, a produrre beni con caratteristiche che la gente dichiara di desiderare, ma che poi non compera). La materia è approfondita in Neuroschiavi (Macro Edizioni, Giugno 2009), Capp. 2 e 5. Va anche considerato il fatto che i sondaggi e le statistiche sono non di rado manipolati.

BUDGETISMO, SHORT TERMISM E ALTRO

ltro tratto di questo nuovo modello sociale e lavorativo, è il budgetismo associato al breviterminismo (short termism), ossia il principio che la gestione deve perseguire la massimizzazione del pro­ fitto nel termine deiresercizio corrente o del prossimo. Il che implica da un lato il taglio degli investimenti (formazione, ricerca, innovazio­ ne, impianti, manutenzione), quindi della capacità competitiva per il futuro; e deiraltro Iato la selezione e l'addestra mento di un persona­ le che ha una direttiva primaria: raggiungere il budget, il fatturato, la produzione, senza riguardo alla qualità o all'etica o alla professio­ nalità. Diventano tutti venditori, piazzisti. Il cliente è da lavorare e spremere (process and rip off). La performance di ognuno si misura da quanto ha spremuto dai clienti. Nel marzo 2011 sono venuti alla ri­ balta due casi di esperti finanziari (Greg Smith e Marco Fracassi) che, denunciando questa degenerazione, iniziata nel 2000 circa, hanno la­ sciato Goldman Sachs per mettersi in proprio e coltivare un rappor­ to "reale" coi clienti. Ma la degenerazione riguarda la generalità delle banche e dell'industria, non solo Goldman Sachs.

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Attenzione, però: budgetismo e short termism sono applicati dagli amministratori anche nel loro rapporto con l'azienda, applicati alla di­ rezione dell'azienda, come logica del mordi-e-fuggi, cioè, per dirla in parole povere, sono sospinti verso il fare i bancarottieri onde massi­ mizzare il loro profitto nell'arco temporale del loro mandato. Svilup­ pano il metodo dei bidonisti scientifici. I vertici dell'azienda, che esi­ gono tali comportamenti da parte dei quadri e degli impiegati, a loro volta usano l'azienda per frodare i risparmiatori, spremono e spen­ nano l'azienda stessa, cioè la saccheggiano, con operazioni di alto ri­ schio o in conflitto di interesse, per estrarne denaro per se stessi e gli associati: così si spiega la gestione fallimentare di molte banche, gli
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Budgetism o . s h o r t t e r m i s m e altro investimenti speculativi azzardati, i grandi crediti concessi a chi non era in grado di rimborsare, le acquisizioni di altre banche per prezzo multiplo del valore effettivo, i bonus senza limite né pudore agli stessi managers che fanno queste cose, in contrasto con le continue riduzio­ ni salariali ai dipendenti, su cui vengono scaricate le perdite, fino alla distrazione degli stessi fondi previdenziali dei dipendenti, fondi che talora vengono usati per fare speculazioni finanziarie. Poi mandano le banche e altre grandi aziende in default e lascia­ no allo Stato il compito di soccorrere dipendenti che hanno perduto il lavoro e investitori che hanno perduto i risparmi. Lo Stato, a sua volta, sospinto da tali emergenze oltre che dal modello culturale del breviterminismo finanziario, si appiattisce su quest'ultimo, perde la capacità di progettazione strategica, di governare i processi macroe­ conomici e sociali, si mette monomaniacalmente a rincorrere indici finanziari, si avvita prima nel fiscalismo, nelle politiche recessive, e cade infine nelle mani dei gestori della grande finanza, che sono i me­ desimi che hanno ordito le operazioni distruttive di maggior peso. Insomma, è invalso sistematicamente un concetto di gestione puramente finanziario, di brevissimo termine, incompatibile con le condizioni per il funzionamento dell'economia reale e con lo stesso principio di investimento produttivo, che richiedono la continuità nel tempo e la cura del rapporto fiduciario e collaborativo con clienti, fornitori, dipendenti. L'interessarsi al risultato utile per la popolazio­ ne. È invalso, perché è il metodo che dà il massimo di profitto nel minimo di tempo - ma lo dà al singolo, solo al singolo - non alla so­ cietà, non all'economia, che anzi vengono entrambe sgretolate da tale metodo, dato che questo dissolve la base di entrambe, ossia a pubbli­ ca fede, la possibilità di affidamento nei rapporti economici, sociali e politici. In questo processo di distruzione della fiducia e di divisio­ ne sociale, si realizza così la diabolicità della moneta che noi usiamo (ma che non è l'unica possibile). "Diabolicità", come abbiamo già det­ to, viene dal verbo greco dia-ballein, che ha il significato, tra altri, di "contrapporre".
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Ma vi sono altre trasformazioni nelle strategie aziendali. Notiamo evidenti convergenze tra le strategie recessive del governo Monti e la strategia autolesionistica di certe banche e industrie. I due fenomeni si illuminano a vicenda. Nel marzo 2012, nel silenzio iniziale dei mass media divampa il caso Viola-BPER-MPS. Fabrizio Viola passa da AD di BPER (Ban­ ca Popolare deirEm ilia Romagna) a direttore generale di MPS, pro­ prio mentre si rinegozia il contratto collettivo aziendale di quest'ul­ timo (31.000 dipendenti). Nel bollettino «BPER Futura» (dicembre 2011) dell'omonima associazione di azionisti BPER, si leggono dati molto rilevanti. Nei 3 anni della direzione Viola, BPER ha perso qua­ si 2/ della capitalizzazione, il 40% dell'utile netto, il 300% circa del 3 suo saldo interbancario (andando a - 4,3 miliardi), diversi gradi di ra­ ting,, e ciononostante gli ha rinnovato l'incarico e pagato compensi per Euro 5.312.667. È inoltre esposta verso i propri massimi dirigenti per 431.000.000 - cioè questi hanno usato la banca per prestare a se stessi quella somma, in palese conflitto di interessi. Inoltre hanno messo su poltrone della banca loro familiari e amici. Viola subentra ad Antonio Vigni nella direzione di MPS, il quale, du­ rante la direzione Vigni, è caduto in gravi difficoltà anche di liquidità, soprattutto perché, senza previa due diligence per stimare il valore, ha speso, grazie alla stima fatta da JP Morgan, 10,32 miliardi per compe­ rare la Banca Antonveneta che ne valeva 2 (quindi qualcuno ha lucrato 8,32) dal Banco di Santander (che l'aveva comprata due mesi prima per 6,6), perché era piena di sofferenze (6 volte la media di MPS) dovute alla prassi diffusa e accettata di concessioni allegre di crediti a soggetti ini­ donei, e al quasi assente controllo della qualità del credito. Per finanziare l'acquisizione di Antonveneta, la Fondazione MPS viene indotta a spo­ gliarsi di ogni asset fino a perdere la maggioranza delle azioni di MPS. MPS ha ora, secondo quanto dichiara in bilancio, sofferenze per 14,5 mi­ liardi. La sua azione si è svalutata del 25% in più della media europea di settore. Mussari, fautore dell'acquisizione, è però rimasto in sella della banca, nonché presidente dell'ABI. E Vigni rimane al MPS come consu­
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B udgetism o . s h o r t t e r m i s m e altro lente esterno. Con tali, palesi colpe, i vertici della banca, nel piano indu­ striale del 2012, lanciano all'incolpevole personale, che nel precedente esercizio ha realizzato un notevole incremento degli utili, il principio che il personale si debba riscattare con un maggiore impegno per risollevare la banca alla sua storica grandezza. MPS, più di altre banche, aveva bu­ chi nei bilanci, sofferenze sommerse, crediti inesistenti ecc. - come de­ nunciavo già nel mio articolo Ora si salvi MPS, del 29 giugno 2011. Forse non è bastato l'intervento di BCE per scongiurare il pericolo di default. Oggi è in corso un'indagine penale del PM di Siena sull'acquisi­ zione di Antonveneta1 e altre vicende; ma, salvo che questa abbia di­ verso esito (però vi è chi teme che possa essere strumentalizzata per consentire a qualche "predestinato" di rilevare MPS "a gratis"), sino­ ra nessuno dei responsabili e dei beneficiari di questi disastri viene chiamato a render conto e a risarcire, anzi essi vengono rotati tra loro e la carriera continua2. Cosa che difficilmente si può spiegare se non rifacendosi a un disegno a livello di poteri sovrastanti, che dà diret­ tive e copertura per questo tipo di gestione. Si vada a indagare i rap­ porti bancari aperti e chiusi, specialmente quelli durati poco tempo. Nel bilancio presentato nel marzo 2012, MPS dichiara di aver avuto perdite per 4,7 B (dopo l'utile di 1 B nel precedente esercizio - utile ora molto dubbio), di cui il 90% dovuto a svalutazione di Antonveneta - e non si fa nulla per andare a riprendere quei soldi da chi li ha in­ tascati e fatti intascare. Un qualcuno che ha usato MPS per quel fine, e che ha messo come controfigure amministratori che evidentemente non hanno il governo effettivo della banca. Posso essere top-manager, ma la sostanza è quella di chi si espone per coprire interessi altrui che devono restare non identificabili. Interessi che però hanno pure il po­ tere di inibire azioni risarcitorie. Se non si è sottoposti a inibizione, si vada a indagare se, per combinazione, i rapporti in sofferenza sono riconducibili a grappolate di determinati funzionari di banca che poi hanno fatto rapida carriera, e a grappolate di intermediari finanziari e immobiliari, e ultimamente a elementi della compagine sociale. BPER Futura denuncia quanto sopra e soggiunge che «i consigli di amministrazione, un tempo composti da uomini di grande valore che
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere vedevano l'incarico come un servizio a termine, si sono riempiti di Am­ ministratori a vita, che considerano la carica un mestiere». Reclama che i dirigenti siano pagati in base al risultato ed entro limiti di decenza, che abbiano incarichi a termine, che non possano usare la banca per dare soldi a se stessi e poltrone ai parenti. Cita il caso dell'amministra­ tore Vittorio Fini, che ha subito due iscrizioni di ipoteche giudiziarie da parte di un pool di banche sue creditrici per 68,5 milioni di Euro, e tra queste banche vi è anche quella di cui è amministratore, la BPER! E per quale motivo, per quale logica o merito imprenditoriale il CDA rinnovava l'incarico a Viola, nonostante i pessimi risultati, e gli ha anzi dato un maggior compenso, in parte determinato a discrezio­ ne? Molti si chiedono: lo ha fatto perché i risultati non interessano, o perché interessa che siano così, perché ha fatto esattamente ciò che gli si richiedeva? E, con questi presupposti, per quali interessi MPS viene affidato a un Viola, per quale logica programmatica? E - risalendo nel tempo - per quale ragione Geronzi, allora gravato da pesanti indagini penali, fu messo a capo delle Assicurazioni Generali? Il 26 giugno 2012, assieme a circa 4600 esuberi e all'arrogante bloc­ co padronale dei contratti integrativi, viene annunciato che lo Stato presta altri 2 miliardi (arrivando così a 3,9) al Monte, per evitarne il tracollo, in violazione (ovviamente autorizzata e legittimata) del prin­ cipio fondamentale dell'UE, che vieta gli aiuti di Stato alle imprese private. Abbiamo così il paradosso di una banca che capitalizza 2,5 miliardi e che ottiene prestiti per 3,9 dallo Stato, per ristrutturarsi ta­ gliando migliaia di posti di lavoro e molti diritti già riconosciuti ai lavoratori, senza aver fatto chiarezza nelle cause del dissesto, nono­ stante ci sia di mezzo una fondazione! L'11 luglio, parlando all'Abi, uno sconcertante Monti addita Mussari, ad esempio, di mancanza di senso di responsabilità richiesto per uscire dalla crisi. Nell'agosto, il governo, mentre dovrebbe vendere i beni pubblici per ridurre debito e tasse, decreta di convertire il credito dello Stato verso MPS in quote azionarie, qualora MPS vada ancora male e non sia in grado di paga­ re gli interessi sul debito stesso: che faccia di bronzo! Tra i bancari, e anche fuori dal loro ambito, si osserva che l'accanimento di ambien­
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Budgetismo. s h o r t t e r m i s m e altro ti governativi contro l'art 18, cioè per la libertà di licenziamento, non interessa tanto Confindustria, le cui iscritte già ora possono licenzia­ re per motivi economici, ma piuttosto le banche, che per licenziare gli "esuberanti" non possono addurre la giustificazione che sono in dissesto, pena non riuscire più a rifinanziarsi. Se MPS fosse trattato secondo ciò che la logge prescrive per le società commerciali, quali anche le banche sono, non sarebbe stato salvato con i soldi pubblici, ma sarebbe stato lasciato fallire, e gli autori diretti e indiretti delle brillanti operazioni che l'hanno portato al dissesto sarebbero condan­ nati per bancarotta fraudolenta aggravata. Però MPS non può esser lasciato fallire: ha dimensioni strategiche, detiene 26 miliardi di de­ bito pubblico, e nella sua compagine sociale abbiamo qualche legame di parentela partitica filogovernativa, sicché esso viene salvato e i re­ sponsabili se ne vanno, o rimangono, a loro scelta3, pieni di soldi e di onori. I sindacati di settore ritengono che il piano sia di ricapitaliz­ zarlo coi soldi pubblici per poi ridarlo da mungere a certi politicanti senesi e ad altri soggetti4. Anche nella Fiat, massima industria nazionale, si notano decisi tratti di strategia "riduttiva": Marchionne non la sta rilanciando tecno­ logicamente e commercialmente, non sta investendo i 20 miliardi pro­ messi per ottenere le firme sindacali al nuovo contratto; all'opposto, sta considerando di chiudere un paio di stabilimenti in Italia. Vi è chi arguisce un piano per liquidare, mandandole a gambe all'aria, o in ginocchio, le grandi banche italiane e sostituirle con un sistema bancario probabilmente germanico, emanato da BCE e MES. E c'è un'analogia, un parallelismo tra un simile progetto e un proget­ to di mandare all'aria gli stessi Paesi eurodeboli attraverso politiche di risanamento e sviluppo programmaticamente errate e fallimenta­ ri, per poi governarli direttamente via MES? Anche Corrado Passera, prima di esser fatto ministro dello sviluppo, aveva diretto una grande banca, Intesa San Paolo, con risultati, diciamo, non ottimali. E così il nuovo presidente di MPS, Alessandro Profumo, indagato per frode fi­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere scale, non è che abbia lasciato Unicredit in condizioni rigogliose. La sua controllata Fineco Leasing ha addirittura qualche pignoramento e sequestro conservativo - fate una visura Cerved, per verificare. È un fatto, che l'intero Paese, tragicamente privo anche di significa­ tivi progetti infrastrutturali, appare in via di svuotamento, di raschia­ tura del fondo, di gestione terminale, ad esaurimento, non di preser­ vazione e tantomeno di rilancio. Come si può parlare di risanamento o di ripresa economica mentre si tagliano i redditi, si aumentano le tasse e le tariffe, e si procurano soldi alle banche all'1,7% non affinché finanzino la "ripresa" ma affinché spe­ culino comperando btp che rendono il 5-6%, e questo mentre la gente porta all'estero i risparmi? Dove va un Paese che offre lavori instabili da 700 Euro al mese, e pensioni da 400, con un pari costo della vita rispetto a Paesi dove stipendi e pensioni e servizi sono molto migliori e le tasse inferiori? Che senso ha vivere in esso, per un lavoratore, anziché emi­ grare? Credo che il disegno franco-tedesco di cui parla Galloni nel re­ centissimo saggio Chi ha tradito l'economia italiana? (ma pure in altri scrit­ ti) sia di eliminare, attraverso la demolizione del reddito, dell'autonomia nazionale e della capacità manageriale, tutte le strutture socioeconomi­ che e politiche autoctone, e insieme indurre a emigrare gli imprenditori più attivi, a chiudere quelli meno forti (soprattutto la sacca di resisten­ za dura a morire delle piccole e medie imprese del Nord-Est), per poter poi plasmare, su un terreno spianato e sgomberato, incapace di opporsi, un'Italia diversa, a loro convenienza, facendone un bacino di mano d'o­ pera a basso costo, vicino e direttamente controllato, che funga anche da mercato di sfogo per loro produzioni non meglio vendibili. Questa ipotesi di drastico abbattimento economico spiega le scelte demolitive per l'Italia da parte di Angela Merkel, di governanti nostra­ ni, di top managers industriali e bancari (o chi dietro essi) e altri. Tutto quadra, tutto ha una sua coerenza. Anche l'elevare la pressione fiscale a livelli tali che gli investimenti non possono ripartire. Anche il porre sui carburanti accise tanto alte, che il conseguente crollo dei consumi determina un calo del gettito di accise sugli stessi, oltre a un generale
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Budgetismo, s h o r t t e r m i s m e altro rincaro dei prezzi e abbassamento della domanda, dovuti ai maggiori costi per trasporto, e che abbatte ulteriormente il gettito fiscale. La leva fiscale è usata per indurre imprese, capitali e cittadini capaci a emigra­ re, a lasciar libero il territorio. Conosco consulenti che fanno proprio questo servizio alle aziende, aiutandole a restare legalmente operative in Italia, ma con sede, redditi e capitali esterizzati. Ma forse il sabo­ taggio più energico attuato dalla politica nostrana, volente o nolente, è quello morale, la demotivazione della popolazione, l'azzeramento del­ le aspettative, lo svuotamento della speranza, della progettualità. La chiusura del domani. Questo è il Salva-Italia; un Accoppa-Italia, o un Arraffa-Italia. Precipitare il Paese nella spirale dell'avvitamento fiscale faciliterà chi ne deve assumere il controllo da fuori. Ma forse questo è l'unico modo per salvare il salvabile dell'Italia, Paese incorreggibile e irriformabile: fare come con una statua di bronzo mal riuscita, ossia fonderla e usare il metallo recuperabile per fare qualcos'altro. E la supertassa per le supercars? I rivenditori italiani di Ferrari, Lamborghini e Maserati hanno avuto un crollo delle vendite, mentre i governi tedesco, francese e ungherese hanno introdotto norme che con­ sentono di immatricolare tali automobili nei loro Paesi risparmiando il 50% sul bollo e sull'assicurazione. Quindi il ricco italiano va là per com­ perarsi la supercar, e porta là i soldi del prezzo, del bollo e della poliz­ za. E i rivenditori italiani si associano a partners stranieri per eludere il superbollo, trasferendo capitali e vetture all'estero. La Lamborghini se l'è già presa l'Audi e ora fa concorrenza dura alla Ferrari, mentre la Maserati e la Ducati sono in procinto di essere rilevate da altri tedeschi, anzi la seconda è già stata comperata da Audi. Analoga la storia del­ la supertassa sugli ormeggi dei natanti: da Imperia a Jesolo, i natanti e i loro utenti se ne vanno all'estero e ormeggiano in marine straniere e pagano là, con danno per le marine e il turismo italiano. Il Tg2 sera­ le del 18 luglio 2012 annunciava che questo danno, la perdita di giro d'affari conseguente alla dipartita di barche e connessi, è di 200 milioni l'anno, pari a V5 del totale nazionale, quindi molto superiore al gettito fiscale aggiuntivo. Difficile credere che misure così anti-italiane non si­
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ClMIT€URO. Uscirne e risorgere ano fatte allo scopo di spingere ad emigrare chi può emigrare. Adesso stanno sistemando l'industria italiana media e grande, e schiacciando la piccola; poi manderanno in crisi le banche italiane (via EBA e BCE) per metterle sotto controllo di altro capitale straniero. Però io credo che questo, in fondo, sarà un bene (e non sto scherzando), perché il sistema-Italia è tanto guasto e inemendabile, tanto asfittico e distruttivo, che spingere le imprese e le persone capaci e creative a trasferirsi in altri Paesi sia veramente il modo migliore di fare il loro interesse. Un atto di amore. Inconfessabile, ma di amore. Esuli è bello. Resteranno, a conten­ dersi il poco reddito e il poco welfare rimasti, le persone aventi scarso valore di mercato: i pigri, i vecchi, gli umanisti, i soggetti privi di utile formazione professionale, gli sciacalli, gli avvoltoi. E naturalmente ter­ ranno loro compagnia i renditieri e i turisti di lusso che si godono il Belpaese come sempre, anzi più che mai. Del resto, quando una società viene messa in forte e aperta inte­ razione con società più grandi, più forti, più avanzate, più efficienti - come succede all'Italia nel contesto dell'Unione Europa - la storia mostra che quella società tende a dissolversi. Così come quando una società con bassa fiducia sociale (tra cittadini e cittadini, tra cittadini e istituzioni) entra in stretta interazione con società dotate di alta fi­ ducia sociale. Così come pure quando una società debole e "vecchia" viene esposta e compenetrata da popoli molto più prolifici e aggres­ sivi. E anche questo è il caso dell'Italia sul fronte del sud. Fra dieci o quindici anni al massimo, i problemi che vediamo non esisteranno più: non ci saranno più pensioni degne del loro nome e i "nuovi arriva­ ti", ancorati ai modelli dei loro Paesi, si accontenteranno delle briciole, mentre le lobbies si spartiranno la ricchezza del Paese. Considerando ciò che Galloni dimostra nel suo ultimo saggio sul tradimento deireconomia italiana anche da parte di falsi alleati, non pochi sospettano che il piano sia appunto mandare all'aria il sistemaPaese per poi proporsi come salvatori. Monti sarebbe il commissario ad acta per l'esecuzione finale del piano franco-tedesco di abbattimen­
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Budgetismo. s h o r t t e r m i s m e altro to dell'economia produttiva italiana, di cui parla Galloni, e al quale le piccole imprese italiane, soprattutto, riescono ancora a opporsi. Se, nel corso degli anni, a opportuni intervalli, tolgo a una nazione la sua moneta, la sovranità del suo debito pubblico, l'autonomia di bilancio e fisco, la politica economica, le prospettive di lavoro, la possibilità di sviluppo, il diritto disfare una programmazione economica, poi le sa­ boto il sistema creditizio e il risparmio, e la precipito in recessione, co­ stringendola a prendere con le tasse la ricchezza dei cittadini - e spe­ cialmente della classe media, erodendo il suo risparmio, i suoi inve­ stimenti e i suoi redditi immobiliari con l'attacco fiscale al mattone - e a svendere il suo patrimonio pubblico per pagare gli interessi sul de­ bito, dopo non mi rimane che presentarmi a essa dietro la maschera "Europa", con un sacchetto di spiccioli in mano, e dettarle le mia vo­ lontà. Sono padrone della piazza. La dittatura moderna è bell'e fatta, nel rispetto della legalità democratica, nonché accettata per bisogno. Ora ritorniamo ai nostri bancari alle prese con i banchieri. I dipen­ denti di MPS sono allarmati dall'avvento del Viola, che, non appena arrivato, parlando coi giornalisti prima che coi sindacati, annuncia un radicale peggioramento del contratto aziendale: la nuova direzio­ ne scarica su di loro 66 milioni di danni prodotti da cattiva gestione ai vertici. Ma i montepaschini hanno reagito con un'inedita dimostra­ zione di protesta il 16 marzo in migliaia davanti alla sede di MPS, do­ ve garrivano al vento quasi primaverile striscioni in cui si esprimeva il concetto: «Amministratori superpagati, la colpa è vostra, pagate voi, basta sprechi, basta autoregali, non tirate in ballo la crisi, non scarica­ te su di noi». Concetto che ritorna nei blog sindacali. Ma questi dipen­ denti dovrebbero capire e tener presente che sono alle prese non con scelte scorrette di persone specifiche, bensì con una deriva generale del management verso questo tipo di gestione in quanto questo tipo di gestione è quello che arricchisce più e prima il management in un sistema in cui l'economia è finanziarizzata - come meglio si compren­ derà proseguendo nella lettura. Già in America, quando Obama in­ tervenne per salvare grandi banche e assicuratrici entrate in dissesto
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere a causa delle speculazioni temerarie dei loro managers, si decise di tagliare i salari degli impiegati (che non avevano fatto nulla di male), ma le retribuzioni dei managers colpevoli dei dissesti furono rispetta­ te come sacre, persino quando i bonus incentivavano comportamenti gestionali distruttivi5. Questo è il principio che il management vuole applicare anche in Italia. Fatti del genere fanno capire concretamente che esiste un conflitto di classe oggettivo, irriducibile: quello tra i pa­ droni della grande finanza e il resto della popolazione6.1 primi han­ no un potere di condizionamento pressoché irresistibile sulla politica, pur essendo pochissimi di numero. La politica rappresenta essenzial­ mente i loro interessi, a prescindere dalle forme democratiche. È un dato di realtà vissuta, non ideologia. Rispetto al passato, nelle aziende, soprattutto in quelle grandi, e in particolare anche nelle grandi banche, si sta scegliendo di avere un personale low cosi, poco istruito e poco formato (per evitare che sia capace di criticare, oltre che per risparmiare su formazione e salari) e sostanzialmente precario (per poterlo ricattare e per potersi libera­ re di quei dipendenti che non rendono o non rendono più). Sovente i nuovi assunti percepiscono salari intorno ai 700 Euro mensili, e si tende al ribasso. È il tipo di personale che corrisponde al modello di management predatore verso l'azienda, che abbiamo testé descritto. Corrisponde perché non è in grado, non può permettersi, di prote­ stare, di opporsi. Corrisponde anche agli interessi del fisco, cioè della partitocrazia, la quale raggiunge così col management un accordo per la spartizione di tutto il reddito sottratto ai lavoratori mediante la ri­ duzione dei salari ai suddetti livelli. Tale livello retributivo trova accettazione perché scarseggiano le al­ ternative e perché abbondano i giovani che tanto rimangono in casa coi genitori e si accontentano di una paghetta per i loro divertimenti o vizietti comuni nelle nuove generazioni. Per gestire questo personale, di bassa capacità, si diffonde l'uso delle procedure standardizzate e rigi­ de (protocolli operativi) e si accentrano i processi decisionali, i controlli, mediante il crescente ricorso a strumenti cibernetici, togliendo autono­
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Biidgetism o , s h o r t t e r m i s m e altro mia anche ai quadri direttivi. Si tende a omogeneizzare il personale per renderlo più prevedibile, quindi meglio gestibile. Si introduce nei con­ tratti il principio della fungibilità, ossia che l'azienda possa cambiare e abbassare le mansioni di ciascun dipendente, anche dei quadri diretti­ vi, a sua discrezione - cioè si legittima il demansionamento. Con questo e col nuovo articolo 18, che consente di licenziare chi si vuole (dato che un motivo economico si trova sempre, in tempo di recessione o depres­ sione e di alte tasse) il datore di lavoro dispone così di strumenti poten­ tissimi, in grado di costringere il dipendente alla totale supinità. Nelle grandi aziende che tradizionalmente coltivavano un princi­ pio di solidarietà, fiduciarietà e riguardo umano verso i dipendenti, anche per costruire una lealtà, una fidelizzazione del personale, da valorizzare nel tempo, questo principio viene abbandonato in favore di un rapporto strettamente utilitario e di sfruttamento in cicli sem­ pre più brevi da parte del management, che persegue essenzialmente il proprio arricchimento7. Sfruttamento sia dei dipendenti, che dell'a­ zienda come tale. Le banche italiane, in questo come in altre pratiche antisociali, hanno proceduto in parallelo con quelle americane. Quindi ora i dipendenti capiscono che il management adesso opera per se stesso e con orizzonti brevi, non lavora più per l'azienda, per il suo futuro, per la sua crescita, per un interesse comune a tutti, dipen­ denti, titolari, gestori. I lavoratori sono quindi indotti, o legittimati, a fare altrettanto, cioè a non impegnarsi più per l'azienda, a fare i ventisettisti, gli assenteisti e il doppio lavoro. E questa è una sinergia di distruzione dell'economia reale. La resistenza contro la riforma del lavoro del governo Monti è, alla luce di quanto sopra, una battaglia di retroguardia, se non una forma­ lità ipocrita di chi doveva intervenire molto, molto prima. Ora i buoi sono già scappati. Ma il mestiere di politico è proprio questo: chiudere le stalle dopo che i buoi se ne sono andati. Tutto questo "destino" era già interamente racchiuso nella scelta di aprirsi alla concorrenza con Paesi dove i lavoratori costano poche decine o centinaia di Dollari al mese, non hanno tutele sindacali, pre­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere videnziali, igieniche, antiinfortunistiche. E quella scelta è stata fatta negli anni Novanta in ambito GATT (General Management on Tariffes and Trade) - WTO (Word Trade Organization) con una decisione imposta unilateralmente dalla grande finanza americana e passiva­ mente accettata da parlamenti e governi senza alcun coinvolgimen­ to dei popoli, e senza nemmeno avvisarli che stavano per diventare anch'essi fungibili, cioè intercambiabili nei ruoli, e "licenziabili" cioè abbandonabili dai capitali prodotti dal loro stesso lavoro, perché oramai questi capitali - tutti i capitali - erano divenuti apolidi, footlose. E tutte le persone erano perciò stesso divenute mere componen­ ti del processo moltiplicativo di quel capitale. Proprio perché sin da allora gli attuali sviluppi, con le loro ricadute sui lavoratori e sui cit­ tadini, erano prevedibili, oggi non sono credibili i partiti che si strac­ ciano le vesti per l'articolo 18 e la cassa integrazione e i contratti fles­ sibili, mentre allora stavano zitti zitti per non disturbare il manovra­ tore, quando non elogiavano la sua liberale saggezza globalizzatrice. Dovevano intervenire allora, mobilitare i lavoratori, combattere af­ finché ciò non avvenisse, arginare la Cina quando era ancora possibile, e intanto spiegare ai lavoratori e agli imprenditori occidentali che l'unico modo per restare competitivi e mantenere il tenor di vita e i diritti cui si erano abituati, era di impegnarsi anima e corpo nel progredire scientifi­ camente, tecnologicamente e organizzativamente, eliminando ogni for­ ma di parassitismo e di consenso elettorale basato sul parassitismo. L'uomo comune è completamente passivizzato: senza possibilità di partecipazione ai processi decisionali né di efficace e lecita resi­ stenza, deve subire, come cittadino la sospensione dei principi de­ mocratici e costituzionali (o delle loro parvenze), come contribuente l'imposizione di tasse insostenibili e assurdi metodi di accertamento fiscale, come consumatore prezzi determinati da monopoli, come la­ voratore quanto abbiamo testé visto, come utente la privazione o la distorsione dei servizi pubblici, come pensionato o pensionando la totale incertezza sull'an, sul quantum e sul quando della pensione; e, in generale, come persona, deve soggiacere all'imposizione di uno
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Budgetismo, s h o r t t e r m i s m e altro spionaggio (monitoraggio, tracciamento, schedatura) tecnologico illi­ mitato, sia pubblico che privato, mascherato con diversi pretesti (tut­ ti smontabili nel confronto con la realtà, e denunciato dallo stesso garante per la privacy il 12 marzo 2012), nonché di esorbitanti, inu­ tili, costosi e assurdi adempimenti amministrativi, cervellotici, esco­ gitati da burocrati avulsi dalla realtà apparentemente per colpire e deprimere la capacità razionale della gente più che per qualsiasi al­ tro comprensibile fine. In una situazione di emergenza artatamente cronicizzata, i popoli sono più agevolmente gestibili. Si percepisce, insomma, sia in ambito politico, sia in ambito dei rap­ porti di lavoro, che il potere costituito non ha più bisogno di certi stru­ menti democratici ed etici di produzione della collaborazione dal basso, né di produrre benessere che generi quel consenso, perché dispone di strumenti nuovi e più efficienti per se stesso (non certo rispetto alle clas­ si dominate). Ciò vale sia nei confronti dei cittadini-elettori, che nei con­ fronti dei dipendenti, che nei confronti dei clienti. Le crisi concatenate e le paure a esse legate sono manifestamente uno di questi strumenti. La Tav mi pare un esempio di strumento di schiacciamento mora­ le della gente, deiradattamento dell'uomo a un nuovo format, come ampiamente e tecnicamente esposto nel mio saggio Neuroschiavi. Nel prossimo capitolo tratteremo un'imposizione ancora più brutale di questo principio: il ritorno a un sovrano assoluto - e non è una battu­ ta, è giuridicamente reale. La gente deve imparare la rassegnazione (in psicologia, si chiama learned helplessness) alle decisioni che le vengono imposte dall'alto per interessi non solo elitari, non solo antisociali, non solo illogici, ma illeciti. Notoriamente, l'Italia ha un urgente e vivo bi­ sogno di un migliore trasporto pubblico locale soprattutto per i pendo­ lari, di un migliore trasporto ferroviario e navale per le merci, e della messa in sicurezza idrogeologica del territorio. Questi interventi infra­ strutturali sono di modico costo, si eseguono in pochi anni, danno be­ nefici sistemici in breve tempo alla produttività, al lavoro, al turismo, non dipendono da realizzazione di opere da parte di altri Paesi; e si sa con certezza che sono utili, si ammortizzeranno in poco tempo. 155

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Ciononostante, in buona parte le poche disponibili risorse vengono impegnate per la Tav, che costa molto di più, si realizzerà se tutto va bene fra 20 anni, quando forse sarà superata; non è detto che si realiz­ zi, perché diversi Paesi non danno il via ai lavori; costerà moltissimo sia di denaro che di energia che di impatto ambientale; comporterà l'estrazione e il ricollocamento di milioni di metri3 di roccia in parte pericolosamente radioattiva, con conseguente azione cancerogena e mutagena delle polveri, via falda e via aria. I futuribili e incerti rispar­ mi energetici che da essa ci si attende, sono ampiamente controbilan­ ciati dai certi e immediati costi energetici per gli scavi, i trasporti, le opere in cemento e metallo, il materiale rotabile speciale. Prima che si possa venire a pari dei costi, dovrà passare forse un secolo, anche per­ ché il trend economico e commerciale europeo non è certo espansivo. Soprattutto, non sono in espansione i traffici Est-Ovest, perché i flussi stano crescendo in senso Nord-Sud, verso i porti mediterranei che col­ legano ai mercati non saturi ed espansivi deirOriente. Inoltre i costi di realizzazione ed esercizio delle ferrovie crescono esponenzialmen­ te con la velocità, e il limite di convenienza si colloca a 90 km/h. Oltre quel limite la curva dei costi si impenna. Orbene, per rendere conve­ niente il trasporto della merce via treno anziché via gomma, bisogna che il treno costi meno della gomma come mezzo di trasporto. Ma se è un treno ad alta velocità costa di più, non di meno, e fa preferire la gomma: lo si è già osservato. Del resto, le merci non hanno quasi mai bisogno di viaggiare ad alta velocità, di risparmiare un'ora da Lione a Milano - hanno bisogno di viaggiare in tempi crediti e a costi bas­ si. Le persone, invece, quando hanno fretta, usano l'aereo. Se si vuole migliorare il collegamento ferroviario con la Francia, è molto più costefficient (8 miliardi contro 20) allargare il tunnel di Chambéry. Infine, non è vero che l'UE dia un contributo pari al 40% del costo, perché ha stabilito di contribuire fino al 40%, cioè dallo 0 al 40%; e, data la situa­ zione finanziaria, è prevedibile che dia 0. La Francia di Hollande ha iniziato a meditare su questi dati di fatto e sulla totale mancanza di giustificazioni pratico-economiche alla Tav Torino-Lione, e sulla stu­ pidità della giustificazione ideologica "lo vuole l'Europa".
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Budgetismo, s h o r t te r m is m e altro In effetti, la Tav, come ha dimostrato il saggio Corruzione ad Alta Velo­ cità del giudice Ferdinando Imposimato, serve e rende, non fra cent'anni ma subito, essenzialmente a due categorie di soggetti: a) le imprese appaltatrici (non di rado mafiose) che realizzano lucri illeciti corrompendo i politici e le autorità di controllo; b) i politici e le autorità di controllo.
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N O TE 1 Sovviene il crac del Banco Ambrosiano, gestito da Roberto Calvi, il quale, agendo . contro gli interessi del Banco, estraeva da esso denari destinati a personaggi legati allo IO R (Istituto Opere Religiose). Sovviene anche il caso del crac della Banca Privata Finanziaria, affidata all’avvocato Giorgio Ambrosoli in qualità di liquidatore, e poi fatto assassinare da Michele Sindona, perché con le sue indagini minacciava di scoprire interessi della finanza cattolica e vaticana, connessi con la P2 e la mafia. 2. Analogamente accade a pubblici amministratori che hanno fatto grandi debiti (come quel sindaco di Torino che poi è stato fatto presidente di una grande fon­ dazione bancaria). 3. Bollettino del Movimento “ 5 stelle” Piemonte a firma del consigliere regionale Davide Bono, numero 5 novembre 2011. 4. «Tutte queste lacrime e tutto questo sangue risulteranno perfettamente inutili al ritorno del controllo del Monte a Siena che è il vero obiettivo di questo folle piano industriale: tanti e tali sono i crediti incagliati, i prestiti da restituire, i pro­ dotti ciofeca in mano ai clienti che il destino della Banca è segnato, e sarà fuori da Siena. Lo stesso Dream Team Viola/Profumo in passato laddove ha operato non ha dato buoni risultati. Infine una considerazione: sarebbe davvero il colmo se la politica senese, che tanto ha danneggiato la Banca e adesso, per mano di sicari fatti venire da fuori, sta massacrando i lavoratori, tornasse, con i sacrifìci di questi, di nuovo al timone della banca per ricominciare il vandalismo distruttivo». Comunicato Falcri-Silcea IO luglio 2012. Si noti l’affermazione che la banca rifila ciofeche ai suoi clienti risparmiatori. In effetti la banca cerca di smerciare “ pro­ dotti” che le diano il massimo di guadagno upfront, come le polizze index linked (4%), e di scoraggiare l’acquisto dei titoli pubblici. 5. Stiglitz 2010, cit., pp. 61 s., 70 ss. 6. Ivi, p. 79. 7. Questo è ormai un fenomeno generale nella corporate governance, rileva Stiglitz 2010, cit., p. 18.

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IL MES E L'€UROLAGER

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e la Tav è un tema specifico, l'ESM-MES (European Stability Mechanism - Meccanismo Europeo di Stabilità) è invece un fatto si­ stemico, un vero sistema di Euro-Lager politico-finanziario. Di conce­ zione germanica, te lo portano in casa, e ti ci chiudono dentro. Al suo interno, gli italiani e gli altri popoli periferici sono avviati a un desti­ no di lavoro a basso salario e bassi diritti, pensioni minime e percepi­ te molto avanti negli anni, consumatori di prodotti di bassa gamma, destinatari delle fabbriche meno gradite (modello Seveso?), alunni di scuole di livello africano, addetti alla produzione di beni prevalente­ mente di basso e medio-basso livello tecnologico e competitivo, impe­ gnati a pagare il loro debito pubblico alle banche dei Paesi dominanti, sotto la direzione di poteri forti e interessati (capitale straniero e or­ ganismi tecnocratici sovrannazionali), che a loro volta si appoggiano, per legittimarsi "democraticamente" e per scaricare le responsabilità sociali, politiche e morali, a un ceto politico consociativo italiano, il quale non offre in realtà alcuna scelta agli elettori, alcuna alternati­ va, alcuna possibilità di cambiamento, e che viene pilotato dall'alto in cambio del mantenimento dei suoi privilegi, che esso rischierebbe di perdere se non avesse la copertura deir"Europa" e venisse a un con­ fronto sociale diretto con un popolo ormai esasperato. In realtà, si tratta di un processo già preconizzato come inevitabile da Paul Krugman nel 1991, allorché parlò di meridionalizzazione e de­ sertificazione industriale dei Paesi periferici europei in favore dell'area germanica: un processo, già allora osservabile sotto lo SME, il Siste­ ma Monetario Europeo (cambi fissi tra le monete europee), ma ancora precedentemente osservato nel 1964 (la prima, grande crisi della Lira, dovuta all'aumento dei costi comparati di produzione1e all'accumularsi di debiti verso partners più forti) e oggi in piena corsa, di attrazio­ ne dei capitali, delle competenze, della produzione da parte di quel­
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Il MES e l’€u rolager le aree, perlopiù tedesche, dove il capitale e le competenze rendono di più, e dove realizzano surplus commerciali che consentono, da un lato, di aumentare il gap di efficienza sistemica, con un continuo calo del costo comparato del lavoro tra Germania e PIIGS (feedback ampli­ ficante, anziché correttivo, del mercato), nonché il gap per costo degli interessi, sui quali la Germania, a scapito dei suoi partners, risparmia ogni anno 40-50 miliardi rispetto a prima della crisi2 (quindi ha inte­ resse a mantenere la situazione) a spese degli eurodeboli; e dairaltro lato consentono di fare shopping di assets nei Paesi periferici - shop­ ping ulteriormente favorito, se questi Paesi finiranno per svalutare, uscendo dall'Euro. Inoltre l'Euro, per la Germania, ha comportato una svalutazione monetaria, con conseguente guadagno di competitività soprattutto nelle esportazioni intracomunitarie e rispetto ai partners come l'Italia, per i quali l'Euro ha invece comportato una rivalutazio­ ne monetaria. Inoltre, la Germania ha ottenuto l'allargamento a Est dell'Unione Europea, con l'inclusione di Paesi poveri, a cui quindi so­ no stati girati fondi comunitari perequativi che prima andavano all'I­ talia, alla Grecia, alla Spagna. Ciò ha precipitato la recessione di questi ultimi Paesi, mentre ha giovato alla Germania, principale partner dei nuovi membri dell'UE, e che in essi ha potuto de localizzare parte del­ le sue lavorazioni industriali per risparmiare in tasse e mano d'opera. Aggiungasi l'eliminazione dei dazi intracomunitari, che ha esposto la produzione nazionale italiana (e di altri Paesi) alla concorrenza tede­ sca3. Insomma, la Germania ha avuto molti e grossi benefici dall'Eu­ ro, senza subire alcun danno, mentre Paesi come l'Italia hanno avuto molti danni e il ben dubbio beneficio della stabilità dei cambi e di tassi di interesse illusoriamente bassi per alcuni anni4. Con tali premesse, era ed è inevitabile che la Germania si "mangiasse" l'economia italiana (e di altri Paesi), che aumentasse i propri posti di lavoro "togliendoli" all'Italia (e ad altri Paesi), e che assumesse la guida degli organismi co­ munitari e della BCE, e li dirigesse nell'interesse suo proprio. Leaders italiani hanno operato e stanno operando a questo processo di riforma del sistema-Europa, processo infrastrutturale rispetto a quello sovrastrutturale della riforma giuridica che dissolve gli stati nazionali.
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Per tenere insieme monetariamente i Paesi dell'Euro, bisognereb­ be bilanciare le suddette tendenze con un meccanismo vincolante la Germania a trasferire quei risparmi e quote di quel surplus a investi­ menti strutturali e perequativi nei Paesi eurodeboli. Ma che governo o sindacato o partito politico propugna un siffatto correttivo? In ragione della sua descritta struttura e della mancanza di una vera banca centrale di emissione, l'Eurosistema non è sostenibile, ne­ cessariamente scoppierà, prima o poi, a causa degli squilibri e delle tensioni che genera; però lo scoppio può essere differito mediante iniezioni di liquidità, dichiarate - come lo scudo antispread o ì'eurobond e il quantitative easing - oppure segrete, cioè attuate con trasferi­ menti di strumenti monetari da parte di Paesi (USA, Russia, Cina) o banche che hanno interesse a puntellare l'Euro. Operare in segretez­ za è facoltà, stabilita dagli statuti, delle banche centrali nazionali, del­ la BCE, della Banca dei Regolamenti Internazionali. Per il momento dello scoppio dell'Eurosistema, o perlomeno dello scoppio sociale per effetto dell'impoverimento e della disoccupazione, è già pronta l'Eurogendfor, o EGF, una polizia militarizzata, istituita da Spagna, Italia, Olanda, Francia e Portogallo col Trattato di Veslen del 2008, con in­ carichi che vanno dai servizi segreti all'ordine pubblico alla repres­ sione, godente di ampie immunità, compresa l'inviolabilità delle sue sedi fisiche e degli archivi informatici5. Il trattato dispone che, per le eventuali violazioni di legge che essa commetta, questa super-polizia risponda non alla giurisdizione del Paese in cui l'ha commessa (Receiving State), ma a quella dello Stato che l'ha mandata [Sending State). In termini ingenui e impropri, di senso comune, il governante che opera come detto sopra può essere considerato un nemico dell'Italia perché fa interessi stranieri contro quelli italiani, "assassinando" l'eco­ nomia italiana e portando il Paese alla svendita: un economie hit-man, ossia un sicario economico. Il termine è stato reso noto da John Perkins che, nel suo libro Confessions ofan economie Hitman, del 2005, narra come queste figure professionali sono usate dalla grande finanza per dissestare i Paesi sulle cui risorse intendono mettere le mani6. Le mi­
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Il MES e V^urolager sure restrittive e recessive imposte ai Paesi eurodeboli sono analoghe alle ricette a base di austerità di bilancio, inasprimento fiscale, stretta creditizia, riforme strutturali, solitamente imposte, previo intervento degli economie hitmen, dal FMI, dalla Banca Mondiale, dal Tesoro Ame­ ricano - insomma, dal c.d, Washington Consensus - ai Paesi che chie­ dono aiuto. Ricette accomunate dagli effetti distruttivi e socio-lesivi7 , nonché depressivi per il corso della moneta nonché aggravanti per il costo del debito pubblico, in linea con le "puntate" della grande spe­ culazione, che regolarmente realizza profitti. Queste ricette vengono, cionondimeno, ripetute, esperienza dopo esperienza, ora anche con Grecia e Spagna. Ogni volta vengono presentate come manovre di ri­ sanamento, di ricostruzione della credibilità, di riconquista della fi­ ducia dei mercati, sull'assunto - più o meno esplicitato - che i mercati guardino solo ai risultati contabili di breve e brevissimo termine, di­ sinteressandosi al costo che questi comportano in termini di recessio­ ne e disoccupazione. Quindi si può pensare che le manovre di Monti, disastrose sul piano macroeconomico, dell'economia reale, obbedisca­ no a questo assunto, peraltro indimostrato: facciamo vedere al mondo che siamo capaci di farci molto male, di riempirci di tasse e disoccu­ pazione, di massacrare la nostra economia reale, di fare cose sbaglia­ tissime, pur di azzerare il deficit, di raggiungere obiettivi contabili, e i mercati ritroveranno fiducia in noi e usciremo dalla crisi. Un governo è serio se è capace di fare molto male al suo popolo, a peggiorare la crisi, per compiacere "i mercati": una variante moderna dei sacrifici umani per placare l'ira degli dei e ingraziarseli. Ma, come ancora una volta constatiamo, questo approccio non funziona nemmeno con l'Italia, che nella crisi sprofonda sempre più, e, finito il breve effetto-annuncio del­ le manovre di Monti, si è ritrovata a pagare tassi crescenti, non de-crescenti, sul debito pubblico e su quello privato e a essere ri-declassata brutalmente. L'approccio suddetto sta avendo, ancora una volta, un ef­ fetto non semplicemente nullo, ma controproducente. E, nonostante la cosa sia visibile, si insiste su quell'approccio e lo si difende. Però a livello più profondo, con sguardo spassionato, scientifico, ri­ conosciamo che Monti, come pure Napolitano, sta semplicemente asse­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere condando un processo oggettivo, impersonale, probabilmente inevita­ bile, dato che le economie sono tra loro in competizione darwinistica, onde i più deboli (Stati, enti pubblici, privati) inevitabilmente soccom­ bono al più forte, al più efficiente (quello che è il più efficiente nel breve periodo, ma non automaticamente anche per il lungo periodo). L'inte­ resse tedesco a che questo processo continui, a beneficio suo e a dan­ no degli altri, è confermato dall'ostinazione della Merkel e della Bunde­ sbank, sostenuta dalla maggioranza dei tedeschi, a opporsi a interventi di sostegno al debito pubblico e ai pubblici investimenti, nonostante le pressioni di Hollande e di Obama, anche perché dalla crisi dei partners trae un vantaggio, compreso un forte risparmio sugli interessi passivi.

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Il MES e V€.urolager
N O TE 1 L’anno prima si era raggiunta la piena occupazione e i salari avevano avuto fortissimi . aumenti, quindi l’Italia aveva perso competitività internazionale, mentre crescevano le sue importazioni dall’estero di beni di consumo. La Gran Bretagna premeva per una svalutazione della Lira al fine di riequilibrare il trend, ma Washington s’impose conce­ dendo all’Italia un prestito amplissimo che, unito a una stretta monetaria e creditizia, pose fine allo squilibrio con l’estero, alle fughe di capitali e alla speculazione. 2. Salvatore Bragantini, in prima pagina sul «Corriere Economia» del 28 maggio 2012. 3. Ferrerò 2012, cit., cap. II. 4. Modestia a parte, mettevo in luce questa strategia del capitalismo germanico già negli articoli La bolla Europa (8 settembre 2010), Un’Angela per la soluzione Finale (29 novembre 2010), Beriino decreta: Shoah per gli eurodeboli (8 dicembre 2010), pubblicati da alcuni periodici e leggibili sul mio sito www.marcodellaluna.info. Prima, ancora, nel 2006 in €uroschiavi e nel 2008 in Basto Italia!, pronosticavo che l’Italia non sarebbe stata riformata e risanata ma defìnanziata, smembrata e svenduta al capitale stranie­ ro, e poi da questo gestita padronalmente dall’estero. Queste linee di sviluppo mi parevano chiare come il sole e mi meravigliavo, allora, che non fossero chiare anche alla generalità dell’opinione pubblica pensante e leggente. 5. http://www.eurogendfor.org/referencetexts/EGF%20Treat/%20english%20version.pdf. 6. L’economie hitman dapprima convince - con l’indottrinamento teorico di stampo mer. catista e liberista e con la corruzione —i governanti di un Paese povero ma ricco di materie prime ad accettare importanti prestiti per lo sviluppo da parte di agenzie bancarie americane; i prestiti vengono erogati direttamente a imprese convenzionate con le dette agenzie e solo briciole arrivano direttamente al Paese interessato; le imprese avviano grandi opere, che danno un boom economico al Paese, creando euforia, consenso per il regime, impennata d’importazioni e di ricorso al credito; poi, via via che gli interessi passivi crescono in modo esponenziale, il Paese va in crisi debitoria sia interna che estera, non è più in grado di far fronte al servizio del debito (debt overhang), e alla fine deve ricorrere a ulteriori “aiuti”, che comportano, di regola, la rinuncia a ogni protezionismo, il taglio dei salari e dei diritti, la concessione di diritti di sfruttamento delle materie prime, la cessione della sovranità nazionale. 7. Krugman 2008, cit., pp. Ili ss., e p. 190, cita come esempi i casi del Brasile, della Thailandia, della Corea, dell’Indonesia.

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GERMANIA: SCONTRO O COOPERAZIONE?

C

ome superare questa posizione di conflitto e poter rilanciare l'integrazione europea su basi realistiche, e non sognanti o ser­ vili? Occorre un progetto che crei un vantaggio reciproco, che faccia convergere gli interessi oltre il punto di contrapposizione. Converge­ re su una strada percorribile. Se non si converge, che cosa succede? O ci si lascia mangiare dai tedeschi, oppure, fino a che la Germania, l'organismo darwinisticamente più valido, non abbia raggiunto una potenza incontrastabile, gli altri organismi, i meno validi, potrebbe­ ro coalizzarsi tra loro e imporre alla Germania di smantellare, sotto pena di un blocco alle sue esportazioni intracomunitarie e/o di un'u­ scita in gruppo dall'Euro (che avrebbe effetti devastanti per i tede­ schi), le strutture finanziarie che la avvantaggiano, così da non dover soccombere a essa. Qualcosa del genere, molto brutalmente, fu fatto dopo la Prima Guerra Mondiale, e ancora, mutatis mutandis, dopo la Seconda. L'esperienza storica insegna che con i tedeschi, in pace come in guerra, la trattativa soft è controproducente. Guido Salerno Aletta su «MF» del 2 giugno 2012, Paul Krugman nove giorni dopo, e Jean Paul Fitoussi, tutti consigliano agli eurodeboli di allearsi per piegare la Germania a misure di integrazione, solidarietà, salvataggio come l'eurobond. Fitoussi, in particolare, già il 27 aprile aveva dichiarato: «Il mio consiglio a Hollande è di non andare dalla Merkel [per discutere del fiscal compact; N.d.A], prima vada dagli altri Paesi dell'Eurozona e faccia un gruppo di pressione. Se Hollande andrà dalla Merkel - ha proseguito l'economista francese - sarà spacciato come lo è stato Jospin che alla fine ha dovuto firmare. Se poi - ha concluso provocato­ riamente - la Germania non accetta, che vada fuori dall'Euro». Io aggiungo: s'incominci, da parte dei PIIGS più la Francia, con l'appog­ gio degli USA, ad accusare la Germania di sottrarre slealmente capitali loro propri, sviandoli con abuso di posizione dominante, e a pretendere
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Germania: scontro o cooperazione? che li rifonda. Cioè, invece di implorare un suo aiuto, si esiga un rimborso, anzi un risarcimento. Sarebbe un vantaggioso reframing psicologico. Queste richieste potrebbero essere avanzate con la minaccia di dar corso, se la Germania rifiuterà, a una campagna d’informazione dell'opinione pubblica e dei mercati sul fatto, molto scabroso, che la Germania, assieme a’d altri Paesi, ha presentato conti taroccati, sep­ pur non proprio come la Grecia, e che il debito pubblico reale tede­ sco, quello che si ottiene sommando anche il debito implicito pensio­ nistico e il debito degli enti pubblici territoriali, e quello delle semi­ pubbliche Sparkassen e Landesbanken, è altissimo, insostenibile, molto peggiore di quello italiano, perché le pensioni tedesche sono pingui e le nostre grame, grazie al sistema contributivo. In tal modo, gli investitori percepiranno il debito pubblico come a rischio notevo­ le, quindi esigeranno tassi di interessi più alti per comprare il Bund, e lo spread calerà, e assieme a esso la fuga dei capitali verso la Germa­ nia. E la capacità egemonica di Berlino. Una parallela campagna so­ ciale potrebbe denunciare le scorrettezze della Germania, le sue mire imperialistiche, e suggerire che non si comperino i suoi prodotti. Il guaio - come giustamente osserva Ferrerò1 - è che ieri Berlusconi (Tremonti) e Sarkozy, oggi Monti e Hollande, anziché fare pressione nel senso suddetto, stanno al gioco e anzi usano la Merkel, la sua no­ mea di kancelliera sadico-ottusa e irremovibile, come schermo e come parafulmine per ciò che essi stessi portano avanti. Ogniqualvolta po­ tevano mettersi di traverso, potevano dire "no" - come talvolta fa la Gran Bretagna - hanno invece detto "sì": parliamo di fiscal compact, di vincolo costituzionale di pareggio di bilancio, di EBA. Quando Sar­ kozy propose che il Fondo salva-Stati potesse approvvigionarsi diret­ tamente dalla BCE, alla stregua di una banca, a tassi quindi deiri%, la Merkel si oppose, e Monti si schierò con lei. Quindi è chiaro che Monti e la Merkel fanno il medesimo gioco, il gioco dell'oligarchia fi­ nanziaria soprannazionale, fingendo di fare un'altra cosa, cioè la lotta per l'austerità, per l'Euro, per l'Italia, per i mercati, e - domani - per lo sviluppo... Nell'agosto 2012 pare sia maturata un'intesa Merkel-Draghi, nel senso che sembra che Draghi non faccia più comperare (co­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere me fece nel 2011) dalla BCE i titoli pubblici dei Paesi eurodeboli senza condizioni, ma solo se i detti Paesi accetteranno condizioni, cioè se ri­ chiederanno l'aiuto del Fondo Salvastati e accetteranno di farsi com­ missariare da esso, ossia sostanzialmente dai Paesi creditori, Germa­ nia in testa. Ovvero, se cederanno sovranità alla Germania. Che poi la userà, verosimilmente, innanzitutto nell'interesse proprio, a tutela dei suoi crediti, dei suoi vantaggi. Questa intesa pare aver portato una certa quiete sui mercati finanziari, ma i tassi italiani rimangono inso­ stenibili già nel medio periodo. Secondo Ferrerò, ciò cui mirano Monti e la Merkel, in quanto ai rapporti italo-tedeschi è, per esempio, che il Nord-Est italiano, che già ampiamente lavora per l'industria tedesca, diventi il luogo do­ ve il capitalismo tedesco possa far eseguire, a costi di lavorazione ridotti rispetto alla Germania, una parte del suo ciclo di produzio­ ne, in modo da poter mantenere bassi i prezzi e restare competiti­ va sui mercati internazionali. Ma, secondo Ferrerò, un tale disegno, cioè usare l'Italia e altri Paesi come contoterzisti a basso costo per l'industria dell'esportazione germanica, è miope, perché non vi è un mercato globale che "tiri", che assorba l'export tedesco: USA, Cina, Brasile, Giappone non hanno grande interesse o grande capacità di importazione, nemmeno in prospettiva. Meno miope è l'altro obiet­ tivo germanico, ossia spingere l'Italia, come la Grecia, attraverso la "virtuosità" imposta, a dover svendere tutto, dalle aziende munici­ palizzate, alla residue industrie di pregio, pubbliche e private...2. La Germania, nella visione di Ferrerò, si colloca come una poten­ za continentale, vassalla rispetto a quella globale, finanziaria, apolide, che dirige i mercati, ma superiore e sfruttatrice rispetto all'Italia e ad altri Paesi continentali. Avvalendosi di questa sua potenza relativa, che in fondo consiste nel servire i padroni dei mercati imponendo le loro recessive ricette, in cambio della "licenza" di egemonia in Europa, sta­ rebbe organizzando la periferia europea come servitrice del proprio apparato produttivo orientato all'esportazione. Questo disegno viene portato avanti anche con la propaganda, ossia facendo credere ai tede­ schi che con le loro tasse si stiano facendo regali alla Grecia e alla Spa­
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Germania: scontro o cooperazione? gna, e ci si prepari a farli allTtalia e alla Francia. Si fa loro credere che le loro tasse, attraverso le misure salva-Stati, vadano a sovvenzionare gente che lavora poco e sperpera molto, e che va in pensione presto anche se ciò oggettivamente non è vero (o - direi io - è stato vero fino a poco tempo fa, e ancora è vero in parecchi settori e regioni, ma per importi modestissimi rispetto ai benefici che la Germania ha tratto e continua a trarre), anche perché non si tratta di donare soldi tedeschi ai Paesi cicala, ma di prestarli a tassi di interesse remunerativi. Nell'agosto 2012, istigata dalla Bundesbank, si scatena in Germania anche una campagna di stampa contro Draghi, accusato di abusare, nell'in­ teresse dellTtalia, dei suoi poteri sulla BCE per stampare sempre più moneta al fine di sostenere i Paesi cicala, di drogare le loro economie già tossicodipendenti e di spingere in tal modo l'Eurozona verso una nuova iperinflazione come quella della Repubblica di Weimar - tesi assurda, perché, come meglio vedremo, creare moneta in condizioni di carenza di moneta non produce inflazione. Le banche centrali hanno creato decine di migliaia di miliardi per sostenere il sistema bancario privato (tossicodipendente?), senza suscitare un'apprezzabile inflazio­ ne; quindi possono benissimo creare qualche migliaio di miliardi per sostenere le finanze pubbliche, anziché lasciarle affondare nell'inde­ bitamento e nella recessione ad opera e beneficio delle stesse banche commerciali che hanno ricevuto i predetti aiuti. Al di là delle varie interpretazioni, sta il fatto che, oramai, la Ger­ mania ha preso l'egemonia politica sull'Europa grazie alla sua posi­ zione finanziaria, e la adopera nel proprio interesse, e ciò è contrario agli interessi di molti altri Paesi europei, e soprattutto al principio di equilibrio. Come ripristinare l'equilibrio? Palesando la verità, ossia che la potenza finanziaria tedesca è un bluff, che si regge sul fatto che gli altri credono in esso. Oramai si combattono vere e proprie guerre solo con armi valutarie e finanziarie, senza carri armati, bombe e fanterie, ma con pari capaci­ tà distruttiva. Quindi bisogna essere pronti a combatterle fino in fon­ do. Le guerre tradizionali, materiali, quelle con le bombe e i carri ar­ mati, si combattono solo verso quei Paesi (dotati di materie prime o di
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere posizione strategica) che sono così arretrati o ideologizzati da non es­ sere inseriti nella rete delle interdipendenze finanziarie e commerciali. Queste richieste potrebbero essere avanzate con la minaccia di dar corso, se la Germania rifiuterà, a una campagna di informazione deiropinione pubblica e dei mercati, come si diceva, sul fatto che il de­ bito pubblico reale tedesco, quello che si ottiene sommando anche il debito implicito pensionistico, è altissimo, insostenibile, superiore al 190% (o al 240%, se si applica la contabilità aziendale, secondo l'econo­ mista tedesco Bernd Raffelhüschen, direttore del Forschungszentrum Generationsverträge e della Fondazione Marktwirtschaft), mentre l'I­ talia è la più sana, con un totale del 146%, perché le pensioni tedesche sono alte e le nostre misere, grazie al sistema contributivo. Tutti gli altri Paesi dell'Eurozona sono messi peggio. Questa situazione, che però non tiene conto dell'ulteriore debito implicito tedesco dovuto ai buchi degli enti locali, delle Sparkassen e delle Landesbanken, risulta dalla seguente tabella, di fonte ufficiale tedesca.

IL DEBITO PUBBLICO
in percentuale sul Pii

DEBITO ESPLICITO
J

DEBITO IMPLICITO

DEBITO TOTALE

'W ' , «. k vr
— 1

ITALIA GERMANIA
AUSTRIA FRANCIA PORTOGALLO BELGIO OLANDA SPAGNA GRECIA LUSSEMBURGO IRLANDA

118,4 83.2 48.3

27,6 109.4 146.9

192.6 195.2
2 9 7 .7 3 3 7 ,5

9 3 .3 9 6 .2 6 2 .9 6 1 .0 1 4 4 .9 1 9 ,1 9 2 ,5

2 6 5 .5 3 2 9 .8 4 3 1 .8 4 8 7 ,5 8 7 2 .0 1 .0 9 6 .5 1 .4 0 4 .7

3 5 8 ,8 4 2 6 .0 4 9 4 ,6 5 4 8 ,5 1 0 1 6 ,9 1 .11 5 ,6 1 .4 9 7 .2

1 — r • < ±= — J
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M arirtvvirtichafl. «itK opitsciiers t o c t t a S i g i e i t t t a n b r q Irai en h a . U í e t r í x i r j pfui»

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1 68

Germania: scontro o cooperazione? Una buona campagna di informazione in tal senso potrebbe alzare di molto gli interessi che i tedeschi pagano sul loro debito pubblico, quindi danneggiarli alquanto, ridurre lo spread e frenare la fuga di capitali dai Paesi periferici alla Germania. Una parallela campagna sociale potrebbe denunciare le scorrettezze della Germania, le sue mire imperialistiche, e suggerire che non si comperino i suoi prodotti. La richiesta di risarcimento e di riequilibrio delle rappresentanze nazionali nelle stanze dei bottoni comunitarie e della BCE nonché, se si farà, del MES, avrebbe un ulteriore fondamento nel fatto che la Germania ha compiuto atti ostili e sleali contro Grecia e Italia, tra cui l'Italia, nel 2011, consistiti nel vendere massicciamente titoli dei loro debiti pubblici attraverso la Bundesbank, ossia ha gettato benzina sul fuoco. Anche le conseguenze di questa azione vanno risarcite. In un articolo del 18 maggio 2012 su «Il Giornale», titolato Così la Ger­ mania è diventata ricca con le crisi altrui, Renato Brunetta mette in chiaro come sono andate le cose e dove sono andati i profitti, con l'Euro: l'Eu­ ro ha dato per un decennio un beneficio ai Paesi "cicala", consistente nel potersi finanziare a tassi bassi, quindi largheggiare nella spesa; e un vantaggio ai Paesi "formica", consistente nel poter esportare di più gra­ zie alla debolezza dell'Euro. La Germania ha accumulato, così, avanzi commerciali imponenti, soprattutto verso le "cicale". Da qui tensioni che si sono accumulate nel tempo. «Ma questo lo si sapeva già perché l'Eurozona non può essere considerata un'area monetaria ottimale [os­ sia, per cui vada bene una politica monetaria unica perché ha esigenze monetarie omogenee; N.d.A] e conduce le economie nazionali a diver­ gere se non si attivano uno o più di 3 strumenti a disposizione: mobilità del lavoro, politiche fiscali compensative e flessibilità dei cambi. Questi ultimi, per esempio, hanno consentito, fino all'introduzione dell'Euro, di compensare gli squilibri di bilancio dei pagamenti degli Stati che quando raggiungevano avanzi o disavanzi eccessivi erano tenuti ri­ spettivamente a rivalutare o svalutare la propria moneta. L'insieme di questi due vantaggi (tasso di interesse più basso del dovuto per Paesi che non lo meritano e tasso di cambio più vantag­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere gioso, senza alcuna redistribuzione, per i Paesi in surplus) può esse­ re definito come il dividendo avvelenato di Maastricht, che gli Stati "formica" hanno utilizzato per capitalizzare, anche oltre il dovuto e contro gli altri Paesi dell'Euro, i risultati conseguiti con le riforme ma che, invece, non è stato utilizzato dagli Stati "cicala" per consolidare i conti e avviare riforme strutturali. Di questo, però, in sede europea, nessuno si è preoccupato più di tanto, essendo, momentaneamente, un gioco a somma positiva per tutti. Si è creata in tal modo una sorta di bolla dal dividendo egoistico di Maastricht, in cui tutti lucravano sulla moneta unica. Il bengodi è durato dall'introduzione dell'Euro nel 1999 fino a ottobre 2009, quan­ do la Grecia ha fatto scoppiare la bolla. [...] Si palesa [che; N.d.A.] il dividendo di Maastricht [è stato; N.d.A.] malamente utilizzato, e inizia il gioco al massacro con banche e agenzie di rating, nella vorticosa se­ quenza bassi tassi di interesse-speculazione-titoli tossici. Le banche, in particolare quelle tedesche e francesi, giocano con i Paesi "cicala", come con la Grecia, senza preoccuparsi troppo della solidità delle fi­ nanze dello Stato. E ce n'è per tutti... A questo l'Europa ha risposto in maniera insufficiente e miope. Nes­ suna reazione intelligente alla crisi ma ricette sbagliate: punizioni ol­ tre misura per gli Stati "cicala", che generano guadagni, anch'essi oltre misura, per gli Stati "formica", in particolare per la Germania. Come? Sulla scia della combinazione di speculazione internazionale e reazione inadeguata dell'Europa, i tassi di interesse che gli Stati "cicala" si trova­ no a dover pagare sui titoli del debito pubblico aumentano vorticosa­ mente, più di quanto non sia giustificato dallo stato dei conti pubblici. E a guadagnare sono gli Stati "formica", prima fra tutti la Germania. Allo stesso tempo, infatti, il Bund tedesco diventa titolo "rifugio" e il suo rendimento diminuisce. Con lo scoppio della crisi sono le "cica­ le" a pagare il servizio del debito alle "formiche"». Come? Lo spiegava un precedente articolo di Brunetta, La Follia di Berlino, pubblicato su «Il Giornale» del 4 giugno, in materia di spread Btp/Bund. «Lo spread si forma sul mercato secondario, dove vengono scambiati privatamente titoli già in circolazione. Il servizio del debito, quindi l'effettivo
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G erm ania: scontro o cooperazione? costo per lo Stato, si determina invece mensilmente in sede di asta. In più lo spread è un metro elastico che aumenta non solo se sale il rendi­ mento dei nostri titoli di Stato ma anche se il rendimento dei nostri ti­ toli rimane stabile e contestualmente scende quello dei Bund tedeschi. Per capire, quindi, cosa è davvero successo andiamo ad analizzare i risultati delle aste in Italia e in Germania nel periodo maggio 2011-maggio 2012. 1) maggio 2011: il Tesoro italiano ha assegnato 3,7 miliardi di Btp a 10 anni a un rendimento lordo del 4,84%. Di contro, il Tesoro te­ desco ha emesso Bund decennali per 4,1 miliardi a un rendimento del 3,04%. 2) maggio 2012: emessi 2,3 miliardi di Btp italiani a un rendimen­ to lordo del 6,03% (1,19% in più rispetto a maggio 2011) e 4,1 miliardi di Bund tedeschi a un rendimento lordo dell'1,47% (1,57% in meno rispetto a maggio 2011). Stiamo pagando il servizio del debito ai tedeschi». «Per l'economia tedesca, quindi, doppio guadagno - riprende l'arti­ colo del 22 giugno all'aumento delle esportazioni, ripetiamo, a sca­ pito degli altri Paesi europei, di cui avevano beneficiato al momento del passaggio alla moneta unica, grazie al tasso di cambio struttural­ mente favorevole e sottovalutato nel tempo, si aggiunge la riduzione dei tassi di interesse sul debito pubblico conseguente alla crisi. Da qui deriva anche la tentazione egemonica della Germania, asse­ condata dalla debolezza della Commissione Europea, burocratica, im­ potente, piatta. Piuttosto che chiedere alla Germania di aumentare i consumi, gli investimenti, i salari, le importazioni e, di conseguenza, la crescita per gli altri Paesi [l'UE; N.d.A], ha ceduto di fatto la propria so­ vranità allo Stato tedesco, allineandosi passivamente alle ricette sangue sudore e lacrime da questo imposte a tutta l'Unione. La dabbenaggine masochistica dei parametri previsti da Basilea 3 e dall'Eba (Autorità Bancaria Europea) porta gli istituti di credito a dover svalutare i pro­ pri asset e, di conseguenza, a ridurre proporzionalmente la liquidità ai clienti. L'esplosione è assicurata e porta alla tempesta perfetta e al col­ lasso dell'intero sistema Euro. Con le conseguenti tensioni democrati­ che, cambi di governo e inevitabili derive populistiche». In essenza, l'Euro funziona male e fa divergere le economie che lo hanno adottato proprio perché queste economie, e le prassi e menta­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere lità nazionali dietro ciascuna di esse, avevano, e sempre più hanno, bisogni diversi, che non possono essere soddisfatti con un'unica mo­ neta. A meno di fare una cosa come l'Italia "unita", dove il Nord e il Sud, che hanno bisogni diversi in fatto di politiche monetarie, vengo­ no tenuti insieme a oltranza, nonostante si allontanino sempre più, at­ traverso continui trasferimenti dal primo al secondo. Ma ovviamente nessun Paese "formica" vuole fare, all'interno di un futuro Superstato europeo, la fine che hanno fatto la Lombardia e il Veneto entro lo Sta­ to unitario italiano. Brunetta conclude con un'esortazione a Monti: «Professor Mon­ ti, porti da subito all'attenzione dell'Europa il dossier dei guada­ gni dell'economia tedesca degli ultimi dieci anni sull'export e quelli dell'ultimo anno grazie ai titoli di Stato tedeschi. Chieda conto dello stato comatoso delle sue Casse di Risparmio e il ruolo della finanza pubblica nei loro confronti; chieda conto dei trucchi della Cassa De­ positi e Prestiti per aggirare le statistiche sul debito pubblico tedesco; chieda perché all'inizio della crisi, in maniera del tutto inspiegabile, Deutsche Bank ha venduto titoli del debito sovrano greco e italiano, buttando benzina sul fuoco; chieda conto dei comportamenti delle banche tedesche nei confronti della Grecia e dei titoli tossici che han­ no in portafoglio; chieda perché nel Fiscal Compact l'indicatore degli squilibri connessi alle esportazioni sia stato fissato al 6% quando la Germania arriva giusto al 5,9%. Senza alcun timore reverenziale, sen­ za subalternità. La posta in gioco non lo consente. E smettiamola una volta per tutte col dire che la Germania paga per tutti». Monti invece portava al vertice di Bruxelles del 28-29 giugno 2012, a detta della stampa italiana, una nuova stupidaggine: la minaccia di non approvare la Tobin Tax voluta dalla Merkel, se questa non fa qualche concessione. Stupidaggine, perché la Tobin Tax imposta so­ lo nell'Eurozona colpisce soltanto i risparmiatori dell'Eurozona, non i grandi operatori finanziari, che fanno le loro transazioni a Londra, New York e su altre piazze esenti dalla Tobin Tax. Il 29, nella stampa tedesca, troviamo notizia che Monti avrebbe strappato dalla Merkel
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Germania; scontro o cooperazione?

l'accordo per alleviare a mezzo del Fondo salva-Stati l'eventuale ec­ cesso di interesse sui debiti dei Paesi deboli. Segnatamente, Monti l'a­ vrebbe ricattata minacciando di bloccare il piano di investimenti per la crescita, se la Merkel non avesse ceduto su quella richiesta, detta di scudo antispread. Monti sapeva che la Merkel aveva necessità di fare approvare il piano p er ottenere il voto del Bundestag su altre rifor­ me, come il MES e il fiscal compact. Monti avrebbe anche minacciato che, in caso di mancato accordo, in Italia avrebbero potuto prendere il sopravvento partiti populisti, che avrebbero destabilizzato definitamente l'Euro. E la Merkel ha ceduto. Molti articoli e commenti di let­ tori tedeschi dell'indomani erano colmi di risentimento, accusavano i PIIGS di ricatto, di voler vivere sulle loro spalle e suggerivano che questa vicenda minasse l'Euro e il processo di unificazione europea, e spingesse le nazioni europee a ritirarsi nei rispettivi Stati nazionali. Un'ex consigliera di Kohl, Gertrud Hòhler, espone una tesi alternati­ va nel suo libro Die Patiti, cioè La Padrina, apparso nell'agosto 2012, che argomenta che il fíne perseguito dalla Merkel non sia il potenziamento dell'economia tedesca, ma il proprio personale potere sull'Europa, con lo svuotamento delle istituzioni rappresentative del popolo e delle garanzie costituzionali, l'addomesticamento dei controlli giudiziari, l'imposizione del principio che "si fa così perché non ci sono alternative". Il libro descri­ ve una Merkel priva di valori, ideali e sentimenti, espressione della cul­ tura burocratica e dittatoriale della DDR in cui è cresciuta e si è formata.

N O TE_________________________ 1 Cap. 12. . 2. Ferrerò, 2012, cit., pp. 166 ss.

