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2 COMMA 20/ BL 662/96 - ROMA ISSN 0025-2158

ANNO XLIII . N. 8 . GIOVEDÌ 10 GENNAIO 2013

EURO 1,50

INTERVISTA A GIORGIO AIRAUDO, EX FIOM ORA NELLE LISTE DI SEL

SINISTRA

INTERVISTA

«Monti comunque non lo voto L’art.18? Errore da riparare»
Daniela Preziosi hi ha di più deve pagare di più. Non è invidia, è giustizia sociale». «Monti? Un avversario, faccio fatica a pensare di votarlo». Parla Giorgio Airaudo, ex numero due Fiom e indipendente nella lista di Sel. «L’art.18? Non è storia chiusa. Bersani sa che nell’alleanza c’è chi vuole correggere le storture dei licenziamenti per "giustificato" motivo economico. Sono già centinaia i licenziati da aziende non in crisi». «Chiedo un voto utile per difendere lavoro e beni comuni. Ma porte aperte a sinistra». |A PAGINA 3

L’Europa nell’urna
Claudio Gnesutta, Mario Pianta a politica del prossimo governo italiano sarà fortemente condizionata dal quadro europeo. Pesa la recessione, l’imposizione di politiche di austerità, e un insieme di trattati e norme che ha istituzionalizzato una visione neoliberista dell’integrazione europea – la libertà di movimento dei capitali, delle merci e delle imprese innanzi tutto - e ha reso impossibile prendere le misure economiche necessarie per affrontare la crisi attuale. L’Italia è stata particolarmente colpita da questo contesto europeo, prima con la debolezza internazionale del governo Berlusconi, poi con l’allineamento alle direttive europee del governo Monti. Si tratta di una rotta sbagliata per l’Europa e disastrosa per l’Italia. Sbilanciamoci! ha argomentato queste critiche con la discussione sulla "rotta d’Europa" aperta da Rossana Rossanda nell’estate 2011. Le proposte principali – riassunte nel primo documento della Rete europea degli economisti progressisti – chiedono di rovesciare le politiche di austerità e cancellare le pericolose limitazioni imposte dal fiscal compact; di ridurre le diseguaglianze, tassare la ricchezza e tutelare il lavoro; di fare della banca centrale europea un prestatore di ultima istanza per il debito pubblico, introducendo una responsabilità comune dell’eurozona; di ridimensionare la finanza, avviare una transizione ecologica ed estendere la democrazia a tutti i livelli in Europa. Come possono entrare queste elaborazioni e queste proposte alternative nel dibattito sulle elezioni in Italia? Innanzi tutto devono fornire il quadro di riferimento entro il quale collocare il dibattito elettorale. A scala europea negli ultimi mesi sono emerse alcune novità che ridefiniscono i termini del dibattito su come affrontare la crisi. La prima novità è venuta nientemeno che dal Fondo monetario, che quest’anno ha riconosciuto quanto fosse sbagliata l’imposizione di politiche di austerità fondata sull’idea (ultraliberista) che una riduzione di spesa pubblica non abbia effetti negativi rilevanti sul reddito. In una serie di documenti ufficiali, l’Fmi spiega i clamorosi errori di previsione sulla base della sottostima degli effetti negativi che la caduta della domanda ha sul reddito: una riscoperta, tardiva e limitata, della lezione keynesiana. Di fronte alla recessione del 2012-2013 è sempre più urgente un ritorno a politiche europee di rilancio della domanda. CONTINUA |PAGINA 15

Ingroia: «Una nuova politica per le carceri»
Dopo la condanna della Corte europea dei diritti umani, «una sola cosa è certa: le carceri vanno svuotate». Il leader di «Rivoluzione civile» spiega la sua ricetta per combattere «un sistema penale e penitenziario classista». «Da presidente del consiglio varerei subito un provvedimento per introdurre nuove misure alternative». L’amnistia? «Una soluzione drastica, purché non ne approfittino i colletti bianchi» MARTINI |PAGINA 5

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ELEZIONI E AMBIENTE |PAGINA 2

STAMPA E POLITICA |PAGINA 16

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Della Seta: Bersani mi ha escluso. Promosso invece l’amico di Riva
D. P.

Ci metto la firma. I giornalisti in lista e quelli che «non mi candiderei mai»
GIORGIO SALVETTI

FOTO REUTERS

SANITÀ

Sfondone monetario

Effetto tagli: Roma senza ambulanze
Drammatico appello del presidente del 118 di Roma Livio De Angelis: «I pazienti sono costretti a restare nelle ambulanze a causa della mancanza di posti letto negli ospedali». Interviene il ministro della salute Balduzzi che chiede alla regione Lazio una relazione». Ignazio Marino, presidente commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale: «Renata Polverini irresponsabile». Nicola Zingaretti, candidato governatore del centrosinistra: «Ha mancato tutti gli obiettivi sulla sanità» CICCARELLI |PAGINA 4

«Ci siamo sbagliati». Il capo economista del Fondo monetario internazionale spiega in uno studio che l’austerità e i tagli imposti a mezza Europa (e prossimamente anche agli Usa) devastano debito pubblico, Pil e occupazione. Monti che ne dice? PAGINA 4
OPZIONE «ZERO»

Via da Kabul Usa, il ritiro è completo?
La Casa Bianca «non esclude nessuna opzione», neanche il ritiro completo dei soldati Usa, una volta che le truppe della forza internazionale IsafNato avranno lasciato il paese, a fine 2014. Lo fa sapere Benjamin Rhodes, vice-consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Obama. Ed è la prima volta che un alto funzionario dell’amministrazione Obama parla esplicitamente di ritiro completo dall’Afghanistan. Ma potrebbe essere uno stratagemma per convincere i Talebani a sedersi al tavolo negoziale BATTISTON |PAGINA 7

AFGHANISTAN/ITALIA

BILANCIO DI GUERRA

CIE/MIGRANTI

VENEZUELA | PAGINE 8 E 9

Quelle due morti senza giustizia
Barbara Siringo gregio direttore, Oggi, alle 11.30, si terrà la terza udienza per la morte di mio fratello Stefano Siringo e del suo amico Iendi Iannelli, i due cooperanti italiani trovati morti il 16 febbraio del 2006, a Kabul. Due morti per le quali da sei anni stiamo cercando e chiedendo la verità. Inizialmente infatti venne diffusa la notizia che i due ragazzi erano morti a causa delle esalazioni di una stufa difettosa, poi l’autopsia decretò la morte per overdose di eroina pura all’89% e per molto tempo non se ne parlò più. CONTINUA |PAGINA 7

Partono i sommergibili
Giulio Marcon apidi ed invisibili, partono i sommergibili», canticchiava Ugo Tognazzi -interpretando Il Federale di Luciano Salce, film del 1961- mentre a bordo di una scassata motocicletta affondava nel fiume che voleva arditamente attraversare. Perfetta metafora della vicenda attuale dei due sommergibili U 212 per i quali dobbiamo spendere quasi 2miliardi di euro, mentre l’Italia affonda sempre di più nella crisi economica, nella disoccupazione, nella povertà. La vicenda non è recente. Il programma di costruzione dei sommergibili inizia nel 1994. CONTINUA |PAGINA 15

Ribellarsi è giusto
Annamaria Rivera ei lager per migranti le rivolte e la loro repressione, così come gli atti di autolesionismo, sono talmente endemiche che ormai non fanno più notizia, se non allorché convenga tornare ad additare il pericolo pubblico dei “clandestini”. Sicché quello che si è consumato fra il 9 e il 15 ottobre scorsi nel Cie «S. Anna» di Isola Capo Rizzuto è stato solo uno dei tanti episodi di ribellione alla illegittima sottrazione della libertà personale e a condizioni di reclusione intollerabili: negazione di cure sanitarie basilari, materassi lerci e privi di lenzuola, latrine altrettanto luride, pasti ridotti al minimo e consumati per terra… CONTINUA |PAGINA 5

Chávez, la Corte rinvia il giuramento

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Il presidente non assumerà oggi l’incarico ufficiale per un nuovo mandato che lo porterebbe a governare fino al 2019. L’Assemblea nazionale gli concede altro tempo per curarsi a Cuba. E il Tribunal supremo conferma. Reportage dal Cuartel San Carlo, oggi museo nazionale

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il manifesto

GIOVEDÌ 10 GENNAIO 2013

VERSO IL VOTO

Governo •

Il premier schiera Albertini e Ichino in Lombardia per far ballare il Pd al senato. Collaborare con Bersani? «Prematuro parlarne»

Assalto a palazzo Madama
Il leader democratico: «Monti vuole togliere le castagne dal fuoco a Berlusconi? Vorrei capire contro chi combatte»
Micaela Bongi appuntamento con le urne si avvicina, addio fair play. Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani considera anzi un fallaccio la decisione di Mario Monti di candidare come capolista in Lombardia per il senato - dove i democratici rischiano di non avere la maggioranza - Gabriele Albertini. Dopo le ripetute offerte di «collaborazione» con il Professore all’indomani delle elezioni (in realtà confermate ieri dal segretario Pd), sale le tansione. «A me va bene tutto purché queste mosse non aiutino a togliere le castagne dal fuoco a Berlusconi e alla Lega», dice Bersani Pd a proposito di Albertini schierato a palazzo Madama. In realtà l’ex sindaco di Milano spiega che, nonostante la candidatura in parlamento, non ha nessuna intenzione di ritirarsi dalla corsa per la guida della regione Lombardia: «Posso dare al segretario Bersani e a tutti la tranquilla certezza che fermeremo i barbari sognanti leghisti», risponde Albertini, che ormai si è appuntato la stelletta di anti-Berlusconi. A Monti però il segretario Bersani chiede: «Vorrei capire contro chi combattono». La risposta la conosce: le mosse del premier uscente (che continua a attaccare la Cgil, difesa invece dal ministro Barca, e Sel) puntano a toglie-

L’

re voti moderati al Pd, per cercare appunto di metterlo in difficoltà a palazzo Madama. Competition is competion, dopo le elezioni si potrà pure trattare (come è altamente probabile, e infatti il premier non attacca mai direttamente Bersani). Ma il Professore ovviamente intende farlo dalla posizione più forte possibile e quindi evita di mettere il carro davanti ai buoi, come invece fa Bersani che pure aveva rifiutato una riforma elettorale che prefigurasse le alleanze post-voto. «Mi pare prematuro parlare di alleanze - risponde Monti a proposito delle aperture del Pd - in campagna elettorale dobbiamo concentrarci sui problemi», dopo si vedrà. Quanto a Berlusconi che lo accusa di essere la stampella del Pd, «io non faccio la stam-

PAR CONDICIO Monti superstar nei tg

L’Agcom pubblica i dati sulle presenze delle forze politiche in tv nel periodo 31 dicembre - 6 gennaio. Primeggiano il Pdl (37% su Mediaset, 23,7 sulla Rai), e soprattutto Mario Mario Monti nella veste di esponente politico (solo per lui infatti si pubblicano i dati individuali): ha il 22,5% su Mediaset e ben il 26 sulla Rai. Il Pd è al terzo posto, con il 18,5% sulla Rai e 15,5 su Mediaset.

pella di nessuno» ed «è molto importante che il Pd chiarisca bene cosa vuole fare». E Monti elenca la Tav, il Fiscal Compact, l’energia: «Basta prendere la mia Agenda: c’è chi, come Vendola, è totalmente contrario; chi, come Bersani, è disposto a prenderne alcune parti; e infine ci sono i montiani». E sulle richieste di chiarimento di Bersani: «Io non combatto contro l’uno contro l’altro - assicura Monti mettendo in realtà il dito nella piaga - In Lombardia per esempio abbiamo il tridente Ichino, Albertini e Mauro». Insomma, basta con le «scarpette da danza classica» indossate per guidare la strana maggioranza su un campo minato. Dal canto suo, Bersani vuole rispondere alle «accuse false», è un «nostro diritto». La sinistra è contro la crescita, come dice il Professore? «Quando andammo via nel 2001 si cresceva al 3.4%, noi non siamo nemici della crescita, anzi, abbiamo qualche idea sull’argomento». E perché, chiede ancora il segretario del Pd, Monti non ha parlato prima della necessità di modificare l’Imu, visto che «il governo è stato in carica fino a un mese fa»?. Ma appunto, Bersani conferma che «dopo il voto, se vinciamo, chiediamo la collaborazione con i moderati, resto fermo su questo e non vedo il motivo per cui questa iniziativa sia alternativa ad una sinistra anche radicale». Collaborare non significa cedere palazzo Chigi al Professore. Che però si dice non interessato a posti nel governo: «Nessuno mi sta chiedendo di far parte di nessun governo e poi dovrei riconoscermi quasi totalmente in un governo per poter con mio agio farne parte». Insomma, dovrebbe guidarlo.

Intervista /L’AMBIENTALISTA CHE «SCOCCIAVA» IL PADRONE DELL’ILVA

Della Seta: io, escluso dal Pd di Bersani L’«amico» di Riva invece promosso
ROMA

IN FILA · Presidio giorno e notte del Movimento per evitare truffe sul simbolo

a già piccola pattuglia di ecologisti di parlamentari Pd è stata ridotta ai minimi termini. È rimasto solo Ermete Realacci. Ci sono altri che si occupano di ambiente. Ma è stata silenziata una cultura politica che quand’è nato il Pd si è detto doveva essere fra quelle fondatrici» (Roberto Della Seta, ecologista, senatore, area Ecodem. Con il collega Francesco Ferrante è stato escluso dalle liste del Pd). C’è un episodio che la riguarda, saltato fuori dall’inchiesta in corso a Taranto sulla famiglia Riva. Padron Emilio scrisse un’email destinata a Bersani, forse non spedita, in cui chiedeva conto delle «scocciature» che lei procurando alla sua azienda. Crede c’entri qualcosa con la sua esclusione? Mi auguro di no. Certo è sgradevole la coincidenza fra un’intercettazione in cui un deputato taratino del Pd, Vico, diceva, parlando con uno dei capi dell’Ilva, che "mi avrebbe fatto buttare sangue" perché rompevo le scatole sull’Ilva. Questo signore sarà di nuovo parlamentare del Pd. L’Ilva e la FederAcciaio hanno contribuito, nel 2006, alla campagna elettorale di Bersani. Ma ripeto: non voglio credere che ci sia un nesso con la mia esclusione. Bersani non mi ha mai chiesto di ammorbidire le mie posizioni, né io l’avrei fatto. Ma è sgradevole che il Pd escluda forse l’unico suo parlamentare che si è battuto in una certa direzione sull’Ilva e invece dia piena cittadinanza a chi sull’Ilva ha tenuto un rapporto confidenziale con la proprietà dell’industria principale responsabile del dramma che sta vivendo Taranto. Lei non condivide la posizione del Pd sull’Ilva? No. La sinistra, e anche il sindacato, sull’Ilva negli ultimi due decenni sono stati distratti. Non si sono accorti di quello che era chiaro da tempo, e cioè che l’industria stava avvelenando la città di Taranto ed i lavoratori. Pezzi importanti della sinistra tarantina hanno intrattenuto con i padroni di Ilva rapporti poco trasparenti. Ma non è un problema che riguarda particolarmente il Pd, che è

«L

nato nel 2007. Il caso tarantino è una cartina di tornasole di un problema generale della sinistra: un rapporto spesso torbido con gli interessi economici. Emerso con Penati nella vicenda di Sesto San Giovanni, o nei partiti che hanno dato vita al Pd sulla sanità pugliese. Lei si è schierato con Renzi. Renzi non l’ha difesa? L’ho sostenuto per motivi che ancora oggi mi sembrano validi, la sua idea di Pd è più interessante di quella di Bersani. Certo, Renzi ha preferito promuovere persone più fedeli. Ferrante ed io siamo di un altro genere, ha fatto bene a non fidarsi. Perché non vi siete presentati alle primarie? Sono stato eletto in Piemonte, non sono espressione del territorio piemontese, anche poi se l’ho frequentato molto. Mi sono occupato di ambiente a 360 gradi. Le primarie sono state concepite per chi aveva un radicamento locale. Ma immaginare solo così la rappresentanza è un errore. Sa chi ha chiesto la sua testa? È stata una scelta di Renzi e di Bersani. Ma non siamo insistituibili. Il punto è che non siamo stati sostituiti. Resta dal Pd? Non lo so. Questa vicenda dimostra che è fallita, per ora, la possibilità che il Pd dia una rappresentanza politica alla questione ambientale. Gli ecologisti sparsi in Sel, nel Pd, nelle associazioni, in quel poco che resta dei verdi, tutti hanno tentato di affrontare il tema. Continuerò a cercare qualche risposta. L’ambiente è sempre più centrale per gli elettori, vedasi i sottovalutati, dal Pd, referendum. Ma non c’è un’offerta politica all’altezza della domanda. Lei ha anche presentato una legge per una commissione d’inchiesta sui fatti di Genova. Altro argomento che non ha goduto di buona stampa nel Pd. Era la commissione che nella legislatura prima Di Pietro non ci consentì di costituire. L’anno scorso, quando è uscito il film Diaz, non siamo neanche riusciti ad organizzarne una visione al senato. L’abbiamo fatto alla camera, grazie a Veltroni. In quell’occasione abbiamo scoperto che di oltre 300 parlamentari del Pd, quelli che erano stati a Genova erano quattro. d. p.

5 stelle primi al Viminale, Grillo il «capo»
Andrea Fabozzi
ROMA

emicerchio del Viminale, lato destro, c’è una persona su ogni sgabello. Rappresenta nell’ordine: il Movimento pirata, il Movimento associativo italiani all’estero e il Movimento sociale italiano (quello di Gaetano Saya). Poi c’è una folla di giubbetti catarifrangenti - di quelli che bisogna mettersi in autostrada per cambiare la gomma - accessoriati con il simbolo a 5 stelle. Hanno videocamere, generi di conforto, computer e sono già alla seconda notte senza mollare la postazione. Il movimento di Beppe Grillo fa politica anche mentre deposita il simbolo per le elezioni di febbraio. Di notte gli altri vanno via e loro tornano primi. Poi all’alba hanno ceduto il passo, perché le discussioni stavano degenerando sotto gli occhi di un po’ di poliziotti che arrivavano al lavoro. Da adesso in poi non si scherza: domattina alle otto il ministero dell’interno apre i portoni. Arrivare primi serve a evitare truffe. Gente che va e viene al presidio a 5 stelle. Hanno anche un camper, ma compare di notte. Facebook invece non stacca mai. Ci sono candidati alle regionali e passano gli aspiranti parlamentari. Ieri pomeriggio faceva il turno Alessandro Di Batti-

S

sta, 34 anni, quarto piazzato in lista con 302 voti alle «parlamentarie». Con il Movimento in doppia cifra dovrebbe farcela. Si fa la posta, ma da anni non serve più a garantirsi il posto sulla scheda. Dal 1992 tutto è affidato al sorteggio, niente più comunisti in coda davanti agli uffici circoscrizionali per piazzare il simbolo in alto a sinistra. Spariti i militanti, sparite le veglie, sparito il Pci e sparita (Ferran-

L’ordine di arrivo vale per le contestazioni, il posto in scheda deciso dal sorteggio. E in coda c’è anche la lista Monti
do a parte) anche la falce e martello, al Viminale adesso ci sono ragazze e ragazzi del 5 stelle. Sono i più preoccupati di eventuali liste civetta e guardano in cagnesco soprattutto il Movimento pirata, che pure non è il Partito pirata che nella sua versione italiana ha preso contatti con i dissidenti grillini dell’Emilia. No, questi pare nascondano un simbolo ricalcato sul film Pirati dei caraibi, senza però avere Johnny Deep in lista. Ma la preoccupazione è legittima. L’ultima volta, nel 2008, i primi classificati depositarono un simbolo

«No euro-lista del grillo». E i secondi un altro «Grillo presidente». E poi c’era una «Lista Beppe Grillo» e tonnellate di grilli scritti e disegnati. La legge stabilisce che in caso di contestazioni viene eliminato il simbolo consegnato dopo. Da qui la corsa. Nel 1992 leghisti lombardi, veneti, piemontesi, alpini e subalpini passarono rapidamente dagli spintoni ai cazzotti. Da allora sono state adottate le transenne. Pirati e 5 stelle nella prima notte si sono fermati agli insulti. Anche perché a un certo punto i 5 stelle, dal cortile del Viminale, hanno tirato fuori i cellulari e chiamato il 113. Potevano citofonare. A testimoni sono stati chiamati gli ultimi della fila, nel frattempo sopraggiunti e diligentemente accodatisi ai grillini. Due ragazzoni in piumini e Adidas - niente Loden - rappresentanti della lista Monti. Volontari? «Per adesso sì, poi si vede». Domattina oltre ai simboli bisognerà depositare il programma della lista. E si dovrà tassativamente indicare il nome del capo della formazione politica o della coalizione. Ai funzionari del Viminale i rappresentanti del 5 stelle spiegheranno che il capo del movimento è a tutti gli effetti Beppe Grillo, anche se non è candidato. La legge lo consente. Subito dopo toccherà ai delegati di Mario Monti. Diranno un po’ la stessa cosa.

GIOVEDÌ 10 GENNAIO 2013

il manifesto

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VERSO IL VOTO

Sinistra •

«Saremo maggioranza in entrambe le camere», il sindacalista candidato in Piemonte chiede un voto utile. Utile al cambiamento e al lavoro
applicata. L’articolo 62 comma 6 delle Noif (le Norme organizzative interne della Figc) prevede infatti che «il responsabile dell’ordine pubblico ordina all’arbitro, anche per il tramite dell’ufficiale di gara o dell’assistente dell'arbitro, di non iniziare o sospendere la gara». Previsti, nella casistica, non solo simboli e striscioni, ma anche «cori e grida» razzisti (la norma è stata adeguata dalla Figc dopo i cori contro Balotelli). Ora dopo le polemiche seguite all’interruzione della partita Pro Patria-Milan (in quel caso la sospensione dell’incontro si deve a Boateng, poi seguito da tutta la squadra, che ha abbandonato il campo) polizia e Federcalcio promettono una maggior fermezza nel far rispettare le regole per contrastare episodi di razzismo, intolleranza, antisemitismo.

RAZZISMO, LA POLIZIA FERMERÀ LE PARTITE Il calcio da solo non riesce a fermare il razzismo e ancora una volta è la magistratura a dover intervenire. In presenza di segnali di razzismo, l’arbitro provvede ad investire, tramite il quarto uomo, il dirigente del servizio di ordine pubblico, «unico responsabile della decisione di sospendere la gara». Così ha ribadito l’Osservatorio sulle manifestazioni sportive del Viminale. Lo stesso dirigente del servizio valuterà in ogni caso il non avvio o sospensione dell’incontro anche a carattere temporaneo - per consentire la diffusione di messaggi di ammonimento per le tifoserie, attraverso i sistemi di amplificazione sonora presenti negli stadi. Una procedura che viene appunto ribadita perché la norma era già prevista ma blandamente

LOMBARDIA

«Etico» Di Stefano una lista di sinistra per battere Maroni
Luca Fazio
MILANO

PIERLUIGI BERSANI E MARIO MONTI /FOTO EMBLEMA

INTERVISTA · Airaudo, ex Fiom candidato di Sel: mi batto per un centrosinistra autosufficiente

Monti? Non lo voto comunque
Daniela Preziosi bastato un «i ricchi vadano al diavolo» di Nichi Vendola per scatenare l’ira di Dio: la grande stampa ha tuonato contro «l’invidia sociale» e avvertito dell’inaffidabilità dell’alleanza Pd-Sel come l’Unione. Giorgio Airaudo si è appena dimesso dalla segreteria della Fiom per correre da indipendente nelle liste di Sel. Ha avuto un saggio dei toni che si useranno nel prossimo parlamento, di cui farà parte? Niente di nuovo. Tutte mistificazioni, cortine fumogene. La realtà strilla ed è davanti agli occhi di tutti. Non c’è nulla di male a dire che chi guadagna di più deve è pagare di più. La progressività va ristabilita. C’è anche chi si è offerto di farlo. Invece fin qui pagano sempre i soliti noti, che ora non ce la fanno più: il lavoro dipendente, chi il lavoro l’ha perso e ne aveva uno aveva precario, i pensionati. Non si tratta di attuare una ven-

È

Lavoro/ VENDOLA UNICO PROMOTORE ASSENTE

Referendum, consegnato un milione di firme
ROMA

obiettivo, almeno il primo, è stato raggiunto. Il comitato promotore dei referendum contro l’articolo 8 e per l’articolo 18 sul lavoro hanno consegnato ieri mattina le firme in Cassazione. I vari soggetti promotori ne hanno raccolte oltre un milione (Idv, Sel, Pdci, Prc, Verdi, Fiom; le componenti della Cgil Lavoro e Società e la Cgil Che vogliamo, Alba e Articolo 21). «Si tratta di una gigantesca domanda di difesa dei diritti del lavoro che deve pesare nell’imminente campagna elettorale richiamando tutte le forze politiche alle proprie responsabilità e con la quale dovrà misurarsi il nuovo governo», spiegano i referendari. D’ora in poi però la battaglia referendaria diventa tutta politica e molto legale. Da questo punto di vista, infatti, non è certo passata inosservata l’assenza di Nichi Vendola ieri dal «Palazzaccio» romano. Il leader di Sel è l’unico dei primi firmatari dei quesiti (sui quali è anche entrato in rotta di collisione col Pd) ad aver saltato l’appuntamento della consegna in Cassazione. Ulteriore segnale di prudenza anche la cura con cui il «capodelegazione» vendoliano, Massimiliano Smeriglio, ha evitato le fotografie di rito al-

L’

l’uscita. La battaglia che aspetta i referendari resta durissima. Lo scioglimento anticipato delle camere infatti impedirebbe la consultazione popolare nel 2014. Ma è un punto giuridico su cui il comitato annuncia già un possibile ricorso in Cassazione, visto che l’11 gennaio era comunque l’ultimo giorno utile per la consegna delle firme in caso di scadenza naturale della legislatura e il voto anticipato non era preventivabile nel momento in cui il processo di raccolta è iniziato nei gazebo. Si vedrà. La Cassazione ha tempo per pronunciarsi fino a novembre. E in ogni caso il comitato ha già fatto appello, se necessario, a un decreto ad hoc del governo che salvaguardi il diritto a essere considerati e a non ricominciare da capo del milione di cittadini che hanno firmato i quesiti. «Il tema del lavoro, sia a tempo indeterminato che precario, deve comunque essere il centro della campagna elettorale e del prossimo governo, anche qualora fosse di centrosinistra», spiegano i promotori. Il fronte avverso, intanto, non sta a guardare. Presidente del comitato referendario per il no al quesito sull’articolo 8 è il suo stesso ideatore: l’ex ministro del Pdl Maurizio Sacconi. r. pol.

