You are on page 1of 35

I percorsi del tempo -Vico EquensePersone, luoghi e memoria

Biagio Cilento

Premessa Dopo Il vocabolario di latino ho continuato a scrivere, un po incoraggiato da alcuni amici un po dalle mie nipotine Raffaella e Caterina, ma sopratutto da mio figlio Raffaele. Chi si accinge a leggere queste brevi note, questi flashback, potrebbe avere limpressione che io voglia avere la presunzione di raccontare la mia vita a puntate, ma non cos, Questo mio scrivere quasi un flusso emozionale, lesercizio di una memoria involontaria. Il destino ha voluto che trascorressi parte della mia terza et da solo e nella solitudine affiorano i tanti ricordi che hanno segnato il mio percorso esistenziale soprattutto per i primi anni giovanili a Vico Equense. La verit che la scrittura mi rende meno amara la solitudine di questo particolare momento della mia vita, scacciando sintomi depressivi e cattivi pensieri ed evitando che essi possano prendere il sopravvento sul mio equilibrio psico-fisico gi tanto messo a dura prova da una salute precaria e cagionevole. Con questo esercizio allora, la solitudine non necessariamente un brutta compagnia, ed proprio tramite la scrittura che essa mostra anche i suoi lati positivi, come la riflessione e la tranquillit, dopo una vita abbastanza movimentato. Il riposo, ma sopratutto la riflessione sono ci che permettono il riaffiorare di questa memoria involontaria e questo scritto breve quasi la continuazione del mio primo lavoro pubblicato lanno scorso. Trascorro anche buona parte del mio tempo a leggere un buon libro ma anche tutto ci che mi capita: riviste e quotidiani di ogni tipo, purch non parlino di politica perch la politica mi annoia soprattutto quella dei nostri giorni e non mi stimola intellettualmente. Ho sempre la mente impegnata, progetto sempre nuove attivit, cerco sempre di praticare una ginnastica quotidiana per la mente. Tutto ci per non mi basta e come accennavo prima mi lascio trasportare dai miei ricordi, oppure me ne torno a Vico Equense e girovago per i vecchi quartieri che hanno visto la mia infanzia e parte della mia adolescenza, in parte scomparsi o trasformati da interventi che hanno stravolto il volto della citt. Famiglie nuove e nuovi generi di attivit: alcuni conservano ancora intatto il fascino di un tempo: sempre belli ed interessanti, restituiscono immagini di calore e di sapori antichi e familiari. Allora ecco che scrivere mi da sempre una grande carica e mi fa sentire pi sereno e pi risolutivo. Le mie ansie si placano e mi rimane la convinzione che soltanto un saldo riferimento affettivo possa dare pi certezza alla vita e tenere lontano le angosce e le paure.

Piazzetta della Croce Lantica piazza di Vico Equense ovvero piazzetta Croce e via Forno. Case vecchie un antico nucleo seicentesco, accanto ad una delle porte di Vico, visibile ancora nella Torre che una volta ospitava Bischetti il giornalaio, burbero ed ironico al tempo stesso con noi ragazzini che compravamo le prime strisce di Il grande Blek e Capitan Miki e che oggi ospita una gioielleria. Alcune conservano ancora sulle facciate i resti di finestre antiche con gerani rampicanti, alcune di recente costruzione, altre ristrutturate. Come pavimento, un lastricato di vecchi basoli di pietra lavica sistemati a cardamone dalle maestranze di un tempo e da abili scalpellini oggi rimaneggiati e sistemati diversamente proprio per la scomparsa di quei vecchi maestri . La piazzetta come protetta da una grossa edicola votiva che racchiude una silhoutte di Cristo crocifisso simbolo di fede installato nel 1799 dopo la vittoria dei monarchici sui repubblicani e il conseguente abbattimento dellalbero della libert. Quel Cristo sembra volerla abbracciare tutta. Ogni anno, allinizio di maggio, a ricordare quegli avvenimenti si celebrava la festa detta da gatta e do sorecio ( della gatta e del topo n.d.r.) , si continuata a fare per tutti gli anni cinquanta poi poco per volta se n persa la memoria. Partecipava lintero paese con illuminazioni e fuochi di artificio, la cui intensit e bellezza dipendeva dalle offerte ricevute. Non mancavano le solite bancarelle che vendevano di tutto: giocattoli poveri, la palla di pezza con lelastico, caramelle, torrone, le castagne del prete, nocciole e zucchero filato. Il piccolo rione si animava sin dalle prime ore del mattino e per noi ragazzi era fonte di gioia, soprattutto perch ci permetteva di evadere dalla routine quotidiana. Le famiglie che abitavano questo piccolo rione erano per lo pi famiglie con numerosa prole, che con modesti lavori artigianali, tiravano avanti con onore e dignit il vivere quotidiano. Se sono certo di ci che scrivo perch frequentavo spesso quei ragazzi e le loro case. Si andava a scuola insieme si giocava a palla o a carte napoletane o ci scambiavamo fumetti. La famiglia pi numerosa che poi era la famiglia dominante era quella dei Cinquegrana. Il capo famiglia CIRO, aveva lappalto dal comune per mantenere la citt pulita, cosa che faceva con grande scrupolo. Tutte le mattine, di buon ora, dislocava i suoi uomini per le stradine e i rioni del paese, mercato compreso e partivano armati solo di scope di saggina e sacchi di tela grezza dove raccoglievano i pochi rifiuti delle case. Il consumismo non era ancora arrivato, e nessuno gettava via niente cercando di riciclare il pi possibile tutto quello che si poteva riutilizzare.

Svolse questo lavoro per circa 40 anni senza che nessun cittadino Vicano si lamentasse. Tutte le domeniche, in Piazza Mercato affluivano sin dallalba i carretti detti anche trainicarichi di frutta e verdura provenienti dalle campagne di Pompei, Scafati, Angri e Castellammare. Le sonagliere dei guarnimenti dei cavalli si sentivano da lontano con lo scalpitio degli zoccoli sul basolato ed il clangore delle grosse ruote di legno orlate di ferro. A fine giornata, i carrettieri, ricaricavano le ceste vuote e prima di ripartire passavano per via Canale dove completavano il carico con piccoli cumuli di rifiuti urbani, gi precedentemente selezionati e preconfezionati, da utilizzare come concime organico per le loro campagne, mentre i loro cavalli ci lasciavano per strada il ricordo olezzante del loro passaggio. Potremmo, oggi, definire don Ciro Cinquegrana, senza ombra di dubbio, il precursore della raccolta differenziata, riuscendo a smaltire settimanalmente tutti i rifiuti urbani. Ciruzzo, non era soltanto un buon lavoratore e un buon padre di famiglia, era anche un personaggio vecchio stampo, di quelli che credevano nellamicizia e nellonest, sempre disponibile, specialmente quando bisognava sedare qualche litigio, molto frequenti nei piccoli rioni popolari. Sono stato molto amico dei suoi figli, amicizia e stima durata nel tempo. Il clan dei Cinquegrana non era composto soltanto dalla numerosa famiglia di don Ciro ma anche da quelle degli altri due fratelli, don Ferdinando e don Peppiniello detto sigaretta, perch portava sempre una mezza sigaretta da riserva sopra lorecchio grosso e un po a sventola. Anche loro persone di gran simpatia e bont, entrambi molto attaccati al loro lavoro. Don Ferdinando gestiva un negozio di barbiere ove affluiva la maggior parte dei cittadini ed era titolare anche della prima profumeria di Vico Equense. Era anche un bravo suonatore di violino e spesso insieme ad un altro personaggio -di cui si parler tra poco: mastu Francisco detto o svizzariello, al secolo: maestro Francesco Cuomo calzolaio -costituivano una allegra brigata di compagni di concertino. Essendo un vero artista sia nel taglio dei capelli che nella rasatura della barba, il salone di don Ferdinando era il pi frequentato del paese, bench non fosse lunico. Con dita lunghe e affusolate rendeva piacevole quei pochi minuti sulla sedia, ove si discuteva del pi e del meno con fare elegante senza mai trascendere in volgarit o in troppa confidenza con i clienti, per poi concludere con una spolverata di talco sulla nuca e uno scappellotto benevole se come nel mio caso- si era dei ragazzini. Io ero suo cliente, mi chiedeva sempre sullandamento scolastico e se ne compiaceva nel sentire cose buone. Alla sua morte il salone rimase aperto per un altro po di tempo, poi Francesco e Riccardo ( che era un suo nipote) trovarono altri impieghi e il salone si chiuse, mentre i figli Nicola e Sofia si dedicarono solo alla

