di Tatiana Polo

Apollinary Mikhaylovich Vasnetsov (1856-1933), Il Cremlino di Mosca. Acquarello

Edizioni Villa Paolozzi 2013

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Sfortunatamente, proprio quando i rapporti commerciali russoitaliani stanno registrando il loro miglior record, arrivano le richieste di sanzioni alla Russia per le sortite totalitarie del suo governo. E le guerre imperialiste, e la limitazione della libera concorrenza, e i giornalisti morti, e la stampa imbavagliata, e la corruzione a tutti i livelli, e gli oligarchi padroni, e il sistema giudiziario ricattato, e la Costituzione calpestata, e il popolo soccombente, e chissà quali cose orribili ancora. Fonte di queste “notizie” sono quei soliti guastafeste dei dissidenti russi e dei loro proseliti in Occidente, che insieme chiedono di punire Putin col boicottaggio del gas russo, oltre che col diniego dei visti ai funzionari del Cremlino. Punire chi, scusate?! Colui che con le forniture di gas alleggerisce la recessione economica in Europa? Colui che ha assunto il ruolo di mecenate del commercio russo e ha immesso valanghe di merce italiana a Mosca e Pietroburgo? In queste città ormai ogni neonato “di buona educazione” esige la prima carrozzina rigorosamente di una nostra marca, ogni vecchio vorrebbe la nostra poltrona telecomandata, mentre scarpe, vestiti, mobili, elettrodomestici, prodotti alimentari italiani riempiono sogni e realtà di tutte le altre fasce d’età. E che dire del regalo davvero speciale di Putin a Berlusconi per l’intero nostro settore d’esportazione, ossia la gigantesca area di produzione italiana di Lipetsk, a 450 km da Mosca? L’immagine di Lipetsk ci consola, riempie il cuore di speranza, le narici di profumo d’affari, le orecchie di armoniosi accordi bilaterali che coprono la cacofonia di invenzioni tendenziose e ideologiche, con cui all’inizio stavamo per spaventare il lettore, già oppresso dalla crisi finanziaria in atto. Ma era uno scherzo! Tranquilli tutti, qui parleremo solo di cose piacevoli. Istituita nel 2003, servita da un aeroporto locale internazionale, la colonia industriale italiana sembra un paradiso fiscale, se non ancora logistico e permette di far nascere l’orgoglioso made in Italy direttamente in Russia. Raggio di luce nel buio, miracolo diplomatico e capitolo a sé dell’economia e finanza, l’impresa sicuramente sarà immortalata in testimonianze e indagini di ogni sorta; noi dal nostro piccolo vogliamo solo facilitare l’analisi dei futuri ricercatori e indicare le radici del fenomeno nel profondo della storia dei rapporti tra i due Paesi. Infatti, più di 500 anni fa un altro quasi zar assoldò un gruppo di specialisti italiani affinché realizzassero un’ottava meraviglia del mondo, capolavoro tecnologico e del design italiano sul suolo dell’antica Slavia, allora lontana periferia dell’Europa.

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Si tratta del complesso architettonico del Cremlino al centro di Mosca, eretto dagli architetti italiani per volere del gran principe Ivan III detto il Grande e della sua consorte Sofia, principessa greca italianizzata. La tradizione non ammette dubbi sul carattere puramente russo e ortodosso della residenza-fortezza moscovita, anche perché nell’inconscio collettivo russo l’italianità sfocia nella cattolicità oppure nell’ateismo dichiarato e come tale suscita diffidenza. Naturalmente la vicenda degli architetti italiani del Cremlino è ben nota tra gli specialisti1, per quanto forse le ricerche non abbiano ancora scandagliato tutti gli scarsi documenti disponibili sia in Russia che in Italia. Ma chiunque osservi il Cremlino noterà che vi ricorrono aspetti stilistici, tecnologici e economici tipicamente italiani e rinascimentali, profondamente alieni alla mentalità russa del XV-XVI secolo. All’inizio la struttura era diversa da come la vediamo noi oggi, rifatta in stile barocco nel XVII secolo. La sua costruzione per mano di alcuni maestri delle botteghe italiane è consequenziale alla vita di un mercato artistico italo-moscovita, nato, vivacemente fiorito e scomparso nel periodo che va dal 1475 al 1539, cioè in 64 anni. La sua dimensione spazio-temporale può essere paragonata ad una grande bolla d’aria piena di microrganismi, imprigionata nella roccia cosmica di un asteroide che fatalmente si dirige verso una stella. La spinta iniziale alla creazione di questa particolare zona di mecenatismo la diede il più grande imprenditore di tutti i tempi, la Chiesa Cattolica. Dopo la caduta di Costantinopoli essa individuò, tra i frantumi bizantini all’angolo orientale dell’Europa, un vasto e potente Stato, saldamente cucito dalle terre degli slavi orientali, detti comunemente i Rus’. In questa ricerca di un nuovo antemurale contro il Turco, Papa Paolo II sognava pure di convertire la Russia dall’ortodossia al cattolicesimo. Nel 1469 un’ambasciata pontificia arrivò a Mosca e offrì a Ivan III, il sovrano più lungimirante di tutta la dinastia moscovita dei Danilovič, e da pochi anni vedovo, la mano della principessa Sofia (Zoe) Paleologo, nipote dell’ultimo Imperatore di Bisanzio Costantino XI. I rappresentanti della Curia alloggiarono nella casa di Gian Battista della Volpe, noto in Russia come “Giovanni il Franco” (Ivan Fryazin), il primo Italiano presso la corte moscovita di cui si abbiano notizie. Insieme col fratello Antonio era il monopolista della zecca d’argento e il banchiere, o più esattamente l’usuraio di corte. Quando fu mandato in patria con una delicata ambasceria imbrogliò, fu scoperto, provocò l’ira del gran
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V. da ultimo, in italiano, Ekaterina Karpova Fasce, «Gli architetti italiani a Mosca nei secoli XV-XVI», in Quaderni di scienza della Conservazione, Facoltà di Scienza della Conservazione dell’Università degli Studi di Bologna (sede di Ravenna), vol. 4, 2004, pp. 157-181 (online). V. pure i saggi pubblicati su Arte Lombarda, 14, 1969, pp. 9 ss. (Piero Cazzola su P. A. Solari) e 44-45, 1976, p. 158.

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principe e finì in catene. Ma gli incidenti diplomatici da lui creati non guastarono i rapporti con l’Italia e anzi, fecero concentrare gli sforzi da entrambe le parti per trovare adeguate soluzioni. La proposta pontificia valeva il titolo di erede dell’impero bizantino appena scomparso, ma suscito l’opposizione dei conservatori. Dopo un braccio di ferro protrattosi per tre anni, e dopo aver deposto il metropolita che si era fieramente opposto al matrimonio con una donna cattolica, Ivan III finalmente poté accettare la proposta romana2. L’arrivo di Sofia sconvolse la tradizionale politica russa, ingrandendo l’immagine del gran principe e creando un polo proeuropeo. Altezzosa e col ticchio di immischiarsi in affari maschili come politica e diplomazia, Sofia cominciò a mettere ordine nella sua nuova casa. L’idea di dover pagare un tributo ai Mongoli le dava ribrezzo e non intendeva sopportarla. Il povero marito sospirò e raccolse gli eserciti per parare la risposta dell’adirata Orda d’Oro, che alla vista dei copiosi reggimenti russi sul fiume Ugra si impressionò e desistette da propositi di riconquista. Per fortuna l’impresa finì bene, ma l’augusta consorte non si placava e avanzò una nuova pretesa: il gran principe era troppo semplice coi sudditi! Lei lo convinse ad introdurre una complicata etichetta e apportò alla sua vita quotidiana di soldato la qualità e il raffinato gusto bizantino. Una tale perestroika parve ai nostalgici boiari allucinante. Non sapevano come “de-costantinopolizzarsi” dalla neo-granduchessa di Moscovia. Come non bastasse, ella provocava lo stillicidio degli Italiani nella corte, e quelli “puzzavano” di cattolicesimo, oltre ad avere certe cognizioni “diaboliche” in medicina, ingegneria, gastronomia, architettura e quant’altro. Non appena arrivavano, questi disgraziati diventavano subito potenti, perché sapevano fabbricare monete, medaglie e gioielli e diventavano automaticamente addetti alle finanze. Il Rinascimento fu per l’Europa la stagione dell’immigrazione italiana. Pittori, scultori, architetti, fonditori, coniatori di monete e medaglie, orefici, incisori, ingegneri civili e militari, esuberanti rispetto alla committenza offerta dalle corti italiane, emigrarono in Europa e Asia Minore. Sul territorio russo la presenza imprenditoriale italiana, per lo più genovese e veneziana, si registrava ormai da qualche secolo; lo spirito d’impresa tipicamente mediterraneo spingeva questi mercanti, mercenari o piccoli artigiani verso terre lontane, così come oggi spinge per il mondo la piccola e
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Sui rapporti diplomatici tra l’Italia, l’Impero e la Moscovia v. da ultimo Mainardo Benardelli, “Gorizoa e la Moscovia di Ivan il Terribile” (la missione di Giovanni Cobenzl), in Benardelli, Novello e Zannier, Verso il negoziato. Gorizia, Mitteleuropa, Eurasia, Istituto Ricerche Negoziato di Gorizia, FrancoAngeli, Milano, 2007, pp. 13-61..