detta sociale, ma di ripristinare una giustizia sociale. Monti ha promesso che abbasserà le tasse per i lavoratori e per le imprese. Un pentimento tardivo e non credibile. Poteva farlo in questo anno di governo, poteva esentare dall’Imu le prime case, quelle costruite per sé e per i propri figli dai nostri padri, con la fatica del lavoro dipendente. Invece non l’ha fatto. Bersani però continua a fare offerte di collaborazione a Monti. Ieri ha anche detto «sull’art.18 con i centristi siamo d’accordo». Sull’art.18 dovrebbe prendere atto che qualcosa non funziona. Per esempio, sono aumentati di alcune centinaia i licenziamenti per "giustificato" motivo economico in aziende non in crisi: lavoratori che non avrebbero dovuto essere licenziati. Le cause sono in corso. È una stortura che va sanata. In ogni caso Bersani e il centrosinistra dovranno fare i conti con la raccolta di firme del referendum. Nelle primarie si è espressa anche l’opinione di chi chiede la modifica dell’art.18. E alle primarie Bersani si è vincolato. Parla dei voti di Sel? Senza i voti di Vendola, che quel referendum ha firmato, i voti Bersani non sono maggioranza. Le firme sono state consegnate. Ma è difficile che il referendum si tenga: le camere sono state chiuse nell’anno della raccolta. Il peso politico delle firme c’è già. Mi auguro che nessuno pensi di cancellare una domanda di partecipazione e di decisione popolare usando artifici formali. La partecipazione non è buona solo quando ti dà ragione. Ci vorrebbe un decreto del prossimo governo. Ci sono precedenti. E comunque più di mezzo milione di cittadini ha chiesto che sull’art.18 e sull’art.8 della legge Sacconi ci sia un’espressione popolare. Mi auguro che il governo ascolti le opinioni e corregga gli errori fatti. La politica può comunque interpretare questa spinta. Nelle liste Pd c’è un ex direttore di Confindustria. Stara in una maggioranza di ’ma anche’? Sono candidato da indipendente, ho intenzione di mantenere le mie opinioni. Bersani ha respinto al mittente l’idea che nel centrosinistra si debba tappare la bocca a qualcuno. Bisognerà confrontarsi e ascoltarsi. Non mi fa paura il fatto che un professore che ha lavorato alla Confindustria abbia un’opinione lontana dalla mia. Se ne parla poco, ma anche lui viene da una rappresentanza sociale, quella datoriale, in profonda crisi: la Confindustria si è fatta scappare la Fiat, si è fatta bucare i contratti nazionali. È bene che ognuno sia disposto al dubbio. Anche Galli può cambiare idea. Proverò a fargliela cambiare. Non c’è invece il rischio che debba cambiare idea lei? Monti potrebbe essere imbarcato nella maggioranza di Bersani. Il gruppo parlamentare di Sel è vincolati al voto comune con il Pd. Lei come si regolerebbe? Andiamo con ordine. Intanto vorrei che il centrosinistra avesse la maggioranza in entrambe le camere, nonostante la pessima legge elettorale. Mi batto per un centrosinistra autosufficiente. E perché vengano premiate Sel e chi presidia i no-

«Giustizia sociale non è invidia L’art.18 non è storia chiusa, Bersani sa che nella coalizione c’è chi vuole cambiare le storture di quella riforma»
stri contenuti. Quanto a me, non ho firmato nessun impegno. Sono abituato a fare battaglie leali, trasparenti e in rapporto con i movimenti. Ho intenzione di continuare a farlo. E faccio fatica a immaginare di votare Monti. È un avversario del centrosinistra, un avversario anche duro e preciso negli argomenti. È un appello al voto utile? Gli ’ingroiani’ già schierano la contraerea contro quest’argomentazione. Non bisogna essere ipocriti: alle elezioni si chiedono i voti per far contare le proprie ragioni. Ognuno cerca il proprio voto utile. Il problema è: utile per fare cosa? Io mi auguro che ci un voto utile a rafforzare la rappresentanza del lavoro, dei diritti sociali, dei beni comuni, del diritto di voto dei lavoratori sui propri accordi e contratti. Certo, mi auguro che a sinistra resti una porta aperta. Sarebbe una ricchezza e darebbe più possibilità al dopo voto. Non esiste solo Monti. Chi si è battuto contro la riforma dell’art. 18 sta in prevalenza nello schieramento di Ingroia. Non nel centrosinistra, la sua alleanza. Io voglio contenderla, quest’area. Sull’art.18 le primarie hanno fatto giustizia. Qualcuno ha anche cambiato schieramento, parlo di quelli che sono andati con Monti. Toccare l’art.18 era inutile, inutile nella crisi e a creare lavoro. È stata un’operazione ideologica di retroguardia. Quale ministro del lavoro vorrebbe votare? Vorrei un ministro, o una ministra, che come Donat Cattin o Brodolini pensi di essere un ministro dei lavoratori. Che non creda di essere neautrale, al di sopra delle parti. Proprio come è scritto nella nostra Costituzione.

a lista c’è. Se tutti gli occhi sono puntati sulle elezioni in Lombardia, per la prima volta è un bel vedere anche la formazione plurale della «sinistra radicale» che appoggerà (e condizionerà) il candidato alla presidenza Umberto Ambrosoli - senza nemmeno prendersi a gomitate. Questa volta non si tratta di una unione posticcia di forze litiganti già battute in partenza, semplicemente perché in testa alla lista Etico a Sinistra (per un’altra Lombardia) c’è un candidato al di sopra di ogni dispetto che ha saputo mettere d’accordo tutta la sinistra lombarda recalcitrante all’idea di sdraiarsi subito senza battere ciglio sull’ipotesi Ambrosoli, giovane avvocato che più di centro non si può. Un buon auspicio adesso che la partita si è fatta ancora più dura; dopo lo scontato accordo Pdl-Lega, ieri ci si è messo pure Mario Monti che ha candidato Gabriele Albertini - già in corsa per la Regione Lombardia - anche per una poltrona al Senato, una pugnalata alla schiena per il Pd che in terra lombarda adesso rischia di non vincere le elezioni. E’ un fatto inedito che la «sinistra radicale» quasi al gran completo (solo Sel si è tirata fuori) possa giocare il ruolo determinante di ago della bilancia. Se si può sperare di battere la destra di Maroni & Co. con un colpo di reni a sinistra, magari cercando di superare percentuali da prefisso telefonico, il merito è di Andrea Di Stefano. Il giornalista esperto di temi economici e direttore della rivista Valori, voce «venerata» di Radio Popolare, prima ha convinto e poi sorpreso un po’ tutti (il Prc che lo ha sempre sostenuto, e poi ambientalisti, arancioni sparsi, neo ingroiani, comitati, Alba e pezzi di cittadinanza attiva). Questo spiega il 23% di voti presi alle primarie lombarde (quasi 35 mila), nonostante l’insistito endorsement di Giuliano Pisapia per Umberto Ambrosoli. Di Stefano sarà capolista a Milano, Brescia e Bergamo, gli altri tutti dietro in ordine alfabetico, e senza fare troppe storie - altro fatto inedito. Qualche nome? Enrico De Alessandri, non un semplice dipendente dell’assessorato alla sanità lombarda, visto che è stato sospeso nel 2009 dopo aver scritto un libro su Cl, poi Luciano Muhlbauer, già consigliere regionale del Prc, Antonello Patta (ancora Prc), Giorgio Riolo del Punto Rosso, Maso Notarianni, una vita dedicata ad Emergency, Serena Cernecca, Chiara Pirovano e molti altri ancora (domani la lista completa su www.perunaltralombardia.it). Da oggi parte la campagna elettorale, «pochi slogan e temi concreti», dice Di Stefano: reddito minimo, welfare, ambiente, mobilità, agricoltura, sanità... insomma «mandare a casa il sistema di potere formigoniano che per un ventennio ha dominato in Lombardia».

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PDL · Replica della presidente del Tribunale a Berlusconi. Che si candida al senato, litiga con Vespa e oggi va da Santoro

«Giudici comuniste e femministe? Il cavaliere è avvilente»
ROMA

ra le tante, ha anche violato una raccomandazione del Consiglio d’Europa che prescrive ai rappresentanti del potere esecutivo e legislativo di «evitare nel commento delle decisioni dei giudici, ogni espressione di dileggio che possa minare la fiducia dei cittadini nella magistratura». Finora nessuno lo aveva fatto notare a Silvio Berlusconi, che certo non è nuovo a uscite insultanti verso le toghe. Ieri ci hanno pensato la presidente del Tribunale di Milano Livia Pomodoro e il presidente della Corte d’appello Giovanni Canzio che hanno deciso di replicare con una nota congiunta alle ultime offese del cavaliere. Particolarmente pesanti, avendo Berlusconi parlato delle tre giudici che gli hanno imposto di pagare

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200mila euro al giorno a Veronica Lario, al termine della causa di separazione, come di «giudichesse comuniste e femministe». L’espressione, secondo Livia Pomodoro, è «avvilente» per tutte le donne «che come me hanno dimostrato le loro capacità in magistratura». La presidente, con Canzio, ha «respinto con fermezza ogni insinuazione sulla terzietà delle giudici nella causa Bartolini-Berlusconi, essendo a tutti nota la diligenza e la capacità professionale delle stesse». Poi, ai giornalisti, ha spiegato che la presidente della nona sezione civile Gloria Servetti e le giudici a latere Nadia Dell’Arciprete e Alessandra Cattaneo «hanno seguito la giurisprudenza consolidata». E in ogni caso sarà la Corte d’appello a valutare eventuali sbagli, sempre ammesso che Berlu-

sconi voglia ricorrervi: sembra più interessato a cercare un accordo con Veronica Lario. Gabriele Albertini, l’ex sindaco di Milano che adesso è candidato un po’ ovunque per la lista Monti, dalla regione Lombardia al senato, ieri ha smentito anche su questo Berlusconi, raccontando in Radio che la giudice Cattaneo è un’elettrice del Pdl, «moderata e molto liberale». Berlusconi, che nel frattempo era nello studio di Porta a Porta a registrare la puntata di ieri, ha immediatamente replicato che anche così «era in minoranza visto che le giudici erano tre». Ma soprattutto il cavaliere ha attaccato Albertini. «È meglio che si metta qualcosa davanti alla bocca - ha detto - perché ogni cosa che dice deprime di più la sua immagine. È segno della senilità che avanza».

In televisione Berlusconi è apparso parecchio nervoso, oppure era Vespa inaspettatamente vispo. Per tre volte il conduttore ha interrotto il leader del Pdl facendogli notare che stava ripetendo cose già dette, e a un certo punto Berlusconi si è alzato, ha stretto la mano a Vespa e sembrava volesse andarsene. Poi ha cambiato registro: «Questa è una trasmissione di 2 milioni di persone, gli italiani sono 41 milioni (voleva dire gli elettori, ndr)». «Anche a me - ha aggiunto - piacerebbe parlare come il capo dello stato a rete unificate». Berlusconi ha poi ufficializzato la sua decisione di candidarsi al senato, spiegando che sarà Alfano il candidato premier così come da accordi con la Lega. Ha detto ancora che per se stesso immagina un incarico da ministro dell’economia. Ha corretto al rialzo i sondaggi di Porta a Porta, secondo lui il Pdl è già oltre il 30%. E poi ha attaccato ancora Monti, sul finale. Stasera lo aspetta lo studio di Servizio Pubblico, c’è chi scommette sul fatto che andrà via prima della fine. Titolo della trasmissione «Mi consenta».

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il manifesto

GIOVEDÌ 10 GENNAIO 2013

SFONDONE MONETARIO
CRACK MONDIALE · «I nostri piani di austerità sono un danno per l’economia e l’occupazione» ISTAT · 2012, consumi a picco e famiglie più povere
Il 2012 è stato l’anno peggiore per i consumi dal secondo dopoguerra. È crollato il potere di acquisto delle famiglie, è calata la spesa, i consumi sono andati a picco e anche le imprese hanno sofferto l’affanno: a fotografare le difficoltà delle famiglie è l’Istat che rileva come nei primi nove mesi del 2012 il loro potere di acquisto abbia registrato una flessione del 4,1% rispetto allo stesso periodo del 2011. Quanto alla propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è risultata pari all’8,9%, in aumento di 0,8 punti percentuali rispetto al trimestre precedente e di 0,3 punti percentuali rispetto al corrispondente trimestre del 2011. Il reddito disponibile degli stessi nuclei è invece aumentato, in valori correnti, dello 0,5% rispetto al trimestre precedente, ma è diminuito dell’1,9% nel confronto con il corrispondente periodo del 2011. Non se la passano meglio le imprese: il tasso di investimento delle società non finanziarie è infatti sceso, sempre nel terzo trimestre del 2012 e sulla base dei dati Istat, al 20,3%, con una diminuzione di 0,3 punti percentuali rispetto al trimestre precedente e di 1,9 punti percentuali rispetto al corrispondente trimestre del 2011.

Il Fmi: sorry, abbiamo sbagliato
Nel suo insieme, lo Stato di salute del Paese migliorerà. E invece no. L’ultimo studio del Fmi segnala che tagliando la spesa pubblica il Pil diminuisce più rapidamente di quanto non diminuisca il debito. Il rapporto continua a peggiorare. I piani di austerità non solo sono devastanti dal punto di vista sociale, ma sono nocivi anche da quello macroeconomico. E allora siamo sicuri che «non ci sono alternative»? Forse sarebbe il caso di ridiscutere alla base le ricette di politica economica, secondo almeno due direzioni. Da un lato porre un freno a un casinò finanziario di dimensioni decine di volte superiori a quelle dell’economia reale. Chi crea instabilità e rischia di trascinare nuovamente il mondo nel baratro, come avvenuto unicamente sei anni fa, non è l’Italia con un rapporto debito/Pil al 120% ma alcuni dei maggiori gruppi bancari del mondo – gli stessi responsabili della crisi del 2007 – con leve finanziarie di 40 a uno, ovvero con attivi finanziari pari al 4.000% del loro patrimonio. A chi dovrebbe essere imposto un controllo ferreo? Chi dovrebbe applicare severi piani di austerità? Dall’altra parte, occorre un radicale cambiamento di rotta anche nelle politiche economiche pubbliche. Redistribuzione del reddito, un diverso sistema fiscale, un diverso utilizzo della spesa pubblica. In pratica le proposte sostenute da anni dalla campagna Sbilanciamoci! che nel suo ultimo rapporto mostra come un percorso differente sarebbe perfettamente possibile. Oggi anche il Fmi ammette di avere completamente sbagliato le sue previsioni. In Italia abbiamo appena vissuto un anno di governo che ha fatto dei piani di austerità il proprio credo e unica bussola. All’inizio della campagna elettorale, tanto chi ha guidato l’esecutivo quanto chi lo ha sostenuto in Parlamento dovrebbero forse iniziare con un analogo mea culpa, per poi proporre ricette di politica economica radicalmente differenti. Se persino il Fondo Monetario Internazionale ha chiesto scusa, forse possono farlo anche i politici di casa nostra.

SARDEGNA · Licenziati e senza Cig occupano miniera

Alcoa chiude il Sulcis, Borse mondiali in festa
Costantino Cossu
CAGLIARI

LA PRESIDENTE DELL’FMI CHRISTINE LAGARDE ,YVES LETERME, MANUEL BARROSO E ANGELA MERKEL AD UN EURO-SUMMIT A BRUXELLES/ REUTERS

Andrea Baranes no stupefacente mea culpa da parte del capo economista del Fondo Monetario Internazionale». Non lascia spazio a dubbi il titolo dell’articolo pubblicato la scorsa settimana dal Washington Post. Cos’è successo? In buona sostanza uno studio appena pubblicato dal Fmi riconosce che i piani di austerità proposti, o meglio imposti, a mezza Europa negli ultimi anni sono un danno per l’economia e l’occupazione. Peggio ancora, non funzionano nemmeno per rimettere a posto i

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Imposti a mezza Ue non funzionano e non rimettono a posto il rapporto tra debito pubblico e Pil
conti pubblici, ovvero per diminuire il famigerato rapporto tra debito pubblico e Pil, vero e proprio faro che guida le scelte politiche di tutti i Paesi occidentali. Cerchiamo di capire meglio. Dimentichiamoci per un momento che la crisi è stata causata da una gigantesca finanza privata fuori controllo, e non certo dalla finanza pubblica. Ammettiamo che siano adesso gli Stati a dovere rimettere a posto i conti pubblici, e non delle banche private sommerse di titoli tossici e che continuano a lavorare con leve finanziarie degne di avventurieri da casinò. Supponiamo anche che lo stato di salute di un Paese vada valutato in base al rapporto tra debito pubblico e Pil e non al benessere dei cittadini o al tasso di disoccupazione, tanto per fare un paio di esempi. Anche partendo da queste ipotesi, in realtà ampiamente criticabili se non completamente false, fino a oggi il Fondo Monetario Internazio-

nale (Fmi) ha segnalato che la strada maestra per ridurre il rapporto debito/Pil era una sola: piani di austerità, tagli alla spesa pubblica, smantellamento del welfare. Analizziamo questo rapporto. Se si taglia la spesa pubblica, a parità di entrate diminuisce il deficit e quindi il debito pubblico. C’è però una difficoltà: tagliare la spesa pubblica vuole dire meno investimenti, meno denaro per i dipendenti pubblici, meno servizi e via discorrendo, ovvero una diminuzione del PIL. Da un lato quindi i piani di austerità fanno calare il numeratore, dall’altro però cala anche il denominatore. Non c’è problema, sosteneva il Fmi. Abbiamo fatto i conti, e il debito diminuisce più rapidamente del Pil. Nel complesso, quindi, il rapporto debito/Pil migliora. Certo, la ricchezza diminuisce, tagli al welfare significano meno risorse proprio per le classi più deboli, aumenterà la disoccupazione, nel breve si rischia di acuire una recessione già in atto. È però un prezzo da pagare.

PORTOGALLO

«Tagliare il 20% dei dipendenti»
Il governo portoghese dovrà ridurre del 20% il numero dei dipendenti pubblici e del 7% gli stipendi per poter fronteggiare la crisi. È quanto prevede un rapporto «di consulenza» del Fondo monetario, riportato ieri al quotidiano portoghese «Publico» e consegnato al governo (che non ha smentito). Il rapporto si concentra sulla spesa dei dipendenti pubblici e dei pensionati, le aree nelle quali il governo avrebbe più margine di manovra e maggiori risparmi. Per il segretario generale della confederazione dei lavoratori Cgtp, Armeno Carlos, «le misure suggerite vanno contro la Costituzione e condizionano brutalmente l'acceso ai servizi fondamentali dello Stato, come la sanità, l'istruzione e la sicurezza sociale».

li operai dell’indotto Alcoa senza lavoro asserragliati per protesta in fondo a una miniera nello stesso giorno in cui la trimestrale della multinazionale Usa è talmente positiva da trascinare al rialzo prima le Borse asiatiche poi quelle europee e americane. In Sardegna e nel resto d’Europa il colosso mondiale dell’alluminio chiude gli stabilimenti e lascia gli operai a casa, quando va bene in cassa integrazione e quando va male nella disperazione dell’assenza totale di reddito. Nello stesso momento i risultati del gruppo sono così buoni che tutte le piazze finanziarie si fanno prendere da un entusiasmo raro di questi tempi. Gli operai dell’indotto di Alcoa, quasi trecento persone, sono stati esclusi dall’accordo sulla cassa integrazione che nelle scorse settimane è stato firmato per i dipendenti diretti della fabbrica di Portovesme, ormai di fatto avviata alla chiusura. Per protesta tre giorni fa hanno occupato la grande torre in ferro che sovrasta la miniera dismessa di Serbariu, a Carbonia. Ieri alcuni di loro sono scesi nel cunicolo più profondo e lì si sono barricati , chiedendo la convocazione a Roma, al ministero dello sviluppo sociale, di una riunione tra governo e sindacati, con l’obiettivo di estendere anche ai lavoratori dell’indotto gli ammortizzatori sociali. La tensione è fortissima. Tutto il Sulcis è ormai un cimitero di azien-

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Salute/L’ARES (ROMA): «LE NOSTRE AMBULANZE COME POSTI LETTO NEGLI OSPEDALI»

I tagli nella sanità del Lazio fanno un’altra vittima: il 118
Roberto Ciccarelli
ROMA

MALASANITÀ VITERBO

Cinque ore in ambulanza alla ricerca di un ospedale
«Con una emorragia cerebrale in corso è stata trasportata in ambulanza prima da Acquapendente a Viterbo, e poi a al Gemelli lontanissimo ospedale di riferimento. La signora si è sentita male alle 18 è arrivata a Roma alle 24 circa. Ha viaggiato sulle strade regionali per cinque ore prima essere operata. Ora è in coma. Su questa vicenda, denunciata ieri in prima pagina da uno dei princiopali quotidiani nazionali, credo che la magistratura debba indagare». Così il capogruppo regionale Pd, Esterino Montino, che accusa: «A pochi metri dall'ospedale locale ridotto dalla Polverini ai minimi termini, c'è una pista per l'eliambulanza nuova di zecca ma mai collaudata. È pronta da un anno e mezzo ma in 18 mesi non si è riusciti a interrare alcune linee elettriche che impediscono la sua attivazione».

iberate le ambulanze e non tagliate i posti letto. È l'appello che ieri Livio De Angelis, direttore dell'Ares 118 di Roma, ha rivolto alle autorità della Capitale e della regione Lazio, compresi questore e prefetto. «Le ambulanze restano ferme nei pronto soccorso perché i pazienti sono costretti a restare in barella a causa della mancanza di posti letto – spiega De Angelis – bisogna lasciare integro un sistema che costituisce un diritto inalienalibile del cittadino, quello di essere soccorso». Per due giorni 23 ambulanze sono rimasti bloccati a causa della mancanza di posti letto negli ospedali di Roma Est, il Pertini e il policlinico Casilino, in una delle zone più popolose della Capitale, almeno mezzo milione di abitanti che vivono tra la Tiburtina e Tor Vergata. Il blocco ha mandato in tilt il 118, dove lavorano mille persone che dispongono solo di 80 vetture, ed è stato limitato agli interventi urgentissimi, come i codici rossi. Una situazione che ha mostrato, una volta in più, in quali condizioni drammatiche versa il sistema di trasporto del 118. Mancano all’appello 40 vetture e 600 tra medici e infermieri. Ancora ieri la disponibilità delle ambulanze era ridotta quasi a zero, nonostante la media di 3 mila chiamate al giorno e la richiesta di intervento diretto in almeno 1500 casi. Questo significa che gli operatori riescono ad evitare l'intervento parlando al telefono. In molti altri casi si assiste a un esodo interno nella città. Quando si ottiene la disponibilità di un posto letto per un'emergenza (l'attesa può durare fino a 4 giorni contro il massimo di 7-8 ore registrato in Lombardia), i pazienti che abitano a Roma Est scelgono di farsi ricoverare negli ospedali della parte opposta della

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città, a Roma Nord. È uno degli effetti della desertificazione sanitaria in corso nella Capitale e nelle province del Lazio, accelerato dalla decisione della giunta Polverini di suddividere la regione in macroaree con il taglio di oltre 2 mila posti letto che si è reso necessario per rientrare dal default finanziario della sanità regionale. Enrico Bondi, commissario alla Sanità regionale subentrato alla Polverini dopo le dimissioni, non intende cambiare questo orientamento. Il suo progetto di «reingegnerizzazione» del sistema prevede che i posti letto nella Capitale siano 3,17 per mille abitanti. A Roma Est ce ne sono solo 2 per mille abitanti, e altri tagli sono stati annunciati al Pertini e al Casilino (220 posti per 60 mila accessi all'anno), nonostante la crescita degli accessi continui da anni, come ha dimostrato un rapporto dell'Agenzia della sanità pubblica pubblicato nel novembre scorso. «Da almeno due anni denunciamo lo stato di emergenza dei pronto soccorso, non solo nella Capitale, e la carenza nell'assistenza territoriale – ha ricordato Giuseppe Scaramuzza, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato - Se si tagliano i posti

letto prima di aver dotato il territorio dei servizi adeguati questo e' il risultato e Roma ne è in questo momento esempio lampante, a pagarne le conseguenze sono i cittadini». Il ministro della Sanità Balduzzi ha chiesto una relazione sulle condizioni del 118. E intanto sono fioccate le reazioni politiche, a cominciare da Nicola Zingaretti, candidato del centrosinistra alla Regione: «Da quando è esistita la giunta Polverini - ha detto - mai si sono raggiunti gli obiettivi e mai è arrivato un centesimo a sostegno dell'attuazione del piano sanitario di rientro». Anche per Ignazio Marino (Pd), presidente della Commissione d'inchiesta sul Servizio sanitario Nazionale, l'emergenza del 118 a Roma si spiega con i tagli e l'«irresponsabilità» della giunta regionale: «Nel Lazio – ha affermato – per un intervento chirurgico programmato i pazienti vengono ricoverati anche 3 giorni prima dell'intervento non solo si buttano dalla finestra 1000 euro al giorno, ma si occupano anche posti letto per pazienti che hanno davvero bisogno di un ricovero». Renata Polverini ha cercato di correre ai ripari. In due ore ha convocato un tavolo tra Ares 118 e le aziende ospedaliere, per «monitorare il fenomeno». Un fenomeno che dovrebbe essere invece già noto da tempo, dato che il rapporto sulla situazione della Sanità è stato commissionato a Laziosanità, un'agenzia che risponde alla Regione, dove tra l'altro Roma Est viene indicata come l'epicentro della crisi che ha bloccato ieri i soccorsi. Un altro rapporto, quello di Pit-Salute del 2012, ha rivelato che nel settore delle emergenze-urgenze (118 e Pronto Soccorso) registra da anni una serie di disagi: poche ambulanze attrezzate, pochi i medici a disposizione. Il taglio dei posti letto operato ha abbassato il numero dei ricoveri dal 23,5% del 2010 al 28,6% del 2011, mentre aumentano le segnalazioni dal 7,2% del 2010 al 7,4% del 2011. «Il problema è quello di una cattiva organizzazione nei pronto soccorso romani e nei Dea di secondo livello degli ospedali – sostiene Gianni Nigro (Fp-Cgil) – Servono più letti di breve osservazione dove i pazienti possono essere assistiti con dignità senza occupare le barelle».

de che hanno chiuso i battenti. Senza cassa integrazione trovare in tempi ragionevoli un’altra occupazione è impossibile. Per i più giovani l’unica chance è emigrare. Per chi ha superato i cinquant’anni, l’inferno. Sperare che Alcoa riapra è illusione. Lo spegnimento degli impianti è quasi completato. Tutto questo mentre la trimestrale presentata ieri da Alcoa, migliore delle attese degli analisti, ha entusiasmato le borse di Asia e Pacifico, le prime a reagire ai conti del colosso dell’alluminio, che ha aperto per primo la stagione delle trimestrali in Usa. Appreso che nel quarto trimestre gli utili della multinazionale americana sono saliti da 191 a 242 milioni di dollari, la Borsa di Tokyo ha guadagnato lo 0,67%, Hong Kong è salita dello 0,32% e Sidney dello 0,38%. Lo stesso effetto i buoni dati forniti da Alcoa lo hanno avuto sulle piazze finanziarie europee. Londra è salita dello 0,1%. A Milano l’indice Ftse Mib ha segnato un +0,70%. Francoforte è cresciuta dello 0,2%, Parigi ha guadagnato lo 0,4% e Madrid lo 0,5%. Stessa tendenza negli States. Wall Street ha aperto in rialzo: il Dow Jones è avanzato dello 0,23%, lo S&P ha guadagnato lo 0,15% e il Nasdaq è salito dello 0,24%. Trend positivo che si è mantenuto, come in Asia e in Europa, per tutta la giornata. L’alluminio è una delle materie prime sulle quali si misurano le tendenze di fondo dei mercati. Il fatto che il gruppo leader del settore, Alcoa, presenti buoni conti, dagli analisti è interpretato come un segno di ripresa della domanda. Da qui l’effervescenza, sia pure misurata, della Borse in tutte le parti del pianeta. Alcoa, nella relazione presentata insieme ai risultati della trimestrale, si dichiara cautamente ottimista sulla domanda globale per il 2013 e si aspetta un aumento del 7% dei consumi di alluminio. Come si concilia tutto questo con la disperazione degli operai di Portovesme asserragliati nei cunicoli della miniera di Serbariu? Semplice: Alcoa ha ripreso a guadagnare spostando in maniera massiccia i propri investimenti dall’Europa all’Asia e all’Australia. In Sardegna e in Spagna ha chiuso, in Irlanda ha ridimensionato, persino sul territorio americano ha sottoposto i propri stabilimenti ad una drastica cura dimagrante, in termini di quantità di produzione di organici. In Cina, invece, poche settimane fa, Alcoa ha aperto un nuovo stabilimento . Il colosso americano si è spostato in Asia perché lì il prezzo dell’energia e della forza lavoro, due fondamentali fattori produttivi, è molto più basso che sui mercati europei e Usa. Una strategia di ricollocazione degli investimenti che, in termini strettamente aziendali, ha pagato, come mostrano i risultati che tanto sono piaciuti agli analisti. Gli operai dell’indotto di Portovesme sono alla disperazione? Che importa: Alcoa chiudendo in Sardegna cresce e le Borse fanno festa.