profumeria conservando l eleganza nei modi e la buona educazione del pap. Sigaretta invece, svolgeva il lavoro di vetturino, che sarebbe lattuale taxista di oggi aveva una carrozzella ed un cavallo. Con la carrozzella spesso stazionata nella piazza del paese e poi quando nel 1950 arriv la circumvesuviana a Vico, nella piazzetta antistante la stazione, accompagnava qualche visitatore o i primi turisti Un omone alto e grosso dallaspetto burbero e un po minaccioso ma che non avrebbe mai fatto del male ad una mosca. Ricco di umanit e magnanimit, si permetteva anche un aiutante bench non ne avesse avuto bisogno. Un povero diavolo di Castellammare, magro come un chiodo, tanto da avvalersi il nomignolo di mazzarella. Mazzarellaaccudiva un cavallo baio, unica fonte di guadagno di sigaretta e che io stesso andavo ad ammirare mentre veniva strigliato con molta cura. Il povero mozzarella svolgeva questo lavoro con vera passione, non tanto per il piatto di minestra o per la modesta percentuale sulle corse effettuate, ma per un vero e proprio amore per lanimale. Infatti il giaciglio dove dormiva era situato proprio in un angolo della stalla e lui dormiva con il cavallo. Ricordo che durante un estate molto calda nei primi anni cinquanta a Sigaretta mor il cavallo, a causa di un forte colpo di sole. Fu largomento del giorno per tutto il paese. Se ne parl in tutte le famiglie e si ebbe in gran considerazione la sventura capitata al poveretto, una manifestazione di solidariet che forse oggi sarebbe difficile ritrovare. Al centro della Piazzetta della Croce vi era anche labitazione di mastu Catiello , catello De Martino,che in un modesto locale sottostante gestiva unofficina di fabbro ferraio con i suoi tre figli, Mario, Peppe, e Luca. Nellofficina si riparava di tutto, da saldature a stagno, a costruzioni di cancelli ed inferriate a riparazioni di chiavi e lucchetti di ogni tipo. A volte si effettuavano anche pronti interventi a domicilio. Uno di questi interventi fu fatto a casa mia: infatti, spesse volte con i miei fratelli, giocando sul lettone grande dei miei genitori facevamo saltare gli agganci delle reti facendo cascare tutto i letto. Quasi sempre una delle mie sorelle ci rimaneva sotto. Allora subito si correva da mastro Catello che mandava uno dei suoi figli in aiuto e che quasi sempre era Mario. Appena liberi da quella momentanea prigionia, si ricominciava. Era uno dei pochi svaghi che potevamo permetterci. Questo particolare, Mario il fabbro me lo ha ricordato ogni qualvolta ci rincontravamo a Vico ora morto, avrebbe avuto ottantacinque anni e lo ricordo con grande affetto. C anche una bella love story da raccontare di questo piccolo rione. Di fronte allofficina di mastro Catello abitavano i Trapani il cui capo famiglia, Salvatore, faceva il mestiere di mediatore di animali da stalla: bovini ma sopratutto suini. A Salvatore Trapani piaceva sempre scherzare e punzecchiare chiunque gli capitasse a tiro. Lo sfott era fatto sempre in modo simpatico e pieno di brio, mai offensivo o pesante e mentre era molto gioviale e ridanciano fuori casa era invece molto severo in famiglia, specialmente con le figliole. La famiglia Trapani era composta da quattro figlie e un maschio; la moglie Orsolina, un pezzo di donnona

sempre indaffarata in faccende domestiche, come daltronde tutte le donne del quartiere. Lillina, la pi grande delle figlie, era molto carina e i suoi quattordici o quindici anni la rendevano ancora piu bella. Anche Peppe, il figlio minore di mastro Catello era un bel ragazzo. Tra i due ragazzi, nacque lamore. Ma, ahim, fidaazarsi a 15 anni a quei tempi, parliamo di anni cinquanta, era un poco un grosso problema. Le due famiglie, bench si stimassero molto, non permettevano gli incontri, data la giovane et dei ragazzi. Peppe e Lillina allora, molto innamorati luno dellaltra, si vedevano di nascosto in via Canale, sotto lo sguardo attento di mia madre che riconoscendo lautenticit di quel sentimento lasciava un poco di respiro a quei due adolescenti innamorati. Io, sempre attaccato alla gonnella di mia madre e appena decenne, seguivo con interesse quella semplice e bella storia damore. Spesse volte la povera Orsolina che pure sapeva- incontrandosi con mia madre le chiedeva consigli sul da farsi, sempre con il timore che il marito Salvatore scoprisse tutto a conoscenza. Dopo qualche anno il braccio di ferro tra le due famiglie termin, i due innamorati riuscirono a coronare il loro sogno damore che durato tutta un vita, ed io ricordo ancora Lillina e Peppe, due ragazzi di quartiere e la loro storia semplice ed innocente, fatta di sguardi timidi, di carezze e qualche bacetto, rubato di nascosto dietro un portone od un carretto. E una storia forse come tante, semplice, ma nel mio ricordo di bambino a me apparve immensa e travolgente: una storia molto bella che io, ancora oggi ricordo a Lillina tutte le volte che la incontro, durante le mie venute a Vico. E sempre bella Lillina, anche con il viso un po triste e un po invecchiato non tanto dagli anni, ma dai forti dispiaceri della vita. Peppino non c pi e poi la perdita della sua seconda figlia ancora in giovane et. Quando si perdono le persone che si amato tanto ci si porta dentro sempre il rimorso di non aver fatto abbastanza per loro. A met vicolo di via Pozzillo abitava la famiglia di Nicola di Lucariello, un omaccione alto e robusto con il naso un po schiacciato, avendo praticato boxe in giovent. Molto buono, malgrado il suo aspetto, dal carattere docile ed arrendevole. Di attivit svolgeva il commercio al dettaglio di stoccafissi e di frutta e verdure in un piccolo negozio ove amava esporre per primo tutte le primizie di stagione. Anche Nicola, molto devoto, si prodigava insieme agli altri abitanti del quartiere nella raccolta delle offerte per la festicciola annuale, alcuni mesi prima. Allimboccatura, del vicolo che dava in via Filangieri, la pescheria di Antonio. commerciante scrupoloso e molto gentile con la moglie Idarella, affabili e sopratutto onesti; Antonio oltre ad essere un gran belluomo dal fisico atletico, era anche dotato di una voce forte ed inconfondibile. Possiamo dire che di buon mattino ci faceva da sveglia subito dopo larrivo del pescato. Infatti tutti i pescatori della marina di Vico Equense gli consegnavano il pesce appena pescato, che quando era abbondante, specie se si trattava di pesce azzurro, alici, sardine o aguglie, faceva in modo che tutte le massaie dei vicoletti

adiacenti, mia madre compresa, ne apprendessero dalla sua potente voce e accorressero a fare acquisti. Trattandosi di pesce a buon mercato, il pesce azzurro, allora, il pesce dei poveri.Sempre nella piazzola la bottega di falegnameria di mastu Vicienzo, Vincenzo Volpe silenzioso ed operoso che aveva sposato Concetta Trapani, che era sorella di Orsolina, ed era la pi grande delle Trapani. La famiglia di mastu Vicienzo per abitava gi al Vescovado, di fronte allex cattedrale. Durante le festivit importanti, come il Natale o la Pasqua, si faceva a gara fra tutti i commercianti a chi esponeva la merce pi bella, la piu genuina. Antonio, preparava il suo banco di vendita con un pesce spada e gamberoni, spigole e orate, triglie e polipi ed altro pesce pregiato tale da riempire il banco di colori brillanti e trasformarlo in un quadro dautore. Non mancava la vasca colma dacqua con il pescato della notte ancora vivo. Di fronte, i Petti, che addobbavano la macelleria di ogni ben di Dio, esponendo allesterno tutte quelle carni, soprattutto il gioved e il venerd santo. Decine di quarti di bue o di maiale, insieme a salsiccie, agnelli e capretti appena macellati, tra rami di alloro e bandiere e fili di carta colorati. Tutto era bello, tutto era festa, anche se per molte famiglie tutto poco accessibile perch i soldi erano pochi. Altra bella gente che a me piace ricordare, in piazzetta della Croce, era la famiglia di Luigi o pagliettiello. Molto numerosa, composta da cinque figli maschi e tre femmine. Da ragazzo frequentavo molto Salvatore che mia madre chiamava semplicemente Tatore e Carolina. Carolina, era la madre, donna di carattere forte, simpatica e piccolina di statura ma dalla voce cos stridente che quando chiamava uno dei figli dalla finestra di casa non potevi fare a meno di sentire la sua voce anche da molto distante e soprattutto di voltarti. Anche Tatore ovvero Salvatore, aveva una piccola stalla con il suo cavallo bianco ed aveva la sua piccola attivit: ogni mattino imbrigliato lanimale al carretto si recava a Castellammare di Stabia per caricare blocchi di ghiaccio da distribuire poi ai vari utenti perch allora erano in pochi a possedere un frigorifero. Questo mestiere gli valse il soprannme di Tatore do ghiaccio, soprannome che detiene ancora adesso anche se ha smesso da molto tempo ormai quella attivit . Ad aiutarlo nella distribuzione era una delle sorelle Rosella che bench bella e giovanissima non si vergognava affatto di portare sulle spalle coperte solo da un telo di sacco, grossi e pesanti blocchi di ghiaccio per fare le consegne. A volte scendendo fin gi alle spiagge presso gli stabilimenti balneari, pur di fare una passeggiata sul carretto accompagnavo spesso Salvatore nel suo viaggio, fino alla fabbrica del ghiaccio, specialmente destate quando la scuola era chiusa, e con il permesso di mia madre.