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media impresa italiana, dai ristoranti e boutique ai grandi consorzi. Ma nel momento storico di cui stiamo narrando avvenne un salto di qualità per certi versi paragonabile alla fase di Lipetsk che l’esportazione italiana in Russia sta adesso vivendo. La differenza sta però nella natura del mecenatismo: quello attuale è dettato da criteri puramente politico-affaristici, mentre quello che animava la corte russa alla fine del XV secolo era invece genuinamente rinascimentale, maturato nella società italiana di allora e trasportato tramite la nobile mente di Sofia a Mosca, per contagiare Ivan III. Il mecenatismo, concetto così esotico per quel tipo di feudalesimo che s’instaurò nella Russia medievale, fu accolto dal sovrano in quanto serviva ad attuare gli ambiziosi piani di trasformare la sua corte squallida e rozza in un vivaio di bellezza e sapienza. Il merito dell’iniziativa di invitare gli artisti italiani va attribuito interamente a Sofia, che per quanto fosse fragile, estremamente grassa e perennemente incinta, gestiva la politica estera occidentale russa, riceveva le ambasciate e conduceva le trattative. Deus ex machina nella formazione del focolaio artistico alla corte russa, ella avrebbe desiderato forse di far venire dalla sua seconda Patria anche pittori, musici, letterati, filosofi, ma i Russi erano ancora completamente all’oscuro della sostanza e utilità di queste arti. L’ultimo degli architetti, Petrok Malyj, prese servizio tre decenni dopo la morte di Sofia, chiamato dal figlio di lei e di Ivan III, il gran principe Vassilij III. Ricordando la buona abitudine dei genitori, ma probabilmente anche pungolato dalla moglie colta, Elena Glinskaja, il sovrano, ormai in età per quei tempi avanzata, volle ringraziare Dio per il felice matrimonio e decise di invitare un altro architetto italiano. Si rivolse direttamente al Papa Clemente VII, che per fortuna aveva conservato l’illusione della Curia di poter convertire la Russia al cattolicesimo ed era disposto ad inviare alla casata moscovita un architetto di sua fiducia. Morto Vasilij, Elena per propria iniziativa continuò a commissionare lavori di costruzione a Petrok, ma la tragica fine della giovane granduchessa segna anche la fine dell’attività dell’architetto. Il figlio di Elena, il famigerato Ivan IV il Terribile, di mente delittuosa e, secondo gli storici Karamzin e Klučevskij3 assolutamente incapace di gestire lo stato, portò
Klučevskij V. O. Russkaja istoria. Polnyj kurs lekzij. Kniga 1. p.506 «Lo zar Ivan era un eccellente scrittore, magari anche un abile pensatore politico, ma non sapeva amministrare lo Stato... Karamzin non esagerava dicendo, che il regno di Ivan, - che ebbe un inizio molto promettente, - era finito producendo effetti nefasti paragonabili a quelli prodotti dal giogo mongolo, o dalla guerra fra principi precedente all’egemonia moscovita. Lo zar sacrificò se stesso, la sua dinastia e il bene dello Stato a favore del potere personale. Lo si può paragonare a quel Sansone che pur di uccidere i suoi avversari aveva fatto crollare su di se il palazzo sul tetto del quale stavano i suoi nemici».
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l’economia allo sfacelo e allontanò l’illusione di un’italianizzazione tecnica, economica e culturale di un popolo sempre più oppresso e inselvatichito. Fu la fine della prima epoca dei maestri italiani in Russia, destinata a ripetersi a San Pietroburgo con l’avvento del Barocco, circa due secoli dopo. Ma vediamo di catalogare in breve i fatti che caratterizzarono la stagione moscovita. Il primo architetto era Aristotele Fioravanti, disputato in patria tra i Medici e gli Sforza soprattutto per la sua capacità di spostare e raddrizzare torri e campanili e costruire complicatissimi congegni meccanici. Proveniente da una famiglia di architetti e ingegneri da più generazioni, egli era apprezzato anche come orefice, fonditore, coniatore di monete, idraulico, ma non come architetto. Quando l’ambasciatore russo Semion Tolbusin lo incontrò a Venezia e gli fece la proposta di servire Ivan III, gli dovette sembrare un occasione da non perdere. Aveva già esperienza di lavoro in Ungheria presso la corte di Mattia Corvino, dove aveva costruito ponti attraverso il Danubio ed era incaricato di rafforzare il confine ungherese contro i Turchi. Ora invece si trattava di un compito più interessante: gli si offriva la possibilità di costruire nel Cremlino di Mosca la Cattedrale dell’Assunzione, la chiesa principale dello Stato moscovita e proprio nel momento in cui la sfortuna gli aveva voltato le spalle: poco prima era stato arrestato a Roma con l’ingiusta accusa di falsificare monete e di diffondere denaro contraffatto. Non ci pensò due volte e nel 1475 insieme con il figlio Andrea e un aiutante chiamato Pietro arrivò a Mosca. Cosi sbarcò in Russia la piccola impresa familiare italiana, capace di gestire grandi progetti, complessi come quello di fare una replica della Cattedrale dell’Assunzione di Vladimir, precedente capitale della Russia. Per i Moscoviti era questione di principio e questione dolorosa, dopo il disastro che era accaduto poco prima dell’arrivo dell’architetto italiano: la Cattedrale quasi ultimata dei maestri russi Myškin e Krivtsov crollò. Allora decisero, o meglio, si rassegnarono ad affidare la costruzione ad un architetto italiano, cattolico che sia, ma sotto la vigilanza del metropolita e dei boiari e a condizione che l’architetto incaricato prima di cominciare l’opera analizzasse a fondo l’architettura tradizionale dei Russi. Fioravanti visitò Rostov, Jaroslavl, Vladimir, Suzdal, Novgorod, Solovki, e arrivò fino a Murmansk. Prima di partire organizzò la produzione di un nuovo tipo di mattone, più sottile, oblungo e di migliore qualità, per il quale fu avviata l’estrazione di argilla nelle vicinanze. Anche la calce andava migliorata, bisognava renderla più

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solida. Di questa preparazione dei materiali di costruzione si occupò la bottega, lasciata al figlio, mentre il suo titolare, dopo aver girato mezza Russia ed essere tornato a Mosca, si vide costretto a ripartire ancora una volta per Novgorod, questa volta insieme con Ivan III, come membro della spedizione di conquista della città-stato. Finalmente, nella primavera del 1486 iniziò la costruzione della più importante cattedrale russa, situata al centro della città, sulla sua piazza centrale detta Rossa, che in slavo antico vuol dire principale, più bella e più importante. I cronisti del Cremlino registrano ogni particolare del lavoro, rivelando la straordinaria efficienza dell’impresa Fioravanti. Descrivono tutto il processo con emozione rara per questo genere di documentazione storica e con quella meticolosità che di solito si riserva alla descrizione dell’arrivo di una cometa o di un’eclissi. Si stupiscono della velocità, con la quale Aristotele era riuscito a buttar giù le mura della vecchia costruzione, costata tre anni di lavoro. Un'altra esclamazione di meraviglia riguarda l’ariete, mai visto prima, in cui si riconosce lo strumento di Tito nella distruzione delle mura di Gerusalemme, descritto nei libri; azionandolo e bruciando i tronchi sotto i restanti pezzi del muro, l’Architetto riesce a far crollare la vecchia costruzione più velocemente di quanto non si riesca a portar via le macerie! Poi veniamo a sapere, che per sistemare le fondamenta furono scavati fossati di 4 metri di profondità, procedimento mai visto da queste parti. Man mano cominciò a spuntare e crebbe un miracolo di razionalità e precisione tecnica. È menzionato l’uso del compasso, della squadra e della gru a ruota con le corde. I muri sono leggerissimi, spessi solo un mattone, eppure all’interno del tamburo della cupola centrale è possibile sistemare una galleria nascosta, dove si sale per una scala situata presso l’altare dalla parte meridionale. Presto divenne chiaro, che non era copia del prototipo, ma comunque non da meno, e Fioravanti fu pienamente assolto dal peccato di non essere russo e ortodosso. Piacque la sua decorazione della facciata, suddivisa verticalmente in 4 parti da pilastricontrafforti, con spioventi ad arco a tutto sesto, con il solenne ritmo delle finestre a fessura e la graziosa cintura di colonnine romanicobizantine. Piacque l’aspetto generale sobrio, rigoroso, laconico, che si addice al contesto di una fortezza, e che invoca la mole austera della grandiosa Cattedrale di Novgorod, dedicata alla santa patrona della moglie del gran principe, Sofia. Ma un netto tocco classico, consistente nella nuova uguaglianza delle parti in larghezza e della stessa altezza, modificava l’impressione finale, anche se non dava nell’occhio e veniva percepito come miglioramento e non come un’innovazione. Lo stupore prevale poi nella descrizione dell’interno, largo,

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armonioso, pieno di luce. Non importa se per ottenere questo risultato è stata sacrificata la tradizionale galleria in alto sul muro occidentale, importante che lo schema russo-bizantino di 5 cupole fosse lasciata intatto. I 6 punti d’appoggio, tanti quanti nella cattedrale di Vladimir, sono messi a regolare distanza uno dall’altro e dalle mura, formando perfetti quadrati in sintonia con lo spirito geometrizzante del Quattrocento. I “soliti” piloni rappresentano solo due di questi punti d’appoggio, mentre gli altri sono le massicce colonne, un elemento nuovo per i committenti. Lo spazio intorno alle colonne scandisce la stessa figura di un quadrato, moltiplicandola, il che lo rende concentrico, in disaccordo con l’asse centrale della composizione delle cupole spostata verso l’altare. La geniale soluzione consiste nel coniugare il canone architettonico a cinque cupole sugli archi con la percezione dello spazio-volume rinascimentale. Forse questo interno può ricordare alcune chiese lombarde e nord-europee con struttura a sala. Ma Fioravanti non copia da nessuna parte, come non si sbilancia in citazioni stilistiche decorative, - il suo linguaggio rimane completamente generico, neutrale, - egli si limita a trovare gli escamotage per riconciliare due tendenze opposte – quella romanica e quella rinascimentale. Ed esce vincitore. La competenza e l’ingegno del grande artista si sommano nella figura di Fioravanti a formare l’immagine di un geniale architetto. Leggendo la sua lettera al duca di Milano, dal tono famigliare e dignitoso, dove ad un certo punto egli cita Dante, ci si fa un idea su che tipo di uomo fosse. Dal trattato sull’architettura di Filarete veniamo a sapere che era un abile interlocutore, mentre le cronache moscovite riguardo la sua attività usano i verbi come “non volle fare, ordinò, rifiutò, permise”. Tutto questo ci fa scorgere la sua statura di Umanista, diversa dal carattere anonimo del costruttore medievale di chiese o dell’eremita dipintore di icone. Era insieme artista e imprenditore, indubbiamente dotato di capacità organizzative. L’efficienza dell’Azienda Fioravanti era tale da servire da sola i più svariati settori del mercato russo, anche se ancora molto ristretto. Essa gestiva la fabbricazione dei materiali da costruzione, la stampa delle monete, la fusione di cannoni e campane, la costruzione dei congegni meccanici che potevano spostare case e delle macchine da guerra. Evidentemente, per gli altri Italiani non c’era spazio. Solo dopo la morte dell’Architetto, avvenuta a Mosca nel 1486, vediamo arrivare alla corte russa altri specialisti. Il fatto che nel decennio successivo al Cremlino venne costruito molto di più che nel decennio precedente, non può essere spiegato dall’aumento delle capacità materiali del gran principe, né dal cambiamento del scenario politico, che lo avrebbero tenuto più impegnato prima e più libero

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dopo. Semplicemente la famiglia committente si rese conto che anziché una possono esserci diverse imprese italiane al suo servizio, da impiegare contemporaneamente. Tant’è vero che ora si trattava di un progetto puramente tecnico-ingegneristico: di sostituire la cinta muraria del Cremlino con una nuova, più all’avanguardia. Fioravanti aveva iniziato questo lavoro, guidando nel 1485 la ricostruzione della torre Tajnickaja e supponiamo avrebbe dovuto elaborare il piano di ricostruzione generale, nominando i probabili esecutori. E forse, Ivan III anziché prenderne il primo dell’elenco, ne invitò più di uno. Così si misero all’opera i quattro fortificatori lombardi: nel 1485 Antonio Gilardi Frjazin, l’anno successivo Marco Ruffo Frjazin, un anno dopo ancora Pietro Antonio Solari Frjazin, e alla fine, il vercellese Aloisio da Caresana, «magistro de pure et inzegnero», arrivato coi suoi aiutanti Michele Parpajone e Bernardino da Borgomanero. Aloisio era chiamato in Russia “Gigi da Milano”, Alevis Milanez; e Frjazin pure lui, perché così i Russi chiamavano tutti gli Italiani. L’appellativo, derivante dalla trascrizione errata del nome Franco, fu coniato in Oriente nei tempi delle crociate per indicare tutti i latini del bacino del Mediterraneo. Ma c’era anche un termine propriamente slavo per indicare gli stranieri - “inozemtsy”, che letteralmente si traduce come “d’altra terra”. I quattro architetti italiani, infatti, apparivano agli occhi dei contemporanei extraterrestri, per aver portato a termine in tempi relativamente brevi un così gigantesco cantiere di ricostruzione del muro difensivo intorno al Cremlino con le sue torri. Immaginiamo ora lo shock dell’intera città nel vedere tutta questa dinastia dei Frjazin, che dirige i lavori dalla mattina alla sera con razionalità, perseveranza e sistematicità profondamente aliene al popolino moscovita. I volti strani, l’abbigliamento insolito, il parlare incomprensibile, il modo di fare tutto loro… E perché accanirsi così tanto contro il sacro muro del Cremlino? Quel vecchio muro in pietra calcarea fu costruito dal principe Dmitri Donskoj a dispetto del divieto mongolo e avallato dal sangue dei vittoriosi eserciti russi nella battaglia del Kulikovo, culmine della sfumata rappresaglia della furiosa Orda d’Oro. Purtroppo quel muro era obsoleto a confronto con l’artiglieria dell’epoca e divenne così fatiscente da esser riparato in più punti con tronchi d’albero. All’ambasciatore veneziano Contarini nel 1475 la fortezza sembrò essere “di legno”. Mastro Antonio per tutti e quattro gli anni della sua missione a Mosca si occupò prevalentemente del tratto meridionale, dalla parte della Moscova. Cominciò ad elevarne un muro nuovo, al centro del quale fondò la torre-porta Tainickaja e all’estremità ovest la torre Sviblova. Accorse in suo aiuto Marco Ruffo, iniziando la torre Beklimiscevskaja. Terminate queste tre torri più una parte del muro,

