Sulla Mafia - Dacia Maraini C’è chi parla “per” la mafia, o più semplicemente ne è uno strumento.

Si parla “per” la mafia anche quando non si parla proprio, quando le parole che andrebbero dette vengono addolcite o dette sottovoce, o quando vengono addirittura tramutate in verità che non appartengono alla realtà. Poi c’è chi parla “con” la mafia, o almeno sembra averci provato: fino a qualche tempo fa si discuteva delle inchieste sulla trattativa tra mafia e Stato che sembra essersi svolta nel 1992 per porre fine alle stragi. Parlo al passato non perché l’argomento sia stato dimenticato, anzi è più vivo che mai; parlo al passato perché i media hanno recentemente cambiato il modo di affrontare il discorso: oggi si parla di “trattativa tra mafia e pezzi dello Stato”. Non so se sia un tentativo di deresponsabilizzare lo Stato, se sia una presa di distanza degli onesti, o se qualcuno stia tentando di minimizzare l’inchiesta. Quel che è sicuro è che le parole sono macigni, e il modo in cui vengono usate può cambiare il corso degli eventi. Ci sono poi persone che parlano “della” mafia. Per strada, in un bar, in televisione, alla radio… Sono in molti a farlo. Parlare della mafia, in alcuni casi, è diventato quasi una moda. Si parla della mafia per mostrare di avere un occhio attento alle questioni del Paese, se ne parla a seguito di qualche arresto o di qualche nuova inchiesta, se ne parla perché fa ascolti (e fa ascolti perché siamo un Paese assetato di giustizia, dopotutto, come sostiene anche Dacia Maraini). Si possono dire tante cose della mafia, perché, nonostante qualcuno dica che “la mafia non esiste, è un invenzione della stampa”, essa è una realtà del nostro Paese, anzi una piaga. Quel che è più difficile è parlare “sulla” mafia, quello che ha voluto fare Dacia Maraini nel suo libro. Parlare sulla mafia vuol dire non essere neutrali, vuol dire avere un opinione al riguardo, andare in profondità consapevolmente. La giornalista del “Corriere della Sera” non si può certo dire che si sia improvvisata: coraggiosamente scrive sull’argomento da molti anni. La Maraini ci fa capire, nella sua introduzione, quanto sia sensibile alla questione: non ha deciso, come altri giornalisti, di fare un taglia e cuci dei suoi articoli per mettersi in tasca i diritti d’autore. Capiamo facilmente come la mafia sia per lei una ferita aperta, come l’indifferenza di tante persone la colpisca ma non la scoraggi. Dacia Maraini decide di presentarci la mafia nella sua forma più quotidiana, quella meno conosciuta. E così prima “inventa” una breve storia sulla madre di un pentito costretta a rinnegare pubblicamente il figlio (verosimile ed ispirata a fatti accaduti), e poi ci racconta storie di corruzione, storie di pentiti, storie di barbarie, storie di speranza. Le racconta attraverso i suoi articoli, che non si astengono dal commentarle e analizzarle. Infine ci propone un dialogo senza mezzi termini, nel quale condanna chi “distrattamente” si sta dimenticando del fenomeno, chi chiude un occhio sulla linea tra lecito e illecito giustificandosi dicendo che in Italia le cose si fanno “un po’ alla buona”, e soprattutto chi è affetto da quell’individualismo locale che l’Unità d’Italia ha coperto solo con il nome. Dacia Maraini sostiene che la televisione abbia “gravi colpe nell’intorpidimento morale del Paese”, ma che allo stesso tempo possa essere veicolo di quel sentimento di appartenenza di cui avremmo bisogno per affrontare eticamente questioni che di certo non sono territoriali. A mio parere internet potrebbe essere ancor più il giusto canale per confrontarsi e conoscere quelle storie quotidiane che la scrittrice ci ha raccontato e che spesso la televisione non sa (o non vuole) raccontare; quelle storie che ci fanno sentire la sete di giustizia e che ci avvicinano nonostante le distanze fisiche.

Questa malattia appartiene a tutta la nostra penisola. Chi la vede ancora come un problema di qualche regione meridionale, di qualche amministrazione del sud del Paese, non si rende conto dell’evoluzione della mafia dell’ultimo decennio, non si accorge di quanto la malavita sia stata più intelligente di noi nel capire quale fosse il potenziale dell’unire veramente l’Italia, da nord a sud. E’ così, tanto per fare un esempio, che il traffico dei rifiuti da Napoli al nord arricchisce le casse dei camorristi, mentre noi stiamo a guardare e arriviamo addirittura quasi a pensare che i napoletani si siano meritati tutto questo. Per debellarla certo non è sufficiente riempire gli spazi televisivi, o le pagine di qualche libro. Ma onorare la verità, far conoscere il problema, è uno dei passi più grandi per combattere il morbo. La mafia degli ultimi anni è più silenziosa, nella fondina non tiene più le pistole ma le carte di credito. Sotto alcuni aspetti è probabilmente molto più pericolosa di quella che ammazzava i magistrati e scioglieva nell’acido i rivali. C’è il rischio che qualcuno non si ricordi di quanto le intercettazioni abbiano contribuito e possano contribuire nella lotta contro di essa, che i ragazzi la studino a scuola (se il loro professore riesce a fare in tempo con il programma) come un fatto del passato. Nella storia si parla spesso di eroi. Falcone e Borsellino, dice la Maraini, sono pericolosamente considerati tali. Come lei ci fa notare è certamente più facile vedere questi due personaggi (per non citare tutti gli altri) come degli irraggiungibili protettori della legge che hanno sacrificato la loro vita per una giusta causa. Ma non è questo che andrebbe insegnato ai giovani di oggi. Apprezzo molto il confronto che fa Pirandello tra gli “eroi” e i “gentiluomini”. Falcone e Borsellino erano dei gentiluomini: delle persone “comuni” non disposte a scendere a patti con i principi di legalità e di onestà. Probabilmente è molto più difficile essere galantuomini tutta la vita che eroi di tanto in tanto. E’ questa l’educazione che le nostre scuole dovrebbero fornirci: per combattere la mafia non c’è bisogno di eroi, c’è bisogno di educazione, di gente che non chiuda gli occhi, di gente con sete di verità e giustizia. Dacia Maraini è una di quelle persone che vorrebbe che la gente indossasse gli occhiali invece di continuare a pensare che a volte “forse è meglio non vedere, non sapere”. Speriamo che, come tanti altri, continui a raccontare, a parlare e a far parlare, a fornire le lenti appropriate per puntare i nostri occhiali “sulla mafia” con occhio ben aperto e critico.

“Non si cambia il mondo senza cambiare radicalmente il sistema simbolico nella testa delle persone”. Giovanni Falcone

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