Via e piazzetta canale In via Canale ho avuto i miei natali insieme ai miei fratelli e sorelle per un totale di 5 figli, e vi abbiamo abitato per circa 20 anni, al primo piano di una palazzina della famiglia Volpe. La piazzetta era formata dal palazzo dei La Monica, un grosso casermone di 4 piani ove alloggiavano una ventina di famiglie, tutte con numerosa prole, dalla palazzina dei Cosentino, Angela, Michela e Giosu, dalla villetta dei nobili De Gennaro, circondata da un bel giardino molto ben curato dalla N.D. Clementina De Gennaro e dalla palazzina dei Petti, con al pian terreno un grosso stallaggio di animali da macello. In un angolo del cortile dei Cosentino vi erano 2 stalle in una delle quali Papele il trainiere, manteneva un vecchio mulo ed un cavallo, ed era sempre in polemica con le signorine Cosentino alle quali dava fastidio lodore di stallaggio. Il povero Papele, lavoratore instancabile e uomo molto paziente cercava in tutti i modi di mantenere pulito evitando cos ogni discussione. Anche quando teneva gli animali allaperto per la strigliatura, si preoccupava di osservare massima igiene. Ma, i mugugni non mancavano mai. Ogni mattino alle tre e trenta metteva gli animali sotto traino, sempre puntuale come un orologio, e partiva per la sua giornata di carrettiere, cosa che ha fatto fino agli ultimi anni della sua vita, con grande dignit. Al piano terra della palazzina Volpe, vi era il laboratorio di pasticceria di Aristide, che sin dalle prime ore del mattino inondava tutto il rione di profumi da forno, specialmente di sfogliatelle e bab. Tutto lavorato a mano con prodotti genuini e con gran scrupolosit e professionalit. Poich il laboratorio era situato sotto casa nostra, trascorrevo buona parte della mie ore libere ad assistere alla lavorazione dando anche una mano a lavar casseruole in cambio di ritagli di pan di spagna o di qualche sfogliatella che durante lo sforno si rompeva. Affisso alla parete esterna del laboratorio cera unedicola raffigurante S. Giuseppe falegname, dipinta sullintonaco. Anche noi ogni anno a marzo movimentavamo la piccola comunit con una modesta festicciola. Piccole offerte con le quali si acquistavano palloncini colorati, bandierine di carta, qualche lumicino e raramente dei mortaretti.

I PETTI I quarti di bue e di maiali macellati venivano conservati in grotte profonde una ventina di metri scavate nel buio e situate sotto i palazzi al freso. Ogni venerdi i fratelli Petti, di qualche anno pi grandi di me, si calavano in quelle grotte per prendere la carne e venderla al dettaglio in macelleria, gestita dal pap, don Alfonso e dallo zio Gennarino, persona dalla simpatia grande come la sua mole. Ogni qualvolta che si scendeva nelle grotte era per me una emozionante avventura al buio, soltanto con un mozzicone di candela a farci luce. Oltre lemozione non mancava un poco di paura. Quando si giungeva sul posto, dopo un centinaio di scalini ripidi e scivolosi, Dino il fratello maggiore mi spiegava dove esattamente ci trovavamo del vicoletto. Insieme al fratello Gennaro, con la sola forza dei loro potenti muscoli sollevavano i quarti di carne dai ganci affissi al muro e se le caricavano sulle nude spalle coperte soltanto da teli di sacco e si iniziava la risalita verso luscita. Io reggevo soltanto il mozzicone di candela che illuminava gli scalini. Ancora oggi nel trattenermi con loro ricordiamo quei tempi con non poca nostalgia.

Mastro Amedeo Cuomo Quasi a fine vicoletto di Via Canale, a piano terra vi era il laboratorio artigianale di mastro Amedeo Cuomo. Sette-otto operai e qualche apprendista lavoravano suole e pellami per la costruzione di scarpe di ogni tipo. Per quei tempi mastro Amedeo poteva considerarsi un industriale di tutto rispetto tanto vero che la Fincantieri di Castellammare di Stabia gli aveva commissionato la costruzione e fornitura di scarpe di sicurezza da lavoro per gli operai. Oggi potremmo affermare senza ombra di dubbio che le prime scarpe per operai antinfortunistiche da cantiere sono nate a Vico Equense proprio dalla bottega di mastro Amedeo Cuomo e tutte lavorate scrupolosamente a mano con grande precisione e maestria. Per gli abitanti del quartiere calzare scarpe nuova fatte dai mastAmedeo era segno di grande privilegio perch significava che se lo poteva permettere, ed erano scarpe che duravano una vita. Oggi quel genere di lavoro fatto a mano scomparso, sostituito da nuove macchine, ma a Vico il figlio Giovanni continua a fabbricare scarpe e sandali estivi proponendo modelli di sua creazione un vero artigiano della scarpa fatta a mano su misura.

Sopra il Canale Via Canale terminava con una fontanina pubblica su via Roma, proprio allincrocio tra via S. Sofia, via R. Bosco e via Nicotera, nasceva il quartiere di Sopra il Canale. Le famiglie che lo popolavano erano i DellAmura, i Guida e gli Esposito soprannominati gli sferroni, poi i De Gennaro Pizzifierro e gli Esposito i mulattieri. Un po pi, verso la piazza di Vico a met via Roma cerano i fratelli Volpe, grandi commercianti di tessuti ancora oggi, la farmacia Cuomo e il forno di don Alberto e donna Giulia Astarita. Luigi DellAmura Gigino lavorava il pane in un modesto locale con forno a fascine, aiutato dal figlio maggiore Antonio e da alcuni lavoranti. Il pane allora era di due qualit, quello bianco, che costava un po in pi e quello nero, fatto con farina meno raffinata pi a buon mercato. L aspetto di questultimo, di colore un scuro, non gli rendeva onore, ma posso assicurare che era il pi buono. Oggi non se ne fa pi perch si guarda il lato commerciale, allestetica piuttosto che al sapore, e le signore moderne proverebbero anche un certo imbarazzo a richiederlo al negoziante. Ogni qualvolta con mio padre uscivamo per andare a caccia di buon mattino, ci soffermavamo spesso nel forno a scambiare quattro chiacchiere. Anche Gigino era appassionato di caccia e il pi delle volte mi regalava un panino ancora caldo che divoravo subito con avidit. Il profumo e il sapore di quel pane mi accompagna ancora oggi. Spesse volte nel forno, di notte, si organizzavano delle festicciole che consistevano nel cuocere tagliatelle di casa con fagioli gialli e piccante, versare il tutto sul banco di marmo usato per limpasto e mangiarne tutti in fila, senza uso di posate, chinandosi in avanti con le mani dietro la schiena. Chiunque si trovasse a passare in quel momento era invitato a favorire. Di tutte queste cose oggi ne rimene solo il ricordo, anche perch poi la vera specialit di Gigino stata la pizza. La vera pizza napoletana, che solo a vederla nascere ti fa brillare gli occhi. Utilizzando soltanto prodotti genuini e semplici, quale farina di grano, pomodori S. Marzano a filetti, mozzarella di vaccino, basilico fresco, formaggio parmigiano grattugiato e olio vergine doliva, forno a legna costruito con mattoni speciali a temperatura costante. Negli anni cinquanta la pizzeria si trovava in via S. Sofia, in un giardino di aranci e limoni che oggi non esiste pi da tempo, cos come non esistono pi orti e giardini che in maggio e giugno profumavano laria del centro di Vico Equense. Il grande Gigino aveva capito benissimo che per far buona una pizza non sono sufficienti solo gli ingredienti, ma occorrono una buona lievitazione della pasta e sopratutto una buona tecnica di cottura. Ecco perch oggi,

nella nuova pizzeria per ogni forno vi un operaio specialista addetto soltanto alla cottura. Subito dopo il periodo bellico e soltanto la domenica, la pizza veniva venduta a trance su di un banco allaperto e anche se bastavano poche lire non tutti potevano permettersela. Pi tardi nacque la modesta pizzeria nel giardino di cui vi ho gi detto e gi il sabato e la domenica il quartiere si popolava di auto che affluivano dai paesi vicini. La pizza era cos buona che a sera laria ne conservava il profumo, specialmente destate. Man mano che il tempo passava lafflusso di gente aumentava sempre di pi. Oggi la pizzeria nota come luniversit della pizza, la pi grande pizzeria del mondo e chi come me che ha viaggiato lo sa bene. Famosissima sia in Italia che allestero, per la sua bont e il suo profumo, imitata ma mai eguagliata la pizza di Gigino Dellamura ha portato a Vico Equense non soltanto economia, ma anche notoriet ed il paese conosciuto nel mondo come il paese della pizza a metro. Illustri personaggi dello spettacolo della letteratura e della musica non hanno mancato a dedicare addirittura delle poesie, perch la pizza poesia. Oggi tutti i figli del cav. Luigi DellAmura continuano la tradizione paterna, con lo stesso impegno instancabile e amore, facendo onore alla famiglia e al paese.