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arrivò Pietro Antonio Solari, che si assunse le maggiori responsabilità. Con lui le torri del lato sud alla fine divennero 7, mentre egli stesso si mise a crearne delle altre, sia sul lato dell’odierna piazza Rossa, con le torri Spasskaja, Nikolskaja, Arsenalnajua, sia dal lato nord-ovest, dove elevò la torre Borovickaja. Quando Solari morì dopo 5 anni di lavoro, il gran principe e la consorte provvidero immediatamente a rimpiazzarlo con Aloisio da Caresana, che ormai da solo proseguì per ben 10 anni prima di sistemare l’ultimo mattone e tornare in patria. Il capolavoro di fortificazione che ci hanno lasciato questi quattro Lombardi assomigliava alla cintura difensiva di tante città europee, oppure ad un castello, non molto diverso da quello degli Scaligeri a Verona o quello Sforzesco a Milano. Misurava 2235 metri di lunghezza, da 8 a 19 metri di altezza e da 3,5 a 6,5 metri di spessore. Formava un trapezio con 4 torri cilindriche sugli angoli e 16 a forma cubica o parallelepipedale, inglobate nei lati lunghi. Tre torri avevano il doppione davanti per esigenze strategiche. Intorno lo specchio d’acqua completava il suo giro triangolare quando Alevis scavò un canale che univa i due fiumi, e il cui livello veniva regolato da una serie di dighe. Infine un altro anello precauzionale, classico per ogni castello, venne realizzato da un campo di cuscinetto. Ivan decretò di formare intorno alla sua fortezza una striscia di spazio non edificabile larga 110 sajen’ (circa 230 metri), approfittando del disastroso incendio, che poco prima aveva inglobato non solo le abitazioni all’interno del Cremlino, ma anche il sobborgo cittadino “fuori le mura”. Così i quattro architetti italiani collaudarono sul suolo vergine moscovita il know-how tecnologico medievale e rinascimentale europeo. Nessuno osava censurarli nel loro stile e modi di costruzione, a differenza di quanto accadde con la Cattedrale di Fioravanti, controllato in ogni suo passo dal metropolita e dai boiari. Visto che si trattava di una struttura squisitamente tecnico-utilitaria alla periferia della città, i quattro Frjazin erano lasciati liberi. Così gli elementi del loro linguaggio architettonico natio come colonne, capitelli, archi, bugnatura, merlatura a coda di rondine sugli spalti, si riversarono liberamente, addolcendo l’espressione tetra, sobria e di pura utilità dell’imponente mole del nuovo Cremlino. Per decenni poi i maestri locali vennero a prendere ispirazione, imitando questo linguaggio nei Cremlini delle altre città russe come Tula, Serpuhov, Nijni Novgorod, Astrahan e nei forti di alcuni grandi monasteri. Mentre le formidabili mura e le splendide torri di Mosca raggiungevano l’altezza programmata, gli architetti loro fautori acquistavano notorietà. Fu loro affidata la ricostruzione del Palazzo.

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Prima del loro intervento la residenza granducale rappresentava una struttura a padiglioni in legno, ognuno di 3 o 4 stanze e ad un solo piano, senza contare il seminterrato in pietra e la soffitta. All’esterno queste palazzine erano “condite” di torri, torrette, portici, scalette, gallerie, terrazze panoramiche, tutto assemblato in modo asimmetrico e con effetto fiabesco. Oggi sembrerebbe una casa delle matrioske. Immaginiamo quanto stridulo era il contrasto con la cattedrale dell’Assunzione, metafora architettonica della grandezza della fede cristiana. Bisognava dunque evitare una fastidiosa polemica e raggiungere l’unità stilistica delle facciate che davano sulla piazza Rossa. Si cominciò dai due segmenti del Palazzo: la cappella reale e la grande sala del trono e dei banchetti. A ricostruire la cappella (oggi è la cattedrale dell’Annunciazione) fu invitata una squadra di costruttori da Pskov, città-stato russa del Nord, di area d’influenza culturale germanica. Erano di fede ortodossa e bravi, ma non del calibro adatto alle esigenze e gusti della corte russa ormai esperta e diventata impaziente. E’ logico perciò che ad occuparsi della sala del trono vennero i due architetti lombardi, Ruffo e Solari, che sapevano davvero, come si dice a Milano, ciappà el cortell per el mànegh*, cioè prendere il coltello per il manico. Essi costruirono verso il 1491 l’edificio generalmente considerato come “il più italiano” di Mosca, che si distinse per il suo aspetto ufficiale e rappresentativo, per le sue semplici forme geometriche e la simmetria delle finestre. All’interno un solo punto d’appoggio, pilone centrale, regge il nodo delle 4 campate. Questa tipologia si incontrava nelle sale del capitolo dei monasteri russi, ma gli architetti italiani ne fanno un’opera d’arte, usando di nuovo il mattone e alleggerendo il peso della costruzione. Lo spazio che coprono è sbalorditivo: 459 mq di superficie e 10 metri di altezza. Per appianare il contrasto stilistico con il resto del Palazzo, aggiungono all’esterno un elemento tipico dell’architettura nazionale, la sontuosa scala (detta oggi “Rossa” in memoria di un'altra scomparsa nelle vicinanze) e ricoprono la facciata principale con la sfaccettatura in pietra calcarea, tecnica decorativa classica lombarda. La decorazione, che ricorda il taglio delle pietre preziose, subito fa attribuire al palazzo il nome “dei diamanti”. Due anni dopo entrambi i nuovi edifici resistettero con successo a uno spaventoso incendio, che spazzò via praticamente tutti gli edifici all’intorno, che erano di legno. Allora Ruffo e Solari, alla morte del quale subentrò Aloisio, cominciarono ad innalzare interamente in pietra il corpo principale del Palazzo. Purtroppo la costruzione non ci è pervenuta, la vediamo interamente sostituita, dopo le numerose vicissitudini, dall’unico complesso del XIX secolo. Peccato che la

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storia non abbia potuto conservarci questa importante pagina italiana dell’architettura russa. Passavano gli anni e i lavori non finivano mai. Nel 1500 l’ambasciata russa a Venezia riesce ad ingaggiare altri specialisti necessari, che però arrivano a Mosca solo nel 1504, dopo la morte di Sofia. Tra loro l’architetto di grande fama e prestigio, Alvise Lamberti da Montagnana, detto in Russia Aleviz Novij, cioè nuovo dopo Aloisio da Caresana, in quel momento ancora attivo al Cremlino. Quando il Novij vide da lontano la sagoma del castello lombardo con la tipica merlatura a coda di rondine, possiamo immaginare come rimase stizzito. Fece la fila nella dogana, superò il traffico dei carri e la calca dei viandanti. Sulla piazza Rossa vide la maestosa Cattedrale del grande Emiliano, girò l’angolo e si avviò verso il Palaz… Di nuovo i lombardi?! La tipica sfaccettatura della sala del trono parlava da sola. Beh, certo, dove manca i cavai anca i aseni trota, (cioè, se mancano i cavalli gli asini “trottano”), pensò probabilmente. Bisognava dimostrare il vero ingegno italiano, la vera arte edilizia: quella veneziana. E lo fece nella cattedrale dell’Arcangelo Michele, terminata nel 1508. Aveva forse esagerato: le sepolture antiche di due secoli della dinastia moscovita dei Danilovic’ finirono in un palazzo veneziano a due piani. Per fortuna piani finti, soltanto dichiarati dalla decorazione esterna… Quel cornicione divisorio, che scherza sull’esistenza di due piani per creare l’impressione di leggerezza, le monumentali conchiglie a pettine, collocati negli archi dei frontoni, gli eleganti pilastri decorativi di ordine corinzio, il basamento alto come per fronteggiare l’acqua dei canali, e infine, la galleria intorno, che sembra pizzo e ricamo in pietra, oggi smarrita - tutto questo ben di dio rischiarò la piazza Rossa del Cremlino con il bagliore del carnevale di Venezia, lasciando i Russi senza fiato. Quest’ultimi si misero subito a riprodurre qua e là gli elementi decorativi veneziani. Il secondo architetto veneziano, Bono Frjazin, era arrivato nel 1505 per innalzare la torre-campanile, l’unica per tutte le Cattedrali della piazza. La sua opera si trova a pochi metri da quella di Alvise. Due grandi personalità, due autorevolissimi maestri, due divi veneziani si trovarono di fronte uno all’altro, come un secolo dopo Bernini si troverà a gareggiare con Borromini in piazza Navona a Roma. Una situazione non facile. Per essere all’altezza del compito, il Bono, arrivato secondo, doveva fare qualcosa di nuovo, magari mai visto dai Russi. Doveva trovare un’altra italianità. Di fronte a lui s’innalzava silenzioso il capolavoro romanico-rinascimentale nelle vesti bizantino-russe di Fioravanti, vicino le faccette lombarde impreziosivano la nobile struttura di proporzioni ideali della Sala di Solari e Ruffo, intorno s’intravedevano le torri del tipico castello

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lombardo e proprio accanto Alvise si divertiva a riprodurre il contenuto del dizionario architettonico veneziano. Cosa mancava? Mancava l’antica Roma, naturalmente. Se osserviamo attentamente la sequenza verticale di tre ottagoni, che Bon realizzò con due registri delle grandi aperture ad arco per le campane, ci viene in mente la grandiosità romana, ma non quella del Colosseo, o delle Terme, o del Foro Romano, quanto invece quella ingentilita degli archi trionfali romani del Nord d’Italia, riflessi e rielaborati nell’architettura settentrionale italiana rinascimentale. In ogni caso, ripetendo il giro delle arcate due volte, sull’ottagono di base e su quello in alto, Bon riesce ad innalzare un Colosso tutto suo, che misurava 60 metri, record anche per l’epoca successiva. L’ingegnosissima torre, detta Ivan il Grande in nome del Santo cui è dedicata la chiesetta sistemata nell’ottagono di base, sopportò come niente fosse prima il peso dell’ulteriore aggiunta in alto, fatta ai tempi dello zar Boris Godunov, e poi lo scoppio della dinamite francese, lo squisito “adieu” delle truppe napoleoniche in fuga. Dopo tre anni di costruzione, di Bono non abbiamo più notizie. Alvise invece di sicuro rimase a Mosca. Prese il suo mattone “alevisov”, diverso dagli altri, e in nome della Patria si mise a edificare splendide chiese nei paraggi. Ne e’ giunta a noi una sola, di Pietro Metropolita (1514-1517), che conferma la fantasia stravagante dell’Architetto, prodottasi nella pianta a forma di fiore con otto petali, planimetria reiterata più volte sul territorio russo dal XVII sec. in poi, laddove prima non si osava ripeterla. Così avvenne l’espansione del mercato edilizio artistico su più committenti. Nei decenni successivi il super-prodotto italiano è richiesto da privati, corporazioni e monasteri. Dell’ultimo costruttore del Cremlino, Petrok Malyj, non sappiamo molto. Si pensa che l’appellativo Malyj, “minore”, gli è stato dato in riferimento a qualche altro italiano di nome Pietro, forse Solari, morto a Mosca una trentina di anni prima, ma ancora vivo nella memoria collettiva dei Russi. Petrok inizia a costruire a fianco del Campanile di Bon la maestosa cella campanaria a quattro piani, con la funzione di alto e stabile podio per la colossale campana, che la torre di Bon non prevedeva e non era in grado di ospitare e che invece serviva ora per riempire con il suo suono di giubilo tutta Mosca. Tutto ciò che fa Petrok è fornire la rima antico-romana al campanile a fianco. La massiccia “porta-campane” con la chiesa della Resurrezione al piano terra prenderà il nome Petrokova svonniza e cento anni dopo sarà affiancata da un’altra, detta Filaretovskaja svonniza. Entrambi gli edifici sono stati sottoposti alla “spiritosa” prova di solidità con la polvere da sparo, eseguita da