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IL VERTICE DI BRUXELLES: ESITO PERVERSO

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alloni e io, indipendentemente l'uno dall'altro, siamo arrivati alla conclusione che lo scudo antispread, come deciso al vertice di Bruxel­ les, ma non ancora attuato e finanziato, è destinato a fallire, per due suoi palesi difetti: a) ha un limite quantitativo dichiarato agli interventi pos­ sibili; quindi gli speculatori si regoleranno per superare quel limite e far saltare il banco; b) ha una soglia di intervento troppo alta, 650 punti base di spread, che consentirà lo svenamento monetario dei Paesi eurodeboli; la soglia di intervento andava collocata a 250 punti base, così da tener bassi i tassi nei detti Paesi, onde permettere loro di fare investimenti a tassi soste­ nibili, onde recuperare produttività e competitività, e invertire la recessio­ ne. Quindi, secondo Galloni e me, è chiaro che gli artefici di questo mec­ canismo o sono brocchi, o vogliono affondare i Paesi eurodeboli per pren­ derne i pezzi validi attraverso una campagna di privatizzazioni forzate di emergenza, pertanto fanno qualcosa senza valore per dare alla gente l'im­ pressione di proteggerla, mentre all'opposto si preparano a spennarla con strumenti giuridici molto intrusivi e fino a ieri impensabili. Io ritengo che vi sia un ulteriore elemento balordo nell'accordo di Bru­ xelles, che sia stato raggiunto un accordo di comodo e perverso: la Ger­ mania, anziché approfittare del bisogno che i PIIGS hanno del suo aiuto per forzarli a rendersi efficienti, continuerà a sfruttare la sua posizione di forza entro l'Eurozona, nei termini già descritti. Ossia, continuerà a finan­ ziarsi e competere col vantaggio di spread pubblico e privato sui PIIGS; e in cambio metterà a disposizione della classe politica italiana e di quel­ la spagnola qualche soldo, per consentire loro di rifinanziarsi a tassi non immediatamente insostenibili. Cioè da un lato la Germania evita di ri­ nunciare alle distorsioni prodotte dall'Euro a suo beneficio, e i politicanti dei PIIGS evitano di dover metter mano ai vizi strutturali, di inefficienza, corruzione, non competitività, che sono la causa dei problemi, specialmente per l'Italia (però questo accordo non ha raccolto la fiducia dei mer­
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Il vertice di Bruxelles: esito perverso cati). A Bruxelles si è scelta insomma la via della lenta agonia per con­ sunzione. Data la reciproca convenienza politica dell'esito, sospetto che la battaglia tra Merkel e Monti sia stata una manfrina. Inoltre, volutamente è stato lasciato nell'ambiguo - ma ci saranno protocolli addizionali segreti a regolare la cosa - se il Paese che richieda aiuto dal Fondo salva-Stati sa­ rà assoggettato, cometa Grecia, all'intervento della Trojka. I mass media italiani dicono di no, ma la Merkel, interrogata sul punto nella susseguen­ te conferenza stampa, ha significativamente eluso la domanda. Può darsi che vi sia un protocollo segreto che impegna il governo italiano, come condizione per ottenere gli aiuti taglia spread, a ridurre la spesa pubblica, attualmente intorno agli 850 miliardi l'anno. Innanzi­ tutto, si parlava di 4,2 miliardi l'anno, al massimo di 9, ossia di solo lo 0,5-1%, quando almeno metà della spesa per acquisti e appalti della p.a. è frutto di gonfiaggio, quindi si dovrebbero introdurre i costi standard, anzi le best practices, i costi più bassi realizzati dagli amministratori più abili, e sarebbero da tagliare 85 miliardi; così pure per le opere pubbliche: - 1 5 miliardi; e almeno V della spesa per pubblici dipendenti è ingiusti­ 3 ficata in quanto a bisogni e rendimenti, quindi si potrebbero risparmiare altri 75 miliardi. Avremmo così un risparmio di 175 miliardi l'anno, un 20% abbondante. Altrimenti detto: prestazioni equivalenti, anzi miglio­ ri, di quelle attuali, si potrebbero ottenere con la metà dell'attuale spesa pubblica. Insomma, se si vuole essere seri ed efficienti, bisogna taglia­ re così, e costringere chi rimane a lavorare con impegno. Ma, dato che la spesa pubblica è reddito per chi la percepisce, quanti redditi e quanti posti di lavoro verrebbero meno, soprattutto nel Meridione e a Roma? E quanti voti in parlamento? Ovviamente, non è una via percorribile. E questo è il primo punto: la spesa pubblica inutile, che quindi si dovrebbe tagliare, in realtà si può tagliare solo in piccola parte e gra­ dualmente, a misura che la si ricanalizzi in impieghi utili e leciti; però da subito si può iniziare a individuare, a inventariare, a denunciare le voci di spreco, spiegando che le si deve continuare a pagare, in attesa di una loro conversione, perché altrimenti il sistema collasserebbe. Oppure bisognerebbe montare un'emergenza abbastanza terroriz­ zante da creare le condizioni politiche per fare le cose non gradual­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere mente. Allora è da attendersi che il "sentiero di guerra" e "la guerra su fronti multipli" di cui Monti ha parlato l'il luglio comportino una du­ rissima manovra in autunno, nella speranza che, nel 2013, la BCE pos­ sa iniziare a comperare i buoni del tesoro degli Stati membri come lo fa la FED coi buoni federali. Per ottenere questo scopo, Monti dovrebbe persuadere la Germania che l'Italia si sia risanata e che quindi la BCE possa essere autorizzata a comperare, ossia finanziare, il suo debito pubblico. Vedremo se ci riuscirà continuando con una finta spending re­ mezo, oppure se dovrà farla davvero, ossia con tagli selettivi che colpi­ scano il parassitismo, gli sprechi, le ruberie, gli enti inefficienti. L'alternativa, per accelerare il processo, è quella ceco-slovacca: da­ re la piena indipendenza, anche monetaria, alle regioni con la spesa pubblica più pletorica e inefficiente, con le loro legioni di forestali e dirigenti inutili - Meridione, Lazio, Sardegna - in modo che facciano le loro scelte liberamente e coi loro mezzi, con un loro parlamento e un loro governo e un loro fisco e una loro capitale. Il secondo punto segue strettamente: in parallelo alla graduale razio­ nalizzazione e sfrondatura della spesa pubblica, bisognerebbe procedere alla graduale sostituzione degli amministratori, dei dirigenti, dei fun­ zionari, degli impiegati tecnici privi delle necessarie capacità professio­ nali e implicati in traffici scorretti con altre persone, che abbiano quelle capacità e siano estranee a quei traffici. E questa è la cosa più difficile, ma anche quella più utile. Richiede che ci si concentri sulla valorizzazio­ ne delle risorse scolastiche residue. In effetti, il male non è la quantità in sé della spesa pubblica, ma la sua scarsa efficienza. Se le risorse pubbli­ che fossero usate competentemente, razionalmente, correttamente, esse produrrebbero efficienza del sistema-Paese, supporti infrastrutturali, ac­ quisizioni innovative e competitive, quindi un pii molto maggiore. Ma, essendo esse, anche oggi, perlopiù spese scriteriatamente e in modo mi­ rato al profitto illecito, mancano questi obiettivi e diventano zavorra. Intervenire su tutto ciò comporterebbe, per il governo, per qualsia­ si governo parlamentare, tagliare il ramo su cui siede. Un alto grado di sprechi è inevitabile in tutti i sistemi economici, dalla scala nazionale alla scala individuale (basti pensare alle quantità di cibo, di energia, di acqua,
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Il vertice di Bruxelles: esito perverso di farmaci, di materiali, di lavoro, oltre che di denaro, che vanno per­ dute). Il problema è quando si forma un business degli sprechi, che ac­ quisisce potere politico di sostegno e di interdizione, soprattutto perché dalla continuazione degli sprechi dipende il reddito, quindi la soprav­ vivenza, di parte del corpo sociale. L'Italia ha un business degli sprechi, e una dipendenza sociale da essi, molto più alti che la Germania o altri Paesi. Inoltre, dalla spesa a spreco dipende la stessa coesione Nord-Sud. E questo è un elemento differenziante obiettivo, di grande peso, che non consente ricette identiche tra Italia e Germania, pena l'acuirsi delle diver­ genze e delle tensioni. Però l'accumularsi degli insuccessi, in termini di tassi, degli accordi e degli interventi comunitari, e l'avvicinarsi del 2013, anno in cui si dovrà, in piena recessione, iniziare le manovre di 45 miliar­ di l'anno per rispettare il fiscal compact, possono imporre che si creino todo modo le condizioni politiche per non procedere gradualmente, per fare davvero i tagli di oltre 100 miliardi l'anno alla spesa del settore pubblico, assieme a una tassazione straordinaria, probabilmente patrimoniale. L'Euro si riconferma un fallimento strutturale, congenito. Assistia­ mo alla rivincita della psicologia sociale e del realismo sulla velleitarietà dei grandi disegni finanziari e giuridici calati dall'alto sulle gen­ ti. L'oligarchia scelse, a suo tempo, di far entrare nell'Euro Paesi come Italia, Grecia, Spagna, molto lontani dai requisiti di convergenza fissati per l'ammissione. Legare a tassi di cambio bloccati Paesi, regioni, popo­ li, con divergenze di partenza (in fatto di mentalità, abitudini, pratiche economiche, produttività, capacità di evoluzione e aggiornamento), non porta alla riduzione, ma all'ampliamento delle divergenze tra essi, pro­ prio perché blocca i processi compensativi tra queste divergenze. E ge­ nera distorsioni sempre più accentuate, rendendo ancor meno efficienti i Paesi più deboli inizialmente. Forzare su un piano verso l'unione, come ancora si è fatto a Bruxelles, crea più disunione su un altro piano: azione e reazione. E a sua volta tutto ciò riaccende sentimenti di diffidenza e ostilità reciproci, e il desiderio di ritirarsi dall'impegno comune. L'Euro, quindi, poteva definirsi un successo solo se era diretto contro l'unifica­ zione o l'armonizzazione europea. O a produrre una successione di cri­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere si e di emergenze, che creino le condizioni socio-politiche per imporre una governance autocratica e tecnocratica, che in effetti arriva già ora col MES. È un'escalation di violenza e velleità rietà legislativa top-down con­ tro la realtà vivente dei diversi popoli e delle diverse mentalità. Vedo tuttavia, almeno tecnicamente, la possibilità pratica di una conciliazione degli interessi di Germania da una parte, e dei PIIGS più Francia dall'altra. Vedo la possibilità di farli convergere. Se si vuo­ le davvero un'integrazione politica-economica dei Paesi europei, ini­ ziando da quelli aderenti all'Euro - se cioè davvero si vuole forma­ re una federazione continentale nell'interesse di tutti i partecipanti, quindi conciliando gli interessi ora in buona parte divergenti di Paesi euroforti e di Paesi eurodeboli, allora una riforma dell'Eurozona con l'introduzione di una protezione dei debiti pubblici dei Paesi membri contro la speculazione e le conseguenze di un eccessivo spread, e in­ sieme con meccanismi che facciano convergere, anziché divergere, le economie dei singoli membri, potrebbe avere i seguenti caratteri: si dovrebbero "sterilizzare" gli interessi passivi su ciascun debito sovra­ no limitatamente alla parte che eccede la media ponderata dei tassi dei Paesi membri, nel senso che questa parte verrebbe pagata non dal singolo Paese, ma da un fondo comunitario alimentato con una quota pari a V4 degli avanzi commerciali dei Paesi che hanno un tale avanzo (quindi principalmente dalla Germania). Un altro 25% di tale avanzo alimenterà un fondo per investimenti infrastrutturali destinati ad au­ mentare l'efficienza dei Paesi più carenti. Come contropartita, ai Paesi contribuenti netti a questi due fondi si daranno i mezzi per accertarsi che i Paesi beneficiari netti spendano razionalmente e correttamente i loro denari pubblici. Ossia, si darà lo­ ro modo di fare una spending review, un controllo analitico della spesa pubblica dei detti Paesi, e di imporre - attraverso una commissione apposita - uno spending cut, ossia tagli alle voci che risultino ingiusti­ ficate o gonfiate. Ancora, andrebbe imposto il principio dei costi stan­ dard, dimenticando i costi storici. Inoltre, bisognerebbe istituire una sorta di PM europeo, munito del potere di indagare e di promuovere
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Il vertice di Bruxelles: esito perverso i procedimenti sia penali, che contabili, che civili nelle materie perti­ nenti alla spesa pubblica (a un tale organo mi candido sin da ora). Vi dovrebbe essere una corsia preferenziale per questi processi, o meglio una sezione specializzata del tribunale. Le pene andrebbero inasprite per durata e per regime, fino a misura tale da suscitare vera paura nei malfattori politici e non. Si dovrebbero vagliare, per gli ultimi 5 anni almeno, con la partecipazione di esperti nominati dall'Euro-PM e comprendenti persone di fiducia della Germania, tutti i casi sospetti di spese gonfiate per appalti, forniture, dipendenti. Immediatamente dovrebbe partire l'azione di risarcimento contro le imprese e le perso­ ne fisiche interessate, col sequestro conservativo dei loro beni In essenza, sarebbe un accordo con cui la Germania accetta di da­ re parte del denaro che sta incassando grazie all'Euro a quei Paesi che, a causa dell'Euro, stanno perdendo denaro e industrie. Ma, al a contempo, la Germania ottiene i mezzi per imporre ai politici dei medesimi Paesi di smettere di sprecare i soldi, di rubarli, di darli alla criminalità organizzata. E anche di far portare, dall'Euro-PM, a giudizio penale e contabile i casi di ritenuti abusi. L'effetto combinato di queste due azioni sarebbe quello di avvicinare i Paesi eurodeboli, per correttezza ed efficienza, alla Germania. Ovviamente, anche ai beneficiari netti dovrebbe essere dato un potere di revisione dei conti di Germania e soci, per evitare facili abusi e per con­ sentire di mettere alla luce componenti nascoste come il debito implicito. Escluderei invece gli eurobonds, la mutualizzazione dei debiti pub­ blici, per diverse ragioni: perché richiederebbe troppo tempo per essere approvata ed eseguita, perché sarebbe più logico e semplice autorizzare la BCE a comperare i titoli di Stato alle aste, perché non eliminerebbe l'effetto divaricante dell'Euro sulle economie dei Paesi membri, e per­ ché essa incoraggerebbe la spesa pubblica parassitaria. Il principale e più profondo male dell'Italia, ai fini dell'integrazione con Paesi "miglio­ ri", come la Germania, il male che ha ingessato l'Italia e la sta allonta­ nando sempre più dai Paesi efficienti, e che le conferisce un'immagine giustamente inaccettabile ai tedeschi, è proprio la spesa pubblica inef­ ficiente e ladresca per appalti e acquisti di beni e servizi, nonché per personale inutile o inutilizzato. Se la Germania e gli altri euroforti vo­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere gliono un'integrazione europea, e se temono la convivenza con questa Italia, ebbene, oggi, nel termini suddescritti, hanno un'opportunità d'o­ ro per correggere l'Italia e altri Paesi con quel tipo di difetti. Per costrin­ gerli a correggersi o a farsi correggere. Se i politici italiani non ci stanno, è perché vogliono continuare a ru­ bare, ad alimentare le mafie e a prelevare dai risparmi dei cittadini per finanziare i loro traffici e ciò che intendono per unità del Paese. Se non ci stanno i politici tedeschi, allora bisogna fare un discorso molto aperto. Grazie all'Euro, la Germania, come Paese più sicuro e più redditizio per gli investimenti, da anni sta attraendo capitali e aziende dai Paesi periferici dell'Eurozona. Grazie a quest'abbondanza di capitali, ai conse­ guenti vantaggi nel credito, e alla sua efficienza organizzativa e tecnologi­ ca, inoltre, accumula anno dopo anno avanzi commerciali dalle sue espor­ tazioni, con cui può lanciare ogni azione sui partner deboli: dalle specu­ lazioni contro il loro debito pubblico, al take over dei loro pezzi migliori. Berlino ha interesse a continuare così, cercando di imprigionare le sue vit­ time nell'Eurolager di istituzioni come il MES, per farne quel che vuole, mentre con le sue ricette di austerità le precipita neH'avvitamento fiscale e nella recessione senza sbocco, e sottrae loro quote dopo quote dei merca­ ti internazionali... Non per niente «The New Statesman» ha recentemente (22 giugno) definito la Merkel, con la recessione che impone e i piani di super Stato che porta avanti, seconda solo a Hitler come minaccia tedesca al benessere e alla libertà delle nazioni europee. Berlino sta insistendo per un'integrazione politica in termini di cessio­ ne di sovranità, ma ciò che vuole non è integrazione politica - ossia, degli elettorati e dei parlamenti e del governo e delle responsabilità verso un popolo unificato - bensì una cessione di sovranità a una governance tecnocra­ tica e finanziaria - leggasi BCE e MES: organi che per loro statuto domina­ no dall'alto le nazioni aderenti, da dietro una barriera di irresponsabilità assoluta e di insindacabilità democratica e giudiziaria. Il Superstato con­ tro cui ammonisce «The New Statesman», per l'appunto. Berlino non vuole affatto l'integrazione politica, e per evitarla insiste su un rigore impossibile e controproducente; poiché gli altri, quasi tut­
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Il vertice di Bruxelles: esito perverso ti, non possono accettarlo, Berlino è giustificata a non integrarsi politicamente, dall'assumere solidarietà pericolose, dal dover condividere organi parlamentari con Paesi come l'Italia. Può invece, e meglio potrà in futuro col MES, continuare a drenare ca­ pitali e risorse e capacità produttive dai Paesi inefficienti. Per poter conti­ nuare questo gioco di*spremitura, si sta aprendo all'uso del Fondo Salvastati per comperare i titoli del debito pubblico dei Paesi eurodeboli quando il loro rendimento sale oltre un certo limite; ma fa ciò solo per evitare il tra­ collo della sua macchina di sfruttamento. E pone la condizione del rispetto di regole di virtuosità contabile - regole arbitrarie, senza base scientifica e che empiricamente si sono dimostrate recessive e improduttive. Per la Germania invero sarebbe assurdo integrarsi politicamente e socialmente con l'Italia, Paese stagnante da un ventennio, di cui tut­ ti i tedeschi hanno visto il marcio e l'inefficienza, dalla gestione dei rifiuti al Sud, al predominio territoriale delle mafie, alla qualità suba­ fricana della c.d. giustizia e di molta pubblica amministrazione e del complesso della dirigenza politica. Similmente assurdo per la Germa­ nia sarebbe integrarsi con la Grecia, dopo lo spettacolo della sua spesa pazza, dei suoi bilanci truccati, del governo che assume 70.000 funzio­ nari in violazione degli accordi comunitari. E così con la Spagna, Paese che per decenni ha demenzialmente affidato la sua economia alla mo­ nocultura intensiva di una gigantesca bolla immobiliare. Del resto, che integrazione politica, che federazione si possono fa­ re, tra Paesi in cui le pensioni medie tendono a 480 Euro al mese, e Paesi in cui sono il triplo? Con l'Euro, insomma, siamo arrivati a una contrapposizione oggettiva d’interessi tra la Germania coi suoi satelliti rispetto ai Paesi periferici. Monti ha probabilmente cercato di fare buona impressione sull'eletto­ rato tedesco e propiziare qualche concessione mediante le sue misure di rigore appariscenti quanto rovinose, apparentemente stupide ma in quel senso furbesche, e appoggiandosi all'elargizione di credito facile alle ban­ che da parte di Draghi, credito con cui dovevano comperare titoli del de­ bito pubblico italiano, abbassare i tassi e dare una parvenza di ritrovata sa­ lute finanziaria. La messa in scena è durata poco e ha fatto cilecca. Esaurita
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere la manna creditizia, gli spread sono risaliti e ora siamo alla resa dei conti. Soprattutto, non si è tenuto conto, a quanto mi consta, del fatto che il si­ stema previdenziale tedesco è insostenibile per le ragioni suddette; o me­ glio, è sostenibile solo a condizione che Germania e soci continuino ad attrarre capitali e Gastarbeiter (lavoratori-ospiti) dai Paesi eurodeboli, e usino quei capi­ tali e i contributi previdenziali di quei lavoratori-ospiti per pagare le pensioni e le varie assistenze per i tedeschi. Quindi è questo che da Berlino stanno facen­ do: colpiscono il credito e l'industria dei partner deboli per sostenere il flusso di denaro, aziende e lavoratori verso il Reich. Purtroppo, entro la suddetta cornice, la Germania può sopravvivere soltanto schiacciando e spremendo i Paesi deboli. Sia chiaro: tutto ciò non è imputabile ai cittadi­ ni tedeschi, che non hanno alcun potere su queste cose, e perlopiù non ne hanno nemmeno contezza. Io non ho alcun malanimo nei loro confronti. Circa 20 anni dopo Versailles1 la Germania si rimise rapidissima­ , mente in forze grazie anche al fatto che lo Stato iniziò a usare la sovra­ nità monetaria per la ricostruzione e il riarmo. Dopo la guerra che seguì, per prevenire che la Germania potesse ripetersi, da parte americana ci fu chi propose di ridurla a Paese strettamente agricolo, un'Arcadia senza in­ dustria pesante. Ci si accontentò di suddividerla e di imporle un sistema monetario inefficiente e indebitante, come quello degli alleati, cioè diretto dalla finanza privata. Col tempo, la Germania ha reagito con la sua solita efficienza, controbilanciando questa imposizione, recuperando la propria unità ed estendendo la sua egemonia finanziaria sui partner europei. Elevare il proprio grado di performance, di ordine, per un sistema, in modo di portarsi al livello del partner-competitore più ordinato performante, è estremamente difficile, una sfida alla seconda legge della termodinamica. Non si tratta di scarsa volontà o scarso impegno. È molto più facile abbassare il livello di performance, di ordine, del sistema più ordi­ nato, cioè della Germania.
N O T E__________________________________________________________________________ I. A Versailles, dopo la sconfitta nella Prima Guerra Mondiale, la Germania do­ vette firmare un trattato in cui si assumeva altissimi oneri per le riparazioni di guerra, cedeva territori e riduceva di molto le sue capacità militari.

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DA VERSAILLES AL MES

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ino a che non si farà una novella Versailles che operi questo indeboli­ mento strutturale della Germania, dobbiamo riconoscere che, nel l'ot­ tica attuale come sopra analizzata, la politica economica degli ultimi go­ verni italiani, da Maastricht in poi, non appare autolesionista, ma razio­ nale dal punto di vista del capitalismo. Questa è la vera "riforma" che si sta facendo in Italia, e non è certo imputabile a Mario Monti1: la liquida­ zione dellTtalia in favore dei capitali stranieri, e di quei grandi capitali italiani che anche Monti protegge e che sono emigrati in grande quantità (decine di migliaia di miliardi), e che faranno shopping assieme a quel­ li stranieri sull'Italia devastata e in ginocchio, imponendole anche regole fiscali e del lavoro di loro assoluto favore, che il popolo non accettereb­ be mai se non messo con l'acqua alla gola. Avevo qualche residuo dubbio che fosse questo il fine, e me lo ha tolto il fatto che il governo ha tagliato duramente, ai primi di luglio, anche la spesa per la ricerca scientifica, così da dissolvere il potenziale di ricerca del Paese e da spingere gli scienziati a emigrare. E probabilmente questa politica, di cui il premier di turno è solo un continuatore (come il matador è il continuatore e perfezionatore dell'azione di banderilleros e picadores), è l'unica possibile politica in un sistema-Paese irriformabile e incorreggibile nelle sue storture di fondo (come dimostra l'irriducibilità della spesa pubblica parassitarla in favore dei necessari investimenti e sgravi fiscali). Monti non è un criminale, co­ me lo ha definito, con un antropomorfismo, Paolo Barnard in televisione. È un operatore tecnico del capitalismo impersonale, a-morale. In quanto invece a Napolitano, se ha conservato la fede marxista, può essere che egli stia appoggiando il processo suddetto, ma non nell'interesse dei capitali predoni, bensì contro di esso, dato che, se­ condo Marx, il detto processo sta portando il mondo a quella concen­ trazione finale del capitale che sfocerebbe nell'auto-eliminazione del capitalismo, quindi nel socialismo reale, il massimo bene per tutti
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere conseguibile dall'uomo sotto il cielo. Del resto, la liquidazione-colonizzazione pare l'unica via possibile per l'Italia, non potendosi attivare una strategia di spesa anticiclica evolutiva di tipo keynesiano, o post-keynesiano, alla Galloni, diretta a investimenti, dato che in Italia manca una classe politica e amministrativa con le competenze per fare quel tipo di spesa, cioè per spendere bene, produttivamente. La classe politica italia­ na, nel complesso, sa solo spendere male, per comperare consensi clientelari e per costituire e tutelare posizioni di privilegio. Ogni giorno un nuovo caso conferma che non si tratta di mele guaste, ma di una menta­ lità-prassi consolidata, trasversale e pervasiva, che non è nemmeno limi­ tata alla classe politica-amministrativa, ma è condivisa dalla società, dal basso, soprattutto nel Meridione2. Siccome tutta la partitocrazia è dedita a questa prassi e da essa ri­ cava i propri profitti e mezzi finanziari, il poter giudiziario è anche strumento di selezione politica, dato che può favorire e mandare al potere certe forze politiche semplicemente chiudendo un occhio sugli affari di queste e indagando in modo mirato le attività di quelle che a esse si oppongono, e passando ai mass media il materiale di indagine. Il trattato ESM-MES (European Stability Mechanism - Meccanismo di Stabilità Europeo), ossia il documento che istituisce l'organizzazione fi­ nanziaria intergovernativa a cui si intende attribuire la gestione del nuo­ vo fondo "salva-Stati", doveva entrare in vigore nel luglio 2012. Il capitale sociale delI'ESM è di 700 miliardi, di cui solo 500 saranno prestabili. Ogni Paese aderente dovrà contribuire con un versamento in quota corrispon­ dente alla sua quota nella BCE (dedotte le quote dei Paesi soci della BCE ma non partecipanti all'Euro, come il Regno Unito). Il trattato fu firmato l'il luglio 2011; nel marzo 2012 è stata portata alla firma una nuova ver­ sione del trattato. L'ESM è organo intergovernativo, non eletto e privo di rappresentatività democratica, nominalmente deputato a gestire il fondo salva Stati, ossia a soccorrere con prestiti gli Stati membri in difficoltà. Il suo aiuto può avvenire solo sotto "stretta condizionalità", ossia solo se lo Stato in difficoltà rispetta remissivamente le condizioni di politica economica imposte.
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Da Versailles al MES Il trattato prevede che, in caso di richiesta di aiuti, si svolga una trattativa in sede di Commissione Europea col coinvolgimento del FMI e della BCE. Ma il potere decisionale rimane all'ESM, che quindi può imporre le condizioni allo Stato in crisi, cioè può dettare la politi­ ca economica dall'alto scavalcando il popolo "sovrano" Poiché queste condizioni derivano dal modello economico-finanziario adottato e fatto adottare, unitamente alle ricette che abbiamo visto in azione nei precedenti capitoli, dalla stessa finanza speculativa che pro­ duce le crisi dei singoli Paesi, entreremo in una spirale senza uscita, o con un'uscita consistente in una rottura sistemica. In tal modo, ogni Stato perde anche formalmente la propria indipendenza. L'ESM impone le sue condizioni allo Stato decotto nel senso in cui una banca di credito impone le sue condizioni al cliente che sta per fal­ lire. L'ESM è architettato come una banca di credito che si finanzia sul mercato e persegue utili, sotto forma di interessi che fa pagare agli Stati membri, lucrando sulla forbice dei tassi. Il trattato ESM non quantifica, però, lo spread, il ricarico. Dice solo che deve essere "adeguato". E questo consentirà distorsioni e favoritismi e sabotaggi degli Stati non obbedienti. Il Paese membro che non riesca ad adempiere gli impegni assunti ver­ so l'ESM, è sospeso dal diritto di voto (articolo 4, punto 8). Il peso deci­ sionale entro l'ESM è proporzionale ai versamenti, alla forza economica. Quindi la Germania affermerà i suoi interessi sui Paesi eurodeboli, di cui detiene il debito pubblico e di cui è finanziatrice (Francia inclusa), onde potrà da un lato metterli in ginocchio (le banche tedesche, specialmente la Bundesbank lo hanno già fatto con il btp nell'estate 2011, offrendone in vendita una grande quantità), e dall'altra imporre le sue condizioni per aiutarli. Invero, nel trattato ESM non è istituita alcuna protezione del settore pubblico contro i meccanismi della finanza speculatrice e contro la guerra del rating. Di fatto e di diritto, l'ESM sarà la fine della capaci­ tà politico-economica degli Stati dell'Eurozona diversi dalla Germania, e anche un ridimensionamento notevole del potere direzionale della BCE, che per giunta non potrà incassare i titoli di Stato che ha ricevuto in ga­ ranzia dalle banche che ha finanziato, se prima i rispettivi Stati emittenti non avranno saldato il debito verso l'ESM.
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Il MES gode di prelazione sui suoi crediti verso le banche che aiu­ ta. Il che comporta che, se queste falliscono, prima viene pagato il MES, poi gli obbligazionisti. Il che scoraggia dal prestare e dal man­ tenere i prestiti verso le banche che si avvicinano a quella condizione. Il 12 giugno 2012 si constata che il salvataggio europeo delle ban­ che spagnole, fatto il giorno prima e costato 100 miliardi, non rassi­ cura "i mercati", che fanno schizzare a 486 punti base lo spread btp/ Bund. Avanzano allora proposte di dare al MES la licenza bancaria, così che possa prendere soldi a prestito dalla BCE e riprestarli agli Stati difficoltà. In tal modo, il MES diverrà un soggetto privato a tutti gli effetti, una banca di credito, con poteri sovrani sulle nazioni. Scrive Lidia Undiemi nel suo articolo del febbraio 2012: La gestione del fondo "salva-Stati "ESM" ad una istituzione intergovernativa finanziaria fra immunità ed altri privilegi. Un punto di non ritorno verso l'annientamen­ to dei sistemi democratici dei Paesi dell'Unione Europea?3:
«L’Italia, la Francia e la Germania posseggono assieme 392.589.190.000 di Euro, e poiché per raggiungere il quorum dei 2/j nelle decisioni è necessario che a questi tre Paesi si aggiunga anche solo la Spagna per imporre scelte ai restanti 13 Stati, non si può certo dire che l’obiettivo di stabilità finanziaria, così come inteso dai sostenitori del trattato, rispecchi valori democratici. Di questo importo, 80 miliardi di Euro saranno sotto (orma di capitale versato fornito dagli Stati membri della zona Euro. I restanti 620 miliardi di Euro sono sotto forma di "capitale richiamabile" e i Paesi aderenti al trattato si vincolano “ir­ i revocabilmente e incondizionatamente” a fornire il loro contributo per lo stock di capitale autorizzato, pena l’applicazione di sanzioni (Undiemi, c/t)». Le quali potrebbero anche consistere in una multa pecuniaria, che però lo Stato in crisi per definizione non potrebbe pagare con mezzi normali. Sì premedita di ricorrere all’apprensione diretta dei beni pubblici? Di arrivare all’espropriazione degli Stati? Pare di sì. M a vi è di peggio: «Tenuto conto che l’ESM può richiedere il pagamento anticipato dei versamenti annuali, sia del capitale inizialmente sottoscritto (articolo 4 1 che dell’aumento eventualmente deliberato (articolo 9), non è )

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forse fin troppo facile realizzare condizioni di insolvenza "pilotate”? .,. Con­ siderati gli ampi poteri riconosciuti ali'organizzazione intergovernativa, nel caso in cui si scoprisse che i rappresentanti dell’ESM agiscono nell'interesse di poteri "occulti” e non dei Paesi aderenti, chi dovrebbe fermarli visto che gli è stata assicurata l’immunità? Chi pagherà i circa 1*25 miliardi di Euro che l’Italia dovrebbe impegnare per partecipare a! fondo "salva-Stati’VESM? M a soprattutto, l’Italia possiede le risorse finanziarie per far fronte a questo impegno? E se il Belpaese non riuscisse a versare le rate, lo Stato di diritto sa­ rebbe costretto a subire le "condizioni” imposte dall'ESM, il cui limite è prati­ camente imdentificabile?... I soldi tolti alla collettività mediante l’imposizione delle politiche di austerity [si., dell’attuale governo Monti; N.d.AJ servono per riempire le tasche dell’istituzione finanziaria?4 (Undiemi, cit.)».

L'organizzazione è dotata di un consiglio dei governatori e di un consiglio di amministrazione (articolo 4). Mentre sul consiglio dei go­ vernatori c'è almeno formalmente un minimo di controllo democratico, visto che è formato dai ministri delle finanze dei Paesi aderenti, il con­ siglio di amministrazione - fa notare la Undiemi - assume toni opachi in quanto i suoi membri sono nominati dai governatori e possono esse­ re revocati in qualsiasi momento (articolo 6). Il che è inquietante, dato che l'ESM come tale e i suoi membri sono immuni da responsabilità:
«L’istituzione intergovernativa e i membri deliorganizzazione, compresi quelli dello staff sono immuni da procedimenti legali in relazione ad atti da essi compiuti neliesercizio deliarticoìo 32, punto I».

L'ESM gode inoltre di una "inviolabilità" dei documenti analoga a quel­ la di BIS e BCE. Del pari, sono immuni i suoi beni. Quindi è impossibile ot­ tenere una sua condanna o un risarcimento per qualsiasi cosa esso faccia. È un potere assoluto, nel senso letterale: ab-solutum, a legibus solutum.
«lì trattato contiene altre disposizioni che fuoriescono da qualsiasi com­ prensione democraticamente logica, quasi come se tali regole fossero state

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dettate da soggetti che non hanno e non intendono avere alcuna forma di sottomissione a quegli Stati di diritto che si riconoscono nei principi di Ugua­ glianza, Democrazia e Giustizia. Qui, probabilmente, la posta in gioco non è soltanto la sovranità economica. L’ESM appare come una potenza politica che, a tratti, sembra non essere in grado di tutelare nemmeno se stessa, se si tiene conto del fatto che questa tendenza al “libero arbitrio" si spinge fino al punto di autorizzare il direttore generale del consiglio dei governatori a revocare l'immunità di qualsiasi membro del personale dell'ESM eccetto se stesso (articolo 35, punto 3). (Undiemi, cit.)».

Le mosse di Draghi, Monti e altri nella gestione della crisi del 2011 (iniezioni di liquidità nelle banche, sostegno ai debiti sovrani, raccolta di nuove tasse, disciplina di bilancio) avevano lo scopo di differire lo scoppio del bubbone vero di due o tre anni, ossia a quando l'ESM (e chissà che altro) sarà in funzione, cioè a quando la finanza sarà stata istituzionalizzata e dirigerà senza mediazioni la politica e potrà mette­ re le mani direttamente sui beni pubblici e privati, e il golpe bancario sarà completo e completamente legittimo - e come potrebbe non esser­ lo, dato che "ce lo richiede l'Europa"? L'istituzione di un apparato di potere come l'ESM (ma anche come la UE e la BCE) è l'applicazione della vecchia tecnica dei campi di con­ centramento e lavoro forzato, ma senza spostare le persone. Costituisce, sostanzialmente, una eversione radicale delle costituzioni democratiche di molti Paesi coinvolti. Per il Codice Penale italiano, però, tale attivi­ tà non integra i reati di Attentato contro l'indipendenza dello Stato (articolo 241), né di Associazione sovversiva diretta a sovvertire l'ordinamento dello Sta­ to (articolo 270), né di Associazione con finalità di eversione dell'ordine de­ mocratico, né di Attentato contro gli organi costituzionali (articolo 289), né di Alto tradimento (articolo 90, 2° comma, della Costituzione, a carico del capo dello Stato). Non integra i detti reati, perché tutte quelle fat­ tispecie di reato richiedono anche l'elemento della violenza. Si noti che l'elemento della violenza non era richiesto nella formulazione origina­ le di questi articoli. È stato introdotto dalla Legge n. 85 del 24 febbraio 2006, denominata "Modifiche del Codice Penale in materia di reati di
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Da Versailles al MES opinione" In realtà, il legislatore non mirava ad aumentare la libertà di opinione, ma a legittimare l'attentato alla libertà e all'indipendenza del­ lo Stato, la sovversione del suo ordinamento, l'eversione dell'ordine de­ mocratico, che erano in via di esecuzione. Riformulando quegli articoli, si sapeva dove si voleva arrivare: a proibire la rivoluzione ma a legitti­ mare il colpo di Stato* il colpo di palazzo - cioè legittimare la violazio­ ne della costituzione da parte del potere costituito. Quindi chi compie una violenza estrema ma usando armi legislative, agisce nel lecito5; chi per contro, reagendo contro quella violenza estrema, che subisce sulla propria vita, dignità, libertà, compie una violenza minima, come incen­ diare cassonetti, ma illecita, quello sì, quello commette reato. Le cose cambierebbero se pm e giudici iniziassero a considerare come violenza, ai fini della ravvisabilità dei predetti reati, anche quella compiuta me­ diante manipolazioni dei mercati e altri mezzi finanziari, atti e diret­ ti a destabilizzare l'economia o le finanze del Paese, come le manovre per far impennare lo spread o crollare i titoli di Stato, e simili. Perciò, tecnicamente, consiglio a chi si diletta nel presentare simili denunce, di spiegare che sussiste l'elemento della violenza e in che cosa consiste. Si potrebbe inoltre pensare a una denuncia penale in cui si ipotizzi il rea­ to di eversione della Costituzione e di attentato all'indipendenza della Repubblica, perpetrati dal ministro, dai parlamentari e dal Capo dello Stato presentando, votando e promulgando la suddetta legge, diretta contro principi fondanti e immodificabili dell'ordinamento, quali la so­ vranità del popolo. Si potrebbe anche studiare una denuncia per con­ corso esterno in associazione mafiosa nei confronti di coloro che, come ministri, pubblici amministratori e funzionari di controllo, pur veden­ do come molte spese pubbliche sono gonfiate per procurare profitti alla criminalità organizzata, omettono e hanno omesso di impedire tali ille­ citi, e mandano avanti quella spesa illecita di soldi dei contribuenti. Credo che nei prossimi mesi dovremmo tutti considerare seriamen­ te l'opportunità di fuggire da una dittatura bancaria europea esulan­ do verso Paesi che non mostrino tendenze di questo tipo, che abbiano una storia di progresso nella consapevolezza dei pericolosi meccani­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere smi della moneta, che siano riusciti a contrastarli, e che abbiano anche ampie risorse naturali proprie e una possibilità di autosufficienza. Ar­ gentina, Brasile, Australia, Nuova Zelanda mi paiono le opzioni più in­ teressanti. È chiaro che, a questo punto, si emigra per preservare valori economici ma, pure, e ancor più, il godimento di basilari libertà. Certo è che il lavoro di allestimento strisciante di una espropria­ zione finanziaria degli Stati formalmente sovrani, che stiamo ana­ lizzando, e che avanza indisturbato anche perché la gente, i politici, gli opinionisti sono assorbiti dalle urgenze, dal brevissimo termine, è un'opera di ingegneria in confronto alla quale la costruzione del re­ gime fascista appare dilettantesca. Ma non è questione di dilettanti­ smo e professionalità: è che da quegli anni a oggi si è avuto un grande progresso tecnologico degli strumenti di dominazione sociale. È naturalmente possibile che io mi stia sbagliando sugli effetti del­ le manovre del governo Monti, e altrettanto naturalmente io stesso mi auguro di sbagliarmi, e che esse stiano riportando al Paese benessere, sicurezza, progresso, libertà, efficienza, anziché il contrario di tutto ciò. Se mi sto sbagliando, voi che state leggendo questo capitolo qualche mese o anno dopo che l'ho scritto, starete ridacchiando del mio pessi­ mismo, rasserenati dagli sviluppi della situazione, e vi starete chieden­ do perché mai stiate a leggere queste sciocchezze invece di correre a spendervi tutti i soldi che vi ritrovate in tasca. Io non ve ne vorrò. Vi chiedo solo, in tale caso, di controllare se il prodigio sia dovuto all'azio­ ne di Monti o all'iniezione di moneta da oltre Atlantico. E di aspettare fino al 2014 per vedere se regge o se è solo stato un rinvio del crollo.

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N O TE !. In questo senso, tra gli altri, Brancaccio e Passarella (2012), pp. 2 ss., che appor­ 1 tano ampie prove della realtà del processo in parola. Anche le c.d. liberalizza­ zioni del c.d. Decreto Crescitalia non sono liberalizzazioni nel senso di apertura alla concorrenza di ambiti professionali e corporativi, ma un’introduzione del capitalismo nel loro funzionamento. 2. Lo stesso Umberto Bossi, accreditatosi come leader del nordismo contro il malaffare tipico del Sud, nello scandalo che lo ha travolto all’inizio dell’aprile soprattutto con riguardo ai soldi, di provenienza pubblica, spesi dal partito a vantaggio dei suoi familiari se non di lui stesso, pur in un contesto leghista di con­ creta volontà di repulisti, è apparso come partecipe del c.d. familismo amorale (assenza di coscienza sociale di un bene comune), indicato dalla sociologia come causa primaria dell’arretratezza del Meridione. D ’altronde, anche Berlusconi ha lasciato ii suo ruolo di difensore della nazione: pare aver prevalso in iui e nella sua famiglia la tutela degli interessi aziendali e giudiziari, quindi l’esigenza di un com­ promesso coi poteri forti. Manca in Italia un leader che non guardi, innanzitutto, alla propria famiglia o alla propria tribù. 3. Concorda Gian Luigi Cecchini, Bce e Esm: quale sovranità per lo Stato?, in «Italicum», maggio-giugno 2012, p. 3. 4. Undiemi, cit. 5. Quindi dobbiamo aspettarci l’archiviazione di denunce penali come quelle sporte recentemente dall’avvocato Paola Musu di Cagliari e dal pubblicista Paolo Barnard, leader della M odern M oney Theory in Italia, contro Monti, Napolitano e altri. Riproduco la parte conclusiva della denuncia di Barnard, presa dal suo sito: «Pertanto, ricordato ancora: I) che in forza di tutto quanto sopraccitato, e in particolare a causa dell’entrata dell’Italia nell’Eurozona, lo Stato italiano è in via definitiva esautorato della propria sovranità in materia di politica monetaria, fi­ scale e sociale - fatto paralizzante di tutta la Funzione Pubblica di uno Stato - a favore del SEBC e della BC E e dei Mercati dei Capitali privati, nell’ambito di una struttura sovranazionale notoriamente impostata secondo un impianto ideologico antisociale poiché Neoliberista, Neoclassico e Neomercan­ tile. Si ricorda, fra i tanti esempi, che il governatore attuale della BCE, Mario Draghi, è espressione di un inammissibile conflitto d’interessi essendo contem­ poraneamente membro del Group o f 3 0 , gruppo espressione delle oligarchie ban­ carie speculative internazionali che proprio la BCE dovrebbe controllare e rego­ lamentare; 2) che l’intera struttura monetaria dell’Eurozona (leggi Euro), pro­ dotto dei succitati passaggi e del pensiero delle oligarchie speculative europee lungo un periodo di 75 anni almeno, ha consegnato l’Italia nelle mani del ricatto

devastante dei Mercati dei Capitali finanziari, che oggi sono Tu­ nica fonte di approvvigionamento di moneta (Euro) per lo Stato 191

CIMlT€URO. Uscirne e risorgere
italiano al posto della sua legittima sovranità di em ettere mone­ ta (Lira). Ciò comporta la totale resa dello Stato ai voleri di codesti Mercati, che possono ricattare lo Stato con la privazione arbitraria dei finanziamenti essenziali alla Funzione Pubblica italiana attraverso
l’arma dell'innalzamento oltre ogni sostenibilità dei tassi d’interesse sui Titoli emessi dal nostro Tesoro, e con l’innalzamento oltre ogni sostenibilità dello spread - azioni che hanno il potere di sospingere l’Italia a un default disordinato dalle catastrofiche conseguenze sociali ed economiche. Risulta evidente come questo rappresenti in sé un’arma di minaccia e di controllo nelle mani dei Mercati dei Capitali finanziari N O N ELETTI dagli italiani impossibile da contrastare, quindi

in grado di paralizzare ogni esercizio della sovranità parlamen­ tare e governativa italiana, per cui ne deriva il totale azzera* mento delle sovrane facoltà di Governo e di LIB ER O esercizio delia funzione legislativa del Parlamento italiano. Infine, già questo
si delinea come un vero Colpo di Stato Finanziario ai danni dell’Italia e del suo popolo, scientemente appoggiato da un’intera classe politica italiana, fra cui Ma­ rio Monti in primis; 3) che, ai sensi e per gli effetti delle norme del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea come integrato, da ultimo, dall’Europact, dai regolamenti cosiddetti Six-pack, e dal Treaty on Stability, Coordination and Co­ vernonce in thè Economie and Monetary Union, meglio noto come Fiscal Com pact , in corso di ratifica, la Commissione Europea N O N ELETTA dagli italiani - e noto­ riamente infiltrata della lobby finanziarie private (si legga sotto) - viene investita di poteri penetranti e di gestione sostanzialmente esclusiva della politica econo­ mica, fiscale e sociale italiana, che giungono sino alla diretta ingerenza in termini di “ natura, portata e quadro temporale dell’azione correttiva da intraprendere ” in caso di scostamento dello Stato membro dai vincoli insostenibili ed economicamente e socialmente distruttivi del Patto di Stabilità di cui già a Europact, six-pack e fiscal com pact ; 4) che la suddetta Commissione europea, come già anche gli organi direttivi della BCE, è composta da membri nominati a titolo individuale, secondo una procedura che nulla ha di democratico; 5) che in tutto questo costrutto, l’unico organo che abbia fondamento democratico, il Parlamento Europeo, non ha avuto ruolo alcuno o, se previsto, fu del tutto inconsistente e limitato a una marginale funzione, di fatto e/o nella sostanza, e spesso comunque solo consulti­ va; 6) che numerosi esecutori del piano anti democratico di spoliazione delle sovranità monetarie e costituzionali dei Paesi facenti parte della U E e dell’Eurozona in particolare, fra cui il Presidente del Consiglio italiano Mario Monti e l’attuale Governatore della BCE Mario Draghi, sono o sono stati membri di gruppi di potere oligarchico di comprovata tendenza anti democratica Neolibe­ rista, Neoclassica e Neomercantile come la Trilateral Commission, il gruppo Bilderberg l’Aspen Institute, il Group of 30; 7) che siffatto descritto esautora­ m e lo e sottrazione della sovranità popolare, unitamente al connesso esautora-

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mento e sovvertimento dell’ordinamento repubblicano e democratico costitu­ zionalmente garantito, tutt’ora in corso di perfezionamento, è avvenuto, e con­ tinua a essere attuato, in modo significativamente preordinato e colluso con le principali lobbies anti sociali dei poteri finanziari come il Business Europe , la European Roundtable o f Industrialists, il Liberalizaron o f Trade in Services, il Transatfantic Business Dialogue e altri, con prepotente e sfacciata violazione della Carta Costi­ tuzionale e dei principi fondatori della stessa; 8) che nei giorni dal 1 al 1 novem­ 2 6 bre 2011 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha di fatto acconsentito che per mezzo del sopraccitato e criminoso ricatto monetario di cui al punto 2) un Governo legittimamente eletto dagli italiani fosse deposto, che il Parlamento italia­ no fosse messo nelle condizioni di abdicare in toto alla propria sovranità e di accon­ sentire sotto minaccia da parte dei Mercati dei Capitali airinsediamento a Palazzo Chigi di un Presidente del Consiglio illegittimo ed espressione del volere oligarchico dei Mercati, portatore quindi in Italia di politiche economiche distruttive e crimino­ se (si legga sotto); così facendo il Presidente della Repubblica abdicava

totalmente alle sue funzioni di estremo difensore dell’ordine co­ stituzionale e democratico italiano; per tutto quanto sopra esposto, si propone formale denuncia affinché l’Autorità Giudiziaria competente, ac­
certata la sussistenza del reato e identificati gli autori - in particolare nelle per­ sone del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, del Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Monti, dei ministri in carica, dei membri del Parla­ mento che hanno votato le succitate misure di svuotamento democratico dello Stato italiano e della nostra Carta Costituzionale, ciascuno nelle persone attual­ mente e medio tempore in carica in relazione all’arco temporale interessato, non­ ché tutte le altre persone eventualmente coinvolte - lo persegua ai termini di legge per tutti i reati ravvisabili e, comunque, per quelli previsti dagli articoli: 241 c.p. attentato contro l’integrità, l’indipendenza o l’unità dello Stato; 270 c.p. as­ sociazioni sovversive; 283 c.p. attentato contro la Costituzione dello Stato; 287 c.p. usurpazione di potere politico; 289 c.p. attentato contro gli organi costitu­ zionali; 294 c.p. attentato contro i diritti politici del cittadino; 304 c.p. cospira­ zione politica mediante accordo; 305 c.p. cospirazione politica mediante associa­ zione. Con le aggravanti qui di seguito specificate: a) che il costrutto criminoso di cui si parla è interamente volto al profitto di oligarchie private il cui preciso interes­ se è di distruggere le conquiste democratiche, nel senso dei poteri sovrani di popo­ li e Stati, scaturite da oltre sue secoli di progresso umanistico e sociale in Europa. Tali oligarchie sono identificabili nei poteri neomercantili industriali in particolare di Francia e Germania, nell’industria della speculazione finanziaria degli Hedge Funds europei e statunitensi, nei Vulture Funds europei e statunitensi, nelle maggiori banche d’investimento internazionali, nelle agenzie di Rating, nelle multinazionali dei servizi europee e statunitensi, negli investitori cosiddetti “nuovi rentiers” che speculano sulla privatizzazione dei servizi essenziali per i cittadini et al. b) che il costrutto cri­ 193

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere
minoso di cui si parla ha portato e sta portando a un preordinato impoveri­ mento di milioni di famiglie, secondo le politiche oligarchiche cosiddette della Spirale della Deflazione Economica Imposta, meglio note ai cittadini come Politiche di Austerità. Tali politiche sono denunciate ai massimi livelli dell’accademia e persino dalla massima stampa finanziaria come veri suicidi economici, le cui con­ seguenze sono inenarrabili sofferenze umane di disoccupazione, sot­

toccupazione, scardinamento sociale delle nazioni, deterioramento del­ la salute, aumento del crim ine, dei conflitti sociali, quindi deterioram en­ to della dem ocrazia costituzionale. I destini di milioni di esseri umani vengono
così artatamente e criminosamente consegnati a un futuro di servitù per l’esclusivo profitto di oligarchie predatrici, configurandosi ciò in un vero e proprio cri­

mine sociale di proporzioni storiche».

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PARTE SECONDA
I meccanismi dell’inferno finanziario

IL VIVAIO DEI MOSTRI

ragmáticamente parlando, esistono due generi di moneta: la moneta angelica e la moneta diabolica. La moneta diabolica s'impone alle genti come scopo in sé generando un inestinguibile e crescente bisogno di profitto, e contrapponendo gli uomini tra loro. La moneta angelica, al contrario, ci dà oggi il nostro pane di domani1 e ha il suo valore nel servi­ re l'uomo, nell'appagare i suoi bisogni, nelVunirci intorno al bene comune.

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I mostri delle crisi finanziarie si susseguono sempre più ravvicinati, tendono a diventare una fibrillazione continua. Ogni volta li si allontana con massicce iniezioni di moneta nei mercati finanziari, tagli alla spe­ sa pubblica e strette fiscali; ma poi essi ritornano, sempre più in fretta, sempre più aggressivi, potenziati dagli effetti indesiderati di quelle inie­ zioni. Cresce il numero degli economisti accademici che non solo pensa­ no privatamente, ma dicono anche pubblicamente, che quei rimedi sono improduttivi o controproducenti perché le cause stanno altrove. In real­ tà, stanno nelle caratteristiche qualitative delle moneta, cui accennava la prefazione. Su di esse occorrerebbe intervenire, per togliere quelle noci­ ve e inserire quelle propizie e utili al rilancio deireconomia su basi sane. Ricordo una leggenda che parlava di un castello costruito in un sito sotto cui dormivano due draghi addormentati. Quando i dra­ ghi, nei loro sogni, si giravano, facevano crollare il castello. L'econo­ mia, quindi la società in cui viviamo, assomiglia a quel castello. È co­ struita, anzi viene ogni volta ricostruita, su una superficie apparen­ temente stabile, ma che stabile non è perché sotto di essa vi sono non due, ma svariati draghi, un'intera famiglia, che ogni tanto si agitano. Sempre più frequentemente, sempre più energicamente. È inutile cer­ care di migliorare il progetto e i materiali di costruzione del castel­ lo, o aspettare la stabilizzazione del sistema: si rimane all'interno del
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Il vivaio d ei mostri videogame, e il videogame produce crisi sempre più gravi. Il proble­ ma è altrove. È sotto. Questi draghi oggi si conoscono in parte abbastanza bene, per la lo­ ro forma e per la loro azione. Sono meccanismi e processi impersonali, naturali sviluppi di determinate premesse. Ma non vengono posti in re­ lazione tra loro e con ciò che sta succedendo. In questo capitolo li presen­ terò in modo succinto e organico, mentre nei capitoli successivi appro­ fondirò alcuni di essi e i loro effetti. È importante farsene un quadro di insieme. Senza il quadro di insieme, si finisce per "innamorarsi" di que­ sto o di quello, e per convincersi che il problema sia tutto lì e che basti ri­ solvere quella cosa per sistemare tutto. Questa è un po' la sorte di coloro che rimangono affascinati dalla scoperta del signoraggio o del credito sociale o di altri "segreti" rivelati, con le connesse ricette (parziali). Tenere davanti agli occhi il quadro di insieme, la "mappa", di tut­ ti i meccanismi in gioco, è la condizione per poter analizzare adegua­ tamente la realtà, formulare previsioni razionali, elaborare progetti di intervento realistici e non velleitari o zoppi, come è quello della c.d. rivoluzione islandese, che ha sì ottenuto che il governo non facesse pa­ gare al popolo gli azzardi dei banchieri privati (cioè i loro debiti verso risparmiatori esteri), ma non ha minimamente eliminato i meccanismi qui di seguito descritti, sicché lascia il Paese in loro balia e, attraverso di essi, i banchieri truffatori potranno ritornare in auge. Naturalmente non presumo di aver individuato tutti questi meccanismi, ma certamente ho cartografato la gran parte di essi e delle loro interazioni e sinergie. Resterà da discutere, in ulteriori capitoli, se questi meccanismi inferna­ li siano malattie, siano cioè accidentali, quindi eliminabili; oppure siano connaturali alla strutturazione sociale, quindi ineliminabili, inevitabili. MECCANISMO DELLA MONETA-DEBITO E DEL DEBITO INESTINGUIBILE Tutta la liquidità, tutto ciò che si usa come denaro, è immesso sul mercato mediante operazioni di prestito, mediante creazione di debito (debito pubblico, debito privato). Poiché questo debito è soggetto a inte­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere resse passivo, sovente composto, si ha che nel tempo la quantità di mo­ neta creata rimane costante, mentre il debito cresce costantemente ed esponenzialmente (perché l'interesse è composto). Ne consegue che la quantità di debito è sempre maggiore della quantità di denaro esisten­ te, e che questo divario cresce nel tempo, sempre più rapidamente. Ciò crea un debito illimitatamente crescente e matematicamente inestingui­ bile. Crea l'indispensabilità di ricorrere a nuovi prestiti per poter pagare gli interessi - e ciò innesca una spirale. Crea una continua crescita del volume degli interessi che il mercato nel suo complesso deve pagare, e del costo finanziario degli investimenti in rapporto alla loro redditività, quindi tendenzialmente porta al punto in cui non conviene più investire, ma disinvestire - ciò anche in sinergia con un altro meccanismo, quello della competizione per la liquidità, che vedremo sotto. Crea il bisogno di un costante aumento del pii per poter pagare i costantemente crescenti interessi sul debito (questa è la radice ultima del consumismo); sicché quando il pii smette di crescere, venendo meno il presupposto per paga­ re gli interessi e rimborsare il capitale, si produce una crisi di sfiducia che rende illiquidi i titoli finanziari rappresentativi di crediti o derivati da essi (scoppio delle bolle). Le implicazioni e la portata di ciò, soprattutto in fatto di creazione di bolle finanziarie e di dissesti bancari, appariran­ no con la dovuta chiarezza quando parlerò delle osservazioni di Richard Werner a questo riguardo. Tutto questo è un processo matematico e ine­ vitabile, che crea un buco nero che inghiotte l'economia, il risparmio, il lavoro. E che, ricorrentemente, impone di ridurre l'indebitamento a li­ miti sostenibili, mediante grandi guerre, grandi crisi, grandi inflazioni. Praticamente, una società che usi moneta-debito scivola lentamente ma inesorabilmente in uno schema Ponzi, anzi in uno schema in cui la so­ cietà si indebita in modo e misura tali che non può pagare gli interessi col suo reddito presente, e deve pagarli ipotecando i redditi futuri - che però, matematicamente, saranno sempre più inadeguati al debito. Il superamento della soglia di indebitamento dell'85-90% da parte di Stato, famiglie e imprese, grava negativamente sul pii, di circa V10 di punto per ogni 10% in più2, però questo fattore va indicizzato al tasso di interesse pagato da Stato, famiglie e imprese.
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Il vivaio d ei mostri Questo meccanismo si estende globalmente perché abbiamo una va­ luta globale (di riserva, e per le transazioni internazionali, soprattutto per le materie prime), che è il Dollaro USA; il quale però al contempo è anche moneta nazionale degli USA. Dato che il Dollaro, come le altre principali monete, è creato a debito, gli USA, pur avendo il vantaggio di poter com­ perare "il mondo" emettendo carta, dall'altro lato devono reggere il peso dell'enorme debito creato per emettere tutti i Dollari necessari non solo per l'uso interno, ma anche per l'uso internazionale. Quindi il Dollaro è un fattore estremamente instabile e destabilizzante per il mondo intero. Coloro che governano questo meccanismo, sono i padroni del "ca­ pitale dominante" di cui parla Tremonti3: un capitale la cui essenza è non tanto il potere di creare denaro con cui comperare tutto (cosa che sarebbe troppo riconoscibile), quanto il potere di indebitare sempre più la società verso i suoi detentori. La tirannia degli indebitatori che sono molto peggiori dei semplici strozzini. Essere consapevoli di questo meccanismo mostra come del tutto inadeguato l'approccio keynesiano e neokeynesiano, compreso quello noto come M odem Money Theory, e persino un'analisi e una proposta come quelle di Stiglitz nel suo già citato saggio Bancarotta del 2010, la cui carenza di fondo sta nella totale mancanza di un'analisi tipologica, giuridica, ontologica e ontogenetica della moneta, nonché nel non tener presente che competizione di mercato e capitalismo non sono sinonimi, ma contrari (il capitalista lotta per dominare il mercato e sottrarsi alla competizione conquistando posizioni di monopolio). Esser consapevoli del questo meccanismo, inoltre, mostra come risibi­ li le manovre economiche e finanziarie cui si ricorre "per combattere la crisi" o "per risanare la finanza". Tagliare le spese pubbliche o manovra­ re sui tassi o sulle tasse per contrastare la formazione del buco nero, può solo ritardare di mesi o anni il processo, per poi farlo ripartire più veloce nel medio termine. Immettere moneta nei mercati finanziari per soste­ nere i titoli finanziari o per comperare titoli del debito pubblico, come pure prestare soldi alla Grecia o alla Spagna al solo fine di consentire lo­ ro di pagare gli interessi sui prestiti precedenti, è come cercare di riem­ pire un recipiente bucato con un acido che corrode il recipiente stesso,
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere anzi è spingere intere nazioni in un meccanismo in cui si lavora solo per pagare interessi su debiti pregressi senza poter mai rimborsare il capita­ le, mentre chi percepisce quegli interessi li usa per comperare gli assets pregiati di quei Paesi. Sono manovre inefficaci, anzi manovre che offro­ no nutrimento al mostro. Il mostro si ferma per inghiottire il boccone, e poi riparte alla carica più forte di prima. L'era neoliberirsta e mercatista ha appunto questo risultato nei Paesi industrializzati: forte incremento del debito, basso o nullo incremento della produzione di ricchezza reale, e sua redistribuzione in favore dei monopolisti del credito attraverso il pagamento degli interessi su quel crescente debito. Cioè: il neoliberismo non ha fatto aumentare la produzione di beni e servizi (se non nei Paesi a costi schiavistici del lavoro), ma i debiti e quindi i pagamenti di inte­ ressi, le rendite dei banchieri, spostando pertanto i redditi dal lavoro alla finanza e alla speculazione. E siccome l'indebitamento complessivo della società, e l'"increditamento" dell'élite bancaria verso di essa - continua a crescere, il risultato è che l'élite bancaria gradualmente si prende i be­ ni della società. Se non si risolve questo nodo, tutto è vano. Il rimedio possibile è uno solo: creare moneta libera da debito - cosa fattibile e che viene già fatta, in piccolissima misura. Ne parleremo a suo luogo. MECCANISMO DEL M ONOPOLIO PRIVATO DELLA MONETA E DEL CREDITO Il mondo globalizzato non è un libero mercato, ma è dominato dai gran­ di monopolisti delle materie prime e della moneta - dai monopolisti che hanno imposto la globalizzazione e il mercatismo. Un monopolio, il car­ tello della moneta e del credito, domina il mondo o perlomeno l'area del Dollaro. La moneta, il credito, è una risorsa indispensabile per la società. Dalle variazioni della sua disponibilità e del suo "costo" dipendono le sorti delle economie e la vita della gente, in modo diretto. La regolazione della disponibilità di tale risorsa - espansione e restrizione della liquidità, fissa­ zione diretta o targeting dei tassi di interesse (differenziati per Paese, settore produttivo, tipo di cliente ecc.), la determinazione dei requisiti di credito (più o meno onerosi) e della durata dei prestiti - tutto questo è nelle mani di un cartello di banchieri privati non tenuti ad alcun dovere verso il pubblico.

Il vivaio d ei mostri Il monopolista della moneta e del credito è il beneficiario del mec­ canismo precedente, ossia del meccanismo della moneta-debito, nel senso che è la parte che vede costantemente aumentare il proprio cre­ dito verso la società. Il monopolista persegue per sua natura il fine della massimizzazione del profitto (vendere sempre più cara la sua "merce") e del potere monopolistico (manipolazione del mercato) non­ ché politico. Il monopolista della moneta e del credito è monopolista di una risorsa necessaria, di cui la società non può fare a meno. Ten­ de quindi a usare tale sua posizione di forza per prendere alla società tutto il suo reddito e tutto il suo patrimonio, provocando un alternarsi di fasi espansive di credito ed economia - in cui aumenta il proprio stock di credito - e di fasi restrittive-recessive - in cui approfitta del­ le insolvenze per acquisire gli assets più pregiati e ottenere leggi a sé favorevoli. Tende cioè a un sistema in cui la società gli deve più di quanto essa possiede, e lavora per pagare al monopolista gli interessi su tale debito, senza poter estinguerlo né opporre resistenza perché il monopolista gestisce o condiziona la politica e le istituzioni. Il mercato in mano al monopolista ha caratteristiche sue proprie, molto diverse da quelle del libero mercato, perché:
/ il monopolista fa profitti positivi, mentre l'industria in concorrenza per­ fetta non fa profitti, perché la concorrenza livella i prezzi al costo di produzione; / il monopolista offre meno prodotto (credito, nel nostro caso), rispetto al soggetto che opera in libera concorrenza, perché realizza il massimo pro­ fitto tenendo i prezzi (qui, gli interessi) più alti (questo fatto è dimostrato matematicamente, e la dimostrazione si trova in tutti i trattati di economia politica); qui basti dire che, per quanto riguarda il "benessere complessivo” (surplus del produttore + surplus del consumatore), in concorrenza perfet­ ta, i consumatori (qui i borrow ers, coloro che prendono denaro a prestito) pagano di meno di quello che sarebbero disposti a pagare per ogni singolo prodotto, quindi la concorrenza perfetta rispetto al monopolio crea un maggiore benessere complessivo.
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Attualmente le banche italiane si riforniscono di liquidità presso la BCE pagandola l'l%, ma la prestano a tassi tra l'8,5 e il 21,3% a seconda del tipo di prestito - e questo non è usura, per la legge italiana, perché le banche, operando appunto come cartello monopolista, di concerto e nell'interesse comune a se stesse, tengono alti i tassi di riferimento per la determinazione della soglia di usura. Sì, perché i banchieri hanno ottenuto che la soglia di usura si calcoli non in modo obiettivo, ma in base alla media dei tassi praticati dalla comunità bancaria; quindi que­ sta può sostanzialmente alzare la soglia a piacimento. Conferme empiriche e statistiche del fatto che l'offerta monetaria ha carattere e comportamento monopolistico, ed è contingentata cioè vi è una minusofferta rispetto al punto di equilibrio di un ipo­ tetico libero mercato del credito - sono fornite da Richard Werner in New Paradigm in Macroeconomics. Werner evidenzia che a decidere la quantità dell'offerta di credito, nonché quanto viene erogato a ciascun settore dell'economia, non è nemmeno l'equilibrio del mercato, cioè non è nemmeno il punto di massimo profitto, ma un organismo - una clique, una cricca - che opera dietro le banche centrali e che persegue fini che appaiono diversi rispetto alla massimizzazione del profitto. Fini di ingegneria sociale, a quanto si capisce. La recessione giappo­ nese, aperta con l'ordine della banca centrale di restringere il credito e col conseguente scoppio della bolla immobiliare nel 1991, nonché se­ guita dalla tuttora perdurante stagnazione, fu deliberata ed eseguita in questo modo, mediante una stretta creditizia forte e improvvisa, decisa da livelli superiori, e attuata non alzando i tassi, ma riducendo a priori il volume complessivo del credito, ossia della liquidità. MECCANISMO DELLA CO N FU SIO N E TRA MONETA, MERCE E CREDITO La moneta che usiamo oggi non ha valore intrinseco, come avevano le monete d'oro. Non ha copertura in oro. Non è convertibile in oro. Non è garantita. Ha valore perché è accettata (e richiesta). I singoli sog­ getti del mercato l'accettano perché vedono che anche gli altri soggetti

Il vivaio d ei mostri la accettano, che c'è domanda di essa. Crearla non costa nulla. Basti pensare che le banche creano i mezzi monetari erogando s u rro g a to oltreché sulla raccolta (depositi e prestiti obbligazionari) con un mol­ tiplicatore4, ossia senza un controvalore patrimoniale proprio delle banche e per un importo multiplo dei loro crediti (ponderati). Quindi è contro la logica giuridica ed economica trattare la moneta come se fosse una merce prodotta con l'onere di un costo di produzione. È parimenti illogico - sebbene tale affermazione possa suonare strana - che venga prestata a interesse, mentre il grosso, se non la quasi totalità, del reddito prodotto dal lavoro viene assorbito da soggetti che prestano fiat currency prodotta a costo zero, e che dettano le scelte imprenditoriali, nonché quelle socio-politiche, sempre in modo più penetrante. Si può prestare a interesse, secondo logica, soltanto ciò che incorpora un va­ lore, come l'oro, le granaglie, un terreno - tanto che si tratti di prestito d'uso, quanto che si tratti di prestito di consumo. Qui sta la contraddizione fondamentale del capitalismo, che va oltre analisi come quella di Paolo Ferrerò: la tendenza interessata del capita­ lista, ossia del proprietario dei mezzi monetari (finanziari), o del cartel­ lo che li produce, è volta a regolare il rapporto con i lavoratori, con gli imprenditori e con i proprietari dei fattori di produzione non monetari (proprietari degli immobili, della tecnologia, delle materie prime) in mo­ do tale che quanto più possibile del reddito prodotto dalla collaborazio­ ne del capitale con gli altri fattori di produzione vada al capitale, e quan­ to meno possibile agli altri soggetti. Vuole, cioè, che il ricavo generato dall'attività economica reale vada quanto più possibile a remunerare il capitale, e quanto meno possibile a remunerare il lavoro, la tecnologia, le materie prime, etc. Così i banchieri sottraggono potere d'acquisto ai veri produttori di ricchezza reale. Dato che il capitale, in un sistema di fiat currency, viene prodotto a costo zero, e che non è una merce, allora non vi è alcuna ragione perché sia remunerato. Farselo remunerare equivale a percepire una tassa, e la percezione delle tasse è, per sua natura, riser­ vata allo Stato e destinata al bene collettivo, non al profitto privato. Corollario della comprensione che la moneta non è materia pri­ ma, non è merce e non è analoga alla merce, è la comprensione che,
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere per disporre di moneta con cui finanziare investimenti produttivi o pagamento di debiti, non è necessario risparmiarla né toglierla da altri capitoli di spesa né spremerla con nuove tasse: basta stamparla e registrare l'importo a bilancio, accanto alle entrate tributarie. Questo è il punto-chiave che sfugge a molti economisti, tra cui Frank Shostak5, della scuola di von Mises, il quale afferma che, per risanare e rivitalizzare l'economia, specificamente quella europea, occorra e basti deviare i finanziamenti dagli impieghi improduttivi a quelli produttivi, senza aumentare il money supply. Funzionerebbe solo il finanziamento con denaro realmente risparmiato da attività produttive. Non si potreb­ be, secondo Shostak, eseguire l'intervento raccomandato da diversi eco­ nomisti keynesiani, consistente nell'acquisto da parte della BCE dei ti­ toli del debito pubblico dei Paesi membri, intervento che, secondo i suoi fautori (di scuola keynesiana), risolverebbe la crisi dell'Euro perché, al contempo, risanerebbe le finanze pubbliche dei Paesi eurodeboli, rimo­ netizzerebbe le economie reali, abbasserebbe il costo del denaro, e svalu­ terebbe l'Euro, favorendo così le esportazioni. Shostak sembra quindi non solo essere vittima dell'illusione che il denaro sia merce dotata di costo e valore intrinseci, ma pure ignorare per partito preso la possibilità - che oggi è realtà - che possa avvenire una diminuzione del money supply e che questa diminuzione (da sola o in concorso con altri fattori) possa cagionare il malandare di un si­ stema economico (nel comparto produttivo come in quello finanzia­ rio); e che quindi la prima cura da somministrare sia un'integrazione del money supply (ovviamente mirata e vincolata all'economia reale), finalizzata a consentire gli scambi, i pagamenti dei beni, gli investimenti, l'estinzione dei debiti - quest'ultima necessaria a porre fine al paralizzante risucchio degli interessi passivi sui redditi aziendali e non - paralizzante soprattutto in tempi di deflazione. Va ulteriormente chiarito che la moneta creata dalle banche attra­ verso il credito e la raccolta consiste di promesse di pagamento, emes­ se dalle banche, e denominate in valuta legale, con le quali le banche si obbligano a pagare a richiesta del portatore, appunto, moneta legale per l'importo del valore nominale di tali promesse. Queste promesse
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Il vivaio d ei mostri di pagamento funzionano come moneta perché sono credute, cioè ri­ cevono credito, da parte della società. Quindi ciò che la banca presta alla società, al mercato, è il credito che essa stessa riceve dalla società, dal mercato, e primariamente dalle altre banche. Siccome il totale delle suddette promesse bancarie di moneta legale sta in rapporto di circa 92 a 8 col totale della moneta legale, e siccome la gran parte della moneta legale è detenuta da soggetti non bancari, le promesse in parola, considerate nel loro insieme, sono promesse di qualcosa che non esiste, sono promesse scoperte. A Ballato del 6 marzo 2012, all'allora viceministro dell'economia Vittorio Grilli è scappato detto che le banche non hanno denaro, che gestiscono i risparmi degli italiani, prestandoli. Gli è scappata una ve­ rità pericolosa se la gente la capisce, ossia che le banche non hanno soldi propri; poi ha rimediato con la frusta frottola ufficiale, ossia che le banche prestino la raccolta, anziché creare moneta (moneta contabi­ le, non ovviamente cartamoneta o moneta primaria) col moltiplicatore bancario applicato ai loro crediti da precedenti prestiti. Dar da credere che la moneta sia una merce, e che la sua disponibi­ lità sia limitata da fattori oggettivi come le altre merci, e che produrla costi - far credere tutto ciò, occulta e protegge il monopolio della mo­ neta e la possibilità del detto monopolio di continuare a imporre l'uso della moneta-debito. Su questa illusione moneta = merce = ricchezza reale, si fonda la pseudo-giustificazione delle odierne strettezze: «Ab­ biamo speso troppo, abbiamo vissuto al disopra dei nostri mezzi» spiegazione che va in crisi se la confrontiamo col fatto che, da anni, produciamo più ricchezza di quanta ne consumiamo. Alla stregua di questa ovvia constatazione, dobbiamo invece dire: «Da molto tempo i monopolisti della moneta, che non producono ricchezza reale, non ci danno abbastanza soldi per comprare e vendere tutto ciò che produ­ ciamo in fatto di ricchezza reale, per pagare i salari per il lavoro effet­ tivamente erogato, quindi i produttori di ricchezza reale non hanno i ricavi che dovrebbero avere, pertanto sono costretti a indebitarsi, a licenziare, a disinvestire, oppure non pagano e falliscono; e lo Stato, a sua volta, non realizza gli incassi fiscali che dovrebbe realizzare in
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere base alla ricchezza reale prodotta dalla popolazione, quindi è costret­ to a indebitarsi e a pagare sempre più di interessi e a imporre sempre più tasse». Altrimenti detto, siamo in difficoltà finanziarie perché ab­ biamo vissuto a lungo al disotto della ricchezza reale prodotta o pro­ ducibile, perché non abbiamo consumato abbastanza beni prodotti internamente (e abbiamo speso troppo per importare), perché abbia­ mo risparmiato troppo e le banche hanno messo i nostri risparmi in impieghi finanziari, che non si traducevano in domanda né in inve­ stimenti. Soffriamo, sul piano dell'economia reale, di una depressio­ ne frutto di rarefazione monetaria, di deficit di domanda solvibile, di invenduti, di giacenze, di insufficiente assorbimento dell'output, prin­ cipalmente causati dalla compressione dei redditi delle classi medie e medio-basse, dei lavoratori autonomi e dipendenti, nel quadro della concentrazione dei redditi in favore dei ricchissimi. Ma queste distor­ sioni sono effetti, ricadenti suireconomia reale, della speculazione fi­ nanziaria e del suo uso volto a influenzare le politiche economiche e sociali dei governi. Insomma, emerge l'evidenza che la causa vera dei mali è un'artificiosa privazione di mezzi monetari orchestrata al fine di incrementare la rendita da interessi, ossia lo sfruttamento del lavo­ ro e del risparmio da parte dei capitalisti finanziari. MECCANISMO DELL’OCCULTAM ENTO DELLA PRODUZIONE DI VALUTA LEGALE E DI MEZZI MONETARI Non esiste un'autorità indipendente e trasparente che controlli in modo pubblicamente verificabile i contratti delle banche centrali con le tipografie che stampano cartamoneta, le quantità di cartamoneta che esse stampano, gli spostamenti materiali e gli stoccaggi della carta­ moneta prima dell'immissione in circolazione. Non si può conoscere o controllare la quantità di credito erogato dalle banche centrali, né gli accrediti di moneta da esse eseguiti. Non esiste un monitoraggio pubblicamente verificabile della quantità di moneta bancaria o crediti­ zia prodotta, né della sua ipotetica estinzione (che dovrebbe avvenire quando il mutuatario estingue il suo debito). Per quanto sopra, noi non siamo in grado di conoscere gli aggregati monetari; mentre i gestori 206

Il vivaio d ei mostri delle banche centrali possono produrre e accantonare o cedere, anche per canali segreti, indeterminabili quantità di moneta cartacea e non. Possono riversare, o tenere le nazioni sotto minaccia di riversare, enor­ mi quantità di moneta primaria nei mercati. Possono usarla per com­ piere manovre speculative al rialzo o al ribasso, scatenando corse alla vendita di valute e di titoli del debito pubblico, nascondendosi dietro il diritto alla segretezza e dietro l'irresponsabilità, attribuiti loro dai trat­ tati, come già esposto. E possono riversare sul mercato anche semplici annunci, dicerie, minacce di tutto ciò, e ottenere risultati equivalenti a quelli deiratto vero... effetto placebo, anzi nocebo... MECCANISMO DELL’AUTOPRIVAZIONE MONETARIA Stante quanto detto sopra, il problema della creazione di nuova mo­ neta non è quindi avere la ricchezza per garantirla o coprirla o produrla, ma che ci sia un circuito che la assorba e la usi. Quindi non ha senso dire che manchi la liquidità per fare investimenti produttivi, infrastrutture, ri­ cerca, assunzioni di lavoratori utili ecc. Sarebbe come dire che manchino i chilometri per fare le strade. Egualmente, non ha senso dire che manchi la moneta per consentire il pagamento delle prestazioni economiche già erogate. L'ideologia, la pseudo-scienza interessata, sostiene la tesi della scarsità intrinseca dei mezzi monetari, per sostenere l'illusione che es­ si abbiano un intrinseco valore economico indipendente dal loro essere impiegati in attività produttive; e che quindi abbia un senso economico esigere un interesse sulla moneta fiduciaria, indipendente dall'aumento della ricchezza e delle risorse reali6. Ma è solo un inganno. Quello di cui occorre munirsi, è la conoscenza di come destinarla in modo che vada a creare beni e servizi che coprano e, possibilmente, su­ perino in valore reale il suo importo nominale. Aumentare la moneta è sostenibile se va ad aumentare i beni e i servizi o a pagare prestazioni già eseguite. Se la allocazione della moneta aggiuntiva è fatta erroneamente, se non aumenterà la produzione di beni e servizi richiesti, genererà in­ flazione, perché ci sarà un aumento di domanda senza pari aumento di offerta. Trattare la moneta come se fosse merce, analoga al petrolio o al rame, con un inerente costo di produzione e un'inerente limitatezza di
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere disponibilità, porta a privarsi dei mezzi monetari necessari per investire e rilanciare l'economia dirigendola in modo sano e risanante. Per conseguenza, la società cade nella trappola fiscale ed è condan­ nata all'impoverimento, all'insicurezza, alla recessione, perché non si "vede" la possibilità di sganciare la spesa pubblica qualificata dall'in­ debitamento pubblico, dalle tasse, dalla vendita dei beni pubblici. Per contro, Richard Werner, attraverso tutto il suo saggio New Paradigm in Macroeconomics, ha dimostrato con metodo matematico che le espansioni e le contrazioni dell'economia sono funzioni dirette della quantità di liquidità disponibile, mentre sono pressoché insensibili ad altri fattori macroeconomici; quindi ha scientificamente confutato l'as­ sunto neomonetarista, secondo cui la quantità di liquidi disponibile non influenzerebbe la ricchezza reale prodotta e goduta nel sistema economico. Cioè, se l'economia è stagnante o in recessione, per farla ripartire basta immettere liquidità, mentre sono inutili altre misure come gli sgravi fiscali, lo spostare il peso della tassazione dai redditi alla proprietà, dalle imposte dirette a quelle indirette ecc. Quindi tut­ te le manovre in questo senso sono buone solo per fingere. L'artefatta scarsità di moneta ha prodotto un cattivo modello indu­ striale: ha spinto alla ricerca di strategie di esasperata minimizzazione dei costi (tagli a ricerca, investimento, capitale umano, sicurezza), esternalizzazione degli oneri (danni all'ambiente), delocalizzazioni in cerca di lavoro schiavistico7 stile truffaldino nei rapporti commerciali. L'im­ , possibilità di difendersi mediante dazi dalla concorrenza di questo tipo di imprenditoria di sfruttamento, ha fatto il resto, portando a un con­ tinuo peggioramento delle condizioni materiali e morali di vita della maggior parte della popolazione - salvi solo evasori sistematici, truffa­ tori sistematici, appaltatori-corruttori, oligopolisti e monopolisti8. MECCANISMO DEL DOPAGGIO MONETARIO La M odem Money Theory, o MMT, detta anche Cartalismo, già spo­ sata da James Kenneth Galbraith, e recentemente portata sulla ribalta italiana da Paolo Barnard, ormai forse dovrebbe cambiar nome, dato
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R vivaio d ei mostri che fu concepita nel lontano 1859 da certo Georg Friedrich Knapp. Es­ sa influenzò le intuizioni fondamentali di Keynes e aiutò a superare l'illusione metallista, ossia che la moneta abbia bisogno di un legame con un metallo prezioso per aver valore. Ma, soprattutto, la MMT si costituisce come risposta forte agli errati convincimenti che sono alla base dell'irrazionale e rovinosa autoprivazione monetaria, nonché al­ le pure irrazionali ricette macroeconomiche di austerità. Essa afferma che uno Stato, se detiene la sovranità monetaria, allora può emettere tutta la moneta che vuole, o meglio che è necessaria per sostenere lo sviluppo economico, raggiungere la piena occupazione e contrastare le tendenze recessive. Non deve temere disavanzi di bilancio e l'accumu­ larsi del debito pubblico, appunto perché, essendo monetariamente so­ vrano, può emettere tutta la moneta necessaria per pagare gli interessi sul debito pubblico e rimborsarne il capitale: la sua capacità di pagare è illimitata. Quindi non può mai divenire insolvente, e gli allarmi di possibile défault sono pretestuosi. Illogico e superfluo è che lo Stato, per finanziarsi, contragga debiti con terzi, con investitori, e che paghi interessi su tali debiti. Lo Stato si finanzia direttamente emettendo mo­ neta, e non con le tasse, che hanno invece la funzione di ridurre la li­ quidità nell'economia quando essa sia esuberante, di ridurre la ricchez­ za dei cittadini e, ancor più profondamente, di sostenere la domanda di moneta nazionale - appunto, attraverso la richiesta del pagamento di tributi - che induca il valore della moneta medesima. La MMT è uno strumento teoretico di punta, soprattutto nella presente crisi, per smascherare l'assurdità dei sistemi monetari, a cominciare dall'Eurosistema, che non è una moneta in comune tra i Paesi membri, non è una sovranità monetaria condivisa tra nazioni, ma è una cessione di mo­ nopolio monetario con cui le nazioni si sono spogliate di essa in favore di un soggetto autocratico e irresponsabile quale è la BCE. La MMT, se non ingloba la riforma contabile come spiegata nel seguente para­ grafo, e gli altri principi illustrati in questo capitolo, a cominciare da quello sulla moneta indebitante, rimane pero incompleta e instabile sia dal punto di vista teoretico, e suscettiva, se applicata, di scatenare una irrefrenabile rincorsa tra creazione monetaria e creazione di debito. Bi­ 209