GLI Sferrone Proprio allincrocio tra via Nicotera e via S. Sofia vi era la famiglia di Vincenzo Esposito detto Sferrone. Gestivano un grosso negozio di frutta e verdura e baccalari in genere. Anche questa era una famiglia numerosa, tutti gran lavoratori. Di primo mattino si recavano al mercato ortofrutticolo di Castellammare per acquistare le merci per poi vendere al dettaglio. Prima delle otto del mattino Antoniuccio aveva gi preparato una grossa esposizione di ceste con frutta e verdure di ogni specie, tale da occupare tutti il marciapiede antistante il negozio, allinterno, poi, veniva venduto il ghiaccio a chilo, specialmente la domenica in modo da rendere pi piacevole e fresca una bevuta dacqua o di vino. Come ho gi detto prima i frigoriferi erano un lusso solo per pochi. Il ghiaccio veniva segato in pezzi con un rudimentale attrezzo ricavato da uno spezzone di sega dentata, e poi pesato, forse da qui il soprannome di Sferrone che era appunto quel pezzo di segone anche se la sferra o lo sferrane era il ferro di cavallo tolto dallo zoccolo del cavallo perch logoro o rotto. Antoniuccio con la sua stridente voce annunciava alle massaie larrivo di primizie, mentre il capo famiglia Vincenzo, un grosso omaccione con i baffi bianchi se la godeva seduto su una sedia di paglia appoggiata al muro del negozio. Subito allinizio di via R. Bosco abitavano pure gli Esposito i mulattieri. Il capo famiglia, don Giovanni, possedeva uno stallaggio con animali da soma prevalentemente muli ed asini, che noleggiava come aiuto rimorchio di carrettieri che affrontavano la salita di via Bosco, che allora non era ancora asfaltata, con grossi carichi di merce varia. Don Giovanni, consegnava uno o due animali a secondo delle esigenze, dietro un modesto compenso gi pattuito in precedenza. Sia gli asini che i muli una volta a destinazione venivano liberati dai finimenti e lasciati ritornare nella propria stalla da soli. Spesse volte il proprietario mi incarivaa di seguire il percorso di ritorno degli animali o riportarli indietro. Mi prestavo con piacere; non tanto per il compenso di cinque lire che don Giovanni mi dava, ma per il piacere di montare in groppa al ritorno e farmi ammirare dai compagni. Alcune volte pero, causa mancanza di sella e al trotto in discesa, cascavo sbucciandomi mani e ginocchia. Costretto poi a medicarmi alla meglio e nascondere il tutto sia a casa che al padrone, che non mi avrebbe pi comandato. Don Giovanni il mulattiere era un uomo molto affabile di vecchio stampo, mi voleva molto bene, anche perch i figli erano molto amici dei miei zii materni e lui personalmente era amico di mio nonno Gennarino, anche lui carrettiere.

Il Quartiere Vescovado Linizio di via Monsignor Natale segna il confine del quartiere del Vescovado, il pi antico di Vico Equense, con la bellissima Cattedrale dellAnnunziata a picco sul mare, domina tutto il golfo, con il Vesuvio di fronte e le isole dIschia e Procida. Unica cattedrale in stile gotico della Penisola Sorrentina. Per la sua bellezza architettonica e la sua posizione geografica stata ritratta da artisti di tutto il mondo sin dal 1700. Un tempo era anche sede arcivescovile, ecco perch tutto il quartiere prende il nome di Vescovado. Al termine di via Monsignor Natale c il Largo dei Tigli, un tempo prosecuzione del grande parco di Castello Giusso, con una colonna con la croce, come le tante disseminate sul territorio, erette dopo la Rivoluzione Napoletana del 1799 e messe al posto degli alberi della libert innalzati dai rivoltosi. Il quartiere intero si sviluppa su cardini e decumani. Il cardine (cardo) una via che corre in linea di massima in senso nord-sud nelle citt romane basate su uno schema urbanistico ortogonale, ossia suddivise in isolati quadrangolari uniformi, in particolare per quanto riguarda le fondazioni coloniali. Il decumano invece una strada con orientamento estovest: il decumano principale era detto Decumanus maximus. Questo incrociava perpendicolarmente il cosiddetto Cardo Maximus, laltra grande arteria principale. Il decumano maggiore appunto via Monsignor Natale mentre i due cardini sono via Giusso e via Vescovado. Anche il Largo dei Tigli affaccia sul mare e in quella piazza cera il Palazzo Episcopale, trasformato nel tempo in scuole elementari e le cui uniche testimonianze ancora visibili sono una torre circolare, una finestra in tufo del seicento e, dal lato mare, un arco catalano che attesta lorigine quattrocentesca di tutta la costruzione. Il nome del decumano maggiore quello del vescovo Michele Natale che, avendo aderito alla Repubblica Napoletana del 1799, fu arrestato e imprigionato nel carcere della Vicaria e dopo essere stato ridotto allo stato laicale il 19 agosto, fu condannato a morte mediante impiccagione il giorno seguente sulla Piazza del Mercato di Napoli. Fu lultimo vescovo della diocesi di Vico Equense. Sul Largo dei Tigli affacciano il Collegio convittuale dei PP. Gesuiti, gi da qualche anno andati via da Vico Equense e ledificio della Scuola media Alessandro Scarlatti, gi negli anni cinquanta sede delle scuole elementari pubbliche del paese, che ha visto passare sui banchi di scuola parecchie generazioni di vicani. La scuola confina a sua volta con il Castello Giusso, altra rara bellezza di Vico Equense. Fu fondato dagli Angioini tra la fine del 1200 e l'inizio del 1300, per proteggere la citt di Vico Equense da eventuali attacchi dal mare, forse su disposizioni di CarloII DAngi. Fu poi successivamente ampliato nel '500 con la

costruzione del palazzo baronale ad opera di Federico Carafa. Cambi pi volte proprietario nel tempo, fino a quando nel 1822 fu comprato da Don Luigi Giusso, da cui oggi prende il nome. Nell'ultimo secolo ha ospitato la Compagnia di Ges, ed oggi privato e visitabile solo durante i convegni che ospita. Nel castello, nel 1788, mor Gaetano Filangieri, ospite della sorella, nel tentativo di guarire dalle malattie che lo affliggevano. Una epigrafe di marmo ricorda la sua morte, all'interno dell'ex cattedrale della SS. Annunziata. Un tempo sede dei PP. Gesuiti, che con la Congregazione Mariana, ha accolto e formato fino dalla prima met degli anni 60 tutti i giovani del paese. I Gesuiti ci permettevano di giocare nel bellissimo parco, ricco di lecci e querce e palme secolari. La domenica, dopo, la celebrazione della Santa Messa e qualche ora di catechismo, una fetta di pane e marmellata di mele cotogne, rendeva ancor pi piacevoli le ore trascorse in quel posto. Oggi il Castello Giusso, con il suo splendido parco, una propriet privata; fu venduto dai Gesuiti ad una societ immobiliare che lo ha lottizzato ricavandone mini alloggi, solo per pochi eletti. Non voglio addentrarmi nellargomento perch non conosco bene i dettagli e comunque preferisco non fare polemiche politiche che allepoca, se ricordo bene, tra il 1971ed il 1973, furono molto aspre. Il risultato stato che una struttura come quella, che forse sarebbe stato pi giusto fosse diventata un patrimonio di tutta la cittadinanza, diventa un luogo privato che pu essere visitato solo su richiesta e non sempre con esito positivo. Per il quartiere Vescovado mi limiter soltanto alla descrizione di quello che resta ancora a mio avviso - il quartiere che ha conservato ancora la struttura e limmagine unitaria dei quartieri di un tempo e delle famiglie che vi hanno dimorato. Appena allinizio del quartiere sistemata ad angolo una fontanella, negli anni trenta e quaranta, quando lacqua potabile non arrivava ancora in tutte le case, era frequente vedere le donne del quartiere con secchi di zinco e bottiglioni andare a prendere lacqua ncopp a funtanella . Di fronte alla funtanella vi era lofficina di mastro Michele Rinaldi detto o rammaro, che esponeva tegami, pentole, coperchi, anfore, bracieri di rame brillanti e lucidissimi. Mastro Michele era burbero e facilmente irritabile e quando passavano i ragazzi della scuola media erano frequenti i rimbrotti e le ramanzine e spesso le dolorose tirate di orecchie se qualcuno di noi finiva tra le sue mani. Mastro Michele Rinaldi, seduto su un piccolo sgabello di legno, lavorava il rame, generalmente utensili da cucina e pentolame, con una precisione quasi da orefice, che il passante non poteva fare a meno di soffermarsi ed ammirare il ticchettio monotono di un piccolo martelletto che calava con precisione sulla patina di rame con grande maestria, creando con gli sbalzi della lastra giochi di luce e di tonalit. I colpi erano inferti con tale maestria che era quasi impossibile pensare ad un lavoro fatto a mano, e da una mano cos ferma.

Negli anni precedenti lultimo conflitto mondiale e fino a tutti agli anni 50 le batterie da cucina in rame lavorato erano oggetto di prestigio in un corredo nuziale per le ragazze che si accingevano a prendere marito. Erano le prime cose che venivano mostrate ai parenti ed agli amici con vanto. Ci si rivolgeva a mastro Michele che dopo trattative economiche e pagamento quasi sempre a rate, stabiliva i tempi di consegna. Mastu Michele era spesso aiutato dal figlio Antonio e rispettava gli impegni presi da professionista serio quale era. Credo che oggi di artigiani cos non se ne trovino pi. Il vescovado stato certamente il quartiere pi ricco di artigiani dellintera Vico Equense. Ramai, falegnami, calzolai, panettieri, tornitori del legno e pescatori professionisti. Mastro Francesco Cuomo seduto su di un piccolo sgabellino con davanti il banchetto da lavoro o bancariello costruiva scarpe e sandali su misura ma riparava pure quelle vecchie perch le scarpe nuove si potevano acquistare solo una volta allanno. Mastu Francisco o sguizzariello, piccolo di statura ma, grande nellanimo, aveva capelli molto ricci biondi gi imbiancati e occhi vispi azzurrissimi, ed era dotato di un singolare ironia frammista ad un umorismo tagliente e caustico. La sua simpatia e il suo carattere sempre gioviale, pronto alla battuta di spirito, lo facevano diventare un gigante. Il soprannome lo sguizzariello o svizzariello gli derivava proprio dalla sua carnagione chiara, per gli occhi azzurri e i capelli biondi, insomma un piccolo svizzero, che quando prendeva un ordine non mancava di scherzare sempre con i suoi clienti. Mastu Francisco suonava pure il mandolino e cantava e recitava e con i suoi cinque figli le due femmine Anna ed Ida ed i tre maschi Giggino, Mario e Rafele, aveva messo su una piccola compagnia familiare che allietava matrimoni e feste patronali. Anna suonava il pianoforte, Ida cantava,Giggino suonava la batteria e Mario faceva le macchiette. Abitava con la moglie Michelina e i suoi cinque figli al numero sei di via Monsignor Natale, in uno stabile che ha ancora il pi bel portale catalano della zona. Mastu Francisco acquist quella casa nel 1912 e oggi i suoi eredi vivono ancora l dopo quasi cento anni. Don Mario Buonocore, il parroco, lo invitava spesso rappresentare la Cantata dei Pastori nel quale Mastu Francisco faceva la parte di Razzullo scrivano e il figlio Mario quella di Sarchiapone provocando, per le gags e la mimica irriverente, grande ilarit tra gli spettatori, nel repertorio cera anche: la canzone di Capodanno, la canzone di Zeza, che si faceva a carnevale e le macchiette canzonettistiche degli anni venti e trenta, che Mastu Francisco non mancava di rendere particolarmente piccanti tra non sensi e doppi sensi. Era una famiglia, nella quale tutti i figli aveva studiato e nella quale nonostante i tempi grami, non mancava mai niente e spesso si davano festicciole da ballo dove partecipavano tutte le famiglie del quartiere. Il botteghino di Mastu Franciscu spesso era meta di pensionati che, proprio per la sua simpatia di tanto in tanto gli tenevano compagnia conversando del pi e del meno. Era un instancabile ed onesto lavoratore la cui giornata, non scendeva quasi mai al di sotto delle 12 ore di lavoro. Quando il cliente dopo varie misurazioni

