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Boccaccio] Torraca, Francesco - Per La Biografia Di Giovanni Boccaccio

Boccaccio] Torraca, Francesco - Per La Biografia Di Giovanni Boccaccio

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PER LA BIOGRAFIA
DI

Giovanni Boccaccio
APPUNTI
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FRANCESCO TORRACA
con
i

ricordi autobiografici e

documenti

inediti

MILANO -ROMA - NAPOLI
SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI
DI

Albrìghi, Segati e C.

1912

M'hh/

''<•„

PROPRIETÀ LETTERARIA

Stabil. Tip.

!23-Roma Riccardo Garroni - Piazza Mignanelli,

TRE DATE

molti anni prima All' « inestimabile » {to early a work). Opere inglesi sul Boccaccio . Destinata principalmente al « diletto » dei comuni. per esempio: « il non fa che ripetere cose già dette da ste altri. adorno d'una cinquantina d'illustrazioni. intorno alla vita dell'immortale autore del De- cameron. stampato. John Lane. noi non accettiamo. Scrive. non sempre quella dei nomi propri e dei titoli di opere (Messeia. pubblicata l'anno scorso da Edoardo Hutten(^). Pesaerini). è come mostrerò via via. non ha accettato. a quello di Arnaldo le cose. Ai Parenleli. xxviii-426. Vili. Della . Della Torre. crede A. del gran pubblico. ma. Boccaccio e Chaucer e Shakespeare. negli ultimi trenta anni. un compilatore: dove pare che indaghi sono le ragioni. a biographical study by LondoD. compilata su le opere più autorevoli.) invece che: — Ha indagato. libro del Crescini e.La biografia di Giovanni Boccaccio. meritano È un bel volume menzione : di pp. nonostante la sua perfezione di lui. Zevati. attinge la materia de' primi capitoli. Que- per le quali io ho considerato Filostrato come ». VII. intarsiata di copiose citazioni. Sinossi del Decameron con alcune opere da consultare: IX. e L'Hutteu non è un critico. / precursi del B. Indice del Decameron de' passi italiani riferiti nel testo e nelle note è t>. elegantemente (1) Giovanni Boccaccio. 1910. stando così non si può non provare un' impressione di giocondità quando gli si sente dire: — < Ora noi indagheremo. noi crediamo » (321 sgg. Quattro delle appendici speciale « VI. Edward Hutten. piìi spesso. corredata di frequentissime indicazioni bibliolettori grafiche.. Rocca le inesat- Carabba. Molte sono tezze piccole e grosse. seguita da non meno di nove appendici. si può considerare i come buon tentativo di comporre a sintesi risultati delle indagini condotte. La stampa generalmente corretta. composto così per tempo Ma. così l'aveva considerato Vincenzo Crescini. discuta per conto proprio.

l'ultimo omaggio reso proposito. Si ricomincia ah ovo. ma domando: una regola generale da un incidente ? La regola. tra l'altro. uomo già maturo. a guisa di reper- torio o di prontuario boccaccesco. Cosi cren to-day. Boccaccio. in fa tuttora in Italia » (sueh. marito e padre dj t quando rapì Cecilia Champaigne. e li invita a riprender in esame le questioni. nelle al pudore. Una delle rare volte che esprime un'opinione tutta il almeno nella forma. sempre. : il Boccaccio era un simpatico giovinetto scadire di Goffredo Chaucer. che era famiglia. Esperto come era divenuto del cuore delle donne di quella — almeno del cuore donaa — Giovanni indovinava tutto questo. glielo aveva e poi sempre pregato. che altri. an ummaried woinan . di lodare o di biasimare. Vita doneslica in Italia. e non iguota a Fiammetta. e sapeva iuoltre ciò che ella non poteva dargli che egli desiderava se non se si lo fosse Ijreso con un'apparenza almeno di violenza. coni' egli dice. succedono inevitabilmente nuove indagini. meno quanto VArte d'amare di Ovidio. dice Dante. negava sempre quantunque assai di buon grado avrebbe voluto darglielo. Non so se 1' Hutteu abbia trarre qui. nato a Parigi nel 1313. ma che padre della letteratura inglese. che rappresentano lo stato delle conoscenze intorno a un dato argomento in un dato tempo. il lalo. un incidente riferito un libro inglese intitolato inteso.si raccomanda anche agli studiosi. « Nasce a pie del vero il dubbio ». che pubblicò (221). si scopre che ò « assolutamente d'accordo con il lui ». racconta che Boccaccio dovette superare delle difficoltà prima di ottenere « quello per cui. —A donne. are Italian manners). suo groso volume la bellezza di tren- tadue anni fa sua. si può dire che desiderar è permesso vecchia per lo di apparire vittime di violenza eia. ora. da vera donna. E cita. prima. venne a Torre. nuove analisi. i punti ancora oscuri. e Fiammetta l'amava. avevano invano tentato di chiarire. alle sintesi. Attilio quando Hortis. come si vede ditWAmeto. a prova. che dà come risolute. solo in Italia è applicata ? Si dice che V ipocrisia sia un omaggio reso alla virtìi. Fiammetta. L' che il Hutten espone.

a priori. sessantesimoterzo nel suo chiara che quel giorno egli entra luglio 1304. i . nunc annos subtrahis. 1910). nel 1314 s>. il Boccaccio E del 20 luglio.nacque nel 1313 ovvero. Sen. o passati - ser compiuti vale quanto cosa sola: il 3ietà del 1314 e in rigorosamente una dire che questo testo prova 1313.d'Aquino Napoli nel 1323. 1). un pagine erano già Toglia. L'Hauvette prende mosse da un articoletto del prof Boccaccio. Devo perciò restringermi . secondo il Wilkin. Era. a ravette tentar di scuotere quella. se il Petrarca vuol dentemente non si può l^vi- dine dire che egli precede compiuti. procuratomi Eomanic Bevine (l. ottenne l'amore di lei la corte per ben cinque l'Haudel 1386. The date of the birth of da'la estratto del quale. mi giunse quando queste cortesia del Sig. fu tradito nel 1339. le fece il anni. 3 (lu- glio. pubblicato nella H.settembre 1911). ad aggiungere su le bozze composte in tipografia. ristretto termini alla prima metà di quelF anno al quale piace farlo venire a Nama l'Hauvette trova tutt' altro che chiara e precisa poli nel 1328 unica fonte della nola testimonianza del Petrarca. sia nella prima Boccaccio nacque sia nel (i). 4. V. Ma ecco nell'estate l' Hutten. che della biografia del gione. \ decidere.. G. essendo nato ad Arezzo il 20 nec juvenum more altqnot Sic si vemm dicere solitus es. e gli diPetrarca scrive al Boccaccio il 20 luglio 1366. WiLKiNS. poi aggiunge: anno. ego te in nascencUcyrIl - ipse Ubi quoque III. prima che. novem annorum spatio antecessi {Ep. vide la prima volta Maria inutilmente sabato santo 30 marzo 1331. chiama « la pietra angolare » rimettendo in discussione l'anno della Boccaccio — ammesso che il nascita. nel le Bulletin italien XI. . quanto vi manca? questo il - — (1) Pater la biographie de Boccace. generalmente anzi qualcuno aveva Boccaccio fosse nato nel 1313. — — tizia. ormai. - Boccaccio di nove anni esattamente o che stanno per esma di quanto? il che caso.

attigerat Ma.. il abbastanza confusamente. del dimidium. e corregga in nota di avere il scritto altra volta che ella aveva cinque anni e mezzo. ma i dodici mesi passati dal 20 lu('^). ma. : — sono nato nove anni prima di te. Il Fracassetti. considerando il testo de plus près^ a me sembra se ne possa arguire soltanto che il Boccaccio era nato verso il mese di luglio del 1313. . che. la dal giorno preciso della nascita. Il Petrarca non dice indeterminataIo Io ho nove anni più di te bensì mente : — . mais. certo. mentre ricorda siche toccò « la nanche l'ora allo spuntar dell'alba — — soglia di questa vita in ». Violante. ea peregri uatione quarta nuno aestas agìtur: triennio senior factus suni De reb. 5. ricordando viaggio fatto insieme con lui nel 1330: « Ab h.— 8 — L'osservazione è acuta. non . da cui lo comiucia e. ma mi capita un recentissimo Soixante». 207. dit pas eiieffet(il Boccaccio) quintum annuni compleveral . Se differenza notevole. che ne fa? Chi tocca la metà^del quinto anno. tera. in nota alla traduzione di questa letfrase. romanzo francese. in più o meno. ossia contava per no non l'anno 1304. glio 1304 al !20 luglio 1305 Per questa medesima pour Viaisemblable que les troia der- (^) « Ces cousidérations amòneut à fin tenir Boccace uaquit à l'extrèiue de 1313.fam. nella ])rima poeta nella « inchiude nel computo anche l'unno 1330. uon ha comi piuto cinque anni da sei mesi ? Mi era venuto il sospetto che Francesi contassero gli anni diversamente da noi. e lo dice nel giorno anniversario della propria nascita. e dix-neuf ans (2) vi leggo: ! — « Je ne suis plus un ])oui)on. Egli non computava la sua età dal millesimo. scriva: « elle était au milieu de sa cinquième si année — elle avait quatte ans et denti ». et demi En il il plein dans ma quatre-vingtihne Il 9 agosto 1334 Petrarca scrisse a Giacomo Co'onna vescovo di Lombez. niers mois. gli sarebbe. perchè « no ». eans eu excliire ». parlando della morte di sua et figlia ». osservò I. ». de janvier à rnars Il Boccaccio. come FHauvette finisce col suparre (^). man- cato modo di accennarvi soprattutto se fossp stata di nezzo anno e più. vi fosse stata. dice : « quintum quippe jam auuum attigerat dimidium Non si capisce perchè l'Hauvette.

l'anno cominciasse il 1^ gennaio o il 25 marzo. nato tra il 25 marzo 1313 e il 25 ». e lo paragona con quello di quattro anni prima: « Or sono quattro anni. che si stimava maggiore non poter esser giammai. il Il vero è clie il poeta computò il triennio dal luglio Era 9 agosto. al 1314. d'altra parte. cadrebbe l'altra osservazione dell'Hauvette che. 65. pur datando atti al 1313 e. fu coronato con la corona ferrea il 6 gennaio 1355. — Il mese il di luglio. « gnificava per un fiorentino. per il Petrarca. dunque. partì per Roma a ricevervi quella d'oro ». non perchè vissuto tanti anni a Napoli. Villani IV. poiché qui nella basilica di Sant'Ambrogio ebbe cinta la corona ferrea. non per conformarsi a lui. appartenevano secondo lo stile comune o nuovo. 44. computo. possiamo sapere se. parve il freddo sì forte. Cesare. Il Villani parlò del gran freddo dell' inverno 1354 in apposito IV. Noi. seconda. 14. Il 18 gennaio Carlo giunse a Pisa. IV. . dove lo stile fiorentino non era adottato ma perchè i Fiorentini. correva la quarta estate. quando Cesare nostro. 364.—9— — ragione. >. (1) Fracassbtti. Lettere familiari XX. 312. I. Storia di Milano. Verri. e così lo computava il suo grande ammiratore Boccaccio. solo che consultiamo la sua lettera Crescens occupatio. non era uno di quei secondo lo stile fiorentino. capitolo. computava l'anno dal V gennaio. sì orrendo il verno. . marzo 1314 tre. soli 20 giorni egli era divenuto triennio senior. ma da Cfr. Carlo IV. « uou ha riguardo che agli auni corsi dopo quello. dal quale il Pe- trarca cominciava che. e sul cominciar del seguente. da cui co- mincia 20 il computo 1330. M. esser nato nel 1313 siesser. cioè a dire sulla flìie deir anno 1354 della sesta età nostra. Il Petrarca. e pochi giorni dopo partì da Milano (^). Il 9 febbraio 1359 descrive a Lelio il gran freddo che fa a Milano.

in Santa Maria Novella. alcuni ne indica Marzi nell'importante suo libro su la Cancelleria della Repubblica fiorentina (^). Sì. Prediche] Firenze. Vttso era tradizionale. fratelli come tentano mesi nel contrasto di Bonvicino da Riva. È vero che la data della lettera. Giacomo Molay. avvenne nel marzo del 1314 (stile comune) 0) (2) (3) De Genealogiis XII. fra Giordano da Rivalto uscì a dire: « Questo dì non ha nulla ragione di essere capo d'anno » (^). perchè i podestà di/ Firenze assumevano l'uffìzio il P gennaio e non il 25 marzo perchè proprio il 81 dicembre Boccaccio di Ghellino faceva porre ad ardere nel focolare domestico il ceppo (^). domanda contando. 433 sgg. perchè sinora generalmente ignorato. è ab incarnatione. non avevano di fare i dèb\. Altrimenti non si capirebbe. — — ciainoli nel 1341 porta: « a dì xxviii d'agosto Anni Domini 1341 vette datati ». scritta dal Boccaccio al duca di Durazzo nell'aprile del 1339. perchè proprio il P gennaio 1304. 65. dal posto che occupava secondo la tradizione antichissima e secondo la Chiesa. ma la lettera da lui mandata all' Ac.reca alla biografia una correzione ed un particolare. Casciano Cappelli. L'Hause si trovino documenti fiorentini non — secondo lo stile fiorentino.— pubblici e lettere private 10 — 25 marzo. per esempio. obbligatorio Più utilmente l'Hauvette. a nativitate. cioè. . se « gli il scrittori e notari fiorentini stile usavan tutti concordi lo dell'Incarnazione. detronizzato gennaio. Rocca S. Dimostra che la tragica morte del gran maestro de' Templari. non ». e avverte che. MDCCXXXVIII. 1910. 86. alla quale il padre del Boccaccio fu presente. . che si può dir nuovo.

nel libro della col- imposta dal re Filippo Bello. 1905. vigorosa. Esso s'impernia tutto sul presupposto che il Boccaccio. « per la cavalleria del re di Dopo r anno della nascita del Boccaccio. alla Navarra suo figliuolo primogenito ». stringata e suggestiva. presso la chiesa di Saint Jacques la Boucherie. che vide Maria per prima volta. e per conseguenza. Confesso che anche io. L'Hutten. Lapi. si dubita delle conclusioni alle quali con una dimostrazione ampia. introaccettarle l'Hauvette. passata la prima impressione di schietta ammirazione per il dotto e acutissimo ragionamento del giovine e valente professore. quando la al volle astronomo Andalon del Negro. come appare dalla lettera Sacrae famis e dall'episodio d'Idalagos nel Filocolo. non potè non il attenersi strettamente « calendario astronomico. le tiene per Vangelo. che le ha lucidamente riassunte in una delle appendici. dopo. indicare il giorno. era giunto Arnaldo della Torre (^). si rimette in discussione quello. e si dotto allo studio di essa dall'amico Calmela.non letta {taille) Il il del 1313. e ci fa sapere che. sono segnati per trenta soldi parigini Boccassin lombari et son frère^ dimoranti tra la via Pierre-au-let e la via des Arsis. quale poneva l'entrata {^) La giorinesza di Giovanni Boccaccio. in cui venne a Napoli. versato nell'astronomia. Città di Castello. non sono riuscito a persuadermene. . fine del 1313. istruito dal celebre e. ma non si piega ad annunzia che altri studiosi le rifiutano. in cui s'innamorò di Maria d'Aquino. quello.

Più particolarmente V amico ha veduto o studiato le fasi della luna. delle sei prime si sbriga abbastanza concisamente. l'un dopo l'altro. italiana. ma che farci ? L'aritmetica 14 marzo » (^). Era un sabato santo. contava soli dieci anni. il Boccaccio enumera le sette parti del Trivio e del Quadrivio. E che cosa ci dice? Che l'amico. senza nessuna pretensione di compiutezza ed esattezza scientifica. nido di Leda i Zodiaco. dell' Hutten nella Kass^.del Sole in Ariete. così nella lettera Sacrae famis. ma poco dodici segni dello esattamente. quanto di far un po' di sfoggio di erudizione mitologica. ha imparato a conoscere i sette pianeti. accennando ai loro soggetti. Era fanciullo ancora. non è un' opinione. recenis. libro 1. . N. Io mi permetto di pensare che. si trattiene un poco più intorno alla settima. nel cielo stellato che chiama dantescamente. Nella lettera. Però l'intenzione sua. della Leti. « et post istas alias quam plures fìguras sub diversis climatibus positas ». come nell'episodio d' Idalagos. come il cielo stellato — — (1) Della Torre.gna hibUogr. ossia al li£ — il principio della primavera. del I. studiando da se il trattatello dell'astronomia. la ragione per cui Marte appare rosseggiante. non è tanto di mostrarsi dotto in astronomia. S. e il sole aveva percorso 16 gradi d'Ariete: dunque. E perchè Galeone racconta neir^me^o che quel sabato santo capitò giusto sette anni e quattro mesi dopo il suo arrivo a Napoli. è chiaro e certo che il Boccaccio venne a Napoli nel dicembre del 1323. si vede facilmente. è chiaro e certo che fu il 30 marzo 1331. poi. le nozioni astronomiche sieno presentate alla buona.

— ! M. solevano. dei due coluri I trattatisti. si fosse affaticato non breve tempo a richiamarsi alla memoria. re dell'età d'argento. l'equatore lo zodiaco e il tropico del cancro. sia detto con la riverenza dovuta al « pastor solennissimo ». Proseguendo. per filo e per segno. I maestri di astronomia Macrobio. ("^) nelle stampe del Corazzini e del habent partem inlabitur. Marte il dio della guerra. poco dopo. per esempio felice — . o capire chiami Amone frisseo l'Ariete. indicare le co- (^) « Rectum equinotium curviimque zodiacum ». Capella (^). come il Boccaccio nella lettera Sacrae famis. non molto forte in didattica. di due soli cerchi dice qualche cosetta. Calmela. imaginò che il disgraziato Idalagos. e Giove. dalla sfera celeste e dai cerchi massimi e minori. confronto : « Aquilonis utraqne Draco qui inter utramque flexuosus . Ar- È chiaro che si deve leggere eqmtvotialem. e sogliono. madre Amaltea Il « la Capra del cielo » o Capricorno. » e. Idalagos li ricorda per filo e per segno. non ignora che Venere è la dea dell'amore. via arsa da Fetonte la Galassia. pochino a dire vero. troiana prole l'Aquario (Ganimede). fra Ristoro di Arezzo cito quelli. Alfragano. il due poli. gl'insegnamenti di Calmela. prole di Leda i Gemelli. dai sette pianeti e dallo Zodiaco. Per com- penso. nel Filocolo. ma Calmela. Brunetto Latini. giudicò equamente. Marciano Capella. che ho a mano cominciano « da vero principio ». Bene inteso. legato nei nocchi del pino. li dava un po' a casaccio.— posi sopra i 13 (^). il Per chi volesse fare Septentrio. animale mandato da Pallade (o da Diana?) contro Orione lo si Scorpione. perchè può chiamare. « trans equinotium transiens videe Chelen Traversali. Boccaccio non seguì davvero un' ispirazione quando.

e qual fosse la cagion del perdere e dell'acquistar chiarezza. Lyra. dove Teti tra- sportò da Ghirone Achille dormente: che s'abbia a leggere. Crater. anche Carmina varia {Par. V. Sagitta. Cani. Lepus. 29: « il come nella gran Chiron di Sciro ? ». alii quem alii Booten appellant. pisce che 37). Cetu. 144). Corvus. Ercole — ma. Procyon. lo non sica- cosa abbia a vedere. i masculinì. questa volta.— stellazioni 14 — boreali non zodiacali. al) Orlon. 838. « lo « malvagio reggi- mento del corso della luce seguitando» {Purg. austriua autem liaec Hydrus. quali plutei. e quali gradi. Calmela ne indica cinque boreali Ginosura. Cygnus. meglio. 72). Teseide. prima. qui Oriouis pede defluit. e in quello. Caseiepia. Eridano risaltar indietro. boreali ed australi. Perseus. V. M. allora due volte cirsuo centro movente intorno al piccolo si il cerchio. Centaurus. con Zodiaco. Soiro. ne' Poetae latini BaehrÈns. e gl'inopinabili casi dell'argentea luna. e finisce mettendo insieme. Delphinns. (1) 353. quali i femminili. L'enumerazione dei pia- dopo : — — — neti e delle costellazioni zodiacali. iPurg. centro del cerchio portante cuisce il il dimostra. Piscis austrinua. di nomenclatura tecnica più copiosa. Eridanus. IX. salta alle australi per poi Corvo. Cepheus. Capella minorcs del Cfr. Lepre. e perchè tal volta nel suo epiciclo tarda. e poi delle sue stelle. Aquila. Pegasus. Corona di Arianna. Cominciò a dir li nuovi mutamenti. tal veloce e tal volta eguale deferente. Cratere. alla rinfusa. e con che ragione il suo corpo. ch'ell'è quant' è una Passò cantando al nido di Leda. Caelulum Ara Vili. imprima del monton Frisso disse. .s. abbellita anclie questa volta di reminiscenze dantesche (^). quali lucidi. Andromeda. ad un tratto. Boote. IV. « senza mutar nota ». le australi Elice. quali azemeni. Corona Ariadnes. ». 59. DelHeniochus. Nixustiue quem Engonasin dicunt. o. » « Il temperato Giove i> XXII. intramezzata di erudizioni meno trite. quali tenebrosi. in quelle. navis Argo. Ophiucus. da vero principio cominciando. da Cliirone a ScLiro Qui il testo dev'essere guasto. Canicula. è. cturus. 8nnt: toton.

con qualche variante. La connaissanee de la nature 144. mutando i tempi. 1911. GL018. Con questo dicendo la variazione delle loro elevazioni pe' diversi orizzonti. che anche il Boccaccio ricorda nella lettera Mavortis come diversamente propriamente astronomica. come l'altro. dirò. il nido di Leda.e quali di 15 - aumentati dalla fortuna fossero. e li termini di ciascuno in quello. membri. F animale uscito dalla terra a ferire Orione. si qualche volta. si Comunque osservi sia trattata la materia. dalla materia ornamentale. mondo astronomia propriamente detta. (1) Questa nomenclatura si può veder dichiarata et nel libro del LakParis. Tornano qui. la nutrice miles. . dimostrò. enumerò autori e libri. e similmente qual pianeta fosse casa. che avesse letto le opere dell'Abate Gioachino « Di spirito profetico dotato ». il Monton Frisso. e quale in esso s'esaltasse la tri(i) plicità. che non conosceva de visu. du monde au Mayen Age. : F indice si può citare senza aver ietto Perchè zione di vellatore. veda subito che non ho punto l'intenmancar di rispetto al nostro grande nodirò che anche il suo « maestro » Dante. e poi in che sotto i sette climi l'abita. i due fratelli di Glitennestra. ma di cui gli forniva nomi e notizie la cronaca di Martino Polono. sia. insieme con uno spruzzo di astrologia. 298 sgg. e che legge da lor sia provata nel ritondo anno. per esempio. mitologica. e come il alla lor signoria imprima in sette. e le tre facce Mostrando appresso così de' pianeti come de' segni le complessioni. dodici parti sia diviso. La forma schematica dà l'impressione del- Che è questo? Un'infarinatura di l' indice dei capitoli d' un il trattato trattato. o qualche altro repertorio. così quello. Ha<?liette. i sessi e le potenzie determinate negli umani . o di quel Pietro Mangiatore. Io non credo.

ove egli fu da Giove locato Arione. e poi. certe volte. perchè spaventato dallo Scorpione. che dell'astrono- mia. per lo soverchio tempo messo ad aspettare i non maturi fichi. e la cratera d'oro locati. fatato. che è quello « sacrificato da Alcide per la morte di Gacco ». pe' meriti dell'uno e dell'altro. ora. udì dalla bocca di Calmata. invece di far lezione. al principio lib. passando a rassegna una trentina di costellazioni. l'apportato serpente. di adornato di nove stelle » delfino. semplicemente nominato nella lettera. . meritarono il cielo ». la qualità di queste allusioni. arse la fine della Libra e il principio dello Scorpione. Le tolse egli direttamente 0) L'edizione Moutier ha: « egli con l'apportato serpente e con lo carro e la cratera (2) ». lasciato lo Zodiaco. svagasse a raccontare storielle ("). e nem" meno da quella il Andalone del Negro. dottissimo uomo. tengo per certo che le caccio importasse assai più di esse. quantunque. ma del tauro. Ne. portò e « quale l'interiora del toro al cielo. con evidente. cantando sopra il portante — Considerando non solo F estensione. III. e ornati di (^) essere in cielo dal stelle » mandator « il più — il del nibbio. meritò per la bella budi gia. è detto. Idalagos. ma anche Boc- come di quella al toro al sacrificato da Ercole. fuggì il quale mortai pericolo. benché inopportuna compiacenza. si aggiunge che. s' indugia a narrare del corvo. di Fetonte. il quale. mal reggendo il carro della luce. Poi. per testimonianza del suo didi si scepolo. credo. « per la recente acqua mandato da Febo. egli. ucciso da Briareo.— leGiove e il suo pincerna. tlel De Casibus.

Astris delphina reeepit fuppiter. Fasloriim I. Tnppiler. per esempio. 803-808: Viseera qui tauri ffammis adolenda dedisset. Parecchie altre notiziole mi i^aiono attinte e ai aW Aratea di Germanico suoi Scolii. antiqui ìiioninienta perennia facli Crater sidera iuncta wieant. uvuni Ivi II. Ivi II. distici: ecco rnltimo* Dixit (Phoebus). Qui calza a proposito un'osservazione. . illis iaurinn Uhi. et meriti < venit in astra suis. fide maius. se uno nasce quando Marte sta in una delle case di Venere. quegli sarà eccessivamente lussurioso. (1) Cfr. Avgiiis. che Mercurio significa tante e tante cose.ulit miìuu^. 21:8 sgg. iaiiiiam flammis exta daturus erat. 579 : Ivimolat ex Victor. foemineis foemineus ».— 17 — — non so se il fatto sia stato già rilevato — dai Fasti di Ovidio (^). sedens eitharamque tenet. Ati. Insegnava.. sors erat aeternos tivcere posse deos. Basterà citare gli ultimi tre distici: Inde. Da quanto il Boccaccio ne riferisce nelle Genealogie^ si cava che Andalone si tratteneva più ad esporre i segreti non gli elementi dell'astronomia. che.. tergo delpJiina reciirvo se Ille memorant oneri suhposnisse et novo. Aris. pia facta vident. Immolat hune Tiriareus facta ex adamante et seeuri. a cominciare dalle « concubinarium dell'astrologia che delectationes cum ed è « cum masculis masculus et ». 91 sgg. cantal r>i aequoreas Carmine miilcet aquag. et stella» itcssit habere novem... cioè in Toro o in Libra. Il mito ò raccontato in nove et. illi Juppiter ulitihus rapere imperat. Ivi III. pretiumque veheiìdi.

Calmela non De Genpalogiis II. uno (jui luogo del Filocolo sin analizzato. nella Coluro di Libra. il Il discepolo di Calmela e di Andalone lui. . il dire in qual data precisa essi cadono. di Alfragano e di Fra Ristoro. di M. perchè Calmeta non lo dicesse ad Idalagos. Vili.fornicatore. equinozio facente da sé de' Pesci di Venere nel luogo ove dimorano situati. e della Vergine onesta. e di cui tutti quelli che potremmo chiamare manuali di astronomia medie: vale parlano »? i Dire la data precisa non pare fosse necessario. Boccaccio avrebbe ignorato che la primavera cominciava realmente il 14 marzo? L' Hutten asserisce: mentari. non lo po- teva ignorare. ma innegabili cognizioni astronomiche. si può domandare. IX. Capella. pure toccando degh equinozi e dei (iv solstizi. dicendo nella fine di quelli il Coluro d'Ariete cominciarsi insieme con lo equinozio del eletto segno. 18 - « et scelestum circum talia hominem ».ne tacciono. 7. perchè. possedendo elesì. 4. Molto più trattali degno di considerazione attenta è il fatto che. Ma ciò importa meno. e del feroce Leone. incominciare Poi E il Della Torre commenta « Ognuno capisce che è troppo naturale. Riferisce Idalagos de' quali tratto proprio dal : Con quel medesimo ordine (Calmeta) fine della quale il del retrogradò Can- cro cantò. per non dire necessario. Prima di il l'aveva voluto provare Della Torre con abbondanza di argomenti. parlando dei solstizi e degli equinozi. proemio. che l'astro di Saturno è odioso e nocivo (^). E vorremmo quindi dubitare che Calmela spiegasse al Boccaccio quella differenza che a questo proposito si notava fra il Calendario ecclesiastico ed il reale. Ma.

aveva indicato nella chiesa di S. non aveva frequentato le lezioni. Non scriveva egli per gli astronomi. al bel principio del il il quale. di conoscere le conseguenze dannose del negligere la meta. che anche Fiammetta non poteva aver dimenticato. scriveva per Fiammetta. ossia Giovanni Boccaccio. . suo « maestro » da' primissimi anni. romanzo.accenni punto alla 19 - data di essi. ma non credo che. Lo stesso Dante. avesse avuto bisogno se fosse stata queir enigma astrusissimo. egli non si era proposto di determinare la data dell' equinozio di primavera. se di spiegazione . e tanto meno alla differenza tra il calendario astronomico e il comune. ne letto i libri di Andalone del Negro. la quale. Badiamo. per indicare il giorno. che riferisce le parole di Gai! meta. ch'era quaggiù negletta sì che. avesse punto pensato a seguire il caIn verità. voleva semplicemente indicare quel benedetto sabato santo. manca precisamente >> glio calzante. per quanto si sa. è Idalagos. lendario astronomico. che alcuni vogliono. giorno del suo innamoramento Lorenzo — su per giù identica a quella usata da Galeone nelVAmeto — la quale qui avrebbe potuto avere opportunamente la spiegazione esatta. e di non tener conto di essa nella cro- nologia del suo poema. in cui vide Fiammetta. non metto in dubbio che il Boccaccio conoscesse la differenza tra i due calendari. Gennaio si sarebbe tutto « svernato ». a lungo andare. E badiamo Colui. inoltre: fra tante citazioni dantesche. con una circonlocuzione in linguaggio astronomico. nella lezioncina di Gaila più opportuna. In conclusione. quella della « « centesma ». la mecentesma. per i dotti. dava al Boccaccio il non trascurabile esempio di amar Lia e seguir Marta.

e propose due spiegazioni. ma opere seriissimamente concepite e intraprese. Oh. il Boccaccio accolse nel suo latino la nozione divulgatissima.- 30 - Rafforza la mia incredulità la considerazione che Boccaccio non si valse di tale conoscenza nemmeno quando sarebbe stato opportuno quando scriveva non un romanzo. verso il 1365. parlò abbastanza a lungo delle stagioni e dello Zodiaco e dei suoi segni. In un capitolo delle Genealogie (IX. confessò di non sapere di quale delle due si trattasse. notò che. 22). « in fu- ignesque ruunt ». vi entrava il 14 marzo. cum rias tunc ver incipiat quando sol arietem intrat ». nel principio di Ariete Dio creò e pose il corpo del sole infine. e così fu. perQuando già il sole era pervenuto chè non disse: . Più tardi. avvertì che Marte ha due case. ma ben pochi sapevano che. essere circa al principio della primavera. e anche prima. discutendo perchè Teodonzio avesse detto che Venere ospitò le Furie nella casa di Marte. e tacque affatto della meno divulgata. delle quali questa è la prima: « si in Arietem duxerit. commentando i versi 37-40 del I canto delV Inferno. tutto pieno di reminiscenze degl'insegnamenti del « venerabile Andalò ». : — all'undecimo grado di Ariete ? . Era scritto anche su i boccali di Montelupo che la primavera comincia quando il sole entra in Ariete. come dice Virgilio. « secondo alcuni ». siccome appresso apparirà: egli nella presente fantasia entrò a dì 25 di marzo ». e allora tutti gli animali. il . dopo aver tradotto in prosa il « volendo per questo darne ad intesto. initium veris designari credo. pure. l'Ariete e lo Scorpione. soggiunse tendere quando da prima (Dante) pose la mano alla presente opera.

con la sottrazione dei sette anni e quattro mesi. ma le ragioni. senza ridu- cere 11 la veduta donna ne' miei pensieri. Boccaccio non intese porre . Vero è che il 1336 ha trovato un nuovo autorevole difensore nell' Hauvette. non sono le più persuasive. prima cioè. erroneamente alcuni cominciarono da quello a contare i sedici giorni passati tra l'equinozio e il sabato santo. d'aver avuto. passato. ni miniamone un' altra. Per la stessa ragione. 11 . che. Racconta Galeone. nel passo il ci- del Commento. ma molte volte. vi trassi ». e supposero avvenuto l'innamoramento Boccaccio non una. giungendo a Napoli. narra di essere giunto a Napoli nella sua puerizia. parecchi anni dopo essere uscito dalla puerizia. passarono sette anni e quattro mesi. in quel punto. egli vi sarebbe venuto nel dicembre del 1330.— 21 Bene dimostrò tato al il Della Torre che. tra l'arrivo e l' innamoramento. di aver compiuto il quattordicesimo anno. ci farebbe tornar indietro al dicembre del 13:28. pericolo di cadere dal cavallo «non retto». di cui questi si vale. la visione di una giovane bellissima che lo baciava e gli parlava dolcemente e d' aver . E perchè ci dice pure che. neWAmeto. E prosegue: «Risentito. perciò. vidi all'entrata de' luoghi cercati ove e l'età pubescente di nuovo. si deve scartare il sabato santo del 1336. co' ridenti compagni mi io entrai. 25 di marzo 1' entrata del sole in Ariete che. Ne abbiamo già veduta una esaaprile 1338. Della Torre intese e intende: « Passarono i primi io risognassi quella anni della pubertà prima che . se quella supposizione reggesse.

Post aanos bis septem necessitate pubesoit. pp. 1.iralis in pilo. dicono lo stesso maestro Taddeo ed Arntldo da Villauova.^: corpore. flore vestit ju venta ». che i Latini dicevano puhescentihus annis. la pubertà s'intendesse cominciata subito dopo la fine dell'anno quattordicesimo (^). Su per che il giù. diciamolo in latino.. secondo Macrobio (% fino al ventunesimo anno. 6. et purgatio fanciullo) ipsa aetatis Tum ». il ne peut y avoir sur Galeone-Giovanni était donc au moins ce point aucun doute. Sat. et j'y — — e qui conviene citare traduce e interpreta: le sue trainai ma jeunesse gui venait cVatla ma pensée la puberté se place à quatorze ans. teindre Vàge de puberté. tanto è vero. I. enim moveri in ipit vis generationis in masculis seminarum Machobio. nelle Istituzioni. ma questo non è esatto. ne' maschi. Della Torre avcA^a « citati. sans plus rappeler à dame qui m'était apparue. Il latino puhescere denota una condizione fisiologica (^). Scip. il valoroso professore di Grenoble crede fermamente che raggiungere l'età della pubertà (atteindre) significhi uscire di pubertà (per entrare nella jeunesse?). La pubertà dura parecchi anni. fit Humor nat. abolendo per rispetto al pudore (^. tit.donna ». au seuil de l'adolescence. si prolunga. (^) l'^) Post ter septenos annos. l'Hauvette parole testualmente J'y entrai. E ancora: « je trainai ma jeunesse qui atteignait depuis peti la puberté ». durior et acuitur in ideo tunc et pulaes et genao et aliae partes (il corporis vestiuatur. Gomme — — entré dans la quinziéme année quand il franchit l'enceinte de Naples pour la première fois. 22. Se ho bene inteso. 7. initium acciprrc disposuimus ». si loda di aver decretato che. Giustiniano. quando aetas transit pneritiam. . VII. In Sonin. la quale non si compie in un giorno o in*un : mese.) Perchè « le latin dans les mots brdve Vhonneletc. genas « Sancta coastitutio ie promulgata pubertatem illieo in masculis post quartum decimum annum conipletum Inst.. 83 e 89.

Ma come se storia di credere composto lei l' il sonetto per Maria. fermo che il sonetto LXXXVI: Se io potessi creder che in cinqu'anni fiiiy ch'egli è che vostro tanto calato di il me vi fosse. l'Hauvette ha rifiutato l'altra affermazione del Della Torre: che Giovanni avesse inutilmente sospirato e sofferto per l'amore di Maria durante un lungo quinquennio. Il Della Torre trasse questo « dato cronologico » dal Resta. ben trovata. È una sottigliezza.-sauna certa inspectionem hahitudinis corporis tradi- zionale. ma che essa era tanto fredda che non aveva mai dimo- Torre asserisce: « strato interesse (volesse) nemmeno di saperlo. Boccaccio non aveva l'età di quattordici anni quando entrò in Napoli la prima volta. dunque. che aver saputo nome mio voleste. a malgrado di questa sua indifferenza. giorni dopo San Lorenzo ? Per il Giovanni ebbe da incarico di scrivere la Florio e Biancofiore pochi d'averla veduta la prima volta in tentar di rimuovere un ostacolo così grave. potrei forse sperare alcun aiuto. nel che è una bella differenza. de' miei danni de' miei affanni per ristorato avermi. quel nome arrivasse alle sue orecchie ». Della che Nel sonetto il Poeta non dice già Maria non conosceva punto il nome di lui. perchè non è escluso che. Con ragione maggiore. né mi parrebbe il tempo aver perduto a condolermi de' miei stessi inganni. ma impotente a mutare il senso . se si vuole.

38 lettori: « n. p. fu condotta a Napoli dalla duchessa Violante. dove l'autore. 32 dell' ediz. dichiara di raccontar cose udite da altri. sposò r« etiope » Raimondo. dama ìe del suo cuore il « stare con i festevole e allegro ragionamento Fatte presctitazioni. prubabilmente dentro il par- latorio comune. lampante. Subito dopo d'averlo veduto nella chiesa. e cautamente il seppe. giungendo la convento. nel parlatorio del monastero di S. 215. * * » tale da non lasciar più duBoccaccio non fosse a Napoli sin dal 1323. Furono composti per un'altra donna. E lì. al « Giovanni. il della quale lascio giudici O madonna. Gigli per la Bibl. seppe ascendere agli onori della cavalleria e acquistare « Un dato di fatto il bitare che (1) Anche i l' Hutten. (shall be) più felice dei mortali se ne' cinque anni che vi farò la corte. Filippa era una lavandaia de' dintorni di Trapani. Avendo allattato un figlioletto nato laggiù a Roberto. accingendosi a esporre le varie vicende di Filippa la Gatanese. tenta una « spiegazione io sarò ». .-. a che li nuovi pensieri le dierono aperta via.24 - chiarissimo. romanica (3) di Strasburgo. ». Maria « desiderò più giorni sommamente di sapere chi fosse l'amato giovane. nostro e ». fu rintracciato dal Della Torre nel Be Casihiis. Giovanni le fu debitamente presentato (^). e come questi. Arcangelo. de' primi quattro versi (^). G. da sguattero che era. Stando nella corte. di che non poco contenta rimase (-). potessi rompere (shonld break) la vostra indifferenza (2) Fiammetta. suoi amici furono « dime8ticameute accolti nella conversazione Della TouRE.. e cose quae fere vidit. vi trovò graziosa ». curata dal prof. tunc Calahriae ducem.

il D. filii. et imperantiet bus se promtam praestare. per dire che Filippa. rem insuper privatam summo studio augere. go VII. Ro- berti regis coniugi. Invece di Boherti iam da lui Regis. se non condotta m'inganno. se summa cura obsequentem inferre. quando quando costei arrivò a costei NapoU. e della nuora. autorità e importanza. accaduti quando il Boccaccio non era ancora nato. moglie di Carlo duca Raymimdus quidem. eisque ad stare. Carlo di Calabria Maria nel 1316. aveva vedova dell'imperatore ArriCaterina d'Austria. sic et Mariae Caroli. commissa peragere. io. lotionum variarum ma- Alcune sto passo io vi delle « non poche » inesattezze di quenon furono taciute dal Della Torre (^). ex serv^o popinario miles factus et claro Philippae Cathinensis sublimatiis coniugio. ne avesse ignorato l'esistenza. venienti Sancia Roberti iam Regis uxori. 4. u. Prima di sposare sposato.- -25 — entrar nelle di Calabria. T. i come s'era affrettata a profferire suoi servigi a Sancia. di cui Non so se abbia tenuto itreseute un'edizione diversa da quella. 119 n. Violanta iam mortua. Ma. ornatus gistram pere om mode exhibere. servire. venne sposa a Carlo ». come poi a Ma- naio del 1323 se : come ria? —A giudizio del Della Torre. Forse Filippa. non offrì i suoi servigi a Caterina. che visse fmo al gendi Valois. stampa Roberti Regis. multa tractare. la il Boccaccio non la nomina nemmeno. i fatti accennati prima parte del periodo. Sancia. 118. la similitudine è istituita tra la (1) P. Sic et Philippa. sono « semplicemente nella allegati come similitudine. così ella seppe grazie della seconda moglie di Roberto. Maria. inter milites sese non minimum gerere. così li profferì a Maria. che pure stava in corte presso la regina Sancia. mi servo e che è quella citata a i». . rileverò una singolarissima omissione.

e quelle di sua moglie. dire che il 1902. rimasta incinta alla morte il del marito (novembre 1329) morì x>oco dopo parto..siui di Andrea iu iniiitta nel 1346 . 81 — Hutten. l'arrivo di Maria di Valois (^). la mette iu com- pagnia di Agnese di Périgori e di Caterina di Courtenay a brillare nella corte del re Roberto dopo (2) (3) i! 1381. È come dire de' vari fatti. Il ragionamento non può vantarsi d'essere tirato a fil di logica. e perchè Maria era a NapoH nel 1324. Braunschweig. in Napoli ». accaduto nel maggio del 1324. Con la spiegazione del periodo il « fere con chiude il Della Torre vidi viene a riferirsi necessariamente al momento del matrimonio di Maria. E biografo inglese non ignora (117) 1 che la tortura ai creduti as»as. Per meglio confermare la sua interpretazione del fere vidi. da lui messi insieme alquanto inesattamente nel primo periodo del racconto delle cose. nel 1346. dell' Hutten {^)) ma non hanno osservato che la morte di Filippa avvenne un anno dopo. egli era a-Napoli nel 1324. « l'unica — : — — (1) Maria. 108. contro il parere dell' Hortis. Questa è l'opinione anche dell' Hecker. confrontato con le cronache e con i docu- possibile » — da lui proposta. alla corte di Ostasio da Polenta. Dunque nell'anno 1324 Giovanni ci si rivela. 63. il racconto del De Casibus.e le arti di Raimondo. 44. mentre il Boccaccio abbiam buone ragioni per crederlo se ne stava tranguillamente traducendo Tito Livio in Ravenna. lo vide. dunque. p. Hecker. dunque. naturalmente. nondimeno. del Traversari e. Giovanni uno solo potè vedere. il Della Torre (^) ritenne. che il Boccaccio avesse assistito al supplizio di Fihppa la Gatanese nel 1345. D'altra parte. Bocaccio-Funrh. I'Hdtten. per sua confessione. P. che dice d'aver vedute co' suoi occhi.

20. Terlicii). II.^ — 27 — non il menti. in expiationem tam venes scelesti operis. Ste« fani sotto l'anno J323 (VI. il 7 agosto. lia creduto l'egr. — Spettava al gran giustiziere Bertrando (non Ugo) del Balzo. furono presi parecchio tempo dopo. accaduti in NapoH tra il 1345 e — Quum truci impetu primo. secondo il — An- Villani. MiNiERi-RiCCio. Tommaso di Pace e Niccolò da Melizzano (^). Ipse autem. 356) comechè lo fosse della casa del lo Balzo. di Gravina per di BB. l'incarico di inquisire gh fu confermato solennemente dal papa nel giugno del 1346 (^). consensii omnium procerum commissum explorare et tanti sce- leris conscios compertos prò arbitrio iuproce- dicare.. qua tractus causa nescio. Saggio di Codice diplomatico. — gnum tem Trivulcii (1. e giustiziati nel 1346. Sorbe'li. che tutti sapevano. ai quali pare il Boccaccio voglia alludere. Niccolò nel luglio. cognato. più tardi. Sanctiam Marchonis (1. comidere ex officio. Morchonis) comitem. Curiosa questa dichiarazione d'ignoranza! Ma per la ragione. e dopo la confessione de' primi arrestati. C^) Era chiamato anche « conte novello » perchè. Rohertum de Campanis mahactenus regni Siciliae Senescalcum. — Actum est ut Hugoni corniti sit Avellini. conte di Montescaglioso (^).. non di Milazzo. secondo il Chronicon Suessanum. . non era conte. clie lia curato la recente edizione della i cronaca di D. dice M. (3) ma novellamente fece conte re » (Roberto). mostra chiaro che egh fatti fu presente ai 1346. SS. II. drea fu ucciso il 17 settembre 1345. di C. Melissano è nella provincia Benevento. — (1) Non di Meleziuo come stampa l'Hutten. et annosam iamque infoelicem Philippam Gathinensem cum aliis quihusdam traxit in carcerem. iu- quidam calabri olim cuhiciilarii Andreae supplicio dedecorosaeque morti traditi essent. suo Cfr. come dott.