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere sogna chiarire il concetto di sovranità monetaria statale. Uno Stato ha la sovranità monetaria, propriamente, se esercita il potere di emettere esso stesso la moneta, come fa una banca centrale di emissione, ossia creandola ex nihilo e senza indebitarsi (come tale creazione avvenga, è spiegato nel resto di questa seconda parte del libro), e se è remittente e il regolatore di tutta la moneta, di tutta la liquidità {money supply) in uso sul suo territorio. Lo Stato monetariamente sovrano emette mone­ ta in proprio, senza indebitarsi, o attraverso un proprio organo (come il Ministero del Tesoro, o una commissione parlamentare indipenden­ te dal governo); oppure attraverso un ente di diritto pubblico, dotato di personalità giuridica propria, ma gestito dallo Stato (di nuovo, at­ traverso il Ministero del Tesoro o una commissione parlamentare). In questo secondo caso, lo Stato prende a prestito il denaro da questo en­ te, che quindi va a credito verso lo Stato; ma, posto che questo ente è interno allo Stato, lo Stato, comprendendo in sé anche questo ente, non si indebita, realizzandosi una semplice partita di giro, perché il detto ente gira statutariamente i suoi utili allo Stato. Nel sistema monetario odierno, come meglio vedremo, il 92% della liquidità è emesso e creato dalle banche commerciali, non dallo Stato né dalla banca centrale di emissione; quindi manca un fondamentale presupposto per applicare la MMT. Si aggiunga che le banche centrali sono, quasi tutte, indipendenti dal parlamento e dal governo, e han­ no regole e gestione privatistiche. Inoltre, anche quegli Stati che sono detti avere la sovranità monetaria, come gli USA, propriamente non la hanno, perché hanno sì la facoltà di emettere quantità illimitate di de­ bito pubblico per procurarsi moneta, ma nel farlo si indebitano verso la banca centrale di emissione, che è di proprietà privata, che non vie­ ne sottoposta (con una eccezione nel 2011) ad audit, che non gira allo Stato il credito che verso di esso acquisisce finanziandolo, e che adot­ ta, come tutte le banche, centrali e non, principi contabili che dissimu­ lano la realtà economica, come spiegheranno i prossimi paragrafi. Ovviamente, nessun modello economico-monetario, nemmeno quello della MMT e quello di Keynes, nemmeno quello che propon­ go io, può funzionare indipendentemente dall'efficienza neirimpiego
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Il vivaio d ei mostri delle risorse, indipendentemente dall'intelligenza, della competenza e dalla correttezza di chi progetta ed esegue le varie operazioni di spesa e investimento. Non basta stampare denaro, fare spesa pubblica libe­ ramente, per far andar bene l'economia e risolvere ogni problema, evi­ tando di fare sgradevoli conti con sprechi, incompetenze, corruzione e parassitismi. Le risorse vanno acquisite in modo efficiente e anche adoperate in modo efficiente, sia sul piano finanziario, che sul piano industriale, materiale, altrimenti il Paese decade o viene sopraffatto dai competitori esteri. L'attuale sistema monetario, neoclassico, mercatista, monetarista, monopolista, è assolutamente inefficiente e distrut­ tivo in quanto alla acquisizione delle risorse e in quanto alla loro allo­ cazione finanziaria, ma non è che basti correggere queste storture, per fare andar bene le cose. L'Italia, come sistema-Paese, è estremamente inefficiente, in aggiunta, anche in quanto all'uso industriale, materiale, delle risorse; e sul business delle inefficienze, degli sprechi, si è costru­ ito il suo sistema di consenso politico. Perciò un buon modello economico-monetario, liberato dalle irrazionali auto-limitazioni monetarie, è sì assolutamente indispensabile, ma non è sufficiente, per risanarla. Se, in Italia o altrove, si decidesse di fare spesa pubblica a oltranza per raggiungere la piena occupazione dei fattori produttivi, si alimentereb­ bero tutte le attività inefficienti, parassitane e criminose, che dipendo­ no dalla spesa pubblica. S'incoraggerebbe la corruzione, la negligenza, il disimpegno. Si otterrebbe quindi una degenerazione sistemica. Que­ sto è ciò che è successo in Italia, dove, per decenni, al fine anche di te­ ner unito socialmente e geograficamente il Paese, e di assicurargli una crescita costante, si è fatta una spesa pubblica di quel tipo, che, espan­ dendo adeguatamente il money supply, ha dato sì crescita e benessere, ma ha incentivato e consolidato un sistema di parassitismo e di incom­ petenza a tutti i livelli, che ha finito per bloccarne la crescita e l'am­ modernamento, mentre rende tormentoso e forse inutile lo sforzo di trasformare il funzionamento del sistema-Paese per integrarlo nel si­ stema europeo. D'altronde, anche l'idea che si possa efficientare la spe­ sa pubblica mandando lo Stato a finanziarsi e a quotarsi sui "mercati", palesemente non ha funzionato, anzi ha peggiorato nettamente le cose,
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere perché i "mercati" del mondo reale fanno speculazione, non ottimalizzazione dell'allocazione delle risorse. Si pensi anche che "i mercati" hanno, di fatto, per il primo decennio di Euro, incentivato con bassi tassi di interesse proprio governi (italiani e di altri Paesi eurodeboli) che sprecavano pubblici denari e irripetibili opportunità di efficientamento, e il pii italiano è cresciuto solo del 2% in tutto, contro il 14,5 dei partner europei (cioè circa 200 miliardi di pii in meno). E allora si de­ ve decidere: i mercati premiavano il malgoverno perché essi stessi non sono efficienti, oppure perché quel malgoverno preparava opportunità di speculazione e approfittamento da parte dei grandi gruppi finan­ ziari? In ambo i casi, si dovrà concludere che è errato affidarsi ad essi per disciplinare governi e sistemi economici. Siamo in attesa, quindi, di un metodo alternativo, che non è detto che esista. MECCANISMO DELL’OMESSA CON TABILIZZAZION E DEI FLUSSI DI POTERE DI ACQUISTO Come abbiamo visto, la creazione di mezzi monetari - moneta legale e moneta creditizia - nel sistema moderno, non comporta costi di pro­ duzione per chi la crea ed emette. E questi mezzi monetari non hanno valore in sé. Il loro potere di acquisto, il loro valore, viene dato a essi da chi li accetta. La banconota o l'accredito di conto corrente o l'assegno circolare hanno valore in quanto accettati. Quindi, la banca che li crea e li cede contro interesse o altro corrispettivo, cede in realtà un valore che essa riceve, simultaneamente. Cioè, nel suo business di creazione ed erogazione di mezzi monetari, guadagna sulla cessione di un valore che essa riceve dalla comunità, dal mercato, attraverso l'accettazione. Questo valore che la banca riceve è un valore economico, patrimoniale, spendibile, dalla cui cessione la banca trae profitto. Il mezzo monetario è qualsiasi cosa che incorpori potere d'acquisto, e il potere d'acquisto è il suo valore economico. Quando io banchiere presto moneta, presto potere d'acquisto, che non creo io, ma mi entra dal mercato. Ma questo valore, questo flusso di potere di acquisto che va dalla comunità, dal mercato, alla banca erogante, non viene contabilizzato, ma appare nei bilanci. Conseguentemente, non viene tassato.
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Il vivaio d ei mostri Quanto sopra chiarisce un equivoco in cui si incorre quando si pone il problema di chi sia o debba essere il "proprietario della moneta al mo­ mento dell'emissione". La moneta fiduciaria (intesa come la banconota, l'assegno circolare, l'insieme di bit), al momento dell'emissione, come co­ sa materiale, è proprietà, ovviamente, di chi la fa fisicamente ed emette (banca centrale o banca di credito). Ma ciò che rileva è il valore di questa moneta, non il supporto cartaceo o elettronico di esso; e poiché questo valore (potere di acquisto o di pagamento) le arriva dall'esterno, esso è acquisito dall'emittente della moneta, diviene sua proprietà in virtù del­ la fiducia, dell'accettazione dati dal mercato alla moneta emessa. Ovvia­ mente, chi dà e fa dare dal mercato, dalla gente, accettazione e fiducia a quella moneta fiduciaria, è la comunità bancaria, il gioco di sponda tra le banche; lo fa con l'atto stesso di accettare quella moneta e di accreditarla nei propri conti correnti: ciascuna banca della comunità bancaria accetta i pezzi di carta emessi da ciascun altra banca. E quello che viene accettato dalle banche come denaro, lo accetta tutto il resto della società, perché la società guarda alle banche, dato che da essa dipende per le proprie tran­ sazioni. E proprio in ragione del fatto che è il corpo sociale a mettere il potere d'acquisto a disposizione delle banche, in modo che queste pos­ sano ri-prestarlo ai loro clienti, proprio per questo fatto l'attività bancaria dovrebbe potersi svolgere soltanto al servizio del corpo sociale e non a scopi privati; però, siccome il corpo sociale è inconsapevole di ciò, l'attivi­ tà dei banchieri può svolgersi nell'interesse di questi e a scapito del corpo sociale, scollegata dal servizio all'economia reale, e in modo apolide. Contabilmente, quando la banca centrale di emissione cede moneta legale, segna un'uscita di valore patrimoniale. Ma se è uscito, quel valo­ re, è necessariamente anche entrato - è entrato nel modo suddetto, dal­ la società. Analogamente, la banca di credito, quando eroga, segna una passività, l'uscita di un titolo di debito (che diventerà contabilmente un costo in caso di insolvenza del debitore). Ma non segna quando il po­ tere d'acquisto è entrato. Quando ti presta 100, la banca segna "-100" di uscita del prestato (come se prelevasse, o si impegnasse a prelevare su richiesta, il potere d'acquisto che ti presta da un suo magazzino - come
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere se il prestato preesistesse al prestare), e segna + 100 di entrata del credito che acquisisce verso di te; saldo 0 (lasciamo in questo discorso da parte gli interessi, che sono un rateo). Ma in realtà essa realizza anche un'ulte­ riore entrata di "+ 100", che è il potere di acquisto che la banca ti presta a interesse, e che preleva da te nel momento in cui tu accetti come denaro e valore la sua promessa di pagamento priva di valore proprio, con cui ti eroga il prestito - ossia l'assegno circolare o il bonifico. Se segnasse an­ che quell'introito, avremmo + 100 + 100 -100, saldo + 100. In conclusione, questo meccanismo produce un buco nero mone­ tario che assorbe, cancella contabilmente valore e non lo restituisce (o lo restituisce extracontabilmente ai vertici della banca), in quanto, nei conti delle banche, comporta l'omessa registrazione dei flussi patri­ moniali attivi di potere d'acquisto, che la banca realizza nell'erogazio­ ne dei prestiti, pari al valore del credito erogato. Se i principi contabili (IAS) venissero rettificati per imporre la regi­ strazione di quegli introiti di potere d'acquisto, i bilanci delle banche migliorerebbero drasticamente, e così pure quelli pubblici, dato l'e­ mergere del maggior reddito imponibile delle banche stesse. MECCANISMO DELLA FALSA EQUIPARAZIONE CONTABILE DI MONETA LEGALE E CREDITO Abbiamo visto che ciò che la banca eroga, prestando, non è moneta legale, cioè banconote; ma è promessa di pagamento di moneta legale, cioè un titolo di credito verso la banca, creato dal nulla attraverso un moltiplicatore e non coperto da moneta legale esistente o beni tangibi­ li. Però, contabilmente, la banca e gli altri soggetti economici trattano, registrano, al medesimo modo i movimenti di denaro legale e i movi­ menti di promesse di denaro legale, ossia di credito. Un assegno ban­ cario o circolare, un bonifico, un attivo di conto corrente, sono trattati come se fossero denaro vero, anche fiscalmente. Così non viene conta­ bilizzato né tassato il meccanismo moltiplicatore, quello che consente alla banca di produrre a costo zero il suo credito-moneta. Pensiamo a una banca che eroga un prestito di 10.000 a un benzina­ io, aprendogli un conto di disponibilità. Il benzinaio trae su quel conto
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Il vivaio d ei mostri un assegno di 10.000 per pagare me. Io lo verso sul mio conto corrente, e la mia banca mi accredita 10.000 - cioè io figuro aver depositato 10.000. Questo accade anche se la mia banca è la medesima del benzinaio. Ecco quindi che la banca, nella sua interazione con altre banche, o anche da sola, passando però per un soggetto esterno - me, nell'esempio - crea dal nulla un deposito di ¿0.000 che, ai fini contabili (ma anche del potere di acquisto) è equiparato a un deposito di banconote, di denaro legale. Poi, nel corso del tempo, il benzinaio rimborsa il prestito, versando banconote, che a lui sono costate duro lavoro e impegno di capitale. Ogni volta che deposita banconote, la banca segna un accredito, una diminuzione del suo debito, coi medesimi simboli che ha usato quan­ do ha erogato il prestito in moneta creditizia creata da essa a costo ze­ ro. Si comprende, quindi, che il sistema di contabilizzazione e di tas­ sazione delle attività monetarie è profondamente incoerente e illogico, destabilizzante per l'economia. Ma ancora non è tutto. MECCANISMO DELLA FALSA CON TABILIZZAZIO N E DELLA MONETA LEGALE I bilanci delle banche centrali di emissione applicano due principi contabili falsanti (per dettagli e documentazione, rinvio a €uroschiavi, IV edizione 2012, pp. 136 ss.), che producono "sparizione" carsica di ricavi per decine e decine di miliardi - quindi un altro buco nero monetario. In primo luogo, esse non registrano gli utili derivanti dai titoli che acquistano spendendo la moneta legale (cartacea ed elettroni­ ca) da esse creata a costo praticamente zero (cioè non registrano il signoraggio da creazione e spendita della moneta, bensì solo quello consistente negli interessi attivi percepiti sui valori con essa acqui­ siti - che però non è vero signoraggio, ma sua conseguenza), quindi realizzando un profitto netto pari praticamente al ricavo. In tal mo­ do, i loro top manager si ritrovano con una eticamente imbarazzante disponibilità di enormi utili occulti, e ovviamente non sanno che co­ sa farne: trasferirli in conti segreti di paradisi fiscali, o semplicemente azzerarli per far quadrare i conti e i falsi principi contabili?
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Se si rettificasse questo punto, emergerebbero utili di esercizio dell'ordine di parecchi miliardi l'anno, che andrebbero a beneficio dei rispettivi Stati per la quota loro spettante degli utili, e - cosa non me­ no importante - vi sarebbe più liquidità nel sistema. In secondo luogo, esse registrano, nello stato patrimoniale, la moneta circolante (cioè la moneta che hanno emesso e che è in cir­ colazione) come passività, come debito (liability). Però la moneta legale, come noto, non è più un debito da quando non è più conver­ tibile, cioè da quando la banca emittente non ha più l'obbligazione di convertire le banconote in oro, a richiesta del portatore. Se fosse un debito, non sarebbe utilizzabile per pagare, ovviamente. Dun­ que non vi è ragione giuridica o economica per continuare a segnar­ la come tale. Se si rettificasse questo secondo punto (rettifica dello stato patri­ moniale) eliminando la suddetta voce di debito, le banche centrali di emissione avrebbero un forte attivo patrimoniale (pari al valore del circolante), con un pari e conseguente miglioramento del conto eco­ nomico (ovviamente per il solo anno in cui si facesse la rettifica in parola), e una grossa devoluzione allo stato di utili. Per contro, se non viene contabilizzato l'introito di potere d'acquisto e non viene eliminato il falso contabile relativo al circolante, nazionaliz­ zare le banche centrali di emissione o di credito non porrà fine a questa anomalia, e il loro signoraggio continuerà a essere invisibile, a prendere strade private verso le Cayman Islands e altri paradisi di segretezza e anonimato, e a scavare un buco nero monetario-debitorio. MECCANISMO DELLA C O N C O R R EN Z A MONETARIA TRA ECONOM IA SPECULATIVA ED ECONOM IA PRODUTTIVA L'economia si divide in due aree: l'area A, produttiva di beni e di ser­ vizi, che dà il prodotto interno lordo; e l'area B, speculativa, oggi decine di volte più grande di quella produttiva, che non produce beni né ser­ vizi (non aumenta la ricchezza reale, fruibile), che non va incrementa­
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Il vivaio d ei mostri re il pii, ma produce incrementi e decrementi di ricchezza finanziaria, virtuale, contabile, che, in quanto spendibile, può comprare ricchezza reale. La produce a) speculando sulla variazione di valore tra il prezzo di (promesso) acquisto e quello di (promessa) vendita di titoli, commodities, immobili; b) lucrando interessi sul prestito di moneta trattata come merce (vedi sopra); c) creando e vendendo titoli derivati di ogni tipo, a un prezzo ovviamente maggiore del costo di produzione, che sovente è pressoché nullo. Dato che l'area B può produrre incrementi di valore nominale anche elevati o elevatissimi in tempi brevi o brevissimi, essa, nel complesso, remunera il capitale investito in essa molto più e molto prima dell'area A, dell'area produttiva, la quale produce profitti in tempi molto più lunghi, di anni. Invero, l'area B è già da tempo un multiplo dell'area A, in volumi di valore nominale. Si diffonde e consolida l'illuso­ ria aspettativa che si possa avere un rendimento finanziario stabilmente e sistematicamente superiore al tasso di sviluppo dell'economia reale, e indipendente da esso, fino al punto che, per difendere il corso e il ren­ dimento dei titoli finanziari, si impongono manovre recessive sull'eco­ nomia reale (tagli e tasse, virtuosità di bilancio9). Quindi l'economia im­ produttiva sottrae moneta, sottrae investimenti all'economia produttiva, che tende a produrre sempre meno, sia perché rimane a corto di capitali, sia perché, allo scopo di rincorrere i tassi di rendimento dell'economia improduttiva, non persegue più il massimo profitto totale e la sua soste­ nibilità o incrementabilità nel tempo, ma il massimo profitto marginale, cioè il massimo tasso di remunerazione del capitale investito, e cade nella già analizzata logica del budgetismo (massimo utile di bilancio nel bre­ vissimo termine tagliando investimenti per impianti, ricerca, innovazio­ ne, formazione, manutenzione). Per attrarre investimenti azionari, per avere un buon rating, l'imprenditore persegue non il massimo utile to­ tale, ma il massimo utile marginale, quindi assume e produce meno. Ne conseguono tagli all'occupazione e alla produzione. Quindi la finanza, creata e autorizzata come strumento per apportare liquidità alle attività produttive, si è messa a fare l'opposto, cioè a sottrarla da esse. Ovvia­ mente, quando una quota crescente dei redditi viene impiegata non più per acquisti di beni e servizi, ma per collocazioni finanziarie, vi è una
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C!MIT€URO. Uscirne e risorgere diminuzione della velocità di circolazione della moneta10. La creazione di liquidità da parte del sistema bancario aumenterà il pii solo in quanto destinata a transazioni reali, non a impieghi finanziari. La creazione di credito per destinazioni improduttive in termini di pii, come i quantitati­ ve easings, ha un'azione inflativa, tossica, quindi insostenibile già nel me­ dio termine11. Questo credito, questa liquidità, che è improduttiva, che ammonta a un multiplo del pii e che - come tutta la liquidità - è creata insieme a un pari debito capitale produttivo di interessi passivi, non può essere rimborsata, se non nel breve termine e ricorrendo al meccanismo della bolla, ossia dello schema Ponzi: i nuovi ingressi di capitale servono per pagare gli interessi sul debito esistente. Non può essere rimborsata perché non genera un aumento di pii, di reddito, idoneo a pagare gli in­ teressi passivi, per non parlare del capitale. Quindi produrrà un grande ammontare di crediti non performing, di sofferenze. Ciò sfocia nelle crisi di liquidità e, poco dopo, di solvibilità delle banche, e nell'uso di soldi del contribuente per puntellarle12, o nel massiccio ingresso dei capitali di orìgine illecita. Strumenti come gli Accordi di Basilea hanno compietamente fallito nel prevenire tali crisi, perché non tengono conto del fatto che le banche, essendo le creatrici del denaro, creano anche quello che usano per finanziare i loro stessi aumenti di capitale! Un errore mar­ chiano, dunque, se errore e non specchietto per le allodole: «Imporre alle banche di raccogliere più capitale in periodi di boom non arresterà il bo­ om, innanzitutto, essendo esso creato dall'accresciuto credito bancario, che può essere in parte usato proprio per raggiungere i maggiori livelli di adeguatezza capitale»13. La proposta di Richard Werner è dunque di permettere alle banche di creare denaro solo in quanto destinato a im­ pieghi che aumentino il pii14. Questa imposizione di pubblico interes­ se, o meglio di interesse sistemico, fornirebbe qualche giustificazione al privilegio delle banche, di poter creare moneta. Invece, per risanare le banche relativamente ai danni già avvenuti, lo Stato dovrebbe emettere denaro in proprio, senza prelevarlo dai contribuenti - che non hanno colpa - e senza temere che questo denaro produca inflazione, appunto perché esso va a chiudere debiti, quindi a ridurre la tensione inflativa generata dagli interessi passivi che maturerebbero sui medesimi debiti.
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Il vivaio d ei mostri Anche tra i titoli finanziari si crea una competizione distorsiva: le banche, almeno in Italia, dalla fine degli anni Ottanta, hanno imposto ai loro titolari di filiale e promotori di indurre i clienti risparmiatori, ti­ picamente cassettisti di titoli pubblici, a vendere questi ultimi (che sono quindi finiti perlopiù all'estero) per sostituirli con prodotti strutturati, derivati, possibilmente creati dalla banca stessa o di cui questa si vuole liberare (questi tipi di "prodotto", infatti, rendevano di più in termini di commissioni alla banca, e promettevano di più in termini di rendimento ai clienti - ma spesso li hanno delusi o fregati). È questa policy banca­ ria, fortemente appoggiata da Ciampi, che a suo tempo ha messo enormi masse di debito pubblico italiano (prima al sicuro nei risparmi dei cit­ tadini) nelle mani dei pericolosi speculatori stranieri, creando le condi­ zioni per la crisi del 2011, e insieme ha reso più scarso il collocamento dei titoli pubblici in Italia, aumentando così i rendimenti, cioè il tasso di interessi che lo Stato paga su di essi, a danno del bilancio pubblico. MECCANISMO DELLA CREA ZIO N E ABNORME DI R ICCH EZZA FINANZIARIA ASTRATTA Mentre la ricchezza reale può crescere solo in ragione di fattori di produzione oggettivi, esterni, compresa la disponibilità di risorse fi­ nanziarie, la ricchezza finanziaria, ossia la massa di titoli finanziari, può essere aumentata illimitatamente, senza bisogno di disponibilità di ricchezza reale o altre risorse, con l'unico limite della capacità-volontà della società di assorbire i nuovi titoli. Creare nuovi titoli de­ rivati non ha alcun costo intrinseco. Posso emettere titoli indicizzati all'andamento delle quotazioni di qualsiasi cosa, ovviamente anche di altri titoli, di borse, di indici - in un progressus in infinitum di avul­ sione e allontanamento dalla ricchezza reale. Possono essere titoliscommessa - scommessa persino sul fallimento o sulla svalutazione di società, di Stati, di loro obbligazioni (credit default swaps). Possono essere scommesse sull'andamento dei tassi di interesse. I titoli non hanno alcun valore intrinseco e perlopiù non hanno reali garanzie, o sono garantiti da assets o da soggetti suscettibili di divenire illiquidi o insolventi. Il mercato dei titoli finanziari tira, cioè sale, fintanto che
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere in esso viene immessa sempre nuova liquidità, per far salire i prezzi, perché se i potenziali investitori (pre)vedono che il mercato tende a salire, investono; vice versa, stanno fermi o disinvestono. Quando gli emittenti dei titoli appaiono, o vengono fatti apparire, in difficoltà a pagare gli interessi e a rimborsare i titoli; quanto le previsioni volgo­ no al brutto; quando chi ha titoli in mano ritiene che liquidarli, ossia cambiarli con cash, stia diventando difficile; allora la crescita si inver­ te, i titoli tendono a diventare illiquidi, cioè semplici pezzi di carta o aggregati di impulsi elettronici senza valore: titoli tossici, proprio perché nessuno li vuole più. Per sostenere il gonfiaggio dei mercati, le banche propongono al pubblico persino prestiti per speculare in titoli (contratti My V\fay, For You), sovente senza spiegare loro di che si tratta realmente. Inoltre costituiscono società da loro controllate, dette Special Investment Vehicles, cui procurano liquidità rilasciando fidejussioni, cioè assumendosi i loro rischi. Quindi se queste socie­ tà vanno male, trascinano le banche controllanti con sé. Si stima che, nel 2011, il pii mondiale sia poco sopra i 62.000 miliardi di Dollari, e il valore delle transazioni finanziarie sia 3 milioni di miliardi di Dol­ lari, 50 volte tanto15. Si stima pure che, al 31 dicembre 2011, la mas­ sa di titoli tossici nel mondo fosse 1,5 milioni di miliardi di Dollari, quasi raddoppiata dalla precedente crisi del 2008, grazie alle iniezio­ ni di liquidità volute dai governi, soprattutto da quello USA, in favo­ re delle banche da sostenere. Le banche si aiutarono con quei soldi creando ulteriori masse di titoli finanziari per rilanciare il loro gioco. MECCANISMO DELL’EGEMONIA POLITICA DEL BUSINESS PIÙ REDDITIZIO La possibilità di creare a costo pressoché nullo e smerciare, guada­ gnandoci sopra, titoli finanziari è l'attività economica più remunerativa in assoluto anche perché consente alle banche di fare maxifrodi e maxiag­ giotaggi, manovre speculative al rialzo e al ribasso, in modo legale; inoltre è molto più grande dell'economia reale; quindi da un lato tale attività non è regolamentabile da altri poteri, ma è essa stessa regolamentante ogni al­ tro potere, incluse le scelte legislative, governative, la politica economi­ co

Il vivaio d ei mostri ca e fiscale ecc., instaurando la società di mercato; dall'altro lato, essa con­ tinua inevitabilmente la sua ascesa, producendo masse sempre crescenti di valori apparenti, futuri titoli tossici. Masse superiori a qualsiasi possibi­ lità di assorbimento da parte di interventi pubblici, o di sterilizzazione o compensazione. L'asservimento della politica agli interessi finanziari spe­ culativi si vede anche nella scelta del governo bancario, di aumentare le tasse sul patrimonio, sì, ma solo sulla ricchezza reale, sugli immobili, non sulla ricchezza finanziaria, che pure è ben maggiore. Pensare di sistemare le cose facendo comperare tutti i titoli esistenti oggi dalle banche centrali, con un'azione coordinata di emissione di moneta, non solo è irrealistico da punto di vista politico, ma è insensato dal punto di vista finanziario, per­ ché una volta che fossero stati comperati e tolti di mezzo tutti i titoli tossici oggi esistenti - almeno 1,5 milioni di miliardi di Dollari - le banche e lo shadow banking semplicemente si metterebbero a crearne di nuovi e dopo poco saremmo daccapo. La piena confusione tra funzione governativa e funzione speculativa nel creare illusioni e false rappresentazioni della re­ altà, appare anche dallo scandalo della Barclays Bank, che, nell'estate del 2012, vede le dimissioni dei suoi vertici. La sostanza è che la banca ha ma­ nipolato il Libor (London interbank offered rate, cioè il tasso a cui le banche si scambiano prestiti). Orbene, il diretto esecutore di queste manipolazioni si difende tirando in causa i vertici della Bank of England, che a loro volta dicevano di ricevere pressioni dai vertici del Tesoro. E traspare anche che la pratica di taroccare quei dati per guidare, con mano invisibile, l'indice Libor a seconda delle convenienze, era comune a molte grandi banche, ora sotto investigazione, e nota alle autorità monetarie. Ossia, era tutta una messa in scena, apparentemente istigata dalle banche centrali per far sem­ brare meno grave la crisi bancaria. MECCANISMO DELLA CONTAM INAZIONE TRA BANKING SPECULATIVO E BANKING DI CRED ITO E RISPARMIO Le banche che fanno le cose spiegate sopra sono le medesime a cui affidiamo i nostri risparmi in deposito o comprando loro azioni od ob­ bligazioni, e da cui otteniamo, quando lo otteniamo, il credito per inve­ stimenti, consumi, acquisti immobiliari. Perciò le loro crisi finanziarie
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere minacciano, e il loro default travolge, i risparmi e gli investimenti della popolazione. Un tempo ciò non avveniva, perché molti Paesi aveva­ no leggi, come il famoso Glass Steagall Act del 1933, che separavano il banking speculativo di rischio dal banking normale e dall'attività assicurativa proibendo alle banche di usare i soldi dei risparmiatori per giochi di alto rischio. Ma quelle leggi sono state abolite negli USA con il Gramm-Leach-Bliley Act del 1999, e superate con la legge del 2000 che autorizzò i derivati finanziari over thè counter, cui seguirono altre leggi deregolamentanti, come quella abrogativa della norma che bloccava i raid ribassisti fino al manifestarsi di tendenza contraria16. Il tutto in ossequio alla ricetta del liberismo assoluto in materia finanziaria - una teoria pseudo-scientifica, in realtà un'ideologia, che mascherava inte­ ressi diretti: libera volpe in libero pollaio, come si suol dire. Il dogma era che bisogna liberare le forze del mercato perché il mercato non sba­ glia mai o quantomeno sbaglia meno di qualsiasi decisore. Il mercato, la mano invisibile, come decisore funziona bene (cioè spontaneamente evita o previene o riassorbe gli scompensi) quando è libero e trasparente (mentre i principali mercati sono mono od oligopolistici, opachi, asim­ metrici) - si dice. Nel libero mercato ideale, la sommatoria dei compor­ tamenti egoistici ed egocentrici dei singoli producono il bene collettivo. Quando però il "mercato" non è quello dell'economia reale, ma quel­ lo dell'economia speculativa finanziaria - molto più potente del primo, come abbiamo visto, per volume di affari - e quando vi è un ristretto car­ tello di singoli che dispone di strumenti speciali (finanziari) in via esclu­ siva, opachi agli altri, non regolamentati, e può usarli senza responsabi­ lità, addirittura ricattando gli Stati, abbiamo come risultante non il bene collettivo, ma il male collettivo - la migliore approssimazione al "male assoluto" empiricamente conosciuta. Corollario del suddetto dogma, è il principio - demenziale dal punto di vista macroeconomico, come ben capiamo considerando la natura della moneta - che la salute di un'econo­ mia si misurerebbe dallo spread, dalle quotazione dei mercati - come se non si sapesse che questi sono indicatori per il breve termine e, soprattut­ to, manipolabili ad arte. È il principio, tra l'altro, in base al quale il gover­ no afferma, o affermava, di aver segnato importanti successi.
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Il vivaio d ei mostri Il risultato è sotto gli occhi di tutti. L'allarme sociale per le cri­ si bancarie, rinfocolato dall'esempio di alcune grandi banche lascia­ te fallire forse ad hoc, creò nel 2008 le condizioni socio-politiche per giustificare l'emissione di un'enorme massa di liquidità che il gover­ no USA prestò alle banche, faccialmente, per "salvarle" e salvare con esse i risparmi e le pensioni dei cittadini. Ma il risultato è stato ben diverso... Il meccanismo della contaminazione tra banking speculativo e banking normale appare, quindi, come un meccanismo utilizzabile anche come strumento di ricatto della società. Moltissimi economisti propongono di separare economia speculati­ va da economia produttiva, di legiferare in modo che i giochi d'azzardo e1 efiches siano confinati entro il perimetro dei casinò della finanza. Ma ciò non è possibile, perché 1 efiches prodotte a costo zero e senza limiti intrinseci aH'interno del casinò sono accettate e appetite fuori di esso esattamente come gli altri mezzi monetari, e la loro industria e la più forte fonte di profitto e potere al mondo, dunque chi la può contene­ re? Credo che l'unica soluzione funzionante, visto anche come le grandi banche hanno ripreso la speculazione d'azzardo dopo lo scoppio della bolla del 2008 e le enormi spese pubbliche per salvarle, sarebbe la proi­ bizione totale della finanza speculativa, cioè di quella diversa dal cre­ dito all'economia reale, alla partecipazione azionaria diretta in essa, al leasing e cose simili. Ma ovviamente non è attuabile. MECCANISMO DELL’ESTERNALIZZAZIONE DEL RISCHIO E DEGLI INCENTIVI ALLA FRODE Le banche possono guadagnare anche dal trasferimento del rischio. Vediamo la storia della bolla dei mutui subprime. Vantandosi di prati­ care la democrazia anche nel credito, esse erogano mutui a categorie di clienti che sanno essere incapaci di pagare, e che si impegnano a pagare tassi alti proprio perché hanno molto bisogno di credito e bassi requisiti per averlo - cioè pagano un alto premio di rischio. I tassi alti e le altissime spese addebitate per il processo di cartolarizzazione che rende possibile il prestito ai clienti subprime, altrimenti non finanziabi­ li, generano guadagni enormi per intermediari, banche e manager di
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere queste ultime1 , che hanno quindi un incentivo economico alla frode 7 e, nel complesso, a creare piramidi di contratti predestinate al crollo. Poi mettono questi crediti tutti insieme, li trasformano in obbligazioni (cartolarizzazioni) e li sbolognano al pubblico, ai fondi previdenziali, ai fondi d'investimento, che le comprano volentieri perché danno alti rendimenti e perché sono, o appaiono, garantiti da assets (le ipoteche sui mutui suddetti). Quando i debitori mutuatari diventano insolventi, si scopre che il valore di realizzo delle garanzie reali (ipoteche e pegni) è ridotto a una frazione del loro valore nominale, o anche a zero, dato anche il sopravvenuto crollo del mercato immobiliare. I mutui ameri­ cani, perlopiù, sono senza rivalsa, cioè il mutuatario può rinunciarvi e cedere la casa alla banca, senza che questa possa pretendere da lui la differenza - perciò molti hanno fatto così. Scaricando il rischio median­ te la cartolarizzazione, però, le banche realizzano un profitto a costo zero, scaricando un danno molto superiore a esso su risparmiatori, pen­ sionati, investitori. E quando le piramidi di mutui e di derivati saltano, mettendo in crisi il sistema bancario e previdenziale, allora scaricano il costo del salvataggio sulla società attraverso lo Stato. MECCANISMO DELL’AGGIOTAGGIO E DELLE VENDITE A LLO SCOPERTO C O N HIGH FREQUENCYTRADING Il cartello delle grandi banche - una decina - e di tre o quattro grandi corporations finanziarie dispone anche delle tre grandi società di rating18; nonché di schiere di società non sottoposte alle regole che vincolano le banche, per compiere lo shadow-banking, pompando in su e in giù gli in­ dici mediante la combinata azione di rating, short selling e high frequency trading mirati a colpire questa o quella moneta, questo o quel titolo pub­ blico o privato, questo o quel governo. Guadagnano sulle variazioni che esse stesse pianificano e cagionano. L'high frequency trading è uno stru­ mento informatico potentissimo, che consente di inondare il mercato di milioni di offerte di vendita o acquisto al minuto, rispetto a un dato titolo o una data valuta, così che, sebbene la quasi totalità di tali offerte non produca una compravendita, la mole delle offerte genera una (im) pressione ribassista o rialzista, quindi cagiona forti flessioni o forti rialzi.
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Il vivaio d ei mostri Ciò è l'equivalente finanziario della politica delle cannoniere e, in altri casi, dei bombardamenti a tappeto. La resistenza dei poteri di uno Stato contro un simile attacco è pressoché impossibile, se non per Paesi molto potenti e disponenti di adeguate forze militari. MECCANISMO DEbLA SPECULAZIONE CHE PERTURBA I CAMBI, I TASSI, LE BILANCE DEI PAGAMENTI Nell'economia reale, un Paese vende beni o contrae debiti per procu­ rarsi la valute dei Paesi da cui vuole importare, e i rapporti commerciali, turistici e altri tra i vari Paesi, determinano i flussi di valuta e i rapporti di cambio, che tendano a equilibrarsi o a oscillare moderatamente e gestibilmente. Quando però si sviluppa la speculazione sui titoli finanziari e sulle stesse valute e su derivati indicizzati alle valute ecc., allora, dati i giganteschi valori dei titoli finanziari rispetto ai beni reali e ai redditi, data la facilità di crearli, data la volatilità delle loro quotazioni, data la loro mobilità - dato tutto ciò, il problema dei cambi, le tensioni tra le diverse valute, tendono a divenire una tempesta senza prospettive di fine, cro­ nica, strutturale, non gestibile, anche perché le variazioni di corso delle valute tendono a essere prodotte o amplificate dalla stessa aspettativa che avvengano, in quanto gli speculatori, se si diffonde l'impressione che una certa moneta possa stare per essere svalutata, si lanciano a venderla allo scoperto, inducendone così la svalutazione effettiva1 , in ciò che si chia­ 9 ma attacchi speculativi auto-avveranti, crisi autoavveranti. Intuibilmente, la conseguente volatilità e incertezza dei cambi danneggia il commercio, mette gli imprenditori sulle difensive. Ma vi è qualcosa di più: se un Paese svaluta ma è ritenuto solido per il suo pregresso storico - un Paese come il Canada o l'Australia, ad esempio - i mercati pensano che sia il momento di investire, di comperare a prezzi favorevoli in quei Paesi, perché i ren­ dimenti sono sicuri e i valori risaliranno. Ma se si tratta di Paesi che non godono di quella reputazione - Paesi emergenti, o con storie turbolente, o con tensioni e squilibri sociali, come ad esempio l'Indonesia - allora la sva­ lutazione della loro moneta può ispirare l'aspettativa che a essa seguirà un periodo tormentato, quindi gli investitori toglieranno ancora più da quel Paese, anziché comperare in esso20; ma in un mondo in cui, sull'economia
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere reale, quindi sui redditi, domina la volatile finanza speculativa, tutti i Pae­ si tendono a essere a rischio - tutto il mondo diviene Indonesia. MECCANISMO DELLA DISCRIMINAZIONE DEI COSTI DEL DENARO Il famoso e già menzionato audit GAO del luglio 2011 ha messo alla luce il fatto che le banche private proprietarie della FED si procurano age­ volmente, attraverso la FED, migliaia di miliardi a tassi pressoché nulli e a scadenza molto elastica. La BCE è a un livello gerarchico inferiore della FED: presta poche migliaia miliardi di Euro alle banche europee, all'1% ma solo per 36 mesi, e solo per quel tanto che basta loro per risanarsi. Il resto, le banche se lo devono procurare con la raccolta e collocando le loro obbligazioni. Le banche tedesche pagano interessi minori di quelle fran­ cesi, che a loro volta pagano interessi minori di quelle italiane. Le imprese tedesche pagano il denaro meno di quelle francesi e ne ottengono più facilmente. Quelle italiane sono messe molto peggio: ne ottengono po­ chissimo, con termini brevi, e lo pagano moltissimo. Quindi hanno costi finanziari molto maggiori di quelle concorrenti, e nella competizione so­ no, nel complesso e nel lungo termine, destinate a perdere (anche perché pagano di più di burocrazia, di tasse, di energia e dispongono di peggiori infrastrutture). Ne consegue un processo di colonizzazione, di take over da parte del capitale straniero. MECCANISMO DELLA TELEO LO G IA CONTABILE Scusate la ricercatezza di questa denominazione, che vuole esprime­ re il concetto che il metodo contabile finisce per dettare i fini dell'agire umano. Si tratta di qualcosa di semplice, e al contempo profondissimo. Mentre per i singoli esseri umani il denaro è uno strumento per un fine esistenziale, negli scambi tra organizzazioni (società commerciali, enti pubblici), cioè per il mercato, il denaro diventa il motivatore universale (così Tho definito nel l'omonimo capitolo di €uroschiavi): ciò che guida e coordina le azioni dei soggetti economici, perché i processi di scelta dei soggetti organizzati (enti pubblici e privati, come banche, chiese, parti­ ti politici) avvengono attraverso la comparazione di redditività tra di­
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Il vivaio d ei mostri verse possibili scelte, tra diversi possibili impieghi di risorse limitati. Le comparazioni si possono fare soltanto tra quantità, cioè numeri. Numeri indicanti valore di scambio. Cioè somme di denaro. Quindi, mentre a livello individuale si decide anche in base a cose soggettive (gusti, senti­ menti, ideali), a livello di organizzazioni i processi decisionali vengono guidati dai numeri/ dalle somme, e si dirigono verso gli impieghi più profittevoli in termini pecuniari secondo le regole della contabilità ge­ nerale. Nella contabilità non entrano sentimenti né valori né paure né desideri né etica né estetica né ecologia né salute né criminalità. Quindi non hanno peso. Perciò, come società, abbiamo perso il dominio sulla moneta. Non è più possibile porle fine. Se li pone da sé, i suoi scopi. E noi dobbiamo perseguirli, altrimenti il mercato ci emargina. Abbiamo avviato il gioco, e ora il gioco gioca se stesso e usa noi come scacchi. La massimizzazione del profitto ha richiesto lo sfrutta­ mento deirambiente e del l'uomo, ha richiesto il consumismo e l'intro­ duzione dei derivati finanziari illimitatamente moltiplicabili. Ha im­ posto l'ottica di bilancio e di breve termine, la leadership dello spread, e la subor(di)nazione della politica alla finanza. Niente può opporsi. Però il gioco può rompersi. Questa è la speranza. MECCANISMO DEL FALSO PARADIGMA INTERPRETATIVO E DECISIONALE Si tratta di un meccanismo cognitivo generale, che genera malintesi ed errori. I meccanismi sopra descritti non fanno parte dell'esperienza comune e individuale. Analogamente, i principi della fisica nucleare, di quella quantistica e di quella relativistica non fanno parte delle nostre esperienze, li possiamo cogliere solo se li andiamo a cercare; ma ci so­ no, sono essenziali per la nostra realtà e la nostra vita o morte. Abbiamo le reazioni nucleari davanti a noi (il sole) e non le riconosciamo o non pensiamo a esse se non eccezionalmente. Salvo pensarci moltissimo se accade un incidente nucleare. Il moto browniano, che si svincola dalla gravità, è indispensabile per il funzionamento delle proteine, quindi delle cellule; però, siccome non avviene quasi nei fenomeni visibili a occhio nudo, noi non lo percepiamo e continuiamo a pensare il moto
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere come legato alla gravità, a meno che attiviamo appositi strumenti e sappiamo dove guardare. Similmente, noi non ci accorgiamo del con­ tinuo procedere e degli effetti cumulativi della moneta-debito né di quelli dei falsi principi contabili, e a scuola non ce li insegnano, così che quando essi fanno scoppiare una crisi, un meltdoxvn monetario o un fallout finanziario, non sappiamo interpretarla, tantomeno curarla. Se però ci informiamo pro-attivamente, allora siamo in grado di farlo. Siamo vittime della pigrizia mentale: vediamo certi principi e altri meccanismi in azione, e in base a questi costruiamo il nostro modello, o paradigma, di comprensione dei fatti economici. L'uomo tende ad ap­ plicare i paradigmi (le regole, le categorie, i modelli) che gli sono fami­ liari ai problemi nuovi e all'elaborazione di previsioni e di programmi di azione per affrontarli. Così quasi tutti, operatori economici compre­ si, tendiamo a interpretare e a cercare di risolvere attraverso paradigmi e regole proprie deireconomia ordinaria e dell'esperienza familiare e aziendale i problemi prodotti da meccanismi quali i suddetti, in quanto non ne siamo consapevoli. È facile farci credere a spiegazioni e rimedi falsi, non corrispondenti alla realtà monetaria come l'abbiamo ora esa­ minata, ma corrispondenti alle nostre esperienze pratiche, quotidiane, di economia e denaro. Noi siamo quindi pronti a credere che allo Sta­ to, alla banca centrale, possa mancare il denaro per fare investimenti, perché questo è ciò che rientra nella nostra esperienza di famiglia o di azienda, cioè di soggetti che, diversamente dallo Stato sovrano, o dal cartello bancario monopolista della moneta21, non hanno la capacità di generare moneta fiduciaria, e che per procurarsela devono dare qualco­ sa in cambio. Siamo inclini a credere che se i conti pubblici vanno male la soluzione sia tirare la cinghia, e non consideriamo che, se la popola­ zione tira la cinghia, cioè spende meno, negozianti, pubblici esercenti, professionisti, imprese ecc. incassano automaticamente meno, quindi non riescono a pagare merci, materie prime, salari, mutui,tasse, e sia ha quindi non il risanamento, ma insolvenze, fallimenti, chiusure: il collas­ so del Paese. Siamo inclini a credere che, per aumentare la stabilità e la sicurezza finanziaria, sia opportuno che le banche si facciano più restrit­ tive nel concedere credito, e non consideriamo che, se le banche restrin­
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Il vivaio d ei mostri gono il credito, si ha, automaticamente, una diminuzione della liquidità disponibile, quindi un aumento delle insolvenze, una corsa a vendere beni fisici e finanziari per pagare i debiti, quindi un aumento dell'offerta di quei beni assieme alla contrazione della domanda, e di conseguenza un crollo dei valori e una caduta deflazionistica. Quindi, per fare qualche esempio, andiamo a cercare gli sprechi della spesa pubblica e l'evasione fiscale, supponendoli causa dei mali finan­ ziari che ci affliggono (ovviamente essi sono nocivi, ma non sono le cau­ se di fondo, ed eliminarli lascerebbe intatti i meccanismi distruttivi del­ la moneta). Non investiamo in infrastrutture urgentemente necessarie perché non ci sono fondi a bilancio. Crediamo nel dogma neomonetari­ sta, che ogni soldo di spesa pubblica vada a diminuire gli investimenti produttivi del settore privato. Proponiamo di rilanciare l'economia to­ gliendo col fisco le risorse dai redditi per metterle a disposizione dell'at­ tività produttiva. Finanziarizziamo il debito pubblico pensando che così i mercati ci imporranno di fare una buona gestione, una gestione virtuo­ sa, e di contenere la spesa pubblica. Prendiamo a prestito i mezzi mone­ tari da soggetti privati che non danno loro valore, mentre glielo diamo noi; ma paghiamo a tali soggetti il tasso di interesse che essi esigono. L'austerità produce essenzialmente sottoimpiego di mano d'opera e degli altri fattori di produzione; la persecuzione degli avanzi primari attraverso pressione fiscale e tagli alla spesa si è accompagnata agli au­ menti dei costi della casta; mentre il taglio dei salari per recuperare com­ petitività nelle esportazioni dà un vantaggio iniziale, che viene annullato quando anche i Paesi competitori lo attuano; il risultato è una corsa glo­ bale alla svalutazione, dei redditi da lavoro in favore di quelli da capitale, con perniciose conseguenze di calo della domanda e della produzione22. La macroeconomia della moneta funziona secondo principi com­ pletamente diversi da quelli dell'economia domestica e di quella aziendale. Non è intuibile in base airesperienza. Però all'opinione pubblica, al contribuente, all'imprenditore, all'elettore si fa credere che funzioni come quest'ultima, e in tal modo si può fargli accettare il pa­ radigma monetarista della scarsità, del debito come colpa e del merca­ to come giustizia, quindi certe forme di sfruttamento e di frode, senza
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere che protesti: soprattutto, che la moneta fiduciaria, fiat money, abbia un valore proprio, quindi debba essere pagata a chi la emette (come se fosse questi a conferirle il valore), e che bisogni accumularla (con tas­ se, risparmio e alienazioni) prima di poterne disporre per investirla. E gli uomini politici possono divenire complici anche senza capire ciò che fanno. È così che, attraverso atti legislativi e governativi, facendo credere negli automatici benefici della globalizzazione e del liberismo, e in spiegazioni ingannevoli delle cause delle crisi, sono state create le condizioni per il tipo di business distruttivo, tipico della grande fi­ nanza, altamente oligarchico e contrario agli interessi della popolazio­ ne generale23.

N O TE 1 Il Padre Nostro nel Vangelo degli Ebrei, citato da Origene, scritto in lingua aramaica, . dice: «Dacci oggi il nostro pane di domani (mahar)». La traduzione dal testo greco di Matteo (ep/ousion) con “quotidiano” è sicuramente erronea. 2. Cecchetti et al., 2011 . 3. Tremonti 2012, cit., p. 9. 4. Il meccanismo, più sorprendente e paradossale che complicato, di questa creazione di moneta-credito da parte delle banche è spiegato in €uroschiavi, IV edizione, nel capitolo “ L’Albero del Credito e del Debito”, a cui devo qui rinviare. 5. Con money pumping solve thè European economie crisis? By D r Frank Shostak, on 2 august 2012. 6. Galloni 2011, p. 81. 7. Un amico riferisce che un suo cliente, stilista di abbigliamento, viene pagato (come altri tecnici italiani) dal governo turco per assistere imprese italiane trasferitesi in Turchia, dove hanno 3 anni di esenzione fiscale e mutui al 2% per l’acquisto o la costruzione degli stabilimenti. 8. Galloni 2011 cit., p. 94. , 9. Galloni 2011 cit., p. 89. , 10. W erner 2012, pp. 10 s. 1 . Così anche Cecchetti et al., Reassessing thè impact o f fmance on growth, 2012, dove si 1 mostra come la curva del rapporto volumi fìnanziari/pil evidenzia una correlazione positiva fino a un certo livello, oltre il quale la correlazione si inverte, ossia a mag­ giori volumi di finanza corrisponde un minor pii, per effetto della competizione qui descritta. 12. Ibidem.

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Il vivaio d ei mostri
1 Ivi, p. 13. 3. 14. «One simple rule would prevent banking crises: allow banks to create credit only if it is used for transactions that contribute to GDP. Such transactions have a significant­ ly higher probability of being able to generate the income streams that make them sustainable in the long-run. Financial transactions are not part of GDP. In aggregate, financial transactions do not yield intrinsic income streams to render them sustain­ able. They may appear viable for a time due to the booking of capital gains. However, this is due to the fact that they tend to collateralise assets, which are driven up by the very act of creating credit on their basis. As a result, when a substantial number of banks engage in credit creation assetbacked transactions, their behaviour tends to produce appreciating asset prices. W hile each bank may consider the asset pri­ ce as an exogenous factor, the banks suffer from the fallacy of composition: their collective behaviour in creating credit determines asset prices. As a result, asset bubbles deflate quickly when bank credit for such asset transactions dries up. As so­ on as this happens, banks’ stability is visibly threatened, since the credit granted for financial transactions in aggregate must become non-performing. Given this nature of asset transaction credit, it is not obvious why the public privilege of money crea­ tion should be accessible to those who engage in such transactions. This simple rule will also render obsolete any need to impose a Tobin tax or further restrictions on bonuses or hedge funds. W ithout credit creation available for financial transactions, it would not be possible to inflate asset bubbles. Since they precede banking crises, the latter would also become history». Ibidem. 15. Galloni 2011 cit., p. 112. , 16. Tremonti 2012, cit., p. 62. 1 . Stiglitz 2010, cit., pp. 1 ss. 7 13 18. Le tre principali agenzie di rating risultano controllate da operatori dei mercati spe­ culativi, oltreché quotate in borsa, sicché non le si può ritenere disinteressate e neu­ trali - vd. il «Corriere della Sera», http://www.corriere.it/economia/l2_gennaio_l6/ soci-agenzie-rating_8f389c66-4067-Uel-a5d2-75a8a88bl277.shtml. 19. Krugman 2008, pp. 104 ss. 20. Ivi, pp. 110 s. 21. O da altre comunità organizzate, come per esempio quelle che adottano monete alternative, come il Sardex, il Sicanex, il Sereno, lo Scec e altri; in Svizzera, il W ir. 22. Vd. Brancaccio e Passarella 2012, cit., p. 30 e pp. 69 ss., dove si addita come verosi­ mile fine o vantaggio vero di questa gara al ribasso salariale il fatto che essa produce un generale indebolimento contrattuale dei lavoratori. 23. Le migliori icone di questa fallacia cognitiva mi paiono, in campo politico, Benedetto Della Vedova; e, in campo imprenditoriale, Emma Marcegaglia, ex presidente di Confindustria. Ciascuno dei due sembra davvero convinto (a differenza di Casini) e parla, predica, e prescrive con la sicurezza e il cipiglio di chi è certo di capire tutto.

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I MECCANISMI INAZIONE

ella crisi del 2008 alcune componenti della pseudo-spiegazione ufficiale dei fatti finanziari sono cadute, e precisamente, a seguito dello scoppio della bolla finanziaria e dei default bancari. Chi sta attento a queste vicende, ha avuto modo di capire una cosa che anche i manuali spiegano, ossia che la moneta, il money supply, non esiste come un'enti­ tà oggettiva e non è prodotta dalle banche centrali come cartamoneta, bensì è quasi interamente creata dalle banche di credito attraverso ope­ razioni di prestito, e che quindi si contrae quando le banche restringono il credito - ossia il liquidity crunch è causato dal credit crunch. E allora più di uno si è chiesto come mai un potere tanto fondamentale e di pubblico interesse, determinante per il benessere, il lavoro, lo sviluppo, sia rimes­ so a un sistema bancario privato che non dà alcuna garanzia di eticità. En passant, quanto sopra deve far riflettere chi pensi in termini di democrazia. È conciliabile la democrazia con quanto sopra spiegato? Si può pensare che democrazia, eguaglianza, legalità possano realizzarsi in un mondo reale dominato da simili meccanismi, che per giunta so­ no ignoti alla quasi totalità dei cittadini? Evidentemente no. In effetti, quei meccanismi sono parte della struttura oligarchica, elitaria, della società reale, a cui ho dedicato il mio precedente saggio Oligarchia per popoli superflui. Ogni società organizzata che noi conosciamo è oligar­ chica (potere concentrato ai vertici), ma il funzionamento del sistema oligarchico varia nei diversi contesti storici e tecnologici. Nel contesto attuale, esso è caratterizzato dai meccanismi soprae­ sposti e dalla globalizzazione. Vediamo ora, riprendendo, adattando e completando una traccia che ho già abbozzato nella quarta edizione di €uroschiam, come questi meccanismi lavorano nella loro interazione, prendendo le mosse dalle dinamiche del meccanismo della moneta in­ debitante. Si delineerà un modello non statico, ma di processo, che ci

I m eccanism i in azione mostra chiaramente la differenza tra una crisi ciclica e una crisi sistemi­ ca. Naturalmente, non è una descrizione storica, ma si tratta di una rap­ presentazione indicativa, in quanto singoli passaggi possono svolgersi diversamente; ciò che importa, è cogliere il senso dei processi in azione.
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Per effetto del meccanismo della moneta indebitante, la liquidità è tutta creata a debito di chi la domanda - Stato o consumatore o imprenditore che sia - e il debito è soggetto a interesse composto. Il che implica, matema­ ticamente, che se io, sistema bancario, creo liquidità totale per 100 che cedo a prestito all'insieme della società, col tasso del 10% annuo composto, dopo un anno l'insieme della società mi deve 110, dopo due 121, dopo tre 133,10, dopo quattro 146,41, dopo cinque 161,05, dopo sei 177,16, dopo sette 194,88, dopo otto 214,37, dopo nove 235,81, dopo dieci 259,39. Però in tutto io ho creato 100, quindi l'insieme della società non ha il denaro con cui pagarmi, con cui estinguere il debito, perché esso non esiste. Le manca 159,39. Qual­ cuno più bravo può riuscire a pagare ed estinguere i propri debiti, pren­ dendo il denaro di altri; ma, nel suo insieme, la società non può farlo. In alternativa, immaginiamo ora che, ogni anno, la società mi paghi l'interesse, prendendolo dai 100 che io ho creato: dopo un anno la liqui­ dità circolante da 100 scenderà a 90, dopo due a 80, dopo tre a 70, dopo quattro a 60... e dopo dieci a zero, però la società dovrà ancora il capita­ le, ossia 100. In realtà, però la società non può privarsi della liquidità per pagare gli interessi annualmente maturanti, perché la liquidità le serve per i suoi pagamenti e investimenti. Una società che si priva della liqui­ dità per pagare i debiti si demonetizza, taglia gli investimenti, la spesa sociale, vede moltiplicarsi le insolvenze, va in recessione. E non ne esce. Perciò quello che di fatto avviene è che la società nel suo complesso (settore pubblico, settore privato) non rimborsa, non estingue né riduce mai il suo debito verso il sistema bancario, derivante dall'ottenimento della liquidità, bensì richiede continuamente ulteriore denaro al siste­ ma bancario per pagare gli interessi sul debito per il denaro già otte­ nuto, e per aumentare la sua dotazione di denaro, come esige l'aumen­ to del valore nominale degli scambi, offrendo ulteriori beni in garan­ zia. Ma ogni volta che la società ottiene ulteriore denaro dal sistema
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere bancario, aumenta il proprio indebitamento complessivo verso di esso, e la quantità di interessi che deve pagare a esso. È una spirale espansi­ va, riscontrabile nelle curve storiche deirindebitamento e del pii. Intanto si va espandendo il buco nero prodotto dalla mancata con­ tabilizzazione degli introiti di potere d'acquisto da parte del sistema bancario, e dalla sua mancata tassazione; pertanto, il meccanismo del­ la moneta indebitante e del debito illimitatamente crescente non può trovare il suo naturale correttivo. Il banchiere può trasferire il rischio, quindi può concedere il credito prescindendo dalla capacità di rimborsarlo del prestatario, e così il cre­ dito, soprattutto quello cattivo, si moltiplica: si forma un mercato deri­ vato di titoli di rischio, una circolazione dei titoli di rischio creditizio. Si forma una rete di operatori finanziari non regolati, come gli hedgefunds: la shadow finance, che contribuisce al gonfiaggio della bolla gettando nel mercato una massa incontrollata di ricchezza cartacea, in cui si colloca­ no le enormi masse dei profitti derivanti da posizioni monopolistiche, da traffici di droga e armi, dal supersfruttamento del lavoro. Quando l'insieme della società non riesce più a ottenere dal siste­ ma bancario il rinnovo dell'intero credito-liquidità, anzi l'ampliamen­ to del credito-liquidità (richiesto sia per pagare il crescente ammon­ tare di interessi passivi, che il crescente ammontare nominale delle transazioni dovuto alla crescita economica e all'aumento dei prezzi e delle tasse), esso scivola o precipita nella recessione-deflazione, con ondate di insolvenze, disinvestimenti, licenziamenti - ciò che avviene oggi. Nella deflazione, la domanda cala - perché ci si attende che i prezzi scendano, quindi conviene differire gli acquisti - e calando fa ulteriormente scendere i prezzi, in un loop positivo. Per contro, i debi­ ti, anche quelli pubblici, mantengono il loro valore nominale, quindi diventano più onerosi, dato che i redditi e i prezzi calano. Analoga­ mente cresce il peso degli interessi. La deflazione, insomma, aumen­ ta il potere d'acquisto ma disincentiva gli acquisti e gli investimenti, mentre aggrava l'onere dei debiti in essere e il costo del rifinanzia­ mento. Dato che l'onere del debito aumenta, bisogna invogliare i cre­ ditori con tassi sempre più alti, se si vuole che rinnovino i crediti o li
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I m eccanism i in azione espandano. Perciò, quando una società è molto indebitata, la deflazio­ ne tende a evolversi in depressione permanente, ed è arduo organiz­ zare una reflazione, ossia un'inversione della deflazione1. Infatti, come vediamo anche nelle correnti vicissitudini, quand'anche le banche centrali immettano maggiore e meno cara liquidità nel sistema bancario per stimolare l'erogazione di credito - cosa che fanno non pre­ stando direttamente alle banche ma comperando da esse titoli sul mer­ cato secondario - il sistema bancario sarà riluttante a prestare a investi­ menti produttivi o di consumo, e persino ad altre banche, dato il trend deflativo, e tenderà invece a usare la liquidità a basso costo elargitagli dalle banche centrali e dai governi per comperare titoli sicuri, come quel­ li del debito pubblico. Gli stessi potenziali prestatari non saranno interes­ sati a prendere a prestito, date le fosche prospettive. Quindi i quantitative easings e i tentativi di far ripartire l'economia reale portando il credito per le banche a tassi minimi o nulli si traducono in qualcosa di simile allo spingere una corda, come si suol dire. Questo inconveniente è detto trap­ pola di liquidità. Da essa si può uscire spingendo la gente e le imprese a spendere per timore che la moneta che detengono si svaluti, cioè su­ scitando quella che comunemente, ma esattamente, si chiama "inflazio­ ne"2; per tale ragione, è illogico porre la prevenzione della c.d. inflazione, ovvero la difesa del potere d'acquisto, come fine primario della politica monetaria, come fa il Trattato di Maastricht3. Per superare la liquidity trap, le banche centrali si sono spinte a prestare direttamente denaro alle ban­ che di credito. Ma egualmente è minimo il denaro che esse girano all'e­ conomia reale, perché lo usano quasi tutto per chiudere i propri buchi di bilancio e a incettare titoli sovrani. Quando la FED riaprì il credito dopo la crisi del 1982 e la lotta all'inflazione, l'economia riprese vigorosamente; quando ha fatto la medesima cosa nel 2008, l'economia non si è ripresa affatto: qualcosa è cambiato a livello profondo, dagli anni Ottanta a og­ gi4 - qualcosa a cui si aggiunge il fatto che le finanze pubbliche, essendo state riempite di debiti e di titoli-spazzatura per sostenere le banche nella crisi del 2008, non sarebbero oggi in grado di salvarle nuovamente. Nel 2008-2009, la FED ha prestato persino a società non bancarie, come Aig, Fannie Mae e Freddie Mac5, e ha comprato da loro grandi masse di titoli
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere più o meno dubbi o "esoterici" (per un controvalore di ca. 1300 miliardi solo nell'estate 2009), assumendo il ruolo di prestatore, anzi di investitore di ultima istanza, verso il sistema bancario e parabancario6. Ma la FED, come quasi tutte le banche centrali, è un consorzio di banche o banchieri privati, che usano gli ingannevoli metodi contabili già descritti per azze­ rare fittiziamente i profitti da signoraggio. L'intera operazione si è quindi tradotta in un'espansione della moneta-debito. Quindi, grazie al suddescritto sistema di liquidità creato median­ te accensione di debito soggetto a interesse composto, la comunità bancaria, come cartello, da un lato si rimborsa i titoli-bidone che essa stessa crea e smercia, e dall'altro si procura non solo un guadagno del 100% sul capitale creato, ma pure un guadagno pari agli interessi per­ cepiti. E, cosa ancora più importante, mediante il meccanismo dell'in­ teresse composto, quindi mediante lo stesso atto di erogare liquidità a interesse composto, essa crea nella società il bisogno, crescente nel tempo, di ottenere ulteriore liquidità per pagare gli interessi passivi. Quindi il sistema bancario eroga un bene che soddisfa sì la domanda nel presente, ma crea automaticamente maggiore domanda nel futuro maggiore e più impellente, meno elastica. Tale sistema trascende, di tal guisa, il limite tipico del profitto del monopolista, quello posto dall'elasti­ cità della domanda, ossia, che se il monopolista fissa prezzi troppo alti, la gente, le imprese, comperano sempre meno il suo prodotto. Ne consegue che il profitto del sistema bancario non può che continuare a crescere. E cresce non linearmente, ossia 100,110,120,130,140... bensì, per ef­ fetto dell'interesse composto, esponenzialmente: 100,110,121,133,147, 12... cioè secondo una curva che, quanto più passa il tempo, tanto più si impenna, tanto più accelera. La sua ascensione comporta, matemati­ camente, alcune ovvie conseguenze, che sono oggi tutte empiricamen­ te constatabili:
/ La quantità di debito è sempre superiore alla quantità di liquidità. / Più passa il tempo, più tale differenza aumenta. / Più passa il tempo, più rapidamente cresce questa differenza.

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l

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/ Più passa il tempo, più aumenta l’indebitamento della società verso il sistema bancario7 . / Questa differenza, questo eccesso di credito, viene cartolarizzato, cioè tra­ sformato in titoli finanziari offerti a risparmiatori e speculatori; la maggior parte dei grandi redditi e patrimoni è collocata, assorbita, in tali titoli. / Questi titoli possono essere usati come collaterali o pegni per ottenere ulteriore credito. / Più passa il tempo, maggiore è la quantità di denaro in termini assoluti, e la percentuale di reddito in termini relativi, che la società (settore pubblico, imprese, famiglie) deve destinare al pagamento degli interessi passivi, e che le banche lucrano. / Ossia, più passa il tempo, maggiore è la quota del valore prodotto dalla società, che il sistema bancario lucra. / Più passa il tempo, più è necessario che il pii cresca, per tener dietro al crescere degli interessi passivi che la società deve pagare. / Le banche vendono in parte (dopo averli coriandolizzati, ossia ridotti in piccoli pezzi) i loro crediti, anche quelli verso gli Stati, a risparmiatori, fondi pensione, fondi comuni, imprese, facendoseli pagare. / Poiché il sistema bancario realizza il suo profitto nel rivendere i suoi crediti cartolarizzati, ha interesse a far credito per acquisti immobiliari e per consumo anche a soggetti che sa che non pagheranno (mutui subpri-

U S A , debito complessivo

Miliardi di dollari

1980

198S

1990

1995

2000

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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere
me), perché, oltre a guadagnare già sui costi di transazione, scaricherà il rischio, la perdita, sui compratori di tali crediti cartolarizzati (Originate to
Distribute Model); la redditività dei mutui subprime, per la banca, è perciò

maggiore anche del credito all’attività produttiva, quella più importante per la produzione di ricchezza e posti di lavoro sicché queste subiscono una decurtazione dei finanziamenti, e l'economia reale ne soffre8. / Si aumenta l'offerta di moneta non per aumentare gli investimenti produttivi, ma per aumentare la domanda di titoli finanziari (slegati dall'economia reale) e di immobili; l’aumento di disponibilità di moneta è assorbito dagli investimenti finanziari e immobiliari (cioè speculativi); i mercati finanziari e immobiliari continuano a salire; così producono a) crescita del valore degli investimenti in titoli e mattoni; b) continuo au­ mento degli investimenti nei mercati speculativi; c) quindi moderazione della domanda di beni e servizi, con conseguente contenimento dell’in­ flazione, anzi tendenza deflativa; d) infatti il rincaro dei beni e dei servizi non è gradito ed è chiamato inflazione, mentre il rincaro degli assets speculativi è gradito ed è chiamato rivalutazione. / La tecnofmanza, con "prodotti” sempre nuovi, immette sul mercato enormi quantità di mezzi monetari, che vengono moltiplicati con la leva del debito; i valori delle operazioni si moltiplicano indefinitamente perché sono articoli inventati; lo shadow banking si moltiplica in dimensioni (doppie di quelle del settore bancario negli USA); la massa dei derivati cresce abnormemen­ te (del 132% all’anno dal 2004 al 2010, ma soprattutto cresce quella dei CDS, delle scommesse sui defauks; 367%9 ma "data l'enorme mole ), dei profitti che si fanno operando sui CDS, nessuno è capace o ha avuto la volontà politica” di regolamentare il settore1 , sicché questo business ha 0 portato alla deflagrazione finanziaria del 2011 . / Le autorità monetarie (Financial Stabiiity Board, Commissione di Basilea, BCE, EBA), sono "catturate” da questa industria finanziaria: nel FSB la maggioranza consiste di ‘‘tecnici’' bancari e nel suo comitato direttivo non c’è nemmeno un politico; quindi ovviamente tali istituzioni intervengono su molte cose, soprattutto sulla spesa pubblica, ma non intervengono per re­ golamentare questo settore privato altamente devastante, e la loro azione è controproducente1!;i requisiti di patrimomaìità che fissano per le banche

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e gli stress test cui le sottopongono, alla prova dei fatti, risultano inefficaci (vedi il caso di Dexia, fallita nel 2011 nonostante superasse ampiamente tutti i parametri di sicurezza), ma ancora non si dice che i parametri di sicurezza non servono perché non tengono conto dei meccanismi che sono in azione (quelli descritti nel precedente capitolo), e che quindi le banche sono e resteranno a rischio di fallimento. / Questo prassi speculativa appare ad ampi strati sociali essere una buona scelta socio-politica, una scelta di sviluppo percepito, seppur senza sviluppo reale; una scelta che fa sentire alla gente di aumentare la propria ricchez­ za senza bisogno che sia prodotta ricchezza effettiva; si danno più soldi alla gente per comperare non beni e servizi ma immobili e titoli, così che la gente sarà sempre più soddisfatta dalle rivalutazioni, e sarà incentivata a risparmiare, cioè a non aumentare la domanda di beni e servizi; / In tal modo, per un certo tempo, si ritarderà l'inflazione dovuta al mecca­ nismo della moneta debito, e la gente sarà ancora più contento; si potrà concedere prestiti anche a chi non ha merito di credito (non ha reddito né patrimonio adeguati) affinché comperi assets speculativi (finanziari e immobiliari), così che contribuirà a far lievitare quei mercati e a renderli attraenti, e avrà egli stesso un reddito dalla rivalutazione dei suoi investi­ menti (negli USA ante Ventinove si faceva già così, e ciò contribuì a dar potenza alla crisi; negli anni Ottanta si è rifatto così, e ciò ha contribuito alla bolla dell’informatica, poi a quella immobiliare, dei mutui subprime, della finanza derivata). / «Queste misure, congiunte a una corsa a testa bassa nei derivati e in altre forme di speculazione, davano alle banche una vernice di solvibilità mentre in effetti distruggevano quanto restava del sistema bancario sta­ tunitense»1 . 2 / Le autorità monetarie di controllo, essendo gestite dal sistema bancario, non impediscono tali pratiche; né le impediscono i governi, essendo dipen­ denti dal sistema bancario per il proprio rating e finanziamento. / Il rimedio sarebbe semplice, ma probabilmente porterebbe alla fine dei mercati finanziari: costituire per legge una responsabilità solidale per le perdite della borsa tra gli operatori di questa, in modo che, per i salvataggi, paghino essi e non i contribuenti1 . 3

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/ Al contrario, i regolatori del mercato e i pianificatori dei salvataggi vengono scelti non tra coloro che soffrono danni, ma tra coloro che traggono van­ taggio dalle tempeste dei mercati1 . 4 / Gli speculatori beneficiano di un trattamento fiscale molto più benevolo di quello dei lavoratori dipendenti e dei piccoli imprenditori. / Anche attraverso il ricorso a contratti derivati, a indici, a futures, si gonfia una mole di titoli finanziari denominati in valuta legale; questa mole è multipla di decine di volte del valore aggregato di tutti i beni reali esistenti e del prodotto lordo mondiale; essa assorbe la gran parte dei redditi di­ sponibili e dei grandi patrimoni; offrendo una redditività superiore a quella degli investimenti nel settore produttivo, contribuisce a sottrarre liquidità a questo (agli investimenti e ai consumi) e a mandarlo in contrazione. < Col passar del tempo, il crescente peso degli interessi passivi, il crescente / peso dei costi finanziari per l’impresa, la scemante redditività netta degli investimenti, l’erosione dei margini di profitto, la riduzione della liquidità disponibile in quanto assorbita dal pagamento degli interessi passivi, spin­ gono l’economia reale a rallentare progressivamente, e a fermarsi, poi a contrarsi, quando il costo finanziario marginale (interessi passivi) diviene maggiore dei ricavi marginali (se devo pagare IO di interesse per aumen­ tare i miei ricavi di 9, mi conviene non solo non investire ulteriormente, ma disinvestire e ridurre la produzione e l'impiego). / Se la crescita del pii rallenta a lungo o si ferma o si inverte, il sistema monetario, creditizio, bancario, entra in crisi per il venir meno del reddito necessario a pagare gli interessi; singole banche possono fallire; i titoli fi­ nanziari derivati da crediti divenuti diffìcilmente incassabili, divengono per conseguenza privi di valore, non sono più liquidi (vendibili contro denaro), non danno più reddito (interessi attivi, cedole) e non sono nemmeno più accettati come garanzie; di conseguenza, si ha una brusca contrazione del credito e della liquidità, ondate di insolvenze, licenziamenti e recessione; la mole della ricchezza finanziaria teorica tende a esplodere in bolle; i mutuatari o locatari finanziari che hanno acquistato un immobile si ve­ dono il valore di mercato di questo ridotto a meno di quanto residua di pagare di mutuo, quindi rinunciano o restituiscono il bene, accentuando la discesa dei prezzi.

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/ Il mondo finanziario, per difendere il suo business, ossia per mantenere legati a sé gli investitori nonostante tali scoppi, fornisce attraverso i mass media e le istituzioni, anche scolastiche, false spiegazioni delle crisi come di accidenti evitabili, e annuncia l'istituzione di misure di prevenzione e contenimento di crisi future; fa ripianare buchi di bilancio dai governi con soldi pubblici; fa intervenire le banche centrali per sostenere la bolla pa­ gandone gli interessi con massicce emissioni monetarie; lascia spazio a teorie e proposte superficialmente alternative (come la MMT), che tuttavia contengono spunti critici e destabilizzanti per la teoria ufficiale. / La mancanza di conoscenza dei meccanismi descritti nel precedente capitolo, unitamente all'interpretazione di tutto in chiave contabile e coi paraocchi del bilancio, produce l’incapacità di comprendere ciò che sta realmente avvenendo, le cause della crisi, e porta a interventi fuori luogo, recessivi, come le politiche di contenimento della spesa pubblica, di pa­ reggio di bilancio, di riduzione salariale; la protrazione di queste politiche produce avvitamento fiscale. / / banchieri hanno realizzato notevoli profitti con la deregolamentazione, ma le crisi finanziarie prodotte dall’assenza di regolamentazione e le con­ seguenti iniezioni di denaro pubblico nelle banche per salvarle procurano ai banchieri medesimi profitti ancora maggiori1 . 5 / Il sistema bancario, che oramai include i governi, reagisce con nuove inie­ zioni di moneta nelle banche stesse; le banche usano questa moneta per speculare anziché per prestarla, perché speculare rende più che prestare; l'economia reale, colpita così da deprivazione monetaria, va in recessione e non si riprende. / Le banche nondimeno insistono a non prestare e spingono il personale a raccogliere quanto più possibile denaro dalla gente, soprattutto piazzando obbligazioni, azioni e prodotti strutturati delle banche stesse. / Quando però la frequenza degli scoppi aumenta, quando essi si succedono quasi ininterrottamente e tuttavia non riescono a sbloccare l’economia liberandola dall’eccesso di credito-debito, ossia di interessi passivi, allora si approssima la rottura del sistema e questo non è più riequilibrabile o riparabile, non può ripristinarsi la fiducia nei mercati (finanziari e non) e una grande depressione è inevitabile.

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/ I capitali tendono a lasciare gli investimenti produttivi e a collocarsi in benirifugio, come immobili, oro fisico, titoli aurei; ma gli immobili sono minacciati dalla svalutazione e dall'imposizione fiscale crescente, loro fìsico è minac­ ciato dalla requisizione statale (già avvenuto nella storia); i titoli aurei sono insicuri per il.crescente rischio di insolvenza delle banche emittenti e per il fatto che il loro ammontare è un multiplo dell'oro realmente esistente, quindi sono scoperti. / La recessione, diminuendo il pii e (tendenzialmente) il gettito fiscale, di­ minuisce le risorse con cui gli Stati dovrebbero pagare interessi e capitale del loro debito pubblico; quindi aumenta il rischio di default e aumentano i tassi di interesse che gli Stati devono pagare sul loro debito pubblico; gli Stati aumentano la tassazione sino a oltre il punto di massimo gettito, cioè fino a produrre un avvitamento fiscale; non potendo colpire ulteriormente i redditi e i consumi, attaccano il risparmio, soprattutto quello "immobiliarizzato", affondando il settore edile; tutto ciò accresce ulteriormente la reces­ sione e il rischio di default, quindi i tassi di interesse del debito pubblico e privato, in una spirale distruttiva. / I titoli del debito pubblico dei Paesi più avanti in questa spirale vengono comperati forzatamente, a condizioni fuori mercato, dalle banche centrali di emissione (o da agenzie finanziate con soldi dei contribuenti, o da potenze straniere con forti avanzi della bilancio dei pagamenti) al fine di sostener// e calmierare i tassi; i capi di dette banche acquisiscono quindi un potere di condizionamento e direzionamento politico degli Stati in difficoltà: finanziarizzazione delta polìtica, / Vengono tagliati gli investimenti per infrastrutture, sviluppo, ricerca; dò de­ prime ulteriormente il pii, soprattutto a medio termine, rendendo tenden­ zialmente impossibile il rimborso, o anche il servizio, del debito pubblico. / I titoli del debito pubblico cessano di essere considerati esenti da rischio; non vi sono più titoli sicuri; il risparmiatore cassettista si estingue; in un'e­ conomia sottoposta al rating, tutti i titoli sono destabilizzabili per effetto deliamplificazione-accelerazione-panico globali prodotta dal rating stesso. / Il potere politico si concentra così nelle mani dei finanzieri azionisti e dei direttori delle banche centrali di emissione, le quali sono a guida privata, non soggette a controllo o responsabilità democratiche, non soggette a

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revisione contabile e non trasparenti nelle loro attività (BIS, 8 CE, ESM diritto alla segretezza e alla captazione, immunità da responsabilità), e in larga parte sono per giunta di proprietà privata (èankitalia lo è al 95%). / Quest/ centri di potere comandano gli Stati e i popoli attraverso lo stru­ mento della scarsità artefatta di moneta e credito e via rating. / L’audit o verifica contabile, della FED, eseguito nell’agosto 2 0 1 per la 1 prima volta, ha in effetti scoperto che la FED aveva speso 16.000 miliardi di Dollari per il bailout di numerosi soggetti finanziari nazionali e stranieri nei precedenti 40 mesi, senza approvazione né informazione del Congresso e del Presidente; ovviamente tali erogazioni hanno avuto contropartite politico-economiche esse pure tenute segrete e non ancora disvelate; I’ American Monetary Institute sta premendo, assieme ad altri soggetti . indipendenti, per un audit totale della FED. / In questo modo il cartello monopolista della moneta e dei credito rag­ giunge non solo lo scopo connaturale e ideale del monopolista, ossia di accaparrarsi tutto il reddito pubblico e privato come corrispettivo per l'erogazione di ulteriore credito, nonché di accaparrarsi virtualmente tutti gli assets pubblici e privati come garanzie: ma raggiunge anche l'ulteriore scopo di accaparrarsi il potere politico, istituzionale, governativo, lasciando agli organi pubblici costituzionali il ruolo di esecutori e di esattori in favore del monopolista, e di capri espiatori responsabili verso la società. / Le misure di risparmio, il rigore, i tagli, le maggiori tasse, la lotta all’evasione, non hanno effetto sulle cause del male, perché non le toccano: falliscono non perché siano di quantità insufficiente, ma perché sono di natura ini­ donea (come curare una gamba rotta con un purgante, spiegando che bisogna purgare per perdere peso e alleggerire così il carico della gamba, e intanto sforzarsi di correre per bruciare il grasso); non che non sia bene tagliare le spese improduttive (che generano mentalità assistenziale e parassitaria, con un corrispondente sistema di produzione del consenso politico), ma il problema monetario è un altro. / L'Italia e buona parte del mondo si trovano o stanno entrando in questa fase; la recessione evolve in depressione, mentre, come condizione per ricevere il necessario, ulteriore credito, crescente quota del reddito viene destinata al servizio del debito, e crescente parte dei patrimoni a sua

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garanzia; il potere politico viene assunto dal cartello monopolista che si istituzionalizza, col voto dei parlamenti oramai svuotati di potere e com­ petenza, nel AlES, o direttamente da Berlino, in quanto creditrice in capo. /

Il seguente grafico mostra l'andamento costantemente crescente dell'indebitamento mondiale (tolti gli USA), arrivato a oltre 40.000 mi­ liardi di dollari:
indebitam ento del resto dei m ondo in milioni di dollari

La brusca riduzione dell'indebitamento a seguito della crisi del 2008 mostra come le crisi, cioè i fallimenti e le insolvenze di massa, abbiano anche l'effetto di ridurre la mole dell'indebitamento, seppur in modo transitorio. Nel suo articolo dell'll luglio 2011, dal titolo M I1 USA su e M I E1 6 7 sempre più giù, Pierluigi Paoletti segnalava che la FED, negli anni prece­ denti, aveva emesso grandi quantità di Dollari per rimpinguare i mer­ cati di liquidità, mentre la BCE aveva lasciato restringere la quantità di liquidi. Paoletti prevedeva quindi, con certezza, un crollo a breve, che in effetti si è avverato, confermando la correlazione tra money supply e an­ damento economico generale, accertata con metodo scientifico-matema­ tico dal già citato Richard Werner, e ulteriormente confermata dai dati statistici rappresentati in questo grafico di Paoletti1 , da cui si vede come 8 i banchieri, avendo il potere di regolare il livello di liquidità nel sistema,
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I

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C o m e l’MI influisce sul P IL
i

Stock di MI in miliardi di dollari N SA * Prodotto interno lordo in miliardfi di dollari incatenati, aggiustati a tassi trimestrali

possono far salire e scendere l'economia; alle variazioni della curva che inizia in basso, indicante MI, seguono regolarmente variazioni nel me­ desimo senso della curva che inizia in alto, quella del pii. Tutto ciò è l'automatica conseguenza dei meccanismi esposti nel precedente Capitolo, nelle mani di un monopolio che usa moneta e credito come strumenti per aumentare il proprio potere e non per l'e­ conomia o la società; era perfettamente prevedibile ed è stato in effetti previsto19; governi, ministri, governatori di banche centrali che non lo hanno previsto e che insistono per rimedi inefficaci sono o incompe­ tenti o mentitori interessati; in ambo i casi, essi sono oramai stati sma­ scherati e delegittimati dai fatti, assieme alle loro analisi, raccoman­ dazioni, prescrizioni e misure legislative.

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N O TE 1 Roubini e Mihm 2010, cit., pp. 170 ss. e Krugman 2008, cit., p. 1 , spiegano bril­ . 7 lantemente il meccanismo della deflazione e come esso può colpire, per motivi psicologici, anche sistemi sani. Krugman lo spiega con il reale esempio di una ban­ ca delle ore di oltre 300 genitori di Washington. I genitori si scambiavano diritti di baby-sitting: chi faceva baby-sitting per un’ora, riceveva un gettoni con cui poteva comperare baòy-s/tting da altri membri della banca delle ore. Andò a finire che i genitori perlopiù cercavano di risparmiare e accumulare scorte di gettoni per es­ sere sicuri di poter comperare giornate di libertà, quando desideravano. Si aveva quindi più offerta che domanda di baby-sitting. Ne risultò la cessazione del servizio. La soluzione fu apportata da economisti: bastò distribuire un maggior numero di gettoni, in modo che ognuno si sentisse sicuro con la sua scorta, coi gettoni tesaurizzati, e avesse, in aggiunta, gettoni da spendere. In una deflazione dell’e­ conomia generale, analogamente, la cura consiste, di principio, nell’aumentare il money supply, i redditi, il credito, che risollevi la domanda aggregata dal collasso. 2. Krugman 2008, cit., pp. 74 s. 3. Ivi, p. 75. 4. Ivi, 2008, cit., pp. 174 ss. 5. Roubini e Mihm 2010, cit., pp. 174 ss. 6. Ivi, pp. 1 s. 86 7. Fonte: http://www.movisol.org/kompl.htm 8. Stiglitz 2010, cit., pp. 6 ss. 9. Tremonti 2012, cit., p. 226. 10. Ivi, p. 228. 1 . Ivi, pp. 222 ss. 1 12. Ellen Hodgson Brown, The Web ofDebt, cit., p. 322. 13. Lo suggerisce Stiglitz 2010, cit., p. 250. 14. Ivi, p. 253. 15. Ivi, p. 60. 16.M I è l’insieme della liquidità disponibile in/o per la circolazione,come meglio si spiegherà più avanti. 1 . www.centrofondi.it. 7 18. La Tempesta Perfetta, in www.centrofondi.it.. 19.Vd. €uroschiavi, IV edizione, pp. 221 -245.

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CHE COSA DÀ VALORE AL DENARO

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ircola una storiella che spiega ciò che tutti dovrebbero sapere sul denaro. Qualcosa che, se tutti sapessero, farebbe scoppiare una rivoluzione, perlomeno mentale, nel senso che aprirebbe la mente alla gente. Ecco la storiella, leggermente adattata: È una giornata uggiosa in una piccola cittadina, piove e le strade sono deser­ te. I tempi sono grami, tutti hanno debiti e vivono spartanamente. Un mattino arriva un turista tedesco e si ferma in un alherghetto. Dice al proprietario che vorrebbe prenotare una camera per il giorno dopo e mette sul bancone della ricezione una banconota da 100 Euro come cau­ zione, con l'accordo che, se prima di mezzogiorno telefonerà per disdire la prenotazione, potrà riprendersi la banconota. 1. Quando il turista riparte, l’albergatore prende la banconota, corre dal suo vicino, il macellaio, e salda i suoi debiti. 2. Il macellaio prende i 100 Euro e corre dal contadino per pagare il suo debito. 3. Il contadino prende i 100 Euro e corre a pagare la fattura presso la Co­ operativa agricola. 4. Qui il responsabile prende i 100 Euro e corre alla bettola e paga la fattura delle sue consumazioni. 5. L'oste consegna la banconota a una prostituta seduta al bancone del bar e salda così il suo debito per le prestazioni ricevute a credito. 6. La prostituta corre con i 100 Euro all’albergo e salda il conto per l’affitto della camera per lavorare. 7. L'albergatore rimette / I 00 Euro sul bancone della ricezione. In quel momento il turista disdice la prenotazione e passa a riprendere i suoi soldi.
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere In questa vicenda, nessuno ha immesso ricchezza nel sistema, ma tutti hanno pagato il loro debito e, rispettivamente, incassato il loro credito. Quindi: la banconota è un pezzo di carta privo di valore intrinseco, ma, senza di esso, e senza la possibilità di chiudere i conti che il pezzo di carta conferisce, ognuno, come debitore, avrebbe visto il suo debito crescere per effetto degli interessi, mentre come creditore non avrebbe incassato. Si noti che il benefico meccanismo funziona anche se la banconota è priva di copertura aurea, anche se è falsa, o anche se in luogo delia banconota si usa una cambiale o un assegno circolare, cioè una promessa di pagamento. Persino se /'assegno circolare è emesso da una banca sull’orlo del fallimento. Si noti infine e soprattutto che l'uso della banconota per compie­ re le operazioni di chiusura dei conti, di pagamento, non consuma la banconota, ma la restituisce alla fine del ciclo. Il che dimostra che la banconota non è merce, non è una commodity (funziona piuttosto co­ me una sostanza catalizzatrice, che rende possibile una reazione chi­ mica tra altre sostanze, ma non viene da essa assorbita o consumata), che non cede valore al mercato. Nessuna inflazione è stata stimolata. Nella versione sopra esposta della storia, la banconota non fa pro­ durre alcun bene reale, né alcun incremento di capacità produttiva, ma sblocca una situazione in cui tutta la ricchezza c'era già ed era sta­ ta scambiata (beni, servizi) e restava solo da chiudere i conti. Ora vediamo una versione "produttiva" della medesima storia: È una giornata uggiosa in una piccola cittadina, piove e le strade sono deser­ te. I tempi sono grami, tutti hanno debiti e vivono frugalmente. Un mattino arriva un turista tedesco e si ferma in un alberghetto. Dice al proprietario che vorrebbe prenotare una camera per il giorno dopo e mette sul bancone della ricezione una banconota da 100 Euro come cau­ zione, con l'accordo che, se prima di mezzogiorno telefonerà per disdire la prenotazione, potrà riprendersi la banconota.
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Che c o sa d à valore al den aro 1. Quando il turista riparte, l’albergatore prende la banconota, corre dal suo vicino, l'elettricista, e, con quei soldi, fa completare l'impianto elettrico dell’albergo, rendendo fruibili altre tre stanze, e aumentando così il suo reddito. 2. L'elettricista prende i 100 Euro e compera dal carpentiere una scala che gli permetterà di, prendere lavori che prima non poteva fare, e di incre­ mentare il reddito. 3. Il carpentiere, coi 100 Euro, fa riparare un macchinario guasto, e cosi au­ menta i suoi guadagni. 4. Il riparatore, coi 100 Euro, paga un quadretto di un pittore locale. 5. Il pittore, coi 100 Euro, affìtta una sala dell’albergo per fare un’esposizione. A questo punto i 100 Euro sono ritornati airorigine. Ma il loro ef­ fetto continua e si dirama. All'esposizione viene un giornalista e qualche acquirente, che si fermano a mangiare nell'albergo e comperano alcuni quadri. L'albergatore, coi nuovi incassi, compera prodotti dall'agricoltore e dal pastore, i quali così si ritrovano con i mezzi per comperare il pri­ mo un migliore concime e il secondo un bravo cane da pastore, e in­ crementano in tal modo la loro produzione. Intanto, i maggiori redditi di tutte le persone interessate dalla circola­ zione della banconota di 100 Euro sono spesi o investiti in altri impieghi. L'economia del Paese cresce, aumentano i beni e i servizi sul mer­ cato in misura molto maggiore ai 100 Euro che vi erano stati immessi. Quindi non vi è inflazione. La condizione in base alla quale tutto ciò è avvenuto, è che il dena­ ro aggiuntivo è stato usato per aumentare la capacità produttiva e la produzione di ricchezza reale. Sulle transazioni generate dalla immissione della banconota nel mercato locale, viene pagata l'iva; sui redditi, viene pagata la relativa imposta; il comune e la repubblica hanno quindi un beneficio fiscale. L'economia è ripartita e così pure il gettito fiscale. Quel denaro aggiuntivo è solo un pezzo di carta, non richiede un previo risparmio o accumulo di ricchezza né una previa tassazione.
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Può semplicemente essere emesso mediante stampa, con un atto tipo­ grafico. Può essere falso: se accettato, funziona egualmente. Ancora una volta, appare la falsità dei due assunti di fondo del ne­ omonetarismo, e del capitalismo: che la quantità di liquidità (fiducia­ ria) disponibile, cioè di capitale, sia limitata da fattori esterni, oggetti­ vi; e che non influenzi il livello di ricchezza prodotta. Immaginiamo ora che, anziché immettere 100 Euro aggiuntivi nell'economia del villaggio, ne togliamo 100 - che rubiamo 100 Euro all'albergatore, o che glieli togliamo come tasse per pagare interessi sul debito pubblico o una missione di guerra all'estero o in qualsiasi modo che li sottragga al money supply del villaggio. L'albergatore non pagherà i suoi debiti, che cresceranno con gli interessi; col tempo, si potrebbe trovare costretto a chiudere. I suoi fornitori, non incassando, non faranno investimenti e non aumenteranno la produzione, anzi ri­ durranno questa e i consumi, diminuendo così il giro d'affari, il pii, del villaggio. Diminuirà anche il gettito fiscale nelle casse comunali, e il comune dovrà alzare le aliquote fiscali per coprire il fabbisogno. I debiti non pagati generano quantità sempre crescenti di interessi passivi. La sottrazione di moneta ha avviato un processo demoltipli­ catore della produzione e moltiplicatore dell'indebitamento. La ridu­ zione del reddito aumenta le insolvenze e l'indebitamento. Approfit­ tando del crollo dei prezzi e della disponibilità di lavoro a buon mer­ cato, speculatori esterni arrivano e comperano per pochi soldi terreni, case e capannoni in cui i paesani avevano collocato i loro risparmi, e che ora sono costretti a vendere. Quanto sopra ci consente di capire e apprezzare il senso dell'interven­ to di certi governi di banchieri e di certi capi di Stato. Questo tipo di go­ verno, e chi sta dietro e sopra di esso, anziché mettere i 100 Euro nell'e­ conomia reale del villaggio, carente di liquidità ma non di capacità pro­ duttiva, per farla partire e crescere, ha sottratto da essa ulteriore liquidità, con l'effetto di avviare un demoltiplicatore dell'economia, di farla collas­
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Che co sa d à valore al denaro sare e di impedire che riparta, dato il crollo dei consumi e della produ­ zione. Ma anche nel senso di produrre un crollo della capacità di pagare, di chiudere i conti aperti - di saldare i debiti fermando così il moltipli­ carsi degli interessi moratori, che ora inevitabilmente si accumulano. Si accumulano tra imprese e imprese, ma soprattutto tra cittadini, imprese, settore pubblico - da una parte - e cartello delle banche - dall'altra. Non per niente sono governi dei banchieri. Sanno dove bisogna arrivare. Torniamo alla versione della storia in cui il denaro viene non tolto, ma aggiunto all'economia locale. La suesposta parabola monetaria offre il bandolo della matassa per capire come mai la FED ha potuto creare 16.000 miliardi di Dollari, dotati di potere di acquisto/pagamento sen­ za creare un corrispondente valore, e altresì per capire come ha potuto im­ mettere una tanto enorme somma nel mercato globale senza scatenare inflazione. Ciò che dota i 16.000 miliardi (come qualsiasi altra quantità di moneta priva di valore intrinseco e di copertura) di potere d'acqui­ sto, è il fatto che sono accettati come mezzo di pagamento. E perché mai vengono accettati in tutto il mondo, quei Dollari, seppur privi di valore proprio e di copertura aurea? La risposta è che chi li accetta li accetta perché gli operatori di mercato di tutto il mondo, da molto tempo, li ac­ cettano: abitudine e imitazione; quindi ciascuno si aspetta che, se oggi li accetta e riceve in cambio di qualcosa, domani altri li accetteranno da lui in cambio di qualcos'altro. Inoltre, per l'acquisto di certi beni strategici, come il petrolio, per il pagamento di debiti contratti in Dollari, e per l'e­ secuzione di certe transazioni finanziarie, è necessario disporre di Dol­ lari USA, perché nessun'altra valuta è consentita. Inoltre ancora, vi sono Paesi, come la Cina, che non possono permettersi di non accettare valori denominati in Dollari, perché già detengono grandi quantità di tali va­ lori, e se, rifiutandoli, ne facessero crollare la quotazione di mercato, ne riceverebbero essi stessi un serio danno. Riprendendo il discorso sull'origine del valore, cioè del potere di acquisto-pagamento, dei Dollari emessi dalla FED, siamo arrivati alla conclusione che questo potere viene conferito dal mercato mondiale nel
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere suo complesso attraverso atti di accettazione che non implicano la con­ sapevolezza del loro significato e del loro effetto singolo o d'insieme da parte di coloro che li compiono. In quanto il Dollaro è accettato, ossia viene dotato di potere monetario, dal mercato globale, chi ha la potestà di emettere il Dollaro ha la potestà di prendere a sé potere di acqui­ sto-pagamento, cioè il valore di beni e di servizi del mercato, dando in cambio moneta che niente gli costa produrre e che è dotata di un valore che le ha dato il mercato stesso. Situazione paradossale ma chiarissima. Immaginiamo una comunità chiusa, isolana, in cui ciascuno pro­ duce qualcosa e scambia con gli altri per procurarsi ciò che gli serve, dando valore per valore. Immaginiamo che tutti siano abituati a usare, quindi ad accettare, per tali transazioni, una certa moneta - chiamia­ mola Rinco - che emetto io in esclusiva, come monopolista by charter, per legge, quale banchiere centrale di emissione. Se io emetto 1000 Rincos, e ne offro a un isolano 100 in cambio del suo gregge, a un altro 200 in cambio del suo peschereccio, e 700 a un terzo in cambio della sua fattoria, tutti e tre accettano (posto che i prezzi siano congrui), perché ciascuno si aspetta di poter comperare, coi miei Rincos, altri beni e ser­ vizi di cui abbisogna, o di pagare debiti. Così io ho acquisito beni reali senza nulla produrre o dare ai miei venditori, se non il potere d'acqui­ sto che essi stessi, o meglio la complessiva società dell'isola, mi regala­ no. Nella realtà, non è che io usi il denaro da me emesso direttamente per comprare beni - lo uso prestandolo a interesse a chi me lo chiede e ipotecando i suoi beni a mia garanzia. Nessuno dei tre venditori, o nessuno di chi prende denaro a prestito da me contro interesse, ha la percezione di essersi impoverito, di aver perso qualcosa a mio vantag­ gio, che io lo abbia defraudato, perché io ho dato (meglio: ho girato) lo­ ro potere di acquisto reale; però io ho tolto alla società, facendolo mio senza nulla darle in cambio, un valore reale. Io ho sottratto un valore di 1000 alla società. Tuttavia non ho sottratto niente a nessuno, singolar­ mente. A nessuno ho fatto un torto. Nessuno ho scontentato. Nessuno si sente defraudato come singolo, mentre quasi nessuno si interessa delle sorti della società nel suo complesso, badando solo al suo particolare e
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Che co sa d à valore a l den aro al breve termine, a risolvere i suoi problemi salendo sulle spalle degli altri, soprattutto in tempi di crisi; così non si diffonde consapevolezza della mia azione, delle sue conseguenze mediate e cumulative, né si ag­ glomerano forze politiche a difesa degli interessi collettivi. Anzi, si farà a gara per stare dalla mia parte e ingraziarsi le mie simpatie.

