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Scrivo poesie solo per portarmi a letto le ragazze!

Non solo poesie e qualche commento

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La poesia, cronaca della vita, scienza (esatta) del presente I versi non sono evasione, ma un tuffo nella realtà La poesia, scrive Flaubert, è una scienza esatta, come la geometria. Pubblicare una collana di poesia, per un grande giornale, non significa mettere una rosa su un tavolaccio dove si riversano i sanguinosi, fangosi, eccitati, angosciosi eventi del mondo, dalla cronaca nera alla recessione economica, dalle stragi che sempre avvengono in qualche parte del mondo alle turpitudini e alle virtù di casa nostra. Un giornale, specie un quotidiano, è un romanzo; spesso un romanzaccio della realtà - politica, economica, sociale, morale. Ogni giorno ci dà una fotografia - una radiografia, una risonanza magnetica - della nostra esistenza; una lastra ora più ora meno fedele e veritiera, messa a fuoco o sfuocata, in certi casi pure un fotomontaggio abusivo del reale. La poesia non è un'evasione né tantomeno una sublimazione spiritualeggiante della realtà; è anzi spesso uno dei suoi ritratti più precisi, spietati, autentici. Non è meno realista delle cronache politiche, dei reportages su una guerra o su un'epidemia, delle relazioni sui bilanci e sui deficit. La letteratura - e, nel suo ambito, la poesia in modo particolare - non dà informazioni sui fatti, sulla crisi economica, sulle leggi che regolano i matrimoni, le pensioni o l'assistenza sociale, ma dice come gli uomini vivano tutto questo; dice come i grandi numeri della disoccupazione, del disagio sociale o delle ideologie in crescita o in declino si calino nell'esistenza degli individui, diventino la loro quotidianità, la loro carne e il loro sangue. La poesia dice la verità della realtà più vera, più corposa e concreta: la vita di ogni singolo individuo. Dice come egli ama, soffre, desidera, protesta, spera, incontra o fugge gli altri individui. Se vogliamo capire cosa è stata veramente la storia d'Italia dell'ultimo secolo, non basta sapere cosa hanno fatto Mussolini, De Gasperi o Agnelli; d'Annunzio o Pasolini - per citare a caso due esempi rilevanti - ci fanno toccare con mano cos'è stata questa storia, con le sue trasformazioni e suoi subbugli, nella vita concretissima dei sensi, dei sogni, delle speranze, delle disillusioni degli uomini. «Il grande poeta - dice Eliot - nello scrivere se stesso scrive il suo tempo» - ossia il nostro tempo, se è un contemporaneo, o un'altra stagione della storia, se ha vissuto, scritto e patito in passato. Per conoscere il nostro tempo - per conoscerci, per sapere come abbiamo vissuto o non vissuto, come la Storia si sia intrecciata ai nostri amori, alle nostre pulsioni, ai nostri bisogni intimi e fondamentali - occorre rivolgersi ai poeti. Questi ultimi non sono necessariamente migliori degli altri; spesso sono egocentrici, invidiosi, meschini; le rivalità che si creano intorno a un premio letterario sono spesso più ignobili e miserevoli di quelle per la conquista di un potere economico o politico. I poeti - ha detto uno fra i più grandi di essi, Milosz - hanno spesso un cuore freddo; se scrivono una poesia per la morte di un bambino, rischiano di appassionarsi più per la bellezza dei loro versi che per la morte del bambino pianta in quei versi. Ma, anche grazie a questa selvaggia e irresponsabile soggettività, i poeti fanno i conti più di ogni altro con la nostra pelle, con il fuoco e la follia latenti nella realtà quotidiana apparentemente normale; rubano e diffondono la fiamma di tante verità umane insostenibili e perciò spesso soffocate dalle istituzioni della vita organizzata. La poesia dice il fondo della vita - come, secondo Saba, lo dicono gli animali - e assume su di sé, nella realtà concreta delle reazioni epidermiche e delle brucianti nostalgie, le contraddizioni della propria epoca. Pubblicando una collana di poesia, un grande giornale non offre un delicato dessert o digestivo che compensi il cibo troppo robustoso e forte dell'informazione politica o economica, ma assolve al suo compito primo, che è appunto quello dell'informazione. Un'informazione che sarebbe carente se trascurasse quella realtà di sogni, pulsioni, sfide, smarrimenti che sono di tutti e che la poesia esprime per tutti. La vita di un poeta è quella di tutti, diceva Gérard de Nerval; è doveroso offrirla a quei tutti - almeno potenziali - che sono i lettori. Anche i giornali hanno bisogno, per svolgere con precisione e dunque con onestà il loro lavoro, della poesia: nessuno come il poeta, dice Rilke, odia l'approssimativo. Claudio Magris - Corriere della Sera, 27 dicembre 2011

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Inizio questa antologia con la mia amata Alda Merini. Tutto comincia con un foglio bianco, con ―la dismisura dell‘anima‖ che un foglio bianco annuncia. I fogli bianchi sono la dismisura dell‘anima e io su questo sapore agrodolce vorrò un giorno morire, perché il foglio bianco è violento. Violento come una bandiera, una voragine di fuoco, e così io mi compongo lettera su lettera all‘infinito affinché uno mi legga ma nessuno impari nulla perché la vita è sorso, e sorso di vita i fogli bianchi dismisura dell‘anima. Alda Merini. In ―Fogli bianchi. 23 inediti‖.

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Ringrazio Chiara per questa immensa poesia di Rilke.

Il tempo è come l‘orlo secco d‘una foglia di faggio. E‘ la splendida veste che Dio scagliò lontano quando, eterno abisso, si stancò di volare e si nascose agli anni finché, come radici, spuntarono in ogni cosa i suoi capelli. Rainer Maria Rilke. In ―Libro d‘ore‖.

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Ci sono anime... Ci sono anime che hanno stelle azzurre, mattini secchi tra le foglie del tempo e angoli casti che conservano un vecchio rumore di nostalgia e di sogni. Altre anime hanno dolenti spettri di passioni. Frutta con vermi. Echi di una voce bruciata che viene da lontano come una corrente d'ombre. Ricordi vuoti di pianto e briciole di baci. La mia anima è matura da molto tempo e si sgretola piena di mistero. Pietre giovanili rose dal sogno cadono sull'acqua dei miei pensieri. Ogni pietra dice: «Dio è molto lontano!» Federico Garcia Lorca, 8 febbraio 1920

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Dopo l‘insperato successo(!) della nuova rubrica di poesie ho pensato di dare un titolo alla stramba antologia che verrà. Il titolo lo prendo da un racconto di Bukowski ―Scrivo poesie solo per portarmi a letto le ragazze‖, come la cosa sia andata è faccenda nota! Nella prossima occasione sarà doveroso ricordare il ―compagno di sbronze‖, ce n‘è una che mi torna in mente.

Arrivederci fratello mare Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti arrivederci fratello mare mi porto un po' della tua ghiaia un po' del tuo sale azzurro un po' della tua infinità e un pochino della tua luce e della tua infelicità. Ci hai saputo dir molte cose sul tuo destino di mare eccoci con un po' più di speranza eccoci con un po' più di saggezza e ce ne andiamo come siamo venuti arrivederci fratello mare. Nazim Hikmet, In ―Poesie d‘amore‖

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la tragedia delle foglie mi destai alla siccità e le felci erano morte, le piante in vaso gialle come grano; la mia donna era sparita e i cadaveri dissanguati delle bottiglie vuote mi cingevano con la loro inutilità; c'era ancora un bel sole, però, e il biglietto della padrona ardeva d'un giallo caldo e senza pretese; ora quello che ci voleva era un buon attore, all'antica, un burlone capace di scherzare sull'assurdità del dolore; il dolore è assurdo perché esiste, solo per questo; sbarbai accuratamente con un vecchio rasoio l'uomo che un tempo era stato giovane e, così dicevano, geniale; ma questa è la tragedia delle foglie, le felci morte, le piante morte; ed entrai in una sala buia dove stava la padrona di casa insultante e ultimativa, mandandomi all'inferno, mulinando i braccioni sudati e strillando strillando che voleva i soldi dell'affitto perché il mondo ci aveva tradito tutt‘e due. Charles Bukowski. In ―It Catches My Heart in Its Hands (Poems 1955-1963)‖

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Dopo la poesia di Bukowski era inevitabile soffermarsi almeno una volta sulle foglie. Fin da Omero le foglie sono un tòpos nella poesia (Quale delle foglie, | tale è la stirpe degli umani. Il vento | brumal le sparge a terra, e le ricrea | la germogliante selva a primavera, Libro VI, Iliade), per non dire di Mimnermo, Simonide, solo per citare i classici… e Leopardi, fino a Hikmet, Ungaretti e Prevert. Chissà perché i poeti hanno questo rapporto con le foglie? Forse perché dotati di quegli ―esili acuminati sensi‖ di cui parlava Zanzotto, non possono fare a meno di sentirne l‘urlo…. Oggi però la foglia non è di quelle cadenti, resta attaccata. La foglia Io sono come quella foglia - guarda sul nudo ramo, che un prodigio ancora tiene attaccata. Negami dunque. Non ne sia rattristata la bella età che a un'ansia ti colora, e per me a slanci infantili s'attarda. Dimmi tu addio, se a me dirlo non riesce. Morire è nulla; perderti è difficile. Umberto Saba, 1942. In ―Il canzoniere‖

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Per la morte di George, la tartaruga gigante delle Galapagos, da tempo ormai ultimo esemplare della sua specie.

Ha una sua solitudine lo spazio, solitudine il mare e solitudine la morte - eppure tutte queste son folla in confronto a quel punto più profondo, segretezza polare, che è un‘anima al cospetto di se stessa: infinità finita. Emily Dickinson, 1855.

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Esistere psichicamente Da questa artificiosa terra-carne esili acuminati sensi e sussulti e silenzi, da questa bava di vicende - soli che urtarono fili di ciglia ariste appena sfrangiate pei colli da questo lungo attimo inghiottito da nevi, inghiottito dal vento, da tutto questo che non fu primavera non luglio non autunno ma solo egro spiraglio ma solo psiche, da tutto questo che non è nulla ed è tutto ciò ch'io sono: tale la verità geme a se stessa, si vuole pomo che gonfia ed infradicia. Chiarore acido che tessi i bruciori d'inferno degli atomi e il conato torbido d'alghe e vermi, chiarore-uovo che nel morente muco fai parole e amori. Andrea Zanzotto. In ―Vocativo‖, 1957

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In questa antologia ci saranno anche inediti. Saranno pochi, Vincenzo Errico è tra questi. I versi di questa sua poesia, che evocano il gatto di Poe, grondano di sacrificale ―spirito‖, fin dal titolo. alcool, alcool, alcool A compiere il rito digestivo dopo cena, ci sedemmo, io e mia madre, fuori casa a prendere il fresco della sera, aspettare parole che sarebbero venute sulla vita, le cose, le persone, figli lontani, quelli degli altri che crescono, chi muore, si sposa e chi lavora lì o per niente ovunque. In tutto questo un gatto nero pancia all‘aria, da due giorni nel campo accanto casa, cominciava a puzzare di morto animale avvelenato o ferito da ruote di macchina assassina. Aveva trovato il posto per sdraiarsi e andare. E come fare per non sentirlo più nel suo esser morto? Quattro fascine di bouganville, rami secchi tagliati a Pasqua sono stati il suo rogo, la sua funebre pira. Ma il fiammifero non si accendeva, vecchio, accennava una fiamma che poi moriva anch‘essa. Pensavo d‘aver fatto bene, tra le vampe, insieme al mio amico d‘infanzia, passato lì e tirato con supplica nel rito nauseabondo. La pratica amicizia cresciuta in mille fatti il silenzio accarezzava. Non è bastato il fuoco a cenerire e allora alcool alcool alcool, ma di seppellire non se ne parlava. Stanotte mi svegliai di brutto per un sogno: un mostro si accaniva su di me… e il gatto che ardeva ieri sera? Vincenzo Errico. In Taccuino blu.

Andrea ... oddio, un altro che ha fatto del taccuino blu un feticcio. Io perché, anche il tuo taccuino è blu? ;-) Andrea no, la maggior parte dei miei hanno la copertina nera, ma illo deve essere un'altro seguace di Auster...

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Siamo in un teatro popolare, è in scena una versione dell‘Otello di Shakespeare. Jago-Totò mette in atto il suo ruolo nel falso tradimento di Desdemona con Cassio. Il pubblico non gradisce l‘esito tragico della storia che prevede l‘assassinio di Desdemona da parte di Otello, gli spettatori salgono sul palcoscenico, uccidono Jago e Otello e portano in trionfo Desdemona e Cassio. I due attorimarionette (Jago e Otello) saranno buttati nel camion della spazzatura, poi nella discarica, accompagnati dal canto di Domenico Modugno. Jago e Otello, tra i rifiuti, guardano sopra di loro le nuvole e ―la straziante meravigliosa bellezza del creato‖. Che cosa sono le nuvole? Ch'io possa esser dannato se non ti amo. E se così non fosse non capirei più niente. Tutto il mio folle amore lo soffia il cielo lo soffia il cielo... così. Ah! Malerba soavemente delicata di un profumo che dà gli spasimi! Ah! ah! tu non fossi mai nata! Tutto il mio folle amore lo soffia il cielo lo soffia il cielo... così Il derubato che sorride ruba qualcosa al ladro, ma il derubato che piange ruba qualcosa a se stesso. Perciò io mi dico finché sorriderò tu non sarai perduta. Ma queste son parole e non ho mai sentito che un cuore, un cuore affranto si cura con l'udito. Tutto il mio folle amore lo soffia il cielo lo soffia il cielo... così. Testo di Pier Paolo Pasolini. Musica di Domenico Modugno

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Qualcuno, forse Shakespeare, diceva che il poeta è colui che fa notare cose che tutti vedono senza notare. Spesso quello che non si nota è il rimosso e il poeta è colui che, a volte brutalmente, mette di fronte al rimosso. E‘ il caso di stamattina e della poesia che avevo in mente, di Pavese, ―Verrà la morte e avrà i tuoi occhi‖, poi il rimosso ha vinto, ma appena un po‘ e ho scelto Pessoa che da giusta voce alla menzogna che è necessaria per fronteggiare la verità.

Il poeta è un fingitore. Finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente. E quanti leggono ciò che scrive, nel dolore letto sentono proprio non i due che egli ha provato, ma solo quello che essi non hanno. E così sui binari in tondo gira, illudendo la ragione, questo trenino a molla che si chiama cuore. Fernando Pessoa, Autopsicografia, 1931. In ―Una sola moltitudine‖.

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I versi di oggi potrebbero celebrare solennemente l‘apertura di una conferenza mondiale sulla terra, un Rio+20 moderato da poeti! Una dichiarazione d‘amore immensa questa poesia che non potresti dire se indirizzata a una donna o alla madre terra e già chiederselo significa perderne il significato.

Scritto con inchiostro verde L'inchiostro verde crea giardini, selve, prati, fogliami dove cantano le lettere, parole che son alberi, frasi che son verdi costellazioni. Lascia che le parole mie scendano e ti ricoprano come una pioggia di foglie su un campo di neve, come la statua l'edera, come l'inchiostro questo foglio. Braccia, cintura, collo, seno, la fronte pura come il mare, la nuca di bosco in autunno, i denti che mordono un filo d'erba. Segni verdi costellano il tuo corpo come il corpo dell'albero le gemme. Non t'importi di tante piccole cicatrici luminose: guarda il cielo e il suo verde tatuaggio di stelle. Octavio Paz

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Mi soffermo ancora una volta sulle calde note messicane di Paz.

Due corpi Due corpi, uno di fronte all'altro, sono a volte due onde e la notte è oceano. Due corpi, uno di fronte all'altro, sono a volte due pietre e la notte deserto. Due corpi, uno di fronte all'altro, sono a volte radici nella notte intrecciate. Due corpi, uno di fronte all'altro, sono a volte coltelli e la notte lampo. Octavio Paz

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Lingua e dialettu Un populu mittitulu a catina spugghiatulu attuppatici a vucca, è ancora libiru. Livatici u travagghiu u passaportu a tavola unni mancia u lettu unni dormi è ancora riccu. Un populu, diventa poviru e servu quannu ci arribbanu a lingua addutata di patri: è persu pi sempri. Diventa poviru e servu quannu i paroli non figghianu paroli e si manciunu tra d'iddi. Minn'addugnu ora, mentri accordu a chitarra du dialettu ca perdi na corda lu jornu. Mentri arripezzu a tila camulata chi tesseru i nostri avi cu lana di pecuri siciliani e sugnu poviru haiu i dinari e non li pozzu spènniri, i giuielli e non li pozzu rigalari; u cantu, nta gaggia cu l'ali tagghati U poviru, c'addatta nte minni strippi da matri putativa, chi u chiama figghiu pi nciuria. Nuàtri l'avevamu a matri, nni l'arrubbaru; aveva i minni a funtani di latti e ci vippiru tutti,

Lingua e dialetto Un popolo mettetelo in catene spogliatelo tappategli la bocca è ancora libero. Levategli il lavoro il passaporto la tavola dove mangia il letto dove dorme, è ancora ricco. Un popolo diventa povero e servo quando gli rubano la lingua ricevuta dai padri: è perso per sempre. Diventa povero e servo quando le parole non figliano parole e si mangiano tra di loro. Me ne accorgo ora, mentre accordo la chitarra del dialetto che perde una corda al giorno. Mentre rappezzo la tela tarmata che tesserono i nostri avi con lana di pecore siciliane. E sono povero: ho i danari e non li posso spendere; i gioielli e non li posso regalare; il canto nella gabbia con le ali tagliate. Un povero che allatta dalle mammelle aride della madre putativa, che lo chiama figlio per scherno. Noialtri l‘avevamo, la madre, ce la rubarono; aveva le mammelle a fontana di latte e ci bevvero tutti,

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ora ci sputanu. Nni ristò a vuci d'idda, a cadenza, a nota vascia du sonu e du lamentu: chissi non nni ponnu rubari. Nni ristò a sumigghianza, l'annatura, i gesti, i lampi nta l'occhi: chissi non ni ponnu rubari. Non nni ponnu rubari, ma ristamu poviri e orfani u stissu. Ignazio Buttitta, 1970

ora ci sputano. Ci restò la voce di lei, la cadenza, la nota bassa del suono e del lamento: queste non ce le possono rubare. Ci restò la somiglianza, l‘andatura, i gesti, la luce negli occhi: questi non ce li possono rubare. Non ce le possono rubare, ma restiamo poveri e orfani lo stesso.

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Sandro Penna è stato il cantore della bellezza dei fanciulli. Le sue poesie sono spesso rapide quartine, a volte hanno meno versi, a volte di più. Sono piccoli bagliori di luce nel buio, appena sufficienti per scorgere quello che c‘è intorno, per non esserne sopraffatti. Tutta la poesia di Penna può essere letta come una variazione di quel ―Godi, fanciullo mio; stato soave, / Stagion lieta è cotesta. / Altro dirti non vo'; ma la tua festa / Ch'anco tardi a venir non ti sia grave.‖

Esco dal mio lavoro tutto pieno di aride parole. Ma al cancello hanno posto gli dèi per la mia gioia un fanciullo che giuoca con la noia. *** Le stelle sono immobili nel cielo. L'ora d'estate è uguale a un'altra estate. Ma il fanciullo che avanti a te cammina se non lo chiami non sarà più quello ... *** Ecco il fanciullo acquatico e felice. Ecco il fanciullo gravido di luce più limpido del verso che lo dice. Dolce stagione di silenzio e sole e questa festa di parole in me. Sandro Penna

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Di un rapido bagliore di luce dicevo ieri a proposito della poesia di Penna, l‘autore di oggi il suo cerino l‘ha tenuto acceso appena un po‘ più a lungo, quanto era sufficiente per vedere cosa si celava dietro quella bellezza che estasiava Penna.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi Verrà la morte e avrà i tuoi occhi questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo. I tuoi occhi saranno una vana parola, un grido taciuto, un silenzio. Così li vedi ogni mattina quando su te sola ti pieghi nello specchio. O cara speranza, quel giorno sapremo anche noi che sei la vita e sei il nulla. Per tutti la morte ha uno sguardo. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Sarà come smettere un vizio, come vedere nello specchio riemergere un viso morto, come ascoltare un labbro chiuso. Scenderemo nel gorgo muti. Cesare Pavese, 1951.

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Ci sono canzoni che vengono direttamente dalla poesia, questa è una di quelle… Siamo di fronte all‘immenso sagrato di una chiesa vuota, sugli scalini una sterminata moltitudine di mendicanti di giorni e bellezza. Un disperato interrogarsi di cosa metta insieme questa moltitudine. Davanti a questo interrogarsi ―persino il Padreterno da così lontano guardando quell'inferno dovrà benedire‖ un‘umanità senza giudizio, che la felicità è un accidente. Uno sguardo colmo di pietas quello di Chico Buarque de Hollanda e di Ivano Fossati in questa canzone che per me è una delle più belle mai scritte, impreziosita dalla magnifica interpretazione di Fiorella Mannoia. Come per le canzoni di Mimì è difficile, dopo averle ascoltate da loro, immaginarle cantate da altri.

Ah che sarà Ah, che sarà, che sarà che vanno sospirando nelle alcove che vanno sussurrando in versi e strofe che vanno combinando in fondo al buio che gira nelle teste, nelle parole che accende le candele nelle processioni che va parlando forte nei portoni e grida nei mercati che con certezza sta nella natura nella bellezza quel che non ha ragione né mai ce l'avrà quel che non ha rimedio né mai ce l'avrà quel che non ha misura. Ah, che sarà, che sarà che vive nell'idea di questi amanti che cantano i poeti più deliranti che giurano i profeti ubriacati che sta sul cammino dei mutilati e nella fantasia degli infelici che sta nel dai-e-dai delle meretrici nel piano derelitto dei banditi. Ah, che sarà, che sarà quel che non ha decenza né mai ce l'avrà quel che non ha censura né mai ce l'avrà quel che non ha ragione. Ah che sarà, che sarà che tutti i loro avvisi non potranno evitare che tutte le risate andranno a sfidare che tutte le campane andranno a cantare e tutti gli inni insieme a consacrare e tutti i figli insieme a purificare e i nostri destini ad incontrare persino il Padreterno da così lontano guardando quell'inferno dovrà benedire quel che non ha governo né mai ce l'avrà quel che non ha vergogna né mai ce l'avrà quel che non ha giudizio. Chico Buarque de Hollanda, Ivano Fossati, 1989.

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Il silenzio va ascoltato. Edgar Lee Masters sapeva ascoltare il silenzio, lui che scrisse il suo poema umano sulla collina silenziosa di una piccola comunità dove gli abitanti riposavano. Di quella piccola comunità silenziosa fece specchio del destino universale e Spoon River divenne la storia di tutti e di sempre. E‘ dei poeti ―avere l‘infinito nel palmo della mano‖, come disse il visionario Blake. Un'altra grande anima diede voce al silenzio di quella collina riecheggiando quartine di Khayyam e il suonatore Jones divenne il mistico ubriaco di vino e santità che chiede al mercante di liquori "tu che lo vendi, cosa ti compri di migliore?" La poesia di oggi è compendio e summa dell‘Antologia di Spoon River dove l‘urgenza della parola serve solo a dare voce al silenzio.

Il silenzio Ho conosciuto il silenzio delle stelle e del mare e il silenzio della città quando si placa e il silenzio di un uomo e di una vergine e il silenzio con cui soltanto la musica trova linguaggio. Il silenzio dei boschi prima che sorga il vento di primavera e il silenzio dei malati quando girano gli occhi per la stanza, e chiedo per le cose profonde a che serve il linguaggio. Un animale nei campi geme una o due volte quando la morte coglie i suoi piccoli; noi siamo senza voce di fronte alla realtà. Noi non sappiamo parlare. Un ragazzo curioso domanda a un vecchio soldato seduto davanti la drogheria Come hai perduto la gamba? e il vecchio soldato è colpito di silenzio e poi gli dice Me l‘ha mangiata un orso. E il ragazzo stupisce, mentre il vecchio soldato, muto, rivive come in sogno le vampe dei fucili il tuono del cannone le grida dei colpiti a morte e sé stesso disteso al suolo i chirurghi dell‘ospedale i ferri i lunghi giorni di letto. Ma se sapesse descrivere ogni cosa sarebbe un artista, ma se fosse un artista vi sarebbero ferite più profonde che non saprebbe descrivere. C‘è il silenzio di un grande odio e il silenzio di un grande amore e il silenzio di una profonda pace dell‘anima e il silenzio di un‘amicizia avvelenata.

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C‘è il silenzio di una crisi spirituale attraverso la quale l‘anima, sottilmente tormentata, giunge con visioni inesprimibili in un regno di vita più alta, e il silenzio degli dèi che si capiscono senza parlare. C‘è il silenzio della sconfitta c‘è il silenzio di coloro che sono ingiustamente puniti e il silenzio del morente, la cui mano stringe subitamente la vostra. C‘è il silenzio tra padre e figlio, quando il padre non sa spiegare la sua vita, sebbene in tal modo non trovi giustizia. C‘è il silenzio che interviene fra il marito e la moglie c‘è il silenzio dei falliti e il vasto silenzio che copre le nazioni disfatte e i condottieri vinti. C‘è il silenzio di Lincoln, che pensa alla povertà della sua giovinezza e il silenzio di Napoleone dopo Waterloo e il silenzio di Giovanna d‘Arco che dice tra le fiamme Gesù benedetto rivelando in due parole ogni dolore, ogni speranza. C‘è il silenzio dei vecchi, troppo carichi di saggezza perché la lingua possa esprimerla in parole intelligibili a coloro che non hanno vissuto la grande parabola della vita. E c‘è il silenzio dei morti. Se noi che siamo vivi non sappiamo parlare di profonde esperienze, perché vi stupite che i morti non vi parlino della morte? Quando li avremo raggiunti il loro silenzio avrà spiegazione. Edgar Lee Masters.