— Ma ciò non potè avvenire. Ecco. Philippa. perchè incinta. Chron. 02 angioini: Napoli. in antenna arhoris dictae galeae (-).— 98 — — Nec mora. morì arsa viva quando giunse Ibi quidem a Napoli Ludovico d' Ungheria (^). Sancia. quella di far costruire palco in mezzo al li mare perchè tutta la si città potesse veder tortugli turare. Notiz. la testimonianza di chi ha veduto co' propri occhi innalzare. fu lasciata vivere per allora. che doveva portarli al Castel dell'Uovo. che vi stavano con la regina. 263). spedante populo. concesso assalitori <ìa ria Giovanna rcgisiri il 14 marzo 1346. . e sottoporre al tormento i rei! E non (^).. erat — — quum tolerasse dolores senicula nequivisset.. tratte Ct'r. così soleva fare. Le cose andarono in tutt' altro modo. Avendo^ il popolo multuante assalito il Castel Nuovo. paia strana pensata del gran giustiil ziere. siculiim inceli aulhoriè. consegnati agli assalitori. 1877. 1551. ritu regionis. Riferirò sue parole in altro luojio. 118. Mulinense. stor. medio maris — in sinu. il testo dell'indulto. perchè Dubitando d' interpretar (1) male il testo latino. Erecto quippe immani eculeo in conritti spechi Neapolitanae Urbis medio maris in sinu. Suessamini. Robertus positi et et Sanctia curribiis im- flamìnis malis adligati tribus educti sunt. Dice preciBainente « fece drizzare in mezz' (2) il mare ».. et Philippam torsit misellam etc. inter tor- Philippa torum manus praemortua. ('^) Chron. il di Gravina. furon fatti montare sopra una galea. il Chron. in Minieui-Riccio. e lì posti al tormento. Filippa e altri. nudis cor- — poribus. No. ho voluto consul: tare la traduzione del lietut<8Ì (Venezia. regionis. si direbbe. le Domenico di Gravina. ajjli Cfr. la gran macchina.. C'è una bella differenza! Post dies aliquot. exenterata a carniflcibus est. eo uhi auferendum miserae vitae residuimi ultimo devenere. il anche D.

il sabato santo capitò il 6 aprile.—^era morta in prigione molto prima del supplizio Roberto. Senza dubbio. in carcere ella di Curie! (^). Perciò. premessa a tutta la narrazione: in qua (historia) quaedam oculis sumta meis descriham. cit.. * data deJl' innamoramento. osservo marzo. quando il padre ». e De Blasiis. è inutile pensare. Racconti di Sforii na poletana: Napoli. all'espressione quae fere vidi ipse convien dare il senso di cose che vidi io stesso in parte. Essendo. jjropter ipsliis Philippe mortem. 8. in nessuno dei molti anni corsi dal 1325 al 1387. 117-18. come giorno dell'equinozio. egli aveva veduto Filippa a' servizi di Maria duchessa di Calabria. e. non crede che il giovinetto Giovanni fosse stato introdotto nella corte « l'introduttore di lui fu certo il Napoli tra settembre e il prima del 1327. venuto a novembre di quell'anno (^). 234. antequam esset de dicto crimine condempnatam. Ferrei la. che sono la parte più saliente. possiamo aggiungere. conforme a quello dell'altra. più istruttiva del suo racconto. Lo stesso Della Torre. dimostrato che il Boccaccio non vide con i propri occhi i fatti. è dimostrato che egli non era a Napoli tra il settembre del 1345 e l'agosto del 1346. al 21 di (1) MiNiERi-RfCCio. ma non aveva cominciato a vederla sin dal 1324. più drammatica. (2) Pp. . op. che questo crede e difende. così. sealla Tornando che.

quando il sole era tramontato. il — Ora. quando il sole non aveva percorso se sedici gradi di Ariete. però De Geneal. venerabile Beda. Shidj. meridie fecero principium et in sequentis dici meridiem terminabant. sia secondo calcoli Andaloue. Non resta. il anno il del decennio 1330-1340 il 1333. di Napoli. attestata dall'adagio ('). MOORE. 136 Ebekt. Ripeto. qui et Aetrusci sunt. 454.. Cfr. (2) Nel 1332 il il sabato sauto capitò il 18. si il 52 sgg. Il qttae consuetudo adhue ah preoccupa- aslrologis observatur Della Torre. volentieri citava ne' suoi sermoni il Beda. Fi- renze. 15. la credenza che 18 marzo fosse giorno dell'equinozio di prima- vera aveva per se la tradizione. quel giorno ». Sansoni. del giorno naturale.— sodici giorni nibile. frequentò. da giovinetto. Il la TAttératnre au Moyen rinvìi Age. ricorda che Fiammetta. 1883. 34. un solo (-). 34. volendo trovar la zione astronomica del Boccaccio dappertutto. dove. Il Della Torre. si però. e a farlo a posta. Bono Paris. senza pensare allatto giorno astronomico. Semper quindenis ponantur signa kalendis era avvalorata dall'autorità immensa del venerabile in conto d'uno che il re Roberto (*). c'informa che. con una piccola i>ietra segnava « con gli altri passati Ma « ancora un giorno al passato! » dice ognuìi di noi dopo il tramonto. per dir così. nel 1339 il 24. (3) non resta disponibile non l'anno 1333. nel romanzo omonimo. ossia i dopo ohe di sole era passato dall'Ariete al Toro. De tempm'Uìn ratione di Beda è citato più i volte nel De Genealogiis'. nel 1337 il 19 aprile. errati. nel quale fu sabato santo 3 aprile. Nel 1334 fu il sabato sauto 2(5 marzo. Taachenhuch der Zeitrechnung. . I. sia secondo l'opinione del. « Umbri. e*) Grotefend. riferisce che « al il giorno astronomica- mente considerato precedente ». Histoire generale de 667. Cfr. che tutto Medio Evo tenne de' suoi più stimati maestri (1) Contando per 1 le 24 ore circa impiegate dal sole a percorrere alla corrispondente un grado dell'Ariete da una data ora del giorno 21 del 22. se dopo (^). cfr. ». Gli accenni al tempo nella Divina Commedia. . disponon il 18 marzo. faceva cominciare Boccaccio. la corte del quale il Boccaccio. IIORTis. Invece di II 3 e VII legga II 4 e VI 24. tramontar del sole del giorno I.

avvenuta nel marzo del 1345. Dunque.e nelle 31 - ufficiali (^). su per giù. quae sol est in incipit in principio capricorni et deerit ecc. Moork. . nella Croìiaca del Villani la lettera-sermone mandata dal re ai Fiorentini nel 1333. e questo espressione determina senso preciso dell' mezzo dicembre. che usa altrove. non il 15. 1. addì XIIIJ all'uscita di marzo (1) » — cioè 18 V. anche per lui. Benvenuto da Imola dichiara medio decembris. tra l'altro: « e la luna oscurata tutta a dì 18 di marzo detto nel segno della Libra sue lettere Latini (-) — : gradi sette. il sole entrava ni Ariete il 18 marzo. L'Anonimo fiorentino. non digiuno di e astronomia. XXV. dico dall'autore dell'Ottimo commento alla Divina Commedia. avvertì: « Dove diciamo mezzo dicem« La bre. intendiamo principio di Capricorno » e fine di gennaio è di lungi dal principio del Capricorno quarantacinque dì » (^). il principio del Capricorno cadeva. 95 (1892). per lui. fu seguita da Brunetto da un altro fiorentino. il quale scrisse. commentando il XX nel deìV Inferno. ». cfr. pubblicato dal Bertolotto negli Atti della Società ligtire di storia patria. in cui furon composti il Filocolo e VAìneto. Giovanni Villani. analoga a quella di mezzo mai'zo. che dedica alla « congiunzione di Saturno e di Giove e di Marte nel segno d'Aquario ». parte il traduce dun'Otlimo Commento. il 18 dicembre. all'entrare che fece il sole nel segno delr Ariete ». e. chiosando i versi 141-42 del XXVII del Paradiso. scilicet in medietate martii quod che egli parte riassume. Questi. nel capitolo. (2) (3) In parecchi luoghi del Tesoro. Si noti sinit in fine piscium. Il Trattato sull'Astrolabio di Andalò di Negro. dunque. scrive che Dante cominciò V opera « il CCC. ("*) V. negli anni stessi. riferisce. come il calendario astronomico gli avrebbe insegnato (^). cum l'allusione alla centesma così: « Dicit autor quod priusquam januarius exeat de quarta hyemali.

mostrano a' circostanti. Per convincersene. in cerca di Lia. Ameto riprende le sue corse per campagne e per boschi.. quelli. segue modo tradizionale e comune posizione del sole. Al tempio le correnti pili « fra tutti gli altri eminentissimo. come a da ogni parte. Passato r inverno. festeggevoli esul- tano. essendo e di » Arno diversi dona ciascuno. modi trovano di e in diverse parti raccolti. tutti « cercano le fresche ombre. le matrone e l'antiche madri con risplen- dente pompa ornatissime le loro bellezze visitando. — « quando il il sole entra in Ariete Che più? Lo di calcolare la stesso Boccaccio. Quantunque. naturalmente che da Mugnone.. Per la qual cosa i templi con sollecitudine visitati suonano. venuto nel Montone Friseo. in qualunque parte di fiori per tutto dipinti. festeggiare . sono presenti. e proprio al calendimaggio. di- loro di fronde varie inghirlandati.. porti i prieghi e sacrifici agli Iddii.- 32 ». rende alla terra il piacevole vestimento di fiori innumerabili colorati ». I festevoli giorni dalla reverenda antichità dedicati a V^enere. basta accostare alla sua descrizione. e di ed essi templi. « considerata Todierna solenni tade ». e quivi presi cibi. passano qualche avanzo del chiaro giorno narrando i loro amori. e d'ogni parte i Lidiani popoli ornati con divoti incensi corrono. in quelli gli eccettuati nobili con la moltitudine plebea raccolti. Poi porti incensi e preghi ». insieme con la già detta dea congiunto con chiara luce. in altro luogo dello stesso Ameto. concorre ciascuno tutti sono « già « del giorno venuta la calda parte ». a varii diletti si ». Lia e le sue amiche. Le vergini. cominciando. danno d'allegrezza cagione a' visitanti. tenendo Apollo con chiaro raggio il mezzo del rubatore di Europa.. non quello degli astronomi. tra di onde solenne. il Boccaccio parli di « festevoli giorni ». presente Ameto. è chiaro che a uno solo egli allude. « poi che Febo.

usar quasi le stesse espressioni del Boccacci) e indicare appunto ciò. 132. che fanno le ninfe deìVAmek Il primo di maggio. d'un certo co- lorito pagano. e chiuse di legname in più parti della città. narra il cronista. sur la prairie verdoyante.. in I. et partìculìère- Non ment le premier mai on aliai t aux bois querir le mai. andando per la con ordine. È bello V edere il modertio erudito. e simile di donne e di pulcelle. poesie ìyrique Franee au Moyen Age. on y célébrait sans réserve son empire sur les coeurs. Vita en tU Dante.. un passo di Giovanni Villani. mais c'était le mo- ment où. essendovi entrato il 17 aprile. les jeunes fìlles et les jeunes femmes menaient les rondes pour ainsi dire rituelles. Pa is. il sole teneva esattamente mezzo del Toro. scritte dare un'occhiata anche da Gaston Paris intorno alle alle maggio. C'étaient des fétes consacrées à Yentis. 49-riO.. Les fetes de mai remontent certainement à l'epoque paienne. 22. e signore accoppiate. (-) Les origines de 1893. on s'habillait de feuillage. inconsapevolmente. terra ballando Non feste di sarà inutile belle pagine. stando in giuochi e in allegrezze. . seulement. Compagni. ogni anno per calen di maggio si faceano le brigate e compagnie di gentili giovani vestiti di nuovo. In Firenze.cosparsa. on ornait de violeltes les portes des maisons. e adattata alla cornice campestre. e facendo corti coperte di drappi e zendali. seconde . (1) VII. 33 — come tutto il romanzetto. con gli strumenti e colle ghirlande di fiori in capo. et elles en ont conserve l'empreint. aux jours du renouveau. e in desinari e cene (^). on rapportali des fleurs à brassées. Clr. on y enseignait ses leQons {^). e Boccaccio.

quando s'innamorò di Giovanni. ma non troppo lontano dall'inizio della pubertà. Il che è quanto dire che anche da ciò risulta più probabile. Se. il 30 aprile il sole si trovava a gr. ossia quei primi morbidi peli che cominciano ad apparire a' giovani nelle guancie. . Nel romanzo omonimo. non ci può esser dubbio. al 1336.— 34 ~ il computo comune il calendario astronomico glielo avrebbe fatto oltrepassare da due giorni (^). ma si arricciano naturalmente per sé. il 1323 che non il 1328. mentre era da circa sei mesi nel tredicesimo anno non ancora « fuor di puerizia ». 23. della giovinezza di lui « dava manifesto segnale la crespa lanugine che pur ora occupava le guance sue ». Fiammetta ricorda che. facciamo la solita sottrazio^e. e che per la loro morbidezza o poca consistenza non sono irti ed ispidi. che lanugine occupava le guancie del giovane Boccaccio da poco. osservando pel primo questo particolare. Ora. 16. Il Della Torre. la Questo pur ora vuol dire.' del Toro. se ne valse contro coloro che rimandano l' innamoramento . . come nell'uomo fatto. chi non vede che lo spuntar della prima lanugine sulle guancie del Boccaccio si capisce meglio in sui suoi 18 anni che non sui suoi non nel 1336. ossia più nel 1331 che Non mi precoci. contro la data da pare che quest'argomento possa valere me proposta (1333). troviamo che il Boccaccio giunse a Napoli nel dicembre del 1325. come data di arrivo. anche qui. Ci sono barbe sono barbe ritardatarie. ed a ciò conviene a meraviglia la crespa lanugine. e ci nerale. ora. . Come regola gele Macrobio dice che guance se ne rivestono (') Nella tavola di Audaloue.

esservi giovani ancora privi dell' « onor del mento » a venti anni. qual forse venVaiini o meno aveva. egli cominciò a metter barba un po' tardi. ch'Affrico avca nome. e mescolarlo alle ninfe di Diana. me quondam Phyllis amavit coepit (^). 50. nel Ninfale fiesolano. qui nunc ha il valore di fune. Proseguendo.— al 35 ci si pre- ventunesimo anno. Aristeo dice (Virgilio) e che. A venfanni. forse. e '1 suo viso parca un Certo. con l'Hortis. perfettamente imberbe: Un il giovinetto. mollìs lanugo genas nane serpere (^) Ed. Del resto. Affrico senta. poeta dovette figurarselo così perchè poi potesse fargli indossare vesti femminili. e le sue chiome blonde com'oro. fu preso dell'amore di Saffo (della poesia latina): Me et Galatea din. il giglio o rosa. dopo aver amato Galatea e Fillide (e aver composto versi volgari). se è vero che ciò gli accadde quando. iìjo . ovvero un fresco pome. senz'aver barba ancora. che Fillide fosse «. avendo udito da Minciade da Silvano divertit (il Petrarca) le lodi di Saffo. XII . ma.orta. allora « confestim Phyll'de mentem s>. — Non inten- derei. ma non se lo sarebbe figurato se la sua esperienza non gli avesse insegnato.

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II. — DAL " FILOCOLO „ ALLA " TESEIDE .

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Maria gli dice: prego per la virtù. a me. mi fui. ch'egli le aveva date. . prìnio giorno ». ». Si obbietta ci voleva : : (1) « Ma « Ti poi che di iiuindi (dalla chiesa) con piagato cuor partito . Dall'amorosa Visimte.Sappiamo dal Filocolo che. le potè parlare. dicono. e dura centotrentacinque giorni. a^nzi le date. che tu mi vedesti e che a me. e sospirato più giorni avvenne che uu giorno. l'assicurazione che l'amore di lui non le era sgradito (^). ed il ebbe da lei l'incarico di scrivere il racconto delle avventure di Florio e Biancofiore. . Tutto questo. fantastica. mossa dal lungo servizio e dalle ripetute prove di devozione. bisogna accettare tutto il racconto che intorno ad esse si aggira. Se si accettano i dati. che cominciò quando la sua dama. sappiamo che dodici giorni soltanto erano passati. (2) obbligasti HUTTEN. 37. Seguì. quando cominciò quello. sin dal dodicesimo giorno. e. per l'amorosa forza. non molti giorni dopo sabato santo. che chiamano il « secondo periodo » dell'amore. . ricambiò l'amore di lui « è il periodo della dolce signorìa. dell'amorosa visione. Giovanni. al tempo stesso. Arcangelo a Baiano. trovata Maria nel monastero di S. Maria ricambiò l'amore di Giovanni. un terzo periodo. dal quale indubbiamente si rileva che. che fu negli occhi miei ti il ecc. alla fine de' quali ella gli si concede » (-). sembra costruzione arbitraria. il periodo del corteggiamento e della « prova ».

e strinse a se le brac- non impedite Ahi. Invece. to possess Maria. alla come giovinetto del donna ». Della Tokre. che egli avanti le stesse consentia piangendo. l'amore divampò subito. sul più cia.del 40 » una donna dell'alta tempo per « sedurre no- biltà. non ha fondamento. 'oriuo. corteggiata dalla gioventù dorata di Napoli. amaro quel diletto. fosse corso i sero passati Non è esatto. L'obbiezione avrebbe si un certo valore. dal bel corpo di lei. la simpatia fu reciproca. come ritornò in duolo 7. Conirihiilv (kjU studi sul Jwccaceio. ma sentendo forse maggior periglio. tra riodo e il così detto primo pe- un lungo intervallo. 127-130. per dirla con l'Hutten. (^). bello. egli vede assai '1 suo disio adempier si potea. . Fiammetta confessa — « Amore di me il primo dì ebbe inteGiusti. nelle braccia la i donna pietosa stupefatto gli parea tenere. ItlG e sgg. che sonno m'avea porlo. il Perciò r ipotesi che. (1) HUTTEN. 38. tanto forte in lei. se veramente se egli si trattasse di seduil zione fosse messo. mentre Giovanni era un semplice mercante . quando. Cfr. né per lei rimaneva. ma. d'altra parte. quanto in lui. ch'a ogni affanno avea posto riparo! Crescini. a « circuire muta geroglifica : rissima possessione presto che ». in il centotrentacinque giorni. terzo. Nel poemetto. maritata ad un uomo che l'amava. Loct«clicr. che. capo a soli Boccaccio fosse riuscito. in un boschetto. si svegliò. foscinque anni del sonetto LXXXVI. Kgli sognava.

il Boccaccio non possedette Maria nemmeno in sogno! Gli restò la speranza che il sogno si avverasse a non lungo andare : ad esso loco veracemente spero che reddita ancor farò con essenza perfetta. anzi. di sognare mentre sentiva di non avere più madonna tra le braccia. Ciò posto in sodo.-. la battaglia di Liche. in cui fu composto il Filostrato. 41 — . e fermamente aspetta. pub!. recentemente asserire che tale è la scena del primo incontro notturno nel poemetto. « ottenuto il favore supremo ». su per giù. Or come va che essa tocca di un fatto pari ? E come va avvenuto nel 1339. 30. al tempo. infine. Young abbia potuto . prendendo quella gioia ben compita nella qual sietti mo\ che fu imperfetta dormendo. dnl volaar uso deir umana orente? (1) On/seijde The OrUjin and Derelopements of Ihe Story of Troilus Loudoii. ma dovette. 1908. by tbe Cbaucer Society. nel centotrentacinquesimo giorno. tra le altre belle donne. p. che vi è scritto come K. nella Fiammetta (^). a quando il Boccaccio non ancora aveva goduto la gioia compita. neWAmeto. Non voleva credere a se stesso credeva. vi che trasse Ameto appare quella Lia. È chiaro ? Non so davvero spiegarmi come si sia potuto leggere nel poemetto tutto il contrario di quel. quale nel Filocolo. disinganno Dunque. e questa Tamorosa mente solo disia. : ami . e piangere patito. la composizione dell'amorosa visione si dovrebbe riferire. ritornare nella il vera conoscenza di prima.

non fu « certamente » composto in Firenze dopo che Fautore vi ebbe fatto ritorno da Napoli f L'Anìsto Sarà difficile. senza curarsi d'informare il lettore del gran salto. Si potrebbe pensare ad aggiunzioni posteriori di qualche anno alla prima redazione del poemetto ma le incongruenze prodotte dalle aggiunzioni non farebbero molto onore all' accuratezza dell' autore. nel romanzo. e. . d'altro lato. Oppure supporre si fosse egli. in volontà mi venne con sottile rima trattar Interpretata rettamente V Amorosa visione. nel passato ormai lontanissimo. dice a Galeone non essere « ancor molti anni passati » da quando s'erano trovati insieme « con la (*) L' Hutten li prende per ballate. con l' imaginazione. si cafosse potuto pisce. ritore « cordare che. la bellissima donna. . Che la prima ispirazione gli fosse venuta quando aveva innanzi. dì subitamente leggiadra ed in abit' umile. tornato a Napoli. trasportato al tempo anteriore al compimento degli amorosi desti. perchè la composizione del Filocolo. senza ricorrere a supposizioni inverisimili. in persona. per un certo tempo interrotta o condotta di conserva con quella difficile men del Filostrato e della piit Teseide. Giova. do vett' essere all'auanni graziosa fatica». che gli piaceva di fare indietro. dopo il suo viaggio e le sue avventure in Egitto. e l'avesse rappresentato come trascorso da poco mentre scriveva. è attestato dal primo de' tre sonetti (^) dell'acrostico : Rimirandovi un bella. forse impossibile. Florio. inoltre. sciogliere l'enigma. riesce capire come l'amore del Boccaccio durare sei anni.

. le sue diatribe. con la sua borra mitologica. manzo molto tempo dopo avere riscontri o per conseguenza. . . Nullo che veduto bruno l'avesse ne' tempi della sua prosperità Vavrebbe per . li invece. e pur affermando che 1' « episodio di Fileno. « avendogli grandissima compassione. ossia prima che Giovanni avesse ottenuto da Maria d'Aquino gli ultimi favori. . gio- passando alle falde del selvatico monti- cello. l'episodietto non dovrebbe nel Filostrato. Ha trovato non poca materia della prima metà del romanzo trasportata e rielaborata nel poemetto però. udì il pianto e la voce di Fileno. riflessi Se ciò fosse esatto. (1) The Origin. fu composto prima delle tissimi. K. ma non due o tre. « il quale egli nel Il vide nel viso divenuto primo avvenimento rimirando appena credette nonio. e così evidenti. Per via di confronti numerosissimi ed accuraYoung ha dimostrato che quasi tutta la prima metà del Filocolo fu scritta prima del Filostrato. più fluide e più finite parti corrispondenti del Filostrato ». che vine. 101-103. poi salì sino a lui.— 43 — bella Fiammetta lor reina nell'amoroso giardino ». i suoi ampollosi monologhi. non osando. Non ancora molti anni. per grande spazio stette ad ascoltare » . che. maraviglia non Il abbia scorti l'oculatissimo critico americano. appartenente al periodo dell'infedeltà di Maria e. fa Ve li ha. di ribellarsi all'autorità grande e indiscussa del Grescini. crede autobiografico l'episodietto del confortatore di Fileno. inserito nel rola prima stesura di esso (^). forse.

Nel Filostrato. ed il giacer pur giuso (1) (2) Ediz. Da ultimo. Chi mai ? ti parlo. se riposo il fine dee aver questa tristezza. questo don mi dona. ». ma poi lo tradì. 29. si sono confortate e confortansi ». E qui viene il passo autobioIo. Pandaro ascolta le querele di Troilo già sicuro di aver perduto la sua dolce amica. fammi està grazia. colpo amoroso te sia sentito? non da e credi tu che altri mai che da sonile ancor di quei che sventurati di son più e te. Filostrato. V. — non — : : — Poscia ch'egli ebbe in tal guisa gran pezza parlato disse e : e detto. non si E tu dovresti il somigliante fare. riprese : — «Al mio parere. alleggia il tuo pensiero. Deh. levati su. 300. quando troppo avanza. fallo. gli : Uditala. non è atto magnanimo il dolersi come tu fai. I. (2). son però del tutto dati. Dopo averlo « assai riguartuoi desidomandò — « Se gì' iddii adempiono. . ma la lor doglia. men pare esser sicuro. Pandaro doglioso dimmi Troilo. deh. Moutier. sHngegnan d'alleggiar con isperanza.— Fileno riconosciuto 44 — i dato dèri ». che molto Vhanno avuta maggiore che tu hai. questa doglia conforto. leva suso. io te ne prego. che la donna da lui amata lo ricambiò per grafico breve tempo. 35. dimmi la cagione del tuo dolore ». e virtuosamente pensa di vivere » (^). Lascia questo dolor cotanto fiero. il giovine « Lascia questi pianti e lievasUj e disse a Fileno vieni con meco. conciossiacosaché non dovria essere senza persone.

viso.Crescendo sempre più l' 45 angosciosa del- la tristezza infelice Troilo. nel Filocolo. che piuttosto che uom pareva fera. lo schizzo d'un personaggio. . . trovato lo schema di una situazione. sé cominciò a mangiare. confronto. . non solo prima che il Boccaccio fosse stato tradito da Maria. mi par lecito conchiudere. il trovare nelle opere gio- vanili di lui. 20. era tal nel viso divenuto. e i vestimenti suoi sordidi e brutti. un paragone. stessa opera il — il Filo- tema dell'amante prima perchè si veda che egli. sì pallida e smarrita uvea la cera (1). prova che anche l'episodietto del conforto e il supposto passo autobiografico furono collocati al loro posto. ma. che appena si discernevano ciascun osso pingeva in fuori la raggrinzita pelle. VII. si compiaceva di riprenderlo e rimetterlo a nuovo ad ogni occasione che gli paresse opportuna. Perchè non paia più cosa mirabile e strana. e similmente la barba grande era divenuta rigida e attorta. allora. — (}) Filostrato. ed egli era divenuto qual divenne il misero Erisitone quando. e gli occhi rientrati in dentro. cioè prima che avesse composto il Filostrato. né laveria alcun riconosciuto. ricorricambiato e poi tradito colo — tante volte ripetuto diamo come descrive Fileno: Nel viso divenuto bruno. e da spiegarsi con sottili indagini condotte per entro Il la biografìa del Boccaccio. e i capelli con disordinato rabbuflamento occupavano parte del dolente. un accenno erudito. non si curava gran fatto della varietà. sé per sé nutricare. anzi in una . ma « ever before his possession of her ». .

tempo della sua fame dolente: né solamente impallidito n'era. paruto. alla fine. V Amorosa Egli voleva ben altro che sguardi e cenni e sorrisi ! — visione. se non ontoniare soltanto con gli atti degli occhi o con gli atti della luce degli occhi. E con ciò ì Gli occhi. hanno in lor cliinsa i IV. Si legge nella piacevole immagine della pomma bellezza ì> di Fiammetta generava nel cuore dell'amante « un pensiero umilissimo ». Cfr. : a riguardare orribile le il chiome sì e tutte rigide ed irsute era del tutto trasmutato. 27-28. il quale gli diceva « questa ò quella Fiammetta la luce de' cui begli occbi prima i nostri accese. lettera dedicatoria che « la (1) Certamente prima. ma la sUa pelle parea quasi nera.) « ò da riferirsi non direttamente a Fiammetta. i desidèri del suo amatore? Come da questo luogo : si può dedurre che il Boccaccio avesse già ottenuta « felicità intera l ». Contrihtito 212. Ma non gli bastava ond'egli. in couforto tenea la mente mia. si propose di e' (2) pur sentire Vnltinia possanza termini amo: osi. ch'era egli. E nella testa appena si vedieno nel gli * occhi dolenti. fatto Fiammetta. non erano quelli di Fiammetta ? Che aveva. e le sue ciglia pilose ed agute facieno. ch.- 46 - comPoi apriamo il quarto canto della Teseide posta anch'essa gran tempo prima del tradimento di Maria (^) e leggiamo — — : Egli era tutto quanto divenuto sì magro. . dimostra egregiamente cbe la seconda parte dell'ultimo passo (e già fece ecc. Il Ckescini. .e assai agevolmente : ciascun suo osso si saria veduto né credo che Erisittone altrimente fosse nel viso. che nullo non Favria raffigurato (2). sino allora. e già fece contenti cogli atti suoi gran parte de' nostri ferventi disii ì>. di folto pelo e le guance lanute nuovo comparieno. XLV : MoNeami questa ove pareva a co' suoi begli lei occhi E graziosa mostrandosi e pia verso di me con sua benignitate. ma alla luce de' suoi begli occhi ».

E talvolta avveniva che. ogni soave vento che di colà viene. : COSÌ. quasi il vento. gettato nello stesso stampo di Fileno. ei riceveva. così nel viso ricevo. (1) Filocolo. Probabilmente dopo aver descritto Biancofiore. sentiva alcun soave e picciol venticello venir da quella parte. stando ella.47 Ecco Arcita. Florio sì è egli impallidito » (^). e ferivala per mezzo la fronte. più ch'altro gli paresse mite e pio. quando in ira venne a Cerere non par . è '1 mio bene. I. quasi il vostro senza ninno fallo abbia tocco. prima di descrivere Arcita in quest'atto. che di là spirato. . fra le quali e sotto la quale porto ferma opinione che voi siate. e quello riguardando con molti sospiri. aveva alcun diletto immaginando e dicendo fra sé medesima: Là è il mio disio. il quale ella con aperte braccia riceveva nel suo petto dicendo: Questo venticello toccò lo mio Florio. che poco più fu Erisitone. nel Filocolo. quindi ogni aura. E come Arcita so- leva andare alia marina. che alquanto mitigava riguardando quelle contrade. e verso Atene col viso voltato mirava fisamente e e con disio. prima di Fileno. Ma già. quelle montagne. il Boccaccio narrò a Fiammetta lontana. nella dedicatoria e del Filostrato affermo solo la : una essere quella {degli tristezza occhi suoi) parte. il suo rivale Florio « è nel viso divenuto tale. dopo Troilo. e dicea seco stesso Questo fu ad Emilia molto presso. Biancofiore ogni giorno andava sopra dell'alta casa. in parte ov'ella vedeva Montorio apertamente. quella parte del cielo.

. e forse colla dolce bocca ti porgerà alcun bacio. la qual cosa s'avviene. il vazioni più importanti. ora fra scogli ed or per mare aperto. e già il vento richiamato da Eolo manca alle sue vele. Or come va che commiato o V invio.. anzi il nemmeno bensì a Firenze. con le differenze. prendendoti nelle sue delicate mani. . Si vuole che Filocolo fosse dopo il tradimento. e a' remi stimolatori delle solcate acque concedi riposo. Adunque. a me più anni stato graziosa fatuo legno sospinto da graziosi venti tocca i liti con affanno cercati.— 48 — Questi accostamenti finito ci aprono l'adito il ad ossera Napoli. chi più di te si potrà dire beato?. se di me tuo fattore t'è cura. il mio libretto. che porta con se — la diversa condizione dell'animo del poeta. dopo 1340. e agli scogli dell'uncinate ancore e de' segati mari e della lunga via le meritate ghirlande aspetta. e le sopra il lido. e sopra essi contento ti lascia. ch'ora n'è vicino. dimora con lei. Fermati dunque ricogliendo quelle. il qual cercando. composto a Naprima^che Maria d'Aquino si fosse arresa alle brame dell'ardente amatore ? La prosa del Filocolo è questa : pìccolo tica. le quali la tua bellissima e valorosissima donna ti porgerà. ov'io dimorare non oso. debite ghirlande e gli altri onori porremo al legno delli nostri amori. del Filocolo naturalmente. con zefiro e con turbo navigando andati slam Estimo dunque che l'ancore sieno ' qui da gittare e far fine al cammino. chiamiamolo così. E questi i versi del Filostrato : Noi Siam venuti al porto. e saggio dalla prosa ai versi tal — lo pasritroviamo quasi il poli quale alla fine del Filostrato.

perocché dove ch'ella ne deggia ire. Se tu la vedi ad ascoltarti pia ne' quali stato sono nell'angelico aspetto punto farsi. ti prego il i le dichiari negli altri danni li guai. il proponimento (^) di agili. toghersi la vita: E nell'abito appresso lacrimoso nel qual tu se'. .— I^oi tu 49 — mia mente: (cmizon) posata alquanto. e li sospiri mio viver noioso. 4 . o comandar che via da me l'anima deggia dileguarsi. eleganti ottave furono composte. contro ogni verisimiglianza. te n'andrai alla donna ch'io gentil della o te felice. o sospirar della fatica mia. umilmente mi raccomanda all'alta sua virtute.sa al Filostrato. che lieto sol vivea di lor presenza. passati parecchi anni dal tempo. che la vederai. pianti amari e e son doglioso poiché de' suoi begli occhi i raggi chiari mi s'occultaron per la sua partenza. ([liei non posso far. che. Concediamo pure. a supplicare. a far intravedere. la sola temporanea assenza di Maria lo costringe a querelarsi. pregala quanto puoi che ritornarsi omai le piaccia. (1) Si veda ancLe la lettera preme. nientemeno. me' che tal vita m'é troppo il morire. il loro autore le avesse voltate in prosa abbastanza lenta e pesantuccia ma come spiegare la profonda ditterenza del sentimento e dell' intonazione ? Nel Filostrato. in cui queste armoniose. a piangere. lasso e dolente! E come tu nelle sue man sarai con festa Hcevuta. la qual sola mi può render salute.

A te è assai solamente piacere alla tua donna. lodando l'Orsa. ma la lettera. se in le vele. riassumendolo. n' è piena.. cede ! ! . che di me tuo autore le torni il nome nella memoria. e prega Amore clie « raccenda in lei la spenta fiamma e gli renda lei. Nondimeno. dal quale toglie. e il mio amarvi forse più gravezza che piacere sia da voi riputato ». fermate qui aspettiamo. E che lamenti amara cagione spremuti « Posto che voi per vostro mi rifiutate.. le solcate onde e doni meritati E perciocché li porti disiati in sì lungo veleggio ne teniamo. essa che ha guidato non ricomparissero il : poeta per i l' incerto pelago. le vaghe nostre vele qui caliamo le ghirlande e i doni meritati con le ancore. e. non una lagrima. a noi essendo duce.. inimica persona gli ha tolta ». A te la bella donna si conviene con pietosa voce dilettare e confermarla ad esser d'un solo amante contenta. egli spera ancora. anzi letizia serena e fiducia piena non ! Ella mai i tuoi versi non leggerà. che colla sua luce qui n'ha condotti.. la quale. scritto 50 il dopo tradimento di lei.. che preDa quanto il poema. da' vari venti in essi trasportati. non un rimpro vero comunque velato. e Qui non troviamo lamenti. non un gemito. del Filocolo legno.Nel Filocolo. anche il ringraziamento « all'alta luce e al venerando segno di quella stella il ». egli non sa per che cagione. i venti e nella precedente. benché concisamente derivata dal solo commiato del Filostrato. L'ultima stanza della Teseide si potrebbe considerare come direttamente.

. Egli vi manifesta la moil destia e la trepidanza di chi..- 51 — Quando ogni preghiera era stata vana. avventura al pubblico il suo primo lavoro. le riprensioni de' il più savi. del 1594 ha napolitano. così umile il tono. peggio. 408. il quale tu.. siccome piccolo servitore. egli avrebbe scritto Fultima pagina del Filocolo. disponga all'ammenda secondo . E quelli del valoroso menti lascia i gran versi Lucano. lasciali agli armigeri cavalieri insieme con quelli del tolosano Stazio ('). Elle son tutte cose da lasciare agli alti ingegni. Né ti sia cura di voler essere dove i misurati versi del fiorentino Dante si cantino. . o chi ? per lui. diritto . il sulmontino Ovidio seguiti. del suo volgar parlare gli sia scusa . posposto ad un altro ? Quella pagina stata scritta ci dice il irrefutabilmente d'essere Boccaccio avesse composto Filostrato e la Teseide. prima che vane (0 piccolo mio libretto) conciossiacosaché tu da iimil giosii creato. delle cui opere tu se' confortatore. il quale usurpare con vergogna t'acquisterebbe danno. loro s' ingiudizio non si curi del cinguettar de' folli gegni di piacere a chi lo guarda benevolmente nel cosjjetto di tutti. Sarebbe stato così riguardoso discorso. Lascia a costoro il debito onore. Hortis. giovine e ignaro. E chi con molta efficacia ama. Sostenga. credè il Poccaccio meg'io informato ? aveva letto V Amorosa visione — di Dante e del Petrarca Ma non Cfr. e però agli eccellenti ingegni e alle robuste di Virgilio. il comando ricevuto da Maria (di comporlo « vol- il garmente parlando »). ogni speranza per sempre svanita. il cercare gli alti luoghi ti si disdice. molto dei reverente seguire. se il libro fosse stato (1) L'ediz. e si il libretto. ne' quali le fiere arme di Marte si cantano. come se non gli fosse mai passato per la mente nemmeno il più lontano dubbio di poter essere rifiutato e. Filippo Giunti.

che . materia dando a chi drieto hai lasciato. La modestia. che l'ultima parte del Filocolo fosse perchè Idalagos e Galeone. altri in tu. le aveva cantate ? — ! — * Si vuole scritta in Firenze. primo cantare di Marte fai gli affanni sostenuti. onorerai come maggior ciaschedun tuo passato. dal sume superhiam quaesitam meritis ! Se il Filocolo fosse posteriore alla Teseide^ avrebbe l'autore. Ma si ponga mente al suo atteggiamento e al suo linguaggio alla già preceduto da' . anch' egli. a lor. nel volgar lazio m. studiosamente evitato di ricordare che le fiere arme rebbe stato così fresco ricordo di Marte. dopo Lucano e Stazio. senz'altro.ai più non veduti. già fur di quelli con bello e stile e qua' l'esercitaro onesto parlare. ma benché infimo sii. e primo nel volgare latino. : amoroso le operaro mio libro. forse. tra gli altri di pure starai. E perciò che tu primo col tuo legno solchi quest'onde non solcate mai davanti a te da nessun altro ingegno. alcun onor degno : in tra gli qua' se vieni. qui. fine della Teseide: Poiché le Muse nude cominciaro i nel cospetto degli uomini ad andare. è soverchiata dalla soddisfazione di aver fatto cosa non prima tentata.— 52 — due poemi ? Il Boccaccio non scusò punto di aver composto il Filostrato in vol^ gare sveltamente e francamente accennò di avei narrato i dolorosi casi di Troilo « in leggiere rime e nel suo fiorentino idioma ». accommiae satandolo.

dopo essersi fatto un po' pregare. I venti son tali ch'io non posso né avanti né addietro andare. e di altri il cui succo è che Fiammetta non l'ama più. . e d'altra le lontane onde dimostrare il mare doversi con maggior tempesta commuovere. e se sapessi non saprei qual porto cercar mi dovessi. per Florio addietro stata lor reina nell'amoroso giardino » Galeone. nondimeno me pure spaventa ella sovente sopra le torbide onde con le sue minacce. : — — — — La fortuna volubile m'ha mutato legge. sedes et natale solum maiorum siiorum (^) metta. Quella stella. e fu il primo signore di Gertaldo. forse anche di Arrigo da Settimello. trasformato in pino come Tdalagos ? Assistette egli alla fondazione. vi compariscono l'uno tradito da Alleiram. di reminiscenze di Ovidio. Alla domanda di « che fosse della bella Fiammetta. e a' miei (1) De Fluminibus. e i timoni.rappresentano il 53 - Boccaccio. di Dante. e ne dirò le ragioni. e niuno argomento è a mia salute rimaso. m'hanno le vele che già furono liete levate. risponde con un lungo giro di frasi intarsiate d'imagini altra volta usate ad altro proposito dall'autore. Ma Fu egli come Galeone ? Io non credo. l'altro non più amato da Fiamlo rappresentano fino a un certo punto. anzi mi veggio da una parte il cielo minacciare. sieno due figurazioni di una stessa donna. sotto Ulsa. che assai più cara mi saria la morte. e gl'iddii hanno rivolti gli occhi altrove. e tale me la conviene usare. e ancorché la morte mi fosse cara se mi venisse. il chiaro raggio della quale la mia piccola navicella — avea la proda drizzata per pervenire a salutevol porto. e i furiosi venti a' quali ninna marinaresca arte mi dà rimedio. nel romanzo. è per nuovo turbo sparita. ed io misero nocchiero rimasto in mezzo mare sono da ogni parte dalle tempestose onde percosso. che Alleiram e Fiammetta.

. dalle punture della gelosia ? Chi (1) Cfr. 8: « a' O giovani. . sustinet Procellas . Canzoniere palatino 418. vi. e il i 54 amici falsi m'hanno lasciato. 99-102. soffrendo gran pesanza la tomijesta m' avvolge porgo. 81: E 8on rimaso com' om rotto in mare. III. noti. che ama sopra ogni cosa al mondo. . di cielo i onde tempestose e onde torbide. turbine e tempesta. Parla così un uomo straziato dall'angoscia della perdita della donna. DA Settimello. Ex Ponto. minacce e minacce di morte. quae modo mater eral . . Filocolo. 41-42. Ovidio. . I. tot Deus aequoris undis. saevisque revcrheror tindis.prieghi turati gli orecchi. nesciet hinc redilum mersa carina suidii. . Decidit in caiites incanta carina. venti furiosi e venti contrari. Ohi^uor oceano. la bussola. pervenire a porto di sa'ute . e la stella sparita e . e (i). buono non mi può aiutare. 29 : Ohrtierit saevis quum I. intorno alla picciola navicella e al misero nocchiero. il non saprei qual porto il il porto salutevole e cuore tace. tutt' i e nuli' e om man mi veggionmi perir miei amici. 1 quali avete la vela della barca dalle dorate della vaga niente drizzata venti che muovono ». innumeras invidiosa ratis Me domini.. 127-28 novercam Sentio Fortunam. quod magis sceltisi in est et amici. Non è necessario riferire versi di Dante. quale io stea omai pensatelvi La memoria e l'imaginazione lavorano ad accumulare. dall'of- fesa della ripulsa. penne ven- tilanti del disiosi di giovane figliuolo di Citerea. timoni. prò medio deseriiere viari. sodi. ma i truovoli nemici. negli amorosi pelaghi dimoranti.. : A. amici no. le vele.

e e abbandonando metterà te in dimenticanza. legga le lettere commo alla premesse se il al Filostrato e Teseide. Giovanni. la sollecitudine tua essere molta. e se io ho bene le tue parole per addietro notate. e non per la che egli. concede dominio della nuova città da lui fondata. Florio mena con gli Galeone. e di Galocipe. desideroso di consolarsi attendendo ad altre cure. da fa- tutto questo. da che potrebbe parer puerile ragione — — Napoli. pronto a cogliere la prima occasione. ci affermano i biografi. 83.. così ora carissimo partirti da lui del tutto ti saria: la qual cosa a fare ottimo ufficio ti ho trovato.vuol sentire accenti sinceramente dolorosi. quando ti piacconverrà cia. non a Gertaldo. Contributo. tu.. Galeone. secondo il tuo parlare. e in Ger- taldo non sostenne uffizi pubblici. le quali avendo. li adombrerebbe in modo non conforme al vero. in Toscana. dimenticati. la vaga anima per forza abbandonerà quelli gli amorosi pensieri. ami crudelissima donna senza essere da lei amato. venti. vien fuori la figura di un amante cilmente rassegnato alla perdita della donna adorata. ma perchè. è che egli. Se tu il vuogli prendere. dicendogli: Giovane. e in molte cose e diverse. che gli si offra. tornò a Firenze. Se tutto questo adombrasse l'abbandono di Maria e la partenza di Giovanni da Napoli. siccome già ti fu caro l'essere subbietto ad amore. (1) Crescini. di scacciar chiodo con chiodo. e potrai dire fuori delle esser della infermità che sostieni mani « della crudel donna. accetta conoscendolo ottimo rimedio alla sua infermità ». liberato. non renitente. udendo il savio consiglio « ».. . l'alto uffizio. Il vero. era « disperato » (*).

che ella potesse stancarsi di vederselo comparire innanzi. scoprivano un mito solare ogni volta che vedevano un gatto rincorrere un topo. Idalagos è il Boccaccio. 62. certi — lostrato. e. in vesti mutate. . dato che avesse finito a Maria. Florio sono lui. sempre lui? Non gli bastava di essere anche Troilo nel Fie Glonico. ricorda un po' troppo la smania di que' mitografì o mitologi. alla storia vera delle relazioni di e il singolare amico di Glonico. Maria « rimase la stella polare della sua vita » ('). quasi a ogni pagina. * * E allora.56 - partì da Napoli « colla morte nel cuore » (^) e. per lungo tempo ancora dopo il suo ritorno a Firenze. che gli doveva offrire il pretesto di raccontare a modo suo l'origine di Gertaldo. prima del Filocolo. mentre (1) (2\ Della Torre. i due poemi? così spesso e così petulantemente si specchiava nello specchio del suo romanzo. ma e Fileno. che tanto somiglia Boccaccio con Maria ? Potrei restringermi a rispondere che si tratta di una invenzione da romanziere. Galeone è il Boccaccio: sta bene. Arcita nella Teseide. mi si può obbiettare. in momenti. 348. Potrei aggiungere che la tendenza a vedere Giovanni e Maria dovunque appariscano insieme un uomo e una donna. giovinezza. solo lui. che. per servirmi della felice imagine del Rajna. con le quali egli sovraccaricò la trama semplice e schietta del primitivo racconto. e presentato Oh! non pensò mai. come tante altre. La HUTTEN. invenzione. come spieghi tu l'epilogo della storia di Galeone.

che l'episodio del Filocolo mi fa supporre. invece che alla gentilissima Maria. gli ha detto o « lasciato inten» per sempre. e « con le taglienti scuri in prima il pedale. che non vuol vederlo né sentirlo mai più.0/ — chiudere il « piacevole libretto ». anche se ella abbia tutte le buone radedicatoria della gioni di se. Niente più naturale e più comune dell'interpretazione inesatta ed esagerata. e mettere nell'ardenti fiamme ». volendo ammettere che la fine dell'episodio di Galeone contenga una parte pic- — cola parte — — di vero. di cui abbonda il dialetto napoletano per esprimere la noia e il dispetto? Taccio della stizza — che dico? del furore. non consentire gli a' desidèri di lui. Ricordiamoci sarebbe stato equo se ne fossero ricordati gli accusatori di Maria che Giovanni riconobbe più tardi di aver molto sofferto « non per crudeltà della donna amata. della rabbia. pronunziando una di quelle energiche e pittoresche frasi. il guenza dell'esser sdegnosa tornata della lettera ella « romanzo. Uso a perchè la credo scritta in circostanze analoghe a quelle. io me la spiego come un mezzo imaginato dal Boccaccio per indurre Maria a riflettere. lo avesse offerto a quella buona lana di AUeiram. ma per soverchio fuoco dere che tolto la ha sua grazia — — . che sappiamo capace di andare con i legnaiuoli « innanzi al dolente arbore » dell'infelice Idalagos. Alla larga! Ciò non ostante. soprattutto a ragione o a torto. che un amante dà agli atti e ai discorsi della donna amata. non temette che costei glielo lanciasse in faccia. che avrebbe provata. leggendo ». alla possibile conseingiustamente di piacevole bella posta alcune parole Teseide. e poi ciascuno ramo far tagliare. ella. e gettarlo in un canto? E se. vedendosi conciata a quel modo.

irrimediabilmente perduta. B. ne] le scole Ma d'amor che non s'apprende? Si apprende. ella avesse mostrato di volere. Bologna. sono : di lui (Boccaccio) che noi posssiamo affermare che non di dimenticò mai lei ». o veramente voluto spezzare la sua catena. a far intravedere che si è disposti ad accogliere o cercare consolazioni o distrazioni si apprende a minacciar velatamente che . 139. caccio oppone formidabile la credo. •«^ >^< ^* . I'Hutten. Fiammetta. 1900. « tra le poche cose della vita spirituale cou vera fiducia. per sempre. Siamo giusti: con un amante questa sorta. non si creda inesorabilsi finirà col partire mente sdegnata. alla Fiammetta. « il pere ne piegare di » (^).— nella 58 — regolato appetito^ lo il mente concetto da poco quale a ninno convenevol termine stare » di aver amato Maria lasciava contento — d' amore oltre ad quale niuna forza di proponimento di consiglio^ o di vergogna evidente^ o pericolo che seguir ne potesse aveva potuto ne romogni altro fervente. Phyllida Demoplioon praesens moderatius exarsit velis acrius illa datis. Zanichelli. a placar la donna. 172-73. tra l'altro. romanzo suggerito dal desiderio vendicarsi dell'infedeltà di lei d'r. Rossi. insuperabile ostacolo a chi giudica Fiammetta « uou altro in fondo che una larvata e sottile vendetta dell'umile scolare schernito da figlia di una donna d'antica nobiltà e supposta di un re » — « ». Gigli. Questa leale confessioiie del Boce. non dovette essere un paradiso la vita della povera Maria. biografo inglese non dubita de' molti amori e del tradimento di Fiammetta.. 6. . il che uou liberò mai so stesso dal ricordo Noudimeno. pref. se la finzione giovi a ricondurre a più miti consigli. Dalla niente e dal cttore di G. E. Si comprende che qualche volta. iissit : (1) Introduzione al Decameron. osserva che. Accingen- dosi a tradurre la pagina qui citata. che. più di una volta. in fondo all'animo.