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Napoleone annoiato dalla monotonia del suo soggiorno nel paese barbaro. Le ciclopiche celle a malavoglia si mossero nel sonno turbato, disgregandosi in pezzi grossi, facili da ricomporre. Il dottor classicismo, stile allora imperante, le ricucì alla meglio lasciando il suo segno indelebile nell’aggiunta del frontone, dei pilastri e delle due conchiglie, fatti in pendant a quelle considerate ormai “antiche” sulla vicina cattedrale dell’Arcangelo. Rimase invece intatta la chiesa di Petrok propriamente commemorativa della nascita di Ivan IV, quella dell’Ascensione di Cristo nella residenza principesca estiva Djakovo vicino al villaggio Kolomenskoe. La struttura concentrica rappresenta un ottagono con la copertura a tenda poggiato su una base massiccia a forma di croce e fa a meno delle tradizionali absidi dell’altare. Sembra che in questo edificio l’architettura russa abbia sognato il Tempietto di Bramante. Dopo la morte di Vasilij su ordinazione della sua vedova, Elena, Petrok costruì il muro del quartiere Kitaj, che misurava 2,5 chilometri di lunghezza, 6,5 metri di altezza, aveva 14 torri dei quali 6 erano porte e racchiudeva al suo interno una superficie di circa 520 ettari. Aggiunte a quelle del Cremlino, le mura di Petrok alludevano più chiaramente alle mura Aureliane di Roma. Petrok finì male. Dopo la morte di Elena, avvelenata dai boiari, questi scatenarono una rappresaglia contro la sua cerchia, compreso l’architetto. Egli fuggì in Lituania, abbandonando il suo podere, donatogli ancora da Vasilij III e lasciandovi ogni sua cosa. Seguì la disastrosa epoca dei tumulti, paragonabile a quella che potrebbe precipitare sulla Russia se Medvedev si armasse contro Putin, se finalmente collassasse la gigantesca bolla di Gasprom o se la Cina attaccasse, travolgendo le forze armate russe marcite fino al midollo. Ma basterebbe anche un inverno un po’ più rigido per mettere in ginocchio la popolazione, che di materie prime del Paese può sfruttare solo in minima parte. Corna facendo, ci auguriamo che non succeda mai, perché in questa situazione nessuno penserà a salvare la produzione italiana di frigoriferi e lavatrici. E ora immaginiamo il prodotto finale del lavoro dei grandi maestri italiani di tre generazioni. Il Cremlino-Castello con i suoi nuovi edifici all’interno invoca l’idea della Città ideale del Rinascimento. La sua architettura irradia il messaggio della grandezza dell’uomo, della concordia sociale, del trionfo della ragione, del diritto alla felicità e questo messaggio si rivela più importante dei continui appelli alla tradizione autoctona, pur presente qui ovunque. I valori sociali, che l’architettura sa trasmettere in modo molto chiaro, riflettono la mentalità dei suoi architetti, che infatti, si rivelano portatori dei due nobili quanto utopici principi lavorativi, creati e

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sviluppati dalla Bottega rinascimentale: l’incentrarsi del lavoro sul dono e sulle relazioni sociali anziché sul lucro e, come conseguenza, la fusione del lavoro manuale con quello intellettuale. Infatti, il geniale Aristotele Fioravanti lavorava a Mosca per 10 rubli al mese, paga molto modesta per quei tempi. Creatori di splendidi edifici, gli architetti italiani dovevano insegnare le tecniche di muratura ai loro operai, che non erano tali di mestiere, ma semplici cittadini obbligati alla corvè. Animato dall’idea dell’uguaglianza dei cittadini, Petrok Malyj eresse la seconda fortezza moscovita, Kitaj, che se ci fosse pervenuta a noi, continuerebbe a proclamare questa idea da ogni sua facciata. Fu un inganno del millennio. Il ducato di Moscovia per la sua forma di governo era una tirannia. La società medievale moscovita era fondata sullo sfruttamento delle risorse umane, peggio del capitalismo mondiale di oggi, che di risorse ha magari anche le altre da sfruttare. La maggior parte della popolazione versava in condizioni di schiavitù, le città stentavano a svilupparsi. Ogni minimo segno di prosperità e dignità cittadina veniva percepito dal tiranno moscovita come una minaccia alla sua supremazia e seguivano repressioni, stermini di massa, deportazioni, distruzione di edifici, confische. La cultura, se non era sciamanica, si nidificava nei monasteri, quando le vaste aree del Paese non erano ancora cristianizzate. L’italianità classicheggiante del Cremlino venne abilmente trasformata dal pensiero ufficiale politico-religioso russo nella testimonianza materiale della teoria “Mosca – Terza Roma”, entrando nell’arsenale dei simboli nazionalistici russi, insieme con la tribuna dei sovrani detta Lobnoe Mesto (“Golgota”) sulla piazza Rossa, o il festeggiamento annuale bizantino della Domenica delle Palme, con una sontuosa processione che rievocava l’evangelico ingresso di Cristo a Gerusalemme. L’idea bizantina che il Caput mundi cristiano fosse ormai a Costantinopoli, dopo la caduta di questa città, si tradusse nell’affermazione dei primi filosofi russi, che fosse la volta di Mosca diventarlo. Per quanto riguarda invece l’influenza propriamente stilistica dell’opera, il Rinascimento importato rimase nell’arte russa un assegno circolare non trasferibile, non monetizzato nell’armonia dell’insieme delle parti, nella concordia delle proporzioni, nella bellezza della linea dritta o figura perfettamente simmetrica. Solo l’architettura attinse da questa fonte, imparando molto sul piano tecnico e decorativo, e da quel materiale si fabbricò la canna da passeggio, che le permise di fare poi molta strada. E dunque, il cosmo degli slavi orientali non rimase lo stesso. Si

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addensò intorno alla cosiddetta “culla della civiltà russa”. In questa preziosa quanto grandiosa “carrozzina”, targata “made in Italy”, crebbe per un periodo il bebè – civiltà slavo-orientale, per diventare da grande il moderno paradigma culturale russo. Lista degli Architetti italiani che lavorarono a Mosca:
Architetto Soggiorno a Mosca

Aristotele Fioravanti degli Uberti (1420-1486) Antonio Gilardi Marco Ruffo detto Marco Fryazin (?-?) Pietro Antonio Solari (1445?-1493) Aloisio da Caresana vercellese Alvise Lamberti da Montagnana detto Il Nuovo Marco Bono detto Bon Fryazin Petrok Malyj

1475 – † 1486 1485 – 1489 1487 – 1491 1488 – † 1493 1494 - 1514 1504 – 1517 1505 – 1508 1528 – 1539

Apollinary Mikhaylovich Vasnetsov (1856-1933), Vecchia Mosca. Strada del Kitaj-gorod (il quartiere commerciale limitrofo al Cremlino, separato dalla Piazza Rossa) all’inizio del Seicento

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Giambattista Della Volpe (Ivan Fryazin) † 1514
From Wikipedia, the free encyclopedy Giambattista Della Volpe was born on an unknown date in Vicenza, Italy and died 1514 in Russia of unspecified causes. Giambattista Della Volpe was an Italian adventurer in Russian
during the XVI century. In Russia he was known under the name of Ivan Fryazin (Russian: Иван Фрязин), Fryazin being a distortion of the name Francesco, and was the Old Russian name for people coming from Southern Europe, mainly Italians. He was the uncle of Antonio Girardi, known in Russia as Anton Fryazin (Russian: Антон Фрязин). Giambattista Della Volpe was of noble origin, from the Italian city of Vicenza, Around 1455 he left Italy, going to Eastern Europe. He first visited the Tatars, then went to Moscow where he converted to Orthodoxy and entered the service of Grand Duke Ivan III. Eventually he became the mint master of the Grand Duchy of Moscow, being in charge of producing the duchy's coins.</p> In 1469 Giambattista Della Volpe was sent to the Rome to negotiate the marriage of Ivan III with Sofia Palaiologina. He participated in the following negotiations and in 1472 returned to Rome where he represented Grand Duke Ivan III in the proxy marriage ceremony held by Pope Paul II on June 1, 1472. He thereafter conducted the voyage of the princess Sofia Palaiologina, leaving Rome on June 24 and arriving in Moscow on November 12, 1472. In a dispute about permission papal legate Anthony Bonumbre come to Moscow in the previous Holy Cross, Volpe ardently defended the interests of Catholics. Even earlier, by his nephew, Antonio Gilardi, who was returning from Moscow, Volpe suggested that the Venetian] government an alliance with the Tatars of the Golden Horde] on the Turks in the amount of 200 thousand horsemen. The Senate accepted the proposal and sent to the Tatars (in Russia), his secretary, Giambattista Trevisan in 1471. In Moscow, however, Volpe somehow concealed from the Grand duke this mission Trevisan and gave him for his nephew, by profession a merchant, hoping to quietly hold it to the Horde. With the arrival of Sofia Palaeologus (in Russian sources - even before) opened a fraud. Angered by Ivan III imprisoned Della Volpe in Kolomna, his goods were confiscated, and his wife and children were sent home to Italy. Trevisan almost paid with his head, being sentenced to death and pardoned only at the interverntion of Sofia Palaiologina. Only after relations with the Venetian government, when it emerged that an embassy to the Tartars does not involve the nature of a hostile Russia, Trevisan was released to the Khan Ahmat. The subsequent fate of Della Volpe is unknown.

FIORAVANTI (Fieravanti), Aristotele (1420-1486)
Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 48 (1997)
di Adriano Ghisetti Giavarina FIORAVANTI (Fieravanti), Aristotele. - Figlio dell'architetto ed ingegnere Fieravante di Ridolfo, nacque a Bologna, intorno al 1420. Il suo primo intervento noto consisté nel sollevamento e nella posa in opera della nuova campana della torre dell'Arengo di Bologna, costruita nel sec. XII e situata al centro del palazzo del Podestà, effettuati il 27 nov. 1437 con la collaborazione di Gaspare Nadi. La campana si ruppe nel 1453 e fu pertanto necessario rifarla: anche questa volta il trasporto e la collocazione furono affidati al F., coadiuvato da suoi aiuti, che costruì appositamente un argano di legno (Tugnoli Pattaro, 1976, pp. 35-39). Del 1444 è una notizia relativa alla dote di sua moglie Bartolomea Garfagnin, che gli darà due figli mentre, nel 1447, citato in giudizio per aver accusato un tale Michele Gallisano di aver battuto moneta falsa, viene definito "aurifex et civis Bononiae" (ibid., p. 36). Almeno dal novembre 1451 all'aprile 1452 - forse per iniziativa di Nello da Bologna soprintendente agli interventi urbani ed edili voluti da Niccolò V - fu impegnato a Roma nello scavo e nel trasporto di alcune grandi colonne monolitiche, destinate al coro della basilica di S. Pietro, dai dintorni della chiesa di S. Maria sopra Minerva al Vaticano (Müntz, 1878, pp. 83 s., 108 s.; Bertolotti, 1886, pp. 2 s.). Dal 1453 il F. era nuovamente a Bologna, dove il 15 febbraio fu nominato ingegnere del Comune; nella successiva primavera fu impegnato nel restauro della rocchetta di Piumazzo, località non lontana da Bologna, mentre nell'estate di quell'anno, a Castenaso, subì il furto di un livello in ferro; nel maggio o nel giugno del