Vi è una contrapposizione di interessi, un vero e proprio confitto di classe, tra me e il resto della società. Ma mentre io so qual è il mio inte­ resse, come esso si contrappone a quello della società e come portarlo avanti nel lungo termine, la società, essendo fatta di singoli che badano al loro particolare e al breve termine, non presta attenzione al gioco di insieme e non è in grado di opporsi all'azione concentrata e consapevole del mio interesse per difendere il proprio. Se la società fosse un soggetto vero, pensante e cosciente, agirebbe come agisco io, cioè secondo il pro­ prio interesse, e semplicemente confischerebbe i miei beni e si doterebbe di una propria moneta a costo zero per sé, risparmiandosi di dare a me ricchezza reale inutilmente, di lavorare per pagare interesse e capitale in cambio di ciò che può avere gratis. Ma la società non funziona così. Inoltre io, essendo ricco e potente, posso influenzare la politica (anche finanziando partiti contendenti), l'informazione, la scuola, la ricerca in campo economico per prevenire il diffondersi di una consapevolezza e l'organizzarsi di un'azione contraria ai miei interessi, e mettendo in cir­ colazione teorie monetarie tra loro discordanti, ma tutte fuorvianti. Chiamate tutto ciò "signoraggio monetario", Geldregal o come altro volete: questo è ciò che fanno, come meglio vedremo: a) in ambito mon­ diale, la FED (o altra banca centrale di emissione monopolista di una valuta internazionalmente accettata); b) entro il mercato nazionale, ogni banca centrale di emissione (la BCE nell'Eurozona); c) in ogni ambito in cui sia accettata la moneta creditizia da loro creata, le banche di credito, in quanto creano mezzi monetari erogando sull'erogato e con una leva (il 92% circa della liquidità è creato dalle banche di credito). Tutti que­ sti soggetti possono, a costo nullo o minimo, compiere nel mercato a essi sottoposto le operazioni che io compievo sull'isola coi miei Rincos.
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere C'è chi afferma e c'è chi nega che esista "il signoraggio", e poi c'è chi lo definisce diversamente (ossia come la differenza tra costo di produzio­ ne della moneta e suo valore nominale, o come la rendita costituita da­ gli interessi sulla moneta creata e prestata, e non anche dal capitale). Ci sono molte posizioni, molte controversie circa il signoraggio. Direi che tutto il problema nasca da un errore di partenza, ossia dal far precedere il nome ai fatti. I fatti monetari reali, documentali, constatati, sono quel­ li che abbiamo sopra descritto. Se io ho il potere, comunque conseguito, di creare a costo zero la moneta e di prestarla a interesse, o in generale di cederla contro corrispettivo, realizzo un profitto e una posizione di forza ultimamente anche politica rispetto al mercato e alla società, e che aumenta col tempo. Questo fatto io lo chiamo "signoraggio monetario". Torniamo sull'isola. Gli isolani contrarranno debiti denominati in Rincos, sia per ottenere prestiti, che per le transazioni economiche tra di loro, che per finanziare il deficit pubblico. Sui debiti dovranno pa­ gare interessi in Rincos. Tutto ciò creerà il bisogno, quindi la domanda e l'accettazione, di nuovi Rincos - che io darò loro a prestito, talora con facilità e a basso tasso, per aumentare il mio credito capitale, e talaltra col contagocce e ad alti tassi, per aumentare non solo il tasso degli in­ teressi che percepisco, ma anche e soprattutto la illusoria percezioneconvinzione di preziosità dei miei Rincos - la percezione-convinzione che la moneta sia un qualcosa di producibile solo con difficoltà, costi e limitazioni, gestibili unicamente da banchieri come me, che impongono rigore di bilancio, a pena di scatenare una micidiale ondata inflativa. Poi però arrivano scoperte come quella dell'audit della FED coi suoi 16.000 miliardi di Dollari creati ex nihilo, senza accendere inflazione, e la teoria sottesa a quella percezione-convinzione, agli occhi di chi è a cono­ scenza, si appalesa falsa. Come si appalesa falsa la teoria della terra piat­ ta se una nave, navigando sempre verso occidente, ritorna al punto di partenza. In entrambi i casi, la teoria ufficiale cade sotto i colpi del reale. Resta da spiegare il perché del fatto che l'immissione di nuovo de­ naro, di maggiore liquidità, in alcuni casi genera inflazione, e in altri
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Che c o sa d à valore al denaro casi non la genera. La genera se fa aumentare la domanda di beni e servizi più di quanto faccia aumentare l'offerta di beni e servizi. Primo scenario: se immetto liquidità nel mercato, e la gente la usa tutta per investimenti speculativi mobiliari e immobiliari, saliranno le quotazioni dei titoli finanziari e degli immobili, non i prezzi dei ve­ stiti o del cibo, in linea di principio. Secondo scenario: se ho un mercato in cui vi sono molti debiti da pagare dovuti a transazioni già eseguite sul piano economico, e im­ metto denaro per consentire di chiuderle, non avrò inflazione, ma fer­ merò, al contrario, l'aumento degli interessi passivi sugli importi do­ vuti in base a quelle transazioni. Così pure se do denaro alle banche per sanare buchi di bilancio (ossia per mettere soldi dove è dichiarato, in bilancio, che ce ne siano, ma in realtà non ce n'è) - questo ha fatto la BCE con le banche europee, soprattutto italiane, nell'inverno 2011-2012. Terzo scenario: se ho un'economia in cui molti fattori produttivi (for­ za lavoro, impianti, materie prime, tecnologie ecc.) sono fermi per man­ canza di liquidità, ma c'è potenziale domanda dei beni e dei servizi che essi possono produrre, e io immetto liquidità in modo mirato ad atti­ varli, allora aumento la produzione e l'offerta di beni e servizi, e questo incremento pareggia o supera l'incremento di liquidità in circolazione (moltiplicatore keynesiano). Aumento anche l'occupazione, quindi i red­ diti, senza di cui i beni e i servizi prodotti in più non potrebbero essere venduti. Alla fine, non avrò inflazione. Anzi, aumentando la percentua­ le di sfruttamento dei fattori di produzione, conseguirei economie di scala, ossia riduzione del costo unitario di produzione, quindi possibile calo dei prezzi, in un mercato aperto, concorrenziale. Inoltre, facendo aumentare il pii e calare la disoccupazione, aumen­ terei il gettito fiscale e ridurrei le spese assistenziali, sicché la pressione fiscale potrebbe essere ridotta. Le finanze pubbliche migliorerebbero il loro outlook, migliorerebbero i saldi di bilancio e pagherebbero tassi minori. Lo Stato avrebbe più denaro per investimenti di lungo respiro, infrastrutturali, anche nel settore della ricerca scientifico-tecnologica. Grazie anche a questi investimenti, le prospettive di lungo termine sa­ rebbero tali che gli imprenditori privati potrebbero prevedere che, se
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere investono, il mercato potrà assorbire e pagare la loro produzione, con­ sentendo di ammortizzare gli investimenti e di realizzare un profitto. Quanto sopra chiarisce che l'esercizio dell'emissione monetaria da parte dello Stato, diversamente da quanto i semplicisti (o sempliciotti) sostengono, non è una tassa occulta che causa inflazione quindi to­ glie potere d'acquisto ai cittadini. Ha questo effetto solo se produce un aumento della domanda di beni e servizi (e abbiamo visto che non sempre la produce) senza produrre un (almeno) pari aumento (della produzione e) dell'offerta di quei beni e servizi. Oggi, al contrario dello scenario in cui la moneta viene emessa e usa­ ta virtuosamente, le prospettive create dall'austerità, dai tagli della spesa, dalla pressione fiscale, dalla compressione dei redditi lavorativi e pensio­ nistici, sono prospettive recessive, sicché l'imprenditore, il capitale privato, va a investire altrove, perché le prospettive dicono che, per il prevedibile futuro, da un lato la domanda sarà fiacca e ancor più fiacca la capacità di pagare i suoi prodotti; e dall'altro lato avrà alti costi fiscali, previdenziali, finanziari, congiunti a pessime infrastrutture e pessima pubblica ammi­ nistrazione. Come posso, io imprenditore, investire e assumere in Italia, se i salari sono precari e di soli 900 Euro al mese, e le pensioni in prospettiva sono sui 480? Chi avrà i soldi per comperare i miei prodotti? Ecco perché le misure di rigore di bilancio del neomonetarismo imperante sono controproducenti: fanno quadrare i conti per l'anno in corso e per il successivo, ma deprimono investimenti, consumi, pro­ gettualità, e spingono all'estero capitali, aziende e cervelli. Deprimono il pii, e in capo a un paio d'anni al più tardi si avrà che il calo del pii determina un calo delle entrate tributarie tale che lo Stato si ritrove­ rà ancora più in difficoltà di prima nel pagare gli interessi sul debito pubblico e nel collocarne di nuovo. È una spirale distruttiva. Nel 1919, la Germania, sconfitta nella Grande Guerra, era tenuta a pa­ gare ai vincitori risarcimenti per un valore triplo di tutti i suoi beni. An­ che a causa di speculazioni monetarie contro il Marco, era precipitata in
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Che c o sa d à valore a l den aro un'iperinflazione che portava il valore di una pagnotta a molti miliardi. Il Paese era in miseria e devastato dalla disoccupazione. Lo Stato era in fallimento. Non aveva soldi e non c'erano tasse da riscuotere. II governo Hitler, nondimeno, riuscì a rilanciare in brevissimo tempo spesa pubbli­ ca, investimenti, opere infrastrutturali, occupazione, smorzando l'infla­ zione. Poi in pochissimi anni allestì la più potente armata dell'epoca. Co­ me poté fare tutto ciò? Come poté fare gli investimenti senza avere dena­ ro? Monti, Merkel, Sarkozy, Barroso, Draghi, ci vogliono far credere che sia impossibile, che prima bisogni tagliare la spesa pubblica e risanare i conti e accumulare il denaro-ricchezza per fare gli investimenti - ma la storia li smentisce con questo esempio estremo del governo Hitler. Non che Hitler sia un esempio da seguire in tutto, come statista, ovviamente; ma ciò che il suo governo ottenne, sul piano tecnico-economico, è utile per confutare e sbugiardare le predette tesi, che si traducono in povertà e sofferenza e recessione e sacrifici inutili. Che cosa fece il governo Hitler? Emise buoni di Stato fruttiferi per il pagamento di opere infrastrutturali (porti, trasporti, dighe, edifici ecc.). I lavoratori spendevano i buoni per consumi, stimolando l'economia produttiva e aumentando i posti di lavo­ ro. In due anni l'inflazione era normalizzata, l'occupazione quasi totale, il Paese di nuovo in moto. E ciò senza indebitamento interno né estero, nonostante il boicottaggio di molti Paesi1. Ed eccoci quindi al dunque, al punto chiave: se è possibile, come lo prova il suddetto caso della FED, creare mezzi monetari dotati di pote­ re d'acquisto senza bisogno di accumulare preventivamente risparmio, senza bisogno di tassare, vendere o tagliare le spese (cioè di toglierli da un'altra parte), ma semplicemente creandoli e destinandoli a im­ pieghi idonei e non inflativi, allora è possibile sfuggire al buco nero dell'indebitamento progressivo e alla trappola fiscale e alla trappola della liquidità. E possibile a condizione di vincolare quella moneta aggiunta a impieghi che aumentino la produzione (mettendo in moto industrie ferme o semi-ferme per mancanza di liquidità) e la produttività (mi­ gliorando le infrastrutture così da aumentare la resa delle industrie
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere già esistenti) - il che è equivalente ai nostri fini, perché in ogni ca­ so l'aumento dei beni conseguente airaumento della liquidità, cioè l'aumento dell'offerta, copre, bilancia, la liquidità aggiunta, cioè l'aumento della domanda, quindi previene l'inflazione. Se un investimento viene finanziato mediante denaro risparmiato, non vengono creati mezzi monetari nuovi, perché semplicemente una parte di quelli esistenti viene tolta da un impiego e applicata a un al­ tro impiego. Non vi sono effetti diretti sul pii. Anzi, l'aumento della propensione al risparmio causa l'indebolimento dei consumi, quindi un calo dei redditi e un disincentivo alla produzione. Potenzialmente anche disoccupazione. Da quanto sinora spiegato derivano conseguenze di vasta portata. La disponibilità maggiore o minore di risparmio non costituisce un li­ mite alle risorse per lo sviluppo, perché le banche, o meglio chiunque (compreso lo Stato) abbia il potere di generare mezzi monetari, può generare senza costo tutto il denaro utile agli investimenti. Non serve, non è necessario, per tali ragioni, accumulare risparmio prima di eseguire investimenti. Questi possono essere finanziati me­ diante creazione di nuovo money supply, la quale a sua volta indurrà la produzione dei beni e dei servizi che copriranno il suo valore e, tra­ ducendosi in un aumento del reddito nominale, indurrà tendenzial­ mente un aumento della capacità di risparmio. Non ha quindi nem­ meno più senso intendere l'interesse come compenso per il mancato utilizzo del capitale. Chi ritiene diversamente, non ha compreso che cosa è il denaro, il mezzo monetario. È rimasto fermo alle monete au­ ree e alla convertibilità in oro. E all'economia rurale. La scoperta che è possibile creare ex nihilo denaro fiduciario per realizzare investimenti produttivi di beni futuri (o aumentanti la produttività attuale), è la scoperta del reale potere monetario, che adempie la richiesta di ricevere "oggi il pane di domani", contenuta nel Padre Nostro del Vangelo degli Ebrei. Ma non è ancora una moneta angelica, e quel pane è ancora un pane tossico. Un altro passo avanti sarà necessario per conseguire ciò a cui aspiriamo.

Che c o sa d à valore al denaro Questa, nella situazione attuale, esclusa una grande guerra, è Tu­ nica via per rilanciare le economie depresse risanando al contempo i conti pubblici. Certamente, va accompagnata con la razionalizzazio­ ne della spesa e del fisco, Teliminazione degli sprechi, la riforma e la qualificazione delle persone che la progettano e la eseguono, e con la rimozione dei fattofi di distorsione, iniziando da quelli politici. Neireconomia produttiva, la disponibilità di denaro rende possi­ bile l'attivazione (mediante il loro pagamento) di fattori produttivi la­ tenti, potenziali. Per fattori produttivi si intende tecnologie, impianti, materie prime, lavoratori ecc. È proprio per questa ragione che, se vi sono (come modernamente sempre vi sono) fattori produttivi latenti (in Italia oggi ve n'è almeno il 35%), e se le banche erogano più credito per la produzione, aumentano la produzione, l'occupazione, gli inve­ stimenti, i consumi. Per converso, se le banche tagliano il money supply, una parte dei fattori produttivi che si trovano in attività viene di­ sattivata, come sta avvenendo in questa recessione; diminuiscono an­ che i redditi, l'occupazione, i consumi, mentre salgono le insolvenze e il ricorso agli usurai anche per pagare le tasse e gli interessi bancari. Sarà a tutti chiaro, a questo punto, che è pura menzogna la corren­ te affermazione istituzionale secondo cui allo Stato mancherebbero i soldi per fare i pur necessari investimenti, che se lo Stato li emettesse accenderebbe inflazione, e che quindi oggi si debba lavorare più ore e più a lungo per galleggiare, per azzerare il deficit di bilancio, ri­ durre al 60% del pii il debito pubblico, e poi potremo avere soldi per lo sviluppo. Noi abbiamo tutti i fattori produttivi e tutta la ricchezza reale che occorre. Ci mancano solo due cose: a) la moneta, che si pro­ duce a costo zero e non causa inflazione se va a consentire il pagamen­ to dei costi industriali e commerciali; b) una classe dirigente, politica e industriale, che la sappia usare produttivamente, dopo aver eliminato la classe dirigente attuale ed essersi affrancata dai poteri forti esterni... Ecco allora che la crisi, la povertà, la disoccupazione si rivelano come costruite ad arte quale strumento di dominazione politica e
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere ingegneria sociale oligarchica in violazione dei diritti dell'uomo - e qui sta un'altra forma di violenza, economica e sociale, che integra i reati di eversione costituzionale e di attentato all'indipendenza nazionale, di cui si diceva in relazione alla denuncia dell'avvocato Musu contro Napolitano e altri. Trasgressioni non solo della legge penale italiana, ma degli stessi diritti dell'uomo riconosciuti dai trat­ tati internazionali, per i quali è competente la Corte dell'Aja. Ovvia­ mente, il presupposto perché l'accusa sia pienamente capita, è che sia prima capita la natura della moneta come oggi usata e l'assen­ za di limiti intrinseci alla sua creazione e l'assenza di inflazione in caso di emissione diretta all'attivazione di fattori produttivi latenti. «Ma - come spiega Galloni nel suo saggio che chiude questo volume - l'evidenza e il logico nesso causale vengono capovolti nell'analisi liberista e monetarista: gli aumenti salariali determinano inflazione e si annullano da soli così come la crescita dei fabbisogni dello Stato non provoca sviluppo reale, ma finisce per sottrarre risorse ai pri­ vati che, se potessero investire, farebbero crescere l'occupazione e la competitività del sistema. Di qui le principali indicazioni liberiste e monetariste (fatte proprie anche dai cosiddetti neokeynesiani): tenere bassi i salari (tanto gli au­ menti hanno solo effetti sull'inflazione e la svalutazione del cambio) e ridurre tasse e spesa pubblica (indicata come tipicamente inefficiente) allo scopo di contenere l'offerta di moneta liberando risorse che i pri­ vati sapranno gestire al meglio». Da qui pure l'attiva diffusione della paura verso l'inflazione che non c'è (o non ci sarebbe), le linee guida dei tagli indiscriminati alla spesa pubblica e del livellamento al basso del trattamento della forza lavoro, dei rigidi vincoli di bilancio pubbli­ co e delle privatizzazioni-dismissioni, con demolizione delle imprese pubbliche di capacità strategica. Linee guida che portano alla reces­ sione e all'avvitamento fiscale, ma anche a una sempre più netta diffe­ renziazione tra global élite e popolazione generale, sia in fatto di red­ dito, che di strumenti politici, che di conoscenza. Linee guida la cui implementazione è stata aiutata, o meglio forzata, con lo strumento di aprire le società dove i lavoratori avevano raggiunto buoni livelli di 260

Che co sa d à valore al denaro garanzia alla competizione commerciale con le società dove il capita­ lismo può sfruttare la forza lavoro senza limiti e tutele. Tutte le scelte di politica economica, finanziaria e tributaria che ci vengono imposte sono derivate da quel modello monetarista, che si è oramai dimostrato erroneo sulla base dei suoi risultati. Ciononostante continua a venire imposto. Quindi esso è soltanto un pretesto pseudo­ scientifico per portare avanti un'ingegneria sociale neomalthusiana, come meglio Galloni spiega nel suo saggio conclusivo.

N O TE__________________________________________________________________________ I. Ellen Hodgson Brown, The Web ofD ebt, cit., p. 229.

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TIPI DI MONETA

Q

uesto capitolo, e i tre seguenti, riprendono e sviluppano, da un diverso punto di vista, e in modo abbastanza sistematico, alcuni concetti fondamentali della materia monetaria. Sarà quindi inevitabile qualche ripetizione. Funzionalmente parlando, moneta è ciò che svolge, insieme, le fun­ zioni di misura del valore, mezzo di scambio (di pagamento), riserva di valore (con importo fisso, cioè 100 Euro messi da parte per un anno restano 100). Ciò premesso, esistono diversi tipi di moneta. Essi sono: 1) Moneta merce: monete di metallo prezioso, dotate di un valore intrinseco, quello della quantità di oro o di argento di cui sono fatte; il loro valore dipende ultimamente dalla domanda di oro e argento in rapporto all’of­ ferta. Ib) Moneta merce con un valore nominale imposto dal sovrano emittente e superiore al valore-merce (contiene, ad esempio, oro per un valore di 5, ma viene immessa con un valore nominale di 10). 2) Moneta convertibile in oro o argento: è la banconota con cui la banca che la emette si impegna a ritirare la banconota, a richiesta del suo portatore, cambiandola in una quantità d'oro o di argento prefissata nella banconota, oppure al cambio di giornata. È un titolo di credito per il suo portatore, e un titolo di debito per l’emittente, perché dà al portatore un credito verso l’emittente. Quindi per l’emittente costituisce un’obbìigazione, e come tale va iscritta a bilancio. Solo che non ha una scadenza: può essere presentata all’incasso oggi o mai: si dice che è (esigibile) " vista". E non produce inte­ a ressi passivi per l’emittente. Quanta ne verrà presumibilmente presentata per la conversione nell’anno, va stimato, non è predeterminato. La banca emittente dovrebbe tenere una riserva doro o argento statisticamente adeguata a coprire le richieste di conversione di banconote in metallo. Questa moneta è accettata in base sia alla fiducia nella copertura aurea 26 2

Tipi d i m oneta
(cioè nella capacità e volontà deliemittente di pagarla in oro a richiesta), sia alla fiducia che il mercato continuerà ad accettarla, e che quindi se io oggi la accetto, domani potrò spenderla perché altri la accetteranno. 3) Moneto fiat: moneta senza valore intrinseco, di carta o di metallo o anche elettronica, e altresì senza valore di titolo di credito - quindi non indebita l’emittente e non dovrebbe, dunque, essere iscritta a bilancio la sua mas­ sa circolante. E cartacea o contabile, elettronica. È accettata dai singoli operatori del mercato in base alla mera fiducia che essa continui a essere accettata dagli altri, e che quindi sia ulteriormente spendibile. Quindi è moneta essenzialmente fiduciaria. 4) Moneta putativa: (o scritturale, o bancaria, o creditizia), consistente in promesse di pagamento o ricognizioni di (proprio) debito emesse da banche e denominate in valuta legale; così sono i depositi esigibili a vista (gli attivi dei conti correnti bancari e dei libretti di risparmio bancari), gli assegni circolari, le lettere di credito, le promissory notes bancarie, le me­
dium term notes. Questo denaro putativo, che costituisce circa il 92% di

ciò che oggi si usa come moneta, viene creato dalie banche con l’atto di emettere e porre in circolazione o a disposizione le suddette promesse di pagamento, mediante cui si impegnano a dare, in cambio di esse, denaro contante, valuta legale. M a quasi mai e solo in minima parte i portatori di queste promesse esigono di cambiarle in valuta legale, perché in real­ tà queste promesse vengono esse stesse usate e accettate come validi mezzi di pagamento, per tutti gli usi propri del denaro, dunque come surrogati del vero denaro. Quindi sono esse stesse (divenute) denaro, di fatto e, per certi versi, oramai, anche di diritto, in quanto gli Stati, per molti pagamenti, impongono l'uso di denaro putativo bancario proibendo iuso della valuta legale. Per effetto di tale uso promiscuo di denaro vero e denaro putativo, con prevalenza del secondo, la gente ha perso la cognizione della differenza tra i due e crede e tratta il denaro bancario come denaro vero e legale. Tuttavia giuridicamente e finanziariamente il denaro bancario rimane non denaro, non valuta legale, ma una qualsiasi obbligazione (titolo di debito) della banca, soggetto al rischio di insolvenza della banca. Però, economicamente, come aggregato, questa massa di promesse di pagamento di denaro legale, non può venir posta all'incasso

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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere
se non per frazioni trascurabili. Quindi di fatto la moneta creditizia è in realtà una moneta fiat. 5) Moneta legale a corso forzoso: è quella moneta fiat, che non dà diritto a ottenere qualcosa, ma che lo Stato dichiara e impone, nella sua area di sovranità, come mezzo idoneo per il pagamento-estinzione di ogni debito, pubblico e privato. Ossia lo Stato, per legge, stabilisce di usare e accet­ tare esso stesso quella moneta come mezzo idoneo a pagare ogni suo credito (per tasse, multe, canoni, tariffe ecc.), e impone a ogni creditore di accettarla in pagamento dei propri crediti: crea così un'offerta e una
domanda di quella moneta, che costituiscono la sua circolazione di base

e contribuiscono a indurre la sua circolazione e accettazione fiduciarie. 6) Moneta bancaria legalizzata e a corso forzoso: recentemente gli Stati, nell’in­ teresse sostanzialmente dei banchieri, stanno dando corso forzoso - ne impongono cioè l’uso e l’accettazione, limitando l’uso del contante, cioè della sola valuta legale - anche alla moneta putativa creata dalle banche private, nonostante sia promessa di pagamento scoperta e sia affetta dal rischio di insolvenza dell’emittente. In tal modo, gli Stati completano, indirettamente, la trasformazione del denaro putativo, consistente in promesse di pagamento di moneta legale (di banconote) quindi comportante un debito per le banche, in moneta legale e fiat così che non comporti più un debito per le banche, ossia in modo che le dichiarazioni di debito delle banche siano private di valore debitorio, del carattere sostanziale di passività per le banche stesse. In tal guisa si perfeziona l’ascesa dei banchieri alla piena sovranità monetaria.

A questo punto si può comprendere meglio un altro vizio, economicogiuridico, già esaminato, del sistema contabile in uso: esso registra come se fossero cose della medesima natura cose che sono invece di nature di­ verse: registra (nelle transazioni, nei bonifici, nei depositi, negli accrediti, nelle uscite, nelle entrate, nello stato patrimoniale) come moneta, indistin­ tamente, la moneta legale (banconote, conio) e la moneta putativa. Che cos'è, in conclusione, il titolo monetario (banconota, assegno circolare ecc.)? Molto semplice: è niente, ovvero è un quid arbitrario, un significante senza significato. Anzi, no. 26¿í

Tipi di m oneta Un importo monetario - ad esempio, € 100 - non è altro che un numero stam­ pato su un biglietto dotato di specifici caratteri di riconoscibilità emesso da un monopolista dell'emissione, il che ne limita l'offerta e ne costituisce la scarsità. Ma ciò equivale a dire che esso è una commodity a sé stante, una fra le molte, le cui proprietà oggettive specifiche sono l'essere una commodity creata per legge e l'es­ sere accettata come mezzo di pagamento dagli Stati e da altri soggetti, l'essere fra­ zionabile, l'essere omogenea, l'essere fungibile, l'essere conservabile; l'essere porta­ tile e tascabile, l'essere quantificabile a vista ecc. (mentre le proprietà oggettive specifiche del rame, ad esempio, sono fisiche). È una commodity giuridica (diversa dalle commodities fisiche perché costituita per legge; così come le persone giuridiche sono diverse dalle persone fisiche). Di questa commodity, come di tutti gli altri beni, compreso l'oro, il valore è determinato multifattorialmente - nella logica di domanda e offerta e attraverso la forza dell'economia - dal rapporto di scambio tra essa, le altre commodities del medesimo tipo (le altre divise: tot Yen per un Euro) o di altro tipo (il rame, il petrolio: tot Yen per una tonnellata di rame, tot per un barile di petrolio), gli altri beni non costituenti commo­ dities (un quadro, un'autovettura, una certa casa). Essendo una commo­ dity a limitata disponibilità (essendo, cioè, "scarso", come, per esempio, il ferro, a differenza dell'acqua di mare), il denaro ha un valore proprio, intrinseco anche come mera cartamoneta. Un valore, peraltro, variabile e, in astratto, persino azzerabile - proprio come quello di tutti gli altri beni. Propriamente, niente può avere un valore intrinseco, nel senso di assoluto, perché ogni valore è relativo a una domanda, a un uso fatto da un soggetto che è altro, ovviamente, dal bene in questione. La vecchia moneta d'oro, come pure quella convertibile, risulta, ora, come avente un valore duplice, perché è due commodities in una: commoditymoneta legale e commodity-oro. E poiché queste due commodities hanno corsi, perlopiù, complementari (es­ sendo l'oro un bene di rifugio quando il denaro si svaluta), l'accoppiamento di quelle due particolari commodities costituisce un binomio avente valore bilan­ ciato e stabilizzante. La fin e della convertibilità aurea comporta non la perdita del valore intrinseco della moneta, ma la perdita di quel bilanciamento intrin­ seco, di quella proprietà stabilizzante.
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere All'altro estremo dello spettro, la possibilità e la pratica di creare ricchezza finanziaria completamente sganciata da ricchezza reale, e nondimeno utilizzabile per ottenere dal sistema bancario accrediti di denaro bancario, è un meccanismo che crea quantità fuori controllo di moneta bancaria, con tutti i connessi effetti, primo tra tutti quello di far venir meno la scarsità, o la percezione di scarsità, della monetacommodity, quindi con la tendenza ad annullarne il valore. Oggi, tecnicamente si distinguono quattro categorie, o aggregati, di moneta, cui corrispondono altrettanti concetti di massa monetaria:
/ La massa monetaria MO comprende il contante circolante e gli attivi delle banche presso la banca centrale; solo questa massa sottosto al diretto influsso della banca centrale, / La massa monetaria M I comprende, oltre a MO, i mezzi monetari a pronta disposizione, ossia il rimanente denaro contante e i depositi a visto. / La massa monetaria M2 comprende, oltre e M I, i depositi di risparmio variabili entro un certo tetto. / La massa monetaria M3 comprende, oltre a M 2, i mezzi monetari disponibili a un dato termine, incluse quindi ¡e medium term notes interbancarie1 che , sono principalmente uno strumento di generazione di liquidità interno al sistema bancario; la liquidità con esso prodotta va ad alimentare il credito a clienti non bancari e, alla bisogna, a sistemare i bilanci delle banche stesse.

Il valore del denaro dipende da molti fattori, in parte volontari, in parte no:
/ in parte imposti dalla legge direttamente (riconoscimento di una determi­ nata valuta legale, imposizione del suo uso o corso forzoso, concessione a determinati soggetti del monopolio della produzione del denaro e della fis­ sazione dei tassi e delle condizioni del credito; punizione dei contraffattori); / in parte condizionati dal potere pubblico indirettamente (spesa pubblica, manovre di bilancio, tassazione, investimenti ecc.); / in parte regolati dal sistema bancario (regolazione del money supply);

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Tipi di moneta
/ in parte dipendenti dall’andamento dell'economia, della produzione, dei consumi; / in parte dipendenti dai rapporti commerciali con l’estero; / in parte dipendenti dalla propensione al risparmio o alla spesa; / in parte fissati con trattati internazionali (rapporti fìssi di cambio, o bande di oscillazione). *

N O TE__________________________________________________________________________ I. La Medium Term Note (M TN ) è uno strumento di finanziamento in forma di una debt note che solitamente scade a IO anni, ma può andare da 5 a 30. Si colloca, come durata, tra la cambiale e l’obbligazione. Può essere nuda o asset-backed (ga­ rantita cioè da altri titoli, particolarmente da derivati, o da beni). Dopo l’emissio­ ne, viene venduta tra operatori finanziari più volte, in poche ore o giorni, a prezzi crescenti partendo, poniamo, dal 30% e arrivando all’86% del valore nominale. L’ex/t buyer, o compratore finale, è solitamente un fondo pensionistico o di rispar­ mio, il quale, acquisendola, si assicura un buon rendimento da interessi per una decina d’anni, ma assume al contempo il rischio di insolvenza. La MTN può essere emessa da corporations o da banche. A noi interessa l’emissione da parte di ban­ che, perché crea liquidità aggiuntiva. Solo le principali banche mondiali possono emettere MTN, che sono denominate nelle principali valute. Le MTN sono solita­ mente connesse a un programma di investimento, anche di carattere umanitario o infrastrutturale, e sono emesse, da banche o grandi società, dietro autorizzazione delle autorità monetarie, per lo scopo ufficiale di finanziarlo. Pagano un interesse nettamente superiore alle debt notes di breve termine.

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COMEVIENE IN ESSERE IL DENARO
«Il maggior costo che sostiene chi crea denaro dal nulla, è la spesa per impedire che la gente arrivi a capirlo».
M arco Saba , comunicazione personale

L

e banche centrali di emissione stampano cartamoneta, bancono­ te; e le scambiano contro titoli del debito pubblico, T-Bonds, o di­ rettamente alle aste del mercato primario, oppure indirettamente, sul mercato secondario, con l'intermediazione di società autorizzate. Ne parleremo presto più ampiamente. Nel secondo caso, i titoli possono essere compravenduti a valore diverso da quello nominale (inferio­ re, se ritenuti a rischio). Nel primo caso, la vendita dei titoli di Stato avviene mediante aste. In queste aste, i titoli del debito pubblico ven­ gono offerti a tassi di interesse gradualmente crescenti, per allettare i potenziali compratori. Quanto migliore è il rating di uno Stato (quan­ to, cioè, minore è stimato il rischio che non paghi), tanto inferiore po­ trà essere il tasso di interesse che deve offrire, per collocare i suoi tito­ li e rifinanziarsi. Le società di rating, che sono sostanzialmente società private controllate da banche private, hanno quindi il potere di met­ tere in difficoltà finanziaria uno Stato, oppure di aiutarlo, mediante il semplice abbassare o innalzare il suo rating. In tal modo, possono con­ dizionarne la politica. Esse inoltre, quali grandi intermediari finan­ ziari, hanno anche i mezzi per influenzare i mercati, per buttar giù le quotazioni dei titoli o delle monete contro cui hanno scommesso vendendo allo scoperto. Fanno tutto in casa, hanno i mezzi per far sì che le loro scommesse vincano, che si avveri l'evento su cui avevano puntato. Sono esse a fare l'andamento dei mercati, non certo i piccoli risparmiatori, che vanno a rimorchio. Solitamente gli Stati non estinguono i loro T-Bonds alle loro scaden­ ze, ma li rinnovano emettendone altri. Contraggono, inoltre, ulteriore debito per pagare gli interessi. Il denaro viene dunque in essere e in circolazione attraverso un in­ debitamento.
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Come viene in e s s e r e il den aro Uso la denominazione "denaro putativo" perché manca una mi­ gliore definizione per questi mezzi monetari, mezzi di pagamento, creati dalle banche di credito. Le disponibilità esigibili a vista sorgono sui conti correnti mediante:
/ versamenti di banconote e conio sul conto corrente; / trasferimenti, accrediti, bonifici da altre banche o da altri conti della me­ desima banca; / versamenti di assegni, cambiali ecc.

Ma tutte queste operazioni non creano mezzi monetari, non au­ mentano la liquidità, il money supply, la quantità di moneta putativa. Si ha creazione di denaro putativo o bancario dal nulla, invece, ogniqualvolta la banca concede credito a un cliente (anche a un en­ te pubblico), oppure a un'altra banca. Il grosso della creazione mone­ taria avviene invero attraverso prestiti interbancari, spesso eseguiti con mezzi non noti al pubblico, come le medium term notes (cambia­ li interbancarie normalmente decennali, soggette a interesse annuo, dell'importo di 500 milioni di Dollari Luna di valore nominale, ven­ dute inizialmente intorno al 38% del valore nominale). Le banche di credito possono creare denaro bancario nei conti cor­ renti col semplice dare credito ai loro clienti - cosa che fanno solita­ mente previa dazione di una garanzia (ipoteca, pegno, fidejussione). Nel concedere un credito, ossia nel dare una disponibilità di liquidità al cliente prenditore del credito, le banche vanno anche a credito del medesimo cliente per l'importo del credito capitale, nonché per gli in­ teressi e per le commissioni. Comunemente si ritiene che le banche prestino il denaro della rac­ colta (cioè quello che i clienti depositano nella banca o che danno alla banca per comperare sue obbligazioni). Ma ciò è assolutamente falso. Le banche non prestano denaro in senso stretto, valuta legale. La loro attività di credito consiste nell'emettere promesse di pagamento sco­ perte - il denaro bancario o contabile o virtuale - che ha potere d'ac­ quisto semplicemente perché le banche, per loro comune interesse, se
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CIMTT€URO. Uscirne e risorgere lo riconoscono reciprocamente in un gioco di sponda1. Tali promes­ se vengono da esse emesse, e poste a disposizione del cliente così che questi le possa spendere nei rapporti con terzi, in cambio di promes­ se di pagamento rilasciate loro dal cliente, e assistite da garanzia. Tali promesse, con le loro garanzie, vanno a costituire ciò che gli accordi di Basilea chiamano "il patrimonio di sorveglianza", ossia la base pa­ trimoniale, su cui la banca emette le sue promesse di pagamento - e le emette con un moltiplicatore, ossia per un multiplo dell'importo del patrimonio di sorveglianza, dei propri crediti. È in questo modo che il sistema bancario crea, nell'economia moderna, la quasi totalità dell'of­ ferta monetaria (money supply) mediante il suo denaro non legale, non legai tender; o currency, ma virtuale, o contabile, o creditizio. Come mo­ stra l'istogramma, proveniente dalla stessa FED, su un money supply di 9,1 miliardi di USD, solo 0,8 circa sono currency, ossia moneta legale, creata e allocata dalla banca centrale di emissione2. Tutto il resto è so­ lo denominato in moneta legale, ossia costituisce promessa di paga­ mento di moneta legale - una promessa ovviamente scoperta.

Misure dell’offerta m onetaria, aprile 2008 (M oney Supply M easures, A p rii 2008)

8000 7000 6000 5000 4000 3000

$ 7,7 trilioni

2000
1000

MI

M2

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Come viene in e s s e r e il denaro È altresì vero che l'assegno circolare o il bonifico o la lettera di cre­ dito (o qualsiasi altro tipo di promessa di pagamento bancaria, ossia di denaro putativo, cartolare o scritturale), pur non essendo denaro ed essendo quindi inidoneo ad attuare la traditio pecuniae richiesta dalla legge per la venuta in essere del mutuo, è in realtà dotato di un potere di acquisto analogo al denaro. Questo potere d'acquisto la banca non lo preleva dal proprio patri­ monio, ma lo "prende" nell'atto stesso di concedere il credito. Quin­ di, contrariamente a quanto ritenuto anche dalle sentenze della no­ stra Corte di Cassazione, l'erogazione del credito avviene senza alcun trasferimento dal patrimonio della banca al cliente o di altri soggetti. Invero, ciò che avviene nella concessione del credito è che la banca ad­ debita a se stessa la somma che simula di mettere a disposizione del mutuatario (come se realmente, nel farlo, diminuisse i propri cespiti nummari), mentre al contempo accredita a se stessa il pari importo, nonché gli interessi a scadere. La creazione monetaria bancaria, o creditizia, ha quindi tre com­ ponenti inscindibili:
1) creazione e m essa in circolazione di denaro creditizio (putativo, bancario) disponibile a vista, che riceve potere d'acquisto dal mercato; 2) creazione di un corrispondente debito a carico del cliente (capitale, com ­ missioni, interessi) verso la banca; 3) creazione di un pari credito della banca verso il cliente.

La banca può, in un secondo momento, vendere il credito così ot­ tenuto a una società finanziaria, può cartolarizzare cioè il monte dei propri crediti e venderli sul mercato finanziario, come abbiamo visto. Poiché una banca può concedere prestito anche a un'altra banca, e usare il risultante credito verso di essa come capitale per erogare ul­ teriori prestiti, il sistema bancario può creare denaro bancario, credi­ tizio, anche al proprio interno ex nihilo. Anzi, gran parte della liqui­ dità viene creata non direttamente attraverso l'erogazione del credito,
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere bensì nei rapporti interbancari (interponendo, per eludere i divieti, soggetti non bancari in funzione di apparenti investitori di denaro proprio, che in realtà viene messo a disposizione sempre dall'appara­ to bancario attraverso apposite piattaforme), e poi usata per erogare credito a clienti non bancari. Per fare un esempio: questa creazione avviene tra le banche A e B, nel senso che A concede credito a B (ad esempio, A, tramite interme­ diario, compera per 180 una medium term note, o MTN, emessa da B e avente valore nominale 500), B si ritrova con una disponibilità con­ tabile di denaro (180) da prestare ai propri clienti non-banche, e A si ritrova con un credito (asset) di 500 oltre interessi, che può cedere di­ rettamente o cartolarizzare o usare come garanzia (collaterale) presso una banca C per ottenere credito a sua volta. Poiché, come pure abbiamo visto, la banca non presta il dena­ ro della raccolta, non presta cioè denaro disponibile risparmiato, ma mezzi monetari creati da essa stessa, perché presta sull'erogato, non ha più senso dire che l'interesse sul credito sia una remunerazione del risparmio differito. È un'affermazione semplicemente falsa. Quest'af­ fermazione è veridica solo per il prestito tra soggetti non bancari, che cioè non hanno la facoltà di creare mezzi monetari ex nihilo. Le banche hanno questa facoltà in quanto le loro promesse di pagamento sono accettate dal circuito interbancario, quindi anche dai privati, dalle im­ prese e dagli Stati, come denaro reale, ossia come equivalenti del de­ naro oggetto delle promesse di pagamento medesime. Per converso, il denaro creditizio così creato viene annientato qua­ lora e quando il credito della banca, così creato, venga estinto median­ te pagamento, a condizione che la banca effettivamente cancelli dai propri conti il credito. Cosa che non risulta che le banche facciano abi­ tualmente (hanno interesse a non farlo, e nessuna autorità vigila ac­ ciocché lo facciano), soprattutto quando hanno ceduto il credito mede­ simo, come detto sopra, a risparmiatori e investitori, oppure a società finanziarie da loro controllate. Il grosso di questa liquidità, o il suo ricavato, rimane quindi, visibile o non, nei patrimoni delle banche.
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Come viene in e s s e r e il den aro Da quanto sopra appare chiaramente che le banche non sono inter­ mediarie del credito o del risparmio, come ingannevolmente le defini­ sce la legge, ma sono soprattutto creatrici del denaro, dei mezzi mone­ tari, del money supply, come spiegano anche i manuali di macroecono­ mia e di scienza delle finanze. L'ingannevole dottrina ufficiale, propagata anche dalle Autorità Monetarie, dalle Banche Centrali, afferma: «Il sistema bancario funge da intermediario tra i due gruppi - depositanti e prenditori di credi­ to - e rende così il mercato più efficiente, perché, grazie all'intermediazione bancaria, depositanti e prenditori di credito non hanno più bisogno di ricercarsi individualmente. Questo servizio le banche se Io fanno pagare mediante la forbice tra tassi attivi e tassi passivi. L'inte­ resse che si paga alle banche è quindi remunerazione del risparmio di coloro che, depositando il loro risparmio nelle banche, rendono possi­ bile il credito. Le banche trattengono una quota di questa remunera­ zione attraverso la forbice tra i tassi attivi e quelli passivi». Allorché una banca riceve denaro da un cliente (e questo denaro, ov­ viamente, sarà perlopiù denaro bancario, ossia creato dal nulla), può ver­ sarlo interamente a riserva presso la banca centrale, e usarlo come base per il moltiplicatore bancario. Ossia, avendo a riserva 1, può erogare cre­ dito fino a 50. Cioè, può creare mezzi monetari, potere d'acquisto, per 50 volte la riserva. Ma il punto qualificante è che non vi è una norma pre­ scrivente che questa riserva consista in oro, e nemmeno in valuta lega­ le. Essa può consistere, e di fatto consiste, in liquidità creata dalla banca, denaro contabile. Quindi il sistema bancario, l'insieme delle banche, ope­ rando in un gioco di sponda, crea veramente liquidità dal nulla, senza cioè distogliere denaro da altri impieghi; e lo crea in quantità non limitata da un fattore oggettivo (dalla quantità di garanzie, di coperture), ma solo dalla capacità della società di prendere a prestito e di pagare gli interessi. Ciò è ancor più vero in un sistema come quello degli accordi di Ba­ silea, che si basa sul principio che il sistema bancario privato eroga sull'erogato, nel senso già indicato e spiegato in €uroschiavi. Se Tizio, volendo comperare da Caio un macchinario del valore di un milione, richiede un mutuo alla sua banca Alfa, questa dapprima
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ClMIT€URO. Uscirne e risorgere verifica che Tizio abbia un reddito idoneo a rimborsare il mutuo e a pagare gli interessi, quantificabili supponiamo in 500.000 per 15 anni, verifica che abbia beni idonei a garantire il tutto, quindi pone un'ipo­ teca di 2 milioni sui beni e si fa firmare da Tizio una promessa di pa­ gamento di capitale e interessi. Ciò fatto, rilascia l'assegno di 1.000.000 Euro con cui Tizio paga il macchinario a Caio. L'emissione dell'asse­ gno ha un costo pressoché nullo e non comporta alcuna uscita patri­ moniale per la banca emittente. Essa comporta, al contrario, per essa, un aumento patrimoniale, in quanto la banca aumenta il proprio pa­ trimonio del valore del credito da essa acquisito nei confronti di Tizio - credito interamente garantito da ipoteca. Credito che può rivendere, può cartolarizzare, come già detto, realizzando subito un profitto net­ to, e liberandosi dal rischio. Sull'incremento patrimoniale comporta­ to dall'acquisizione del credito verso Tizio, la banca non paga le tasse perché fittiziamente lo neutralizza, in bilancio, facendo figurare un'u­ scita pari al valore del credito capitale erogato. Torniamo all'operazione in corso tra Tizio e Caio. Caio accetta l'assegno circolare perché sa che lo accetta la sua ban­ ca Beta, la quale in effetti lo riceve e ne accredita l'importo a Caio sul suo conto. + 1.000.000. La banca Beta, a sua volta, accetta l'assegno del­ la banca Alfa, pur sapendo che esso è scoperto, perché sa che anche la banca Alfa, come tutte le altre banche, accetterà gli assegni della stessa banca Beta, pur sapendoli scoperti. È un gioco di sponda. Le banche, nel loro interesse, convengono tra loro di accettare e usare come dena­ ro, nei rapporti tra loro nonché con soggetti non bancari, in un proces­ so di validazione circolare della carta scoperta da esse creato. Il credito che una data banca concede non è quindi da intendersi come il credito che essa fa ai clienti, bensì parte del credito che il sistema delle banche fa a essa, e che essa, a sua volta, mette a dispo­ sizione del cliente, girandoglielo. Ciò evidenzia la corretta osservazione di Galloni, il quale parla di "validazione reciproca" tra le banche: le banche si validano reciproca­
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Com e viene in e ss e r e il den aro mente il "denaro" scoperto che esse emettono, e grazie a ciò riescono a estrarre potere d'acquisto dalla società. Il credito che la banca mette a disposizione del cliente - l'assegno circolare scoperto, nell'esempio - ha un potere d'acquisto. Ma l'esi­ stenza dei beni e dei servizi che esso ha il potere di acquistare, non deriva dall'attività^della banca e del sistema bancario, che semplicemente se ne impadroniscono approfittando del rapporto fortemente asimmetrico di dipendenza e di fiducia, rispetto a essi, della società e dell'economia. Se la gente non avesse l'automatismo mentale che asso­ cia "banca" a "denaro", a "solvibilità", impedendo il nascere del dub­ bio al riguardo, questo meccanismo potrebbe guastarsi, la validazione interbancaria entrerebbe in crisi. Ultima osservazione economica: mentre alla banca non costa nulla erogare un prestito, né comporta un vero rischio di perdita patrimo­ niale, il soggetto diverso da una banca (anche l'usuraio), per erogare un prestito deve attingere dal proprio patrimonio e accettare un rischio. E il soggetto prenditore del prestito, per rimborsarlo con gli interessi, ha necessità, a differenza della banca, di lavorare e/o esporsi a rischi. Concludiamo con un'osservazione giuridica: i mutui bancari, gli sconti bancari, le anticipazioni bancarie, come praticati dalle banche, sono pressoché tutti giuridicamente inesistenti. Infatti, la legge ita­ liana e di altri Paesi stabilisce che questi contratti vengano in essere mediante la dazione di danaro (vd. articolo 1813 c.c.: il mutuo è il con­ tratto col quale una parte consegna all'altra una determinata quantità di danaro o di altre cose fungibili, e l'altra si obbliga a restituire altret­ tante cose della stessa specie e qualità)3 e che l'interesse è dovuto solo sul denaro prestato. Ma "denaro" è unicamente la valuta legale, solo il contante. E le banche non erogano quasi mai contante, bensì promesse di pagamento denominate in contante, e scoperte. Perciò quasi mai i predetti contratti vengono in essere, secondo la legge. Il cliente della banca può quindi ricorrere al tribunale chiedendo che questo dichiari che i contratti sono inesistenti e che niente è dovuto a titoli di capitale e di interesse. Fin qui nulla di nuovo. 275

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Il cliente può aggiungere che, siccome l'articolo 1813 CC dispone che il mutuo debba essere rimborsato con "altrettante cose della medesima specie", e siccome la banca non ha erogato denaro reale o frutto di lavo­ ro o prelevato dal patrimonio, ma denaro creato scritturalmente, anche il cliente deve poter estinguere il "mutuo" mediante denaro scritturale, e la banca è tenuta ad accettarlo. Se però il giudice ritiene che il cliente non abbia diritto a emettere denaro scritturale, allora il cliente eccepirà che, se non può emetterlo, allora l'adempimento è impossibile (non per colpa sua - e la banca lo sapeva), quindi il contratto è nullo; e, d'altra parte, neanche la banca può legittimamente emettere denaro scrittura­ le, perché la legge bancaria l'autorizza all'intermediazione del credito e del risparmio, nongià alla creazione di mezzi monetari. Il Testo Unico Bancario, DLT 395/1993, articolo 10, stabilisce infatti:
Attività bancaria

1. La raccolto di risparmio tra il pubblico e l’esercizio dei credito costituiscono l'attività bancaria. E ssa ha carattere d ’impresa. 2. L’esercizio dell’attività bancaria è riservato alle banche. 3. Le banche esercitano, oltre all'attività bancaria, ogni altra attività finanzia­ ria, secondo la disciplina propria di ciascuna, nonché attività connesse o strumentali. Sono salve le riserve di attività previste dalla legge.

Il cliente può anche contestare che, essendo il capitale erogato pa­ ri a zero, in termini di valuta legale, qualsiasi interesse che sia pre­ teso comporta un tasso di interesse illecito, perché infinito. Infatti, il saggio di interesse si calcola dividendo la quantità di interesse pagata in un periodo per il capitale. Se il capitale è zero, il saggio è infinito, quindi illecito, perché ogni somma, divisa per zero, dà infinito. E se è illecito, non è dovuto.

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Come viene in e s s e r e il denaro
N O TE 1 Vd. €uroschiavi, IV ed., pp. 309-330. . 2. «Banks* ability to create and allocate the m oney supply is officially recognised. The fact that the vast majority of money circulating in economies is created by profit-oriented private sector enterprises (the commercial banks) is not usually featuredln economics or banking textbooks and is not widely known. However, it is known by many people in the financial sector. It is known by some leading financial journalists, although not commonly featured prominently: Mar­ tin W o lf of the Financial Times, and a member of the IC B, recognised it in his commentary on 9 November 2010 (The FED is right to turn on the tap, Finandal Times, 9 November 2010). Furthermore, it is acknowledged in less well-known passages by central banks: “ The actual process o f m oney creation takes place prim arily in banks ” (Federal Reserve Bank of Chicago, 1961, p. 3); " ...The fractional reserve system ... permits the banking system to create money.” (Federal Reserve Bank of Kansas City, 2001, p. 57.); “ Over time ... Banknotes and com m ercial bank m oney became fully interchangeable payment media that customers could use according to their needs." (EC B, 2000).
"Contemporary monetary systems are based on the mutually reinforcing roles o f central bank money and com m ercial bank monies.” (BIS, 2003).

" W hen banks make

loans, they create additional [bank] deposits for those that have borrowed the

money” (Bank of England, 2007) “ In the Eurosystem, m oney is prim arily cre­ ated through the extension of bank credit.... The com m ercial banks can create m oney themselves, the socalled giro money.” (Bundesbank, 2009)» (Richard W erner, Towards Stable and Competitive Banking in the UK, 2012). 3. Anche l’apertura di credito si riferisce a somme di denaro, non a registrazioni contabili: articolo I 842. Nozione. L’a pertura di credito bancario è il contratto col quale
la banca si obbliga a tenere a disposizione dell’altra parte una somma di denaro per un dato periodo di tempo o a tempo indeterminato [c.c. 1845; N.d.A.]. I depositi bancari

presuppongono il denaro; il Codice Civile non parla di depositi di crediti (assegni ecc.): articolo 1834. Depositi di danaro. Nei depositi di una somma di danaro presso una banca [c.c. 1852, 2195, n. 4; N.d.A.], questa ne acquista la proprietà [c.c. 1782; N.d.A.], ed è obbligata a restituirla nella stessa specie monetaria [c.c. 1278; N.d.A.], alla scadenza del termine convenuto ovvero a richiesta del depositante [c.c. 1183, 1771; N.d.A.], con l'osservanza del periodo di preavviso stabilito dalle parti o dagli usi [c.c. 1283, 1782, 1852; N.d.A.]. In conclusione, il Codice Civile non considera e non disciplina
il denaro bancario.

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I QUATTRO CIRCUITI MONETARI

I

l sistema monetario è dunque composito e consiste di quattro circu­ iti monetari:
1) lo scambio bipolare - il conto corrente - tra banca centrale e singola banca di credito, con le riserve della seconda presso la prima; 2) il circuito interbancario, compreso quello detto dark pool finance, tra le varie banche di credito, che si prestano denaro e garanzie fra loro direttamente (credito interbancario, anche a ore - mentre le banche europee sono chiuse perché è notte, prestano i loro soldi a quelle americane, che sono aperte) o indi­ rettamente (con interposizione di investitori non bancari - trading di mtn e bg); 3) il circuito banche-pubblico coi depositi a vista e le operazioni di credito banca-cliente; 4) il circuito del denaro contante, ossia del denaro reale, legale.

Oggi vige la prassi di erogare s u r r o g a to con la leva del moltipli­ catore bancario applicata ai crediti già acquisiti prestando (ponderati secondo i gradi di rischio). In passato vigeva il principio del moltipli­ catore bancario applicato alle riserve, ossia che ogni singola banca po­ tesse emettere promesse di pagamento, cioè creare denaro creditizio, per un multiplo (solitamente nove volte) del denaro contante, della va­ luta legale, che essa aveva in proprietà; ma oggi il contante non costi­ tuisce più il fondamento per la creazione di denaro creditizio. Perciò ora come allora è privo di senso parlare di riserve in contante presso la banca centrale o altrove, aventi la funzione di coprire e garan­ tire il denaro bancario. Anzi, è senza senso parlare di riserve di qualsi­ voglia genere, dato che si può parlare di riserve e di copertura soltanto se la riserva, la copertura, è qualcosa che consiste di una sostanza di­ versa e più economicamente solida (come l'oro, ad esempio) di ciò che dev'essere garantito e coperto. II denaro bancario (ossia, la promessa
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I quattro circuiti monetari bancaria di pagamento) non può, se non fittiziamente, essere garantito da un'altra promessa bancaria di pagamento. Le conoscenze esposte sinora dimostrano come l'informazione che i mass media e le istituzioni danno all'opinione pubblica sulla crisi, sul­ la recessione, sul credito, sia lontana dalla realtà e totalmente sviante. In particolare, alla luce di quanto detto sopra sulla genesi della liqui­ dità, è sicuramente infondata la tesi che sostiene che la carenza di liquidi­ tà prodottasi nella seconda metà del 2008 sia dovuta a un'oggettiva diffi­ coltà delle banche, a sua volta dovuta alla presenza di molti asset tossici cioè di valori "bidone" nei loro patrimoni, e alla conseguente diffidenza tra le banche, che non si farebbero quindi più credito tra loro (se non a condizioni strettissime e onerosissime). Tale circostanza non giustifica la crisi. E ciò non tanto perché gli asset tossici sono un prodotto deliberato della stessa attività bancaria e interbancaria, quanto perché, come abbia­ mo visto, la creazione di liquidità da parte delle banche avviene indipen­ dentemente dal patrimonio delle banche stesse, sicché la situazione patri­ moniale non può ostacolare la creazione di denaro creditizio. Nel 2008 come ora, la stretta nella concessione e nel mantenimento dei crediti, quindi la stretta della liquidità, nell'Eurozona, è stata un atto intenzionale dei vertici del sistema bancario, è una serrata, finaliz­ zata probabilmente a esercitare una pressione sul sistema, sul settore pubblico, sui governi, per costringere a mettere più liquidità nel siste­ ma bancario, indebitandosi verso di esso, e a non perseguire le truffe bancarie, e ad accettare così come regola che le banche hanno piena libertà di azione per speculare e i loro danni vengono ripianati con le tasse. Non ci troviamo di fronte a una crisi della capacità delle banche di creare liquidità, ma a una loro decisione politica di non farlo. Nessuna meraviglia che le banche siano talora lasciate andare in in­ solvenza. Esse non contengono un capitale positivo, qualcosa che ab­ bia un valore e che possa andar perduto. Contengono debiti - le loro promesse di pagamento in circolazione - e crediti, crediti denominati in valuta legale ma ammontanti a decine di volte la quantità di valuta legale esistente. Crediti, inoltre, che in gran parte sono verso specula­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere tori finanziari (o privati che comprano casa a mutuo), i quali speculano sulla costruzione di bolle. Ogniqualvolta una bolla scoppia, le garanzie (collaterali) collegate ai mercati finanziari e depositate presso le banche saltano, e possono quindi lasciare le banche insolventi. D'altronde le banche, per i loro proprietari e gestori, non sono un fine in sé, ma uno strumento per lo scopo del profitto. Perciò esse ven­ gono usate come strumenti, talora anche per perpetrare grandi frodi, per defraudare i clienti dei loro denari, e la banca stessa, come abbia­ mo visto nella prima parte di questo libro; dopodiché possono venir lasciate fallire, o cedute ad altro capitale. I banchieri possono agevol­ mente procurarsi nuove licenze bancarie presso la banca centrale. Il sistema monetario viene accettato passivamente, anzi inconsape­ volmente e inerzialmente. Non prendono corpo reazioni critiche e po­ litiche contro questa realtà, perché, seppure interamente e fortemente condizionata da questa dinamica del denaro-debito, la società non si rende conto, non diviene consapevole di essa. Infatti, nell'uso del denaro si perde la nozione del fatto che esso de­ riva da un indebitamento gravato da interesse. Si tende a considerare il denaro come qualcosa di positivo, di attivo, per essenza - quindi non lo si percepisce, e si stenta a capirlo, come denaro-debito. Il suo lato oscuro rimane eclissato. Tale difficoltà è dovuta al fatto che la popolazione generale viene in possesso del denaro, della liquidità, solo in un momento e in cir­ costanze che sono successive e separate dal momento in cui il denaro, la liquidità, sono stati creati. Il lavoratore dipendente paga la spesa con una banconota, che ha "prelevato" dal suo conto corrente, alimentato dall'accredito dello stipendio, che gli arriva dal conto del datore di la­ voro, il quale a sua volta è alimentato dai pagamenti inviati dai clienti del datore di lavoro; il lavoratore dipendente vede, vive, conosce, il de­ naro come se esso fosse un puro attivo, anzi l'essenza dell'attivo; ma questi denari nascono da un'operazione di indebitamento: dal credito bancario o dalla vendita di titoli del debito pubblico. Il microcredito di Mohammed Yunus non è affatto una soluzione. Al contrario, esso ha l'effetto di irretire anche i poveri nell'illusione che
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I quattro circuiti monetari denaro e finanziamento non possano esistere senza indebitamento, che denaro equivalga a credito, che le banche producano il suo valore, e che pertanto si debba contrarre debiti e pagare interessi, per poter lavora­ re ed espandersi. Il presidente Obama e Ben Bernanke, presidente del­ la Federai Reserve Bank Corporation, nella crisi del 2008 affermavano da un lato che i banchieri avessero scriteriatamente mandato a fuoco la loro casa, ossia i mercati finanziari, onde l'intera città era oramai mi­ nacciata dall'incendio; quindi era nell'interesse di tutti fare uno o più quantitative easing, ossia dare a questi banchieri, nonostante tutto, una montagna di denaro (pubblico), affinché estinguessero il fuoco e salvi­ no la città. Dall'altro lato, affermavano che l'economia potesse rimetter­ si in marcia solo attraverso la creazione di un'enorme quantità di dena­ ro da parte della FED e a carico del bilancio federale - cosa che appunto Obama sta facendo dal 2008. Ma la causa della recessione è proprio il fatto che le speculazioni che hanno causato l'incendio sono lo strumento di profitto più efficace dei finanziari, e dar soldi ai loro esecutori fa sì che essi li usino non per ri­ assorbire i tìtoli tossici da loro creati, bensì per rilanciarli creandone di nuovo e speculando persino contro i titoli del debito pubblico. Ed è que­ sto che è avvenuto nel 2010 e nel 2011, grazie al quantitative easing. Inoltre, il sovraccarico del settore pubblico e di quello privato in termini di debito e interessi, che esponenzialmente erode il reddito nazionale, sottraendo li­ quidità ai consumi e agli investimenti produttivi. Perciò la cura ObamaBernanke solo per breve tempo ha avuto effetti utili, mentre presto ha comportato un peggioramento della situazione finanziaria e monetaria, rispettivamente aumentando il costo del servizio del debito pubblico e le tensioni inflative sul Dollaro, e scatenando il disastro del 2011. In quanto al modo di gestire le banche, questo non si è affatto corretto, ma punta, ancor più di prima del bailout con soldi pubblici, alla speculazione più azzardata, aggressiva e antisociale. Un tentativo di porre limiti di legge a tali prassi è stato bloccato, nel maggio 2012, dal lavoro di ìobbying dei grandi banchieri nei confronti dei parlamentari di Washington. In parole povere, hanno fatto loro concessioni patrimoniali per non far passare la legge proposta da Obama.
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L'INFLAZIONE CHE NON C'È

a BCE - dicono il Trattato di Maastricht e la dottrina ufficiale persegue innanzitutto la lotta all'inflazione. Per contenere il tas­ so di inflazione in una misura macroeconomicamente ragionevole, la BCE si sforza - con deroghe nei periodi di crisi - di mantenere la cre­ scita money supply in pari con la crescita dell'economia complessiva. Questo in ossequio all'imperativo posto dalla Germania per accettare l'Euro, ossia preservare le condizioni di bassi tassi e stabile potere di acquisto, conformemente al c.d. modello renano (ma conformemente anche all'interesse tedesco di togliere all'economia italiana il suo es­ senziale strumento competitivo, cioè la leva svalutativa). La teoria quantitativa della moneta presuppone un nesso diretto tra crescita del money supply e livello dei prezzi. In tempi di basso tas­ so di inflazione, la BCE può anche permettersi di perseguire scopi se­ condari, come il sostegno allo sviluppo economico. La misurazione dell'inflazione è un problema serio e aperto, che qui non tratterò; basti osservare che il metodo adottato dal soggetto ufficialmente deputato a misurarla è solo uno dei metodi possibili, e che il paniere dei beni e dei servizi, la ponderazione statistica dei me­ desimi, e il rilevamento dei prezzi, sono molto, diciamo, soggettivi, influenzabili dalle esigenze della politica. Inflazione viene chiaramente dal latino inflare, gonfiare. Quando il money supply cresce eccessivamente, o quando, restando esso invariato, accelera la velocità circolazione monetaria (ossia avvengono transazioni più frequenti), si genera uno squilibrio tra il denaro disponibile e i beni disponibili, cioè comperabili con quel denaro. E questo squilibrio cagio­ na un innalzamento dei prezzi, che dicesi inflazione (monetaria). Poiché il valore economico del denaro deriva dai beni e dai servizi che esso può acquistare, l'emissione di denaro aggiuntivo in un'economia nazionale non può aumentare il potere d'acquisto del denaro già in essa

L

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L'inflazione ch e non c’è circolante, bensì innesca l'inflazione. Un incremento della massa mone­ taria può ottenersi, ad esempio, indirettamente attraverso la politica (dei tassi) della banca centrale, che riduce il tasso di sconto (come avvenne in Germania, nel primo dopoguerra, quando le autorità monetarie davano crediti a finanzieri stranieri per speculare al ribasso sul Marco col carry trade, e ciò portò all'iperinflazione); oppure direttamente, attraverso una rapida dilatazione del debito pubblico, ossia mediante emissione di titoli del tesoro e loro acquisto da parte del sistema bancario, come sta facendo l'amministrazione Obama. Una spinta inflazionistica si ha pure quando i risparmiatori, per un subitaneo mutamento (in meglio) di aspettative, ritirano massicciamente i risparmi e li impiegano in consumo. Abbiamo già visto che un'emissione monetaria, comportante un aumento della massa monetaria di 100, e che vada a finanziare le at­ tività produttive, farà sì che la produzione di beni e servizi aumenti di un controvalore di almeno 100, ma, più probabilmente superiore. Quindi il reddito reale aumenta senza inflazione. Invece, una creazione monetaria che va a finanziare operazioni non influenti sul pii (come la speculazione immobiliare o mobiliare), può spingere in su i prezzi dei beni oggetto dell'investimento specu­ lativo, i prezzi dei titoli e del mattone - e ciò è percepito favorevol­ mente dalla gente, dai risparmiatori. Ancora diverso è il caso della creazione monetaria o creditizia che va a finanziare il consumo: essa stimolerà l'inflazione in quanto l'aumento della capacità produttiva, stimolato dalla maggior doman­ da, ritarderà sull'aumento della liquidità, e si creerà quindi un'insuf­ ficienza dell'offerta dei beni di consumo. Però se vi è una situazione di produzione non assorbita per insufficiente monetazione del mer­ cato, e sopravviene un'immissione di liquidità per il consumo, non vi sarà inflazione, ma effetti benefici, perché i produttori e i com­ mercianti riusciranno a vendere e a incassare, a pagare i loro debiti, a fare investimenti e assunzioni, a non fallire, quindi a non far fallire i loro creditori. L'obiettivo ottimale per un potere monetario esercitato nell'interesse collettivo è quindi la creazione monetaria finanziante la produzione e
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere le infrastrutture. Ma non qualsiasi produzione e qualsiasi infrastruttu­ ra, bensì solo quelle per le quali ci sia una domanda e un'utilità. Ovviamente, però, a questo punto il nostro ragionamento è costretto a guardare oltre il piano economico e monetario, perché si tratta di sta­ bilire qualcosa che non rientra nella competenza della scienza economi­ ca, ossia di stabilire quali beni e servizi e infrastrutture sia opportuno produrre nell'interesse della società, quali siano le priorità, quale il mo­ dello sociale. E quali siano le esigenze esterne, come quelle delle spese per la difesa militare, che possono assorbire una fetta notevole della spe­ sa pubblica, ma anche contribuire alla ricerca scientifica e tecnologica, e dare un vantaggio nella conquista di mercati e di fonti di materie prime. Ma i soggetti che hanno il potere di prendere queste decisioni sono una cerchia assai ristretta, portatrice di interessi suoi peculiari, e di­ vergenti da quelli della società complessiva. Il rincaro generalizzato dei prezzi, come l'abbiamo sperimentato ne­ gli anni dell'Euro, è avvenuto non solo senza inflazione monetaria (os­ sia senza aumento della massa monetaria circolante o della sua velocità di circolazione), bensì, paradossalmente, in presenza di una riduzione della quantità di denaro disponibile per l'economia reale - una riduzio­ ne che, in buona parte, è stata causata dal progressivo innalzamento dei tassi di interesse da parte della BCE, e ancor più dal progressivo aggra­ vamento delle condizioni per la concessione di credito, imposto dalla Bank for International Settlements attraverso gli accordi interbancari privati detti Basilea I, II, III, dei quali si è già detto. Sia l'interesse bancario, che le garanzie da fornire alle banche, costi­ tuiscono un costo di produzione per l'impresa. Tassi più elevati, garan­ zie più onerose, comportano costi più alti, che si scaricano sui prezzi. Stretta creditizia, ossia della liquidità, comporta riduzione dei pa­ gamenti, cioè più insoluti, o perlomeno rallentamento dei pagamenti, e meno ordinazioni. E le insolvenze si estendono a spirale, perché chi ha difficoltà a incassare, avrà difficoltà a pagare; inoltre, la banca, ve­ dendo che ha più insoluti, gli ridurrà le linee di credito o esigerà più
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L’inflazione ch e non c'è garanzie. Effetto a spirale. La stretta creditizia comporta anche minore occupazione e in generale minore attivazione dei fattori di produzione. Quindi minore o nulla crescita, o anche recessione. Come avviene ora. Nel corso degli ultimi anni precedenti all'erompere della crisi nel settembre 2008, l'ecpnomia visse rincari generalizzati di questo tipo, anche se non solo imputabili ai tassi e a Basilea I e II. Le banche centra­ li, che sono controllate e, in ampia parte, possedute dalle banche di cre­ dito, solevano falsamente dichiarare che si trattasse di inflazione mone­ taria, e sotto questo pretesto innalzarono i tassi, ripetutamente. E ogni innalzamento spingeva i prezzi sempre più in alto, offrendo così al si­ stema bancario e alla BCE la giustificazione per ulteriori innalzamenti, per portare avanti la sua strategia della pretesa lotta all'inflazione. Que­ sti rendevano così il credito e il denaro sempre più scarso, più costoso, più oneroso da ottenere e mantenere, fintantoché hanno indotto la ra­ refazione monetaria, le insolvenze sistematiche e la recessione, e le im­ prese, le famiglie, il settore pubblico si sono ritrovati costretti a vendere le loro aziende, case, azioni ecc., oppure se le sono viste pignorare dai creditori. Oppure ancora hanno dovuto - le grandi imprese - accettare le banche creditrici nel consiglio di amministrazione. Assets, cespiti di ogni sorta passano di mano a ritmo crescente e sottoprezzo. Poi, subitaneamente, non appena la crisi monetaria fu scoppiata, nel settembre 2008, le banche centrali capovolsero disinvoltamente la loro dottrina e la loro politica, contraddicendo quanto dicevano e facevano sino al giorno prima. Dichiararono che i mercati soffrivano di una drammatica carenza di liquidità, e tagliarono i tassi, in pochi mesi, fino quasi a zero - senza, stranamente, che ciò suscitasse la mi­ nima "inflazione". Le operazioni di credito interbancario erano e restavano però quasi congelate, quindi ben poca liquidità fu creata da tali ribassi. Le autori­ tà monetarie e i governi spiegavano, col loro usuale makebelieve, che la liquidità scarseggiava perché le banche non creavano credito perché non si fidavano più a prestarselo tra di loro a causa dei titoli tossici che si scoprivano nei loro patrimoni. 285

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Questa spiegazione è capziosa, come sappiamo, perché le banche non prestano denaro prelevandolo dai loro patrimoni (non hanno bisogno di attingere ai loro patrimoni), ma lo creano facendosi reciprocamente credito, anche in modo indiretto, cioè per il tramite di "investitori" non bancari ad arte interposti, e facendo credito ai clienti. Le banche, il car­ tello delle banche, aveva deciso di creare, anni prima, una crisi moneta­ ria e di insolvenza, e lo ha fatto, dapprima con la politica di rialzo conti­ nuo dei tassi e di inasprimento dei requisiti per il credito, poi mediante il taglio della erogazione del credito, che è continuato anche dopo il set­ tembre 2008 - e tutto ciò dimostra che il credit crunch non era dovuto a una difficoltà delle banche, ma a una loro volontà, e che si trattava quin­ di di una serrata del credito da parte del cartello monopolista. Lo scopo della serrata creditizia, del volontario liquidity crunch, della crisi di liquidità delle banche stesse che minacciavano di falli­ re o fallivano (Northern Rock, Lehman Brothers) era, verosimilmen­ te, quello di creare nell'economia e in tutta la società un elevato al­ larme sia per una grave recessione e disoccupazione, che addirittu­ ra per una possibile insolvenza bancaria, onde costringere i governi dei principali Paesi occidentali, e innanzitutto quello statunitense, a espandere il proprio indebitamento, quindi a diventare più dipenden­ ti dal sistema bancario stesso e ad accettare il suddetto principio, che lo Stato deve ripianare i danni cagionati dalla speculazioni bancarie. Più indebitamento statale significa più dipendenza degli Stati dai si­ stemi bancari, significa maggiore quote del reddito nazionale trasfe­ rite alle banche attraverso le tasse raccolte per pagare i maggiori inte­ ressi passivi sul debito pubblico. Dietro la contraddizione, il voltafaccia nelle dichiarazioni, nelle dot­ trine monetarie enunciate, nel makebelieve delle banche centrali, possiamo riconoscere una continuità di strategia e di azione del cartello bancario quale monopolista della liquidità e sovrano della moneta, e che usa le leve di questa sovranità al fine di espandere le proprie acquisizioni e il proprio potere condizionante sulla società. La strategia bancaria va stu­ diata in base a quello che le banche sono e ai loro interessi - va studiata cioè come la strategia di un cartello, monopolista del credito e della liqui­ 286

L'inflazione ch e non c’è dità, arbitro della fissazione dei tassi e della allocazione della liquidità, il cui core business consiste nell'aumento a costo zero del proprio potere d'acquisto mediante strumenti ignoti alla popolazione. Va studiata, quin­ di, come una strategia di un cartello che, occupando una posizione di privilegio e dominio politico, ha come principale fine non il mero profit­ to, ma il consolidamento di tale posizione - e a esso può tranquillamente subordinare il perseguimento di obiettivi microeconomici. Di fatto, i governi, nell'autunno 2008, si affrettarono a rifinanziare le banche di credito con denaro pubblico, a debito. Prima non dispo­ nevano di denaro per sostenere l'economia reale, per gli investimenti, per le infrastrutture, per la ricerca, per i tagli alle tasse. Era inoltre se­ veramente vietato loro, dai trattati europei, di sovvenzionare le socie­ tà private e di superare il 3% nel deficit. Ma, non appena i banchieri richiesero denaro, improvvisamente fu a loro disposizione un'enorme quantità di denaro pubblico. A riprova che il potere politico e le isti­ tuzioni europee sottostanno al potere bancario, va l'annuncio lanciato il 23 giugno 2012 dalla Banca dei Regolamenti Internazionali, che av­ verte come le banche, soprattutto le quattro più grandi banche USA, siano tornate alle prassi speculative precedenti il crollo del 2008. Torniamo alle conseguenze dell'esistenza di un monopolio del cre­ dito. In effetti, la domanda di credito, di liquidità, è sempre superiore all'offerta, e i fattori di produzione sono sempre sottoimpiegati - anche in tempi di bassa congiuntura o di alti tassi. Le banche trovano sem­ pre una domanda di credito più che sufficiente alla loro propensione a erogarne. Il mercato del credito bancario si appalesa, se ben analizza­ to (cioè, se analizzato scientificamente, matematicamente - vd. Richard Werner, New Paradigm in Macroeconomics), un mercato razionato, ossia un mercato in cui la quantità di "prodotto", cioè di credito, non è deter­ minata dallo spontaneo incontro della domanda e dell'offerta, bensì in cui gli offerenti, cioè le banche, pre-determinano la quantità dell'offerta (del credito, della liquidità), prescindendo fondamentalmente dalla quantità della domanda e dal tasso di interesse offerto. 287

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Perciò non sussiste, il mercato creditizio non funziona secondo la leg­ ge di mercato, cioè non trova un punto di equilibrio - tasso di equilibrio - all'incontro tra curva dell'offerta e curva della domanda di credito. Onde le variazioni del tasso sovente non modificano il volume del cre­ dito bancario, del money supply: si può abbassare i tassi, e nondimeno la quantità di credito rimane immutata (c.d. liquidity trap). Per tale ragione falliscono, ieri come oggi, le misure di stimolo che, per animare l'eco­ nomia, vogliono indurre l'aumento del money supply attraverso il ribasso dei tassi. Secondo Werner, il volume del credito erogato dipende non dai tassi, ma dalla disponibilità al rischio delle banche, dalle loro possibilità di rifinanziamento, e soprattutto dalla loro strategia politica, i cui fini non sono meramente finanziari - anzi, secondo me, sono prettamente politici, rivolti a fortificare e perpetuare la loro posizione di potere. I gestori delle BCE e della BIS1, in forza di trattati internazionali (Maastricht e altri), godono di prerogative estreme:
/ sovranità politica (totale indipendenza dai parlamenti nazionali ed eu­ ropeo, dai governi, dalla Commissione Europea, dal Consiglio dei Ministri Europeo); / diritto alla segretezza; / piena immunità diplomatica; / irresponsabilità politica e civile; / immunità giudiziaria; / diritto di compiere, anche per conto di terzi, ogni operazione bancaria e finanziaria in segreto, senza esclusione (quindi possibilità di compiere qualsiasi riciclaggio o sowenzionamento o corruzione di regimi e organiz­ zazioni di ogni tipo). Quindi, se consideriamo questo fattore assieme allo
shadow banking (attività bancaria fuori dalle regole e dai controlli bancari),

alle transazioni over thè counter (fuori dai mercati regolamentati e mo­ nitorabili), ai canali bancari segreti come Clearstream ed Euroclear, e alla
dark

pool ftnance (o finanza a porte chiuse, in cui operazioni e operatori

rimangono occulti), si capisce che cose come le misure antiriciclaggio e quelle di tracciabilità bancaria antievasione sono specchietti per le allodole e colpiscono solo i pesci piccoli, i quali sono numerosi ma pesano ben poco,

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L'inflazione ch e non c’è
soprattutto politicamente. Si capisce anche quanto sia irreaiistico pensare di affrontare o prevenire le crisi della finanza contemporanea mediante gli strumenti di cui si parla alla gente. E che quindi alla gente si continua a parlare per gestirla, non nel suo interesse.