III. — IL PRETESO TRADIMENTO DI FIAMMETTA .

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scriveva a questo modo. che il Boccaccio. se vedranno. Ella. non l'aveva. pren- Ben dendoti nelle sue delicate mani. le meritate ghirlande aspetto. compagna di Annavoi e di Airam. di lei aperta. Fiammetta. catezza.. che. certo. il Filocolo. disse nell'introduzione . Noto. graziosamente ti cui nome tu porgerà. si sarebbe comportato da farabutto chi confidava e chiedeva che o da pazzo. fosse accolto il suo hbro da Maria. offerto. ma diretta. In secondo luogo. piccolo mio libretto.A me non pare credibile che. forma allegorica e ambigua. Se l'avesse fatto. . porti scritto nella tua fronte. da lei commessogli. e forse colla dolce bocca ti porgerà alcun bacio. infamata.. da ravvisare la nella dissoluta sia in Alleiram. graziosamente. e glorioso potrai dire il Chi. di chiamare con tanta familiarità Madama Maria. non si permise mai. è dedicato a lei e si veda con quanta delicon quale garbo discreto. i non che suoi belli occhi grande. altrove. amorosamente. non in E vogliamo. sì ti fia egli assai tuo nome tra' naviganti. la qual cosa mi fìa grandissimo dono. possiamo dimenticare ciò. la qual cosa se avviene. chi più di te si potrà dire beato? E certo se altro merito — non ti ti seguisse del lungo affanno. quale io sempre figurata porto nelFamorosa mente. in primo luogo. nel corpo di esso. che di me tuo autore non le torni il nome nella memoria.. quando volle chiamarla col suo vero nome. le il quali la tua bellissima e valorosissima donna. limpidissima. all'ultima pagina. mai i tuoi versi non leggerà. vituperata. dicendo con soave voce: sia venuto. per quanto so io.

contro quello ha ordinato insidie: e altri donandomi credette avermi piagata. tutti a me non piacciono. che Idalagos. eh' io ho il vaso dell'acqua appresso rotto e gittati i pezzi via. Passati molti anni. e io di tutti ho riso. E se le mie parole meritano d'esser credute. E tali sono stati che per me sé medesimi dimenticando. però ma a del nullo è eh' io mostri di rifiutare. vi giuro che Cupido molte volte per lo piacere tutti di molti s' é di ferirmi sforzato. ho tare i suoi dardi. non dubitando di dare né di prendere amorose parole. civetta fredda.~ mal Decameron? Se egli soffrì molto. con le gambe avvolte sono caduti in cieca fossa. rispetto ? Alleiram. o nello sforzarsi. Né prima ho il fuoco spento. . s'intiepidì. Aveva meritato Alleiram di essere ricordata con tanta riconoscenza. ma nello spesseggiare del git- mai ignudo poterono il mio petto toccare. non conseguenza di tradimento patito. i quali la mia maestra vista ha creduti che fiano più" atti a' miei piaceri. e da molto più reputato ». ancora « dilettevole il sentiva esser rimaso » ancora ne serbava vivo e grato ricordo. prendendo però quelli a mia sodisfazione. fu cosa « in processo di tempo ». si lascia andare a confidenze Benché io a tutti piaccia. fu « certo non per crudeltà della donna amata ». ma con giochevole sguardo egualmente dono vana speranza. Alcuno altro dubitando non alcuno più di lui mi piacesse. se il suo amore. . . egli ne fu « lodato. a lungo andare. Or. L'ultimo. che ha gettato via dal suo seno. ma per colpa sua. ad alcuni vedute le sue ricchezze disordinatamente spendere credendo più piacere. anzi tacendo d'esser fedita sembiante. trattata con tanto naturale. è stato ha di comune Alleiram. Altissimo e nobilissimo amore « appo coloro che discreti erano e alla cui notizia pervenne ». dopo aver preso « forse oltre al dovere doni di Bacco di questa sorta: de' ». con la quale nelle reti mio piacere tutti gli allaccio.

alla quale è dedicato « giadria. la elegante. ma perchè si ferma qui? Gome se l'addolo« e che mai dal rata giovine non soggiungesse: tuo ingannevole amore non mi poterono piegare » / — Gome se ella non avesse affermato che. che il suo amante non ha ancora posseduta? Grandissima è la turba degli amanti. e le inghirlandate porte dagli loro amori. primo ed ultimo e solo signore della sua vita. Alleiram prende i più adatti a soddisfare le sue voglie uno stormo di uccelli. insigne per legcostumi gentili e donnesca altezza » ? Con la Fiammetta dell'ornerò. tenta di toglier la fagiana allo smeriglio nella visione seguendo l'esempio del Della un passo della Fiammetta « Ne t'esca di mente di raccontare quanti e quali giovani d'avere il mio amore tentassero. e i diversi di Florio. la quale. che il romanzo deve « confermare ad esser d\in solo amatore contenta »? Con la Fiammetta questioni manca il Filostrato. la fine. nel Filocolo. non ha conosciuto altr'uomo che suo marito? Con la Maria dell'amorosa visione. con la Fiammetta del delle « Filocolo. procacciante. che fa pensare al Parlement of fowles di Goffredo Chaucer. la colta regina d'amore. a volta a volta. si cela quando sotto di Ga- le sembianze d'Idalagos. aveva eletto. — Torre. dopo il suo matrimonio. al cui cuore non ninna virtti che in valoroso cuore debba capere ». le notturne risse e le diurne prodezze per quelli operate ». corrotta sino alle midolla. . quando sotto quelle . prima d'amar Galeone. L'Hutten. accosta alla visione : modi. Panfilo! Il Boccaccio.63 — crudele. tra i quali.

leone. intercede una bella distanza. e tolto il cognome da esso ma. Aquino a . e sa che ella punto impietrata. Fiammetta o Maria. la 64 — ma ciò non implica che Alleiram o Mariella. avente alla destia il fiumicello Lesogne e a sinistra aperta e piena la campagna verde di Agitino. piantato quusi interamente hul ciglio di un burrone tagliato picco. 1907. domanda che non « vive. che Galeone ama. Non sappiamo se mai avesse fatto una corsa . levata s'era d'una pianura fra salvaticìie montagne. Perchè lia Non sappiamo se preferito la patria di Ovidio? egli avesse notizie della topografìa di Aquino: certo è che questa città non giace fra salvatiche montagne C). il Boccaccio non ha indicato qui la' patria di Giovenale. un'altra è nominata nella lettera in dialetto napoletano. Aquinnin. Roma. Eltswo Grossi. comunemente conosciuta col nome di Piana 9. Poco dopo essersi allontanato dal pino. sia della Fiammetta. Mariella la nutrice della regina si chiamava Giovanna. poste non guari lontane dal natal sito del nostro poeta Naso » Fiammetta era napoletana. Florio incontra Galeone. tra Sulmona ed Aquino. è Alleiram. lasciando da parte che. . la fagiana. . e s'innalzano più catene di monti. > e fertile. Loescher. sia quella stessa. e subito dopo d'aver sentito raccontare la trasformazione di Ale gli leiram in masso di marmo. noi contro della si inedia valle del Liri. donna amata da Idalagos. — (^) « Quasi a mozza strada fra Komà di quel e Napoli. il Marielle Grescini ne contò quattro. . ai pietH monte che fu come un faro giace l'attuale di civiltà fra le tenebre del Medio Evo. Si può opporre che i suoi antenati avevan signoreggiato « di Giovenale l'oppido antico ». C'erano tante a Napoli! Nella sola Caccia di Diana. Inoltre. e precisaraente nella bella pianura che tra stende Roccasecca e Cassino. che fu Idalagos.

me non sembra Contributo. o Capis. 169. Ili) — Il confortatore di Fileno il : — nel quale si vuole il Boccaccio abbia. Nel Filocolo. B. dunque. settentrione il verso Aquila. avvegnaché vicina siccome tu sia pili assai quella parte alla città di colui. Apostoli. Le lettere edite ed inedite di G. conciossiacosa che tu freddissima pagni circondata da fredde montagne « sii » ? i suoi comnella le passarono. quanta visse in Ovidio. Venuta da quelle selvatiche montagne. ossia. a Napoli. a mezzogiorno della il è piano di Cinque miglia. che Napoli Cfr. cresciuta e vissuta nella so- cietà più alta e più elegante della capitale. circa 20 km. confortatore Sulmona. riposta patria del nobilissimo Ovidio. devon pure avere una qualche relazione con l'esser vero. e le fredde montagne tra quali Sulmona. rappresentato sé stesso — dice della donna. . fra Sul- mona dino. che lo tradì — la « JVon molto lontano di qui.. i 514. Sansoni. e dove tu non è molto tempo quale io ci le fosti di'. Fileno. e il (1) Il piano di Sulmona si distende a città. (Filoc. perciò a ». nome. trovava. Firenze. i cui ammaestramenti io seguii (Ovidio). Corazzini. la lettera al priore de' lasciarono dietro ». neW Archivio storico per la provincie na- XVII. quali trovò « per- venne fra salvatichi e freddi monti d'Abruzzi. Crescici. così cominciò a dire: O città graziosa a ciascuna nazione per lo tuo citta- come potè e in te nascere e nutricarsi uomo. con la realtà l'imagine della fagiana. Sulmona menava la e fredde Toscana {^). donna qui. certo è 65 - che conosceva benissimo. . se non m'inganno. di G. la fagiana tarda ad abbandonare boschereccia selvatichezza. traversate dalla strada. in si ritiene della scontrosità e rozzezza provinciale. era e una gentil ». — Infine. Per Sulmona era passato Boccaccio venendo a Napoli cfr.— ad Aquino. dond'era tra Certaldo e « accenni a donna. sopra tutte cose del mondo amai la gentil amo si Di il ossia da Certaldo. Ciò non su i sarebbe potuto dire di Fiammetta. partendosi i da Capua. nella quale entrando. nata quasi gradini del trono. in cui tanta amorosa Anclie Florio e fiamma vivesse. B. la tua città capo di Campagna (male si stampa del Moutier: Ocapis e Teano). « secondo suo solito ». che. e servi passato. Cfr. per ese le pianu) e fra monti aspri freddi. per Sulmona. 72. De Blasiis La dimora poletane. ubertìssima di chiare onde. SS. dimora. qudla parte.

su per giù. della persona di Alleiram. possesso. Eucomos. il Boccaccio (Galeone) aveva amato Abrotonia. sappiamo da altra fonte che ottenne l'onore d'essere decoratus cingulo militari nel 1335 (^). Si può opporre che la storia degli amori di Ida- lagos e di Alleiram è la storia stessa degli amori di Giovanni Boccaccio e di storia stessa di tanti altri amori: Fiammetta. da parere a bisogno di ricordare Cotrulla. tra le quali una (1) V. « bella nel viso d'amoroso fuoco ». doc VII. e gli era accaduto. infelicità o disperazione. la novella Dido? Ciò posto. : Ho che. debba ravvisare proprio la moo una figliuola. due volte è nominata Zizzola Fagiana. glie. Prima di Fiammetta.— (50 - Il Boccaccio. o una sorella di Giovanni Fasi sano. sin dalle sue prove. abbandono o tradimento. Ibrida. contrasse l'abitudine di foggiar i prime nomi de' suoi personaggi non tanto col proposito di nascondere impenetrabilmente. V e l'appendice. Con che non pretendo. appresso il cap. ed io. quanto con quello di lasciar trasparire chi questi fossero e più volte li . che Zizzola sia Alleiram. quello. un Giovanni Fasano fu tra i famigliari del re Roberto. badiamo. in Alleiram. Sì. ma è la lungo corteg- — giamento. ne noi quasi puerile. Lo incontreremo in compagnia dell'infante di Maiorca. . Mida. foggiò con procedimento così semplice. fagiana può bene essere il cognome di Alleiram. E come gli altri giovani le chiare bellezze delle donne di questa terra andavano riguardando. che accadde all'infelice amante di Alleiram. Ed ecco due notizie degne di considerazione nella Caccia di Diana.

come Ifi o Bibli. io non so da che spirito mossa. né per ciò risparmiai lagrime né preghi né affanni. né disperato tenta- mai è potei riavere. nella quale solo. ad ogni animo intollerabile. dolore di perdere subitamente una molto col e massimamente quando proprio occhio in altra parte trasmutato si vede. né concedette occhio. e mi dava d'amarla cagione. ma poi ella lo pianta. Quanto amata cosa. più volte l'angosce mie. mi era materia di Ella certo con atti piacevoli pessima qitella tivo. avanzava di bellesse Pampinea e di nobilita. miseramente pensai finire. gine tratta Idalagos. ma così dolente la mia camera ricercai. parandosi nuovo piacere. e non stante fede de' femminili cuori. fattomi del suo amore degno. del tutto a me negandosi. e vive « per alcuno spazio di tempo contento ». « — Ordelori- bene. e si dà a un altro. lungamente usa Ma la vanti agli occhi di costei le piacqui. pensando che la menoma parte a pena se ne potrebbe per me esplicare. Ma la concreata nequizia a ninna delie dette cose prestò udienza. perciocché so che il sapete. [Egli fa un ultimo duramente respinto]. con « pie- toso « le ornate parole ». verso di me turbata. perché io per affanno in tribulazione disperato rimasi. dimenticò com' io prese lìa *1 da- già l'altro. però che. la . Ma poi fattomi de' suoi abbracciamenti contento. stile y>. morte per mia consolazione cercando. però che in vano gitterei le parole. Io ricercai molte volte la grazia perduta. cenno nel seguito del racconto. e d'alta progenie invaghitosi di lei. ma non per tanto con quello. vita.— 67 — giovane ninfa chiamata Pampinea. ma tacerollo. in quello mi tenne nou poco di tempo. riesce a conquistarla. Certo io estimo che il dolore della impaziente Bidone fosse minore che '1 mio quand'ella vide Enea dipartirsi. ma a questa la vista d'un'altra chiamata Abrotonia mi tolse e femmi suo. quelli mi concesse non lunga stagione. l'altre AUeiram » : era di bellezza oltre modo aveva splendidissima. la speranza di riacquistarla mi ri- mase. il dirlo sarebbe perder parole. ma Non dimentichiamo de' quali è i cantati versi per Abrotonia.

che. s' ingegnò di prendere. condensare la più ampia e più prolissa narrazione del Filocolo. poco felicemente inquadrata in una cornice allegorica e mitologica. e già levato in pie da questo prato. T autore volle riassumere. . che egli in compassione di se moveva i più ignoti. in modo incredibile cercò quello che Alleiram poi gli donò. AUeiram ricorda che. nel cuore di Abrotonia. Ma ciò non mi potè mai muovere. nel breve episodio deìVAmeto. la letizia d'idalagos si rivolse in pianto. il quale. pure non volendo riflettere che il Boccaccio potè desiderare che il secondo racconto degli stessi fatti fosse alquanto diverso dal primo. Ognun vede che non v'è divario tra Abrotonia ed Alleiram anzi. non essendo ancora il termine di dover finire venuto il quale volendo io. Ma — pure costringendo a tacere le ragioni dell'arte. come Bido fece o Biblide. era stato soppiantato da un altro amante. la quale acciocché io glie le rendessi. e prese quello che ella con sembianti gli voleva negare ». si dirà. chi ponga mente alla somiglianza. . in me recare. « occulto peregrino d'amore. di certe espressioni. : — . ecc. due particolari molto importanti Galeone non rivela a Fiammetta. conchiuderà con me che. e più breve facilmente si comprendono queste due omissioni. Mancano.- 68 - quale mai aver non potei. nelV Ameto. ributtato da lei. Venere più volte s'affaticò pregandomi. e talora spaventandomi e in sonni e in vigilie. Egli mi si mostrava. la mia grazia ricercando. tanto umile quanto più poteva. egli in E brevemente poco tempo di tanta pietà il suo viso dipinse. Dal canto suo. non ripete il racconto d' Idalagos. e ultimamente divenuto d'ardire più copioso che alcun altro che mai V amasse. e con preghi e con lagrime. che talora è identità.

domando il narratore non è esso Galeone. cone da Fiammetta. per dirla con Idalagos. dere al letto. ebbe da me quello che io. benché del contrario nella camefa di Fiammetta.— 69 — : Quanto al primo particolare. « nella concitazione del momento che gl'impedisce di perdersi in lunghi particolari » (*). Ag- giungo: gli amori di Galla souo l'argomento di tutta l'egloga che sta da sé. non dico ridicolo. (1) Questa stessa osservazione farei anche < al Wilkins. ma poco amore. elli. Pampinea and I. osservo che lo fortunato in non Idalagos la donna amata. 273 n. desiava ». V Amelo precede l'egloga frase d«l Della Torre.. di Fiammetta. non l'amante. .. mentre C. più in ciò che gli avvenne avventurato che savio. il quale trova che Galla non corrisponde ad Abrotouia. per cui Abrotonia lo respinge Abrotonia. nel romanzo intitolato da lei: « Esso (Panfilo). Se vogliamo. terminare là causa. l'amore di riferito Abrotonia è un episodietto nel lungo racconto di Cadi parecchi anni. luogo e tempo convenevole riguardato. perchè Galla non è fedele affatto de- a Palemoue per amore di Panfilo. alla quale è venuto a chieder amore? Certe prime impressioni sono assai pericolose (^). nelle V. a colei.. « fosse incappata nelle reti della sua sollecitudine ». Alleiram. XXIII. 5 (maggio 1908). possiamo alle parole di lei trovare quasi esatto riscontro nella confessione di un'altra donna. dove ella sta ad ascoltarlo. non deve darle motivo di riflettere: Gostui rileva. non può. e con più ardire che ingegno. il quale deve con somma cura evitare di apparire.. Modem Lanyuage Notes. siccome infingessimi. non deve indugiarsi a esporre per filo e per segno come e quando un' altra donna. e vi insiste. che fece con queiraltra. Quanto al secondo. vuol ripetere con me ciò. bramoso di ascenLì. Galeone non può.ileone non può ». (2) Mi giovo d'una .

niles Non senza avvertì l' autore. che. tunc servare fidem incipiet lasciva puella. per un momento (^). che. cousiderando clie la scena dell'egloga ò posta in Toscana. Amplexus centum cui iunximiis. Damone ne prova tal dolore da voler morire. a farlo a posta. egli sa. quando i soliti impossibili si verificheranno. che Abrotonia riapparisse col nome di sospettò Galla nella prima egloga del Boccaccio. oscula centum). lo Non vedo perdio da questa e l'Hauvette. ed ama Panfilo (Nunc alios. una di quelle due. vi riassunse. Sono stessi casi.* * * ragione. nelle non dice intese raffigurare con precisione perso* e nb fatti reali. caccio « dopo la (2) Fiammetta e da lui conosciuta in Firenze Studj. — Idalagos direbbe : « con atti piacevoli » — ispira concede amore a Damone giovinetto (Haec facihm quondam me coepit in annis). Galla. supplica. come fanno prime due egloghe. sic temperai ignes Ut moriar). prega. frase Lettera a fra Martino da Signa. la prima epoca della sua vita Dove <? lo egli stesso espressamente ». Ma i è anche due finti Damone. 2. oramai. oblila mei. e gli si (Indignar memorans. poi dimentica di lui. crudescit et ipsa). o Idalagos ? Forse nomi — Galla (lattea. THortis. Invano Tinti aro procura di confortarlo. lascivias suas in cortice pandunt gli E riap- pare Alleiram. per dusi rissima esperienza. perchè. quercus mihi testis amorum est. ma invano (crudescit amor. nelle quali. ma ». 8i debba dedurre. che parla. ^euza specificar niente. va logicamente congiunto con pandunt? . fere iuve(^). come s'è affermato/ Nel fereì Tanta roba in un avverbio. bianca) e (1) Per uu momento. « Zumbini che il Boccaccio. bellis- sima tra violento placidis tutte le ninfe. preferì credere Galla una donna amata dal Boc». e lusingatrice (blanda nimis).

io credo. Il primo è quello. ed ho tentato di mostrare. nel 6ioì\ stor. con felice invenzione e garbata rappresentazione. ne alla seconda.— 71 si equivalgono. Due luoghi mi paiono specialmente notevoli. tutta vestita di forme prese da ogni parte della Buccolica del poeta latino » (^). illis Pamphilus (1) W. vi sia. nel Filocolo. Aristeo. vediamo Galla. La critica non è stata indulgente a quest'egloga. VII. Skeat. — non manchi nella prima sotto le forme e i colori virgiliani. Lo Zumbini ha giudicato la contenenza di entrambe semplice amplificazione diluita e allungata « di alcuni luoghi di due egloghe virgiliane. . succinctaque ramis. 99. cercando di non dar troppo negli occhi. Chaucer. d. Crbscini. di nascondere la sua tosto biografico. di veramente sentito. 249. Con tutto il rispetto dovuto all'opinione dell'illustre amico. Voce ciens comites. la Francia (GaUia) è chiamata « il bianco paese » e che. andar a raggiungere Panfilo. cioè Giovanni Boccaccio. che un substrato storico. pallida ?) A questo proposito. di cita dallo Vincenzo di Beauvais. si vanta d'essere stato amato da Galatea prima che da Fillide. nelF egloga XII. che. in cui. ^fr. Leti. intenzione: Venit et illa quidem catulis sodata duohus. ital. o piut. XVI: « Fasianus est gallus sylvaticus (2) Le egloghe dei Boccaccio. nelle note al Parlement of fowles di G. illudens manibus. incerta tra il pudore e l'amore. ne forsan longius irei . non sarà inutile ricordare che il fagiano era confuso col gallo silvestre (^). e credo pure che qualche cosa di vivo. Abrotonia (senza sangue. Spectilum ». Contributo.

fugge a più poter. E nell'LXXXII. che con isdegno nuovo n'è cagione! Ch'an^cor la vita chie mia di ritenere. ma pianger puoi l'essere stata avara. nel sonetto XXXVII: Oh s'io potessi creder di vedere canuta e crespa e pallida colei. per rider la cambiata condizione. fac cernere possim quos pectit croceos crines per tempora canos. e il suo canto sonoro divenir roco sì com'io vorrei. Non capisce perchè. et rugis roseas plenas pallescere malas. Esso (1) Non mostra il di avervi badato il Dklt. 1901. espresse poeta. che cita i due sonetti. che le chiome d'oro vegga d'argento. che tanto rei son per me lasso. Amor non '1 : Ignoro se il riscontro sia stato notato (^). ed il caro tesoro del sen ritrarsi. pallida e vizza. fuori d'allegoria. et tacitis nemorum iaceat neglecta sub urribris. 253-54. ch'io dirò : Donna. Gli stessi voti.— Il 72 Damone: 1 il secondo è la preghiera di Te Silvane pater precor haec. ogni mio spirto. pp. il Li comprendono tra le rime composte per Fiammetta Manigàrdi e Massèra. più non adesca t'ha più cara tuo soave canto. per conto suo. e pur sarò sì pronto. oculosque gementes. viso di costei. non se' più in conto. S'egli più diffusamente: avvien mai che tanto gli anni miei lunghi si f accin. neWlntroduz. m'ingegnerei. ogni dolore e pianto si farà riso.a Torre. al testo critico del catisoniere si del Boccaccio] Castel fiorentino. somigliali- . onde e crespo farsi il io m'innamoro. e crespi gli occhi bei. ut ludam tremulos gressus.

e fra tutti gli uccelli capo della fagiana prendere. tra tanti bipedi piumati (M. l'ardore. e quel divorato. con cui la dolorosa egloga si chiude. il ». se la fagiana non è Fiammetta. e riporti la non difficile vittoria. e prodotto dall'Hutten. proprio di lì si ficcatosi. che Florio vide « delle montagne vicine a Pompeano le giatori. Anche parec- dosi i due sonetti come due gocce d'acqua. il con rabbiosa fame avanzi. quell'uccello che a guardi» dell'armata Minerva pone. Se Alleiram.— 73 - impedisce di comprendere sonetti tra le rime i due composte per Fiammetta. Suppongo sotto questa allegoria si celi oppure uno stemma. in quel'o « de' ritenersi com- posti in lamenti e dolori per la crudeltà di razione pe • Madouua ». l'allegoria del « gran mastino ». confermano giacche. con cui Damone brama di poter un giorno dola. per forza l'altro busto trarre dagli artigli di Niso ? » Dalle montagne di Sarno o di Nocera? Una ragione ci dev'essere perchè. Torre. l'LXXXU. un cognome. che gliela tolse. crolla dalla sommariamente ribase. XXX VII. rappresentandola in mezzo a una folla innumerevole di corteg- a soddiBoccaccio volle vendicarsi di lei. non mi pare dubbio. e correre in quel luogo. L'impeto di sdegno. onde s'era si (1) Fra « assai vicino di quel luogo levata la fagiansv. de' quali sceglie or l'uno or l'altro sfar la sua libidine. dovrebbero due periodi lontani dell'amore. vendicarsi di Galla spregiandola e beffanl'identità di Galla e di Alleiram. » . il varsi. E chi sa non contenga l'indicazione del rivale. in quello del « dolore e dispe- '1 tradimento gli altri. buona parte del romanzo ingegnosamente architettato dal nostro Della un mastino. introducendola nel Filocolo a parlare di sé come parla.

dopo tanti secoli. la. abbandonata la mercatura. che grazia di Abrotonia. lo sbigottimento. per la verità. giudicò indegno Galeone del suo amore. quando non ancora amava Maria. Dopo un lungo viaggio. Non intendo punto. pessima vita. per la quale Abrotonia. L^i. e non so per quai merli. potettero essere ispirati dall'abbandono di Abrotonia. « fatto d'inverno certamente ». dopo che. l'angoscia ch'io sostegno per lo suo o per lo mio errore. . « viaggio sarà stato la iniquità ». ne' quali si 74 — son voluti vedere indizi e tradimento » di Fiammetta. di esso tacciono VAmeto e la Fiammetta. che. Altrove (son. s'era messo a studiare diritto canonico? Molto più probabile è che avesse fatto quel viaggio per ragioni di commercio. veggendo me della sua grazia fore esser sospinto da crudele sdegno. egli ricercò la Questi versi paiono scritti una delle molte volte. egli tornò. di vestirmi toga dell'avvocato ufficioso per difendere dalle naa.— chi sonetti. XXX) leggiamo: . per calunnie Maria d' Aquino la . . Perchè il Boccaccio sarebbe andato lontano da Napoli. la quale mai potè riavere. percorrendo mari e monti. traducono il pianto doloroso. perduta. secondo la prosa dell'ornerò. e trovò la sua donna tutta cambiata: testimonianze del « trovo Il mi sdegni. infatti. « non altrimenti non so da che spirito mossa ». grave doglia. . dichiarata. costei fece patire a Giovanni. le angosce. il martirio delle rime.

trascurando le attestazioni ossia si fida interamente alle ben di- verse delle altre opere del Boccaccio. ed anche per il buon nome di lui. ma \ nell'uno e nell'altro luogo non fa (1) Allo stesso modo. di piacevole. sdegnosa in tutto periodo. a' quali attingono con piena fiducia: perchè. già posseduta altri. prima d'innamorarsi perdutamente di Giovanni? Che questi fu il suo primo. apprendiamo che Maria « ingiustamente. nonostante Vinsuffi- Mal prevenuti. essi non dubitano della veridicità dell' Amdo. rime. e 1' aveva rifiutato. dunque. non aveva mai amato. e contraddicendosi. non tengon conto di ciò. a danno di lei. sdegnosa era tornata ». benché posteriori al « tradimento eloquentemente? Cioè che Maria non aveva mai tradito il marito. della Fiammetta. asserisce il Della Torre. la Fiammetta con Alleiram e con la fagiana. nel Filocolo.— /o — l'esatta intelligenza delle opere del Certaldese. Pure. Ella era incapace di qualunque costanza in amore. e sarebbe stato Vultimo e solo oggetto del suo amore? (0 Certo. Caleone >^. perchè. e pi^^ non lo voleva per suo. che queste prose e questi attestano versi. certo. non devo tacere la mia persuasione che i critici abbiano condannato la bella signora ingiustamente. che precede la sorpresa notturna. che considerano come frammenti dell'autobiografia del Boccaccio. imil passibile. egli stesso cava che Maria cominciò a mostrare di non sgradire l'amore del giovane dopo soli 12 giorni^ . sentenzia l'Hutten. hanno cominciato cienza dal rivangare. era una bella fiera crudele. dell' Amorosa visione. dalV Amorosa visione. l'avevan d'indizi. il Della Torre dipinge Maria indifferente. lion è più riamato dalla « crudelissima » sua donna. il suo passato. dalla lettera premessa alla Teseide. Come lo provano? Confondendo Maria con Mariella.

laonde io sempre yiverò dolente. in cui si creti è tale. l'assoluta mancanza di particolari con- da render vano ogni tentativo di assegnare le une piuttosto che le altre ad uno piuttosto che ad altri de' molti amori del loro autore.quelle. Anche ammettendo. al quale Maria o Fiammetta. allude a Il un rivale? (IV) è la primo sonetto il ben nota imprecazione Perir possa tuo nome. se il ver mi disser gli occhi non ha guari. in cui ricorrono le parole fiamma e fiammetta. in qual modo assicurarsi che sieno del numero i due sonetti e il madrigale. nologico di esse è le rimanenti. « che la maggior parte almeno delle liriche amorose del nostro si riferisca a Fiammetta » (-). Baia. come ingannato da folle credenza or foss'io stato cieco non ha guari! : (1) (2) Mànicardi Ivi. che hai corrottola più casta mente che fosse in donna colla tua licenza. e ben poche si posson ritenere con sicurezza ispirate da Maria . Forse che ella sola frequentava le incantate rive e i sanissimi bagni di Baia? In tutte nelle rime. . Nel Filostrato. voglio dire. Griseide tradisce Troilo ma questo tradimento non è invenzione del Boccaccio. credo si possa sinanche dubitare di riferire all'amore per lei i sonetti haiani. Il fortunato rivale è stato rinvenuto soltanto Premettiamo che un ordinamento cro« sventuratamente impossibile » (^). 82. Per conto mio. e Ma8sìì:ra. 34.- 7() - punto capolino la figura di un altro ganzo. l'avevano raccontato prima di lui Benedetto di Sainte-Maure e Guido delle Co. si sia conceduta. col Grescini. lonne.

« eziandio le più oneste donne » solessero posporre alquanto la donnesca vergogna ». o creduto vedere. Maria. incolpa Baia perchè « rade volte o non mai vi s'andò con mente sana. Il sonetto.Egli ha veduto. nella Fiammetta. traditore. che con sana mente se ne tornasse » Proprio a lei (^) « già molte volte » era parso che là. con più licenza che a lei paresse conveniente. ne ha. storico. e così via? Che la casta Maria e l'impudica AUeiram sieno '^ ! : una stè^ donna? Il secoiido sonetto (LV) è un'invettiva contro Amore. il vanto dell'anteriore castità di Maria. Si tratterebbe di un mero sospetto o. non si sa bene che cosa. . bugiardo. aver avuto un'impressione falsa. 1902. conquistò Maria. Hai corrotto la piii casta mente poi. con Topinione che Giovanni r avesse tolta a un altro amante. il quale prima l'aveva tolta a un suo predecessore. d'un « tristo annunzio di futuro danno » non ancora di « tradimento » consumato. e (1) A questa circostanza non badò nemmeno il Gigli nel suo arti- colo I sonetti haiinì del Boccaccio. In qual modo conciliano un'afche fosse in fermazione tanto esplicita. disleale — — e chi più dopo il mio lungo servire invano. più che in qualunque altra parte. senza fallo. . se si vuole. e l'elogio. mi preponesti tal ch'assai men vale! Il Boccaccio non servì invano . dice chiaro donna. più n^ metta che. la donna corrotta da Baia che. Ma è. Il Della Torre suppone abbia veduto « un improvviso rossore della sua donna » all'improvviso giungere o passare d'un altro giovine. Gior. può essersi ingannato davvero. Maria Se è proprio lei.

si Non ragione di cre- quando Maria « trovava a Baia.a possedette non breve tempo. e quand'io più fedel al suo volere credea merito avere. imito a questi le due dal Della Torre. Il non considerar rico. Dice con meco. ov'è le lagrime. consiglierebbe di questi versi come un documento stoQuell'iena può essere . dico: Omei! non vo mirar nessuna. e poti essere sonetto composta dopo l'abbandono di Abrptouia. . come questa. per un solo istante. e LX XXVII. quasi scherzoso. con fermo volere. donna servì. certo. Qui. V. Maria. basisando gli occhi. qualor io penso quel che m'ha fatt'una. non parla di Il lei (^). tono leggero. una delle tante donne amate dal Boccaccio egli ebbe merito. madrigale merita di essere riferito intero: Io non ardisco di levar più gli occhi inverso donna alcuna. dunque. non. com'io servia costei. notte. Nessun amante mai con puro core. dalla quale il premio agognato a meno che non s'imagini scritto il madrigale prima della ottenne . che forse. che somiglia molto madrigale. il Tra le prove del tradimento Manicardi al il e il M assbra. comprendono detto che la ballata I. 43-4. non Baia. in cui egli fu rimeritato del suo ser- Ma chi vorrà. giovane novo fé' signor di lei : ond'io. ».'i. far buon viso a una ipotesi così strana? In conclusione. i sospiri e '1 non sperare a quella fine. famosa vire. c'è biasima Partenope e derlo composto (2) sue donne. le pretese prove del « tradimento » di Maria. desunte dalle rime del Boccaccio (^) non (1) Il son. inganna ognuna.

quale ella riguardò. non sperava. non dirò più accurato. quando passò un bel giovine. che voi per la bellezza « il d'altro giovine sospiriate? Ella. « secondo il suo solito ». che una donna può amare sinceramente. che il Boccaccio parli per bocca di Olonico come si dimostra che la donna del geloso non possa essere se non Maria? Ricorrendo alla testimonianza delle rime. mentre componeva il sonetto. Or. a parere del Grescini e del Della Torre. si compimento delle sue brame. tornata nel viso di nuova rossezza dipinta. per lui.. altro. un cioè il non aspettarsi quel tradimento. con molte scuse. della quale sappiamo già che cosa pensare. « sotto le spoglie ^ del geloso.. E qual peso attribuire al racconto del confortatore di Glonico? Stava un giorno in segreta parte con la sua donna. sì turbato il poeta ohe egli va per la sua via come smarrito il (The curioso uso del fine. e una qualche volta. Si volti la pagina. il qui. nel sonetto LXXXVI : come sperare posso merzè? come che qtcanto fiìie all'ardore è piìì cocente? meno spero .— 79 — reggono a un esame. e^?i disse: Oimè. ma più sereno. sotto una forte impressione. . ed è discutibile. e poi un pietoso sospiro gittò. e legga. fedelmente un uomo. egli ha rappresentato. sé stesso. la qual cosa vedendo.. à >. giurando per la potenza de' sommi iddii. era suo lungo martirio. lasciando stare che guardar un bel giovine e sospirare non sarebbe delitto da punire nel Oocito dantesco. » Il caso spiacevole. invidiare . desiderargli la maggior bellezza e le altre doti di pure ammesso. Acrbo sperare avrebbe. giacche. si cominciò ad ingegnare di farmi credere ciò che per lo sospirare aveva pensato ma ciò fu niente. sono io sì tosto rincresciuto. fatto Boccaccio! Quella la fine del che egli. avvenne al Boccaccio.

Sieno pure una sola la donna del geloso. tu. di quella patirai difetto. e AUeiram. Molto inchiostro s'è sparso per dimostrare che Idalagos rappresenta il Boccaccio. e la fagiana per il fatto stesso che sono rimproverate di colpa. e Alleiram Maria d'A quino. e quella' dell'amico di Fileno. vaga di riaver la sua grazia. non ha mai detto o lasciato intendere d'essere stato respinto perchè facesse posto a un nuovo amante. quando ha direttamente. e da lei sarà riamato. più e meglio che non avesse fatto di quella di altre? . non finisce col tradimento di Alleiram e la trasformazione d'Idalagos in albero. non son da confondere con lei. e per lei comporrà « amorosi versi ». . espressamente discorso delle sue relazioni con Maria. Chi può essere questo più dolce abbietto^ se non Fiammetta? Di quale donna esaltò egli la bellezza. cioè il Boccaccio. amerà un'al- tra donna. ma non si è. e le laudi già della tua hellessa in amo- rosi versi. cantando. che a Maria non è mai attribuita. Prima che la malvagia donna sia convertita in marmo. finiranno e torneragli la perduta allegressa per più dolce obhietto. se la mia deità merita di conoscere alcuna delle future cose. Venere le predice: Prima le lagrime di colui. più bella di Alleiram. che tu solamente in isperanza risolvi di ritornar nella perduta forma. né mai gli fia possibile il più nuocergli che nociuto abbi: anzi. che già fu tuo. che tu non fosti. Due altri fatti non permettono questa confusione. Dunque. Idalagos. ripeto. altro titolo che della tua prenderanno. se ben ricordo. notato che la storia d'Idalagos avrà un seguito.— 80 - 11 Boccaccio.

memore delle gioie godute con lei. per benivo'e. la Fiammetta. 6 . all'amore la schernitrice — caccio non esitò a esaltarla come creatura celeste. notissimo. VAmeto. alla sede de' beati. di suscitare scandalo. a sua scusa. bastava aver letto V Amorosa visione. L'altro fatto.-iza ». Abrotonia. Come mai non temette di affrontare la pubblica riprovazione. e. pretese di farvela sedere accanto a Beatrice ed a Laura. Avrebbe potuto restringersi a perdonarle generosamente il tradimento. addurre che nessuno sapeva chi fosse quella Fiammetta incielata. lei morta. ma troppo presto tornata lassù. succede per crudele e quello per Fiammetta. da- da coloro a' quali. dea. il BocCosì. a rimpiangerla in dolorosi versi. non è per ciò li memoria fuggita de' beneflcii timi g"à ricevuf. audacemente asserendo che era salita al celeste regno . predice nel sogno all'amante da « Tosto ila palese per cui più altalei respinto: mente canterai che per noi ». per bontà di lei. di neWAmeto. eppure non abbastanza considerato.iantunque cessata sia la pena. che io essere orto feauissima opinione per quelle avvenuto che io non sia morto Q. e. ma no! volle credere e dire elle fosse ascesa al paradiso. del resto. non solo venuta in terra « a miracol mostrare». non esattamente valutato da' credenti nel tradimento di Maria. è che. Non si può. più nobile e più bella. da loto a me portata. beatificata parecchi amici di lui lo sapevano (^). erano gravi le mie fatiche Introduzione al Decameron. ed ella stessa. quella lasciva incostante e facile « nel trascorrere da un amore ad un (1) altro ».^81 Galeone (Boccaccio) Abrotonia. per saperlo. quella « crudele volut- « Nella qua! uoia (che l'amore gli aveva fatto sentire) tanto refrigerio già mi jiorsero i piacevoli ragionamenti ] d'alcuuo amico e le sue laudevoli consolazioni. angelo.

nientemeno. Io so die intra 1" anime piil liete del terzo ciel la l'affanno mia Fiammetta vede la mio dopo '1 sua partita . 49. salita. quando tentò di farla apparire . dove spesso il tirò già per veder Lauretta or sei dove la mia hella Fiammetta siedo con lei nel cospetto di Dio. Sonetto LX: 188-192. (3) Sonetto XCVII: sei Or salito. or se' ti colà. e che a me non paiono apparteneili a questo gruppo. se gustar dolce di Lete tolta. di farsi intercessore per nel terzo cielo? lui presso di lei C^) Non si suo venerato amico e era salito dove ella vergognò di scrivere che il precettore Francesco Petrarca si sedeva (^). che si serviva dei suoi amanti. che nessuno l'avesse potuto indovinare leggendo i suoi libri non sapeva egli la verità? Non aveva egli raccontato per filo e per segno le malefatte di Alleiram? E niente gli disse la coscienza. di scriverlo — (1) (2) Della Torre. caro signor mio. e dopo aver li soddisfatto coii essi la propria lussuria. rio. l'austero Dante. degna di uno scanno nell'Empireo? Non arrossì quando osò. . pregala. pe' quali essi 8tes4 comprendendo nel numero sonetti XIX hanno qualche duhhio. nel regno al qual salire ancora aspetta eletta. ogn'anima da Dio a quello nel suo partir di questo moado desio . e LVIII. contano undici sonetti del i Boc- caccio in morte di Fiammetta. buttava in un canto come cocci rotti ed ormai inservibili? (^) » Supponiamo per un momento che nessuno fosse stato partecipe del suo segreto. a sé m'impetri tosto la Il Manicardi e il Massèra.tuosa. pregare Dante. in non la m'ha luogo di mercede.

il senso della misura. non riesco a mandar giù la strabiliante metamorfosi di quella magna meretrix di Alleiram in gloriosa abitatrice del regno di Dio.badi! 83 — stando già con un piede nella fossa. nel penultimo anno della sua vita"? Vedo anch'io. in queste rime. al Boccaccio. l'imitazione della Vita Nuova e del Canzoniere. Fece difetto. qualche volta. non credo che gli mancasse il senso morale. . comprendo e scuso l'esagerazione nell'idealizzamento di Maria d'Aquino. CM9\^. — ma fedele all'amante. infedele al marito.

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— DATA DI E CONTENENZA ALCUNE LETTERE .IV.

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di averne ottenuto \si grazia e di esserle d'un tratto. Maria. la (1) Ripeto. nella quale il Boccaccio racconta di essersi innamorato di una donna maravigliosamente bella. Certo. mentre anche passava vicino alla tomba di Virgilio. non l'ho fatto. e dal mente consiglio. per temptisculum . Nella lettera.. Maria. disperato.Avrei potuto citare a sostegno della mia opinione la lettera Mavortis miles. e. gli appartenne dal novembre del 1336 al 1339. divenuto odioso. gli apparve sul far dell' alba. La donna gli fu liberale de' suoi favori brevissimo tempo. il luogo era tutto campagna abitata da poveri contadini. . perchè quella lettera mi pare un' esercitazione scolastica priva di valore storico. inverisimilmente acquetato e consolato da' discorsi. benché insulso (^). nemmeno per bagnarsi a quel tempo. se prestiamo fede a' biografi recenti. ma immediatadiciamolo pure. che dimora in AvipatÌHi. ma ingiustamente. a un'arca di scienza.entì. S) sperare dalla risposta di lui la fine dis' suoi . ne sogliono andarsene sole sole lungo la riva del mare. come il Boccaccio stesso attesta. La donna. di un amico. insulso — quelo di confidare per lettera le sue pene a un valorosissimo giovine. dice. Non sarà una lavandaia di Mergellina ma. benché molto prolissi. . a quell'ora. le signore napoletane non solevano. circa tre anni. in atto d'invocare la morte pietosa. certo. gnoue. egli dipinge caduto all'imo d'ogni malore. si Ma c'è di meglio. egli stata. sappiamo bene dove e quando egli la vide la prima volta.

ma . fuor che nell'imaginazione dello scrittore ovvero fu. bandonato. Sed cum ad gratiam rehabeudara àstutiam non vacon l'episodio leret etc. l'anno dopo. la stella polare della sua vita.1 344 / > . E imaginario ritengo il misterioso personaggio. iaargutulus tamen. ed era stato riamato . FHutten aggiunge che lo stato del suo animo si rivela eloquentemente nelle opere scritte in Fi«Pare che un solo renze poco dopo il ritorno: — pensiero riempia la sua mente: aveva amato una ella lo aveva abrimaneva. . iniuste tamen. . al quale la lettera è diretta^ novella fenice. 8UU8 fui Boccaccio scrisse: «Et ego quadragiuta ci vel >. quam ego alacris. Questo affermò il Della Torre. . qual valore può avere la lettera? La suda mulier o non esistè mai. versato in tutte le arti e in tutte le scienze. mee domine incido in orrorem. subito causa non atramento sed crimis describenda suborta.— 88 — suda mulier non è Maria: quando. a dispetto di tutto. (2) . cielo. 383. che più di cinque anni innanzi lo ammirava ed amava {% nel 1339 ha l'aria di sentire il nome di lui per la prima volta. mail Boccaccio. Eseguita debitamente la sottrazione. Il destinatario della (1) «Post diutinam lassitudinem. unico al mondo. colmato di doni dal principessa. per temptigculum conservavi. ampliuB. gratiara merul dominantis. i l'Hutteu. Petrarca (1374). evocata tra le reminiscenze di un passato ormai lontano (^). trova che (l{vl quarant'anni e più trasportano indietro 1374 « al i 343.». Veramente egli non scrive altro che questo ». et per consequens in raalorum profunditate deiectum ac me di misere pro- stematum inveni nell'Ameno. . Corazzici. 153. Dicono che possa essere Francesco Petrarca. Ciò posto. et cum iu la- auge rote volubilis permanerem . per l'occasione. egli continuava ad amarla perdutamente. lasciò Napoli «con la morte nel cuore». Si confronti questo racconto •Abrotouia Nella lettera diretta a Francesco di Brossano per il là morte del annis.

338. nel qunle l'asino è chiamato Btntnellus. per cominciare. Due passi il restano dubbi.Ver80 la fine. e Traver84RI.^ — A proposito tradusse « de' latratus brunelli'os rusticorum. Al principio. ziiji res!ra eidcota colloquia non dà senso . che potrebbe convenire al contesto {eieur vale assenditi nato).. da Set-- TiJkfBT. del dal cod. uu iti 8. (^). d. autografo del Boccaccio. C oraz- lesse cicura. ma. forse. il suggeritore sia : le vecchie. incitant ». LXIX: «Brunelli chordas lì. scorrettissimo iiell'ediz. Dicono.— 89 quantunque ad Avignone Mìisarum alvo alumnatum.. la Soc. inoltre. Carmina hurana. stor. Soc. 333 8gg. XXIX. di un vescovo. dantesca. Il Vandelli scrivere lettera (1) (2)- Dovendo una Lettera a Niccolò Acciaiuoli. L'egregio il ripubblicò testo del a lettera. che l'amico consolatore e padre Dionigi da Borgo S. il giovine Giovanni cerca di farsi bello e. 265-66. Le lettere autografe di G. laur. Vandelli Corazzini. ectere Plutonem tenuius. non è necessario supporre che il Boccaccio l'avesse conosciuto direttamente. «sed tibi pacilìcct. di poesia. Corazziki. DbllA Torre. non si è riusciti. 64 sgg. come dimostrò il Vandelli. poi. ma non hanno perduto punto della loro forza. BniuelUis in^rs». (3) Cfr. e A. s>. Si è tentato di girarle. 63. 18. HORTis. di tutto s'intende e si occupa tranne che lettera. VII. stellas dyafano che commicuntes si potrebbe correggere così: ineliti Platonis tenuius il intueri stellas. dantesca. B. N. ma. a confutarle «a tanto uomo». inttceri. quasi altrettanto dall' ^smo d'oro di Apuleio (^). d. Della Torre (317) cagneschi latrat opportunamente il il Gian ricordò {Bullett. di un grave e attempato dottore in teologia. XVII. S. s^^va. Cfr.LO. del « suo reverendo padre e signore » (^). Soc. si sarebbe permesso il Boccaccio scrivere amicus etate scitulus et prorsus argutulus? Di equipararlo alla servetta amata da Lucio nel romanzo di Apuleio? Non sono tutte obbiezioni nuove. Castelfiorentino. Cfr. Sepolcro. copia una buona mezza pagina da una lettera di Dante. mi pare. queste. Bullett. della Valdelsa. giugno 1910) x>oema di Nigello Wireker. .

ben diverso da quello che ne abbiamo noi. deponendo la penna. inermem. iiiertem. ma anche il libro di Apuleio fosse ignoto al Petrarca e che. . . esercitazione nell'ars dictandi. soprattutto. non per essere inviata al Petrarca. e. non per essere inviata. rudis ena iuìiers indigostaqno molos Cnm me mi- gerum. . nel fatto. sit». rudem. tenebris involutus. egli vi poteva attingere a piene mani. e un cen- (1) Il Boccaccio non uua. cum meuni dictare non è. gli facesse l'offesa di ritenerlo in- capace d'accorgersi che non tutta la lettera era farina del suo sacco? vorremo attribuirgli la furberia di aver pensato che. ma dei diritti di ogni scrittore rispetto all'opera de' suoi predecessori». . egli stesso. alterius summens offìcium. ma sempre più mi confermo nell'idea che la lettera fosse dal Boccaccio compilata per suo esercizio. ignorantiae . le su per giù con wtesse parole: ma tre volte «Cnm me. Del resto. criidnm pariter et informem congno- Bcam .— non intese 90 - con ciò « far grave carico al Boccaccio ne d'indegno plagio: queste ed altre siffatte accusarlo derivazioni trovano la spiegazione e giustificazione loro nel concetto che allora si aveva. senza timore di esser trattato come la cornacchia dèlia favola? Non abbiamo il diritto di denigrarlo così. Spero meam iuertiam (inertem'i) ÌDdig<B8tamc[ue wolpi» et ijg»o . non solo la lettera di Dante a Moroello. Egli stesso giudica la lettera per quello. Possibile che mostrasse. non dirò della proprietà letteraria. vester subditus. che una mera tone C). perciò. a parole. Sono interamente della sua opinione. anzi esagerato concetto della dottrina del Mavortis miles. dichiara: «Scio me stilo desultorio nimia inepte ac exotica blacterando narrasse. . confessa la sua ignoranza. di aver un altissimo.