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Andrea ―Bè, è proprio il caso di abbassare il livello con una risposta improntata alla cultura pop, trattasi di una canzone uscita come singolo nel 1990 cioè circa 75 anni dopo la pubblicazione dello sforzo di E.L. Masters... anche qui il tema è il silenzio, o meglio, le parole a che servono?‖ Non sono d‘accordo che la proposta di Andrea abbassi ―livello‖!

Enjoy the silence Words like violence Break the silence Come crashing in Into my little world Painful to me Pierce right through me Can't you understand Oh my little girl All I ever wanted All I ever needed Is here in my arms Words are very unnecessary They can only do harm Vows are spoken To be broken Feelings are intense Words are trivial Pleasures remain So does the pain Words are meaningless And forgettable All I ever wanted All I ever needed Is here in my arms Words are very unnecessary They can only do harm Enjoy the silence Martin Gore, Depeche Mode, In "Violator", 1990.

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Dedicata a Giorgio M., sicuramente Giorgio Manganelli che di Alda Merini fu mentore e, forse, amante. Entrambi ricevettero le tavole della legge dal monte Sinai del manicomio, entrambi furono battezzati ―in una pozza di acqua infetta‖. Non aveva nulla di divino la loro follia ma gli riservò l‘amaro privilegio di vedere nel fondo ―di una legge agli uomini sconosciuta‖.

a Giorgio M.

Rattratta contro un muro, un giorno una povera vecchia mi ha svelato il mistero della vita. Se tu sapessi come è pallido il canto dei grandi poeti! Vanno e vengono confusi nel tutto e latrano invano… Somigliano a una muta di cani alla periferia della terra dove siringhe e odori sconfiggono il male oscuro e cadono ai piedi del mondo come eroi prigionieri. Alda Merini. In "Ballate non pagate", 1995.

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Dopo essere stato per qualche giorno nel mio Salento vi saluto con i versi di Vittorio Bodini, cantore di un sud quasi mitologico per chi non vi è nato. Poco noto Bodini, purtroppo. ―Tu non conosci il Sud, le case di calce / da cui uscivamo al sole come numeri / dalla faccia d'un dado.‖ (Da Foglie di Tabacco 1945-47) Quel tu non conosci di apertura riecheggia un altro verso di maggior notorietà ―Tu non ricordi la casa dei doganieri‖ scriveva Montale qualche anno prima. Anche in La casa dei doganieri ci sono dadi e se per il poeta di Genova ―il calcolo dei dadi più non torna‖ per il poeta di Lecce i numeri dei dadi siamo noi stessi. E‘ il Sud quel varco di cui Montale parla? Azzardato il mio nesso forse, o forse no. Non è mitologico un sud dove per un sole atroce le foglie cadute s‘accartocciano più in fretta che altrove, le stradine hanno crepe come linee delle mani e la gente vive nella memoria di antichi dei e alla loro ombra.

Qui non vorrei vivere dove vivere mi tocca, mio paese, così sgradito da doverti amare; lento piano dove la luce pare di carne cruda e il nespolo va e viene fra noi e l'inverno. Pigro come una mezzaluna nel sole di maggio, la tazza di caffè, le parole perdute, vivo ormai nelle cose che i miei occhi guardano: divento ulivo e ruota d'un lento carro, siepe di fichi d'India, terra amara dove cresce il tabacco. Ma tu, mortale e torbida, così mia, così sola, dici che non è vero, che non è tutto. Triste invidia di vivere, in tutta questa pianura non c'è un ramo su cui tu voglia posarti. Vittorio Bodini. In La luna dei Borboni

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Mi trattengo ancora qualche giorno su Bodini. I pomodori secchi fanno parte dei punti cardinali del Salento, insieme alle olive, l‘uva, un tempo le foglie di tabacco e altri tesori. I pomodori secchi mi sono particolarmente cari perché con il loro impasto si fa una salsa da spalmare, sapore leggermente acido e decisamente sapido. Solitamente si mette un po‘ di peperoncino piccante nell‘impasto e allora quella salsa si trasforma, per un prodigio della lingua, in ―salsa amara‖. Dovreste vederle quelle distese di pomodori a seccare al sole, spaccati a metà e stesi sulle tavole appoggiate sui tufi, campi di papaveri immobili che a tratti sembra sangue rappreso.

I pomodori secchi attaccati a uno spago e le donne dai cuori di cicoria. I pomodori secchi e i datteri gialli, e le donne che colgono le olive fra gli olivastri, con la bocca viola; tutto è univoco e perso a furia d'esistere. Dove hai nascosto, cielo, l'altra ipotesi? Quale parte è la nostra? Non saremo null'altro che rozzi testimoni di questo esistere? Vittorio Bodini. In Inediti (1954-1961)

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http://www.youtube.com/watch?v=pu_5YV24Qmo ―s’ode un canto dai campi di tabacco‖. Ho fatto in tempo ad ascoltarli quei canti dai campi, ero piccolo e ancora oggi mentre cammino per i campi li sento risuonare nelle mie orecchie. La mia non è rievocazione è continuo andare e venire da me a me. Il mio paesino è ancora più a sud di quelli nominati nel filmato, si spinge ancora più a sud. I canti nei campi sono quasi sempre canti di donne, perché contrariamente a quanto potrete trovare negli studi sociologici o etnografici le società del sud sono società matriarcali, lo sono sempre state e ai poveri uomini, bambini inconsolabili, non resta che continuare a credere di essere i capo-famiglia. ―Le antiche donne‖, con le loro mani ―aperte pietre sui grembi‖, hanno sempre saputo di dover celare con cura questo segreto agli uomini, troppo fragili per poterlo sopportare.

Una funesta mano con languore dai tetti visita i forni spenti, le stalle in cui si desta una lanterna o voce impolverata. Come da un astro prossimo a morire s'ode un canto dai campi di tabacco. Sulle soglie, in ascolto, le antiche donne sedute - o macchie che la luna ripercuote nell'aria socchiudono pupille d'una astratta durezza dai palmi delle mani, aperte pietre sui grembi. Vittorio Bodini. In Foglie di tabacco (1945-47)

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Questa non è di Bodini, anzi l‘autore mi assicura di averla scritta prima di conoscere le poesie di Bodini, conoscenza avvenuta piuttosto recentemente, purtroppo. Solo una piccola introduzione. Dalle mie parti è un‘arte antica quella degli artigiani che intrecciano canne, vimini, giunchi, rami di lentisco, di mirto, di olivastro... Si realizzano canestri, ceste, sporte, nasse per la pesca... Sono pochi ormai quelli che conservano quest‘arte. Passeggiando per le viuzze di Gallipoli trovi qualche anziano intento a intrecciare nasse di giunchi. Nei paesi del Capo di Santa Maria di Leuca c‘è ancora una produzione artigianale di ceste e altri oggetti. Ricordo quando ero bambino al mare dai miei nonni c‘era un signore, si chiamava Cosimo, come mio nonno, e tutti i pomeriggi intagliava e intrecciava canne e vimini per fare rivestimenti per le damigiane, vassoi, fiaschi… Per me era un incanto vedere quelle dita muoversi come aghi a cucire quei fili spessi intorno al niente che piano piano prendeva forma. Molto tempo dopo ho capito che quell‘attività non era una semplice realizzazione di oggetti, era qualcosa di molto più complesso. In quell‘intreccio intorno al niente c‘era e c‘è la tessitura di una vita.

All'ombra degli ulivi cuciamo scampoli di giorni, vendiamo stracci e memorie a costi di fabbrica prossima alla chiusura. Qui, nei pomeriggi caldi, intrecciamo parole e destini con giunchi secchi, canne e rami di vimini. Le nostre vite sono discorsi interrotti ad arte all'ombra degli ulivi.

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Più di qualcuno ha apprezzato ―l‘urgenza della parola per celebrare l‘apoteosi del silenzio‖, era una nota scritta nel mio taccuino dopo aver letto la Trilogia di Beckett, lettura faticosissima, come scalare una vetta e trovarsi su una montagna di polvere. Tutta l‘opera di questo gigante del 900 è questo per me, ―l‘urgenza della parola per celebrare l‘apoteosi del silenzio‖. La vita stessa una pausa tra due immensi silenzi, pausa fatta di parole ―…bisogna dire delle parole, intanto che ci sono, bisogna dirle, fino a quando esse non mi trovino…‖ (In L‘innominabile, 1953). Bisogna dirle le parole per abitarle, in silenzio. Se posso usare un‘immagine, sempre che un‘immagine possa descrivere Beckett, è quella di una noce sospesa nel vuoto, un guscio di parole che chiude il silenzio, immerso in un silenzio abissale. Beckett sembra più interessato al silenzio abissale… Una pausa tra due silenzi ed essere sottratti al primo silenzio è il supremo delitto del quale non si da redenzione, neanche con il secondo. Da qualche parte ho letto, o forse l‘ho scritto io stesso ma non ricordo più, che il silenzio è l‘unico posto dove incontrare sé stessi, forse è dal terrore che questo incontro avvenga che nasce l‘orrore del silenzio cui oggi assistiamo… ormai i posti dove poter stare in silenzio sono oltre quota 2000 o in campagna sopra i 40° tra un frinito e l‘altro delle cicale. ―Tacere e ascoltare, neanche uno su cento ne è capace, non sa neppure cosa significhi. Eppure è allora che, al di là dell‘assurdo frastuono, si può distinguere il silenzio di cui è fatto l‘universo.‖ (In Malloy, 1951).

Silenzio Musica dell'indifferenza cuore tempo aria fuoco sabbia del silenzio frana d'errori copri le loro voci ch'io non mi senta più tacere. Samuel Beckett

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L‘amore, si sa, è il soggetto da sempre più cantato nella poesia. ―Eros mi scuote la mente / come il vento sui monti gli alberi invade‖ scriveva Saffo nella sua isola. Cosa non farebbero gli innamorati per amore? In difesa del proprio amore gli innamorati chiamerebbero a raccolta tutti gli dèi dell‘universo, innalzerebbero templi in una notte per distruggerli alle prime luci dell‘alba, ingannerebbero la morte per incatenarla negli abissi marini, lotterebbero disarmati contro legioni di demoni, farebbero questo e altro… ma quando è troppo è troppo!

Io ti amo Io ti amo e se non ti basta ruberò le stelle al cielo per farne ghirlanda e il cielo vuoto non si lamenterà di ciò che ha perso che la tua bellezza sola riempirà l'universo Io ti amo e se non ti basta vuoterò il mare e tutte le perle verrò a portare davanti a te e il mare non piangerà di questo sgarbo che onde a mille, e sirene non hanno l'incanto di un solo tuo sguardo Io ti amo e se non ti basta solleverò i vulcani e il loro fuoco metterò nelle tue mani, e sarà ghiaccio per il bruciare delle mie passioni Io ti amo e se non ti basta anche le nuvole catturerò e te le porterò domate e su te piover dovranno quando d'estate per il caldo non dormi E se non ti basta perché il tempo si fermi fermerò i pianeti in volo e se non ti basta vaffanculo. Stefano Benni.

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Di chi parla questa poesia di Evtusenko? Degli illuminati? Dei saggi? Dei matti? O forse dei poeti? C‘è davvero differenza tra questi ―partecipi di una suprema conoscenza‖? Se questa poesia non facesse parte di una raccolta di poesie d‘amore potremmo non capire che parla degli amanti, di coloro che amano. E cosa sono gli amanti se non illuminati, saggi, matti e forse poeti? Coloro che amano vivono uno stato di alterazione dell‘anima, alterazione nel senso di alter, altro, diverso. Uno stato alterato dell‘anima, uno stato in cui vi è assenza di inganno che sembra inganno, mentre quello che era inganno non si mostra tale. Piccola divagazione. Alterazione, la valenza negativa del termine è nel timore dell‘altro. L‘etimo della parola non rivela alcuna accezione negativa che non sia una lettura disinvolta di un principio di per sé equivoco, il principio di identità di Aristotele, un principio che molti dicono di logica ma che in molte occasioni appare di comodo.

Sono meravigliosi i primi incanti. Pericolosi come le ferite... Ma non ha importanza - Al di sopra del tran tran noi, partecipi di una suprema conoscenza, siamo salvati da una beata cecità. E non temendo di incespicare, sciocchi, dal punto di vista dei vedenti, portiamo volti incantati tra la folla disincantata. Dal quotidiano, dai tornaconti della vita, dai pallidi scettici, dai rosei opportunisti, qualcosa che brilla ci attira lontano, trasfigurando coi riflessi il mondo. Ma l'inesorabilità dei disincanti ci apre gli occhi. Da ogni lato, di colpo, acquista i contorni quanto, prima d'allora, ignoto a noi. Il mondo che ci appare non riluce, non è offuscato, né è illuminato da nulla di particolare, ma questa assenza di inganno, sembra inganno e quello che era tale, non lo pare. Non la capacità d'essere ultrasapiente drago, né il dubbio onore dell'esperienza, ma la proprietà d'essere incantati dal mondo, ci rivela il mondo come esso è. D'improvviso qualcuno con volto incantato guizza, affrettandosi verso uno scintillio lontano, e cieco non ci sembra affatto ciechi sembriamo a noi stessi noi... Evgenij Aleksandrovic Evtusenko, 1963. In: Poesie d'amore, 1989.

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Di inganni che non sembrano tali si diceva nella precedente poesia. Se gli inganni fossero veri questa poesia di Rodari parlerebbe di inganni ma poiché gli inganni veri non sono allora forse parla della realtà che si finge inganno e dei supremi maestri dell‘inganno: gli specchi. Quale raffinata malia fa considerare le immagini che mostrano un fedele riflesso della realtà?

Un rotolo di corda se ne sta lì tutto arrotolato e finge di essere un pitone addormentato. Una nuvola finge di essere un castello, una balena un cammello. Ieri uno specchio ha finto di essere la mia faccia e mi mostrava i denti. Con tanti bugiardi in giro bisogna stare attenti! Un sacco nero finge di essere spazzatura: in realtà è un abito da sera. Gianni Rodari

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Per una presentazione a questa poesia rimando ai commenti in http://cosechedimentico.blogspot.it/2011/05/la-tovaglia.html

La tovaglia Le dicevano: - Bambina! che tu non lasci mai stesa, dalla sera alla mattina, ma porta dove l'hai presa, la tovaglia bianca, appena ch'è terminata la cena! Bada, che vengono i morti! i tristi, i pallidi morti! Entrano, ansimano muti. Ognuno è tanto mai stanco! E si fermano seduti la notte intorno a quel bianco. Stanno lì sino al domani, col capo tra le due mani, senza che nulla si senta, sotto la lampada spenta. E` già grande la bambina: la casa regge, e lavora: fa il bucato e la cucina, fa tutto al modo d'allora. Pensa a tutto, ma non pensa a sparecchiare la mensa. Lascia che vengano i morti, i buoni, i poveri morti. Oh! la notte nera nera, di vento, d'acqua, di neve, lascia ch'entrino da sera, col loro anelito lieve; che alla mensa torno torno riposino fino a giorno, cercando fatti lontani col capo tra le due mani. Dalla sera alla mattina, cercando cose lontane, stanno fissi, a fronte china, su qualche bricia di pane, e volendo ricordare, bevono lagrime amare. Oh! non ricordano i morti, i cari, i cari suoi morti! - Pane, sì... pane si chiama, che noi spezzammo concordi: ricordate?... E` tela, a dama: ce n'era tanta: ricordi?... Queste?... Queste sono due, come le vostre e le tue, due nostre lagrime amare cadute nel ricordare! Giovanni Pascoli, La tovaglia, in I canti di Castelvecchio, 1903.

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Montale è tra gli Déi della poesia. Raccogliere in uno sberleffo dalla perfezione cristallina millenni di storia è roba che solo un Dio può permettersi. ―Al mio ritorno l’ordine si rifà / con supplemento di briciole‖. Ordine e briciole di pane, l‘accostamento quasi blasfemo è sufficiente a far vacillare secoli di fiducia nella razionalità ordinatrice… non ricordo più chi ha detto che dopo Cartesio tutta la filosofia è stato un continuo cercare i suoi errori… ma divagazione a parte delle briciole si diceva che soddisfano bisogni corporali, antichi e inevitabili.

La solitudine Se mi allontano due giorni i piccioni che beccano sul davanzale entrano in agitazione secondo i loro obblighi corporativi. Al mio ritorno l'ordine si rifà con supplemento di briciole e disappunto del merlo che fa la spola tra il venerato dirimpettaio e me. A COSI' POCO E' RIDOTTA LA MIA FAMIGLIA. E c'è chi ne ha una o due, che spreco, ahimè! Eugenio Montale

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―Forse pronunciate la mia condanna con maggior timore di quanto io abbia nel riceverla‖, pare fossero le parole di Giordano Bruno quando il tribunale che lo giudicò stava per pronunciare la sentenza di morte. Abiura o morte fu l‘alternativa che gli venne posta, Giordano Bruno preferì la morte fisica alla morte morale e intellettuale. La storia è nota, come è noto chi sia morto su quel rogo in piazza Campo de‘ Fiori di qualche tempo fa.

Lasciate l‘ombre et abbracciate il vero. Non cangiate il presente col futuro. Voi siete il veltro che nel rio trabocca, mentre l‘ombra desia di quel c‘ha in bocca. Aviso non fu mai di saggio o scaltro perdere un ben per acquistarne un altro. A che cercate sì lungi diviso se in voi stessi trovate il paradiso? Anzi, chi perde l‘un mentre è nel mondo, non speri dopo morte l‘altro bene: per che si sdegna il ciel dar il secondo a chi il primero don caro non tene; cossì credendo alzarvi gite al fondo, et a i piacer togliendovi, a le pene vi condannate: e con inganno eterno bramando il ciel vi state ne l‘inferno. Giordano Bruno, In ―Lo spaccio della bestia trionfante‖

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Due vecchi seduti davanti al camino in una sera d‘inverno. Parla solo uno dei due, l‘altro ascolta muto, ogni parola è un macigno. Un corpo a corpo con Dio. Ecco cos‘è questa poesia di Ungaretti, l‘immenso Ungaretti. Dio resta in silenzio. Ci sono poesie che non vanno commentate. Forse perché ogni commento potrebbe offenderle, forse perché il commentatore ritiene prudente non esporsi a emozioni troppo forti di prima mattina.

La Pietà 1 Sono un uomo ferito. E me ne vorrei andare E finalmente giungere, Pietà, dove si ascolta L‘uomo che è solo con sé. Non ho che superbia e bontà. E mi sento esiliato in mezzo agli uomini. Ma per essi sto in pena. Non sarei degno di tornare in me? Ho popolato di nomi il silenzio. Ho fatto a pezzi cuore e mente Per cadere in servitù di parole? Regno sopra fantasmi. O foglie secche, anima portata qua e là… No, odio il vento e la sua voce Di bestia immemorabile. Dio, coloro che t‘implorano Non ti conoscono più che di nome? M‘hai discacciato dalla vita. Mi discaccerai dalla morte? Forse l‘uomo è anche indegno di sperare. Anche la fonte del rimorso è secca? Il peccato che importa, se alla purezza non conduce più. La carne si ricorda appena Che una volta fu forte. È folle e usata, l‘anima. Dio guarda la nostra debolezza.

Vorremmo una certezza. Di noi nemmeno più ridi? E compiangici dunque, crudeltà. Non ne posso più di stare murato Nel desiderio senza amore. Una traccia mostraci di giustizia. La tua legge qual è? Fulmina le mie povere emozioni, liberami dall‘inquietudine. Sono stanco di urlare senza voce. 2 Malinconiosa carne dove una volta pullulò la gioia, occhi socchiusi del risveglio stanco, tu vedi, anima troppo matura, quel che sarò, caduto nella terra? È nei vivi la strada dei defunti, siamo noi la fiumana d‘ombre, sono esse il grano che ci scoppia in sogno, loro è la lontananza che ci resta, e loro è l‘ombra che dà peso ai nomi, la speranza d‘un mucchio d‘ombra e null‘altro è la nostra sorte? E tu non saresti che un sogno, Dio? Almeno un sogno, temerari, vogliamo ti somigli. È parto della demenza più chiara. Non trema in nuvole di rami Come passeri di mattina Al filo delle palpebre.

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In noi sta e langue, piaga misteriosa. 3 La luce che ci punge È un filo sempre più sottile. Più non abbagli tu, se non uccidi? Dammi questa gioia suprema. 4 L‘uomo, monotono universo, crede allargarsi i beni e dalle sue mani febbrili

non escono senza fine che limiti. Attaccato sul vuoto Al suo filo di ragno, non teme e non seduce se non il proprio grido. Ripara il logorio alzando tombe, e per pensarti, Eterno, non ha che le bestemmie. Giuseppe Ungaretti, 1928. In ―Sentimento del Tempo‖

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Previsioni meteo per settembre!

La pioggia nel pineto Taci. Su le soglie del bosco non odo parole che dici umane; ma odo parole più nuove che parlano gocciole e foglie lontane. Ascolta. Piove dalle nuvole sparse. Piove su le tamerici salmastre ed arse, piove sui pini scagliosi ed irti, piove su i mirti divini, su le ginestre fulgenti di fiori accolti, su i ginepri folti di coccole aulenti, piove su i nostri volti silvani, piove su le nostre mani ignude, su i nostri vestimenti leggeri, su i freschi pensieri che l'anima schiude novella, su la favola bella che ieri t'illuse, che oggi m'illude, o Ermione. Odi? La pioggia cade su la solitaria verdura con un crepitio che dura e varia nell'aria secondo le fronde più rade, men rade. Ascolta. Risponde al pianto il canto delle cicale che il pianto australe non impaura, né il ciel cinerino. E il pino ha un suono, e il mirto altro suono, e il ginepro altro ancora, stromenti diversi sotto innumerevoli dita. E immersi noi siam nello spirito silvestre, d'arborea vita viventi; e il tuo volto ebro è molle di pioggia come una foglia, e le tue chiome auliscono come le chiare ginestre, o creatura terrestre che hai nome Ermione. Ascolta, Ascolta. L'accordo delle aeree cicale a poco a poco più sordo si fa sotto il pianto che cresce; ma un canto vi si mesce più roco che di laggiù sale, dall'umida ombra remota. Più sordo e più fioco s'allenta, si spegne. Gabriele D'annunzio

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―I polacchi non morirono subito / e inginocchiati agli ultimi semafori / rifacevano il trucco alle troie di regime / lanciate verso il mare‖, cantava De Andrè nella sua La domenica delle salme, uno dei tanti vertici del poeta genovese. ―La domenica delle salme / si portò via tutti i pensieri / e le regine del tua culpa / affollarono i parrucchieri.‖ In questa poesia c‘è un ritratto impietoso della ―regina del tua culpa‖ che si annida dentro ciascuno, della miseranda maestria della rimozione, un ritratto straziante della disperanza umana che il parabrezza lucido di una troia di regime non può nascondere.

Lavando il parabrezza della mia auto Bambine che si vendono sui marciapiedi. Bambini con la mano tesa al semaforo. Cani abbandonati. Uomini con le tette che si esibiscono sotto i lampioni. Uomini senza palle che vendono droga all'angolo. Bambini nei cassonetti e immondizie per la strada. Scippi, rapine e risse. Ragazzini che fumano e sputano sui muri. Vestiti tutti uguali e pensieri tutti uguali. Ubriaconi alla guida che vanno a tutta birra. Pensavo che lavando il parabrezza della mia auto tutto questo sarebbe sparito. Arthur Rimbaud *** Vi rigiro la mail di Andrea, che ringrazio: aò, c'abbiamo un problema di attribuzione... ma sei sicuro che la poesia sia di Rimbaud?? quello morto alla fine del '800? vabbè che il poeta si fa veggente attraverso una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi (fonte wikipedia) ma il quadro sembra ritrarre con davvero troppa somiglianza elementi postumi e scene di vita di fine '900 o prime decadi del 2000 (semafori, bimbi nel cassonetto, ubriaconi alla guida, bambine che si vendono sul marciapiede)! La produzione di massa delle auto è successiva alla morte di Rimbaud, gli ubriaconi alla guida immortalati dall'autore della poesia sono sicuramente di fine '900 (l'abitudine mi sembra davvero più recente e prossima alle nostre che a quelle del periodo di Rimbaud)...dice wikipedia che il primo semaforo moderno è comparso negli USA nel 1914... vedi un po'... ciao, a. Potrei dire che volevo vedere se qualcuno se ne sarebbe accorto ma sarei di una disonestà disgustosa ;-))) in realtà ci sono cascato come un pollo. Mi son detto, non c‘è nessuna poesia di Rimbaud, l‘ho cercato in rete, ho letto questa, mi è piaciuta e non ho verificato la lievissima perplessità sulle auto che m‘aveva sfiorato. Unica attenuante è che non ero ancora del tutto sveglio quando l‘ho inviata!

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Ho raccontato a Vito di ieri, lui dice che a volte, quando sono sovra pensiero, sono spento. Se sono spento commentando dei versi chiaramente anacronistici mi chiedo di che spegnimento si tratti? Mi prendo una pausa di riflessione, per riparare il mio amor proprio. Questa ve la devo. Il commento per la poesia di Rimbaud sarà di Rimbaud. Io taccio. ―… Io dico che bisogna essere veggenti, farsi veggente. Il Poeta si fa veggente mediante una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi. Tutte le forme d'amore, di sofferenza, di follia; egli cerca sé stesso, esaurisce in lui tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza. Ineffabile tortura dove egli ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovraumana, dove egli diventa fra tutti il grande malato, il grande criminale, il grande maledetto, – e il supremo Sapiente! – Poiché è arrivato all'ignoto! Dopo avere coltivato la sua anima, già ricca, più di chiunque altro! Egli arriva all'ignoto, e quando, impazzito, finirà per perdere l'intelligenza delle sue visioni, le ha pur viste! Che crepi nel suo salto verso le cose inaudite e innominabili: verranno altri orribili lavoratori; cominceranno dagli orizzonti dove l'altro si è accasciato!‖ Lettera del veggente. A Paul Demeny, 15 maggio 1871. La mia Bohème (Fantasia) Me ne andavo, i pugni nelle tasche sfondate; anche il mio cappotto diventava ideale; andavo sotto il cielo, Musa!, ed ero il tuo leale; oh! quanti amori assurdi ho strasognato! Nei miei unici calzoni avevo un largo squarcio. - Pollicino sognatore, in corsa sgranavo rime. Il mio castello era l'Orsa Maggiore. - Le mie stelle in cielo facevano un dolce fru-fru. Le ascoltavo, seduto sul ciglio delle strade, nelle calme sere di settembre in cui sentivo sulla fronte le gocce di rugiada, come un vino vigoroso; in cui, rimando in mezzo a quelle ombre fantastiche, come fossero lire, tiravo gli elastici delle mie suole ferite, con un piede contro il cuore. Arthur Rimbaud, ca. 1870.