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il manifesto

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TORTURA
misure alternative e anche amnistia (con qualche dubbio) per combattere un sistema penale «classista»

Antonio Ingroia • Il leader di «Rivoluzione civile» dopo la condanna di Strasburgo all’Italia:
sulle droghe, sulla recidiva e sull’immigrazione clandestina. Cosa pensa, per esempio, della FiniGiovanardi? Penso che l’uso delle droghe non dovrebbe mai essere criminalizzato. La legge Fini ha determinato l’incarcerazione anche per il solo consumo di fatto, con l’equiparazione delle droghe leggere a quelle pesanti, inammissibile e inaccettato in qualsiasi parte del mondo. Si figuri che in un Paese che non ha certamente una storia libertaria come il Guatemala, da cui vengo, il presidente della Repubblica, un ex militare, un uomo di destra, recentemente ha proposto la liberalizzazione delle droghe leggere. E lei la proporrebbe? Assolutamente sì, l’ho sempre pensato da magistrato, figuriamoci se non lo penso da politico. Leggi Bossi-Fini e ex Cirielli: che ne farebbe? La criminalizzazione dei migranti è inammissibile. Anche qui vengono puniti i poveracci piuttosto che i trafficanti di esseri umani. Anche l’ex Cirielli va cambiata. Per questo parlo di riforme che consentano di avere una robusta depenalizzazione e un accesso più semplice, diciamo così, alle misure alternative. Ma il decreto Severino, per esempio, sarebbe stato applicato a pochissime centinaia di persone, qui invece parliamo del 42% dei 66 mila detenuti che sono ancora in attesa di giudizio. Forse c’è anche un problema culturale della magistratura, non crede? No. Credo invece che sia un problema di politica criminale: se è tutta sbilanciata sulla carcerazione nella fase delle indagini invece che nella fase del dibattimento, di conseguenza la magistratura utilizza poi gli strumenti che ha a disposizione. Tocca alla politica riorientare verso la centralità del dibattimento e respingere al massimo il ricorso alla detenzione prima del giudizio.

«Nuova bussola politica per svuotare le carceri»
Eleonora Martini a procuratore aggiunto della procura distrettuale antimafia di Palermo, Antonio Ingroia ha sempre difeso il 41 bis, il regime carcerario duro riservato ai detenuti per reati di mafia, attenzionato perfino dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura. Ora, nella sua lista «Rivoluzione civile» – a fianco ad Antonio Di Pietro, contrario a qualunque forma di amnistia e anche al codice identificativo per gli agenti – ha voluto anche un "simbolo" come Ilaria Cucchi, sorella del giovane Stefano morto nel 2009 dopo i maltrattamenti subiti da detenuto. Ma se gli si fa notare che al centro della loro agenda politica sembra esserci più il giustizialismo che il problema dell’illegalità del sistema penale italiano, risponde: «Non è vero. Quando leggerete il nostro programma vedrete che non è così». La Corte europea dei diritti umani condanna l’Italia per la reiterata e strutturale violazione dei diritti dei detenuti. Se l’aspettava? Non mi sorprende: conosciamo bene la drammaticità della situazione delle carceri, frutto di una politica scellerata di gestione della giustizia che ha riempito le celle di poveracci spesso in attesa di giudizio. Bisogna intervenire sui tempi lunghissimi dei processi, sulle misure alternative e così via. Cose che la magistratura, soprattutto quella progressista e democratica, predica inutilmente da tanto tempo. L’Europa ci dà un anno di tempo, davvero poco per risolvere una tale mole di problemi. Se lei fosse presidente del consiglio cosa farebbe subito? Con un provvedimento urgente

DALLA PRIMA
Annamaria Rivera
Nel corso di quella rivolta alcuni «ospiti» salirono sul tetto e lanciarono grate e altre suppellettili divelte contro il personale di servizio e di vigilanza. Tre di loro – un algerino, un marocchino e un tunisino- si arresero dopo ben sei giorni di rivolta e di digiuno, e furono arrestati con l’accusa di danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale. Come spesso accade, ad accendere la miccia della rivolta erano state alcune odiose pratiche routinarie. Ad A.A., onesto cittadino algerino che viveva a Viareggio lavorando come cameriere, erano stati sottratti alcuni innocui effetti personali durante una «operazione di bonifica» del Cie, come si dice con formula eufemistica degna di un lager. Ad A.H., altrettanto onesto cittadino marocchino, che abitava con la famiglia a Gioia Tauro e lavorava da artigiano, era stato rifiutato il permesso di visitare la madre moribonda. Quanto al terzo, D.A., cittadino tunisino, egli, che viveva a Cosenza da molti anni con la sua compagna, allora incinta di tre mesi, si era ritrovato di punto in bianco ammanettato per strada, imprigionato in una caserma di polizia, poi trascinato in quell’inferno. Si dirà che tutto questo non è che la consueta banalità del male. In tal caso, però, è l’esito processuale ad essere tutt’altro che consueto e banale: il 12 dicembre scorso il giudice del tribunale di Crotone, Edoardo D’Ambrosio, ha assolto e resi liberi i tre rivoltosi – anzi «dimostranti», come li definisce rispettosamente - con una motivazione che non potrebbe essere più limpida e più fedele alla Costituzione italiana e alla Convenzione europea dei diritti umani: reagire ad offese ingiuste, scrive il giudice, è un atto di legittima difesa. Allorché la dignità umana è calpestata e la giustizia oltraggiata, egli afferma, ribellarsi è legittimo. E lo è non solo sul piano morale, ma anche su quello specifico del diritto, nazionale ed europeo. Il giudice D’Ambrosio non si limita a enunciare un principio, bensì lo inserisce nel contesto concreto. I tre cittadini stranieri, scrive nella sentenza, «sono stati trattenuti» in strutture «al limite della decenza, intendendo tale ultimo termine nella sua precisa etimologia, ossia di conveniente alla loro destinazione: che è quella di accogliere essere umani». E rimarca: «esseri umani in quanto tali, non in quanto stranieri irregolarmente soggiornanti sul territorio nazionale», i quali andrebbero trattati secondo lo standard qualitativo che si applica (o dovrebbe applicarsi) al cittadino medio, senza distinzione di origine, nazionalità, condizione sociale. E non solo. Egli contesta che il «trattenimento» dei tre cittadini stranieri nel Cie sia stata una misura proporzionata all’entità della violazione amministrativa e, fra le righe, mette in dubbio la stessa legittimità dei lager per migranti: l’offesa alla dignità umana, soggiunge, è ancor più grave per il fatto che si tratta di persone le quali, «costrette ad abbandonare i loro Paesi di origine per migliorare la propria condizione», sono state private della libertà personale senza aver commesso alcun reato. Quella del tribunale di Crotone è una sentenza che non è ampolloso definire storica. Se poi si considera che due giorni fa la Corte europea per i diritti umani con voto unanime ha condannato l’Italia per il trattamento inumano inflitto a sette detenuti nelle carceri di Busto Arsizio e di Piacenza, si può auspicare che qualche crepa vada aprendosi nel fortilizio lugubre del sistema detentivo italiano. Ma il parlamento e il governo che scaturiranno dalle prossime elezioni vorranno occuparsi della violazione dei diritti fondamentali di coloro che sono ristretti nelle carceri e nei Cie? L’esperienza ci rende pessimisti, la volontà politica ci fa sperare.

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DETENUTI DEL CARCERE DI SAN VITTORE/FOTO TAM TAM. A DESTRA, ANTONIO INGROIA

per introdurre misure alternative alla detenzione per i reati non gravissimi, avremmo intanto una forte limitazione al sovraffollamento carcerario. Introdurre? Ma ci sono già le misure alternative, ne occorrono altre? No, io dico che bisogna favorire un’applicazione urgente ed immediata delle misure alternative ampliando la platea a cui si applicano oggi. Dopodiché, ovviamente, occorre studiare con calma un articolato, ma certamente di fronte a questa sentenza l’unica cosa da fare è provvedere immediatamente a sfollare le carceri. Davanti a un tale so-

vraffollamento, la soluzione non è certo l’edilizia carceraria, indicata in genere dalla destra. Non occorrono più carceri, ma meno detenuti. L’amnistia, come propongono i Radicali? Beh, l’amnistia è una soluzione drastica. Purché non se ne approfittino i soliti impuniti e sia mirata solo ad un certo tipo di reati. Purtroppo spesso è accaduto che si sia utilizzato il carcere come pretesto per ottenere l’amnistia per i colletti bianchi che rispondevano di reati di pubblica amministrazione o affini. Quindi per lei rimane più importante tenere dentro que-

sto tipo di criminali... Noi abbiamo un sistema penale e penitenziario classista, dove in carcere finiscono i poveracci e in libertà ci sono i potenti. Va ristabilito il principio di uguaglianza: i potenti che hanno commesso gravi reati devono stare in carcere e i poveracci che hanno commesso reati bagatellari, che spesso non si possono neanche permettere un difensore che gli consenta di accedere alle misure alternative, vadano fuori. Però il carcere in realtà non è pieno di poveracci che hanno commesso reati bagatellari, piuttosto è intasato da persone finite nelle maglie di tre leggi: quella

Giuliana Sgrena ell’Iraq sunnita infiammato dalle nuove rivolte contro il regime di al Maliki torna lo spettro di Abu Ghraib. A riesumare il ricordo del famigerato carcere è la notizia diffusa ieri che l’agenzia di contractors Engility Holdings Inc., con sede in Virginia, ha versato 5 milioni e 280 mila dollari come forma di risarcimento delle torture inflitte a 71 ex prigionieri iracheni di Abu Ghraib e di altri centri di detenzione. La famigerata prigione era diventata famosa per le orribili torture - prigionieri incappucciati, incatenati, tenuti al guinzaglio, sodomizzati - documentate da immagini riprese dagli stessi torturatori. Lo scandalo era scoppiato nel 2004 durante la campagna per la rielezione di George W. Bush. Non erano stati solo i soldati americani a torturare ma anche, soprattutto, i contractors. Il lavoro più sporco è stato spesso affidato a mercenari ben pagati. Lo scandalo non aveva fermato i torturatori, infatti le accuse contro i mercenari si riferiscono al periodo che va dal 2003 al 2007. Sotto accusa è la L-3 Services inc., una sussidiaria della Engility holding, che aveva ottenuto un contratto da 450 milioni di dollari l’anno per fornire traduttori ai militari americani in Iraq. Nel 2006 erano 6mila i traduttori in servizio, ma il mestiere di interprete comprendeva ben altre mansioni, come ha spiegato Baher Amzy, il direttore del Center for constitutional rights che ha intentato la causa, iniziata nel 2008. «I contractor privati hanno giocato un ruolo nei peggiori abusi computi ad Abu Ghraib», ha detto Amzy. Le torture denunciate sono terribili: gli ex detenuti erano sottoposti a finte esecuzioni con la pistola puntata alla tempia, sbattuti contro un muro finché non svenivano, tenuti nudi con mani e piedi incatenati e minacciati di stupro, picchiati, co-

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IRAQ/USA · Per la prima volta risarcite, da un’agenzia di contractors, 71 vittime del carcere

Torna lo spettro di Abu Ghraib
stretti a bere tanta acqua finché non vomitavano sangue, sodomizzati. Nel 2004 una inchiesta militare aveva verificato 44 casi di abusi commessi ad Abu Ghraib ma nessun contractor era stato denunciato e la L-3 services inc. aveva mantenuto i suoi contratti. Ora la Engility è stata costretta a pagare per chiudere la causa e in estate finirà sotto processo un’altra agenzia di contractors la Caci, accusata da quattro iracheni di torture durante gli interrogatori. La Caci per ora tuttavia non sembra intenzionata a risarcire gli iracheni. È la prima volta che un’agenzia di contractor è costretta a un risarcimento per le proprie azioni criminali. Un precedente che potrebbe portare alla fine dell’impunità per i mercenari che finora hanno agito al di fuori di qualsiasi legislazione. Ma il pagamento di un risarcimento non implica una condanna (anche penale) dei mercenari, che non vengono nemmeno identificati; e soprattutto non viene implicata la responsabilità di chi li impiega, in questo caso l’Esercito americano. Del resto a godere dell’impunità sono anche i militari che possono essere giudicati solo nel loro paese e raramente lo sono (vedi il caso Lozano). Le agenzie di mercenari impiegati nelle zone di guerra rivendicano la stessa immunità di cui godono i militari. Per quanto riguarda gli orrori commessi ad Abu Ghraib solo 11 soldati americani sono stati processati e condannati a pene lievi, l’ultimo è uscito dal carcere nell’agosto del 2011. Nel 2004 – subito dopo lo scandalo di Abu Ghraib – l’allora segretario alla difesa statunitense Donald Rumsfeld aveva dichiarato al Congresso che aveva trovato il modo per risarcire i detenuti iracheni che avevano subito «brutali abusi e crudeltà per mano di alcuni membri delle forze armate degli Stati uniti». Ma non sono mai stati documentati pagamenti in risarcimento dei prigionieri di Abu Ghraib. Dai bilanci del dipartimento della difesa relativi agli anni che vanno dal 2003 al 2006, risulta solo il pagamento di 30,9 milioni di dollari a civili iracheni e afghani uccisi, feriti o danneggiati dalle forze della coalizione durante i combattimenti. I risarcimenti non basterebbero comunque a risanare le ferite lasciate dall’occupazione in Iraq. Una guerra che ha sostituito un dittatore sunnita con un altro sciita. Il «nuovo dittatore» è infatti chiamato il premier Nuri al Maliki. Lo scontro con i kurdi è per il momento congelato dalla malattia del presidente iracheno Jalal Talabani, mentre s’infiammano le province sunnite di Anbar, Salahidin e Niniveh. La protesta è contro un governo guidato da sciiti che discrimina i sunniti, anche incarcerandoli: 40-50mila sono i detenuti, 900 donne. Gli iracheni hanno ripreso gli slogan delle rivolte arabe e chiedono al premier di andarsene. Parlando alla tv al Jazeera, Alaa Makki, capo di Iraqya (lo schieramento laico) in parlamento, ha detto che il governo ha «un’ultima chance per la riconciliazione». Ma il governo rifiuta il confronto. Insieme allo spettro di Abu Ghraib torna il protagonismo di Falluja.

Silenzio sulle responsabilità dell’esercito americano. La Engility Holdings forniva alle truppe Usa «traduttori», in realtà impegnati nei «peggiori abusi», denuncia il Center for constitutional rights

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il manifesto

GIOVEDÌ 10 GENNAIO 2013

EUROPA
Sei notti di scontri con la polizia. Tensione alle stelle nel centro di una città che di recente era diventata una meta turistica
Marco Santopadre ecentemente i media hanno riscoperto l’Irlanda del Nord. Sei notti consecutive di scontri durissimi tra manifestanti e polizia, decine di feriti e più di cento arrestati non potevano passare inosservati. Nel centro di una città che negli ultimi anni aveva scoperto una vocazione turistica si sono riviste le molotov, i lanci di pietre e di mattoni, le strade chiuse dalle barricate, le auto incendiate. E dall’altra parte i gas lacrimogeni, le pallottole di gomma e gli idranti. Apparentemente, tutto per colpa di una decisione del Consiglio comunale di Belfast, che a maggioranza, il 3 dicembre, ha deciso di non esporre in maniera permanente la bandiera britannica sul palazzo del Comune, ma solo 17 volte all’anno, in occasione di celebrazioni particolari. Come è accaduto ieri, in onore (sic!) del 31esimo compleanno di Kate Middleton, duchessa di Cambridge. Una mossa poco più che simbolica. Ma le fazioni filo britanniche non hanno accolto per niente bene la decisione, e dalle proteste più o meno pacifiche dei primi giorni si è passati presto a una vera e propria rivolta, che ha preso di mira la Psni - la polizia che ha preso recentemente il posto della fa-

REPUBBLICA CECA

Presidenziali, i nove sfidanti al Castello di Praga
Jakub Hornacek
PRAGA

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BELFAST, LA PROTESTA DEI PROTESTANTI LEALISTI/FOTO REUTERS

NORD IRLANDA · Bandiera britannica esposta solo 17 giorni all’anno: è rivolta "lealista"

A Belfast tornano le barricate
migerata Ruc – e poi ha coinvolto gli abitanti di alcuni quartieri repubblicani. La rivolta ha per protagonisti i partiti cosiddetti “lealisti”, desiderosi di non ridurre il grado di sudditanza del nord dell’isola rispetto a Londra. In prima fila negli scontri spesso feroci i militanti del Partito unionista democratico (Dup), e del Partito unionista dell’Ulster (Uup). Ma i dirigenti della Polizia locale hanno più volte denunciato la presenza nei riots di membri dei gruppi paramilitari unionisti, in particolare l’Ulster Volunteer Force. Per non parlare delle bande di ragazzini di 10, 11 anni visti più volte fronteggiare e scontrarsi con gli agenti in tenuta antisommossa lanciando pietre. Un fenomeno che, al di là delle implicazioni puramente simboliche o ideologiche, dice molto sull’impasse di un processo di pace che dal 1998 non ha affatto risolto le contraddizioni sociali, storiche ed economiche che hanno causato un conflitto violento durato decenni, e migliaia di morti, feriti ed esiliati. Contraddizioni nel frattempo solo smussate, sospese, in attesa di passi in avanti mai arrivati. La recente «rivolta dell’Union Jack», così come le manifestazioni dei gruppi repubblicani represse senza tanti complimenti dalla "nuova" polizia autonoma negli ultimi anni, dimostrano che il fuoco cova sotto la cenere, ma emerge con sempre maggiore frequenza e virulenza. D’altronde sono passati 15 anni dagli accordi di pace e l’Irlanda del Nord è tuttora una provincia del Regno Unito, sottoposta al controllo diretto di Londra e dotata di scarsi e non sempre effettivi poteri di autogoverno. I gruppi lealisti continuano a tenere in ostaggio l’intera Irlanda del Nord, bloccando ogni riforma. Nonostante ormai, secondo categorizzazioni di tipo etnico-religioso che lasciano il tempo che trovano, i "protestanti" non siano più la maggioranza assoluta dei nordirlandesi. D’altra parte lo sviluppo economico che la pace sembrava aver portato per sempre si è presto esaurito, sono sempre di più le imprese che chiudono e le liste dei disoccupati si allungano. Inoltre sono sempre più numerosi i simpatizzanti del partito repubblicano ufficiale, lo Sinn Fein divenuto in alcuni casi forza di governo, a sentirsi insoddisfatti per i continui compromessi. La stretta di mano tra l’ex leader dell’Ira Martin McGuinness e la Regina d’Inghilterra non è stata presa bene, e le continue provocazioni orangiste di questi anni hanno attizzato il fuoco. Crisi economica e sociale da una parte e insoddisfazione per i limitatissimi passi in avanti dal punto di vista delle rivendicazioni nazionali irlandesi si alimentano a vicenda. Dopo anni di divisioni e conflittualità, i gruppi del repubblicanesimo dissidente hanno deciso di unificarsi, dando vita a luglio a una "nuova" Ira che ha promesso di alzare il tiro dopo l’assassinio di una guardia carceraria.

MADRID · Dimissioni di massa negli ospedali

«Marea blanca» dei medici contro la privatizzazione
MADRID

una certa inquietudine. La dimissioni di massa arrivano, infatti, un giorno dopo la prima man Spagna le previsioni apocalittinifestazione del 2013 della Marea che si sono avverate, almeno sui Blanca (com’è stato battezzato il modati per l’impiego: a gennaio la vimento dei medici dissidenti), che disoccupazione ha oltrepassato la ha salutato l’anno nuovo, così come soglia dei 6 milioni: oltre il 26,6%% aveva congedato quello passato: al della popolazione attiva e peggio delgrido di «la sanità pubblica si difenla Grecia, penultima nella classifica de, non si vende». Quella di lunedì è continentale. L’eurozona conta 18,8 stata solo l’ultima di una serie di agmilioni di senza lavoro, il che signifiguerrite proteste iniziata a dicembre ca che quasi uno ogni tre disoccupae sfociata, a metà del mese scorso, ti made in Ue, fa la fila (invano) agli con uno sciopero a singhiozzo durauffici di collocamento spagnoli. to cinque settimane e che ha portaSono numeri straripanti che il goto vicino al collasso la sanità della reverno del Partido popular – fallita gione, obbligando a sospendere prevedibilmente la riforma del lavo40.000 visite e 6.000 interventi. ro a base di licenziamenti facili e taAnche l’ammutinamento dei 322 gli salariali – non sa più come arginacamici bianchi potrebbe mettere in re e su cui graveranno anche le diginocchio il servizio sanitario, lamissioni di 322 dirigenti sanitari delsciando scoperti più della metà dei la Comunidad de 270 ambulatori della Madrid, che marteI popolari vogliono capitale. «La nostra dì scorso – coordinainiziativa non è un ti dalla Plataforma affidare la sanità ai tentativo di boicottagde Equipos Directigio – ha però voluto vos de Centros de privati. Paralizzati precisare Paulino CuSalud - si sono di- 150 poliambulatori bero, portavoce della messi per protestapiattaforma che riunidella capitale re contro la svolta sce i dimissionari - il privatizzante intrafatto è che il governo presa dal governo della regione(in ha innescato il processo di privatizmano al Partido Popular) in ambito zazione senza consultare gli addetti sanitario. Sulla scrivania del presiai lavori. Se non ha bisogno di noi dente della Comunidad Ignacio Gonper decidere, saprà fare a meno di zález sono piovute in massa le lettenoi anche nella gestione dei centri re di dimissioni di medici, infermieri di salute». Con questo «strumento di e personale amministrativo responpressione» il personale sanitario spesabili di 137 ambulatori della capitara di riuscire ad aprire il dialogo col le, che diventeranno effettive, se - coil governo regionale. m’è quasi certo - l’amministrazione Intanto CapioSanidad (in mano regionale porterà fino in fondo il piaad un fondo d’investimento inglese) no di svendita del sistema sanitario, e la valenciana Ribera Salud, le due che prevede il passaggio ai privati di grosse società che concorrono per 6 tra i più importanti ospedali della spartirsi i 6 ospedali madrileni e che capitale e 27 centri di salute. già gestiscono alcuni nosocomi del Tra regione e camici bianchi - che paese (soprattutto nella Comunitat contano sull’appoggio della cittadiValenciana), restano in attesa del nanza, organizzata in vari comitati a probabile passaggio di consegne. favore della sanità pubblica - ormai Un passaggio sul quale incomberebè scontro aperto e il gesto dei medici be una curiosa coincidenza genealoribelli segna un punto di non ritorno gica: il direttore generale di Ribera nel braccio di ferro sul modello di geSalud, Alberto de Rosa, è fratello di stione della sanità. Tant’è che le diun esponente di spicco del Pp valenchiarazioni del governo regionale, ciano, già segretario di giustizia nel benché calibrate per minimizzare corso dello scorso governo della Col’accaduto, hanno lasciato trasparire munitat valenciana. Giuseppe Grosso

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Spagna /ATTIVISTI ANONIMI IN SINTONIA CON IL 15M

Nasce il «Partido X», pirata, indignato e un po’ grillino
Luca Tancredi Barone
BARCELLONA

dum, le wikilegislazioni, il voto permanente, le leggi sulla trasparenza nelle istituzioni pubbliche». Sono proprio i quattro punti che caratterizzano il loro programma, batembra proprio che la Spagna sia ancora una volta tezzato «Democrazia e punto», come spiegano nella loro culla di un movimento politico nuovo e fuori dagli pagina web e in una dettagliata voce di wikipedia che soschemi. Dopo aver essere stato il paese protagonino riusciti già a preparare. sta del movimento degli indignados, che ha avuto epigoLe diverse anime che compongono il movimento, in ni in tutto il mondo, dà i natali a un «partito» molto eterouna modalità caratteristica del 15M, sostengono però sfudosso e in un certo senso inquietante: il Partido X. Un vimature diverse. Chi dice che «l’obiettivo è uscire dalla crideo di sei minuti lanciato martedì su web ha presentato si in un modo che sia vantaggioso per la società e non soufficialmente il soggetto politico «del futuro» con una lo per la troika e per gli amici», e chi dice raccoglieranno piattaforma a metà fra il partito pirata (dato che parlano anche «istanze liberali di paesi più efficienti». di «software libero, codice aperto, cultura libera e libera In mail interne sostengono di essere «un partito umoriinformazione») e il movimento 15M, nato in Spagna dalstico, di fantascienza, di friki, un partito come dispositivo la protesta indignata del 15 maggio 2011. Un uomo e una di hackeraggio, anonimo, una marca di guerrilla della codonna anonimi, giacca e cravatta lui tailleur lei, parlano municazione al servizio delle lotte». Una lettura che forse di «resettare» il sistema, di un «dispositirappresenta la chiave migliore per capivo» che attacchi l’attuale sistema dei re chi c’è dietro. «Siamo contro il dibat«Sgomberare partiti e assicurano che «il partito X ha tito destra/sinistra, cerchiamo di congià vinto il futuro». Dicono esplicital’emiciclo», software fondere le acque», dice un altro. mente di essere un’«incognita», e di apL’unica cosa certa è che un tal libero. Le parole plicare un «programma che permette Greer Margaret Thurlow Sanders è di istaurare una vera democrazia». il presidente – questo il nome pred’ordine Quello che a prima vista può sembrasentato per l’iscrizione nel registro per il «futuro» re un classico movimento di antipolitidei partiti del ministero degli interca, che parla anche di «sgomberare ni lo scorso dicembre. Su web appal’emiciclo», rivela in realtà un sostrato più complesso. In re solo in un lungo elenco in una gazzetta ufficiale diverse interviste, tutte rigorosamente anonime, rilasciadella Comunità di Madrid del 2003 (con tanto di nute a vari media, i membri della X (sostengono di essere mero di carta di identità) ma la pagina non consenuna novantina) rivendicano certo l’eredità del 15M, ma te di capire di che pratica si tratti. sottolineano che il 15M «non vuole e non può essere rapNon è ancora chiaro come si possa militare: «Lo spiepresentato». Dicono che l’unica ideologia che li guida è la gheremo più avanti», dice uno dei non-portavoce. Ma «logica» e che non gli interessa vincere le elezioni ma gegià dal motto sembra di sentire i grillini: «Né deputati, né nerare un «metodo» che poi possa essere applicato dalle onorevoli. Solo impiegati pubblici al servizio del bene codiverse comunità locali. «Sono importanti i fatti, non le mune». Dicono anche di star preparando delle iniziative, persone», sostiene uno di loro. «Quando e se decideremo e pare che la prima sarà «che ci restituiscano i soldi!». Al di partecipare alle elezioni, daremo volti e nomi», dice un momento le esperienze di riferimento sono quella islanaltro. Un metodo, che secondo uno dei «non-portavoce», dese (dove è anche ospitato il loro server, come quello di consiste nel «recuperare la sovranità cittadina e favorire Wikileaks: «per aver la migliore protezione della libertà di un minimo comune multiplo sulle questioni sociali che informazione grazie alle legge Immi approvata due anni ci accomunano». «Ci sono metodi - dice un altro - che fa”, spiegano) e quella di Porto Alegre o Rio Grande do permettono il controllo sulle decisioni, come i referenSul in Brasile. La sinistra li aspetta al varco.