— che souo parole di Ovidio . (^) rantiam copiosam vaporiformiter resolvi uel 1 delle Metamorfosi: . ixéWMegia del settimellese. Sol fervorem. Ameto: «Falerno coperto > vigne portanti ^imo. Questo passo licorda una pagina del I dell'enciclopedia di M. Lib. : Ili. et gravem turpiter a Lucina». 211 sgg. Palai. Analoghe enumerazioni si trovano neU'Jfe'g di nel il Cjàborintus di Eberardo. delle e. Septem septena concitai arma cohors. per lovem dives placabi'is. Citerò solo i versi à&W Elegia Sic ììiihi septenis nocet impia turba planetis. che Boccaccio co- nosceva.. Cam. a Gradivo rixosum.91 lettere scritte dal Boccaccio. da Settimello. I. si sette arti. que pernecat. rudis indigestaque moles. di ». Cyllenio balbutientem et stiabum. dira venena Venus: Mercurius virgam. a Dyona spurcissimum Dyoneum. querela d'essere stato fatto «a patre lovis deformem. nec quidquam nisi pondus iners hieis egens aer: nulli Il sua forma manebat.. Anche all'enumerazione delle Mavortis miles e celle. quali il trovano numerosi riscontri.. vino ottjmis- Cfr. arma Mars. in ognuna p. ancora non forat da Cesare . I. per Apper Cythereiam io- poUinem lucidus catem humillimus et regalia et aifabilis. Quilibet in nostra mone Saturnvs falcem. — coatrario. honestus ». fulmen fert Tupiter. 418. pianeta furit. 32 sgg. (1) III. . . in A. . ab Iperione inopem. per Martem preliahilis contra viti». la Il si vedono gli Dei dell'O- limpo fornir di doti neonata Psiche Boccaccio. 1565 sgg. cupidas fert Luna sagittas. e che più tardi avrebbe giudicata severamente^ nel sonetto di Ser Pace Nessun pianeta. per deorum et piocemam mathematious nella quale : et formalis et per Helib. a Delyo pusillanimem. . Aug. Capella. a Ovidio. 81 sgg. et iiniversìs cundissimus. Da qiiella Ittce. 3 sgg. da Eboli.. al e un sonetto si attribuito a Dante. destinatario «est iogeniosissimus per Satumum. ad hon. e in P. il Abbastanza diverse da questa sono le altre due mentre dimorava « sotto vicino alla grotta di Pozzuoli » monte Falerno».

ossia sul Par- naso ». come 20. trovo al crustibia col senso di tormentimi. sublimitatem in crepidine cahi gorgonei educail tam Il Traversari ha ricordato cabus. ulterius mireretur quam si Eee. con cui furono composte tante pagine del Filocolo: proporsi una serie di temi. Della Torre. cristibie Yel il inspice-bt actiones t>. Te 1 : O sorelle Castalie. e la frase sevientis dantesca: Redditur ecce. sermo calliopeus inferius. — che La « si lettera fu scritta nell'aprile del 1839. indovina. Le Non so se il senno moderamine constìtutus declarahit inferius del Boccaccio abhia ricordato a qualcuno la lettera di Dante a Ciuo da Pistoia. Cfr. e scrivesse al lettere autografe. Ed. propone leggere eaballi. che gli aveva chiesto è tirata questioncella La seconda. di cavum. Ericonis a. della il calcio di Pegaso aprì nel sasso del monte fontana Ip- pocrene. giustamente osservando che «qui non sarebbe adattato». una breve. giù con lo stesso metodo di . passo : — Nel « me vivum Medee respiciens. gen. 39. Boccaccio in latino. perchè in quell'anno fu armato cavaliere. . XII: seide. Altre volte il Boccaccio scrisse: «wtro gorgoneo». non credo.e alla il 1)2 impresso tomba di Virgilio. il Traversari darebbe cristihie valore di «aggettivo femminile col significato di maga. Contiene. Ma Erigone non fu maga o indovina: s'impiccò per dolore della morte del padre Icaro. « — Piti giìi Boccaccio scrive duca : cum noverim vestram ». e svolgerli più o meno ampiamente ad uno ad uno. ecc. il metodo. Forse cubi sta qui invece di cavi. che nel monte Elicona contente dimorate d' intorno al sacro gorgoneo fonie. sod- disfa in parte desiderio di Carlo duca di de' versi e D arazzo. cavallo castrato. il La prima. perciò. suppone calliopeo il TraVERsari. anche Maynusie e pelignensis Ovidii reverenda testatur auctoritas del Boccaccio. portano meglio carattere di vere missive. ^Oorgoìui residens in inargine fontisò. e tradurre: «sulla rocca del cavallo Pegaso. dice I'Hutten. Cfr. cavità. infatti: enunierazione e quella esaminata innanzi (1) Soltanto ima poesia. Nel glossario del Septeni linguarum il Galepinus. «the poem ». con Hhamnusiae spicula e auctoritatem vero Xasonis di Dante. (^). I. atteggiasse ad uomo letterato». Il duca non aveva più di 18 anni.». foro: la cavità.

credo debba leggere cuiii dissolvi. — anno VIP set- domini M'CGGXXXVIIIJ indictionis — XVP novembris il millesimo era sbagliato La (1) Nella frase: «Et hinc est quod cuni rege humilliino cupio desi 8. Nicola Barone del R. Ma il Minieri-Riccio non s'accorse che. il l'offerta che Boccaccio tenere figlio nascituro di lui a battesimo. il 16 novemhre del 1339. spiccano circostanze reali. in mezzo a tanta borra di fatto letteraria. Dal contenuto di scritta nel 1340. nella data del documento (-). congratulazioni per avvenuto matrimonio.derareì>. alla squisita cortesia dell'amico prof. descrizione della propria infelicità e qtierele contro la Fortuna (^). Paolo: «eupio dissolvi et esse (2) Christo». particolari : — gli studi giovanili dell'amico. cioè dall'accenno alle contese tra i Marra e i Gatti. Ar- . al Della Torre parve risultare che fosse stata dell'anno. secondo quel di S. perchè. lodi della pace.— 93 — e definizione delle parti del Trivio nell'interno di del Quadrivio. nel cui novembre lo turbò Pietro Pipino conte di Vico invadendo la città di Lucerà die ». querele per la trasforma- zione d'un pacifico mercante e uomo di studi in guerriero invaso da furore di parte. proseguiti alle anche in mezzo Barletta. il re Roberto mandato a Barletta Berardo Seripando. oggetto dell'ultima di esse. e la domanda del prestito della Tebaide. la sua parde' il tecipazione alle contese de' Marra e Gatti in suo matrimonio. e la copia de* Devo questa osservazione documenti. La lettera porta f indicazione del mese del giorno (28 giugno). secondo un documento riassunto dal Minieri-Riccio. «che vi durò fino alla fine dell'anno successivo 1340. descrizione di scaramucce una città. gli fa di il cure del commercio. Però. avendo. questi riuscì a ristabilirvi l'ordine. per non dire rettorica. di cui mi valgo. non essa.

S39. che il Boccaccio (^). lo strumento di aiìitto del podere di di S. per energiche misure. aliis homicidia et insultos fu. che ci offre altri particolari importanti. fetto di queste fosse un'altra volta turbato. settima indizione. l'ordine e. Tiò. Lorenzo Capua al Boccaccio. ziere di Capitanata. (1) 310. indictione VITI: Della Torre. per intromissione della regina Sancia. vi mandò anche il conte di Sanseverino e Raimondo del Balzo maresciallo del Regno. Il re aspramente li rimproverò di essere «tornati a mani vuote».- 94 - tìma indizione va dal 1° settembre 13B8 al 31 agosto 1339. scrisse all'amico quindi. comandò fortio. commettendovi citoB. Roberto non mandò il solo Seripando a Barletta. conchiusa un'altra tregua. illi- cum « trabuocls et propugnaculis >. ordinò al capitano di Barletta di proibire severamente che le due fazioni riprendessero le armi. i quali riuscirono a ottenere una sospensione delle ostilità sino a tutto il mese di febbraio 1339. Perchè ciò non avvenisse. a tutte le università e a tutti i baroni de' dintorni sino a venti miglia di distanza. mercante nel giugno del 1339 chivio di Stato. da Roberto ordinntam. firmatam et puplicatain in presencia »iia et pre- . Cfr. fece tornare immediatamente colà il conte e al Giustiil maresciallo con opportune istruzioni. seguita da pace solenne. di recar aiuti al capitano cum eorum non exef- Si deve ragionevolmente ritenere che. « depredationes. esortò i cittadini a prestargli mano forte. tardi. e questi invasero di nuovo Barletta. redatto il 16 novembre 1. le dopo cbe parti de' i Sanseverino i si furono mescolati alla con- tesa prendendo eciam Marra contro Pipino. Conferma pienamente la necessità di questa correzione un documento del 24 febbraio 1339. perciò la partenza del Seripando per Barletta si deve assegnare al novembre del 1338. e d'aver lasciatala città esposta a nuovi turbamenti imminenti.

invocò l'aiuto del donatore di tutt'i beni così: Ti supplico «che a me. dopo la di non breve interruzione. Mentre suoi calcoli Favevan condotto a conchiudere che lettera glielo il Boccaccio avesse in- terrotto gli studi del diritto canonico nel 1335. che le Genealogie ed il Filocolo ci forniscono. all'anno dell'innamoramento. perduti nell'inutile studio delle pontiflcum sandiones ('). ci fanno risalire dal 1339 al 1333. la data della lettera. egli prese la penna per mettere in iscritto la bella storia di Florio e Biancofiore. che. (2) Pp. Sennonché. I «sei anni circa». lo mise i in un certo imbarazzo. e (4 febbraio) mandò contro di essi 1 il conte di Mileto Rai- mondo (1) del Balzo con pieni poteri. ripresa. 326. V. « documenti nell'appendice. V'ha di più: quando. me ab eis quasi fastiditus extollens. I Pipino la ruppero. del 1340. cinque anni più tardi (^). ne della supposta non riuscì a scoprire nessuna prova. il Boccaccio vi si fosse rimesso per consiglio del padre Dionigi (-). querere libros». mostrava ancora inteato ad essi. pochi giorni dopo il sabato santo del loro primo incontro. . fidandosi il dell'infido Mi- Della Torre aveva trovata. nisi. la tunque vette. XV.La data nieri-Riccio. quanmala voglia. Doperciò. essa torna ad accordarsi mirabilmente con le altre notizie. per soddisfare il desiderio espressogli da Maria. ora. appigliarsi alla ipotesi che. 10. Allora (30 gennaio 1341) il re li citò alla sua pree senza. (3) De Geneal. nò della supposta interruzione. tu sostenga la non forte mano alla — latonim comitum baronum et aliarum plurium notabiliuai per8onarnm>. 259. il quale ora nelle sante leggi de' tuoi successori spendo il tempo mio. Cum mihi nullum solatium remanserit ampline visis mela alios decretalium lectionibus. Rettificata.

193. Questo ora spet^do fa chiaramente intendere che aveva cominciato da poco gh studi canonici. rum societatis Bardorum de Florentia commoranUbas Latrie. aut amicoruni precibus seu obiurgationibus inclinari po&set. De Geneal. . ma il i Al 1339. prolungatosi per la lontananza di Boccaccino. in tantum illum ad poeticam siugularis trahebat etas in hoc aptior erat. che era a Parigi ('^). potè verisimil mente durare un anno. aut praeceptoris doc trina. ». alla fine de' sei anni che il giovine era stato costretto a perdere nel banco del grandissimo mercante. ut in neutrum -liorum offitiorum. 320.-96 - presente opera». Il Boccaccio vi è descritto (1) « Fastidiebat hec animus adeo.. si aft'ectio. inde in lucrosam facultatem ingenium flectere couatur est etc. il Della Torre {') e FHauvette (*) riferiscono la lettera in dialetto napoletano. cit. f'otir la hio(/raphie de B. factum 73. il principio di essi e qucUo del- l'amore capitarono a breve distanza. nuova tediosa occupazione (2) Porta la data del 25 settembre 1382 l'ordine di Ugo re di Cipro « dilectis prudentibus et discietis viris Boccatio et Nicolao et sociis ipsoParisi us >. nello stesso il suo animo totis penpadre non glielo consentì. vetum. qua no vis mandatis augebar continue. mente alla Egli avrebbe preferito dedicarsi interapoesia.. — Anche il Traversaki. aut genitoris auctoritate. inter celebres poetas uuus evasissem. Non quin dubito.. anno 1333. mandata a Franceschino de' Bardi. Il contrasto (^) tra l'inclinazione sua e la volontà paterna. meum. 1. dum equo genitor tulisset animo. cum in lucrosas artes primo. aveva pen- sato a <[ un certo intervallo tra la fine della mercatura e l'inizio della ». pub- b'icato dal (8) (*) Mas P. dunque. alla quale debat pedihus. ed eccoci giunti a] 1331.

302. in quell'anno. di amarlo « com'a patre ». pure scherzando. concesso dispensa ut. Boccaccio s'era i ritirato vicino alla grotta di Pozzuoli. che vestono il senza esser preti . a meritar fede . ossia nel 1360. I due valorosi critici non hanno posto attenzione ad alcuni particolari importanti. Ebbe da Luigi sue di Taranto due di figliuole. El'a attribuiva le sventure madre a castigo divino. Tuttora a Napoli l'abito ecclesiastico. non ebbe altri figli maschi. È noto che. dopo aver Machinti filliao e appe no bello fiannunziato che glio masculo ».immerso negli studi: « un così intenso studio. (2) (3) Becker. p. il Dalle lettere latine. nell'anno ottavo del suo pontificato. il giacché il finto scrittore di essa. si sa che. non può supporsi se non in questo tempo. 3. quando cioè eran venute meno ogni distrazione di divertimento ed ogni preoccupazione d'amore ». Questi contava soli ventisei anni nel 1339 lannetto. che non vissero. succeduta al nonno quattro anni dopo infatti lannetto. nel 1339. V. dove abita (lloco sta) V « abate Io. n. quella in dialetto ce lo mostra dicittà. non poteva dire. ca nde apisse che festa ca nde uno madama la reina (^) nuosta ! faceramo tutti pe l'amore suolo! ». nomina più volte « la chiazza suo quartiere o rione. perciò. lannetto di Parisse. prima che Innogli cenzo VI. potesse ricevere e tenere benefizi ecclesiastici? Cfr. esclama « biro Dio. Boccaccio » (^). dopo Carlo Roberto. regnava Roberto. quando la lettera fu scritta. morante in nostra ». Così la chiamava anche l'Acciaiuoli. 105. : <' : (1) Anche questo titolo di abate merita attenzione. con suo inestimabile rammarico. in una casipola. sia si dà a persone. lo- dato anche dal Barrili. Nel 1339. ma poteva Boccaccio attribuirselo. avesse non obstante defechi natalium. regnava Giovanna. meritato per . Giovanna. tra contadini. a Napoli. morto fanciullo in Ungheria. già padre di famiglia. (^) Torna.

di vaio. nel 1411. onde l'adagio popolare Sant'Aniello. sicut ipsa rei evidentia in sublatis ex duobus viris seu maritis nostris precedentibusque. Perciò. Aniello! si sia Ho ragione di credere che nessuno curato di sapere qualche cosa di Franceschino. il quale. perchè lo trovo ancora vivo e vegeto settantadue anni dopo. 82) dice che de' Aniello particolarmente tutelare donne gravide. S. Ecco perchè. 22. Essa fu scritta o mandata « lo juorno de sant' Aniello ». lannetto comincia annunziando che il parto di Machinti è avvenuto « lo primo juorno de sto mese de decienbro ». acciocché sion liberati dalla gobba Non era stato protetto. e bambini egli.— la 98 — che la lettera a Franceschino de' Bardi ha in alcune edizioni. ri- solse a prendere terzo marito. non volle Filippo figliuolo del re Gioal vanni di Francia propostole dal papa. quale scrisse tra l'altro: « Hinc sterilita s in niedio enim contingit usque nunc persone nostre fecunditatis tempore quam naturalis nostra dispositio pronùttebat. La festa 15. quando egli ed Antonio di Niccola. ogni passo è picceriello. quando si. e che l'Hecker accetta? Non credo. insieme col Boccaccio. Cfr. utriusque sexus filiis ad privandum nos posteritate . nati. tutt'e due « onorati merca- essersi duo volte sposata a due. in qua Dei donum (1) concernitur satis potenter innotuit et ostendit n. data — o 25 maggio 1349 — di Sant'Aniello. coperto) in un panno foderato poli. richiesto di consiglio da' capitani di Or S. Michele il . Galiani (Del « è dialetto napoletano. 1789. che : allude alla brevità delle giornate in prossimità del solstizio d' inverno (^). ne il 25 maggio. il stretti congiunti. uno de' protettori di Napoli. quando « porta vaio la bambino di Machinti fu mandato a hatt> tiggiare. mammana 11 iucombogliato (ravvolto. il t>. Suo padre. Il Boccaccio la mandò a Franceschino di messer Ales- sandro de' Bardi (^). che non è il 15. Nadelle ». messer Alessandro di Riccardo. (2) da S. probabilmente. è se- gnata nel calendario il 14 dicembre. non era nato ancora nel 1339. si- culum. Appunto. Chron. 4.

cxxxviii. I. un « laude vote trastullo ». Da Bardo di Me. a fallimento de' al « rovina » economica di Boccaccino di Chelliuo loro fattore. in Gaeta. o in qualunche conto ». gare 26 fiorini di fitto al lettore della avrebbe potuto man- darli al figliuolo! (1) (2) Guasti. mentre sappiamo che era a Firenze un quaranta giorni dopo. Guasti. è sbagliata l'indicazione del giorno e del mese. egli avesse preso in podere dalla chiesa di S. per « effetto di essi e fitto il per mantenere il figliuolo a Napoli ». FraacescLino di Alessandro. fu degli Otto di guerra. Su la gravità dei danni patiti da Boccaccino ho qualche dubbio. il 26 gen- 2 aprile 1E57 (CORAZZiNi. Se. Lorenzo di Capua nel 1338 appunto. acconciando « ogni errore e ogni tra- versia o quistione che nascesse fra qualunche.— Optanti. Invece di pachie>. Gioverebbe cercare ne' libri mercantili de' Baidi in quali anni rap- presentò la casa.apo Mazzeì.a. Firenze. nel 1411 avrebbe toccato la novantina. e fatto cavaliere di popolo nel 1378. Già mi pareva improbabile che il Boccaccio fosse stato a Napoli il 14 dicembre del 1349. che egli ha giustamente accostato Bardi. avesse avuto soli diciotto anni. fu- a provvedere « di far ire al Ceppo tutta la sustanzia di Francesco Datini. Supponendo che. di buona fama e di grande intelletto ». tra « le varie e noiose faccende » da cui lo sapeva « or quinci e or quindi percosso ». possiamo ritenere esatta quella dell'anno (1349)? Non direi. e difficilmente gli sarebbe stata affidata la cura di liquidare una ricchisil quanto vedessero fine della sima eredità. avvenuto nel 1338. CI^. nella supposta data della lettera. chb. la — Rilevo qui. Le Mounier. tanto lodata da Vespasiano da Bisticci. . II. lode dell' Hutten. e tanto durassero rono eletti cosa » (^). 267. non mi pare.=8er Alessandro nacque l'Alessandra. Era « molto giovinetto » quando il Boccaccio gli scrisse per procurargli un po' di svago. Ser<L. a ogni modo. E le questioni non mancarono (^). nel 1339.

lodandolo. 1. giacché Petiaroa. il KX) — 13 aprile il quando potei leggere un documento mio dubbio in certezza. nel E. {2} Trovato. fannl. È l'ordine ai tesorieri ». cum paupertate conveneram. gli ris])ose. quale era a Napoli: Expectas post multa scìre quid faciam degens in tam anAccipe: more. il Boccaccio scrisse a Zanobi da Strada. da Napoli. di aver abbandonato insegnamento della grammatica e lui. Archivio di Napoli. Premetto che. paulo post discessum. « prò se et uno scriptore suo quarantotto once « a die d'oro all'anno. metà mensilmente il quarto mensis novembris in antea della poli Nell'ordine è trascritto decreto nomina di Zanobi a notaio segretario della Curia. al quale egli aveva scritto. lares proprios relinquens. delle quali metà subito. inter publicas privatasque occupationes ultra velie anxior. cancelliere del Regno. Francesco Forceluale cortesemente lini. Delle correzioni. ut saepius ante iara feci. di pagare a Zanobi. A Napoli. 1353. il me l'ha comunicato. ma il documento ("). iiam. e congratulandosi con 10 agosto. nel 1349. il Boccaccio. Zanobi era partito da Firenze parecchi mesi prima del novemil 1' bre. Forcellini prossimamente. satis commode meo iudicio. Sanesi. ». dal dott. discorrerà (^) il dott. Un documento ine- dito ecc. tuum. Lett. prova che il grammatico. Istoria del Decamerone^ 21. in vitato da Niccolò Acciainoli. quando Zanobi se ne parti per venire a Napoli ad assumere l'uffizio di segretario regio. e l'altra ». al quale alludevo. che questa scoperta rende necessarie nella cronologia delle lettere del Petrarca. seguì a Napoli il vescovo Angelo Acciainoli. che Giovanna e Luigi gli assegnarono ("). Seneca medio. « datuin Nea- anno Domino m'ccc°xlviiii* die mi" novembris tercia indict.^. XII. . venne nel novembre (1) Manici. il la patria.naio 1350 che mutò il (^). Quando? Sinora si è creduto nel 1352. sed nuper etc. e dal novembre di detto anno cominciò a percepire lo stipendio. cipiti ci vitate? Paulo post discessum tuum chiaramente ci dice che egli era a P^irenze. solito.

ma tu no. se. 1893. 1362. Che diresti tu. . delle si cose abruzzesi. (2) Nel CastelnuoYo di Napoli. a Messina. perchè d'ogni cosa sei consapevole. non a Messina. e nel dicembre potè in dialetto a Franceschino. sono mente persuaso che Nelli egli ricevette e accettò F invito dell'Acciainoli nel 1361. 146). non di agosto. ma. (^) II 28 di giugno. Al Nelli. come stampa I'Huttex. il 208. ed esortato a tornare. recò a Napoli nel lettera assegnandola anno seguente la a Ni' colò Orsiui. negli Studi per provare che all' « il stor. e scrisse l'invettiva al priore non più tardi del 1363 ('). semplice quanto inconfutabile.. poiché queste cose son fatte. un anno grande fosse passato? conciossiacosaché non ancora il sole abbia perfettamente compiuto il cerchio suo.. rispose: Niuno certamente avrebbe potuto quello che tu di' scrivere che non fosse con più paziente animo da comportare. in quelli dì che il nostro re Lodovico morì. Se forse di' non me ne ricordj. come crédette Co- razz'iii. di questo mio infortunio si fece parola tu a' ventidue di aprile seguenti queste : cose scrivi. cita. possibile è gli uomini siano dimentichi. — Il FakagIìIA (Barbato Lanciano. la quale avvenne il 26 maggio 1362 C^) dunque il novembre della sua venuta a Napoli fu quello . scritta 7iove anni dopo. di Sulmona. che lo aveva rimproverato di esser partito subitamente da Napoli.101 del 1361. ui andare la lettera So bene tanto di oppormi all'opinione autorevolissima per una ragione ferma- del Gaspary e dell' Hecker.. conciossiacosaché un altro potesse per ignoranza aver peccato. ma non sogliono le cose fresche così subito cadere dalla memoria. Boccaccio ì>. Dirai eh' i' sia dimentico? U infortunio — dal la indegna accoglienza fattagli Gran Siniscalco — precedette la morte del re Luigi.

Niccola Acciaixwli] Firenze.nfani.ome avrebbe potuto altri calcoli. ma. clie si il sono buona compagnia. di aver preso personalmente — Boccaccio scrive Nelli commiato dal prima di lasciar Napoli. quando parla di sei mesi in cifra tonda. leggeva a p. e in qual modo dai fatti. Boccaecio-Funde. ben ricordando che larghe promesse » altra volta i non avevan corrisposto Nelli « rimossero il fatti . Ma. e quasi con le stesse paro'e. Ma i sei mesi della corbellatura decorrono dal giorno del suo arrivo ? non vi si deve comprendere il tempo anteriore. 82. in Sicilia (^) ? — il marzo » accompagnò al luglio (^) l'Acciainoli I calcoli si fanno. egli « fu alquanto in pendente « rimase perplesso. mettere il piede dove nessun sentiero era segnato! M' illudevo di essere stato il primo a fare questa osservazione. rilevando dalla Boccaccio venne a Napoli verso la metà di novembre. a p. del libro del (2) Ta.— 104 il del 1361 C). lettere del Si apprende da due Nelli al Petrarca. 142 n. nella n. se. alle ancora una volta. assicurazioni del non mantenute. che lo chia». nell'aprile farlo nel maggio « o. allude r invettiva. Alle offerte tite ! dubbio ». . tra me: — Bene sta. assicurazioni smen- Non sono io suto straziato et uccellato con cento varie promesse? non ingannato come uno fanciullo con mille bugie? Non sono costretto dalle villanie e schifiltà vostre ad abitare Quanto è diitìcìle. pubblicate dal Cochin. dalla data delV invito? Al ricevere le preinvettiva che murose lettere dell' Acciainoli e del Nelli. e fu corbellato per sei mesi. lieto di così LXXXIV. mavano a alle le Napoli. quando un cenno fece consultare la prefazo e del compianto dell* Hauvette mi alla Macrì— Leone Vita di Dante del Boccaccio. Le Mounier. poco dopo. il dal principio di Nelli non fu a Napoli. m'accorai fatto se Macrì- Leone non aveva che. Pensavo non ripetere ciò . si osserva. or c. nel (1) campo della critica erudita. (3) Hbckbr. secondo del 1362. dove trovili l'osservazioue stessa. fin dal 1863.

che l'Acciainoli. il Gran Siniscalco: « Parce precor scripture non . scrivendo Petrarca. taciturnità tirato Le vane promesse. con quxnte promesse. Tanto è let- esatto ciò. certo. che cominciaerano cominciate il giorno. chiami di vetro.. le frasche non il rono le villanie e le schifiltà. con voce mansueta e quasi con tacito parÈ questo costume d'uomo da tante di vetro bugie?. altra parte del Regno.. dove. ita me conquassavit longa A pulce egritudo ». Senza dubbio deve leggere al 1362. D'altra parte l'invettiva ci porge alcuni dati abbastanza precisi. « Tu ti dovevi ricordare delle lettere di Sicilia a me sia scritte di mano del tuo Messer Mecenate. si il 6 novembre 1361. (i) essere sei mesi con Et tu me. lunga malattia in Puglia. il testo latino?). in cui manifestò al Nelli il suo proponimento di partire. {*) « Da cinque wesi in qusi » (chi sa come diceva. la lettera. il Boccaccio scrive esser passati cinque mesi tra la prima volta. fine di ottobre o a' donde non tornò a Napoli se non alla primi di novembre (^). (2) esclama: « Tolga Iddio questa vergogna da uomo usato nelle cose della filosofia!» (3) È il dantesco ahsit a viro philosophiae domestico.. lamentava d'aver una se-. sofferto che dovrò citare di nuovo tra poco. giorno stesso. e noi puoi negare.. o rompere o furioso mi vedesti tu? Io voglia. in altro luogo della tera. le mille bugie. ma senza romore senza tumulto. per cui possiamo determinare quanto tempo l'au- (1) Così l'aveva chiamato Piìì sotto il Nelli nella lettera del 22 aprile. che. e in. benché tu E benché queste cose sieno gravissime ad sostenere. e la partenza (''). gli aveva scritto dalla Paglia. perchè l'Acciaiuoli non fu in al Sicilia dal 1357 Nelli.digne oculis et autumpnalis in partibus Adhuc enim trementibus articulis sci ibo. et lare. 11 di Apiilia.— l'altrui 103 - case? Veramente sono. cominciarono. . confesso ch'io mi sono rammaricato teco. acoiocch' io venga ». el quale sei mesi da uomo di molto minore dignità {del re Roberto) sono con frasche di fanciullo straziato et avviluppato? (2). figliuolo delle Muse. quando me versare. di sua mano. aveva guito tuis. che affermo. con quanta istanza io in quelle si chiamato.

già morto dall'estate del 1361. o pili. nella cameraccia. potè rientrare in città. « dalla il Cavalcanti andato (^) a casa d'un' amico mercadante e povero. nell'eoi. XIII. sessanta giorni passati nella senQuesto buon mercante. e come morto ricordato nella visato dal Gaspary ne' versi dell'egloga lettera. Vi stette due mesi.— tore si 104 - trattenne a Napoli. Macjrì-Leone. il povero Boccaccio fu il « nel lido lasciato insieme col fante suo. Avendo le mato a Napoli « memorabile uomo » richiasue donne. ma. Anche prendendo alla lettera le cifre. cioè insino al suo partire ». dove si trovava l' Acciainoli il giorno seguente. Disgustato. » sentina spaventato Ermo — « — essendo . « ricevuto con lieto viso tato meglio. ciò pazientemente sofferendo » l'Acciatornò spontaneamente « col quale mercante facendo esso (l'Acciaiuoli) vista di non vedere. senza le ». che gli fu assegnata nel palazzo del suo ospite. tornò con lui a Napoli. quidam quale Mida mercator il t>. a Nocera. (1) 64). oit. cinquanta dì. Non fu tratpartì. Giungendo. LXXVII. cedendo incautamente a nuove premure e a nuove promesse. Cfr. cose necessarie al vivere e senza ninno consiglio Dopo due a Sant' iuoli. Di lì.. Stilbone è chiamato. e contando dal 15 novembre. « a lieto riposo ». h l'Acciainoli. « da Mercurio « mercatorum deus (^uali relazioni )è> (Corazzini 22). si giorni. non Zanobi da Strada (Hortis. andò a passare « alquanti dì » con l'Acciai noli. se ne a tavola e ad albergo » da Mainardo Cavalcanti. dopo « un pochetto ». col grammatico Zanobi non so avesse potuto contrarre. . a Tripergoli. andò difilato . op. fu rav- XVI: Hospes suscipior placidi Stilhonis in aniitimy Asl Midas patitur. Era la metà di no- 1 vembre quando entrò la prima volta nella sentina. fu non senza vergogna.

fu Paris.— tina. inimicizie pericolose et invidie li infinite. Petrarca. 1361.. rivol- sero al Petrarca lo stesso caloroso invito. Siniscalco parve scossa. eletto papa. che non vanno oltre la metà di marzo 1362. Lett. il 22 settembre 1362. l'Acciainoli e il Nelli tentarono un altro bel colpo.. appunto nel novembre del 1361. per libri. Messina il Al rifiuto ivi. l'ora di messer Loygi. fanno in tutto quattro mesi. . Tanfani. pubbli- cata dal CoCHiN. (3) (^) Urbano « lo re V (Guglielmo Grimaldi) fu eletto a Napoli. per l'ostilità del nunzio pontificio a Napoli. poi. 280. certamente incoraggiati dalla sua accettazione. che avevan rivolto a lui (^). Dipoi audendo eo molestamente ohe a Napoli erano facte leghe et congiurazioni di non piccholi signiori né poco potenti in la regina derogazione dello stato di poli. Non fu quello. l'Acciaiuoli replicò da 8 marzo 1362. tra il luglio del 1362 e l'aprile del 1363. per la morte del re Luigi. continuò ad averlo in sospetto. 105 - la cinquanta presso il mercante. 3 Pétrarque Champion. che e non dubito eo. Et in quelli medesimi tempi che odii e inimicizie et si- invidie erano più ardenti e in malore aumento. iu data del 6 novembre . La lettera del Nelli. Lettres de F. ma me sono certissimo che e invidi >. voglio dire. ed egli dovè provvedere ai ripari. Il predetti congiurati tt dagli altri passionati zufolate contro di emulanti le sue orecchie furono bene nunzio. col marzo finiscono i cinque mesi. che fu eletto papa proprio nel settembre del 1362 (^) — la fortuna del Gran lui.. che. (1) da lieti riposi (^). madama mea detti donna. dell'Acciaiuoli ad Angelo. Si badi che. modo est. -voAAAAA/vo- 224.. Sopravvenne me existente in Messina. tornai a Na- Di ciò mi sequettero odii grandi. novembre per uno. da lettura di da conversa- zioni letterarie. del 309. ne' quali « cento volte el consiglio del suo partire » ragionò col Nelli. Contando. infine. sopravvenne nostro gniore lo papa. appostolico nunzio a dagli madama la regina. una diecina tra casa del Cavalcanti e la villa di Tripergoli. Si aggiunga. Nelli à 1892. tempo da inviti a poeti. per le arti de' nemici.

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. — LE DONNE " DELL' "AMETO. VISIONE „ E DELL' AMOROSA .f V.

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Camerino. che nel tal punto allude alla tale famiglia. o alla tale persona. Verissimo. dice il nome vero. altre notizie con cui mettere in che non le i-apport-) quel talo accenno Ma chi gli ha detto avremmo? . Anche la critica italiana. o disdegnato come inutile questa indagine. tanto sottile. I. Mopsa. o della stessa persona non avessimo ».€^30K3€^3€^3C^3C^3e^-C^3C^3C^3- L' Hutten enumera il le sette ninfe deWAmeto. Appunti su VAmeto di (1) G Boccaccio. del resto. e ri- ferisce loro significato allegorico. maritata ad uno chiamato col nome del quinto GeMattioli. a ». ninno dubita che sapere non sia meglio d'ignorare. « il trapassar dentro è leggiero Già il Baldelli vide nella prima ninfa. « servato appunto che. ha os- quand'anche si fosse sicuri di giungere a risultati certi. Non si potrebbe ragionevolmente pretendere che. se non erro. parer mio. L'ultimo. in parte. che. tipoavrel>l)ero grafia Savini. « ci non una grande importanza per il fatto si che a nulla servirebbe lo stabilire. di una sola. Secondo il Mattioli. gentili. e amorose. 1906. per quanto ne posso saper io. per esempio. pure. ha evitato come troppo faticosa e di esito incerto. come vedremo. non sempre avrebbero questi una grande importanza » (^). quando della stessa famiglia. « con sagacità e per usar le parole del Baldelli con ricerche » — — » si fosse messo egli a « discoprire le interlocutrici belle. in un libretto nella folla delle donne sfuggito alla diligenza del biografo inglese. il velo è. che vi abbia accennato. che vissero in Firenze verso la metà del secolo xiv.

de' suo primo cognome lasciando. osserva maliziosamente. e da quello trassero il cognome ancora durante. nominato dal non più dal non so se per la rima. o che quelli per sopravvenuta infermità perdesse. ma so che da lei fu nominata Colmila. questo passo. basta. che ai discendenti di lui. nel quale o egli o' predecessori suoi forse del divino uccello in vece il dominio (^) servarono. il marito. cioè 110 Lottiera lodata Nerone. L' Antona-Traversi e visione il Crescini la riconobbero nelV Amorosa però. Cercai. dall'allusione al marito. o perchè il Boccaccio avesse stimato più opportuno cominciare a contare dal divino Giulio. Non nata : Mopsa racconta una di una sua ante- A sé simile partorì vergine. e quella con studio so- lenne nutrita. il proprio nome impose della sua donna. « il pensa a lei molesto ». Lottiera Di Neron Nigi con soavi sguardi. non ha molto. Ed essendo carissima dalla madre servata. sesto Cesare. a sé e quaU copiosamente gli concesse Lucina. m' è occulto. a cui tanto piacque la giovane. al debito tempo fu sposata a un giovine di nobilissimi parenti disceso nel detto luogo. i suoi ed il Rileggendo. Chi egli il conosce. produsse ad età atta ai matrimoni. che. non perituro in loro giammai. .sare. vi è quinto. 10) intera la spiegazione della (1) « Nominio » nell'edizione Moutier. e vidi che non mi ero in- gannato. quella madonna Monna nel capitolo del Boccaccio. ricordai d'aver letto qualche cosa di simile nella cronaca di Giovanni Villani. e trovai (IV. chiara di felice bellezza: ma quale cagione a ciò la movesse. o che senza crini nascesse.

chi ha la chioma copisti capirono male. de- rivando tosata. poi di Firenze sino al 1309. stando a concistoro. si sempre che la vostra chiesa vaca. il Ma Non perchè Boccaccio mutò la Tosa in Cotrulla? scrisse saprei dire con sicurezza. Forse pensò al latino cutis. de' Visdomini (Vicedomini). fanno grassi. Tolgo dalle note apposte al serventese dal D'Ancona: « Nerone di Nigi di Diotisalvi (da cui i posteri si dissero Neroni) fu gonfaloniere di giustizia nel 1337 e 1350. si tratta.sciarada: porta del Ili (di — « Erano ancora nel detto quartiere Arrigucci. il Sansovino aveva pensato a una famiglia Aquilanti. di coloro dice Gacciaguida a Dante. memoria nel 1335: Neron di Nigi dia questa bandiera a la sua donna. — — che. nel Paradiso . come ognun vede. e tolse per moglie una donna chiamata la Tosa. nome donna Lottiera fu. imposto alla in bella che fu prima (1277) vescovo di Faenza. Per l'allusione al « divino uccello ». egli Gorrulla o Coriulla. madonna Lottiera. « guardiani o patroni del vescovado di Firenze ». però che sia real confaloniera di tal setta. e Il il i nome dal greco kourias. onde derivò quello nome ». forse. Odale! . probabilmente. collocandola al primo luogo nel sermintese da lui composto di Lottieri della Tosa. o. e' Duomo) Nigi e' figliuoli della Tosa: questi della Tosa furono uno legnaggio co' Bisdomini e padroni e difendilo ri del vescovado ma partissi uno di loro da' suoi di Porta San Piero. ed ebbe in moglie Lottiera di mess. Anche il Pucci la cantò. che n'ebbe lo retaggio.

Il nonno « di Emilia. Cronaca. Scritti vari di Filol. Pisa. stor. napoletane. 191 (Nigi di Nerone). al tempo della si- gnoria del duca di Calabria. nel 1330 si sciolse da una società. anni 1325. glie nei (8) Marchionne di Coppo Stefani. XXX VI. trad. dopo la tesaitura. gustò « le acque Castalie ». che le diresse un sonetto di garbati complimenti ('). Egli aveva « turpissima sembianza » la moglie. mercante dell'arte di Galimala. come credè il Crescini. che trafficava con l'isola di Cipro.della 11^ » (^). Priore parecchie altre volte. 1884. agli 50. le fila e tessute col pettine Delle come. nel quale rifece suo padre Nigi (^). Davidsohn. nel 1337 intervenne come uno de' sei aggiunti per l'arte di Calimala. ricordato dal Crescini. perchè « la sollcitudine t>. Nerone. 47. come filata. n. Boccaccio. e due volte gonfaloniere di giustizia (1336. . 497. Minerva « trovò come la lana pettinata. II. a un' adunanza del consiglio delle Capitudini. Cfr. come fosse Dea ». Disse l'orazipne funebre di Mess. del popolo di S. Contributo. donne famose. 28. non solo bella. Del Vecchio e Casanova. era (^) . e forse per questo ebbe relazioni con Sennuccio del Bene. di origine plebea. alla quale intervenne anche Giovanni Villani. 102. padre morì (1) La il Vita Ntiova . Forchungen. Le RappresaZaniclielli. di lui era stata ne' servizi di « i Minerva continua e il figliuolo non seguì canestri e lo lane della santa fos'e purgata. Lorenzo. Bologna. a E. Monaci. (2) Arch. 1350). 262. 105. 89. III. 64. comuni medievali. stato probabilmente filatore o tessitore il che passò negli ozi de' nobili » la breve vita. fosse calcata co' piedi». Trovato dal Trucchi nelle < schede magliabechiane » . tentò « l'altezza di Cirra ». il cronista. e*) Non mercante. come fossero ordinate . . 36. era stato uno de' priori nel 1327. ma anche assai colta. Ebbe un figliuolo. Tosa morta nel luglio del 1^^47 Posso ag- giungere qualche altra notizia. . dell'Albanzani. 34. per 973 le pi^ov. dedicati Odaldo padre Remigio Girolam'.

non piti della lanuggine che pur allora occupava Giovanni » quando Fiam- . in verità. con cui tentb consolare : il Pe- ti^rca della morte di suo figlio Giovanni ille. o grazioso (^). Saremmo sempre dentro Ma. Emilia dev'essere una donna da lui amata dopo la Fiammetta. che egli aveva abbandonata per seguir Pallade. io non so che si sia posta sufficiente attenzione a questi particolari. Nella prima. dare da Venere l'incarico di ricondurre Ibrida alle «usate palestre all'amore. dopo il suo ritorno da Napoli a Firenze. — Si noti « crespa che Ibrida ha viso « coperto di folta barba ». come tutti ritengono. 291. etereo. Emilia aveva seguito Diana si maritò col benevolo consenso della dea. Emilia ama Ibrida. Emilia rappre- senta gli studi del diritto. Dante ». Stii- dies. quantunque sposa e madre. è il Boccaccio. « il cui nome grazioso le piacque ». Lettres de F. Giovahni passò dalla mercatura . ha per marito un giovine. A me pare di sì nel capitolo. 299. Giovanni s'interpreta grazia di Dio. Latini. f. e tentare audacemente di penetrare ne' cieli (^). Tresor. Il Grescini domandava: « È forse Emiliana de' Tornaquinci ricordata nel capitolo ? ». 1885) tentò due spiegazioni di questo racconto. e. l'amore puro. sui interpretatio nomin's hahet. XII. non a quello di Deo datum. « Quia etsi nunquam Johannes hac luce sècum portans quod ».. II. e promette in merito. Prima di maritarsi. Uguccione cit. IX. Ora. ai quali nella seconda. Por. e. N. di renderlo « con intero dovere disposto ai servigi » di « quelli doni gli lei. Philol. michi videndus est (2) Cochin. neiVAmeto. (1) Dante. ne : — . « Grace de Dieu il A questo significato. a Pétrarque.- 113 — poco dopo di averla generata da una fiesolana « loquace ». che può donare la sua Dea il ». dal Toynbee. I. poi che V ha richiamato in vita e ricondotto a' servigi di Venere. il cerchio si degli amori del Boccaccio e di Fiammetta. Se Ibrida. Emilia fa ». Roman. alludeva Nelli nella lettera. : 80. « giammai non la lasciò. 111 69 : « Johannes iiiteri)retatur gratta s>. nella Zeitschr. infatti. Domini B. ci è presentata come moglie di Giovanni di Nello. Il Grescini [Idalagos.

lo 10). Si consideri tutta ne' miei esercizi nutricato frase : — ma io Costui . (1) di salire all'alte cose» VII). palladie. non fu dal vel del cor giammai disciolta ». fere a notis » omnibus vocatus fuit l' [De Geneal. — Cfr. 1' h « » recato Gio- vauni — si apprende dal Corbaccio — > ebbe la barba molto a fiorita ». poeta. Fuor di allegoria: era da giovinetta. Idalagos. e. meglio che alla Mensola del Ninfale fiesolano. che porta coi so al cielo lo spirito d' Ibrida. « poi che la nobiltà deltorse i ingegno del qual natura dotò venne crescendo. De tìnxere. non Astrea — « nèll'aspett altiera e di fuoco così come carro lucente. Gio- vanni Boccaccio. XV. e. 48 oculis : Haec est (Minerva) quam armis insignem torvam. Philostrophe. In alcune stampe la sì legge scoperto. come gli di cercare i cieli con la i mente levata in suoi successi ? ». . ne' quali il Carrara scoprì gl'indizi di un « sacrilegio» commetta lo vide la prima volta. Con quanta modestia e decenza vanterebbe la amopuil rosi innanzi a Emilia. VI. ed riputato agrissimo gnatore. il del tutto a seguitar Pallade si dispose » . i versi dell'egloga XV (^). Geneal. — La dea. con alta cresta. lio gran tempo. hastamque gerentem longissimam cum Delle donne famose. V. Cfr. infino che a questa età. senis._ da lei le 114 - - fu dato stata in convento congedo ». Quid frustra signare lii4ium. ohe nelle palestre palladio è stato da molti. ohe nel ». ohe vede ora per prima volta è. Ma Ibrida.. se è « permesso di usare qui l'espressione dantesca. euiui rapu'sse iiivencam iam dudum meinini ? . con un cappello d'acciaio. come il Crescini ha eccel enteniente dimostrato. . pie' dal (Fi- basso colle. quaeso. cr. per l'esempio e per gli ammaestramenti di Ca'meta. è.ttallino clypeo ». siltas huiug. barba discernere puoi . Non potreb- bero alludere a lei. etiam prò viribìis renitente. me pare il Minerva. nemns atque laboi^as ? Ah visurus ego veniam. « è manifèsto errore. divenuto « avventurato e prode amatore sarebbe saltato in capo aito ? Oh.. suo viso coperto di foltti. armata di bellissime arme. in « tal caso. e con « uno scudo reggente quello ». anche re ma — mi — Ibrida ha seguito Venere pur neW^ pahs perdoni l'acutissimo critico e caro collega — l'esser Ibrida divenuto in quelle « agrissimo pugnatore » non significa fosse ». quale. sforzandosi per più aspre vie locolo. « abbando- nata la pastoral via. uscitane. quale.

tradisce. Ignoro se fosse o no parente di Francesco. — Cfr. Fracassetti. non mostrerò del fondo. IV. nel Gior. che traspare dal penultimo verso. III. Cfr. Lettere di Fr. ita- liana. in buon'ora. 127. si chiamò Nello Rinucci (^). Apostoli. galigarius) fu gonfaloniere di compagnia per il quartiere di Santa Croce (^). Un peccato del Boccclccìo. — Corazzici. quella. di Storia italiana. J Ciompi. Sacchetti. Carrara. nel 1342. Il sentimento. (1) (2) XXXVI. Petrarca. . stor. moglie di tal. il priore de] SS. Cfr. se ella non m' inganno. ma il — nonno del priore Una Meliana. Ricordo. abbiamo da persona ? Nel 1378. cupa il terzo posto nel serventese del Pucci: Di Giovanni Cristofari onor grana per la sua donna. Oh. Sansoni. che par di vero una stella diana paradiso. (3) Diario d'Anonimo fiorentino. un con una Umiliana (^) ? •Niccolò di Giovanni di Nello {Vannis Nelli. se il marito se ne an! dasse. a oc- ogni modo. onde fuggita s'era in religione. Lettera a I. d. V innamorato. Leti.messo dal Boccaccio ? Ilo — lei E pare accennino a : due terzetti deìV Amorosa visione . 870. ! se non fosse maritata all' Oh. altro mondo Trovo Giovanni di Nello spetiarius tra i consiglieri del comune. ne' Docum. madonna Meliana. fare. . che fu tratta al mondo. che non il padre. Fir nze. di Conte: «Santa Miliana (Umi- liana) de' Cerchi ». ma chi più sia. che me' saria non fosse. 1900. . Si tratta della stessa qui. onesta e vaga nel viso giocondo. 28-29. l'amico del Petrarca e del Boccaccio.

e la diresse dal 1340 al Il 1346 (2). — Pacino di Tommaso Peruzzi ottenne il priorato nel 1336-37. nacque da un cavaliere. V. Cellini.- 116 - III. (1) Forse il racconto. che fa Dioneo festa. IV' Buco Muro. ma figliuolo di Bacco e di Cerere ? (^). — Nella Teseide. all'anno. tratto in errore dal Salvini. sì. « dalla faccia di Diana chiamata ». rampollo di pero d'un antico e robusto pedale. Adiona. l'amante (Dioneo). ne' versi di Dante in una borsa gialla vidi azzurro. Sposò un giovinetto di nome « Pacifico ». 259. M. nella quale egli più si rallegra nel cielo. che si dette al commercio deponendo « il forte scudo. >Storia del commercio e de' banchieri di Firenze . Venere ò rappresentata in mezzo a Bacco e a Cerere. 6G. dagli : antichi commentatori. si leggono le stesse indicacon l'aiuto delle quali il Manni. potè « scoprire » madonna Dianora Gianfigliazzi maritata a Pacino di Tommaso Peruzzi. Firenze. potìi ispirare al neW Amelo. cap. e gli altri venuti Ma il Manni omise. nel colore d'esso figurati portava». mortale. senza troppo aguzzar le ciglia. 1878. il Baldelli dopo non ricordarono. zioni. in Dioneo. un elegante zerbinotto. . (2) Peruzzi. Guerrazzi il dell'incontro de' suoi genitori in una l' idea del di dar Bacco nel e Tersicore ])cr genitori al Romanzo. che lo stemma de' Gianfigliazzi era stato riconosciuto. VII. per parecchi anni rappresentò a Bruges* la compagnia de' Peruzzi. che d'un leone aveva faccia e contegno. fece una persona sola del marito (Pacino) e del- Nell'JLworosa visione. Boccaccio avrà voluto rappresentare una persona vera. nel quale i raggi di Febo e l'animale di quella casa. Vero è che. ni Corro Stefani.

IV.

117

,

La storia di Acrimonia è una delle più intricate. Suo padre è un nobile siciliano, e proprio, sua madre pare nata di famipare, di Catania (^) glia ghibellina (^). A sedici anni sposa un giovane
;

sparuto e male conveniente alla forma » di lei, che la conduce qua e là per l'Italia. Fermatasi a Roma, vi è ammirata per la somma bellezza, e « tutta Lazia la chiama per eccellenza la formosa
siciliano, «

Ligure

».

Perchè
«

?

Mistero. Giovanni re di Boemia,
»,

che « i togati gallici regge », e il re di Danimarca, e finanche i ma cardinali l'ammirano e se ne invaghiscono ella se ne fa beffe, e della sua durezza si gloria. Tornata in Sicilia, s' innamora, finalmente, di un giovine « nobile » e « di grazioso aspetto, benché agreste e satiro, di povero cuore », che è « di consanguinità strettissima a Mopsa ». Ecco un'indicain
e quegli,
;

quantunque

lunga età

zione chiara,

fratello di Lottiera,

una circostanza di fai to uno de' Tosinghi.

;

ella

ama un

Chi mai
sia la bella

Lombarda

sarà questa formosa Ligure? Ritengo del capitolo e à^M' Amorosa

visione, giacché, nel linguaggio del

tempo
i

— sia nel
luoghi
:

(3)

« Sicania...
i

quasi ia quelle parti, nelle quali

Palisci nascosi
1

dalla loro madre,

tempi de! ventre compierono, tiena
>.

dove

nacque

il

padre mio


Piìì

Cfr.

Boccaccio, De flumin bus
matris alvo Palisci lovis
infossi
:

«

Simetos
excerpti
Cati-

flumeu est

Siciliae iuxta

quem ex
i)artu8

filii

sunt, et usiiue

ad tempus
eftluit ».

haud louge ab urbe

nensi in

mare
«

ampiamente

la nascita de' Palisci è

narrata

nelle Geneal. XI, 10.
("*)

Di

vestiri vermigli vestita e pieni di bianchi gigli ».
i

Cfr.