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1454 fu invece chiamato per una perizia relativa alla chiusura del portico laterale di una casa (Tugnoli Pattaro, 1976, pp. 39-41). La fama del F. era destinata ad aumentare con un incarico ben più importante, quello dello spostamento, nell'agosto 1455, della trecentesca torre della Magione (demolita nel 1825), dal suo sito originario, sul fianco della scomparsa chiesa di S. Maria del Tempio in strada Maggiore a Bologna, ad una distanza di oltre 13 metri, in corrispondenza della zona absidale della stessa chiesa (ibid., pp. 41-44). Il successo conseguito con questa impresa fece ottenere al F. un premio dal cardinale G. Bessarione e il successivo incarico del raddrizzamento del campanile di S. Biagio a Cento, risalente al XII secolo, oggetto di interventi che nel 1409 ne avevano compromesso la stabilità e che fu infine demolito nel sec. XVIII, opera che l'ingegnere bolognese eseguì nel settembre dello stesso 1455 (ibid., 1976, pp. 48 ss.). Nello stesso anno, a Bologna, aveva consolidato la porta di Galliera (ibid., p. 49), ed aveva ricevuto l'invito a Roma per lo spostamento dell'obelisco Vaticano, in quel tempo accanto alla rotonda di S. Andrea per collocarlo sulla piazza antistante la basilica di S. Pietro, in asse con l'ingresso principale (Beltrami, 1912, p. 108). Per la morte di Nicolò V il progetto non fu attuato e solo circa vent'anni più tardi venne affidato al F. il progetto per la realizzazione di tale impresa. Nel dicembre 1455 fu, infine, chiamato a Venezia per il raddrizzamento del campanile della chiesa di S. Michele Arcangelo: ma o il giorno successivo al termine dei lavori, o forse dopo quattro giorni, la torre crollò sul vicino convento di S. Stefano (Paoletti, 1891 p. 59; Beltrami, 1912, pp. 25 s., 33 s.). L'anno seguente, eletto massaro dell'arte dei muratori (carica che ricoprì anche nel 1472), sposò in seconde nozze Lucrezia Poeti (Gualandi, 1870, p. 59), dalla quale avrà quattro figli; nel mese di dicembre venne pagato per la copertura della torre del palazzo del Podestà. Il 1457 lo vide occupato a rafforzare le mura di cinta di Bologna. In settembre fu richiesto il suo parere dal duca di Milano Francesco Sforza riguardo ad un canale navigabile che si voleva realizzare presso Parma, in una zona tra il Taro e il Parma, ma per quell'anno il F. non dovette aderire all'invito; a Bologna ricevette un compenso per lavori di copertura ad una torre (Beltrami, 1912, pp. 36-39). Nel febbraio 1458 lo scultore Pagno di Lapo Portigiani lo informò che Cosimo de' Medici desiderava che egli si recasse a Firenze per spostare il campanile di una chiesa non identificata: per tale opera, che non sappiamo se fu eseguita, gli fu offerta la somma di 1.000 fiorini d'oro (Milanesi, 1869, pp. 9 s.; Beltrami, 1912, pp. 39 s.). Il 3 settembre il F. fu autorizzato a rientrare da Milano, dove era passato al servizio del duca Francesco Sforza, a Bologna per trasferire nella nuova sede la famiglia e le sue cose (Tugnoli Pattaro, 1976, p. 51); nel dicembre, a Pavia, con l'ingegnere ducale di Milano D. Maineri, aveva progettato il consolidamento delle arcate e di due piloni del ponte coperto sul Ticino (Beltrami, 1912, 41 s.). Sempre in questo anno, con Aguzio da Cremona, venne inviato nel territorio di Reggio Emilia per la costruzione del naviglio del Crostolo. Ma la conoscenza delle capacità del F. era tale che, il 2 febbr. 1459, Ludovico Gonzaga richiese allo Sforza di concedere il permesso di recarsi a Mantova per qualche giorno a "magistro Aristotele che move le torre" (Carpeggiani, 1976, p. 84), affinché potesse suggerire se fosse meglio raddrizzare o demolire quella pendente sita presso la porta di Cerese. Nello stesso mese il F. si recò perciò a Mantova, ma solo a fine marzo poté tornare a Milano dopo aver rifondato, probabilmente mediante consolidamento del suolo con pali, e rimesso in sesto la torre (distrutta nell'ultimo quarto del XVI secolo; ibid., pp. 85-88). Il 6 settembre dello stesso anno furono le autorità bolognesi a chiedere al duca di Milano di concedere al F. di rientrare nella sua città per una ventina di giorni poiché vi era necessità di "conferire alcune cose" (Beltrami, 1912, pp. 47-50); il permesso non fu però concesso (Tugnoli Pattaro, 1976, p. 52). Atteso sin dal 9 a Milano, egli si trattenne a Cremona, dove si faceva un canale (Beltrami, 1912, p. 48) e dove fu raggiunto da un messo del commissario di Parma, che lo sollecitò a recarsi nella città emiliana (Canetta, 1882, p. 680). Lì, il 30 di quel mese, fu testimone al battesimo della figlia di Ugolino Ugorossi, un nobile sostenitore dell'alleanza tra Parma e Milano (Dall'Acqua, 1976, p. 90), e lì si trattenne almeno sino al mese di dicembre, impegnato nel terminare la rettificazione del naviglio del Taro per renderlo totalmente navigabile (Beltrami, 1912, pp. 4750). Il 24 dicembre il F. riceveva un pagamento a Bologna, dove, dopo esser rientrato a Milano, si era recato intorno a questa stessa data (Gualandi, 1870, p. 63) e dove forse rimase anche nei mesi seguenti. Del maggio 1460 è la visita ai castelli e alle difese settentrionali del Ducato di Milano: Como, Domodossola, Bellinzona, Lecco, Baiedo in Valsassina, Monte Barro, Trezzo e Cassano d'Adda, per stabilire le necessarie opere di restauro (Beltrami, 1912, pp. 55 s.; Cazzola, 1976, p. 137). Tra giugno ed agosto si occupò ancora del naviglio di Parma e, sempre in agosto, venne inviato a Cremona ed a Soncino per studiare la fattibilità di un altro naviglio derivato dal fiume Oglio, argomento sul quale scrisse una relazione (Beltrami, 1912, pp. 57-64). Nel successivo ottobre da Milano, passando ancora per Cremona, tornò a Parma, donde il 20 dicembre veniva comunicato al duca di Milano come la Comunità avesse intenzione di completare i lavori del naviglio in base a quanto stabilito dal F. (Dall'Acqua, 1976, p. 90). Il F. fu anche incaricato di tutelare il Comune di Parma contro le pretese dei Reggiani riguardo alla possibilità di canalizzare le acque provenienti dall'Appennino, ma il suo intervento scontentò i Parmensi, che, il 31 genn. 1463, se ne dolsero scrivendo allo Sforza; egli, d'altro canto, lamentò di non aver ricevuto compenso per la sua seconda missione a Parma (ibid., pp. 91 ss.).

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Il 9 luglio 1461 fornì un parere riguardo alla costruzione delle capriate dell'ospedale Maggiore di Milano: ciò testimonia i rapporti col Filarete, autore dell'edificio, che cita il F., con il nome di Letistoria anagramma di Aristotile, nel suo trattato di architettura sia a proposito di un sopralluogo compiuto con lui nel territorio di Piacenza per progettare un castello, sia per la sua competenza nello spostamento di colonne e nella costruzione di macchine (Filarete [1462-64], 1972, pp. 391, 436, 470, 472; Beltrami, 1912, pp. 54 s.). Nei mesi di settembre ed ottobre del 1461 il F. lavorava a Parma, mentre in novembre era nuovamente a Bologna per dirigere i lavoli di una parte delle mura cittadine (Tugnoli Pattaro, 1976, pp. 54-57). Nel maggio 1462 aveva visitato la zona compresa tra Varese ed il lago di Lugano per studiare come poter aumentare la portata del fiume Olona; in dicembre si recava a Cremona ed a Brescia per divergenze connesse alla costruzione del naviglio derivato dall'Oglio. Proseguiva quindi per Parma e per Reggio Emilia; nel gennaio dell'anno seguente sostò ancora a Parma, salvo una parentesi di qualche giorno a Bologna, e propose una soluzione per comporre un contrasto tra Parmensi e Reggiani riguardo al canale di derivazione dal fiume Crostolo; fu anche a Lecco per sovraintendere a lavori imprecisati. Nel febbraio e nell'aprile 1463 si recava ad ispezionare l'Olona ed a Legnano per le opere relative a questo fiume. Tra il giugno ed il novembre si occupò del castello di Sartirana, della rocca di Baiedo e del castello di Abbiategrasso (Beltrami, 1912, pp. 77-99). Del settembre 1464 è invece un documento di Ferrara che attesta come il F. presentasse al duca Borso una fontana in rame dipinta con lo stemma esterise "et uno livello da livellare, qui a Fossa d'Albaro" (ibid., p. 100; Franceschini, 1993, p. 627). Nel successivo autunno la sua famiglia risiedeva a Bereguardo ed egli probabilmente lavorava al naviglio fra Abbiategrasso e Pavia, ma, già dalla fine di ottobre, con l'intenzione di tornare a Bologna (Beltrami, 1912, pp. 100 s.). Nel dicembre del 1464 il F. rientrava stabilmente nella sua città e, dal 1° gennaio successivo, nominato ingegnere del Comune (Filippini, 1925, p. 103; Tugnoli Pattaro, 1976, p. 58), sarebbe stato impegnato in lavori di sistemazione di una parte del palazzo degli Anziani, di riparazione al palazzo del Podestà e alle porte cittadine, di miglioramento alla confluenza tra il fiume Reno ed il Po (ibid., pp. 58 s.), mentre la demolizione di un muro nuovo presso l'abside della chiesa di S. Domenico non sembra giustificare l'attribuzione al F. della costruzione della biblioteca di quel convento (Malaguzzi Valeri, 1899, p. 41; Filippini, 1925, pp. 110 ss., 119; e, in contrasto, Tugnoli Pattaro, 1976, p. 59). Nel 1465 ebbe un'altra figlia e morì la seconda moglie (Beltrami, 1912, p. 106). Avuta notizia della sua fama, il 23 novembre di quell'anno, il re d'Ungheria Mattia Corvino scrisse ai Rettori di Bologna perché gli concedessero d'inviarlo alla sua corte, con il compito di sopperire a necessità legate alle guerre condotte contro i Turchi (Tugnoli Pattaro, 1976, p. 60 n. 62): così, tra la fine di febbraio e la metà di novembre del 1466 il F. dovette probabilmente trattenersi in Ungheria, impegnato, con grande soddisfazione del re Mattia nella costruzione di ponti sul Danubio necessari al transito delle truppe (ibid., n. 64). Un sicuro soggiorno ungherese si protrasse invece dal gennaio al giugno del 1467 (ibid., p. 61; Beltrami, 1912, p. 107). In quello stesso mese di giugno, tornato in patria, redasse un elenco di spese relative ad interventi eseguiti da altri nelle due rocche di Castel San Pietro, della maggiore delle quali tornò ad occuparsi nel 1470, mentre, tra il 1468 ed il 1471, doveva eseguire lavori alle mura di Bologna ed alle rocche di Castel Bolognese, Castelfranco Emilia, San Giovanni in Persiceto, Serravalle, Savigno; contemporaneamente, dall'ottobre 1468 al gennaio 1470, diresse lavori di sistemazione nei palazzi del Podestà e del Legato di Bologna (Tugnoli Pattaro, 1976, pp. 61 s., 67). Nel settembre 1470 il nome del F. fu proposto per la costruzione di un porto stabile accanto al castello di Porto Recanati (Grimaldi, 1976, p. 234): i lavori iniziarono solo quattro anni più tardi, probabilmente seguendo un suo progetto, e consistettero nella deviazione del fiume Potenza e nella costruzione di una palificata in mare per favorire l'ingresso nel porto-canale, opere che andarono però distrutte in breve tempo (Ghisetti Giavarina, 1995, p. 255). Dalla fine del 1470 al maggio del 1471 il F. costruì un acquedotto da San Giovanni in Persiceto a Cento della rispettabile lunghezza di circa 42 chilometri (Beltrami, 1912, p. 108). Nel giugno dello stesso 1471 ottenne licenza di recarsi per venti giorni a Roma, dove avrebbe dovuto realizzare l'ambiziosa impresa, già auspicata all'epoca di Niccolò V, del trasporto dell'obelisco vaticano in piazza S. Pietro, ma, proprio la notte dopo aver discusso con il F. sul modo in cui sarebbe stata effettuata la traslazione, il papa Paolo II morì (Müntz, 1879, p. 24 n. 6; Oechslin, 1976, pp. 106 ss.). Rientrato a Bologna, sul finire dello stesso anno il F. tornò nuovamente a Roma, dove tentò di riproporre al nuovo papa Sisto IV di "cundure la gulia de Roma" (Tugnoli Pattaro, 1976, p. 69), cioè di trasportare l'obelisco in piazza S. Pietro, ma gli fu risposto che il pontefice avrebbe realizzato tale progetto in altro momento (la nuova collocazione sarebbe stata effettuata da D. Fontana nel 1586). L'opera del F. doveva però esser stata richiesta a Napoli, dove egli giunse il 18 dicembre. Prima di andare a cercare il re Ferrante d'Aragona, in quel momento in Puglia per la caccia, compì un sopralluogo sul molo grande del porto con il ministro D. Carafa, conte di Maddaloni, per vedere il sito dove era affondata una cassa. Si trattava di un cassone di legno, calafato e riempito di pietre gettate con calce e pozzolana, destinato ad essere usato come fondazione per l'ampliamento del molo, e che doveva essere affondato in un diverso punto