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ono nove i candidati alla carica di Presidente della Repubblica ceca, che per la prima volta nella storia del Paese sarà eletto direttamente dai cittadini. Nelle elezioni, che si terranno venerdì 11 e sabato 12 gennaio, probabilmente nessuno dei candidati raggiungerà il 50% dei voti, e perciò i cechi dovranno tornare alle urne anche quattordici giorni dopo. L’istituzione dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica è stata a lungo ostacolata dal sistema partitico ceco, che preferivano l’elezione indiretta, più maneggiabile nei corridoi della politica di palazzo. E infatti dei nove contendenti, ben quattro candidati provengono dalla cosiddetta società civile e tre dai partiti extraparlamentari. In particolare negli ultimi sondaggi sembravano avvantaggiati l’ex premier socialdemocratico Milos Zeman, ma da tempo in rotta con il maggior partito dell’opposizione, e l’ex premier Jan Fischer, che presiedeva un governo tecnico tra il 2009 e il 2010. I sondaggi danno una qualche possibilità di successo, per andare al secondo turno, anche al candidato del partito socialdemocratico Jiri Dienstbier e al ministro degli esteri dell’attuale governo di centrodestra Karel Schwarzenberg. Nelle attuali elezioni sembra essere collassata la tradizionale divisione tra la destra e la sinistra. Ciò è sicuramente vero per Milos Zeman, che è riuscito a unire nel suo programma l’intervento keynesiano nell’economia, la restrizione delle spese sociali correnti, ammiccando così al tema - spesso sfruttato da una propaganda razzista- dell’abuso dei sussidi di disoccupazione e di sostegno al reddito, mentre nella politica estera Zeman dichiara di essere eurofederalista e nel contemplo grande sostenitore di Israele. Anche Fischer, che ha da poco riscoperto le sue radici ebraiche, è dato molto vicino allo stato ebraico, che quindi potrà considerare la Repubblica ceca come un partner fedele anche nei prossimi anni. L’istituzione dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica nel 2011 è stata salutata dalla maggior parte della popolazione come un avvicinamento della politique politicienne agli elettori. «Vista la grande insoddisfazione dei cittadini verso il mondo politico, l’elezione diretta del presidente rappresenta un’utile occasione per avvicinare i cittadini alla politica tramite un meccanismo di democrazia diretta. L’elezione diretta del presidente è infatti una specie di referendum, in cui però non si valuta un provvedimento concreto ma una personalità»,sostiene Jiri Pehe, politologo all’Università di New York a Praga e considerato vicino ai socialdemocratici. Ed è sorprendente come l’elezione diretta venga considerato nel common sense come uno degli strumenti di democrazia diretta. Nell’ordinamento costituzionale ceco il Presidente della Repubblica ha essenzialmente i compiti di rappresentanza, un ruolo molto simile a quello italiano. I candidati hanno invece sciorinati dei programmi, che toccano tutti i punti dell’azione politica, dalle tematiche sociali alla politica industriale o quella estera, sebbene il Presidente della Repubblica non abbia dei poteri in materiale. L’elezione diretta ha quindi risposta a un diffuso sentimento anti-partitico tramite una personalizzazione del rapporto tra l’elettore e il candidato e allo stesso tempo ha oscurato i veri strumenti di democrazia diretta, come il referendum, la cui introduzione nell’ordinamento costituzionale ceco è uscito del tutto dall’agenda politica ceca. Una importante questione è stata la partecipazione dei comunisti alla formazione di un governo. Sebbene il presidente ha un ruolo costituzionale esplorativo e non di formazione delle coalizioni governativi, molti candidati, a partire dal favorito Jan Fischer, hanno dichiarato, che, se eletti, non nominerebbero un governo con un sostegno fondamentale del partito comunista KSCM. Un comportamento, che oltre a essere fuori dal seminato costituzionale - potrebbe portare a una prolungata crisi politica o a una spinta significativa verso un governo di grandi intese tra i socialdemocratici e i partiti del centrodestra, ora al potere.

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INTERNAZIONALE
EXIT STRATEGY · L’amministrazione Obama per la prima volta parla di «ritiro completo» delle truppe Usa

Via da Kabul. Ora c’è l’«opzione zero»
Giuliano Battiston ella lunga e complicata querelle tra Washington e Kabul sul futuro dell’Afghanistan dopo il 2014, c’è una novità, l’«opzione zero»: secondo Benjamin Rhodes, vice-consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Obama, la Casa Bianca «non esclude nessuna opzione», neanche il ritiro completo dei soldati a stelle e strisce, una volta che le truppe della forza internazionale Isaf-Nato avranno lasciato il paese, alla fine del 2014. È la prima volta che un alto funzionario dell’amministrazione Obama parla esplicitamente di ritiro completo; nei mesi scorsi si erano accavallate le ipotesi, gli scenari, i calendari del graduale ritiro, i numeri sulle forze «residue», ma nessuno aveva preso in considerazione questa opzione. La Casa Bianca lo ha fatto martedì, alla vigilia dell’arrivo a Washington del presidente afghano Hamid Karzai, che venerdì incontrerà Barack Obama e, prima di lui, sia il segretario alla Difesa, Leon Panetta, che il segretario di Stato Hillary Clinton. L’uscita di Rhodes è significativa, segnala una discontinuità, ma non va sopravvalutata. Rientra infatti nella partita diplomatica e negoziale che Obama gioca su tre diversi fronti. Il primo è quello interno. Qui Obama se la deve vedere con l’agguerrito fronte dei generali, con il Pentagono e la Difesa, che vorrebbero mantenere in Afghanistan, anche dopo il 2014, una presenza di almeno 10.000 soldati statunitensi (ora ce ne sono 66.000, su un totale di circa 100.000). Il generale John Allen, a capo della forza Isaf-Nato e delle truppe americane in loco, recentemente ha ipotizzato un contingente di circa 15.000 uomini; il segretario alla Difesa Panetta pare sia orientato su un numero minore, 9.000. La Casa Bianca invece ha chiesto di preparare tre diversi scenari (3, 6 e 9.000 uomini). E da martedì, almeno a parole, non esclude neanche l’opzione «zero uomini». La partita è ancora aperta, ed è difficile prevedere cosa ne uscirà. Al suo secondo mandato, il presidente Obama ha margini negoziali più ampi, potrebbe decidere di dare seguito alle promesse elettorali imponendo una linea meno "musco-

NIGERIA

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Liberi i tre marinai italiani sequestrati
Sono stati liberati i tre marinai italiani sequestrati lo scorso 23 dicembre mentre si trovavano a bordo del rimorchiatore Asso21 al largo delle coste dello stato di Bayelsa, in Nigeria. Ne dà notizia la Farnesina. I tre sono stati portati nella città di Port Harcourt, nella regione del Delta, prima di essere imbarcati su un aereo per il loro ritorno in Italia.

SUDAFRICA

La rivolta del vino Braccianti in lotta
Dopo i minatori tocca ai lavoratori impiegati nelle vigne da cui vengono i migliori vini sudafricani. Nella regione occidentale del Capo da giorni si susseguono gli scontri tra la polizia e i manifestanti, che chiedono l'aumento della paga giornaliera da 9 a 16 dollari. In particolare la città di De Doorns è da qualche giorno teatro di incidenti, con barricate, sassaiole, lacrimogeni e uso di proiettili di gomma da parte degli agenti. Nella difficile trattativa con i proprietari delle vigne il sindacato dei braccianti ha denunciato anche episodi di razzismo.

IL PRESIDENTE STATUNITENSE OBAMA A COLLOQUIO CON IL SUO OMOLOGO AFGHANO, HAMID KARZAI/FOTO REUTERS

lare" e venendo incontro all’elettorato più progressista. Ma alla luce della realpolitik è difficile che vada fino in fondo su questa strada. A meno che non vi sia costretto. Il secondo fronte, quello con Kabul, si sta infatti rivelando più difficile del previsto. L’esito del confronto con il suo omologo Hamid Karzai non è affatto scontato. Da mesi vanno avanti incontri, negoziati, tavoli diplomatici: il 9 marzo è stato firmato un primo memorandum d’intesa sul trasferimento agli afghani della responsabilità dei detenuti nella prigione di Bagram (ma la faccenda non è ancora risolta e sta causando attriti); qualche settimana dopo c’è stata la firma del secondo memorandum, secondo cui spetta agli afghani, non più agli americani, decidere e gestire i raid notturni e le operazioni speciali (anche qui, ulteriori attriti). Poi, a inizio maggio, l’accordo di partenariato strategico tra Washington e Kabul. Quell’accordo include un ampio spettro di questioni - lo sviluppo economico e sociale, il consolidamento delle istituzioni locali, la cooperazione e la sicurezza

in ambio regionale – ma esclude i punti cruciali: quanti soldati a stelle e strisce rimarranno in Afghanistan dopo il 2014; sotto quale cornice giuridica opereranno. È su questo che si gioca la vera partita. Obama non può permettere che venga negata ai suoi soldati l’immunità. Karzai non può presentarsi agli occhi degli afghani come il presidente che svende (ulteriormente) la sovranità del suo paese. E da abile politico qual è punta su questa carta per ottenere maggiori benefici – in termini di aiuti economici e militari – nella partita

con gli americani. Ma non può tirare troppo la corda: per lui, gli americani servono ancora all’Afghanistan, perlomeno nell’addestramento dell’esercito nazionale e per il suo equipaggiamento. Per questo, è ambiguo ed equivoco: poche settimane fa ha affermato che consentirebbe ai soldati americani l’immunità se loro riconoscessero la sovranità afghana. Una vera e propria contraddizione in termini. Molto più chiari, da parte loro, i Talebani, il terzo fronte su cui Obama si gioca la partita. In una dichia-

razione ufficiale in 10 punti dell’Emirato islamico, il 5 gennaio i turbanti neri hanno fatto sapere che chiedono «l’immediato ritiro di tutte le truppe dall’Afghanistan»; che l’idea di tenere delle «truppe residue è solo un sogno» e che la presenza «anche di un singolo soldato americano» significherà guerra continua. La Casa Bianca conosce bene le posizioni dei seguaci del Mullah Omar, e c’è chi riconosce nell’opzione «zero uomini» una mossa tattica per fare in modo che i Talebani si convincano a sedersi al tavolo negoziale con gli Usa.

REPUBBLICA CENTRAFRICANA

Via alla trattativa tra ribelli e governo
Sono iniziati in Gabon i colloqui tra il governo della Repubblica centroafricana e la coalizione ribelle Seleka, che in appena un mese ha conquistato buona parte del nord e dell'est del paese, arrivando ad insidiare la capitale Bangui. I ribelli chiedono le dimissioni del presidente François Bozizé, il cui regime è accusato di «sparizioni ed esecuzioni sommarie». E chiedono alla Corte penale internazionale (Cpi) di processarlo per «crimini di guerra e contro l'umanita». Bozizé, che non partecipa al tavolo e da Bangui fa sapere che non ha alcuna intenzione di cedere il potere, è ritenuto responsabile del fallimento degli accordi di pace precedentemente siglati. Il Camerun si è dichiarato disponibile ad accogliere i rifugiati provenienti dalla vicina Repubblica Centrafricana in seguito al conflitto. Dopo il dispiegamento di una «forza di pace» dell'Unione africana, le forze ribelli sono attualmente attestate a un centinaio di chilometri dalla capitale. La Francia, preoccupata dall'evolversi della situazione, ha già inviato truppe a difesa dei suoi cittadini e dei suoi interessi. A cominciare dalla grande miniera di uranio controllata da Areva nel sud-est.

DALLA PRIMA
Barbara Siringo
Dai primi atti dell’inchiesta, però, emerse uno scenario inquietante: pochi giorni prima di morire Iendi aveva scoperto un importante ammanco nei fondi destinati al «Progetto Giustizia» che si occupa di formare i magistrati afgani e lo aveva confidato a diverse persone. Iendi lavorava per la Idlo, un’organizzazione intergovernativa, era il responsabile della logistica. Stefano aveva un contratto di collaborazione con il ministero degli Esteri, anche lui si occupava di logistica proprio per lo stesso progetto, che è finanziato in larga parte dall’Italia. In questi anni le indagini, a mio parere, sono state svolte dalla procura di Roma con estrema lentezza; importanti testimoni sono stati ascoltati dopo molto tempo e solo in seguito alle ordinanze del Gip, che già in due occasioni ha respinto le richieste di archiviazione presentate dal pubblico ministero, fino ad ordinare – nel novembre del 2011 – l’iscrizione del reato di «omicidio volontario» in luogo del precedente «morte in conseguenza di altro

WIKILEAKS

Ridotta la pena a Bradley Manning
BenOld lla fine, una piccola luce si è accesa nella cella di Bradley Manning. Il giudice militare Denise Lind ha infatti ridotto la pena di 112 giorni, accettando in parte le richieste della difesa del militare statunitense e esperto informatico accusato di aver «passato» a Wikileaks materiali coperti da segreto militare, che testimoniavano «operazioni sporche» e l’uccisione di alcuni civili da parte delle truppe Usa in Iraq. Detenuto a Fort Leavenworth dopo un lungo periodo passato nella prigione di Quantico, Manning ha denunciato più volte il regime detentivo a cui era stato sottoposto al punto che della condizione se ne è occupato anche l’Onu per bocca del relatore speciale sull’uso della tortura, che ha affermato che il giovane militare è sottoposto a «trattamento crudele, degradante e disumano». Alla luce anche di questa presa di posizione delle Nazioni Unite l’avvocato di Manning ha presentato una istanza al giudice militare in cui sosteneva che: a) il giovane militare è stato sottoposto a un duro regime carcerario al limite della tortura, nonostante una perizia psichiatrica che escludeva qualsiasi tendenza suicida (motivo in base al quale la direzione carceraria ha sottoposto Manning ha un controllo continuo); b) che le accuse di aver attentato alla sicurezza nazionale dovevano essere depennate perché Manning ha sì ammesso di aver scaricato e «passato» le informazioni a Wikileaks, ma che non sapeva che sarebbero state usate contro contro gli Stati Uniti. Sul primo punto, il giudice ha dato parzialmente ragione alla difesa, riducendo la pena. Sul secondo punto, invece, ha sostenuto che le accuse sono legittime. Il processo vero e proprio inizierà il prossimo Marzo, ma la decisione del tribunale militare è stato interpretato dai giornali statunitensi, «New York Times» in testa, una parziale vittoria di Manning. Sta di fatto che il processo è unanimamente considerato un processo che giudicherà il comportamento dei militari statunitensi in Iraq, spesso accusati di aver violato le regole d’ingaggio, uccidendo civili o violando trattati internazionali, come quello sulla tortura.

reato» con il quale era stato aperto il fascicolo. Oggi il Gip, la dottoressa Rosalba Liso, dovrà decidere se respingere come irricevibile l’ennesima richiesta di archiviazione presentata dal pubblico ministero Luca Palamara oppure no. Irricevibile perché, malgrado ormai il reato iscritto sia quello di «omicidio volontario», il pubblico ministero ha incredibilmente reiterato la sua richiesta per «morte in conseguenza di altro reato». Qualsiasi sarà la sua decisione i loro assassini non saranno mai individuati, Stefano e Iendi non avranno mai giustizia. Oggi, mentre mi preparerò per andare ad assistere all’udienza, penserò che dalla loro morte sono passati quasi sette anni – 2.521 giorni a voler essere esatti. Uscirò pensando a tutto quello che è successo in questi lunghi anni, ai tanti sentimenti contrastanti che hanno popolato il mio cuore. Il dolore straziante, l’attesa, la voglia di sapere, l’incredulità per la staticità degli eventi, la rabbia e la ferma volontà di andare avanti. Sempre. Entrerò in aula e penserò solo al Natale di sette anni fa: l’ultima volta che ho abbracciato mio fratello.

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UNIONE AFRICANA · In vista della guerra internazionale contro gli islamisti che occupano il nord

Messaggio alla Nato: il Mali è come l’Afghanistan
Gina Musso l presidente di turno dell'Unione africana, Thomas Boni Yayi, chiede alla Nato di partecipare attivamente alla missione militare internazionale – benedetta da Francia e da due risoluzioni del Consiglio di sicurezza Onu – contro le organizzazioni islamiste che controllano il nord del Mali. Per Yayi quella maliana è una «questione internazionale», tale e quale all'Afghanistan. La forza militare inter-africana già mobilitata su mandato delle Nazioni unite dall'Ecowas, la Comunità economica degli stati dell'Africa occidentale, manterrebbe il comando delle operazioni, comportandosi «come ha fatto la Nato in Afghanistan», ma la stessa Nato - si augura Yayi - dovrebbe svolgere «un ruolo attivo». I principali paesi membri della Nato, come Francia e Stati uniti, hanno più volte assicurato ogni genere di supporto alla missione, istruttori militari, armamenti e appoggio logistico, ma hanno anche fatto capire che non prevedono di inviare truppe sul terreno. Thomas Boni Yayi è anche presidente del Benin, uno dei paesi che contribuiscono alla formazione di questa forza africana, composta secondo i piani da circa 3 mila uomini, ma il cui dispiegamento secondo gli analisti non è previsto prima del prossimo settembre. La richiesta di un maggiore coinvolgimento della Nato e di un know how di stampo afghano arriva al termine di un incontro a Ottawa tra Yayi e il primo ministro canadese Ste-

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Il presidente del Benin Thomas Boni Yayi sollecita l’invio di truppe a sostegno della missione militare inter-africana dell’Ecowas

phen Harper. Il quale ha ribadito che il Canada (paese Nato) non contempla al momento un coinvolgimento diretto nel conflitto. A considerare tutte le opzioni è invece Africom, il comando militare unificato guidato dal generale Carter Ham che difende gli interessi americani in Africa. Paradossalmente negli ultimi anni il Mali è stato un partner privilegiato di Us Africom. Specialisti dell'esercito e dei servizi Usa sono operativi da tempo nel paese africano, considerato un teatro centrale della «guerra contro il terrorismo islamico internazionale», avamposto della guerra condotta dall’intelligence statunitense contro la miriade di organizzazioni legate ad al Qaeda nel maghreb islamico. Legato a Washington e alle politiche africane degli Usa, che oltre a combattere al Qaeda mirano a contrastare l’espansionismo economico della Cina, è anche il generale Amadou Sanogo, protagonista del colpo di stato militare che ha fatto precipitare la situazione anche nel nord del Mali. La piega che ha preso il conflitto nella parte settentrionale del paese è anche un riflesso dell’abbattimento del regime di Gheddafi in Libia. L’offensiva in cui sono cadute una dopo l’altra le principali città del nord, a partire da Timbuctù, inizia proprio con il ritorno dalla Libia delle milizie tuareg e il conseguente salto di qualità dell’esercito di liberazione nazionale dell’Azawad. In seguito la componente indipendentista tuareg verrà però scalzata dalle milizie islamiste, che impongono la sharia e sfidano la comunità internazionale.

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REPORTAGE

VENEZUELA
La legge contro l’oblìo, approvata dopo un’ampia discussione nel paese, rimette al centro lo scontro senza quartiere che si è giocato durante i governi nati dal Patto di Punto Fijo, firmato per escludere dal governo i comunisti

Geraldina Colotti
CARACAS

edi, per tre anni sono stata rinchiusa qui, in questa parte della prigione andata distrutta. Qui mettevano le donne, nell’altra ala gli uomini». Raquel Castro è un’elegante signora che conserva il piglio dei vent’anni. Vicino a lei, Monica Venegas e alcuni uomini di età diversa: Idulfo Rojas (detenuto per 10 anni), José Nanez (per 14), Enrique Velasquez (per 12), Paul del Rio (3,5 anni)… Militanti di varie formazioni armate che hanno animato le guerriglie degli anni ’60 e ’70 in Venezuela: Bandera Rojas, Fuerzas Armadas de Liberación Nacional (Fanl), Punto Cero… Oppositori ai governi nati dal Patto di Punto Fijo, che si sono succeduti dopo la caduta del dittatore Perez Jimenez, nel 1958, e l’arrivo al potere di Romulo Betancourt. «Betancourt - afferma l’opinionista e poeta Nestor Francia, autore di molti libri su quegli anni - è stato convinto a tradire le promesse con cui era stato eletto, ha accettato di sottostare alle direttive del Dipartimento di stato Usa. Ha assunto l’incarico il 13 febbraio del ’59 e il 4 agosto dello stesso anno, una manifestazione di disoccupati che chiedeva lavoro venne massacrata nella piazza La Concordia. Per terra rimasero 4 morti e 17 feriti. Allora Betancourt decise di dar corso allo slogan: prima sparare e poi domandare». Allora, ministro degli Interni era Carlos Andres Pérez, che anni dopo - nell’89 - farà sparare sulla folla che protestava per il carovita (il Caracazo). In uno scorcio di giornata intriso di

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La rivincita degli ex pr
I detenuti politici degli anni ’60 e ’70, che hanno combattuto «le false democrazie» di allora accolgono i visitatori nelle loro antiche celle del Cuartel San Carlo, oggi museo
pioggia, gli ex prigionieri politici della IV Repubblica accolgono i visitatori nelle loro antiche celle del Cuartel San Carlo, oggi convertito in museo storico nazionale. Una imponente costruzione militare coloniale, edificata nel 1787 per ordine dell’allora governatore della Provincia del Venezuela, Don Luis de Unzagay Amenzaga, preoccupato per le possibili invasioni inglesi, essendo questa zona l’entrata naturale a Caracas dal Mar dei Caraibi. Siamo nel quartiere di Altagracia, nel Municipio Libertador.
IN ALTO, L’ANTICA PRIGIONE DEL CUARTEL SAN CARLO. A DESTRA, MURALES PER LE ELEZIONI PRESIDENZIALI A CARACAS. IN BASSO, NICOLAS MADURO E DIOSDADO CABELLO /FOTO REUTERS

I lampi filtrano tra le sbarre verdi, gettando una luce sinistra in questa struttura rettangolare, fornita di muri larghi 100 metri per ogni lato e garitte in ogni angolo. Un edificio a due piani, provvisto di un ampio cortile interno, dove ora giocano i bambini: gli ultimi sfollati delle alluvioni del 2010, accampati nel piano di sotto in attesa di ricevere in assegnazione una casa nuova. I militanti del Partito socialista unito del Venezuela (Psuv), impegnati nelle Misiones, si prodigano per organizzare al meglio le giornate dei profughi. Al piano di sopra, documenti d’archivio, bandiere, una bacheca con gli ultimi articoli che documentano l’attività della Fundación Capitan de Navío Ponte Rodríguez. Paul del Rio è uno di quelli che l’ha fondata, sette anni fa, e ne è il presidente: «Questo posto – racconta – sarebbe stato distrutto, stava andando in malora, durante il governo Chávez un giorno lo abbiamo occupato e poi ci è stato dato in gestione. Da allora si è rimesso in moto un processo di recupero della memoria a partire da un luogo simbolo». Un percorso non senza frizioni che ha portato anche una multa a un sincero progressista come José Manuel Rodriguez, allora presidente dell’Istituto del patrimonio culturale. Rodriguez aveva iniziato i la-