Villani, VI, 43: nel 1251, cacciati
Firenze, e dove anticamente
si SÌ

Ghibellini. «
si
il

il

popolo e
del
'I

gli Guelfi

che dimoraro alla signoria di Firenze
si

mutaro l'arme
camino rosso e
e
'l

comune

di

portava

giglio bianco,

feciono per contrario

il

campo bianco
».

giglio rosso, e' Ghibellini

tennero la prima insegna,

latino di

118

(^),

Dante

e del Petrarca
(^)

volgare del Boccaccio

— tanto era
il

sia nel latino e nel

dire Liguria,
ci

quanto Lombardia. Se suo nome
:

è così,

capitolo

svela

il

E

la bella

Lombarda segue

poi,

monna Vanna

chiamata, e se tu guardi, niuna più bella n'è con esso noi.
Il

poemetto esalta ancora di più

la

sua bellezza

:

Signore eterno, a cui nessun effetto mai si nascose, alla giusta preghiera
rispondi, e
di',

fu

mai
»

bell'aspetto?

V.

« I

primi del padre
egli,

di

Agapes erano

stati

muratori, magistri lapidum, prima di darsi al com-

mercio
laniò

;

usuraio, che

« si

con tagliente unghione

famiglia

scelse la moglie in una portavano in vermiglia cintura la inargentata febea con le sue corna ». Questo è lo stemma di casa Strozzi, tre lune falcate
il

misero popolo », di usurai, che

«

dentro una fascia rossa in campo d'oro (^). La sventurata Agapes fu maritata ad un vecchio ma, dirò col Sansovino, si rifece de' danni patiti col giovine
;

Apiros.

Fiammetta, qui, non ho altro da dire. Dal Baldelli in poi, si ripete che la Lia delVAmeto « probabilmente era Sismonda di Francesco
VI. Di
VII.
Bulletthw della Società dantesca X, 170-71.;
«

(1)

Cfr.

Petrarca,
1

Sen,

III, 1:
(2)

Mediolanum
:

xirbem, Lij^urum caput et metro pò
saltus » (dove, e
nel

im

».

Ed. XVI
il

«

Ligurum

Veneto, pascevano
;

lo

greggi, elio

Petrarca,
:

Silvano^ eragli praestare paratus)
Iscra erano

Ameto
gustati

narrazione di Adiona
da' popoli... altrcHÌ
(^)

«Danubio... e

lietamente

come Eridano a Liguri».
di

Senatori fiorentini raccolti da F. L. del Micliorb; Firenze, 16G5;
Firenze:
In Fir^n/e,
Ctjiliui,

Pahiserjni, Gli Alberti

II,

tav.

U.


Baroncelli di cui
».
(il

119

Boccaccio) fa menzione nel caanche F Hutten, aggiungendo di suo una molto curiosa svista (^). Ma, posto che Lia e suo padre furono « dal diminuitivo di regali cognominati », non si vede come da regali possa venir
pitolo

Lo

ripete

non derivano se non regalucci, regalini, regaietti. Appunto, di una famiglia fiorentina de' Regaietti, antica e onorevole, non mancano notizie. Un Regaietto, in qualità di procuratore del Comune, acquistò il castello di Trivalli
fuori Baroncelli,

Da

regali

dai Tosinghi nel 1225
ietti,

;

Messer Guidalo tto

de'

Rega-

consigliere del

Comune

pel Sesto di S. Pietro

Scheraggio nel 1266, comparisce nelle Consulte del 1295; Messer Ottavante, dottore in leggi, fu de' Quattordici nel 1282, de' Savi nel 1285, e uno de' quattro giuresperiti, che procurarono la pace tra i Lamberti e i Tosinghi nel 1290 (^). Al tempo che il Boccaccio compose VAmeto, era personaggio di qualche conto Piero Regaietti del quartiere di

(1)

P

98: « Crescini

aveva

già,

seguendo

il

Baldelli, supposto

che

la Lia

de^VAmeto fu una Baroncelli, quaido Sanesi provò che
».

così era,

dando un albero gec ealogico
mente che
la

E

segue l'albero, dal quale

si

rileva unica-

seconda madrigna del Toccaccio era

figliuola di

una Lore
dallo

(non Love), figliuola di

un Gherardo

Baroncelli

!

Altrove, 162,

stesso documento, l'Hutten tira fuori,

non

so come, la preziosa notizia
i

che

il

Boccaccio fu

iscritto all'arte de' giudi*
il

e

notai!


il

Lo

stru-

mento pubblicato
gio 1351 nel
;

dal Sanesi ci mostra

Boccaccio in Firenze
e'

17 mag-

una

lettera del Nelli al Petrarca

informa che non vi era

mese

di agosto.

Dove andò

ì

Quest'assenzai spiega perchè avesse
certos nuntios speciales
il

affidato a

due actores factores

et

gV

interessi di

sno fratello Iacopo, del quale egli era
(2)

tutore.

Santini, Documenti dell'antica costituzione del comune di Firenze,

e GHERA.RD1,

Le Conmite

della Bep. fiorentina, agl'indici;

Davidsohn,

Forseh., Ili, 20; Tanfani,

N.

Aeciaiuoli, p. 15 n.

Un

parere di Otta-

vante è

riferi'o nel

cit.

libro

su

le

Bappresaglie, 308.


S.

120


nel
1343,
e

Giovanni,

il

quale fu priore

poi

uno degli otto consiglieri de' Priori (^). Se non m'inganno a partito, da lui nacque la Lia; infatti, ella e' informa che suo padre fu « da celestiale nunzio (^) prima che Gefiso nominato » ossia, secondo me, da Pietro Apostolo. È necessario ricordare le parole di Gesù a Simone: Tu vocaheris Cephas, quod interpretatur Petrus ? E
eletto

il nome vero della Lia dovette essere Giovanna, giacche ella dice che il padre la « ingenerò di grazia piena ». È noto sin dal Cinquecento che una Nerli

fu la

madre

di

Ameto.
*

Con

l'aiuto del serventese del Pucci, si può, in

parte, chiarire

una

delle più oscure circonlocuzioni
:

deW Amorosa
se

visione

assai vezzosamente

ne veniva la novella Dido, nome, non di fatto, veramente, tenendo acceso nel viso Cupido,
di di tale sposa, ch'assai malcontenta,

Ed

credo la faccia nel maritai nido. il nome di lui di due s'imprenta, d'un albero e d'un tino, e '1 poco fatto dal suo diminutivo s'argomenta.
il

Non

dovett'essere, a dire
« il

vero, molto malagevole

indovinare
(1)

nome

di

lui »

Albertino

(^)

;

ma

Villani, XII, 18; Stkfani, all'auuo.

(2) (^)

Le stampe hanno
Cl'r.

« celestiali nuiizii ».

Antona-Travrrsi, Notizie
436,

storiche

siili'

Amorosa
del

visione^

ue;cli

Stxidi di Filai, roiìtansa, 1888,

e la

recensione
Jl

Crespini

nella Rivista crit. d. Lett.

italiana, 1^86, 16,

Ciesciui legge nel v.

penultimo:

e

'/

puro fatto.

121

non si badò che il poeta volle si argomentasse la pochezza di lui dal suo diminuitivo, cioè da Bertino. Ebbene, il serventese ci dà un Bertino, la moglie del quale portava il nome primitivo della regina
di Cartagine Q)
:

A maniLa

Lisa mogliie di Bertino, render si vuole onor con bell'inchino; però ch'Amor col suo coraggio fino guida e mena.
«

tata dal
10

nome, non di fatto », esalha fermato la mia attenzione, devo pur dire, non per sé, ma per il marito: Per monna Lisa Amor fa maraviglia,
Un'altra

Dido

di

buon

Pucci,

lo splendor che Pesce da le ciglia; Asino come donna la consiglia con leanza.

per

11

D'Ancona annota:
».

«

de' Cerchi, maritata intorno

Lisa di Bindo di m. Iacopo il 40 ad Asino di Lapo
»

degli Asini

Appartenne, dunque, alla famiglia degli
vedovella

Asini, la

«

splendida, chiara e bella

che dal nostro Giovanni Gemma o Margherita meritò di esser messa in compagnia di Fiammetta ?


i

Ed

il

bel

nome

che

danno
gli

alla perla, è suo,

gemmier maggiori il cui cognome
(2)

Asini legan di quel guardatori.

(^)

Cfr.

De

Geneal. II, 57

:

« Sichaeus...

Belo mortuo, Elisam filiam
est
».

eius accepit uxorem,
(2)

quae postea Dido vocata

Corregg» con

l'aiuto dell'ediz. di Venezia, 1549, la lezione del
il

terzetto,

che l'Autona-Ti-aversi, seguendo

testo Moutier, riferisca cohì:

Ed

il

bel

nome che

i

gemmier maggiori
il

danno

alla perla, è

suo cognome,

gli A^iiui

legan di que' guardatori.

Non

il

polo ullimo verso, qui, « ò errato ». L'ediz.
di laciopo dell'Asino, nel 1321,
lib.

veneta reca que'
erano creditori
n.

i^

Asino e Marco

della

società de' Macci per

5262

;

Davidsohn.

1.

e,

743.

Nel 1361


Un
curia degF interpreti,

ì^M

poco per colpa degli
i

abbuino

tre

editori, un poco per insembra che tenebre più dense terzetti, da cui questo è preceduto
:

Con questa era
e figliuola

colei ch'essere sposa perde quasi in un anno, di brun vestita, e nel viso amorosa; oggi tornando dove i fabbri stanno

vulcanei, e Miropoli, e coloro ch'oman di freno e di sella, all'affanno

me' sostener, l'animai, ch'ai sonoro percuoter di Nettuno apparve fuori
nel bel cospetto del celeste coro.


ma

I

fabbri vulcanei,

s'

intende alla prima, sono
città,

i

Ci-

clopi; dunque, colei tornò in Sicilia. Miropoli

non
;

può essere

se

non una

la

città

degli

odori

in qual parte della Sicilia sta?

U animale,

che

Nettuno fece apparire percotendo la terra, fu il cama in qual paese, dove s'orvallo, tutti lo sanno Io ragiono così nava di freno e di sella ? (^). coloro, che ornano di freno e di sella i cavalli, sono i sellai dunque, i fabbri vulcanei sono veri fabbriferrai o maniscalchi. E perchè quelli de' sellai e de' fabbri sono mestieri, quella misteriosa parola
;

:

;

.

Iacopo di Asino degli Asini fa ammonito per ghibellino (Stefani). Sino
al

1370, Giovanni di Agostino d^gli Asini possedette
il

il

podere, nel quale,

secondo
344).

— Nel Diario
mai
il

Ghepardi, era la fonte descritta nel Ninfale fiesolano (Hutten.
dello Squittinatore, si legge
:

« 1378. Si fu fatta la
istati

famiglia degli Asini, guelfi, eh' erano

ghibellini

per imperpetua.
fatti guelfi
;

Non

volle

popolo minuto acconsentire che fossono
lo

iraperochè,

quando Vtnne

'mperadora Arrigo a San Salvi, colla forza

di ghibellini, e' gli portarono, cogli asini loro,

molta vettuvaglia. e per

questo furo chiamati

gli asini nimici di
!

parte guelfa.

Or

so' fatti guelfi

!

e araano gli utìci sicome guelfi
(*)

».
1.

Corazzini, / Ciompi^
cit.

55.

Cfr,

Anton a-Tba VERSI,


greca deve indicare

1-ia

esercitato da per-

un mestiere

sone, che stavano nello stesso quartiere, nella stessa

contrada, dove fabbri e sellai avevano bottega. Proprio
così
;

miropoli, in greco,

sono

i

venditori di

unguenti
rito,

odorosi,

i

profumieri. Dunque, la bella
;

donna non torna

in Sicilia avendo perduto il matorna a casa de' suoi parenti, posta nella coni

trada di Firenze, dove

profumieri,

i

fabbri e

i

sellai

sogliono dimorare.

Passiamo ad un
Era più

altro apparente mistero.

là di

donne accompagnata
il

1

la Cipriana,

cui figliuolo attende

d'aver la fronte di corona ornata, con quello onore, che ad essa si rende, dell'isola maggior de' Baleari,
se caso fortunal

non

gliel contende.

L'Antona-Traversi, che ebbe
tato di dichiarare
la

parte,

merito di aver tendirò, storica del poeil

metto, scrisse

:

caccio dedicò

il Bocebbe cinque figli: Pietro, Guido, Giacomo, Giovanni, Tommaso, e due figlie: Isabella, morta annegata col fratello Tommaso, ed Esquive, costei sposò Ferdinando, infante di Majorca, il quale nel 1327, venne a Napoli da Cipro, insieme con la moglie, la Cipriana qui rammentata. Re Roberto aveva inviate due galee per condurvelo (Camera, Annali t. II). Nel 1332 Ferdinando trovavasi ancora nella Corte angioina; come vien provato dal seguente documento « lohanni Filomarino, Berardo Siriprandi de Neap. Berardino de Caltagirone militibus, lohanni Fasano, et Aymarotto Costantini familiaribus, solvuntur expense dierum XVII,

Ugo

IV, coronato re di Cipro nel 13^, al quale
il

libro

De

geneal. deoriim,

;

quibus in Aveisa in Comitiva spectabihs domini Ferrandi infantis de Maioricis nepotis Reginae cousortis nostre. » (Ex reg. Bob., an. 1332, a. e, f. 65 v.). Roberto gli assegnò una rendita annuale di 300 onde (Camera, 1. e, pag. 327). Ma chi era questo Ferdinando? [Segue la genealogia dei re di

1-24

Maiorca, desunta dall'^r^ de verifier les dates, e la notizia che Giacomo II perdette nel 1349 il regno di Maiorca, il quale non fu riacquistato da suo figlio Giacomo III]. Non si comprende perciò chi possa essere il Ferdinando che sposò la Cipriana... perchè il solo Ferdinando ivi [nella genealogia] nominato, figlio di Giacomo I, sposò Isabella d'Andria, e la supposizione di un secondo matrimonio sarebbe contraddetta dal documento sopra mentovato dell'Archivio Angioino di Napoli, nel quale Ferdinando avrebbe dovuto dirsi fratello di Sancia,

moglie di Re Roberto, e non già, come vi si legge, nipote. Questo nome di nipote non permette, inoltre, che una sola ipotesi, cioè che il Ferdinando marito della Cipriana, fosse figlio di quel Giacomo [primogenito di Giacomo I], che prima fu frate, e, poi, tolse moglie. Sarebbe così nipote di Sancia, e si spiegherebbero allora le parole del Boccaccio (« il cui figliuolo attende » ecc.).

Bisogna, in questa esposizione, correggere parecchie inesattezze. Ci furono due Infanti
di
di

Maiorca
il

nome Ferdinando.
Ugo IV
di Cipro,
egli

Il

primo,

il

più celebre,

fra-

tello

della regina Sancia,

di

ancora

quando

non sposò Esquive figliuola la quale, forse, non era nata morì, molto giovine; e nem;

meno
mogli.

Isabella d'Andria

però, ebbe veramente due

La prima

fu Isabella di Sahran,
«

giovinetta

di sedici anni

la più

bella
»,

creatura, che due

occhi di
taner
ritti

uomo abbiano veduta

a giudizio del Munil

la quale gli portò in dote

titolo e

i

di-

sul principato di Acaia, e gli dette
(il

un

figliuolo,

Don Giacomo
solabile

re

Isabella nel 1315, egli,

Giacomo II di Maiorca). Morta quantunque « ancora inconlei,

per ]a perdita di
delle

ma
il

riconoscendo

la
il

necessità

cure

di

una giovane madre per

futuro principe di Acaia, dove

suo possesso ora

sembrava bene asicurato », mandò inviati a Cipro per domandare la mano della cugina del re. Isabella
d'Ibelin, figliuola del conte di loppa, la cui bellezza,

000 fiorini Ferdi- nando. al quale egli augurava di cingere la corona di Maiorca. Giacomo soltanto I. perchè potesse a<. nel 1316. che Giacomo correva. Verso la fine dell'anno. London. 147-148. Ivi. si deve supporre che fosse giunta all'orecchio del poeta la notizia de' pericoli. « dove. 179-182. che regnava nelle Baleari. divenne madre di un fanciullo. per le minacce del re di Francia? Ugo Questo secondo Ferdinando sposò re di Cipro. che aveva « nella sua casa allevato 50. « 15 marzo 1338 gli donò d'oro. Esquive (*). la figliuola di Secondo l'Hutten. Augurio perfettamente platonico. . qui stare una terra ». ed ecco il secondo infante Ferdinando. Paris. 1907. perchè Giacomo 11.Fetà ed il 1^5 la nome gli avrebbero ricordato il prima principessa. the chronieles of Morea by Sir Bbnnel Rodd. alla quale allude il Boccaccio. la sposa quin- dicenne fu scortata a Glarenza. tutti i moderni critici autorevoli (autorities) (1) The princes of Achaia and Arnold. Sancia. la giovinetta vedova tornò a Cipro. nipote della regina Sancia. a ogni modo. di lì a non molto. che ricevette il nome del suo famoso padre » (^). V Amorosa visione. La regina il Hìstoire de Vile de Chypì-e-. ! fu si poi (1363) terzo marito di Giovanna e — curioso a notare — mostrò be- nevolo al Boccaccio. aveva un figliuolo (^). Eceo la Gipriana. di nome re di Maiorca. dove fu celebrato (^). (2) (3) 136-139. MDCCCLII. t> II. matrimonio Poi che Ferdinando perì in battaglia. II. fu quasi certamente cominciata subito dopo V Ameto. (4) Mas Latrie. III.

(^ Cbbscini. Al principio del LXII. critiea. ...- 1^6 - - concordemente credono che essa fu scritta tra il 1341 e il 1344 ». si presenta al poeta. IX. Giunto a « Lucca con insieme la sua gente. viene (^). una giovinetta dell'alto nome di Calavria ornata. dovette esser composta prima del 19 gennaio 1343 (^). Azzo Visconti era morto nel 1339. Castruccio. Ma fu già bene osservato che. Villani. Che si tratti appunto della moglie Castruccio 1 . . di Carlo figlia. Per conto mio.. del gran lucchese (mutato nella stampa Moutier in Can !) egli abbassò di Gardena l'arroganza non più tardi del 1325. la futura regina di Napoli. Graziosa con lieta fronte in atto signorile. Il Crescini aveva anche osservato nel il Contributo. Azzo non ei moveva. Dietro a lei. . Biv. per solle- citare che cavalcasse. danzando a nota di una canzonetta. Giovanna d'Angiò. cui seguita Ungheria. ». parlandovisi del re Roberto (Mida) come di persona viva. Castruccio lasciò la donna sua coU'altre di donne che'l sol licitare no. 138. con Castruccio. bel il titolo di duchessa di Calabria. che Giovanna porta ancora. (•^) Qui il Boccaccio fa un salto indietro. 1' « alta ed unica intendanza » di Azzo Visconti donna tenendo per mano la cortese di quel. ad Altopascio. nel poemetto. almeno gli ultimi nove canti si potrebbero assegnare alla seconda metà del 1342. bellissima onesta e pia. Mi fa supporre che Yalta sua intendanza fosse lucchese. 806. penso che. gaia e leggiadretta. forse. a tutte le belle il donne di Lucca colta moglie fece pregare . un passo di G.

D. . Domenico di Gravina. 211. citato dal De Blasiis.cia. Ludovico successe al padre nell'apogeo del 1342. la so- — — rella solo tredici. perciò probabilmente il canto XLII del poemetto non fu scritto prima di quel mese. Ella aveva apena sedici anni. sicidum vat.berto. fraudulenter tibi conjugem sociasti. la cui mano solennemente era stata promessa da parecchi anni a Ludovico. che sposò un semplice gentiluomo ungherese (^)*. illam ». Era cosa tanto divulgata. insieme con Giovanna. Chron. tra gli altri rimproveri : Ludovico a Carlo di Durazzo « Bene nosti. (1) (2) Antona-Tra VERSI. di sregolatezze. vigili de' nonni. Proprio il 23 agosto 1342 (^). si sarebbero rese colpevoli di leggerezze. furono consumate le nozze di Giovanna con Andrea d'Ungheria. « in Erano cresciute. chi. Maria sua nepos. re d'Ungheria. figliuolo primogenito di Garoberto (^). 216: « Roberto anche nel testamento aveva disposto che (Maria) sposasse Ludovico re d'Ungheria». Maria. 1105. il testamento nel Codex Italiae diplomaticus del Lii- NiG. dunque ? Per me. di delitti. anche M. Villani. che 127 - Chi è^ Si è detto: non Eleonora moglie di Caroil Boccaccio non aveva mai veduta ma aveva mai veduto la Gipriana? non Caterina Garadente. o poco prima. il dunque. Non solo. Cfr. sotto gli occhi forma mirae pulcritudinis et ca- stitatis » (^). Db Blasiis. 11. non regge ma non . tibi ausus fuisti 8U8CÌi>ere in uxorem V. 1*» I. 434-435. Racconti di storia napoletana^ 193. nostra consors fuerat consti- Tu ergo fallaci ductus audp. che difficilmente (3) {*) potè ignorare Boccaccio. poi. DI di Gravina riferisce questo. perciò. niente poteva far presagire che. « si faccia palese » all'ammirato spettatore la sorella minore di lei. quam tuta. qnod ex testamento recolendae memoriae domini proavi nostri regis Roberti. III. inclino a ritenere che.

nel Filocolo. che subito la scartò. 347. affacciatasi al Cresciui. punto verisimile l'ipotesi com- posto parecchio tempo prima deW Amorosa visione.è 1^28 — che. e così spu- dorate ne' discorsi. cioè. come nelle azioni {*). <r> W=I_^* . di rappresentarle. con uà « potrebbe essere nella ». date alle libidini. non mi sbaglio. destinata. è stata ripresa dal se Della Torre. il Boccaccio avesse inteso di rappresentare le due principesse sotto i nomi di Annavoi e di Airam. a mutarsi in è bell'e buono mente del lettore. (1) L'ipotesi.

—A PROPOSITO DEL " CORBACCIO „ .VI.

.

Al primo mangia gli occhi. ha risposto l'Hutten nel 1910. con dice Brunetto la relativa interpretazione. anzi lo perde interamente. e. o significare Corhaccio? Deriva (cesta) ? da corba — Si da corba applica alla donna al- contro cui l'invettiva è scagliata. l'uomo è preso per gli occhi. ri- (1) (-) Une cmfesgion de Boccace.Che vuol (corvo). il ma piuttosto all'odio e alla slealtà. non gli giova senno. Riccardo di Fournival nota che il corvo « più ne trova ». Tresors. aveva risposto nel 1901 non ne sap. lo ne Amore avrebbe preso. niente. ma suppongo e. nel ha sede il senno. I. di cervello. più ne perde. o l'autore? alla Non ne sappiamo domanda l'Hauvette (^) niente. Bulletin Ualien. e più ne ha. 185. I. le quindi il cervello. che Latini (-) i Bestiari attribuivano al corvo. « e più ne cava » poi spiega: così fa Amore. Ma si adatta meglio al caso nostro la spiegazione della Risposta a maestro Riccardo: non all'Amore cervello somiglia il corvo. prima di tutto. sia per non detto — che il Boccaccio potè riferire alla malcapitata vedova una delle proprietà piamo — o nature. che dà intendimento. Il corvo. Ne io sono in grado di proporre una spiegazione interamente soddisfacente. e quando l'uomo ama. e della se è vero che senno dell'uomo nel donna 1. cava la carogna. all'invettiva. se egli non avesse guardato. se m'inganno. . v. . incontro.

solus inter aves habet LXIV (3) vocis mutationes La giovinezza. « fu il prima delle ravvedersi che credeva. che non erano « molti mesi passati » da quando aveva patito l'offesa e le beffe.— siede nel cervello. L'altra cosa fu modo tenuto dalla ve- dova « in far palese ad altrui che egli di lei fosse innamorato » ed anche per questo rispetto bene le converrebbe il soprannome. giacché se avverte. Aubry. — * caccio — la sa (^). 68: « ». e che Or. Il Della Torre (^) osservò che il bambino non si teneva. a 41 anno. . ne si tiene in fasce più di un anno. (^) Le hestiaire d'amour: Paris. verso la fine. che. aggiungendo 40 a 1 abbiamo che il Boccaccio scrisse il Corhaccio a 41 anno. mutare. assicura all'in- A un caccio si fa. che narrò poi nel libretto. rimproverare d'essersi messo a fare il cascamorto. 18.S5 sgg. che « quasi ad estrema disperazione aveano condotto » il Boccaccio. hanno tanto certo punto dell'invettiva. Ut dicit Fulgentius. dov'egli alcun sentimento aver una bestia senza il intelletto s'avvide che era ». 12. (2) De Oeneal. quando eran già passati quarantanni da che era uscito dalle fasce. quasi là. il cor. al principio del triste racconto. in sessanta- quattro modi Alle volte la critica delle di barba. si persuade di avere scoperto verità. 3. ossia nel 1354 ». nientemeno. a guardarci meglio. « quindi. Sarebbe stato più esatto dire: il Boccaccio ebbe il sogno. Il corvo è uccello di riferisce altrove il Bocgran voce ed aspra. la 13"2 (^). 65. il Bocdall'ombra del marito della vedova. e .vo gli toglie la vista due cose. IV.

e chi sa che non avesse cominciato con i ogni modo. qui. un secolo « Il fanfa. ». . e a scanso d'equivoci. Lo spirito si è detto non si contenta di ricordare al Boccaccio già « maturo ». la prosa. : . Pour la biographie. 133 — « solo che tanto ch'egU possa o concordar le rime o distender le prose ». L' Hauvette fermò l'attenzione. sorridendo. che ho già detto. e se ne astenga. nel discorso dell'ombra.— tempo gh sia prestato. era giunto a lume di naso il BaldeUi ciullo non è fuor delle fasce che oltre all'anno almeno dunque ei doveva essere nel quarantaduesimo . ripetere l'oraziano: de lana saepe caprina rixatut% abbia pazienza. che non sembri a prima vista. Se qualcuno volesse. 203-4. che il suo quarantunesimo anno è finito. un altro tra il sogno e la fine dell'amore e tra questa e la vendetta per qualche tempo. che egli aveva almeno versi? A nel quarantaduesimo. a proposito del modo di contar gli anni seguito dal Petrarca e dal Boccaccio piuttosto rileverò che. insomma. bisogna non dimenticare che il quarantunesimo anno del Boccaccio era già finito. usando i Fiorentini computar l'anno dal 25 marzo (^). anno dell'età su^. Non ripeterò quello. soggiunge che [jico daventicin^'tc anni — — (1) Une confession. Un certo intervallo corse tra « le ingiurie » e il sogno. con le tempie già « bianche » e la barba « canuta ». egli fu incerto se usare il verso o . perchè si tratta di cosa più seria. s' è battagliato parecchio per giungere alla conclusione. all'inciso: il messo piede « l'anno è tosto per esser nuovo ». 7 . per arguirne che il Gorhaccio fu scritto precisamente tra il gennaio e il marzo del 1355. terlocutore che se ne vendicherà. alla quale.

che il co:itesto gli dia r agione. (^) L'HUTTES. o dal 1331 il Boccaccio aveva dovuto far « esperienza delle tiche fa- par poco poter fondare i propri calcoli sopra una data b3n ferma. a 182.— del 134 — « dovrebbe aver corninciato a conoscere li mondo ». senza riuscire a ravviarlo e raddrizzarlo. o dal 1330. intorno a cui si affaticarono l' a- cume non comune vette e. era appena giunto alV età » d'Amore (^)f Vi — della ragione o della discrezione. la seconda sono gli vere a doverti riprendere. Il curioso è che le due cifre degli anni vengan abbastanza limpidamente fuori da un periodo ingarbugliatissimo. a quando il Boccaccio aveva soli quindici anni.. dal 135() risale « quasi t>. il li p. riflettendo che 25 non così esatta?. se si aggiunge 1 a 40. conimercio e vide la (febbraio. del pazienza grande dell' HauDella Torre. un po'. Sennonché. osattamouto marzo (^) 1331. due solamente m'aggrada toccarne: l'una è la tua età. questo: che. perchè la sottrazione di ventisei da 1354 ci conduce al 1328. per fare il ragionamento minore.. 181. il dal 1355 rUa!o al 1330. e tutt' i calcoli fatti finora vanno all'aria. prima volta Fiamal metta». « quasi alla data in cui Boccaccio lasciò p.-e. guenza necessaria della premessa — e — comincia conse- non aveva an- cora cominciato a fare all'amore. . al giorno dell'iuoontio con Fiammetta e crede Così inteude il Della Tor. Dice al Boccaccio l'ombra: e la Assai cagioni giustamente possono me e ogni altro muoma acciocché tutte non si vadano ricercando.. sono se non una parte degli anni 40 trascorsi da che il Boccaccio era stato liberato dalle fasce. sin dal 1329. in cui si a conoscere « li costumi del mondo ». Or a che altro può alludere se costumi non a {'). così precisa. era entrato allora nella pubertà. bisogna aggiungerlo anche a 25.

e particolarmente Ma chi ci assicura che l'archenel Corbaccio ». delle quali ciascuna per sé. ma questo non è un anacoluto. degli anni . e non se ne può dubitare » « s'era dovuto che resta là. E se la lunga esperienza delle fatiche d'Amore nella tua giovinezza tanto non t'avea gastigato. che tagliano così grottescamente il senso e . il scappare dalla Bisogna ammettere che dopo lo lasciò Boccaccio cambiò bruscamente la cost. — — risalire ». consultò trenta e più mano- pur troppo! una desolante uniformità da e primieramente a conoscere. e si vide costretto a conchiudere che « l'errore. almeno ti dovea aprir gli occhi. tipo fosse autografo? Perchè far risalire al Boccaccio la responsabilità della svista. solo. e già son venticinque coìninciatigli a conoscere.— 135 — amendue insieme ti : tuoi studi. seguitando. che aveva annunziato niente più frequente di questi anacoluti nel suo stile. campato in aria subdolamente insinuare già in un archetipo.. della spensieratezza o la quale : — balordaggine di un amanuense? Gli anacoluti abbondano nel suo stile. se errore c'è quel soggetto la quale. ti dovea far cadere: e oltre a ciò mostrarti quante e quali fossero le tue forze a rilevarti. se le tempie già bianche e la canuta barba non m'ingannano. L'Hauvette. — Peggio. è uno sproposito da pigliar con le molle. e farti conoscere là dove questa matta passione. se « penna l'autore stesso. la quale. e si dimenticò di servirsi del soggetto.:'uzione della sua frase. Quanti altri se ne incontrano nelle opere sue? Nel Corbaccio in ispecie ? E quegl 'insulsi due punti dopo m^ndo.che scritti. tu dovresti avere li costumi del mondo : fuori delle fasce già son degli anni quaranta. e dovevano render cauto e guardingo dagli amorosi lacciuoli e primieramente la tua età. che bastasse la tiepidezza già alla vecchiezza appressandoti. di là del quale i nostri manoscritti non vA permettono di trovò in tutti.

e me ne rincresce. ti do- vevano render cauto e guardingo degli amorosi lacciuoli. senza « la loi'o ma. lezione è auche meno i li ainmissibi'e. cominciatigli a conoscere. perchè bisogna assolutamente un pronome. quasi Dio » gli si dà un bel frego. e se la lunga esperienza delle fatiche d'amore nella tua giovinezza non t'avea gastigato. delle quali ciascuna per sé. leggerei il passo controverso così: fosse « sillaba di . ecc. starebbe stupendamente. anche da un errore di trascrizione. His fretus. Vi Bono de' manoscritti.— 136 — il periodo. ^i* dovresti avere li costumi del mondo. . . a parere dell'Hauvette. e amendue insieme.. l'errore è evidente^ non lo rispetta religiosamente. in nome del buon senso e della logica.. già sono. furono messi lì da lui? L'Hauvette. Non ve n'è alcnn bisogno: t> « tu dovresti avere costumi del mondo cominciati a conoscere I. perchè non mi sarei aspettato che un uomo d'idee cosi larghe e di così sicura e squisita dottrina. Anche il sonetto esso è guasto i}) G allude a una vedova. dice Pampinea (^). Se le tempie già bianche e la canuta barba non m' ingannano. degli anni quaranta. fuori delle fasce. che portano cominciati. fosse a tal segno schiavo del feticismo. secondo i grammatici il « ripieno » e' (egli)y che mi pare convenga al senso meglio della semplice congiunzione. 10. (2) Decameron. e' già son venticinque. si Quando . « Egli non sono ancora molti anni pasIl — — sati ». Non gli . non si arrischiò. . testi. che pure propose di leggere cominciastigli invece di cominciatili (^). come lui. non osò cacciar via gFintrusi. che richiami costumi del mondo ». e primieramente la tua età. . che suol dominare nella così detta critica de' palpabile. e si passa oltre. « con molta Boccaccio usa frequentemente grazia ».

— mette conto 137 - discutere se la vedova sia quella del Corbaccio o un'altra. — Io presi ardir di scrivere mosso da cotale intenzione. mi dee seguire: o ella l'avrà caro» ella per usarlo in quello ch'io possa.. Dietro al Pastor d'Ameto alle materne Onde scendeva quei che ad Agenore Furò la figlia. trascorsi a identificare Alleiram con Maria d'Aquino. Con tristo augurio ' quando ad Oloferne fero core. (^) non volendolo vsare. « subito mi sentii l'udite cose e dalla vista di lei si movesse. l'avrà ma ». quella il cui valore Nei ' mur troiani ancora e si discerne il : Quando a tal donna. Ce sonnet est Une e sarà si obscur et si contournó que Korting renonce eonfession. Ch'è tersa luce nelle rote eterne. e rendere perfettamente intelligibile netto. discretamente me dilla mia speran::a rimoó^rà « à le comprendre: . e mente riscaldarmi. e con quello splendore. . s'arse Cotal m'apparve. che il Korting rinunziò a compren- — — derlo. per colpa di alcune strane chiose del Baldelli parve così oscuro e così ingarbugliato (-). 12. ricordo da quali - incerti e vaghi indizi si sia. confermi al cu4>re come ee dalun fuoco. per esempio. Non è un buon argomento l'ipse dixit V ijse . . forse.. ecc. non dixitf .. e a ciò mi risponderà: o caro. La condizione d'a- nimo così ritratta ne' versi ha così esatto riscontro e ampia dichiarazione se nell'invettiva {% che ogni quanto dubbio mi pare soprattutto effetto d'ingiustificato scetticismo. aprendole io onestameutte per l'una delle due cose ragionevolmente una lettera il mio amore. di un'altra non si trova alcuna traccia nelle opere del Boccaccio.. n. Lo riferisco dalla stampa del Baldelli. il il so- quale uh po'. sì fiera- non altrimenti clxe faccia su per le cose unte la fiamma. (1) Come io vidi la sua statura. Gioverà meglio mostrar come si possa facilmente sanare la scorrezione.

dove ci trasporta l'accenno della seconda quartina ad Oloferne. andando dietro ad Apollo . né garbuglio. negli ultimi cinque versi. Qual Laond' fé' Cupido Stand'ella attenta ed io Enea ragionando. 166. che chiama onde materno ». Cfr. perciò. si Aìueto. imaginando il ardo. niente impediva al Kòrting e all'Hauvette di riconoscere che vi si parla di una vedova (^). Lì è la Palestina. che per lei mi molesta. tra aprile e maggio. Il Pastor d'Ameto è Apollo.. Il Baldelli.. ed ardendo. i)erchò dal mare nacque Venere. ed all'amore. Amoro scendeva al mare. Quei che ad Agenore furò la figlia è il toro. il Crescini. che guida il carro del sole ed è Apollo quello. fu costretto a supBoccaccio avesse giocato « con poco gusto sul nome e della figlia di Agenore. una sera di primavera. Ognun vede dell'inversione.E ferrimi. Baldelli: < De Gtneal. che non s'accorse v'è . Apollo fu di altissime mura murata (•') ». suono della cetera 6. d'Amore. ond'egli arse per la vedova di Manasse. racconto di Emilia: « veggono ancora di le sparte reli- quie della terra che . che rapì Europa dalle rive della Fenicia. porre che il (1) L'aveva bene mostrato citò. Contributo. perchè esso scende al mare dietro al sole. con dentro Betulia. Il poeta vuol dire che il sole tramontava. il cui valore si discerne ancora nelle mura di Troia (-). vestire ed che. non ne oscurità. ma. iu una nota che l'Hauvette i^) ma non al tenue nel debito conto. la figlia di Belo. '1 brun Non la faccia crudele. Ma andiamo avanti. tal 138 — vezzosa riguardando. del gelo Che Che sentì Biblis temo. in un paese posto ad oriente della Fenicia (^). e lesse quella. qui sta per il secondo segno dello Zodiaco. VI. e della nazione che si mosse a distrugger Troia ». Oltre al candido velo ovvero onesta desio.

gressa Ingressa. Va da sé. cioè lo al riposo di Apollo e di Oloferne ad Apollo. appunto di sera. e che. cioè «ioè Dafne Colai m'apparve. . con tristo augurio s'arse il fero core (^). non era meno bella e senonostante che in questa ducente di Giuditta « Dominus pulchritudinem ampliavit. et instelit ante faciem eius. una sera d'aprile o di maggio. perchè egli ardeva della brama di possederla. entrata che fu. Quando a tal. apriamo la Bibbia. tal donna entrando. tata Giuditta a seder seco a ella. bi- — — sogna spostare e la virgola: tal. vezzosa. ad Oloferne. il cuore di lui ne fu scosso. qual Cupido la figlia di Belo. Per il poeta innamorato. . donna gli apparve donna funesta al suo riposo. e s'intende che egli paragona a quelle di Bidone le impressioni da lui provate alla vista della vedovella affascinante. quando splendidamente vestita e adorna. et ornavit se vestimento suo. Se ora. femmi fé' riguardando. emendare quinto verso : quando. ut incompala vedova rabili decore omnium oculis appareret » che apparve a lui. come furono Dafae e Giuditta. vi troviamo che. Rileviamo negli ultimi due versi il (1) Baldelli: « . Et surrexit (Judith). Cor autem Holofernis concussum est. .- 139 — per Giuditta. apparve a lui ». Oloferne comandò fosse invi- cena. erat enìm ardens in €oncupiscentia eius. senz'altro il aiuto che quello delle sacre carte. entrò nella tenda. nel verso nono. forse improvvisamente. Possiamo. bellissima.

era capitato tra la seconda metà d'aprile e il dicembre.— ramente fatto 140 - dubbio. Il giorno della morte. doveva tornar subito a Firenze. nel dicembre. decem fior. possiamo concludere che il giorno. . (2) Si noti nelle parole dello spirito di il passaggio dall'indicazione d'un altro . — D'altra parte^ riflettendo che. . . che il Boccaccio morì « anno aetatis suae sexagesimo secundo ». di un dato di Boccaccio s'innapessima mentre il sole femmina ». a quella tuo errore fosti tu stesso ])riiicipio. . . lo spirito gli parla del del quarantunesimo anno di lui come avvenuto da poco C^). e determina il significato della notizia. due cagioui ti dovevan') render cauto — già sono. il suo amore durò circa otto mesi. il 20 dicembre 1375^ i sessantadue anni li aveva già finiti. . Ciò conferma le osservazioni. senza averlo cercato. ricordando che egli andò ambasciatore al papa. dopo l'innamoramento. . in possesso di un particolare. era in Toro. festinis gressihus. fecno. dunque. un assai jìrossimo: « Del ree trono. possiamo collocare nella seconda metà d'aprile il giorno. in cui l'aveva compiuto. che poi vegli avvenne. tramandataci da Filippo Villani. Ed eccoci. degli anni quarantUy ^ già son tentic nque. tempo abbastanza remoto. ma. in un giorno di primavera. sino al dicembre del 1354. . innamorasti. E qui. certo. e quasi il presentimento di ciò. in Avignone^ a' primi di maggio del 1354 (^). ad rationem libraium quatnor ». che già facemmo a proposito del famoso passo del Petrarca. compimento di fatto {}) Il 29 aprile gli fu pagato il salario per quarantacinque giorni et solidorum di viaggio. « morò malauguratamente della crudele e ammirò la vedova la prima volta. cuna tribus equis Kicevuta la risposta dal papa. cioè sino a quando l'anno nuovo era per entrare. che vide e il non privo d'importanza. « parvr.

dopo il quale il Boccaccio doveva ricuperare la serenità del suo pensiero e della sua coscienza. scettico. che segnarono una lunga crisi morale. L'evoluzione non si compì senza urti: la natura intima del novellatore. il Boccaccio traversò un periodo torbido. dal primo giorno all'ultimo gli avvertimenti gli vennero dal di fuori. 285. testimone il Petrarca. altri somigliarono a linguaggio tenuto dal Ciani. Une confessione 11. perchè si può a "buon diritto testamento del Boccaccio. Alcuni di questi avvertimenti fucono amichevoli. ma bensì uno degli episodi probabilmente numerosi benché noi non ne conosciamo altri. dal compimento del Decameron alle risoluzioni che seguirono la famosa visita del certosino Gioacchino Ciani. e il Boc- (^) < Opera degnissima chiamare il di attenzione (il Corhaccio). Corhaccio ». si trasformò in un grave e devoto umanista.141 Accettando e svolgendo ampiamente. ma il minacce. e la sua ragione non aveva in lui impero sufficiente per trionfare della gran lotta. nel corso del quale il giovane romanziere sensuale e pagano. credette di scoprire un profondo che il significato « in quel turbamento. Torino. di questo libro è substrato >. un tempo cosi festeggiato alla corte di Napoli. uoa religiosità vaga e nuova Renier. e il Boccaccio li accolse senza convinzione. in quelle collere. La Vita Nuova e la Fiammetta. in quei rimorsi. come quelli che gli prodigò con riconoscenza. vi resisteva con tutta la forza de' suoi istinti. amico del piacere. un pentimento serio. noncurante. l'Hauvette (-) vide nel Corhaccio la testimonianza più esplicita di una crisi morale del Boccaccio. con molto garbo. un conflitto momentaneo di senti- menti contrari. La coscienza del Boccaccio non diresse questo lento lavoro di conversione. perchè rivela una Il «tuazione psicologica nu tva nella viia amatoria del nostro. (2) . Tra quaranta e cinquantanni all' incirca. ci rivela nel cuore del Boccaccio nel 1355-56 Non era un accidente. Loescher. un'opinione del Renier (^). in quell'agitazione.

Quali sono i numerosi episodi^ che segnarono una lunga crisi morale? Uno' solo ne conosce l'acuto critico. non già cambiar vita. affranto dalla paura. satis tamen vertit in melius » C). una Collera in fondo alla quale brontola un profondo malcontento arrese. una diecina d' anni. all'unico documento sicuro ed eloquente. . che correr appresso ad ogni gonnella per le vie di Firenze. Ben della detto! Ma io del Boccaccio da accetquanto dice FHauv^tte. furono se dobbiamo prestar fede. Le « conseguenze immediate » del disappunto. che ci sia pervenuto. della vedova. etsi nonplene. abbandonandosi alle ali dell'imaginazione. nel quale attendeva agli studi più seri. non già di darsi alle pratiche devote. se colpa fu. Gli avvertimenti del Petrarca : qual frutto sortirono ? Lo dica il Boccaccio « amores meos. e i suoi concittadini gli affida- vano gravi incarichi. un prepotente desiderio di vendicarsi. come se il Boccaccio non avesse fatto altro tutt' il giorno. per. al Gorhaccio un profondo — — dispetto. di umiliazioni. così non si forma. eppure. ci parla con piena sicurezza fatto l'Hutten. e proprio nel periodo. e non possiamo non prestarla. che gli toccò per colpa. le umiliazioni.caccio vi si 142 — ma egli aveva ricepunture dell'amor proprio. le vuto altri avvertimenti ancora: di sé stesso. come ha lasci spero che il futuro biografò abbagliare dalle grazie tare senza benefìzio d'inventario tutto di punture. e di il proponimento. ed a quelli egli rispondeva con la collera. di ingiurie. e nemmeno di rinunziare oramai li) alle donne e all'amore — a soli quaranta- Lettera a fra Martino da Signa. raccattando ripulse e beffe. le ingiurie che s'attirava la sua condotta inconsiderata.

gli aveva raccomandato di non lasciarsi prendere. al tutto al dipartir dal nefario amore della scellerata femmina mi come io quale disposizione fu la divina grazia sì favorevole. allo spirito. com- posta. come pare. Alla m' era tornato migliore. tuttora (^) O. che trovò « tutti concorrere nella sua dispoèizione medesima ». e sì per li loro conforti. alla quale sempre mi conobbi obbligato. qualche auno dopo. da' bronchi. tra il 1358 o 59 e il 1361 (^). egli si dispose « a dovere con effetto dalla misera valle uscire >. le parole di Filostrofo a Tifli: ' Vir' nupfv fueras Poìyphoemi tracUis in anlrum ohicibus fractis. piuttosto. e questa cautela sicuramente mio avvedimento commetti. e mi 1' solevo. che in parte disposi. che non amar più quella donna. che per certo se centomila preghi mi si facessero incontro in luogo delle beffe già ricevute. non mi potrebbono piìi nelle catene rimettere dalle quali la misericordia di colei {la Madonna). Del resto. e ora più che mai. de' luogo. il quali era pieno partendo. Desto. rispose: Andianne pur tosto per Dio. e sì per lo conoscimento. a suo giudizio. . nessuno meglio il sa che.— due anni 143 — lii — ma di sogno. di cui la vedova lo aveva legato. postesqite rerelle. che infra pochi dì la perduta libertà riacquistai. raccontò il sogno agli amici. così sono mio: grazie e lode n'abbia colui che fatto ha. e alla pai-tenza del Boccaccio dalla sentina. al Non si creda che le catene non fossero quelle. alludono a Nic- colò Acciaiuoli. che si trattasse genericamente delle catene d'amore. Frange trahe» animo forti. E meditò dell' Hauvette la vendetta. Boccaccio rappresenta Titli. ancora nell'egloga XV. se. cioè se stesso. e la tua buona dottrina e liberalità appresso mi traggono. et nunc es femim molUs.

da desiderio di cambiar vita. i)arla de' il sonetto LXIV. sdegno e dolore per quietezza d'animo » dell'amico. alla vedova del Corhaccio Citò la lettera » (*). nella quale Pe- trarca espresse maraviglia. per convertirsi a una vita più degna e più cristiana ». 7 e 11. e dalla natura insieme e dall'arte posata sopra caldissime fondamenta? Ho conosciuto qual sia la tua Siracusa. nelle note. Nelle rime del Boccaccio. e lascia chiaramente intendere che non era punto cagionata da rimorsi. da scrupoli religiosi. E qual può mai cosa far vacillare una niente di tanti studi nutrita. ma essa fu scritta il 20 dicembre 1355. molti mesi dopo che questi ebbe « riacquistato la libertà ». E allora? il Ex multis epistolis. 13. componimenti che esprimono sentimenti di rimorso. L'Hauvette commentò: pensa abbastanza natuil ralmente ^a qualche componimento allegorico in cui Bocraccio avrebbe . 144 — il soggetto a Dione. in risposta a lettere di lui « l'in- ricevute dal Petrarca « in quei giorni Vinquietezza ». ne indicò due. si ritrova quel sentimento di dijjnità offesa.— l'incerto. clie è così no>. i < nel quale il Boccaccio suoi capelli grigi. risoluzioni di non amar più. testo dice: « Legi Syi-acusas tuas et Dio« Si uysium intellexi ». che paia riferirsi. Ma che perciò? Sia (1) Però. indicò molti non mi sembrano conclusivi. ed ho fatto ragione di Dionigi (2). con qualche verisimiglianza. e riluttante a lasciare certo per a sciogliersi dalla dolce prigionia: quis grata Dyonis basia et amylexus ac dulces reprobet ìgnes? Gli argomenti sussidiari. terzetti s'ac- «ordauo perfettamente con < nel quale tavole nel (2) idee eapiesse nel Corhaccio e il LXXVI. il Così Fracassetti. raccolti dall'Hauvette a -conferma della sua « tesi. o nel le quale due ». n. Corhaccio il Une Cìufession. ma egli stesso riconobbe che non ve n'è alcuno.