Il MES-ESM, di cui abbiamo già ampiamente parlato, è uno stru­ mento evoluto di questo tipo, con maggiori e più esplicite caratteristi­ che di sovranità e imperituri sugli Stati membri. L'oligarchia finanziaria ha lo strumento legale, attraverso i detti strumenti, per gestire i proventi contabilmente occultati del signoraggio bancario e segretamente manipolare e rendere imprevedibili (con ope­ razioni anche di aggiotaggio) i mercati, i corsi delle valute, delle obbli­ gazioni, delle azioni, dei derivati, delle materie prime, incidendo pesan­ temente sulle economie nazionali e ricattando all'occorrenza i governi. Può cioè legittimamente compiere ciò che per altri sarebbe reato di ma­ novre speculative al rialzo o al ribasso2 su scala mondiale o locale. Può inoltre sicuramente imporre a singoli Stati opzioni come quelle adottate da Obama e Bernanke, nonché riforme nel senso della globalizzazio­ ne e della privatizzazione di risorse e servizi nazionali primari (acqua, energia). Lo ha fatto ripetutamente. Di fatto, e contro le tesi della teoria neomonetarista in auge, sus­ siste una forte e diretta correlazione tra quantità del money supply e crescita. Due grandezze o variabili sono tra loro correlate, quando al variare di una corrisponde il variare dell'altra - sia nel medesimo sen­ so (correlazione positiva) che in senso opposto (correlazione negativa). Nel presente sistema monetario, gli investimenti devono essere finanziati mediante il credito bancario: solo così una nuova alimen­ tazione monetaria va a fungere da propellente aireconomia reale. Se invece gli investimenti vengono finanziati con liquidità già esistente (ad esempio, mediante il risparmio o le tasse), allora questa liquidità necessariamente verrebbe sottratta ad altri impieghi. Per questa ragio­ ne misure di questo tipo si rivelano ripetutamente inefficaci. Nei fatti, il livello dei tassi di interesse ha poco o punto influsso sulla crescita. Queste due variabili, invero, non risultano correlate 289

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere (Werner). Le misure giapponesi per il rilancio economico mediante le­ ve fiscali negli anni Novanta e nel 2008 furono inefficaci, benché as­ sai ampie ed energiche. Inoltre la Banca Centrale del Giappone eseguì ripetuti ribassi dei tassi sino ad azzerarli, ma, inconciliabilmente con quanto affermano i testi deirortodossia economica, l'economia giap­ ponese risultò insensibile a tutti questi stimoli anticiclici. Il problema era altrove. Ma il makebelieve della politica non lo ha mai ammesso. Le misure congiunturali sono regolarmente fallite quando non era­ no sostenute da un'espansione del credito. Oggi l'economia mondiale non può sopportare un aumento dell'indebitamento e degli interes­ si passivi, quindi necessita non di una creazione qualsiasi di mezzi monetari, ma tassativamente di un tipo di mezzi monetari esente da debito e idoneo a estinguere l'indebitamento. E necessita che questa moneta venga destinata a produzione e infrastrutture utili anziché al­ la speculazione. Altrimenti non si esce dalla piramide rovesciata di 4 milioni di miliardi di Dollari di debito mondiale.
N O TE__________________________________________________________________________ 1 BIS, Bank of International Settlements, di Basilea, una sorta di banca centrale . delle banche centrali. 2. Codice penale, articolo 501-bis: “ Manovre speculative su merci”. Fuori dei casi previsti dall’articolo precedente, chiunque, nell’esercizio di qualsiasi attività pro­ duttiva o commerciale, compie manovre speculative ovvero occulta, accaparra o incetta materie prime, generi alimentari di largo consumo o prodotti di prima necessità, in modo atto a determinarne la rarefazione o il rincaro sul mercato interno, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da Euro 516 a Euro 25.822. Alla stessa pena soggiace chiunque, in presenza di fenomeni di rarefazione o rincaro sul mercato interno delle merci indicate nella prima parte del presente articolo e nell’esercizio delle medesime attività, ne sottrae all’utilizzazione o al consumo rilevanti quantità. L’autorità giudiziaria competente e, in caso di flagranza, anche gli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria procedono al sequestro delle merci, osservando le norme sull’istruzione formale. L’autorità giudiziaria competente dispone la vendita coattiva immediata delle merci stesse nelle forme di cui all’articolo 625 (2) del Codice di procedura penale. La condan­ na importa l’interdizione dall’esercizio di attività commerciali o industriali per le quali sia richiesto uno speciale permesso o una speciale abilitazione, autorizza­ zione o licenza da parte deH’autorità e la pubblicazione della sentenza (3).

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LA FINANZA MONCA PER L’ITALIA IN LIQUIDAZIONE

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ancariamente, l'Italia è Terzo Mondo. All'estero, anche in vicini Paesi europei, si genera cioè liquidità (anche) per investimenti, per il rilan­ cio. Là sì, qua no. Non stupiamoci quindi se l'Italia resta al palo, anzi de­ clina. E se i pezzi forti della sua economia (dalle griffes alle poche grandi industrie, dalla gestione delle acque al mercato della grande distribuzio­ ne e alle quote delle sue banche strategiche) vengono comperati da capi­ tali stranieri. La mancanza di questi strumenti monetari fa dell'Italia (e di altri Paesi) automaticamente un Paese senza sovranità o autonomia rispetto ad altri - un Paese inferiore e servitore, una nazione escori, ma povera, non come Ruby. Un sistema-Paese che non ha la capacità di pro­ durre moneta, che se la deve procurare a condizioni poste dall'estero co­ me un Paese del Terzo Mondo, e che per giunta è indebitato e vincolato a non proteggersi dai capitali stranieri, è automaticamente destinato a es­ sere comperato e colonizzato dagli stessi, e precisamente da quei sistemiPaese e da quei potentati finanziari che hanno la possibilità di produrre moneta a costo zero o hanno rendite speciali, come il petrolio. Essi com­ perano il suo debito pubblico, le sue azioni indebitate, le sue banche ecc. - e in tal modo ne acquisiscono il possesso economico e politico. I rapporti di forza e gerarchia tra i sistemi-Paese sono le loro diverse capacità monetarie. In essenza, se l'Italia vuole uscire dalla recessione, sof­ frendo scarsità di moneta e non potendo generare moneta internamente, deve farsi comperare da capitali cinesi, francesi, tedeschi, arabo-petro­ liferi. Deve vendersi. Ma non come lo fa una escort di lusso, bensì come una donna che si dà per fame e raccoglie le malattie. I suoi politici sono i suoi magnacci, infatti. Magnacci impotenti, perché privi degli strumenti di politica economica. La Francia, soprattutto, sta facendo incetta di assets italiani, ossia mangia l'Italia, come diceva il titolo di una azzeccata trasmis­ sione dell'ottima Ilaria D'Amico. La cosa più rimarchevole, è che tale cam­ pagna di acquisti avviene a costo zero per il sistema finanziario che gene­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere ra i mezzi monetari usati per eseguirla. Ossia, l'Italia si deve vendere non in cambio di qualcosa che essa non possa economicamente produrre, ma in cambio di qualcosa che potrebbe benissimo produrre - denaro conta­ bile - dal punto di vista economico, ma che non può produrre perché in posizione di sudditanza politica. Questa compera-colonializzazione è tan­ to più rapida, quanto più il Paese debole è carente di liquidità, indebitato, colpito da disoccupazione, non più capace di accumulare risparmio. Una crisi bancaria può completare il processo di colonizzazione in pochi mesi. E una crisi bancaria, in Italia, è stata sfiorata: alcune banche prima­ rie, nel 2010 e 2011, hanno implementato una politica di bilancio che: a) omette di mettere in sofferenza molti crediti che dovrebbero essere messi in sofferenza, ma non ci sono i soldi per costituire i prescritti accantona­ menti per svalutazione dei crediti; b) mantiene nello stato patrimoniale crediti già ceduti; c) si crea liquidità a breve (6 mesi, rinnovabili) regi­ strando come "raccolta" portafoglio (ri.ba.) senza valore, spesso fasullo; d) sospende le rate dei mutui per dissimulare le insolvenze dei clienti; e) non ha più i soldi per pagare il premio di produttività; e) omette di com­ perare i cap, le coperture di rischio, per i mutui a tasso variabile. La storia finanziaria recente ci ha insegnato che, in generale, i bilanci non sono attendibili. Gli stress test, che dovrebbero accertare la stabilità finanziaria delle banche, sono controlli fittizi, perché autosomministrati dalle banche interessate e perché appunto non vanno a verificare il con­ tenzioso sommerso e né la veridicità delle poste attive. Nella primavera del 2011, fonti bene informate prevedevano l'emersio­ ne massiccia dei trucchi contabili, quindi il collasso finanziario del siste­ ma Italia, pubblico e bancario, tra il luglio di quell'anno e il dicembre del 2012. Io stesso, con diversi articoli1, nel corso del 2011, ho sollevato questo pericolo e auspicato la messa in sicurezza del sistema bancario italiano, ricorrendo - se occorresse - anche alla mano pubblica e a sacrifici sociali. E questa in effetti è stata priorità del governo.
NOTE______________________________________________________________________
!. Iniziando il 29 giugno 20 i I con Ora si salvi MPS, in cui anticipavo molte delle magagne che poi sono venute alla luce.

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PARTE TERZA
La crisi dell’inferno finanziario

TECNOCRAZIA A SANGUE FREDDO
«La meccanica del potere è in ultima istanza sempre riconducibile a trame, accordi, coalizioni e “movimenti di truppe” [ ...] il movimento della storia dovrebbe in generale essere considerato “un processo senza soggetto” [..

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e crisi sono uno strumento di governo e di riforma sociale. Non incidenti di percorso. E la crisi attuale è un aspetto di un salto qualitativo, una riorganizzazione radicale del rapporto tra classe go­ vernante e classe governata. Una salto qualitativo tecnologico, che ha profondamente mutato le costituzioni materiali, e gradualmente adat­ ta a questi mutamenti anche le costituzioni formali. È sorprendente come ancora si discute dei meccanismi e dei disa­ stri della finanza senza collocarli nel contesto del mutato rapporto tra potere e popolo, mutato modernamente in modo radicale in quanto il progresso tecnologico ha dato al potere (politico, economico) strumenti prima impensabili e impensati nei confronti della gente, dei lavoratori, dei risparmiatori, dei contribuenti, degli elettori, e in generale di chiun­ que si oppone, resiste, cerca di cambiare il corso degli eventi. Se, gra­ zie a tali strumenti, di cui pensatori sociali come Hobbes, Smith, Marx, Freud niente presagivano, non fosse cambiato radicalmente il rapporto tra dominanti e dominati, quindi anche il funzionamento delle istitu­ zioni rappresentative e di garanzia, semplicemente non saremmo nella situazione in cui siamo. Forse non la immagineremmo nemmeno. La tecnologia ha reso possibile a un potere centrale, che oggi si colloca al disopra delle frontiere e della portata degli Stati naziona­ li, quindi deH'intervento dei corpi elettorali popolari, la stabile, pene­ trante e virtualmente irresistibile dominazione su un esteso territorio e su estese popolazioni, come anticipava Bertrand Russell nel suo sag­ gio L'impatto della scienza sulla società, del 1951. Ancor più importante, gli ha reso possibile dominare, su scala globale, la produzione e la di­
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Tecnocrazia a san gu e fr e d d o stribuzione delle risorse primarie. E quella magica tecnologia del po­ tere comprende anche la tecnologia monetaria. Convergenti conside­ razioni svolge Charles Wright Mills nel suo The Power Elite, del 1956, soprattutto nel primo capitolo. Russell osserva che gli imperi del mondo antico - l'impero assiro­ babilonese, quello persiano, quello romano, quelli arabi, quello mon­ golo, quello tartaro, quello cinese - erano fragili perché le informazio­ ni e gli ordini impiegavano settimane e settimane a raggiungere dalla periferia il governo centrale, e da questo la periferia. Ciò comportava che gli organi periferici - satrapi, governatori, proconsoli, feudatari, condottieri, ambasciatori - avessero molto potere e autonomia di azio­ ne, dovendo prendere iniziative in proprio, senza poter chiedere ordi­ ni dalla capitale. Quando Costanzo insorse e si proclamò imperatore a York, la notizia di ciò raggiunse Roma poco prima dell'esercito di Co­ stanzo. Una provincia periferica poteva staccarsi dall'impero, approv­ vigionarsi, armarsi e organizzarsi prima che il governo centrale potes­ se attaccarla con un suo esercito. I governi centrali non disponevano di armamenti di livello apprezzabilmente superiore agli armamenti di cui poteva dotarsi un popolo sottomesso che volesse insorgere. In seguito, lo sviluppo della tecnica scientifica ha cambiato tutto ciò. Il telegrafo ha permesso comunicazioni di notizie e ordini in tem­ po pressoché nullo a grandissime distanze. I piroscafi e le ferrovie hanno reso possibile il rapido invio di truppe là dove il governo cen­ trale voleva intervenire. E contro un governo dotato di carri armati e aviazione militare (non parliamo di mezzi più sofisticati, come quel­ li tossici e batteriologici), non si può fare con successo un'insurrezio­ ne o una rivoluzione o una lotta di liberazione, a meno che non si sia appoggiati da una parte delle forze armate, oppure da un governo estero che intervenga direttamente o indirettamente, militarmente o economicamente, anche con l'embargo, a sostegno dei ribelli e contro il regime - vedi i casi di Libia, Jugoslavia, Siria. Il popolo libico non avrebbe potuto scacciare Gheddafi senza il massiccio e giuridicamen­ te illegittimo intervento militare della NATO. Gli sloveni, i croati, i kossovari si sono liberati da Belgrado perché appoggiati militarmente.
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ClMlT€URO. Uscirne e risorgere In Bosnia-Erzegovina, mussulmani e i croati locali avrebbero perso contro i serbi, se non ci fosse stata l'ingerenza armata straniera. Charles Wright Mills afferma: «Il potere dei decisori è innanzitutto determinato dal livello tecnologico, dai mezzi di potenza e violenza e organizzazione prevalenti in una data società»2. E questo livello è an­ dato sempre crescendo, in Occidente. «I fini degli uomini sono sovente mere speranze, ma i mezzi sono realtà di cui alcuni uomini hanno la disponibilità... Cesare poté fare meno con Roma di quanto Napoleone poté fare con la Francia; e Napoleone meno con la Francia che Lenin con la Russia; e Lenin con la Russia meno che Hitler con la Germa­ nia». Ma anche il potere di Hitler era poca cosa in confronto a quel­ lo di distruggere intere città premendo un bottone, o di ridurre interi continenti a deserti radioattivi, di cui dispongono pochi uomini a Wa­ shington o a Mosca. Pensiamo, ritornando ai casi di BPER e MPS già analizzati nella prima parte del presente libro, al potere di imporre a una grande società come MPS di comperare a 9 o 10 ciò che vale 2, re­ galando 8 a ... qualcuno - e costituendo le basi per il rischio default del­ la banca. Questo potere lo ha usato qualcuno, un gruppo di controllo, che neppure ci ha messo la faccia - ha messo la faccia di altri, che ven­ gono periodicamente rotati. Pensiamo al potere che avrà il direttorio del MES-ESM, di "chiamare" soldi coercitivamente dagli Stati membri, senza possibilità di ricorso nemmeno a un giudice. Pensiamo ai poteri dei pochi membri del board della FED o della BCE o della Commissione europea. Pensiamo anche al potere che la power élite ha di stoppare o sabotare o delegittimare o far fallire le iniziative politiche ed economi­ che contrarie ai suoi interessi, anche se sostenute da ampie maggioran­ ze politiche. Pensiamo al potere di manipolare lo spread, i rendimenti che deve pagare un governo per finanziarsi sul mercato secondario. Questo potere di stoppaggio, di interdizione, unitamente alla critica di Friedrich von Hayek a quelli che egli chiamava "costruttivisti"3, do­ vrebbe essere tenuto presente - ma non lo è quasi mai - da coloro che credono di poter riformare la moneta, il credito, le istituzioni, l'econo­
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Tecnocrazia a san gu e fr e d d o mia, in senso democratico e per l'interesse collettivo, contro l'interesse oligarchico. Occorre considerare che la power élite ha anche il controllo pressoché totale della ricerca e delle scoperte scientifiche e tecnologiche a cui si sta lavorando e che vengono fatte, in quanto queste ultime mo­ dernamente dipendono dalla disponibilità di ingenti capitali, che sono disponibili solo ai vertici dell'economia, della politica, delle forze arma­ te. Ciò implica che la power élite ha pure il potere di prevenire e di stop­ pare le innovazioni che potrebbero minarne il controllo sulla società. Il sociologo americano rileva che la centralizzazione dei mezzi di potere politico, militare e finanziario consente oggi a un centro di po­ tere, talora a singole persone, di decidere e compiere unilateralmente interventi che si traducono in avvenimenti pesanti per milioni o mi­ liardi di persone, senza che queste possano opporsi. Possono creare o chiudere o trasferire migliaia di posti di lavoro, possono creare crisi di borsa, possono scatenare guerre anche globali. Queste decisioni topiche in momenti cruciali, speciali, costituenti bi­ vi nella storia, sono prese al di sopra della moltitudine di interazioni umane grosso modo paritarie che assorbe il grosso delle azioni uma­ ne. Le persone che hanno quel livello superiore di capacità decisionale sono pochissime, e costituiscono un'aliquota sempre minore della po­ polazione, grazie alla concentrazione globale degli strumenti di pote­ re. Sono pochissime, si conoscono, interagiscono, condividono interes­ si, conoscenze, mentalità. Sovente sono aggregate tra loro già dalla fase scolastica. Non hanno ovviamente bisogno di passare, per prendere le loro decisioni, per istituzioni democratiche rappresentative e trasparen­ ti - parlamenti, elezioni, referendum. Decidono privatamente o comun­ que a porte chiuse. Occupano i posti di potere stabilmente. Sono posti che non vengono messi in gioco attraverso elezioni. E siccome il loro potere, complessivamente, è stabile nel tempo e si tramanda all'inter­ no, complessivamente, la power élite esercita un'influenza e un indiriz­ zamento costanti e protratti nel corso dei decenni, coordinati interna­ zionalmente, che prevalgono sulle sovente mutevoli policies degli organi rappresentativi della democrazia formale, e realizzano l'andamento di
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere fondo, infrastrutturale. E che sfuggono all'attenzione della gente comu­ ne e pure degli imprenditori - di tutte le persone che si concentrano sul fare, sul competere, sul risolvere i problemi e sfruttare le opportu­ nità via via che si presentano, e non coltivano una visione allargata e allungata, previsionale. Quando sono preoccupati da un problema con­ tingente - supponiamo, la liquidità - accettano la proposta che glielo risolve - supponiamo, un allargamento del credito - e non si pongono il problema della sostenibilità nel lungo termine del tipo di moneta e del tipo di sistema creditizio che eroga loro il prestito. Poi si ritrovano per­ duti in scenari completamente imprevisti, che non dovevano avverarsi. È in questo modo, operando sovente sottosoglia e con strumen­ ti legittimamente segreti (vedi gli statuti delle banche centrali e della BIS), poco comprensibili airopinione pubblica, anche agli imprenditori, che un'élite finanziaria ha gradualmente e irresistibilmente costituito il proprio potere centralizzato sulle economie e sugli Stati, il sistema monetario e bancario della moneta-debito e del cartello privato della moneta e del credito, e il signoraggio internazionale del Dollaro, di cui tappe significative sono state: la costituzione delle prime banche cen­ trali di emissione, l'introduzione di parlamenti elettivi che votassero le leggi di bilancio (autorizzanti il sovrano alla spesa statale a debito e all'imposizione fiscale)4, il chartér della FED nel 1913, la Bank for Inter­ national Settlements di Ginevra nel 1930, Bretton Woods nel 1944, gli International Accounting Standars, l'Eurosistema, ora il MES-ESM. Le tappe e gli strumenti di questo paziente lavoro sono ricostruite detta­ gliatamente da Ellen Hodgson Brown in The Web ofDebt. L'economia era, in un tempo remoto, costituita da una moltitudine di fattorie, laboratori artigiani, con poche o nulle capacità di influen­ zare il potere politico, mentre oggi è il contrario. Oggi il grosso è con­ centrato in poche centinaia di corporations, nelle mani di poche decine di grandi capitali, quindi la centralizzazione del potere economico è molto spinta. La rigogliosa piccola industria italiana, soprattutto nor­ destina, è un'eccezione, che in effetti il potere centrale da parecchi an­ ni sta combattendo e scoraggiando, con strumenti fiscali e creditizi,
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Tecnocrazia a san gu e fre d d o aiutato in questo dalle regole di Basilea, che svantaggiano le piccole imprese. Ma soprattutto la centralizzazione del potere economico è data dalle grandi concentrazioni bancarie, dai vincoli internazionali, dalla dipendenza del settore pubblico e privato da un cartello globale del money supply e del finanziamento del debito pubblico.
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Senza i predetti mutamenti tecnologici, senza la globalizzazione, la condizione dell'uomo comune dei Paesi "democratici" non sarebbe peggiorata quanto è peggiorata, negli ultimi ventanni. Non si sarebbe avuta la costante concentrazione del reddito, soprattutto in periodi di accentuata crisi, in favore del vertice della piramide sociale e ai danni della base. L'uomo comune non sarebbe divenuto così debole e aggredi­ r le , privo di potere di contrattazione, sia come lavoratore che come ri­ sparmiatore che come contribuente che come utente dei pubblici servizi e, politicamente, come cittadino. Un popolo che non ha i mezzi e lo spirito per insorgere, viene au­ tomaticamente spremuto dal regime cui sottosta, perché ogni regime tende ad aumentare i propri fabbisogni, i propri introiti e il proprio potere. In Italia, prima della scadenza del pagamento della prima par­ te dell'Imu, si moltiplicavano, anche da parte di sindaci soprattutto leghisti, appelli al rifiuto fiscale. Sembrava che stesse per accendersi una ribellione popolare. Per contro, gli italiani, confermandosi popo­ lo-materasso, hanno pagato praticamente tutti. Hanno piegato la testa. Ciò lascia prevedere che vi saranno presto altre mietiture fiscali, co­ me pure le clamorose dichiarazioni di Monti d ell'll luglio, secondo cui l'Italia sarebbe in guerra e su molti fronti, sicché la situazione esi­ gerebbe senso di responsabilità da parte di parlamento e forze sociali. Siffatti toni lasciano presagire un duro colpo di mano a breve, proba­ bilmente introduttivo delle manovre da 140 miliardi l'anno richieste dal Fiscal Compact per la riduzione a tappe forzate del debito pubblico. Del resto, anche su scala mondiale abbiamo oramai assistito allo sgonfiarsi del movimento Occupy. L'insurrezione popolare è praticamente irrealizzabile contro un regime che si è fatto praticamente glo­ bale e che non si incarna in istituzioni e persone "afferrabili".
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere È vero che, in parallelo col progresso nelle tecniche di dominazione, si ha un aumento della complessità dei sistemi da dominare, quindi della difficoltà di dominarli; però il potere di controllo, azione e cen­ tralizzazione fornito dall'informatica surclassa ampiamente l'aumento della complessità. Piuttosto, maggiormente difficile da governare ap­ pare la crescente velocità dell'evoluzione delle tecniche in generale e della loro influenza anche su coloro che le adoperano e devono conti­ nuamente e sempre più velocemente adeguarsi al loro ritmo evolutivo, alquanto difficile da governare e prevedere. Vi è anche un altro aspet­ to, che sarà indicato nell'ultimo capitolo, il quale, in combinazione con questo, è secondo me la migliore chance di fallimento del sistema. Resta qui da dire che da qualche anno si stanno abolendo pure le giusdiversità (diversità giuridiche), ossia si stanno uniformando le normative, le politiche fiscali, giudiziarie ecc. tra i vari Paesi, così che all'uomo comune si toglierà anche la possibilità di trasferirsi in un Pae­ se che garantisce di più i diritti comuni. È in quest'ottica che possiamo collocare il provvedimento legislativo Executive Order 16 marzo 2012 (http://www.whitehouse.gov/the-pressoffice/2012/03/16/executive-order-national-defense-resources-preparedness), emesso da Barak Obama, che avoca e concentra nelle mani del presidente e del suo governo tutte le risorse nazionali, inclusi cibo, acqua, energia, con facoltà del presidente di confiscare tutti i traspor­ ti, le fonti di energia e le infrastrutture, e di coscrivere i cittadini for­ zatamente nelle forze armate. E ciò anche in tempo di pace. Questa è la prospettiva. La libertà, la dignità, il benessere, la sicurez­ za, e presto credo anche la salute, l'acqua, la pioggia, diventano sempre più qualcosa che l'uomo deve conquistare, per sé e per i suoi cari, gior­ no dopo giorno, resistendo e lottando contro l'apparato, contro i macro­ organismi (Stato, Superstato, corporate society, cartelli monopolistici ecc.), scavalcando le norme dettate dall'alto, adoperando l'astuzia e la forza, ma anche l'audacia e la tecnologia. Nuove forme di aggregazione sociale
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Tecnocrazia a san gu e fr e d d o possono nascere per condurre questa lotta. L'uomo non lotta più contro le belve e le forze della natura, per sopravvivere decentemente, ma contro i macro-organismi finanziari, militari, giuridici che si sono impadroniti delle istituzioni nominalmente pubbliche, privatizzandole nella sostanza, arrogandosi di fare le "regole" per tutti, e di criminalizzare chi le viola. La minaccia per l'essere umano è tanto lo statalismo quanto il li­ berismo, ossia tanto il big State, il mega Stato (totalitario oppure sem­ plicemente burocratico, mafiocratico, partitocratico, sovrannazionale), quanto gli oligopoli, i monopoli, la mega-corporation, la mega-organizzazione in generale, soprattutto quelle opache, come il Gruppo Bilderberg e la Trilateral Commission - qualsiasi macro-organismo che disponga di risorse (ricchezze, conoscenze, tecnologie, poteri di azio­ ne o condizionamento dell'informazione, della legislazione, della giu­ risdizione, o di manipolazione collettiva) tali da sopraffare i singoli. La cosa è ancor più evidente da quando i macro-organismi sono sovrannazionali e sfuggono al controllo dei governi, dei giudici, dei parlamenti nazionali, quindi anche delle nazioni. Si pensi a quei ma­ cro-organismi, a quei cartelli, che detengono monopoli globali di ma­ terie prime, di certi prodotti e, soprattutto, della moneta e del credito. Fanno sostanzialmente quello che vogliono, in fatto di prezzi, tariffe e trattamento dei lavoratori, quando non anche di inquinamento. Tra statalismo, capitalismo, socialismo, liberismo, mondialismo, non vi è differenza, a questo effetto. I cittadini non hanno speranze di equità o giustizia, economica o giudiziaria, nell'interazione con soggetti che li trascendono in dimensioni, raggio di azione, mezzi, in­ formazione sulla realtà. Come può essere imparziale e libero nel deci­ dere una controversia tra un cittadino e una grande banca il sistema giudiziario di uno Stato che dipende, per non fallire, dal fatto che le grandi banche comperino il suo debito pubblico e non lo colpiscano offrendolo massicciamente in vendita, o col downratingl Ancora meno liberi saranno il legislatore di quel Paese, e il suo governo. La presenza di simili macro-organismi esclude automaticamente la possibilità di eguaglianza politica e giuridica, quindi di democrazia.
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Ancor più la esclude per le persone che siano inserite in tali macro-organismi, sottoposte a essi, come avviene ai soldati nelle forze armate, ai dipendenti nelle grandi corporations, ai fedeli nelle chiese organizzate. Tutto ciò, peraltro, acquisisce una valenza e una funzionalità molto diversa e molto qualificata in un mondo globalizzato che ruota intorno alla finanza-per-la-finanza, che è esposto incondizionatamente alle di­ namiche della medesima, e sottoposto a un processo di indebitamento senza controllo che stringe i popoli e le economie di 2 3 del mondo. / La tecnologia scientifica è quindi stata decisiva per rendere più ef­ ficace e meno contrastabile il controllo e il potere dei governi, degli establishments, sui popoli. Lo ha fatto moltiplicando smisuratamente il gap, il divario, sia di competenza tecnologica, che di forza materia­ le, tra il popolo e chi ha il potere su di esso. I mezzi e la conoscenza di cui dispone la gente comune sono sempre più indietro rispetto a quelli di cui dispongono i governanti. La tecnologia è, in questo sen­ so, antidemocratica, antiegualitaria. Ha permesso di aumentare la di­ stanza, la superiorità. E di ridurre la possibilità dei popoli di opporsi e di negoziare con le classi dominanti, che dispongono di strumenti di indagine, di azione, di coercizione, dei quali la gente comune non conosce nemmeno l'esistenza, o, se la conosce, non capisce il loro fun­ zionamento e la loro portata, e viene attraverso essi manipolata a sua insaputa. Strumenti psicologici, psicofisiologici, economico-finanziari, legislativi, che ho trattato ampiamente in altre mie opere, segnatamente Euroschiavi, Neuroschiavi, Oligarchia per popoli superflui, Le chiavi del potere. Per designare la disciplina che studia tali strumenti di do­ minazione, ho proposto il termine "cratesiologia". Al contempo, l'apparato del potere - non solo politico ma pure economico-finanziario, e amministrativo - è spaventosamente cresciuto in dimensioni e complessità, soprattutto in soggetti sovrannazionali come ONU, UE, BCE, FMI, NATO, che solo persone che si dedichino al suo studio riescono a conseguire una certa comprensione di esso, della sua rete di azione, della sua strategia nei vari campi.
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Tecnocrazia a san gu e fr e d d o Strategia, o ingegneria, che ricorrentemente, e con sorpresa della quasi totalità della popolazione, emerge con modalità drammatiche - ultimamente soprattutto in campo finanziario, e presto prevedi­ bilmente lo farà in campo giuridico: in Europa, con una pratica ces­ sazione delle autonomie dei singoli Stati nazionali comunitari attra­ verso la centralizzazione di fisco e bilancio; negli USA con una forte restrizione delle libertà costituzionali dei cittadini - infatti la recen­ te legislazione americana detta di antiterrorismo ha costruito un in­ tero ordinamento giuridico parallelo, in deroga a quello ufficiale e costituzionale. Quest'ultimo adesso può essere sospeso o disappli­ cato, dall'oggi al domani, mediante decreti presidenziali, con priva­ zione dei diritti politici, civici e processuali - vedi Guantanamo - e con l'uso delle forze armate sul territorio nazionale e nei confronti dei cittadini. In ogni caso, generalmente, si sta procedendo al taglio degli spazi e degli strumenti di partecipazione e controllo popolari, dal basso, sull'esercizio del potere, in linea con quanto raccomanda­ to da Huntington, Watanuki e Crozier nel loro saggio The Crisis o f Democracy, del 1975, commissionato proprio dalla Trilateral Commission, di cui ha fatto parte il professor premier Mario Monti. Questi autori sostengono che l'impianto democratico formale possa essere preservato solo se si riduce fortemente l'effettiva partecipazio­ ne e informazione democratica all'esercizio del potere pubblico, e se si limita o filtra l'informazione per il grande pubblico, perché le mas­ se sostanzialmente si agitano troppo e tendono a produrre disordine, ingovernabilità, intralciando l'azione dei regimi (come esempio viene addotto quello della guerra del Vietnam). Da qui origina l'evoluzione nel senso della tecnocrazia, dell'isola­ mento tecnocratico: istituzioni che deliberano e sovente agiscono in segreto, che non sono elette dal popolo, non sono sottoposte a orga­ ni democratici (parlamenti, governi), non rispondono delle loro azio­ ni, nemmeno ai giudici - e tutto ciò è ufficialmente sancito nei trattati istitutivi di BCE, BIS e altri organismi. Queste istituzioni hanno il po­ tere di influenzare direttamente, e talora di coartare, le scelte politi­ che e istituzionali dei governi, dei capi di Stato, dei parlamenti.
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Da qui pure le pratiche di impaurire i popoli per renderli malleabili e per far loro accettare riforme, tasse, guerre e altre cose altrimenti dif­ ficili da far passare - la c.d. shock and aive doctrine, o dottrina dello sgo­ mento, richiamata da Mario Monti nella famosa intervista del 22 feb­ braio 2011 rilasciata nella Luiss, e visionabile5 su youtube, in cui egli di­ ce che «abbiamo bisogno» di crisi come la presente per indurre la gente ad accettare il progresso verso architetture più avanzate, con trasferi­ menti di poteri e sovranità dagli Stati nazionali, dai parlamenti e dai governi, a organismi sovrannazionali. Organismi, appunto, tecnocratici e autocratici, dove gli organi esecutivi veri e propri sono commissioni di tecnici espressi dal mondo bancario. Il primo passo, quello che si fa per aderire a essi, è ispirato da mol­ te promesse, attese, ideali, ed è fatto volontariamente. I passi successi­ vi, invece, non sono liberi, sono coartati, imposti da crisi e ricatti più o meno velati o mascherati da volontà dei mercati. Lo vediamo con l'Euro: in Italia, ancor di più in Grecia, dove spaventando il Paese con minacce di fallimento, di fine delle scorte di cibo, farmaci e combustibili, gli si continua a far accettare una cura anche se questa, in oltre due anni di implementazione, dal 2010 in poi, si è rivelata sbagliata, controproducente anche ai soli fini finanziari di continuare a onorare il debito pubblico verso i creditori soprattutto franco-tedeschi (e senza considerare la sofferenza della gente), perché ha sprofondato il Paese in una recessione senza prospettive, senza rilanciare l'economia, sic­ ché non si produce abbastanza per pagare il debito stesso. I mass me­ dia non lo riportavano, ma gli striscioni dei dimostranti greci grida­ no: «Traditore» (a Papademos) e: «Abbasso la dittatura dei monopòli». L'impaurire la popolazione - mediante i fallimenti, la disoccupazione, la precarizzazione, il fisco, i terroristi, le pandemie, le immigrazioni - sembra essere divenuto il metodo preferenziale per produrre compliance, accettazione obbediente o acquiescente, e portare avanti i pro­ grammi politici. Anche in quanto sempre più regolamenta ciò che le persone possono fare, sapere e mangiare (arrivando a imporre ogm e a proibire integrato­
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Tecnocrazia a san gu e fr e d d o ri alimentari che suppliscono al deficit di certi preziosi elementi nel ci­ bo industriale), la tecnica di gestione dei popoli si avvicina sempre più a quella di gestione degli animali da allevamento, alla zootecnia, in cui la somministrazione di certe cose e la privazione di altre fa ottenere deter­ minate caratteristiche piuttosto che altre nel prodotto finale. La politica da democratica si fa demotecnica. Del resto, Emanuele Severino ci spie­ ga in tutti i modi possibili che niente può opporsi alla tecnica, perché es­ sa è il più potente artefice della realtà, tanto - pare - da erigersi, di fatto, a guida ultima della storia, sopra ogni fine che l'uomo si ponga. Dov'è finita non solo la democrazia, ma la stessa sovranità degli Sta­ ti? Questa domanda circola con crescente insistenza e allarme. Ma io rispondo: quando mai è esistita, una tale sovranità? L'opinione pubblica può essere indotta a pensare, ad assumere come qualcosa di naturale, di scontato, di non problematico che uno Stato sia indipendente e so­ vrano perché così è scritto nella sua costituzione. O che sia democratico e la sovranità appartenga al popolo perché pure così è scritto nella sua costituzione. Ma le costituzioni non costituiscono la realtà. La realtà si costituisce da sé - e poi costituisce le costituzioni. Non si fissa o cana­ lizza la realtà scrivendo norme di legge. Il potere è quello che è e che si struttura da sé. Nessuna costituzione può decidere chi abbia il potere sovrano e come lo eserciti, appunto perché il potere sovrano è un fatto. Innanzitutto, prima di decretare per costituzione se il popolo di un dato Paese sia o non sia sovrano, c'è da vedere se sia sovrano quel da­ to Paese! Perché, se è sottoposto ad altre potenze, può scrivere quel che vuole nella sua costituzione, ma non conterà un fico secco. Se un Paese, come l'Italia, esce con una capitolazione (resa incondizionata) da una guerra e conseguentemente subisce 130 basi militari della po­ tenza vincitrice sul suo territorio, per non dire dell'assoggettamento finanziario (piano Marshall, debiti di guerra ecc.), e della dipendenza per la difesa esterna, e in più è un Paese quasi privo di materie prime, quindi dipendente dall'importazione e dall'esportazione - se un Paese è in questa situazione, che effetto reale avrà dichiararlo sovrano nella sua costituzione? Che raggio di azione avrà la sua autonomia politica, e specialmente politico-economica?
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Se poi questo Paese cede il controllo della moneta a un organismo autocratico rinunciando ad avere una banca centrale propria che ga­ rantisca l'acquisto dei titoli pubblici, quindi deve approvvigionarsi di valuta come un Paese del Terzo Mondo; e se trasferisce a giudici sovrannazionali il giudizio sul proprio operato e sulle proprie leggi; e se riconosce un potere legislativo sopra il proprio anche in materia fiscale e di bilancio a un organismo internazionale nel quale la mag­ gioranza è in mano a potenze con cui ha contrasti di interesse; e se fa tutto questo in modo tale che non è più possibile tornare indietro, anche quando si è constatato che è stato un pessimo affare, che ci si è consegnati a interessi contrastanti con quelli nazionali - beh, a quel punto il Paese in questione non solo non si pone più il quesito se sia sovrano, ma non si può più chiamare "Paese" - "Country" - ma va chiamato provincia, protettorato, dominio. La finzione che l'Italia fosse una repubblica sovrana e democrati­ ca è finita. Anche se abbiamo chi continua a esaltare il risorgimento e l'Italia unita e indivisibile, mentre collabora energicamente alla sua dissoluzione nell'Europa a guida tedesca. Anche qui, la Costituzione formale, articolo 11, consente solo la "li­ mitazione" della sovranità - non la cessione, per giunta irreversibile, come si è fatta - e solo verso unioni di Stati - e non verso organismi quali l'ESM/MES, la BCE, che poi si basa sulla BIS e su tutto il cartello bancario mondiale - e solo a condizioni di parità - mentre l'Italia, nei suoi concreti interessi e nei modi esposti nella prima parte del libro, è in condizione di subordinazione sia nella UE che nella BCE, e an­ cor più lo sarà nel MES. Il che dimostra che le norme costituzionali fondamentali di un Paese inferiore sono tranquillamente superabili dagli interessi dei Paesi superiori. Cosa confermata anche dalla parte­ cipazione dell'Italia a guerre di conquista, non difensive, mai negata, sebbene contraria alla Costituzione, quando la potenza superiore, cioè gli USA, l'ha richiesta. La legge del più forte regola l'applicazione e la disapplicazione di tutte le altre leggi.
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Tecnocrazia a san gu e fr e d d o Resta da accennare al problema di dove sia finita la democrazia, il potere politico di partecipazione dei popoli al governo di se stessi e delle loro risorse. Falso problema: nessuna democrazia è mai esistita. Non si trovano casi di democrazia, intesa come pari distribuzione del potere ultimo e reale tra tutti i cittadini. Le società sono governate, tutte, dal di sopra e, oggi soprattutto, dal di fuori di esse e da dietro porte chiuse. La recente storia finanziaria e monetaria lo dimostra. Le grandi decisioni, che cam­ biano la vita dei popoli, sono prese senza i popoli, da vertici autocrati­ ci, a porte chiuse, senza trasparenza né partecipazione né accountability (cioè la possibilità di essere chiamati a rispondere delle proprie azioni), come scriveva già negli anni Cinquanta il già citato Charles Wright Mills in The Power Elite, portando le prove che gli USA, arsenale della demo­ crazia, non sono affatto democratici, ma retti esattamente in quel modo dai vertici degli apparati finanziario, politico e militare, cui si è ammes­ si solo per eredità o cooptazione. Il che manifesta come mere illusioni sia il principio di legalità (Stato di diritto, costituzionale, rute o f law) che lo stesso principio del diritto scritto, essendo le decisioni a porte chiuse prese attraverso consultazioni informali. E a ciò si aggiunge il fatto che è trascurabile la percentuale della popolazione che si informa delle cose economiche e geostrategiche rilevanti. Metà degli italiani non è in grado di capire nemmeno un articolo di giornale di media difficoltà. Legge li­ bri uno su sette, e otto libri su dieci sono di evasione o fai-da-te. Pensare una democrazia senza consapevolezza, è semplicemente ridicolo. Qual è la causa del fatto che tutte le società organizzate sono oli­ garchiche? Un'organizzazione estesa funziona se qualcuno comanda e altri obbediscono in base a rapporti gerarchici formalizzati. Coloro che comandano sono pochi rispetto a coloro che sono comandati. Co­ loro che comandano non producono, generalmente, ricchezza, ma ne assorbono molta, usandola anche per mantenere la propria posizione. Coloro che sono comandati producono quasi tutta la ricchezza e ne devono cedere grande parte. Vi sono ovviamente livelli gerarchici intermedi della piramide so­ ciale - funzionari, magistrati, intellettuali, poliziotti, militari, esattori
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere ecc., che collaborano coi potenti perché sono fidelizzati dai livelli su­ periori attraverso la concessione di alcuni privilegi rispetto ai livelli inferiori. Sostanzialmente, la possibilità del funzionamento dell'organismo sociale si regge sull'esistenza e la pratica di sperequazioni, pri­ vilegi, iniquità (più o meno mascherati). Persino nelle società più semplici, primitive e di tipo comunista, di cacciatori-raccoglitori, dove tutti hanno pari livello politico, si distin­ guono i più bravi nella caccia, nella pesca, nella guerra ecc. La pulsio­ ne o motivazione al potere, la volontà di potenza, dominio, sfrutta­ mento, la competizione, nelle società animali come in quelle umane, si constata essere una costante, un fattore costitutivo e propulsivo in­ sopprimibile come la pulsione sessuale. I modelli egualitari, livellanti, come quelli marxisti, sono sempre falliti, si sono sempre manifestati fasulli, hanno sempre prodotto da un lato malfunzionamento dell'or­ ganismo sociale, e dall'altro lato, una corsa spietata per il potere, per il dominio e per il sopruso dei burocrati e dei funzionari del parti­ to. I regimi del comuniSmo reale erano in realtà regimi in cui alla nomenklatura del partito erano divenuti i proprietari dello Stato, e attra­ verso di questo i proprietari dei mezzi di produzione. La pratica del comando ha, su chi la fa, effetti differenzianti rispetto ai governati, sia in fatto di conoscenza, che di arricchimento, che di forma mentis. Inoltre, tende a produrre un effetto sia di coesione di casta, che di trasmissione ereditaria tra i membri dell'élite. Sovente troviamo che le éli­ te tendono a interrompere la piramide sociale sotto di sé, ossia a separare il vertice - se stessi - dal resto della piramide, dai livelli anche intermedi, inserendo una barriera all'ascesa delle classi medie. Ciò è espresso dalla piramide effigiata sul Dollaro, la cui punta è staccata dal resto della pi­ ramide nonché dalla pianura intorno alla piramide, ed è dotata di un oc­ chio: cioè il distacco, la trascendenza dell'élite dal corpo sociale, è tutt'uno con la conoscenza e con la consapevolezza esclusive che essa possiede. I fondatori della scuola sociologica italiana (Vilfredo Pareto, Gae­ tano Mosca e Roberto Michels), sia pure con differenze tra di loro,
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Tecnocrazia a san gu e fr e d d o ravvisano le ragioni della invariabile struttura elitaria delle società ragioni tali, da escludere che mai una società possa essere strutturata diversamente - in una serie di circostanze oggettive, che sono, nella versione di Pareto, compendiabili come segue:
/ la coesione dell’élite intorno a un preciso interesse comune, contrapposta alla dispersione della massa; / la solidarietà e la cooperazione interne dell'élite, contrapposte alla fram­ mentarietà della massa; / la competenza e la consapevolezza dell elite, contrapposte all’inconsape­ volezza e incompetenza della massa; / la razionalità, metodicità, competenza e consapevolezza dell’élite, contrap­ poste all’irrazionalità, impulsività, inconsapevolezza e incompetenza della massa.

In Oligarchia per popoli superflui, pp. 39 ss., ho abbozzato una descri­ zione delle costanti empiriche, o leggi "naturali", dell'esistenza-funzionamento di una società organizzata:
/ «la regola dell’oligarchia, ossia che ogni ordinamento politico è oligarchico; non esiste una libertà nel senso di partecipare al regime da cui si è gover­ nati, ma esiste uno spazio di libertà lasciato dal regime e uno strappato al regime; / la regola della diseguaglianza e piramidalità, ossia che la società ha una struttura piramidale, che si forma nell'atto stesso dell'organizzarsi della società, e in cui gli strati si fanno sempre più ristretti a misura che sale il potere, la competenza, il privilegio; / la regola della collaborazione nel privilegio, ossia che il vertice della pira­ mide governa e sfrutta il grosso delia società grazie alla collaborazione interessata di livelli intermedi (politici, burocratici, giudiziari, intellettuali), che essa acquista concedendo loro parte dei propri privilegi e parte del profitto ottenuto con lo sfruttamento del grosso della società; / la regola del m akebelieve (inganno), ossia che, per ottenere il consenso e l’obbedienza della popolazione generale, è necessario che essa non

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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere
sappia che e come viene sfruttata, e abbia una conoscenza illusoria della realtà (teorie ingenue); fondamentale in tal senso è / ’insegnamento di un'opportunamente manipolata storia nazionale e di un’opportunamente manipolata dottrina economica; / la regola dell'abitudine, ossia che, una volta che tu abbia abituato una popolazione a vivere in un certo modo (per quanto ingiusto, pericoloso, gramo ecc.), quella popolazione continuerà ad accettarlo, sentendolo come naturale e legittimo, e non insorgerà; / la regola dell’incompetenza popolare, ossia che la quasi totalità della popola­ zione non si sforza di conoscere, non conosce, non capisce i processi del mondo reale (soprattutto in fatto di economia) e tende a immaginario dal suo punto di vista; sicché l’efficace comunicazione politica alla popolazione generale, le spiegazioni dei problemi e degli interventi, deve agganciarsi a queliillusione, e l’arte della comunicazione sociale sarà l'arte di dirigere e modificare le illusioni; / la regola dei gruppi di interesse organizzati, ossia che i piccoli gruppi or­ ganizzati per la difesa di un interesse comune prevalgono sugli interessi diffusi della società; / la regola della funzionalità, ossia che una popolazione può organizzarsi e funzionare efficacemente solo se unita da una comune concezione e pra­ tica delle regole organizzative e produttive fondamentali (ragione per cui sistemi-Paese come l'Italia, il Libano, l’ex URSS, l’ex Jugoslavia funzionano 0 funzionavano male); / le leggi del comportamento sociale, quindi del funzionamento dei sistemi “democratici", come la regola che le masse danno consenso in base non alla conoscenza del merito e alla sua razionale trattazione, ma in base al carisma, all'emozione, al mito6 come la regola della miopia e smemo; ratezza popolare, ossia che la popolazione generale non si impegna mai seriamente per capire né per riformare a livello strutturale; che rifugge responsabilità, sacrifici e incertezze; che sostiene chi la rassicuro di risolvere 1suoi problemi contingenti e particolari, non quelli di lungo termine e gene­ rali, che essa non considera; che quindi si ottiene facilmente il suo appoggio mediante politiche che le danno sollievo nell'immediato scaricando i costi economici (ed ecologici) su di essa nel medio e lungo termine; quando quei costi colpiranno, essa avrà dimenticato la loro origine, e domanderà il bis;

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Tecnocrazia a san g u e fr e d d o
/ la regola della doppia legalità (ordinamento apparente che nasconde l’ordinamento reale del potere), la cui mascheratura è compito del potere giudiziario, e della doppia moralità (giustificazioni apparenti che nascondo­ no quelle reali), la cui mascheratura è compito della propaganda; / le complesse leggi dello moneta e del credito come strumenti di domìnio e sfruttamento, di cui si tratterà innanzi; e altre leggi che vedremo presto, anche al riguardo della vera funzione della guerra e della giurisdizione».

Dicevamo che la disponibilità di strumenti scientifico-tecnologici ha reso più forte e irresistibile la presa dei regimi moderni sui popo­ li. Le neuroscienze, la neuroingegneria già consentono a chi dispone dei loro strumenti di fare molte cose sulla popolazione generale. Con­ sentono di riconoscere a distanza lo stato emotivo e psicofisiologico delle persone. Consentono di influenzarlo, inducendo stati confusio­ nali, depressivi, panici. Consentono innesti di microchip in grado di manipolare le percezioni, le elaborazioni, le decisioni. Si prevede che presto gli innesti potranno potenziare la memoria e le altre capacità cognitive di chi può permettersi queste cose - cioè dell'élite, le quali, per tali vie, potranno ulteriormente differenziarsi e potenziarsi. Tutto ciò non è fantasia, ma tecnologia scientifica, in parte pronta all'uso7. E oggi diviene possibile una differenziazione radicale e ontologica dei membri dell'élite da quelli del resto della società: una differenziazio­ ne biologica, attraverso l'ingegneria genetica, che può produrre una neo-speciazione (la nascita di una nuova specie): una genia di indi­ vidui realmente e nettamente e innegabilmente superiori, fisicamente e mentalmente, come voi lo siete al vostro cane o al vostro gatto. A quel punto, non avrà più senso discettare di bioetica, di diritti fondamentali, di eguaglianza tra gli uomini, come non ha senso parlare di eguaglianza tra uomo e cane, tra uomo e gatto, perché ci saranno due specie distinte. Il superuomo è dietro l'angolo. Ma senza aspettare la neo-speciazione biologica, già l'isolamen­ to tecnocratico dell'élite finanziaria ha prodotto una profonda diffe­ renziazione psicologica, cognitiva, emotiva, tra i suoi membri - really
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere high minded people, come diceva Russell - e l'uomo comune. Una di­ versa identificazione. Indifferenza per le sorti delle moltitudini. An­ che per contrasto alla sofferenza e al pathos dell'uomo comune, que­ sta mistura di lucidità, avidità, distanza, durezza, freddezza evoca fantasmi di sangue freddo, di esseri rettiliani. In Grecia, Paese po­ vero, dove ben poco c'è da prendere se non le antichità e qualche spiaggia, insistono con un trattamento tormentoso e improduttivo, che è più facile interpretare come un esperimento di psicologia so­ ciale su vasta scala piuttosto che come un'operazione di spremitura di ricchezze. Un esperimento finalizzato a studiare come reagisce la gente in certi frangenti, come e fino dove la si può portare con la paura, che capacità di reazione organizzata sa sviluppare, come può funzionare un parlamento manipolato in un certo modo. O giù di lì. Forse domani si sperimenteranno anche le tecniche di repressione della protesta popolare, e si userà l'esempio dei greci falliti e mazziati come monito agli altri popoli utenti dell'Euro. Prima i greci furono lusingati dalla finanza internazionale a spen­ dere e spandere per salari, pensioni, opere pubbliche, armamenti: li si avvezzò a vivere molto al disopra dei loro mezzi senza che lo capissero e senza che prevedessero le conseguenze', poi si insegnò loro a truccare i bilanci e a entrare così nell'Euro, comperando i loro titoli di Stato e aiutandoli a indebitarsi all'inverosimile, ad assumere moltissimi di­ pendenti pubblici, a fare altre spese insostenibili, a concedere laute pensioni; indi si è tirata la corda e si è fatta scoppiare la mina elleni­ ca dentro l'Eurozona. Dategli corda e si impiccheranno da soli, dice il proverbio. Io ti perdo8 dandoti ciò che desideri, dice il Maligno. Il proverbio e il Maligno hanno ragione, perché la gente tende a credere a ciò che le fa comodo nel breve, e i politici si adeguano. Maestra di questo gioco è stata la banca speculatrice americana Goldman-Sachs, di cui incidentalmente sono o sono stati, advisors o funzionari o diri­ genti personaggi come Prodi, Draghi, Monti e lo stesso premier gre­ co Papademos. Per più concretamente apprezzare la provenienza da quella banca, anzi, da quel broker dealer, si noti che l'amministratore delegato di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, persino nel 2009, nel 312

Tecnocrazia a san gu e fr e d d o pieno della tempesta scaturita da banche come la sua che avevano so­ stanzialmente giocato con la finanza mondiale come scommettitori di un casinò grazie all'abolizione del Glass Stegall Act e di altre regola­ mentazioni della speculazione, ha cercato di soffocare le voci di colo­ ro che invocavano la reintroduzione di quelle regole9. Ma non escludo c h e ci sia anche l'intento di colpire, sul piano simbo­ lico e identitario, tutto l'Occidente, umiliando, calpestando ed esponendo al disprezzo del mondo l'Ellade, la culla della sua civiltà. Già si è diffusa la consapevolezza di come le grandi manovre che interessano la vita della gente, sono stabilite segretamente e portate avanti da organismi non elettivi, non responsabili, non trasparenti, come i direttorii delle banche centrali, i vari G2, G7, G8, G20. O i Gatt e Gats, il FMI, il WTO... Ciò premesso, come già detto nella prima parte del libro, nel corso dell'ultimo centennio è avvenuto un cambia­ mento fondamentale nel sistema di potere: oggi, il potere non è più suddiviso tra molte oligarchie nazionali e territoriali, ma concentrato in poche organizzazioni globali, monopolistiche di risorse primarie, come la moneta, il credito, le commodities. Non è più legato a territo­ ri specifici o popoli specifici, ma è extraterritoriale, smaterializzato, informatizzato, finanziarizzato. Non ha più bisogno di grandi mas­ se di combattenti, agricoltori, operai, coloni, elettori. In questo senso, i popoli sono divenuti superflui, sostituibili, expendable. Anzi, sono un problema ecologico, in termini di inquinamento ed esaurimento del­ le risorse, ma anche di instabilità, dovuta ai conflitti per il possesso dell'acqua e di altre risorse sempre più scarse.

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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere
N O TE 1 Brancaccio e Passarella 2012, dt., pp. 52 s. . 2. Op. d t , p. 23. 3. Cioè coloro che ritengono che “gli uomini”, dal momento che hanno prodotto gli ordinamenti sociali, possano anche correggerli riformandoli. 4. Nel capitolo “ Che cosa sono le banche centrali di emissione” di €uroschiavi , spie­ go la vera funzione per cui banche centrali e parlamenti sono stati introdotti, os­ sia per addebitare la spesa pubblica al popolo tutto, anziché al sovrano, rendendo quest’ultimo partecipe dei lucri deH’indebitamento pubblico in congiunzione ai grandi banchieri. In tal senso vedasi anche Hudson, Debt and Democracy, dt. 5. www.ilgiornale.it/.../complotto-delle-bancheil-video-choc-montiche-s... 6. Regole osservate e codificate per primo da Gustave Le Bon nel suo celeberrimo La psicologia delle folle, e sostanzialmente confermate dairodierna ricerca scienti­ fica, riportata nel mio Neuroschiavi. 7. Neuroschiavi, Cap. 1 . 1 8. Nel senso di mandare in perdizione. 9. Roubini e Mihm 2010, cit., p. 313.

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IL FALLIMENTO DELLE SOLUZIONI PERFETTE

elle prime due parti di questo libro si è visto come le cause dell'inferno finanziario, che imperversa nel mondo, si collochino su tre diversi piani:
/ la falsa concezione della natura, del valore, della funzione della moneta; le conseguenti contraddizioni nel suo uso e l’omessa contabilizzazione dei flussi del potere d’acquisto; / la finanza speculativa, fine a se stessa, per sua natura truffaldino, non più al servizio dell’economia; il suo potere politico, legislativo, regolativo; reale, ma in competizione con essa, e protesa a moltiplicare illimitatamente i propri valori nominali; / la mancanza di meccanismi equilibratori delle bilance commerciali e l’in­ sostenibilità dell’uso del Dollaro, o di ogni moneta nazionale, nella funzione aggiuntiva di moneta globale.

Ciò premesso, non avrei soverchie difficoltà a disegnare una solu­ zione perfetta sulla carta, un equo, stabile ed efficiente sistema mone­ tario teorico. Basandomi anche sull'inventario analitico dei meccanismi descritti nel capitolo che apre la seconda parte del libro, eliminerei quei meccanismi nel loro complesso: abolirei i monopoli privati della moneta e del credito, abolirei la moneta indebitante, abolirei la confusione conta­ bile ed economica tra moneta legale e moneta bancaria... nazionalizze­ rei la sovranità monetaria, creerei moneta non indebitante, la immetterei in circolazione destinandola agli investimenti infrastrutturali e produt­ tivi effettivamente richiesti e utili, abolirei la funzione di creazione mo­ netaria delle banche (inclusa ovviamente la leva monetaria) lasciando loro solo quella di raccolta del risparmio e di erogazione del credito; e proibirei la finanza speculativa. Costituirei un sistema monetario inter­ nazionale basato non sull'estensione di una moneta nazionale al ruolo di 315

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere moneta internazionale, ma su una unità di conto e su un organismo di compensazione {clearing union) multilaterale come quello divisato da J.M. Keynes per Bretton Woods1 in cui la riduzione degli avanzi e dei disa­ , vanzi commerciali era incentivata dal fatto che sia gli uni che gli altri pagavano una sorta di penale o tassa commisurata allo sbilancio (avan­ zo o disavanzo), se durava oltre un certo tempo... Il concetto è intuiti­ vo: se tu ed io siamo soggetti economici e ci scambiamo beni e servizi, reciprocamente, allora possiamo fare a meno di soldi presi a prestito, per questi nostri scambi, aprendo un conto in cui registriamo i valori di tutto ciò che io do a te e che tu dai a me, e a fine anno o semestre o tri­ mestre un debitore lo paga. Io ti fornisco merci per 300.000 Euro, e tu mi eroghi servizi per 280.000. Però tu non hai bisogno di prendere a pre­ stito dalla banca 300.000, né io 280.000. Anziché abbisognare di 580.000, noi faremo tutto con 20.000. Così possiamo scambiarci merci e servizi senza limiti e senza bisogno di usare soldi, di indebitarci, di pagare inte­ ressi passivi a banche, a condizione di equilibrare i nostri scambi, in mo­ do che si compensino i rispettivi crediti. Orbene, ciò è difficile da realizza­ re tra due soli soggetti, ma è molto più facile se il sistema, anziché a due, viene organizzato tra molti operatori, tra molti Paesi, perché in tal caso la compensazione avviene tra tutti i crediti e tutti i debiti immessi, ossia ciascuno può usare i crediti che ha verso ciascun membro come mezzo di compensazione dei debiti che ha verso ciascun altro, in circolarità, e si minimizza il bisogno di pagamenti in denaro, quindi il bisogno di crea­ re denaro, di creare debito, di onerarsi di interessi passivi. In effetti, istituito per favorire la ricostruzione postbellica, da decen­ ni esiste in Europa, e funziona con successo, qualche sistema di questo tipo, inizialmente chiamato Unione Europea dei Pagamenti, una clea­ ring union, o unione (camera) di compensazione, in cui gli Stati membri compensano i rispettivi credi e debiti, così da minimizzare, riducendo­ lo alle eccedenze, il bisogno di liquidità (i saldi passivi finali vengono pagati in valuta od oro), e da consentire molti più scambi commerciali di quanti sarebbero stati possibili se si fosse dovuto pagare per contanti ogni fornitura, e altresì da concedere respiro commerciale - credito di breve termine - al compratore. L'essenza del clearing è «la compensazio­
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Il fallim ento delle soluzioni perfette ne multilaterale dei saldi attivi e passivi e la tendenziale convergenza verso un saldo pari a zero per tutti i partecipanti»2 - quindi il tenden­ ziale superamento del bisogno di moneta, di credito, quindi di pagare interessi e di dipendere dalle banche. Questi sono sistemi cosiffatti so­ no "angelici", perché creano convergenze e riducono i divari.
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Un siffatto sistema di regolazione dei pagamenti internazionali avrebbe dovuto essere introdotto assieme alla globalizzazione dei mer­ cati, aH'abbattimento dei dazi, onde prevenire ciò che invece è successo come conseguenza della globalizzazione, del mercato unico mondiale, della competizione al ribasso sui costi di produzione (salari, igiene e ambiente inclusi) - onde prevenire, cioè, l'accumularsi, sulla groppa dei Paesi importatori netti, USA e Italia in testa, di crescenti disavanzi com­ merciali, da compensarsi mediante emissione di titoli a tassi di interessi molto alti (onde attrarre i capitali necessari per compensare i disavan­ zi), che quindi accrescono i costi finanziari per le imprese (e i privati), deprimendo così col tempo investimenti, innovazione, competitività in­ ternazionale, e innescando così una spirale recessiva, come quella che sta impoverendo e deindustrializzando l'Italia. Accordi internazionali che bloccano il cambio tra le valute, come il già fallito SME, come l'Eurosistema, sopprimono il meccanismo cor­ rettivo naturale delle bilance dei pagamenti. Se le monete sono libere di fluttuare tra di loro, succede che quando un Paese a lungo importa più di quanto importa, la sua moneta tende a svalutarsi rispetto alle altre, così da far crescere le esportazioni e far calare le importazioni, e questo meccanismo "corregge" il Paese interessato e non lo indebita. Con l'Eurosistema si è bloccato questo sistema di riequilibrio natura­ le, portando alle attuali tensioni, alla recessione, alla deindustrializza­ zione dei Paesi meno competitivi. Come principio generale, l'assetto monetario più razionale mi pare quello in cui vi è una moneta per ogni "area monetaria ottimale", ossia economicamente omogenea (che quindi non abbia bisogno di politiche monetarie e di cambio diverse al proprio interno, ad esempio per stimo­ lare lo sviluppo di regioni arretrate)3, e le diverse aree commerciano tra
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere loro regolando i rapporti principalmente via clearing union. La prima cosa da farsi sarebbe, pertanto, tracciare confini politici, statali, che corrispon­ dano ad aree omogenee nel senso suddetto, e non semplicemente dissol­ vere gli Stati nazionali in Superstati tecnocratici distaccati dalle economie reali. In alternativa, volendo unire le diverse aree monetarie, bisogne­ rebbe realizzare un efficace sistema di bilanciamento dei flussi moneta­ ri tra di esse, come già indicato. Altrimenti è come coltivare in un'unica aiuola piante grasse e piante palustri, piante acidofile e piante basofile. Nella storia, abbiamo molti esempi di sistemi socio-economici per­ fetti, elaborati da filosofi, economisti e religiosi. In teoria, avrebbero dovuto instaurare una società stabile perché non conflittuale, giusta, in grado di appagare i bisogni di tutti. Pensiamo alla repubblica idea­ ta da Platone, al socialismo reale ideato da Karl Marx, ai modelli anarchistici. Sono modelli di società "chiusa", nel senso popperiano, ossia definitivi, perfetti quindi immodificabili (in opposizione alla società "aperta", ossia pacificamente e democraticamente modificabile e adat­ tabile anche in funzione del progresso scientifico-tecnologico). Nessu­ no di questi modelli ha funzionato, o perlomeno nessuno ha funzio­ nato nel senso promesso. Alcuni sono stati realizzati e hanno avuto vita lunga, ma al prezzo di deformare e comprimere il potenziale evolutivo dei singoli e della socie­ tà: così l'ordinamento militarista-immobilista di Sparta, foggiato da Li­ curgo, che resse per circa sette secoli. Altri sono stati realizzati e hanno avuto vita breve. Alcuni sono stati imposti coattivamente, come quello sovietico. Tutti hanno prodotto enorme sofferenza, hanno avuto bisogno di creare e combattere incessantemente nemici interni ed esterni, e sono alla fine implosi per inefficienza. Nessuno ha mantenuto le promesse. Tutti hanno in comune di basarsi su assunti metafisici, cioè sulla pretesa di conoscere in modo certo e definitivo che cosa è l'uomo, i suoi bisogni, le sue capacità, i suoi fini, come singolo e come società. Noi non sappiamo che cosa sia l'uomo, i suoi bisogni, le sue capacità, i sui fini. Non sappiamo se ci sia, e quale sia, il senso, il fine, del mon­
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Il fallim ento d elle soluzioni perfette do, dell'esistenza. Succede però che alcuni facciano ipotesi su queste cose, e che si convincano delle ipotesi fatte, e si dimentichino che sono soltanto ipotesi, e che si mettano a trattarle e a imporle come certezze, ossia dogmi. E che riescano a organizzare un ordinamento sociale in­ torno a esse. Da quel momento, ogni fatto, soprattutto ogni insucces­ so, ogni smentita empirica di quei dogmi, di quell'ordinamento, deve essere negato, combattuto, imputato a capri espiatori: ai traditori, ai revisionisti, ai capitalisti, ai comunisti, ai liberisti, ai conservatori, agli infedeli, agli ebrei, ai corrotti, alla mele marce... Da quel momento, perciò, l'ordinamento dogmatico è in conflitto con la realtà, in quanto questa lo smentisce, lo confuta nei fatti, lo dimostra inefficiente. E in questo conflitto inevitabilmente vince la realtà, e l'ordinamento per­ fetto soccombe. Anche perché se ti difendi contro la realtà perdi in efficienza, soprattutto nel medio-lungo termine. Oggi stiamo assisten­ do, in Occidente, al conflitto tra il mercatismo, il liberismo finanzia­ rio, con le loro promesse, e la realtà dei loro fallimenti. Dall'altra parte abbiamo il giustizialismo, che è la tendenza a spiegare tutto ciò che non va bene come dovuto a mele marce, a persone corrotte o traditrici o infiltrate - a collocare il male nell'altro e a propugnare l'idea che la soluzione sia in termini di repressione e punizione. Scendiamo dall'Empireo dei modelli perfetti e definitivi, e collo­ chiamoci al livello delle soluzioni pragmáticamente efficienti. Senza la pretesa di essere definitive o completamente soddisfacenti i bisogni dell'uomo, vi sono molte riforme che migliorerebbero il funzionamen­ to socioeconomico e lo renderebbero anche più equo, ma che non ven­ gono adottate, anche se la maggior parte dei soggetti capisce che sa­ rebbero buone. Perché? Vi sono interventi chiari, semplici, logici, che consentirebbero di evitare disastri o di cogliere ottime opportunità. Li si conosce, ma non li si fa. Perché? Ho ricevuto e ricevo molti messaggi di lettori e ascoltatori del ti­ po: «Lei ha ottime idee, bisogna tradurle in riforme, deve mettersi alla guida di un movimento che le faccia attuare; se non lo fa, non è coe­ rente con se stesso». Sovente rispondo che il teorico che si impegni
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere nelle applicazioni pratiche perde di capacità teoretica, perché, essen­ do motivazionalmente coinvolto nel risultato delle applicazioni, per­ de il distacco e la lucidità necessari a una buona ricerca della verità. Di recente, un mio lettore, particolarmente competente, dopo avermi insistentemente spronato a unirmi a un novello movimento politico e a collaborare con lui alla realizzazione di strumenti a sua detta in­ fallibili di lotta contro il sistema, mi ha fatto visita e si è detto molto dispiaciuto di dovermi dare ragione, a seguito delle esperienze da lui maturate nella militanza, sulla vanità degli sforzi volti a risvegliare la gente. I più non vogliono aprire gli occhi, e quelli che si attivano di solito lo fanno per primeggiare o profittare. Lasciando da parte questo tema, peraltro importante, le buone ri­ forme non vengono adottate per due ordini di fattori. Primo ordine: il malfunzionamento dell'insieme sociale risponde all'interesse dell'élite che domina l'insieme sociale e che ha il potere di bloccare ogni iniziativa di riforma contraria ai suoi interessi. L'élite di regola trae profitto sia dagli squilibri che dalla crisi che dai conflitti in­ terni (divide et impera). Anche le rivoluzioni antisistema hanno un grup­ po di leader, che costituiscono una classe specializzato e differenziata, un'oligarchia, entro il movimento e poi nello Stato che fonderanno. Secondo ordine: l'insieme sociale non si comporta come un singo­ lo individuo razionale, come la somma di tanti individui razionali. Il corpo sociale non è un soggetto dotato di una sua cognizione e di una sua volizione, similmente a un soggetto singolo. Molti immaginano che sia così, che il corpo sociale sia come una persona razionale, e che quindi basti spiegargli una riforma evidentemente buona affinché es­ so la adotti e la implementi. E si stupiscono perché ciò non avviene. I comportamenti collettivi continuano anche quando diviene evidente a tutti che sono errati: così anche la comunità degli operatori di borsa, nel 2008, continuò il gioco finché questo non si ruppe, anche se era chiaro che si stava per rompere. E le caratteristiche di comportamenti collettivi variano a seconda dell'insieme sociale, nazionale, categoriale che si considera. Popoli diversi reagiscono in modi diversi alla mede­ 320

Il fallim ento d elle soluzioni perfette sima normativa. Alcuni la accettano, altri la ignorano, altri la distor­ cono. Essa, introdotta con un determinato intento, può finire per pro­ durre effetti divergenti. Già Niccolò Machiavelli aveva notato che coloro che vogliono mo­ dificare un sistema hanno la vita difficile perché a loro si oppongono coloro che dal presente sistema traggono benefici e vantaggi, mentre coloro che ne trarrebbero dal nuovo non forniscono grande aiuto. Si pensi anche alla pulizia dei luoghi pubblici: sarebbe nell'interesse di tutti rispettarla, cioè tutti avrebbero vantaggio se tutti la rispettas­ sero; ma se ci guardiamo attorno, vediamo che moltissimi non la ri­ spettano, soprattutto in certe aree geografiche. Si pensi anche a quan­ te volte ci troviamo di fronte a famiglie o a soci di lavoro o a gruppi etnici che litigano per futili motivi, per puntiglio e ripicca, facendo­ si grande danno. Noi, dal di fuori, abbiamo un bello spiegar loro che grandi vantaggi trarrebbero da una riconciliazione, e come questa potrebbe avvenire a costi trascurabili per ciascuno. Raramente riusci­ remo a cambiare questi comportamenti. Anzi, talvolta più insistiamo, più si incaponiscono. Per correggere, per riformare, il comportamento, l'ordinamento della società non basta (e forse non serve nemmeno) che tutti i singoli, o la mera maggioranza dei singoli, capiscano la bontà della riforma e la desiderino. Il processo di riforma di una società - che sovente non va negli interessi della collettività, ma di qualche categoria privile­ giata - è completamente diverso e non si basa sulla consapevolezza o sulla volizione dei singoli componenti del popolo, né semplicemente e direttamente su atti legislativi calati dall'alto. Sono stati elaborati - anch'io mi sono cimentato - diversi sistemi monetari, finanziari ed economici che risolverebbero i problemi de­ scritti in questo libro e prevenendo gli squilibri, le iniquità, le crisi con cui siamo e siamo stati alle prese. Sistemi di giustizia economica, di buon funzionamento monetario e bancario. Che eliminano gli er­ rori strutturali denunciati in questo libro. Che non produrrebbero gli scompensi, i disastri, le sofferenze dei sistemi in essere. Elaborarli è
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere possibile perché abbiamo capito le storture e le disfunzioni del siste­ ma presente e di quelli precedenti. Però non si fa nulla per applicare i sistemi buoni. Nulla per correggere gli errori di fondo. La storia delle crisi finanziarie, ricostruita nei citati saggi di Amato-Fantacci e di Ellen Hodgson-Brown, lo dimostra: ogniqualvolta una crisi di sistema è scoppiata, non si è fatto nulla per eliminare le cause. Ogni volta si è usciti dalle crisi rilanciando il gioco e il processo di indebitamento. E ogni volta la cosa ha funzionato perché, ogni volta, il processo di indebitamento e scompensazione sistemica, per un certo lasso di tem­ po, procede sotto traccia, non si manifesta, quindi la gente, i soggetti economici e sociali, complessivamente, lo accettano e non si pongono il problema di capire come funziona il sistema né, tanto meno, di pre­ vedere dove si andrà a finire. In un secondo tempo diventa riconosci­ bile, ma solo agli esperti dotati di apertura mentale e non legati per interesse al sistema. In un terzo tempo incomincia ad apparire, ma viene negato o etichettato come crisi congiunturale o come deviazione rimediabile. In un quarto tempo diviene dirompente e comprensibile a tutti, genera il panico e i comportamenti tipici del panico (panie selling, bank rush, crollo dei valori finanziari e immobiliari, crollo della domanda e degli investimenti, fughe dei capitali), e produce un'esplo­ sione sistemica, ovviamente non solo finanziaria e creditizia, ma an­ che economica, sociale, politica, bellica, nella quale l'azione domina e la riflessione è trascurata. Pertanto possiamo dire che esiste un super-sistema socioeconomi­ co - lo dimostrano i fatti storici - che è costante nella storia, ossia ri­ mane immutato, ed è costante proprio perché include, e forse anche prevede o addirittura programma, il processo sopra descritto - ossia, include e prevede che si allestiscano, uno dopo l'altro, sistemi economico-finanziari con un vizio di fondo, tali da funzionar bene per un certo tempo, con cicli economici "fisiologici" comprendenti fasi di espansione-inflazione-contrazione-deflazione-ripresa-espansione ecc. (i cicli di cui si parla), per poi entrare in crisi sistemica e crollare; e dopo ogni crollo si allestirà un nuovo sistema, pure con un vizio di fondo, che ripeterà la storia del precedente.
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Il fallim ento d elle soluzioni perfette Vista dal basso, la cosa si potrebbe schematicamente descrivere così: / una fase di espansione è seguita da una di contrazione, e le due fasi formano un ciclo economico; chiamiamo "crisi congiunturale" il passaggio dalla fase di espansione a quella di contrazione, e “ripresa" il passaggio dalla fase di colorazione a quella di espansione; / i cicli si ripetono e si susseguono aliinterno di ogni sistema economico; / a causa del suo vizio di fondo, che è essenzialmente finanziario-monetario (l'adozione della moneta-debito e il trattarla come merce, e altri fattori), co­ me abbiamo visto, ogni sistema, col tempo, diventa sempre meno efficiente e sostenibile; al suo interno, i cicli economici si ripetono finché gli squilibri e le tensioni accumulate dal dato sistema non fanno esplodere o implodere il sistema - e questa è la crisi sistemica, non ciclica o congiunturale; / dalla distruzione di quel sistema (e di buona parte della sua ricchezza accumulata, del suo debito accumulato, delle posizioni di diritto e di fatto in esso accumulate, dei redditi in esso prodotti) parte un nuovo sistema, pure fondato su un vizio di base, che ripeterà, con varianti, le sorti del precedente sistema; / da ogni crisi, sia ciclica (congiunturale) che sistemica, vi è chi guadagna in potere finanziario e politico; queste persone giustamente possono dire che la crisi è anche opportunità; / nessuna fase (espansiva o contrattiva) è stabile; nessun sistema è stabile; stabile, nel corso dei secoli, è solo il succedersi delle fasi, dei cicli, dei sistemi. Quindi possiamo concludere che esiste un sistema dei sistemi, un supersistema, che consiste appunto in questa prevedibile ciclicità a più li­ velli. Chi riesce a monitorarla e a cavalcarla o governarla, ne trae profitto e ha interesse a che essa continui, a che, dopo ogni crisi, ogni nuovo si­ stema nasca con quel vizio strutturale che lo porterà a una nuova crisi. Anzi, dapprima a una serie di crisi cicliche, e infine a una crisi sistemica. Le crisi sistemiche sono molto profittevoli al cartello bancario, per­ ché esse svuotano di valore le monete e i titoli finanziari già esistenti, e costringono le nazioni ad acquisirne di nuovi, che vengono forniti dal cartello bancario contro un indebitamento sempre più profondo
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere delle nazioni verso di esso, che arriva a comportare la cessione delle leve politiche di bilancio e di fisco. Le nazioni, in situazione di emer­ genza, accettano qualsiasi condizione pur di riavere ossigeno, e non riflettono che si tratta di moneta fiduciaria, ossia priva di valore pro­ prio e semplicemente portatrice del valore fiduciario che le nazioni stesse le conferiscono. Si indebitano, quindi, solo per riavere qualcosa che esse stesse danno gratis e inconsapevolmente. Si specula sia sulle crisi cicliche che su quelle sistemiche. La novità degli ultimi vent'anni è che, grazie al web, aWhigh frequency trading e ai derivati che si possono moltiplicare senza alcun vincolo con la ricchez­ za reale, si sono sviluppati anche i mezzi per provocare ad arte le crisi.

N O TE__________________________________________________________________________ 1 Amato e Fantacci 2010, Cap. VI; 2012» parte II, Capp. XV II, X V III; parte III, Capp. . VII-X. 2. Ivi, p. 53; vd. anche ivi, pp. 148-153. 3. Krugman 2008, cit., pp. 108 s.