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REPORTAGE

rigionieri
vori di scavo nell’antico perimetro delle mura, distruggendo però così «la memoria recente» ed era incorso nelle ire dell’allora presidente della Corte dei Conti, Clodovaldo Russian, che in quel carcere aveva trascorso diversi anni. Quello della lotta armata ai governi «puntofijisti» - definite «democrazie camuffate» - costituisce uno dei filoni confluiti nel «proceso bolivariano» di Hugo Chávez. La legge contro l’oblìo, approvata dal Parlamento nel 2011 dopo ampie consultazioni popolari, si propone di sanzionare «i crimini, le scomparse, le torture e altre violazioni dei diritti umani per ragioni politiche nel periodo tra il 1958 e il 1999». I suoi capitoli pongono in modo diretto e senza vittimismi la necessità di «rivendicare le lotte popolari e revoluzionarie del popolo venezuelano durante il periodo storico dal 1958 al 1998, compreso le azioni civico-militari note come El Porteñazo, El Carupanazo, El Caracazo, El 4 de febrero e 27 de noviembre del 1992 (le ribellioni dei militari progressisti guidati da Chávez, ndr) e i suoi protagonisti». Allo stesso modo- continua il capitolo della legge sulla Memoria storica - «lo Stato riconoscerà le azioni realizzate dagli operai, operaie, studenti, contadini, contadine e intellettuali in difesa della sovranità, la democrazia popolare, la liberazione nazionale e il socialismo, e quelle contro il terrorismo di stato e l’intervento di governi stranieri». Sulla guerriglia degli anni ’60-70 (la prima in America latina dopo la rivoluzione cubana) e sui metodi usati dalle democrazie di allora esiste in Venezuela una cospicua letteratura. E alla commissione contro l’Oblio, già al lavoro, sono arrivate molte denunce documentate. Una di queste riguarda la scomparsa dello studente Alejandro Tejero Cuenca, raccontata dalla sorella Maite in un libro dedicato alla madre, Angelica, che non ha mai smesso di cercare il figlio. Majte Tejero, avvocata, è una delle fondatrici dell’Associazione bolivariana contro il silenzio e l’oblìo (Abconsol), che ha contribuito a realizzare la legge. Racconta che il fratello, attivo nei movimenti studenteschi, scomparve in una caserma della polizia politica l’11 maggio del ’67. Allora era presidente della repubblica Raul Leoni, considerato «il presidente buono». L’altra faccia dei governi puntofijisti - scrive l’ex vicepresidente del Venezuela, José Vincente Rangel nella prefazione al libro di Tejero - era «il terrorismo di stato, pur nel segno della democrazia rappresentativa. Allora, l’obbrobriosa figura repressiva del desaparecido venne sperimentata per la prima volta nel nostro paese da funzionari sia civili che militari allenati alla Scuola delle Americhe degli Stati uniti». Il Venezuela del Pacto de Punto Fijo - aggiunge Rangel - all’epoca «era considerato un esempio impeccabile di democrazia, invece venne usato come laboratorio per sperimentare le più abiette e inumane pratiche repressive, a cominciare dall’istituzione di un regime detentivo che comprendeva la prigionia per ogni sospetto di attività politica contraria al governo e l’entrata in un merccanismo in cui si torturava, si isolava, si privava il detenuto del dovuto processo e, all’occorrenza, lo si assassinava». Un racconto condiviso anche dagli ex detenuti come Paul del Rio, che ci accompagna nelle celle dell’ex prigione. Un nome noto, quello di del Rio, ieri come imprendibile giovane guerrigliero delle Fanl, oggi come pittore e artista plastico. «Sono io – dice – che ho disegnato il sarcofago di Bolivar, dopo la riesumazione dei resti». Paul nasce all’Avana nel 1943 da genitori spagnoli, militanti della Federazione anar-

INCONTRI

Il movimento bolivariano unisce la sinistra italiana
Mentre nel mondo si moltiplicano gli attestati di solidarietà al presidente Chávez, in forma di appelli, incontri o manifestazioni - come quella che si è tenuta ieri in Argentina - anche in Italia sembra modificarsi la percezione della figura di Chávez, almeno in una parte della sinistra italiana: non più il «caudillo», «il militare» di cui diffidare, ma un uomo politico progressista - «un socialista umanista» come ama definirsi -, che ha innescato un processo di cambiamento a favore delle classi popolari. Sono stati in molti a riflettere in questo senso, di recente, di fronte a un piccolo miracolo di «unità a sinistra» realizzato nell’auletta parlamentare a seguito di un invito «a tutto campo» rivolto dall’ambasciatore del Venezuela in Italia, Isaias Rodriguez, a cui hanno risposto - coordinati da Alfredo Viloria - rappresentanti di quasi tutte le forze politiche della sinistra italiana.

chica iberica (Fai) e della Confederacion nacional del trabajo (Cnt): esuli a Cuba per sfuggire alla pena di morte e poi in Venezuela per scampare al regime di Batista. Il 24 agosto del ’63, il suo nome di battaglia, Maximo Canales, diviene noto al mondo per via del sequestro del calciatore del Real Madrid, Alfredo Di Stefano, detto la Saeta Rubia, allora in trasferta in Venezuela. «Un’operazione mediatica - afferma oggi del Rio – dedicata a Julián Grimau, un dirigente comunista spagnolo fucilato dal regime franchista quattro mesi prima. Volevamo far conoscere il vero volto di quelle "democrazie": che torturavano, rapivano, reprimevano studenti e contadini. Arrivare al Cuartel San Carlos era già un passo avanti, voleva dire che eri sopravvissuto: perché in quegli anni operava anche il Servizio segreto delle forze armate, il Sifa, che praticava la tortura, fino alla morte. Quei regimi hanno ucciso oltre 3.000 persone, molte delle quali non avevano imbracciato le armi. Crimini impuniti». Paul del Rio ha la fortuna di essere arrestato molto tempo dopo, il sequestro di cui lo accusano è caduto in prescrizione. Prende una condanna mite, tre anni e mezzo, e poi esce, ma non dimentica gli ideali di quella stagione, né i compagni caduti o scomparsi. Finché, intorno alla Fondazione, si riuniscono i famigliari delle vittime e dei desaparecidos per chiedere al governo una Legge contro l’oblìo. Monica Venegas, oggi affermata docente di psicologia, fa anche parte del Fronte sociale dei famigliari e amici degli uccisi, torturati e degli scomparsi per motivi politici durante il periodo 1958-1998. Nata in Cile, ma nazionalizzata venezuelana, è stata la moglie di un guerrigliero, poi morto di cancro all’Avana. «Il mio secondo compagno – racconta ora – è stato preso per strada. Durante un conflitto a fuoco, per salvarmi la vita ha ricevuto i colpi destinati a me. È stato portato in uno dei centri clandestini antiguerriglia, chiamati Teatro di operazioni (To). Campi di concentramento improvvisati al di fuori delle leggi e delle disposizioni costituzionali. Lì dentro non risultavi detenuto, ma sequestrato. Secondo documenti e testimonianze, c’erano 5 To: nello stato Falcon, Monagas, Lara, Sucre, Yaracuy. Prima di arrivare al San Carlos, anch’io sono rimasta mesi in qualche caserma militare. Una volta in carcere, sono cominciate le pressioni psicologiche. Mio figlio piccolo doveva subire una delicata operazione al cuore e non mi hanno permesso di incontrarlo». In quelle operazioni di controguerriglia - dicono i famigliari degli scomparsi - furono coinvolti anche militari che oggi appoggiano il socialismo bolivariano, e puntano il dito su alcune figure che rivestono anche ruoli parlamentari: non tanto - affermano - per portarlo in tribunale, ma per consentire un giudizio storico. Tantopiù che, come scrive Majte Tejero a nome dell’associazione, «oggi abbiamo chiaro, in gran parte grazie al presidente Chávez, che il nemico bisogna vincerlo con altri metodi. Soprattutto con la lotta per la pace, ma anche con principi fermi». «Un militare coinvolto in un massacro di guerriglieri - ci ha spiegato l’attuale ministro per l’energia elettrica Hector Navarro, che ha lavorato al recupero della memoria storica - allora era un giovane ufficiale a cui hanno chiesto di bombardare senza dirgli di cosa si trattava. Oggi è un bravo compagno, un marxista. La nostra rivoluzione è in grado di comprendere che le persone possono cambiare».

CARACAS

La Corte suprema: «Il presidente può giurare un altro giorno»
Ge.Co. l presidente venezuelano Hugo Chávez non assumerà oggi l'incarico ufficiale per un nuovo mandato, che lo porterebbe a governare fino al 2019. L'Assemblea nazionale gli ha concesso altro tempo per curarsi a Cuba. E il Tribunal supremo di justicia (Tsj) ha confermato la decisione parlamentare, rigettando il ricorso dell'opposizione. Martedì, durante un'infuocata seduta parlamentare, i deputati hanno approvato un documento di appoggio alla richiesta, inviata dal vicepresidente Nicolas Maduro, nella quale si chiedeva all'Assemblea di posticipare la data ufficiale (il 10) per un'altra da destinarsi: il tempo necessario perché il presidente – rieletto il 7 ottobre – possa ristabilirsi, per poi giurare davanti al Tsj. «Il comandante Presidente mi ha chiesto di informarvi che, d'accordo con le raccomandazioni dell'equipe medica che veglia al ristabilimento della sua salute, il percorso di recupero postchirurgico deve estendersi oltre il 10 gennaio dell'anno in corso», diceva la lettera di Maduro. Chavez, 58 anni, è affetto da un tumore dal giugno 2011, a seguito del quale ha richiesto varie volte al Parlamento di recarsi a Cuba per operarsi o per eseguire cicli di chemioterapia. A fine novembre, per via di un improvviso aggravamento delle sue condizioni, era ripartito per l'Avana: per tornare improvvisamente in Venezuela l'8 dicembre, nelle fasi conclusive della campagna elettorale per le regionali, in cui il fronte chavista ha conquistato 20 sui 23 stati in cui si è votato (su complessivi 24). Interrompendo le dirette per il derby di baseball aveva fornito ai cittadini notizie allarmanti sul suo stato di salute: l'insorgere di metastasi e l'esigenza di una nuova, urgente, operazione, che ha avuto luogo tre giorni dopo. In quella stessa occasione, il presidente – anche nel suo ruolo di leader del Partito socialista unito del Venezuela (Psuv) – aveva indicato il candidato per lui più adatto in caso di sua impossibilità permanente a governare, e di nuove elezioni: Nicolas Maduro, ex sindacalista ed ex conduttore di autobus, ex ministro degli Esteri e attuale vicepresidente. Nella missiva di martedì, quest'ultimo ha richiamato l'articolo 231 della Costituzione secondo il quale, «se il presidente non può assumere l'incarico davanti all'Assemblea nazionale, lo farà di fronte alla Corte suprema di giustizia». Un'assenza temporanea, quindi, e non un'inabilità definitiva. Secondo gli ultimi bollettini medici, resi noti dal governo per bocca del suo ministro della comunicazione Ernesto Villegas, Chavez sarebbe infatti in via di lento recupero e il suo stato di salute «stazionario», dopo l'insorgere di un'infezione polmonare che aveva destato allarme. L'opposizione, invece, rifiuta questa tesi e parla di un «vuoto di potere». Martedì in aula ha contestato la legittimità del posticipo oltre il 10, e per questo si è rivolta sia alla Corte suprema che all'Organizzazione degli stati americani (Osa), sostenendo la necessità di indire nuove elezioni entro 30 giorni. Il questo caso, il timone passerebbe nelle mani del presidente del Parla-

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mento, Diosdado Cabello fino al momento di nuove consultazioni. «Non solo approveremo questo accordo – ha affermato Cabello leggendo la lettera in Parlamento – ma esprimiamo tutta la nostra solidarietà al comandante Chávez, alla sua famiglia, perché guarisca rapidamente e torni in Venezuela». Gli ha fatto eco la seconda vicepresidente dell'Assemblea, Blanca Eekhout, affermando che i deputati bolivariani non avrebbero permesso «ai golpisti di tradire la volontà di 8 milioni e mezzo di cittadini che hanno rieletto il presidente con 12 punti di vantaggio, il 7 ottobre». I leader dell'opposizione hanno reagito con diversi accenti, chi chiedendo subito una perizia medica sulla salute del presidente, chi gridando alla manipolazione istituzionale. E mentre il Tsj rigettava tutte le richieste (compresa quella di una perizia medica) e stabiliva la legittimità del funzionamento governativo in assenza del presidente, dal Messico, il presidente del Gruppo ecologista dei Cento, lo scrittore Homero Aridjis chiedeva a sua volta «una commissione medica neutrale» da inviare all’Avana. La malattia del presidente continua a essere materia di scontro politico, dentro e fuori il paese. I diversi accenti e prese di posizione all’interno dello schieramento della Mesa de la unidad democratica (Mud) ne evidenziano anche gli scontri interni e le diverse mire nei futuri scenari politici venezuelani. Nel corso degli anni, la Mud ha messo insieme grossi tronconi di partiti storici come Accion democratica (centrosinistra) e Copei (centrodestra): i partiti che hanno governato in Venezuela dopo la caduta del dittatore Perez Jimenez (nel '58), in base a un sistema di alternanza seguito al Patto di Punto Fijo (l'accordo fra centrodestra e centrosinistra per escludere dal potere i comunisti). Un'alleanza che ha raggiunto gli interessi di altre formazioni di destra, più nuove e aggressive, capitanate dal partito Primero Justicia di Henrique Capriles Radonski. Quest’ultimo ha perso le elezioni presidenziali contro Chávez, ma si è riconfermato governatore dell'importante stato Miranda alle ultime regionali e, pur contestato al suo interno, ha ancora molto tempo davanti a sé e per questo non intende bruciarsi. Il suo partito è stato il più votato nella Mud: appetibile sia ai ceti abbienti che agli strati marginali dell'ultraperiferia, insensibili alle campagne socioeducative del «socialismo bolivariano». Sono state proprio le zone più povere di Miranda – il Petare – quelle che hanno più beneficiato delle misure sociali (non ultima la funivia che cambia notevolmente la qualità di vita della popolazione) a disertare le urne il 16 o a votare per Capriles. E a esporre sui balconi delle case popolari appena ricevute, qualche striscione di Primero justicia. Una leadership mal digerita da alcune aree della coalizione, per esempio di marca Copei: più concilianti verso il governo per questo e anche per l’accoglienza di quella che chiamano «proposta di amnistia» che potrebbe far uscire dal carcere un certo numero di accusati per vari reati. Il resto della coalizione, confida nel dividi et impera dello schieramento chavista e lavora per creare fossati, alimentando voci di conflitto tra Maduro e Cabello. Però non scalpita per accelerare i tempi di nuove elezioni. Capriles potrebbe essere di nuovo il candidato, ma intanto ha cominciato a farsi vedere con lui anche un altro possibile concorrente: Henri Falcon, potente governatore rieletto nello stato Lara dopo aver voltato le spalle al chavismo con cui aveva ottenuto una prima vittoria. Il governo, intanto, torna in piazza oggi con una grande manifestazione popolare in sostegno al presidente, a cui sono attesi diversi capi di stato e ministri di altri paesi.

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CULTURA

AZZARDI D’ANTAN
SAGGI · Per il Mulino «Barattieri» di Gherardo Ortalli

Dal reato al lucro, passando per una partita a dadi
Marco Dotti oi fui famiglia del buon re Tebaldo, quivi mi misi a far baratteria, di ch’io rendo ragione in questo caldo». Nel Canto XXII dell’Inferno, Dante riserva a Ciampòlo di Navarra e a tutti i barattieri la quinta bolgia dell’ottavo cerchio. Un lago di pece nera, vischiosa e ribollente li vede immersi, una schiera di diavoli lungo i bordi li frusta, contrappasso a una vita terrena di malversazioni, astuzie e peculati condotti nella zona d’ombra tra il lecito e l’illecito. Ma pure in questa zona d’ombra, la vicenda di Ciampolo rivela uno slittamento concettuale non privo di interesse. Fra il Trecento e il Quattrocento, infatti, il termine baratteria connota oramai quasi esclusivamente fenomeni di corruzione in pubbliche cariche e di pubblici ufficiali. Siamo già oltre, rispetto a un originale legame del barattiere col gioco attestato in pieno Duecento persino da alcuni frammenti del Tesoretto di Brunetto Latini: «Troverai la Ventura; / a cui se poni cura, / ché non ha certa via, /vedrai Baratteria, che ’n sua corte si tene / di diare e male e bene». Lo scivolamento del termine da un precoce nesso col gioco verso altri significati denota però una piccola, ma non indifferente crisi di realtà proprio in quel mondo dell’azzardo che nel tardo Medioevo, con l’affermarsi di una nuova economia del denaro, vede anche il progressivo emergere della baratteria e dei suoi membri, i barattieri, avvitatisi a una prima, ma non troppo conosciuta istituzionalizzazione. Il mutamento semantico non stupisce, nemmeno nella decisa e secca accezione attestata da Dante, il quale da parte sua offre un’immagine alquanto potente e densa di barattieri che tutto hanno a che fare proprio con la malversazione, ma nulla col gioco. Non a caso, nei suoi giorni fiorentini, lo stesso Dante incappò nel reato di baratteria-corruzione, rimediando – era il 1302 – una condanna all’« interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo e, se fosse caduto nelle mani della giustizia al rogo». Il mutamento, però, osserva Gherardo Ortalli, in un libro di grande rigore e interesse, recentemente edito per i tipi del Mulino (Barattieri. Il gioco d’azzardo fra economia ed etica. Secoli XIII-XV, pp. 264, euro 22), fu graduale e lento, ancorché definitivo e segnerà per sempre e a fondo i nostri usi linguistici e l’immaginario che vi si collega. Ancora oggi, anziché al variegato e complesso mondo del gioco in denaro e alla marginalità di aleatores e lusores da cui pur trae origine e benché espunto dal gergo dei codici penali, il termine rimanda a una fattispecie nota anche nel Medioevo, assumendola però come esclusiva: la corruzione di un pubblico ufficiale. Ma chi erano, in origine, prima di questo slittamento, i barattieri? E che cosa era, nello specifico del lento e mai lineare mutamento storico, la baratteria? In pieno Duecento, con le legislazioni comunali sull’azzardo (ludere ad azarum), specificamente nelle città dell’Italia centro-settentrionale, la realtà della baratteria e dei barattieri trova un esplicito riferimento, non più limitato alle generiche formule su gioco e giocatori. Anche se la prima attestazione è volgare, e non latina, letteraria e non giuridica, è in quest’ultima, soprattutto nel variegato e vivace complesso degli statuti comunali, che si possono cogliere importanti indicatori del mutamento in atto. Un mutamento che – semplificando una vicenda quanto mai complessa – portò all’istituzionalizzazione dell’azzardo attraverso tasse, gabelle, rendite. Fino al Quattrocento, quando l’azzardo che dal più celebre gioco a dadi prendeva nome (la zara) imboccherà altre strade, sia

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giuridiche sia di mezzi, sostituendo i dadi prima con le carte e poi con le nascenti lotterie. Derivato forse dal provenzale baratier (scambio, baratto in senso comunque commerciale e non negativo), il fenomeno della baratteria si collegò ben presto a quel mondo di marginali – aleatores e lusores, appunto – che traevano dal rapporto coi dadi e con la sorte le loro uniche fonti di sostentamento. Lontani dall’essere giocatori occasionali, questi mali homines diedero in qualche modo vita a una società di fatto aperta e sfuggente, condannata prima, mal vista in seguito e infine tollerata e ammessa, fosse solo come eventualità. Una «indistinta marginalità dai confi-

UNA VETRATA MEDIEVALE ESPOSTA ALLA MOSTRA IN CORSO AL MUSÉE DE CLUNY. A DESTRA, UNA TAVOLA DI JOSEPH ANTON KOCH RAFFIGURANTE CIAMPOLO NELL’INFERNO DANTESCO

Antichi giochi, sempre moderni
Marina Montesano ll’inizio del secolo scorso, in Egitto, da una tomba negli scavi di El-Mahasna emerse un oggetto databile al 3800-3500 a.C.: una rozza tavoletta di pietra recante su una faccia il disegno di diciotto caselle; a poca distanza, parte del corredo della stessa tomba, furono rinvenuti nove piccoli coni dello stesso materiale. Si tratta di una tavoletta da gioco o di un oggetto votivo? Se l’interpretazione rimane incerta e contesa, è anche perché i due ambiti, quello ludico e quello sacrale, sembrano intrecciarsi strettamente nel corso dei millenni. La tavoletta di El-Mahasna è il pezzo che apre la mostra Art du jeu, jeu dans l’art. De Babylone à l’Occident médiéval, aperta fino al 4 marzo al Museo di Cluny, a Parigi. Se si tratta di un gioco, potrebbe allora essere il primo esemplare di senet, la cui pratica godette di grande successo nella società egiziana antica, come mostrano le scene dipinte sulle pareti delle tombe: rimase in voga almeno dall’epoca predinastica (ca. 3000 a.C.) fino a quella romana; ma anche molto oltre, visto che il gioco detto in arabo tab e praticato oggi dai beduini, magari con semplici linee tracciate sulla terra, lo richiama da vicino. La mostra presenta un raro esempio di senet completo: con iscrizioni laterali, le caselle vuote o con simboli inscritti (i cui significati sono solo intuibili: il segno di croce era probabilmente una trappola), un cassettino sottostante per conservare le pedine, alcune coniche, altre «a rocchetto». Altro gioco praticato nell’Egitto antico era il mehen, letteralmente «colui che è arrotolato», o «gioco del serpente»: una serie di piste concentriche con caselle sulle quali si muovevano pedine a biglia. Allo stesso tempo, mehen era il nome di una divinità dall’apparenza di serpente, la cui descrizione nei testi funerari richiama la natura simbolico-sacrale del gioco stesso. La pratica del mehen sarebbe inesplicabilmente scomparsa alla fine dell’Antico Impero, ma in un certo senso essa avrebbe subito una fusione con il più longevo senet, in quanto mehen è attestato nel Nuovo Impero come divinità che presiede al senet, oltre a persistere come dio-serpente nei riti funebri. Una fusione che assume maggior significato se si considera come nelle rappresentazioni lo stesso senet passi, nel corso del tempo, dall’essere un gioco che oppone due avversari a un solitario; a quel punto l’esegesi della nuova iconografia è offerta dal Libro dei Morti, in cui il defunto, attraverso il senet, tradotto come «passaggio», gioca una partita il cui palio è la vita

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eterna. L’iscrizione del gioco nella ritualità funebre diviene più accentuata nella società egiziana proprio nel momento in cui, sembra di poter dire, si approfondisce il discorso intorno alla morte, come testimonia il passaggio nella pittura tombale dallo stile naturalistico degli esordi a forme marcatamente ritualizzate. Per

Dalle tavolette di pietra di cinquemila anni fa rinvenute in Egitto agli scacchi arrivati in Europa dall’India, una mostra in corso al Musée de Cluny di Parigi conferma lo stretto intreccio fra l’ambito ludico e quello della sacralità
quanto concerne il gioco egiziano, comunque, il suo legame con la sfera sacrale è innegabile. Molte delle tipologie di gioco antiche hanno dato origine a quelle moderne. Ovidio descrive un gioco nel quale si dispongono, in una sorta di scacchiera, tre pedine per ogni giocatore, e la vittoria va a quello che le piazza sulla stessa linea. È il gioco che dà origine alla marelle medievale, che d’altra parte affonda le sue radici nella Uruk del quarto millennio a.C., e che ossiamo riconoscere nelle pratiche di gioco infantili dei nostri tempi: una scacchiera a nove caselle tracciata su un foglio all’interno del quale allineare le crocette, una mossa per ciascuno dei due giocatori. O si può pensare al trictrac, la tabula medievale, antenata del backgammon, del quale è stato possibile ricostituire integralmente alcuni esemplari, come quello del XII secolo proveniente da Saint-Denis ed esposto a Cluny. Come per molti giochi nei quali le pedine si movevano su una tavola o una scacchiera, il numero delle mosse si otteneva gettando i dadi. I dadi, a loro volta, hanno una storia antica e complessa: se ne conoscono esemplari semplici, con due sole facce corrispondenti a 1 e 0, do-

ve il puntggio è dato dalla somma degli 1; mentre i dadi a sei facce provengono dalla zona tra la valle dell’Indo e la Mesopotamia, dove sono attestati già a partire dal III millennio a.C. L’utilizzo dei dadi (al pari delle carte) introduce nel gioco l’elemento dell’azzardo; e al tempo stesso, in un ambito ludico che sembra mantenere un carattere profano piuttosto che sacrale (se messo a confronto, per esempio, con quello egiziano), non si può fare a meno di osservare che l’azzardo è adiacente alla divinazione, come tale percepito e dunque combattuto dal clero a partire dal basso medioevo; la diffusione dell’iconografia dei soldati che, ai piedi della croce, si contendono gli abiti del Cristo ai dadi sono stati uno degli strumenti di tale lotta. Al contrario, le campagne contro il gioco d’azzardo portate avanti dai moralisti in età moderna saranno all’insegna del mantenimento del buon ordine economico e morale della società. La proibizione andava però di pari passo con la moralizzazione del gioco, in modo particolare attraverso la promozione degli scacchi senza dadi, cioè di quelli giunti fino a noi. Anche gli scacchi hanno un’origine orientale: inventati in India, passano dalla Persia al mondo arabo che li fa conoscere alla Spagna della convivencia, da dove si diffondono poi nel resto dell’Europa. A partire dal XII secolo, il numero delle pedine e le posizioni sono grossomodo quelle moderne, mentre le forme delle pedine, quando sono figurative, vanno «occidentalizzandosi»: tipica in tal senso la rarefazione dell’elefante, molto diffusa negli ambiti originari. Gli scacchi fanno la loro comparsa nella letteratura cavalleresca, sono al centro del Libro dei giochi voluto dal sovrano castigliano Alfonso X il Saggio alla fine del XIII secolo e nel coevo trattato detto «degli scacchi moralizzati» del domenicano Jacopo da Cessole, dove il gioco diviene metafora della società e della sua morale: alle figure sulla scacchiera corrispondono i diversi ordini della società; dal re e la regina fino ai pedoni che rappresentano i mestieri dei laboratores. Gli scacchi, nei quali l’abilità del giocatore si oppone all’azzardo, e possibilmente ai risvolti magico-divinatori di questo, divengono insomma centrali nella cultura medievale; finiscono anche per simboleggiare una rivincita immaginaria sugli arabi, grazie ai quali gli europei li avevano conosciuti, per mezzo di un tema iconografico diffuso in Europa – non casualmente – soprattutto dopo la riconquista di Gerusalemme ottenuta dal Saladino nel 1187: la rappresentazione del cavaliere cristiano che batte il rivale musulmano al gioco degli scacchi.

La messa a rendita dell’azzardo trasformò la baratteria nella parte integrante di una statualità che non intendeva più rinunciare a servigi «infami», ma necessari
ni tutto sommato fluidi – puntualizza Ortalli – che le istituzioni comunali nella ricerca dell’ordine si sforzarono di precisare e tenere sotto controllo. Questa compagine generica e indefinita trovava poi un suo aggancio concreto ai luoghi fisici che apparivano come loro propri». Dal Duecento, infatti, i luoghi in cui questa varia umanità si ritrovava per praticare in maniera illecita, tollerata o addirittura «autorizzata» l’azzardo – allora idenficato tout court con i dadi – cominciarono a essere fisicamente individuabili e definiti come «baratterie». Dinanzi a un fenomeno emergente, la legislazione non operò introducendo nuove categorie, ma piegò quelle esistenti, prendendo atto di una realtà oramai consolidata e concreta, nel tentativo di inquadrarla in un contesto normativo specifico che, dopo la metà del Duecento, anche se in modo disomogeneo, segnerà il passaggio da un sistema di divieti a uno di concessioni onerose. In altri termini: dal reato, si passerà al lucro e i barattieri, al pari dei luoghi che appalteranno per le loro attività, diventeranno figure tipicamente riconosciute e riconoscibili della vita sociale quotidiana. La messa a rendita dell’azzardo, trasformò la baratteria – intesa come insieme dei barattieri – non solo in figura lecitamente riconosciuta, ma nella parte integrante di una statualità che non pretendeva più di – o forse solo non sapeva – rinunciare a servigi «infami», ma pubblicamente necessari (tra i quali rientravano spesso anche l’esazione delle imposte, la delazione strutturata o la funzione di boia) di questi buoni ufficiali disposti a sporcarsi le mani per tutelare gli affari pubblici forse anche più dei propri.