se ne usciva con le scarpe nuove appena consegnate, mastu Francisco lo accompagnava con lo sguardo ammiccante fino alluscita dal negozio poi con laria compiaciuta per il bel lavoro fatto, spesso esclamava chi te fa e scarpe comme te faccio io nun te fa nisciuno , anche in questo caso alludendo al doppio senso del fare le scarpe a qualcuno ovvero del fregarlo bonariamente in qualche modo, oppure se arrivava qualcuno trafelato che chiedeva una riparazione urgente, lui, senza scomporsi, guardando tutto il lavoro che ancora gli restava da fare e indicando le scarpe diceva:mettile qua, mo te nforno subbito subbito . Quando la sera tornava a casa con la moglie Michelina i figli e la cognata Fafina ( Serafina) si riunivano intorno al desco e prima della cena recitavano il rosario.

Angelo Mercurio Personaggio importante di questo quartiere, che tutte le persone della mia et certamente non potranno dimenticare stato il prof. Angelo Mercurio. Grande educatore, spesso dal pugno di ferro, monarchico convinto, faceva in modo che la scuola o la si amasse o la si amasse per forza . Immagine classica di maestro rigido ed irreprensibile. Appena ritornato dal secondo conflitto mondiale ove aveva servito la patria in qualit di ufficiale di artiglieria, si era subito dedicato anima e corpo allinsegnamento, presso listituto scuole elementari al Largo dei Tigli Durante le ore di lezione, citava episodi di coraggio e di patriottismo da lui personalmente vissuti in guerra e che noi tutti seguivamo con grande interesse. Amava organizzare gite scolastiche e portare gli allievi allaria aperta facendo praticare esercizi di educazione fisica. Preparava, gratuitamente a casa sua quanti avevano esami autunnali da riparare e quanti si accingevano ad affrontare gli esami di ammissione alle medie, che allora erano una cosa seria. Insegnava con il cuore la poesia della scuola e diceva a noi allievi che se la scuola lavessimo guardata dal di dentro ci sarebbe apparsa pi bella e pi poetica quando avremmo accompagnato i nostri figli. Solo allora lavremmo vista dal di fuori come la vedeva lui. Il contrario di oggi. Molte famiglie mandano i figli a scuola preoccupandosi soltanto di scegliere accessori firmati per poter primeggiare su altri. Nelle aule le voci degli insegnanti vengono zittite dalle urla degli di giovani facinorosi, consapevoli che in caso di un rimprovero un po pi sollecito saranno difesi a spada tratta dalle loro famiglie, delegittimano un lavoro che ha smarrito senso del dovere e vocazione , mal pagato e non pi gratificante per chi lo fa, tra circolari, decreti, leggine di ogni genere. I poveri docenti, si vedono impotenti di fronte a tutto ci e spesso facile scaricare le responsabilit della scarsa preparazione didattica degli allievi solo sugli insegnanti. Come mi appare lontana la scuola di allora, gli anni trascorsi tra i banchi delle elementari con le dita, sempre sporche di inchiostro, il grembiulino blu, spesso rattoppato, e il grande fiocco bianco o tricolore o rosso a seconda dellanno di corso che si frequentava. Il professore Mercurio era sempre vestito con grande cura e profumava di Pino Silvestre Vidal, aveva baffi curatissimi e sempre la brillantina nei

capelli lucidi ed ordinati. Era anche il presidente del circolo monarchico, dove cerano i primi flipper di legno con le figure coloratissime e gli scampanellii musicanti dei primi prodotti pop e il biliardo che per stava pure nel Circolo dellAzione Cattolica, dove la sera era possibile guardare tutti insieme il Musichiere con Mario Riva e Lascia o Radoppia. La figura antagonista al professore Mercurio era quella del professore Frisone, pi defilato, direi quasi dimesso, pi paterno con noi ragazzi, che molte volte approfittavamo della sua bont. Angelo Mercurio organizzava la Festa dellAlbero e credo che gli alberi che fino a qualche anno fa erano ancora nel largo dei Tigli furono piantata da lui che vantava davanti alle scolaresche presenti le virt degli alberi con fiera alterigia. Lo ricordo con grande nostalgia, come la figura di un uomo che credeva in valori stabili e duraturi, non cercati altrove, ma nel luogo dove viveva ed operava. Un vero signore che non lesinava una tirata dorecchia o una spalmata sulle mani, se ti era comportato male in classe o con i compagni e che noi non riportavamo a casa perch altrimenti avremmo ricevuto pure il resto. Era una scuola che era legittimata da tutta la societ quando le famiglie affiancavano insieme i docenti nella trasmissione dei valori e quando fare il maestro di scuola o il professore significava avere un ruolo di prestigio e di importanza nella societ e nel paese.

I tonnieri Altra famiglia di valenti artigiani era la famiglia Cinque detta i tonnieri, soprannome storpiato dalla pronuncia, perch non erano lavoranti di tonno, ma bens di tornio. Una piccola officina con torni a trasmissione a cinghia, dove veniva tornito e lavorato il legno, per lo pi utensili da cucina, tutti perfettamente levigati, cucchiai, tavole per lavare il bucato, bastoni per tende, mestoli da cucina, mortai per la pestatura del sale da cucina. In questa modesta officina affluivano tutti i ragazzi del paese perch altra specialit dei tonnieri era la costruzione degli strummoli. Una specie di trottola di legno che dopo il fissaggio di una punta di acciaio allestremit, veniva avvolta da un filo di spago duro o morellino e lanciata in modo da farla roteare per terra. Era il gioco preferito di noi ragazzi che facevamo delle vere e proprie gare di quartiere. Naturalmente vinceva chi aveva lo strummolo pi veloce pi forte in legno duro e riusciva a farlo roteare pi a lungo, ma soprattutto a non farselo spaccare con una appizzata dallo strummolo di un altro . I tonnieri cercavano di contentare un p tutti in cambio di poche decine di lire. Dalla famiglia Cinque venuto su un bravo comandante Ciro, con il quale ho avuto lonore di navigare anche se per breve periodo.

Naniello o furnaro Di fronte lofficina, dei fratelli Cinque, cera il forno a legna di Aniello Savarese o forcinaro o o furnaro oppure naniello e vatassarre ovvero Aniello figlio di Baldassare . Lavoratore instancabile, ogni mattino inondava il vicolo del profumo del suo meraviglioso pane. La sua specialit era il pane nero e i biscotti di grano duro, i taralli e le freselle. Anche nel forno di Aniello vi era sempre gente a fargli compagnia, in cambio di piacevole tepore specie durante i mesi invernali. Ma vi era anche un altro motivo, Aniello spesse volte con i ritagli di pasta lievitata faceva la pizza per poi distribuirla ai presenti gratuitamente e compiacendosi nel vedere soddisfatti i compagni. Profumatissima e buona, forse le privazioni e la fame di allora, la facevano gustare maggiormente. Anche Aniello era costretto a estenuanti ore di lavoro per poter portare avanti la sua numerosa prole. Oggi, i figli avendo appreso e continuato il mestiere paterno, hanno creato cospicue fortune e lavorando duramente con onore e dignit. Incontrai Aniello poco prima che passasse a miglior vita ed in amicizia mi disse che il suo fisico era minato da un brutto male, ma che sarebbe morto contento e sazio di soddisfazioni, avendo visto dal niente realizzata la fortuna dei suoi figli. Nel leggere tutta quella fierezza nei suoi occhi, confesso che lo lasciai commosso con un caloroso abbraccio.