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Un‘anima ―innamorata del piacere fino all’atrocità‖ contempla i ciechi, coloro che non chinano mai, ―pensosamente, la loro testa appesantita‖ verso i selciati, sulla terra. Eppure sembra quasi un privilegio che quelle teste levate al cielo possano ―attraversare così il nero sconfinato‖, mentre al poeta, ―più inebetito d’essi‖, resta il piacere atroce di guardarsi mentre si trascina, ponendosi domande senza risposta. I ciechi Contemplali, anima mia; essi sono davvero orribili! Simili ai manichini; vagamente ridicoli; Terribili, singolari come i sonnambuli; Mentre dardeggiano non si sa dove i loro globi tenebrosi. I loro occhi, in cui s'è spenta la scintilla divina Come se guardassero lontano, restano levati Al cielo; non li si vede mai verso i selciati, Chinare, pensosamente, la loro testa appesantita. Essi attraversano così il nero sconfinato, Questo fratello del silenzio eterno. O città! Mentre che attorno a noi tu canti, ridi e sbraiti, Innamorata del piacere fino all'atrocità, Guarda! anch'io mi trascino! ma, più inebetito d'essi, Io dico: Cosa chiedono al Cielo, tutti questi ciechi? Charles Baudelaire, In: I fiori del male, 1857.

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Chiara. […] vi lascio opportune indicazioni per la compilazione del vostro CV, affiancandomi una volta tanto ad Antonio nella condivisione delle visioni poetiche di altri individui appartenenti alla nostra specie (anche se probabilmente a fatica). Scrivere un curriculum Che cos'è necessario? E' necessario scrivere una domanda, e alla domanda allegare il curriculum. A prescindere da quanto si è vissuto è bene che il curriculum sia breve. E' d'obbligo concisione e selezione dei fatti. Cambiare paesaggi in indirizzi e malcerti ricordi in date fisse. Di tutti gli amori basta quello coniugale, e dei bambini solo quelli nati. Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu. I viaggi solo se all'estero. L'appartenenza a un che, ma senza perché. Onorificenze senza motivazione. Scrivi come se non parlassi mai con te stesso e ti evitassi. Sorvola su cani, gatti e uccelli, cianfrusaglie del passato, amici e sogni. Meglio il prezzo che il valore e il titolo che il contenuto. Meglio il numero di scarpa, che non dove va colui per cui ti scambiano. Aggiungi una foto con l'orecchio in vista. E' la sua forma che conta, non ciò che sente. Cosa si sente? Il fragore delle macchine che tritano la carta. Wisława Szymborska

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Amici miei, è troppo bello mentre vengo qui pensare ―cosa mando oggi?‖, ―quale autore?‖. È vero, ho preso una cantonata madornale, ingiustificabile se non con massicce dosi di stupefacenti che non avevo assunto (… almeno credo!) oppure con una patologica sospensione del giudizio. Al diavolo i miei disordini temporali, seguirò il consiglio di Samuel Beckett «Ever tried. Ever failed. No matter. Try again. Fail again. Fail better», anche se gli errori di cui parla Beckett sono meno banali dei miei. Vi voglio bene e condividere queste poesie mi fa bene. Tanto questa raccolta non diventerà pubblica, vero Chiara? Oppure abbiate pietà, dovesse diventarlo, nominate un comitato editoriale di cui faccia parte Andrea con facoltà di tagliare i pezzi. Ovviamente la scelta di questa poesia non è nata stamattina. Ho riletto di recente le poesie di Rimbaud ed ero quasi incazzato mentre le leggevo…anche questa reazione è tutta da capire! Ho scelto ―La credenza‖. Il testo che ho, della Newton Compton tradotto da Laura Mazza, dice che è una delle poesie più citate e imparate a memoria a scuola ―nonostante non sia particolarmente originale né per il soggetto né per la tecnica‖. A mio avviso per apprezzare la bellezza di certe poesie non è all‘originalità intesa in termini di novità che bisogna attingere ma all‘originalità in termini di capacità di arrivare all‘origine, se la prima originalità è rara l‘altra è comune. In questi termini ―La credenza‖ è una poesia originale, tocca corde comuni, che stanno all‘origine. Mi piace ―la credenza‖, odora di tempo e di memoria, e mi piacciono le espressioni infantili ―tutta piena‖ di ―vecchie cose vecchie‖… per la verità la traduttrice ha scelto di rendere ―tout plein‖ con ―stracolma‖, io avrei preferito ―tutta piena‖ ma non conosco affatto il francese per poterlo dire con cognizione. Insomma in questa poesia c‘è lo stupore di un bambino che percorre trent‘anni in due gradini di una vecchia soffitta e si trova davanti a qualcosa che discretamente gli sussurra che è cresciuto… suo malgrado.

La credenza È una grande credenza lavorata, la quercia scura e antica, ha preso l'aspetto bonario dei vecchi; la credenza è aperta e versa nella sua ombra, come un fiotto di buon vino, dei profumi allettanti. Stracolma, è un'accozzaglia di vecchie cose vecchie, di biancheria ingiallita ed odorosa, di stracci da donna e da bambino, di merletti sciupati, di scialli della nonna con grifi dipinti; - E là che puoi trovare i medaglioni, le ciocche di capelli biondi o bianchi, i ritratti, i fiori secchi il cui profumo si mescola a quello della frutta. - Credenza dei tempi passati, quante storie conosci! E vorresti narrarci i tuoi racconti e cigoli quando s'apron pian piano le tue grandi porte nere. Arthur Rimbaud, ottobre 1870

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La bellezza degli Haiku è che ti presentano una goccia di rugiada dicendoti che è l‘intero universo e di fronte al tuo stupore rispondono, sì è vero è un po‘ di più dell‘universo ma l‘universo non si poteva ridurre di più. Ecco, questo è l‘Haiku e un po‘ tutta la cultura Zen che quando non è in mano alla stanca borghesia occidentale è qualcosa di sublime.

Inizio d'autunno: nel mare e nei campi un verde solo Matsuo Bashõ *** ascolto in questa notte il letargo invernale pioggia sui monti. Kobayashi Issa *** il tetto si è bruciato: ora posso vedere la luna Masahide *** la lunga notte, il rumore dell'acqua, dicono quel che penso Gochiku *** breve notte d'estate sulla peluria del bruco stille di rugiada Yosa Buson *** accatastata per il fuoco, la fascina comincia a germogliare Boncho

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E‘ una poesia-lettera, una delle più belle lettere d‘amore che io conosca. Quello che la rende tragicamente bella, di una bellezza straziante, è che non è mai arrivata a destinazione…ma forse non sapremo mai che il destino delle lettere è quello di arrivare sempre a destinazione e del resto non sapremo mai neanche se è vero il contrario.

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. Il mio dura tuttora, né più mi occorrono le coincidenze, le prenotazioni, le trappole, gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede. Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio non già perché con quattr'occhi forse si vede di più. Con te le ho scese perché sapevo che di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue. Eugenio Montale, da Satura, 1971.

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Qualche giorno fa ho comprato il libro che raccoglie tutte le poesie di Vittorio Bodini e quindi vi mando una poesia di Senghor Léopold Sédar! Spiego. Il libro di Bodini lo avevo ordinato via web quindi già pagato e dovevo solo ritirarlo ma all‘entrata della Feltrinelli c‘era un ragazzo nero con i suoi libri, siccome il libro di Bodini ormai era gratis allora perché non prendere qualcosa dal ragazzo? Ho preso Senghor, non tutte le poesie di quella raccolta mi sono piaciute, ma ce ne sono un paio che ho apprezzato molto, questa è una.

Donna nera Donna nuda, donna nera Vestita del tuo colore che è vita, della tua forma che è bellezza!! Sono cresciuto alla tua ombra; la dolcezza delle tue mani mi bendava gli occhi. Ed ecco che nel cuore dell‘Estate e del Meriggio Ti scopro Terra Promessa, dall‘alto di un alto colle calcinato E la tua bellezza mi folgora in pieno cuore come il lampo di un‘aquila. Donna nuda, donna oscura Frutto maturo dalla carne piena, estasi cupa di vino nero, bocca che rende la mia bocca lirica, Savana di puri orizzonti, savana che fremi alle carezze ardenti del Vento dell‘Est Tamtam scolpito, tamtam teso che tuona sotto le dita del Vincitore La tua voce profonda di contralto è il canto spirituale dell‘Amata. Donna nera, donna oscura Olio che alcun respiro riesce a increspare, olio calmo sui fianchi dell‘atleta, sui fianchi dei principi del Mali Gazzella dalle giunture celesti, le perle sono stelle sulla notte della tua pelle Delizie dei giochi della mente i riflessi dell‘oro che rosseggia sulla tua pelle che si screzia All‘ombra della tua capigliatura si rasserena la mia angoscia per il sole vicino dei tuoi occhi. Donna nuda, donna nera Canto la tua bellezza che passa, forma che fisso nell‘Eterno, Prima che il destino geloso ti riduca in cenere per nutrire le radici della vita. Senghor Léopold Sédar.

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Questa poesia è stata evocata ieri, sulla strada per la mensa. Non ha bisogno di commenti, è un manifesto della poesia. I sensi si mescolano, l‘uomo attraversa una foresta di simboli, profumi freschi e corrotti sono a malapena distinguibili. Una passeggiata dove perdersi è un dovere.

Corrispondenze La Natura è un tempio dove incerte parole mormorano pilastri che son vivi, una foresta di simboli che l'uomo attraversa nel raggio dei loro sguardi familiari. Come echi che a lungo e da lontano tendono a un'unità profonda e buia grande come le tenebre o la luce i suoni rispondono ai colori, i colori ai profumi. Profumi freschi come la pelle d'un bambino, vellutati come l'òboe e verdi come i prati, altri d'una corrotta, trionfante ricchezza che tende a propagarsi senza fine - così l'ambra e il muschio, l'incenso e il benzoino a commentare le dolcezze estreme dello spirito e dei sensi. Charles Baudelaire, da I fiori del male, 1857. Traduzione di Giovanni Raboni, Milano, Mondadori, 1977 Altre traduzioni sono disponibili in questo sito.

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Chiara È il verso che apre l‘ultima strofa. È anche il titolo di un libro di cui ho sentito parlare e che voglio leggere, che come dono anticipato mi ha portato a questa poesia. A quest‘ora, tra le pareti scricchiolanti di un cupo edificio di via Pavese, la poca luce di fuori e il silenzio del corridoio, l‘atmosfera è la più adatta per credere che se ti giri veloce, vedi per un attimo il poeta e lei accanto, infinitamente lontana. Certo, domattina in pieno sole, non sarà lo stesso, ma vale la pena condividere questo incanto. Non ci avevo pensato. Il gioco che Antonio ci propone ogni giorno non credo sia nato per caso: erano mesi o forse anni che i poeti che si sono impossessati delle strade qui intorno ci suggerivano di mettere un po‘ di carne tra i pezzi di silicio.

Due nel crepuscolo Fluisce fra te e me sul belvedere un chiarore subacqueo che deforma col profilo dei colli anche il tuo viso. Sta in un fondo sfuggevole, reciso da te ogni gesto tuo; entra senz‘orma, e sparisce, nel mezzo che ricolma ogni solco e si chiude sul tuo passo: con me tu qui, dentro quest‘aria scesa a sigillare il torpore dei massi. Ed io riverso nel potere che grava attorno, cedo al sortilegio di non riconoscere di me più nulla fuor di me; s‘io levo appena il braccio, mi si fa diverso l‘atto, si spezza su un cristallo, ignota e impallidita sua memoria, e il gesto già più non m‘appartiene; se parlo, ascolto quella voce attonito, scendere alla sua gamma più remota o spenta all‘aria che non la sostiene. Tale nel punto che resiste all‘ultima consunzione del giorno dura lo smarrimento; poi un soffio risolleva le valli in un frenetico moto e deriva dalle fronde un tinnulo suono che si disperde tra rapide fumate e i primi lumi disegnano gli scali. ... le parole tra noi leggere cadono. Ti guardo

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in un molle riverbero. Non so se ti conosco; so che mai diviso fui da te come accade in questo tardo ritorno. Pochi istanti hanno bruciato tutto di noi: fuorchè due volti, due maschere che s‘incidono, sforzate di un sorriso. Eugenio Montale

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Marina Sarà suggestione di una "fuori sede", ma le parole del tuo commento (e più ancora la poesia) mi hanno fatto tornare in mente le atmosfere giapponesi di Mishima e forse della prima Yoshimoto.

Le stelle Quando gli uomini guarderanno le stelle, nel loro cuore si leverà, carico di essenze, il vento della notte. Sulla foresta, sul lago, sulla città, le nuvole fluttueranno tranquille. Allora le stelle inizieranno a cadere copiose e come la rugiada copriranno ogni cosa. Nel disegno tracciato dall‘invisibile nastro divino, tutte le costellazioni crolleranno a una a una con estrema eleganza. D‘allora in poi le stelle dimoreranno nella nostra anima, e forse torneranno ancora quei giorni in cui gli uomini erano dolci e meravigliosi come gli Dei. Yukio Mishima

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Questi versi da leggere e da ascoltare sono un inno alla vita, si potrebbe dire piuttosto dimesso ma non è detto che un inno debba essere gioioso…dopotutto Wittgenstein ebbe a dire ―Non so perché siamo qui ma sono abbastanza sicuro che non è per divertirci.‖… eppure, divertimento a parte, c‘è una vita dentro questi versi che va oltre la vita… lasciate perdere le stronzate pseudo-religiose sull‘immortalità, pensate più in grande. L‘albero ed io Quando il mio ultimo giorno verrà dopo il mio ultimo sguardo sul mondo, non voglio pietra su questo mio corpo, perché pesante mi sembrerà. Cercate un albero giovane e forte, quello sarà il posto mio; voglio tornare anche dopo la morte sotto quel cielo che chiaman di Dio. Ed in inverno nel lungo riposo, ancora vivo, alla pianta vicino, come dormendo, starò fiducioso nel mio risveglio in un qualche mattino. E a primavera, fra mille richiami, ancora vivi saremo di nuovo e innalzerò le mie dita di rami verso quel cielo così misterioso. Ed in estate, se il vento raccoglie l'invito fatto da ogni gemma fiorita, sventoleremo bandiere di foglie e canteremo canzoni di vita. E così, assieme, vivremo in eterno qua sulla terra, l'albero e io sempre svettanti, in estate e in inverno contro quel cielo che dicon di Dio. Francesco Guccini, In Due anni dopo, 1970

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E‘ una poesia dedicata al non detto. Allora sarebbe indiscreto da parte mia dire cosa questa poesia non dice.

Dal cassetto

Volevo appenderla a un muro della stanza. Ma l‘umidità del cassetto l‘ha guastata. Non la metto in un quadro questa foto. Dovevo conservarla con più cura. Queste le labbra, questo il viso – ah, per un giorno solo, per un‘ora solo tornasse quel passato. Non la metto in un quadro questa foto. Mi fa soffrire vederla così guasta. Del resto, se anche non fosse guasta, che fastidio badare a non tradirmi – una parola o il tono della voce – se mai qualcuno mi chiedesse chi era. Costantino Kavafis, Poesie erotiche, traduzione di Nicola Crocetti Crocetti Editore 1983, 2000

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Il suono dell‘oboe, se ti capita di ascoltarlo dal vivo, ti scava dentro una grotta e da lì non si muove più. Ascoltare un oboe è un‘esperienza trascendentale, non puoi dire se si tratti dell‘apoteosi della gioia o del dolore più cupo. E‘ questa sintesi che lo rende un suono unico. Per Baudelaire era vellutato per Quasimodo gelido. Quasimodo non poteva scegliere migliore strumento per esprimere uno stato d‘animo che trascende la contingenza, come di un tempo sospeso tra l‘accadere e il non accadere su un terreno ventoso e arido.

Òboe sommerso Avara pena, tarda il tuo dono in questa mia ora di sospirati abbandoni. Un òboe gelido risillaba gioia di foglie perenni, non mie, e smemora; In me si fa sera: l'acqua tramonta sulle mie mani erbose. Ali oscillano in fioco cielo, labili: il cuore trasmigra ed io son gerbido, e i giorni una maceria. Salvatore Quasimodo. In Òboe sommerso, 1932 Concerto per oboe e orchestra di Alessandro Marcello, dal 3° minuto comincia l‘adagio che è il mio movimento preferito.

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Alla casa dello studente Raffaele era considerato uno strano, parlava poco e faceva esperimenti con le convinzioni delle persone. Studiava oboe e filosofia, odiava l‘uno e l‘altra perché l‘uno soffocava il suo respiro e l‘altra il suo pensiero. Scriveva poesie di tanto in tanto, anche lui a tempo perso e per appuntarsi qualche pensiero che altrimenti sarebbe sfuggito. Piccole dosi, per consumo personale! Alcune fanno parte della mia piccolissima e privata antologia, come questa. Avevamo vent‘anni e sapevamo benissimo di non essere poeti, sapevamo che non lo saremmo mai stati.

La canicola estiva, le strade assolate e deserte di agosto, i campi ricoperti di erba secca e non più verdi, la terra delle campagne arsa dal sole. Tutto questo sono io! Invano attesi La pioggia d‘autunno, il verde dei prati, la sorgente dei fiumi, l‘umidità dei boschi. Tutto questo avrei voluto essere. Raffaele Caliandro

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Scegliere qualcosa del poeta solitario è arduo, di primo acchito avrei scelto L‘infinito, rileggerlo fa sempre bene, invece ho scelto l‘ultima strofa delle ricordanze. Potrei dire l‘ultimo movimento perché questa poesia è come una sinfonia dove ogni ricordo è uno strumento e le memorie si inseguono in fughe e contrappunti fino ad arrivare all‘ultimo movimento dove quel ―Passasti.‖, incuneato al centro della strofa, crea una dissonanza paradossale e potentissima. Paradossale perché quel cuneo di rapido movimento è l‘unico punto fermo della poesia e potentissima perché lì tutto il fluire delle ricordanze s‘incaglia. Se dovessi suggerire un parallelo musicale accosterei le ricordanze di Leopardi alla 6° sinfonia di Tchaikovsky, quella che l‘autore definì ―un requiem per la mia anima‖. XXII - Le ricordanze (ultima strofa) O Nerina! e di te forse non odo Questi luoghi parlar? caduta forse Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita, Che qui sola di te la ricordanza Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede Questa Terra natal: quella finestra, Ond'eri usata favellarmi, ed onde Mesto riluce delle stelle il raggio, E' deserta. Ove sei, che più non odo La tua voce sonar, siccome un giorno, Quando soleva ogni lontano accento Del labbro tuo, ch'a me giungesse, il volto Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri Il passar per la terra oggi è sortito, E l'abitar questi odorati colli. Ma rapida passasti; e come un sogno Fu la tua vita. Ivi danzando; in fronte La gioia ti splendea, splendea negli occhi Quel confidente immaginar, quel lume Di gioventù, quando spegneali il fato, E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna L'antico amor. Se a feste anco talvolta, Se a radunanze io movo, infra me stesso Dico: o Nerina, a radunanze, a feste Tu non ti acconci più, tu più non movi. Se torna maggio, e ramoscelli e suoni Van gli amanti recando alle fanciulle, Dico: Nerina mia, per te non torna Primavera giammai, non torna amore. Ogni giorno sereno, ogni fiorita Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento, Dico: Nerina or più non gode; i campi, L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno Sospiro mio: passasti: e fia compagna D'ogni mio vago immaginar, di tutti I miei teneri sensi, i tristi e cari Moti del cor, la rimembranza acerba. Giacomo Leopardi, Canti.

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Ieri sera ho rivisto Una canzone per Bobby Long, film bellissimo, dove la storia è un infuso di alcol e poesia. Citazioni di Frost, Thomas, Eliot, alcune sono sulla solita Wikipedia. Allora la poesia di oggi è suggerita direttamente da quel film. Ringrazio Gabriele per il contributo alla traduzione della poesia.

La strada che non presi Due strade divergevano in un bosco giallo e mi dispiaceva non poterle percorrere entrambe ed essere un solo viaggiatore, rimasi a lungo a guardarne una fino a che potei. Poi presi l‘altra, perché era altrettanto bella, e aveva forse l‘ aspetto migliore, perché era erbosa e meno consumata, sebbene il passaggio le avesse rese più o meno uguali. Ed entrambe quella mattina erano lì uguali, con foglie che nessun passo aveva annerito. Oh, misi da parte la prima per un altro giorno! Pur sapendo come una strada porti ad un‘altra, dubitavo se mai sarei tornato indietro. Lo racconterò con un sospiro da qualche parte tra anni e anni: due strade divergevano in un bosco, e io io presi la meno percorsa, e quello ha fatto tutta la differenza. Robert Frost

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Visto la mia crescente resistenza al risveglio dovuta all‘arrivo della stagione fredda i miei commenti diventeranno via via più brevi, fino a sparire. Resteranno le poesie… che sono la parte più importante ovviamente. Quattro ebbre quartine per Omar Khayyàm e un rimando al mio blog.

Vieni, o coppiere, e porta, pel nostro cuore (sciogli con la bellezza tua il nostro difficil problema) porta un'anfora di vino, che ne brindiamo insieme prima ch'anfore facciano della nostra argilla nera. *** Come il tulipano d'Aprile prendi in mano la coppa rotonda se hai la fortuna di startene con una guancia di rosa. Bevi vino in letizia, ché questo antico cielo crudele d'un tratto dell'alto tuo cuore farà bassa polvere e terra. *** Io nulla so, non so se Chi m'ha creato m'ha fatto per Cielo o m'ha destinato all'Inferno. Ma una coppa e una bella fanciulla e un liuto sul lembo del prato per me son monete sonanti: a te la cambiale del Cielo! *** Da quando la Luna e i Pianeti comparvero in cielo nessuno vide mai cosa più dolce di purissimo Vino. Pien di stupore son io pei venditori di vino, ché quelli che cosa mai posson comprare migliore di quel ch'han venduto?

Omar Khayyàm, Rubaiyyàt.

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Ho deciso che gli inediti saranno di più. Ieri sera leggendo un blog che seguo ho incontrato questo gioiello. Non conosco Stefano Giorgio Ricci e non so se abbia pubblicato, so che questa poesia mi è piaciuta molto.

I viandanti Hanno occhi spiaggiati, quei morti, e dormono in letti di sabbia, in carezze scomposte nella mano. Ciò che i pavidi vedono ombra è solamente corpo straniero: il nostro stesso corpo, un corpo devastato dalla distribuzione del grasso. Piangono angeli, i viandanti, ed è pianto livido di ombre: scrutate con dispetto, esiliate in angoli di strada, vendute un tanto al chilo. Dormono in suolo di ore cedute, i viandanti, e non hanno ninnoli nella voce quando narrano i conti dell‘esilio. Vorrebbero un giocattolo nuovo, i viandanti, e sarebbe il primo. Stefano Giorgio Ricci

Chiara Mi ha fatto venire in mente una canzone di Gianmaria Testa che fa parte di un suo album sul tema di migranti e viandanti che mi piace tantissimo e che, se non conoscete, vi consiglio quantunquamente La canzone è tela di ragno L‘album è ―da questa parte del mare‖

59 «La poesia è un paio di scarpette rosse. Spesso si balla sulle braci, sul fuoco. È così. È una condanna» diceva Alda Merini in una intervista. Sono tante le poesie dedicate dai poeti alla poesia, ma penso che questa ballata ubriaca di Bukowski sia tra le più sincere, non è da tutti vedere ―una città dove Dio cavalca nudo per le strade come Lady Godiva‖, solo ad uno spirito eletto dell‘inferno è consentito.

―una poesia è una città‖ una poesia è una città piena di strade e tombini piena di santi, eroi, mendicanti, pazzi, piena di banalità e di roba da bere, piena di pioggia e di tuono e di periodi di siccità, una poesia è una città in guerra, una poesia è una città che chiede a una pendola perché, una poesia è una città che brucia, una poesia è una città sotto le cannonate le sue sale da barbiere piene di cinici ubriaconi, una poesia è una città dove Dio cavalca nudo per le strade come Lady Godiva, dove i cani latrano di notte, e fanno scappare la bandiera; una poesia è una città di poeti, per lo più abbastanza simili tra loro e invidiosi e pieni di rancore... una poesia è questa città adesso, 50 miglia dal nulla, le 9:09 del mattino, il gusto del liquore e delle sigarette, né poliziotti né innamorati che passeggiano per le strade, questa poesia, questa città, che serra le sue porte, barricata, quasi vuota, luttuosa senza lacrime, invecchiata senza pietà, i monti di roccia dura, l'oceano come una fiamma di lavanda, una luna priva di grandezza, una musichetta di finestre rotte... una poesia è una città, una poesia è una nazione, una poesia è il mondo... e ora metto questo sotto vetro perché lo veda il pazzo direttore, e la notte è altrove e signore grigiastre stanno in fila, un cane segue l'altro fino all'estuario, le trombe annunciano la forca mentre piccoli uomini vaneggiano di cose che non possono fare. Charles Bukowski

"a poem is a city" by Charles Bukowski a poem is a city filled with streets and sewers filled with saints, heroes, beggars, madmen, filled with banality and booze, filled with rain and thunder and periods of drought, a poem is a city at war, a poem is a city asking a clock why, a poem is a city burning, a poem is a city under guns its barbershops filled with cynical drunks, a poem is a city where God rides naked through the streets like Lady Godiva, where dogs bark at night, and chase away the flag; a poem is a city of poets, most of them quite similar and envious and bitter … a poem is this city now, 50 miles from nowhere, 9:09 in the morning, the taste of liquor and cigarettes, no police, no lovers, walking the streets, this poem, this city, closing its doors, barricaded, almost empty, mournful without tears, aging without pity, the hardrock mountains, the ocean like a lavender flame, a moon destitute of greatness, a small music from broken windows … a poem is a city, a poem is a nation, a poem is the world … and now I stick this under glass for the mad editor‘s scrutiny, and night is elsewhere and faint gray ladies stand in line, dog follows dog to estuary, the trumpets bring on gallows as small men rant at things they cannot do

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Una poesia alla quale sono molto legato, purtroppo.