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LIVELLI E FATTORI DECISIONALI

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e singole persone, perlopiù, si curano di ciò che è semplice da in­ quadrare e di immediato loro personale interesse, e non sono in­ teressate ad apprendere e a capire le cose fuori dagli schemi o di in­ teresse collettivo - cose di legge, di tecnica, di economia - soprattutto quando per apprenderle e capirle c'è da impegnarsi con metodo e du­ rar fatica. Ma anche quando apprendono e capiscono, non le acquisi­ scono. E posto che le acquisiscano, non le mettono in pratica. E, se ne mettono in pratica alcune, non perseverano. E se anche perseverano, non si coordinano tra loro. E quand'anche si coordinino, poi si divido­ no in fazioni che perseguono fini divergenti e rivalse interne. E anche ammesso che, per un certo tempo, non si dividano e che riescano a cambiare l'ordinamento, come avviene nelle rivoluzioni popolari, poi finisce che al potere vanno dittatori che tutto fanno, fuor che l'inte­ resse del popolo che hanno cavalcato e che fan presto rimpiangere il precedente regime. Il comportamento popolare non è, inoltre, mai ra­ zionale. E non mi riferisco tanto alla razionalità limitata o interferita da distorsioni cognitive dei comportamenti utilitari ispirati dal principio dell'utilità attesa (modello liberale-illuminista-cartesiano), indagata e sperimentalmente dimostrata da autori come Tversky e Kahneman, quanto alla molto più politicamente decisiva irrazionalità emotiva, indagata e sperimentalmente dimostrata da scienziati come Antonio Damasio e Drew Westen: le elezioni, non sono vinte coi programmi e le dimostrazioni, ma manipolando le emozioni viscerali per ottenere comportamenti non logici. Per tali cause, mai dal basso, ossia dalla consapevolezza e dalla vo­ lontà dei singoli, si è formato un movimento democratico e consape­ vole in grado di correggere le cose per l'interesse generale. Ma tutto questo è palese, se si è disposti a guardare. Quindi guardiamo dentro le cose. Guardiamo come funzionano. 325

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Senatores boni viri, senatus mala bestia. Il senato, cioè il gruppo, non solo perde, rispetto ai singoli senatori, la qualità di "buono", divenendo malus, ma perde anche la qualità più profonda, quella umana, assumen­ do quella di "bestia", ossia diviene sub-umano. Quest'antica massima esprime una profonda e pratica realtà psicosociale: il comportamento sociale, gruppale, aggregato, non ha le caratteristiche (l'ordinatezza, la ragionevolezza, la moralità) dei singoli componenti del gruppo, dei sin­ goli componenti della società. Il comportamento deirinsieme di molte persone, intelligenti e razionali, non è intelligente né razionale. Pensia­ mo a un'aula universitaria in cui scoppi un incendio: gli studenti, tutte persone abbastanza intelligenti e consapevoli, si accalcano all'uscita e la intasano, sicché la fuga viene rallentata. Il comportamento intelligente sarebbe, invece, che uscissero a due o a tre - quanti ne passano per la porta alla volta. In tal modo si avrebbe la massima rapidità di deflusso. Pensiamo a un banco di merluzzi vicino a un'isola di pescatori. Ogni singolo pescatore sa che è interesse comune non pescare più merluzzi di quanti ne nascono, altrimenti il banco si estingue. Ma, in simili situa­ zioni, se non vi è un regolatore esterno e dotato di potere persuasivorepressivo, si nota che ciascun pescatore si precipita a pescare quanti più merluzzi possibile, perché si aspetta che ciascun altro pescatore fac­ cia altrettanto, e che quindi il banco si estinguerà presto. Questa mu­ tua aspettativa porta, in effetti, al rapido esaurimento del banco, cioè di una risorsa rinnovabile, con un forte danno per la collettività. Per impedire che il comportamento collettivo e dei singoli, nella sua irrazionalità e competitività, produca eccessivi danni, l'organiz­ zarsi della società in ordinamento giuridico istituisce poteri di regola­ mentazione, condizionamento (educazione, propaganda) e repressio­ ne, che operano sia come freni e barriere, sia, quando occorre, come incitatori all'azione di massa. Il corpo sociale ha necessità che qual­ cuno eserciti su di esso tali poteri di coordinamento-contenimento, per non agire in modo disfunzionale e autodistruttivo. Peraltro, come abbiamo ampiamente illustrato in Neuroschiavi, la psiche dei singoli è essa stessa tanto incoerente e irrazionale, nella quasi totalità della po­
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Livelli e fattori decisionali polazione, che il potere politico non può che essere autocratico, coer­ citivo e manipolatorio. E chi detiene questi poteri li usa innanzitutto neH'interesse suo proprio, e solo subordinatamente e strumentalmen­ te per il fine (legittimante) a cui dichiaratamente gli sono stati confe­ riti, o da sé li ha assunti. Perciò questo soggetto si trova in un conflit­ to essenziale di interesse con i governati e al contempo è funzional­ mente indispensabile a essi. Funzionalità e conflitto, le due principali prospettive della sociologia, sovente viste come contrapposte, sono in­ vece i due aspetti della medesima realtà: il corpo sociale si organizza attraverso differenziazione delle funzioni-specializzazioni, la quale produce stratificazione di conoscenza, potere e ricchezza, quindi con­ flitto di interessi; lo stesso camuffare il conflitto di interessi onde pre­ venire lo scontro sociale (di classe), è una delle funzioni fondamentali deirorganismo sociale, che mantiene la credibilità e l'apparente legit­ timazione dei poteri di cui esso ha bisogno e che in ogni caso genera. A cagione del conflitto di interesse del soggetto detentore di quel potere rispetto alla collettività, l'azione di questi poteri, ai fini del be­ ne collettivo, è sempre meno o molto meno efficiente di quanto po­ trebbe essere; ma è pur sempre utile, finché non degenera fino a di­ venire, come nell'Italia odierna, pura attività di parassitismo e sfrut­ tamento di una casta senza efficacia di gestione e totalmente protesa a perpetuare se stessa e ad ampliare le proprie rendite di posizione a spese della componente produttiva. Abbiamo detto di come le qualità delle singole persone non si tra­ ducano affatto in comportamenti collettivi aventi le medesime quali­ tà delle persone. Vi è una discontinuità o eterogeneità qualitativa, un gestaltismo inverso: il comportamento dell'insieme ha proprietà di "ordine" (efficacia, consapevolezza) inferiori a quelle delle competen­ ze individuali, perché i comportamenti individuali, nel gruppo, non si coordinano tra di loro in modo da ottimizzare l'efficacia, e sovente si contrastano nel competere; inoltre i singoli, agendo in gruppo, perdo­ no le capacità logiche ed etiche (senatus mala bestia). Affinché si produ­ ca un coordinamento efficace del comportamento di più soggetti, piut­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere tosto che caos e competizione, non basta che ciascuno di essi sappia o possa capire e figurarsi come essi avrebbero convenienza a coordinare i loro rispettivi comportamenti. Quindi il diffondere la conoscenza di tale convenienza non è idoneo a produrre quel coordinamento. Non è idoneo, né indispensabile, perché il coordinamento può essere pro­ dotto anche senza consapevolezza dei singoli dall'azione di un potere che li comanda. Inutile, ossia inefficace, ai fini del produrre il coordi­ namento, è il diffondere la consapevolezza (dei conflitti di interesse verticali, dei conflitti di classe): per quanto si moltiplichino il numero o la percentuale delle consapevolezze individuali, non ne nascerà mai un'azione di massa auto-coordinata, dal basso. Al più si otterrà l'ef­ fetto di creare il presupposto per un'azione di massa guidata e stru­ mentalizzata da un coordinamento insurrezionale - cioè dall'alto. Co­ sì, infatti, dalla rivoluzione sovietica e da tutte le rivoluzioni in cui le masse agivano spinte dalla coscienza di un conflitto di classe, sotto la guida di un'élite politica rivoluzionaria, sortirono regimi in cui l'élite partitica era proprietaria assoluta dello Stato stesso, cioè regimi ancora più classistici ed elitistici di quelli che essi sostituivano. Come diceva Talleyrand, il popolo è come certe medicine: lo si deve agitare prima dell'uso. Intuizione confermata dalla recente, e già citata, ricerca delle neuroscienze e della psicologia sociale: le campagne elettorali, le batta­ glie politiche si vincono con la capacità di suscitare emozioni irrazio­ nali, non mediante informazioni corrette e proposte razionali (Drew Westen). Le emozioni instillate, coltivate e direzionate coordinano il popolo nell'azione di massa, violenta o non violenta. Chi vuole essere eletto in base a un'informazione corretta e a programmi razionali, ri­ nunciando per principio alla manipolazione dell'elettorato, perde. Non si può vincere, non si può ottenere legittimazione popolare, se non con la manipolazione e la propaganda disonesta. Magari si possono avere fini nobili e altruistici, ma per avere il consenso bisogna ingannare e manipolare. Questa la conclusione pratica dei citati studi. Ma, per riprendere il tema delle suddette discontinuità tra i vari li­ velli, e tralasciando la specificità del rapporto a due e di coppia rispetto 328

Livelli e fattori decisionali al rapporto a più di due, possiamo riconoscere e descrivere ulteriori di­ scontinuità qualitative di questo tipo - direi cinque - che denominerò, un poco arbitrariamente, come segue: la discontinuità pubblica, la di­ scontinuità empatica, la discontinuità emotiva, la discontinuità contabile, la discontinuità dominativa. Ciascun tipo ha suoi fattori motivazionali (motivatori), peculiari e diversi da quelli degli altri tipi; cosicché è fallace cercare di interpretare o correggere il comportamento dì un tipo in base ai motivatori efficaci per un altro tipo. Possiamo accumulare una grande quantità di un motivatore valido su un certo piano ma, per quanto accu­ muliamo, non otterremo un fattore attivo su un altro piano, oppure ot­ terremo qualcosa, ma di segno e direzione diversi rispetto al piano sot­ tostante. Così come possiamo mettere insieme moltissimi buoi adatti per tirare l'aratro, ma non otterremo da essi nemmeno una goccia di latte. Definisco "discontinuità pubblica" il fatto che, mediamente, una persona comunica e interagisce in modo informale e spontaneo entro gruppi fino a 7 membri; oltre a tale numero di componenti, assume le formalità e autocontrollo tipiche del rapporto col pubblico, cioè parla e si atteggia in modo studiato e finalizzato. Definisco "discontinuità empatica" il fatto che, mediamente, una persona prova empatia ed è quindi regolata nei propri comportamenti non solo dal proprio interesse, ma pure da empatia, solidarietà, sen­ so di responsabilità, affettività verso gli altri membri del gruppo in cui è inserita, se il gruppo non supera le 30 persone. In ambiti sociali più larghi, in cui non prevale il rapporto interpersonale diretto, e so­ prattutto nelle grandi organizzazioni formali, l'empatia non è efficace come regolatore degli egoismi, degli opportunismi, della competizio­ ne. Per tale ragione, sono infondate le proposte di alcuni autori con­ temporanei, come Lakoff e Rifkin, che preconizzano un ordinamento sociale fondato sull'empatia. L'empatia può regolare i rapporti solo en­ tro una cerchia di amici, o di membri di un'associazione assai attiva e partecipata, o di un gruppo sociale primario - ma sempre con l'avver­ tenza che l'empatia può anche essere inversa, ossia non amichevole, bensì ostile: antipatia, inimicizia, piacere nel vedere l'altro umiliato,
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere isolato, punito, perdente. La possibilità della funzione empatica, in­ somma, non è affatto garanzia che il gruppo in questione sviluppi au­ tomaticamente un'empatia amichevole e solidale. Vale invece come in­ dicazione di investire impegno e aspettative di un certo tipo in grup­ pi contenuti entro il limite dimensionale di 20-30 persone. Definisco "discontinuità emotiva" il fatto che le emozioni (ideali, co­ scienza morale, sensi di colpa, amore, odio, paura, valori etici ed esteti­ ci, norme religiose) vivono e agiscono solo nella psiche delle singole per­ sone concrete, influenzando talora in modo anche estremo (fino al sacri­ ficio della vita per la patria o i figli o la scienza), le loro scelte; mentre, al contrario, esse non sono ovviamente percepite da soggetti impersonali, ossia dalle organizzazioni formali, come società commerciali, banche, assicurazioni, società commerciali, religioni organizzate, sindacati, par­ titi politici; perciò è fallace affermare che il comportamento "immorale" (rectius: a-morale) (contrario agli interessi collettivi e al bene dei singoli) dell'economia o della finanza o del capitalismo o della politica sia do­ vuto alla perdita di valori etici da parte dei singoli, e che un recupero di tali valori e sensibilità da parte dei singoli potrebbe correggere il sistema (in questo senso, sono errate la lettura e la proposta dell'enciclica Caritas in Ventate). Fallace è pensare di rieducare la popolazione generale, o gli imprenditori, i politici, i banchieri, ai "valori". Fallace è progettare di costituire movimenti politici basati su di essi, o sui rapporti e gli af­ fetti umani, solidali, empatici. Fallace è affidare istanze ideali ed etiche interiori a soggetti come partiti politici, chiese, grandi organizzazioni. Fallace è pensare che un piccolo gruppo attivista empaticamente ed eti­ camente stimolato possa crescere a movimento politico mantenendo il suo motivatore empatico ed etico: il movimento politico, per funzionare quindi per esistere, comprende sempre una gerarchia, i cui capi svilup­ pano interessi propri (diventano un gruppo di interesse organizzato) e adottano i criteri decisionali quantitativi, di cui sotto, dato che col de­ naro che ricavano dalla loro azione politica possono pagarsi i sostegni interni ed esterni per andare e restare al potere. Definisco "discontinuità contabile" il fatto che i gruppi di interesse organizzati, e soprattutto i grandi soggetti decisori e operatori, a livel­
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Livelli e fattori decisionali lo nazionale e globale, ossia le grandi organizzazioni imprenditoriali - banche, finanziarie, grandi industrie, che prendono le decisioni più condizionanti, più strutturanti per la vita sociale - hanno processi de­ cisionali formalizzati e guidati dal perseguimento del massimo profitto contabile, monetario, numerico, matematico. Tra le varie opzioni, adot­ tano quella più profittevole in questi termini contabili. Emozioni (idea­ li, coscienza morale, valori, dignità dell'uomo, vita, libertà, amore, odio, paure, ricordi, etica) semplicemente non entrano nel processo decisiona­ le, come non entra tutto ciò che non sia valore di scambio, che non sia contabilizzabile, traducibile in numero, trasformabile in denaro. Uno slogan di un partitino comunista enuncia: "La nostra vita vale più dei loro profitti". Verissimo: per noi, la nostra vita vale più dei profitti del­ le multinazionali. Ma per le multinazionali e i loro processi decisionali contabilizzati la vita, come tale, non è un valore, non entra in contabi­ lità. Non è nemmeno questione di più o di meno. Non entrano in essa, insomma, i valori qualitativi e non scambiabili, la fruizione diretta di beni, le bellezze naturali e artistiche, l'ordine pubblico, la sanità pubbli­ ca. Neanche l'assetto ambientale entra - quindi l'economia degli scam­ bi non si cura, se non incidentalmente e strumentalmente, del supposto biologico dei suoi operatori, e può comprometterlo. Oppure quei valori vi entrano in modo distorto, mercificato, ossia tale da tradurli in nume­ ri appostabili in bilancio, e con peso inversamente proporzionale alla loro distanza nel tempo a venire: ossia un profitto di 10 in tre anni pe­ sa molto più, decisionalmente, del danno di 100 fra venti anni che esso comporta. Meglio un uovo oggi che una gallina domani. Perché il pro­ cesso decisionale è una gara tra business pian - e chiunque abbia analiz­ zato un business pian capisce al volo questo concetto: la scelta risulta dal confronto tra grandezze quantitative, cioè numeriche, cioè pecuniarie. Le grandezze monetarie si rapportano solamente alla grandezza tem­ porale, al fattore tempo - un altro fattore quantitativo e monetizzabile, sotto forma di interessi e ammortamenti. Definisco "discontinuità dominativa", infine, il fatto che, ad altissi­ mi livelli di ricchezza e potere sui mercati (cioè di influenzare e diri­ gere i mercati) e sulla politica, i massimi operatori politico-economici
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CIMIT€URO, Uscirne e risorgere mondiali non perseguono come fine primario il profitto contabile, ma il dominio stesso sulla società (ora, sulla società globalizzata), la radicalizzazione di esso, la sua stabilizzazione, la preservazione del suo oggetto, cioè della biosfera. A questo livello, che trascende i criteri de­ cisionali del livello contabile, si può dunque anche deliberare ed ese­ guire la distruzione di ricchezza (reale o finanziaria) al fine di stabiliz­ zare il sistema (ad esempio distruggendo ricchezza finanziaria in ec­ cesso) e di migliorare o estendere il dominio, eliminando oppositori e resistenze. Oppure si può deliberare e produrre una recessione econo­ mica globale al fine di salvare la Terra daH'inquinamento e dall'esauri­ mento delle risorse limitate. Questo è dunque il livello motivazionale da cui può nascere una tutela ecologica contro l'interesse dell'econo­ mia predatoria e la logica della massimizzazione del profitto. Faccio notare che è da quest'ultimo livello che si sarebbe dovuta iniziare l'esposizione delle discontinuità, perché questo livello è il li­ vello più alto e struttura, a caduta, il contesto in cui operano i soggetti degli altri livelli. Ora, per completare la risposta a chi mi rimprovera di non impe­ gnarmi o di non fare proposte per un cambiamento sociale attraverso l'informazione e la mobilitazione popolare, non mi resta che a osser­ vare, in primo luogo, che vi sono sempre stati sia i teorici che i pratici, e che nessuno è tenuto a esser sia l'uno che l'altro; e, in secondo luogo, che chi vuole fare il pratico, ossia mettersi a spiegare al popolo il signoraggio privato ecc. al fine di smuovere il popolo a ribellarsi, biso­ gna che abbia molto tempo da perdere, perché, anche se la popolazio­ ne generale lo ascoltasse, lo capisse e ricordasse - anche se, quindi, si diffondesse la conoscenza popolare di queste cose - non ne sortirebbe affatto il desiderato mutamento di sistema, ossia la sovranità mone­ taria popolare, perché l'accumulo di informazione o infarinatura po­ polare è incapace, qualitativamente, di produrre mutamenti sistemici. Al più, creerà le condizioni politiche (ossia, produrrà consenso eletto­ rale o persino motivazione allo scontro sociale anche rivoluzionario) perché una forza politica, promettendo di voler attuare la sovranità monetaria popolare ponendo fine a quella privata, adoperi il consen­ 332

Livelli e fattori decisionali so popolare per prendere, in tutto o in parte, la sovranità monetaria a favore dei propri capi. Così come l'accumulo di informazione sul con­ flitto di classe portò in Russia a una rivoluzione che confermò il siste­ ma classista, cambiandone soltanto i beneficiari e le etichette. L'accumulo di informazione e sensibilizzazione popolare sui temi ecologici, iniziato circa quarantanni fa, e ampiamente riuscito a livello di base, non ha affatto corretto il processo di inquinamento e di esauri­ mento delle risorse da parte dell'industria - perché i valori ambientali non entrano, per loro natura, nella contabilità delle società industriali, che prendono le decisioni e dirigono lo sviluppo, né in quelle dei par­ titi politici, che fanno accettare tali esigenze alle popolazioni. La gente, sebbene informata e sensibilizzata, ha continuato a comperare prodotti inquinanti, a lavorare per l'industria inquinante, a investire in azioni e obbligazioni dell'industria inquinante. La campagna di informazione e sensibilizzazione ha però avuto un notevole e diverso effetto: ha reso la popolazione disponibile a pagare di più per tasse ecologiche, tarif­ fe ecologiche, prodotti e servizi ecologici o supposti tali {infatti alcuni hanno un effetto ecologico dubbio, altri negativo, come le marmitte ca­ talitiche e i pannelli solari); l'ha resa elettoralmente guidabile median­ te promesse e allarmi ecologici; l'ha resa favorevole a massicce spese di denaro pubblico in riferimento all'ecologia - ha insomma creato le condizioni per un vasto business "ecologico" che, esso sì, entra, con le sue somme, nella contabilità dei grandi soggetti industriali e finanzia­ ri che prendono le grandi decisioni.

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CRITICA DELLE SPERANZE COMPARATE

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nalisi e proposte di soluzione, in generale, soffrono del fatto che, perlomeno per convenzione e abitudine, si ritrovano a usare con­ cetti o parametri impropri o incongrui. Non serve dilungarsi su concetti palesemente capziosi, come "i m ercati" e "l'Europa". "Ce lo chiedono i mercati. Ce lo chiede l'Eu­ ropa". Ma chi sono "i mercati"? Gli organi impersonali creatori de­ gli equilibri e dell'ottimale allocazione delle risorse e dei redditi? Oppure la comunità degli speculatori che crea le bolle e le crisi? E chi è "l'Europa"? Una amorevole e sublime Patria personificata, soggetto spirituale trascendente? Oppure l'Ecofin, l'Eurogruppo, la Commissione, il consiglio dei M inistri, la BCE, ossia soggetti auto­ cratici, tecnocratici, non eletti dalla gente e non rappresentativi dei suoi interessi, e che finora di questi interessi hanno fatto scempio? Altri concetti, più tecnici, compromettono molte analisi e proposte. Ad esempio, queste generalmente fanno riferimento al prodotto interno lordo, al pii, e mirano al suo aumento. Tuttavia il pii è un indicatore ini­ doneo, fuorviante (sono stati proposti indicatori alternativi a esso, ma il suo uso persiste come abitudine consolidata, diffondendo l'impressione che esso sia l'unico indicatore valido). Esso, infatti, si basa sulla spesa com­ plessiva, senza distinguere tra spesa più o meno produttiva, più o meno utile. Esso valorizza indifferenziatamente tutte le transazioni, senza con­ siderare la loro utilità o disutilità. Conteggia come elemento positivo, ad esempio, la spesa pubblica irrazionale e distruttiva fatta dalla Grecia di Papandreou, e che ha portato al disastro. Conteggia come elemento positi­ vo il supposto valore delle case costruite in eccesso sul bisogno delle bolle immobiliari spagnola e statunitense. Conteggia come elemento positivo la spesa bellica e la spesa per la ricostruzione dopo un cataclisma naturale. Ancor più improprio è riferirsi al rapporto pii/debito pubblico, sia perché il pii è un indicatore inadeguato, sia perché il pii è un indicato­
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Critica delle sp eran ze com parate re di flusso, mentre il debito pubblico è uno stock: non sono, pertanto, entità della medesima natura commensurabili. In quanto alla spesa pubblica, da cui dipende l'avanzo o disavanzo o pareggio di bilancio, essa è un indicatore che mischia, pure indif­ ferenziatamente, la spesa produttiva e quella improduttiva, la spesa per investimenti e la spesa corrente, la spesa che va a generare molto reddito aggiuntivo e quella che va a generare poco reddito aggiuntivo. Di conseguenza, anche il rapporto pii/disavanzo (deficit) è un indi­ catore fuorviante. In via di premessa a questo capitolo, va ancora puntualizzato che l'Italia è sottoposta a fattori di più livelli, alcuni esterni, altri interni: / al fattore esterno dei meccanismi della moneta diabolica analizzati in pre­ cedenti capitoli, e che interessano tutto il contesto mondiale, e soprattutto l'area di egemonia USA; liberarsi da quei fattori è pressoché impossibile per un Paese singolo; / al fattore esterno della sua posizione gerarchica rispetto ai potentati esteri, privati e pubblici (con relativi interessi): sovranità limitata, soggezione a Washington, soggezione a Berlino, soggezione a UE, 8CE e domani a MES, soggezione al capitale che si è impadronito delle sue industrie strategiche; occupazione militare con oltre 130 basi USA; e un tale fattore non è su­ perabile con le risorse interne del Paese; / al fattore esterno della dipendenza esterna per le materie prime, per l’ener­ gia, per la tecnologia; e pure questo fattore è insuperabile, semmai mitigabile; / al fattore esterno, cronologicamente esterno perché storico, della radicale diversità dei percorsi evolutivi delle diverse aree dell'attuale territorio sta­ tale italiano - diversità che si traduce e si mantiene in mentalità e prassi civiche e lavorative tra loro disarmoniche, e che sono state sfruttate e amplificate a fini di potere e profitto illegale e distorsivo; / al fattore interno dell’esistenza di una classe dirigente politico-burocratica molto inefficiente rispetto agli interessi del sistema-Paese, soprattutto a quelli di lungo termine, perché, nel suo complesso, incompetente, disone­ sta, incapace di pianificazione, schiacciata sul mordi e fuggi; ma insieme 335

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere efficientissima net perpetuarsi attraverso ia gestione a spreco e clientelare della spesa pubblica, nonché nel selezionare nuove leve con caratteristiche continuative, prevenendo l’ascesa ai posti di potere di persone competenti, efficienti, non omogenee ad essa; / al fattore interno di una mentalità-prassi di generale aspettativa di illegali­ tà e complicità, ossia che gli altri soggetti, privati e pubblici (polizia e ma­ gistrati inclusi) violino o pieghino la legge nominale per interessi particolari, e che l’atteggiamento oggettivamente adeguato sia quello di cercare di agganciarsi a questo o a quel potente per sostenerlo e ricevere in cambio pezzi del bottino che esso raccoglie; / al fattore interno della inveterata non-solidarietà della classe dirigente col sistema-Paese (chi governa, governa da dominatore straniero) e sfiducia diffusa (anche tra i funzionari che dovrebbero applicarle) nel rispetto delie regole e dei programmi (quindi tendenza a non applicarle); conseguente inefficacia delle norme di riforma; / al fattore interno di ampie zone del Paese controllate da organizzazioni mafiose assai più efficienti della pubblica amministrazione e della polizia, nonché ampiamente rappresentate negli organi rappresentativi delle isti­ tuzioni, parlamento incluso, attraverso il controllo elettorale; conseguente indispensabilità del M a fia C o n sen su s per governare II Paese, come pure certe regioni, certe province, certi comuni1 ; / al fattore interno della mancanza di una sentita identità nazionale (al di là del tifo per la squadra nazionale di calcio o per la Ferrari) e dell’identifica­ zione della politica con i partiti, sicché il declino culturale e morale di questi ha prodotto un vuoto politico e di rappresentanza, una vera antipolitica e non una semplice “ antipartitica”2; / al fattore interno della dipendenza da spesa pubblica inefficiente (sprechi, frodi, tangenti), in quanto al reddito, di circa 8 milioni di persone, perlopiù al Sud e a Roma, incluso il milione circa di persone che vivono e prosperano di rendite politiche; tale situazione impedisce una reale ed efficace riduzione della spesa pubblica, compresa la spendin g review; questo fattore spiega la causa per cui dovunque si indaghi nella politica, si trova “ corruzione": la c.d. “ corruzione” nelle sue varie forme (incluso il clientelismo e la spesa , assistenziale a spreco) è il mezzo e il fine con cui e per cui si fa politica,
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almeno in Italia, e con cui si produce gran parte dei consenso popolare, ossia la legittimazione democratica, soprattutto nei Meridione; / al fattore interno che il Paese si tiene insieme solo grazie al trasferimento sistematico di un’ampia quota di reddito prodotto da alcune regioni setten­ trionali alla spesa pubblica nel meridione e nella capitale, ma questo salas­ so, o “sacco”, del*Nord - come iha chiamato Luca Ricolfi nel suo omonimo saggio - toghe ai Nord i mezzi per fare innovazione e investimenti, quindi per restare competitivo e continuare a sovvenzionare l'unità del Paese; / al fattore interno di una criminalità mafioso che, dal Sud, soprattutto dalla Calabria, dalla Sicilia, dalla Campania, ha ampiamente penetrato l’imprendi­ toria e la pubblica amministrazione nonché le banche del Nord, e le condi­ ziona e le distorce, compromettendone ulteriormente l’efficienza.

Lasciando per un momento a parte i fattori esterni, e fingendo che risolverli non sia condizione necessaria per risolvere i mali di un singolo Paese, nella specie dellTtalia, come si può pensare di risolvere anche sol­ tanto quelli interni? Possiamo pensare di convertire a lavori realmente utili un milione di parassiti politici e sette milioni di parassiti assistiti? Possiamo pensare di lasciarli semplicemente senza reddito, e magari col diritto di voto, furiosi e liberi di agire nel Paese? Ovviamente, pensare si può sempre, anche l'assurdo. Ma poi, anche se eliminassimo, a mo' di novella rivoluzione francese, i politici e i burocrati, la classe governan­ te putrida e incapace, dove troveremmo una classe governante capace, onesta, e indipendente da poteri e interessi stranieri? Non esiste, non è disponibile. Ne esistono, alla meglio, frammenti. Per non dire del fatto che i poteri forti, e gli interessi antisociali, stanno altrove, sopra la clas­ se governante nominale. E come risolveremmo il fattore sociologico, per cui la classe dirigente che abbiamo ora non è "appoggiata", "sovrimpo­ sta" al corpo sociale italiano, ma è espressione ed emanazione di esso, sicché questo poi rigenererebbe qualcosa di simile? Un Paese che, pur avendo cambiato maggioranze, governi e leggi elettorali, da vent'anni continua a declinare rispetto al resto del mondo e non riesce a correg­ gersi, non riesce a reagire, è semplicemente un Paese finito, un organi­ smo non vitale, fallito. Illogico insistere. La spina si stacca da sé.
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere In base a tali considerazioni, che ho ampiamente sviluppato nel mio saggio del 2008 dal titolo Basta Italia (dove pongo a confronto tre soluzioni: secessione, rivoluzione, emigrazione), sono persuaso che ITtalia non possa correggersi, risanarsi dal proprio interno, e che po­ tenze straniere possano sì riformarla dairesterno, usando la leva del­ la pressione finanziaria, ma per soggiogarla e sfruttarla, come stanno facendo da circa sette lustri; e che quindi l'unica opzione realistica sia emigrare. Un'opzione di più basso profilo, e molto adottata soprattut­ to dalle classi e dalle regioni più avanzate, è quella di non far più figli in un Paese con queste prospettive. Di fatto, la soluzione migratoria è già massicciamente in atto da tem­ po: molte decine di migliaia di imprese hanno già lasciato l'Italia, as­ sieme a risparmi e investimenti per migliaia di miliardi, a migliaia di ricercatori, scienziati, artisti, e a milioni di professionisti, lavoratori... anche semplici pensionati che si vogliono godere la vecchiaia senza l'assillo di angherie, delinquenza, insicurezza. Italia, Francia, Europa sono concetti astratti. Non ha senso proporsi di salvare concetti astratti. Non ha senso dire "bisogna salvare l'Italia". Che cos'è, l'Italia, se non gli italiani? Concrete, reali, sono solo le persone fisiche. La soluzione ha da funzionare per persone concrete, per individui, che possono risolve­ re il problema andandosene in Paesi migliori. Nell'arco temporale in cui cinque milioni di stranieri, quasi tutti senza qualificazione, si insedia­ vano in Italia, cinque milioni di italiani, quasi tutti con buona qualifi­ cazione, si trapiantavano all'estero. E l'emigrazione funziona: il meglio delle risorse umane italiane, in maggioranza, ha già provveduto a de­ localizzarsi, lasciando così questo Paese ancora più debole e malmesso. Il meglio degli italiani è già all'estero. Il grosso del salvabile è già in salvo, almeno per qualche tempo. Quel che io propongo, per chi ancora non se n'è andato, è di far funzionare meglio questa opzione, costituendo consorzi o cooperati­ ve o onlus di emigranti col compito di organizzare servizi di logisti­ ca, coordinamento, interpretariato, gestione dei beni lontani, in favore degli iscritti; e soprattutto di trattare condizioni di insediamento più favorevoli nei Paesi di destinazione negoziando con le autorità locali.
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Critica d elle speran ze com parate Alcuni Paesi, quali la Svizzera, pattuiscono esenzioni o sconti fiscali e previdenziali in favore di chi si trasferisce in essi apportando ricchez­ za e posti di lavoro. Ricordate che gli ultimi ad andarsene troveranno le condizioni meno propizie, anche perché l'Italia si sta svuotando di risorse, come una pozza che si asciuga al sole, mentre i pesci che ri­ mangono in essa sempre più boccheggiano, a corto di ossigeno. Ciò premesso, tra le molte proposte di soluzione ultimamente avanzate da varie parti, ne metto qui in comparazione critica alcune, che mi sono parse di specifico interesse. Guido Salerno Aletta e Andrea Monorchio, con un loro movimento dal nome "L'Italia c'è", hanno propugnato nel 2011 una via d'uscita dal pozzo del debito pubblico basata sulla vendita dei beni pubblici, sull'im­ posizione di pagamenti in titoli pubblici dei debiti pubblici, sulla costi­ tuzione per legge di ipoteche sui beni immobili dei cittadini a garanzia del debito pubblico, sui prestiti forzosi dei cittadini allo Stato. Anche il ministro dell'economia Vittorio Grilli, il 14 luglio 2012, si propone di vendere beni pubblici a questo fine, dai 15 ai 20 miliardi l'anno3. Prima obiezione: come già dimostrato dalle vendite di beni pubbli­ ci fatte finora per 233 miliardi, la vendita dei beni pubblici al fine di ridurre il debito pubblico non funziona, non riduce il debito pubblico, finisce in una svendita in favore di se stessi e degli amici da parte dei politici. Affinché funzionasse, bisognerebbe che l'angelo dell'Onestà convertisse la nostra classe politica e imprenditoriale. Seconda obiezione: per vendere i beni pubblici e incassare i soldi del prezzo, bisognerebbe che nel mercato i soldi ci fossero, ma non ci sono perché le banche han chiuso i rubinetti; e quand'anche ci fossero, prenderli in cambio dei beni da vendere significherebbe distoglierli da investimenti e consumi, quindi indebolire settori già deboli; vuoi però vedere che, se ci fosse da comperare a buon prezzo i beni pubblici ap­ profittando della crisi delle finanze pubbliche, le banche, soprattutto le straniere, li creerebbero ad hoc e se li prenderebbero a costo zero? Terza obiezione: le tre violente imposizioni volute da queste propo­ ste sono in ogni caso inutili, perché lo Stato potrebbe costituire una
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere banca sua propria, darle come patrimonio i suoi beni alienabili, e farla finanziare airi% dalla BCE, a norma del Trattato di Lisbona, e con quei soldi finanziare i necessari investimenti e il riacquisto dei propri bonds. Quarta obiezione: se lo Stato vende i suoi beni di valore, che gli ri­ mane per garantire futuri prestiti di cui potrebbe aver bisogno? Quinta e più generale obiezione: queste proposte si basano sull'assunto, già confutato, della scarsità, della limitatezza obiettiva, dei mezzi monetari, e della impossibilità di generarli nella misura richie­ sta per l'attivazione dei mezzi di produzione. Antonino Galloni propone una soluzione keynesiana, o meglio post-keynesiana, nei termini già indicati, e da lui meglio sviluppa­ ti nel saggio conclusivo di questo volume. Ossia propone una spesa pubblica, anche a deficit (ma con gli accorgimenti e le riforme di fi­ nanza pubblica e di sistema monetario che sotto richiameremo) per investimenti infrastrutturali - compresa ricerca, istruzione, formazio­ ne e tutela del territorio - di lungo periodo, che aumentino occupazio­ ne, reddito, livello tecnologico, produttività sistemica, domanda inter­ na, così da creare prospettive di remunerazione anche ai capitali pri­ vati che oggi non investono (in Italia) perché la prospettiva, rinforzata dalle policy recessive in atto, rende irrazionale investire. Una volta che l'economia si sia rimessa in moto e il pii sia in ascesa, si potrà aumen­ tare il prelievo fiscale per ridurre deficit e debito. Tale proposta è perfettamente logica e chiara in generale, ma in Italia è inattuabile, perché può attuarla solamente una classe dirigente (politi­ ca e amministrativa) che sappia spendere bene, e che possa spendere be­ ne - ossia se ha la capacità tecnica di spendere i denari pubblici in modo da aumentare produttività e produzione, e se non li deve invece spende­ re per comperarsi consensi clientelari. Ma la classe dirigente italiana non ha questa capacità, sia per mancanza di competenza tecnica e strategica, che per il fatto che in Italia, inveteratamente, il consenso, il mandato, si ottiene in cambio di favori. E quanto più la situazione della gente peg­ giora, tanto più la classe politica abbisogna di recuperare consensi me­ diante l'unico mezzo che sappia usare, ossia la spesa clientelare, sia per
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Critica d elle sp eran ze com parate erogare salari e sussidi di bassa fascia, che per "infeudare" i suoi uomini in cariche ben remunerate e da cui si può far guadagnare i partiti: da qui il proliferare di poltrone nei cda di aziende partecipate (circa 25.000), e di nomine partitiche alla testa di agenzie pubbliche che maneggiano molto denaro, come le aziende sanitarie e ospedaliere. Non appena si trovano denari da spendere, li si spende così. Perciò la spesa pubblica a spreco e furto è proprio quella che la politica italiana non può ridurre, mentre può ridurre quella buona, e lo ha fatto. In effetti, anche mentre lo Stato perseguiva il contenimento della spesa pubblica, la spesa pubblica è venuta sempre crescendo, so­ prattutto nelle sue componenti idonee a produrre profitti illeciti e ritor­ ni clientelari. I continui aumenti della pressione fiscale sono stati neces­ sari per sostenere questi aumenti di spesa. È quindi assodato che una spesa pubblica efficiente non si può fare in Italia, se non in scenari fan­ tapolitici4. In sostanza, l'Italia, per tali sue caratteristiche non è in grado di elevarsi a livelli organizzativi complessi, evoluti, quali sono richiesti per competere con i Paesi avanzati. Il senso di legalità e il rispetto delle regole rimarranno una chimera perché il regolatore stesso, il legislatore, cioè la politica, non è credibile né creduto, ed esso stesso è il primo tra­ sgressore delle regole, mentre il tutore delle regole, il potere giudiziario, è a livello di Africa nera. Siffatte caratteristiche non si possono cambia­ re per legge, ovviamente. Né si correggono con l'immissione di milio­ ni di nordafricani, rumeni, albanesi e cinesi in buona parte clandestini, che sono portatori di un senso civico ancora inferiore a quello italiano medio, il quale già è assolutamente insufficiente. E allora, per contrasto, risulta razionale e realistica la strategia di riformattazione e ammortamento (liquidazione) in chiave neoclassi­ ca, neomonetarista, di quanto rimane del Paese, dopo l'uscita dei suoi elementi migliori. Strategia che abbiamo già sommariamente esami­ nata alla fine nella prima parte del libro, in tema di MES, dove è de­ finita "l'€uro-Lager", e che è già da tempo in via di esecuzione, non certo dall'avvento di Monti: ossia configurare un sistema-Paese di basso e medio basso livello tecnologico, non competitivo con l'econo­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere mia della Germania e degli altri Paesi forti, ma complementare-ancilIare a essa, con una vasta forza lavoro mediamente poco qualificata, poco pagata, poco tutelata, costretta a rinviare sempre più avanti il pensionamento, a sopravvivere con salari e pensioni minimi, ad ac­ contentarsi di servizi (scuola, sanità, trasporti, giurisdizione) scadenti, a subire una pubblica amministrazione e un apparato statale ineffi­ cienti e corrotti, a sacrificarsi per pagare il debito verso i Paesi forti, privata della possibilità di scegliere alternative politiche perché il ceto politico è sostanzialmente omogeneo e consociativo a difesa dei pro­ pri privilegi e redditi, ma anche perché il detto ceto, per mantenere la poltrona, dipende dall'appoggio e dalla legittimazione dei poteri forti che operano dietro le maschere "Europa", "mercato", FMI, società di rating ecc. I migliori scienziati, artisti, professionisti, tecnici, impren­ ditori si trasferiscono in sistemi-Paese in grado di valorizzarli. I giova­ ni sono avviati all'estero alla ricerca di scuole e impieghi adeguati. La maggior parte degli studenti italiani è disponibile od orientata a emi­ grare. La classe media viene dissolta, il suo risparmio, soprattutto il mattone, viene eroso dal fisco per il finanziamento della spesa pubbli­ ca (ammortizzatori sociali, sostegno alle insufficienti pensioni risul­ tanti dal sistema contributivo, colmamento dei mancati introiti fiscali dovuto all'esodo di lavoratori e imprese). I suoi capitali sono indotti a trasferirsi soprattutto in Germania, creando là le condizioni finan­ ziarie per ridurre ulteriormente le tasse e per maggiori investimenti, onde il vantaggio sull'Italia crescerà ulteriormente, e ciò sta già avve­ nendo. Così riformattata, l'Italia può essere funzionalmente inserita nel sistema economico-finanziario europeo, sotto la regia del MES, e finché farà comodo. Probabilmente a un certo punto si dirà che l'Italia si è finalmente risanata e che può essere rilanciata; a tal fine, le sarà dato un Euro differenziale, svalutato. Per contro, non potrebbe essere inserita, perché sarebbe competiti­ va e di cattivo esempio agli altri popoli, se fosse rimasta o ritornasse al suo previo modello di funzionamento, basato, come lo stesso Gallo­ ni evidenzia, su tre pilastri:
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Critica d elle sp eran ze com parate
a) una spesa pubblica rivolta allo sviluppo sociale, infrastrutturale, tecnologico anche attraverso l’imprenditoria statale in settori strategici; b) la banca centrale nazionale che assicurava l'acquisto dei titoli del debito pubblico a tassi sostenibili, e i vincoli di portafoglio per le banche com­ merciali; c) il ricorrente recupero della competitività attraverso una periodica svaluta­ zione monetaria.

Io credo vi siano, o vi fossero, tre ulteriori pilastri:
d) un'ampia evasione fiscale e contributiva che manteneva risorse nei circuiti produttivi e induceva lo Stato a un continuo allargamento del money sup-

ply, che andava a contrastare il processo di demonetazione dell’economia
reale dovuto ai fattori spiegati nella parte seconda del libro5 ; e) il consenso verso la politica prodotto dal benessere diffuso e crescente, che consentiva alla politica di usare parte della spesa pubblica in investimenti utili anziché in acquisizione di consensi; f) un certo aiuto addizionale dagli USA, dovuto al ruolo di Paese di frontiera col blocco sovietico.

Questo modello di sviluppo ha funzionato sino agli anni Ottanta ed è compatibile con la bassa "moralità" e competenza del ceto politico e am­ ministrativo e burocratico italiano, nonché con la diffusa cultura di scar­ so rispetto delle norme, nonché con l'arretratezza del Meridione. Funzio­ nava, cioè, perché era compatibile con la realtà sociologica del Paese. Con quello che ora sappiamo sulla natura e sulle proprietà della moneta, pos­ siamo dire che era pure sostenibile dal punto di vista monetario (tanto più grazie alle innovazioni tecnologiche acquisite dagli anni Settanta a oggi), perché era un esercizio (seppure implicito) di sovranità monetaria pubblica, di signoraggio pubblico, in favore della collettività6. Perciò stesso era pericoloso per gli interessi del monopolismo mo­ netario globale e incompatibile con i piani di centralizzazione del governo monetario e di liquidazione degli Stati nazionali. E, come spiega Galloni nel suo saggio del 2011, è stato gradualmente e me343

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere iodicamente sabotato per arrivare alla situazione attuale di perdita dell'autonomia monetaria e di politica economica, e per conseguen­ za alla permanente crisi monetaria, finanziaria, creditizia, recessiva, sfruttando la quale si può portare il Paese ad accettare la formatta­ zione riduttiva e la sottomissione a un governo centralizzato sovrannazionale. È a questo processo, a questo moderno letto di Procuste, che alludeva Monti nella famosa intervista in cui dichiara che «abbia­ mo bisogno» delle crisi. Le crisi, la recessione, le tensioni sociali sono strumenti per l'attuazione di un potere centralizzato autocratico nel senso russelliano e orwelliano. È a quest'opera che lavorano i nostri campioni. Non come architetti o ingegneri - non sono ovviamente es­ si gli ideatori, le menti - ma, per restare nella metafora, come direttori dei lavori o forse, più modestamente, direttori del cantiere. Ribellarsi a loro, estrometterli, non eviterebbe la prosecuzione del lavoro in cor­ so: arriverebbero altre mazzate economiche, e altri direttori dei lavori e del cantiere. La stazione appaltante non è in Italia. Usciamo dall'ambito italiano e ritorniamo sul piano generale, dove ancora rimane spazio di azione. Galloni, come misure di riforma strut­ turale della finanza e dell'economia, in precedenti scritti, ha proposto un modello finanziario basato sulla nazionalizzazione della sovrani­ tà monetaria, quindi sulla possibilità di creare mezzi monetari senza indebitamento per pubblici investimenti infrastrutturali e produttivi, sganciati dalla tassazione. Ha inoltre auspicato un sistema commer­ ciale basato sulla produzione locale di tutto quanto può razionalmen­ te prodursi in loco, e sul commercio delle eccedenze. Ha contemplato un possibile sistema bi-monetario, con una moneta internazionale che non sia anche moneta interna di uno degli Stati (come è ora il Dollaro USA), e con monete locali (nazionali, regionali) di emissione statuale, integrabili con monete complementari alternative non-statuali7, emes­ se dai circuiti socio-economici locali, distrettuali, che possono svolgere sia la funzione di supplire alle carenze di liquidità e di credito (dovuta alla pressione fiscale e al credit crunch), che la funzione di trattenere la liquidità in loco (per contrastare il deflusso di denaro dovuto alla fuga di capitali, alle rimesse degli immigrati, al fatto che molto di quanto
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Critica d elle sp eran ze com parate spendiamo nella grande distribuzione prende la via di terre lontane dove la grande distribuzione si approvvigiona), che la funzione di mo­ neta emergenziale in caso di crollo del sistema monetario statuale vi­ gente. Peraltro, le monete complementari e alternative funzionano so­ lo se sono presenti certe condizioni, e innanzitutto le seguenti: a) che si realizzi un circuito, economico locale (cioè che la moneta in questione possa partire da chi la spende, e poi ritornare a lui seguendo un circolo di scambi economici intermedi); e b) che vigano, nel loro ambito socia­ le, una buona fiducia sociale e una consolidata prassi di correttezza. Alcuni raccomandano che la moneta internazionale sia conver­ tibile in oro o all'oro vincolata. Al contrario, io, così come ha fatto il governatore della Banca Centrale Cinese già nel marzo 20098, auspi­ cherei, come già detto, che la moneta fosse trattata, giuridicamente e contabilmente, non come merce, perché il dominio dei mercati della moneta-merce, cioè dei mercati finanziari, è politicamente illegitti­ mo, economicamente dannoso, umanamente aberrante, come scri­ vono Massimo Amato e Luca Fantacci, economisti della Bocconi, nel loro saggio del 2012 Come salvare il mercato dal capitalismo. Dire no ai mercati finanziari non significa rinunciare al mercato, ma rinunciare a fare mercato di ciò che merce non è, ossia della moneta e del credito, quindi a permettere la finanza per la finanza, speculativa, non al ser­ vizio dell'economia reale. Auspicherei pure che, negli scambi interna­ zionali, si adottasse non una moneta (nazionale o internazionale) ma un'unità di conto analoga al Bancor, in un sistema di compensazio­ ne internazionale multilaterale, secondo il suggerimento di Amato e Fantacci (2010)9, così che emissioni annuali di Bancor come moneta di riserva liberi i Paesi dalla necessità di accantonare valuta, a spese dei loro redditi, per proteggersi dalla volatilità globale - così verrebbe ad aumentare la domanda aggregata globale; e anche per sganciarsi dai condizionamenti della disponibilità dell'oro, molto legate all'opportu­ nismo dei pochi grandi produttori aurei; e, ancor più, per affrancarsi dal mito dell'oro come riserva di valore, travisandolo rispetto al suo valore intrinseco, autentico, che è commerciale-industriale, quindi re­ lativo, e non assoluto, dunque non idoneo (oltre che superfluo) a costi­ tuire o sostituire o garantire sistematicamente il valore, il potere d'ac­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere quisto, del denaro. E questa, unitamente al discorso sulla natura e sul potere d'acquisto della moneta, e al rilievo che non c'è abbastanza oro al mondo per ancorarvi la massa monetaria richiesta dalle transazioni economiche, è la mia critica al modello di soluzione esposto da Clau­ dio Pioli. Questi ritiene superabile il problema della quantità di oro disponibile, nei seguenti termini (comunicazione personale):
«Il prezzo dell’oro non è fisso, ma in funzione del mercato, e cioè della do­ manda e dell'offerta: se scarseggia, il suo prezzo aumenta e le riserve d'oro si adeguano "in valore” alla quantità di moneta, come è successo negli ultimi secoli. Si può soltanto dire che i trend di aumento della quantità della moneta e del prezzo dell'oro sono diversi, ma il rapporto tra i valori tende a mante­ nersi abbastanza costante ne! medio lungo termine».

Se si decide di ancorare il prezzo della moneta all'oro, come è suc­ cesso dagli Accordi di Bretton Woods del 1944 sino al 15 agosto 1971, data in cui il Presidente degli Stati Uniti abbandonò la parità fissa Dollaro USA - ORO, bisogna far mente locale al rapporto seguente. Supponiamo che, all'inizio del periodo in esame, il valore comples­ sivo della moneta in circolazione sia pari a Dollari 1000 e che il valore complessivo (di mercato) delle riserve in oro, depositato presso le banche di emissione, sia anche eguale a 1000 Dollari. In altri termini, per garan­ tire la convertibilità dei Dollari, che le banche di emissione mettono in circolazione, in oro, è necessario che questo oro esista fisicamente, e che sia custodito nei forzieri in attesa di una sua eventuale conversione. Affinché questo rapporto resti costante nel tempo ed eguale a 1 (convertibilità perfetta di tutta la moneta, intesa nella sua più ampia accezione) occorrono alcuni presupposti:
a) che non ci sia inflazione, né endogena, e cioè generata da costi, né eso­ gena, e cioè generata da rapporti con l’estero (bilancia dei pagamenti), e che l'economia sia sostanzialmente statica, in una posizione monetaria di equilibrio. Chiaro è che questa è un’ipotesi di scuola ma, è bene sottoline­ are, che essa non è molto distante da una situazione di stag-mfìazione.

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Critica delle sp eran ze com parate
Secondo Rudiger Dornbush, economista dei MIT scomparso all’inizio di questo secolo, l’Italia sarebbe entrata in recessione/stag-ìnfìazione negli anni Novanta, e cioè almeno una ventina di anni fa. b) Che ci sia inflazione, che determini una maggior richiesta di moneta per effettuare le transazioni, ma che il prezzo complessivo delle riserve in oro delle banche di emissione sia influenzato proporzionalmente dalla stessa inflazione. In termini matematici, posto il numeratore eguale a X ed il denominatore eguale a Y verremmo ad avere , XI/YI= X3/Y3= X4IY4... -Xn/Yn= l.

La domanda di oro è soprattutto costituita da una componente indu­ striale e da una componente legata alla tesaurizzazione pura. Si parte, di solito, da una situazione di equilibrio z 1 1 per arrivare, in un secon­ do tempo, ad una posizione z 1 2, dove z indica la quantità o (stock) di oro al tempo 1 1 ecc. L'andamento della perdita di potere d'acquisto della moneta, dovuta all'inflazione, è controbilanciato dall'aumento del prez­ zo di mercato dell'oro (e cioè delle riserve). I due trend, nella storia moder­ na, si sono sostanzialmente equilibrati con andamento analogo, anche se con sfasature nel tempo. Il grafico seguente (limitato agli ultimi 30 anni e quindi successivamen­ te alla decisione del Presidente degli USA di abbandonare la convertibilità del Dollaro USA in ORO) ci fa capire di quale ordine di grandezza sia stata la perdita di potere d'acquisto della moneta statunitense e quan­ to grande sia stato l'aumento del prezzo dell'oro. D'altra parte anche l'oro è una merce, soggetta alle variazioni di prezzo come tutte le al­ tre proprio in base alla sua scarsità. Si sa che, negli ultimi 30 anni, gli USA non hanno fatto altro che stampare carta moneta (o di crearne di virtuale, e cioè di "contabile"). È pertanto sceso il valore (cambio) del Dollaro USA, sia nei confronti dell'oro e sia delle altre valute mag­ giormente utilizzate (a parte la Cina, che manovra al ribasso il cam­ bio della propria valuta, al fine di attuare una politica di dumping e di sostenere le proprie esportazioni, in attesa di sostituire queste ultime

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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere con i consumi interni, come causa di aumento del pii). Al fine di man­ tenere costante il rapporto tra i valori della moneta in circolazione e il valore delle riserve auree, è sufficiente che l'autorità preposta (gover­ no, banca centrale statalizzata,...) controlli periodicamente (una volta all'anno, con decreto, tanto per fare un esempio) che il prezzo dell'oro "si sia adeguato" all'aumento della moneta in circolazione. Non è per­ tanto necessario che sia aumentato il suo volume fisico. Se ne deduce che non necessariamente può accadere che l'oro non sia più sufficiente per mantenere costante il rapporto sopra esposto eguale a 1. Il trend del prezzo dell'oro, negli ultimi 30 anni, caratte­ rizzati da una forte perdita del potere d'acquisto della moneta e da una complessa ricerca di moltiplicare la quantità di moneta in cir­ colazione, aggrappandosi alle più svariate e pericolosissime tecni­ che di ingegneria finanziaria, ci conferma che la teoria è sostenibile, proprio a causa del fatto che l'offerta di oro è sempre più costosa, a causa della scarsità in natura di questo bene. Inutile sottolineare che, contrariamente a quanto sta accadendo, la sicurezza del rispar­ miatore/portatore di moneta sarebbe vertiginosamente aumentata e il rischio di ritrovarsi con un pugno di carta annullato.
c) Sì verifica un aumento del pii, e cioè delle transazioni reali che lo costituiscono, senza che si generi inflazione. Il valore complessivo della moneta in circolazio­ ne aumenta e, alla scadenza del periodo, tocca al governo controllare che il valore complessivo delle riserve auree sia adeguato per mantenere il rappor­ to sempre eguale a I. In questo caso può accadere che si debba acquistare oro sui mercati. Se l'acquisto è rilevante anche il prezzo dell'oro aumenta, come è successo negli ultimi anni per gli acquisti di Cina e India. L’analisi “mondializzata” di questa teoria fa entrare in gioco i saldi di tutte le bilance dei pagamenti (il saldo totale di tutte le bilance è nullo). I Paesi con saldo positivo, a un certo punto, tendono a vendere riserve d’oro; non così gli altri».

Peraltro mi preme sottolineare che si tratta, in tutte queste ipotesi, di modelli teorici, ossia che girano bene in astratto, che sarebbero adottati
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Critica delle sp eran ze com parate e implementati da un'ipotetica specie senziente i cui membri seguisse­ ro tutti le regole aspettandosi, ognuno di essi, che pure ognuno degli altri le segua, e così realizzando, nella cooperazione e senza tendere ad affermarsi gli uni sugli altri, il massimo benessere complessivo. Noto­ riamente però la specie homo sapiens e le sue società funzionano molto diversamente, esserfdo diffuse e determinanti nella formazione e nell'a­ zione del potere, pubblico così come privato, sia la tendenza parassitaria che quella alla sopraffazione e dominio. Quindi un modello equo, senza sfruttamento e dominazione, semplicemente non si realizza. Galloni, nel suo ultimo saggio (2011) auspica:
1 una legge di separazione della finanza speculativa dal banking per l'e­ ) conomia reale, abbinata a un fondo internazionale per il drenaggio dei titoli tossici; 2) lo sganciamento degli investimenti produttivi dalle tasse (ossia, che la BCE crei direttamente i danari per gli investimenti produttivi); 3) “misure di contenimento delle spese correnti che non contrastino con gli obiettivi di sviluppo (di stimoli dei consumi e degli investimenti)”; 4) ridurre i debiti pubblici attraverso un fondo europeo apposto (EFSF = Fondo Europeo di Stabilità) che comperi i titoli pubblici e li elimini gradualmente; 5) introdurre un terzo tipo di soggetto finanziario, più al riparo dalle turbo­ lenze di mercato e dagli azzardi dì gestione, che si occupa di gestione dei titoli pubblici, del risparmio protetto; 6) emettere titoli pubblici a medio termine, destinati ai risparmiatori nazionali; 7) finanziare un fondo per i disoccupati attingendo, in parte, dagli occupati; e, in parte, dall’iva sui beni di lusso; 8) momtorare più attentamente l’European Banking Authority, la quale ha poteri delicatissimi in questioni monetarie e bancarie, compresa la vigi­ lanza per un'adeguata capitalizzazione, e interviene, e che - a detta di Galloni - ha agito «a prescìndere da logiche comprensibili e prevedibili».

Ma si profila un pericolo ben maggiore, un evento contro cui gli Stati - o perlomeno Stati come l'Italia - non avrebbero difese: il take
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ClMIT€URO. Uscirne e risorgere over dei grandi mezzi di produzione e delle stesse banche nazionali da parte del capitale finanziario. Galloni, nell'ultimo capitolo del suo libro del 2011, in considerazio­ ne delle policies finanziarie devastanti praticate nel mondo occidentale, e addirittura genocide in Paesi come il Congo, avanza il sospetto che i poteri forti della finanza intendano provocare catastrofi al fine di arre­ stare la crescita umana e politica del genere umano. Peraltro, secondo lui, l'attuale sistema di sviluppo, basato sulle esportazioni, sullo sfrut­ tamento dell'uomo e dell'ambiente, non può reggere, e la consapevolez­ za di ciò può essere occasionata anche dalla mancata introduzione di tecnologie soprattutto energetiche ed ecologiche, già disponibili. Gal­ loni, infine, critica negativamente il modello geostrategico secondo lui adottato dall'élite mondiale, ossia il modello neomalthusiano che dice che, siccome le risorse fisiche planetarie sono limitate, bisogna limitare i consumi e i consumatori. Secondo lui, il problema si potrebbe supera­ re con innovazioni tecnologiche anche già disponibili, ma non diffuse. Rispetto alla proposta di Tremonti, che esamineremo di seguito, quella nel recente saggio di Galloni è un approccio non rivoluziona­ rio, piuttosto pragmatico e minimalista. Non ha la pretesa di trasfor­ mare il mondo né di creare un modello economico nuovo. Però i sug­ gerimenti sono abbastanza concreti e specifici, traducibili - in astratto - in provvedimenti legislativi. Questi suoi temi sono ampiamente ri­ presi nel suo Poscritto. I fautori della Modern Money Theory hanno una proposta radica­ le, che abbiamo sommariamente esposto nella seconda parte del libro, ma che è applicabile solo agli Stati che hanno la sovranità monetaria. Per Stati come quelli dell'Eurozona, che non hanno la possibilità di emettere moneta, ultimamente Philipp Pilkington e Warren Mosler suggeriscono10, al fine di tener bassi i tassi sul debito pubblico e di prevenire il default, che questi Stati si finanzino emettendo tax-backed bonds, ossia titoli del debito pubblico, produttivi di interesse, e che hanno una valore garantito dal fatto che lo Stato che li emette si impe­
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Critica d elle sp eran ze com parate gna, in caso che cessi di rimborsare le proprie obbligazioni, ad accet­ tarli in pagamento dei tributi a esso dovuti, per il loro valore capitale, oltre agli interessi. In tal modo, il portatore di questi bonds potrebbe usarli per pagare le proprie tasse, oppure venderli a soggetti che deb­ bano pagare tasse a quello Stato. Essendo garantito il loro valore an­ che in caso di defauU, essi prevedibilmente sarebbero collocabili a un tasso di interesse moderato. Essi dovrebbero essere emessi secondo il diritto internazionale o britannico, per prevenire la possibilità che lo Stato emittente rifiuti di accettarli in pagamento delle tasse. Brevemente, menziono la proposta di Joseph Huber, formulata tec­ nicamente nel saggio Creating New Money, che più ampiamente ho esposto in €uroschiavi, e che sostanzialmente condivido - con le inte­ grazioni esposte in questo libro - e che si compendia in poche mosse: 10 Stato dovrebbe avere il monopolio della creazione del denaro; emet­ terlo quindi direttamente, attraverso una banca nazionale, senza inde­ bitarsi (anzi estinguendo col ricavato il debito pubblico, e alleggeren­ do la tassazione) per le spese e gli investimenti, nonché per prestarlo alle banche, che lo presterebbero a loro volta a tassi maggiori, senza più creare mezzi monetari come fanno ora, e senza più prestare i loro crediti come denaro. I depositi di denaro presso le banche sarebbero depositi propri, cioè la proprietà del denaro resterebbe del depositante (salvo che questi presti il denaro alla banca contro interesse), così che 1 default della banca non toccherebbe i depositi dei clienti. Tutto il de­ 1 naro, tutti i mezzi di pagamento, tutti gli attivi bancari, sarebbe così denaro legale, indipendente dalla solvibilità delle banche. II sistema economico-finanziario sarebbe stabile e capace di crescere senza bolle. Vorrei qui far notare che nessuna delle proposte di cui ho conoscen­ za raccomanda di rendere contabilmente e fiscalmente visibili i flussi di potere d'acquisto che le banche introitano nell'esercizio dell'attività creditizia. Così come nessuna raccomanda di porre fine alla confusio­ ne, nel trattamento contabile, tra moneta legale (banconote) e moneta virtuale o creditizia (promesse di pagamento bancarie). Eppure sono due punti imprescindibili per la stabilità di un sistema monetario.
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Nessuna delle proposte suggerisce di monitorare i flussi di capitale verso l'estero, soprattutto le fughe verso Paesi più sicuri, legali, efficienti, affidabili; e le rimesse degli immigrati verso i loro Paesi di origine. Per trattenere i capitali, oltre alle altre misure qui da me e da altri suggeri­ te, si dovrebbe porre fine all'arbitrio fiscale. Oramai dilaga, da parte del personale del fisco italiano, a fini carrieristici e di servilismo verso i su­ periori, la prassi non solo di presumere il reddito a prescindere dal red­ dito effettivo, ma pure di inventarsi elementi presuntivi di reddito dal nulla. A me l'Agenzia delle Entrate ha contestato, per il 2011, acquisti im­ mobiliari incongrui coi miei redditi. Orbene, io nel 2011 (e nel 2010,2009, 2008...) non ho comperato alcun immobile. Quindi il funzionario si è inventato la cosa in mala fede, oppure non sa quel che fa. Orbene, una simile prassi è molto più antisociale della stessa evasione, proprio per­ ché viene dallo Stato, e spinge le aziende a cessare, a trasferirsi, o a non venire in Italia. Dall'estero queste barbarie si vedono. Se un governo, un ministro, un direttore di ufficio fiscale, per incassare un miliardo in più di tasse, fa perdere al Paese dieci miliardi di capitali, posti di lavoro e aziende produttive, o è incompetente, oppure vuole sabotare il Paese. Inoltre, nessuna delle proposte tiene conto del problema prima di tutto sociologico e solo derivatamente economico, sempre più sensi­ bile, posto dalla Germania: un popolo numeroso, laborioso, efficiente, con forte coesione sociale e nazionale anzi nazionalistica, trovandosi tra popoli nettamente meno efficienti e molto meno coesi, molto meno capaci di una politica unitaria, tende automaticamente a sottometterli ai propri interessi - interessi di capitale, se non di popolo. Finché ci sa­ rà un tale gradiente tra Germania e nazioni circostanti, ci sarà questa tendenza, che constatiamo, direi, dalla guerra austro-prussiana a oggi. Ancora, nessuna delle proposte in parola tiene conto della possibilità, alquanto verosimile, e già ampiamente illustrata nella prima parte di que­ sto saggio, che l'Euro sia stato concepito e sia usato come strumento per produrre distorsioni e crisi utili alla realizzazione di un disegno di centra­ lizzazione del potere in Europa, con ruolo egemone della Germania.
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Critica delle sp eran ze com parate Ancora, nessuna delle proposte tiene conto della possibilità, pure verosimile, che gli scompensi e la crisi terminale dell'Euro possano es­ sere controbilanciati, temporaneamente, attraverso iniezioni sottoban­ co di liquidità a scopo palliativo e "ritardante" (del tipo dei già discus­ si finanziamenti per 16 trilioni di Dollari erogati segretamente dalla FED), per permettere che si completi il nuovo ordinamento europeo e la dissoluzione degli Stati nazionali e delle loro autonomie, anche se intanto il danneggiamento e l'azione squilibrante progrediscono. Continuando, nessuno degli autori menziona la possibilità di pro­ cedere alle possibili compensazioni tra i reciproci debiti-crediti tra i Paesi europei - operazione che porterebbe a un notevole alleggeri­ mento della loro mole, e i PIIGS in particolare si libererebbero di cir­ ca metà di essa:
Banche e G o v e rn i in questi 5 anni di econom ia traballante devono a ciascuno miliardi di dollari convertiti qui in dollari - e hanno debiti ancora maggiori verso Inghilterra, Francia e Germ ania. Le dim ensioni della Freccia so no p ro p o rzio n a li all’am m o ntare del debito

IRLANDA
$ 867 m iliardi
j Ammontare \ dovuto fra Paesi al 3 1 dicembre in miliardi < di dollari .

C o n la disoccupazione al 20% la Spagna ha un’e conom ia tra le più deboli d ’Europa

L’Italia deve alla Francia 5 1 I m iliardi di dollari o circa il 20% del PIL francese

C irc a 'h del d e b ito del Portogallo è gestito dalla Spagna ed entram bi i rating di cre d ito dei Paesi so no crollati

Debito Pubblico Europeo attuale

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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere
Portogallo G erm a n ia

Irlanda

Francia

Italia

Spagna

Debito Pubblico Europeo com pensato: Debiti Pubblici Europei abbattuti del 64%
Sei Paesi - Irlanda, Italia, Spagna, G ra n B retagna, Francia, G e rm a n ia - possono elim in are il 50% del loro D.P. (IMF World Economie Outlook Database, October 201 0)

Rilevo pure che nessuno ha proposto di istituire una sorta di orga­ no giudiziario europeo, un pubblico ministero contabile, partecipato da magistrati nominati dai governi di tutti i Paesi dell'Eurozona, che abbia il compito di ricercare e indagare casi di sprechi, di mala gestio­ ne, di corruzione nella pubblica amministrazione, e di promuovere azioni sia penali, davanti a costituende sezioni specializzate dei tri­ bunali ordinari, che di responsabilità contabile, davanti alla Corte dei Conti. Un tale organo giudiziario consentirebbe un controllo incrocia­ to, e permetterebbe ai governi dei Paesi più forti, quindi maggiori con­ tribuenti delle politiche di solidarietà europea, di sindacare l'uso dei denari da parte dei Paesi più corrotti, e di intervenire sul detto uso. Aggiungo che nessuno sembra riprendere alcune istanze, su cui Berlusconi insisteva nell'Eurogruppo durante l'estate 2011, contro la volontà e gli interessi di Berlino - cosa che probabilmente è stata de­ cisiva per la decisione di farlo dimettere e sostituire con una persona
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Critica delle sp eran ze com parate gradita a quegli interessi. Le istanze sono le seguenti: a) non imporre alle banche di valutare, nei loro bilanci, i titoli di debito pubblico al loro valore di mercato secondario, ma al loro valore di rimborso, per­ lomeno quando sono vicini alla scadenza (ciò migliorerebbe assai i bi­ lanci delle banche e aumenterebbe le loro capacità di erogare credito, oltre a dare sollievo ai debiti pubblici); b) tener conto, nel calcolo del pii, del reddito sommerso, così che il pii italiano sarebbe di circa 2000 miliardi, e il rapporto pii/debito pubblico sarebbe intorno al 90% an­ ziché 120, con la conseguenza che la quota annua di abbattimento del debito pubblico a norme del fiscal compact, per l'Italia, sarebbe non un impossibile 45 miliardi ma un sopportabile 5 miliardi; c) tener conto non solo del debito pubblico, ma del patrimonio attivo dei privati circa 8000 miliardi, per l'Italia. Si noti infine che nessuno degli autori citati sembra tener conto del fattore sociologico, ossia del fatto che un Paese in cui per governare è necessario avere buona parte dei voti di regioni a dominanza cliente­ lare e mafiosa (appalti, assunzioni, spesa pubblica) non potrà mai agire contro tale dominanza e fare effettive riforme, che siano credute all'e­ stero, quale che sia il colore del governo di turno; quindi per poter agire contro di essa e riformare realmente il Paese è indispensabile farne due Stati indipendenti, con un Nord che risparmi i cento miliardi circa che ora deve annualmente tributare a Roma e al Sud, e che con quei rispar­ mi faccia ricerca, innovazione, infrastrutture per recuperare la compe­ titività perduta rispetto ai Paesi tecnologicamente avanzati. E con un Sud che, non potendo più scaricare i propri molti deficit sulle regioni sane del Paese, e dovendo fare i conti con se stesso, sia costretto, per non affondare, a eliminare storture e parassitismi. E che si aiuti uscen­ do dall'Euro e svalutando, così da attrarre investimenti e turismo, e da recuperare competitività nelle esportazioni. Chi la pensa diversamente, dovrebbe spiegare come, quando e per quale motivo i tedeschi dovrebbero accettare di integrarsi con popo­ li, quali greci, siciliani, calabresi, campani, di cui hanno abbondan­ temente visto le caratteristiche in azione e le qualità sociopolitiche, 355

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere anziché usare la loro propria forza relativa per sottometterli giuridi­ camente ed economicamente attraverso istituzioni come il MES, in modo da neutralizzarne la deleteria e contagiosa influenza, e da ren­ derli risorsa sfruttabile per la loro economia. Se ITtalia resterà unita, sarà condannata perennemente a salari e pensioni da fame per compensare la sua bassa produttività (non po­ tendo svalutare); oppure cadrà fuori dall'Euro ma anche dalla discipli­ na di bilancio, sarà in preda a una partitocrazia incompetente, sprecona e ladra. Ma lo stesso avverrebbe se Berlino accettasse che la BCE assicurasse, come prestatore di ultima istanza, l'acquisto sul mercato primario del debito pubblico italiano. Per questo la Merkel non vuole sostenere l'Italia di questa partitocrazia e non crede nel suo governo, che di essa è, per necessità politica, più difensore che liquidatore. Anche se tutti i qui citati autori concordano sulla necessità, per ri­ stabilire fiducia e sicurezza nel settore bancario, di reintrodurre su scala atlantica la legge Glass-Steagail, ossia il divieto per le banche ci credito e risparmio di praticare le attività speculative siccome troppo pericolose per le banche e per i depositi dei risparmiatori, io osservo che una tale separazione non sarebbe sufficiente per la messa in si­ curezza del sistema di credito e risparmio: occorrerebbe andare oltre, ossia stabilire che la licenza di una banca possa avere una e soltanto una branca: una licenza per le attività speculative, oppure una per il credito di breve termine (commerciale), oppure per il credito di me­ dio termine (industriale), oppure per il credito di lungo termine (fon­ diario); e che nessuna possa detenere quote di società non finanziarie, né partecipazioni in banche con altro tipo di licenza, né una licenza per le attività assicurative; e anche istituire una garanzia statale per i depositi nelle sole banche di credito, come già fatto negli USA col Glass Steagall Act del 193311. Sarebbe necessaria pure l'istituzione di garanzie contro il conflitto di interesse nelle società di rating (che at­ tualmente derivano il grosso dei loro ricavi da servizi per società che devono collocare titoli finanziari, incluse proprie azioni e obbligazio­ ni, sui mercati, quindi pagano per ottenere un rating ingannevolmente
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Critica delle sp eran ze com parate elevato); ma anche una maggiore trasparenza dei rischi assunti dalle banche mediante garanzie fidejussorie o di altro tipo in favore di sog­ getti da loro creati per il traffico speculativo12. E un limite alle dimen­ sioni di ciascuna banca, per evitare che lo Stato sia costretto a salvarla coi soldi dei contribuenti per evitare danni estesi alla sua economia. Ancora migliore, ritengo, sarebbe l'introduzione del vincolo proposto da Werner, ossia di consentire alle banche di creare liquidità - ossia erogare prestiti - solo per impieghi che contribuiscano al pii, esclusi quindi quelli finanziari. In un approccio più esaustivo, se si vuole salvare l'Euro, occorre che l'intero Eurosistema garantisca tutti i debiti pubblici dei suoi membri, che la BCE diventi prestatore di ultima istanza, e che si lanci un piano di investimenti di lungo termine interamente finanziato. Occorre che si faccia ciò al 100% e incondizionatamente (ma dando a ciascun mem­ bro su ciascun altro membro adeguati poteri di controllo e intervento anti-spreco attraverso un organo centrale, che potrebbe essere giudi­ ziario), altrimenti l'effetto psicologico sarà ancora una volta quello di generare dubbio, sfiducia, spiragli speculativi. E occorre che lo si faccia senza ritardo, altrimenti farlo finirà per costare troppo e salvare poco o nulla, solo le macerie. La Grecia, la Spagna, il Portogallo e, soprattut­ to dopo i terremoti emiliani, l'Italia stessa, non possono aspettare. Giulio Tremonti13 ritiene che, allo stato delle cose, gli sviluppi della situazione europea possano prendere l'una o l'altra di quattro vie:
/ «ondare passivamente verso la catastrofe dell'Unione Europea e nell’U­ nione Europea; / dividere i’Eurozona per aree diverse; aree più forti, aree più deboli; / riorganizzare costituzionalmente l'Unione Europea: sopra, maggiore di­ sciplina di bilancio; ma, sotto, la 8 CE trasformata in vera banca centrale, l'emissione di Eurobond eccetera; / fare resistenza e avere coraggio per ripetere oggi... la grande politica fatta contro la Grande Depressione, con il New Deal di Roosevelt».

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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere La prima via è quella che si imboccherà automaticamente se non si riuscirà a imboccarne un'altra, se non si riesce ad accordarsi per cam­ biare rotta, e a farlo (fare le cose è diverso che accordarsi per farle tra il dire e il fare...). Sarebbe la fine dell'Europa, anche nel senso di fine del funzionamento dei mercati, della disponibilità di servizi pub­ blici, di merci, di carburanti... La seconda via ha due opzioni:
a) con intervento del FMI, che comporta per l'Italia e gli altri eurodeboli la perdita totale della sovranità e ricette depressive, nonché di solito falli­ mentari; e per i creditori dell'Italia la certezza di incassare i crediti per poi, aggiungo io, potersi liberare di questo Paese inaffidabile e non più vitale1 ; 4 b) con divisione monetaria (dichiaratamente provvisoria, probabilmente definitiva) tra eurodeboli ed euroforti, Eurosud ed Euronord (Kerh-Euro). Questa via, cui sembra riferirsi il principio di un'Europa a più velocità enunciato da Ho!lande dopo il vertice con la Merkei del 10 luglio 2012, comporterebbe, per gli eurodeboli, il vantaggio di recuperare competitività svalutando e di dotarsi di una propria banca centrale garante di ultima istanza; ma anche il rischio di default pubblico e privato, fughe di capitali, crollo della fiducia globale. Per gli euroforti comporterebbe la perdita o la svalutazione dei crediti verso gli eurodeboli e la perdita anche dei loro mercati, dovuta a! nuovo cambio. Verso la metà di agosto 20 12, il prof aw. Markus Kerber, autore di un ricorso alla Corte Costituzionale tedesca contro il MES, lancia la proposta1 di introdurre una moneta parallela, la 5 Guldenmark, nei Paesi euroforti, che si rivaluti rispetto all’Euro, onde soddi­ sfare i differenti bisogni monetari di quelle economie ed evitare la rottura per divaricazione deliEurozona per effetto dell'accumularsi degli squilibri delle bilance commerciali, non corretti dagli adattamenti dei tassi di cam­ bio tra i Paesi dell'Eurozona. Il MES, lo scudo antispread e gli acquisti da parte della BCE possono solo differire, aggravandolo, il momento della rottura1 . La Corte Costituzionale tedesca, oltre a differire la decisione su 6 tale ricorso a dopo le sue vacanze - atto questo di smaccata prepotenza verso i partner deboli della Germania - si è, secondo alcuni, arrogata la giurisdizione propria della Corte Europea di Giustizia.

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Critica delle speran ze com parate La terza via è quella per cui Tremonti opta, se però congiunta alla quarta, per uscire da un'Europa che vede la divisione tra popoli de­ bitori e sottomessi, e popoli creditori e dominanti, e che crea interes­ si obiettivamente divergenti tra questi due insiemi di popoli, quindi porta alla fine anche politica dell'Unione, o alla sua trasformazione in un rapporto coloniale del Nord sul Sud. Per superare la divisione, ab­ bisogniamo di un programma politico adottato in modo imperativo e giuridicamente vincolante, che escluda un parcheggio anche tempo­ raneo degli eurodeboli nel FMI o in altra forma di lazzaretto o qua­ rantena, che coniughi il meccanismo del rigore di bilancio (tipo MES) con un meccanismo di solidarietà concreto e immediatamente vinco­ lante come l'Eurobond. Ma occorre anche accettare che il presente si­ stema è alla fine e dalla crisi non si esce senza un nuovo modello, che passi da una "Nuova Alleanza" (!) tra "popolo e Stati" - non facile, ammette il Nostro, ma necessaria, come un nuovo pensiero comuni­ tario e sociale. La politica non è se non si basa sui sentimenti, non può essere un fine ma solo un mezzo per il bene comune, la famiglia, e via così, capovolgendo Machiavelli. Libero mercato sì, nel senso smithiano, dovunque possibile, ma Stato interventore e regolatore laddove necessario affinché il mercato serva le nazioni, e non le nazioni il mer­ cato. È il momento più giusto, ma anche l'ultimo possibile, per usare la mano pubblica. E la politica, che manovra questa mano, può riscat­ tarsi dalla delegittimazione soltanto attraverso una prova di forza e di libertà consistente nel mettersi sopra la finanza e gli interessi dei po­ chi grandi finanzieri. Come? Con una serie di precisi atti normativi:
a) separare la finanza speculativa dalle banche di credito; b) fissare regole OCSE di appropriatezza e trasparenza in economia; c) fare gli Eurobond (cioè mettere in comune i debiti pubblici); d) fare che lo Stato emetta moneta, e la emetta per il popolo, per la pro­ duzione e non per la speculazione, archiviando il monetarismo liberista;

e) fare che lo Stato nazionalizzi le banche guaste, e imponga alle altre di
separare attivi e passivi sani da quelli tossici;

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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere
f) rendere le banche un’infrastruttura dell'economia reale e non un casinò della speculazione; g) far pagare il fio a chi ha barato; h) proibire la contabilizzazione dei profitti attesi1 e imporre quella del net 7
present value;

i) avviare grandi opere infrastrutturali in Europa.