Piazza Mercato Da via Canale, si accedeva, in piazza Mercato, altro quartiere molto popolato e centro di raccolta di quasi tutti noi ragazzi scugnizzi di allora. Si giocava a pallone, a nascondino, a carte o con gli strummoli anche se il gioco prevalente era la barracca. Si tracciava una linea retta sul terreno e ad una certa distanza poi, senza avvicinarsi alla linea tracciata, si lanciavano le monete cercando di farle arrivare il pi possibile vicino o singo, il segno tracciato, chi arrivava pi vicino alla linea retta aveva diritto a lanciare le monetine per aria predicendo quanti testa o croce sarebbero usciti dal lancio al toccar terra delle monete. Croce vinceva testa perdeva ed il secondo pi vicino alla linea aveva diritto al secondo lancio e cos via. Si giocava anche con figurine di calciatori che il vincitore vendeva poi per pochi spiccioli o scambiava con altre figurine. Era tutto cos povero ma tutto cos incredibilmente bello e piacevole che ancora oggi ne parlo con qualche vecchio compagno di allora. Al centro di piazza Mercato vi era una fontanina pubblica che di sera, specie destate, diventava il punto di incontro di decine di massaie che con recipienti di varia fattura si recavano ad attingere acqua necessaria per la famiglia. A volte file di alcune decine di metri di bagnarole in stagno, damigiane, fiaschi e bottiglie attendevano il loro turno per riempirsi. L acqua corrente in casa non laveva ancora nessuno e come in tutte le attese l dove cera da fare fila vi era il prepotente o il furbo di turno, che dava inizio a polemiche e a litigi con vetro in frantumi e che spesso richiedeva lintervento dei vigili. Questo anche perch le donne residenti nel quartiere vantavano diritti di precedenza. Destate lacqua spesso veniva a mancare e quindi erogata ad orari e per non fare molta fila ci si recava di buon ora sistemando in fila indiana i vari recipienti. Tutti ad aspettare il fontaniere che venisse ad aprire con apposita chiave il rubinetto della conduttura principale situato sotto un tombino di ghisa con lo stemma del fascio. Ricordo ancora oggi la figura di Antonino il fontaniere, alto circa 1,80 molto magro, che al momento era diventato un personaggio tra i pi importanti del paese, senza di lui niente acqua. Bastava che ritardasse di poco che la gente iniziasse a protestare. Anche Antonino era un gran bravuomo, viveva solo con la moglie in una quasi latente miseria in una misera stanza in via Satriano o meglio conosciuto come il vicolo delle carceri, perch durante il ventennio fascista erano ubicate l le carceri del paese . Fu proprio in quella misera stanza che una mattina a svegliarlo furono i lampi dei flash dei fotografi e qualche giornalista. Ecco cosa era successo ad Antonino, uomo assai religioso e timorato di Dio. Frequentava la Cappella dedicata a S. Rita, entrando quasi sempre di nascosto dalla porticina della Sagrestia in via Canale. Ogni domenica ascoltando la Santa Messa, celebrata dal buon don Ludovico Esposito.

Antonino stringeva sempre tra le mani il Rosario ed un immagine del servo di Dio Luigi Avellino, terziario francesacano originario di Vico.Antonino pregava con intensit il santuomo, affinch gli facesse la grazia di migliorare la condizione di vita sua e della moglie. Luigi Avellino era nato il 16 aprile del 1862 nella parrocchia del SS. Salvatore, nella zona alta di Vico da una modesta famiglia di contadini, qui dopo uninfanzia di stenti e tribolazioni a causa di unartride deformante tanto violenta e progressiva da fargli perdere luso delle gambe e poi quello di quasi tutta la persona. Fu in seguito trasferito nel nosocomio gli Incurabili di Napoli, grazie allintervento del suo direttore Luigi Ortale. Il medico, villeggiando a Vico Equense, resosi conto delle gravi condizioni del ragazzo, prefer averlo sotto cura nel suo ospedale. Rimase agli Incurabili diciotto anni, nei quali, il santuomo, nonostante limmobilit e i dolori che la malattia gli procurava, praticava il bene e la consolazione per gli altri malati. Mor a 38 anni, il venerd Santo del 1900, i resti mortali nel 1913 furono traslati nella chiesa di S.Giuseppe maggiore e dopo la sua demolizione in quella di S.Diego allOspedaletto in via Medina, da questultima, nel 1963 le reliquie del Servo di Dio furono trasportate nella chiesa di S.Salvatore in Vico Equense, dove attualmente riposano. Antonino il fontaniere si vantava essere stato amico di infanzia di Luigi Avellino . Negli anni 50 era da poco uscito il gioco del totocalcio e il SantUomo come raccont Antonino semianalfabeta - gli apparve nel sonno, e nel sonno gli dette i 12 risultati della schedina e gli sussurr che in caso di vincita, lui avrebbe dovuto impegnarsi per far trasferire le sue spoglie mortali da Napoli, dove si trovavano a Vico Equense. La stessa mattinata, il povero Antonino, ancora assonnato, col sogno nella testa si rec al botteghino a giocare la schedina. Allora, sulla matrice della schedina si segnava il proprio indirizzo. Lindomani vennero estratti tutti e 12 i risultati. In tutta Italia solo 2 furono le vincite da 11,5 milioni di lire che allora erano veramente tantissimi soldi. Uno a Vico Equense laltro a Genova. Il caso volle che la schedina giocata a Genova fosse irregolare e che lintera vincita di 22.milioni di lire andasse per intero ad Antonino. Grande emozione per il paese che dovette di l poco cambiare il suo fontaniere. I giornali parlarono per alcune settimane della fortuna capitata ad una famiglia tanto bisognosa e se ne parl anche alla radio. Antonino compr subito un appartamentino nel Parco Aranceto, appena costruito, ove si trasfer con la moglie Mariannina e dove visse tranquillamente gli ultimi anni della sua vita, mantenendo fede alla promessa fatta al Servo di Dio le cui ossa riposano oggi nella chiesa di S.Salvatore.

Il palazzo De Feo Il palazzo De Feo era un imponente caseggiato di propriet dei signori Migliaccio. Era abitato da numerose famiglie quasi tutte operaie. Al primo piano abitavano i proprietari mentre allultimo, viveva don Luigi Milano comandante della polizia municipale, con la famiglia composta tutta da donne, tutte insegnanti. Una famiglia molto per bene di cui don Luigi Milano andava molto fiero. Pi in l, di fronte la fontanina, la palazzina con giardino del sig. Di Palma Baldassarre detto o boss con la sua numerosissima prole. O boss era originario di Massaquano, era emigrato negli Stati Uniti gi da tanti anni, da dove per tornava spesso. Il richiamo del paese natio era pi forte dei dollari. Grande lavoratore e persona molto onesta. Con tutti i suoi figli, tranne che con i pi grandi, ho trascorso buona parte della mia infanzia. Lamicizia con loro dura ancora oggi. Ogni anno il 16 di dicembre si festeggia con un grosso fal al centro della piazza di sera restandovi fino a fuoco consumato. Accorrevano tutte le famiglie e che anche quelle dei rioni vicini ed era occasione per ritrovarsi tutti insieme e fare quattro chiacchiere. Noi ragazzi ci preoccupavamo di raccogliere fascine, rottami di legno e tutto ci che potesse ardere in modo da avere il fal pi imponente e battere gli altri rioni. Uno dei lati perimetrali della piazza era costituito dal baraccone, oggi sede della casa, comunale. Un locale lungo circa un centinaio di metri, coperto ma senza porte dove durante i mesi invernali ci radunavamo attorno ad un fuoco a programmare il futuro. Durante limmediato dopoguerra veniva usato come rimessaggio per autocarri e jeeps militari delle truppe alleate. Ricordo che spesse volte quelli pi grandi di noi, razziavano tutto ci che trovavano a bordo, dai pueumatici agli indumenti militari, a recipienti di vario genere ma sopratutto benzina, che aspiravano dai serbatoi con apposite cannucce. I pi piccoli venivano utilizzati da palo. Tocc pure a me di fare la guardia e ricordo che mi fu dato come premio una piccola tanika con qualche litro di benzina e un nastro con alcuni proiettili di mitragliatrice, portai tutto a casa pensando potesse servire, inconsapevole del pericolo. Avevo, allora, appena 7 anni. Altre persone e inquilini del palazzo De Feo, che non ho dimenticato, e di cui conservo un bel ricordo sono: la sig. Maria De Feo e Don Alberto Astarita. Maria, donna dal carattere molto forte, non aveva paura di nulla e di nessuno, diceva sempre quello che pensava e che riteneva giusto e se doveva mandare qualcuno a quel paese non ci pensava su due volte. Allo stesso tempo donna di grande umanit e coraggio. Lavorava da mattina a sera adattandosi a qualsiasi tipo di lavoro, pur di poter dare una mano al bilancio familiare. Molto forte, mi capitato molte volte in inverno di