Il viaggio definitivo … E me ne andrò. E resteranno gli uccelli a cantare; e resterà il mio giardino, col suo verde albero e col suo pozzo bianco. Tutte le sere, il cielo sarà azzurro e placido, e suoneranno, come suonano stasera, le campane del campanile. Moriranno quelli che mi amarono; e il paese si rinnoverà di gente ogni anno; e nell‘angolo, là, del mio giardino fiorito e incalcinato, vagherà, nostalgico, il mio spirito… E me ne andrò, e sarò solo, senza casa, senza albero verde, senza pozzo bianco, senza cielo azzurro e placido… E resteranno gli uccelli a cantare. Juan Ramón Jiménez (1881-1958)

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Campagna La sera sta morendo come un umile fuoco che si spegne. Là, sui monti, non resta che un po‘ di brace. E quell‘ albero rotto nel sentiero bianco fa piangere di pena. Due rami nel tronco ferito, e una foglia appassita e nera in ogni ramo! Piangi?... Nel folto del pioppeto d‘oro, lontano – un‘ombra – l‘amore ti aspetta.

Antonio Machado, Solitudini

62 Canzone orientale È la melagrana profumata un cielo cristallizzato. (Ogni grana è una stella ogni velo è un tramonto.) Cielo secco e compresso dalle unghie del tempo. La melagrana è come un seno vecchio di pergamena, e il capezzolo si è fatto stella per illuminare il campo È un‘arnia minuscola col favo insanguinato, e le api l‘hanno formata con bocche di donne. Per questo scoppiando ride con porpore di mille labbra… La melagrana è un cuore che batte sul seminato, un cuore sdegnoso dove non beccano gli uccelli, un cuore che fuori è duro come il cuore umano ma dà a chi lo trafigge odore e sangue di maggio. La melagrana è il tesoro del vecchio gnomo del prato, quello che parlò con la piccola Rosa, nel bosco solitario. Quello con la barba bianca e il vestito rosso. È il tesoro che ancora conservano le verdi foglie dell‘albero. Arca di pietre preziose in visceri di oro vago. La spiga è il pane. È Cristo in vita e morte rappreso. L‘olivo è la costanza della forza e del lavoro. La mela è il frutto carnale, sfinge del peccato, goccia di secoli che tiene i contatti con Satana. L‘arancio è la tristezza delle corolle profanate, così diventa fuoco e oro ciò che prima era puro e bianco. Le viti sono la lussuria che si coagula nell‘estate, e da esse la chiesa ricava, benedetto, il santo liquore. Le castagne sono la pace del focolare. Cose d‘altri tempi. Crepitare di vecchi legni, pellegrini smarriti. La ghianda è la serena poesia del passato, e il cotogno d‘oro debole la pulizia della salute. Ma la melagrana è il sangue, sangue sacro del cielo, sangue di terra ferita dall‘ago del torrente. Sangue del vento che viene dal rude monte graffiato. Sangue del mare tranquillo, sangue del lago dormiente. La melagrana è la preistoria del sangue che portiamo, l‘idea di sangue, chiuso in globuli duri e acidi, che ha una vaga forma di cuore e di cranio. O melagrana aperta, tu sei una fiamma sopra l‘albero, sorella carnale di Venere, riso dell‘orto ventoso. Ti circondano le farfalle credendoti un sole fermo e per paura di bruciarsi ti sfuggono i vermi. Perché sei la luce della vita, femmina dei frutti. Chiara stella della foresta del ruscello innamorato. Potessi essere come sei tu, frutto, passione sulla campagna! Federico Garcia Lorca,1920, da Libro de poemas, 1921

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Preghiera dell‘ateo Ascolta il mio pregare Tu, Dio che non esisti raccogli nel tuo nulla queste mie doglianze. Tu che ai poveri uomini nulla consenti senza consolazione di inganno. Non resisti alla nostra supplica e di nostra brama ti adorni. Quando più dalla mia mente ti allontani più ricordo i placidi racconti con cui mi addolcì le tristi notti l‘amor mio. Quanto sei grande mio Dio! Sei tanto grande che non sei neppure Idea, e molto angusta è la realtà per quanto a contenerti la si espanda. Io soffro nel tuo costato Dio inesistente, poiché se Tu esistessi davvero esisterei pur io. Miguel de Unamuno y Jugo

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Il vento nell‘isola

Il vento è un cavallo: senti come corre per il mare, per il cielo. Vuol portarmi via: senti come percorre il mondo per portarmi lontano. Nascondimi tra le tue braccia Per questa notte sola, mentre la pioggia rompe contro il mare e la terra la sua bocca innumerevole. Senti come il vento mi chiama galoppando per portarmi lontano. Con la tua fronte sulla mia fronte, con la tua bocca sulla mia bocca, legati i nostri corpi all‘amore che ci brucia, lascia che il vento passi senza che possa portarmi via. Lascia che il vento corra coronato di spuma, che mi chiami e mi cerchi galoppando nell‘ombra, mentre, sommerso sotto i tuoi grandi occhi, per questa notte sola riposerò, amor mio. Pablo Neruda

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Il titolo è ―Telefonami tra vent‘anni‖ ma mi attengo a quello che ascolto, la cantavo qualche giorno fa. Fa parte di quelle canzoni di Dalla dove si intravede quel linguaggio profetico e visionario con cui ha scritto alcune delle canzoni che preferisco. L‘ultima luna ne è il modello, Come è profondo il mare la summa. Buon ascolto.

Telefona tra vent'anni io adesso non so cosa dirti non so risponderti e non ho voglia di capirti Invece pensami tra vent'anni pensami io con la barba più bianca e una valigia in mano con la bici da corsa e gli occhiali da sole fermo in qualsiasi posto del mondo chi sa dove tra miliardi miliardi di persone a bocca aperta senza parole nel vedere una mongolfiera che si alza piano piano e cancella dalla memoria tutto quanto il passato anche linee della mano mentre dall'alto un suono come un suono prolungato il pensiero che è appena nato si avvicina e scende giù Ah io sarei uno stronzo quello che guarda troppo la televisione! Beh qualche volta lo sono stato importante è avere in mano la situazione Non ti preoccupare

di tempo per cambiare ce n'è così ripensami tra vent'anni ripensami vestito da torero con una torta in mano l'orecchio puntato verso il cielo verso quel suono lontano lontano ma ecco che si avvicina con un salto siamo nel duemila alle porte dell'universo importante è non arrivarci in fila ma tutti quanti in modo diverso ognuno con i suoi mezzi magari arrivando a pezzi su una vecchia bicicletta da corsa con gli occhiali da sole il cuore nella borsa impara il numero a memoria poi riscrivilo sulla pelle se telefoni tra vent'anni butta i numeri fra le stelle Alle porte dell'universo un telefono suona ogni sera sotto un cielo di tutte le stelle di un'inquietante primavera. Lucio Dalla

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Poesia in forma di rosa (1961-64) I. La realtà Ballata delle madri Mi domando che madri avete avuto. Se ora vi vedessero al lavoro in un mondo a loro sconosciuto, presi in un giro mai compiuto d‘esperienze così diverse dalle loro, che sguardo avrebbero negli occhi? Se fossero lì, mentre voi scrivete il vostro pezzo, conformisti e barocchi, o lo passate a redattori rotti a ogni compromesso, capirebbero chi siete? Madri vili, con nel viso il timore antico, quello che come un male deforma i lineamenti in un biancore che li annebbia, li allontana dal cuore, li chiude nel vecchio rifiuto morale. Madri vili, poverine, preoccupate che i figli conoscano la viltà per chiedere un posto, per essere pratici, per non offendere anime privilegiate, per difendersi da ogni pietà. Madri mediocri, che hanno imparato con umiltà di bambine, di noi, un unico, nudo significato, con anime in cui il mondo è dannato a non dare né dolore né gioia. Madri mediocri, che non hanno avuto per voi mai una parola d‘amore, se non d‘un amore sordidamente muto di bestia, e in esso v‘hanno cresciuto, impotenti ai reali richiami del cuore.

Madri servili, abituate da secoli a chinare senza amore la testa, a trasmettere al loro feto l‘antico, vergognoso segreto d‘accontentarsi dei resti della festa. Madri servili, che vi hanno insegnato come il servo può essere felice odiando chi è, come lui, legato, come può essere, tradendo, beato, e sicuro, facendo ciò che non dice. Madri feroci, intente a difendere quel poco che, borghesi, possiedono, la normalità e lo stipendio, quasi con rabbia di chi si vendichi o sia stretto da un assurdo assedio. Madri feroci, che vi hanno detto: Sopravvivete! Pensate a voi! Non provate mai pietà o rispetto per nessuno, covate nel petto la vostra integrità di avvoltoi! Ecco, vili, mediocri, servi, feroci, le vostre povere madri! Che non hanno vergogna a sapervi – nel vostro odio – addirittura superbi, se non è questa che una valle di lacrime. È così che vi appartiene questo mondo: fatti fratelli nelle opposte passioni, o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo a essere diversi: a rispondere del selvaggio dolore di esser uomini. Da Pier Paolo Pasolini, Bestemmia. Tutte le poesie, vol. I, Garzanti, Milano 1993

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In questa antologia a metà strada tra poesia e canzoni in versi questo cammeo ci sta benissimo. Faccio solo notare un passaggio: ―se e quando moriremo, ma la cosa è insicura, / avremo un paradiso su misura‖, resta incerto che la cosa insicura sia morire oppure il coronamento del piano che abbiamo fisso in testa.

Gli amici I miei amici veri, purtroppo o per fortuna, non sono vagabondi o abbaialuna, per fortuna o purtroppo ci tengono alla faccia: quasi nessuno batte o fa il magnaccia. Non son razza padrona, non sono gente arcigna, siamo volgari come la gramigna. Non so se è pregio o colpa esser fatti così: c'è gente che è di casa in serie B. Contandoli uno a uno non son certo parecchi, son come i denti in bocca a certi vecchi, ma proprio perché pochi son buoni fino in fondo e sempre pronti a masticare il mondo. Non siam razza d' artista, né maschere da gogna e chi fa il giornalista si vergogna, non che il fatto c' importi: chi non ha in qualche posto un peccato o un cadavere nascosto? Non cerchiamo la gloria, ma la nostra ambizione è invecchiar bene, anzi, direi... benone! Per quello che ci basta non c'è da andar lontano e abbiamo fisso in testa un nostro piano: se e quando moriremo, ma la cosa è insicura, avremo un paradiso su misura, in tutto somigliante al solito locale, ma il bere non si paga e non fa male. E ci andremo di forza, senza pagare il fìo di coniugare troppo spesso in Dio: non voglio mescolarmi in guai o problemi altrui, ma questo mondo ce l' ha schiaffato Lui. E quindi ci sopporti, ci lasci ai nostri giochi, cosa che a questo mondo han fatto in pochi, voglio veder chi sceglie, con tanti pretendenti, tra santi tristi e noi più divertenti, veder chi è assunto in cielo, pur con mille ragioni, fra noi e la massa dei rompicoglioni.... Francesco Guccini, 1983.

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Alberi Alberi, foste frecce dall'azzurro cadute? Quali crudeli guerrieri vi scagliarono? Furono le stelle? Le vostre musiche vengono dall'anima degli uccelli, dagli occhi di Dio, dalla passione perfetta. Alberi! Riconosceranno le vostre ruvide radici il mio cuore in terra? Federico Garcia Lorca, 1919

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La luna e la morte La luna ha denti d'avorio. Come è vecchia e triste! I fiumi sono secchi, la campagna senza verde e gli alberi appassiti senza nidi e senza foglie. Donna Morte, piena di rughe, passa tra i salici col suo assurdo corteo di remote illusioni. Vende colori di cera e di burrasca come una fata leggendaria cattiva e ingannatrice. La luna ha comperato quadri alla Morte. In questa notte buia la luna è pazza! Nel mio cuore cupo apro una fiera senza musica con le baracche d'ombra.

Federico Garcia Lorca, 1919

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Ottobre Un tempo, era d'estate, era a quel fuoco, a quegli ardori, che si destava la mia fantasia. Inclino adesso all'autunno dal colore che inebria; amo la stanca stagione che ha già vendemmiato. Niente più mi somiglia, nulla più mi consola, di quest'aria che odora di mosto e di vino di questo vecchio sole ottobrino che splende nelle vigne saccheggiate. Vincenzo Cardarelli

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Rimango su Cardarelli. Per Chiara è stata una scoperta e un po‘ la invidio perché quando mi capita di leggere un poeta per la prima volta, uno di quei poeti che ti porta via con sé, provo una singolare sensazione, di piacevole dolore, di compenetrazione con le parole che tocca anche fisicamente... la pelle d‘oca, non so se vi è mai capitato di avere la pelle d‘oca pensando ad una poesia o ad una musica, la musica… la prima volta che ho ascoltato l‘allegretto dalla 7a di Beethoven ero disperato, non riuscivo a capire se era l‘apoteosi della danza o il fondo della tristezza, non potevo ancora capire che era entrambi. Sono sensazioni di cui poi vai alla ricerca dopo ma che è sempre più difficile provare, ecco perché invidio Chiara che legge Cardarelli per la prima volta e allora oggi non sarà solo una poesia ma tre, la prima, quella che mi ha fatto tremare come la terra durante una scossa di terremoto, come il fortissimo dell‘allegretto di Beethoven, le altre due sull‘autunno che vanno lette in unità con quella di ieri.

O memoria spietata, che hai tu fatto del mio paese? Un paese di spettri dove nulla è mutato fuor che i vivi che usurpano il posto dei morti. Qui tutto è fermo, incantato, nel mio ricordo. Anche il vento. Quante volte, o paese mio nativo, in te venni a cercare ciò che più m'appartiene e ciò che ho perso. Quel vento antico, quelle antiche voci, e gli odori e le stagioni d'un tempo, ahimè, vissuto. *** Autunno. Già lo sentimmo venire nel vento d‘agosto, nelle pioggie di settembre torrenziali e piangenti e un brivido percorse la terra che ora, nuda e triste, accoglie un sole smarrito. Ora che passa e declina, in quest‘autunno che incede con lentezza indicibile, il miglior tempo della nostra vita e lungamente ci dice addio. ***

Sole d'autunno inatteso, che splendi come in un di là, con tenera perdizione e vagabonda felicità, tu ci trovi fiaccati, vòlti al peggio e la morte nell'anima. Ecco perché ci piaci, vago sole superstite che non sai dirci addio, tornando ogni mattina come un nuovo miracolo, tanto più bello quanto più t'inoltri e sei lì per spirare. E di queste incredibili giornate vai componendo la tua stagione ch'è tutta una dolcissima agonia. Vincenzo Cardarelli

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Alla deriva La vita io l‘ho castigata vivendola. Fin dove il cuore mi resse arditamente mi spinsi. Ora la mia giornata non è più che uno sterile avvicendarsi di rovinose abitudini e vorrei evadere dal nero cerchio. Quando all‘alba mi riduco, un estro mi piglia, una smania di non dormire. E sogno partenze assurde, liberazioni impossibili. Oimè. Tutto il mio chiuso e cocente rimorso altro sfogo non ha fuor che il sonno, se viene. Invano, invano lotto per possedere i giorni che mi travolgono rumorosi. Io annego nel tempo. Vincenzo Cardarelli

Chiara … sembra scritta da un dipendente ***! Grazie Antò (è decisamente lunedì mattina) Andrea no però scusate Chiara ha ragione... analisi del testo: il protagonista della vicenda, ex dipendente ***, è stato recentemente collocato a riposo dal medico competente perché il cuore non reggeva più a fronte dell'impegno quotidiano richiesto. Per ragioni di riservatezza questa analisi non tratterà lo "sterile avvicendarsi di rovinose abitudini"... certo è che il "cerchio nero" potrebbe ragionevolmente riferirsi alle occhiaie del protagonista che non trova riposo e non lo cerca durante la notte, mentre all'alba è posseduto dal ricordo delle peripezie vissute in ufficio ogni volta che si cimentava con la preparazione delle richieste di autorizzazione di missione, seguite miracolosamente dall'approvazione delle stesse e soprattutto dall'erogazione dei biglietti e dei voucher, quest'ultime vissute come autentiche liberazioni "impossibili" perché insperate. Frustrazione, rospi mandati giù, pastoie burocraticoamministrative e rabbia represse oltre a una puntina (ma proprio minima però!) di senso di colpa, retaggio bimillenario della tradizione giudaico-cristiana, non possono che sperare di trovare pace nel sonno, ma danni e colpe della vita da dipendente sono tali e tante che il redde rationem scatta già attraverso la negazione del sonno (tragicissimo quel "se viene"), praticamente un assaggio di ciò che il dipendente *** dovrà affrontare nel giorno del giudizio. Da notare da ultimo anche il contrappasso: gli infiniti colpevoli stati narcolettici durante l'orario di lavoro trovano compensazione nell'insonnia durante il pensionamento. Tardiva l'ammissione di responsabilità per le mancanze durante la vita lavorativa, dunque solo vana può essere la lotta per recuperare le giornate e gli anni buttati che ora invece tumultuosamente lo precipitano nel gorgo dell'appuntamento con il suo ultimo giorno. Non è esattamente un dolce annegare come diceva quell'altro invece. ... vabbè, ma in fondo in fondo, una bella comunicazione interna o una richiesta di autorizzazione di missione aggiungono quel certo non so che alla vita, e daje! P.S. Cardarelli Vincenzo, laurea in direzione del personale ad honorem, conferita postuma...

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Domani partirò per andare giù dai miei, da persona educata si addice un congedo. Un viaggiatore si chiede sempre dove il suo viaggio lo porterà, una delle più pericolose illusioni è pensare di saperlo in anticipo. Giorgio Caproni, viaggiatore cerimonioso certamente più di me, si chiedeva ―Quando non sarò più in nessun dove / e in nessun quando, dove / sarò, e in che quando?‖ La domanda rende bene l‘animo del viaggiatore. Conto che il mio congedo, almeno questo congedo, sia meno definitivo di quello di Caproni!

Congedo del viaggiatore cerimonioso Amici, credo che sia meglio per me cominciare a tirar giù la valigia. Anche se non so bene l‘ora d‘arrivo, e neppure conosca quali stazioni precedano la mia, sicuri segni mi dicono, da quanto m‘è giunto all‘orecchio di questi luoghi, ch‘io vi dovrò presto lasciare. Vogliatemi perdonare quel po‘ di disturbo che reco. Con voi sono stato lieto dalla partenza, e molto vi sono grato, credetemi per l‘ottima compagnia. Ancora vorrei conversare a lungo con voi. Ma sia. Il luogo del trasferimento lo ignoro. Sento però che vi dovrò ricordare spesso, nella nuova sede, mentre il mio occhio già vede dal finestrino, oltre il fumo umido del nebbione che ci avvolge, rosso il disco della mia stazione. Chiedo congedo a voi senza potervi nascondere, lieve, una costernazione. Era così bello parlare insieme, seduti di fronte: così bello confondere i volti (fumare, scambiandoci le sigarette), e tutto quel raccontare di noi (quell‘inventare facile, nel dire agli altri), fino a poter confessare quanto, anche messi alle strette mai avremmo osato un istante (per sbaglio) confidare. (Scusate. E‘ una valigia pesante anche se non contiene gran che: tanto ch‘io mi domando perché l‘ho recata, e quale aiuto mi potrà dare poi, quando l‘avrò con me. Ma pur la debbo portare, non fosse che per seguire l‘uso. Lasciatemi, vi prego, passare. Ecco. Ora ch‘essa è nel corridoio, mi sento più sciolto. Vogliate scusare.) Dicevo, ch‘era bello stare insieme. Chiacchierare. Abbiamo avuto qualche diverbio, è naturale. Ci siamo – ed è normale anche questo – odiati su più d‘un punto, e frenati soltanto per cortesia. Ma, cos‘importa. Sia come sia, torno a dirvi, e di cuore, grazie per l‘ottima compagnia. Congedo a lei, dottore, e alla sua faconda dottrina. Congedo a te, ragazzina smilza, e al tuo lieve afrore di ricreatorio e di prato sul volto, la cui tinta mite è sì lieve spinta. Congedo, o militare (o marinaio! In terra

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come in cielo ed in mare) alla pace e alla guerra. Ed anche a lei, sacerdote, congedo, che m‘ha chiesto se io (scherzava!) ho avuto in dote di credere al vero Dio. Congedo alla sapienza e congedo all‘amore. Congedo anche alla religione. Ormai sono a destinazione.

Ora che più forte sento stridere il freno, vi lascio davvero, amici. Addio. Di questo, sono certo: io son giunto alla disperazione calma, senza sgomento. Scendo. Buon proseguimento Giorgio Caproni

Chiara Ebbene sì: partire è un po‘ morire … oggi ci siamo domani chissà … ma c‘è il sole! Quindi un congedo tanto solenne deve essere frutto dello stato d‘animo conseguente alla peperonata di ieri sera (o simili)!!! ;-)

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Roy Comincio io il ciclo di Sede Vacante, così Eleonora mi impone. Vi allego la filosofica leggerezza di un grande poeta, perché a volte ribellarsi e trasgredire è necessario. Tra le righe, troverete anche una incredibile citazione a Franco Battiato...

E lasciatemi divertire Tri tri tri, fru fru fru, ihu ihu ihu, uhi uhi uhi! Il poeta si diverte, pazzamente, smisuratamente! Non lo state a insolentire, lasciatelo divertire poveretto, queste piccole corbellerie sono il suo diletto. Cucù rurù, rurù cucù, cuccuccurucù! Cosa sono queste indecenze? Queste strofe bisbetiche? Licenze, licenze, licenze poetiche! Sono la mia passione. Farafarafarafa, tarataratarata, paraparaparapa, laralaralarala! Sapete cosa sono? Sono robe avanzate, non sono grullerie, sono la spazzatura delle altre poesie Bubububu, fufufufu. Friu! Friu! Ma se d'un qualunque nesso son prive, perché le scrive quel fesso? bilobilobilobilobilo blum! Filofilofilofilofilo flum! Bilolù. Filolù. U. Non è vero che non voglion dire, voglion dire qualcosa. Voglion dire... come quando uno si mette a cantare senza saper le parole. Una cosa molto volgare. Ebbene, così mi piace di fare. Aaaaa! Eeeee! Iiiii! Ooooo! Uuuuu! A! E! I! O! U! Ma giovanotto, ditemi un poco una cosa, non è la vostra una posa, di voler con così poco tenere alimentato un sì gran foco? Huisc...Huiusc... Sciu sciu sciu, koku koku koku. Ma come si deve fare a capire? Avete delle belle pretese, sembra ormai che scriviate in giapponese. Abì, alì, alarì. Riririri! Ri. Lasciate pure che si sbizzarrisca,

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anzi è bene che non la finisca. Il divertimento gli costerà caro, gli daranno del somaro. Labala falala falala eppoi lala. Lalala lalala. Certo è un azzardo un po' forte, scrivere delle cose così, che ci son professori oggidì

a tutte le porte. Ahahahahahahah! Ahahahahahahah! Ahahahahahahah! Infine io ò pienamente ragione, i tempi sono molto cambiati, gli uomini non dimandano più nulla dai poeti, e lasciatemi divertire! Aldo Palazzeschi, 1910

Chiara Que divertido!! W il re! Ma dillo che volevi principalmente fare pubblicità occulta per il 5‰!! ...Palomaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!

Ernesto io ai supplenti tagliavo le gomme il primo giorno, in maniera disinteressata ma preventiva

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Eleonora Facciamo finta che sono le 8 di mattina, il mio buongiorno arriva con una poesia di Corrado Alvaro, un grande poeta calabrese appunto. Qualche giorno fa, in tv parlavano della Calabria e dei suoi ulivi (o olivi?) attraverso le parole di questo poeta, scrittore, giornalista… Non sono riuscita a trovare nulla sugli ulivi. Eleonora Ballata in cerca di padrone Ho nella mente un paese con un cimitero e due chiese. Nel cimitero la biada cresceva e falciata il guardiano la vendeva ché in quel paese tutto era giardino. In quel paese tutto era giardino, cuore d‘uomo e di femmina persino. Cori e danze eran belli a vedere nella malinconia di certe sere quando il mondo pareva là finire. Corrado Alvaro in Poesie grigioverdi (1917)

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Questa poesia di Totò la conoscete sicuramente ma non è un motivo per non ricordarla. Colgo l‘occasione per ringraziare i supplenti delle loro belle poesie ma non è mia intenzione ricoprire il ruolo di ―titolare‖ in questo come in qualsiasi altro ambito, il mio sogno segreto è sempre stato di diventare un celebre anonimo. ‗A livella Ogn'anno,il due novembre,c'é l'usanza per i defunti andare al Cimitero. Ognuno ll'adda fà chesta crianza; ognuno adda tené chistu penziero. Ogn'anno,puntualmente,in questo giorno, di questa triste e mesta ricorrenza, anch'io ci vado,e con dei fiori adorno il loculo marmoreo 'e zi' Vicenza. St'anno m'é capitato 'navventura... dopo di aver compiuto il triste omaggio. Madonna! si ce penzo,e che paura!, ma po' facette un'anema e curaggio. 'O fatto è chisto,statemi a sentire: s'avvicinava ll'ora d'à chiusura: io,tomo tomo,stavo per uscire buttando un occhio a qualche sepoltura. "Qui dorme in pace il nobile marchese signore di Rovigo e di Belluno ardimentoso eroe di mille imprese morto l'11 maggio del'31" 'O stemma cu 'a curona 'ncoppa a tutto... ...sotto 'na croce fatta 'e lampadine; tre mazze 'e rose cu 'na lista 'e lutto: cannele,cannelotte e sei lumine. Proprio azzeccata 'a tomba 'e stu signore nce stava 'n 'ata tomba piccerella, abbandunata,senza manco un fiore; pe' segno,sulamente 'na crucella. E ncoppa 'a croce appena se liggeva: "Esposito Gennaro - netturbino": guardannola,che ppena me faceva stu muorto senza manco nu lumino! Questa è la vita! 'ncapo a me penzavo... chi ha avuto tanto e chi nun ave niente! Stu povero maronna s'aspettava ca pur all'atu munno era pezzente? Mentre fantasticavo stu penziero, s'era ggià fatta quase mezanotte, e i'rimanette 'nchiuso priggiuniero, muorto 'e paura...nnanze 'e cannelotte. Tutto a 'nu tratto,che veco 'a luntano? Ddoje ombre avvicenarse 'a parte mia... Penzaje:stu fatto a me mme pare strano... Stongo scetato...dormo,o è fantasia? Ate che fantasia;era 'o Marchese: c'o' tubbo,'a caramella e c'o' pastrano; chill'ato apriesso a isso un brutto arnese; tutto fetente e cu 'nascopa mmano. E chillo certamente è don Gennaro... 'omuorto puveriello...'o scupatore. 'Int 'a stu fatto i' nun ce veco chiaro: so' muorte e se ritirano a chest'ora? Putevano sta' 'a me quase 'nu palmo, quanno 'o Marchese se fermaje 'e botto, s'avota e tomo tomo..calmo calmo, dicette a don Gennaro:"Giovanotto! Da Voi vorrei saper,vile carogna, con quale ardire e come avete osato di farvi seppellir,per mia vergogna, accanto a me che sono blasonato! La casta è casta e va,si,rispettata, ma Voi perdeste il senso e la misura; la Vostra salma andava,si,inumata; ma seppellita nella spazzatura! Ancora oltre sopportar non posso la Vostra vicinanza puzzolente, fa d'uopo,quindi,che cerchiate un fosso tra i vostri pari,tra la vostra gente" "Signor Marchese,nun è colpa mia, i'nun v'avesse fatto chistu tuorto; mia moglie è stata a ffa' sta fesseria, i' che putevo fa' si ero muorto?