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del porto. La cassa era di ostacolo ai movimenti delle navi e, in numerosi tentativi precedenti, non si era riusciti a rimuoverla. L'operazione dovette rivelarsi più difficile del previsto e, nel luglio 1472, il F. ricevette un compenso per i suoi tentativi e "per que sen puxa tornar a casa sua" (Barone, 1884, p. 245; Fabriczy, 1897, pp. 117 s.). Del successivo 4 agosto è una lettera del re Ferrante ai Rettori bolognesi che attesta come il F. fosse già ripartito per la sua città (Sighinolfi, 1926, p. 500). Qui aveva avuto un'altra figlia dalla terza moglie Giulia (Beltrami, 1912, p. 106) e, già nello stesso agosto ed in settembre, lavorava ancora alle rocche bolognesi e, nel contempo, progettava forse opere di consolidamento per la facciata del palazzo del Podestà, lavoro, quest'ultimo, iniziato solo nel 1483 (non sappiamo se in base al suo progetto), quando egli si trovava in Russia (Tugnoli Pattaro, 1976, p. 64; Tuttle, 1994, p. 60). Nel febbraio 1473 il F. ripartiva per Roma, questa volta su richiesta di papa Sisto IV; non è noto il motivo del viaggio: si è ipotizzato per lo spostamento del sarcofago in porfido detto di S. Costanza dalla piazza di S. Marco, dove era stato portato dalla chiesa sulla via Nomentana nel 1467, o per la costruzione del ponte Sisto (Fabriczy, 1897, pp. 118 s.; Spezzaferro, 1973, pp. 524 ss.). Il soggiorno fu comunque breve perché egli, arrestato con l'accusa, verosimilmente infondata, di aver fatto circolare moneta falsa a Bologna, il 3 giugno, venne privato dell'incarico di ingegnere del Comune. Presto però riuscì a dimostrare la sua innocenza e venne reintegrato nella carica; tra gli ultimi documenti che, nel 1474, attestano la presenza del F. nella sua città è anche quello relativo all'acquisto di una casa con vigna (Canetta, 1882, pp. 696 s.; Tugnoli Pattaro, 1976, p. 65). Nel maggio 1475 il F. era debitore di una forte somma per affitti non pagati relativamente alla gestione del mulino di Castenaso, che egli teneva con altri soci. Rimasta salva, in base alla legge, la sola dote della moglie, egli dovette trasferirsi alla ricerca di nuove occasioni di lavoro (Sighinolfi, 1926, p. 502). Si spostò forse a Venezia e lì dovette ricevere l'invito di Maometto II a recarsi a Costantinopoli per sovraintendere alla costruzione del suo palazzo (Müntz, 1893, p. 22; Beltrami, 1912, p. 125); preferì invece trasferirsi a Mosca, su invito di Semén Tolbuzin, ambasciatore del gran principe Ivan III, dove giunse il 26 o il 29 marzo, per occuparsi della ricostruzione della cattedrale dell'Assunzione, crollata in seguito ad un terremoto nell'anno precedente. Era accompagnato dal figlio Andrea e da Pietro, un giovane aiutante (Lasareff, 1959, p. 424; Kul'čiriskij, 1976, pp. 121-122). Dopo aver avviato la demolizione delle rovine il F. visitò le città di Vladimir e di Novgorod, le cui cattedrali lo aiutarono a comprendere le tipologie bizantine delle chiese a cinque cupole (ibid., p. 123; Brounoff, 1926, p. 100; Fédorov, 1976, pp. 146-148). Organizzò frattanto il cantiere della cattedrale con il montaggio di macchine in legno ed introdusse sistemi costruttivi, quali l'uso di catene in ferro o di volte sottili, dette "a foglio", che non si erano mai viste in Russia (Beltrami, 1912, p. 127; Kul'činskij, 1976, p. 123). Il 26 novembre giungeva a Mosca, provenendo dalla Persia, l'ambasciatore veneziano Ambrogio Contarini, che abitò per qualche tempo nella casa del F., posta molto vicino al palazzo di Ivan III (Lasareff, 1959, p. 427; Cazzola, 1976, p. 164). Nel 1478, il 6 dicembre, il F. fu incaricato di costruire un ponte di barche sul fiume Volchòv, sotto Gorodisce (ibid., p. 165); l'anno successivo, in agosto, la nuova cattedrale di Mosca era terminata. Il 26 ottobre i Rettori di Bologna chiesero che il F. potesse rientrare in patria (Beltrami, 1912, p. 127), richiesta che dovette restare senza esito (Tugnoli Pattaro, 1976, p. 65). Nel 1482 il F. condusse le artiglierie di Ivan III sino a Novgorod Niznyi (Cazzola, 1976, p. 165). Nell'inverno dell'83 fu arrestato per aver tentato di lasciare Mosca, e gli fu confiscato quanto possedeva. Il 21 ag. 1485, evidentemente riabilitato, seguiva come capo dell'artiglieria Ivan III diretto all'assedio di Tver' (Lasareff, 1959, p. 437 n. 4). Fuse forse anche un cannone; divenne nel frattempo zecchiere dello stesso principe e coniò monete d'argento con l'effigie di s. Giorgio al recto e con il suo nome, "Ornistotel", trascritto secondo la pronuncia moscovita, al verso; ebbe forse anche il diritto di battere moneta, cioè di poter trattenere interamente o in parte i relativi diritti (Malagola, 1877, p. 220; Cazzola, 1976, p. 165). È questo l'anno al quale risalgono le ultime notizie del F. e in cui si avviò la ricostruzione del Cremlino, in occasione della quale egli poté contribuire a formulare i progetti per le nuove opere difensive e poté suggerire i nomi degli architetti e degli ingegneri italiani chiamati per tale iniziativa (Lasareff, 1959, p. 426). È, il 1485, anche l'anno in cui, a Bologna, ebbe particolare impulso la trasformazione del palazzo del Podestà, forse proprio perché si dovette rinunciare alla speranza di poter avere il F. attivo in quel cantiere (Beltrami, 1912, p. 128). Il F. morì forse a Mosca nel 1486: due atti notarili di Bologna, del 1487 e del 1488, nel definirlo "magnificus eques" (Cazzola, 1976, p. 166), attestano la divisione dei suoi beni tra i figli di primo e di secondo letto. Ma il figlio Andrea, dopo di ciò, tornò per sempre, a quanto pare, a vivere in Russia (ibid., p. 170; Kovalevsky, 1976, p. 155).

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Fonti e Bibl.: A. Averlino (detto il Filarete), Trattato di architettura (1462-1464), a cura di A.M. Finoli - L. Grassi, Milano 1972, pp. 391, 436, 470, 472; A. Contarini, Viaggi fatti de Vinetia alla Tana, in Persia, India et in Costantinopoli, Venezia 1543, c. 89; L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Bologna 1550, C. 300; F. Algarotti, Opere, VI, Livorno 1765, p. 230; F. Baldinucci, Notizie de' professori del disegno…, II, Torino 1770, p. 301; G. Tiraboschi, Storia della letter. ital., VI, Napoli 1780, pp. 324-327; F. Milizia, Mem. degli architetti antichi e moderni, Bassano 1785, p. 138; E. Cicogna, Delle inscrizioni veneziane, III, Venezia 1830, p. 179; M. Gualandi, Memorie originali risguardanti le belle arti, VI, Bologna 1845, pp. 193-196; G. Milanesi, Lettere d'artisti ital. dei secoli XIV e XV, in Il Buonarroti, 2, IV (1869), pp. 82 ss.; M. Gualandi, A.F. meccanico ed ingegnere del sec. XV. Memoria, in Atti e mem. della R. 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Stroitel Uspenskago Sobora i pismo ego iz Moskvy 1476 goda (A.F.: l'architetto della cattedrale della Dormizione e la sua lettera da Mosca del 1476), in Staraja Moskva (Vecchia Mosca), II (1914), pp. 24-29; L. Beltrami, Artisti ital. a Mosca al servizio di Ivan III, in Atti della Soc. piemontese di archeol. e belle arti, X (1921), pp. 217 ss., 223, 225; F. Filippini, Le opere architettoniche di A. F. in Bologna e in Russia, in Cronache d'arte, II (1925), pp. 101-120; L. Sighinolfi, Un grande architetto e idraulico bolognese del sec. XV., A. F., in Il Comune di Bologna, XII (1926), pp. 497-502; N. Brounoff, Due cattedrali del Kremlino, costruite da italiani, in Architettura e arti decorative, VI (1926), pp. 97-106; E. Gatto, L'opera del genio ital. all'estero. Gli artisti in Russia, I, Roma 1934, pp. 15-21, 44-55, 172 ss.; V. Snegirev, Aristotel Fioravantii perestrojka Moskovskogo Kremlja (A. F. e la ricostruzione del Cremlino di Mosca), Moskva 1935; I.B. 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F. architetto e ingegnere del secolo quindicesimo, pp. 35-70; P. Carpeggiani, A. F. al servizio di Ludovico Gonzaga. Doc. inediti, pp. 83-88; M. Dall'Acqua, A. F. ed i suoi rapporti con Parma, pp. 89-93; W. Oechslin, La fama di A. F., ingegnere e architetto, pp. 102-120; D.N. Kul'činskij, Il restauro dei più antichi monumenti del Cremlino di Mosca, pp. 121-129; V.I. Fëdorov, Il Cremlino di Mosca dal tredicesimo al quindicesimo secolo (dai materiali delle ultime ricerche), pp. 139-152; P. Kovalevsky, A qui doit-on l'appel des maitres Italiens à Moscou au XV siècle?, pp. 153-156; P. Cazzola, I "Mastri fijazy" a Mosca sullo scorcio del quindicesimo secolo (dalle cronache russe e da documenti di archivi italiani), 157-172; J. Balogh, A. F. in Ungheria, pp. 225-227; G. Mondani Bortolan, La famiglia degli architetti F. nella società bolognese del secolo quindicesimo, pp. 228-233; F. Grimaldi, Un documento inedito per il F., p. 234; M.L. Casanova Uccella, Palazzo Venezia. Paolo II e le fabbriche di S. Marco (catal.), Roma 1980, pp. 22 ss.; A. Cavallari Murat, Come carena viva, IV, Torino 1983, pp. 94-112; G. Belli, Colonne, obelischi, piramidi. Le macchine per lo spostamento dei grandi pesi, in Prima di Leonardo. Cultura delle macchine a Siena nel Rinascimento (catal.), a cura di P. Galluzzi, Milano 1991, pp. 147 s.; A. Franceschini, Artisti a Ferrara in età umanistica e rinascimentale. Testimonianze archivistiche..., Firenze-Roma, 1993, p. 627; Rj. Tuttle, Urban design strategies in Renaissance Bologna: Piazza Maggiore, in Annali di architettura, 1994, n. 6, p. 60; A. Ghisetti Giavarina, Da Porto Recanati a Porto d'Ascoli, in Sopra i porti di mare, IV, Lo Stato Pontificio, a cura di G. Simoncini, Firenze 1995, p. 255; U. Thieme - F. Becker, Künstlerlexikon, XI, pp. 591 ss.; Enc. Ital., XV, p. 238.