XVIII. Sul nome potrò fare a tuo modo. familiari. come fece nel (Jorhaccio. 10 . di dirgli altre cose. da lui tenuto immeritevole di tanto onoi-e. 15. Il Leu. no. se tu spontaneo non apri le porte perchè il nemico ti si avvicini. > la quest'onore. o per trarne una mo alita applicata a sé stesso. nel quale capitolo. lascia la cura al giovinetto. volgesse la mente alle cose eterne » (-). prova sua lettera a Iacopo Pizzinghe. l'esilio. che al Boccaccio « spessissimo » dette e mandò « il suo glorioso precettore » perchè. dunque. ma questo si componimeuto non mi è licum Carmen. più volte i}) appare l'imagine paurosa della Fortuna. lo ringrazia de' libri. e •dopo. in cui trovano tante allusioui così velate d'allegoria. come termine di paragone alla condizione sua. Da ultimo. nessuno degli avvertimenti. ma del mio giudizio il padrone sono io » (^). che porterà la lettera. il n'è traccia. qualcuua delle sue disgrazie. L'Hauvette « non vede in nessuna parte che il Boccaccio sia stato geloso di per sé stesso l'equivalente. > Io penserei piuttosto che. o ta'uno de' casi di Dionigi di Siracusa. e. nel Buco- stessa o un'altra.« Tu ti farai chiamare come meglio ti piaccia per me già so e tengo fermo quale io t'abbia a reputare. Questa non contiene. la noto. malcontento. L'Hauvette vi trovò la prova indiretta delFumilia- raccontato. la carcere. di cui scontento. Si consideri che al tiranno siracusano è dedicato un capitolo non breve del De Casibus. Dardi son questi della fortuna. non ve tere. « abbandonati i diletti Una delle cose. Fracassetti credè che il Boccaccio non volesse esser chiamato poeta perchè indispettito per l'incoronazione di Zanobi da Strada. desiderato e ne è Oeloso.— 145 - pure che la sventura. la povertà. in una delle tante let- Boccaccio avesse ricordato i casi. era : : mondani. né alla sublime e munita rocca dell'animo è possibile che aggiungano. E Faltro. la morte ancora sovrasti. (2) Lettera a fra Martino da Signa. e che ne abbia sì. di rimando . che gli ha mandati in dono. il Boccaccio s'era mostrato che l'amico lo chiamasse poeta.

lo rifiutò? Rileggiamo il sonetto LXVIII: Mentre sperai e l'uno e l'altro collo e trascender di Parnaso. ond'or non so com'io solea già dire. in cui gli gli rincresceva che l'amico desse « il nome. che il 146 — Boccaccio sentiva. le rime e i versi e i miei pensieri stanchi. non sentendosi degno del titolo di poeta. o coscienza di non aver raggiunto l'altissima meta. ber dell'onde del castalio fonte. e benché men profonde fusser. di tentar più alto e.— zione. alle gioconde rime mi diedi. benché mi opponessi con tutte le mie forze. cantai in stil leggero e sollo. Era sentimento sorto e radicatosi in lui da ((uando si persuase che « le cose volgari ». fui chiamato poeta. non possono fare la un uomo letterato e risolse di abbandonare poesia volgare. La stessa malinconica modestia. vinto lasciai la speme del viaggio. quando. ciò che ancora non sono ». più degno volo. nella lotta contro il vecchio io. e delle fronde adornarmi che già più ch'altre piacquero ad Apollo. soccombeva. non conseguenza del brutto tiro giocatogli dalla vedova del Corhaccio. durante la crisi morale. Ma poscia che '1 cammin aspro e selvaggio e gli anni miei già faticati e bianchi tolser la speme del suo pervenire. a creder suo. all'anno. che più . la stessa dichiarazione di non meritare il nome di poeta nell'ultimo libro delle Genealogie: « Quasi da tutti quelli. che mi conoscevano. allora. Che cosa aveva composto in latino sino al 1355. lo rigettava quasi con collera. le tempie. nelle ultime righe della lettera al Pizzinghe. Ma quella sola volta. e solo scrivendo al Petrarca. umil rampollo de' dicitori antichi.

Voi sfrenata moltitudine di femmine. EcJ. non omnibus omnia se. Calliope domanda: ego te Xon vidi pridem vulgare catientem in triviis Carmen misero p' audente popello? Ed Ariste© risponde : Vidisti fateor . il Boccaccio « aveva rinunziato a comporre opere lingua volgare e che il Corbaccio. a dedicato ed offerto. si fosse messo con indicibile ardore a cercar Saffo (^) con la scorta di Silvano (il Petrarca). si trovava già nel primo suo romanzo. .mper sunt animo illud : puero carmen vulgare placebat. ast Lemniadi claudo mine altior est aetccs. 2. concessimtis. non lo si deve giudicare effetto e testimonianza d'un mutamento vero e profondo del suo atteggiamento rispetto al sesso gentile. n. ^ * * da prendere alla lettera il misoginismo. e dell'uomo inespugnàbile soUecitu- (M Cfr.— 147 dura e onora » ? D'altra parte. Une conffssion. che è in prosa. che occupa tanta parte del Corbaccio. si interpretandoli « alla lèttera possa da quésti versi in cavare che >. solo dopo Tamaro disinganno del 1354. XII. scritto quando un amore alto e gentile lo possedeva è di cui fa sfoggio. Cfr. siete dell'umana generazione naturai fatica. sia anteriore ad essi. Non tutto. Qui si parla unicamente di carnmia. per certe speciali circostanze. con esuberanza di rabelesiana facondia. ». non è credibile che. perciò non comprendo come. aliosquae monstrat amore*. 19. Il germe o il nocciolo della diatriba virulenta contro le donne. scritto per desiderio lei della donna adorata. abbandonata Fillide. Hauvbttb. avvenuto in un dato anno. nel Corbaccio.

. Taccio quali e quanti esempli son quelli della vostra malvagità. con falso raggnardamento m' abbia legato il cuore con indissolubile catena. lo sfogo d'Idalagos. . Ninna fede. facilmente fallaci se condotte su pochi e vaghi indizi. riveduto il viso di Biancofiore. che incappato ci sono. Ninna cosa vi può contentare. di voi si vede tra tanta moltitudine una buona non trovarsene. ninna verità è in voi. contento tacitamente si dispose al vecchio amore. « stimandolo più bello che mai gli fosse paruto. che nelle vostre mani incappa. che rivela una delle cagioni . In voi ninna fermezza si truova. L'Hauvette. incontanente di voi. là ov'egli non può a' pensati mali pone una suo intendimento non venga fallato. pensando che una giovane.. Voi ornate li vostri visi con diverse arti ad irretire i miseri. riacquistata la forma umana. e ora di me si ride contenta vincere co' suoi assalti. In voi non virtù. acciocché poi. mezzo e fine d'ogni male. acciocché il de' miei mali. destatrici di pericoli. Guai eterni si può dir che non fallano a colui. commettitrici di mali. Misera la vita mia. Mirabil cosa. non si rammentò di un documento. quanto e qual valore abbia. leno Questa è piccola parte del violento sfogo di Fi(^). Voi siete armadure dell'eterno nemico dell'umana generazione. scendiamo all'umile realtà. sola liete d'aver ingannato. alla fine del suo doloroso racconto. si vede bene quando egli. e brevemente voi e '1 diavolo credo che siate una cosa. in voi ogni vizio. credendo senza quello ninna cosa valere! » Dalle analisi psicologiche.- 148 — dine e molestia.. Ninna consolazione sarà mai in me di tal fallo. non so come. la quale io più tosto angelica figura che umana creatura reputava. innumerabil popolo di pessime creature. ridere ve ne possiate. cioè fatto quello a che la vostra natura è pronta. Le vostre parole sono piene di false lusinghe.dell'inquietudine del Boccac- (^) Cfr. o femmine. Voi principio.se non la sola . Che cosa provi.

Esso e illustrati dal eh. nil tale timenti. dum proemia sperarem hostis in Victor eram. Dante. Da essa apprendiamo ch'egli. la risposta del Bocca<. Cfr. dum saeva Canis iniuncta Leoni stella malum finirei iter. care. . Me voeat ad frondes versa Peneide cretas. saevus sed terruit horror ingentis baratri. expavi. et coelo rediens.~ ciò negli ultimi 149 — È l'epistola metrica. 33 ed Ed. 52 égli lesse contemnunt oda frondes Par. renovatis virihus. su il Boccaccio. summoque labore perdomui tandem Racconta che l'orlo del si baratro infernale. (1) Il carme di Zauobi lia la data degli 11 ottobre 1355. Cui sistere diirum iam reputans. mortem volui. cum qua per menses luctatus ad omnia vires exposui. viresque resumpsi inde novas. nel 1355. con cui queir anno si noti .cio furono benissimo I. memorans Anthaeus si Alcidis proelia lihicis quondam. vicique malum. nam dum specularer avaras attonitus latebras. Peiieidae: credo 33: debba leggere Peneidac. Al v. I. completas murmure tristi. X. vitae dum fuit prostratus arenis. ingens plus solito surgebat ovans. lahor fuit alter iniquus iamdudum. Carlo Frati nel Propugnatm-e. sed fortis et instans amhiguum. gli aveva fatto quasi desiderare la morte. si dott. si fata dedissent. traxique pedem. Et Victor persaepe fui. S. trovò al limitare della morte. Et cecidi. Mihi. dall'agosto in poi. Stetit ohvia fehris. 1888. era stato tormentato da gravissima malattia. incauto mihi dura nimis. per più mesi. vestigia fiectens ut potili. la quale l'aveva quasi ridotto in fin di vita. 1. mesi del 1355.nell' o^^oòre o nel {% rispose ad una di novembre di Zanobi da Strada. victusque fere inremeabile limen usque adii mortis.

e raccomandarsi alla Vergine. un solo sentimento egli esprime: la contentezza di aver superato il pericolo. la gioia d'esser tornato alla vita! •«*i=4«-" . non che pentirsi de' suoi peccati. e ringraziare il Signore d'averlo ancora lasciato in questo basso mondo.— 150 — ' • eppure. e implorarne perdono.

VII. — RILEGGENDO LE EGLOGHE .

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come già stende. Lo la fine di il Tra febbraio 1348. che fn mandata al rogo dal re ungherese tre anni più tardi.. il — Riesce alquanto strano che. « Lucania. il quale voleva raggiungere Ludovico d'Ungheria nel Regno (^). IV. ed è. (2) Pour la il hio:iraphie de Boccace. 205 sgit. che pongono lettera partenza Zanobi. Forse comprese nel Brulium perchè Lucanos Brutiosque omnes mutato sotto Apenninus. 43 sgg. Violante 1348. prima della fine del luglio . e l'Hortis. e ri- manda Annales Gaesenates. ora. morta. anzi. nella a Boccaccio scriva del re d'Unsjheria: «in extremis Bi'utiorum Campaniae quo il moratar j>. la si non p-r pochi chilometri quadrati. l'ho già accennato. È vero che alcuni cronisti non meridionali la fanno morire con gli altri complici dell'assassinio di Andrea.dicembre 1347 e i primi giorni dì Boccaccio scrisse a Zanobi da Strada d'esser sul punto di partire da Forlì per accompagnare il suo ospite Cecco Ordelaffi. il De Casibus riferisce all'anno 1345 il supplizio di Sancia contessa di Morcone. ma non credo si possa dubitare dell'esattezza di Domenico di Gravina. accompagnò davvero? L'Hau vette ha sempre risposto trarre notevoli mativamente. tra : Brutium (l'Hutten. nel 1348. da questa premessa vuol conseguenze rispetto alla nascita e alla morte di Violante. A parer suo. la figlioletta del Boccaccio (^). Ed. meuti-e padre stava a Napoli. Ezli sapeva benissimo (cfr. Eppure. traduce alla brava gli Ahru'zi) e la la Cam- pania.) che. da affej (1) L'Hutten fa partire agli l'Ordelaffi da Forlì la il 17 dicembre. nomino Calabros nominaot iucolae?i> De Montibus. et al 5 febbraio. il quale era del Regno e nel Regno.

ella non fu giustiziata con gli altri rei. Rossi. che si meritava. alla sua edizione del Chronicon notar Do- menico. perchè questi.le che l'avesse gli occhi corporei iu terra? Le aaime beate vedono in Dio tutto. Violaiite il dovè morire prima del uoano. una delle quali potè commettere perchè <pre- goans erat ». lacrimas extorquere non potuit. naca. . cit. al cielo.. forse po' di esagerazione. Nel 1346. la fa nascere nel 1352 e morire nei 1358. che accade dopo ^a loro ascensione o. haeo extorsit». il cronista ci rappresenta Sancia in atto di van- tarsi delle sue ribalderie. quanto grande fosse stato Dominici iam suo dolore per la fine immatura di Lorenzo Acciainoli. della morte di non fa un cenno sommario. per ordine del re d'Ungheria. mors patris quondam. paucos vero dies dominus rex de aiiis prodimandavi! inquiri. anche ciò. c. (2) quam rex idem statim (1348) Post toribus fratris sui era nata verso il marzo o l'aprile del 1343. conservatur. del quale non si ha il menomo I dne eraditi. a questo proposito. di abbia colto (1) il senso di questo passo E. e le cose future. pub aggiungere ad cou un uno della lettera Longum tempw*. la riconobbe quando g unse veduta con al Paradiso XIV). 1903. quia praegnans decretum fuit per leges quod differretur mortis suae sententia usque ad partum verumtamen carceri cum diligentia (1346) . Tunc inventa est domina Chancia prima proditrix dicti condam ducis Andreae.. scrisse: «raors inquam fi-atris. Per moil strare. m . raccolgono dalle varie sue opere di i passi. Ma era indispensab. (2) In altro luogo. dice. perchè incinta patì la sorte. ferma a dar notizie di lei molto precise a due ridue luoghi diversi e lontani della sua croprese. un anno e mezzo dopo. Non mi 146. mors Coppi dilecto prae pare ceterif. pref. ella morlo tra (Ecì. egli si fatti Si consideri che. 84. o.. SoRBELLi. en passarti.. «rat. 154 — di fede sicura nel ritenuto (^). indizio. XIX. Città di Castello.critici autorevoli. L'Hecker. del supponendo uà viaggio Boccaccio a Napoli. ne' quali Si Giovanni parlò con rispetto e con affetto essi suo padre. Domina autem Chancia supradicta. degno racconto dei Sancia. 1348 e il 1350. carceri alligata et filium peperìsse.

visa confexione sua per processum illatum du- dum. alla fine di maggio. Se il Boccaccio fosse venuto con lui. dicono. se ne andò satis pueriliter in Ungheria. ci è data dal Ghronicon Acciainoli. riconduceva nel Regno ? Si sarebbe. Supponiamo fosse giunto dopo: è mai verisimile che. rimase a Napoli. al tempo dello splendore e della potenza? L'OrdelafFi dovè tornare in fretta e furia a Forlì per provvedere ai casi suoi in fretta e furia Ludovico. in tempo.— 155 — sibi mandavit. il Boccaccio. questi. perchè potesse assistere al supplizio di Sancia. della quale non trovo traccia negli studiosi del Boccaccio recenti ed antichi. IL SS. contentato di proverbiarlo. dell'atroce morte di lei. venuto in compagnia de' loro nemici? E con qual faccia si sarebbe presentato al suo amico Niccolò — . quod ignis incendio cremaretur. il conte Romagna (1) Astorgio di Durfort. . con grande nu- BR. et factum est. credo. forse conosciuta. vi avrebbe assistito. per fuggire la peste.. egli. nessuno gli avesse molti giorni detto una parola? Che non avesse egli domandato qual fine avesse fatta una donna. non dopo ve lo raggiunse TOrdelatR. che li Estense di ('). a Bologna 2. e ne avrebbe serbato esatto ricordo. A che fare? Ad aspettarvi il ritorno di Giovanna e di Luigi di Taranto. che aveva certo veduta. 449. Profittando dell'assenza di lui. anzi vi fece un séjour prolongé. Il Ghronicon (ivi il 4?i0) ci fa vedere l'Or- delaffi ad Argenta io aprile. Ludovico entrò in Napoli il 25 gennaio. il XV. factum per comitem Berterandum dudum magistrum justitiae. chiamandolo Gionon avrebbe avuto tutto "vanni delle tranquillità ? il diritto di usar «parole ancor più gravi»? La notizia deW immediato ritorno di Cecco a Forlì.

mero Forlì. spargendo dappertutto incendi e rovine « et quia dominus Franciscus antedictus nolebat solvere censum et tributum ordinarium Ecclesiae Romanae». Estense. della scuola francese di Roma. pubblicata dall'Hauvette. nell'egloga V. Non sarà inutile osservare. la Chiesa «senza dubbio». Ricordando op- portunamente che. ignorando che l'opinione del dotto triestino fu dimo« una donna stretstrata erronea dallo Zumbini tamente legata a Fauno per legami di parentela o . 'Nella prima redazione dell'egloga. e riuscirono a conchiudere col conte una tregua ma subito mandarono avviso al padre. narravit omnia domino regi. si spinse fino alle porte di . XIV. cornu ludentibus arvis natorum? Non matris amor? die. Calcidia. — d'affezione ». Gli Annales Forai vi enses e il Cobelli non danno lume. il quale^ come dal Boccaccio stesso sappiamo. 156 - di fanti e cavalli. dice Testili: — Non te cura lui retine t? Non parva tuorum haedis mixta cohors. obsecro. «qui immediate hoc fecit . foemina sum. possim paucis sodata rriolossis? Chi è Testili? La Chiesa rispose l'Hortis. dice soltanto: «Dominus marchio . sotto l'anno 1344 (in fine). atteggiata (1) Notes sur des mcinuscrits autographes de Boccaee. ripiglia ora l'Hutten. qui. et petiit licentiam re- deundi ad partessuas». 129. ne' Mélanges d'arch. il Chr. A Fauno. che questi particolari dichiarano alquanti versi dell'egloga III del Boccaccio. I figli di Francesco resistettero. nescis qualis in hos rabies. circumstrepat atra luporum Allobrogum? credls tantis obstare periclis. Testili dice: Insidie quorum nondum quater nhere lac tu ex his mulsisli postquani patuere. e d'hist. giudicò l'Hauvette (^). rappresenta l'Ordelaffi.

era sacro il do- vere della vendetta. Al tempo del Boccaccio. a cercar di prendervi Ja lupa t'altro! il E Testili rappresenta Forlì. scriveva il Boccaccio. che risiedeva ad Avignone. che. . a Zanobi. al quale non rincrescerà trovar qui alcune notizie. nell'egloga III. alla vendetta. Titiro fosse disceso a divellere l'infame selva napoletana. e il duca di Ludovico Durazzo. da Luigi di Taranto. nam pater Alexis Sinanche da Doro. XLIII. rappresenta la patria Zumbini domandò « Sarebbe dunque proprio strano il sospetto che un personaggio della stessa natura possa nascondersi in Testili?». nell'egloga IV. stor.. Tityrus iste fuit. da Forlì. come al tempo di Dante. fa dire che Polifemo fu insta rabie succensus et ira. ut poenas trihuat mentis. lo maniera di Testili. Qual maraviglia? Un così orribile delitto non doveva restare impunito. e i biondi leoni. Ella dice di temere gli Allohrogi. Più di tutti s'era mostrato in- fiammato a venire. che confermano la sua interpretazione. nel Giorn. et gentes suas duxit in auxilio domini marchionis >. che veramente le accadde durante l'assenza di Cecco (^). Cecco da Mileto e' il Boccaccio. nove anni aveva sollecitato Obizo direxit nuntium suum Francisco de Ordelaffis quod incontineati ireguam pelerei cum inimicis suis et HM duri auxilium. Tut- Ghronicon Estense ci fa intendere che presaga di ciò.— alla stessa 157 — : di Panfilo. stato benissimo veduto dal (1) Che Testili rappresenti ForJì era Carrara. quegli. 15. partitosi da' suoi paesi. non disapprovò che. qui sic fecit immediaie. lustissima arma quelle del re d'Ungheria. parecchio tempo dopo. Astorgio di Durfort governava la Romagna per il papa.

costringendo la tenera moglie di lui. di Carlo di La morte Durazzo ri^icrebbe anche a coloro. Ludovico si confondeva nella sua mente causa di Carlo. alla fine dell'egloga III.— innanzi. cuore d'intraprendere o di Di ciò mi offre buon in- fatto che. ricevette il quando a il tristis- simo annunzio che con le primo atto o. sia nella (1) XLI. o per via. Villani. IV. di uccidere proprie « mani il giovine. 13: Subito innanzi all'altre riguardai ornata quale a sua si somma grandezza convenia. a fuggire prole. gli 158 — stioni. Ed. Maria. tato la singolare bellezza nell'amorosa La causa con la Or. pien d'amorosi rai esser la rara e piacevol bellezza di Peragota. : che non lo conóscevano. e bellissimo. e inno- cente onor di Durazzo». al quale aveva chiesto amicamente versi e queaveva egli devotamente augurato da Dio fortuna candidior. 11: . passibus incertis. E M. nata genitrice doll'onor di (2) (3) Durazzo e di sua altezza. per tremebunda. della cui madre aveva canVisione ('). trunc\im et iecisse cadaver. < I. di Ludovico era stato quello di far uccidere peggio. non credo continuare dizio il gli il reggesse viaggio il (^). innocui Paphi foedasse cruore sidereos vultiis. di Forlì. manus onerata gemella umbrosam noctem magalia tentans (2). da poi che egli e gli altri si fidarono di lui». Racconta l'autore delle Istorie pistoiesi lo crude tà fu tenuta che usasse Re d'Ungheria ne'la Grande morte del Duca.

il quale potrebbe. propriis manibu» che ducem Duratii amputavlt nares duci (1) >. nelle egloghe Vili e XVI. si tratta del caso davvero e si uno scrittore. < evaginato gladio. come. di essere stato a Napoli nel 1361 ! Si maraviglierà di sentirmi così sicuramente af- fermare che l'egloga Vili fu composta dopo il 1361 chi conosce gli argomenti ingegnosamente usati dal< Il E fu il re reputato crudele. almeno. Il suo «prolungato soggiorno» non durò.— 159 — prima. se non che vidi. quanto nella VI.. sia nella seconda redazione C). si vede Pale mone risoluto a lasciar le selve forlivesi per seguire Fauno. nella seconda: la sostitu- < Cum post ire paratua». appare il Boccaccio in atto di far le valige per accompagnare rOdelaffi. gli argomenti ex silentio meritano poca fi- ducia. si una sola impressione. tanto nell'egloga V. dalla lettera a Zanobi. ma. Forse non è senza significato zione di sim a suin. Esterne riferisce plenum virtutibus». Lascia pure intendere. nel più impenetrabile silenzio. ma. Nella prima: « sira Faunum post ire paratum sum». il Ludovico. singolare di questa volta. . che descrive la desolazione di Napoli sotto l'oppressione di Polifemo (Ludovico). da generale. invece. in venza. per la morte del duca di Durazzo»» Ghron. dire. lasciar intendere: quel chiude. mentre vi accadevano i fatti in esse dipinti co' colori bucolici. Muiinense giudica « Chr. che canta il ritorno di Luigi di Taranto e di Giovanna dalla Pro- cercherebbe invano un qualunque particolare cui si potesse arguire la sua presenza in Napoli nel 1348. scrissi. sino al mese di settembre del 1348? Non ignoro che.. e come.

suspectaque divis pascila. si vuole di gravissime I. esclama dolorosamente: la Nemmeno noi sogliamo dire. aequiis. d. pauroso racconto di Damone. Boccaccio. Distrahor hinc pauper. L'ottava egloga. più leggera allusione? Fitia o. (1) Sulla cronologia delle egloghe latine del Letler. videat Pan. come (il Boccaccio). andato a Napoli presso il Gran Siniscalco. che ci vengon narrate nella suddetta let- tera (al Nelli). lusus et insons. Anch'io li conosco.. non contiene la più leggera allusione al disinganno crudele provato dal Boccaccio quando nel 1362.— 160 — THau vette (^) per dimostrare. ma non mi hanno persuaso. 156. ne ricevette le accoglienze così poco festose. per saxa per aestus en iterum revocandus eras grex anxìe. Pizia Me miseriim! deceptus. Esaminiamoli rapidamente. nel Giorn slor.. che le si può assegnare la data del 1355. deprecor. piena quanto accuse e d' invettive violente contro l'Acciaiuoli. invece. e se ne torni a mani vuote dond'è venuto : Hoc tam grande malum? non rehar. inops. ne è tutto sgomento: Beu trepidans horresco solum.. Hai. bisogna che si rimetta la via tra le ^ambe. consigliato dall' amico Damone (Maghinardo Cavalcanti?) a tornarsene indietro col suo gregge. e li ho con ogni cura pesati. perchè il vento si porterà via le promesse (Et prolissa quidem tenues dispersa per auras In nihilum venient). Udito il lungo. Quid faciam? Pur troppo. XXVIII. venuto a Napoli per volere di Mida (vult Midas ipse daturus pascua). . anzi proprio indecorose.

di non aver fatto personalmente la durissima esperienza della liberalità dell'Acciainoli. non prima però del 1355. non dalle dure legioni dell'esperienza.. della morte di re Roberto. vette quasi vorrebbe che era lo schema da lui preferito sin allora. un pastore bene informato. ma dalle parole di di chi è meglio infor- mato di lui. III. Il poeta. non s' incontra nemmeno con lui: le illusioni che nutriva gli son tolte. nel quale Giovanni avesse rovesciato sul capo di Niccolò tutto il sacco ben colmo della sua requisitoria. Allo stesso modo. perchè questo e lo dice Insomma. sono riferiti dal terzo e dal quarto. Quindi convien credere che il Boccaccio abbia scritto quest' egloga alquanto prima del 1363. IV. delFAcciaiuoli. Introdusse a raccontare e consigliare un personaggio bucolico. Midas (quella di cui discorriamo) si parla non tanto lontani. al Quindi? Ma di Mida. disinganno patito ? Non appare {dal sunto dell'egloga) che Fìtia abbia da lagnarsi personalmente di Mida. lo Zumbini dice perfino recenti. l'Hauil Boccaccio avesse voltato in esametri l'invettiva da lui diretta al Nelli. d' essere stato in tempo messo su l'avviso. che l'egloga III si fosse mutata in tenzone o contrasto come la VII. i fatti non si svolgono sotto gli occhi del lettore. dell'assassinio di Andrea e del matrimonio di Giovanna con Luigi di Taranto. imagmò. Avrebbe mai bisogno chiedere schiarimenti digia e gli altri vizi? per conoscer Mida. pervenuto colmo della potenza. V e VI.. Nell'egloga come di avvenimenti tutte cose che accaddero a Napoli dal 1343 al 1348.- 161 al Queste non sono allusioni II. Ma ora viene il meglio. per non ripetersi. se egli stesso ne avesse provato la cupiE ne parlerebbe con sorpresa e spavento più che con collera? chiaramente poco dopo. nelle egloghe III. al massimo dello spienti .. da poeta.

via via. aveva saputo ingraziarsi trice» Caterina di Courtenay. dietro. Non mi fermo caccio alluda l' all'incoronazione a discutere se veramente il «Boccome piace al- — dimostrare che. che fa precipitare tutto l' edifìzio da lui con tanta eleganza innalzato. . 105. venuto a rappresentar la sua ditta mercan« l' imperatile a Napoli. nella lettera al NelU e nell'egloga Vili. passi l'imagine. Ma già Damone ha veduto i segni forieri del turbine. cedendo a' consigli del Petrarca. p. nel 1349. l'egloga dovett'essere scritta perchè proprio l'allusione a Zanobi è. e gli distruggerà le greggi che. nel tentativo di Hau vette — (1) V. e da lei farsi mandare in Grecia. quindi. nelle quali si trovò impigliato il dopo la Gran Siniscalco morte del re Luigi avvenuta 26 maggio 1362 (^). Era. non prima però del 1355. 162 — origini e le Damone ricorda le umili princi- pali vicende. del matrimonio di Giovanna con Luigi.. lo di ritenere. da che. Rammento che Zanobi. lasciò di fare il maestro'di scuotala Fii enze. espone quasi la biografìa completa.. che farà precipitar accenno evidente Mida. in cui si fìnge avvenuto il colloquio. iminraìe morte di Roberto. . e si allogò presso di Napoli.— dorè. tutte cose anteriori al tempo. IV. dell'assassinio di Andrea. poiché vi fa una non dubbia allusione all' incoronazione del poeta Zanobi da Strada. precisamente nel 1355. cioè circa dal 1335. il sassolino. aggmngo che il Boci reali caccio. seguita a Pisa il 15 maggio 1355 per mano dell' imperatore Carlo IV e dietro le istanze dell'Acciaiuoli. toccasse della — il alle gravi difficoltà.

— 163 d' essersi rac- chiama Coridone. non fistula nota blandus cantabat aniores. pare a di me che. dopo comandato al dio Pane. Zanobi da Strada passò da Napoli ad Avignone. o. piuttosto. : egloga è Zanobi da Strada. gli non potrebbe però essere egualmente Tero che Boccaccio avesse dato quel nome forse con maliziosa allusione all'egloga II di Virgilio». laqueo tenues conflaret gutture versus dum poneret arvis. 185. gli dum tantus erat ? Chi tolto la corona. dal ritratto che ce ne lasciò F. dedusse : « Se tale era Jo Zanobi. piuttosto. Lettres de F. vetuit sed dira eupido noseere. esce a dire. Le egloghe. la protezione di Mida? Che vuol dire questo sensi? Significano: Coridone non era più nelle liete selve partenopee. nel 1359. E. a voler fare il una maliziosa. N. nel 1355. Nec Corydon dudum silvis cantare solebat.. Scrisse lo Zxjmbini. dum tantus erat sub tegmine lauri. miserande. ovvero non era più di questo mondo.. Pizia. ma dopo il 1359. maligna allusione questa specie. E Damone qua et di rimando : Non Corydon. — — (1) (2) COCHIN. questi solebat. o (^). et in dubios deduxit ah aggere campos. per occuparvi — l'uffìzio di segretario apostolico. morì di peste nell'estate del 1361 scrisse l'egloga il Non. Poeta avrebbe dovuto chiamarlo non Coridone. sie laetis. dopo il 1361. steriles vobis libi. Villani. sensi ego quam modulos stipula. I presentimenti di Damone prescindendo dalle allusioni alla disgraziata venuta di Pizia ci autorizzano a a Napoli e al suo disinganno conchiudere: dopo il maggio del 1362 (^). bensì . Che significano questo cantabat ? Che cosa questo aveva dudum. 127 come par certo il « Se il Coridone di questa all'Hortis. Et quereli veteri nuper mihi garrula eornìx hos eeeinit lapsus. dunque. Boccaccio. o. Orbene.

. ab in- cunabulis puellulos primum Gra cmaticae gradum tentantes cogere consueverat » . il riso sforzata. . verso cui provano che vilmente sfruttano « sentimenti d' ira e di disprezzo ». Mi dispiace per Zanobi. . persone. non si tengono. . certo extra intentionem. affermò con gran calore non esser ciò vero. . che soleva chiamarlo Giovanni delle tranquillità {^). certo. et pulcre nam gramo in vulgari lombardo idem est quod tristis. Nella lettera Strada. nella frase: steriles vohis cintabat amores. Una intenzione {/rama. Forse il senso. dovette scrivere a Zanobi si il Boccaccio stesso. et ista secta pedagogorum est tristissima in mundo Literati habent materiam paratam. buona fede. e il discepolo del Boccaccio. et cognominis causam insuper memìnisse debes. del commen- tando il V. chi come un abbietto adulatore de' reali di Na|:^i. o riferirglielo l'Acciainoli quando lo Stradino acc mciò presso di lui . norl era quello. 109 canto XV àeW Inferito. — maliziosa i}) è. scilicet copiam puerorum ». et quid tale ». osserva: <i Con quella hirha ^illudit cum grammaticis et pedagogia suis tristibus. idest vocabulo. 164 — ma vero: certi ammiratori del Boccaccio. non esser egli l'amico « della ventura ». . Zanobi. . Benvenuto da Imola. Zauobi ché il Boccaccio? Giac- solitum Tacitare persaepe e. «ferula. quasi lo ascrive alla turba di quegl' ipocriti. soprattutto. pur di far trionfare le loro tesi. memini. che a lui parve di cogliervi ma egli se ne Alessi!». dice il Boccaccio nella lettera Fizzinghe.. -che l'Acciaiuoli attribuiva al soprannome. in sue azioni e il suo caratChi lo raffigura come stiz- zoso e vendicativo ne'suoi rapporti con la Fiammetta. ma credo al avesse ragione l' Hortis. € Credo memiaeris Magaum tuum quod et solitum me lohannem sibi tran- quillitatum risu quodam coacto vooitare persaepe.— Strano. expoueret non ab^que quadam cordis indigniitioue e notavi il nomen Dove e mi pare quando potettero trovarsi insieme Niccolò. il del 19 aprile 1353 a Z anobi da Boccaccio si dolse forte dell' Acciaiuoli. dal tingere le tere de' colori men belli. stieno contro l'ipotesi cbe « di un'occasione così importante in cui quel soprannome venne fuori. . r Hauvette.

moechus. Il fatto è che. 165 - da rinunziare al proponimento già preso. glielo fece proclamare ribaldo di tre cotte ftir Midas igitur. corte. mentre n'era tempo ancora. « sin dal 1353 pensava un mondo di male dell' Acciainoli ». e di C. ne parlò con ogni rispetto. L' Hauvette nota che. quell'amico Da- assalito lì gran siniscalco. . nell'egloga. Nel gennaio del 1348 lì quandi) l'Acciaiuoi condusse spinse fino alla Certosa (M. di nuovo — — lì dalle preghiere dell'Acciainoli. sbigottito al solo pensiero dei pericoli ai quali uomo si rappresentò sotto il nome di Fizia. di recarsi a Napoli. è un fatto al- tresì che. 47-48). 144) il si Boccaccio era in Romagna. Negli anni che Zanobi fu a Napoli presso la l non il vi fu il Boccaccio. pur dando libero corso al suo malumore. quale. sdegnato contro il lora. Tra- 33. 'Acciainoli Si due anni dopo che Boccaccio aveva scritto a Zanobi. Le Lettere. Il Boccaccio alil mone. e che colla sua inesperienza va incontro ad amare delusioni ». non si restrinse a rappresentare se stesso al tare modo che dice F Hauvette si fece raccondall'amico Damone la lunga e poco edificante : storia dell'Acciainoli. infine. sarà stato per partire. di Luigi di Taranto a Volterra. non pratico delle corti. poi suppone ripeto: suppone che questi « dopo il 1353 avesse ripetuto il suo invito ». alla promessa già data. non disse « un mondo di male » del suo potente stava per esporsi. Ed . nella lettera del 1353 a Zanobi. Delizie. il Boccaccio. lettere fra i due su questo proposito capitò ». ingenuo. scelerumque satelles. ma dalla folle impresa l'avrà distolto. quando l'Acciainoli stette in Firenze parecchi mesi (Tanfani. conchiude: « M'immagino dunque che nel 1355 il Nostro. si allontanava dalla corte napoletana. Stefani. e. ed essprci uno scambio di vERSARi. amico . deve necessariamente risalire al 1341-42.— irritò tanto. a Firenze. XIII.

il di Regno devastato. dicevo. sì bene nel non essere stato sincero quando. Poi. : . che egli tra — e non egli solo — dovè fare un principio astratto di giustizia. e di bella calligrafìa. lo Zumbini rincarò la dose « la colpa del Boccaccio non consiste già nell'avere avuto giudizi opposti sulla corte di Napoli. col ministro di delitti ? Bella ingenuità. senza dubbio. Primo. sin dal 1355.. Il suo vero sentimento è. ritenne giusta l'impresa di Ludovico d'Ungheria. se lui. « uomo ingenuo ». non han tenuto conto abbastanza si ne coloro. che sono affaticati a stabilire la cro- nologia della vita di egloghe. né coloro. (1) Sludj. . Napoli empita stragi. candida ine- sperienza ! Il Boccaccio. dopo aver biasimato.. con l'adultero.. si sarebbe partito da Firenze sei o sette anni dopo per recarsi a convivere col ladro. 13. necessaria distinzione. la quinta e la sesta sono in palese contraddizione con la terza e con l'ottava in queste il Boccaccio inveisce fieramente contro la corte napoletana e contro l'Acciaiuoli. ma messo r in carta. prima e' dopo. che i hanno stu- diato le sue opinioni su contemporanei nelle asserì che l' Hortis « l'egloga quarta. come se niente fosse stato. . quello espresso nell'egloghe III e Vili il sentimento fatti non erro. e l'applicazione pratica di esso. non pensato soltanto. Della naturale. in quelle egl' inneggia agli Angioini e al gran siniscalco » (^).— 166 — Con questo po' po' di roba. volle lodare. ma ben presto l'innocente Carlo di sentì orrore degli eccessi — Durazzo ferocemente sgozzato.

(1) {^) 1! Le egloghe del Boccaccio. primo è le altre stato quello mettere in il un fascio con l'egloga VIZI. A Luigi. riebbero il Regno ed ottennero la corona per opera di Niccolò. documento che di contesa privata.. Meno male Questi egregi studiosi — ! mi perdonino Il — non hanno evitato parecchi di e gravi errori. Verso la fine. Afiferma dice ». che Boccaccio « nella terza e nell'ottava egloga i ci che Giovanna e Sarei Luigi di Taranto furono veri uccisori ! di Andrea curioso di vedere (^) i versi. querno fedi dextrtu ornare . Boccaccio concepì contro trattato Gran Siniscalco quando fu. il In modo. senza. insinua il né poco sospetto che. in due versi abbastanza oscuri. questi avesse unica- mente provveduto a' propri vantaggi (^). o si credè. però. quos postqitam miseros undis retraxit avitos il campos.. In da lui — male essa. in cui ce lo dice . cioè dopo il marzo del 1362. espresso in altre egloghe. l'autore non inveisce contro : la corte napoletana né punto ricordando.- 167 - opposto. ispirata il dallo sdegno. 124. L' Hutten torna ora a rilevare « la contraddizione » non solo tra egloga ed egloga. 125. 106.. dubito forte che possa. lauro et et flavos vincire capillos bacillo. ne sibi tuta deessent Melalcem studio coniunxit Amaeto. àbdita. l'egloga III non allude si af- quanto a Giovanna. accenna a dolersi della libertà. ciò facendo. spingersi a dargli dell' infìnto e del mentitore. che Giovanna e Luigi {Meldlce e Ameto) si sposarono. bensì. è menzogna » (^). ma tra esse e la condotta del Boccaccio (-). che essi avevano lasciata a Niccolò e a Lupisca di compiere impunemente ribalderie e misfatti. specificatamente. assai confuso . sui quali dovrò ritornare. a dire vero. E non e' è altro. fatto .

più diligente esame. 168 — si oserei dire. gravidam tum forte lupara. parrebbero storici. che. La figura. sub corticc. . d' suole generalmente nell'egloga III: . ha mai detto che Giovanna avesse strangolato Andrea con le proprie mani al contrario. e la stringe fmo a tanto che lo soffoca nessuno. s' imbattè in essa a caso di Andrea da tre anni. che io sappia. che strangola Alessi. stavano insieme in camera quando egli fu chiamato fuori e messo a morte. . 612. Io inclinerei a considerarla come una personificazione de' vizi della parte della famiglia angioina e della nobiltà napoletana avversa ad Andrea. Mutinense. una danna. .. e pulcherrima . incidit Giovanna era incinta quando fu ucciso Andrea. il poeta narra cautus modicum dum armenta j)er arva trahehat. a guisa della lupa dantesca ma se proprio. dunque. Di Alessi (Andrea Ungheria). nullo cura luraine lustrum ingredieìis. La lupa salta alla gola di Alessi. rav- visarla nella lupa. in. a prima vista. si può dire a provare che la lupa vuol altro gravida è proprio lei ? Ma Giovanna era incinta di Andrea con quale mostruoso connubio potè la lupa esser fecondata da un pastore ? Alessi forte Itipam inGiovanna era moglie cidit. come credere. mi maraviglio che nessuno abbia pensato alla maligna. donec et occulto spirasset tramite vita. (1) Chron. . si volesse scoprire una persona. potuit neque ab inde revelli. virihus tentò d'impedirgli di uscire (^).— dopo severo e. fu detto che totis ci — — . non corrisponde al figurato ne' particolari. cuius surgens saevissiraa guttur dentihus invasit. rahieque tremendam impavìdus..

(2) « Nil grave. preparato il laccio di seta verde. 612. Giorn. e nell'attesa della vendetta del re d'Ungheria. a sentir lei. nella lupa. Se.— quae pregnans erat del proprio 169 non per fatto insieme. secreto Ioannae caeteros praeter (3) È l'opinione Il Sulla cronologia. Mutinense. 142. semotosque a de'l'HAUVETXE. / cow menti antichi e la cronologia delle eg oghe petrarchesche. fu ispirato Boccaccio dalla II egloga del Petrarca (Argus). da vera lupa nel senso figurato latino. che. Filippa sua nonna. 614 l'aneddoto del laccio di seta. si capirebbe se l'egloga III fosse stata composta nel 1345. sanguinosa allusione alla regina. ptiplice meretricahatur. di D. Una diretta. 156. adprobatum. sotto l'impressione del delitto. nil arduuni. Ella. e Roberto avedice il Boccaccio nel De Casihiis suo zio tutti da Giovanna. qiiae fuit suo corpore valde gavisa. che fu l'anima p>roditrix dicti prima i mali di Andrea e di Giovanna (^). e iniquissima Sancia contessa di Morcone^ marito — — e. della congiura contro Andrea. di Gravina e dal dal Chron. e alla sicurezza e prosperità e vegliava l'amico suo Acciainoli. non fu inaodata dal poeta Cfr. a suo parere. Phi- lippa et Sanoia iiitos ». ivi. col ducis. principalis autrix di tutt' — — quale Andrea fu strangolato.. e disponevano vano allontanato a loro piacimento di ogni cosa (^). . primo abbozzo. XXVIII. avesse l}) Tutte notizie desunte dalla cronaca . ut fertur. ma il Boccaccio la tirò giù molto più tardi. al stor. con le delicate sue mani. che agli amici d'Italia se non il 18 gennaio 1B48. detto Chronicon. e non la riprese a limare e ridurre nello stato presente prima del 1351 (% quando fama loro Giovanna e Luigi di Taranto sedevano sul trono di Napoli. corse voce che ella avesse. ni! magnum agi nisi a Roberto. Car- — rara. Particolare rilevantissimo.

. o mentre deplorava. Ma quali infamie lodò Quali atrocità ? Non di amorazzi. a fra Martino civitatis ueapolitanae post . per fama. Lett. Regno dopo fuga di Luigi dopo condizioni del il 15 gen- naio 1348. ma le conosceva nei loro minimi particolari. come non gli passò per la mente la convenienza di dar di frego all'odiosa pittura. che il buon Boccaccio avesse voluto lodare dopo aver biasimato. non fu a Napoli. dalla voce pubblica. dunque. la gioia provata al loro ritorno ? Non è esatto. non d' intrighi e d' inganni. Dentro sé doveva averle detestate sempre nello stesso modo. eo quod in ea tractetur de dim'nutione et queinadmodum casa regia praedioti ». Il Boccaccio. mosso da paura o da motivi non molto più degni ». non le potè conoscere se non all' ingrosso. lo fece deplorare. non di adultèri. in quegli anni. fugam da Sigua Corazzini. ma finì con lodarle a parole. essendo : (1) « Quintae eclogae titulus est Sylva cadens. ho detto e ripèto^ dallo stesso Luigi nella IV: la '^ V descrive poeticamente le la tristi (^). e per deplorarlo. del resto. la fuga di lei e di Luigi. Il Boccaccio non solo non ignorava quelle infamie.— 170 - davvero raffigurato Giovanna. Delle infamie e delle atrocità. l'accusa che Giovanna. E si noti accolse nel De Gasibus. nella IV. solo dell'assassinio di Andrea parlò nell'egloga III. quando limò il primo getto dell'egloga. giacché. nella VI. o mentre esprimeva. che macchiarono la reggia di Napoli dalla morte di Roberto (19 gennaio 1343) alla morte di Andrea (18 settembre 1345) le egloghe non dicono una parola. Lo Zumbini aggiunse con insolita asprezza « Si trattava d' infamie e di atrocità detestevoli sempre e non : iscusabili mai per alcuna ragione del mondo. 269.

dirasque feras. e la smentì (^). De principi di casa d'Angiò. Non dimentichiamo... et rantes in sibi et forte meritam indiguaconiu- rex fìeret praesagirent supplicium. li avrebbe trattati severamente. Ucl. venans morieni stiscepit Adonis. nutrii. quutn quaiitumcumc[ue mìuima hoinìnum sit. si fosse data a Roberto de Gabannis ma ne spiegò l'origine. feri leones. Ili : .- 171 — ancora vivo Andrea. come nel De Casihus. che erano 1' Huttea ha scoperto che. perciò se ne vollero sbarazzare ("^). IV: miserandus Alexis qui gregibus niitiium durus. plerique volunt quod silva leones quibiis ipse severus nutHat haec. non temevano già la regina. costantemente ripetè l'opinione. occurrens. (1) « Siaenda sunt liaec. IX. i leones. mites innesto miles merita attenzione. nella selva. haec iraq>ce verendos. crudeli funere pulsus. il ira contro l'Acciaiuoli. cbe aveva nello Blasiis. non dice «he appiattino uno o due o quattro leoni dice la selva produce. però. eum clam ne leoni. sua poeta sfogò terribilmente la Mida. 1' Ecl. fainiliaritas s>. V : Nec fuit Italiae quae ferrei silvx leonei tulit hanc praetcr. infamia inficiat facile etiam honestissimas mulieres (2) De Casibus. posteriore al Nell'egloga Vili. De Casibus. si « conti delVa Leonessa ». assumendo la corona.. i i stemma un biondi : leone. . che dette bella prova della sua equanimità nella lettera a fra Martino da Signa. Ma il poeta . per ben tre volte. 1 signori. — Cfr. . il 1' coranàretur operam dare coeperunt Ne' biondi Hortis volle vedere l'Acciaiuoli. et ventis suspitiones huiusraodi exliibendae. IX: « Venim quum quidam ex si regni proceribus iam praecognitam in se severitatem regis iuveuis tionem timereat. silvisque molestus imperitans abiit. ì proceres. Ed. che s' era formata intorno all'assassinio di Andrea: i signori che questi. ». Così nelle egloghe.

all'anno. . degna compagna di quel ladro. e l'autore stesso distingue Caterina. et sic fascinai haedos. di una « vecchia meretrice ed avara ». in cui Caterina morì. adultero. et sumo nominis huius signifìcatum a nomine Pithyae amici Da- monis ». nova pueros annosa per antra canentes. Hocc ACCIO. compagna di Mida nelle ? L'Hortis pensò a Caterina di Gourtenay. et magnos vertice Cauri enumerare greges.— compimento il 172 — dichiarando che. ac mairum parvos subducit ab ubere natos. il ritratto di una persona vera. con la quale ha parentela. protettrice e lo disse anche il Boccaccio amante dell'Acciainoli. Si possit. Pithyas rappresenta Gran Siniscalco^ quale non abbandonò mai Luigi di Taranto profugo e solo: « et Pithyam nuncupo ab integerrima eius amicitia erga eumdem regem. nelil della Bucolica^ l'egloga V. emungit miseras turpi squalore iuvencas. Potrebbe esser. sia per il nome che porta. questa. et ter veliere nudai. ma l'egloga turpitudini e nelle scelleraggini — — è posteriore al 1346. Quid multa? haec omnia radit. ac ut nulla sinat silvis intacta vel agris. sia per Haec le male azioni. che commette. viva. nudatque sequentes. da Lupisca. in Venerem rapii illa suam. Nec 'ùacat haec somno. VI. lez. come la lupa dell' egloga TU. siliquas porcis. (^) e Ir. scellerato di Mida. Commento sopra la Commedia. Inclinerei a creder quest'ultima una personificazione. et gramina suhtrahit agnis. terque die pecudes premit. tristinue levem consistere lunavfi Carmine compellit coelo. virides ambire per agros nocte etiam videas. però. nympha deciis nemorum. l'imagine della cupidigia ? (^). arte Non pare. Chi è la truce Lupisca.

molto probabilmente. Bartolommeo di Capua. ella divenne contessa di Monte Odorisi: uccisole il marito nel 1846. eh' io senta. mine co'elum violat verbis et fascinat agnos. (1) L' p. di santocchieria e. Hutten — ! aWmè il ! — le ha mutato il sesso e la famiglia. e di suo maritaggio non si parla.Come O 173 - questo. della quale il Boccaccio lodò una volta la bellezza e i costumi illibati ma devo pur dire che. Un suo on n'est jamais traiti que par les siens ! nipote di avarizia. Quae nuper glandes. che libro delle Donne famose è dedicato alla moglie di Andrea Acciai uoli (2) Il Boccaccio la dice anohe lieta corporis iuventute. sposò il conte di Altavilla. egli non l'aveva più veduta dal 1339 . se intendo l'accusa Chi può essere ? — . bastardo del re Roberto. lavorava di memoria. rimase vedova dieci e più anni. Non vorrei recare offesa a una signora. in capo e doveva essere abbastanza matura a' quali andate a vuoto le trattative iniziate con altri. per farle un complimento. così ella salì in alto da umilissima condizione : facinus. dopa il 1358. — — — — bene. trovò un secondo marito — conser- ma bisogna non dimenticare che. per parecchi indizi. Dice a 242 n. di più piacevole vizio. oleasque legebat in agris. e le due sorelle. meretrix anus est. e. di servo. quando l'aveva compresa in una delle schiere di belle donne deWAmorosa visione (XLII). Si vava bene — infatti. . Lapa ed Andrea (^). Tre donne io trovo intorno a la moglie Margherita degh Niccolò Acciainoli Spini. domani an•diamo a Napoli. divenne ricco signore e po- tente. mi par di ravvisare la « florida venustà » di Andreina (-) sotto le orride forme di Lupisca. Quella (la Contessa) di Monte Dorisi è qua. Per il suo matrimonio con Carlo Artus. et avara Lupisca. se la figurava ancora quale era stata.

se Lupisca è Andreina. su la spiaggia del mare. libro. existimans his non minus apud posteros tuo nomini addi disse decoris paucis literulis.- 174 — Vero è che. colla ad uno sedile di legno libri ed uno orciuo'o soma de' miei. 238. — (1) Lettera di Francesco Buondelmonti a monna Lapa Acciainoli.. « Venne dipoi il di che questo tuo così le memorabile uomo ed sue. avvenute prima del 1361. rottura. prima della rottura di lui con Niccolò. infino solo. ella era già maritata al conte di Altavilla Non sono riu- a trovare la data delle seconde nozze: le ritengo. le amico delle muse richiamò a Napoli <^oli femmine le quali aTriper- molti dì festevoli erano sute. a Tripergoli (^). fui nel lito lasciato insieme col mio fante. Tutte masserizie furono portate di terra cotta. sua madre. come hanno fatto: essa è tornata al tempo antico. In questa e ia altre lettere.. (2) « Huius libelli tituli munus adiecisse velim. Delizie degli eruditi toscani. si parla spesso della contessa di Catanzaro. lì. Volentieri vorrei hdvesse marito (^).. non impedì che fosse lasciato solo. potè indurlo a involgere nella stessa condanna fratello e sorella. come vi scrissi. » (•^) Corazzini. quibus te fortuna fecit illustrem. et digiuna etc. con le casse de' suoi libri. e che di presente mi risponderà.. Io via. ma pur dice l'ufficio.. non gli die bel saggio de' suoi mites mores. nell'egloga. Il secondo marito doveva esser molto giovine verso il 1360 onde. > Id 142 43. Quando scito il Boccaccio le dedicò il (^). sorella del Gran Siniscalco e di Andrea. . senza le cose necessarie al vivere e senza niuno consiglio.. quam fecerit olim Montls Oderisii et nunc Altavillae comitatus. però. che. La Contessa di Monte Dorisi mi pare che voglia che i denari suoi non dormino. io scrissi alla Contessa {di Catanzaro?) che facesse parlare honestamente di quello di Meleto con volontà della Contessa {Andreina ?) e del Gran Siniscalco: hammi risposto che lo farà. Probabilmente ella non gli si mostrò grata della dedica. XIV. 232.

nobili napoletane. Famiglie Ad Aristeo (Boccaccio) ancora molto giovine. . lasciando così r interrogazione senza risposta diretta. » C^) Nel voi. gli Dei sdegnati per lo inulto delitto dell'infelice Alessi ecc. non nego. Che quel brusco e breve assensere contenga biasimo della eccessiva tolleranza o condiscendenza di Giovanna e di Luigi. 1394 (^). tolleranza o condiscendenza fosse prealla sentata dal poeta come compenso . L'accusa retribuzione. infatti: « Assentono •».. nelle parole seguenti. I (Altavilla). XII: « Quaerere credo putes Phillim seu forte Lupiscam.— l'allusione a' 175 pueros ? — perchè viveva ancora nel (*). vi sarebbe. 14 settembre 1357): « La Con- tessa di la Monte Odorisi voglio trovar con voi onninamente. delle Delizie. Rilevo un'imperiosa frase del Gran Siniscalco a monna Lapa li (da Tropea. (1) Ammirato. del 1504 e l'Hortis attribuiscono la e Tegliaio conduca a (3) e*) domanda a Damone. cit. sieno essi indirettamente ac- cusati della morte di se la loro Andrea (*). dice ironicamente Calliope nell'egl. Rainaldi. L'Hortis traduce. » L'ediz. sic ira. Dei sic ira et crimen inultum permisit miseri laqueo pereuntis Alexis. Pizia .il Boccaccio domanda (^): E che fece Giovanna? e Luigi che finito di Quando Damone ha disse? Quid lune Melalces? tacuit? quid dixit Amaetus? Damone risponde corrucciato: Assensere. ma dubito che. et crimen inultum. L'edizione del 1504 e l'Hortis stampano: Assensere Dei. sgranare la lunga corona delle colpe di Lupisca. invece. complicità degli altri due nell'assassinio ma. Le lettere del fratello e del nipote e la dedica del Boccaccio mostrano che ella godeva l'amicizia della regina.

non senza fondamento. avidus Midas pecudesque bovesque occupai insidiis. dircaeaque semina passim omnia complevit iactans. scoppiò quando tutt'e due essi aspirarono alla mano di Giovanna. egli esplicitamente fa intendere che Mida non vi aveva preso parte. esclusa la colpevolezza di Mida. dopo aver parlato delle colpevoli relazioni di Mida con ella lo che onore delle selve ». le nozze di lei con Luigi.- 176 - in un altro luogo dell'egloga. Che se l'accenno al crimen inultum contenesse veramente un'accusa determinata per qualcuno. avendo procurato. Infatti. ne fece di tutti i colori. il — tale senso esatto della risposta di Damone Pizia. della quale riaffermano le iniquità i tre ultimi versi del racconto di Damone. la discordia ma dopo. et pariter secum trux inde tra i due fratelli ciò Lupisca. l'accusa colpirebbe in pieno petto Lupisca. divenne potentissimo.. Si ricordi. La colpirebbe. tutto non sarebbe accaduto. e detto tolse dalle basse cure del commercio e la ninfa « gl'ispirò alte ambizioni. e ricuperato loro il regno. poi. sempre che in lei fosse adombrata le me domanda di sorella del Gran Siniscalco. Giovanna e Luigi li han lasciati fare. fato cecidisset Alexis.. soggiungo subito. L'Acciai uoli. rimasta vedova. racconta: Cumque dìem et Hinctus terras dimitteret Argus. della quale il Boccaccio incolpa qui l'Acciaiuoli. Subito dopo la morte di Andrea. laevo tandem extemplo callens hic se se Tniscuit altis pastorum rebus. se l'ira del cielo e la morte pare a alla di Andrea non l'avessero permesso. Roberto e Luigi di Taranto. Damone. cumque impia virtus in se discordes armasset cuspide fratres prosiliens. il primo ma- .