incontrarla a braccia scoperte, non curante del freddo e della pioggia. Il marito Ferdinando, detto Iscariota faceva il vetturino come tanti allora, e il suo guadagno giornaliero era molto esiguo. Il soprannome di Iscariota gli era rimasto dopo aver rappresentato per qualche tempo, durante la processione del venerd Santo la figura di Giuda Iscariota. Nome che gli faceva torto perch Ferdinando era un gran bravuomo. Negli anni, ho incontrato spesse volte Maria e non sono mai mancati abbracci e baci. Si sempre ricordata di me con affetto materno ed io di lei. Lultima volta che ci siamo incontrati in via Bonea, pochi mesi prima che ci lasciasse, mi abbracci e accarezzandomi la testa, mi disse di riguardarmi durante i miei viaggi e con gli occhi umidi di lacrime mi sussurr ancora Biagg mi sento tanto stanca quasi a presagire che da l a poco ci avrebbe lasciati. Per Maria De Feo ero rimasto il ragazzo di allora, sempre educato e rispettoso. Don Alberto Astarita invece, gestiva insieme alla moglie, donna Giulia un importante ed antico panificio in via Roma. Il pane di don Alberto era particolare, fatto a settori in modo da essere pi facilmente divisibile con le mani e con una aggiunta di finocchietto selvatico nellimpasto acquistava un profumo e un sapore unico. Come tutti i panettieri di allora aveva anche lui la sua tecnica ecco perch il pane di una volta, era cos buono, ben lievitato e cotto nel forno a fascine, una meraviglia del palato. A fine giornata, don Alberto, faceva ritorno a casa indossando una giacca alla cacciatora di velluto marrone nel cui tascone portava una diecina di panini che distribuiva ai ragazzi di Piazza Mercato. Faceva il tutto con signorilit e discrezione, don Alberto, non amava farsi notare. Distribuiva i panini ancora caldi a quella decina di mani alzate con amore e bont danimo. Si dispiaceva se qualcuno rimaneva senza. Piazza Mercato era spesso teatro di fiere di bestiame durante importanti ricorrenze. Vi affluivano commercianti della provincia di Napoli e di Salerno con appositi carri, trasportavano ovini, suini, asinelli ma sopratutto bovini da carne e da latte. Durante lestate, poi buona parte della piazza era occupata da grossi cumuli di meloni ed angurie di varia pezzatura che venivano venduti sia allingrosso che al dettaglio. Qualche commerciante, di tanto in tanto, per richiamare lattenzione dei passanti, lanciava un anguria per aria, che cadendo si frantumava in mille pezzi tingendo di rosso vivo il lastricato. Erano scene di folklore per noi ragazzi una vera e propria festa anche perch alcune angurie rotte durante lo scarico, venivano afferrate e date in assaggio. Come era semplice il vivere di allora. Lonest delle famiglie che a volte pur rasentando la miseria vivevano con dignit quei momenti di bisogno in misterioso silenzio ed umana sopportazione. Ecco perch di questi miei ricordi e stralci di racconti appena accennati. Pezzi di vite di un passato scomparso Il capo famiglia, veniva amato, rispettato ed ascoltato, tanto che in alcune famiglie veniva chiamato signor padre e gli si dava del voi in segno di rispetto. Tempi in cui un Sigaretta semplice vetturino che ogni mattino di buon ora usciva di casa con la sola

preoccupazione di racimolare quel tanto da poter sfamare famiglia e cavallo, dava lopportunit ad un mazzarella di guadagnarsi un piatto di minestra ed un giaciglio nella stalla in cambio di una strigliatura di cavallo. Ci si contentava di poco e si era felici e soddisfatti. La famiglia, restava il punto di riferimento incrollabile. Oggi con con il benessere incondizionato e divertimenti di ogni genere appena qualche decennio fa impensabili, i giovani non sanno pi cosa cercare e cosa vogliono esattamente. Mai abbastanza soddisfatti, ed per questi motivi che cercano nuovo evasioni esterne nellalcool, nelle droghe e trovare cos emancipazione nella loro sempre pi triste solitudine. La famiglia, dunque, ritorna necessariamente ad essere il punto cardine per il recupero e la custodia di quei valori acomparsi. Spesso oggi nessuno pi disponibile allascolto, vuoi per motivi economici, sociali o di salute e questo va ad aggravare sempre pi la situazione drammatica, traumatica, angosciante, devastante che dai giovani si estende ormai a tutti. Piccole comunit di un tempo quando era pi facile socializzare, quando la vita non era percorsa dalla tecnologia e scandita da1 via vai frenetico di oggi. Se vogliamo un tempo neanche tanto lontano. Vi sono episodi nella nostra vita che non potranno mai essere dimenticati. Episodi che a volte la segnano inesorabilmente, siano essi positivi o negativi. Buona parte delle persone nominate oggi non esistono pi, ma il loro spirito ancora sopravvive nella memoria dei vivi e nella mia soprattutto. Infatti i ricordi sono qualcosa di tuo che mai nessuno potr mai portarti via. La vita un alternanza di dolori ed emozioni a volte anche molto violenti che la segnano fortemente. Per fortuna rimangono i ricordi come incrollabile punto di riferimento. Senza di essi la vita non avrebbe alcun senno. Dal sudore di fronti spaziose ricche di saggezze e di umilt, da mani pazienti e callose venuta una generazione di grandi professionisti, avvocati, medici, comandanti di marina e valenti industriali del turismo, dellagricoltura e del commercio. Essi non potranno mai essere dimenticati perch sono stati dei veri cavalieri del lavoro, cavalieri nellanimo.

Le villette comunali Delle tre villette comunali di Vico Equense oggi ne restano soltanto due. Quella del Bellaria, appena fuori del paese andando verso Castellammare stata chiusa al pubblico gi da trenta e pi anni: le panchine in granigliato di cemento, come si usava negli anni quaranta e cinquanta, sono state divelte ed oggi, dove cera quel luogo di salubre tranquillit, c un parcheggio autobus di un albergo cresciuto a dismisura ed un muro alto due metri che ha cancellato persino il panorama del Castello e della mariva di Vico. Le altre due sono la villetta con il monumento ai caduti che si affaccia sulla spiaggia della marina di Vico e dello Scrajo sul borgo di S. Maria del toro ed il Castello Giusso, sul Vesuvio con tutta la sua meravigliosa imponenza e sulle citt di Torre Annunziata e di Napoli.Anque questa poggio belvedere che un tempo era spazio di ristoro, oggi, soprattutto destate stato occupato da tavolini ed ombrelloni di un vicino bar. Ultima, ma forse, per i vicani, la pi importante: la villetta a diacente a Villa Paradiso, ovvero Villa Schettino, che mutua il suo nome proprio da quel bel vedere situata sulla nazionale che porta a Seiano e sulla costiera Sorrentina, si affaccia sulla spiaggia di Aequa, compresa tra punta Scutolo e la chiesa dellAnnunziata. Da questa si pu ammirare Capo Miseno e le isole di Ischia e Procida, un panorama unico nella sua bellezza. Su questo piccolo angolo di paradiso fu scritta addirittura una poesia dal Cav. Staneslao De Gennaro immortalata su lapide di marmo, deposta nellaiuola circolare centrale, oggi misteriosamente scomparsa e non pi sostituita da nessuno e che recitava: Vuie ca nun a cunuscite sta fantastica luggiata nun tardate ma currite a gud sta rarit. Anche questo belvedere a rischio scomparsa, perch un progetto comunale avrebbe previsto al suo interno la struttura e lo scavo per un ascensore che dovrebbe collegare il paese con la piana sottostante. Sia in inverno che in estate ma soprattutto destate, tutti i cittadini di Vico, non ne possano fare a meno. Di primo mattino corrono ad affacciarsi a questa magnifica luggiata e l si godono il fresco e il silenzio, soprattutto nelle canicole pomeridiane e nella controra, dove si pu ancora schiacciare un pisolino. Sono prevalentemente ex marinai, ufficiali e capitani di lungo corso che non mancano a spettacolari tramonti o albe, quasi a placare la sete di nostalgia che li assale ricordando gli stessi spettacoli visti sulloceano. Quando lorizzonte non si

distingue dal cielo e dove chi lo assiste si sente per la prima volta rapito, consapevole del fascino dellinfinito, quando fissando le onde, nelle loro lunghe traversate oceaniche, mentre la prua della nave consumando miglia, affidavano i loro pensieri le loro ansie e le loro aspirazioni come a chiedere loro di fare da messaggere. Soltanto chi ha navigato pu capire quali grandi fatiche affronta un marinaio, dove a volte la mente umana soccombe e soltanto il pensiero della famig1ia a cui tornare gli da forza e coraggio. Poi il ritorno a casa dove la gioia del sorriso e dellabbraccio dei propri cari cancella ogni forma di sacrificio e di sofferenza. Molte volte ci non accade e dopo un anno di duro lavoro si sente quasi un estraneo tra le mura di casa propria, a volte vedendosi negato persino dalla propria consorte quel calore e quella dolcezza necessarie. Ma ritorniamo ai tramonti di casa. nostra che visti da terra ferma dove le montagne e la citt fanno da sfondo, dono sempre lo stesso anche se mai meno affascinanti. In estate gli ultimi attimi di luce danno il benvenuto a giochi di tanti colori scintillanti ai quali impossibile resistere. Tutti questi colori al crepuscolo si animano coinvolgendo chi li guarda in come per magia. Specialmente quando la luna con i suoi raggi bianchi illumina il mare mentre il sole tramonta trasformando le acque in argento fuso. Punta Scutolo e le Cattedrale formano unoasi di pace e di tranquillit, piccolo paradiso incontaminato che pare rapirti lanima. Ecco perch i proprietari dalla villa alle spalle della villetta comunale, i signori Guidone, vollero chiamarla villa paradiso. Le nostre villette comunali non sono soltanto mete di pesseggiate, di albe e di romantici tramonti. Esse offrono anche un altro spettacolo che potremmo definire unico in tutta la penisola sorrentina. Tra la seconda met di agosto a tutto settembre, durante il pomeriggio assolato, si leva una lieve brezza di ponentino che da punta Scutolo lambisce tutta la spiaggia di Aequa, caporivo, il pezzolo fino ad urtare la montagna del Vescovado. Da qui sale lambendo le cime degli oliveti collinari fino alla frazione di S. Andrea dove sposa una corrente daria che scende dalle abetaie e dai castagneti del Faito. Lincontro di queste due correnti daria danno luogo ad una miscela di aria composta da iodio ed ossigeno cos piacevole che sembra restituirti il respiro. Per chi vive in questi posti meravigliosi come se fosse cosa normale e vi si fa labitudine ma basta, starne lontano per alcuni mesi per sentirne la mancanza. Chi ritorna a Vico Equense non soltanto per nostalgia, degli amici e parenti ma sopratutto per gustare queste magnifiche sensazioni che il paese offre. Noi cittadini di Vico Equense, trovandoci fuori dal proprio paese rispondiamo a chi ce lo chiede Sono di Sorrento. I motivi sono due: il primo perch durante il periodo fascista la municipalit di Sorrento comprendeva i comuni di Meta, Piano e SantAgnello ai quali rimasto ancora oggi legato il nome di Sorrento. Noi di Vico a pochi km di distanza avevamo assimilato questo modo di dire pur avendo diverse amministrazioni e persino un podest. Altro motivo, credo il pi plausibile, che nel dire io sono di