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Marco Ruffo (Marco Fryazin)
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Marco Ruffo conosciuto come Marco Frjazin o Fryazin (in russo: Марк Фрязин[?]) (... – ...) è stato un architetto italiano, attivo a Mosca nel XV secolo. L'appellativo Frjazin deriva dal russo antico фрязь (fryaz), фряжский (frjazhskij) che significa "straniero", "forestiero", ma anche più specificatamente "italiano", "genovese". Oltre a Marco Ruffo, infatti, molti altri italiani contemporanei ne sono stati fregiati: Ivan Frjazin (Giovan Battista Dalla Volpe), Antonio Fryazin (Antonio Gilardi), Bon Fryazin (Marco Bon), Aleviz Fryazin (Aloisio da Milano). Opere Si ritiene che Marco Ruffo abbia operato a Mosca su invito di Ivan III di Russia fra il 1485 e il 1495. Ha progettato diverse torri del Cremlino, tra cui la Beklemishevskaya, la Spasskaya e la Nikolskaya. Nel 1491, insieme a Pietro Antonio Solari, Ruffo ha completato la costruzione del Palazzo delle Faccette. Alla fine del XV secolo, Marco Ruffo lavorava come architetto militare a Milano, dove per conto di Ivan III, fu contattato dall'ambasciatore della Repubblica di Venezia. Iniziò cosi il viaggio verso la Russia e la costruzione del Cremlino. Nel 1991, a Mosca è stato festeggiato il 500° del Palazzo delle Faccette in presenza di Rufo Ruffo, discendente di Marco Ruffo, . Bibliografia Accademia moscovita di architettura, РУССКОЕ ГРАДОСТРОИТЕЛЬНОЕ ИСКУСТВО, Storijzdat, 1993

Pietro Antonio Solari (Piotr Fryazin, 1445?-1493)
Solari, Pietro Antonio. - Architetto e scultore (forse Milano metà sec. 15º - Mosca 1493); architetto della fabbrica del Duomo di Milano (1476), sostituì in seguito (1481) il padre Guiniforte anche nei lavori dell'Ospedale Maggiore e in quelli della Certosa di Pavia. Per la cattedrale di Alessandria eseguì la statua tombale del vescovo Marco De Capitani (1484). Dal 1490 fu a Mosca, chiamatovi dal granduca Giovanni III; qui collaborò al palazzo delle Faccette (Granovitaja Palata) e alla costruzione delle torri del Cremlino. Altre opere gli si attribuiscono a Milano e a Mosca. Fedele alla tradizione lombarda, combinò elementi gotici e rinascimentali Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Pietro Antonio Solari o Solario (Carona, 1445 circa – Mosca, maggio 1493) è stato uno scultore e architetto svizzero-italiano. Figlio di Guiniforte Solari, fratello del pittore Andrea, lavora come scultore presso la Certosa di Pavia, il Duomo di Milano e la Ca' Granda. Successivamente partecipa alla ricostruzione di alcuni edifici religiosi milanesi: Santa Maria del Carmine, l'Incoronata e San Bernardino alle Monache. Nel 1484 realizza la Tomba de' Capitani nel Duomo di Alessandria e l'anno successivo la Madonna del Coazzone a Milano. A partire dal 1487 lavora a Mosca, chiamato dallo zar Ivan III Vasil'evič allo scopo di edificare le nuove torri difensive del Cremlino, opera continuata anche sotto lo zar Basilio III. Muore a Mosca nel maggio 1493. Antonio Solari (Latin:Petrus Antonius Solarius)[1] (c. 1445 – May 1493), also known as Pyotr Fryazin, was a Swiss Italian architect. He was born in Carona, Ticino, and apprenticed under his father Guiniforte Solari, himself an architect and sculptor. In 1476, he was hired to continue the construction of the Duomo di Milano. Later on, he was in charge of several construction projects in Milan. In 1484 he sculpted a tomb in the Cathedral of Alessandria. In 1487, he was invited to Russia by Ivan III to construct the walls and towers of the Moscow Kremlin. Within the next two years, Solari built most of the walls (excluding the western wall built by his successor Aleviz) and towers of the Kremlin, including the Borovitskaya, Konstantino-Eleninskaya, Spasskaya, Nikolskaya, and Corner Arsenalnaya towers. Engineering methods, technique and architectural forms, used by Solari, were reminiscent of the fortifications of Northern Italy. On top of the Spasskie Gates there was inscribed the following inscription: IOANNES VASILII DEI GRATIA MAGNUS DUX VOLODIMERIAE, MOSCOVIAE, NOVOGARDIAE, TFERIAE, PLESCOVIAE, VETICIAE, ONGARIAE, PERMIAE, BUOLGARIAE ET ALIAS TOTIUSQ(UE) RAXIE D(OMI)NUS, A(N)NO 30 IMPERII SUI HAS TURRES CO(N)DERE F(ECIT) ET STATUIT PETRUS ANTONIUS SOLARIUS MEDIOLANENSIS A(N)NO N(ATIVIT) A(TIS) D(OM)INI 1491 K(ALENDIS) M(ARTIIS) I(USSIT) P(ONERE).[2] Together with Marco Ruffo, Solari also built the Palace of Facets in the Kremlin. He died in Moscow in May 1493. Bibliografia

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• • Gerolamo Biscaro, I Solari da Carona, "Bollettino Storico della Svizzera italiana", XXXIV, Bellinzona 1912, 61-77. Victor Lasareff, Le opere di Pietro Antonio Solari in Russia ed i rapporti artistici italo-russi nel tardo Quattrocento, in Edoardo Arslan (a cura di), Arte e artisti dei laghi lombardi, Tipografia Editrice Antonio Noseda, Como 1959, 423, 426, 427, 428-432, 435, 438.

Voci correlate Boniforte Solari - Andrea Solario - Francesco Solari - Giovanni Antonio Amadeo Commons contiene immagini o altri file su Pietro Antonio Solari SIKART: Pietro Antonio Solari I Solari e i Della Porta SOLARI E UN PERSONAGGIO DI ASSASSIN’S CREED http://assassinscreed.wikia.com/wiki/Pietro_Antonio_Solari From Russiapedia Pietro Antonio Solari (also known as Pietro Fryazin) was an Italian-Swiss architect brought to Russia by Ivan III to assist him with his renovation and reconstruction of the Kremlin around 1490.Together with his fellow Italian architect Marco Ruffo, Solari helped design and construct several structures in Moscow and in the Kremlin, including the Palace of Facets and several of the now famous Kremlin towers and walls. Origins and travel to Russia Very little is known about the origins of Pietro Solari, so little in fact that dates for his birth and death can only be approximated. Most sources generally agree that he was born around 1450 in Carona, a small municipality of Ticino in Switzerland.Ticino’s unique location in the southern-most part of the country meant that it shared a border with Italy, and to this day the district in which Carona is located is the only district in Switzerland where Italian is the official language. Solari was of Italian descent, and was born into a family tradition of artisanship; Carona was well-known for its local architects and artists. Pietro Solari apprenticed with his father Guiniforte Solari in his workshop, and was in charge of several projects in Carona until 1487 when he was invited by Tsar Ivan III to participate in the reconstruction of the Kremlin. The reign of Ivan III Russia was undergoing great changes under Ivan’s rule.Ivan III (also known as Ivan the Great) was in the process of consolidating power and incorporating many new territories into the Grand Duchy of Moscow, which would eventually become the foundation for the Russian Empire.In addition to adding land, however, he put significant effort into reconstructing the Moscow Kremlin (or armory) and making it the seat of power for his expanding territory.To this end, he invited several Italian architects and artists, among them Pietro Antonio Solari.Solari arrived in Moscow around 1490, and was immediately put to work assisting fellow Italian architect Marco Ruffo in the design and construction of the Kremlin walls and towers and the Palace of Facets.Many of these projects were already under development by Ruffo, but were in fact completed by Solari. Upon his arrival in Russia, Solari was given the alternate surname Fryazin, whichcomes from the ancient Russian word fryag (or frank in English) which meant simply ‘Italian’.This surname applied to several individuals in Russia of foreign descent, including Marco Ruffo. The Palace of Facets According to most sources, work on the Palace of Facets (named for the intricate design of its façade) was started in 1487 by Marco Ruffo, but not completed until around 1491.Since Solari arrived in Russia around 1490, after the beginning of the construction of the palace but before its completion, it is safe to assume that Ruffo started the project himself, being responsible for the original idea and construction of the palace, while Solari was responsible for the architectural decorations on the façade and interior.While this theory is only speculation, similarities can be seen between the decorative work on the inside of the palace and Solari’s earlier work in Italy, and the theory would fit the timeline of the palace’s construction. The Kremlin Towers It is possible that Solari contributed more to the construction of the Kremlin towers than any of the other foreign architects working with him at that time. From 1490 to 1493 he finished construction on the Borovitskaya, Konstantino-Yeleninskaya, Spasskaya, and Nikolskaya towers.It is important to note that Marco Ruffo also participated in the construction of the Nikolskaya and Spasskaya towers, but it is

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historically unclear as to what exactly that participation included, and how much of the work was Ruffo’s as opposed to Solari’s. Out of these, the Spasskaya Tower completed in 1491 deserves special note, as it became the main entrance to the Kremlin.The great clock-tower remains a recognizable symbol of the Kremlin to this day, its giant bells still ringing over Red Square, and is watched by Russians worldwide every New Year’s Eve, as the clock chimes away the last moments of the old year and welcomes the new one. In 1935, the Soviets removed the double-headed eagle (the symbol of Imperial Russia) on top of the tower and replaced it with a giant red star, which remains to this day.Over the gates of the Spasskaya Tower there is an inscription in Latin praising Tsar Ivan III and Antonio Solari, and commemorating the year of the towers completion in 1491. Antonio Solari is thought to have died in1493, not long after the completion of the Arsenalnaya Tower in 1492. The Italian architect responsible for so many contributions to the Kremlin’s design did not live to see the age of 50. Written by Adam Muskin, RT http://russiapedia.rt.com/foreigners/pietro-antonio-solari-pietro-fryazin/

Torre Borovitskaja, Cremlino di Mosca Torre Nikolskaja, Cremlino di Mosca

Milano, Castello sforzesco - Pietro Antonio Solari (attr. a), Madonna del coazzone