L'obiezione a queste proposte è più che facile, e si colloca su due piani: sul piano europeo e sul piano generale. Sul piano europeo, dobbiamo innanzitutto richiamare, oltre alle reali­ stiche osservazioni di Kerber, il già menzionato processo di meridionalizzazione della periferia e di concentrazione di capitali, compe­ tenze e produzione nelle grandi aree industriali centro-europee, con parallelo, ma quantitativamente maggiore, depauperamento del resto d'Europa. Questo processo è un processo spontaneo, non correggibile con le chiacchiere, e cui è difficile opporsi se non in modo puramente difensivo, protezionistico, dilatorio; esso esprime un conflitto di inte­ ressi oggettivo e forse irriducibile - quindi fatale non solo per l'Euro ma pure, a più lungo termine, per l'Unione - tra area tedesca (model­ lo renano) e resto d'Europa. Non è mai partita la prevista reazione rie­ quilibrante del mercato, che i fautori del mercatismo e dell'integrazio­ ne monetaria nel segno dell'austerità avevano preannunciato - cioè, non vi è stato alcun recupero di competitività da parte dei PIIGS no­ nostante i tagli a salari, pensioni e welfare. Al contrario, il loro costo del lavoro è continuato a crescere18 rispetto a quello tedesco, delle aree dove il capitale e le competenze rendono di più, e dove realizza­ no surplus commerciali che consentono, da un lato, di aumentare il gap di efficienza sistemica; e dall'altro lato di fare shopping di assets nei Paesi periferici - shopping che sarà ulteriormente favorito, se questi Paesi svalutano uscendo dall'Euro. Quindi, all'opposto dell'azione ri­ equilibrante, abbiamo un'azione di mercato amplificante, tendenzial­ mente dirompente, diabolica, e confermata dal vertice di Bruxelles del 28 giugno 2012, come già spiegato nella prima parte del libro. 360

Critica delle sp eran ze com parate Tale azione è sostenuta dalla policy dei regolatori del credito (BIS, banche centrali), che tendono a facilitare i capitali e i Paesi che accu­ mulano più utili con tassi bassi, e a gravare i capitali più in difficoltà, con tassi alti e criteri restrittivi. Ciò facilità il fallimento dei secondi e il take-over da parte dei primi19. Facilita inoltre la mimetizzazione dei reali importi dei debiti pubblici dei primi, cioè degli importi com­ prensivi del debito implicito, che è il debito previdenziale di lungo termine. Infatti, se andiamo a considerare anche questa componente, i Paesi forti, Germania in capo, appaiono airimprovviso fragili, molto più dellTtalia, a causa dei loro generosi trattamenti pensionistici, as­ sistenziali, sanitari (il "debito implicito"), molto più generosi di quelli da fame stabiliti in Italia20 - e forse hanno necessità di continuare ad attrarre a sé i capitali dei Paesi deboli per sostenere questo loro debito implicito, nonché i ventri molli delle loro banche, gonfi di junk bonds - una situazione, quella della Germania, che ricorda, per certi aspet­ ti, quella del Regno di Sardegna, il quale fu spinto e aiutato dai ban­ chieri britannici, Rothschild in capo, a conquistare il resto d'Italia sia per pagare i suoi debiti verso di loro saccheggiando i tesori degli Stati che via via annetteva, sia per trasferire le residue risorse finanziare dal Sud e dal Centro al Nord (in modo che l'industria potesse svilup­ parsi solo al Nord), sia per abbattere, da Napoli a Venezia, a Firenze, a Roma, il sistema di pubbliche regolazioni sul commercio e l'econo­ mia, nonché il sistema di assistenza a malati e poveri, onde costituire in tutt'Italia un'area senza dazi, liberista, privatizzata, funzionale al business finanziario, analoga agli ideali di virtuosità oggi imposti21. «Der Spiegel» del 13 giugno 2012 scrive: «Con un'uscita dall'Euro e un taglio netto dei debiti la crisi interna italiana finirebbe di colpo. La nostra invece inizierebbe proprio allora. Una gran parte del settore bancario europeo si troverebbe a collassare immediatamente. Il debi­ to pubblico tedesco aumenterebbe massicciamente perché si dovrebbe ricapitalizzare il settore bancario e investire ancora centinaia di mi­ liardi per le perdite dovute al sistema dei pagamenti target 2 intraeuropei. E chi crede che non vi saranno allora dei rifiuti tra i Paesi europei, non s'immagina neanche cosa possa accadere durante una
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere crisi economica così profonda. Un'uscita dall'Euro da parte dell'Italia danneggerebbe probabilmente molto più noi che non l'Italia stessa e questo indebolisce indubbiamente la posizione della Germania nelle trattative. Non riesco ad immaginarmi che in Germania a parte alcu­ ni professori di economia statali e in pensione qualcuno possa avere un interesse a un crollo dell'Euro»22. La policy imposta da UE, BCE, Merkel, Monti, Berlusconi, Prodi, Sarkozy (fino alla sua sostituzione) e praticamente di tutti gli altri, non si è mai opposta a ciò, ma ha assecondato questo processo, colpendo redditi, risparmi, investimenti, piccole imprese, credito per queste e per le famiglie, diritti dei lavoratori dipendenti, dei contribuenti ecc. Sul piano sovrastrutturale, giuridico, si è accompagnato il ridetto pro­ cesso con norme di dissoluzione formale degli Stati nazionali sovrani in un supergoverno europeo controllato dal capitalismo tedesco. Molti speravano in Hollande per un'inversione di rotta in senso keynesiano. Ma Hollande si è alleato con Berlino concordando di appoggiare la po­ litica economica e la gerarchizzazione europea che Berlino sta impo­ nendo agli altri nel proprio interesse, in cambio di una partecipazione al "bottino" di surplus e di shopping estero che Berlino sta realizzando e realizzerà. Ossia può accordarsi per spartirsi l'Europa con la Germa­ nia, inserendo il Nord-Est della Francia nella grande area industriale centro-europea che assorbe i distretti industriali periferici. In effet­ ti, capitalisti di quei due Paesi si sono già spartiti settori industriali e commerciali italiani quali grande distribuzione, energia, meccanica, acque, e chiaramente mirano a togliere all'Italia ogni filiera tecnologi­ ca autonoma; inoltre, come spiegherà Galloni nella Postfazione, Fran­ cia e Germania avevano congegnato lo stesso Eurosistema come un sistema che avrebbe fortemente ridotto la capacità produttiva, quindi la ricchezza, dell'Italia, a loro vantaggio. Quando si parla di integrazio­ ne europea e di governo comune si dimentica o si sottace che esistono contrapposizioni di interessi in cui i più forti vogliono organi di gover­ no comune perché grazie ad essi sopraffanno i più deboli. Secondo alcuni, ma non secondo me, quella spartizione può essere il piano B per l'Italia. Il piano A forse era: costringere il sistema-Paese 362

Critica delle sp eran ze com parate Italia ad europeizzarsi (in fatto di efficienza, serietà, legalità) attraver­ so i vincoli di bilancio posti da Maastricht e la pressione posta dalla finanziarizzazione del debito pubblico (che forse si pensava premias­ se con tassi bassi le trasformazioni nel senso giusto e scoraggiasse con tassi alti le mosse sbagliate). Una volta visto che il piano A falliva, per­ ché i bassi tassi di interesse donati dai primi anni deirEuro di fatto sostenevano proprio le pratiche disfunzionali che si voleva eliminare, si è passati al piano B, cioè mettere il Paese in liquidazione e spartirsi i suoi assets validi. Il governo Monti-Napolitano sarebbe un estremo tentativo di risanare e riformare il sistema-Paese attraverso il metodo (supportato da Berlino) della paura, deH'allarme e dello shock a ripeti­ zione, che costringono la partitocrazia a subire e a votare «quello che doveva essere fatto nei vent'anni prima». Per le ragioni sinora esposte, io ritengo che, da almeno vent'anni, vi sia solo il piano B, e che Maastricht sia parte di esso, assieme ai governi da Amato in poi. Comunque sia, è interesse dei PIIGS (e di altri) prendere atto che, dietro la retorica dell'Europa unita, la realtà è una contrapposizione di interessi con la Germania; che se la si lascia continuare, ci si con­ danna alla rovina; che bisogna fare fronte comune contro di essa e i suoi alleati (come tra controparti economiche, non ovviamente come tra nemici), creando per loro problemi e pericoli; che conviene scio­ gliersi sia dall'Euro che dal Mercato Unico, al fine di poter adottare misure protettive, di controllo dei capitali e delle merci, contro il takeover dei capitali tedeschi e altre forme di imperialismo e colonizzazio­ ne depredante23, che imperverserebbero a seguito della svalutazione monetaria conseguente all'uscita dall'Euro. Un governo che si curasse degli interessi nazionali starebbe preparando un piano in tal senso e aprirebbe un pubblico dibattito. Per contro, le tasse imposte per rea­ lizzare un avanzo primario sono non semplicemente eccessive, e inu­ tili (tanto più che lo spread risulta positivamente correlato non al debi­ to pubblico o al deficit pubblico, ma al deficit della bilancia commer­ ciale!24), bensì addirittura contrarie agli interessi della nazione, perché esse vanno a sostenere un'operazione antinazionale. 363

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Se uscire dall'Eurosistema, dal Trattato di Maastricht (in cui Bran­ caccio e Passarella25 ravvisano una rivincita tedesca rispetto al Tratta­ to di Versailles) è inevitabile, perdurando la sua impostazione, meglio uscire al più presto, prima che il processo di demolizione dell'economia nazionale produca ulteriori danni, e con ancora qualche soldo in tasca, e un apparato industriale e agricolo che in buona parte rima­ ne in essere. E soprattutto prima che uscire dairEurosistema signifi­ chi cadere dalla padella alle brace, ossia passare sotto il dominio di un Sovrastato autocratico, dittatoriale, come già si delinea soprattutto neirordinamento e nei poteri e privilegi del MES. Se ci lasciamo portar via le ultime risorse (da una Germania protesa a indennizzarsi anti­ cipatamente della perdita che si aspetta di subire dalla probabile sva­ lutazione dei suoi crediti verso i PIIGS), dopo saremo in balia del ca­ pitale dominante sostanzialmente tedesco (infatti la Merkel preme per l'integrazione politica, che darebbe più potere al capitalismo tedesco), mentre anticipando i tempi potremmo ripartire i danni con i partner. Il popolo e le imprese hanno quindi interesse ad attivarsi per sventa­ re il disegno di liquidazione del Paese, rovesciando il tavolo del MES, del Fiscal Compact, di Maastricht. Berlusconi, nel giugno 2012, ventila di uscire dall'Euro o di farne uscire la Germania, e di introdurre una moneta nazionale parallela: tutte idee buone, ma ci dovrebbe spiegare perché, coi suoi governi, ha sempre appoggiato e votato i trattati che ci hanno portato in questa situazione, senza mai sollevare un serio di­ battito, Se non lo spiega, e se lascia andare avanti il governo verso la sottomissione dell'Italia al MES, ci resta il dubbio che anche certe forze politiche critiche stiano solo fingendo di voler fare quelle cose, al fine di raccogliere voti, come in passato qualcuno ha sempre promesso di correggere le storture del Paese, e non lo ha mai fatto. II suo ruolo reale sembra quello di intercettare, gestire e inertizzare la protesta e la voglia di cambiamento, così da consentire il compimento di un dise­ gno di riduzione dellTtalia a territorio coloniale, in cambio del mante­ nimento dei privilegi vari, anche televisivi. Berlusconi, se vuole essere credibile, deve staccare la spina a Monti e impedire il Fiscal Compact nonché il MES. Invece, in ottobre, si è convertito al montismo.
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Critica delle sp eran ze com parate Insomma, si può uscire dall'Euro bene, oppure male: se si esce bene, si limitano i danni e si aumentano i vantaggi, anche colpendo i concor­ renti. Se si esce male, se si esce tardi, dopo che la Germania avrà "suc­ chiato" tutto il possibile, sarà una carneficina. Ma soprattutto, per i Pae­ si che usciranno dall'Euro, sarà decisivo recuperare la sovranità mone­ taria nazionale, meglio se in forma piena, come propugnata da Huber (vd. supra), o quantomeno nelle forme dell'Italia prima del divorzio del­ la Bdl dal Tesoro e della finanziarizzazione del debito pubblico. Sin da ora, qualsiasi governo più leale alla propria nazione che a Berlino, dovrebbe dichiarare che, in caso di uscita dall'Euro, rideno­ minerà i suoi debiti in Euro, interni ed esterni, pubblici e privati, nella nuova moneta nazionale, esattamente come li aveva ridenominati in Euro quando entrò nell'Eurosistema; e che, se necessario per garanti­ re i depositi, nazionalizzerà le banche di credito: questa è una misura indispensabile, se si vuole dare serenità ai propri cittadini. Il pagamento dei titoli di Stato potrà essere indicizzato, come ha fatto con successo l'Argentina, al pii, così da incentivare i creditori ad assecondare la ripresa, e a dissuaderli da rappresaglie contro l'Italia - la quale peraltro, avendo un avanzo primario e non un disavanzo, non avrebbe bisogno di finanziare nuovo debito pubblico. Il male peggiore sarebbe ripetere la storia dello SME nel 1992, che produceva problemi analoghi a quelli dell'Euro. Allora patimmo dap­ prima una fase di lacrime e sangue per scongiurare l'uscita da esso; poi subimmo la svalutazione e la perdita di potere d'acquisto; con­ temporaneamente dovemmo dismettere, a prezzi incongrui, molti assets pubblici, senza ridurre il debito pubblico. Oltre a patire i sacrifici prima e la svalutazione poi, i prestatori d'opera subirono una perdita nella loro quota di reddito nazionale e, più profondamente, i loro sin­ dacati vennero legittimati nei nuovi equilibri in cambio della rinuncia alla rivendicatività, e i loro partiti di riferimento degenerarono in co­ mitati elettorali e di affari26. Peraltro la politica dei governi italiani da molti anni sembra proprio puntare a questo. Ora qualche governo lo fa in modo scoperto, come già detto, a beneficio dei capitali stranieri e ita­ liani interessati a fare shopping. Infatti, da un lato strema il Paese, lo ha 3 65

CIMIT€URO, Uscirne e risorgere mandato in avvitamento fiscale, in recessione dura, destabilizzandolo finanziariamente e facendo chiudere innumerevoli piccole e piccolissi­ me aziende, che lasciano il mercato libero alla penetrazione straniera, e la disoccupazione reale è molto più alta di quella dichiarata a oggi (set­ tembre 2012), perché bisogna aggiungere i cassintegrati a cui la cassa integrazione scadrà a mesi: si prospetta un inverno di sommosse socia­ li. Dall'altra parte (mediante tasse, tagli e politica creditizia) sposta red­ diti e capitali dai cittadini, dai lavoratori, dai risparmiatori, dai pensio­ nati, dai piccoli imprenditori, in favore di grandi finanzieri, grandi im­ prenditori, ma anche grandi burocrati, politici, alti funzionari, che un domani potranno partecipare, coi capitali che già hanno portato all'e­ stero, e che ammontano a decine di migliaia di miliardi, allo shopping su un Paese che, per necessità, svende i suoi beni e i suoi diritti sociali. Mi vien da pensare che l'obiettivo generale sia un sistema mondia­ le in cui gli USA continuano a esercitare il signoraggio monetario (a "stampare carta" per comperare nel mondo) mantenendo forti defi­ cit sia pubblici che commerciali, con Germania, Cina, Giappone e In­ dia che fanno il grosso della produzione industriale realizzando alti avanzi commerciali con cui continueranno a comprare titoli del Teso­ ro USA, sostenendo così la spesa pubblica e i consumi privati ameri­ cani. La Germania, in cambio del suo servizio, avrà il ruolo di "poli­ ziotto" e "signorotto" dell'Europa o dell'Eurozona, con facoltà di ra­ strellarne le risorse umane, materiali e finanziarie via MES, BCE, UE. Va anche tenuto presente che tutti gli assetti monetari internazionali sono, oggi più che mai nella storia, strutturalmente instabili e a rischio di brusche rotture, e che tali rotture comporterebbero forti difficoltà ne­ gli scambi internazionali, inclusi quelli dai quali dipende l'approvvigio­ namento delle materie prime e delle derrate alimentari di cui molti Paesi, tra i quali l'Italia, hanno bisogno per sopravvivere; perciò oggi la priorità nazionale è mettersi in sicurezza di sopravvivenza, cioè fare scorte e ren­ dersi quanto possibile autonomi per soddisfare i bisogni primari materiali della popolazione - cibo, energia, trasporti, cure mediche - e salvaguarda­ re l'apparato produttivo, non già spendere tutto per rincorrere traguardi 366

Critica d elle sp eran ze com parate contabili fissati da mani più o meno visibili. Il protezionismo diviene op­ portuno in specifiche circostanze. Non esiste un abito per tutte le stagioni. Aprirsi agli scambi internazionali anziché chiudersi protezionisticamente è indispensabile per evitare fossilizzazioni e per stimolare l'innovazione e l'efficienza; ma non è detto che ciò sia vero in tutte le circostanze, in tutti i modi e in tutti i tempi. Questo è un tempo in cui entra più caos e no­ cumento, più follia finanziaria e devastazione, che stimoli migliorativi e innovazioni costruttive. Né potrebbe essere diversamente, in un tempo in cui i mercati sono dominati da una speculazione finanziaria di brevissi­ mo termine. Anzi, ultra-breve. E che prende di mira il settore pubblico. Osservo ancora che, in generale, si seguita a non tener conto dell'e­ sperienza, della storia, le quali mostrano ad abbondanza come i si­ stemi economici non apprendano dalle crisi passate a correggersi per prevenire crisi ulteriori, nemmeno di fronte all'evidenza, e prosegua­ no nei trend redditizi nell'immediato, sebbene prevedibilmente di­ struttivi nel medio-lungo termine. Esperienza e storia mostrano altresì come tutte le promesse di inte­ grazione o armonizzazione monetaria ed economica, coi loro trattati, siano rimaste inavverate, sia in ambito globale, sia in ambito europeo, dalla PAC (Politica Agricola Comune), dalla surveillance mutuelle degli anni Ses­ santa e dallo SME in poi, arrivando a Maastricht, all'Euro, al Financial Stability Board. Esse anzi hanno aumentato gli squilibri e le distorsioni, allontanando tra loro le nazioni e i loro rispettivi interessi, e accrescendo la divaricazione tra sistemi-Paese di diverso livello di efficienza. Quindi pensare che dalle istituzioni europee e non, laddove espressione di conflitti di esigenze tra diversi modelli socioeconomi­ ci, venga aiuto, solidarietà e risoluzione dei problemi, è irrazionale e contrario ai dati storici e non soltanto all'evidenza del presente. Ra­ zionale e realistico, seppure anti-idealistico, è invece organizzarsi per fare con i propri mezzi, consorziandosi - in quanto possibile - tra en­ tità aventi interessi convergenti anziché divergenti, politicamente le­ gate a elettorati nazionalisticamente orientati. Soprattutto in periodi di sfiducia, recessione e disordine.
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Esperienza e storia, soprattutto degli ultimi quindici o vent'anni, mostrano come le rassicurazioni delle istituzioni sulla non gravità dei problemi, sulla disponibilità di strumenti di contenimento delle turbolenze, sull'efficacia degli stimoli27 e dei controlli, sulla idonei­ tà degli strumenti attivati, suiravvenuto superamento del punto più basso, sull'apparire di una luce in fondo al tunnel, sulla non necessità di ulteriori manovre ecc., non meritano credito28, come pure non de­ vono essere credute le spiegazioni delle cause delle crisi, date dalle autorità. Basarsi sulle une o sulle altre per le proprie decisioni, è da stolti. Governi, FMI, OCSE prima del 2011 assicuravano che il 2012 sarebbe stato l'anno della ripresa italiana. Infine, esperienza e storia, quantomeno dalla presidenza Clinton in poi, mostrano che il potere politico, ricattato dai mercati e dalle strette monetarie, nonché influenzato-sovvenzionato29 dalla lobby fi­ nanziaria, non vuole o non può divergere, nella sua azione, dai detta­ ti di questa, nemmeno quando essa vuole cose pericolose o distrutti­ ve, nemmeno quando, come nel caso di Obama, si riceve un mandato elettorale per agire in autonomia dagli interessi finanziari. Quindi, almeno nell'area del Dollaro, la politica non ha autonomia da essi e non ha rappresentanza della popolazione generale, se non per aspetti e istanze marginali e di colore. Rivolgersi a essa è pressoché inutile. Stiglitz, nel suo Bancarotta, porta ampia prova del fatto che i banchieri e gli assicuratori, soprattutto nella bolla immobiliare e in quella dei cdo e dei cds, hanno costruito gigantesche frodi e assunto giganteschi azzardi perché sapevano che, finché la bolla durava, avrebbero gua­ dagnato somme enormi, e quando fosse scoppiata, il governo, che già aveva chiuso ambo gli occhi mentre quegli azzardi venivano montati, sarebbe intervenuto coi soldi del contribuente. Questa è la logica del too big tofail, cioè troppo grandi per (essere lasciate) fallire. In effetti, prima attraverso le frodi, poi attraverso i trasferimenti pubblici, ottenuti con opera di lobbying e di pagamento, hanno realiz­ zato profitti smisurati. La stessa crisi, anzi le stesse crisi, sono quin­ di divenute, in loro mano e per loro mano, strumento del loro profitto:
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Critica delle sp eran ze com parate l'industria deiremergenza. La più lucrativa di tutte le attività. Perciò ritengo che la crisi, la recessione, continueranno: saranno continuate e cronicizzate, verosimilmente, perché saranno portate avanti come bu­ siness finanziario e di gestione sociale; e con parte di quei profitti si orienta opportunamente l'attività di governi e parlamenti. Peraltro, e purtroppo, viviamo in un mondo in cui uno dei busi­ ness principali consiste nell'eliminare le autosufficienze-indipendenze dei vari Paesi, delle comunità, delle famiglie, e sottometterli a una rete di interdipendenze dominate da cartelli monopolisti. E nessun Paese possiede quella sovranità che è necessaria per assicurare stabi­ lità a investitori, produttori e cittadini. Una sovranità che non è solo quella territoriale e politica, ma si articola in ulteriori forme:
/ sovranità monetaria, ovviamente, che consiste nel generare e regolare da sé il proprio denaro p er il proprio finanziamento, senza dipendere da m ercati o banche sovrannazionali; / sovranità alimentare e strategica, cioè nelle risorse primarie e attraverso cui si gestisce il Paese, com e trasporti, energia, informazione.

N O TE__________________________________________________________________________ 1 C ’è chi, nel dibattito parlamentare di f ne aprile 2012, ha interpretato in tal sen­ . so la scelta con cui il governo Monti, nel decreto sulla semplificazione tributaria, ha soppresso i controlli antimafia sui parenti fino al terzo grado per la conces­ sione delle licenze del gioco d’azzardo, che è un settore lucrosissimo e di forte interesse mafioso, con un milione circa di utenti ludopatici (ossia con disturbo psichico di coazione al gioco), segnalati dal Ministero della Sanità. 2. Curzio Maltese, in prima pagina de «La Repubblica» del 2! aprile 2012, osserva che i partiti italiani sono, da un lato, sostanzialmente credi organizzati, in cui i credenti vogliono, dai rispettivi leader, certezze semplici e colpevoli esterni, e in cambio di ciò scusano o rimuovono le porcherie e inadeguatezze dei medesimi leader; dall’al­ tro lato, i partiti sono sostanzialmente imprese personali possedute e sfruttate privatamente dal segretario, dai suoi amici, dalla sua famiglia; qualche segretario, magari tra i più giustiziai isti, arriva a far confluire gli introiti del partito in società

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commerciali da loro gestite. Fa eccezione il Pci-Pds-Pd che ha la struttura di una fe­ derazione di potentati locali. Beppe Grillo propone una Norimberga per i politici, e la cosa non suscita scandalo - il che significa che la gente non crede più nei partiti, che vede i politici come categoria trasversalmente disonesta e non rappresentativa del Paese. Può darsi che questa situazione, esasperata dalle indagini giudiziarie e dagli scandali che si succedono e hanno travolto l’unico partito popolare di opposi­ zione, prepari l’avvento, in un contesto socio-economico ulteriormente degradato e conflìttualizzato, di soluzioni autoritarie. 3. «La strada praticabile è quella di garantire, con un programma pluriennale, vendite di beni pubblici per 15-20 miliardi l’anno, pari all’ 1% del pii. Già abbiamo un avanzo primario del 5% e, calcolando una crescita nominale del 3%, cioè tolta l’inflazione all’l, vorrebbe dire ridurlo del 20% in 5 anni» (http://www.unionesarda.it/Articoli/ Articolo/281053). Già! Una crescita del pii reale del 2% annuo! Come dire che per catturare un merlo basta mettergli un grano di sale sulla coda. 4. Un piano keynesiano sarebbe forse attuabile in una ipotetica Repubblica del NordItalia, o Lombardo-Veneta, la cui realizzabilità, già prima molto dubbia, è stata vanificata, per ora, dall’azione dei pm che hanno fatto scoppiare lo scandalo dei soldi della Lega Nord. Gli illeciti paiono sussistere, ma ciò non esclude che possa essere fondata anche la contro-accusa di Bossi, ossia che i pm si siano mossi pro­ prio ora per contrastare la Lega, unica forza popolare di opposizione al regime. 5. L’economia sommersa, o informale, includente anche le attività illecite, ammon­ ta in Italia a circa il 20% del pii emerso, cioè a circa 300 miliardi, e costituisce una rete sociale che ha l’effetto di attenuare la recessione e di contenere l’in­ quietudine sociale, pur sottraendo entrate all’erario: vedi The Paradox o f Italy’s Informai Economy, 1 agosto 2012, http://www.stratfor.com/sample/analysis/ 5 paradox-italys-informal-economy. 6. Il sistema di virtuosità finanziaria che si sta imponendo è invece insostenibile so­ cialmente, a causa del calare dei redditi, dell’occupazione, dei servizi che provoca, ma anche finanziariamente, a causa della recessione e del l’avvitamento fiscale che pure provoca. In quanto alle pensioni, il passaggio al sistema contributivo produce ex se l’equilibrio finanziario, però con pensioni intorno ai 480 Euro al mese è social­ mente insostenibile, e creerà emergenze sociali con cui si giustificheranno nuove tasse, probabilmente a carico dei risparmi, e rientranti nel piano di ammortamento della ricchezza nazionale. Oltre alle pensioni, sono colpiti i redditi dei pensionandi commercianti e pubblici esercenti, che hanno pagato la licenza dei loro esercizi, contando di recuperare l’investimento al momento del pensionamento per inte­ grare le loro esigue pensioni. Non potranno più farlo, perché le liberalizzazioni hanno eliminato il regime delle licenze, distruggendo questa risorsa. 7. Per una eccellente esposizione organica delle possibilità delle monete complemen­ tari locali, in associazione a sistemi di clearing unions, si veda Amato e Fantacci 2012, cit., parte III.

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8. Stiglitz 2010, cit., p. 351. 9. Favorevoli, in linea di principio, anche Brancaccio e Passarella, cit., pp. 99 ss.

10. T A X -B A C K E D BO N D S - A N A TIO N A LS O LU T IO N T O T H E EURO -PEAN D E B T C R ISIS http://www.levyinstitute.org/pubs/pn_l2_04.pdf
1 Roubini e Mihm 2010, cit., p. 218. 1. 12. Nei bilanci le garanzie per debiti di terzi figurano in prospetto separato, detto “ conti d’ordine”, e non sono calcolate nel computo delle passività, così che in esso si manifestano d’improvviso, creando crisi anche letali, quando il soggetto garantito “salta” per effetto di speculazioni temerarie. 13. Cit., p. 131. 14. Cangiani (cit.) evidenzia come le ricette di austerità imposte da qualche anno ai Paesi avanzati come rimedi per la “crisi” siano analoghe a quelle già dagli anni Ottanta ai Paesi in in via di sviluppo al fine - aggiungo io, riferendomi al saggio di Perkins, Confèss/ons of on Economic Hit-man - di poterli depredare delle loro risorse: «In the 1980s Structural Adjustment Programs were imposed on “developing” countries, as a remedy for the “debt crisis”. International institutions undertook a sort of eco­ nomic tutelage. Governments were asked to reduce public expenditure, to privatize government-owned industries, to keep wages low and to address production to ex­ port. Restrictions to capital investment and circulation were to be removed. In fact, putting these neoliberal prescriptions into practice reinforced the asymmetries and contradictions of capitalist development...Restrictive monetary and budget policies were also recommended to ‘central’ countries, the purpose remaining that of reassur­ ing international financial investors. Profits (and losses) of the latter - enormously aug­ menting together with a deregulated financial activity - were to be paid for by drawing resources from lower- and middle-income people and social expenditure, even at the risk of a deflationary runaway. The crisis started in the second half of 2007». 15. http://www.europolis-online.org/veranstaltungen/plan-for-the-eurozone-guldenmark/. 16. N ell’intervista apparsa sul «C orriere della Sera» il 16 agosto 2012, Kerber di­ chiara: «Se il fondo salva-Stati venisse approvato, costerebbe alla Germania 3700 miliardi, il 150% del pii. Abbiamo chiesto ai giudici di tenerne conto. Ma si sa, iudex non calculat». E come si arriva a questa cifra? «Sommando gli aiuti, fino ai soldi che saranno necessari per il salvataggio di Spagna, Italia e Francia». Anche la Francia? «Sì, certo. Perché l’Italia ha un avanzo primario, una grande tradizione di finanze pubbliche, una gestione professionale del debito. Invece la Francia ha un deficit strutturale, 12 miliardi quest’anno, fino a 40 l’anno prossi­ mo; vive al di sopra dei propri mezzi. Ha ambizioni militari (vogliono costruire sei sottomarini da un miliardo ciascuno!) incompatibili con il bilancio. E la classe politica fa finta di niente». Il meccanismo del salva Stati, dice, è perverso: appena un Paese chiede gli aiuti, smette di pagare, e al suo posto pagano gli altri. «Non so perché la Slovenia e la Slovacchia non chiedano il bailout, così invece di pa­

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gare, gli altri pagheranno per loro». Alla lunga, per la Germania sarà un costo insostenibile. Il problema dell’Italia («voi pagate tassi troppo alti») per Kerber è proprio l’Euro. «N on può funzionare un’unica moneta per economie così diver­ se. Infatti, l’Euro è economico per la Germania, troppo caro per il Portogallo e forse per l’Italia. Era un progetto dei francesi per abolire la Deutsche Mark». 1 . Tremonti parla anche di profitti upfront, ma forse intende i risconti. 7 18. Brancaccio e Passarella 2012, cit., pp. 57 s. 19. Ivi, pp. 79 ss. 20. http://www.stiftung-marktwirtschaft.de/fileadmin/user_upload Pressemitteilungen/201 l/PM _Ehrbare_Staaten_Jnternationaler_Vergleich_07_l2_20l l.pdf 21. Jacopo Castellini, Così nasceva una nazione , Punto Zero, giugno-luglio 2012; Filippo Curletti, La verità sugli uomini e sulle cose del Regno d ’Italia, Ed. Solfanelli; Nicola Zitara, L’unità d'Italia: nascita di una colonia, Jaka Book; Christipher Duggan, La forza del destino, Laterza; Eugenio di Rienzo, Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee, Rubbettino; Erminio de Biase, L’Inghilterra contro il Regno delle Due Sicilie, Controcorrente. Queste opere riportano fonti dell’epoca in cui si enuncia programmaticamente quanto sopra, apert/s verbis. 22. http://www.spiegel.de/wirtschaft/soziales/euro-krise-der-euro-zone-drohtder-kollaps-a-838581 .html 23. Ivi, pp. 93 ss. 24. Ivi, pp. 66 ss. Questo dato accresce la probabilità che i PHGS siano forzati a svalutare, lasciando l’Euro. 25. Brancaccio e Passarella 2012, cit., p. 59. 26. Ivi, p. 128. 27. W erner e Stiglitz, tra gli altri, lo hanno documentato in modo inoppugnabile - il primo per il Giappone, il secondo per gli USA. 28. Stiglitz 2010, cit., Cap. 2. 29. Vd., ad esempio, Stiglitz 2010, cit., pp. 175 s.

ANCHE L'INFERNO PUÒ FALLIRE

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ul piano generate, la politica, i politici, i partiti non hanno un pote­ re né fonti monetarie indipendenti: dipendono dai soldi, dal credi­ to, dal rating, dal ricatto, della grande finanza che dovrebbero domare e che quindi non potranno mai domare. I fatti dimostrano ciò: se le istituzioni politiche avessero la capacità di regolamentare la finanza speculativa anziché esserne regolamentate esse stesse, l'avrebbero fat­ to, avrebbero evitato o fermato le pratiche più devastanti per la società. La finanza non regolata da un lato è un gigante che cresce inconteni­ bilmente e con le sue turbolenze è sempre più difficile convivere per l'eco­ nomia normale e per i diritti dell'uomo; mentre, dall'altro lato, è il più effi­ ciente strumento di profitto e potere, quindi anche di consenso (chi distri­ buisce più soldi, ha più seguito); pertanto non è regolabile o limitabile da un potere esterno a esso, perché esso, cioè chi lo detiene, è il più forte tra i poteri ed è oramai in grado di destabilizzare ogni società organizzata. I sentimenti, i valori, il bello e il brutto, l'ordine pubblico, la legalità, l'infelicità, la rabbia, l'insalubrità ambientale, l'esasperazione, il discredi­ to istituzionale ecc., ma anche l'esattezza scientifica, la verità (soprattutto circa la insostenibilità e gli effetti del suddetto metodo di massimizza­ zione del profitto), non entrano nella contabilità generale, negli IAS, non sono da essi percepiti, quindi non entrano nemmeno nei processi deci­ sionali delle organizzazioni formali, dei grandi soggetti istituzionali e imprenditoriali. Non possono costituire un freno a opzioni non umani­ tarie o non scientifiche, ma ottimali per il profitto, per quanto a livello di singoli quelle opzioni siano sentite come immorali. Quindi la quarta via di Tremonti non sarà mai imboccata. Tanto più che persino gli apparati pubblici maggiormente connessi alle funzioni tipicamente pubbliche so­ no in via di riorganizzazione giuridica per farne aziende guidate da cri­ teri di mercato, quindi di utile di breve termine, o di ottimizzazione di bilanci (come meglio spiegherà Galloni nel suo saggio conclusivo), con
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere esclusione delle scelte strategiche a lungo termine e di utilità differita e sistemica, che caratterizzavano l'intervento pubblico nella fase keynesiana di espansione e progresso generalizzato di molte economie e di molte nazioni, durata sin verso la fine degli anni Settanta. Il sistema percettivo e decisionale contabile-finanziario in questione può, invece, mandare in crisi T'impero della finanza" e farlo scoppia­ re, o essere travolto, a cagione delle sue stesse carenze intrinseche, ossia proprio perché prende in considerazione solo alcuni degli elementi della realtà e non la vede tutta; quindi questa può sfuggire al suo controllo per effetto dell'accumularsi delle cose, dei processi, dei mutamenti, di tensioni e squilibri, delle reazioni non economiche a decisioni e azioni economiche, che il sistema non prevede, non vede, non valuta. La pre­ tesa, anche marxista, che tutto sia governabile attraverso l'economia è illusoria. Il fattore naturale, biologico, antropologico e psicologico è in­ sopprimibile e alla lunga incoercibile, incontenibile. I destini delle socie­ tà sono scritti nel genoma della moneta che usano, ma anche il processo di configurazione del genoma monetario fa parte della storia dell'uomo. Le conseguenze di tale carente percezione della realtà sono ampli­ ficate dalla rapidità dei mutamenti dovuta alla crescente accelerazione delle trasformazioni tecnologiche in un contesto di scambi e interazio­ ni sempre più rapidi a tutti i livelli e su scala mondiale. Carenze percettive moltiplicato per accelerazione dei mutamenti moltiplicato per accelerazione delle interazioni e per intensificazione delle tensioni: questa può essere la formula della liberazione. Il mostro della finanza è invincibile e ha una vista acutissima, ma gli mancano l'udito, l'odorato, il gusto, il tatto e... il senso dell'equili­ brio. Quindi può inciampare e cadere. «Le regole contabili sono strategiche. Le regole che abbiamo sono suicide», scrive Io stesso Tremonti a Christine Lagarde1. Questa è la speranza che, meglio se accompagnata da una diffusione di consape­ volezza dei meccanismi monetari, potrà vedere una salutare catastro­ fe in tempi brevi, e un nuovo inizio.
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Anche l'inferno pu ò fallire La finanziarizzazione dell'economia, il neoliberismo, il mercatismo, in sostanza il sistema politico-finanziario imperante, sono stati costru­ iti, o perlomeno giustificati, suirassunto che il comportamento e le rea­ zioni degli umani siano prevedibili perché razionali, o perlomeno siano prevedibili attraverso la costruzione di leggi scientifiche statisticamente elaborate e modelli matematici previsionali probabilistici, che si imper­ niano suirassunto che domanda e offerta tenderebbero, con forza irresi­ stibile, a un punto di equilibrio oggettivo. Da qui un'inflazione di mate­ matica nella teoria economica. La Scuola di Chicago ha particolarmente coltivato questa ambizione di formalizzare il comportamento economi­ co aggregato secondo metodi naturalistici e quantitativi, mentre l'ap­ proccio keynesiano si concentra sulle dinamiche soggettive ed emotive, motivazionali, sulle aspettative e sull'umore, sulla psicologia collettiva, con modiche pretese di poter tradurre in formule matematiche il com­ portamento dei soggetti economici. I premi Nobel per l'economia sono stati in maggioranza attribuiti a economisti che hanno costruito formu­ le matematiche per calcolare il valore di strumenti finanziari azionari, obbligazionari e derivati. Tali formule, estremamente complesse, hanno il "pregio" di poter attribuire con credibilità un valore a pezzi di car­ ta, in modo da trasformarli in merce e dare loro un mercato. Le crisi, le bolle hanno dimostrato l'erroneità del metodo e l'infondatezza della pretesa di prevedere il comportamento umano aggregato. Questo comportamento è, infatti, irriducibilmente soggetto a ir­ razionalità, emotività, panico ed entusiasmi contagiosi, imitativi, come evidenzia la moderna finanza comportamentale. Questa, pre­ so atto che, complessivamente, l'uomo reale non è Yhomo oeconomicus di stampo cartesiano, presupposto dalla teoria economica classica e neoclassica2, studia le costanti irrazionali dei comportamenti degli operatori dei mercati, individuando in esse la causa delle bolle (so­ pravvalutazione euforica irrealistica dei titoli) e dei crolli (sottova­ lutazione irrealistica e panie selling) (Robert Shilling)3, ma anche im­ parando a sfruttare meglio l'illogicità della gente, perché un'impresa può vincere sul mercato sia battendo i concorrenti in fatto di prezzi e qualità, che battendoli nella capacità di sfruttare questa illogicità.
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere La volubilità delle aspettative e degli umori è un grosso fattore di in­ governabilità. Le diversità di mentalità e di abitudini tra popoli fra loro interagenti, a cui vengono propinate dall'alto soluzioni e ricet­ te uniche, giocano un ruolo oggi visibilmente importante. Molti eco­ nomisti amano ignorarlo, ma la realtà dell'economia non è la realtà delle scienze esatte, della fisica o della chimica, bensì è un misto di fattori quantificabili e non quantificabili, oggettivi e soggettivi, so­ ciologici, tecnologici, giuridici, volontari e involontari. I mercati non sono "equazionabili" per queste ragioni, ma anche perché troppo veloci, troppo estesi, troppo intricati, troppo inconoscibili e segreti, e pure perché oramai operanti sul piano immateriale del world wide web, sganciati da territorio e potere statuali. Appaiono "equazionabi­ li" solo in quanto e fintanto che il modello matematico adottato per prevederli produce profitti: chi produce più profitti, quindi più "fat­ tore di consenso", ha la ragione, e appare avere la capacità di predire e garantire il futuro (l'euforia del profitto rimuove la coscienza della possibile fallacia) e di trasformare gli assunti ipotetici in assiomi, in dogmi - ma è un'illusione. Peraltro, l'analisi matematica stessa dimo­ stra che i mercati non rispondono, nel mondo reale, al modello che li considera efficienti, in quanto la volatilità delle borse è di livello incompatibile col modello dei mercati efficienti4. A rendere non "equazionabili" e alquanto imprevedibili i mercati, col fattore dell'irrazionalità umana, concorrono altri fattori, in parte già menzionati, quali il fatto che gli operatori dei mercati in parte so­ no umani, in parte sono softwares (sia pure progettati da umani), che decidono in modo diverso e che possono fare cose impossibili per gli umani (essere programmati per reagire alle informazioni in millise­ condi, eseguendo ordini di stop loss o profit take, per compiere migliaia di "mosse" al secondo, come offerte di vendita allo scoperto). Inoltre, l'andamento dei mercati è influenzato da interventi provenienti dall'e­ sterno dei mercati stessi: decisioni politiche di grandi bailouts, o di dichiarare default, o di aderire a un trattato imponente vincoli di bi­ lancio. O anche dallo scatenarsi di una guerra. O dalla scoperta che i bilanci di qualche grande banca sono truccati e che la banca è decotta. 376

Anche l’inferno pu ò fallire Vi è, inoltre, la difficoltà di tradurre la realtà in valori numerici per inserirla nelle statistiche da cui si generano le formule previsionali: molto spesso "si buttano" nelle statistiche dati non omogenei e non rap­ presentativi. Poiché i mercati non vanno a verificare la correttezza me­ todologica, non avendone il tempo e basandosi sull'apparenza, sull'im­ pressione, sull'effetto; essi non trovano questi errori, quindi gli errori e il metodo che li produce non vengono corretti e le statistiche vengono fatte male, e di conseguenza, le previsioni su di esse costruite sono af­ fette da questo ulteriore elemento di fallacia. Vi è, soprattutto, il fatto che le reti informatiche decidono ed ese­ guono volumi enormi di transazioni in tempi infinitesimali - migliaia per microsecondo - con sviluppi ed effetti non monitorabili e - secon­ do alcuni - potenzialmente non gestibili dall'uomo, quindi capaci di creare scenari imprevisti e non intenzionali. Una discreta prevedibilità si ha solo in periodi di trend stabile e in assenza di perturbazioni o innovazioni. Singoli eventi traumatici, come una guerra, o singole innovazioni importanti in campo finan­ ziario o merceologico, sovente producono rivolgimenti imprevedibili. Infatti i mercati, gli economisti, con tutta la loro matematica nobelizzata, non prevedono e non prevengono le bolle. Va anche detto che gli economisti prevalenti e premiati e super pa­ gati, quindi formanti il mainstream, sono gli economisti del brevissi­ mo e breve termine, quelli cioè che si occupano di speculazione e che producono la gran parte dei profitti - economisti che non pongono at­ tenzione alle caratteristiche strutturali, alle grandi trasformazioni di fondo, alle riorganizzazioni sociologiche, quindi anche a prevedere e prevenire le tempeste economiche. All'opposto dell'economia ufficiale e scolastica, non si interessano all'efficienza dei mercati dell'economia reale o di quella speculativa e al loro equilibrio5, anzi, lucrano dalle inefficienze, dagli squilibri, dalle turbolenze, dal panico, dalla volati­ lità, che quindi hanno interesse, quantomeno, a non prevenire, o a isti­ gare; ed essendo questo il capitalismo dominante, è dunque assurdo o mendace dire alla gente che bisogna lasciar fare ai mercati. Questi
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere traders hanno un orizzonte di ore, giorni, settimane, al più di mesi. Nell'arco di un anno compiono moltissime operazioni, affari. Quindi se la bolla scoppia ogni qualche anno, tra uno scoppio e l'altro essi concludono bene una grande quantità di transazioni. A loro basta az­ zeccare, o far avverare manipolando il mercato, molte previsioni cor­ tissime nel tempo. Perciò la singola previsione sbagliata o mancata, così come lo scoppio di una bolla, in sé, incide poco sul loro interesse, così come l'impoverimento di questa o quella area del mondo, se non in quanto influisca sul volume dei loro affari6. Secondariamente, inte­ ressa loro poter scaricare le eventuali perdite sul bilancio pubblico. Così si spiega che trattati di economia che vanno per la maggio­ re dedichino pochissimo spazio al problema delle bolle. Le previsioni di medio e lungo termine, e i fattori di instabilità del sistema, come pure il livello della produzione e della fruizione di ricchezza reale, interessano poco, insomma, al business finanziario, che gira somme per decine di volte quelle dell'economia reale. Per contro, l'andamen­ to di lungo e lunghissimo termine, assieme alla ricchezza prodotta e fruibile, interessa a chi fa investimenti a lungo termine: all'industria­ le, all'agricoltore, al lavoratore, al genitore (che investe facendo un fi­ glio). .. dXYuomo, in una parola, il quale, anche psicofisiologicamente, ha bisogni e ritmi assai diversi da quelli della speculazione mercatista, ha bisogno di fare progetti per una vita o più di una... la vita umana ha bisogno di pianificazione e beni tangibili, di riferimenti e valori abbastanza stabili, non della deriva dei mercati e della pre­ carietà. Il futuro lavoratore, per formarsi a un buon livello professio­ nale, quale richiede l'industria odierna, ha bisogno di un orizzonte temporale adeguato, di poter fare previsioni in funzione al suo in­ vestimento di studio e tirocinio, non di un ambiente di incertezza, precarietà e improgrammabilità. Altrimenti è spinto a rimanere sot­ toqualificato, e ciò nuoce al sistema produttivo. La stessa possibilità psicologica per i genitori di educare i figli, presuppone che il sapere e le esperienze dei genitori mantengano un valore e un'utilità per l'adatta­ mento dei figli alla vita nel mondo, e se il mondo cambia troppo rapi­ damente, non la mantengono.
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Anche l'inferno pu ò fallire L'ambiente giuridico ed economico ideale per i mercati finanziari è contrario ai bisogni dell'uomo come l'ambiente giuridico ed economico di una dittatura stalinista. Tanto contrario, che lo si può considerare uno strumento per la limitazione delle nascite, per scoraggiare la riproduzione. Lo slogan "bisogna rassicurare i mercati" facendo quadrare i con­ ti, è un controsensp, perché la finanza speculativa guadagna pro­ prio sugli squilibri, sull'instabilità, sugli allarmi, sui crolli e sulle impennate. I conti che non quadrano sono solamente uno dei molti fattori che possono stimolare questa instabilità. Quindi l'Italia può far quadrare i conti, può mettere il bilancio in pareggio, ma i suoi titoli di Stato saran­ no egualmente destabilizzabili, messi in crisi, da altri fattori: le tasse più alte del mondo, la stagnazione ormai ventennale, il trend recessivo, l'in­ vecchiamento della popolazione, il livello di criminalità e malagiustizia, l'inefficienza e la corruzione politico-amministrative... e il disegno stra­ tegico, ormai palese nei fatti, di deindustrializzazione dei Paesi periferici. Per tale ragione, gli interventi di Monti e di altri non sortiscono i risultati da loro promessi. Così come fallirono e falliscono interventi quali il Financial Stability Fund, l'European Financial Stability Facility, lo scudo antispread, le ripetute iniezioni di denaro nelle banche spa­ gnole. Il sistema Euro (assieme ai molti altri meccanismi analizzati in questo libro) è, come abbiamo visto, un meccanismo oggettivamente generatore di squilibri sempre crescenti tra i Paesi membri, e fintanto che non lo si ristrutturi, genererà instabilità utili per la speculazione dei mercati finanziari. Per gli operatori di quei mercati, veramente importante, businesswise, quindi tout court, è restare fedeli sostenitori del modello econo­ mico su cui si basa la finanza speculativa, ossia quello neoliberista, neomonetarista, anche contro l'evidenza - come hanno fatto. Se lo si criticasse e ci si avvicinasse al modello keynesiano, si introdurreb­ bero preoccupazioni, scrupoli, vincoli incompatibili col frenetico suc­ cedersi delle transazioni finanziarie, ossia con la fonte del massimo profitto, ossia del massimo consenso (il profitto totale è dato dall'im­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere porto delle singole transazioni moltiplicato la rapidità delle transa­ zioni medesime, ossia da quante ne avvengono nell'unità di tempo: lo high frequency trading computerizzato consente una frequenza su­ periore alla percezione umana)7. Perciò grandi economisti e grandi istituzioni, sempreché riman­ gano fedeli al modello del massimo profitto-consenso, possono per­ mettersi, senza danni alla carriera, di fare grandi errori previsiona­ li, quali quelli esposti da Stiglitz nel suo Bancarotta, del 2010, già più volte citato, e da Petrini nel suo Processo agli Economisti, del 20098, do­ ve egli mette alla berlina FMI, BCE, FED, Draghi, Alesina, Giavazzi e altri più o meno paladini del neoliberismo e della Scuola di Chicago, specialmente nel senso che questi soggetti si profondevano, finanche contro l'evidenza, in rassicurazioni sulla tenuta del mercato, sulla sua capacità di riaggiustarsi, sulla solida capitalizzazione delle banche. La BCE, vittima del suo credo monetarista e della sua fobia dell'infla­ zione (peraltro falsamente intesa, come abbiamo visto), il 9 luglio del 2008, mentre molte banche minacciano e barcollano per carenza di liquidità, alza di 25 punti base i tassi, invece di abbassarli, e così pre­ cipita il disastro. Banche centrali e altre istituzioni monetarie parte­ cipate o controllate da esponenti delle banche speculative che hanno creato i titoli tossici per loro profitto, non sono ovviamente interes­ sate a lanciare l'allarme, anche se il Titanic ha già urtato l'iceberg. Il conflitto di interesse tra esse e la società generale è palese. La diffi­ denza verso di esse è d'obbligo. Anche quando parlano per bocca di capi di Stato e di governo. Il 12 aprile 2012, Jean Paul Fitoussi, prima di entrare nella commis­ sione bilancio della Camera per un'audizione, dichiarò: «I mercati bal­ lano perché così guadagnano molto, dove c'è volatilità guadagna la speculazione, cercano quindi solo un'occasione per fare l'altalena: la settimana scorsa era la Spagna, questa settimana la Francia, la prossi­ ma settimana sarà lTrlanda. Il problema è che è l'Europa a permetter­ lo e il Fiscal Compact non ha risolto il problema»9. Per scongiurare la speculazione sui tassi di interesse sul debito pubblico, un governo deve invece disporre di una banca centrale che
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Anche Vinferno può fallire assicuri l'acquisto del debito pubblico e il prestito di ultima istanza - e lo può fare tanto meglio, quanto più grande è la sua economia. Ma bisognerebbe anche che tutti i Paesi dell'Eurozona si distribu­ issero equamente tra loro il costo del pareggiamento dei tassi d'inte­ resse intracomunitari, ossia l'abbattimento dello spread. Dovrebbero farlo tutti equamente, mutualisticamente, ossia non facendolo gravare maggiormente su chi è più indebitato come avviene ora, perché tutti hanno parimenti concorso a crearlo, traendone ciascuno i propri van­ taggi. E anche perché non vi è altro modo di far convergere le eco­ nomie: la concentrazione degli oneri di aggiustamento sui partners più deboli tende a perpetuare gli squilibri e le divergenze, a danno dell'intero sistema10. E ancora perché un Paese in surplus, come ogni creditore, ha un mezzo di azione in più del Paese in deficit, e di ogni debitore: ossia, può decidere di spendere e come spendere il suo cre­ dito. Ebbene, Paesi come la Germania devono spenderlo per aggiusta­ re il sistema monetario europeo, attuando politiche espansive, spen­ dendo e investendo nei partners deboli, anziché esigere dai medesimi politiche contrattive, quindi recessive, foriere di deflazione, la quale sarebbe il male peggiore di tutti11. Infine, i Paesi dell'Eurozona dovrebbero dotarsi di strumenti re­ pressivi di intelligence contro gli abusi della speculazione e del rating ai danni dei loro membri. Dato che a fare il mercato, e la speculazione sul mercato, sono una decina di banche e quattro agenzie di rating, operanti in oligpopolio, i soggetti da tenere sotto monitoraggio e i bersagli della repressione sarebbero facilmente individuabili. Esiste un livello decisionale superiore a quello pilotato da criteri di budget, dall'ottica di breve termine, dagli indici contabili, dal calco­ lo speculativo: un livello decisionale più concentrato ed elitario, che pianifica al di sopra dei mercati12 e la cui azione si manifesta in molte scelte di fondo e di lungo respiro, non finalizzate al mero utile di bre­ ve termine - le scelte strategiche e di ingegneria sociale che abbiamo visto all'opera nei capitoli di questo libro, che Galloni riprenderà nel suo saggio conclusivo, e che si riassumono nella concentrazione del
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere potere politico attraverso l'abbattimento progressivo delle sovranità nazionali negli ambiti monetario, finanziario, legislativo, giudiziario; del demansionamento della classe politica ufficiale rispetto al gover­ no reale; della lenta riduzione di essa al ruolo di copertura e legitti­ mazione "democratiche" di policies esogene - ruolo remunerato col mantenimento di alcuni privilegi economici. In altre e più esplicite parole: i partiti politici sono tutelati nei loro privilegi economici più impopolari per continuare a inscenare una ormai palesemente cessata rappresentanza del popolo e per legittimare con tale finzione e col vo­ to parlamentare l'azione dei poteri forti e dei loro interessi attraverso l'attività di governo e di legislazione. Il livello apicale non ha le limitazioni e le carenze di quello finan­ ziario, quindi può prevedere e cercare di evitare un esito come quel­ lo sopra prospettato; ma da un lato, per reggere e dirigere i processi socioeconomici e la creazione e distribuzione dei mezzi monetari, di­ spone essenzialmente degli strumenti finanziari, con le loro carenze, degli strumenti di polizia e di propaganda, degli strumenti scolastici e mediatici; dall'altro lato, anch'esso, assieme ai suoi propri strumenti di valutazione e intervento (neodarwinisti e neomalthusiani), è radi­ cato in una concezione e percezione del mondo fisico e antropico pro­ fondamente inadeguate al rapporto con la realtà stessa, ossia in una pretesa forse illusoria di saper governare i comportamenti sociali e di conoscerne le possibilità entro una visione a base materialistica e meccanicistica tradizionale, che, alla luce dalla scienza fisica contem­ poranea e della critica filosofica, sappiamo fallace e inadeguata, così come la già lodata pretesa di prevedere e pilotare i comportamenti so­ ciali in termini esclusivamente (e riduttivisticamente) economici. In aggiunta, anch'esso è sfidato dal sempre più rapido complicar­ si del mondo, delle tecniche, dei rapporti. Può restare indietro, esse­ re superato dai fatti nella sua capacità di pianificazione. Anch'es­ so è esposto ai rischi propri del formarsi di una groupnorm e di un groupthink13, ossia alle distorsioni e agli errori cognitivi, soprattutto di valutazione, capaci di portare al fallimento delle pianificazioni più tecnicamente accurate, e che sogliono prodursi nei gruppi chiu­
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Anche l'inferno pu ò fallire si, specializzati, impegnati a formulare ed eseguire piani complessi, soprattutto se si sentono fortissimi, invincibili. Su questo tipo di fat­ tori George Soros ha scritto illuminanti pagine in The Alchemy o f Financeu, esponendo la sua teoria della riflessività dei mercati (una te­ oria richiamante quella della indeterminatezza formulata da Werner Heisenberg in ambito fisico): poiché gli operatori dei mercati sono an­ che partecipanti alle sue dinamiche, coi loro modelli e scopi e coi loro cumuli di contingency orders15 - aggiungo io - li influenzano; quindi non vi può essere una conoscenza obiettiva, neutra, della realtà, delle "leggi" dei mercati. Conoscere la realtà e le sue leggi, in senso oggetti­ vo e naturalistico, significa saper prevedere gli eventi futuri (ad esem­ pio, saper prevedere la velocità di impatto al suolo di un oggetto in caduta libera, o la quantità di energia termica che svilupperà una data reazione chimica). Ma, diversamente che nella fisica delle particelle, nei mercati i fatti che avvengono sono influenzati dalle varie teorie, dai vari modelli, dai vari scopi, degli operatori dei mercati. Quindi il convincimento che i mercati funzionino secondo certe leggi influenza l'andamento dei mercati in questa o quella direzione. Ne consegue che i convincimenti, i modelli, i paradigmi (nel senso di Imre Lakatos), se molto condivisi, se divengono ciò che Soros chia­ ma a prevailing bias (una taratura prevalente), possono far sì che av­ vengano risultati, fatti, in linea con le loro previsioni, ossia possono auto-avverarsi, auto-validarsi (persino influenzando quei "fondamen­ tali" che in teoria i mercati dovrebbero, nei loro punti di equilibrio, riflettere). Ma ogni paradigma e ricetta riesce a imporsi e a "reggere" sino a un certo punto, anche contro l'evidenza di fatti che lo smenti­ scono, perché la realtà oggettiva, coi suoi fatti, incomincia a porre in crisi il modello e, prima o poi, sfonda la diga. Insomma, la suddetta riflessività dei mercati genera modelli pre­ visionali e processi inizialmente auto-confermanti, ma ultimamente auto-invalidanti (self-defeating): questi modelli inducono a stime di va­ lori e ad aspettative di rendimento e rischio, che, causa la loro opina­ bilità e mutevolezza, generano, ripetutamente, gonfiaggio e scoppio di 383

CIMIT€URO. Uscirne e risorgere bolle. E ciò fa sì che i mercati non siano efficienti, non tendano all'equilibrio, non "imparino" a prevenire le crisi. E che quindi siano fal­ laci le dottrine mercatiste e liberiste di tutti i tempi. Analogamente, la feedback theory sostiene che gli investitori, vedendo i prezzi salire, si fanno indurre airentusiasmo e si lanciano a investire, stimolando così ulteriore crescita dei prezzi, finché questi non perdono ogni rapporto con la realtà e con la redditività effettiva sottostante. Allora la bolla da positiva si converte in negativa. Tutto ciò non toglie che il mercato, e ancor più l'economia mista, possano essere un male minore della pianificazione centralizzata sta­ talista e ideologica, perlomeno se il mercato è regolamentato in modo intelligente, cioè adattabile e correggibile in base al mutare degli sce­ nari empirici e alle esigenze, alle opportunità e alle criticità che via via si lasciano riconoscere. Ma mercati in cui agiscono strumenti telematici come il già più vol­ te citato high frequency trading, con una rapidissima evoluzione tecno­ logica, non sono praticamente regolamentabili da un potere pubblico, come già da tempo ci si è accorti. Sono un potere al di fuori o al di sopra della dimensione del diritto. Soprattutto, non sono regolamen­ tabili attraverso procedure legislative lente, come quelle partecipative e democratiche. Esasperare la volatilità per massimizzare i profitti da trading è il loro oggettivo interesse. Stabilità e sicurezza sono contrarie a tale obiettivo. Il top business finanziario di oggi, come abbiamo visto già nella prima parte del libro, è anche il gonfiare le bolle con l'aiuto delle "autorità monetarie", speculando sull'ascesa dei valori nominali, e scaricare poi, dopo lo scoppio della bolla di turno, il costo economi­ co dei salvataggi sui contribuenti, sui lavoratori, sui risparmiatori, sui pensionati, attraverso lo Stato, l'Unione Europea, le banche centrali. I governanti cui le genti guardano sperando in una soluzione, sono ese­ cutori di questa strategia di speculazione, di privatizzazione dei profit­ ti e di socializzazione delle perdite. L'esecutiva banalità del male. L'unica possibilità di regolamentazione sarebbe considerare che il capitale finanziario fine a se stesso, sganciato dal servizio alla produ­
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Anche Vinferno può fallire zione di beni e servizi, libero di scorrazzare per il mondo a fare i pro­ pri interessi (colpendo ora ITrlanda, ora la Spagna, ora l'Italia) come sta facendo oggi, è contrario agli interessi dell'uomo, quindi vietare tout court gli atti operativi e la mobilità della finanza speculativa, e intervenire materialmente e immediatamente per bloccare ogni ten­ tativo di attuarli. Ma vietarli non è politicamente possibile perché es­ si sono la massima fonte di profitto, quindi hanno il massimo potere di condizionamento politico, nel senso già esposto. Rimane quindi la possibilità di un loro fallimento per cause interne. Fino ad allora, il meccanismo della volatilità e delle bolle e delle crisi andrà avan­ ti, verrà fatto lavorare, per ragioni di profitto. Quindi non ci saranno alcun risanamento, alcuna soluzione. E di soluzioni si continuerà a parlare all'opinione pubblica solo per imbonirla16. Per capire a fondo questi processi, la loro egemonia politica e le lo­ ro implicazioni con la finanza speculativa, dobbiamo approfondire il senso di essa. Amato e Fantacci osservano17 che le banche oggi svol­ gono una funzione rovesciata rispetto al passato: anziché immettere moneta nell'economia produttiva, la sottraggono ad essa per collocar­ la in impieghi improduttivi, assecondate in questo dalle banche cen­ trali come la FED e la BCE, che mettono a loro disposizione somme virtualmente illimitate per impieghi speculativi contro garanzie con­ sistenti in titoli finanziari, senza che si consideri minimamente il fatto che i titoli finanziari, alla scadenza, saranno onorati o no a seconda di come sarà andata l'economia sottostante, e che, affinché essa riesca a produrre i redditi necessari a rimborsare quei titoli, deve ricevere de­ naro, credito, con cui lavorare e dare lavoro - cioè le banche dovreb­ bero mettere quei soldi, che ricevono all'1% dalla BCE, a disposizione dei produttori di reddito, non in sterili impieghi finanziari. Oppure - osservo io - il settore bancario impone a quello pubblico di racco­ gliere tasse per tamponare le crisi di illiquidità della finanza, come succede di questi tempi, con micidiali stangate fiscali in periodi di recessione e abbandono dei basilari principi del diritto in materia di "accertamento" ed esazione18, con conseguente, massiccio esodo di ca­ pitali, di imprese, di professionisti.
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Pare proprio, insomma, che i banchieri centrali siano affetti da una sorta di cecità macroeconomica, o che mirino veramente e cagionare una catastrofe. Non solo le banche, ma anche molte imprese del set­ tore produttivo tengono ingenti somme in collocazioni sterili19: anche a loro il contante appare come l'unica forma di ricchezza sicura - ma proprio in quanto esso appare tale, tende a cessare di esser tale. Ana­ loga illusione può interessare le materie prime e i titoli ad esse col­ legati, nel senso che chi dispone di denaro lo investa in quel settore pensando che le materie prime conserveranno valore: ma investire in esse ne fa aumentare il corso, quindi ha un effetto depressivo sull'eco­ nomia reale, che si aggiunge a quello del fatto stesso che quel denaro viene distolto da impieghi produttivi (e dal consumo)20. Tutte queste opzioni derivano fondamentalmente dalla sfiduciata aspettativa verso l'andamento a venire dell'economia - e quell'aspettati­ va, per effetto di quelle stesse opzioni, tende ad inverarsi, anzi si sta già inverando (come dimostra la presente trappola di liquidità): una tipica self-fulfilling prophecy. Oltre a ciò, alle banche si chiede di essere più "solide", cioè di essere più attente e concedere prestiti solo a chi sarà capace di rimborsarli. Ma questa ricetta, se può esser valida per singole banche, se applicata dalle banche, nel loro complesso, produce proprio l'effetto opposto, ossia le manda tutte in crisi, perché se l'insieme delle banche riduce il credito complessivo alle imprese, cioè il money supply, il denaro in circolazione, e lo colloca in depositi presso la banca centrale o simili, allora vi saran­ no matematicamente meno soldi nel sistema per onorare i pagamenti anche alle stesse banche, quindi vi saranno più insolvenze e fallimenti; inoltre, per il medio termine, vi saranno anche meno soldi per produr­ re, meno redditi, e di nuovo, dunque, più problemi per le banche stes­ se, anzi aumenterà la chance del rischio capitale per la finanza: quello della perdita di liquidità dei suoi titoli, compresi quelli in cui le banche hanno ottusamente collocato in massa i soldi ricevuti dalla banca cen­ trale, perché non ci saranno i soldi per alimentare la domanda di essi, dalla quale dipende il loro valore, la loro liquidità, cioè vendibilità. Co­ me molti, uso il vocabolo "liquidità" in due accezioni: a) per indicare
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Anche Vinferno pu ò fallire una quantità di denaro contante disponibile; b) per denotare il grado di facilità e rapidità con cui un dato asset finanziario o reale può esse­ re venduto o comunque convertito in denaro contante. Ovviamente, in questo contesto, lo sto usando in questa seconda eccezione. In tali fatti esplode il mostro della liquidità (intesa non come la quantità di denaro liquido, ma la qualità di liquido, cioè di vendibile contro denaro, di un asset finanziario o non) denunciato da Amato e Fantacci in ambedue le loro opere qui citate21. Questo mostro è l'illu­ sione che i titoli finanziari e il denaro siano non un mezzo per il fun­ zionamento dell'economia reale, cioè per pagare estinguendo i debiti, ma una mercanzia, dotata di valore proprio, separabile dal rapporto da cui è nata, preservabile e tesaurizzabile a parte dall'andamento eco­ nomico, commerciabile in un suo mercato separato (quello finanziario, appunto), in tale mercato conservabile e indefinitamente moltiplicabile per arricchire tutti, e per indefinitamente rinviare la chiusura dei conti, ossia il pagamento dei debiti, spalmando questi ultimi sull'intera socie­ tà attraverso il collocamento "democratico" di incessanti emissioni di obbligazioni e derivati, come nella cartolarizzazione dei mutui subprime. Ciò avviene coll'immancabile e ricorrente risultato che, sino a quando il mercato tira, cioè continua a comperare i titoli finanziari perché sussistono denaro o credito per comprarli, e fiducia che au­ mentino di valore, allora tutti quei titoli luccicano, valgono e sono liquidi (prontamente vendibili contro denaro) e collateralizzabili (le banche li accettano in garanzia per concedere prestiti); mentre, quan­ do il denaro o la fiducia scemano, la piramide dei titoli si oscura e im­ plode, dato che nessuno li vuole più comprare, che cioè divengono illiquidi e non valgono più nulla. Finché la domanda tira, nessun livello di indebitamento, pubblico e privato, è insostenibile, tutto è rifinan­ ziabile22; nessun cliente è "non finanziabile", nemmeno chi si sa che non potrà pagare; infatti nessun credito è un bad credit, perché ogni pendenza tra debitore e creditore è trasformabile in un quid commer­ ciabile, in mercanzia: può essere venduta e rivenduta indefinitamen­ te sul mercato, coriandolizzata, cartolarizzata, spalmata su un'ampia platea: il rischio di insolvenza del debitore viene scaricato sul merca­
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CIMlT€URO. Uscirne e risorgere to, che lo sostituisce con un rischio di illiquidità, ossia col rischio che non si trovi più altra gente che lo voglia comperare, che prenda in ma­ no il cerino acceso. Quando la domanda non tira più, quando molla, ogni livello di in­ debitamento è eccessivo e ogni finanziamento, anche se richiesto da imprese solide e per investimenti validi, appare azzardato, viene con­ cesso solo dietro garanzie sproporzionate e troppo onerose, e a tassi ostativi: questo è l'altra faccia del feticcio della liquidità, ossia il suo ef­ fetto di disattivare la valutazione del reale merito di credito, della rea­ le solvibilità, soprattutto di lungo periodo23, con la conseguenza di as­ surde oscillazioni, incoraggiate dalla politica delle agenzie di rating, tra due estremi: uno sconsiderato largheggiare e un irrazionale lesinare. Fintanto che guadagna e distribuisce potere d'acquisto, il peggior ban­ chiere truffatore, da Ponzi a Madoff, non è truffatore; quando cessa di fare utili, appare improvvisamente come truffatore e può essere arre­ stato e condannato. Fintanto che il mercato finanziario è in espansione, non vi è modo di distinguere una banca onesta da una truffaldina. Le agenzie di rating operano in una quadruplice anomalia: a) non operano in concorrenza, ma costituiscono un oligopolio oscillante verso il car­ tello; b) sono pagate principalmente dagli emittenti dei titoli che devo­ no collocare, quindi il loro rating è influenzato dagli interessi di questi, nel senso che tendono, per lucro, a dare e mantenere rating buoni di ti­ toli non buoni in base a informazioni fornite dai loro clienti e che esse non s'impegnano a verificare; c) hanno come azionisti di riferimento speculatori finanziari; d) non pagano per i danni cagionati dai loro fal­ si giudizi. Una miscela intrinsecamente esplosiva. Emergono in tali fatti i mali finanziari dei bilanci pubblici e privati. Mali che però già da tempo esistevano. E le iniezioni di liquidità, a que­ sto punto, hanno effetti palliativi e dilatori, ma conducono a una trap­ pola di liquidità: il credito viene offerto, ma non viene "preso" dagli im­ prenditori, perché non vi sono prospettive. Gli stimoli all'economia, ai consumi, alla produzione, abortiscono. Le susseguenti creazioni di ul­ teriore moneta non aumentano la circolazione monetaria, perché chi ha soldi (il risparmiatore, l'imprenditore, la banca) li tesaurizza, vivendo
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Anche Vinferno pu ò fallire l'incertezza e aspettandosi ulteriore recessione e tassazione. Tira la cin­ ghia, aderendo all'idiota invito della retorica mainstream, e così peggiora macroeconomicamente le cose e fa avvenire la paventata deflazione. Osserviamo questi meccanismi anche sul piano globale, gli USA, con Bretton Woods, si sono assunti l'onere e l'onore di rifornire il mondo con la loro saluta nazionale in funzione di valuta anche globa­ le. Ma per produrre l'enorme quantità di moneta richiesta da questa funzione, hanno dovuto emettere un equivalente ammontare di titoli del debito pubblico, in rapida crescita data la necessità di emetterne altri per finanziare il pagamento (anche) degli interessi sulle prece­ denti emissioni. Buona parte di questo immane ammontare di debito pubblico è stata comperata dalla Cina e da altri Paesi, coi loro avan­ zi commerciali ottenuti con esportazioni verso gli USA rese possibili proprio dal fatto che questi Paesi finanziano gli USA comperando i loro T-bonds. Col paradossale risultato che i medesimi Stati, ora, pos­ sono conservare il loro credito solo a condizione di non esigerlo. Il po­ tenziale di destabilizzazione mondiale di siffatto assetto è evidente. Come dicono Amato e Fantacci, in questa inversione del rapporto tra economia reale e finanza, quella che nel 2007 è iniziata come una crisi, una stretta della quantità di liquidi nei mercati finanziari, e a cascata per l'economia reale, si è rivelata oramai una crisi dello stesso principio di liquidità come fondamento della finanza di mercato24. Anche se Io desideriamo profondamente, anche se tendiamo a cre­ derlo possibile, nel nostro mondo di scambi e di valori di scambio, nessun investimento, nemmeno il buono del tesoro, nemmeno il mat­ tone, nemmeno l'oro, mantiene, per sua natura, indipendentemente dall'andamento del mercato, un valore fisso, o minimo garantito, né una redditività minima garantita, dato appunto che il valore dipende dalla domanda solvibile. Ma se non è possibile mantenere la liquidità di un asset - finan­ ziario o reale -, ossia la sua pronta vendibilità contro denaro, né la sua redditività, indipendentemente dall'andamento del mercato, la solu­ zione, per assicurarsi di restare ricchi, è divenire e restare monopolisti 389

ClMIT€URO. Uscirne e risorgere della produzione dei mezzi monetari, del denaro e del credito, rispet­ to alla nazione o airinsiem e di nazioni in cui si opera: se sei l'unico che produce i mezzi monetari, di cui la nazione o il mondo ha neces­ sità, allora puoi prenderti il valore reale prodotto da quella società. La tua posizione non è soggetta a svalutazione o a perdita di liquidità. Per mantenere la posizione di monopolista monetario la comunità della grande finanza ha bisogno di prendere e mantenere il potere po­ litico assieme alla diffusa ignoranza della natura della moneta e delle sue proprietà. Un noto economista del secolo scorso, Pasquale Saracino, conside­ rava la modernità - l'"intenso processo di modernizzazione", come soleva chiamarla - un processo, indotto e guidato dall'evoluzione del­ la tecnica, che supera e dissolve, continuamente, le forme vecchie di produzione in favore delle forme nuove, più efficienti, più produttive (cioè che danno di più in meno tempo e con minor consumo di fattori produttivi), che l'avanzata tecnologica rende possibili. In tale proces­ so, le aziende e i territori che non stanno al passo regrediscono, come il sud del mondo e dell'Italia rispetto al nord. Un processo oggettivo, a-morale, da non idolatrare né biasimare, ma da cavalcare, dirigere. Un processo complessivamente propizio, appunto perché porta alla produzione di maggiori quantità di ricchezza reale. Ma col passaggio alla finanza per la finanza, il processo di "moder­ nizzazione" ha fatto un salto qualitativo: non si muove più verso forme maggiormente produttive in termini di ricchezza reale, di beni e servizi - non si muove più verso una maggiore utilità - ma verso forme mag­ giormente produttive in termini di valori nominali, finanziari, di raccolta ed estrazione di potere d'acquisto della società. Il profitto cresce meglio, più speditamente, se si sgancia dall'onere della manifattura materiale. È così maturato un capovolgimento dei rapporti, nei seguenti termini, e il processo di modernizzazione ora va contro l'interesse delle nazioni:
/ come abbiamo visto nella seconda parte, in base alla realtà economica, la moneta, Il capitale, non ha costo di produzione, non ha valore proprio,

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Anche l’inferno pu ò fallire
riceve il valore dall'accettazione e dall’uso da parte dell’economia, quindi non sarebbe logico che il produttore di ricchezza reale lo remuneri col pagamento degli interessi; / nel nostro mondo, al contrario, il capitale dapprima si fa pagare dal settore lavorativo come se fosse merce avente costo e valore proprio; poi addirit­ tura toglie a questo tutto il margine di utile (espropria il frutto del lavoro) e si accaparra le stesse aziende; infine arriva a moltiplicarsi indipendente­ mente dalla produzione di ricchezza reale: il vero Ermafrodito.

L'alternativa a questa realtà sarebbe, secondo Amato e Fantacci, e an­ che secondo me, togliere al denaro e al credito (ma nel nostro sistema il denaro è credito-debito, come si è visto) la natura e la utilizzabilità co­ me merce accumulabile e generatrice di interessi. E ciò si fa sostituen­ do i sistemi attuali di commercio nazionale e internazionale, fondati sul credito-debito mercificato e commerciabile (bonds e altro) con le clearing unions, ossia le unioni di compensazione multilaterale, che ho già preso in esame nel capitolo II fallimento delle soluzioni perfette, le quali usano, in luogo del denaro, unità di conto. Quanto detto poc'anzi evidenzia le ra­ gioni di auspicabilità di siffatte istituzioni: nella clearing union, il sogget­ to (impresa o Stato) che si trovi a credito è indotto - mediante una tassa­ zione dei suoi saldi attivi e il fatto che questi non generano interesse - a spendere il proprio attivo, così che alimenta la circolazione e le transa­ zioni commerciali, anziché rallentarle come avviene ora, nei sistemi ba­ sati sul credito-merce che genera interessi attivi e passivi. Quel denaro, quindi, viene distolto dalla circolazione per trarne ricchezza a spese dei debitori, con un effetto compressivo, demonetizzante, sull'economia. Le imprese, in tal modo, potrebbero comperare e investire senza altro limi­ te che la loro capacità di vendere. E gli Stati potrebbero importare e in­ vestire senza altro limite che la loro capacità di esportare. Il problema del credito e della scarsità di denaro disponibile, sarebbe superato25. Benefica, sarebbe, inoltre un'imposta sulle transazioni finanziarie, come la Tobin Tax, perché, a prescindere dal suo gettito fiscale, essa di­ sincentiverebbe e allontanerebbe non i capitali e gli investimenti, ma il deleterio trading, soprattutto Yhigh frequency trading. Dato che compor­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere terebbe un pagamento percentuale, seppur minimo, su ogni atto di tra­ ding, graverebbe sui traders, che comprano per rivendere nel brevissi­ mo o all'istante, più volte al secondo, ma non sugli investitori finanzia­ ri e industriali, che sono gli unici che interessi trattenere e attrarre26. Quindi la Tobin tax sarebbe utile anche se introdotta da un solo Paese.

N O TE 1 Op. c/t., p. 188. . 2. Stiglitz 2010, cit., pp. 354*368. 3. Tra i fattori irrazionali più menzionati: a) auto-attribuzione dei successi (quando guadagno in borsa, è per merito della mia perspicacia); b) sopravvalutazione delle proprie capacità (sono più abile degli altri, o della media degli altri, quindi ho più chances della media); c) guardare al passato (i miei titoli hanno perso rispetto al co­ sto di acquisto, però finché non vendo non subisco la minusvalenza, quindi aspetto finché non siano risaliti); d) effetto della prospettazione (tra due o più opzioni og­ gettivamente identiche, il soggetto sceglie diversamente a seconda di come la scelta venga prospettata). Aggiungo il ritenere e dichiarare, da parte delle autorità econo­ miche e monetarie, e altresì degli operatori finanziari, che prassi e sistemi finanziari che stanno producendo guadagni sono validi e sani anche di fronte a evidenze che stanno producendo distorsioni e un rischio di crisi imminente (così fecero anche Bernanke e Paulson all’inizio del 2007: Roubini e Mihm 2010, cit., p. 26); e a convin­ cersi, finché le cose vanno bene, che continueranno ad andare bene nonostante gli allarmi in contrario, perché le normali regole economiche sono superate dall’evolu­ zione degli strumenti economici e finanziari di controllo e bilanciamento (Ivi, p. 77). 4. Roubini e Mihm 2010, cit., p. 56. 5. Paul Volcker, Foreword to thè N ew Edition, in Soros George, The Alchemy o f Finance, John W iley Sons, ed. 2003. 6. Ricordano il topo dell’esperimento sull’elettrocorticostimolazione, cioè la sti­ molazione dei centri di piacere del cervello mediante elettrodi in essi impianta­ ti. Il topo dispone di una levetta per somministrarsi la stimolazione, che gli dà un piacere stimato in cento volte il più forte degli altri piaceri. Allora il topo si mette a stimolarsi e non fa altro, non si nutre nemmeno più, muore di inedia. Se lo si rifocilla, poi riprende a stimolarsi, esattamente come prima. 7. Vedasi l’articolo 20 aprile 2012 di Federico Rampini Macchine superveloci contro esseri umani: ecco a voi il mercato iniquo (http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/ rep-it/20l2/04/20/news/macchine_superveloci_contro_esseri_umani_ecco_a_ voi_il_mercato_iniquo_e_asimmetrico-33524846/). I 2 3 delle transazioni fi­ / nanziarie avvengono via High Frequency Trading. «Il più recente cavo sottomarino

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Anche l'inferno pu ò fa llire
installato nell’Atlantico, per collegare New York e Londra, costruito dalla Hibernian Atlantic, è riservato alle transazioni finanziarie. Servirà a far guadagnare “ ben” cinque milli-secondi ai trader delle due principali piazze finanziarie del glo­ bo. Cinque mitli-secondi sono un’eternità, nel mondo delle transazioni compu­ terizzate. L’inaugurazione da parte della Hibernian Atlantic è avvenuta proprio mentre sono nel mirino dei governi le transazioni super-veloci e automatizzate, programmate attraverso appositi software informatici, e note come high-frequency o high-speed trading. [...] La vittima inconsapevole dell’alta frequenza, in­ fatti, siamo tutti noi: ovvero i risparmiatori che affidano in gestione i propri soldi a banche, fondi comuni, assicurazioni, le cui strategie d’investimento vengono travolte dai predatori dell’Hft. Sanzioni, multe e indagini si stanno moltiplicando, prima ancora dell’arrivo di nuove regole. Dagli Usa all’Europa diversi trader sono stati già puniti per manipolazione illegale dei prezzi. Il trucco più frequente, il più facile e meno rischioso: approfittando proprio dei milli-secondi di vantaggio che hanno sugli investitori normali (anche grossi investitori istituzionali come i fondi comuni, le banche), gli operatori dell’Hft piazzano i propri ordini in antici­ po sull’arrivo di grosse transazioni, e così lucrano il vantaggio di chi conosce in anticipo la direzione in cui si muoveranno la domanda e l’offerta, l’aumento o la discesa dei prezzi. Ma ci sono altre dinamiche, più complicate e più sottili, che gli stessi operatori non controllano fino in fondo, e il pericolo lo si è visto, ad esempio, nella famigerata seduta del 6 maggio 2010, passata alla storia per l’im­ provviso tracollo di 700 punti dell’indice Dow Jones, senza una ragione precisa se non “ l’impazzimento” dei programmi ad alta frequenza. 8. Pp. 7 ss. Vi si legge che, nel settembre 2007, il FMI stimava il buco (sofferenze) delle banche nel mondo in 240 miliardi di Dollari, per poi dover registrare, nel gennaio 2009, un buco di 2200 miliardi. Petrini riferisce pure come persino a seguito dei fallimenti dei modelli matematici previsionali, il plauso ufficiale verso questi ultimi rimanesse vivo (cit., pp. 47 ss.). 9. «Il Sole 24 O R E» - leggi su http://24o.it/idbJc. 10. Amato e Fantacci 2012, cit., p. 148. 1 Ivi,p. 149. 1. 12. Ci sono essenzialmente due modi di dirigere i processi economici: la pianifica­ zione, che può essere fatta da un singolo o da poche persone accomunate da competenza e convergenza di interessi: e il libero mercato, dove l’interazione di molti soggetti produce un insieme di risultanti. Tuttavia il libero mercato in pratica non esiste e il tipo di mercato esistente è influenzato e, almeno nelle grandi linee evolutive, anche diretto, da pochi, ristretti centri di pianificazione. 13. Vd. Neuroschiavi, cit., IV ed., p. 221. 14. Cit., New Introduction, pp. 4 ss. 15. Ossia quegli ordini di borsa, a esecuzione automatica, che vengono eseguiti al verificarsi di un evento prestabilito, come gli stop loss, che sono ordini di vende­

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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere
re in automatico qualora il valore di un titolo scenda sotto un prestabilito livello. A causa del loro automatismo, della loro rapidità e dei loro enormi volumi, sovente inducono fortissimi sbalzi o innescano crolli. 16. Anche secondo Soros, l’errore di fondo degl» economisti e delle politiche eco­ nomiche è che l’economia pretenda di essere una scienza naturale, cioè di saper formulare leggi universali e di predire i fatti del suo ambito di studio. Contraria­ mente a Karl Popper, esclude che le si possa applicare il metodo scientifico delle scienze naturali, essendo essa soggetta al principio dell’incertezza umana, che non consente la formulazione di leggi universali. 1 . 2012, pp.8l s. 7 18. Su questo imbarbarimento giuridico sotto il governo Monti, vedi Guido Salerno Aletta, Addio allo Stato di diritto, «MF», 6 luglio 201 p. 4. 2, 19. /vi, p. 102. 20. Ivi, p. 109. 2 1 Ossia Fine della Finanza e Come salvare il mercato dal capitalismo. . 22.Amato e Fantacci 2012, cit., pp. 62 ss.: poiché anche i prestiti a priori insolvibili, i subprime loans, i liar loans, sono cartolarizzabili e vendibili sul mercato, si possono espandere il credito e il money supply fondandosi su finzioni. 23. Ivi, p. 68. 24. Ivi, pp. 25 ss. 25. Ivi, pp. 42 ss. 26. Ivi, pp. 75 ss.

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VERSO IL FALLIMENTO DELL’UOMO

L

e predette soluzioni (clearing union, Tobin tax, Glass Steagall, obbligo di pubblicazione di tutti i programmi e algoritmi degli operatori di mer­ cato, o le altre riforme da me suggerite) non vengono adottate, quantun­ que palesemente urgenti, dal momento che sono contrarie a quelle prati­ che che producono il massimo del profitto (quindi di assecondamento), al­ la possibilità di realizzare, attraverso l'uso del denaro come merce, facili e rapidi guadagni senza bisogno di produrre ma limitandosi ad estrarre, ad accaparrarsi il potere d'acquisto prodotto da altri, nel senso descritto nella seconda parte del libro. All'opinione pubblica si preferisce prospettare, co­ me priorità legislative, le coppie di fatto e il matrimonio omosessuale. Stolto, o di mala fede, invece, è rispondere alla crisi dell'economia della liquidità con l'affermazione che una cosa è la finanza, e un'al­ tra è l'economia reale, e che possiamo e dobbiamo concentrarci su quest'ultima, perché la finanza sarebbe solo la sua pellicola superfi­ ciale. Non lo è, e in tutto questo libro l'abbiamo visto concretamente e da diversi punti di osservazione: la finanza determina, tra le altre co­ se, il money supply, i tassi di interesse e la quantità di denaro che l'eco­ nomia reale ha, o non ha, a disposizione, in questa o in quella regione del mondo, per investire, per assumere, per produrre, per comperare prodotti e servizi, per pagare debiti e interessi sui debiti. Condiziona altresì le aspettative del mercato, la fiducia nel futuro. Quando la finanza sarà complessivamente affidata al cyber-trading automatizzato, quale più efficiente e rapido interprete ed esecutore della logica dei mercati, ossia quale più potente e rapido produttore di profitti nel senso che è stato esposto, allora potremo verosimilmente dire che i tempi dell'uomo si sono compiuti. Per finire con una prospettiva ancora più ampia, osserviamo anche il livello decisionale di vertice, l'oligarchia sovrannazionale, è espo­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere sto al problema dei problemi, quello teleologico: che cosa pianificare, che fine perseguire? Qual è lo scopo? Ogni azione intenzionale è di­ retta a una meta, a un valore. Ma come sceglierlo, o come perlomeno sceglierne uno sostenibile e appagante, dato che l'uomo non conosce nemmeno la propria essenza? Esiste un criterio obiettivo e raziona­ le?1 Nella concezione materialistica del mondo sembrerebbe di sì: sot­ tomettere e dominare nel modo più sicuro quanto più possibile del mondo stesso e dei suoi abitanti - e questa, secondo Soros, è la policy USA da Bush in poi. Ma perché questo sarebbe un bene, anzi il bene primario, e non piuttosto una fissazione nevrotica? Perché sarebbe un bene qualcosa di solo apparentemente reale, come i "fondamentali" e gli "equilibri del mercato" deireconomia classica - entità di riferimen­ to che sono risultate illusorie e che vengono mantenute come dogmi metafisici, nel senso che abbiamo poc'anzi esposto? Un siffatta fina­ lità appaga veramente le esigenze esistenziali di fondo, oppure sem­ plicemente è l'estensione iperbolica dell'istinto di autoconservazione, cattura del cibo e possesso territoriale - scopi che possono placare le ansie biologiche della componente animale, ma non certo rispondere a quelle ben più complesse e non materiali dell'essere umano, che ri­ guardano il senso della vita stessa2? Credo che una policy di massimizzazione del controllo (attuabile non solo coi mezzi finanziari, ma anche con quelli neuropsicologici e quelli militari, inclusi gli strumenti di condizionamento geo-clima­ tico), oltre a non poter dare sicurezza e benessere esistenziali, oltre a pretendere di fare senza la fiducia sociale3, non valga nemmeno a ras­ sicurare l'uomo nel senso più modesto della semplice sicurezza ani­ male, perché anzi una tale policy, una volta innalzata a norma fondamentale della prassi, una volta eretta al ruolo di programma primario, alimenta e assolutizza il senso di dualismo e contrapposizione, di ini­ micizia, tra l'individuo e il mondo, tra l'individuo e l'altro, tra l'indi­ viduo e il tutto (la configurazione del fine primario è legata a come si concepisce il rapporto tra sé e il tutto), dato che essa esprime il prin­ cipio "(devo dominare il mondo perché) il mondo per me è una mi­ 396

Verso il fallim ento d ell’iiomo naccia"; ma se concepisco il mondo come minaccia, io mi impedisco la serenità. Quella policy è anche massimamente contrappositiva (dia­ bolica) e genera una conflittualità insanabile, una sfida, un'escalation senza possibilità di soluzione, quindi sempre più pericolosa: una bolla (di prepotenza, di hybris) destinata a esplodere, dopo i successi iniziali, secondo lo schema» del boom-bust process studiato da Soros. Non è, in­ somma, un'impostazione intelligente né illuminata. Si può essere mol­ to potenti nei mezzi, ma naufragare nell'individuazione del fine. E il fi­ ne è indispensabile come i mezzi, per sorreggere l'esistenza senziente. D'altronde, il mondo "diabolico" e autodistruttivo della finanzia­ rizzazione e del capitalismo assoluto risulta oramai chiaramente es­ sere una conseguenza inevitabile della ricerca di profitto e dominio, che a sua volta risulta conseguenza di ciò che l'uomo percepisce come realtà. Il naufragio, perciò, non è il naufragio dei soli capitalisti, ma dell'uomo come noi lo conosciamo. E avviene a misura che i processi decisionali finanziari completa­ no la loro informatizzazione e automatizzazione. La logica dell'eco­ nomia reale, seppur dura verso l'uomo, passa pur sempre attraverso decisioni umane. La finanza speculativa, matematizzata, si svinco­ la, invece, nelle sue procedure decisionali, dall'uomo come soggetto decisore, e lo riduce a esecutore delle proprie prescrizioni. Si infor­ matizza e automatizza, si affranca dall'uomo anche come esecutore e lo soppianta persino come supervisore. E ciò è già nei fatti dal 2008, dal giorno del crollo della Lehman Brothers, quando gli indici, ino­ pinatamente, iniziano a precipitare senza una comprensibile causa, perdono in pochi minuti il 10% e il panico dilaga nel mondo. La cau­ sa fu accertata, in seguito, da indagini federali: un singolo trader, con un singolo ordine, in venti minuti primi, grazie al meccanismo mol­ tiplicatore finanziario, era riuscito a vendere futures per ben 4,1 mi­ liardi, scatenando una crisi di liquidità sul mercato dei contratti det­ ti E-Mini e un'altra nelle borse, e cagionando così un flash crac che, grazie a una serie di innumerevoli reazioni a catena, si propagò negli USA e poi nel mondo,- con le conseguenze che sappiamo4. Il 6 mag­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere gio del 2010 si ebbe il flash crash di Wall Street: crollo del Dow Jones di 900 punti in pochi minuti - seguito da un repentino rimbalzo. E il 17 marzo del 2011, analogo crollo subitaneo dello Yen sul Dollaro. Due accadimenti ancora non adeguatamente spiegati, ma evidente­ mente dovuti al trading algoritmico automatizzato, che opera in rete ed è in grado di apprendere (ossia modificarsi per adattarsi in base alle esperienze: machine learning) e può acquisire autonomamente co­ noscenze e dati (vd. Progetto Quantum Unsupervised Feature Lear­ ning della National Security Agency), intercettando sempre più este­ samente le comunicazioni e le transazioni telefoniche e telematiche, quindi si trova a disporre di una banca dati e di un monitoraggio senza precedenti, elaborandole in senso anche previsionale con una capacità che sta passando dal quadriliardo al quintiliardo di opera­ zione al secondo (progetto Exa-Flop). Esso non è soggetto ai compor­ tamenti irrazionali e alle distorsioni cognitivo-emotive propri degli operatori umani, sia come singoli che come aggregato; ma, dall'altro lato, non ha nemmeno le capacità meta-cognitive e di controllo criti­ co sulle proprie reazioni, di auto-trattenimento, che invece la mente umana possiede, perlomeno quando opera razionalmente, cioè a gui­ da corticale, e non è invece guidata dal circuito limbico. Poiché, però, le facoltà dell'intelligenza artificiale crescono a ritmo esponenziale, il rapporto di capacità cognitiva tra essa e il cervello umano continua a peggiorare, per quest'ultimo; sicché noi non sappiamo verso quali destini stiamo andando, sempre più in mano alle reti cibernetiche, e a programmi algoritmici non conoscibili perché protetti dal segre­ to industriale e militare mediante sanzioni civili e penali, con possi­ bilità addirittura di arresto e carcerazione preventiva per chi sia ac­ cusato di averlo violato. Rispetto ad esse, non solo sono sempre più difficili la regolamentazione e persino il controllo successivo, ma è sempre più difficile la stessa individuazione delle responsabilità giu­ ridiche, sia penali che civili, negli abusi, dato che la prevedibilità del­ le conseguenze delle azioni (della programmazione, soprattutto) e il nesso di causalità tra l'attività di programmazione, le decisioni ma­ nageriali e le conseguenze per l'economia finanziaria e reale, si fanno 398

Verso il fallim ento d ell’uomo sempre più sfuggenti e opinabili5. Ancora meno attuabili, su tali reti informatiche, divengono gli interventi correttivi e coercitivi da parte di un potere pubblico, esecutivo o giudiziario, non solo per la com­ plessità del sistema, ma anche per la minaccia che, se ci si mette le mani, si potrebbe far saltare tutti gli equilibri. Il 10 agosto 2012, dopo approfondita indagine federale che eviden­ zia operazioni scorrettissime (speculazione contro i titoli venduti ai propri clienti), Goldman Sachs (in cui hanno lavorato Monti, Prodi, Draghi e altri) viene scagionata da ogni accusa e responsabilità: il tra­ ding del massimo profitto è fonte suprema del diritto, sia come legisla­ zione, che come giurisdizione. «Disumano. O meglio: non umano. A differenza dei loro antenati, questi programmi non hanno bisogno dell'uomo: si muovono da soli. Auscultando segnali impercettibili per l'orecchio umano provenienti dal sistema nervoso digitale globale, Facebook e Twitter inclusi, essi, al momento opportuno, fanno partire migliaia di ordini d'acquisto e vendita al minuto. In alcuni casi la "raffica" dura un istante e nessuno se ne accorge. Gli ordini ad alta frequenza viaggiano ad una velocità di 0,03 millesimi di secondo, contro lo 0,1 dei mercati tradizionali e ai 15" dell'operatore umano. Ma a essere movimentati sono miliardi. Un terzo degli scambi sulle principali borse mondiali è opera di que­ sti "robot". I dati raccolti da Tabb Group parlano di un 56% del valore dell'azionario Usa, di un 40% nelle Borse europee e fino a un 30% in Asia»6. È nei fatti il graduale soppiantamento dell'uomo da parte delle reti di intelligenza artificiale sempre più autonome e dotate di poteri di intervento sulla vita delle società. Sta insomma realizzandosi, co­ me dice lo stesso Alessandro Politi in una recente intervista7 qualcosa , di simile alla rete informatica detta Skynet, con cui le macchine assu­ mono il dominio del mondo nei foschi scenari del film Term inatorche persegue i suoi fini di massimizzazione dei profitti e di schiacciamen­ to delle sacche di resistenza, senza curarsi delle vittime e delle soffe­ renze umane, né della produzione e fruizione di beni reali: nessuna di queste cose rientra nell'algoritmo. Il potere decisionale, non solo fi­ nanziario, ma anche economico e politico, è sempre più inestricabil­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere mente nelle mani, anzi nei circuiti, dello High Frequency Algotrading, nel gioco che gioca se stesso secondo regole che oramai è in grado di modificare da sé. Ovviamente, quanto sopra rende ormai risibile ogni pretesa di so­ vranità nazionale e ogni pretesa che il potere costituito e i suoi atti poggino su una legittimazione democratica e su uno Stato di diritto. Ma, soprattutto, questo scenario, che in qualche misura è già in atto, trascende i termini e l'impostazione del problema come si presenta­ vano nella prima parte del libro, e così pure le soluzioni proposte: non si tratta più semplicemente di pii, di spread, di debito pubblico, e nemmeno di signoraggio, di banchieri predoni, di governi inetti, di Friedman e di Keynes, di modelli economici alternativi, di contabiliz­ zare i flussi di potere d'acquisto. Il divenire in atto trascende anche il giudizio morale, politico e giuridico sull'operato di statisti, governan­ ti, banchieri centrali. Le misure attuate o contemplate sono impotenti, tutte. Ormai è techne stessa, nella sua incarnazione cibernetica, e non sono semplicemente il profitto, l'avidità, a prendere il controllo del mondo, emancipandosi dalla guida umana nello spostare e ricollocare in poche ore valori pari a un multiplo del pii mondiale, nel provocare in pochi minuti il crollo o l'impennata di titoli pubblici e privati. Ricapitolando, possiamo abbozzare questo sommario schema evolutivo:
/ dò che più coalizza, conforma e dirige, remunerandoli o disincentivandoli, i comportamenti aggregati (sociali, economici, politici), è quell'attività, che, nel dato contesto storico, produce il massimo potenziale di acquisto (pre­ scindendo dalla sua effettiva traducibilità in acquisti di beni e servizi), a breve termine, nel minimo tempo e col minimo bisogno di risorse; / quell’attività si è evoluta dalla produzione dei beni, al commercio dei beni, alla finanza (commercio del denaro e del credito), alla finanza speculativa, che si espande a discapito dell’economia reale e di ogni interesse umano, diffondendo distorsioni, precarietà e impoverimento; / la finanza speculativa massimizza la propria capacitò e velocità nella creazione di potenziale di acquisto attraverso techne, l'algotrading compu­ terizzato automatizzato;

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Verso il fallim ento d ell’uomo
/ la finanza, il business, l'economia, il sistema bancario, e conseguentemente tutta la società, cioè gli uomini come aggregato, la loro azione complessiva, diventano sempre più dipendenti da questo sistema cibernetico, quindi non possono opporsi ai suoi metodi e anzi delegittimano chi ad essi si oppone; il gioco gioca se stesso e nessuno lo ferma; y le singole persone,possono capire la pericolosità di questo processo, ma ciò non si traduce in idonei comportamenti collettivi, della società come insie­ me, appunto perché gli organismi sociali (politici, imprenditoriali) dipendo­ no e sono condizionati da quel meccanismo, sono costretti a stare ai gioco; / la complessità, la potenza, la rapidità, l’autonomia, la capacità di appren­ dere e adattarsi oggi propria delie reti cibernetiche cresce fino a sottrarsi al controllo umano, fino eventualmente a generare risultati inattesi e po­ tenzialmente sconvolgenti.