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Si fosse vivo ve farrei cuntento, pigliasse 'a casciulella cu 'e qquatt'osse e proprio mo,obbj'...'nd'a stu mumento mme ne trasesse dinto a n'ata fossa". "E cosa aspetti,oh turpe malcreato, che l'ira mia raggiunga l'eccedenza? Se io non fossi stato un titolato avrei già dato piglio alla violenza!" "Famme vedé..-piglia sta violenza... 'A verità,Marché,mme so' scucciato 'e te senti;e si perdo 'a pacienza, mme scordo ca so' muorto e so mazzate!... Ma chi te cride d'essere...nu ddio? Ccà dinto,'o vvuo capi,ca simmo eguale?... ...Muorto si'tu e muorto so' pur'io; ognuno comme a 'na'ato é tale e quale". "Lurido porco!...Come ti permetti

paragonarti a me ch'ebbi natali illustri,nobilissimi e perfetti, da fare invidia a Principi Reali?". "Tu qua' Natale...Pasca e Ppifania!!! T''o vvuo' mettere 'ncapo...'int'a cervella che staje malato ancora e' fantasia?... 'A morte 'o ssaje ched''e?...è una livella. 'Nu rre,'nu maggistrato,'nu grand'ommo, trasenno stu canciello ha fatt'o punto c'ha perzo tutto,'a vita e pure 'o nomme: tu nu t'hè fatto ancora chistu cunto? Perciò,stamme a ssenti...nun fa''o restivo, suppuorteme vicino-che te 'mporta? Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive: nuje simmo serie...appartenimmo à morte!" Antonio de Curtis, in arte Totò

80 Eleonora E' sempre emozionante rileggerla, ancor di più oggi che ho seguito una "lectio magistralis" di Don Luigi Ciotti sull'etica. Ha parlato di giustizia, uguaglianza, libertà, responsabilità. Senza diritti (e doveri) e uguaglianza non ci sarà progresso sociale. Tra le tante cose dette, è stato citato Don Lorenzo Milani e, in particolare, "Lettera a Pipetta", scritta a un giovane comunista. M'è piaciuta e ve la propongo...magari vale come poesia per domani mattina. Baci bacetti dalla bella (e un po' freddina..ma col sole) macerata :-) Ele "Caro Pipetta, ogni volta che ci incontriamo tu mi dici che se tutti i preti fossero come me, allora… Lo dici perché tra noi due ci siamo sempre intesi anche se te della scomunica te ne freghi e se dei miei fratelli preti ne faresti volentieri polpette. Tu dici che ci siamo intesi perché t'ho dato ragione mille volte in mille tue ragioni. Ma dimmi Pipetta, m'hai inteso davvero? È un caso, sai, che tu mi trovi a lottare con te contro i signori. San Paolo non faceva così. E quel caso è stato quel 18 aprile che ha sconfitto insieme ai tuoi torti anche le tue ragioni. È solo perché ho avuto la disgrazia di vincere che… Mi piego, Pipetta, a soffrire con te delle ingiustizie. Ma credi, mi piego con ripugnanza. Lascia che te lo dica a te solo. Che me ne sarebbe importato a me della tua miseria? Se vincevi te, credimi Pipetta, io non sarei più stato dalla tua. Ti manca il pane? Che vuoi che me ne importasse a me, quando avevo la coscienza pulita di non averne più di te, che vuoi che me ne importasse a me che vorrei parlarti solo di quell'altro Pane che tu dal giorno che tornasti da prigioniero e venisti colla tua mamma a prenderlo non m'hai più chiesto. Pipetta, tutto passa. Per chi muore piagato sull'uscio dei ricchi, di là c'è il Pane di Dio. È solo questo che il mio Signore m'aveva detto di dirti. È la storia che mi s'è buttata contro, è il 18 aprile che ha guastato tutto, è stato il vincere la mia grande sconfitta. Ora che il ricco t'ha vinto col mio aiuto mi tocca dirti che hai ragione, mi tocca scendere accanto a te a combattere il ricco. Ma non me lo dire per questo, Pipetta, ch'io sono l'unico prete a posto. Tu credi di farmi piacere. E invece strofini sale sulla mia ferita. E se la storia non mi si fosse buttata contro, se il 18… non m'avresti mai veduto scendere là in basso, a combattere i ricchi. Hai ragione, sì, hai ragione, tra te e i ricchi sarai sempre te povero a aver ragione. Anche quando avrai il torto di impugnare le armi ti darò ragione. Ma come è poca parola questa che tu m'hai fatto dire. Come è poco capace di aprirti il Paradiso questa frase giusta che tu m'hai fatto dire. Pipetta, fratello, quando per ogni tua miseria io patirò due miserie, quando per ogni tua sconfitta io patirò due sconfitte, Pipetta quel giorno, lascia che te lo dica subito, io non ti dirò più come dico ora: «Hai ragione». Quel giorno finalmente potrò riaprire la bocca all'unico grido di vittoria degno d'un sacerdote di Cristo: «Pipetta hai torto. Beati i poveri perché il Regno dei Cieli è loro». Ma il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno io non resterò là con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso." (Don Lorenzo Milani, 1950) Antonio Vale come poesia questa bellissima lettera, vale eccome. Grazie Ele, non la conoscevo. E' davvero grande questa lettera, una analisi lucida e disperata del potere e delle contingenze della storia, dei rovesciamenti, di quelli che i filosofi deliranti chiamano asetticamente eterogenesi dei fini, quali fini poi? L'avvento dello spirito! Tornante di quel frammento di storia fu il 18 aprile del 48 quando quello che si chiamava fronte popolare perse le elezioni. "è stato il vincere la mia grande sconfitta" dice don Milani, non ho mai sentito commento più sincero a quella beatitudine che ricorda gli ultimi.

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Ci sono notti che non accadono mai Ci sono notti che non accadono mai e tu le cerchi muovendo le labbra. Poi t‘immagini seduto al posto degli dèi. E non sai dire dove stia il sacrilegio: se nel ripudio dell‘età adulta che nulla perdona o nella brama d‘essere immortale per vivere infinite attese di notti che non accadono mai. Alda Merini

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La poesia originale è in dialetto romagnolo, la riporto per chi può apprezzarlo, io purtroppo non posso. I partigièn Un‘ è par véa d‘la gloria sa sém andè in montagna a fè la guèra. Ad guèra a sémi stóff, ad patria ènca. Evémi bsogn ad déi: lascés al mèni lébri, i pii, i òcc‘, a gli urèci; lascès durmèi ‗nt e fèn s‘una ragaza. Par quèst avém sparè a‘ s sém fat impichè a sém andè a e‘ mazèll pianzénd ‗nt‘ e‘ còr e al labri ch‘al tremèva. Mò ènca a savémi che a pèt d‘un boia d‘un fascésta, neun a sémi zènta e lòu del mariunèti. E adèss ch‘ a sém mort n‘u rumpéis i quaieun sa ‗l cerimòni, pansè piutòst m‘i véiv ch ì n‘ apa da pérd ènca lòu la giovineza. Nino Pedretti, Al vòusi e atre poesie in dialetto romagnolo, Torino, Einaudi 2007 I partigiani Non è per motivi di gloria che ce ne andammo in montagna a fare la guerra. Di guerra ne avevamo piene le scatole e anche di patria. Avevamo un gran bisogno di dirvi: lasciateci libere le mani e i piedi, gli occhi, gli orecchi; lasciateci dormire nel fieno con una ragazza. Solo per questo abbiamo sparato, ci siamo fatti impiccare, siamo andati al macello con il pianto nel cuore e con le labbra che ci tremavano. Ma anche così eravamo sicuri che, in confronto a un boia di fascista, noi eravamo persone vere e loro marionette. E adesso che siamo morti non ci venite a rompere i coglioni con le cerimonie, pensate ai vivi piuttosto, ché non tocchi anche a loro di perdere la giovinezza.

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Quanto è diverso ―questo bel sole di ottobre‖ di Pasolini dal ―vecchio sole ottobrino‖ di Cardarelli … contrappunti laceranti.

La tosse dell'operaio Sento tossire l'operaio che lavora qui sotto; la sua tosse arriva attraverso le grate che dal pianterreno danno nel mio giardino. Sicché essa pare risuonare tra le piante, toccate dal sole dell'ultima mattina di bel tempo. Egli, l'operaio, là sotto, intento al suo lavoro, tossisce ogni tanto, certamente sicuro che nessuno lo senta. E' un male di stagione ma la sua tosse non è bella; è qualcosa di peggio che influenza. Egli sopporta il male, e se lo cura, immagino, come noi da ragazzi. La vita per lui è rimasta decisamente scomoda; non l'aspetta nessun riposo, a casa, dopo il lavoro, come noi, appunto, ragazzi o poveri o quasi poveri. Guarda, la vita ci pareva consistere tutta in quella povertà, in cui non si ha diritto neanche, e con naturalezza, all'uso tranquillo di una latrina o alla solitudine di un letto; e quando viene il male, esso è accolto eroicamente: un operaio ha sempre diciotto anni, anche se ha figli più grandi di lui, nuovi agli eroismi. Insomma, a quei colpi di tosse mi si rivela il tragico senso di questo bel sole di ottobre. Pier Paolo Pasolini, "Tempo illustrato", 8 novembre 1969. In Poesie disperse I

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Chiara Non so per quale strada neuronale PPP ha richiamato CL. L‘operaio e il contadino. L‘autunno nelle sue infinite luci. Lascio parole per entrambi. M‘avete fatto umano baci dolenti, terre nascoste dove un dolore antico era prima del mio arrivo. Come un classico dio mendico sono stato in mezzo al grano povero e alle scomposte colline del grigio ulivo; secoli di pene imposte e di desiderio vano sul biondo tuo viso amico come in quei monti scoprivo che un egoismo lontano arse paterno e passivo spogliando d‘erbe l‘aprico terreno e le tenere coste. Alle offerte senza risposte so solo rispondere, e dico parole che apran l‘arcano grembo del fonte vivo. luglio 1936 Carlo Levi

Un nuovo sole, azzurro di grige lontananze volge gli ultimi insetti alle sbadate danze ultime; tutti i santi si gloriano dell'oro delle foglie, al sussurro chiesastico dei boschi. Sopra i monti distanti del paese italiano distende il suo lavoro giallo e verde l'autunno. Giacciono in loro stanze i morti di Trespiano nella gloria costretti dei ricordi e dei pianti. Di nessun luogo alunno senza amori e compianti con i morti e coi santi entro nel freddo autunno. novembre 1943 Carlo Levi

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Da Carlo Levi a Primo Levi. E‘ ben più di un‘associazione, più di una coincidenza. Vicino casa mia c‘è il teatro-biblioteca il Quarticciolo, una biblioteca piccola ma di quelle che piacciono a me, puoi prendere i libri, leggerli e ovviamente riporli, oppure puoi prenderli in prestito. Proprio sabato mattina scorso ci sono andato e nell‘attesa che la biglietteria del teatro aprisse ho sfogliato qualche libro nella sezione delle poesie, non è molto ricca e i pochi libri che ci sono devono aver provato parecchio fastidio a questo mio pensiero, la poesia non ha grande considerazione del concetto di quantità. Ho preso un libro di Primo Levi, ho aperto a caso e mi sono preso una sberla dalla quale mi sono ripreso solo quando sono tornato a casa. Cercando in rete la poesia che avevo letto, la prima che riporto, ho trovato la seconda, un‘altra sberla. Quando siete davanti a dei libri di poesie non dite mai che sono pochi, potrebbero farvela pagare molto cara.

Voci Voci mute da sempre, o da ieri, o spente appena; Se tu tendi l‘orecchio ancora ne cogli l‘eco. Voci rauche di chi non sa più parlare, Voci che parlano e non sanno più dire, Voci che credono di dire, Voci che dicono e non si fanno intendere: Cori e cimbali per contrabbandare Un senso nel messaggio che non ha senso, Puro brusio per simulare Che il silenzio non sia silenzio. A vous parle, compaings de galle: Dico per voi, compagni di baldoria Ubriacati come me di parole, Parole-spada e parole-veleno, Parole-chiave e grimaldello, Parole-sale, maschera e nepente. Il luogo dove andiamo è silenzioso O sordo. È il limbo dei soli e dei sordi. L‘ultima tappa devi correrla sordo, L‘ultima tappa devi correrla solo. Primo Levi, 10 Febbraio 1981

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Le pratiche inevase Signore, a fare data dal mese prossimo voglia accettare le mie dimissioni. E provvedere, se crede, a sostituirmi. Lascio molto lavoro non compiuto, Sia per ignavia, sia per difficoltà obiettive. Dovevo dire qualcosa a qualcuno, ma non so più che cosa e a chi: l'ho scordato. Dovevo anche dare qualcosa, una parola saggia, un dono, un bacio; ho rimandato da un giorno all'altro. Mi scusi, Provvederò nel poco tempo che resta. Ho trascurato, temo, clienti di riguardo. Dovevo visitare città lontane, isole, terre deserte; le dovrà depennare dal programma o affidarle alle cure del successore. Dovevo piantare alberi e non l'ho fatto; costruirmi una casa, forse non bella, ma conforme a un disegno. Principalmente, avevo in animo un libro meraviglioso, caro signore, che avrebbe rivelato molti segreti, alleviato dolori e paure, Sciolto dubbi, donato a molta gente il beneficio del pianto e del riso. Ne troverà traccia nel mio cassetto, in fondo, tra le pratiche inevase; Non ho avuto tempo per svolgerla. È peccato, sarebbe stata un'opera fondamentale. Primo Levi

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Oggi cambiamo registro, altrimenti non arriviamo a fine settimana… Propongo di leggere ma soprattutto ascoltare un tango del 1971 traboccante di pathos e sentimento. Il testo, vi assicuro, perde molto del suo messaggio senza la straziante interpretazione del grande Aldo Fabrizi. Se qualcuno di voi non dovesse disporre di mezzi adeguati per l‘ascolto allora può sfruttare l‘assenza del mio coinquilino per ascoltare questo memorabile testo nella mia stanza.

Lulù tu non mi ami più. Lulù nel cielo blu non brillano più le stelle lassù se tu vai laggiù. Lulù la gioventù sfiorisce quaggiù perché manchi tu. Non mi guardano più quegli occhioni tuoi blu, non mi ridono più quei dentoni tuoi blu. Dimmi forse nel tuo cuore c' è nascosto un altro amore dimmi infrangi il mio dolore dimmi dimmi se c'è alcun. Vorrei gettarmi ai piedi tuoi nel mio soffrire ma a star vicino ai piedi tuoi si può morire. Amor mio gran tesor per te soffrirò per te piangerò per te incecchirò.

Amor singhiozza il cor perché soffre ogn'or perché soffre ogn'or perché so‘ fregnon. Non mi estasiano più i capelli tuoi blu, non mi sfiorano più le ginocchia tue blu. Se nei frizzi tuoi mordaci mi deridi e non mi baci taci dunque, dunque taci taci dunque, 'tacci tu. Si, del mio cuore fanne pure quel che vuoi, però non dirmi i frizzi più, mortacci tuoi. Sono pazzo già da un pezzo già da un pezzo sono pazzo se mi sprezzo m'ammazzo se m'ammazzo morirò. Ma che m'importa se il tuo amore è una follia ah! ah! ah! ah! ... io voglio bene solamente a... mamma mia. Aldo Fabrizi, 1971.

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Andrea tengo il buon Fabrizi riposto in uno dei tanti meandri delle mie circonvoluzioni cerebrali... quando leggo cose sue o che sono state da lui interpretate, parte l'ologramma che mi recita la cosa con tanto di impostazione sorniona e gongolante, accento, lieve affanno, gioco di occhi, smorfie, strascico di sillabe e presenza ingombrante... a volte la dotazione personale supplisce alle carenze di adeguati mezzi! ;-) E a proposito di presenza ingombrante il nostro non si risparmiava davvero come descrive ne "La dieta", d'altra parte mantenere il punto e rinforzare il proprio proposito è affare serio e controverso come lamenta in questa altra poesia: Povera panza mia Calà de peso è utile e conforta perchè riempie de soddisfazione, ma 'sto riempimento è un illusione che la panzetta mia nun la sopporta. Si brontola più forte, quarche vorta, quel brontolio me dà la sensazione che le budella vanno in processione cantanno er coro de la panza morta. Così ho pensato a facce tatuà un paro de posate messe a croce e su la croce 'st'epitaffio qua: «Dopo una vita onesta e attrippatella, stroncate dalla dieta più feroce quì riposeno in pace le budella.» Aldo Fabrizi

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Andrea, all‘ora di pranzo Anche per gli assenti e per i fuori sede ;-) Proseguendo quindi con Aldo Fabrizi vi do appuntamento fra cinque minuti nel corridoio... Magnà e dormì So‘ du‘ vizietti, me diceva nonno, che mai nessuno te li pò levà, perché so‘ necessari pe‘ campà sin dar momento che venimo ar monno. Er primo vizio provoca er seconno: er sonno mette fame e fà magnà, doppo magnato t‘aripija sonno poi t‘arzi, magni e torni a riposà. Insomma, la magnata e la dormita, massimamente in una certa età, so‘ l‘uniche du‘ gioje de la vita. La sola differenza è questa qui: che pure si ciài sonno pòi magnà, ma si ciài fame mica pòi dormì. Aldo Fabrizi

Chiara ANTO‘, GNAGNA E‘ CAPITOLATO!!!!!!!!!!!!!!! Io Hai visto che bello! Bastava citare il poeta giusto. ;-))

90 Rimaniamo sul romanesco con una poesia di Natale Polci, poeta romano nato a Giuliano nel 1897 (non trovo traccia in rete della morte ma ad occhio e croce dovrebbe essere dipartito, magari una voce in wikipedia i romani potrebbero dedicargliela!). La poesia è solitamente (ed erroneamente) attribuita a Trilussa. Da non perdere la lettura della versione italiana di Andrea Bocelli. Er passero ferito Era d'Agosto. Un povero uccelletto, ferito da la fionna d‘un maschietto, s‘agnede a riposà co ‗n‘ala offesa, su la finestra aperta d‘una chiesa. Da le tendine der confessionale, un prete intese e vidde l‘animale, ma dato che lì fori, c‘ereno nun so quanti peccatori, richiuse le tendine espressamente, e se rimise a confessà la gente. Ma mentre che la massa de persone, diceva l‘orazzione senza guardà pe‘ gnente l‘ucelletto, ‗n omo lo prese e se lo mise in petto… Allora ne la chiesa se sentì, un lungo cinguettìo: cì-cì, cì-cì… Er prete, risentendo l‘animale, lasciò er confessionale, poi, nero nero peggio de la pece, s‘arampicò sur purpito e lì fece: "Fratelli, chi ha l‘ucello per favore vada fora dar Tempio der Signore!". Li maschi, tutti quanti in una vorta, partirono p‘annà verso la porta, ma er prete, a que lo sbajo madornale: "Fermi!", strillò "che me so espresso male… Tornate indietro e stateme a sentì: qua, chi ha preso l‘ucello deve uscì!". A testa bassa e la corona in mano, cento donne s‘arzorno piano piano. Ma mentre se ‗n‘annaveno de fora, er prete ristrillò: "Ho sbajato ancora!". Rientrate tutte quante fije amate, ch‘io nun volevo dì quer che pensate. Io v‘ho già detto e ve ritorno a dì, che chi ha preso l‘ucello deve uscì, ma io lo dico a voce chiara e stesa, a chi l‘ucello l‘abbia preso in chiesa!". In quello stesso istante, le moniche s‘arzorno tutte quante, eppoi, cor viso pieno de rossore, lasciarono la casa der Signore. Natale Polci L'uccelletto in chiesa Era d'agosto e un povero uccelletto ferito dai pallini di un moschetto andò a posarsi con un'ala offesa sulla finestra aperta di una chiesa. Dalle tendine del confessionale il parroco intravide l'animale, ma, pressato da molti peccatori che volevan pentirsi degli errori, richiuse le tendine immantinente e si rimise a confessar la gente. Mentre in ginocchio oppur stando a sedere ogni fedele diceva le preghiere una donna, notato l'uccelletto, lo pose al caldo mettendolo nel petto. A un tratto un improvviso cinguettìo ruppe il silenzio nel tempio di Dio. Rise qualcuno e il prete, a quel rumore, il ruolo abbandonò di confessore, s'arrampicò sul pulpito veloce e di lassù gridò ad altra voce: "Fratelli, chi ha l'uccello, per favore, esca fuori dal tempio del Signore". I maschi, un po' stupiti a tal parole, lesti si accinsero ad alzar le suole, ma il prete a quell'errore madornale "Fermi!" - gridò - "mi sono espresso male, rientrate tutti e statemi a sentire: solo chi ha preso l'uccello deve uscire". A testa bassa e la corona in mano cento donne s'alzarono pian piano, ma mentre s'affrettavan di buon ora il prete le gridò "Ho sbagliato ancora, rientrate tutte quante figlie amate, ch'io non volevo dire quel che pensate". E riprese: "Già dissi e torno a dire, solo chi ha preso l'uccello deve uscire, ma mi rivolgo a voce chiara e estesa solo a chi ha preso l'uccello in chiesa". A tal parole, nello stesso istante, le monache si alzaron tutte quante, quindi, col viso pieno di rossore, lasciarono la casa del Signore.

91

(Versi aggiunti successivamente da anonimo) Er prete co‘ la faccia imbambolata, capì che aveva detto ‗na cazzata e sentenziò: "Rientrate piano piano… sorta chi adesso cià l‘ucello in mano!". Una ragazza che cor fidanzato, stava co‘ lui a sede sur sagrato, disse impaurita, cor visetto smorto: "Che te dicevo? A stronzo! Se n‘è accorto!". Ma quello che nessuno ha mai capito è perché pure er chirichetto s'è arzato e se n‘è ito.

"Santa Vergine!" - esclamò il buon prete "Sorelle, su rientrate, state quiete, perché voglio concluder, sissignori, la serie degli equivoci e di errori, perciò, senza rumore, piano piano, esca soltanto chi ha l'uccello in mano". Una fanciulla che col fidanzato era nascosta in un angolo appartato dentro una cappella laterale, poco mancò che si sentisse male, quindi gli sussurrò col viso smorto: "Te lo dicevo, hai visto, se n'è accorto!". (Altro finale aggiunto) Ma in un angolo ancora più appartato, un'altra ragazza col fidanzato, disse: "Caro, non se n'è accorto, ché io non son sciocca, in quanto, l'uccello, lo tenevo in bocca!".