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Moscow Kremlin Wall
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The Kremlin Wall is a defensive wall that surrounds the Moscow Kremlin, recognizable by the characteristic notches and its Kremlin towers. The original walls were likely a simple wooden fence with guard towers built in 1156. History One of the most symbolic constructions in Russia's history can be traced back to the 12th century when Moscow was founded in 1147. The original outpost was surrounded by the first walls in 1156, which was most likely a simple wooden fence with guard towers. Destroyed in 1238 by the Mongol-Tartar invasion, the Moscow Kremlin was rebuilt by the Russian Knyaz Ivan Kalita. In 1339-1340 he erected a bigger fortress on the site of the original outpost which was defended by massive oak walls. Thought to be an impenetrable defence from raids, it was proven to be useless against raids which burned Moscow in 1365. Nevertheless the young knyaz Dmitry Donskoy in 1367 began a rebuilding of the fortress. All winter long from the Mukachyovo village 30 virsts (country miles) from Moscow, limestone was hauled back on sledges, allowing the construction of the first stone walls to begin the following spring. Within a few years the city was adorned with beautiful white-stone walls. Whilst it was successfully invaded by the Tatars again in 1382, the massive fortification suffered no damage. Dmitry Donskoy's walls stood for over a century, and it was during this period that Muscovy rose as the dominant power in Northeastern Rus. By the end of the 15th century, however, it was clear that the old constructions had long passed their time and Czar Ivan the Great's visions. Between 1485 and 1495 a whole brigade of Italian architects took part in the erection of a new defence perimeter including Antonio Fryazin (Antonio Gilardi), Marko Fryazin (Marco Ruffo), Pyotr Fryazin (Pietro Antonio Solari) and Alexei Fryazin the Old (Aloisio da Milano). (The term Fryazin was used to refer to all people of Italian origin at this time). The new walls were erected by building on top of the older walls (some white stone can still be seen at the base in some places). The thickness and height was dramatically increased requiring many wooden houses which surrounded the Kremlin to be torn down. In the following centuries Moscow expanded rapidly outside the Kremlin walls and as Russia's borders became more and more secure their defensive duty has all but passed. The cannons which were installed in the walls were removed after the turn of the 17th century, as was the second, smaller wall which repeated the perimeter on the outside. During the reign of Czar Alexei Romanov, the towers were built up with decorative spires and the walls were restored. However their historical mightiness was dampened as the material became brick not stone. Successive restorations of varying scale took place during the reigns of Empress Elizabeth and Alexander the First as well as the later Soviet and Russian times took place, preserving their original character and style. Specifications With an outer perimeter of 2235 metres, the Kremlin appears as a loose triangle, deviating from the geometric ideal on the southern side where instead of a straight line, it repeats the contours on the original hill on which the Kremlin rests. Because of this the vertical profile is by no means uniform, and the height at some places ranges from no more than 5 metres quadrupling to 19 metres elsewhere. The thickness of the walls also varies from 3.5 to 6.5 metres. The top of the walls, along their entire length, have outwardlyinvisible battle platforms which also range from 2 to 4.5 metres in width (in proportion to the thickness). A total of 1045 double-horned notched "teeth" crown the top of the walls, with a height ranging from 2 to 2.5 metres and thickness from 65 to 75 centimetres. Some of the interior corridors inside the walls have rooms with no exterior illumination (kamoras) where particularly dangerous criminals were contained. To date twenty towers survived, highlighting the walls. Built at a different time, the oldest one, Tainitskaya dates to 1485 whilst the newest one-Tsarskaya to 1680. Three of the towers, located in the corners of the castle have unique circular profiles. From the ground level it is only possible to enter six of the towers, the rest only from the walls. Four gate towers exist, all crowned with ruby stars, they are Spasskaya, Borovitskaya, Troitskaya and Nikolskaya. Although up to the 1930 it was also possible to enter the Kremlin via the gates of Tainitskaya tower, however these were covered up yet leaving their portal clearly visible. The main gates in the Spasskaya tower are normally (with the exception of official and religious ceremonies) closed to the public. The gates under the Nikolskaya tower are often used for service duties only. Visitors to the Kremlin normally enter the premises via the gates under the Troitksaya tower. Except for those who wish to visit the Armoury chamber and the Treasury fond, which are accessible via the gates of the Borovitskaya tower. Before 1917 it was also possible to book an excursion, lasting over two hours, to walk along the perimeter of the Kremlin walls, beginning at the Borovitskaya tower. The southern part of the wall faces the Moskva River. The eastern part faces Red Square. The western part, formerly facing the Neglinnaya River, is now part of the Alexander Garden, the bridge which formally crossed the river still stands and is done in the same style as the Kremlin wall.

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The wall by the Moskva river

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Kitay-gorod

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Kosmodemyanskye Gates and Naugolnaya (Angle) Tower in Zaryadye

Kitay-gorod (Russian: Китай-город; from old Russian "kita" (Russian: Кита), wall, and "Kitok" (Russian: Киток), name of square,– in modern Russian sounds like China town), earlier also known as Great Posad (Russian: Великий Посад), is a business district within Moscow, Russia, encircled by mostly reconstructed medieval walls. It is separated from the Moscow Kremlin by Red Square. It does not constitute a district (raion), as there are no resident voters, thus, municipal elections are not possible. Rather, the territory is managed directly by Central Administrative Okrug authorities (since 2003). Name The etymology of the name is unclear. Gorod is the Russian for town, derived from the ancient Gord, whereas Kitay is Russian for China (cf. Cathay). Accordingly, the popular translation might be Chinatown. However, scholars universally agree that the name originally had nothing to do with Kitay as in "China", as there has never been significant Chinese presence in this district of Moscow. Kita (pl. kity) is a somewhat obsolete word for "plait" or "thing made by braiding" – for example, a 17th-century Russian source informed readers that U shapok janychary imeli kity, meaning "The Janissaries had braids hanging from their caps." On the basis of this, Robert Wallace asserts in The Rise of Russia (New York: Time-Life, 1967) that the term relates to a rough-hewn defensive bulwark made from woven wicker baskets filled with earth or rock – and thus Kitay-gorod aims at something like "Basketville".[citation needed] On the other hand, some scholars tend to derive Kitay from an old word for the wooden stakes used in construction of the quarter's walls[citation needed]; if one liberally interprets "stakes" as "wythes" or "wickets," this agrees quite closely with Wallace's signification. Walls The walls were erected from 1536 to 1539 by an Italian architect known under the Russified name Petrok Maly and originally featured 13 towers and six gates. They were as thick as they were high, the average being six meters in both dimensions. The last of the towers were demolished in the 1930s, but small portions of the wall still stand. One of two remaining parts of the wall is located in Zaryadye and the other near the exit from the Okhotny Ryad station of Moscow Metro behind the Hotel Metropol. Recently the mayor of Moscow announced plans for a full-scale restoration of the wall. City officials also plan to close Kitay-gorod to automobile traffic. Since 1995 the wall has been extensively rebuilt, and a new tower has been added. Inside the tower are a couple of restaurants and bars. Squares Apart from Red Square, the quarter is bordered by the chain of Central Squares of Moscow, notably Theatre Square (in front of Bolshoi Theatre), Lubyanka Square (in front of the KGB headquarters), and Slavyanskaya Square. Bourse Square on Ilyinka Street is situated entirely within Kitay-gorod. Architecture Kitay-gorod, developing as a trading area, was known as the most prestigious business area of Moscow. Its three main streets—Varvarka, Ilyinka, and Nikolskaya—are lined with banks, shops, and storehouses. One of the most beautiful churches in Moscow, St. Nicholas Church on the Ilyinka (1680–89), informally known as the Great Cross, was a landmark in Kitay-gorod but was destroyed in 1933.[1] This district also features the Trinity Church of Nikitniki, which today is nestled among city buildings. It was built in the 1630s on the land of Moscow merchant, Grigory Nikitnikov.[2] Nikolskaya Street is famous for being the site of Moscow's first university, the Slavic Greek Latin Academy, housed in extant Zaikonospassky monastery (1660s). Another monastery cathedral, the main church of Epiphany Monastery (1690s), stands in the middle of Kitay-gorod in the eponymous Bogoyavlensky Lane. The 18th century survives in the exterior

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walls of the otherwise rebuilt Gostiny Dvor (Guest Merchant's Court) by Giacomo Quarenghi. In the 19th century, Red Square was lined by a neoclassical domed structure of Upper Trade Rows by Joseph Bove. However, in the 1890s it was torn down and replaced with the new, eclectic Upper Trading Rows (by Alexander Pomerantsev and Vladimir Shukhov) and the similar Middle Trade Rows (by Roman Klein, scheduled for demolition in 2007). The rest of Kitay-gorod was densely filled with offices, warehouses and hotels, to the point where real estate developers had to build streets, not buildings - like the Tretyakovsky Proyezd project by Pavel Tretyakov and Alexander Kaminsky. Also in the 1890s, developers consolidated large land lots on the perimeter of Kitay-gorod. Savva Mamontov launched an ambitious civic center, built around an opera hall, which was completed as the Metropol Hotel in 1907, the largest early Art Nouveau building in Moscow, containing artwork by Mikhail Vrubel, Alexander Golovin and Nikolai Andreev. The eastern segment (Staraya Square) was rebuilt by the Moscow Merchant Society, with the late Art Nouveau Boyarsky Dvor offices (by Fyodor Schechtel) and the neoclassical 4, Staraya Square (by Vladimir Sherwood, Jr., 1912–1914) which later housed the Central Committee of the Communist Party. The present-day offices and clock tower of Constitutional Court of Russia were financed by the Northern Insurance Socity (1910– 1912) and built by Ivan Rerberg, Marian Peretiatkovich and Vyacheslav Oltarzhevsky; this project is also notable as the first professional employer of young Ilya Golosov. Since the early 1990s, many historical buildings have been torn down or rebuilt by facadist methods, tearing down everything beyond the street facade. Apart from the Gostiny Dvor, recent losses include the Tyoplye Trade Rows (Теплые ряды, demolished 1996-1997) and the recently reopened block at 10, Nikolskaya Street. The degree of destruction cannot be assessed in full, since many properties are operated by the federal government and closed to the general public. Zaryadye Main article: Zaryadye A whole quarter of Kitay-gorod adjacent to the Moskva River and known as Zaryadye was demolished in three rounds (1930s, late 1940s, 1960s), sparing only those structures that were classified as historic monuments. These include the Cathedral of the Sign (1679–84), the Church of All Saints (1680s), St. George's Church on Pskov Hill (1657), St. Maksim's Church (1698), St. Anna's Church at the Corner (1510s), St. Barbara's Church (1796–1804), the Old English Embassy (1550s), and the 16th century Romanov boyar residence. There is no other such cluster of old edifices left anywhere else in Moscow. The district's main structure, Rossiya Hotel (1967), is being demolished to make way for a new round of development. References ^ "St. Nicholas Church Ilyinka". St. Nicholas Center. http://www.stnicholascenter.org/galleries/gazetteer/3786/. 2. ^ "The Church of the Holy Trinity in Nikitniki". http://bridgetomoscow.com/time-gap-thechurch-of-the-holy-triniti-in-nikitniki. 1.

Iverskiye Gates leading to Red Square are the only extant gates of the Kitay-gorod wall. View of St Elijah's Gates to Kitay-gorod in the 19th century. The street in front of the wall formed present-day Kitaysky Lane; the parallel street right behind the wall is now Staraya Square.

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St. Nicholas Church on the Ilyinka (1680-89), with its gold-starred blue domes, once dominated Kitaygorod's skyline. It was razed in 1933. The church of the Trinity in Nikitniki, a masterpiece of 17th-century Russian architecture

Remaining part of the wall in Zaryadye

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