C'è una notevole dif- (1) D. euridem •ducein potenter acoepit. il Chron.. » (3) D. gran figliuolo di stato uno de' capi della congiura contro il Andrea (^). da cui potè essere spinto a mutare così radicalmente l'opinione. {*) Corazzici. (-) D. il Boccaccio avrebbe biasimato dopo di aver lodato. « Capit regem per capii los ». di Gradina dice per opera di Caterina di dal Courtenay. che il Boccaccio. Estense.. il libro delle Donne famose.. prima che lui. che s'era fatta della contessa di Altavilla. Carlo e Bernardo erano stati messi a morte (^) perciò l' inultum alluderebbe alla loro rispettiva moglie e madrigna. . Bernardo. eppure rimasta impunita. lo avesse tenuto fermo. e fatti morire in prigione « quoj> dam veneno propter reverentiam regis Roberti sui patris. mentre gli altri assassini gli gettavano il laccio al collo ('-). Si raccontava che — — alla contessa. ciò nonostante. Carlo Artus. non tantum foeminarum sed regum gloria ». afferrato l'infelice principe all'uscir dalla camera. era di questa. cioè nell'allusione al crimen inultum. — Ma se. lodata soprattutto per le recenti prave di fortezza d'animo (^) aveva pensato di dedicare. quando compose l'egloga. Estende riferisce che furono presi duca di Durazzo e da Luigi di Taranto. condotti a Napoli. Chron. potè sapere o sospettare connivente.— rito 177 — Camerario. si dovrebbe modificare la sentenza severa dello Zumbini. non le ebbe per modificare il suo giudizio « itali cum iubar perfulsu Giovanna. di Gravina e G. È quasi supertluo avvertire che le buone o cattive ragioni accennate innanzi. Giovanna e Luigi. Villani. si persistesse a voler avvolti nell'ac- cusa di Damone. 231-32. tenuit ipsnm. 431. 12 . partecipe al delitto. et cuni eo luotans. alla quale gidum. DI Gravina: « Berterandus filius Caroli Artus.

Nella IV.— r egloga ITI. né consentiti dal alla L'Hauvettb. ma. il Montano della V. Del resto. che la regina . onorerà degna- mente incise le stori. » ZcmbinI. e non laudativi: Alcestus trepidans abiit. ritorno e la vittoria. i> Eodem sero in civitate Neapo'. e quali sono le lodi? Nel- nessuna. non appena egli aveva sposato Melalce. 178 — ferenza. scopre un'a'lusioue famosa pe^^te del 1348 nel verso: . senza poter nemmeno tentare un po' di resistenza. piuttosto che lodi. Egli richiamerà Astrea. egloghe. Mi pare una chiosa uou A'otes. (i). al provarono augùri. fu costretto a fuggire con l'aiuto validissimo di Pizia. Dove ha pescato l'Hutten. In (1) « E. fuggitisi di quivi Alcesto richiesta e Licori. 12. tremebunda Lycoris in dubiiim liquit silvas evecta per altum. Ma. che. ubi fuerunt recepti Maria eorum cuin fasto et tre- cum paliis cum maximo ma- ximo honore. alle Muse. sia lume e decoro alle selve. ai pafanciulle. i posteri leggeranno le sue geste cortecce de' nelle cornioli e de' faggi. non la portò Polifemo (2) (il re d'Ungheria)*. 181. ripeto. « Cum laetitia et honore rccepti fue- runt vociferante»: Vivant Domini nostri naturaUsl > Chron. 110. Infectas taho pecudes morhisque capellas ma la fuga avvenne nel gennaio. quel che era il sommo d^' mali. Doro (Luigi) racconta che. dopo altri pericoli e danni. quando la post© non era forse scop- piata ancora a Napoli (a Firenze scoppiò nell'aprile). « Die XVII augusti intraverunt Neapoli et domini nostri regina fiiia lohanna cum domino Ludoyco viro suo dicim galeis. gli predice. La VI descrive a npiamente la storia (-) però. non falsando ritorno di lui.. gli tutti.la grande si letizia.. dove. gli si fanno esprimono speranze. Cron. Le testo. di Par!enope. Siculttm. . Suessannmr cfr. e cominciato a guidar le greggi nella selva calcidica. rimetterà pace dappertutto. 171. Alla fuga alludono due versi non più di due.Ì4 fuerunt facta maxima luminaria. Chron.

Stuclj. al quod Corazzici. 133. di questa non si occupò. che ad esuberanza dimostrò errate altre interpretazioni.. Lo Zumbini. tanto più se si stato fatto che egli le la morte di Luigi. Villani (1) I. > M. e dello Zumbin'. rappresenta il Boccaccio. 43. che. « optimi regis et virtuosi mores assumpserat » (^). verso la scrisse dopo fine della sua vita. est ferver h. ma poi. sforzando la dissimulata (?) di lana. l'Hortis credè trovare « al- Andrea. aveva preso a comportarsi da ottimo e virtuoso re. si al 1351? i — Va al osservato che. Perciò il Boccaccio lo chiamò Alceslo. per altri passi di essa proposte dal benemerito dotto triestino. « ab aJce quod est virtus. andarono incontro re e alla reina. 20. congetturò che « l'elusioni alla morte di gloga presente fosse sorella dell'ottava ». al matrimonio tra Giovanna e Luigi di Taranto » (^). nelle segnalarono a mercaoti toscani dimoranti e' a Napoli. e da parte i Fio- rentini e Sanesi e Luccbesi mercanti cbe allora erano in Napoli. anteriore 1355 nemmeno composizione questa egloga. per queste e simili cortesie. gentili uomini di con m Ita festa si misono ad andare Carmiuo per condu- cere il re e la reina in Napoli con molta allegrezza. debba mandare il Boccaccio a battersi la zucca Malebolge. nell'egloga ottava.. . si 179 - non mi pare che. 269. la potè iBggere. dunque. I baroni ob' erano accolti Napoli. < Napoli. il quale. Il re Luigi i non 20. quindi perdono ogni valore commenti (2) dell' Hortis.. e Ge- novesi e Provenzali e altri forestieri.verità. la et ae8tu9. rilevando l'accenno a Pizia. Giovanna fu ad Avignone dal 1348 raanifestBzioni di giubilo. di Non è. come vorreblie l'Hauvet^^e.. catuna gente per sé vestiti di ric- che robe di velluti e di drappi di seta e d'ogni ragione. con molti stromenti al festa.. e fece bene. riflette nella seconda fossa di — come non è — Anche nell'egloga X.

dobbiamo argomentare esser questi un poeta seguace di Omero e di Virgilio (i). qui latine lupus est. a giudicarne dalla confessione dell'Hauvette dopo i tentativi dell'Hortis e confutazione che ne fece lo Zumbini ». 133... da cui si aveva tutto a temere.. narrerebbe come già avvenuto. Ignoro se. eo quod in ea de numquam lux est. prevedutigli già dall'amico Damone. al modo stesso che. La con- gettura che. Rileggiamo ciò.— Nell'una tra si si 180 — temeva che dovesse avvenire. e il resto. Che se poi Fitia è il Boccaccio medesimo. Ne sarò io l'Edipo? Mi proverò. et ubi lupus rapacissimum aniquos penes nulla (1) (2) Le egloghe. Una stessa persona sarebbero Mida dell'egloga Vili e Polibo della X: un pastore. altri si sia provato a sciogliere Fenigma. dopo. ciò che neli' alFitia qui si lamenterebbe dei suoi danni. Sulla cronologia delle eglogh". egli. nella lettera in dialetto napoletano. perchè da ciò che Licida dice a Dorilo. fìngen- dosi lannetto. che il Boccaccio scrisse a fra Martino : Decima egloga infernalibus sermo titulatur vallis opaca. almeno sino al 1896. non goria lusingava di trovar facilmente la chiave » dell'alle« più oscura. . cioè. che. più misteriosa di tutte » (^). parla dell'abate Boccaccio. cioè. campi. in l'acuta si non pare incontrasse quell'anno. Dorilo sia lo stesso Fitia e le due egloghe facciano un'egloga sola. « favore. 170. quem Lycidam a lyco denomino. Lycidas et Dorilus: prò Lycida ego quemdam olim tyrannum intelligo. allora se ne farebbe più probabile la mia congettura. In altre parole. se (Pizia) il Boccaccio (Dorilo) parlerebbe di come di un'altra persona. sit. CoUocutores autem duo sunt. malvagio e rapace. e che veramente finisce col rapire a Dorilo gregge.

il Dalle sue parole caviamo che Pizia è un suo amico. tra le altre bricconate. Dorilo ricorda che Polibo. il Boccaccio. divenuto alla sua volta tiranno. sic et 181 consistens. Dorilo era captivus. Licida o. unica sua dell'autore la congettura Le delucidazioni dello . in un paese abbondante d'acque stagnanti. Polibo aveva già tolto a Dorilo. nemmeno i libri. la sua ombra ci lascia capire di avere. gregge e campi l'Acciaiuoli (Mida) non tolse niente al Boccaccio. per dir meglio.mal est est. non sordida laedunt quantum mala nota furentunt quos genui calamos Inter ranasque palustres. che ha sulla coscienza. ge- nerato figli di perversa indole. lascivusque meis formosam Phyllida rivis erìpuit Phytiae nostro. dictus tyranni rapacissimi sunt homines: Dorilus vero quidam captivus in assiduo moerore doris. quod amaritudo sonat. cui riistica cessit lihertas. la . non Ciò basta a Dorilo perchè lo riconosca: « Di grazia. non patì mai prigionia. ricchezza. sei tu il mio Licida? » Non era stato uno stinco di santo. quale un tempo menò le greggi al pascolo negli stessi suoi prati {rivis meis). dannato all'Inferno per due colpe gravissime. ciò che lo tormenta più delle pene infernali: munera Plutarchi. con la libertà. ed ebbe cordiali relazioni anche col morto Licida {Phytiae nostro). de' cui pascoli era stato solo e potente signore. per quanto ne sappiamo. Licida fu . a non concordano con Zumbini.

che prima avevano imprigionato lui. Bernardino. più benigno agli uomini di corte (1) Questa notizia si legge nel proemio al volgarìzzameuto. iam dudum pecudes rapuisse Myconis scelus infaustum! pueros traxisse per umbras in vetitam Venerem.. cominciò a tradurre Tito Torna a mente come e dove veduto Appennino nell'egloga XVI : dice di averlo Iam vidisse senem memini. et. anno della sua morte. li fece morire di fame? Ostasio. che la heu mihi. Pizia il suo Licida ospite. Ostasio. signore ». rappresenta. alla biografìa del quale viene ad aggiungersi. et fessus silvas ambirei saepe palustres. non in quello al De Genealogiig. dunque. nel 1346. « suo dominio altrui. nostrisque sub antris nonnumquam duros solitum recreare labores. così. che. Un signore di terre paludose. lui morto. padre di di tìgli fu- ribondi. già signore di Cervia. ospitò il Boccaccio. dumque ravennatis Cyclopis staret in antro. Silvas palustres sono quelle stesse. melior duvi vita maneret has sedes trihuere mihi.. dice Li- canne e gracidano le rane palustri. cida.. usurpatore oh! non è Ostasio da Polenta.. avuti nelle mani gli altri due. sinché il primo. ad istanza di lui. che fraudolentemente s'impossessò di Ravenna durante l'assenza di suo cugino Guido Novello? I cui tre figli.seconda delle quali facilmente divulghi: 182 fama non è di quelle. crescono le dove. si fecero guerra per l'eredità. Fu il crudele e ra- pace Bernardino.. 119. come stampa l'Hutteu. un particolare sinora ignoto. . vidimus. specialissimo Livio (^).

che lo prende per un fabbroferraio. (3j vi morì. Ora non ci vorrà molto a scoprire chi si celi «otto le vesti di Dorilo. certo. perchè viene dall'Inferno. il Però. è. acceso dai Il servitori nella camera. il 25 settembre 1346 passò pericolo di morire s> propter fumositatem di un fuoco di carbone. Ferrara. Levi. esclamerebbero certamente: . 49. a sentirlo lamentarsi. cultore che agli della poesia.Ma è ser Menghino Mezzani. Estense. benché maturo (annosus). ad esser forte. Ghron. puer. Corazzini.— 183 — uomini di lettere C). Ricci. L'ultimo rifugio di Dante. e Antonio Niccolò da Ferrara. giacche. se mi leggessero. Era stato mandato in prigione da Polipo. Zuffi. Mutinense. ma. Milano. giunti qui. nel 1353. Ostasio. che rogò per lui in occasioni solenni. « l'umile dantista ». quegli. l'autore del famoso epilura Monarchiae! (^) Le sue relazioni con taffio Ostasio sono attestate da parecchi strumenti. a vederlo piangere. die oro. 218 sgg. Corrado Ricci ed Ezio Levi. gli rimprovera imparato ancora. e lo costrinse ad abbandonare Ravenna (^). ttigra fuligine tinctus. trovandosi in Lom- bardia presso asfissiato « i Visconti. vediamo Boccaccio andar a Ravenna « visitasi lurus civitatis principem». La sua prigionia non aver (1) ('^) Cfr. 606. in cui egli dormiva. portato infermo a Ravenna. aggiunge che non si riebbe più. nov. Hoepli. Sacchetti. e consolarsi delle avversità poetando. 432. CXC. curiosa coincidenza. Licida gii domanda severo: Castaliae. Licida presenta a Dorilo. docuere sorores te laehrymis transire dìem? in più spirabil aere di » Lo esorta a sollevarsi « con la parte migliore di se. se non poeta insigne. . 174 sgg. e. Chron. che gl'impedì di continuare ad attendere placidamente agli studi nella sua corte {meis FhylUda rivis eripuit Phytiae).

Al suo culto sembra voglia alludere Licida. et Danaos cecinit. di : vedere nella frase concisa del testo una remi< niscenza dantesco Chi 'I vide quassù gliel discoperse >. senz'altro. sic Tityrus arva latina non vidit. qui iura deum viditque deditque. e rammentando un poeta.Argo è un gran poeta in compagnia di due altri grandi poeti. proponendo all'infelice Dorilo l'esempio di Argo. e vi vide l'ordinamento de' beati. pastores phrygios orbatus lumine Mopsus. (2) Mi permetto del 198. Par. Anche Stìlbone. quot Menalus Argo. fontesque bicornis Parnasi et lauri dulces per culmina silvas? Ah! scelus infandum! Sic nondum vivere nosti annosus tecum? secum. che ascese al cielo. Rutulus dum ! tinxit sanguine Turnus. accenna ad Argo come a poeta.— 184 — è argomento de' sonetti. quotque greges Mopso. e povero: qiiot Si vacata enumera pavit Taurus Amyntae. etc. superavit Olympum olim Argus. che scambiò con Antonio da Ferrara e con Bernardo Ganacci. che però sup- pose un errore di lezione. (inlatti Arc^s è denomi- più giù). quot Poliho Eurotas.se non m'inganno . Mercurio per lo (1) Zumbiiii. XXVIII. anzi lo fece conoscere Alighieri? (^). Argus per Arcas nato. con cui comincia l'epitaffio composta da Menghino per la tomba di Dante? Quis prohibet meliore tui quin parte pcragres gnosiacos saltus et menala pascua? quis ve pastores Idae videas. non il re Roberto e non Mercurio. essere se non Dante E Chi potrebbe sarà semplice caso che ricorra sotto la penna del Boccaccio la parola stessa. . per il sommo poeta. nell' egloga XIII. oltre quelli di Mopso (Omero) e di Titiro (Virgilio). di altre Povero Menghino avrebbe avuto bisogno Roberto per rHortis. Questa volta . Pindus.

popolo si sollevò. nunc Ras pellit. « tra pene e paura ». il (^) eccessive gravezze imposte da Bernardino. Levi. Se non l'ho male interpretata. riiet Teque tuis linquet campis. alla corte di Bernardino. Villani. il 9 marzo 1359 (^). 403 sgg.ali al ! 185 — gran volo Frattanto. e cercò di confortarlo co' suoi versi. egli langue nel « chiuso » (^) senza aver commesso delitti. Invece di lui. Che Ila sia Antonio da Ferrara? (^) Licida predice che Dorilo uscirà di prigione quando Polipo sarà morto: Tunc Polipus quercum dum scandet. ("*) Hacvette. Rie suos cantal calamis invisus amores.. dunque. chiostro pecudes ad prata Myconis manibus mute ubera pressati. forte pahimbes perquirens. da Ferrara fu a Ravenna. (•^) Cadendo da un albero ? Non sono riuscito a trovar conferma o spiegazione del cenno del Boccaccio. che Bernardino da in ceppi dopo le Polenta mise novità del 28 maggio 1357 » (^) — (1) Un suo sonetto comincia: Se mai dal chiuso chiostro mi dischiostro per grazia del mio sire (2) . ma « avendo la libertà nelle proprie mani. « dal 1356 al 1358 » (*). mentre stava in Menghino carcere.. VII. . . l'egloga del Bocnon fu scritta. mihi crede. sic vincula solves. ». non la seppono per propria pigrizia seguitare M. essa avvalora Y opi« che Menghino fosse dei cennione del Ricci Bernardino morì caccio — toventi cittadini. 223. 175. 70. Dotilo ricorda che Polipo Crisifahro lunoni sacra paranti ah stuli t optalam fmstra per tempora Rufam. Sulla Per le cronologia. 181. Ricci.. A.

. alla corte de' signori da i due primi « alludono a un incontro Donato con lui anteriormente a quelli di Ravenna e di Padova ». nel terzo e nel quarto. vidimus. nostrisque sub antris nonnumquam duros solitum recreare labores. dov' è introdotto Angelo (l'eil gramgloga stessa) a domandare se Appennino matico Donato degli Albanzani abbia mai veduto Cerrezio (il Boccaccio): — — die oro. dumque ravennatis Cyclopis starei in antro et fessus silvas ambirei saepe pualustres. mettendolo subito dopo Dante e dopo lo stesso messer Francesco ». al Torniamo a quel luogo dell'egloga XVI. 211-12. il terzo posto come poeta. Così facendo. Hauvette « il (^) ha bene osservato che l'ultimo verso allude chiaramente ai viaggi del Boccaccio a Venezia. Boccaccio. che (1) Bulletin italien. Donato ricorda di averlo veduto a Ravenna. atque L' Henetum dum venit cernere colles.— e « 186 — che il Petrarca a lui pensasse mentre scriveva Boccaccio che un vecchio ravennate assai competente assegnava a lui. già ricor- dato per altra ragione. A parer suo. esso incontro Polenta. Dorilo esprimeva a Pizia la sua riconoscenza. senem et novistis hetruscum hos Inter montes pinguia pabula nostrum? e Appennino risponde: lam vidisse senem memini. — di più recente de' quali rimontava al 1363 » che.

27: «per >. nel 1311. alcun tempo fu {^) Bassermann. 119 n. non genericamente la Toscana. ed uno del così detto Compendio. . fare ». nel Casentino (^). fu a Poppi.avvenne probabilmente 187 — in Firenze. il suo Casentino. direbbe nostris sub antris per induri lavori » . ediz. un castello. di Dante in Italia. cercasse « distrazione in mezzo a' suoi sione nostris sub antris indica dentro le mura stesse di Firenze e perciò crederei che fosse solito di andar a passar qualche tempo. Il primo ci dà la notizia che Dahte fu (^) col conte Salvatico in Casentino. 1) (2) V. non si comprende come il Boccaccio. Sennonché. Veramente il sommo poeta. ma. oppure vi salì in uno viaggi dalia To- scana alla Romagna? (^) Cfr. Compendio. stando a Firenze. Donato. l'estate. con molto maggior precisione. luogo nativo di Donato. Bene- detto dal Casentino. 1. ivi. ma ricordo dicare conte Salvatico era stato signore di Pratovecchio (*). sola nell'Alpi di Casentino per una Alpigina. nella quale mi par di sentire l'eco di una vaga tradizione locale. giacche l'espres- i colli fiorentini. siccome comodo agli abitanti. il Nel Cjminento alla Divina Commedia. A una o più dimore del Boccaccio tra i verdi colli e i ruscelletti della bella valle (-). Il secondo riferisce il — — che Dante. Boccaccio racconta di s> essersi trovato «nel monisterio di San Benedetto dell'Alpe con l'abate del luogo. presso il conte Guido da Battifolle. Rostagno. Onw. spirò « « vicino allo estremo di sua vita ». di volere assai {'lelV Acquacheta) presso di questo luogo dove quest'acq[ua in luogo molto cade. Bologna. e di aver udito da lui « che fu già tenuto ragionamento per quelli conti (Guidi) i quali pono signori di quella Alpe. p. e riducervi entro il molte villate da torno di lor vassalli Andò de' Boccaccio a suoi S. Zanicbelli. che era di Pratovecchio. m'avevan già fatto pensare un passo della Vita di Dante.

« N. n. 877. per conto suOy non vuol discutere se il ricordo contenuto ne' versi dell'egloga XVI si riferisca al 1346 piuttosto che al 1350. Se la terza notizia fosse credibile. che non so se qualcuno abbia cercato di metter d'accordo tra loro. Con la solita sbadataggine. Michele fu fatta nel mese di dicembre 1350 ('). veduto dal Or S. 3^ L'elargizione de' Capitani 11 novembre 1350. escludono.— quale. che il Boccaccio avesse desunto le sue informazioni dal canzoniere di Dante. recava: « Dominus Ioannes Boccacci olim ambasciator trasmissus ad partes Romandiolae ». era gozzuta bel viso Quest'ultimo curioso partico- se mentito non m'è. c'è da domandare: il Boccaccio andò a Ravenna nel 1350 o nel 1351 "ì nell'uno e nell'altro anno? Abbiamo tre notizie. li. i Capitani di Or S. voglio dire.. se mentito lare 188 — non m'è.. nel suo libro sul Canzoniere di Dante (Roinay dubita formai mente che la uotizia sia «lei ! Loescher. Michele deliberarono di pagare « a messer Giovanni Boccaccio fiorini dieci d'oro perchè gli desse a suora Beatrice figliuola che fu di Dante Alleghieri monaca nel monastero di San Stefana dell'Uliva di Ravenna » (-). accennano a (^). quantunque ». 217) Boccaccio. di (1) 11 prof. o al 1358. A questo proposito. 2^ Un documento degli Mehus. : avesse. . 1^ Nel settembre del 1350. (3) Baldelli. Santi. L'Hauvette rammenta che l'Hecker non crede possa essere anteriore al 1350. l'Hutten. converrebbe ritardare al 1351 l'andata del Boccaccio in Romagna. Vita di G. 120 crede che questo sia il documento riscoperto dal Bernìcoli a Ravenna. non essendo i-iuscito il a trovarla in alcuno de' suoi p. scritti » Bastava che avesse aperto (2) Compendio a 17 dell'edizione citata del Rostaguo. il primo incontro del Boccaccio con l'Albanzani. e l'inciso voce raccolta.

Non so perchè. « Nello stato presente delle nostre cognizioni. « Il Petrarca venne a Fi- renze in ottobre. comg pare. il si devono settembre e l'ottobre del 1350. sono più esatte la seconda e la prima. 33. e che. Ora. si deve dire che il lo incontrò. 153. nella quale rimproverò al Petrarca d'essersi fermato presso l'arcivescovo Giovanni Visconti a Milano. senza riflettere che il l'inverno comincia nel calendario trale. Nessuno. egregio uomo. 15) egli il esplicitamente dice gli che in- incontrò la prima volta Boccaccio. per la difficoltà di conciliare la presenza del Boccaccio. Forse. a mezzo incerno (in midiointer). Boccace. bruma. l'Hauvette. ritiene soltanto « fort probable « che cettato l'ospitalità del Boccaccio a Firenze. pe- netralibus induxisH . quando ritornò da Roma al cembre u Ma » Petrarca parla del primo incontro. dell' Hecker. il abbia tralasciato il 1353. dunque. meno di tutti il un italiano e un uomo in di- colto abbastanza esatto chiamerebbe 15 ottobre mezzo inverno. nell'Italia censaevit bene spasso iam. l' conchiude malinconicamente s>. pivi una relazione del suo viaggio. nella terza. e tanto l'ambasceria. l'altro: Petrarca avesse acricorda. tardi {Famil. nel mese di ottobre. dev'essere (1) Bisogna vedere in quale imbarazzo si trovi I'Hutten. il Boccaccio era a Firenze.- 189 — ma se. il un quale le parole del Petrarca ìam saeviente bruma. il novembre era a Roma. sed ami^^itiae tuae sacris ». 150. Fracassetti. dopo aver Si tratta di fantasticato piccolo pasticcio del un pezzetto buon — è insolubile — Non mi pare.. col in una lettera molto XXI. 21 dicembre. alla fine d'ottobre. non tenendo conto del collocare tra suggerimento In quell'anno. è errore di lettura o di trascrizione dicembre per settembre. quale l'Italia era andato contro (juando egli rapidamente traversava centrale. quanto il pietoso incarico dei Capitani. con l'ospitalità da lui offerta all'amico nel 2 mese di dicembre. Boccaccio si trattenne a Ravenna parecchi mesi. tradusse: nel cuor dcZrinwerwo. donde scrisse al Boccaccio con quella scritta s' data. tra mail Petrarca « Non tu me Ph'nei sub moenia. suo primo metter il piede in •patrios problema — muros. È del 18 luglio la bella lettera. Alla fme di ottobre. e il suo in- contro col Petrarca in Firenze. e vi ospitò il Petrarca C). il — Il Cochin.

cioè. Or. . perchè questa può condurre a determinare la data della nascita e della morte di Violante. Tutto questo non giova a risolvere. che credettero la — quando. non vi fu incontrato per caso dal Boccaccio perciò Appennino potè veder Cerrezio andare spesso di scuola ». da chi il Boccaccio aveva appreso il desiderio del suo grande amico? « Nuper cum fide retulit noster Donatus grammaticus ». dice di averla perduta (1) (2) CoRAZzixi. a tava con gran desiderio a Milano cui non badarono quegli eruditi.— risultali delle ricerche. e insegnava in Ravenna. comparisce testimone di atti notarili (-) il 2 dicembre 135J. Pubb'icati nel Codice diplomatico dantesco-. a passeggiare nella selva palustre. per conseguenza. la data d'un viaggio del padre di lei : — a Napoli. dispensa quinta. 307. ingli aveva chiesto la vita e gli opuscoli del santo. anzi rende più complicato il problema posto dall' Hauvette Dove e quando. Il Petrarca Ravenna. rogati in Ravenna . dunque. l'Albanzani. e. e il 18 febbraio 1356. potè vedere la figlioletta del Boccaccio. e li aspetcircostanza. Abitava. Nell'egloga XIV. con la quale lo informò dei da torno a S. « dottore in grammatica e maestro lettera scritta nel 1368. 1<X) — lui fatte in del 2 gennaio 1354 l'altra. il Petrarca non dimorava più a Milano. Pier Damiano (^). Importa avvertire che maestro Donato del fu Nencio da Prato vecchio. Violante? E non paia un voler perdere il tempo l'affaticarsi a cercarne la soluzione.

ere soggiornare. Sansoni 1901). a Venezia. Electae tiiae facies est. idem (1) Te Fiisca ferébat Calchidicos colles et pascua lata Vesevi dum petii. olim diffi- « numine Troes Italiam Pro Olympia iutelligo parvulam petiere. del piuccheperfetto per indicare uu'azione petere interamente terminata luogo ì ma ne! può va'. raptani nobis. dilecta gli apparve improvvisamente la credito: eadem que meae fuit. feci a Napo'. Eletta. ricorda mestamente di averla veduta l'ultima volta quando ella toccava i cinque anni e mezzo. Dum si petii. me pubblicata itella Biblio- . piccola Eletta. aggiunge che era morta prima del suo settimo anno (-): nella lettera Ut teviderem. Boccace^ 383 sgg. Quam ego non laetus tantum sed avidus ulnis suscepi. Firenze. quando. cile viaggio. (105 della traduzione italiana da teca critica.— 191 — mentre egli andava a Napoli C). Guilielmo ravennati medico et Donato nostro qui novera tua. nella lettera afra Martino da Signa. i quali l'avevano conosciuta. filiam meam mortuam >. per l'Hecker: « mentre ero il in viaggio Il primo travtiene a dimostrare che Boccaccio potè usare perfetto invece . Cybelisque sacrato alsconsam gremio. Aeneis. ea in aetate in qua morientes coelestes (3) effici cives credimus Questa data fu aoutamenta determinata dal Cochin. Quid dicam ? Si mihi non credis. per l'Hauvette. nella casa di Francesco da Brossano. vale: « durante un soggiorno che per Napoli il ì>. Primo intuitu virgunc ulani olim meam suspicatus. Et ecce modestiori passu qiiam decere! aetatem venit Electa mea. Lazio. stare in un Non soggiornava . La grande somiglianza dell'una all'altra fanciulla gli fece profonda impressione. (2) quando invito Italiani fatis petiit auctoribua con lungo e X. et antequam me nosceret ridens aspexit.i ». e che somigliava molto alla nipotina del Petrarca. Enea. 67. Cfr. scritta al Petrarca il 30 giugno 1367 (^). 31. come potevano attestare Donato e Guglielmo ravennate.

piuttosto che prima del conInsomma. niente più proba- — . il ma aveva. nel 1354. e non abbiamo nessuna ragione di supporre che. lieto . Dome. o. Insuper. forse. il Boccaccio e Donato si trovarono insieme a Ravenna. i gesti. su per giù.— risus. giacche potrebbe anch' egli. credi a Guglielmo ravennate e al nostro Donato. totius corpusculi habitudo. retate esset provectior: et dimidium dum ultimo illam vidi. come vorrebbe nel Casentino. ma ignoriamo. l'avesse conosciuta nel Casentino. — — bile che Guglielmo dimorasse allora nella sua Violante. era tale e quale se non credi a fronto ? Va da se. quamquam grandiuscula mea eoque quintum quippe jam annum attigerat si idioma idem verba eadem erant atque simplicitas. nel- mandato ambasciatore ad Avignone. videre: — Se non e bra- credi a me. meae inter nigram rufamque fuit. all'età di cinque anni e mezzo. a Napoli non venne prima del 1361. aveva la statura. Romagna ? Tornato a Firenze. Quid multa? in nihilo differeutes esse cognovi nisi quia aurea caesaries tuae est. Insieme con lui. la lezione già data dal De Sade. Guglielmo. che la conobbero! nato avrebbe potuto vederla su le ginocchia paterne se non a Firenze. net racconto del Boccaccio. credi a quelli. il medico ravennate. verso lo stesso tempo. o a Firenze. dopo la dimostrazione della singolare rassomiglianza delle due fanciulle. confermare che Violante. città. il garbo di Eletta. l'Hauvette . et eadem eademque oculorum laetitia. insieme con lui. così piccina. 192 — gestus incessusque. Abbiamo veduto che. seguito padre in l'aprile. le fattezze. La testimonianza di Donato e di Guglielmo non sarebbe più opportunamente invocata qui. fuisset. — Dunque? Non vedo se non una sola via di uscita da queste difficoltà: — sostituire a novere. egli fu. in ultimo. che furono presenti quando io.

al primo vederla. scambiata per la mia fanSappiamo dallo stesso Boccaccio €iulletta morta. mi sono ingannato.— 193 - moso. sarò lieto che altri sbrogli questo viluppo meglio che io non abbia saputo fare. quando egli era sbarcato a Venezia. aveva tentato di menarselo a casa sua (^). delle Senili. -^^- 13 . aasistentibus ex amicis non- nullis III. (1) Lettera citata: « in hortulo tuo. — erano presenti parecchi amici (^).stavo per dire certamente . che invano. alla visita da lui fatta alla figliuola del Petrarca. 1. accettj l'ospitalità di Francesco Allegr"'. molto probabilmente . avendola. ». (2) « Invito etiam Donato nostro ». <5he.anche Guglielmo. L'amicizia del Petrarca per Guglielmo è attestata dalla lett. Donato. e. tra questi. mi trassi la tua Eletta su le ginocchia. Se.

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— E IL LE ULTIME LETTERE " DE CASIBUS ..vili. .

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II. con cui lessero le lettere. alludono alla sua dimora in Napoli. (^) < Idibus septembris ». (^) XIII Kalen. senza data. . A A A Iacopo Pizzinghe. così il Tra 1370 e il disposte nella raccolta del Gorazzini: I. La prima in ordine cronologico. 255. dopo il 13 settembre ('^). munus tuum insigne suscepi cum litteris id significantibus . scritte dal Boccaccio in quegli anni. il Boccaccio fece due viaggi a Napoli. di — Da essa trassero i biografi la notizia un viaggio del Boccaccio sino a Santo Stefano. perchè annunzia la morte di Urbano V e l'elezione di Gregorio XI. Gertaldo. Allo stesso. III. (^). VI. Gertaldo. o uno solo? Due. l'Hortis. Gertaldo. sostenne il Baldelli. avvenute Funa il 19. 26 giugno. L'incertezza de' biografi e qualche loro errore nascono dalla poca attenzione. Napoli. VII. Maghinardo Cavalcanti Gertaldo. uno solo. Napoli. . l'altra il 30 dicemV. 5 aprile. Matteo d'Ambrasio.€)K3€^3080€)»0»€^3e«3C^3C^O€^0 1373. abate di Santo Stefano^ fu scritta certamente il 20 gennaio del 1371. quella diretta a Niccolò di Montefalcone. IV. come tradusse il Co- razzici. 28 agosto. Niccolò di Montefalcone. che. Comincia : februarii. . . Niccolò Orsini. 12 maggio. 20 genn. A A A bre 1370. al quale si accosta ora l'Hutten. non 13 febbraio. Sono sette. Pietro da Monteforte.

infatti. tu me more 258. esorta l'abate a tornare . per mezzo de' si- gnori Del Balzo. anzi pregato di passarvi alcuni giorni. assumendi. fra Nicola montò sopra una feluca. e l'Hortis riuscì a leggervi. che da lungo il tempo desiderava. Corazzinx. — — subito (^). di notte. almeno sin dal vandosi a Napoli visitare il Boccaccio andò a dicembre del 1370 l'abate. . lasciandolo con tanto di naso.. tra Pizzo e Squillace. Lo lasciò a Napoli. veruni quam (quasi) furia tibi positurus essera fugam . in Calabros discessurus. caccio. ringraziandolo de' doni cospicui vuti. in cui confidava come (1) < Cum uemorum in aioenam solitudinem etc si monstrasses. dal quale fu accolto con abbracci e baci. atque deceptoris nedum con- nec salutato. . potrà ottenere ciò. Non ce n'è nulla. improvvisamente. «che anche postosi in viaggio (il Boccaccio) per vederlo {V abate) pure la villania non lo sorprese». ma. parasti sulto. . Nella seconda delle lettere a Maghinardo. dal quale. dias. cou- Bcendisti (2) lembum». laudarem re- ditum tuum Neapolim».. ricambiando con cortesia la scortesia. che aveva conosciuto da giovine. dice Boc- da lui rice- uomo che s'aspettava lo avesse soccorso l'inclito Ugo di Sanseverino. 259. se la necessità ve lo avesse costretto. insi- sesque me desiderium non videndi solum. Trovi era. da concepire il desiderio non solo di vederla. in latebram. in Calabria. sed ci ara. Ma. di rifugiarvisi da imaginare che l'abate l'avrebbe invitato. in istanti < Si nondum piene finom habuit expeditio tua Ivi. e se ne andò in Calabria (^). non so dove. dunque. e tanto sentì da lui decantare l'amenità e i comodi della certosa. ora che è salito alla cattedra pontificia il cardinal di Belforte.- 198 - laggiù. traxisnecessitas exegisset. . per noctem. il Boccaccio.

gli fece animo. Ugo . Niccolò Spi- da Giovinazzo. Soggiunge che. che nelli Niccolò Orsini pos- poi fu protonotario. Poteva ma ne sperimentò nel 1372. Al Pizzinghe. fu fatto caldamente pregare da Giacomo re di Maiorca. Napoli. Alla fine di novembre 1371. vedutolo fermo nel rifiuto. fu all'improvviso visitato da Ugo. e degl'inviti. Tutto questo. che diu. il quale lo confortò. capitato vecchio e infermiccio a Napoli Vanno precedente. . Pierre. Ugo. con tutte le forze. dopo aver par- lato delle cortesie e della liberalità. analoghi del suo caro Petrarca. giacche dalla lettera al Pizzinghe (I) apprendiamo che « l'uomo esimio ». il sua vecchiaia. tentò di farlo rimanere a Napoli. Ugo di Sanseverino. « che in quel tempo stava a Napoli per certi ardui affari del suo re ». e di Hugone nondum cognito». inoltre. conobbe me» dove il testo lia: adesse me — Nella lettera a Niccolò Orsini. che gli fece. l'intermediario tra Giacomo e lui fu Ugo. e benignamente accolto da ignoti amici. .— in la 199 — . non potè avvenire prima del 1372. Corazzini. Notizie di «iam si conte di Nola. sentì parlare di frate Ubertino minorità. e volle conoscerlo. sono trovare nell'import inte libro di Giacinto Romano. 319. checche altri abbia asserito. ma. 1902. Racconta nella Boccac- mentre non sapeva se accettare Ugo. anche mediante sussidio della regina. perchè rimanesse « all'ombra della sua sublimità». ricorda gl'inviti Ugo gli usò. si sforzava di collocarlo in « placido ozio ». Giacomo di Maiorca. un altro sostegno aver conosciuto Ugo della (^) nel 1371 bontà e la liberalità lettera a Niccolò Orsini (V). lo seguì sino in patria con doni proporzionati alla sua magnificenza. prima di ripartire per la Toscana. cio racconta che. Certamente. . da poco uscito o no le proposte di (1) Male il Corazzini tradusse: « vovit. che.

troviamo nell'aprile del 1372 a Napoli. octobris. La lettera del papa. secundo». Quando. X. Federico d'Aragona si dichiarò vassallo di Giovanna I. e il vi assoldava 172. indica la primavera del 1372. poletane.. dalle prigioni spagnuole. con la data «Villi Kalendas Maij anu» slor. Per quel trattato. « Kal. anno eecundoi». op. Zurita. 3. in Avignone. e ricevuto cortesi offerte da Ugo di Sanseverino e da Giacomo di Maiorca. 678.. 3.— ma lo i200 — Provenza (^). che. (1) ZURiTA. era tuttora in — . dove il papa gli scrive per esortarlo a indurre la regina a mandar gente contro Bernabò Visconti. rimandandole corretta e riformata «formam tractatus paci» inter serenitatem tuam ex una parte et dilectum fìlium Ubertinum de Corilione ordinis fratrum Minorura pro- fessorera et nuncium ut asseritur dilecti filii magnifici Frederici etc- ex parte altera» Avch. pace tra Giovanna e Federico d'Aragona re di Sicilia. per le prov. (3) La lettera del papa a Giovanna. trovandosi a Napoli nella primavera passata. dopo aver parlato delle Cortes tenute dal re el Pietro IV en la fin del mes de noviembre del 1371. si deve.^ 15. a Napoh. Cerasoli. mismo tiempo. perchè fa sapere al Pizzinghe di esservi venuto nelV autunno precedente a quella primavera. scrive che. por Rossiglione Cfr. e assunse il titolo di re di Trinacria. — è datata Cfr. Non è credibile. cit. XXIV. dunque. che fu conchiusa nel marzo del 1372: il testo del trattato fu portato al papa. fu pubblicità dal Cerasoli neU'Arch. vere praeterito (I). . fosse rimasto senz'interruzione sin dal dicembre del 1370. a BoFrate Ubertino da Goriglione trattò la logna (^). soldati per invadere (2) Romano. l'Infante di Maiorca stava in Avignone. X. il Boccaccio scrive di aver conosciuto Ubertino da Goriglione. nell'agosto ma non ottenne la ratifica del papa prima dell'ottobre seguente (^). da lui e da due ambasciatori di Giovanna. na- XXIII.

— 201 — perciò. Romano. supponendo che fossero passati parecchi mesi « dall'ultima volta che l'aveva veduto ». se ne va girando pel mondo (^). SludJ. questi «tamquam juvenis et novarum rerum avidus». negli ultimi suoi anni. non è credibile che. che dà a Maghinardo nella prima lettera: egli era entrato nel sessantesimo anno di età (sexagesimum annum ago) ossia aveva compiuto il cinquantanovesimo. Il A campagna di Piemonte». agli ultimi mesi del 1372^ quella diretta al Pizzinghe logoteta del re di Irinacria. mentre egli ripensa le amabili offerte di Giacomo di Maiorca. che ricorda a Pietro da Mon! — teforte una conversazione lasciato Napoli i tra il Boccaccio e Ugo {}) Aveva poco dopo l'aprile del 1372 «per paral se- tecipare alla guerra contro Visconti. vi tornò Petrarca abitò ad Arquà fino novembre non prima dell'ottobre o del novem- bre 1373. . l' 226-27. nella quale dice d'esser capitato a Napoli anno praeterito. e — nome qua'e il Petrarca indicava orbene. se Federico assunse questo titolo — tante volte sdegnosamente rifiutato da un altro Federico d'Aragona soltanto dopo che i patti della pace conchiusa tra lui e Giovanna furono approvati dal papa. la scusa del lungo silenzio s'intende benissimo. Al 1372 appartiene la lettera all'Orsini. nel 1373 un altro particolare fermò opporall' tunamente r attenzione Hortis. poi. egli venne a Napoli due D'altro lato. avesse tardato a scrivere all'amico e benefattore l' Maghinardo sino alla fine del- estate del 1373. poli nel volte. ogni dubbio una notizia. per qualche tempo militò guito del conte di Savoia durante la tornò in Francia. colles. 285. e che. Boccaccio scrive col il Orsini che il Petrarca «abita euyaneos Arquà al e non altra terra»: del 1372. scriveva correndo l'anno 1372. partito da Na- maggio del 1372. conchiudere che. La lettera del 5 aprile. Toglie. dunque.