Andrea bè... direi che la versione in italiano è troppo sbilanciata sulla dimensione-barzelletta e le aggiunte successive tradiscono un po' il sonetto originale, no? Polci non si trova manco più in libreria come molti altri dialettali e coltivatori del vernacolo, sarà stato messo fuori catalogo pure sul web... gita a Giuliano di Roma? magari alla Biblioteca Comunale intitolata al Polci?... oddio è Ciociaria e il paese ha fornito pure manodopera alla banda del Brigante Gasparone quindi la zona potrebbe non essere molto raccomandabile! ;-) Io Sono d‘accordo che le aggiunte successive siano di diverso registro, devo ammettere però che anche la versione italiana è piacevole, anche qui le aggiunte hanno una forzatura, un di più che rompe l‘equilibrio Andrea non lo so mica però...ci sono licenze di "traduzione" che stravolgono un po' troppo tutto... già all'inizio "la fionna d'un maschietto" diventa "pallini di un moschetto" la disperata ricerca di un assonanza tra le due versioni porta a risultati paradossali: se colpisci un passero con un moschetto a pallini non lo ferisci, lo disintegri. Un po' come tirare al piccione con il cannone o sparare a un coniglio con un fucile da caccia grossa insomma". "n'omo lo prese e se lo mise in petto" diventa "una donna...", vabbè le pari opportunità ma allora devo concludere che hanno fatto benissimo a cambiare anche il titolo al sonetto tradotto! Ele ..boccio le aggiunte e la versione in italiano. Grazie Antonio, veramente divertente! Io Sull‘annoso problema … traduzione, tradizione, tradimento … la radice è la stessa ;-)

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Dopo la carrellata romanesca doveva essere il turno di uno dalle mie parti ma il mio autore aspetterà fino a domani perché oggi è il compleanno di Daniela e le sue parole non andavano bene per l‘occasione. Trovo più indicate quelle di Emily. Per l‘occasione la traduzione è mia, quella in rete non mi piaceva, siate clementi. Autunno Le mattine sono più miti di prima Le noci diventano più scure La guancia della bacca è più paffuta, La rosa è fuori città. L‘acero indossa una sciarpa più gaia, La campagna una gonna scarlatta. Perché io non debba essere antiquata, mi metterò un ciondolo. Autumn The morns are meeker than they were, The nuts are getting brown; The berry's cheek is plumper, The rose is out of town. The maple wears a gayer scarf, The field a scarlet gown. Lest I should be old-fashioned, I'll put a trinket on. Emily Dickinson

Daniela grazie bella la poesia e mi piace molto la traduzione se la mela rossa matura in autunno un frammento in tema

Quale dolce mela che su alto ramo rosseggia, alta sul più alto, la dimenticarono i coglitori; no, non fu dimenticata: invano tentarono di raggiungerla… Saffo (traduzione S. Quasimodo)

93 ―Questo poema è solo, chiuso nel suo stesso impossibile‖ dice Carmelo Bene. Del poema 'L mal de' fiori Bene vietò espressamente recensioni, si autointervistò per evitare lo stupro dei critici. Scrisse qualche articolo, lesse e commentò qualche verso. Da parte mia poche parole, come si addice, sfilacciate e incompiute. La parola è dissezionata, esplosa, non perché vecchia ma perché parola. Del futurista Bene ha il tono, non l‘intento, non c‘è novità che possa nascere dove non c‘è inizio, ―tutto è passato senza incominciare‖. Bene accetta la parola, sia medioevale o contemporanea, dialettale o italiana, al lettore lascia il senso del verbo che fu all‘inizio e già si perde nelle trame del dissenso e dell‘insignificanza. Bene accetta la parola, in tutte le sue sfumature, capace di creare e svaporare come fumo sotto gli occhi allucinati di chi legge. La parola è voce rauca nell‘inavvenir, prescritta ―da un voler che non si sa disvoluto‖. Non è da tutti avere il privilegio d‘esser dannati, a Carmelo Bene è toccato. Scriveva di sé ―La mia massima ambizione è sempre stata quella di diventar cretino, perseguita con accanimento sin dalle operine giovanissime‖. Un disegno così impegnativo chiede costante dedizione e duro lavoro, non tutti possono affrontarlo.

Voce mia tua chissà chiamare questo Mia tua chissà la voce che chiamare ventilato è suonar che ne discorre in che pensar diciamo e siamo detti vani smarriti soffi rauchi versi prescritti da un voler che non si sa disvoluto e alla mano intima incisi segni qui divertiti disattesi sensi descritti testi d'altri che morti fiati dimentichi 'n mia tua chissà la voce Noi non ci apparteniamo E' il mal de' fiori Tutto sfiorisce in questo andar ch'è star inavvenir Nel sogno che non sai che ti sognare tutto è passato senza incominciare 'me in quest'andar ch'è stato Carmelo Bene, dal poema 'L mal de' fiori, Bompiani, 2000

Siamo fuor del marcire dentro un sacco Siamo fuor del marcire dentro un sacco morente assenza Resti di che mai fu In provincia la stessa che ritorna tourne à naître in tour-nées poveri guitti babalbutiti ‗n vuota scena da nostradonnamaria insignificanza indove ce ne no stiamo più non stiamo e t‘amo ‗n letto ‗me se d‘altrui cadaveri ‗nventato. L‘hanno portato via l‘hanno portato chi l‘aveva una volta mai l‘amata se non a mo‘ di tazza sul comò tepida oscena dura a mo‘ di smalto tronco busto sensuato ‗me di bambola educato ‗n androide sì così si sta in così ecce femina ch‘è no Distaccata ‗me posta lontanata chissà per s‘avvicina l‘altra mano toccami qui dove più non duole il no del corpo star in fare il morto. Che ragazza e ragazza! E‘ cosa spoglia nella sera dall‘ombra carezzata nella carezza ombrata da la notte in dell‘incanto sole del meriggio domestico claustrato d‘arabeschi divini evanescenti alle marine pareti della stanza ‗n divenir Che ragazza e ragazza! sperso arredo ‗n dettagli in apparir disparso dentro vano che d‘intimo discreto in m‘hai scordata L‘hanno portata via l‘hanno portata ‗me il tutto ch‘è mai stato e poi finì. Carmelo Bene, dal poema 'L mal de' fiori, Bompiani, 2000

Andrea annamo a magna' che poi doppo possiamo cinguettare puro noi... La poesia Appena se ne va l'urtima stella e diventa più pallida la luna c'è un Merlo che me becca una per una tutte le rose de la finestrella: s'agguatta fra li rami de la pianta, sgrulla la guazza, s'arinfresca e canta. L'antra matina scesi giù dar letto co' l'idea de vedello da vicino, e er Merlo furbo che capì er latino spalancò l'ale e se n'annò sur tetto. - Scemo! - je dissi - Nun t'acchiappo mica...E je buttai du' pezzi de mollica. - Nun è - rispose er Merlo - che nun ciabbia fiducia in te, ché invece me ne fido: lo so che nu m'infili in uno spido, lo so che nun me chiudi in una gabbia: ma sei poeta, e la paura mia è che me schiaffi in una poesia. E' un pezzo che ce scocci co' li trilli! Per te, l'ucelli, fanno solo questo: chiucchiù, ciccì, pipì... Te pare onesto de facce fa la parte d'imbecilli senza capì nemmanco una parola de quello che ce sorte da la gola? Nove vorte su dieci er cinguettio che te consola e t'arillegra er core nun è pe' gnente er canto de l'amore o l'inno ar sole, o la preghiera a Dio: ma solamente la soddisfazzione d'avè fatto una bona diggestione. Trilussa

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Rimaniamo al sud con un inedito. Un cammeo, almeno per me, di quelli a cui ti affezioni e ti danni per non aver scritto. Abele Longo è del sud e vive a Londra, ha un blog che consiglio di leggere. Chi segue il mio blog sa della mia adorazione per quelle ragnatele del tempo che sono i muri a secco.

Muri a secco Si condensa nei confini netti di una terra arida di zolle la notte, coi solchi chiusi alle falesie, dove il mare fa da ponte all‘universo. Abele Longo

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Ancora una poesia di Abele

Sotto il cielo di Gaza proviamo ad appendere i nostri figli come ai fili del bucato cliccare mi piace su facebook come il pilota sgancia le bombe poi vedremo se passa come passano i temporali Abele Longo

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Ernesto

Odiare forse? Odiare forse un popolo la cui carne fu cenere sotto una mano iniqua? Odiare anche i bambini - l'età dei miei fratelli se hanno un padre che beve vino sulle mie lacrime? Pure l'odio al carnefice, e il perdono ai suoi figli, sarà, sempre, sarà ancora, nonostante la miseria? Rashid Husayn, 1936-1980

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Andrea, per la firma di un contratto beccateve questa, per la serie... è dura ma ce la faremo :-D Mercoledì 21 novembre 2012 Suonavano a festa le sante campane. -E‘ congrua! – cantavano vicine e lontane. Ed io che sbirciavo Sul chiaro verbale, le firme cercavo, malfidato totale. Il nitido scritto leggendo, compresi che ver‘eran le voci, e sorrisi. Mi dissi: ―Altro passo, che è grande, vedrai, se avanti nell‘iter, portar lo saprai‖. Chiusi gli occhi con rassegnazione… e vidi una gemma brillar: la determinazione.

Rimaneggiamento di una poesia sul Natale imparata quando ero piccolo e quasi dimenticata del tutto...

Girotondo Se verrà la guerra, Marcondiro'ndero se verrà la guerra, Marcondiro'ndà sul mare e sulla terra, Marcondiro'ndera sul mare e sulla terra chi ci salverà? Ci salverà il soldato che non la vorrà ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà. La guerra è già scoppiata, Marcondiro'ndero la guerra è già scoppiata, chi ci aiuterà. Ci aiuterà il buon Dio, Marcondiro'ndera ci aiuterà il buon Dio, lui ci salverà. Buon Dio è già scappato, dove non si sa buon Dio se n'è andato, chissà quando ritornerà. L'aeroplano vola, Marcondiro'ndera l'aeroplano vola, Marcondiro'ndà. Se getterà la bomba, Marcondiro'ndero se getterà la bomba chi ci salverà? Ci salva l'aviatore che non lo farà ci salva l'aviatore che la bomba non getterà. La bomba è già caduta, Marcondiro'ndero la bomba è già caduta, chi la prenderà? La prenderanno tutti, Marcondiro'ndera siam belli o siam brutti, Marcondiro'ndà Siam grandi o siam piccini li distruggerà siam furbi o siam cretini li fulminerà. Ci sono troppe buche, Marcondiro'ndera ci sono troppe buche, chi le riempirà? Non potremo più giocare al Marcondiro'ndera non potremo più giocare al Marcondiro'ndà. E voi a divertirvi andate un po' più in là andate a divertirvi dove la guerra non ci sarà. La guerra è dappertutto, Marcondiro'ndera la terra è tutta un lutto, chi la consolerà? Ci penseranno gli uomini, le bestie i fiori i boschi e le stagioni con i mille colori. Di gente, bestie e fiori no, non ce n'è più viventi siam rimasti noi e nulla più. La terra è tutta nostra, Marcondiro'ndera ne faremo una gran giostra, Marcondiro'ndà. Abbiam tutta la terra Marcondiro'ndera giocheremo a far la guerra, Marcondiro'ndà Fabrizio De Andrè, 1968

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Prima di vederci da Gabriele stasera, special guest della poesia di oggi, vi invio una poesia di John Matthias, un autore che lui mi ha fatto conoscere e apprezzare. Non è molto noto ma appena la nostra antologia sarà pubblicata sono sicuro che avrà il posto che merita nel panteon della poesia ;-) La poesia è tra le mie preferite della raccolta che Gabriele ha tradotto. La storia dell‘amico Gil si intreccia con quella di Gilgamesh, avvenuta millenni prima. La storia accadica di Gilgamesh si ferma alla XII tavola, la storia di Gil è letta millenni dopo, in frammenti, sulla XIII tavola, quando si ricorderà appena di un uomo che pendeva tra le macerie come ―un dispensa semi per i fringuelli dalla gola gialla.‖

Column I, Tablet XIII For Gilburt Loescher, UN High Commission for Refugees ...

Colonna I, Tavola XIII Per Gilburt Loescher, Alto Commissario ONU per i Profughi ...

mostly broken, but assumed to be a lone survivor... ...man called Gil is what the paper said if you were able to decipher the Akkadian, cuneiform... A man called Gilgamesh, was king and had a friend. Climb along the outer wall, the inner wall, study the foundation... ...expedition...dream in Nether world. Apsu, the abyss He lived next door to me for many years and he would read beneath the tree that shaded both our gardens. Tall Gilgamesh, he'd play basketball with local kids and let them win. His friend Sergio called to him from Baghdad. Man of peace, scholar of our failure to mend...he went... in schools they studied exorcism... Sin-legi-unninni wrote it down. Humbaba came the outer walls collapsed... inner walls his wife Ann doing her tai chi as Gil Red on, then stringing wire between our houses, hanging up a feeder for the yellow-throated finch Gil hanging upside down in rubble by his broken legs, calling for his friend. Terrible the flash of light O terrible the thunder-blast column... tablet...Enkidu

rotto per lo più, ma ritenuto essere l'unico esemplare sopravvissuto... un uomo chiamato Gil è quello che il giornale diceva se eri capace di decifrare la lingua accadica, il cuneiforme... Un uomo chiamato Gilgamesh, era re ed aveva un amico. Sali sul muro esterno, il muro interno, studia le fondamenta... ...spedizione...sogno in un mondo degli Inferi. Apsu, l'abisso Ha vissuto per molti anni nella casa accanto alla mia e soleva leggere sotto l'albero che dava ombra a entrambi i nostri giardini. Gilgamesh il lungo, giocava a basket con i ragazzini del posto e li lasciava vincere. Il suo amico Sergio ri rivolse a lui da Baghdad. Uomo di pace, studioso della nostra incapacità di riparare...egli andò... nelle scuole studiavano esorcismi... Sin-legi-unninni lo trascrisse. Humbaba venne i muri esterni collassarono... i muri interni sua moglie Ann che faceva il suo tai chi mentre Gil continuava a leggere, poi stendeva il filo tra le nostre case, appendeva un dispensa semi per i fringuelli dalla gola gialla Gil che pende a testa in giù tra le macerie dalle sue gambe rotte, che invoca il suo amico. Terribile il lampo di luce O terribile lo scoppio del tuono colonna ... tavola ... Enkidu John Matthias, Nuotando a mezzanotte. Traduzione e cura di Gabriele Poole. Ed. Dante & Descartes, 2008.

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Margaret Fuller Slack Sarei stata grande come George Eliot ma il destino non volle. Guardate il ritratto che mi fece Penniwit, col mento appoggiato alla mano e gli occhi fondi — e grigi e indaganti lontano. Ma c'era il vecchio, l'eterno problema: celibato, matrimonio o impudicizia? Venne il ricco esercente John Slack, con la promessa che avrei potuto scrivere a mio agio, e io lo sposai, misi al mondo otto figli, e non ebbi più tempo per scrivere. Per me, comunque, era tutto finito quando l'ago mi trafisse la mano mentre lavavo i panni del bambino, e morii di tetano, un'ironica morte. Anime ambiziose, ascoltate, il sesso è la rovina della vita!

Edgar Lee Masters, In Antologia di Spoon River, 1916

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Come fare 15 km con la testa tra le nuvole. In questo mese c‘è uno spettacolo che non smette mai di riempirmi di meraviglia e commozione, gli storni di stormi, uno stordimento dei sensi, uno stormire di ali e segni capace di farti arrivare ovunque senza bisogno di sapere quale strada hai fatto. La poesia di oggi è un pensiero che scrisse un mio amico sul volo degli uccelli. "Ogni specie di uccello ha un suo modo di volare, ritmo, energia, dolcezza e poesia, quasi un modo suo di dare forma e consistenza all'invisibilità dell'aria. Siamo tutti occhi aperti su orizzonti unici.", Luca. Tempo fa passai in rassegna decine di video per trovarne uno che fosse degno di accompagnare queste parole. http://cosechedimentico.blogspot.it/2011/12/pensierialtrui.html

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Conosco poco Elio Pecora, e dire che una sera sono stato ad un metro da lui.

Per una musica Non so più dove né quando lasciai il bambino che ero né se quel giorno fui più infelice o contento. Di quel bambino lontano porto l‘attesa eccessiva. Né più m‘è dato vederlo, ma ne odo il riso e il richiamo se un altro giorno saluto, se a un altro giorno m‘avvio. Elio Pecora

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Ormai son due giorni che sono costretto a venire con i mezzi per via della pioggia… ―perché proprio a noi questo impervio destino‖ si chiede il poeta!!!

Perché proprio a noi questo impervio destino: cieli che spiovono, rime che franano sopra un fangoso mattino? Per me che sognavo una parola sola (una ferma corazza, una beata viola) solo polvere e frammenti, disanellati ori. Non è per voi questo tempo o troppo quieti, o mesti nomi: al gelo che si annuncia scricchiano anche le foglie, ghiacciano i cuori. Giancarlo Pontiggia, Bosco del tempo, Guanda 2005.

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Ricordo che questa poesia fu la prima ad essere studiata in prima media, o forse una delle prime, certamente fui interrogato. Bisognava impararla a memoria e commentare. Incredibile a dirsi, la conoscevo a memoria, forse a quei tempi il mio autismo l‘aiutava la memoria, l‘interrogazione andò bene. La professoressa me la ricordo bene, Maria Luisa Merlo, era di Busto Arstizio, sposata a Gallipoli con un gioielliere che faceva Campa di cognome, per un malaccorto auspicio i genitori chiamarono lui Sereno e il fratello Felice, come potevano sapere che lui sarebbe stato ucciso durante una rapina nella sua gioielleria e il fratello sarebbe morto mentre puliva il suo fucile di caccia? Potenza della tragedia, il destino è un cavallo imbizzarrito che non vuole briglie. Me la ricordo bene la professoressa Merlo, rimase impigliata in un crinale della memoria quando, quasi per gioco, il mondo, per un altro rovescio del destino, mi divenne asimmetrico e cominciò a pesare tutto da un lato, mentre l‘altro lato all‘improvviso divenne leggero, quasi invisibile.

Rio Bo Tre casettine dai tetti aguzzi, un verde praticello, un esiguo ruscello: rio Bo, un vigile cipresso. Microscopico paese, è vero, paese da nulla, ma però... c'è sempre disopra una stella, una grande, magnifica stella, che a un dipresso... occhieggia con la punta del cipresso di rio Bo. Una stella innamorata? Chi sa se nemmeno ce l'ha una grande città. Aldo Palazzeschi

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Eleonora Ciao cari, qualche giorno fa ho visto il film di animazione ―Valzer con Bashir‖ sul massacro dei campi palestinesi di Sabra e Chatila avvenuto il 16 settembre 1982. Mi piace l‘idea che la nostra antologia contenga un ricordo di quella strage. Affido il compito alle parole di Francis Khoo Kah Siang, un combattente singaporiano per la libertà di tutti i popoli oppressi, perseguitato e rifugiato a Londra. La sua poesia, scritta il 27 luglio 1984, è stata letta il 16 settembre 2012 a Beirut durante l‘incontro di benvenuto alle delegazioni internazionali intervenute alla commemorazione del trentennale del massacro di Sabra e Shatila. La traduzione della poesia è di Marco Pasquini, regista del film Gaza Hospital (che non ho visto!). http://www.palestinalibera.org/2012/10/in-ricordo-di-francis-khoo-kah-siang-francisco/ PASSAPORTO (Per i Palestinesi che non hanno passaporti) Cos‘è un passaporto se non un album che vanta luoghi lontani che hai già visitato? Cos‘è un passaporto se non una seccatura con visti e timbri che puoi riguardare? Cos‘è un passaporto se non pacchetti del duty free con aeroporti e dogane e valigie samsonite? Ma dov‘è il mio passaporto il mio diritto ad averne uno il mio diritto di nascita il mio posto nel mondo? Dov‘è il passaporto per quelli rimasti indietro per le famiglie e i patrioti oltre frontiera? Dov‘è il passaporto per Sabra e Shatila per milioni di esiliati dispersi nella diaspora? Dov‘è il passaporto per Gerusalemme, Ramallah Nablus, Jabaliah Tulkarm e Rafah? Quando potrà un passaporto gridare Palestina questa Terra non è la tua Terra questa Terra è la mia? Ma questo è il mio passaporto quel che mi è caro una bandiera, una pietra, una kufjia Perché presto me ne andrò dove cresce il timo dove si danza la dabkhe sia cosa sia Che venga quel giorno mia karameh che venga quel giorno mia dignità Traduzione di Marco Pasquini PASSPORT (For the Palestinians who have not passports) What is a passport but a scrapbook galore boasting faraday places you have visited before? What is a passport but a hassle to you what with visas and fees for you to review? What is a passport but duty free fags with airport and customs and samsonite bags? But where is my passport my right toh ave one that mark of my birth right my place in the sun? Where is the passport for those left behind for family and patriots behind the greenline? Where is the passport for Sabra Shatilla for millions in menfa ejected diaspora? Where is the passport for Al-Quds, Ramallah Nablus, Jabaliah Tulkarm and Rafah? When cam a passport cry out Palestine this land ain‘t your land for this land is mine? But this is my passport the one I hold dear a flag, a rock a chequered keffiyeh? For soon I go where za‘tar grows dance the debkeh come what may So come that day my karameh so come that day my karameh ―Francisco‖ Francis Khoo Kah Siang La strage ve la ricordo con le parole di Stefano Chiarini, giornalista del manifesto ed esperto di Medio Oriente, morto il 3 febbraio 2007. Questo articolo è stato pubblicato il 12 settembre 2002. La versione integrale la trovate al link http://www.contropiano.org/it/esteri/item/11270 ―…Questo ventesimo anniversario è per certi versi ancora più amaro e triste di quelli che l'hanno preceduto, non solo per i ricordi personali delle 3.000 vittime massacrate dai falangisti sotto la supervisione dell'esercito israeliano tra il pomeriggio del 16 e la mattina del 18 - anziani, donne e soprattutto bambini torturati, menomati, in alcuni casi tagliati a fettine e poi ricomposti sulle tavole a mo' di dolci - ma anche per il fatto che tutto, a vent'anni di distanza, sembra di nuovo ripetersi.

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Una veloce lettura degli eventi di quei terribili giorni del 1982 non lascia dubbi sulle responsabilità internazionali, proprio come oggi. I combattenti palestinesi si erano ritirati da Beirut alla fine di agosto in cambio dell'impegno sottoscritto dal governo israeliano con l'inviato Usa Philip Habib, di non entrare a Beirut ovest. I soldati americani, francesi e italiani, arrivati il 21 agosto, avrebbero vigilato sul mantenimento degli impegni presi da Israele. Invece, ritiratisi i fedayin, gli Usa decisero un ritiro anticipato di 15 giorni, lasciando i campi alla mercé degli israeliani. Sharon l'11 settembre dichiarò che a Sabra e Chatila «ci sono ancora 2.000 terroristi». Martedì 14 venne ucciso Bechir Gemayel, il presidente falangista libanese alleato di Israele, mercoledì 15 l'esercito israeliano entrò a Beirut ovest e circondò i campi affidando ai falangisti la loro «ripulitura». Giovedì 16 iniziò il massacro che sarebbe durato fino a sabato 18. Lunedì 20 Reagan annunciò il ritorno delle forze multinazionali incaricate di «proteggere i palestinesi». La strage era compiuta e la coscienza dell'Occidente salva.‖

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L'ho visto anch'io quel film, non fino alla fine però, non ce l'ho fatta. A volte devo darmi tempo per poter vedere o leggere qualcosa, farlo di getto mi costa troppo. E' il caso di questa poesia di Paul Celan, da leggere con parsimonia. Alla voce Paul Celan di wikipedia trovate una discreta analisi della poesia.

Fuga di morte Nero latte dell‘alba lo beviamo la sera lo beviamo al meriggio, al mattino, lo beviamo la notte beviamo e beviamo scaviamo una tomba nell‘aria lì non si sta stretti Nella casa c‘è un uomo che gioca coi serpenti che scrive che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d‘oro Margarete lo scrive e va sulla soglia e brillano stelle e richiama i suoi mastini e richiama i suoi ebrei uscite scavate una tomba nella terra e comanda i suoi ebrei suonate che ora si balla Nero latte dell‘alba ti beviamo la notte ti beviamo al mattino, al meriggio ti beviamo la sera beviamo e beviamo Nella casa c‘è un uomo che gioca coi serpenti che scrive che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d‘oro Margarete i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell‘aria lì non si sta stretti Egli urla forza voialtri dateci dentro scavate e voialtri cantate e suonate egli estrae il ferro dalla cinghia lo agita i suoi occhi sono azzurri vangate più a fondo voialtri e voialtri suonate che ancora si balli Nero latte dell‘alba ti beviamo la notte ti beviamo al meriggio e al mattino ti beviamo la sera beviamo e beviamo nella casa c‘è un uomo i tuoi capelli d‘oro Margarete i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca coi serpenti egli urla suonate la morte suonate più dolce la morte è un maestro tedesco egli urla violini suonate più tetri e poi salirete come fumo nell‘aria e poi avrete una tomba nelle nubi lì non si sta stretti Nero latte dell‘alba ti beviamo la notte ti beviamo al meriggio la morte è un maestro tedesco ti beviamo la sera e al mattino beviamo e beviamo la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro egli ti centra col piombo ti centra con mira perfetta nella casa c‘è un uomo i tuoi capelli d‘oro Margarete egli aizza i suoi mastini su di noi ci dona una tomba nell‘aria egli gioca coi serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco i tuoi capelli d‘oro Margarete i tuoi capelli di cenere Sulamith Paul Celan, da "Papavero e memoria" ("Mohn und Gedachtnis")

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Ieri parlando con Ele ho pensato che va spesa qualche parola sulla poesia che ho mandato in risposta alla sua. Non ho mandato Celan perché ebreo, la storia umana non è una partita che si pareggia e la palla torna al centro. La palla non tornerà mai più al centro e non c‘è regno, in cielo o in terra, che possa assolvere. Nessuna redenzione è possibile. Come diceva Ele l‘uomo non ha imparato nulla dalle sue follie, ecco perché ho mandato Celan, perché la follia dell‘olocausto non ha insegnato nulla. Gli unici ad aver capito qualcosa sono i morti, forse, e i poeti. Rimango un altro giorno su Celan. Nelle sue poesie ha sempre dato del tu alla morte. Colei cui si riferiva era proprio la morte, la sfidava ad una risposta, in maniera ossessiva, fino a quando volle incontrarla faccia a faccia, per non poter più riferire le sue parole che forse, finalmente, gli rivolse.

Con alterna chiave Con alterna chiave tu schiudi la casa dove la neve volteggia delle cose taciute. A seconda del sangue che ti sprizza da occhio, bocca ed orecchio varia la tua chiave. Varia la tua chiave, varia la parola cui è concesso volteggiare coi fiocchi. A seconda del vento che via ti spinge s'aggruma attorno alla parola la neve. Paul Celan, da "Di soglia in soglia"

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Una delle grandi composizioni di De Andrè, tra i poemi umani più intensi che De Andrè ha cantato. Una lama che incide la carne, cadenzata come la vendetta che avvelena e segna il tempo, rintocchi di una pendola che batte le ore oscillando tra odio e odio. ―Si accontenta di cause leggere la guerra del cuore‖, basta essere appena vivi. Qui trovate un breve commento al testo. Invito solo a soffermarsi su un passaggio immenso, sfuggito al commento: ―… un odiare a metà / e alla parte che manca si dedica l’autorità‖, in questi versi De Andrè dice chiaramente che la radice del potere è l‘odio che sfugge all‘illusione di poter essere controllato, un odiare per delega.