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CULTURA

oltre
tutto

LE PRIMARIE PER IL PATRIMONIO Ventuno giorni di tempo per votare online le priorità per cultura, paesaggio, ambiente da indicare a chi si candida a guidare il prossimo governo. Fra i testimonial figurano le personalità italiane più conosciute al mondo: per l’arte ci

sono Giotto e Leonardo (anche scienza), per la letteratura Dante, per la musica Verdi e per il cinema il regista della «Dolce vita», Federico Fellini. Il Fai-Fondo Ambiente italiano ha deciso di scendere in campo, ricalcando le modalità dei partiti e ha lanciato le «Primarie della

cultura». I «seggi» virtuali sono già aperti e vi resteranno fino al 28 gennaio. Quindici i temi in gara, quelli da cliccare: si va «da più soldi pubblici per la cultura» al «sostegno per la formazione e la ricerca». Alla fine, i dati verranno presentati ai partiti. www.primariedellacultura.it

REPERTORI · «I mattoidi italiani» di Paolo Albani pubblicato da Quodlibet

Una polvere dolce sui ritratti dei nostri fratelli strampalati
Mariarosa Bricchi mattoidi italiani, il nuovo libro di Paolo Albani (Quodlibet 2012, pp. 339, euro 16), è un catalogo, una collezione, un museo. Raccoglie ritratti di individui (reali) che si sono distinti, in varie discipline, per invenzioni strampalate: prodotti creativi ma temerari, frutti di genio parallelo che costeggiano, senza incontrarli mai, la regolarità, l’intuito, l’intelligenza. Da qui il primo tratto di fascino e, insieme, la tristezza sottile di questa antologia, dove originalità e solitudine sono inseparabili: ciascuno dei mattoidi è solo, perduto nell’abbondanza dei suoi argomenti (l’ipertrofia ragionativa è ricorrente, implacabile come la martellante ripetitività delle tesi); ciascuno è inascoltato, «non ha maestri né discepoli» (così Queneau definiva una specie imparentata ai mattoidi, quella dei folli letterari). Ne siamo, senza capire subito perché, un po’ sorpresi: in fondo, i mattoidi non siamo abituati a pensarli soli. Tornano in mente i nonni degli eroi di questa raccolta, Bouvard e Pécuchet, che dividevano scoperte e sconfitte, temperando la vicenda implacabile dell’idiozia con la dolcezza della compagnia reciproca; ogni personaggio ritratto da Albani galleggia invece nel cosmo come l’ultimo uomo della storia. Solo di fronte alla propria passione. Che è sempre, a sua volta, esclusiva. Bouvard e Pécuchet – ancora loro – erano universalisti: nulla di umano li respingeva, percorrevano, per cicli, l’intero scibile; questi mattoidi sono specialisti: non c’è quadratore del cerchio che si diletti anche di trasmissione del pensiero, non c’è biologo tentato dall’architettura. Anche la monomania accentua l’isolamento. Eppure, non ultimo merito di questo libro è quello di rimettere in circolazione una genealogia: Albani, come ogni autore che si rispetti, seleziona i suoi antenati, li ripropone all’attualità letteraria, fa venir voglia di leggerli, per la prima o per l’ennesima volta. Il capostipite dichiarato non è però il Flaubert di Bouvard e Pécuchet (di cui Albani tace). Omaggiato fin dal titolo, si fa avanti invece Carlo Dossi, con I mattòidi, del 1884. Il libretto è un repertorio di bizzarrie architettoniche proposte, due anni prima, al concorso per il monumento Vittorio Emanuele II a Roma. Il titolo, appunto, segna l’ingresso in letteratura di un termine che Lombroso – al quale I mattòidi è dedicato – aveva

I

ILLUSTRAZIONI DI CHRISTOPHER SERRA PER «BOUVARD ET PÉCUCHET»

introdotto in campo medico. Geni senza genio, i mattoidi di Dossi sono gli sconfitti al concorso monumentale, ideatori di progetti che mai sarebbero stati realizzati, e che solo la pietas tagliente dello scrittore sottrae al sonno eterno. Il confronto è impegnativo: il libro di Dossi è un piccolo capolavoro; ma la processione di personaggi stralunati di Albani non manca certo di fascino. Il confronto è anche illuminante, in entrambe le direzioni (i buoni libri hanno effetti retroattivi). Dossi racconta i progetti indirizzandone, per forza di lingua, la lettura: chiose a margine («La sublimità dei concepimenti non impedisce al sig. Cànfora di trastullarsi con qualche bisticcio grammaticale»); formule introduttive («Anche il n. 88 predilige gli edifici semplici e sodi»; «Impigliamoci ora nel mare algoso delle allegorie») e conclusive («Tutto spira matemàtica e simmetria»); scelte lessicali inequivocabili («poveri bozzetti fuggitivi», «aborti forse di geni ammalati»). La postura di Dossi è, insomma, giudicante. Senno e sragione, da rive opposte, si guardano in faccia, e il libro si fonda, ossimoricamente, sull’alterità dei mattoidi a fronte di chi è in grado di giudicarli tali. Tutt’altra musica con Paolo Albani. Lui, sembra quasi che i mattoidi li prenda sul serio. Classifica gli autori (ci sono dodici categorie, nove delle quale raggruppano due o più specialità, per esempio: linguisti e creatori di lingue universali; astronomi, fisici e scienziati in generale; medici, biologi e naturalisti...), ma il suo intervento si limita alla creazione meticolosa di griglie tassonomiche. Ordina, non valuta. Alla passione di collezionista (che implica un

rapporto con la sovrabbondanza, l’accumulo) Albani affianca una scrittura fondata sulla pulizia, addirittura sulla sottrazione: tanto inusuali sono le storie e le idee dei personaggi, quanto piana la voce che le racconta, pacata, lontana da passioni esagitate. Snocciola le sue storie, Albani, senza concedersi «a parte» giudicanti, ed evita protagonismi stilistici. Arditezze lessicali, frasi avventurose, grovigli logici, se ci sono, stanno tra virgolette, perché non appartengono al sobrio classificatore, ma ai personaggi. Non risalta, come già in Dossi, il gusto del particolare eccessivo, del picco di ridicolaggine, di originalità, di idiozia. Al contrario, persino gli estremi si stemperano in un flusso biografico che sembra voler restituire a ogni vita, anche la più intellettual-

mente pericolante, la dignità di essere raccontata. Impassibile come Buster Keaton, Albani affronta a piè fermo aggressioni contro il buon senso, la logica e la grammatica senza che gli sfugga un’alzata di sopracciglio, un sorriso. Non crede di averne diritto. Inventori e profeti, sessuologi e naturalisti sono, infine, poveri diavoli, sono i lunatici di Gianni Celati e di Cavazzoni, sono parte di noi. Se i mattoidi di Dossi erano alieni, quelli di Albani sono fratelli. Anche la galassia degli studi seri è meno lontana di quanto si vorrebbe: i due sistemi si incontrano, si contaminano, esibiscono pericolose sovrapposizioni. Una per tutte, la più significativa: racconta Albani che tale Bellini Bernardo dedicò alle pene dell’Italia sotto il dominio austriaco un poema in 34 canti che

riprendeva il sistema di rime dell’Inferno di Dante. Ricordata da Mario Praz come «museo del cattivo gusto letterario», quest’opera si accende di nuovo interesse quando appare chiaro che il Bellini in questione altri non è che il coautore di uno dei monumenti della lessicografia italiana, il dizionario passato appunto alla storia come ’il Tommaseo-Bellini’. Anche i capolavori, sembra dirci Albani, mostrano le cicatrici, i ricordi mancati di una deriva che poteva compiersi, e, forse per poco, non c’è stata. È chiaro, comunque, che quello che qui interessa è il poema. Al dizionario spetta, concisa, la conclusione: «Bellini trascorre gli ultimi anni della vita, ormai completamente sordo, collaborando, su incarico dell’editore Pomba di Torino, con Niccolò Tommaseo, cieco e pieno di acciacchi, alla stesura del Dizionario della lingua italiana». Raccoglitore di cose desuete, Paolo Albani lo è da anni, con libri non meno memorabili di questo, tutti accomunati dal loro essere repertori di stramberie (le scienze anomale), o di impossibilia (i libri che non esistono, le lingue inventate). Ognuna delle sue opere è un riassemblaggio, che pesca oggetti sorprendenti dal limbo della non-esistenza, della dimenticanza, dell’illegittimità: siano teorie accidentate, lingue mai parlate, libri non scritti, tutto è ordinato, etichettato, e ripresentato in forma di agguerriti contro-canoni. Forse per questo resta qualcosa di polveroso nelle crestomazie di Albani: si pensa a certe stanze descritte da Dickens, piene di segni del tempo e di rottami. Ma l’erosione dei giorni e le distrazioni della memoria non sono descritte, sono combattute. C’è, in ognuna di queste raccolte di meraviglie anomale, e nella loro somma, una strana poesia, che ha a che fare con l’ostinazione, con la simpatia silenziosa, con la sobria disillusione di chi ha letto e amato molti libri, per il dritto e per il rovescio, e ha scoperto il piacere di smontarli, per poi rimontare frammenti di storie, detriti e dettagli. Perché mettere in fila sotto la luce quello che restava in ombra è il modo più vero di opporsi alla fragilità dei libri, di rendere loro omaggio.

HIGH-TECH

Primo stop alla guerra dei brevetti
B.V. lla fine l’intervento del Dipartimento di Giustizia statunitense c’è stato. Con un breve documento, scritto con la collaborazione del’Ufficio brevetti, il ministero americano ha detto la sua per frenare la guerra dei brevetti tra le major dell’alta tecnologia statunirtense. Le indicazioni sono chiare: le imprese devono comunicare che le licenze che tutelano i loro brevetti non sono in contrad-

A

dizione con altre licenze e che sono «giuste, ragionevoli e non discriminatorie». E che devono essere ammorbiditi i vincoli per la vendita di tecnologie «strategiche» su scala globale. Nell’ultimo anno le imprese high-tech hanno speso oltre 30 miliardi di dollari in spese processuali che avevno come oggetto la violazione di brevetti. Apple ha vinto sì la sua battaglia contro Samsung, ma tra Mcirosoft e Motorola è guerra aperta in tribunale. Per molti analisti e associazioni dei consumatori, l’esasperata guerra dei brevetti sta rallentando l’innovazione e penalizzando i consumatori.

SAGGI · Nel centenario della «Recherche» esce da Le Càriti Editore «Proust e gli oggetti»

Cose trovate nei ricordi di Swann
Marco Pacioni iprodotti, esposti, venduti, acquistati, a partire da un certo momento storico gli oggetti sono tendenzialmente percepiti come merci. Il valore d’uso entra in concorrenza con quello di scambio, la cosa con il feticcio. Più in generale, gli oggetti entrano in due opposti ma complementari cicli: quello della massificazione anonima e quello dell’estetizzazione. In poesia, Baudelaire è stato tra i primi a elaborare i nuovi aspetti che hanno investito gli oggetti con il connesso corredo di nuovi sentimenti e pulsioni che si è generato. Come già da tempo accadeva al soggetto, in ambito artistico e letterario, anche gli oggetti assumono più spesso la fisionomia di personaggi dai contorni incerti o, al contrario, di forme forti che ne esaltano il simbolismo come si può osservare in una cruciale opera della modernità qual è la Recherche di Proust. Il volume di saggi Proust e gli oggetti (a cura di Giuseppe Girimonti Greco, Sabrina Martina e Marco Piazza, Le Càriti Editore, pp. 300, euro 38) che esce in coincidenza con i cent’anni del romanzo proustiano (il primo volume della Recherche esce nel 1913) indaga gli oggetti secondo una tipologia molto variegata e nella convinzione che proprio con la Recherche tale questione affronti uno snodo fondamentale le cui conseguenze si lasciano in parte osservare ancora oggi. Risucchiati nell’indistinzione della merce oppure, pro-

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prio a scapito di quest’ultima, esaltati nella nuova dimensione dell’unicità di massa che è quella del feticismo e dell’aura, ma anche della grandiosità tecnologica e industriale (si pensi al treno cui è dedicato lo scritto d’apertura del volume), questi saggi sulla Recherche mostrano oggetti che fuggono la referenza, si ripiegano su se stessi per lasciarsi afferrare a fatica anche se all’apparenza sono lì a portata di mano. Enfatizzano la direzione di fuga dai loro significati e usi più ovvi, fanno crescere il loro mistero diventando segni – in un libro importante dal titolo Proust e i segni Deleuze sottolineava proprio questo aspetto – o addirittura segnali che passano e che devono percorrere una lunga strada per ritornare a dichiarare quello che di loro si era percepito inconsciamente. Gli oggetti oltre a essere prodotti e comprati si perdono e si trovano. Perdere e trovare, sono anche i verbi

notevoli di tutta la Recherche, quelli che nel romanzo vengono applicati al tempo. Come a indicare che gli oggetti sono dove il tempo muta ritmo, acquista senso o al contrario lo smarrisce. Si può dire che nella Recherche il tempo è perduto finché un oggetto non ne evoca il ritrovamento. Tale ritrovamento è il possesso nella memoria dell’immagine dell’oggetto. Ma l’evocazione comincia prima dell’immagine con l’affiorare di una sensazioneche il soggetto non sapeva di avere dentro di sé o che non sapeva associare all’esterno a nulla di specifico. L’evocazione avviene, come Proust descrive alla fine del primo capitolo del romanzo, attraverso soglie d’accesso più sottili della visione, ma proprio per questo più acuminate come l’odore e il sapore. L’immagine è il risultato finale di un viaggio mentale tentato da deviazioni continue e innescato da un oggetto che produce una sensazione che all’inizio sembra immotivata. Il ritrovamento del nesso tra oggetto e sensazione che si sostanzia nell’immagine è lo stesso viaggio letterario della Recherche. L’immagine ritrovata nella memoria di Swann è letteralmente una riproduzione analogica come la fotografia e, prima ancora, come la camera oscura da cui l’immagine fotografica proviene. Forse qui, a proposito degli oggetti, si misura anche la differenza fra Baudelaire e Proust significativa per capire l’ulteriore evoluzione del processo di polarizzazione degli oggetti stessi fra merce tec-

nicamente riproducibile e aura generata dal feticcio.Proprio nella riproduzione dell’immagine e nella sua conservazione sta il ritrovamento della felicità per Proust, la conquista di consistenza da parte del soggetto, la possibilità per quest’ultimo di abitare nel tempo. Con ciò Proust già sembra concorrere all’idea benjaminiana dell’immagine quale cristallizzazione messianica (nel senso di rivelazione) del tempo nel tempo. Fra gli oggetti tecnologici che vengono presi in esame nei saggi, la fotografia come immagine e tecnica di produzione e comunicazione visiva è particolarmente rilevante per capire la questione degli oggetti e in particolar modo su come questi si relazionano al personaggio, al soggetto, alla percezione e alla memoria. A tal proposito, nel suo saggio Piazza fa notare che proprio «la memoria è descritta da Proust come un apparecchio fotografico che scatta istantanee di ciò che abbiamo davanti e le immagazzina al proprio interno». Il processo della fotografia è così analogico come quello esistenziale tra soggetto e oggetto i quali, all’altezza della Recherche, si distinguono reciprocamente proprio perché mostrano di non poter essere mai veramente separati. Come un po’ tutti i saggi della raccolta suggeriscono, la relazionalità tra oggetto e soggetto esprime il modo fenomenologico della scrittura proustiana: una forma per esperire esteticamente l’originario senso comunitario dell’individuo.

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VISIONI

Interviste •

Un incontro con Jane McAdam Freud, figlia di Lucian e nipote di Sigmund, in occasione della sua mostra ad Andora, presso Palazzo Tagliaferro

Quando mi chiese di insegnargli la scultura, fu come se dio mi chiamasse. Potevo io, pur sua figlia, insegnare a uno dei più grandi artisti del mondo?
Fabio Francione
ANDORA (Savona)

«AFTER BACON» E «US» DI JANE MCADAM FREUD

a seconda uscita italiana, la prima in assoluto in uno spazio pubblico, di Jane McAdam Freud, figlia di Lucian e nipote di Sigmund, oscilla inderogabilmente tra i due poli parentali: arte e psicoanalisi, uniti in un vorticoso e inestricabile groviglio, quasi fossero una o la «malattia di famiglia». L’occasione di incontrarla è data dall’inaugurazione dell’antologica Taking Care, curata da Nicola Davide Angerame per Whitelabs e aperta fino al 5 marzo prossimo ad Andora, nelle stanze nobili di Palazzo Tagliaferro, uno dei gioielli edilizi della provincia italiana, strappato alla speculazione da una gestione comunale lungimirante e in scadenza di mandato. Tutta la conversazione che segue ruota per l’appunto intorno alla «ricerca delle radici»: familiari e allo stesso tempo di un intero secolo, il Novecento, esteso alle sue più oscure e manifestamente contraddittorie pulsioni, celebrative e autodistruttive. Anche se l’opera dell’artista britannica è e resta autenticamente vitale nel suo dispiegarsi nel tempo e nello spazio. Si parla prevalentemente in italiano, il conversare della Freud è un curioso, affascinante e lineare miscuglio di frasi spezzate da termini della sua lingua; a sentir nominato il manifesto il suo viso s’allarga in un sorriso. Conosce il giornale e la sua storia. A questo punto non possiamo fare a meno di chiedere qual è il grado di conoscenza della lingua e della nostra cultura. «Sono felice ogniqualvolta posso tornare qui, in Italia. Non importa il luogo, è l’Italia che è importante, ha tutto: cibo, storia, arte, la migliore del mondo, e l’ambiente e la natura. Potrei continuare l’elenco, vi ho vissuto qualche anno; ho studiato i mosaici bizantini a Ravenna nel 1977 e poi per tre anni negli eighties a Roma, all’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato». E dell’Italia le sono rimasti i modi, spruzzati però da una verve beatlesiana (Jane è nata a Londra nel 1958 e ha respirato giovanissima la cultura british degli anni sessanta). L’osservazione dei lavori esposti, infatti, sembrano appartenere più al Continente: le avanguardie del secondo dopoguerra (ma c’è qualcosa di primitivo, prenovecentesco anche nell’uso di materiali poveri e altri, nell’installazione come racconto pubblico e del film come esperienza originaria) piuttosto che alla Pop-Art inglese, però qualcosa s’intravede nel lavoro più celebre in mostra, Us, in cui il ritratto del padre si fonde digitalmente con il suo, e il cui legame territoriale si vincola alla maestria del disegno nella sua duplice voca-

L

OMAGGIO A HOKUSAI

Autori contemporanei ricordano la celebre «onda». In mostra anche Ryuhei Matsuo
Sessanta artisti italiani e stranieri espongono a Genova in un tributo a «La Grande Onda. Omaggio a Hokusai» (12-31 gennaio, Galata Museo del Mare). Gli artisti interpreteranno il capolavoro del maestro Katsushika Hokusai, pittore e incisore giapponese, realizzatore di Ukiyo-e, un genere di stampa artistica giapponese su blocchi di legno fiorita nel periodo Edo, tra il XVII e il XX secolo. I lavori di Hokusai furono un’importante fonte di ispirazione per molti impressionisti europei come Monet e postimpressionisti come Van Gogh. Ottanta le opere in mostra a Genova nell'ambito di diversi linguaggi visivi, dalla pittura alla scultura, dalla computergrafica alla ceramica, fino all'installazione. L'onda quale abbondanza di acqua e quindi dispensatrice di vita, ma anche come sinonimo di distruzione, di annegamento, come uno tsunami che tutto

Arte & psiche, malattia di famiglia
zione di «prova» e di «controtipo» definitivo (ne è esempio la serie In resident dedicata ai manufatti archeologici appartenuti al bisnonno ed esposti al Sigmund Freud Museum di Londra). E i disegni in mostra originali e non «print» e ci tiene a sottolinearlo sono molti e confermando quest’impressione esclama: «Amo molto la Pop-Art, ma amo molto, moltissimo Medardo Rosso». Cos’è il Taking Care, il prendersi cura, che timbra il titolo della mostra? «C’entra con la mia famiglia. In un certo senso, in un determinato momento della mia vita ho dovuto prendermi cura del mio mondo. Di mia madre, e poi di mio padre a cui sono stata vicino fino alla sua morte e che non vedevo da più di vent’anni. Scoprire la mia famiglia e ciò che i suoi componenti rappresentavano non è stato semplice. Mi sono resa conto che è stato sempre da parte mia un girare intorno alle loro figure, alle loro persone». «La serie di sculture in bronzo denominata After Bacon è uno dei tanti giri che ho fatto per incontrare prima o poi mio padre - ha continuato l’artista -. Quando mi chiese di insegnargli la scultura, fu come se ’dio’ mi chiamasse. Come potevo io, pur sua figlia, insegnare ad uno dei più grandi artisti del mondo? Eppure la sua curiosità era infinita. Dunque, l’amicizia di Francis Bacon con lui è stato uno sprone per me, per comprendere anche l’assolutismo pittorico della loro opera. Che poi sia la manualità rapida, quasi brutale, con cui ho modellato le figure anonime sia la loro destinazione di denuncia dello stato conflittuale dell’uomo di ieri come d’oggi, ha portato ad allargare il contesto è un altro discorso, ma parte sempre dal mio sentire». Infatti, sembra che tutta la sua opera sia, come dire, in ascolto. «Certo, non smetto mai di ascoltare e il mio ascolto non è solo interiore. Anzi, potrebbe essere semplice ed anche qui il gioco è familiare». Sigmund Freud.... «Sì, però la mia conoscenza della psicoanalisi è affettiva, il legame con essa è dovuta al lavoro di Freud, dei suoi figli e nipoti». È questa la prospettiva in cui si giustificano i Motti di spirito, giochi di parole, rebus, tavole di Rorschach. «Proprio così, alcuni li ho realizzati appositamente per Palazzo Tagliaferro. Chiunque vi può vedere ciò che vuole». Insomma, ancora una volta è il gioco, il lapsus quotidiano ad irrompere nell’opera d’arte. «Dirò che quando andai a lavorare al Sigmund Freud Museum mi resi immediatamente conto di come Sigmund fosse un artista, direi di più uno scultore frustrato, per il suo modo di collocare su alcune mensole le statuine greche, etrusche, romane della sua collezione. Non lo sapeva ma stava creando una installazione e stava proiettando nel futuro un’idea di opera d’arte». Già, la «malattia di famiglia».

MUSEI · Louvre Abu Dhabi al via. Dopo i rinvii, si apre il cantiere, vernissage nel 2015

travolge. Questo è il primo appuntamento con l'arte giapponese, il secondo è la personale di Ryuhei Matsuo che presenterà 60 opere su tela. Il giovane artista emergente nato a Sapporo nel 1987 è alla prima esposizione in Italia. Anche questa mostra si terrà dal 12 al 31 gennaio, ma al Museoteatro della Commenda di Prè.

Un crocevia di culture nell’isola del petrolio
opo i rinvii infiniti (che hanno fatto lievitare i costi) e le polemiche, è pronto a partire il progetto per realizzare a Abu Dhabi la filiale del Louvre negli Emirati Arabi, disegnata da Jean Nouvel, l’architetto che ha firmato anche l’Institut du Monde Arabe e che dovrà realizzare una delle cinque torri di Ground Zero, a New York, insieme a Norman Forster. Annunci roboanti, stop, inciampi burocratici e dibattiti accesi negli ambienti culturali francesi, hanno costellato la storia del museo ma da ieri il lavoro-cantiere è stato affidato al consorzio di imprese guidato dalla società Arabtec di Dubai (ne fanno parte altre due imprese, una emiratina, l’altra libanese): avrà il compito di costruire il Louvre Abu Dhabi

ADDIO A KENOJUAK ASHEVAK
L’artista canadese Kenojuak Ashevak, caposcuola della moderna arte inuit, è morta a cape dorset all’età di 85 anni. Nata il 3 ottobre 1927 in un campo inuit chiamato Ikirasaq, nell’isola Baffin, fu durante la tubercolosi contratta da giovane che ashevak coltivò la sua passione per l’arte, iniziando la sua attività di pittura e scultura negli anni 50, quando si affermò come la maggiore esponente dell’arte dei popoli eschimesi. Famosa per le sue incisioni su pietra, nel 1974 Kenojuak Ashevak venne eletta membro del Royal Canadian Academy of Arts. Oltre a grandi quadri e sculture, ha realizzato numerosi disegni per i francobolli e le monete canadesi. la sua incisione «Enchanted owl» è stata riprodotta su un francobollo per commemorare il centenario dei territori del nordovest.

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sotto un contratto del valore di circa 654 milioni di dollari. L’inaugurazione slitterà ancora e si prevede una data di opening della struttura non prima del 2015. Nel 2016 verrà inaugurato invece lo Zayed National Museum e nel 2017 sarà la volta di Guggenheim Abu Dhabi. Per il Louvre Abu Dhabi, la struttura si espanderà su sessantaquattromila metri quadrati di spazio espositivo che verranno sovrastati da una enorme cupola del diametro di 180 metri. Non sarà come il Louvre questo museo ma fra le sue ambizioni nutre la stessa «universalità» e già da ora sfodera una collezione con alcuni capolavori di tutto rispetto: una ricca raccolta di pezzi di archeologia proveniente dalle civiltà antiche di tutto il pianeta, viene accompa-

gnata da opere come la «Madonna con Bambino» di Giovanni Bellini, il ritratto di Don Pedro da Toledo di Ingres, la «Natura morta con aglio» di Edouard Manet, la «Composizione con blu, rosso, giallo e nero» di Piet Mondrian. Così ha definito l’impianto museale il project manager Hissa Al Dhareri. «Temi universali, influenze reciproche oltre i confini geografici, di nazionalità, di storia. E nessuna divisione tra Nord e Sud, tra Asia e Africa, tra Islam e Occidente, tra paesi ricchi e paesi poveri. Infine, fra i compiti: «Celebrare la creatività e l’arte che supera le differenze, cercare insomma un terreno di collaborazione comune, tornare ai tempi della Penisola Arabica come crocevia di cultura».