Sorrento sentirsi pi importante, quasi invidiati, essendo Sorrento famosissima nel mondo. Lo si legge dalla espressione quasi di invidia sul viso di chi ci era davanti, qualche anno fa allaereoporto di Genova mi ospita, di incontrare un vecchio collega di lavoro, che dopo i soliti convenevoli mi chiese ma di che parte sei esattamente di Napoli? ed io sono di Sorrento. Che bello, mi rispose, pensa io sono stato in vacanza, una settimana a Vico Equense. Mi venne da ridere; me ne chiese il motivo ed io gli risposi io sono di Vico Equense. Come in una situazione di rimprovero, il collega mi rispose: perch ti nascondi dietro Sorrento, Vico Equense assai pi bella di Sorrento sia per la sua posizione geografica, sia per il suo clima sempre asciutto nei mesi invernali. Vico Equense potrebbe essere paragonabile per la sua bellezza ad una bomboniera incastonata ai piedi dei monti lattari, il Faito e monte Comune. Un vero gioiello della natura perch mascherare le proprie origini nascondendosi dietro sono di Sorrento? Da quel preciso istante non ho pi smesso di rispondere a chi me lo chiedesse Io sono di Vico Equense sia in Italia che allestero e non senza una punta di orgoglio.

Poesie

Nu terreno diventa fertile e generoso solo se bagnato da gocce di sudore di chi lo lavora zolle rimosse da duri colpi di vanga che grosse e ruvide mani alternano ritmicamente anche sotto sole cocente o pioggia o vento. Vico Equense ha dato i natali non soltanto a valenti artigiani e a grandi capitani di marina mercantile, ma anche a grandi professionisti che sento il dovere di citarne alcuni in questi miei pochi e poveri scritti. Professionisti in cui lamore profondo ed il rispetto per la professione, il senso di grande umanit ha fatto si che lasciassero un ricordo indelebile, specialmente in quelli della mia generazione. Il dott. Michele Cuomo on Michele o farmacist che con i suoi preziosi consigli accompagnati dai suoi misteriosi sciroppi, oserei dire miracolosi, tutte le mamme di allora (parliamo dei periodi ante e dopo guerra) hanno tirato su la loro numerosa prole. Professione esercitata poi dal figlo dott. Vittoriano ed oggi con lo stesso impegno dal nipote Michele. Il dott. Antonio Celentano o miereco de creature, instancatile medico pediatrico, sempre disponibile, ha seguito le famiglie di Vico durante e dopo il conflitto mondiale con tutte le problematiche di allora, sia di giorno che di notte. I dottori Elio ed Emmanuel Scaramellino, specialisti in ostreticia e chirurgia. Anche loro sempre disponibili sia a casa che in ospedale, curando tutti senza distinzioni sociali con lo stesso impegno e professionalit. Al dott. Elio si pu dire che gli debba la vita. Sapeva dei miei problemi epatici e un giorno, esattamente il 6 di agosto del 1995 incontrandomi per caso mi si avvicin e guardadomi negli occhi mi disse datti da fare le cose non vanno bene, altrimenti perdi il treno. Quello stesso giorno telefonai allospedala delle Molinette di Torino, con il quale ero in contatto e il 22 dello stesso mese mi ricoverarono. Spesso questi medici lasciavano sul comodino non soltanto la ricetta medica anche qualche biglietto da 5000 ben conoscendo la situzione economica in cui la famiglia versava. Il dott. Emmanuel che oggi ha 98 anni , ha scritto di recente una sua autobiografia Dalla terra dei Masai a Vico Equense che cosiglierei a tutti di leggere. Ricordi appassionanti che coinvolgono subito chi inizia a leggerli. Storia di una vita spesa per la professione e per la patria in armi, guadagnandosi il rispetto non soltanto dei suoi subalterni ma sopratutto dei nemici. Il dott. Emmannel ha operato anche durante la sua prigionia in Africa con scarsi mezzi e medicinali,

chiunque avesse avuto bisogno di aiuto, sia stato esso nemico o alleato, bianco o di colore. Mi capita spesso di incontrarlo, durante le mie venute a Vico e non posso fare a meno di corrergli incontro e salutarlo. Bench ultranovantenne sempre bello ed elegante, ricorda, tutti i suoi concittadini con grande affetto. Vive il crepuscolo della sua avventurosa vita immerso nei ricordi e nellaffetto di sua moglie e delle sue meravigliose figliole. Le sue mani Sono stanche rugose, aree dal sole ma sono belle perch sono le mani di mio padre. Anche lavate non brillano mai mantengono sempre il sorriso di una patina bruna il lustro della miseria e della fatica sigillo del suo amore per me. Piccolo mi hanno aiutato a salire gli scalini della vita adulto, mi hanno indicato i sentieri pi brevi, le cerco ancora nel buio quando son solo o vacillo e non voglio cadere. Sono stanche, rugose, arse dal sole ma sono belle perch sono le mani di mio padre. Erminio Crippa Vorrei Vorrei un mondo senza guerre, senza fame, senza odio, senza malattie, un mondo pi semplice Vorrei pi impegno, pi sentimento in ci che si fa nel lavoro, nello studio, nella politica, nella famiglia Vorrei pi volontariato, quello vero, non esibizionista perch non vi persona pi alta di chi si china ad aiutare altre Vorrei che la gente quando si parla si tenesse per mano guardandosi negli occhi privi di ipocrisia. che chi comanda fosse pi umano, pi comprensivo

senza abusare di potere. Vorrei che guardando il cielo stellato di sera ognuno sentisse invadere il proprio cuore di pace e serenit e che volgesse anche se solo per un istante il pensiero allOnnipotente e alla Sua Misericordia. Soltanto cos si pu avere la capacit di entrare in noi stessi e riesaminare i veri valori dellesistenza. Vorrei che ognuno comprendesse che siamo tutti degli eroi al momento giusto, e che in ognuno di noi vi qualcosa di buono, di onesto e di magico, basta saperlo tirare fuori al momento giusto. Vorrei che fosse amore a muovere il cuore degli uomini e non avidit di potere perch a dispetto di tutto e di tutti, lamore il seme della vita non muore mai; esso perenne come lerba. Tutto questo io vorrei. Biagio Cilento Le parole dellamore Non si deve aver paura di dirle le parole dellamore quando il cuore che vede oltre la ragione, le detta cos come non se ne deve infazionare luso togliendo ad esse il magico potere nutritivo che posseggono. In effetti cos lamore se non donare, donare sempre, con calore. Calore intenso che qui sempre in chi lo riceve ha un effetto terapeutico enorme. Nelle persone ammalate, poi, quel calore d dei risultati, a volte, anche superiore a qualsiasi farmaco. Dire ad una persona io ti amo molto bello, ma secondo me, sarebbe meglio dire mi manchi. Mi manca il tuo sorriso, il tuo sguardo ma sopratutto il calore che solo tu sai donarmi e che riesci a trasmeltermi anche con una semplice stretta di mano. Ecco perch si sempre alla ricerca dellamore nella vita. Una ricerca spamodica, quasi ossessiva, tanto da perdersi, a volte. Quando lamore per la vita cos intenso e forte riesce ad addolcire anche gli ultimi istanti prima di morire

A volte difficile amare gli altri ma lo ancora di pi nellamare se stessi. Chi senza amore non ama la vita e chi non ama la vita gi morto a met. B. Russel La Madonna visita poveri Madonna visita poveri, olio su tela del maestro Cesare Calise ischitano opera del 1609. Misteriosamente scomparso il 25 novembre del 1990, per pi di 15 anni se ne persero le tracce. La comunit di Bonea, molto devota, pregava tutti i giorni e faceva voti affinch la Madonna ritornasse al suo posto. Il quadro esposto per alcuni mesi sui mercatini rionali di Trastevere in Roma, fu aquistato e poi rivenduto ad una galleria daste. Riconosciuta su internet da un cittadino vicano che subito ne inform lallora giovine sacerdote don Pasquale Vanacore. Iniziarono subito scrupolose ricerche e con laiuto di Dio e della Guardia di Finanza al comando del colonnello Isidoro Brancaccio lopera viene rintracciata presso il museo di Lecce e riportata nella sua parrocchia di origine quella di Bonea, dove il buon don Pasquale ne divenuto parroco. I cittadini di Bonea e di Vico, tutti con povere offerte offrirono alla Madonna due corone doro.

FINE