Disamistade Che ci fanno queste anime davanti alla chiesa questa gente divisa questa storia sospesa A misura di braccio a distanza di offesa che alla pace si pensa che la pace si sfiora Due famiglie disarmate di sangue si schierano a resa e per tutti il dolore degli altri è dolore a metà. Si accontenta di cause leggere la guerra del cuore, il lamento di un cane abbattuto da un'ombra di passo Si soddisfa di brevi agonie sulla strada di casa uno scoppio di sangue un'assenza apparecchiata per cena. E a ogni sparo di caccia all'intorno si domanda fortuna. Che ci fanno queste figlie a ricamare a cucire queste macchie di lutto rinunciate all'amore Fra di loro si nasconde una speranza smarrita che il nemico la vuole che la vuol restituita E una fretta di mani sorprese a toccare le mani ché dev'esserci un modo di vivere senza dolore Una corsa degli occhi negli occhi a scoprire che invece è soltanto un riposo del vento, un odiare a metà. E alla parte che manca si dedica l'autorità. Ché la disamistade si oppone alla nostra sventura questa corsa del tempo a sparigliare destini e fortuna. Che ci fanno queste anime davanti alla chiesa questa gente divisa questa storia sospesa. Fabrizio De Andrè, In Anime salve, 1996. Versione originale Versione della London Symphony orchestra

Andrea ―… un odiare a metà / e alla parte che manca si dedica l’autorità‖, in questi versi de Andrè dice chiaramente che la radice del potere è l‘odio che sfugge all‘illusione di poter essere controllato, un odiare per delega.

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...e perché? io ho sempre inteso il riferimento all'autorità in questa canzone non come potere che affonda le radici nell'odio ma proprio come denuncia delle mancanze di una Autorità (cioè istituzioni, Stato?) che è stata ed è incapace di intervenire per favorire un processo culturale che rimuova la "tradizione"/meccanismo delle faide o il costume del rancore radicato e nutrito che genera l'odio e alimenta la catena morto-assassinio-morto-assassinio. L'autorità si dedica alla vittima, anzi al cadavere che però ormai sta lì, prova a perseguire il reato e i presunti colpevoli se ci riesce, ma non fa nulla affinché la tradizione cessi e il costume cambi, anzi contribuisce suo malgrado a sostenerla. ciao, a. Io Homo homini lupus oppure homo homini Deus? La tua lettura va in un verso, la mia nell‘altro…con la manifesta speranza di essere in errore. Non dimenticare che De Andrè era / è un sincero anarchico e il suo riferimento all‘autorità è estremamente complesso e critico.

Andrea e sono d'accordo su tutto, in realtà era sul tuo "chiaramente dice" che mi chiedevo "perché?" ;-)

Io Beh, diciamo che era una lettura aritmetica ;-) se tu un odiare lo dividi per due quello che resta è un‘altra metà di odio (oppure anche qui vale il discorso del bicchiere mezzo pieno/mezzo vuoto e metà odio è anche metà amore?). E‘ sulla polisemia di ―dedica‖ che si apre lo spazio per l‘interpretazione. L‘autorità si dedica alla metà dell‘odio, nel senso che si prende cura della metà, e qui hai ragione tu, oppure alla metà dell‘odio si dedica l‘autorità, nel senso che si consacra all‘autorità metà dell‘odio, e qui avrei ragione io? Ad ogni modo, convengo che il ―chiaramente‖ è di troppo.

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Andrea non so perché il mio gemello ti ha detto che la canzone di Vecchioni era fedele alla poesia di Pessoa, lui è fatto così, si lancia in accostamenti che vive nella sua testa. Forse desiderava che fosse fedele. Mah, vallo a capire, io è una vita che ci provo e non ci riesco e se te lo dico io che sono identico a lui… Tutte le lettere d‘amore Tutte le lettere d‘amore sono ridicole. Non sarebbero lettere d‘amore se non fossero ridicole. Anch‘io ho scritto ai miei tempi lettere d‘amore, come le altre, ridicole. Le lettere d‘amore, se c‘è l‘amore, devono essere ridicole. Ma dopotutto solo coloro che non hanno mai scritto lettere d‘amore sono ridicoli. Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo senza accorgermene lettere d‘amore ridicole. La verità è che oggi sono i miei ricordi di quelle lettere a essere ridicoli. (Tutte le parole sdrucciole, come tutti i sentimenti sdruccioli, sono naturalmente ridicole). Àlvaro de Campos (Fernando Pessoa)

Le Lettere d‘amore (Chevalier De Pas) Fernando Pessoa chiese gli occhiali e si addormentò e quelli che scrivevano per lui lo lasciarono solo finalmente solo… così la pioggia obliqua di Lisbona lo abbandonò e finalmente la finì di fingere fogli di fare male ai fogli… e la finì di mascherarsi dietro tanti nomi, dimenticando Ophelia per cercare un senso che non c‘è e alla fine chiederle "scusa se ho lasciato le tue mani, ma io dovevo solo scrivere, scrivere e scrivere di me…" e le lettere d‘amore, le lettere d‘amore fanno solo ridere: le lettere d‘amore non sarebbero d‘amore se non facessero ridere; anch‘io scrivevo un tempo lettere d‘amore, anch‘io facevo ridere: le lettere d‘amore quando c‘è l‘amore, per forza fanno ridere. E costruì un delirante universo senza amore, dove tutte le cose hanno stanchezza di esistere e spalancato dolore. Ma gli sfuggì che il senso delle stelle non è quello di un uomo, e si rivide nella pena di quel brillare inutile, di quel brillare lontano…

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e capì tardi che dentro quel negozio di tabaccheria c‘era più vita di quanta ce ne fosse in tutta la sua poesia; e che invece di continuare a tormentarsi con un mondo assurdo basterebbe toccare il corpo di una donna, rispondere a uno sguardo… e scrivere d‘amore, e scrivere d‘amore, anche se si fa ridere; anche quando la guardi, anche mentre la perdi quello che conta è scrivere; e non aver paura, non aver mai paura di essere ridicoli:

solo chi non ha scritto mai lettere d‘amore fa veramente ridere. Le lettere d‘amore, le lettere d‘amore, di un amore invisibile; le lettere d‘amore che avevo cominciato magari senza accorgermi; le lettere d‘amore che avevo immaginato, ma mi facevan ridere magari fossi in tempo per potertele scrivere… Roberto Vecchioni

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Ieri in tv ho visto Milk, con Sean Penn, grande film, grande attore. Dopo, a mezzanotte, avrebbero dato Urlo, dal titolo del poema di Allen Ginsberg. A mezzanotte non ci sono arrivato ma un omaggio a Ginsberg ci vuole. Urlo è piuttosto lungo e non mi va di mettere solo l‘incipit che trovate ovunque, ad ogni modo consiglio di leggerlo.

Canzone Il peso del mondo è amore. Sotto il fardello di solitudine sotto il fardello dell'insoddisfazione il peso, il peso che portiamo è amore. Chi può negarlo? In sogno ci tocca il corpo, nel pensiero costruisce un miracolo, nell'immaginazione s'angoscia fino a nascere nell'umano s'affaccia dal cuore bruciando di purezza poiché il fardello della vita è amore, ma noi il peso lo portiamo stancamente, e dobbiamo trovare riposo tra le braccia dell'amore infine, trovar riposo tra le braccia dell'amore. Non c'è riposo senza amore, né sonno senza sogni d'amore sia matto o gelido ossesso d'angeli o macchine, il desiderio finale è amore - non può essere amaro non può negare, non può negarsi se negato: il peso è troppo deve dare senza nulla in cambio così come il pensiero si dà in solitudine con tutta la bravura del suo eccesso. I corpi caldi splendono insieme al buio la mano si muove verso il centro della carne, la pelle trema di felicità e l'anima viene gioiosa fino agli occhi sì, sì, questo è quel che volevo, ho sempre voluto, ho sempre voluto, tornare al mio corpo dove sono nato. Allen Ginsberg

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Anche qui riecheggio De Andrè. La riconoscete? Villon viene qualche tempo prima di De Andrè ma come avrebbe detto Jorge Luis Borges, un autore che vuole lasciare il segno non manca mai di citare i suoi posteri. L‘epitaffio di Villon o Ballata degli impiccati Fratelli umani che dopo noi vivete, non abbiate con noi i cuori induriti, perché se avete pietà di noi, poveri, Dio avrà più presto pietà di voi. Voi ci vedete qui, in cinque, sei, appesi: quanto alla nostra carne, troppo nutrita, dopo molto tempo è divorata e putrida, fino all'osso, siam polvere e cenere. Della nostra sventura, nessun si rallegri, ma pregate Dio che tutti noi assolva! Se noi vi chiamiamo fratelli, non dovete averne sdegno, anche se siamo uccisi dalla giustizia. Tuttavia voi sapete che animo turbolento hanno gli uomini. Perdonateci, perché siamo trapassati, verso il figlio della Vergine Maria, ché la sua grazia non ci sia arida, e ci preservi dalle fiamme infernali. Siamo morti, nessuno ci tormenti, ma pregate Dio che tutti noi assolva! La pioggia ci ha lavati abbastanza e il sole ci ha anneriti e seccati; Gazze, corvi ci hanno gli occhi scavati, e strappata la barba e le sopracciglia. Mai un solo istante restiamo seduti; di qua e di là, come fa il vento soffiando, a suo agio, senza tregua siam sballottati e in più colpiti e dagli uccelli beccati. Non siate della nostra confraternita, ma pregate Dio che tutti noi assolva! Principe Gesù che hai potere su tutti, fa che l'inferno in potere non ci abbia: non avendo nulla a che spartire con lui. Uomini, adesso, non derideteci, ma pregate Dio che tutti noi assolva. François Villon, 1489 Andrea interessante... personaggio affascinante e misterioso... il 1489, dice wikipedia, è la data di una delle prime edizioni complete della sua opera, 26 anni dopo che si perse ogni traccia dell'autore, sempre wikipedia riporta che dal 1463, quando fu bandito l'ultima volta per 10 anni da Parigi non si sa più nulla a parte che visse errando... magari in tutti i sensi.

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Venerdì chiamavo in causa il veggente cieco, Omero contemporaneo e di sempre che sapeva cantare lo scorrere del tempo perché, per rendergli omaggio, il tempo si era fermato davanti ai suoi occhi. Arte poetica Guardare il fiume fatto di tempo e di acqua E ricordare che il tempo è un altro fiume. Sapere che noi ci perdiamo come il fiume E che i volti passano come l'acqua. Sentire che la veglia è un altro sogno Che sogna di non sognare e che la morte Che la nostra carne teme è questa morte Di ogni notte, che si chiama sogno. Vedere nel giorno e nell'anno un simbolo Dei giorni dell'uomo e dei suoi anni. Convertire l'oltraggio degli anni In una musica, una voce e un simbolo. Vedere nella morte il sogno, nel tramonto Un triste oro, tale è la poesia Che è immortale e povera. La poesia Torna come l'alba e il tramonto. Talora nel crepuscolo un volto Ci guarda dal fondo di uno specchio: L'arte deve essere come questo specchio Che ci rivela il nostro proprio volto. Narrano che Ulisse, sazio di prodigi, Pianse d'amore scorgendo la sua Itaca Verde e umile. L'arte è questa Itaca Di verde eternità, non di prodigi. Ed è pure come il fiume senza fine Che scorre e rimane, cristallo di uno stesso Eraclito incostante, che è lo stesso Ed è altro, come il fiume senza fine. Jorge Luis Borges

116 Attenzione, in questa poesia si entra come in un labirinto. Quando state per uscirne ricordate di ringraziare anche per Borges, un dono che non poteva essere menzionato. Un‘altra poesia dei doni Ringraziare voglio il divino labirinto delle cause e degli effetti per la diversità delle creature che compongono questo universo singolare, per la ragione, che non cesserà di sognare un qualche disegno del labirinto, per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse, per l‘amore, che ci fa vedere gli altri come li vede la divinità, per il saldo diamante e l‘acqua sciolta per l‘algebra, palazzo di precisi cristalli, per le mistiche monete di Angelus Silesius, per Schopenhauer, che forse decifrò l‘universo, per lo splendore del fuoco che nessun essere umano può guardare senza uno stupore antico per il mogano, il sandalo e il cedro, per il pane e il sale, per il mistero della rosa che prodiga colore e non lo vede, per certe vigilie e giorni del 1955, per i duri mandriani che nella pianura aizzano le bestie e l‘alba, per il mattino a Montevideo, per l‘arte dell‘amicizia, per l‘ultima giornata di Socrate, per le parole che in un crepuscolo furono dette da una croce all‘altra, per quel sogno dell‘Islam che abbracciò mille notti e una notte, per quell‘altro sogno dell‘inferno, della torre del fuoco che purifica, e delle sfere gloriose, per Swedenborg, che conversava con gli angeli per le strade di Londra, per i fiumi segreti e immemorabili che convergono in me, per la lingua che secoli fa parlai nella Northumbria, per la spada e l‘arpa dei sassoni, per il mare, che è un deserto risplendente e una cifra di cose che non sappiamo, per la musica verbale d‘Inghilterra, per la musica verbale della Germania, per l‘oro che sfolgora nei versi, per l‘epico inverno per il nome di un libro che non ho letto, per Verlaine, innocente come gli uccelli, per il prisma di cristallo e il peso d‘ottone, per le strisce della tigre, per le alte torri di San Francisco e di Manhattan, per il mattino nel Texas, per quel sivigliano che stese l‘Epistola Morale, e il cui nome, come preferiva, ignoriamo, per Seneca e Lucano, di Cordova, che prima dello spagnolo scrissero tutta la letteratura spagnola, per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi, per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce, per l‘odore medicinale degli eucalipti, per il linguaggio, che può simulare la sapienza, per l‘oblio, che annulla o modifica i passati, per la consuetudine, che ci ripete e ci conferma come uno specchio, per il mattino, che ci procura l‘illusione di un principio, per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia, per il coraggio e la felicità degli altri, per la patria, sentita nei gelsomini o in una vecchia spada, per Whitman e Francesco d‘Assisi che scrissero già questa poesia, per il fatto che questa poesia è inesauribile e si confonde con la somma delle creature e non arriverà mai all‘ultimo verso e cambia secondo gli uomini, per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli perché moriva così lentamente, per i minuti che precedono il sonno, per il sonno e la morte, quei due tesori occulti, per gli intimi doni che non elenco, per questa musica, misteriosa forma del tempo. Jorge Luis Borges, Altra poesia dei doni, da L‘altro, lo stesso (1964)

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Ieri dicevo che la poesia di Borges dei doni è un labirinto, ma di tutta la letteratura di Borges si potrebbe dire la stessa cosa, un gomitolo secondo Italo Calvino. A entrambi, indegnamente, dedicai tempo fa un omaggio. Mi piacerebbe pensare che la poesia di oggi sia anche un po‘ quello che ho scritto ma per rimediare a questo peccato di presunzione vi invito a leggere un‘altra immensa poesia dei doni, una di quelle disseminate lungo il labirinto di Borges.

Laudes Creaturarum Altissimu, onnipotente bon Signore, Tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione. Ad Te solo, Altissimo, se konfano, et nullu homo ène dignu te mentovare. Laudato sie, mi' Signore cum tucte le Tue creature, spetialmente messor lo frate Sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore: de Te, Altissimo, porta significatione. Laudato si', mi Signore, per sora Luna e le stelle: in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle. Laudato si', mi' Signore, per frate Vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento. Laudato si', mi Signore, per sor'Acqua. la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta. Laudato si', mi Signore, per frate Focu, per lo quale ennallumini la nocte: ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte. Laudato si', mi Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti fior et herba. Laudato si', mi Signore, per quelli che perdonano per lo Tuo amore et sostengono infirmitate et tribulatione. Beati quelli ke 'l sosterranno in pace, ka da Te, Altissimo, sirano incoronati. Laudato s' mi Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare: guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati, ka la morte secunda no 'l farrà male. Laudate et benedicete mi Signore et rengratiate e serviateli cum grande humilitate. Francesco d‘Assisi, 1224 circa.

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Facciamoci due foglie d‘erba! ―Celebro me stesso, / E ciò che immagino tu immaginerai, / Perché ogni atomo che appartiene a me appartiene davvero anche a te.‖ scrive Whitman nella sua Poesia di Walt Whitman, un americano. Scrisse una sola raccolta di poesie, Foglie d‘erba, ma disseminò del suo linguaggio tutta la poesia americana a venire. ―Schiodate i catenacci dalle porte! / Schiodate le porte stesse dai cardini! / Chiunque degrada qualcuno degrada anche me, e qualunque cosa / venga fatta o detta ritorna, alla fine, a me, / E qualunque cosa io faccia o dica, io anche ritorno.‖ E i catenacci furono davvero aperti, le porte schiodate dai cardini. Non so a quale poesia di Whitman si riferisse Borges, forse tutta l‘opera poetica di Whitman è un interminabile laudate alla natura e alla vita. ―Mi contraddico? / Molto bene, allora, mi contraddico, / Sono largo, contengo moltitudini.‖

Poesia di fede Non ho bisogno di rassicurazioni – sono un uomo che si pre-occupa della propria anima; Non ho dubbi che qualunque cosa io conosca in un dato momento, molto più rimane che ancora non conosco; Non ho dubbi che da sotto i piedi e accanto alle mani e al viso che io conosco, ci siano ora a guardare volti a me sconosciuti – volti calmi e reali; Non ho dubbi che la maestà e la bellezza del mondo siano latenti in ogni iota del mondo; Non ho dubbi che ci siano percezioni, di cui non ho la minima idea, che aspettano me da un angolo all‘altro del tempo e dei pianeti – anche su questa terra; Non ho dubbi che io sia infinito, e che gli universi siano infiniti – e invano cerco di afferrare quanto siano infiniti; Non ho dubbi che gli astri e i loro sistemi compiano rapidi giochi nell‘aria con uno scopo – e che io un giorno sarò in grado di fare come loro, e anche più di loro; Non ho dubbi che ci sia nelle cose piccole – insetti, persone volgari, schiavi, nani, erbacce, rifiuti scartati – più di quanto io abbia immaginato; Non ho dubbi che ci sia in me più di quanto io abbia immaginato – e in tutti gli uomini e le donne – e nelle mie poesie ancora più di quanto io abbia immaginato; Non ho dubbi che le cose temporanee durino milioni e milioni di anni; Non ho dubbi che l‘intimità abbia la sua intimità, l‘esteriorità la sua esteriorità – che la vista abbia un‘altra vista, l‘udito un altro udito, la voce un‘altra voce; Non ho dubbi che alle morti strazianti dei giovani qualcuno provveda – e che alle morti di giovani donne e a quelle dei bimbi qualcuno provveda; Non ho dubbi che ai naufragi in mare, senza considerare gli orrori – senza considerare chi sia la moglie, il figlio, il marito, l‘amante che è affogato – qualcuno provveda, fin nei minimi particolari; Non ho dubbi che a superficialità, meschinità, malignità, qualcuno provveda; Non ho dubbi che alle città, a te, all‘America, alle vestigia della terra, alla politica, alla libertà, alle degradazioni qualcuno provveda con cura; Non ho dubbi che a tutto ciò che può eventualmente accadere, in qualunque luogo, in qualunque momento, qualcuno provveda, in relazione alle cose. Walt Whitman, Da Foglie d‘erba.

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Non fidatevi della rete. Questa poesia secondo qualcuno è di Walt Whitman, prima o poi verrà fuori che l‘ha scritta Rimbaud e qualcuno ci crederà pure! … ma solo per un po‘ ;-)

The Garden of Love I went to the Garden of Love, And saw what I never had seen; A Chapel was built in the midst, Where I used to play on the green. And the gates of this Chapel were shut, And ‗Thou shalt not‘ writ over the door; So I turned to the Garden of Love That so many sweet flowers bore. And I saw it was filled with graves, And tombstones where flowers should be; And priests in black gowns were walking their rounds, And binding with briars my joys and desires.

Il Giardino dell'Amore Sono andato al Giardino dell'Amore, E ho visto ciò che non avevo mai visto: Una Cappella era costruita nel centro, Dove ero solito giocare sull'erba verde. E i cancelli di questa Cappella erano chiusi, E 'Tu non devi' era scritto sull'ingresso; Così sono tornato al Giardino dell'Amore Che è fecondo di così tanti e dolci fiori; E ho visto che era pieno di tombe, E pietre sepolcrali dove avrebbero dovuto esserci fiori, E Preti in vesti nere vi giravano attorno, E incatenavano con rovi le mie gioie e i miei desideri.

William Blake, Songs of Experience, 1794

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Pensare le cose le trasforma in idee, sentire le cose è partecipare della natura delle cose che è la nostra natura. Questo in sintesi il pensiero di Alberto Caeiro, uno degli eteronimi di Fernando Pessoa, il più ―materialista‖ dei suoi eteronimi. Non amava le metafore Caeiro, la metafora trasfigura le cose, ne tradisce la natura. Attraverso Caeiro non amava le metafore Pessoa. Le metafore sono necessarie quando le cose non bastano. Pessoa/Caeiro non amava le metafore, eppure Pessoa non si bastava, per questo fece di sé stesso una metafora dei suoi eteronimi. Mi lessero oggi S. Francesco d‘Assisi. Me lo lessero e stupii. Come‘è possibile che un uomo cui piacevano tanto le cose mai le osservasse, né sapesse cosa fossero? Perché chiamare mia sorella l‘acqua, se essa non è mia sorella? Per sentirla meglio? La sento meglio bevendola che chiamandola qualche cosa – Sorella, o madre, o figlia. L‘acqua è acqua e è bella per questo. Se io la chiamo sorella mia, nel chiamarla sorella mia, vedo che non lo è e che se è acqua è meglio chiamarla acqua; o, meglio ancora, non chiamarla cosa alcuna, ma berla, sentirla nei polsi, guardarla e tutto ciò senza alcun nome. Alberto Caeiro. In Fernando Pessoa, Un’affollata solitudine. Poesie eteronime, BUR, 2012

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Eleonora Pensando al colore rosso mi è venuta in mente una poesia recitata da Ugo Dighero, qualche tempo fa a Palazzo Barberini in occasione della notte bianca. Ho l‘orto Ho l‘orto Non sono solo, sono con otto. Con otto? Non so... Solo solo lo poso, solo lo sgobbo. Con loro otto lo colgo. Con loro otto, porco mondo, lo godo. Solo pongo orzo, sorgo, porro, pomodoro. Non con loro! Solo lo poto, lo sgombro, lo coccolo, lo contorno col fosso sgombro lo scolo, lo sormonto col dosso, fo l‘orco con lo storno o col topo col corvo, col colombo o col tordo... Oh, non lo scordo. Sono stronzo? No! Lo sono loro... Lo so, ho torto non ho polso con costoro o non ho bon ton: provo con Dodo, con John, con Romolo, con Rodolfo, con Ron. Propongo l‘orto cos‘ho: conforto? No, ho solo ‗sto coro: "Non posso, non posso... Non posso, son sotto concorso non dormo, non sono pronto ho lo scolo, non sono solo, sono solo col nonno, son morto!" Sporco mondo corrotto! Non ho conforto.... Sopporto lo scotto obtorto collo, tonto... Poco dopo controllo l‘orto: ho troppo rovo troppo poco pomodoro non scorgo sorgo l‘orzo non lo trovo. Solco toppo profondo? Troppo poco posto? Posto con troppo sol o troppo fosco? Boh! Do lo zolfo? No, son contro! Pomodoro... lo sogno rosso, grosso, rotondo, odoroso no, lo trovo storto, mollo, morso, bolso, corroso Con foro! T‘ho colto mostro morboso! Oh, non l‘ho colto solo, poco dopo lo scopro: sono otto! Corrono tondo tondo col loro corpo rotondo color oro. Sono otto, sono loro! Non controllo lo sconforto: do lo zolfo lo soffoco col cloro col cromo, col bromo solforoso lo sporco morbo morboso! O lo soffoco, o l‘orto lo scordo morso dopo morso foro dopo foro mostro dopo mostro! Do lo zolfo! Comodo, poco costoso... No, non lo do, son contro! Tratto da Rime tempestose (Sperling & Kupfer, 1992). Poesie monovocaliche del gruppo di poesia ludico sperimentale "Bufala Cosmica" (Marco Ardemagni, Alessandra Berardi, Gianni Micheloni, Antonio Pezzinga).