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VISIONI
LA CINA VOLA AL BOX OFFICE Nel 2012 le vendite di biglietti in Cina sono balzate del 30% a 17 miliardi di yuan (2 miliardi di euro): cifre che portano la repubblica popolare al secondo posto alle spalle degli Stati uniti. Per la prima volta da dieci anni, inoltre, la maggior parte dei ricavi (il 51,5%) è arrivato da film esteri, nonostante i limiti alla distribuzione di film importati sul territorio cinese. L’INDUSTRIA DELLE ARMI CONTRO HOLLYWOOD La National Rifle Association contro Hollywood, accusata di ipocrisia sul tema dell'eccessiva diffusione delle armi. La più potente e ricca organizzazione di fan di fucili e pistole accusa lo star system, di fare tanti soldi con film ultra-violenti. E contemporaneamente, battersi in prima linea per «limitare il diritto degli americani di possedere un'arma».

OLIVIA WILLIAMS E BILL MURRAY IN «A ROYAL WEEKEND», A DESTRA SUSANNA NICCHIARELLI E MARGHERITA BUY IN «LA SCOPERTA DELL’ALBA»

Drammatico

La ricerca di un’altra memoria in una telefonata con l’infanzia
LA SCOPERTA DELL’ALBA DI E CON SUSANNA NICCHIARELLI, E CON MARGHERITA BUY, SERGIO RUBINI, ITALIA 2012

COMMEDIA · Roger Michell racconta l’incontro tra Roosevelt e Giorgio VI

Tra America e Europa, una questione di hot dog
A ROYAL WEEKEND DI ROGER MICHELL CON BILL MURRAY, LAURA LINNEY, USA 2012

Cristina Piccino ercare una lettura storica o una interpretazione politica dell’inventore del New Deal nel film di Michell non ha alcun senso semplicemente perché Hyde Park in Hudson (la residenza del presidente lontano da Washington) divenuto nella versione italiana A Royal Weekend, non è un

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film su Franklin D. Roosevelt. E lo dichiara sin dall’inizio, dalla scelta del punto di vista che conduce il racconto, la voce fuori campo di Margaret «Daisy» Suckley, cugina di sesto grado del presidente, sua amica e amante almeno secondo le molte lettere, una corrispondenza di vent’anni su cui ha lavorato lo sceneggiatore Richard Nelson, rese pubbliche dopo la morte della donna, a quasi cent’anni, nel 1991. Michell si concentra su un momento preciso nella vita di Roosevelt, la visita americana del re d’Inghilterra Gior-

DJANGO, ANCORA POLEMICHE NEGLI USA

I black activist contro i «gadget» di Tarantino
ncora polemiche e minacce di boicottaggio per Django, il nuovo film di Quentin Tarantino che era stato attaccato preventivamente da Spike Lee dicendo che non sarebbe mai andato a vederlo perché: «La schiavitù non è stata un film di Sergio Leone. È stata un Olocausto. I miei antenati erano schiavi, rapiti dall'Africa. E io li onorerò». Ora il regista di Pulp Fiction è sotto il fuoco incrociato delle organizzazioni per i diritti civili per colpa dei pupazzi messi in vendita dal merchandising, e che ritraggono alcuni dei personaggi del film come lo stesso Django (Jamie Lee Fox) e Stephen (Samuel L. Jackson). «Ci sentiamo offesi - dice ad Ap Najee Ali, direttore dell'organizzazione per i diritti civili con sede a Los Angeles, Poject Islamic Hope - è come se i nostri antenati avessero ricevuto uno schiaffo in piena faccia». «L’eccessiva stilizzazione dei giocattoli sottolinea Ali - suona come una banalizzazione del vero orrore della schiavitù e di quello che è stata l’esperienza e la storia degli afro americani». Altre accuse arrivano dagli attivisti del National Action Network che chiedono di boicottare la vendita dei gadget: «È un film per adulti, mentre i pupazzi sono pensati per i ragazzi. Non vogliamo che nessuno si faccia beffe sul tema della schiavitù». I «soldatini» di Django - che sono oggetti di collezione dedicati agli adulti, sono l’ultimo di una serie di memorabilia creati per i fan dei lavori del regista americano, sono in vendita solo online su siti come Amazon e anche lì sono arrivati commenti sdegnati da parte di alcuni clienti. Ma le polemiche e le accuse al film, che uscirà nelle sale italiane il 17 gennaio, non influiscono minimamente sugli incassi. Django costato 100 milioni di dollari, in appena cinque giorni ne ha raccolti al box office ben 63.443.153. Intanto, in attesa delle nomination agli Oscar attesi per oggi, fa notizia l’esclusione di Tarantino nella rosa dei candidati dai Directors guild awards. Dal 1948 solo sei volte un regista ha vinto l’Oscar senza aver conquistato prima il Dga: Spielberg, la Bigelow, Hooper e Lee hanno tutti ottenuto il riconoscimento per la regia prima di ricevere l’ambita statuetta nella notte degli Academy Awards.

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gio VI (Samuel West) insieme alla moglie Elisabetta (Olivia Colman) nell’estate del ’39, dettata dalla necessità del sovrano di chiedere l’aiuto dell’America a fronte della guerra ormai imminente contro la Germania di Hitler. Ed è qui, in questa relazione tra i due uomini, quasi da padre e figlio, che la narrazione traduce tutto il resto, prediligendo il privato sul pubblico/ politico ma soprattutto il gioco dell’eterno conflitto tra Inghilterra e America, tanto che nonostante l’io narrante sia quello di Daisy (Laura Linney), lo sguardo sembra coincidere più con quello dei reali che con Roosevelt. In quella stessa intimità appaiono come una coppia «vera» nella cui vita lo spettatore entra e condivide confidenze, rigidità di lei, insicurezze di lui, stupore di fronte a quanto gli accade intorno, chiacchiere, liti, imbarazzi e fastidi per certi atteggiamenti degli «americani». Come l’idea di ospitarli in una camera piena di stampe che raffigurano i soldati britannici quasi fossero delle scimmie, o il pic nic con tanto di hot dog e musica di nativi americani organizzato da Eleanor Roosvelt (Olivia Williams) che scandalizza la rigida Elisabetta (l’unica dei due su cui il regista esercita il suo humor). Roosevelt ci viene mostrato invece come una figura sfuocata seppure affascinante, circondato da molte donne altrettanto sfocate, l’autoritaria madre Sara (Elizabeth Wilson), la moglie (Olivia Williams), la segretaria Missy (Elizabeth Marvel), anche lei sua amante, e naturalmente Daisy. Di lui vediamo la malattia, la saggezza dell’uomo che ha

gruppo rock - scopre che il telefono in disuso manda un suono: compone il numero dell'appartamento in cui abitavano da piccole ed è lei stessa bambina a rispondere, un dialogo impossibile ma necessaC.Pi. rio che piano piano le permette di ricomporre quel vuoto arrivando a «altra verità...». he cosa accade se da adulte si scopre all'imCosa avevano sepolto le sorelle? L'immagine del provviso che il padre amatissimo, idolo eroipadre insieme a un'altra donna, era un seduttore dico dei sogni infantili non è la «vittima» che si ce di lui il vecchio amico ... Però qui non è solo una è creduto fino a allora ma stava invece dalla parte «questione privata» ma una storia collettiva italiana dei «carnefici»? E questo, inevitabilmente, fa sì che che ha subito anch'essa una rimozione. Il terrorianche i figli, le figlie in smo, gli anni Settanta, di questo caso, fino allora fronte ai quali l'immagivittime passino dall' altra nario nostrano è per lo parte. Ma quale? È su più paralizzato o peggio questa oscillazione ambiancora (Rulli e Petraglia gua che poggia La scoperinsegnano) piegato alle ta dell'alba, il film di Suesigenze del presente. Ci sanna Nicchiarelli ispirasono due punti interesto all'omonimo romansanti in questo film: il prizo di Walter Veltroni, almo riguarda la general’ultimo festival di Roma zione, la regista è nata (Prospettive italiane) e nel 75, ha probabilmenora in sala. Molto nel te la stessa età della sorelfilm è cambiato rispetto la più giovane nel film, al libro, a cominciare dal che difatti ha scelto di inpersonaggio protagoniterpretare. Il secondo è sta, nel romanzo un uouna considerazione inamo, qui una donna, anzi spettatamente forte suldue sorelle in una trianla posizione delle vittiSusanna Nicchiarelli rilegge al golazione tutta femminime, i figli specialmente, femminile il romanzo le che le unisce e insiequasi prigionieri a loro me le oppone alla mavolta di una memoria di Veltroni. Gli anni 70, dre. vintage, assunta e non il terrorismo, il «buco nero» Ed è proprio la morte propria - il fidanzato cardel nostro cinema di quest'ultima che obtoonist di Caterina (Serbliga Caterina (Margherigio Rubini) non può tolta Buy) a riaprire le «scatole» del passato, e a tornare lerare che sulla copertina del libro scritto dall'aminella casa al mare messa in vendita, che era stata teco di Caterina, figlio del professore ucciso dalle Br, stimone di molta felicità ingenua e di tragedie. Eramentre si parla dei mondiali ci sia il simbolo di quelno lì, infatti, quando nel lontano 1981, il padre era li dell'82. Un errore non da poco che ci dice quanto arrivato sconvolto: sulle scale dell'università, a Roanche questa memoria, da sé, senza confronti rima, le Brigate Rosse avevano sparato al suo collega manga monca, come quel rapporto di trasmissione e amico giurista del lavoro di sinistra - non viene che sembra essersi interrotto, nel bene e nel male, detto esplicitamente ma lo si intuisce dalle convernella nostra storia recente. sazioni tra la figlia adulta e i vecchi colleghi del paVa dunque riconosciuto a Nicchiarelli il tentatidre. Poco dopo, sempre al mare, era accaduto qualvo che è quasi una sfida. Peccato che poi il cinema cos'altro, erano partiti di corsa, il padre furioso perche lo contiene non ne sia all’altezza e non riesca ché non trovava più la sua borsa ... Quella sera era a sgusciare via dai limiti (la scrittura per prima di sparito, non lo avrebbero mai più rivisto, rapito daldialoghi e situazioni, è la stessa Nicchiarelli insiele Br aveva detto l'inchiesta senza permettere a fime a Michele Pellegrini a scrivere la sceneggiatuglie e moglie di elaborare il lutto. ra) di un «fare cinema italiano» sempre troppo preMentre svuota la casa Caterina, che ha seguito le occupato far quadrare i conti e troppo poco di inorme professionali paterne - la sorella invece ha un ventare una sua libertà.

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vissuto di fronte all’inesperienza del giovane sovrano che però lo conquista con le sue battute dette al momento giusto - per esempio di fronte alla cameriera che cade con tutti i piatti nel corso della cena - e con la sua disponibilità a uscire dal protocollo reale. Niente di che stupirsi, Michell (Notting Hill) è inglese e il tocco «british» lo dispensa a piene mani anche nel paesaggio, nella confezione in stile come si dice, «belli i costumi, bravi gli attori» profusa a piene mani, in cui annaspa persino un attore come Bill Murray inchiodato nel ruolo di Roosevelt. E nella sequela di stereotipi d’America, perché d’accordo lasciamo fuori la Storia

BAFTA AWARDS

Dieci nomination per «Lincoln» di Spielberg Tra gli attori è sfida tra Day Lewis e Phoenix
Rese note le candidature ai britannici premi Bafta, i corrispondenti degli Oscar che verranno assegnati il 10 febbraio al Royal Opera House. Sono «Argo», «Lincoln» di Steven Spielberg, «Life of Pi» di Ang Lee, «Zero Dark Thirty» di Kathryn Bigelow che si contenderanno l’ambita statuetta con l’unico inglese del gruppo «Les Miserables» di Tom Hooper. Il maggior numero di nomination è andato a «Lincoln» di Steven Spielberg (da noi lo vedremo il 24 gennaio) totalizzandone ben 10, ma mancando quella della regia. Stessa sorte per Tom Hooper per l’adattamento dei «Miserabili» (dove Anne Hathaway è indicata da molti come una probabile vincitrice dell’Oscar). Nella categoria rientrano invece Michael Haneke («Amour»), Quentin Tarantino («Django Unchained»), Ben Affleck («Argo»), Ang Lee («Life of Pi») e Kathryn Bigelow («Zero Dark Thirty»). «Les Miserables» e «Life of Pi» hanno ricevuto nove nomination a testa, «Skyfall» ne ha prese otto, «Argo» sette e «Anna Karenina» sei. Tra gli attori, è sfida tra «Lincoln» e «The Master» di Paul Thomas Anderson: Daniel DayLewis, Tommy Lee Jones e Sally Field sfideranno - rispettivamente nelle categorie «miglior attore protagonista», «miglior attore non protagonista» e «migliore attrice non protagonista» - Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman ed Amy Adams. Nomination al miglior attore protagonista anche per Ben Affleck («Argo»), Bradley Cooper («Silver Linings Playbook») e Hugh Jackman («Les Miserables»).

ma liquidare Eleanor Roosevelt che fu una delle principali sostenitrici dei movimenti per i diritti civili in America come una sciocca fanatica dell’etnico versione indiana è davvero irritante. Ancora di più lo è il trattamento riservato a colei che in fondo dovrebbe essere la protagonista, Daisy, dipinta come una specie di cameriera invasata che passa le notti a fumare e a correre a piedi nudi sull’erba mentre si consuma di nostalgia per l’impossibile amore presidenziale. Daisy Suckley, vicina a Roosevelt anche il giorno della morte, non era una presenza «irrilevante» nella vita del presidente americano. La storia della loro relazione la mostra come una confidente preziosa, con lei Roosevelt parla dello sbarco in Normandia, condivide le sue incertezze, le confida il desiderio di lasciare la Casa Bianca,ormai molto malato per una vita meno affannosa. Daisy si occupa della biblioteca del presidente, è lei che organizza il suo archivio, che sceglie i documenti da conservare. E sarà ancora lei a accompagnare durante la seconda guerra mondiale Roosevelt nei viaggi attraverso gli Stati uniti. Mentre qui la vediamo entrare a far parte del gruppo presidenziale solo perché ha vinto la sua gelosia verso l’altra amante, la segretaria. Al di là - o al di qua - della Storia il problema è Michell predilige la superficie, la dinamica della commedia senza ambiguità, del sorriso facile e mai raffinato, dell’ovvio strumentale. E a questo punto la domanda che viene lecita, perché scomodare tanti grandi nomi, ha solo una possibile risposta: sarebbe stato tutto ciò di qualche interesse senza il re d’Inghilterra e Franklin D. Roosevelt?

JOHN LENNON

Anche Al Pacino nel film «Imagine»
Sono fissate per la prossima primavera le riprese di «Imagine», un film basato su una lettera scritta da John Lennon e con un cast che comprende i nomi di Al Pacino, Julianne Moore e Jeremy Renner. Il plot si basa su una storia; un musicista folk riceve una lettera scritta dal «baronetto» 34 dopo che l’ex Beatle l’aveva imbucata. L’idea del film è venuta al regista e sceneggiatore Dan Fogelman dopo aver letto nel 2010 un articolo su internet in cui parlava di Steve Tilston, musicista britannico, che era stato intervistato da una rivista musicale nel 1971. Nell'intervista Tilston spiegava d'essere preoccupato perché, se fosse diventato ricco e famoso, avrebbe perso la sua creatività. Lennon dopo aver letto l'intervista scrisse a Tilston offrendogli il suo aiuto e il proprio incoraggiamento. John rassicurò il dubbioso musicista affermando che essere ricchi «non fa cambiare le tue esperienze o il modo in cui pensi». Un progetto parte, uno si arena. È stato infatti annunciato che l’idea di Robert Zemeckis di rifare «Yellow submarine», annunciato nell'agosto del 2009, è definitivamente naufragato.

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il manifesto

GIOVEDÌ 10 GENNAIO 2013

COMMUNITY

le lettere


LAZIO
Giovedì 10 gennaio, ore 18 DONNE SENZA PAURA Il Centro Culturale Aldo Fabrizi partecipa alle iniziative per contrastare la violenza sulle donne e sui minori con un convegno, giovedì 10 gennaio alle ore 18.00. Partecipano all’incontro, a cura dell’Associazione Giorgia2009onlus, Annamaria Cosetti, responsabile donne del V Municipio – la D.ssa Daniela De Giorgi, Psicologa e l’Assessore ai Lavori Pubblici e alle Periferie di Roma Capitale Fabrizio Ghera. ■ Centro Culturale Aldo Fabrizi – San Basilio, via Cagli, Roma Giovedì 10 gennaio, ore 18 REMO ANZOVINO Presentazione del suo ultimo album, «Viaggiatore Immobile». Il quarto album del musicista che si è imposto in vetta nella classifica di musica jazz di ITunes e che è destinato a travalicare i confini nazionali in una lunga tourneé. Introduce Gino Castaldo. ■ La Feltrinelli, via Appia Nuova, 427, Roma

re, ma che comunque nulla hanno a che fare i reati di terrorismo e con l’esorbitante pena di 5 anni di carcere che Lander rischierebbe, a causa della legislazione speciale che vige nel suo paese, se fosse estradato a Madrid. Le accuse mosse a Lander riguarderebbero, infatti, un presunto danneggiamento di un autobus vuoto e in sosta, avvenuto nel febbraio del 2002, addebitatogli sulla base di una testimonianza estorta con la tortura a un suo coimputato, che è stata oggetto anche di attenzione da parte delle Nazioni Unite, con una relazione presentata e documentata nell’informativa del 30 marzo 2005 alla Commissione sui Diritti umani. Un reato che, anche se fosse dimostrato, sarebbe stato comunque già prescritto nel nostro Paese. In realtà, Lander paga il suo impegno politico per la dignità e la libertà del popolo basco; è una vittima di quella legislazione “emergenzialista” che in Spagna continua a produrre numerose violazione dei diritti umani, come più volte è stato denunciato da istituzioni quali l’Onu e da organizzazioni internazionali come Amnesty International. Per questi motivi, la richiesta di estradizione va rigettata e Lander scarcerato. Giovanni Barbera, presidente Municipio Roma XVII.

LOMBARDIA
Venerdì 11 gennaio, ore 18.30 VIETNAM Viene inaugurato domani «Vietnam, cultura di riso e bambù, fra le etnie del Vietnam del Nord» una mostra di fotografie di Massimo Allegro, mostra promossa da Provincia di Milano/Assessorato alla cultura. Fino al 27 gennaio. Ingresso libero ■ La Casa delle culture del mondo, via Giulio Natta 11, Milano

INVIATE I VOSTRI COMMENTI SU: www.ilmanifesto.it lettere@ilmanifesto.it

PIEMONTE
Sabato 12 gennaio, ore 21 LE FAVOLE DEL RAGIONIER BIANCHI Riapre la Casa del Teatro Ragazzi e Giovani con lo spettacolo Favole al (video)telefono della compagnia vicentina - Teatro Stabile d'Innovazione La Piccionaia, liberamente tratto da Favole al telefono di Gianni Rodari. Le favole che il ragionier Bianchi – spesso lontano da casa - raccontava a sua figlia per telefono, diventano ora le storie che Carlo e Paola, in viaggio per lavoro, raccontano ai propri bambini con l’aiuto della tecnologia. Replica la domenica alle 16.30 ■ Teatro Stabile d'Innovazione per Ragazzi e Giovani, corso Galileo Ferraris, 266, Torino

La notizia della condanna a 6
anni di reclusione per i "presunti" e ribadisco presunti scontri di Roma del 15 ottobre u.s., mi ha lasciato esterrefatta. Non solo per l' abnormità della condanna, ma soprattutto per una giustizia che guarda caso viaggia sempre a due velocità e quindi mi domando: come mai per accertare e condannare i reali responsabili delle nefandezze perpetrate a Genova ci sono voluti almeno 10 anni per poi non vedere condannato nessuno e invece per questi manifestanti ci hanno messo così poco? La risposta è ovvia ma vale la pena di porsela ogni volta che questi episodi accadono. Colpiscono anche le voci di chi vuole una magistratura asservita al potere quando giudica i lestofanti presenti nelle istituzioni e invece la osanna quando manda in galera dei poveri cristi. Non so per voi, ma la ferita inferta a questo Paese e alla sua fragile democrazia nell'estate del 2001 a Genova, resta profonda e sanguinante e certamente questo tipo di giustizia non aiuta a sanarla. Soprattutto perché più il tempo passa e più le mie certezze sulla premeditazione, da parte del Governo e degli organi preposti, di ciò che avvenne in quei giorni si rafforzano ogni giorno di più. Un movimento quello di allora che era cresciuto passo passo e si era rafforzato e soprattutto protestava contro i pericoli che la finanza e il mercato avrebbero portato alle democrazie e ai popoli. Un movimento che è stato falcidiato e che da allora nessuno è stato più in grado di rimettere in piedi. Con dolore vivo questa ennesimo colpo alla giustizia, alla democrazia e alla libertà che ci viene sottratta ogni giorno in nome di un modello di sviluppo che non ci appartiene più. Ma quanto ci vorrà prima di poter rivedere enormi masse di popolazioni da tutte le parti del mondo unite contro chi ci sta rubando non solo il futuro ma an-

che gli strumenti per costruirlo? Tiziana, Roma

Ho appreso, con amarezza, della condanna dei sei giovani per gli scontri avvenuti 15 ottobre 2011 in piazza San Giovanni . Ho seguito la manifestazione nei collegamenti in diretta tv di rai news 24 e di altre televisioni , sono sconcertato, in quella occasione ho visto delle banali immagini di un furgone che percorreva, senza difficoltà, la piazza San Giovanni nella direzione della Scala Santa e giunto nei pressi dell'edificio si fermava e ne scendeva l'autista che gesticolava in maniera teatrale la sua disperazione. Il mezzo è stato abbandonato nella totale indifferenza dei pochi presenti nei pressi. Da allora continuo a raccontare ad amici e conoscenti quella evidente ed inspiegabile sceneggiata non più riproposta dalla Rai. Mi chiedo se i legali ed il giudice hanno potuto accedere a quelle immagini. Se altri come me hanno visto e hanno interpretato la vicenda come ve la sto raccontando. Questa mattina ho inviato al Direttore di Rainews24 la richiesta di poter ricercare quelle immagini, che testimonierebbero i fatti descritti e la scomparsa del poliziotto "pasoliniano". Saluti Enrico Panella

PUGLIA
Giovedì 10 gennaio, ore 18.30 PALESTINA La Palestina come chiave di lettura di quello che potrebbe accadere anche a livello mondiale. Se ne parla nel corso di un incontro ad Altamura nella Sala Convegni Abmc. ■ P.zza Zanardelli, Altamura

SICILIA
Giovedì 10 gennaio, ore 18 IL TEMPO MATERIALE Palermo, 1978. Tre undicenni vivono nell’atmosfera di un Paese sconvolto dal sequestro di Aldo Moro. Conquistati dall’ideologia e dal linguaggio delle BR, ne emulano le gesta generando una terribile scia di caos e violenza. Tratto dall’omonimo romanzo di Giorgio Vasta, il graphic novel di Luigi Ricca «Il tempo materiale» (Tunué) è il racconto di una generazione che ha perso l’innocenza negli anni di piombo, passando dall’ottimismo del boom degli anni Sessanta ad una lunga stagione di terrore e di sangue. Se ne parla oggi nel corso di un incontro con i due autori in libreria insieme a Matteo Di Gesù. ■ La Feltrinelli, via Cavour, 133, Palermo Tutte le segnalazioni a: eventiweb@ilmanifesto.it

La Corte europea dei diritti umani
di Strasburgo ha condannato l'Italia per trattamento inumano e degradante di 7 carcerati detenuti nel carcere di Busto Arsizio e in quello di Piacenza. Vorrei sottolineare come lo spirito "caritatevole", quando è speso contro l'ingiustizia, serve a sopportare la nostra stessa faccia quando l'incontriamo allo specchio la mattina rifacendoci il trucco o la barba, ma ad essere anche solo un minimo attenti, non è utile nemmeno alla salvaguardia dei nostri più meschini interessi. In Costituzione, il quarto comma dell'Art. 13 che recita, «È punita ogni violenza

il manifesto
CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE benedetto vecchi (presidente), matteo bartocci, norma rangeri, silvana silvestri, luana sanguigni DIR. RESPONSABILE norma rangeri

fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà», ed il terzo comma dell'Art. 27 che sancisce «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato», non sono scritti per «carità», ma proprio nel nostro interesse, sia quello di singoli e privati cittadini, sia quello di pubblica comunità. Perché se è certo che non possiamo privarci della possibilità di far entrare in luoghi di segregazione chi viola le leggi e con essi la nostra stessa incolumità, è pure altrettanto certo che è sempre nel nostro interesse che da quegli stessi luoghi, possano realisticamente uscire persone migliori di quelle che vi entrano, e non peggiori, come oggi sistematicamente ed obiettivamente accade, proprio in ragione delle condizioni di "orrore medioevale" in cui versano appunto le carceri italiane. L'espressione "orrore medioevale", è stata usata niente meno che dal Sig. Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e riferita a quei particolar luoghi di segregazione che sono gli Opg (Ospedale psichiatrico giudiziario), come ci ha ricordato su «il manifesto» del 23 dicembre 2012 Dario Stefano Dell'Aquila. E su «Avvenire» del 5 gennaio 2013, si è letto un editoriale in prima pagina a firma di Umberto Folena, che cominciava così: «C'è qualcosa di sbagliato nelle carceri italiane. Terribilmente e drammaticamente sbagliato». Anche se possiamo consolarci con il credere che l'espressione "orrore medioevale" sia valida per gli Opg e non per gli Istituti penitenziari "normali", se continuiamo a far finta di niente e lasciamo i Marino e i Pannella nel loro isolamento, dobbiamo convincerci che il livello di inciviltà, è come un tumore, quando c'è, se viene dimenticato dov'è annidato, manda "metastasi" anche nelle parti più sane e belle, di cui non perdiamo occasione di magnificare le virtù. Vittorio Melandri

La politica dei tagli alla scuola,
aspetto particolare della lunga aggressione all’universo dei servizi sociali, semplice prosecuzione delle politiche berlusconiane, è molto più di una cieca politica economica. Siccome è dato di buon senso, oltre che risultato di osservazioni statistiche consolidate che alla formazione del ragazzo contribuiscono in modo preponderante le condizioni socio-familiari, ogni misurazione, come dice l’articolo della Legge di stabilità “dei risultati conseguiti dalle singole scuole” – e tanto più la metodica Invalsi, l’unica oggi in funzione nella scuola italiana – non farà che confermare “tecnicamente” che i Pierino di Don Milani sono i più bravi. Non solo nessuno osa più ripetere con la scuola di Barbiana che fare parti uguali tra diseguali è il massimo della diseguaglianza, ma si fa proclamare per legge che chi ha di più deve avere di più. Non è un paradosso, è la sostanza del “primato del merito” predicata dal neoliberismo. L’altro aspetto eclatante, sempre di valore generale, che da tale norma viene in luce è la legittimazione all’appropriazione privata di un servizio pubblico, che, in quanto tale, dovrebbe essere per definizione universale. Si dice qui scuola, ma potremmo con altrettanta proprietà dire servizio sanitario, università, ecc., tutti settori nei quali - prima ancora che il diritto - la logica, la pratica, il costume della privatizzazione è in questi trent’anni progressivamente cresciuta, condizione che la crisi attuale sempre più accelera e autorizza. Velio Abati