Come ha recentemente argomentato Luigi Tarca8, il fatto che i grandi decisori globali, sono agenti non umani né analoghi all'uomo, quindi anche privi dell'istinto di conservazione, fa sì che non si atti­ vino quelle reazioni di inversione dei processi (auto)distruttivi che ci aspetteremmo da esseri umani che capiscono di essere su una rotta di rovina, nemmeno quando quei processi si palesano ferali. Siamo alle prese con un'evoluzione tecnologica di sistemi di profit­ to e dominazione, la cui dinamica e la cui direzione tendono a sfuggi­ re a ogni controllo e travolgono l'esistenza della gente senza che que­ sta abbia mezzi per resistere realmente. Inoltre, con la loro complessi­ tà, velocità e opacità, quindi impredicibilità, e col fatto che il software usato daWalgotrading è imperscrutabile, oggetto di segreto industria­ le tutelato dalla legge, come dicevo, essi vanificano la stessa capaci­ tà umana di indagare e spiegarsi razionalmente i processi in corso, la strategia delle reti cibernetiche, la portata e gli effetti delle loro azioni. Noi non sappiamo che cosa stia avvenendo né dove stiamo andando. E in questa impotenza dell'azione e della ragione, da cui non si vede come uscire, appare razionale9 l'opzione della meditazione, del distac­ co, della rinuncia, della preghiera. Per risorgere.

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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere
NO TE 1 Imporre una moneta indebitante, illimitatamente indebitante, nonché far man­ . care la moneta e rendere così impossibile la chiusura dei conti, il pagamento dei debiti, significa far mancare la pace: pace ha la radice pac di paciscor (da cui il participio passato pactum) e di “ pagare”: chi è pagato, è pacato. 2. Un’interessante analisi di questa conflittualità, delle sue radici e del suo possibile superamento, verso una ricomposizione armonica e in sicurezza del rapporto tra l’individuo e il cosmo, è sviluppata dall’amico Guido Sgaravatti nel suo saggio Il Monopolio del Magico, Cleup Padova, 2011. lo sono parte del tutto; come mi voglio porre rispetto al tutto? Se scelgo di contrappormi e di dominarlo, se opto per la hybris, che prospettive ho nel lungo termine? Che sarà di me, della qualità della mia vita? 3. Senza la fiducia sociale, l’organismo sociale, i commerci, l’economia, i rapporti civici non funzionano, ed essa non è surrogabile dalla coercizione giuridica a ol­ tranza: Stiglitz 2010, cit., p. 417. 4. Marco Girardo, La turbo-finanza in mano ai robot, http://www.awenire.it. 5.Vedi il bell’articolo di Raffaele Mauro, Algotrading, la finanza senza umani, su «Li­ mes» 2,2012. 6. Marco Girardo, op. cit
7. Dieci società in guerra contro l’Euro.

8. Dell’Università di Venezia, in Com’è possibile la decrescita? (www.venezia20l2.it). Tarca osserva: «Scenari catastrofici o anche apocalittici (esaurimento delle risorse, disastri ecologici ecc.) costituiscono sicuramente un problema per gli esseri umani, ma non per un’entità che può essere ragionevolmente sicura che “essa” è in grado di soprav­ vivere all’apocalisse. Pertanto è possibile che l’“apocalisse” sia un problema relativo anche per quegli esseri umani che sono incorporati in questi organismi para-umani e che si identificano con tali entità [...] O ltre a ciò, recenti studi hanno mostrato che un ridottissimo numero di individui controlla la stragrande maggioranza delle imprese economiche multinazionali (di natura bancaria, finanziaria, industriale ecc.). Non solo negli U.S.A. le lobby (della finanza, dei media etc.) hanno ormai il pieno controllo dei posti politici, da quelli parlamentari fino alla presidenza [...] qualora la situazione do­ vesse evolvere in maniera tale da richiedere una decrescita generale, essa verrebbe gestita e governata proprio da quei soggetti, e non da organizzazioni “civili” [...]». 9. Qui per approfondimenti rinvio all'ultimo capitolo del citato saggio di Tarca, nonché all’ultimo capitolo del mio II Codice di Maya.

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POSTFAZIONI

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eguono due postfazioni di due economisti: Antonino Galloni, di impostazione (post)keynesiana, e Claudio Pioli, che si rifa a Friedrich von Hayek. Le loro posizioni sono contrapposte, soprattutto in quanto alle ricette per "uscire" dalla crisi: la prima, disingannata circa le capacità del mercato di essere libero ed efficiente, è incen­ trata sul rilancio degli investimenti pubblici di lungo termine, da finanziarsi senza indebitamento, mediante una riforma monetaria del tipo di quella da me raccomandata nel libro. La seconda, per contro, disingannata circa la capacità della politica italiana (e di altri paesi) di spendere utilmente, e in generale non credendo nel socialismo econo­ mico e nella pianificazione statalista, propugna una autentica igiene liberista, in alternativa al fiscalismo, allo pseudo-liberismo e pseudomercatismo oggi imposti. Pur contrapposti tra loro, questi due pensatori hanno in comune qualcosa che li differenzia da me: entrambi ritengono che vi sia la possibilità di un assetto efficiente e stabile, di un'organizzazione fun­ zionale ed equa, della società e dell'economia, di un metodo per fare andare bene le cose.

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POSTFAZIONE I PARADIGMI A CONFRONTO
di Antonio (Nino) Galloni

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I.C O R IA N D O LI DI SVILUPPO opo la crisi del 1929 e la fine della Seconda Guerra Mondiale, venne presentato il verbo keynesiano che comprendeva: a) la possibilità, per i singoli Stati, di indebitarsi (a bassi tassi di interesse) o di spendere in deficit (emettendo moneta sovrana) allo scopo di ef­ fettuare investimenti e riassorbire la disoccupazione ovvero provve­ dere i disoccupati (e, in alcuni casi - Beveridge, La Pira - i poveri) di un reddito; b) un sistema di regolazione e regolamentazione interna­ zionale per sostenere i disavanzi delle bilance commerciali dei Paesi che dovevano importare beni finalizzati alla dotazione di un adegua­ to apparato industriale (accordi di Bretton Woods del 1944 e FMI, ben presto traditi per aiutare, invece, i soli Paesi allineati agli USA col non distinguere tra importazioni di beni strumentali necessari allo svi­ luppo e movimenti speculativi di capitali finanziari); c) un paniere di monete agganciate al Dollaro, a sua volta convertibile - per i non resi­ denti, in base a una parità fissa - col metallo aureo (il che voleva dire che non si prendeva in considerazione la capacità produttiva di ogni singolo Paese e, quindi, che la moneta non era veramente sovrana, ma doveva la sua efficacia, per i non residenti, a un legame con Loro; e Lord Keynes - si dice - di questo tradimento morì). Il più importante studio sulla moneta di questo dopoguerra, svolto nellTnghilterra degli anni Cinquanta, va sotto l'etichetta di Rapporto Radcliffe, ma fu opera di un post-keynesiano di nome Nikolas Kaldor, il quale dimostrò la non crucialità della quantità di base monetaria per regolare l'economia: se la moneta scarseggia, gli stessi privati pos­ sono emettere mezzi monetari (ad esempio cambiali) e, quindi, ciò che regola il sistema e anche il valore della moneta, non è il quantitativo
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Postfazione I di essa, ma il tasso di sconto (interesse); se il tasso di interesse reale (depurato dall'inflazione) aumenta, ne risentono le attività produtti­ ve che non riescono a scaricare sui prezzi il maggior costo. Ma per Kaldor e la sua scuola (vedi anche Joan Robinson) le imprese operano in condizioni di oligopolio, scaricano sui prezzi i maggiori costi e ciò fa aumentare la domanda di moneta: se l'offerta di essa cresce con lo stesso criterio non ci sono effetti né inflattivi, né deflattivi. Lo stesso oligopolio, ovviamente, lo possono gestire - in determinate circostan­ ze - i sindacati e gli stessi lavoratori (con qualifiche difficili da reperi­ re): i loro aumenti salariali faranno crescere la domanda di moneta. Le autorità monetarie, quindi, devono adeguare la quantità di base mo­ netaria alla situazione oppure accettare che ci sia un effetto di aumen­ to del tasso di interesse di mercato dovuto a scarsità artificiosa; secon­ do Kaldor ed il rapporto Radcliffe non ci sarebbe mai scarsità effettiva perché i privati emetterebbero la loro moneta endogena seppure a un prezzo (l'effetto sul tasso di interesse o di sconto): ma Kaldor conside­ ra ininfluente questo effetto perché i produttori lo scaricano sui con­ sumatori (aumenta il prezzo, ma non si contare l'attività economica). Secondo i non keynesiani o monetaristi, invece, la maggior quanti­ tà di moneta determina la diminuzione di valore della moneta stessa (quindi, essi non possono distinguere tra aumenti dei prezzi e inflazio­ ne); mentre esperienza e teoria avevano mostrato come il nesso andasse in senso opposto: l'aumento dei prezzi dovuto alla difesa dei margini di profitto richiedeva una maggior offerta di moneta (se non si voleva, in alternativa, frenare l'economia facendo aumentare il tasso di interesse). Fu operata anche una sintesi teorica che va sotto l'etichettatura di "neokeynesiana" (ad esempio Modigliani, che tanta influenza ebbe non solo in USA, ma anche in Italia): i sindacati chiedono e ottengono aumenti e la maggior quantità di moneta messa in circolazione stimola l'inflazione. Questa posizione detta "neokeynesiana", dunque, non co­ glie il nesso causale e sembra più filo-monetarista che filo-keynesiana! Nell'analisi keynesiana classica (originaria), derivante dalla scuo­ la svedese di Wicksell e altri (vedi "il tasso naturale di interesse" che consente la piena occupazione), il tasso di remunerazione sulle obbli­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere gazioni più importanti, quelle pubbliche, è preso a riferimento dagli investitori e dalle imprese che valuteranno praticabili solo quelle at­ tività produttive capaci di generare un profitto non inferiore a questo rendimento o tasso di interesse: quindi, la disoccupazione derivereb­ be dalla non praticabilità di investimenti, seppur profittevoli (produt­ tivi), tuttavia non così profittevoli come l'alternativa dei titoli obbliga­ zionari [cioè la disoccupazione si ha quando gli imprenditori hanno più interesse, più remunerazione, investendo in titoli di Stato che in­ vestendo in attività produttive; N.d.A.]. Il tasso "naturale" di interes­ se sarebbe quello che non annulla la convenienza dell'ultimo investi­ mento produttivo, capace di assorbire l'ultimo disoccupato, rispetto all'acquisto di un titolo finanziario privo di rischio. Sempre per l'analisi keynesiana originaria, vi è, però, un caso (det­ to comunemente "trappola della liquidità") in cui, nonostante il basso tasso di interesse reale e la non scarsità di mezzi monetari, i privati non investono o non investono abbastanza e la disoccupazione per­ mane (elevata): in tale caso - si dice anche a causa del "cavallo che non beve" - lo Stato, in funzione anticiclica, deve effettuare spese pro­ duttive o assistenzialistiche ed assunzioni. Durante l'era keynesiana - che esordisce con la lotta degli Stati nazionali contro la depressione degli anni Trenta e comincia a incon­ trare fatali ostacoli circa quarantanni dopo - i Paesi industrializzati vivono un lungo periodo, a partire dalla fine della guerra, di grande sviluppo industriale ed occupazionale, di moderata trasformazione tecnologica, di crescita della cosiddetta classe media, dei livelli della democrazia e della demarginalizzazione sociale e culturale. Il modello che si sta cercando di tratteggiare si caratterizza per una forte attesa di profitti, sospinta anche dall'impegno pubblico nell'eco­ nomia che sostiene le grandi opzioni strategiche (a redditività scarsa o differita, ma capaci di far attivare gli appetiti dei privati); i salari cre­ scono notevolmente, grazie alla spinta dei sindacati e alla possibilità di spartire i guadagni di produttività del lavoro secondo una logica che consente anche allo Stato - mediante la tassazione - di orientare una crescita, pure di qualità, dei principali servizi pubblici: e ciò por­
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Postfazione I ta a un miglioramento decisivo nella pubblica istruzione, nella sanità e nei trasporti che solidifica l'ideale democratico. I proprietari (anche lo stesso Stato in questo caso) appaiono inde­ boliti nelle loro attese di potere, visto che produttività e profitto pren­ dono maggioritariamente la strada degli investimenti non finanziari, degli aumenti retributivi, delle tasse (redistribuzione). Le attività in­ dustriali si caratterizzano per costi decrescenti al crescere dell'investi­ mento; quindi, nelle singole industrie meno addetti producono di più, ma se la domanda effettiva aumenta, occupazione tiene. Ma, già negli anni Settanta, intanto che si avvertono i primi scric­ chiolìi del modello keynesiano (e la scarsa reattività dei maggiori benefi­ ciari di tale modello), incomincia a organizzarsi - o, se si vuole, a riorga­ nizzarsi - una reazione politica e culturale fortissima che troverà pieno successo durante il decennio successivo (gli anni Ottanta) e in seguito. II 15 agosto 1971, anche a seguito del disastroso andamento della guerra in Vietnam, il Presidente degli Stati Uniti d'America Richard Nixon annuncia la fine del legame della moneta (il Dollaro) con l'oro. La libera da un limite che - nei millenni precedenti - aveva impedito alla moneta stessa di sviluppare tutta la sua funzionalità e, al contempo, ave­ va però ostacolato l'eventuale deriva inflazionistica (quando, ad esem­ pio, per una carestia, per l'esito di una guerra, per lo stesso eccesso di monetazione rispetto alle oggettive condizioni della produzione di beni reali, i possessori di moneta non trovavano i beni domandati). Gli anni Settanta sono la culla di tre fenomeni culturali che caratte­ rizzeranno la storia europea e mondiale fino all'estate del 2011 (quan­ do, il 15 settembre, la FED annuncerà che sta sostenendo e continuerà a sostenere - e chiede all'Unione Europea di fare altrettanto - "illimi­ tatamente" la immane domanda di liquidità da parte delle banche): 1) riprendono vigore teorie - monetariste (quantitative) e liberiste - che sembravano cancellate dall'armamentario degli economisti; 2) iniziano la loro irrefrenabile ascesa le logiche "neomalthusiane" di insostenibili­ tà, per il pianeta, di prospettive di sviluppo, soprattutto industriale, al­ largate al Sud e all'Est del mondo stesso; 3) si determina una sorta di in­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere capacità - da parte dei sostenitori delle teorie keynesiane - di adeguarsi all'evoluzione effettiva e potenziale dell'economia e della società. Tale evoluzione potrebbe riassumersi così: a) nel corso degli anni Settanta cambiano le funzioni dello sviluppo che passano dalla linea­ rità (allargamento della base produttiva e dell'occupazione proporzio­ nalmente al tasso di investimento, conferma dinamica delle cosiddette economie di scala in base alla crescita delle dimensioni delle imprese) alla complessità derivante dalla trasformazione dei desideri dei consu­ matori che - ferma restando l'ampia area di manipolabilità dei bisogni stessi - modifica tuttavia radicalmente la domanda di lavoro, la sua tipologia, le caratteristiche relative all'enorme diversificazione nelle qualificazioni professionali; b) con la moneta del tutto sganciata dall'o­ ro, il sistema dei cambi tra valute sovrane comincia a fluttuare sulla base delle dinamiche speculative internazionali e dell'esigenza di ade­ guare i tassi di cambio all'andamento delle bilance commerciali (ov­ viamente, il tasso di cambio e l'equilibrio della bilancia dei pagamenti dipendono sia dal movimento di capitali - anche speculativi - sia delle merci); c) i Paesi esportatori di materie prime si accordano fra loro per ottenere livelli dei prezzi (valori) delle proprie merci capaci di realizza­ re surplus finanziari rispetto alle proprie esigenze di importazioni dai Paesi industriali che invadono i mercati internazionali dei capitali. La supremazia del Dollaro permane e richiede una tutela politico­ militare nel caso qualcuno o qualcosa tenti di guastare il modello che va dalla stampa di pezzi di carta (Dollari e titoli di Stato americani) alla loro accettazione, con le buone o con le cattive, su tutti i mercati. I cambiamenti su descritti portano conseguenze vastissime nelle scelte di politica economica. La crescita dei disavanzi pubblici e la spesa pubblica in generale pur finanziata con emissioni monetarie o titoli di Stato a basso tasso di interesse - non assicurano più l'assorbimento della disoccupazione per due motivi: 1) accade che l'incremento di moneta spinga all'aumento di domanda per beni di importazione e, quindi, spinga a una svalutazione della moneta sovrana stessa; 2) la domanda di lavoro si diversifica ed è possibile che un elevato numero di disoccupati (con scarse qualifiche)
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Postfazione l esista a fianco di evidenti carenze di organico da parte delle imprese che, addirittura, rivedono verso il basso i loro programmi proprio per­ ché ritengono di non reperire facilmente i collaboratori adatti. Così, le richieste di aumenti salariali - pur nei limiti dei guadagni di produttività - spingono verso l'alto la domanda di moneta o, il che è lo stesso, la sua velocità di circolazione: le autorità, se non vogliono far crescere i tassi di interesse e soffocare l'economia, devono adattare l'offerta di moneta alla domanda. Ma l'evidenza e il logico nesso causale vengono capovolti nell'ana­ lisi liberista e monetarista: gli aumenti salariali determinano infla­ zione e si annullano da soli così come la crescita dei fabbisogni dello Stato non provoca sviluppo reale, ma finisce per sottrarre risorse ai privati che, se potessero investire, farebbero crescere l'occupazione e la competitività del sistema. Di qui le principali indicazioni liberiste e monetariste (fatte proprie anche dai cosiddetti neokeynesiani): tenere bassi i salari (tanto gli au­ menti hanno solo effetti sull'inflazione e la svalutazione del cambio) e ridurre tasse e spesa pubblica (indicata come tipicamente inefficiente) allo scopo di contenere l'offerta di moneta liberando risorse che i pri­ vati sapranno gestire al meglio. Di qui i principali strumenti per ottenere il cambiamento: l'attacco o lo snaturamento delle organizzazioni sindacali anche nelle cosid­ dette democrazie industriali (e non solo nei Paesi in via di sviluppo, come era stato nei decenni precedenti); la definizione di un rigido vin­ colo di bilancio pubblico (con la criminalizzazione della classe politi­ ca se voleva effettuare investimenti) allo scopo di obbligare lo Stato a reperire la copertura dei propri disavanzi direttamente sui mercati (con un insostenibile innalzamento dei tassi di interesse sui titoli del debito pubblico). Andrebbe anche ripetuto che gli stessi consumatori partecipano al cambiamento delle funzioni economiche: primo, perché riducono l'effica­ cia delle economie di scala diversificando all'esasperazione i loro gusti; se­ condo, perché si orientano facilmente su prodotti di importazione.
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Alla fine degli anni Settanta inizia un braccio di ferro tra governi e organizzazioni sindacali che porterà allo smantellamento delle secon­ de, ovvero al loro snaturamento e i sindacalisti verranno pagati molto di più dei lavoratori per cui dovrebbero battersi e vengono coinvolti nei piani governativi per l'adattamento della forza lavoro al mutare delle esigenze produttive. La paura dell'inflazione viene condivisa da tutte le componenti della società e la sua causa viene attribuita all'eccessiva crescita di ba­ se monetaria da parte degli Stati e di richieste di aumenti salariali per la gran parte dei lavoratori. Alla fine degli anni Settanta non si riesce a capire che il modello keynesiano poteva, anzi, doveva venir adattato a livello mondiale e che la crescente compenetrazione dei mercati nazionali fra di loro ri­ chiedeva una riforma del modello stesso, non però il suo abbandono per tornare a paradigmi del passato che si erano già dimostrati infon­ dati e fallimentari. Occorrevano regole a livello internazionale onde evitare che il pro­ duttore più disonesto - cioè che produce a meno perché paga poco e male - apparisse il più meritevole e competitivo; studiare un accor­ do che consentisse alle monete sovrane di svolgere la loro funzione all'interno degli Stati nazionali e a una valuta (anche solo di conto), collegata a un paniere di quelle operative, di svolgere le compensazio­ ni tra import ed export di merci: se un Paese importava troppo, vede­ va ridursi il proprio peso nel paniere e, prima di subire una svaluta­ zione, veniva aiutato a sostituire le proprie importazioni. Invece, a parte qualche isolato economista, la cultura prevalente optò per un unanimismo incapace di identificare i nessi causali dei fenomeni e le conseguenze di sistemi che, a parole, inneggiavano alla competizio­ ne, ma, in pratica, portavano airannullamento delle più comuni regole di civiltà e all'obliterazione delle vere opportunità che le tecnologie e un moderno uso della moneta avrebbero consentito a tutta l'umanità. A differenza dell'analisi keynesiana (per la quale le tecnologie erano assunte come statiche) il mondo stava prepotentemente avan­ zando rivoluzioni tecnologiche che avrebbero potuto rendere del
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Postfazione I tutto superflue le discussioni sull'inflazione e sulla moneta; a diffe­ renza dei secoli (e dei millenni) passati, infatti, l'eventualità di tro­ varsi tra le mani una moneta senza valore perché la produzione ri­ sultava insufficiente a soddisfare tutta la domanda, si restringeva ai casi di turbative nel trasporto delle merci oppure di penuria dovuta a fenomeni bellici o di sottosviluppo economico. Le nuove tecnologie degli anni Ottanta - soprattutto i macchinari a controllo numerico - rendevano tanto efficiente il lavoro industriale, da richiedere profondi ripensamenti di tutta l'organizzazione socia­ le; se quella stessa intelligenza umana che aveva portato a superare virtualmente la scarsità di beni (la condizione principale dell'esisten­ za dell'economia, come la consideriamo comunemente, è appunto la scarsità delle risorse e dei beni) fosse stata utilizzata pure per fornire un reddito a tutti i cittadini (anche allo scopo di approntare uno sboc­ co per un quantitativo sufficiente della produzione potenziale), allora ogni cosa sarebbe andata al suo posto. Ma, invece - dal lato politico e sociale - prevalse una visione inadeguata e superata dei fenomeni, sicché il potenziale della moneta (anche per il tramite degli Stati) restò sostanzialmente inutilizzato. Certamente, se tutti i cittadini dei Paesi che avevano una dotazio­ ne industriale sufficiente, fossero stati provvisti di (adeguato) reddito, gli equilibri sociali e politici dentro e fuori dai luoghi di produzione avrebbero completato quel percorso che il dibattito degli anni Trenta e le realizzazioni dei decenni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale avevano cominciato: la crescita della classe media, la mini­ mizzazione della marginalizzazione (e della povertà), la riduzione del ruolo della proprietà e, con essa, delle rendite e dei profitti. La crescita e il miglioramento delle tecnologie, infatti, spingono a un allargamento delle forze produttive - in mancanza di ostacoli artificiosi - che porta a una continua compressione del profitto che si ottiene da un'unità di investimento; a quel punto o le funzioni produttive vengono assunte dallo Stato o i privati trovano un mo­ dello di organizzazione sociale che non è più sospinto dalla ricerca di profitto. A tale dilemma, però, non si giunse - come si è già ac­
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere cennato - alla fine degli anni Settanta; ci si fermò prima, si tornò alla centralità del proprietario, alla ricerca di saggi di profitto ele­ vati, ai bassi salari, alla negazione della funzionalità di una mone­ ta moderna, alla pretestuosa necessità di un accumulo di risorse fi­ nanziarie, previo investimenti, a orizzonti temporali dello sviluppo che risentivano di tassi di interesse abbastanza elevati da scorag­ giare - una volta che lo Stato stesso si fosse ritrovato privo di vera sovranità monetaria - piani e progetti ambiziosi neirambito delle infrastrutture, della ricerca, dei principali servizi pubblici. Due fattori culturali, peraltro, hanno consentito a rendere - di fatto - incontrovertibile tale dinamica per circa un trentennio (dalla fine dei Settanta del l'altro secolo all'inizio dei Dieci di questo); un periodo nel quale si sono sperimentati, nei Paesi di più antica industrializzazione e in quelli in ritardo, un continuo peggioramento dei tassi di sviluppo, una dinamica inquietante dell'ordine pubblico, una preoccupante e de­ vastante tendenza alla concentrazione della ricchezza in poche mani che hanno agevolato i processi di finanziarizzazione e di abbandono delle attività produttive: con una continua tendenza a esagerare le pro­ spettive di redditività della finanza (ciò ha portato alla crisi di liquidità degli speculatori) e a una sorta di emarginazione delle principali attivi­ tà produttive, caratterizzate da rendimenti sempre più modesti. Il primo fattore culturale è stata la diffusione delle logiche neomalthusiane basate su una descrizione antiquata dello sviluppo, la quale pretendeva di calcolare l'inquinamento del pianeta e l'esauri­ mento delle risorse in funzione di equazioni lineari, avulse dalla ca­ pacità del progresso tecnologico di minimizzare la quantità di agen­ ti inquinanti e di risorse non rinnovabili (o di sostituirle altrimenti) per unità di prodotto. Era soprattutto lo sviluppo del cosiddetto Terzo Mondo (allora si chiamava così) a far scattare l'allarme: se l'India, la Cina e l'Africa fossero arrivati ai nostri livelli industriali (a parità di tutte le altre circostanze), il pianeta come avrebbe potuto reggere? E così, mentre i neomalthusiani ottenevano che lo sviluppo non pro­ gredisse secondo le sue naturali vie di affermazione (che avrebbero con­ sentito la crescita delle tecnologie capaci di minimizzare inquinanti e ri­
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Postfazione I sorse pregiate per unità di prodotto), i liberisti imponevano - in nome del­ la concorrenza internazionale - un modello di globalizzazione del peggio. In tali condizioni, i più poveri tagliavano le foreste per riscaldar­ si e sopravvivere, quelli che potevano produrre senza il rispetto delle regole (sul lavoro, sull'ambiente, sula salute) esportavano a ritmi im­ pressionanti e mostrayano tassi di sviluppo da record. L'altro fattore culturale fu la scarsa reazione al quadro inquietante che si andava delineando fin dall'inizio; i Keynesiani si divisero fra di loro o, meglio, la maggior parte abbandonò la partita divenendo di fatto "liberista" e la piccola pattuglia dei post-keynesiani (Kaldor, Ro­ binson, Caffè e altri) tese all'estinzione per cause naturali, accidenta­ li, ma anche sospette (durante gli anni Ottanta perì la maggior parte di loro: scomparse senza ritrovamenti, attentati terroristici, incidenti stradali strani e morti improvvise e difficilmente spiegabili, mentre nulla di paragonabile accadde alla scuola economica avversa, sebbene quest'ultima fosse divenuta molto più numerosa della prima!). Ciò spiegherebbe anche - venti anni dopo - perché il ritorno di un'analisi genuinamente post-keynesiana, principalmente in USA, Australia e Regno Unito vada sotto l'etichetta di MMT (M odem Mone­ tari/ Theory) come se si trattasse di una scoperta, di una novità; peral­ tro la MMT tende a trascurare - come è tipico dell'analisi keynesiana originaria - gli equilibri/squilibri del commercio internazionale, gli effetti del progresso tecnologico e la trasformazione del mercato del lavoro che ha superato il cosiddetto operaio-massa (indifferenziato in fatto di qualifiche professionali). Anche la Chiesa cattolica che, pure, avrebbe avuto tutto l'interesse a trovare soluzioni altre rispetto alle linee strategiche dei Reagan e delle Thatcher, specie dopo l'avanzatissima Populorum Progressio (per non citare altre importanti Encicliche), mancò di collegamento con la realtà effettiva. In pratica, non fu tentato un progetto di economia "cristiana" che andasse oltre richiami generici all'etica o alla centralità dell'uomo sen­ za ricadere - di fatto - nelle tesi alla von Hayek, Novak o Friedman che, poi, l'esperienza successiva dimostrerà fallimentari.
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Un discorso a parte andrebbe fatto per i marxisti. Essi non vedono che la principale previsione di Marx si realizza con la crisi del 1929; non vedono che lo Stato emergente dalla grande depressione, dopo la seconda guerra mondiale e i dibattiti che ne se­ guirono, superava la condizione di sovrastruttura; non capiscono che il tipo di capitalismo sperimentato negli anni Sessanta e Settanta sta portando al potere le classi produttive, spiazzando proprietari e rentiers, trasformando gli operai in classe media; si illudono che il capita­ le finanziario degli investitori istituzionali possa portare benefici nei rapporti di forza interni alle imprese industriali; non trovano un'alter­ nativa alla concezione quantitativistica della moneta. Eppure c'era stato un Antonio Gramsci che poteva venir riletto al­ la luce di quanto stava accadendo non solo a livello economico, ma soprattutto politico e culturale, in termini di una visione del mondo capace di porre al centro della società la legalizzazione di un confron­ to fra le classi sociali che superasse uno scontro a senso unico dove i produttori venivano sistematicamente sacrificati rispetto agli interessi dei centri del potere finanziario, delle grandi concessionarie dello Sta­ to, dei privatizzatori delle Utilities collettive. Nel corso degli anni Settanta si era, dunque, aperta una finestra che prevedeva la possibilità di andare oltre il modello keynesiano, miglioran­ done la limitatezza in ambito prettamente nazionale e la scarsa considera­ zione per gli effetti del progresso tecnologico. Questa prospettiva è andata perduta in quanto - almeno dal punto di vista dei modelli e dei paradig­ mi - si è andati indietro: l'Euro è stato trattato come se fosse oro, il Dolla­ ro è stato gestito come moneta sovrana, ma solo per favorire speculazioni finanziarie e inutili guerre; l'approvvigionamento di risorse ai ricchi (e a scapito dei poveri e delle classi medie) provenienti dai tagli alle spese e al­ le tasse - quando realizzati - ha solo ampliato gli investimenti finanziari e non quelli produttivi perché la prospettiva di profitti era asfittica essendo stati ridotti salari, stipendi, occupazione, prospettive di consumo. La tesi che si vuole sostenere in questa sede è che una nuova finestra si stia aprendo dopo il 2011.
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Postfazione I Le banche centrali possono stampare migliaia di miliardi di Eu­ ro e di Dollari (o l'equivalente in titoli a basso tasso di interesse) per fronteggiare le esigenze di liquidità delle banche che, con i derivati ed altre pratiche, avrebbero distrutto centinaia di migliaia di miliardi di risparmi; la proposta di aiuti illimitati alle banche stesse, garantiti dalla FED e poi accettati dalla BCE, dimostra - oltre ogni ragionevole dubbio - che non c'è, nel nostro tempo, un limite alla monetazione: al­ lora il concetto di quantità di moneta risulta per lo meno inutile. Nella misura in cui detta moneta viene accettata dagli operatori, essa non determina inflazione perché è altrettanto illimitata la quan­ tità di beni e di servizi che si possono produrre e che quindi vanno a coprire il valore della quantità di moneta aggiunta. Ovviamente, si tratta di un'opportunità che l'umano dovrebbe gio­ carsi con intelligenza. Ma il punto cruciale da sottolineare è che il problema dell'econo­ mia non è il debito, bensì lo sviluppo il cui tasso superi quello dell'in­ teresse sui titoli: se il debito rimane costante in quantità, la sua dina­ mica dipende dall'interesse e se il reddito del debitore cresce a un tas­ so superiore non vi sono problemi. Attualmente, la tendenza a offrire titoli a tasso di interesse inferiore all'inflazione (il che comporta l'e­ quivalenza tra mezzi finanziari e moneta di base), sposta l'enfasi della sostenibilità del debito sull'incremento del reddito. I problemi, invece, sono altri due. Primo: chi-cosa-come assicura che la migliore tecnologia (quella che fa risparmiare risorse umane e natu­ rali) venga effettivamente introdotta nei processi e non accada il con­ trario, vale a dire che venga utilizzata la tecnologia più compatibile al mantenimento degli equilibri di forza esistenti tra i poteri prevalenti? Secondo: dopo decenni di precarizzazione ed emarginazione di in­ tere generazioni dal mercato del lavoro, come si fa a colmare il vuoto di istruzione e di professionalità per chi non ha potuto o voluto inserirsi? Entrambe le risposte hanno un filo comune: il ripristino di un'auto­ rità statale o nazionale che provveda a fornire almeno un reddito (nei
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere limiti della disponibilità delle tecnologie di ciascun Paese ad assicura­ re una determinata quantità di beni e di servizi) ai disoccupati e agli inoccupati e che sappia eliminare i vincoli arbitrari airintroduzione delle tecnologie disponibili e necessarie. Entrambe le cose richiedono una riscoperta della politica e della sua funzione, evidentemente. La politica dovrebbe quindi rifondarsi a partire dalla richiesta del ripristino di una moneta sovrana e di un'autorità capace di superare i particolarismi dei poteri forti. La storia ha sempre dimostrato che, quando sorge una leadership adeguata, i cosiddetti poteri forti - dopo le iniziali prevedibili resisten­ ze - finiscono per accettare la situazione. Mentre l'incapacità delle mag­ gioranze, delle minoranze attive e dei leader politici di prevalere sulla miopia dei poteri particolaristici porta sempre alla catastrofe generale. 2. IL FUTURO DELL’EURO In tutto ciò si inserisce la problematica della moneta comune in Eu­ ropa. Si tratta di una vicenda che nasce su un terreno "ambiguo": da una parte la visione antiamericana e, quindi, anti-Dollaro che affonda le sue radici in epoche addirittura precedenti i primordi degli accordi della CECA, dall'altra la saldatura tra i paradigmi liberisti e il "patto" tra Germania e Francia (peraltro a danno dell'Italia e di altri pur me­ no minacciosi Paesi mediterranei). I paradigmi liberisti anti-keynesiani: contenere la spesa pubblica per contenere le tasse e liberare le risorse dei privati da destinare alla ripresa; qualunque progetto di sviluppo, per avere successo, deve per prima cosa riequilibrare i conti pubblici; l'equilibrio della bilancia dei pagamenti è re­ sponsabilità di ciascun Paese che deve ridurre i costi per esportare di più. Tutte e tre queste affermazioni sono storicamente e teoricamente false. Infatti, se c'è ripresa, la spesa pubblica può venir contenuta (a patto che permanga una politica monetaria adeguata allo sviluppo stesso); tuttavia se la ripresa non c'è, non basta ridare risorse ai priva­ ti, perché la classe media riceve abbuoni tributari, ma non può consu­ mare di più in quanto deve spendere ancora di più per compensare gli effetti riduttivi sulla quantità e/o sulla qualità dei servizi pubbli­
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Postfazione I ci, mentre i "ricchi" non investono, non intravvedendo opportunità di profitto in mancanza di ripresa. Anche le politiche "lacrime e sangue" (ovvero: prima il risanamento dei conti pubblici, poi seguirà la ripresa) non funzionano proprio per­ ché la teoria economica e l'esperienza hanno entrambe dimostrato co­ me la spesa dello Stato vada o possa andare al contrario rispetto ai cicli dell'economia, raccogliendo più risorse tributarie ovvero riducendo il suo impegno quando c'è la ripresa; viceversa, se si tenta di contenere la spesa pubblica quando c'è crisi, si peggiora la situazione economica e, in prospettiva, diminuisce il gettito tributario e si sottopone la spesa sociale a maggiori tensioni. Infine, è agevole sostenere un equilibrio dei conti con l'estero che parta dal disavanzo commerciale del Paese leader di una certa area (ad esempio gli Stati Uniti) - agevolmente assicurato dalla regolazio­ ne degli scambi stessi nella moneta sovrana del leader - ovvero che preveda l'esportazione delle sole eccedenze dei Paesi in parità di con­ dizioni (e ciascuno con la sua moneta sovrana); mai, tuttavia, un equi­ librio in cui ciascuno cerchi un avanzo a scapito dei partners. La spiegazione di un'Europa miope e cieca, pertanto, può soddisfa­ re in via approssimativa, ma non regge a un approfondimento. Il solo Paese, in Europa, dove abbia, apparentemente, funzionato il modello liberista, è la Germania, per la semplicissima ragione che lì vi era un serio controllo sul sistema dei prezzi, le banche sono al servizio delle industrie, con alti salari a fronte di acquisizioni tecnologiche con­ tinue (agevolate dal basso costo del denaro); in queste condizioni non era il modello liberista, ma quello "renano" a funzionare, basato com'è non su bassi salari e alti profitti, ma su alti salari ed elevata propensio­ ne agli investimenti garantita dal sistema bancario. Quindi, il conteni­ mento della spesa pubblica avveniva in virtù della situazione di svilup­ po. Ovviamente, ciò andava a scapito dei partners europei, che doveva­ no chiedere alla Germania continue rivalutazioni del Marco. La situazione si risolse quando maturarono le condizioni per la ri­ unificazione della Germania e la Francia nascose la propria contrarie­ tà in cambio dell'Euro, che avrebbe fatto crescere i tassi di interesse
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere in Germania riducendoli nel resto dell'Europa; ma perché l'accordo tra H. Kohl e F. Mitterrand avesse un senso, occorreva che la compe­ titività delle realtà mediterranee (soprattutto dell'Italia) venisse com­ promessa non solo da una moneta unica - che nessun singolo Paese avrebbe potuto svalutare unilateralmente - ma anche dalla privatiz­ zazione dei servizi pubblici e delle imprese a partecipazione statale. Vi è grande differenza, infatti, tra il proprietario tout court (lo Stato) e il socio di maggioranza: quest'ultimo è tenuto ad assicurare un deter­ minato rendimento ai soci di minoranza, così sacrificando una politi­ ca di allargamento strategico seppure a condizioni di mercato. Non si sta qui, infatti, parlando di imprese statali che investono a prescindere dalla produttività (vale a dire sistematicamente in perdita, in quanto, ad esempio, si giudicano di vitale importanza nazionale la permanen­ za o gli sviluppi in un determinato settore o comparto), ma di imprese a partecipazione statale che possono essere di tre tipi: 1) senza soci di minoranza, ma tenute a rispettare condizioni di economicità e vincolo di bilancio (si tratta di realtà che hanno, come obiettivo, la massimizza­ zione dello sviluppo a condizioni di mercato, corrispondenti al pareg­ gio tra il ricavo e il costo dell'ultimo pezzo approntato: massimo impe­ gno di risorse e massimo profitto totale); 2) con soci di minoranza che stanno lì per chiedere una determinata remunerazione (più elevata di quella obbligazionaria) e che, quindi, vogliono contenere l'impiego di risorse e gli investimenti o nei limiti di un determinato obiettivo finan­ ziario o finché l'ultimo pezzo prodotto non veda la massimizzazione tra ricavo e costo; 3) di minoranza finalizzata, a) alla valorizzazione del capitale conferito, b) a sostenere - con dovuti controlli e nell'ambio di strategie condivise - la realizzazione di progetti. Come è facile capire, solo i casi 1) e 3b) sono compatibili con gli obiettivi di uno Stato costituzionale che voglia far crescere la quanti­ tà/qualità di beni e servizi disponibili e l'occupazione produttiva. Ciò spiegherebbe la gran richiesta di revisioni costituzionali finalizzate, appunto, alla rinuncia a uno Stato che abbia obiettivi di natura politico-sociale; richiesta avanzata anche in ambito europeo per corrobora­ re le stesse privatizzazioni.
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Postfazione I Il caso 1) aveva fatto grande l'Italia fino a tutti gli anni Settanta; ma gli accordi "europei" prevedevano una sua sostituzione coll'ipotesi 2) o, addirittura, 3a) fino alla completa privatizzazione. Forse un futuribile potrebbe essere la crescita del modello 3b) gra­ zie a un diverso rapporto tra pubblico (che si riappropria di moneta sovrana) e privati che si attrezzano per realizzare obiettivi sociali nell'ambito di una gestione dell'economia che comprenda - ovvia­ mente - anche la loro remunerazione. Questo ragionamento può sembrare strano se si parte dal luogo comu­ ne che l'obiettivo dell'impresa (privata) consista nella massimizzazione del profitto; obiettivo "massimo", appunto, che in quanto tale non spiega nulla a differenza dell'obiettivo "minimo", la cui definizione consente di identificare la stabilità strutturale del modello di cui si sta parlando. Se l'obiettivo "minimo" dell'impresa è un profitto non inferiore al rendimento reale delle obbligazioni pubbliche, come mai il 90% delle imprese italiane - ad esempio - non lo raggiunge quasi mai (fatto sal­ vo quel 10%, e non è poco, di alti profitti o/e di alta evasione)? Cosa spinge 4 milioni di titolari di imprese, che non fanno profitto a rinunciare, a disinvestire per vivere di rendite obbligazionarie? Evidentemente un obiettivo diverso rispetto al profitto: visto che non lo realizzano da tempo e non hanno fiducia in una ripresa a bre­ ve/medio termine. Controllare risorse reali, nelle nostre società, è più importante (in termini di ruolo e di funzione) rispetto al mero pos­ sesso di attività finanziarie pur remunerative: darsi un'occupazione, prometterla ai congiunti, essere qualcosa di produttivo. Vengono in mente due cruciali circostanze nella storia del mio Paese. La prima. A Caporetto, durante la prima guerra mondiale, i solda­ ti italiani - in gran parte contadini - disobbedirono ai loro superiori e riuscirono a riparare oltre il Piave; se non avessero disobbedito, gli austrotedeschi li avrebbero circondati e, forse in 500.000, li avrebbero deportati, mettendo fine al conflitto. Invece, disobbedendo, essi pose­ ro le basi di una riorganizzazione dell'esercito stesso, che poi riuscì ad avere la meglio sugli avversari.
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere La seconda. Il citato accordo franco-tedesco per la moneta unica prevedeva un forte ridimensionamento delle capacità produttive ita­ liane (in un'ottica di equilibrio basata sulla sopravvivenza dei Paesi mediterranei come aree di mero consumo), ma gli imprenditori italia­ ni - soprattutto di piccole dimensioni - nonostante quanto si era fatto per agevolarne la scomparsa (banche crudeli, pubblica amministra­ zione ostica, smantellamento della domanda pubblica) hanno conti­ nuato a produrre, rendendo il complotto europeo - che stava dietro la moneta unica - non del tutto completabile. La Francia oggi registra l'impossibilità di frenare la devastante com­ petitività della Germania, e l'Euro è destinato a esplodere oppure a ve­ dere tutti i Paesi interessati attorno a un tavolo per cambiare le regole attuali, fare un'Europa che guardi al Mondo, entrare in un'era diversa. In occasione delle tornate elettorali in Francia (fine primo semestre 2012) e in Germania (dopo), i partiti di sinistra (anche l'italiano) hanno cominciato a sollevare il tema (era ora!) di una priorità dello sviluppo rispetto all'austerità. Per dirla tutta, l'austerità possibile (e, al limite, auspicabile) è quel­ la che avviene grazie allo sviluppo; l'altra, quella che si vuole imporre prima o a prescindere dallo sviluppo è solo destabilizzante a tutti i li­ velli. Ma non basta tale richiamo: occorrerebbe - per tornare a essere credibile - che la sinistra si smarcasse totalmente dalla logica del rigore inattuabile e pericoloso del FMI e della destra europea antipopulista in contrapposizione all'apparente espansionismo finanziario a senso uni­ co (solo a vantaggio delle banche) che isola e impedisce (almeno per ora) gli unici investimenti necessari per lo sviluppo, quelli reali. Il male maggiore è rimanere in un'Europa così come questa è (per quanto tempo senza utili cambiamenti e a quali costi economici e socia­ li?); il male minore è uscire dall'euro; il bene sarebbe restituire un ruolo vero alla politica e definire i contorni economici della sostenibilità - an­ che ambientale, ma non solo - dello sviluppo. E ciò, tra l'altro, inseren­ do, al posto del devastante ESM, un qualche criterio di riequilibrio delle
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Postfazione I bilance commerciali: l'Europa si salverà quando i leader comprenderan­ no la differenza tra l'applicazione di meccanismi finanziari automatici che aumentano gli squilibri, e l'applicazione di meccanismi differenzia­ li di effettivo riequilibrio. Risulterà da approfondire, forse, un metodo per l'armonizzazione fiscale (anche in termini di progressività delle imposte) che attenui - senza stravolgerli - gli effetti socialmente inde­ siderabili degli eccessi di competitività (ovviamente, evitando di indul­ gere nel suo contrario: vale a dire evitando il prevalere delle logiche assistenzialistiche). Ma se il Regno Unito non sarà di ostacolo (perché si è già chiamato fuori!), la Germania potrebbe continuare a pretendere il rispetto delle regole (del mercato, quindi dello squilibrio) solo quando a suo favore: la via maestra per mettere fine all'esperienza dell'euro. Ma la Germania bara sui dati: il suo debito pubblico è inferiore al 90% del pii perché il disavanzo previdenziale che ha generato il debito pubblico previdenziale e il disavanzo degli enti locali (Länder) che ha generato il debito pubblico degli enti locali non vengono considerati! Inoltre, a fronte del concreto impegno della BCE (come della FED) ad assicurare mezzi monetari alle banche (senza alcuna controparti­ ta!) sta oramai sviluppandosi una specie di "fase due": il sostegno del­ la BCE ai debiti sovrani nella loro componente di breve termine (fino a tre anni). Ciò dovrebbe far ridimensionare l'ampiezza degli spread e, quindi, a parità di tutto il resto, assicurare risorse agli Stati per inve­ stimenti produttivi e ripresa. Si potrebbe, però, ipotizzare una "fase tre", vale a dire fare arrivare ai Paesi dell'Euro - in qualche modo quel decimo o quel ventesimo delle risorse attualmente dedicate alle banche per avviare anche la ripresa: ma, così, il sistema permarrebbe, comunque, malato, in quanto le banche continuerebbero a generare perdite per somme superiori a quelle che i privati o gli Stati affidano loro (di qui è nata, infatti, la loro insaziabile sete di liquidità). Ora, il sistema non è semplicisticamente pazzo: alla fine della giorna­ ta, del mese o dell'anno si registrano perdite incredibili sugli investimenti finanziari, ma i top manager guadagnano somme enormi dalle migliaia di singole operazioni che si svolgono durante un minuto o un'ora. Finché chi governa il sistema bancario è d'accordo con questi top manager che
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere formano lo "shadow banking", il quantitative easing di Mario Draghi o dell'MMT tamponerà solo la situazione senza riportare il sistema verso equilibri, non solo finanziari, ma anche etici e sociali accettabili, 3. LA DECRESCITA “FELICE”: UNA SOLUZIONE? In tutto ciò avanza la tesi della decrescita felice. II punto di parten­ za è accettabile... né i soldi, né - quindi - il pii fanno la felicità; ma figuriamoci come staremmo senza! È vero - come sostengono Latouche e i suoi numerosi seguaci - che molta parte del cosiddetto pii è costituita da malattie, incidenti, disastri vari che, se non ci fossero, lascerebbero un pii inferiore! Ma non è detto che la soluzione indicata dai decrescitisti sia praticabile o auspicabile. Infatti, un conto è cercare un indicatore (di benessere, di felicità) più ade­ guato del pii, e un altro conto è non riflettere sulle conseguenze della decre­ scita: ad esempio, si può calcolare che - in Italia - in condizioni di idilliaco rapporto con la Madre Terra e relativa minimizzazione dello sviluppo indu­ striale, potrebbero vivere o sopravvivere solo 15 milioni di persone. Dove metteremmo gli altri 45? Forse potrebbero migrare verso territo­ ri scarsamente popolati; ma si sa che il "progetto" deirambientalismo più avanzato - quello facente capo alle teorie di Aurelio Peccei, del Club di Roma, del WWF e altri illuminati - prevede, auspica e si regge su un'ipo­ tesi di riduzione a V3 dell'insieme degli attuali abitanti del pianeta. Se non si prevede, altresì, che i circa 4 miliardi in "esubero biologi­ co" vadano su qualche lontanissimo pianeta, resta un fatto evidente (che chiunque abbia viaggiato nei Paesi poveri della Terra ha potuto osservare): la gente non scompare, non muore, vive male senza sviluppo e inquina di più di quanto non farebbe se - invece - ci fosse un sano sviluppo. Riassumendo: oggi abbiamo a disposizione almeno tre paradigmi con le loro relative soluzioni. Il primo - quello liberista - ha dominato la scena per oltre trent'anni fino all'estate del 2011 e sarà ricordato come la causa di tutti i ma­ li che, attualmente, affliggono l'umanità, persino nelle aree che, una volta, erano considerate altamente sviluppate; esso si è rivelato inso­
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Postfazione l stenibile, non potendo risolvere la contraddizione tra vittoria dei più forti e sconfitta dei migliori. Da una costola del liberismo è emersa la soluzione della finanza spe­ culativa: lo sviluppo in primo luogo, ma con i conti pubblici in ordine; tuttavia, l'esperienza ci aveva dimostrato che i conti pubblici possono risultare in ordine solo dopo che io sviluppo abbia raggiunto risultati ragguardevoli in termini occupazionali. Il merito di questo sub-para­ digma - apparso prepotentemente dopo l'estate del 2011 - poteva essere l'abbandono delle politiche "lacrime e sangue"; ma così non è avvenuto. Oggi il pianeta è inondato di trilioni di mezzi monetari "equivalen­ ti" (moneta, anche virtuale, e titoli a tassi di interesse inferiori a quelli dell'inflazione); occorre quindi recuperare - anche ai fini della ripresa e del sostegno dei reddito, non solo delle esigenze di liquidità delle banche - la possibilità di fornire mezzi di finanziamento nei limiti delle poten­ zialità di crescita (invece di aspettare, come hanno predicato i liberisti e i monetaristi, l'accumulo delle risorse necessarie per avviare la ripresa). Il secondo paradigma, quello ambientalista neo-malthusiano - ne­ gando la principale equazione dello sviluppo, vale a dire che l'intro­ duzione delle tecnologie può ridurre l'uso di risorse pregiate o ten­ denzialmente scarse e l'emissione di agenti inquinanti in misura più che proporzionale rispetto agli incrementi del prodotto - ha agevola­ to l'inquinamento del pianeta: perché ha frenato l'introduzione delle tecnologie più avanzate senza ottenere l'alternativa che vagheggiava, vale a dire la scomparsa totale degli umani o, almeno dei 2/ di essi. 3 Infatti, gli umani sono talmente carogne che, nonostante le buone in­ tenzioni di chi li vorrebbe morti, si accaniscono a sopravvivere. Il terzo paradigma (postkeynesiano, marxiano e cristiano) richiede attualizzazioni e puntualizzazioni che riguardano la moneta sovra­ na, l'ambiente (e il controllo politico non esoterico della tecnologia), il commercio internazionale, la dimensione sovra-nazionale che non de­ ve sfuggire ai popoli. La definizione di standards internazionali del lavoro, delia dignità (libertà) umana, dell'ambiente e della tutela della
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere salute appare basilare; ma, a sua volta, presuppone che ogni popolo (nazione, etnia, fino alla dimensione del villaggio) sia messo in condi­ zione di puntare ad ottenere la propria autonomia (sovranità) alimen­ tare e riguardante tutta la produzione tradizionale e fondamentale. L'importazione deve divenire un criterio residuale e corrispondente, in valore, alla esportazione delle proprie eccedenze, una volta soddi­ sfatta tutta la domanda interna. Di qui la necessità di due monete: una locale, concreta e sovrana, basata sulla fiducia di chi la condivide e/o sull'autorità (statale, ma non necessariamente statale) che la emette, fino a saturazione delle esigenze interne; un'altra, internazionale, di conto o virtuale. Quest'ultima - per evitare il ritorno all'oro, che sarebbe un regresso e un limite per tutti, anche perché potrebbe stimolarne una sua ricerca fi­ ne a se stessa - dovrebbe derivare da un paniere di monete sovrane pro­ porzionato all'importanza economica di ciascun emittente locale ovvero alla quantità dei singoli disavanzi commerciali. Disavanzi, comunque, da evitare (se tutte le bilance fossero in equilibrio, la moneta internazio­ nale non servirebbe, se non in casi eccezionali), ma gestibili con emissio­ ni sovrane dei Paesi in debito che, così, obbligherebbero quelli in avanzo a comperare beni e servizi dalle aree momentaneamente meno efficienti. La moneta sovrana garantirebbe un reddito "massimo disponibi­ le" proporzionato alla capacità degli apparati produttivi e tecnologici interni di garantire il flusso di beni e di servizi richiesti; ciò urge, da­ ta la tendenza dei sistemi previdenziali a contribuzione a raggiunge­ re tra pochi decenni l'insostenibilità sociale e l'esigenza di intervenire sul costo cosiddetto indiretto del lavoro. Così, la popolazione di ogni Paese avrebbe un reddito adeguato alla sua capacità produttiva e il costo del lavoro si ridurrebbe senza danneggiare chi lavora. A tali condizioni, le tutele della salute e dell'ambiente non sareb­ bero più considerate un costo da minimizzare, ma un valore da mas­ simizzare e la scelta delle tecnologie più appropriate propenderebbe verso quelle capaci di ridurre il più possibile l'impegno di risorse re­ ali e fisiche ovvero l'emissione di agenti inquinanti. Infatti, se il costo finanziario dell'acquisizione delle tecnologie più efficienti (che riduco­
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Postfazione I no le quantità di risorse fisiche e di inquinanti per unità di prodotto) è inferiore a quello riguardante l'impegno delle risorse fisiche, vi sarà convenienza economica a migliorare le condizioni dell'ambiente. A questo punto, l'occupazione sufficiente è destinata a ridursi, ma il pa­ rametro di valutazione della sostenibilità del sistema coinciderà con la capacità dell'apparato-produttivo di fornire i beni e i servizi richiesti. L'Euro potrebbe sopravvivere come unità di conto a livello europeo, contribuendo a calmierare il paniere delle monete nazionali sovrane ai fini della moneta o dell'unità di conto internazionale; tuttavia, potrebbe anche divenire una moneta sovrana e continuare a essere utilizzata da­ gli stessi consumatori. In tal caso occorrerebbe che la delega degli Stati non fosse - come adesso - un abbandono (in quanto tale illegittimo e denunciabile) della sovranità monetaria, ma comportasse la possibilità, per un'istanza europea, di finanziare gli investimenti per la ripresa. Ciò sta già accadendo per le banche - tramite la stessa BCE - e, per la ri­ presa, potrebbe bastare il 10% delle migliaia di miliardi di Euro che si stanno autorizzando dal 2012 e che continueranno a venir emessi fin­ ché non si imporrà una netta separazione tra i soggetti che forniscono il credito all'economia e quelli che esercitano attività speculative. Il governatore della BCE, Mario Draghi, sostiene che tali migliaia di miliardi finiranno, in qualche modo per finanziare anche la ripresa e l'economia; ciò può avvenire, ma occorre capire dove vanno a finire: nella migliore ipotesi, nelle tasche dei risparmiatori che, dopo esse­ re stati ingannati sui miracolosi rendimenti dei titoli offerti loro dal­ le banche, recuperano, in tutto o in parte, i loro capitali; e, tra questi risparmiatori, occorre annoverare anche funzionari e dirigenti delle banche stesse che, grazie ai loro patrimoni, costituiscono una compo­ nente fondamentale di quella che alcuni esperti - addirittura del FMI (Zoltan Pozsar e Manmohan Singh) - chiamano "sistema bancario ombra"; si potrebbe anche ipotizzare un sostegno - per tale via (pro­ tezione parziale dei risparmi), ai consumi - ma bisognerebbe vedere se si tratterà di un incremento netto o di un mero recupero. Per ora, i dati sul pii e sui consumi non lasciano intravvedere grandi riprese. Staremo a vedere, ma il futuro è già cominciato: le banche centrali
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere stampano moneta (per scopi che non sono i migliori) e non si genera inflazione. Ma, se il Re è finalmente morto, viva il Re! In alternativa allo stesso Euro, ciascun Paese potrebbe seguire la propria vocazione storica. Per l'Italia, ad esempio, l'Africa, i Balcani, l'Egeo, il Mar Nero, la Russia, e la potenzialmente ricchissima Siberia. Debiti degli Stati, abbandono dell'Euro, denominazione in altre va­ lute dei debiti commerciali sono piccoli e risolvibili temi; più compli­ cato appare delineare un futuro all'economia reale, visto che la molla capace di muovere i produttori non risulta più - a parte casi impor­ tanti, ma, tutto sommato, eccezionali - il profitto. Tale molla sembre­ rebbe il controllo delle risorse non finanziarie (destinate a raccogliersi sotto l'etichetta del "basso costo"). Se ciò è vero, la politica è destinata a ritornare al centro del dibattito democratico: come definire i limiti di esercizio del potere dei cittadini allo scopo di evitare che la titolarità del controllo di risorse instauri si­ tuazioni di sudditanza, addirittura più subdole di quelle del danaro? L'umanità è oggi dotata di tre fondamentali strumenti di progres­ so: la democrazia; la moneta sovrana; lo sviluppo della tecnologia fi­ nalizzata al bene comune. Ebbene, questa volta le connessioni reciproche tra questi tre stru­ menti (o poteri) ne determinerà il successo o, più esattamente, l'ambi­ to - il livello - di praticabilità. E nessuno potrà dirsi democratico senza sovranità monetaria o in grado di affermare la sovranità della moneta trascurando il controllo dello sviluppo delle tecnologie. I fatti di questa cosiddetta crisi ci stanno liberando dai vecchi fetic­ ci; basta vederlo, volerlo vedere. Di qui la necessità di una scelta che abbini la insostenibile negazione del bene comune (fatto di democra­ zia, sovranità della moneta, indirizzo delle tecnologie) e lo sforzo poli­ tico per organizzare le volontà degli uomini liberi.
Settembre 2012

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CONSIDERAZIONI CRITICHE ALLA POSTFAZIONE I
dì Marco della Luna
A \Sono d'accordo, in linea teorica, con le posizioni espresse da Nino

/Galloni, ma notiamo che i mezzi monetari emessi da privati non­ banche (pagherò, tratte, assegni postdatati) funzionano come sostituto della moneta primaria o di quella bancaria solo se sono accettati dai for­ nitori in cambio delle merci e dei loro servizi. E sono accettati solo se so­ no presenti due condizioni: a) se vige un clima di generale solvibilità, cioè se il mercato non è demonetizzato, in grave recessione, o sottoposto a forti drenaggi di moneta per tasse e interessi passivi, sicché si preveda che ci siano soldi per pagare quando la cambiale scadrà; b) se il dato cliente ha un pregresso di affidabilità e prevedibilmente continuerà a essere solvibile. Inoltre, le cambiali e gli assegni postdatati sono più accettati se il sistema bancario sconta le prime e apre affidamenti temporanei sui secondi, cosa che non avviene, o poco, in fasi di stretta creditizia. In una situazione come quella italiana odierna, caratterizzata da demonetazione, credit crunch, alti tassi, recessione, cattivo outlook, crollo della domanda, alta insolvenza, alta tassazione, è del tutto inverosimile che il credito tra privati o la stessa mo­ neta complementare possano supplire alla carenza monetaria. Anche per questa via si conferma l'assunto fondamentale di Galloni: la priorità deve andare al rilancio dell'economia, perché se questa non tira, nell'economia reale la moneta, nelle sue varie forme, non vale e/o non viene richiesta. B) Faccio notare che la democrazia, come potere decisionale gestito dal basso, non esiste e non è mai esistita; che la moneta sovrana è nelle mani di un'oligarchia autocratica; e che essa ha il pressoché totale controllo del­ la ricerca scientifica e tecnologica. Solo una minima quota del potere viene messa a disposizione del popolo nelle elezioni. Quindi l'umanità del mondo reale non dispone di questi tre strumenti. Pensiamo anche agli italiani che, con altri eurodeboli, nella costruzione di un'Europa gerarchizzata, subisco­ no, senza nemmeno essere consultati, la "distruzione creativa" della loro economia e la cessione della sovranità a organismi non democratici esterni, che non si assumono alcuna responsabilità sociale e politica verso di loro.
j l a

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RISPOSTE
di Antonio (Nino) Galloni

A \ La moneta va pensata come qualcosa che non ha valore intrin£ jL^seco; ha valore intrinseco la non moneta, vale a dire l'oro o la sua componente aurea o il suo legame (convertibilità) con qualsiasi al­ tra cosa. La moneta acquisisce importanza perché serve e perché gli operatori (per la fiducia o per l'autorità dello Stato) la accettano nei lo­ ro scambi compresi quelli futuri o promesse. Ma è un'attesa del pos­ sessore, non un dato oggettivo come una casa, un terreno o altro. Oggi non manca la moneta, mancano le occasioni di profitto ovve­ ro si riscontra insufficienza di reddito, di domanda. Dove c'è occasione di reddito c'è anche investimento. Le banche so­ no avare e stupide molte volte, ma i privati potrebbero sopperire con moneta complementare, nonché con promesse di pagamento, capaci di concretizzare un investimento (qualora ovviamente sia produttivo) a un costo superiore, solo se si considerasse anche l'istituto dello scon­ to del credito. B) Il concetto di democrazia è un'approssimazione; in ogni caso la gestione diretta presuppone una semplificazione che, nelle nostre re­ altà concrete, non sempre può esistere. La complessità è aggravata dai mezzi di comunicazione e di infor­ mazione di massa... ma si possono considerare anche i fattori positivi: la gente di oggi risulta più consapevolizzata di quella di secoli fa o, meglio, cresce il novero delle persone con elevata consapevolezza. La moneta, oggi, è in mano alle oligarchie perché gli onesti non si occupano a sufficienza dell'economia e soprattutto della cosa pubbli­ ca, quindi subiscono il governo dei malvagi. Scienza e tecnologia possono essere autonome, ma la politica deve garantirsi la comunicazione della conoscenza e delle scoperte (traspa­ renza dei risultati) affinché i cittadini si convincano che, grazie ai do­ vuti investimenti, tanto di più si può fare.
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POSTFAZIONE II
del Prof. On. Claudio Pioli

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o avuto la fortuna di scoprire l'Autore, Marco Della Luna, leggen­ do le pagine di un suo libro, Basta (con questa) Italia - Secessione, Ri­ voluzione o Emigrazione?, che ritengo costituisca una delle basi indispen­ sabili per comprendere le sue argomentazioni, successivamente illustra­ te nel presente saggio. Molti di noi sanno che la moneta è considerabile come misura del valore, ma anche come "mezzo di scambio nella com­ pravendita dei beni e dei servizi", o, per chi ha la possibilità di rispar­ miare, come "riserva di valore, o altro ancora". Ma nessuno si era an­ cora occupato, più che delle definizioni, della "moralità" della moneta, ritenendola "angelica" o "diabolica". Giudicando l'albero (cioè il sistema monetario) dai suoi frutti (sicuramente tossici per la società), l'Autore ci riesce, e con particolare maestria, ricordando, indirettamente e implici­ tamente, la lunga storia della moneta, sin dai tempi in cui questa non esisteva e gli scambi venivano regolati con il "baratto". Poi, la specializ­ zazione del lavoro e lo sviluppo dei mercati richiesero l'introduzione di altri mezzi di pagamento, sempre più sofisticati. I Templari e i mercanti fiorentini furono tra i più noti banchieri privati della storia, tanto da es­ sere invidiati dai re della loro epoca, che ai loro finanziamenti facevano abitualmente ricorso, per affrontare le costosissime guerre. È in tal mo­ do che il re di Francia, Filippo il Bello, con l'aiuto del papa Clemente V, fu il primo a "nazionalizzare", in un certo senso, le attività dei banchieri dell'epoca, e cioè dell'ordine dei Templari, che da un momento all'altro fu abolito e i partecipanti mandati in galera o al rogo. In tal modo i de­ biti della corona verso di loro furono del tutto cancellati e il tesoro, frut­ to di donazioni e di accorte gestioni bancarie, confiscato. Indubbiamen­ te il conflitto tra i Templari e il re di Francia è da considerarsi come uno dei primi grandi scontri tra lo Stato1 sovrano e i banchieri privati. Ma la storia della moneta, all'epoca di Filippo il Bello, doveva ancora essere scritta: l'evoluzione dei mercati e il moltiplicarsi degli scambi richiese­ ro lo sviluppo e la nascita di altri mezzi di pagamento, quali le lettere
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere e i titoli di credito più complessi e sofisticati. II fatto è che, nella mag­ gior parte dei casi, furono sempre dei privati a gestire la circolazione creditizia, mentre gli Stati sovrani si limitavano quasi esclusivamente a battere (Zecca) moneta metallica: tutto questo fino a quando si rese ne­ cessaria, per l'ampliarsi degli scambi economici, una vasta circolazione di carta moneta, più facilmente utilizzabile e trasferibile di quella me­ tallica. La convertibilità della moneta cartacea in oro costituiva sempre, comunque, una garanzia per il "portatore" di banconote, definite "mo­ neta fiduciaria". In seguito, come anzidetto, i vari Stati lasciarono alle banche private il compito di stampare moneta cartacea, sino a quando i grandi dissesti finanziari richiesero di concentrare e di riservare il di­ ritto di stampare moneta cartacea ai soli istituti centrali di emissione. Ma non dimentichiamo che questi, come al giorno d'oggi, erano allora gestiti nella forma giuridica di società di capitali, i cui soci erano pur sempre i principali istituti di credito del Paese, posseduti da privati. Nei tempi più vicini ai nostri, a causa dell'ulteriore incredibile svi­ luppo degli scambi internazionali, gli USA riuscirono a far prevale­ re il loro Dollaro come mezzo di pagamento internazionale e, a poco a poco, anche come moneta di riserva degli istituti di emissione dei principali Paesi del mondo, che li potevano e che li possono utilizza­ re, unitamente all'oro, per regolare i saldi negativi delle bilance com­ merciali e dei pagamenti. Gli USA garantirono la convertibilità in oro del Dollaro sino al 1971; poi decisero che non l'avrebbero più fatto, essendo impossibile far fronte a una massa circolante ormai non più quantificabile e fuori controllo. Il sistema mondiale si adeguò alle de­ cisioni delle autorità monetarie statunitensi e la possibilità di veder convertire la propria moneta, alla quale gli Stati sovrani riconosceva­ no lo statuto giuridico di mezzo legale di pagamento, è diventata or­ mai soltanto un lontano ricordo per i "portatori" di banconote. Ed è proprio qui che sorge il problema "morale": l'istituzionalizza­ zione, di fatto o di diritto, e il riconoscimento giuridico di mezzo ufficiale di pagamento, dato alla moneta cartacea, permettevano di affidare defi­ nitivamente a dei privati la gestione della circolazione monetaria, co­ stituita in gran parte, con il passare del tempo, dai depositi bancari
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Postfazione II e dalla moneta elettronica. Il tutto senza alcuna garanzia "reale" per i terzi. Abbiamo purtroppo recentemente visto che i grandi dissesti bancari americani, dovuti alla concessione di crediti a una clientela non solvibile, hanno creato un effetto a catena in tutto il mondo, che ingesserà le economie dell'intero pianeta per un bel po' di anni. Gli Stati hanno cercato di arginare gli effetti negativi di tanta mala gestio dei banchieri d'assalto, creando una pericolosissima commistione tra gli interessi pubblici e i dissesti privati del mondo bancario: e infatti i debiti pubblici sono esplosi, accompagnati da forme diverse di garan­ zie offerte ai depositanti-risparmiatori. Avverrà in tal modo che gli errori dei suddetti banchieri ricadran­ no immancabilmente sul contribuente: in un prossimo futuro gioche­ rà altresì moltissimo il rapporto tra il tasso d'interesse e il tasso reale d'inflazione, e anche il risparmiatore dovrà pagare la sua parte, soprat­ tutto in vista di un aumento di tutti i tassi (d'inflazione reale e d'interes­ se , che sono altamente correlati), in una logica e attendibile prospettiva di medio-lungo termine. Il fenomeno avrà effetti ancor più perversi, se i bilanci degli istituti di credito non risponderanno a criteri di prudenza amministrativa e se continueranno a occultare o a mascherare parte delle sofferenze, cioè dei crediti inesigibili verso la loro clientela. Se si avvererà questa ipotesi, aumenterà la domanda di liquidità, e cioè di moneta corrente, per la pluralità di cause elencate in precedenza. Di­ venta logico chiedersi se sono state sempre e comunque rispettate tutte le regole, civili e costituzionali, e se tutti i controlli sono stati effettuati. Mi pare necessario ripetere questo concetto e nessuno si stupisca: se la nostra Costituzione si prefigge di difendere il risparmio, che si serve della moneta, pare giusto chiedersi se tutti coloro che appar­ tengono al sistema bancario abbiano fatto il proprio dovere. L'Autore si pone egregiamente questo quesito. In Basta Italia (Macroedizioni, 2008) l'Autore disegna uno scenario piuttosto completo e fosco del no­ stro Paese, che viene gestito come uno dei tanti del terzo mondo. In questo saggio, di quattro anni successivo, egli dispiega un'analisi mol­ to più avanzata dei processi in corso e delle prospettive, che divengo­ no insieme più fosche e più concrete.
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CIMIT€URO. Uscirne e risorgere Ora purtroppo si sa che le due civiltà, quella occidentale e quel­ la terzomondista, entrambe ormai presenti in Italia, sono decisamen­ te incompatibili, si destabilizzano a vicenda, per cui non è più pos­ sibile prevedere alcun miglioramento e cambiamento futuro. Se non ci fossero le premesse, ampiamente descritte nelle precedenti opere deirAutore, si poteva dire che il saggio del 2008 potrebbe essere consi­ derato soltanto come uno dei tanti testi "controcorrente", in netto con­ trasto con l'informazione proposta dai mass media. Ma non è così, se si analizzano l'evoluzione del sistema-Paese dal 2008 a oggi, le cause che hanno condotto e che continuano a condurre l'Italia verso un ba­ ratro, del quale non si conosce il fondo e dal quale, comunque, al pun­ to in cui si è arrivati, non è più possibile uscire. Far ritornare in bonis i bilanci dei Paesi deboli incontra delle resi­ stenze sociali (la media delle remunerazioni è già molto bassa per i ceti bassi, mentre la pressione fiscale è troppo elevata per la media borghesia), come ab­ biamo visto in Grecia, in Spagna e in Italia. La Storia insegna che certe situazioni diventano insanabili e che bisogna rimettere il "contatore a zero" (questo è già stato fatto, in gran parte, con l'affossamento delle borse: l'investitore istituzionale e privato ha mediamente perso il 50%-60% del pro­ prio capitale investito in azioni, obbligazioni, fondi e altro, a partire dal 1987). Il fatto è che sarebbe bastato rispettare i parametri di Maastricht (soprattutto il limite all'indebitamento che non “avrebbe" dovuto superare il 60% del pii), ma i mass media compiacenti hanno sempre minimizzato la ca­ tastrofe alla quale si stava andando incontro per far piacere alla partitocrazia ladra e collusa, «l'Italia è sulla strada giusta, Tizio plaude, Sempronio si dimostra d'accordo» ecc. Le Banche, già a corto di liquidità a causa dei subprimes e dei derivati, hanno fatto da servizio "cassa" ai Paesi deboli, anche con incroci "internazionali" negli investimenti in titoli dei debiti pubblici sovrani: ne sanno qualche cosa le banche francesi e tedesche, che hanno in portafoglio 700 miliardi (valore nominale dei titoli: gli accor­ di con la Grecia ne hanno falcidiato il 50% circa) del debito sovrano greco. Ed è stato proprio il connubio tra i sistemi bancari e gli Stati indebitati che ha permesso alla politica e alla finanza di vivacchiare, incensan­
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Postfazione II dosi a vicenda (le Banche Centrali si son ben guardate dal sottolineare gli sbandamenti ai quali si sarebbe andati incontro: gli accordi di Basilea III sono stati sempre rimandati. Prodi, Barroso e compagnia bella hanno fatto perdere tempo prezioso parlando del sesso degli angeli). L'anelasticità di comporta­ mento delle popolazioni dei Paesi deboli ha così ingessato (le riforme) i cambiamenti strutturali, senza i quali ogni dispositivo diventa "aspi­ rina", un "placebo", tanto per calmare i mercati, ma solo per qualche tempo. Un ventennio di stagnazione-inflazione (come diceva Rudiger Dornbush, economista emerito del MIT), ha fatto più danni del ventennio fascista: il perché è semplice. Un tempo vi erano tre riferimenti: la fa­ miglia (che spingeva la media delle popolazioni a lavorare e a risparmiare, per finanziare internamente gli investimenti) e che permetteva di ricevere le "rimesse dall'estero". Poi c'era il lavoro, legato, come già accennato nel punto precedente, alla famiglia. E poi la patria, che diventava riferi­ mento per cercare la "quarta sponda" (e non solo). E l'Italia, con la Fran­ cia, la Gran Bretagna e la Germania, apparteneva al novero dei "gran­ di Stati", pur nascondendo le sue pecche, che provenivano dal periodo drammatico della Prima Guerra Mondiale. Questi valori morali non esistono più e non sono stati rimpiazzati da nient'altro. Ora l'Italia conta meno del due di picche, ed è convocata soltanto per vedere se si sottometterà alle direttive del FMI, della BCE, della UE, del Vaticano, dell'ONU, della NATO (manca solo la società protettrice degli animali). L'Unione Europea è stata creata, apparentemente, ANCHE per evitare le guerre tra i Paesi dello stesso continente. Dietro questo para­ vento è stato fatto passare di tutto, dall'ingresso di popolazioni extra­ comunitarie non-integrabili, alla/e fuga/he di capitali. Tutto questo, di fatto, impedirà che Francia e Germania si battano fra di loro in campo aperto: gli investimenti incrociati, sia personali (acquisto di case), sia di titoli del debito pubblico "incrociati", freneranno la voglia di fare una guerra. È più facile ritenere che l'elettorato tedesco si sposti a sinistra: in tal caso le due nazioni potrebbero trovare un certo accordo "tarato verso il basso", e cioè ognuno perderà qualche cosa, che, comunque, sarà sempre più favorevole alla Germania. Perché questo? Facciamo il confronto tra micro e macro economia: la Germania può chiedere un
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CIMÍT€URO. Uscirne e risorgere concordato preventivo, mentre i Paesi a economia debole, come è suc­ cesso in Italia con il disastroso e poco competente Ciampi, hanno solo e unicamente la possibilità di ripartire da zero, con l'adozione di una mo­ neta debole. Le porte del fallimento sono già spalancate a questi Paesi: bisogna solo che ne oltrepassino la soglia. Nel corso della mia vita di studio e di lavoro mi sono occupato di diritto, di finanza e di economia e, in modo del tutto casuale, per un brevissimo periodo di politica (una legislatura, l'XI, notoriamente defini­ ta "breve"). I miei studi e le mie esperienze mi hanno costretto, in un certo qual modo, a perseguire obiettivi "cartesiani" e "pragmatici", e a farmi un'idea delle situazioni soltanto dopo averle attentamente e og­ gettivamente valutate. Per questi motivi ho voluto rileggere in una chiave personale gli scritti di Marco Della Luna, e in particolare quest'ultimo. Ho cercato pertanto di partire dalle cause economiche, finanziarie, sociali e politi­ che dell'innegabile tracollo del Paese e, soprattutto, dalle contraddizioni di natura storica, che i "poteri forti", di matrice economica, sociale e po­ litica, ci obbligano ad accettare. Una di queste contraddizioni è l'antitesi esistente tra la democrazia e la partitocrazia: le ultime elezioni "euro­ pee" ci dicono che il primo dei partiti (calcolato, com'è ovvio, sulla totalità degli aventi diritto al voto) è quello dell'astensionismo, che evidenzia co­ me un terzo (ora più della metà) degli italiani non abbia più fiducia nel­ le attuali strutture politiche, divenute un'intoccabile "casta", strapagata con i soldi del contribuente. E infatti s'inneggia a vittorie "democrati­ che", appoggiandosi a un modesto 45% dei votanti, che si sono ridotti a un 67% degli elettori, e si cerca così di guidare il Paese, ricorrendo arro­ gantemente alla solita frase trita e ritrita che «bisogna agire nell'interes­ se e per il bene degli italiani». Un semplice calcolo aritmetico ci fa comprendere invece che l'Italia è gestita soltanto dai supposti rappresentanti di un terzo degli aven­ ti diritto al voto, e quindi da una minoranza ben lontana da quanto ci si attenderebbe da un Paese democratico. Se qualcuno pretende di rappresentare il Paese "democraticamente e nell'interesse degli italia­
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Postfazione II ni", disponendo soltanto del consenso ele