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Marina Dall’orto ad otto (il passerotto) il passo e’ breve. Giusto il tempo di una consonante che varia. Inaspettatamente. http://www.youtube.com/watch?v=PJrtV5DqkWs Greg: L'altro di' me ne stavo in soffitta e spulciando tra vecchi trumo' tra la polvere li' zitta zitta... la cartella che mi ha accompagnato, col quaderno, l'astuccio e il diario, il righello e l'abbecedario, con le lettere e i numeri in fila, e tra questi mi accorsi di lui... se ne stava panciuto e pienotto, tutto tondo era il numero... Lillo: Zero! Greg: No, Otto! Ma lo sento ad un tratto cinguetta, gli spunta un'aletta, ed un'altra piu' in fretta, poi un'al... no so' finite. Poi le piume, le zampe e il codino, e quell'augellino ha inziato a volar... e lo sai chi era Lillino caro? Lillo: None. Greg: Te lo dice paparino tuo. Era otto il passerotto pieno di felicita', questo numero pienotto che ha iniziato a svolazzar, e sui platani e sui pini qual provetto aviatore, e gli amici sua uccellini lo salutan con ardore. Lillo: Perche' Otto diventa un passerotto? Greg: Perche'... perche' e' una favoletta Lillino caro. Lillo: No... non gli piaceva essere un otto? Greg: Ma gli piaceva una cifra essere un otto, solo che... sai come succede nelle favole, c'e' la fatina con la bacchetta magica e Otto diventa un passerotto. Pero', non e' finita la favola, stai a sentire adesso che si sviluppa tutta quanta, e' bella. Capito Lillino caro? Era otto il passerotto zeppo di felicita', un po' pilota un po' pilotto, che ha inziato a svolazzar, e decolla come un razzo... Lillo: Cinque e' la mucca. Greg: Fino a un pa... fino a... Lillo: Cinque e' la mucca. Greg: No Lillino caro non e' la mucca. Lo senti non fa rima? Invece: otto, passerotto, fa rima; cinque, mucca, non fa rima. Lillo: Cinque, mucca. Greg: No Lillino: otto, passerotto, senti che fa rima? Mucca non fa rima quindi non c'e'. Lillo: Cinque non è la mucca? Greg: No Lillino non c'e'. Ma ascolta invece la st... la favoletta di Otto il passerotto; e' carina, questo e' solo l'abbrivio, invece adesso c'e' tutto lo svolgimento, il momento topico... e' propio bellina assai, capito? Sentila Lillo, senti. Era otto il passerotto ebro di felicita', un po' Gianni e un po' Pinotto, che ha iniziato a decollar, e sorvola come un razzo... Lillo: Il sette e Pepette. Greg: ... Le montagne fino... al la... Lillo: Sette e Pepette. Greg: Che cos'e' il Pepette? Lillo: Fa rima: sette, Pepette. Greg: Ma si'... ma non... ma non esiste. Dev'essere una cosa che esiste e che faccia rima, come Otto il passerotto. Lillo: Sette, Pepette. Greg: Ma... Lillo: Fa rima. Greg: Ma fa ri... Lillo: Stacce! Greg: Lilli... Lillino, fa rima ma non c'e', perche' non esiste, quindi non... non c'e', non c'e' in questa favola e non c'e', non esiste, e deve essere una cosa che fa rima! Ma ascolta la favoletta che e' tanto bella, me l'hai chiesta tu: 'Mi racconti una favoletta paparino?'. Io te la racconto pero' se non ascolti

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non ti addormi e io non posso fare quello che devo fare io. Ascolta che e' carina, senti! Era otto il passerotto zuppo di felicita', 'sto pennuto panzerotto, che ha iniziato a svolacchiar, e decolla come un razzo... Lillo: E nove e' il bove. Greg: ... Le montagne fino al lago, e si... Lillo: E nove e' il bove. Greg: Che e' il bove?! Che bove?! Lillo: Nove e bove, fa rima e c'e'. Greg: Ma che c'entra Lillino... c'e' dove? Non c'e' nella favola... Lillo: E il quattro? Greg: Non lo so... Lillo: Il quattro e' il gattro... eheheheh. Greg: Il gatto... gatto neanche, neanche fa rima. Lillo: Quattro, gattro, eheh. Greg: Lillino, neanche fa rima, non c'e', non c'e' nella fa... Lillo: E il dieci? Greg: Non lo so... Lillo: Dieci e' pasta e ceci. Fa rima e c'e'. Greg: Ah... Lillino mi stai a asco... ascoltami: non c'e' nella favola. Lillo: Eh. Greg: Questa e' la favola di Otto il passerotto, e parla solo di Otto il passerotto... Lillo: E cinquantamila diventa... Greg: ... Ed e' tanto carina, tanto bellina; perche' lui e' un Otto... Lillo: E il trentotto? Greg: ... E' un numero, poi passa una fatina con la bacchetta... Lillo: Voglio sapere l'un milionevocecentotremilaquattrocentododici... Greg: ... E lui diventa un uccellino; solo che e' la prima volta che e' un uccellino e non sa volare... Lillo: E cinquantadue? Greg: ... Quindi si perde nel bosco e trova un castello incantato... Lillo: Eh il settantaquattro... ? Greg: ... Svolacchia fino alla finestra e vede dentro... Lillo: Vo... voglio sapere... dodici fratto tre. Che diventa quello? Eh? Che diventa, due milionidodici? Greg: ... Un'ombra nera; si gira ed e' un mostro orrendo, solo che c'ha la faccia di Laura Pasini e allora lui si spaventa, cade in cantina... Lillo: E il ventuno? Greg: ... Ci so' i bacarozzi... Lillo: E il ventidue? Greg: ... E diventa il re dei bacarozzi... Lillo: E il ventitre? Greg: ... E... e' bucio di culo! Lillo: Ma non e' animale bucio di culo... Greg: 'Sti cazzi, e' il bucio de culo che me sto a fa io a raccontatte 'sta fregnaccia! Lillo: Eh... e il settantasette? Greg: Le tette, le zinne! Lillo: E l'uno? Greg: Il cazzo! Lillo: Eh... e l'ottantotto? Greg: So' le zoccole che fanno le pompe ai cavalli, dai! Lillo: Eh... e centotre? Greg: So' le... i rasponi a du' mano! Continua che famo bingo, dai, Che so' tutta 'a Smorfia! Lillo: Eh... e otto il passerotto?

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Greg: No, Otto era il passerotto, poi e' passata 'na strega co' 'na bacchetta grossa cosi'! Mo' e' diventato Otto er culo rotto! Hai capito? Otto, culo rotto! Fa rima, c'e'! Otto culo rotto! Era... Otto il culo rotto! Eh... e te: stai in campana che io so' bono e caro, ma te fai 'a stessa fine de Otto er culo rotto, perche' io te rompo il culo a te, a li mortacci tua, a 'sta cazzo de mucca che c'hai in mano, a li mortacci dei trentadue anni che ta ritrovi, a 'sta cazzo de BIP Bologna de Maria BIP Fabio BIP telefona BIP de 'sto testa de cazzo che fa rima co' te li mortacci tua, e de chi 'n te 'o dice co' 'a voce de Mike Bongiorno, mortacci tua! E vaffanculo... 'sto stronzo...

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Roy Non posso resistere... sempre Ugo Dighero, stessa notte I Ciclisti Vidi i ciclisti in bici sì vivi lì vidi tristi di bici privi. Vidi i ciclisti di giri in giri dirsi i difficili «Ci si ritiri». Rividi i mitici ripidi clivi, i visi tipici di bimbi schivi. Vidi i ciclisti sfiniti, vinti li vidi irrisi in bici, spinti. I divi vidi di dì finiti cinti di mirti, intimiditi. Li vidi lividi di gin intrisi dirti i bisticci i tifi divisi i fischi, i gridi, i liti, i lividi, gli sprint, i brividi, i tiri viscidi di Giri mitici. Mi dissi: scrivi, scrivi di bici, scriviiiiii, mi dissi!

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Roy Beh, allora leggetemi la celebre favola di Pinocchio, come l'ha intesa Umberto Eco. Vediamo se indovinate quale è il filo rosso di tutta la trattazione... Povero Pinocchio! Povero papà (Peppe), palesemente provato penuria, prende prestito polveroso pezzo pino poi, perfettamente preparatolo, pressarolo, pialla pialla, progetta prefabbricarne pagliaccetto. Prodigiosamente procrea, plasmando plasticamente, piccolo pupo pel pelato, pieghevole platano! Perbacco! Pigola, può parlare, passeggiare, percorrere perimetri, pestare pavimento, precoce protagonista (però provvisto pallido pensiero), propenso produrre pasticci. Pronunciando panzane protubera propria proboscide pignosa, prolunga prominente pungiglione, profilo puntuto. Perde persino propri piedi piagati, perusti! Piagnucola. Papà paziente provvede. Pinocchio privo pomodori, panciavuota, pela pere. Poco asciutto, pilucca picciuolo. Padre, per provvedergli prestazioni professorali, premurosamente porta Pegno palandrana. "Pensaci", punzecchialo peritissimo, prudentissimo parassita parlante, "prudenza, perseveranza! Prevedo pesanti punizioni!" "Piantala petulante pignolo!" Presuntuoso pupattolo percuote pedagogo piccino piccino (plash!) producendone poltiglia. Peccato. Poteva piuttosto Porgergli padiglione. Poi parte pimpante, privo pullover. Papà piange preoccupato: "Pinocchio perduto!" Pellegrino, percorre perennemente pianure paludose ... Pinocchio, pedala, pedala, pervicacemente peregrinando per piazze, partecipa pantonima pupazzetti, periclita presso pentola, prende pochi pennies. Pervenuto Pub Palinuro Purpureo, per perfidia personaggi poco popolari (pirati, paltronieri perdigiorno), penzola penoso patibolo. Puella portentosa (parrucca pervinca) provvede poliambulatorio pennuto, parlagli predicando perfetti principi, promettendo prossima pubertà, persino parvenza piacente persona. Pinocchio pare puntiglioso, persistente, predeterminato. Palle. Parole. Parcamente persegue positivi propositi. Preferisce passatempi pestilenziali, percorsi puntellati perigli paurosi, perdendo possibilità parascolastiche.

Io Provo particolare predilezione per perigliosi problemi però preme pregare: perché porre pesanti proposte? ;-) Buon anno a tutti ;-)

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Avrei potuto mandarveli prima questi ―Auguri scomodi‖ ma non sono in ritardo, né credo che lo saranno mai, purtroppo. Da 8 anni il 2 gennaio è dedicato alla pace e a don Tonino Bello. Sapevo quanto quest‘uomo straordinario si fosse speso per la pace e per una fede che fosse il terreno di ―convivialità delle differenze‖. Solo pochi giorni fa però ho letto un paio di suoi libri e ho visitato il suo paese, dove riposa all‘ombra di un ulivo. «Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi ―Buon Natale‖ senza darvi disturbo. Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l‘idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario. Mi lusinga addirittura l‘ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati. Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli! Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate. Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l‘inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa. Giuseppe, che nell‘affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro. Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l‘aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame. I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell‘oscurità e la città dorme nell‘indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere ―una gran luce‖ dovete partire dagli ultimi. Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili. Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura, ma non scaldano. Che i ritardi dell‘edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se provocati da speculazioni corporative. I pastori che vegliano nella notte, ―facendo la guardia al gregge‖, e scrutano l‘aurora, vi diano il senso della storia, l‘ebbrezza delle attese, il gaudio dell‘abbandono in Dio. E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che é poi l‘unico modo per morire ricchi. Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza.» don Tonino Bello

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Potrei citare tante frasi del povero Marx, oppure qualche delirio di Hegel ma il senso di pietas nei confronti dei grandi pensatori mi impone il silenzio.

La Storia La storia non si snoda come una catena di anelli ininterrotta. In ogni caso molti anelli non tengono. La storia non contiene il prima e il dopo, nulla che in lei borbotti a lento fuoco. La storia non è prodotta da chi la pensa e neppure da chi l'ignora. La storia non si fa strada, si ostina, detesta il poco a poco, non procede né recede, si sposta di binario e la sua direzione non è nell'orario. La storia non giustifica e non deplora, la storia non è intrinseca perché è fuori. La storia non somministra carezze o colpi di frusta. La storia non è magistra di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve a farla più vera e più giusta. La storia non è poi la devastante ruspa che si dice. Lascia sottopassaggi, cripte, buche e nascondigli. C'è chi sopravvive. La storia è anche benevola: distrugge quanto più può: se esagerasse, certo sarebbe meglio, ma la storia è a corto di notizie, non compie tutte le sue vendette. La storia gratta il fondo come una rete a strascico con qualche strappo e più di un pesce sfugge. Qualche volta s'incontra l'ectoplasma d'uno scampato e non sembra particolarmente felice. Ignora di essere fuori, nessuno glie n'ha parlato. Gli altri, nel sacco, si credono più liberi di lui. Eugenio Montale

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L‘amico che dorme Che diremo stanotte all'amico che dorme? La parola più tenue ci sale alle labbra dalla pena più atroce. Guarderemo l'amico, le sue inutili labbra che non dicono nulla, parleremo sommesso. La notte avrà il volto dell'antico dolore che riemerge ogni sera impassibile e vivo. Il remoto silenzio soffrirà come un'anima, muto, nel buio. Parleremo alla notte che fiata sommessa. Udiremo gli istanti stillare nel buio al di là delle cose, nell'ansia dell'alba, che verrà d'improvviso incidendo le cose contro il morto silenzio. L'inutile luce svelerà il volto assorto del giorno. Gli istanti taceranno. E le cose parleranno sommesso. Cesare Pavese

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C‘era un vecchio dall‘anima milionaria che la cantava di tanto in tanto , quando è andato via mi ha lasciato alcune delle sue immense ricchezze, non tutte, che avrei potuto dilapidarle.

Rodolfo Che gelida manina! Se la lasci riscaldar... Cercar che giova? Al buio non si trova. Ma per fortuna è una notte di luna e qui la luna l'abbiamo vicina. Aspetti signorina, le dirò con due parole chi son, chi son, che faccio, come vivo. Vuole? Chi son? Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d'amore. Per sogni, per chimere e per castelli in aria l'anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri, occhi belli. V'entran con voi pur ora, ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto si dileguar. Ma il furto non m'accora poiché , poiché v'ha preso stanza la speranza! Or che mi conoscete, parlate voi, deh parlate! Chi siete? Vi piaccia dir? Vi piaccia dir?

Mimì Sì. Mi chiamano Mimì, ma il mio nome è Lucia. La storia mia è breve. A tela o a seta ricamo in casa e fuori... Son tranquilla e lieta ed è mio svago far gigli e rose. Mi piaccion quelle cose che han sì dolce malìa, che parlano d'amor, di primavere, di sogni e di chimere, quelle cose che han nome poesia... Lei m'intende? Mi chiamano Mimì, il perché non so. Sola, mi fo il pranzo da me stessa. Non vado sempre a messa, ma prego assai il Signore. Vivo sola, soletta là in una bianca cameretta: guardo sui tetti e in cielo; Ma quando vien lo sgelo il primo sole è mio il primo bacio dell'aprile è mio! Germoglia in un vaso una rosa... Foglia a foglia la spio! Cosi gentile il profumo d'un fiore! Ma i fior ch'io faccio, Ahimè! non hanno odore. Altro di me non le saprei narrare. Sono la sua vicina che la vien fuori d'ora a importunare.

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Paese d'inverno Che il sole dopo la neve appaia, e le nuvole si tingano di rosso come schiave: la neve sui tetti un rossore colorirà, guancia di principessa. S'alzi un leggero vento e spenga l'acqua, che s'era addormentata, con assonnata voce di pastore; escano fanciulle con scialli, lampeggiando gli occhi neri, e improvvisamente corrano punte dall'aria simili a uccelli che s'alzino a volo. E gli zingari rubino ragazzi. Attilio Bertolucci. Da Fuochi in novembre.

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Nebbia Nascondi le cose lontane, tu nebbia impalpabile e scialba, tu fumo che ancora rampolli, su l'alba, da' lampi notturni e da' crolli d'aeree frane! Nascondi le cose lontane, nascondimi quello ch'è morto! Ch'io veda soltanto la siepe dell'orto, la mura ch'ha piene le crepe di valeriane. Nascondi le cose lontane: le cose son ebbre di pianto! Ch'io veda i due peschi, i due meli, soltanto, che dànno i soavi lor mieli pel nero mio pane. Nascondi le cose lontane che vogliono ch'ami e che vada! Ch'io veda là solo quel bianco di strada, che un giorno ho da fare tra stanco don don di campane... Nascondi le cose lontane, nascondile, involale al volo del cuore! Ch'io veda il cipresso là, solo, qui, solo quest'orto, cui presso sonnecchia il mio cane. Giovanni Pascoli

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Mia vita, a te non chiedo lineamenti fissi, volti plausibili o possessi. Nel tuo giro inquieto ormai lo stesso sapore han miele e assenzio. Il cuore che ogni moto tiene a vile raro è squassato da trasalimenti. Così suona talvolta nel silenzio della campagna un colpo di fucile. Eugenio Montale

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Ogni cosa viva è segnata Sin dalla prima età Se io non fossi un poeta Sarei un ladro e imbroglione Scarno, di statura bassa Tra i ragazzi sempre eroe Spesso, spesso col sangue al naso Ritornavo nella mia casa. Ed incontro alla madre spersa Rispondevo a denti stretti: ―Non è niente, son inciampato All‘indomani sarò già guarito!‖ E adesso, quando ormai si è sciolto Di quei giorni il tormento ardente, Una forza indomita e audace Si e' riversata sopra i miei versi. L‘oro dei verbi e il grano, Sopra ogni riga dei versi Si riflette ancor l‘ardore Di quel vecchio monello. Come allora, ardito e fiero Solo il mio passo si è cambiato... Mi picchiavano prima nel muso, Ma ora mi sanguina il cuore. E non più alla mamma confesso Bensì a canaglia che sghignazza e ride: ―Non è niente, son inciampato All‘indomani sarò già guarito!‖ Sergej A. Esenin – 1922

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Questo autore lo conosco grazie alla lettura del blog di Garbo. Anche in questi versi sarà facile scorgere qualche assonanza con la canzone Tela di ragno di Gianmaria Testa.

A Ibn Hamdis Cu n'avè-ddir'a-nnui, limarra ri lu munnu, ca sta terra matturiata, pistata ri tutt'e-mmarriciuta, s'avê-ffari pont'e-ppararisu, ppi-llàzar'e strazzùn'assicutati arrèri, dopu tantu tempu ca nun-çiòv'e-mmancu nuvuli preni r'acqua s'appènnunu nto çel'azzurru, c'arristàu stampat'a-ffoc'ardenti nta-ll'occi stramuntati r'Hamdis? Frati miu sbannutu ppi n'aternu, Ibn amurus'e scunsulatu, si pèssir'i iardina fitti e-ddanni ca viristi ntâ marina. A terr'è-gghjars'e-ccina ri çiaccazzi mpatiddati. Se turnassitu ravèru, comu riçi, s'abbarruiss'a menti tova ntunnamenti. Dda casa ri Not'è sdirrubbata tutta; Ddiu nun çi ntisi ri ssu latu. Ora succi, can'ì mànnir'e-llattruna brivittati Scalìin'e-mmanciunu ri mprisa. Aer'ágghicàrî to cuçini, chíddi rá Tunisia e ddi Manila. I stracquar'â-ttutti nsuprasattu, ppô-rrispettu rá liggí ré briganti, a iddi ca n'anu-ddirittu e-ssù-ll'ùniçi ca sbrannìinu ppi-bbéniri nta stu nfernu ri focu e Adi vilen'árnmusculatu, unni cupassa, macari ri luntanu, sput'é-gghetta feli ri sintenzi. (Sebastiano Burgaretta, A Ibn Hamdis, Trame del Mediterraneo, Libreria Editrice Urso, Avola) Chi l'avrebbe detto a noi, fango del mondo, che questa terra tormentata, calpestata e maledetta da tutti, si sarebbe fatta ponte e paradiso, per lazzari e straccioni cacciati nuovamente, dopo tanto tempo che non piove e nemmeno nuvole gravide d'acqua stanno sospese al cielo azzurro, che rimase impresso a fuoco ardente negli occhi di Hamdis? Fratello mio bandito in eterno, Figlio amoroso e sconsolato, andarono perduti i giardini folti e grandi che vedesti alla marina. La terra è arsa e piena di crepe antiche. Se veramente tornassi come dici, del tutto si confonderebbe la tua mente. Quella casa di Noto è tutta diroccata; Dio non ha sentito da quel verso. Oramai topi, cani di mandria e ladroni incalliti frugano e mangiano a gara Ieri sono arrivati i tuoi cugini, quelli di Tunisia e di Manila. Li hanno cacciati di botto, in nome della legge dei briganti, proprio loro che ne hanno diritto e sono i soli che smaniano per venire in quest'inferno di fuoco e di veleno aggrumato dove chiunque passi, anche da lontano, sputa e schizza fiele di sentenze.

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Forse un mattino andando in un'aria di vetro, arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me, con un terrore di ubriaco. Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto alberi case colli per l'inganno consueto. Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto. Eugenio Montale, da Ossi di seppia, 1925

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Er sorcio de città e er sorcio de campagna Un Sorcio ricco de la capitale invitò a pranzo un Sorcio de campagna. - Vedrai che bel locale, vedrai come se magna... - je disse er Sorcio ricco - Sentirai! Antro che le caciotte de montagna! Pasticci dorci, gnocchi, timballi fatti apposta, un pranzo co' li fiocchi! una cuccagna! L'istessa sera, er Sorcio de campagna, ner traversà le sale intravidde 'na trappola anniscosta; - Collega, - disse - cominciamo male: nun ce sarà pericolo che poi...? - Macché, nun c'è paura: - j'arispose l'amico - qui da noi ce l'hanno messe pe' cojonatura. In campagna, capisco, nun se scappa, ché se piji un pochetto de farina ciai la tajola pronta che t'acchiappa; ma qui, se rubbi, nun avrai rimproveri. Le trappole so' fatte pe' li micchi: ce vanno drento li sorcetti poveri, mica ce vanno li sorcetti ricchi! Trilussa

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Er mortorio Appresso ar mio num vojo visi affritti, e pe‘ fa‘ ride pure a ‗ st‘occasione farò un mortorio con consumazione… in modo che chi venga n‘approfitti. Pe‘ incenso, vojo odore de soffritti, ‗gni cannela dev‘esse un cannellone, li nastri –sfoje all‘ovo e le corone fatte de fiori de cocuzza fritti. Li cuscini timballi de lasagne, da offrì ar momento de la sepportura a tutti quelli che ―sapranno‖ piagne. E su la tomba mia, tutta la gente ce leggerà ‗sta sola dicitura: Tolto da questo mondo troppo al dente‖. Aldo Fabrizi

L'invito Nun m'aricordo bene in che paesetto, quanno che mòre un capo de famìa, er parentado je fà compagnia, facenno un pranzo intorno ar cataletto. La tradizione vò che 'sto banchetto, preparato durante l'agonia, se faccia, senza tanta ipocrisia, cor medico, cor prete e'r chirichetto. Doppo li pianti la famìa se carma e ar punto che la pasta viè servita, se brinda a la salute della sarma. Poi c'è l'invito pe' nun faje un torto e si a st'invito nun ritorna in vita, significa ch'er morto è propio morto. Aldo Fabrizi

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Altre gemme rubate dal blog di Garbo. ―Dormir nella memoria dell‘oblio dell‘oblio della memoria, e come nel materno utero mi perdo e li perduto non nasco. Benedetto avvenire mio trascorso domani eterno ieri; tu, ogni cosa che fu in eterno assolta, mia madre e figlia e sposa‖. ― ... E quando al tramontare, il sole accenderà l‘oro secolare che ti ricama, col tuo linguaggio di messaggera dell‘eterno, racconta che sono esistito‖. Miguel de Unamuno y Jugo, (1907), Poesie scelte, Passigli, Firenze, 2006

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Noi siamo come le foglie, che la bella stagione di primavera genera, quando del sole ai raggi crescono: brevi istanti, come foglie, godiamo di giovinezza il fiore, né dagli dei sappiamo il bene e il male. Intorno stanno le nere dee: reca l‘una la sorte della triste vecchiezza, l‘altra di morte. Tanto dura di giovinezza il frutto quanto la terra spande la luce il sole. Ma, quando questa breve stagione è dileguata, allora, anzi che vivere, è più dolce morire. Mimnermo, fr.2 Diehl, Lirici greci, Garzanti, Milano, 1976.

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Non sia mai ch‘io ponga impedimenti All‘unione di due anime fedeli; Amore non è amore Se muta quando scopre un mutamento O tende a svanire quando l‘altro s‘allontana. Oh no! Amore è un faro sempre fisso Che sovrasta la tempesta e non vacilla mai; È la stella che guida di ogni barca, Il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza. Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra E gote dovran cadere sotto la sua curva lama; Amore non muta in poche ore o settimane, Ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio; Se questo è un errore e mi sarà provato, Io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato. William Shakespeare, Sonetto 116.

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Spesso citata, da pochi conosciuta.

Nessun uomo è un'isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una nuvola venisse lavata via dal mare, l'Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell'umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te. John Donne (1572 - 1631)

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Protagonista di questa poesia è una martellante domanda, la ferma speranza di non ingannarsi. Peraltro nella versione originale la domanda apre i versi anziché chiuderli.

Noi saremo Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi che certo guarderanno male la nostra gioia, talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero? Andremo allegri e lenti sulla strada modesta che la speranza addita, senza badare affatto che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero? Nell'amore isolati come in un bosco nero, i nostri cuori insieme, con quieta tenerezza, saranno due usignoli che cantan nella sera. Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile, non ha molta importanza. Se vuole, esso può bene accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio. Uniti dal più forte, dal più caro legame, e inoltre ricoperti di una dura corazza, sorrideremo a tutti senza paura alcuna. Noi ci preoccuperemo di quello che il destino per noi ha stabilito, cammineremo insieme la mano nella mano, con l'anima infantile di quelli che si amano in modo puro, vero? Paul Verlaine

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Mi prendo una pausa dal circolo poetry in the morning, una pausa a tempo indeterminato. Il circolo resta naturalmente aperto per chi vorrà frequentarlo ma io me ne starò seduto ad un tavolo a leggere. Saluto con un pensiero di don Tonino Bello dedicato alla poesia. Il teologico senso della preesistenza di cui è intriso il passaggio potrebbe non convincere tutti ma questo omaggio ai poeti e ai musicisti mi sembra un buon saluto e non mi pare sia necessario trovarlo convincente per riconoscerne la bellezza. Del resto la bellezza, della poesia o della musica, non si pone lo scopo di convincere ma di (scon)volgere segni e significati. A tal proposito mi torna in mente un illuminante rovesciamento delle parole che don Tonino era solito dire ai suoi allievi: ―voi non dovete consolare gli afflitti ma affliggere i consolati‖. ―Poesia. Secondo me il poeta non è uno che merita di essere ammirato perché crea. E‘ uno che merita di essere ringraziato perché libera. Lui non crea niente. Fa nascere ciò che altri ha concepito. Esonera dal travaglio del parto. Mette a nudo creature che non gli appartengono. Un po‘ come il musicista. Neppure lui crea. Non è un inventore di melodie. E‘ uno scopritore, semmai. Scopre, nell‘intreccio vagante dei suoni arcani dell‘universo, un filone prezioso, e lo arrotola intorno a un pentagramma. Ma quella musica c‘era già. La inseguivi da tempo anche tu: solo che non riuscivi mai ad afferrarne il bandolo. Meno male che è arrivato lui: ti ha liberato da un peso. Grazie, perciò, ai poeti e ai musicisti. Senza di loro, agonizzeremmo di fatica.‖ don Tonino Bello, Alfabeto della vita. Ed. Paoline, 2009.