Cosa accade quando un paese, un popolo pretende di impadronirsi dell'acqua? Cosa accade quando si devia un corso d'acqua a vantaggio di un paese lasciandone a secco un altro? Come “Carovana dell'acqua in Palestina” abbiamo preso questa tormentata parte del mondo quale chiave di lettura di quello che potrebbe accadere anche a livello mondiale nei due incontri organizzati il 9 e 10 gennaio, il primo a Bari il secondo a Altamaura. L'analisi di quanto accade in Palestina offre buoni spunti di riflessione: decine di migliaia di palestinesi sono privi di accesso all’acqua perché i loro vicini hanno deciso che l'acqua appartiene a loro. Israele priva migliaia di Palestinesi dell’accesso all’acqua. L’impegno della carovana, promossa dal Contratto Mondiale sull’Acqua è quello di attivare relazioni di solidarietà e cooperazione tra le comunità locali ed i movimenti dell’acqua in Italia e in Europa in contrasto ai processi di privatizzazione. La carovana dell’acqua in Palestina Mi spiegate in quale altra democrazia occidentale una persona condannata a 4 anni per frode fiscale e interdetta dai pubblici uffici per cinque non solo guidi una coalizione che punta a governare il Paese ma si candidi a fare il Ministro del Tesoro ? C’è da augurarsi solo , in presenza di tanta irresponsabile tracotanza, che gli italiani alle prossime elezioni dimostrino di essere informati, maturi e responsabili per far diventare finalmente anche il nostro un Paese normale. Riccardo Canesi, Carrara

Ineccepibile e romantica la lista
di Monti, piena di operai, sindacalisti, artigiani, insegnanti precari, poeti, artisti e disoccupati. La crema di una società a senso unico dove ogni sponda meno borghese è come un'onta a ogni selezione. La spadaccina generosamente pronta alle stoccate di Silvio, un direttore di giornale elegantemente destrorso e brandelli di illuminata élite raccogliticcia e accomodante. Non cambierà mai nulla se da un deserto di ragioni civili non possa riuscire a fiorire la bellezza concreta di scelte e orizzonti autentici. Bellissima agenda: un due novembre periodico lungo una legislatura. Abbracci e cordialità Cristiano Cant, Pesaro

Auspichiamo vivamente che la
Corte di appello di Roma, che l'8 gennaio si è riservata di decidere nei prossimi giorni, respinga al più presto la richiesta di estradizione della Spagna per Lander Fernandez Arrinda, agli arresti domiciliari dal 15 giugno scorso sulla base di accuse che, non solo sono tutte da dimostra-

I BAMBINI CI PARLANO

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chiuso in redazione ore 21.30

tiratura prevista 52.020

«Che cosa è l’arte?» «Dei disegni che fai per dimostrare quanto sei felice». «È un modo di esprimersi con i disegni. Tipo: io voglio fare un viaggio in aereo e mi disegno sopra un aereo». «Un modo di esprimere il carattere, le sensazioni, quello che provi agli altri». «Ma esiste solo l’arte dei disegni, dei quadri?» «No. Anche la musica è un’arte per esprimere. Anche con le parole, la scrittura». «L’arte è qualcosa che puoi mostrare al pubblico, non tieni solo per te». «Un cantante è una persona che fin da piccolo voleva fare il cantante, ci pensava. Ma non bisogna pensarci, fallo». «È un modo di esprimere e non puoi essere giudicato. Se fai un’opera che ti piace, ok l’hai fatta». «L’arte è una cosa dove tu ti devi esprimere,

DComizi sull’arte e dintorni
Giuseppe Caliceti
non gli altri». «Quello dell’artista è un lavoro o un hobby?» «Mio nonno mi ha portato da un artista suo amico. Fa disegni bellissimi». «Anche mio nonno fa quadri. In soffitta. Però li fa solo adesso che è in pensione, per hobby, prima invece faceva il capostazione». «Anche mia zia dipinge, è brava». «Per me quello dell’artista è un hobby». «Dipende. Se ti pagano, è un lavoro. Però devi essere famoso». «Che differenza c’è fra il lavoro di un artista e un altro lavoro?» «Un artista esprime le sue sensazioni o caratteristiche, invece un operaio o un muratore deve solo fare il lavoro che gli hanno detto. È vero, può cantare mentre lavora, ma è un’altra cosa». «L’artista è libero di esprimersi come vuole, senza un padrone che lo comanda. Invece un operaio, un banchiere, devono eseguire quello che gli dicono di fare». «Un artista è una persona libera di esprimere quello che vuole». «E chi fa un altro lavoro? Esprime le sue sensazioni, dice quel che pensa?» «Sì. Può farlo. Ma non lo pagano. Lo fa per hobby». «Per me, quelli che fanno altri lavori, magari le cose che pensano le tengono più segrete». «Oppure non sono capaci di suonare uno strumento musicale, di disegnare». «L’artista può esprimersi in tanti modi, invece un lavoratore come il vigile in un solo modo». «Conoscete il nome di qualche pittore?» «Picasso». «Mosè». «Miró». «Van Gogh». «Musicisti?» «Michael Jackson». «Gigi D’Alessio». «Laura Pausini». «Beethoven». «Vasco Rossi». «Politici?» «Mario Monti». «Berlusconi». «Obama».

«Napolitano». «Ma come si chiamava il prete...?». «Il prete? Ha detto politici». «Ah, già!» «Scrittori?» «Stefano Bordiglioni». «Madia». «Dante Alighieri». «Roberto Piumini». «Attori?» «Serena Gomez». «Belén Rodriguez». «Leonardo Di Caprio». «Scoobi Doo, How are you». «Avete mai visto un’opera d’arte?» «Io sì, quando ero piccolo in un museo, una scultura». «Io in una biblioteca. Degli artisti avevano letto dei libri, si erano ispirati e poi avevano fatto il quadro». «Io sono andato al concerto di Laura Pausini». «A Milano ho visto una mostra con un dipinto del mare bellissimo». «Io a Milano ho visto le opere di Dalí e mi hanno fatto venire allegria perchè erano molto buffe».

GIOVEDÌ 10 GENNAIO 2013

il manifesto

pagina 15

COMMUNITY
DEMOCRAZIA ITALIANA

NON ILLUDIAMOCI, LA COSTITUZIONE È DIETRO LE SPALLE
Luca Nivarra gni tanto, disseppellita da un suo tardo e interessato estimatore, ricompare sulla scena la vecchia e gloriosa Carta del ’48, per il resto consegnata ad una condizione semivegetativa, così come si conviene a chi, avendo conosciuto stagioni luminose, trascorre le sue giornate nella penombra della vita o negli anfratti della storia. Come, sobbalzeranno indignate sulle loro poltrone le sue irriducibili vestali che, specie a sinistra, sono ancora legioni? La nostra costituzione, nata dalla resistenza, base civile e presupposto giuridico di una rivoluzione promessa e ancora in larga parte incompiuta, trattata alla stregua di un reperto archeologico? Eppure le cose stanno proprio così. La Costituzione e, più in generale, il costituzionalismo democratico sono ormai alle nostre spalle e nulla, proprio nulla, potrà riportare indietro le lancette dell’orologio e restituirci ciò che aveva fatto di un semplice documento normativo, per quanto collocato al vertice del «sistema delle fonti», un potente fattore di innovazione giuridica e sociale. Perché è proprio questo il punto: alla Costituzione è successo quello che era già successo al codice civile. Quest’ultimo aveva permeato di sé un’epoca storica, l’Ottocento, consacrando la nuova egemonia borghese. La proprietà fondiaria, il contratto individuale, il rapporto di lavoro tra «eguali»: insomma, tutti gli istituti fondamentali del diritto civile, che poi erano anche i capisaldi giuridici del capitalismo, facevano del codice la vera carta costituzionale del nuovo ordine. Ma poi tutto cambia: il Novecento, tra fallimenti del mercato e regolazione del conflitto, è il secolo della «decodificazione»: gli equilibri del sistema giuridico si spostano verso l’alto (le Costituzioni «lunghe», luoghi del compromesso e del bilanciamento, ma anche dell’affermazione della potente razionalità del capitalismo fordista: che senso avrebbe avuto una norma come quella dell’art. 36 sulla retribuzione del lavoratore se non fosse stato disponibile uno strumento come il contratto collettivo?), e verso il basso (la legislazione speciale che prova ad articolare un discorso normativo all’altezza del disegno costituzionale). Naturalmente, nella pratica quotidiana, il codice civile occupa ancora un grande spazio: basta sfogliare i repertori di giurisprudenza. Ma, salvo qualche inguaribile nostalgico, nessuno guarda più ad esso come al punto archimedeo dell’ordinamento, alla fonte che ne scolpisce e fissa la fisionomia. Ora, alla Costituzione è accaduta esattamente la stessa cosa. Certo, ogni anno la Consulta sforna centinaia di sentenze, alcune delle quali anche di grande rilievo politico (basti pensare alla n. 199/2012, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma che aveva reintrodotto la disciplina dei servizi pubblici locali abrogata dal referendum): ma chi, dotato di buon senso, può davvero pensare che la Costituzione rivesta ancora oggi un significato emancipatorio, ovvero sia in grado di legittimare pratiche di conflitto sociale all’altezza dell’attuale fase dello sviluppo capitalistico? Sono venuti meno tutti i presupposti della razionalità costituzionale: istituzionali (basti pensare che il fondamento normativo dell’adesione all’odierna UE è l’art.11, norma «sovranista» per definizione); politici (i partiti di massa e i sindacati di classe evaporati come nebbia al sole e sostituiti da oligarchie dedite solo alla riproduzione di se stesse), materiali (il lavoro fordista soppiantato da una nuova ed inedita composizione della forza lavoro): e questo sarebbe di per sé sufficiente, senza dovere tirare in ballo le continue manomissioni a cui la Carta è stata sottoposta nel corso degli ultimi anni ad opera, in primo luogo, dei postcomunisti e dei postdemocristiani (dalla riforma del Titolo V all’introduzione del pareggio di bilancio, per non parlare poi dei meccanismi della rappresentanza, i quali hanno un rango sostanzialmente costituzionale, e che sono stati continuamente stravolti in senso maggioritario). Il richiamo alla Costituzione, nel tempo presente, quando non è strumentale, è da anima bella. Siamo entrati da tempo in una fase postcostituzionale e, dunque, costituente: il primato del diritto europeo che, all’inizio, si presentava come un’importante ma innocua innovazione normativa, si è tradotto, sotto la spinta della globalizzazione liberista, in un fattore di trasformazione dell’ordinamento, relegando le costituzioni nazionali (nella loro dimensione formale e in quella di diritto vivente) ad un ruolo del tutto marginale. Solo partendo da questa consapevolezza (che poi è quella che ha animato le lotte e i movimenti per il «comune», non a caso categoria del tutto estranea al lessico costituzionale) sarà possibile, per la sinistra, essere all’altezza del tempo presente: lasciamo la nostra vecchia Costituzione a toghe e tribunali, oltre che a qualche ben retribuito guitto televisivo, e guardiamo avanti, all’Europa dei movimenti e del comune.

O

Se contro l’Italia torna la speculazione
ILLUSTRAZIONE DI MARA CERRI

DALLA PRIMA
Giulio Marcon

«Spending» di guerra
e già da allora era stato aspramente criticato dalla campagna Venti di Pace (da cui ha poi tratto origine la campagna Sbilanciamoci!) e da allora l’Italia ne ha realizzati due, che ha chiamato Scirè e Salvatore Todaro. Sono sommergibili d’attacco, capaci di ospitare reparti di incursori e anche -come ha fatto Israelearmamenti nucleari. Tanto rapidi non sono visto che - fortunatamente- i tempi della loro produzione si sono allungati molto, ma sicuramente invisibili sì, e soprattutto ai fustigatori della spesa pubblica. Quando si tratta di tagliare scuola e sanità ci vedono benissimo, ma di fronte alle spese militari non si accorgono di niente: né dei sommergibili U 212, né dei cacciabombardieri F35, né di un disegno di legge delega sulle forze armate che nei prossimi vent’anni ci farà spendere più di 230 miliardi di euro per le armi. Quello dei sommergibili è l’ultimo regalo avvelenato del governo Monti: un premier che non ha problemi a spendere 2 miliardi per due sommergibili, ma ne ha molti di più se deve destinare risorse al lavoro, alla scuola, alla sanità. Il suo è -come al solito- un rigore a senso unico. La spending review vale per i lavoratori, ma non per i generali e gli ammiragli come il suo ministro Di Paola. Tra l’altro si tratta -dal punto di vista operativo- di scelte inquietanti: sia i sommergibili U 212, sia i cacciabombardieri F35 sono dei sistemi d’arma buoni per l’attacco ed entrambi possono dotarsi di armamenti nucleari. Si tratta di armi per andare in guerra e non per difendere il paese, come invece prevedono l’art. 11 e 52 della Costituzione. Bisogna porre fine a questo assurdo spreco di risorse. Perché con i soldi dei due sommergibili potremmo fare tantissime cose e molto più utili, tra le quali: mettere in sicurezza 3mila scuole che non rispettano le normative antisismiche e antincendio, far nascere 1500 asili nido, avviare un programma di ammortizzatori sociali per i lavoratori precari, fare gran parte degli investimenti che sono necessari a risanare l’Ilva di Taranto. I soldi sprecati nei sommergibili accontentano la casta dei militari (e magari qualche faccendiere) creano pochissimi posti di lavoro e ci consegnano due battelli che saranno - fortunatamente - inutilizzati e non operativi, anche perchè poi non ci sono i soldi per la manutenzione e l’addestramento. Invece di far affondare l’Italia, facciamo affondare il progetto di questi due sommergibili e destiniamo le risorse risparmiate a far uscire il paese dalla crisi.

DALLA PRIMA
Claudio Gnesutta, Mario Pianta
Si tratta di attivare nuovi strumenti europei per sostenere l’economia e avviarla verso un sentiero di crescita sostenibile, con un ampliamento del bilancio dell’Unione, il varo di eurobond destinati a finanziare progetti di investimenti per l’economia verde e un ruolo maggiore della Banca europea degli investimenti (…). E’ importante inoltre aumentare i margini di manovra per le politiche di spesa a livello nazionale. Su questo versante il fiscal compact introdotto nel 2012 rappresenta una decisione di particolare gravità perché impone il limite dello 0,5% del Pil al "deficit strutturale" dei conti pubblici; in più prospetta il rimborso in vent’anni dell’eccesso di debito pubblico rispetto al 60% del Pil (…). Le modalità specifiche dell’applicazione di queste misure ai diversi paesi sono ancora non ben definite e la possibilità di allentare le politiche di austerità si gioca sul terreno di questo scontro tra visioni diverse sul funzionamento dell’economia e sulle priorità per l’azione dei governi. In questa direzione va anche l’iniziativa promossa dalle socialdemocrazie europee per produrre un Independent Annual Growth Survey pubblicato a novembre 2012 da Ofce francese, Iclm danese e Imk tedesco; il rapporto mostra che senza modifiche dei trattati europei è possibile un percorso di aggiustamento fiscale che distribuisca la riduzione di deficit e debito tra 2013 e 2017; questa manovra farebbe crescere l’area euro dello 0,7% l’anno in più in questo periodo, accelerando la fine della recessione (http://www.socialistsanddemocrats. eu/gpes/media3/documents/4121_EN_iAGS_Report_version%20finale.pdf). La seconda novità è venuta da Mario Draghi nell’estate scorsa, quando ha dichiarato per la prima volta che la Bce salverà l’euro «con ogni mezzo necessario». Insieme ai nuovi strumenti d’intervento introdotti – il Meccanismo europeo di stabilità (il fondo salva-stati) e il piano per l’acquisto di titoli pubblici da parte della Bce (lo scudo antispread) – quest’impegno ufficiale di Draghi ha attenuato negli ultimi mesi del 2012 la speculazione contro il debito pubblico (…). Ma non è da escludere che un successo del centro-sinistra alle elezioni in Italia possa aprire un nuovo attacco speculativo contro il debito del paese. Sarebbe un test decisivo della determinazione della Bce di proteggere un paese membro dell’euro, e l’Italia è un paese "troppo grande per fallire" ma anche troppo grande per essere ridotto a una condizione subalterna come è successo alla Grecia. Tuttavia, c’è il rischio che un’Italia in difficoltà venga spinta a far ricorso ai fondi europei d’intervento, che prevedono esplicite condizionalità in termini di riduzioni di spesa, privatizzazioni, etc. Un attacco speculativo potrebbe così portare a misure opposte alle politiche di cambiamento scelte dagli elettori, con un drammatico svuotamento della democrazia: quasi un colpo di stato della finanza (e dell’Europa)

contro un paese in difficoltà, una riedizione della vicenda greca (…). La terza novità riguarda proprio la Grecia, ed è la decisione della Germania di escludere esplicitamente la possibilità di un’uscita della Grecia dall’euro (…) Sul futuro dell’Unione monetaria è importante che lo scontro tra centro e periferia non veda i singoli paesi in difficoltà misurarsi da soli con le istituzioni europee, ma si costruisca uno schieramento compatto della periferia europea (con in più la Francia socialista) che sappia rinegoziare le regole e le

Le quattro novità dell’attuale quadro economico europeo consentono allo schieramento progressista di provare a cambiare la rotta dell’Europa.
priorità europee (…). La quarta novità la troviamo sul piano degli equilibri politici, e qui non sono pochi i segnali negativi. La vittoria di François Hollande non ha mutato in modo significativo gli equilibri in Europa. Le elezioni in Olanda hanno faticosamente portato nel novembre scorso a un governo di coalizione tra liberali e socialdemocratici con il liberale Mark Rutte nuovamente primo ministro, con un approccio molto vicino al governo di Berlino. In Germania le elezioni dell’autunno 2013 si preparano con una forte popolarità della cancelliera Angela Merkel, una caduta dei consensi al Partito liberale ora al governo, e un profilo incerto e debole dell’opposizione socialdemocratica che, insieme ai verdi, non presenta un’alternativa riconoscibile rispetto alle attuali politiche del paese. Il governo che uscirà dalle elezioni di febbraio dovrà aver ben presente questo quadro continentale, la necessità di far "cambiare rotta" anche all’Europa, l’esigenza di

destinare grandi energie ai rapporti a scala europea. Per avere possibilità di successo, la partita sul cambiamento in Italia dev’essere giocata con uguale impegno a scala europea, con un forte investimento politico e diplomatico, con una forte richiesta di democratizzazione delle decisioni, di ridimensionamento del potere ottenuto dalla Germania, con la costruzione di alleanze tra i paesi della periferia europea. In questo percorso, la politica italiana non è sola. Ci sono state le mobilitazioni dei movimenti, finora soprattutto a scala nazionale. C’è una crescente consapevolezza dell’opinione pubblica europea, mostrata dai sondaggi, sulla necessità di politiche pubbliche per uscire dalla crisi, di far pagare la finanza e tutelare le condizioni sociali. E c’è stato il primo sciopero europeo, il 14 novembre 2012, convocato dalla Confederazione europea dei sindacati contro le politiche di austerità dell’Europa, che ha visto il sindacato tornare sulla scena. C’è infine la scadenza elettorale del 2014, un anno dopo quella italiana, per le elezioni del parlamento europeo, l’unica istituzione democratica dell’Unione europea. Un possibile governo di centro-sinistra in Italia non troverà in Europa un letto di rose, ma un terreno di scontro in cui è possibile ottenere qualche cambiamento di rotta anche a Bruxelles, Berlino e Francoforte. Avrebbe dalla sua parte la forza della ragione: in assenza di cambiamenti, l’Europa è destinata a una nuova grande depressione e l’euro finirebbe per crollare. Le mobilitazioni dei movimenti, la voce del sindacato, l’alleanza tra i paesi della periferia europea e il voto europeo del 2014 rappresentano opportunità per costruire un dibattito comune – attraverso le frontiere - sulle vie d’uscita dalla crisi d’Europa e per riaprire processi di partecipazione democratica che restituiscano ai cittadini di tutti i paesi la scelta sull’Europa che vogliamo. (La versione completa di quest’articolo è su www.sbilanciamoci.info)

Contro la censura
Per la libertà di stampa in Cina

Un sostenitore del giornale Southern Weekly dimostra su una sedia a rotelle contro la censura a cui è stato sottoposto il quotidiano, che ha proclamato uno sciopero. Alla fine i redattori hanno vinto la loro battaglia con la promessa di minori interventi da parte del partito sugli articoli. Foto Reuters

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il manifesto

GIOVEDÌ 10 GENNAIO 2013

L’ULTIMA

elezioni

ILLUSTRAZIONE DI MAURO BIANI A DESTRA MASSIMO MUCCHETTI, DAL CORRIERE AL PD, SOTTO CORRADINO MINEO, RAINEWS24, CAPOLISTA AL SENATO PER LA REGIONE SICILIA

Giorgio Salvetti a occuparsi di politica a provare a occupare la politica il passo è breve. Per qualcuno. Tanto più quando i politici sono così screditati da rendere accattivante e spendibile anche una figura che ultimamente non gode certo di popolarità. Il (la) giornalista. Tra i vip che giorno dopo giorno riempiono le liste più o meno civiche dei partiti, a fare notizia sono proprio quelli che fino all’altro giorno le notizie le davano. Corradino Mineo, da direttore di Rainews a capolista del Pd in Sicilia. Massimo Mucchetti, editorialista del Corriere della Sera candidato per i democratici in Lombardia. Mario Sechi, direttore de il Tempo schierato con Monti. Ida Dominijanni, dopo 30 anni a il manifesto, nel listino di Sel. Rosaria Capacchione, giornalista minacciata di morte dalla camorra, invece sta con Bersani. Roberto Natale, presidente della Fnsi con Sel e Oscar Giannino che fa da sé con il suo movimento «Fare». Nonostante tutto, il fascino della politica vissuta in prima persona attira ancora chi meglio la conosce e che proprio per questo potrebbe esserne un po’ schifato, e forse dovrebbe sentire anche il dovere di mantenersi a distanza. Il fenomeno non è nuovo e ha precedenti autorevolissimi (o imbarazzanti), basti pensare a Michele Santoro, Lilli Gruber e Furio Colombo, ma anche a Magdi Allam o Piero Marrazzo, solo per restare ai tempi recenti. Storie molto diverse accomunate da un’unica costante: la voglia o la necessità di saltare dall’altra parte del taccuino con tutti i rischi (pochi), ma anche i vantaggi, che questo comporta. Scelta nobile o abdicazione dalla propria funzione critica e indipendente? Lo abbiamo chiesto ad alcune firme più candidabili in assoluto. «A me non hanno mai chiesto di candidarmi ma se qualcuno me lo avesse chiesto gli avrei detto no grazie». Piero Ottone, decano del giornalismo italiano

D

Giornalisti
e storico direttore del Corriere della Sera dal ’72 al ’77 non ha dubbi. La sua è una sentenza. «Il giornalismo e la politica sono due mestieri diversi, mischiarli crea qualche confusione di troppo. Come nel caso dei magistrati, il giornalista ha la necessità di essere super partes. E questo vale tanto più per uno come me che continua a credere nell’obiettività». Più articolato il pensiero di Carlo Freccero, direttore di Rai4. «E’ un argomento delicato. Credo che tutto dipenda dalla biografia delle persone. Sono scelte che in generale non mi entusiasmano, anche se le rispetto. Per comprenderle però bisogna collocarle nel contesto della vita professionale di chi le fa». Ma l’indipendenza dei giornalisti? Freccero è disincantato: «Non prendiamoci in giro, i giornalisti sono una casta, fanno una professione che inevitabilmente si presta a mille conflitti di interessi, anche senza candidarsi». Il passo decisivo quindi, secondo Freccero, sarebbe una vera e propria scelta di vita, tanto più credibile quanto più coerente con la storia di chi lo compie. «Certo – aggiunge – in molti casi evidentemente chi ha fatto questa scelta non aveva la possibilità di esprimersi più come voleva nel suo lavoro». Ma si tratta sempre di storie particolari: più che il sintomo di una crisi generale dell’informazione, si tratta casomai dell’ennesimo segnale della crisi della politica che per parlare alle persone ha bisogno di usare dei professionisti della comunicazione,

dei veri e propri «spin doctor», magari pescando tra quelli più teletrasmessi. Molti giornalisti si sono guadagnati credibilità e notorietà e sono sempre più adulati dai partiti che se li contendono come fossero giocatori famosi. Non tutti però muoiono dalla voglia di scendere in campo. «Certo che mi hanno chiesto di candidarmi – racconta Marco Travaglio - ma per me si tratterebbe di scendere e non di salire in politica. Facciamo un lavoro così bello che davvero non capisco perché molti lo svalutino al livello molto meno nobile del parlamento. Io sono della scuola di Indro Montanelli, che quando Cossiga voleva farlo senatore a vita rispose di no e aggiunse che aveva visto tanti bordelli da ragazzo e del Senato faceva a meno». Certo Travaglio ammette qualche illustre eccezione, qualche amico: a partire da Furio Colombo e Michele Santoro. «Michele non aveva più un lavoro in Rai, anzi lo accusavano di prendere uno stipendio per non fare niente». Ma si tratta di casi rari e che comunque si concludono con un saldo negativo per i giornalisti. «Finisce che ti usano, ti parcheggiano, ti frustrano e poi tu devi accollarti tutte le porcherie che fa il partito che ti ha candidato. Una tristezza». Per il vice direttore de Il Fatto non c’è nessun fascino a trovarsi alla pari dei vari Scilipoti. «Ma anche di Bersani o Casini. Un bravo giornalista sa morte e miracoli e tutte le miserie dei politici, trovarsi invischiato dentro quel mondo senza poterne prendere le distanze è quasi una tortura. A parte per quei giornalisti che finiscono in lista come ringraziamento per i favori fatti ai politici». Anche a Milena Gabanelli sono state offerte poltrone prestigiose. Le ha rifiutate. «Nella mia Bologna, mi hanno chiesto di

È LA POLITICA BELLEZZA
Il quarto potere aspira a un posticino in parlamento? Abbiamo chiesto un commento ad alcune «penne» illustri che non si candiderebbero mai
candidarmi a sindaco da più parti, in modo trasversale». Per lei i giornalisti sono cittadini come tutti gli altri e hanno tutto il diritto di impegnarsi in politica - «anzi in molti casi hanno acquisito sul campo una competenza maggiore di altri personaggi noti come sportivi o veline» - con una avvertenza però: «Una volta che un giornalista fa questo passo non può più tornare indietro. E’ una scelta difficile perché la politica è un mestiere e chi non lo conosce può restarne vittima. Questo vale per tutti coloro che non sono politici di professioni. Ma per i giornalisti c’è un problema in più: la politica è una strada senza ritorno perché un giornalista per essere autorevole deve essere sempre indipendente».

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