. delle Genealogie degli Dei. hanno il af- fermato che la lettera il nou può essere del maggio 1373. già in parte riferito dal Manni. infine. che il Boccaccio pregò fra Mar- mandare al vescovo qiiam citius. «perchè il 19 marzo 1373 Boccaccio doveva essere a Cértaldo. ? . Se. ma perchè ignoriamo se in quell'anno il Boccaccio fosse rimasto a Napoli sino al mese di maggio. v. e che il Boccaccio era su le mosse per partire da Napoli. 284. come al pare. 26 giugno 1372. Niccolò Orsini. doc. fu frate Martino da Signa.202 di Sanseverino. V. invece. e sappiamo. 12 maggio 1372. . IV. dal quale apparirebbe al Boccaccio fu affidato un incarico «dal <5he. che vi fu nella primavera del 1372.. III. dove vescovo eco. L'Hortis. modo: . IL A A A A Niccolò di Montefalcone (1) A proposito (li questa lettera. Potrebbe essere del 1371. Uno si due testimoni. Bisogna. si deve assegnare 5 mag- gio 1874 quella scrìtta allo stesso fra Martino. contando de' modo nostro. I'Hortis e I'Hutten hanno citato un documento. 222. Eijbel. Corazzini. contenente la spiegazione delle allegorie delle egloghe. Si tratta di Angelo Rica- che fu vescovo di Firenze dal 1370 al 1383. Allo stesso. Maghinardo Cavalcanti. morto e sepolto fin dal 1357 soli. che l'autore aveva portate con se se può essere se brasio.» Ma a la data della et procura del vescovo è il 18 (non 19) marzo 1873 «e- cxindum cursum consuetiidinem Florentinorum. alla quale Pietro aveva assistito in Napoli — si discorse. ci offre non La lettera al D'Amnon due indicazioni: — che fu scritta il 12 maggio. cioè del 1874. in presenza de' quali fu redatta. tra l'altro. «il 19 marzo 1373 vescovo di Firenze Angelo Acciainoli». Matteo d'Ambrasio. cfr. VII. tornato al mondo Anì>. forse. 20 gennaio 1371. appeudice. e Hutten. 274. disporre le lettere in quest'altro I. a questo incarico tino di riferiva la lettera. non non del 1373. Era. settembre 1372. 28 agosto 1372. gelo Acciaiuoli. mi par lecito assegnarla al secondo anno piuttosto che al primo (^). dunque. Hierar1' chia CathoUca Medii Aevi.

A A Iacopo Pizzinghe. o che. Pietro da Monteforte. nella dedica. . « e perchè attribuiva la detta lettera al 1372. 386-7. e a formulare una proposta da sostituire a quella del Baldelli: conosciamo assai poco la vita privata prova ch'egli non fosse stato ammogliato una prima volta. Paris. scrivesse la dedicatoria neìTatto divulgare quest'ultima sua (^) fatica » A questa opinione oppose l'Hauvette una serie di argomenti. ultimi mesi del 1872. con la più grande verisimiglianza al il Boccaccio a Napoli nel 1362. Entre cama- rades. Alcan. Boccaccio dedicò il libro Be Casihiis illiistrium viroriim. e niente naturale ! Scartati gli anni 1371 e 1373. noi di questo Mainardo. non si sa quando. Sur le €De Gasihus viromim illustriumì> nel voi. avvenuto nel 1372. senz'essere ammogliato. soggiorno che fece invece. (^). si può pensare. e. 203 — VII. allude al recente matrimonio di delli tentò di far Bal- concordare tra loro ch'ei di le due notizie. il agosto. ragio- nevolmente suppose nel 1374. il Boccaccio dice di essere stato padrino di un figlioletto di Maghinardo. il Al suo liberale protettore Maghinardo Cavalcanti.. da' quali fu condotto a con- chiudere che la dedica del Be Gasibus non ha alcuna relazione col matrimonio di Maghinardo. nella lettera del 28 lui. 5 aprile 1373. B. 1901. Osservando che.— VI. non avesse avuto un figlio: il Boccaccio aveva ogni sorta di ragioni per non adombrarsi d'essere il padrino d'un figlio In fin de' conti. Si sa quale (1) (2) Vita di G.

. a' quali egli non ha posto mente. E. scritta nel 1363. parla doìVunico figliuolo di Ma- li. cujus dilectionero. Forse in quel tempo il novellatore fu pregato di servir da padrino ad un figliuolo del suo giovine benefattore. e avesse meritato si « dicesse di lui che (^). Per riconoscere i servigi ricevuti da lui. cominciando. . il Boccaccio non solo dà a Maghinardo. « Non est . . rendeva illustre la famiglia e la Nella dedica. Nella dedica. dalla lettera al Priore. nomen suum et patriam laudabili fulgore reddit illustrem». nella casa del quale ricevette allora l'ospitalità. « il nobile giovine patria » fosse salito tant'alto. l'infelice Boccaccio parla con vivo sentimento di riconoscenza del suo giovine amico Mainardo. e per breve tempo. . e nella famosa lettera in cui racconta per filo e per segno le sue disgrazie. non pare che. Contro il ragionamento del valoroso scrittore francese. ricorda di aver spesso spe- rimentato l'affetto e la magnificenza di Maghinardo col quale già da gran tempo aveva stretto amicizia (^). stanno alcuni fatti. sin d' allora. . regia enim (2) militia insigni tus est. cujus fidem. (3) 4 Maghinardum tuum te et . che non sapeva a chi offrire. . appare che nel 1361 per la prima volta fu ospitato da lui. et egregio splendidus titulo «Ab avorum non deviat. meretur . a dire il vero. Apostoli. . nomen. ma si trattiene a rilevarli e illustrarli (^): non glieli dà nella lettera al Priore dei SS. il Boccaccio avrebbe allora pensato a dedicargli il suo De Casibus. quininimo morum singulare decus et priscae virtutis specimen. unus ex merceuaria plebe aut inglorius fulgore et degener j>. cujus magniiicentiam saepe expertiis es 1 Et si quid sanctum amicitiae ». Nella dedica. i titoli di cavaliere e di maresciallo del Regno di Sicilia. jamdiu iater me aequis iìrmatum animis. infine.amaro disinganno il "Ì04 — gli cagionò l'accoglienza che gli fece allora gran siniscalco Niccola Acciainoli. homo.

dopo esservi stato nel 1371. al quale allude la dedica. spiritum ut Ijonus dum illum ex sacri fontis lavacro suscepisti». unici «Nonne insupèr hnic sacra affinitate junctus es? Secum. mentre è un Boccaccio. si mefìlii ejus c^mmuais pater es. illi enim dedit ipse naturali esset dedisti. tu. Si potrebbe rispondere che Maghinardo non stava sempre a Napoli — per esempio. Paraclito operante. con un con un tono. lege ut esset. non nacque prima del 1373. Ed è un fatto (^) attestato dal Diario del Monaldi. credo.— ghinardo. ex te in id esse consilium quo arbitror suaseram». il fare battesimo : il ex sacri fontis lavacro suscepisti». e nonostante le condizioni deplorevoli della sua salute? Non l'ha pensato nessuno. . morendo. usato per un bastardo (^). che menò cirmoglie un po' prima dell'agosto del 1372. non lasciò se non «dei piccoli fanciulli ». ritenere che il primo figliuolo di Maghinardo. e il sig. e calore. dunque. parlando a sé stesso. ciò che abbastanza male si accorda con le espressioni del Boccaccio. 205 — si vanta d'essergli stato padrino. e dopo la sua nascita avvenne la pubblicazione del De Casihus. e costanza notevole non senza le esortazioni del vecchio amico. Che Maghinardo si fosse ammogliato due volte. non vi stava quando (^) minit. quibus potui rationibus. che. Kòrting ha supposto che egli fu padrino solo per procura. L'Hauvette osservò: fatto. quod tibi. che avesse avuto un bastardo sin dal 1362. quando. (2) « Audivi te sacros celebrasse ymeneos face tamen nocturna. attestato dalle lettere del — — e lì necessariamente si dovè Boccaccio fece a bella posta il viaggio di Napoli nel 1373. dice: «Illum Mainardo abitava a Napoli. sono mere supposizioni. Possiamo. che non avrebbe.

che morì inaino 12 di febbraio passato. perciò. . a dì 12 di marzo (1380). neo minus dominae co- niugi tuae. Documenti di St. raccomandarlo «magnifica il domino Americo et Salici fi atri suo » pochi giorni dopo. VI. Manni. andò a stabilirsi. Giannozzo Cavalcanti da vestiti a bruno. e fu sepolto del in Maria Novella «con bellissimo 72.. ed suoi lui. dì di S. . il Isf. Diario del Monnldi. piccoli fanciulli Grandissimo onore ebbe. che Maghinardo fosse allora a Firenze. Dociim. italiana. ricevette da lui bile. e là a traverso di chiesa dove è la venti- cappella degli Strozzi e Rucellai. nel 1378. epitaffio». Boc- da Certaldo.. di che morì. Alla fine della lettera del 28 agosto. pregò Maghinardo di . quattro torchi grandi onorevoli. onorevolissime quanto chietti. MDCCCXLV. Non capisco il dubbio sollevato Hau- (1) « Commendationés insuper qnas laeto illis facìs ex parta comunium amiet amplector. popolo». Nel 1364. proba- per non dir certo addirittura.- 206 — seconda lettera (^) il il Boccaccio gli scrisse la — che parto della moglie potè avvenire a Firenze. S. (^) Nel 1378. si — « Lunedi. caccio. fu eletto de' Sedici della Pace. fu fatto « cavaliere di il ma non accettò. / Ciompi. più tardi. Salice. e molto pianta Silvestri delle Istorie pi- so'eei. facias. e morì ("). stello . sfoderoilo. Gregorio fecero l'esequie di a' M. potè. dove dimoravano i fratelli (^) e i parenti di lui. corque ut versa vice me.. e coro. nel 1381. fu mandato ambasciatore al papa con altri sette au- torevoli cittadini. Morì nel 1380. un «insigne dono». cherioo a posta andando ad un oherico per un cain S. commendatum domino Lodovico Regenti. combattè Ame^rigo contro i Pisani . bara di drappo d'oro. il quando l'ipotesi del imaginaKòrting basta a sciogliere dall' nodo. 297^ CoRAZziNi. meron. che le il volendo punire cose sconcie faceva . nell'ediz. pre- corum atque inaiorum meorum. e portaronlo più cavalieri. Amerigo e Salice. citati. due candele e due torch'etti. militi 23. ebbe. ma non è necessario appigliarsi a queste e a simili zioni. et potissime animo suscipio dum Neapolim scripseris. 355. honorem et consolationem cupio i>. Cinque cavalli coperti.. 462. dove egli. . Milano. si L'essequie si fecero Maria di tor- Novella. Mi pare. 13 settembre. Deca. tutti quelli i da lato di M. Mainardo messe si di Giachinotto Cavaicanti. cuius ego (2. 144. e gran danno è stato di tutti». Capanna tutta fornita e tutta la chiesa.

La regina di Francia Maria de' Medici.- -207 — vette a proposito della frase del Boccaccio. Diti Thomae Aquikatis. : comare * Boccaccio aveva serbato lungo tempo presso di Casibus. P. nella dedica del Le Casibus. di Arlecchino. quantunque non l'avesse egli. si fa rappresentare da altra persona. stando a Parigi. In quale altro modo questi avrebbe potuto dire che era il padrino del piccolo Cavalcanti. prima di dedicarlo a Maghinardo. ille qui aliquem levat de sacro fonte». allora in poi. che ne ha scoperto due redazioni abbastanza diverse tra loro. incaricò una signora di Mantova di «rendre son office en son se il quem de nom » ma. può aver valore anche un' ultima considerazione. 7. si usavano e si usano tanto padrino partecipa alla cerimonia. Da quanto? L'Hauvette. di persona. Valga un esempio. . Quando il Boccaccio si offrì per padrino della prole nascitura del sacrae famis et angelicae vir. parche l'invettiva contro le Il se il De ('") « Requiritur quod aliquis suscipiat baptizatum de sacro ibnte. ella fu la cristianissima Unita con le altre. LXVII. gli scrisse « non mihi modicum gratum esset ut ea in meis manibus permanente sacro baptismatis fonte lavaretur ». Stimma theologica. credette cominciata la prima nel 1356. Ili. 8. presentato al sacerdote? Le espressioni di prammatica: siiscipere o levare ali- sacro fonte (-). quanto se. non scrisse di aver tenuto al fonte il bambino di Maghinardo con le sue mani. assente. da . accolse benignamente la preghiera de présenter sur les saints fonts de haptesme un figlio dell'Arlecchino Tristano Martinelli.

non citata dall' Hauvette. «Colei che l'antica Babilonia cinse d'alte mura. e i loro ir i piaceri si itessero mettere in effetto Quanta acerbità in quanta potè ancora disceriiere essere stata in Progne ucciditrice del proprio per far dispetto al marito? la risposta di f^) figliuolo E Medea simigliantementel». Medea Progne patrem spoliavit. . la mise come quello che Ciitennestra miseramente comquale consentì che egli portasse ad Agamemnone il non perfatto. fratrem disoerpsit. minuere >. non nel Corbaccio (^). la seconda parte. vedemmo il germe del Corbaccio in alcune lato dispetto». tinua tuttora a considerare temporanei tono les rele. (1) Sono due delie enumerazioni^ di cui tanto si compiaceva coniugis il Boccaccio. Questione VI. — tantum oocidit. De Casibus: «exili vitro quas alias oarpere uovacula nequivere pilos e facie tollere outisque crassitudinem radentes — Cor- . sed etiam coctum patri comedendum Nullo {fallo) Filocolo'. alcuna molestia. e quante volte lo stesso tema fu da lui ripreso e rielaborato. Buona parte dell'invettiva del De Casibus. Sino legem Semiramidie iuclytam ob pruriginem filiis . col fu 8Ì giacque .. e in quello vedendolo avviluppato.donne. fetto vestimento. anche Fiammetta a Galeone. una sola frase del De Casibus somiglia veramente a una del Corbaccio (-). . « ricorda in modo sorprendente certe pagine del Corbaccio». . vincente. ragione conSappiamo come lavorava il Boccaccio.. Cfr. propriis non pepercit. questa. e ha notevoli riscontri nell'invettiva di Fileno. mente ]) l'uccise acciocché poi. gli stessi probabilmente conpress'a poco condeux morceaux : « sono le stesse querimproveri snocciolati con lo stesso ma come di collera in cui trasparisce un mal dissimu- Non mi pare. . pagine del Filocolo. a rigore. Modificò poi alquanto la sua opinione riguardo al tempo della composizione del Gorhaccio. figliolo si presa dalla libidinosa volontà. contenuta nel libro I. che «fu scritto nel 1355 o al principio del 1356». concessit. non Itim adposuit filium ». Egisto miserabilsenza . crudelmente . . De «sse debuerat «Qua in Agamemnon? Haec Casiìms: parte securior quam in sinu urens semivictum adultero perimendum .

il Boccaccio lo chiama Trinacriae rex. avvenuto nel mag(^). perciò si libro fosse stato finito nel 1357 (^). è l'arrivo del re Gio- vanni prigioniero in Inghilterra. modestae ac sandissimae et dignissimae reverentia summa . Ma il penultimo è la perdita di « gran parte della Sicilia ». ed esortava Pandolfo Malatesta ad ammogliarsi (^). 1. segna al 24 maggio l'arrivo di Gio- vanni a Londra. 66. Federico. L et t. gote. patita dal re Ludovico d'Aragona nel 1355. il Petrarca malediceva al matrimonio. VII. ossia gli dà il titolo. e certi peluzzi levandone». parlandone. le quali fanno gli scorticatori e col vetro sottigliando alle le feme miue pelando le ciglia e le fronti. famigliari. « L'ultimo avvenimento storico menzionato » nel De Casibus. Entre Camarudes. (1) Fracassetti. che il successore di lui. Appendix. del collo assottigliando la buccia.— 209 — Che cosa dedurre con sicurezza da somiglianze siffatte? Che cosa da tutta l'invettiva? Essa finisce facendo le debite eccezioni per le piae. in esso ricordato. e tutto il libro è dedicato ad uno. III. L'Hauvette assegna al 1359 la fine del De Gasibus: un anno o poco più dopo. Per esser più precisi. ! 134. 14 . . dovremmo dire che l'ultimo fatto storico. Epistolae. dovette. « è la il battaglia di Poitiers (1356) per re di Francia Giovanni il effetto della quale il Buono era stato fatto prigioniero dagli Inglesi è creduto che ». rassegio 1357 baccio: «Certe femminette . XXII. per necessità. nella lettera a Pino de' Rossi. che l'autore stesso indusse a prender moglie! Non diversamente. 3. e. asserisce che a Pino de' Rossi era stato dedi- <jato VAnieto (3) (*) Hauvette. il Boccaccio giudicava ninna consolazione maggiore all'infelice « che la buona moglie » (-). Matteo Villani. . {^) L'HUTTEN.

per acquistare alcuna terra nell'isola di dell'isola.- 210 — gnarsi ad assumere nel 1372. ecc. il Boccaccio. Vlf. giovandosi della cronaca di Giovanni Villani Non la la la conosceva ancora quando scrisse la Vita. E la citò. Sembra. tutt'e ciò. morendo di peste. Lez. corresse i suoi errori nel Com- mento. il quale nella Vita di Dante aveva toccato. XXIV. allo stesso proposito. If. incontro fortuito ? non fecero se non ripetere il Boccaccio lesse che si diceva in Firenze? la cronaca di Matteo? A conferma della probabilità di quest'ultimo caso. perciocché in essa distesamente pone ». . Villani. conobbe (^) più tardi. un due gli scrittori trova nella cronaca di Matteo Villani (^). lasciò interrotta la cronaca al 1363. parecchi anni dopo quello. e della sua cavalleria Cicilia. A proposito della sconfìtta di Ludovico. Inoltre. la sua grande potenza. e di molte armate e delle sue colla forza arti. insieme con essa. e allora potè legger anche continuazione di Matteo. perciò. acciocché per esempio » raffreni l'impoteute (^) ambizione degli uomini. mata di centosessanta e di dugento galee per volta. degli avvenimenti fiorentini del 1 300-1 3Ò2. o rimaneggiato. si che è la corona e non potuto fare. 39. non che Messina. dal Boccaccio poco prima d'offrire il libro a Maghinardo. qui s'agguagli la sua sollecitudine. ottenne qiiod a Roberto dudiim ditissimo ac potentissimo rege et multorum auxiliis fulto ohtineri non potuerat. ricordo che Matteo.. Luigi d'Angiò. egli osserva che il vincitore. in cui si vuole che fosse già finito il De Casihus. si È una pura combinazione. verisimile che almeno l'ultimo capitolo fosse scritto. con molta confusione e molte inesattezze. « Chi questa istoria vuole pienamente sapere. Proprio la stessa osservazione. IS. grande de' suoi baroni. (1) « Qui si desti la memoria della reale eccellenza del re Rul'ar- berto. doU'edizione Le Mounier. legga si la cronica di Giovanni voi.

attentare alla quiete e alla libertà degl'innocenti. intendendo che egli. bravo e prodigo ». non ebbe davvero bisogno delle rimostranze de' suoi cortigiani ignoranti per non amare e coltivare le lettere. qui hac tempestate praesident regnisi occurritque primus Gallus sicamber. sono asini gualdrappati falerati sint onagri. Il Boccaccio ha respinto con orrore l'idea di dedicare il suo libro ad un papa. Non andrò troppo lontano dal vero. che possono aiutarci a meglio determinare la data di essa. Inde Hispani semibarbari et efferati homines affuere: post et serus Britannus. Giovanni re di Francia. nel quale sono allusioni a per- sone ed a fatti. populi moltitudine potius quam virtute valens. Vercelli nell'ottobre del 1373. Studioso e colto fu il . frequentare i campi di battaglia. pessimo re quantunque soprannominato il Buono. nemmeno ad un cum perchè i re. delle violenze. armati di tutto punto. « impetuoso e violento. regiae . — Prosegue che non dedicherà il libro all'imperatore ubbriacone. e re. ripresa da Gregorio XI nel 1371.- 211 — L'attenzione dell' Hauvette non si è fermata a un passo della dedica. perchè ha veduto i papi vestirsi di ferro. Ignari qui sic sapiunt. qui. verum litterarum novisse characteres detrimentum maiestatis permaximum. damnantes in regibus quod villicos subdit egregios.. elatus novis successibus sic et Pannonius bilinguis. et cui primates monstravere sui. che stanno su . Le truppe pontificie presero e saccheggiarono Cuneo nell' ottobre del 1872. Postremo mollis et effeminatus Siculus. allude alla guerra mossa a' Visconti da Urbano V nel 1363.. dello spar- gimento del sangue cristiano. allietarsi degl'incendi. nedum philosophari turpissimum fore regi. et hii potissime. e. i troni mentre egli scrive. qui se temerario ausu genere et moribus praeferre coeteris audet.

mise a ferro e fuoco Limoges. lUstoire de France'. vinta il 3 aprile 1387. lire ». 429. che « intendeva bene il latino e sapeva abbastanza le regole della grammatica fece ». en sa qualiti de gentil homm^. —E chi sarà stato il re siciliano (-) molle ed effeminato? Non Luigi di Taranto. e nel fratello bastardo e uccisore di lui. optimi mores assumpserat ». (2) ne savait pas il Ivi. Filippo Maasel.. non appena salito al trono. dopo la vittoria di Poitiers e la pace di Brétigny (1360)? Per la battaglia di Najera. non rex Siciliae. Carlo successe al gnuoli I re spapadre l'S aprile del 1364. l'anno seguente. . 418. non poti^ leggere « una lettera del il re d' Inghilterra. — e che. Enrico di Transtamara. il marito di Giovanna I.— 212 — SUO figliuolo e successore Carlo V. basta ricordare che. no a fu assunto da Giacomo di Maiorca (1363-1375) terzo niirito di Giovaana. dice di Boccaccio. divenne padrone di gran parte della Spagna. Quaat) alla crassa il ignoranza de' sigaori francesi del tomi)o. Questo titolo. semibarbari ed efferati si devono ravvisare — in Pietro di C astiglia detto il Crudele. governatore della 14 ago- Roccella. cipe Dopo l'ultima loro invasione del luglio 1372. morto nel maggio del « 1362. perchè. dappertutto « querre et chercher et appeler a soy clers solemnels. perchb. il principe di Galles. che usurpò il trono nel 1369. il Prin- — Nero. . (1) Cito dal DuRfjv. a giudizio dello stesso Boccaccio. sto 1372. . le sorti della guerra volsero sfavorevoli agl'Inglesi. Siculus. e l'occupò sino al 1379. e perchè a' serera stato Maghinardo. vigi di lui regis et virtuosi extremum tempus vitae. dopo la morte Luigi di Taraato. I nuovi successi di Edoardo III re d'Inghilterra quali furono. al quale il De Gasibus circa I. philosophes fondés en sciences mathématiqiie^ et speculati ves » (^). nel 1370. riprese la guerra contro la Francia.

Hae qiiidem. concorrono insieme a farmi creder molto — è giunto a noi. che era diffuso e lento ? Facciamo un po' di confronto. eburneum collum recte ex rotundis tuigens humeris. ut hiis. malitia quadam innata in miseros fere omnes coniur a vere viros. dum ad imperium conantur. non ad societatis gradum reassumendum. soUertia et industria in id vigilant. os cinnameum. abbreviando e condensando ciò. tante volte. graves atque ceruleos. Blaiidum et exitiale malum niiilier. che l'Hauvette ha da riferiti. Possiamo accettare a occhi chiusi il giudizio? La maggior brevità non è. aliis in smim proposltum posse.si ^213 — è dedicato. manu s tenues. quodam modo a natura consuperadditis. habeant quod . pectus duplici quadam duritie ac rotunda tumorositate levatum. extensa brachia. nel 1372. auream crispamqiie caesariem. probabile che la dedica e l'ultimo capitolo. e leggiamo prima un passo de' due capitoli della redazione B. quale non fossero scritti prima del 1373. a quo suo deiectae merito sunt. industria sua quaesitis. * L'Hauvette giudicò la redazione del De Casibiié^ lui designata con la lettera A. mentre questa « contiene un testo un po' più svolto e visibilmente rimaneggiato. extensum nasum. paucis ad salutem ante eognitum quam expertiim. effetto della cura posta dallo scrittore a conseguire maggiore sveltezza e rapidità. et si faciem roseo colore ac vivido ftdgidam. quemadmodiim Dei vilipenso iudicio. loia tante ti. eleganza alle sue frasi ». protentosque digitos et gracile corpus parvumque pedeni plurimum cessis. perchè quella è più breve. anteriore all'altra. che. chiarezza. e vi si sorprende l'autore preoccupato di dare maggior correzione. gl'indizi Tutti umiliò a diventar vassallo di Giovanna. bensì Federico d'Aragona. che chiamò B. quin immo. oculos longos.

Se. se la come dico appunto più giù. il male. così: hae quidem. Crispamque caesariem: non tutte le . PUiin Togliamo crispamque. con quel che segue. egli si fosse messo a rientusiasta.ìnteiidiint. L'ultima parte del periodo. che s'accordi meglio con qtiadam. migliore disposizione al periodo. chi non l'ha. et quod videtur mira sagaci tate resarciunt. ora io mi permetto d'imaginare che. E non sarà male toglier via in miseros fere omnes viros. seque i214 — naturae forte vitto super fluum resecant arte.. rilievo a merito.. bisogna dare maggior unità. ancora tore il sotto la grave toga del moralista. in verità. la chioma ricciuta. — Malitia quadam innata: ma exitiale perchè al bel principio ho posto l'assioma: mulier. che lo scampano. — donne hanno fa. (^)! del pittore Ma attentamente avesse ragionato così leggerlo ferire il con l'occhio del : critico. batte cuore dell'autore dell'ornerò. sostituiamo a malitia un'altra parola. crines porredos crispos facere.. senz'averlo prima sperimentato. in sostanza. malum. specialmente la descrizione di Lia. ciò accade perchè le male arti donnesche si esercitano contro quasi tutti. e — « Merito sunt : giova con- maggior se. pur troppo! sono pochi quelli. et defectus ante alia invìcem consuluiit. collocandolo dopo verbo: sunt merito. dmn ad imperium conantur. dell'ammira- femminili esperto delle bellezze ora non si tratta di ciò. E poi. dopo aver tirato giù d'un fiato questo capitolo. 'ripresenta sotto altra forma un concetto già espresso nella prima riga. plurimum posse cognoscant.. è ridondante e tardigrada. Come. per- va da malum chè. — rimum {}) suum propositum posse: quale proponi- Cfr. paucis ad salutem cognitum ecc. et si faciem. .

. perciò. indeterminato. ciose Ma le artifi- aggiunzioni e modificazioni della femminile industria sono lungamente enumerate qui appresso. Iota sollertia in id vigilant. con abili e coraggiosi tagli.. turae forte vitio par contraddire all'altro a natura concessis. et defectus et si . la redazione B comprendeva tra accorgimenti donneschi supercilia in tenuem deducere gyrum et perpetua nigredine tingere. Via tante lungaggini. . Proseguendo. inviceni consulunt. Ecco. e dentes fuscatos pigmentis gummisque in albedinem revocare priscam. . se non m'inganno a partito. e la restrizione parrà ridicola. che vi era di superfluo: — — — plurimum posse cognoscant. e perchè ripetere industria sua qtiaeTanto più che industria è stata già sostituita His qiiodam modo a natura concessis : a malitia Sì sa che sono tutti e quanti dannosi doni di madre Natura alle donne. un vigoroso his agentibus basta Ante alia non pare esatto: prima e ne avanza. A sollertia conviene rigilant molto meglio che a industria. di tutto. pUirimum posse. perchè. ut his agentibus habeant mira sagacitate resarciunt. e. ognuna fa valere da sola le proprie bellezze. perchè dovè rigli flettere che non esistevano tinture di nero perpetuo soprattutto se le per al le sopracciglia.mento 'f 215 - Meglio lasciar solo. donne avevano il suo tempo la buona abitudine di lavarsi viso . il Boccaccio risecò dalla fine del passo tutto quello. L'inciso Napoi si consiglia con Is compagne. più efficace. Il Boccaccio li cancellò. deinde. che lo precede di così breve spazio ». His aliis Cosa verrebbe a dire: in certo modo? sitis? 'ì — — superadditis industria sua quaesitis. che fa pensare a tante cose. . et quod videtur superfluum resecant arte. quod intendunt: se.

ruiint. seu ab eorum aliquo.— 216 — che tener netti e bianchi i denti è precetto d'igiene e consigho di decenza. Da un soggetto di terza persona. neW Apologia. potè pensare che quihus in modis faceva aspettare chi sa quanti modi. saepissime capiuntur spectatores egregii. quibus plus curae oblectatio voluptatis est ipsi quam virtutis labor. alios in cumulos vertunt. qui. in buon punto. deplorata già da un grande numero ma di scrittori. Cancellò decoloratam faciem et pollentia pin- gere Idbia. coroUis Rileggendo. . i quali poi si ri- ducevano a tre soli. dum hos circumvolvunt capiti. ricordare le buone ragioni addotte da lui. e belle i denti. quibus ornent . bastava così per i fiori. nequeunt. sconcordanza bell'e buona. che un solo e più adatto verbo. trovandovisi^ mutò in una parola più piena ed efficace fecimus. Corresse: confecere. et dum fecimus calenas saepissime ruimus. forse perchè era questa diffusa delle la più nota e pratiche femminili. illos in nodum agunt. quibus pingant floribus. che pingant non era detto con molta proprietà dei fiori collocati tra le chiome. anche perchè pingant tornava a non grande distanza. e. ornent. confringere nequeaniìis. per dimostrare che bisogna tener netta la bocca e tersi les. Studiosissimo di Apuleio sin da quando aveva scritto l'epistola Mavortis mipotè anche. advertentes quas in exitium si saltava bruprima. Quid si Aveva scritto: addiderìm quibus in modis crines flavos componant. di scamente a uno . come per le corolle. Gli era sfuggito un periodo di questa sorta: Hìs igitur tot et talibus. compreso Dante.

di Tieste. nel capitolo XVII. Sansone a lungo. Pose Egisto al luogo di Tieste. in gremio adamatae puellae eiusque fraude ab hostibus suis captus est et puerorum etiam factum ludibrium.. il quale. perchè? Qui non si tratta di cambiamenti che. Tantum igitur in tantis hominibus morsicantes oculi^ venustas formae et artificiosa puellarum lepiditas potuere. invece di Pirro. tonsus. et quod turpius est. Bisogna considerare immediatamente il Boccaccio aveva discorso di come qualmente. dal quale è preceduta l'invettiva. e dagl'Israeliti. Invece di Tieste. alque detentus. His Samson populi Dei iudex deceptus est. 517 — a ipsi aggiungendogli sibi — ipsi Tra le vittime degl'inganni femminili. eletto index di forma. perchè l'esempio non calzava a puntino. ma deceptus dalla meretriciila Dalila^ mentre egli dormiva. avendo privato Ercole della compagnia di il Sansone. quello. nici capricci di un'altra puella. gli tagliò i capelli. nell'invettiva. scrisse Egisto.. e lasciò solo Ercole. che avevano appreso per filo e per segno nella pagina precedente? Non bastava il nome dell'infelice Sanison? Naturalmente. veruni. eis jam senescentibus. fu accecato dai nemici et intriisum carcerihtis. sostituì il singolare al plu- rale in tutto passo. . poi Ercole. Sansone. Era opportuno che i lettori trola quale. dimentico delFamatissima Deianira e della propria fama. egli stesso aveva raccontato. non ea in aetate in qua plurimum solent cupidinis excandescere flammae. si acconciò a' tirana costoro aveva ag- giunto Sansone. orbatus.accrebbe forza sibi confecere catenas. vassero ripetuto in riassunto. che non era stato sedotto. aveva ri- cordato Tieste e Pirro. correpti sunt. grandis prae coeteris Hercules. e divenne loro ludibrio.

Aveva cominciato il libro con l'intendimento di far cosa utile a tutti. mysteria. cuius piidicitiam mentemque integram suasionibiis et hlanditiis suis corrupsit. è giunta al porto. raccomandandosi al Signore. haec fingit ritu. perduice atque praeclarum philosophiae decus. Sane ne perseverando videar eterni luminis hostis. scripserim. che mena alla salute eterna. con maggiore o minore eleganza. dove si leggeva sic. per mostrare la via. et <}ui is potissime tempestate hac splendidissimum tam morum spectaculum quam commendabili um doctrinarum iubar vividum est.. scripsero. solcando mare tempestoso. attamen ciim humanum peccare sit.. laureatus. incessisse hahitu. emendetur in melio.. . doleo-. addiderim. Se tutte queste scuse e preghiere e genuflessioni Boccaccio ridusse. Franciscus Petrarca. Siamo alla fine del libro. fingit. quaeso. prudentiores indulgeant. mosso da carità. refulgentes. la nail vicella dell'autore. aequa cam coeteris qualitate agat ut suppleatur quod omissum sit et superfluum resecetur. — — all'altro capitolo.. ministeria. si legga hinc. Si autem parte in aliqua aut plus maris aut minus quam oportuerit capiendo exorbitatum est a veritatis tramite. l'aveva proseguito e comil — — . Lascio agl'intenditori giudicare se.- ^218 - ma era stato lui il seduttore della moglie di Atreo. et si quid minus forsan christianae religioni seu philosophiae veritati sit consonum. hahitn incessisse. exorbitatum termini est a veritatis tramite. quod me ad- vertente nil est. con un taglio netto. non arrogantiae imputandiim. insignis praeceptor meus. compatiendum ignoranliae meae est. sapientium emsndationi refu consigliato a farlo da parecchie e buone linquo ragioni. addidero.. e passo . ai minimi si autem parte in aliqua. insignes poco lontano da insigniant rituque haec.

violentiis et christiano sanlaetari. poteva far sorgere un dubbio. come . Cum humanum peccare sit era un luogo comune superfluum resecetur un'espressione già usata. in lanceas. guine fuso satagentesque est adversus orbis veritatis verbum diceotis >. dal quale vigorosamente s'era fatto esortare a compiere l'impresa. poteva parere. giunto alla fine del faticoso lavoro. sacratissima Chiesa di Roma. imperiura occupare Co- . dell'alloro. e la grande severità. qualche maligno avrebbe creduto trovar contraddizione tra questa protesta di ossequio e rispetto alla religione. Pregare il Pe- i (1) < Vidi ex sacerdotalibus infulia galeas. ex pastoralibus baculis sacris véstibus lorìcas. ex quietem et libertatem innocentium ambire martlalia castra. 364. in occasione meno solenne. storie antiche e moderne. abbiamo veduto.- 219 - piuto compulsando cataste di volumi. e però liberamente l'esaminazione e la correzione di essa com- metto nella madre di tutti e maestra. con cui erano giudicati nella dedica i papi del tempo suo (^). che egli sapeva con piena coscienza infondato. Fors'anche riflettè che. eccessiva affettazione di modestia. quantunque a torto. non malizia ma ignoranza n'ha colpa. Nella quale (rosa) se forse in fronda o altra parte si contenesse alcun difetto. regnum meum nni razzici. confi are. E già un'altra volta l'autore aveva tirato in iscena. scuse e preghiere troppo da vicino ricordavano la fine dell'^we^o. de hoc munclo. Chiedere. e de' più savi. incendiis. Inoltre. ed era veramente. Esprimere il timore d'aver in qualche modo offeso la religione o la filosofìa. storie sacre e profane. compatimento per la sua ignoranza. cinto « ottimo e venerando precettore il suo Francesco Petrarca ».

peggio. insieme. prima che il libro fosse pubblicato. un'altra valida prova che questa è la seconda e definitiva. di tagliar via le superfluità. et pour cause. Secondo me^ già grato a Maghinardo per i molti benefizi da lui ricevuti. tempo in cui apprese la morte del Petrarca ». invitandolo a esser il padrino del primo suo bambino. verso la metà del 1373.— 220 — trarca di colmar le lacune. dove l'aveva lungo tempo lasciato manoscritto del De Casihus. il Boccaccio trasse fuori del cassetto. dopo caccio il luglio 1374. per dedicarAveva aggiunto le ultime righe e composto il . sarebbe stato opportuno per lettera privata. L'Hauvette ritenne che « il Boc- non avrebbe mancato di fare allusione a una morte che gli cagionò un profondo dolore » ma perchè l'avrebbe fatta. se la ragione di nominare il Petrarca era venuta a mancare? Se non poteva più pregarlo. gratissimo per l'onore. era conveniente la- sciare nell'ultima pagina un'analoga preghiera rila spiegazione volta al suo insigne precettore? Ma più semplice dell'omissione della preghiera al Petrarca nella redazione A. soprattutto per quelli ricevuti gli nell'estate del 1372 . nell'atto che l'offriva ad un'altra persona? Nella dedica. ma a che giovava nell'atto stesso di licenziarlo al pubblico? 0. giacere. di rivedere e di correggere . e. il Boccaccio prega Maghinardo di emendare minus de- — center se hahentia: era cortese. le difficoltà. la quale sappiamo dall' Hauvette — accompagna tanto l'una quanto l'altra redazione. che aveva fatto. il suo libro? Cadono. che 1' Hau« vette vide sorgere dalla sua stessa ipotesi che la seconda redazione dovett' essere necessariamente composta prima del mese d'ottobre 1374. glielo. così. è che il Boccaccio la compì dopo la morte del Petrarca.

poi.— la dedica (^). in forma più adornata. con la preghiera di « comunicarla agli amici e. et regna deleta. Non. e vi si accinse e vi attese con l'infaticabile sua pazienza e perseveranza. vituperia. Potè interromperlo nell'ottobre del 1373. somnus obrepat. distracta cadavera. dal chiaro professore di Grenoble. insignis militi >. . Due altre noterelle. dunque. parve liber. s'accorse che non bastava ritoccare l'ultimo capitolo. aperite oculos et aures laetifer ne vobis minorum negligitis. La prima terra : parte dell'apostrofe ai potenti della Vos autem qui reserate. solo non dopo un anno al l'ottobre piìi » sa- rebbe trascorso tra la prima e la seconda redazione. non senza maraviglia. loiigura vive felixque. per ora virum discurrens. vigilanles regum la^rymas. meique tenax nomiuis at. torno a dire. che bisognava rivedere e corregger tutto. si celsa tenetis imperia. mortes et sanguinem fratrum. pubblicarla ». ^221 — quando. poco dopo la nascita del figlioletto di Maghinardo. quella ricevette Maghinardo. per cominciare il commento pubblico della Divina Cmumedia. deiectos cineres. diceva 'a dedica. di Certaldo. et cite. scorrendo il lavoro. orbe pulsos here- des et exinanitas regias. deiectiones. ne la prima sarebbe stata pubblicata. nella quiete ma non lo finì se « del 1374. e avrò finito. captivi tates. livrèe au public sin dal 1373. Quella era. in fine: « ut ipse {munusculum) prò viribus celebre nomen tuum meumque aliquali fulgore. adspiexilia. soprattutto fuori d'Italia ». Maghinardi. Così si spiega anche il fatto rilevato. col suo nome. catenas. illustret >.iuè famae Su per giti lo stesso. che la redazione A « sembra essere stata di gran lunga la più divulgata. la definitiva. cruciatus. i}) « Tu autem. lo riprese l'anno seguente.

Aveva anche detto: Quanto magis tiiis tetis vi demini in astra transferri. che s'era trovato allora a Parigi: ut aiebat Boccacius genitor meus. stando a terra. sit non unde tristari possitis. Ai lettori. tanto più che seguiva immediatamente un'altra lunga enumerazione di vizi e di colpe. inorriditi per l'atroce fine de' cavalieri gran maestro. habeatis. 127. qui tunc forte Paris /i cum labore rem curabat augere domesticami — negotiator. Defigite invece di figlie è un di que' piccoli tocchi che danno rilievo all'idea. coloro. Prima dell' Hauv ette. di cui si dice che sono portati agli astri dalla fortuna? Giù un bel frego unde exuUetis sopra r incongrua supposizione non sit unde tristari possitis. honesto et se bis testabatur interfuisse rebus. lacrymas et suprema exitia. confidare. con cui avevano affrontato le fiamme del rogo. commossi per la forza d'animo. Ma come comprendere non corrono ri- tra gli umili. in cui ricorda il redazione B l'Hortis (^) Boccaccio di aver sentito raccontare la fine tragica de' Templari da suo padre. tanto accuradesiderium humili loco fìgite. ut in elevatione unde exulhabeatis et in casu. non solo che Boccaccio di Ghellino e del loro (1) Stud-. pericula.Q22 stemperava un concetto già poco prima accennato : per totum regum lahores. . che impressione avrebbe fatta il sentirsi. et in casu. che. schio di precipitare. citò un breve tratto della : — quello. tutt'a un tratto. Il Boccaccio fece bene a cancellarla. si casti contingere possit humiUbus.

lasciò soltanto: ut aiebat Boccaccius vir honestus et genitor meiis qui se liis testabatiir interfuisse rebus. 16 Ottobre 1911. e. . Chi vorrà dargli torto ? — ! . . soppressi i parluogo Così ticolari non opportuni.aveva 2-23 . tìN> . assistito all'orrido spettacolo ma che era andato a Parigi per ragioni di affari. e vi stava onestamente lavorando ad accrescere il patrimonio domestico? Avrebbero pensato: Questo non era il pensò lo scrittore.

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APPENDICE 15 .

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providere dominico cupientes fidelitati tue preet sentium tenore.PEO CURIA Reg. coram Indice notarlo et testibus fidedignis qui inde prò cautela curie publica conficiant instrumenta. frequenter nostris auditibus fatigatis. ex parte nostra iniungas . teria mentem ad obviandum criminibus quorum ma- inter alios non solum inter ipsius Terre cives et incolas. ang. set Regni nostri magnates invocantes undique ad sequelam sicut fidedigne accepimus. provisionis executione personaliter conferens. statim receptis alia ad te dictam terram Baroli et loca prò presentis nostre quibus expediens totali. erit mandamus quatenus. 16 Novembre. et et delictis decetero in terra ipsa patrandis. preforibus afifectu. 1338. cuilibet infrascriptarum parcium sub pena duorum milium unciarum auri. Ex crimi- cum partialitatis dissidio. 13 r. de certa nostra scientia commictimus j)resentibus. non semel reprobanda reiteratione commissis. Eobertus etc. est parata. 313 f. Berardo Siripando de Xeapoli militi fìdeli Magistro hostiario familiari et nosis excessibus in terra Baroli suo etc. set plu- quo ipsius ries terre homines involvuntur.

1338 al 31 agosto 1339. Kicolaiis pipinus Comes Lodovicus pii)inus de Gactis miles.nostre curie sancti si secus inde fieret applicanda. anno domini M°COCXXXyiIlJ° C) die XVI. sicut lionori nostro convenit et partis lese decentie et indempnitati ac debite conteotacioni congruit vindicare ulcisci ministrando iusticiam super dictis excessibus piene et expedite iusticie complementum. Leccus de luco et Eaymundacius de Cruce ex una i)arte Johannes de Marra. peroliè la indizione VII va dal 1° sett. Kos enim prò offensarum contentacione quod nullus presumat contra alium vindictam sumere intendimus hoc. nicliilominus dictis partibus sub eadem pena ex parte nostra quod interim una pars contra aliam nichil innovet vai actentet. audituri et facturi qaod super hiis provise duxerimus ordinandum iussurus . Thomasius de Marra. Datum Neapoli per Johannem grillum de Salerno etc. Eisulus de Marra et Cubellus de Aurivilla ex parte altera. Il^omina vero predictarum parciuum sunt hec: nobiles viri Johannes pipinus Comes Minerbini vici. Instrumenta vero premissa iniunctionis illieo ad nostram curiam referre vel mittere non retardes. (1) Dev'essere 1888. et palatinus altamure. Gerardus de Marra milites.° novembris YIJ^ indictionis Eegnorum nostrorum anno XXX". quod in festo Andree de presenti mense novembris vel infra octavum sequentis mensis decembris ad tardiiis perem- ptorie nostro conspectui se presentent. . . petrus fratres.

set pars quelibet in suis terminis quiete moretur^ nostre plenioris provisionis remedia expectantes nec ignorare vos volumus quod graviter arguimus . 24 febbraio Robertus dei gratia Jerusalem et taneo et universitati Sicilie Rex. aitg. Quare ex parte nostra partibus antefatis. quatenus nulla debeant quousque de ipsis aliud arma resumere. 1339. duxerimus disponendum. nostros commissarios antefatos. dilectis consiliari!» nostriSj tam eorum qnam nonnullorum aliorum relatione didicimus. tane(e) Tu capi- ex eadem parte nostra districte inhibeas ut post lapsum eiusdem mensis una pars nullatenus adversus aliam arma sumat.IL PEO CURIA SUPER BRIGA BAROLI Reg. Capiviris nobi- hominum Baroli fidelibus nostris etc. Redeuntibus ad maiestatis nostre presentiam libus Comite sancti Severini et Raymundo de Baucio milite Regni nostri Sicilie Marescallo. 317 f. Cum igitur recidiva infirmitate esse soleat deterior principali. quod interpositis per eos monitis et adiectis ex parte maiestatis nostre preceptis^ annuerunt supersedere illi de Marra cum eorum adversariis ex equo. eo quod non debuerint tanti viri et a tanto latere missi redire et manibus vacuis ad nos relinquere districte iubeatis clvitatem vestram discriminibus prompte paratis. 29 t. sub penls quibus viderltis cxpedire per vos a transgressoribus exigendis preter alias nostro arbitrio reservatas. Vos . usque per totum presentem mensem februarii.

cohibeantur. 30 gennaio Reg. Ecce mittimus vobis licteras que diriguntur Justitiario quatenus ad requisicionem Oapitinate. noe non vici Comitem et Lodovicum . die MoOCCXXXVIIIJo. prompta obedientia consueta. et de impositis et spretis successive nostre ma- mini Datum neapoli. nos dei gratia Jerusalem et Sicilie Rex. Robertus versis. tui Capitanei debeant assistere cum eorum exforcio. fol. ut mandato parere con- tempserint. 322. Commictimus et mandamus vobis Regentibus Curiam Vicarie Regni quod ex parte majestatis nostre peremptorie citar! faciatis palatinum Altamure. anno doXXIIIJ. nec non universitatibus et Baronibus circumpositis a miliaribus viginti.— autem iiniversitas si flicto nostro 230 — mandatum huiusmodi contempserint dicto nostro Capitaneo assistatis fìdelibus et officibus opesi ribus consuetis. Tenore presentium notum facimus uniquod nuper Regentibus Curiam Vicarie Cedulam etc. Oomitem Minerbini. Ang. vestre assistencie dexter^. 32 retto. Ecce namque quod hucusque per nos provisum est dictos Comitem et Raymundum ad vos remictere indilate o^iortana ^ireccione nostra ac potestate suffultos post premissa. conscientiam informare. EDICTtJM CONTEA PALATIXUM ALTAMURE 1341.e Indictionis Eegnorum nostrorum anno XXX°. III. nostram dirigimas in hec verba." februarii Yll. iestatis et recusantibus possis penas imponere.

322. quas ex diversis etc. quod infra dies quindecim ipse videlicet palatinus sub pena unciarum quatuor milium. 1341. IV. datum neapoli per Eegni Sicilie. aliisque Comitivis infamibus^cum quibu3 premissa patravit et patrare actualiter non desistlt. datum Ut igitur per ipsos Palatinum Comitem vici et lodovicum circa id nulla i^ossit ignorantia pretendi. causis incurrisse noscuntur.^ anno domini M°CCCXLJ° Indictionis Eegnorum nostrorum anno XXXIJ°.umque presentis edicti serlem inspecturis. f. die penultimo lanuarii VIIII. Universis tam prelatis quam Comitibus Baronibus Terrarum dominis et aniversitatibus earundem ac aUis quibus:. EDICTUM CONTEA PALATINUM ALTAMURB JReg. penis personalibus et realibus. ipsius nostre Majestatis di- sposicionibus et arbitrio reservatis. ipseque Comes Vici trium Mille. 30 gennaio. 22 t.— 231 — fratres eius. nobilss et Magnidcos viros comitem Mileti et Raymundum et . -aliis miliuin et prefatus lodovicus unciarum debeant se Majestatis nostre conspectui presentare. Robertus etc. Cum prò certis emergentibus causis et quibusdam novi- tatibus compescendis et reprimendis suscitatis in Barolo et circumpositis partibus per palatinum Altamure^07mitem Minerbini cum catarva armatoruai foriudicatorum Malandrino rum. presentes affigi manda- luris civilis professorem viceprothonotarium vimus porticibus ipsius Curie vicarie.

Nobilibus et Magnifìcis viris. quod palatinus Altamure* Comes Minorbini aut temerario motu proprio. vel ei et singuli in dicti palatini prestantes auxilium consilium vel favorem. JS"©» enim presentibus declaramus quod omnes subsidium accedentes. aut non sano ductus. et se dispositionibus Eegnì subdiderit cum effectu. 22 V. Corniti Raymundo de Baucio Regni dilectis Sicilie Marescallo militibus consiliariis et fidélibus nostri s gra- tiam etc.* 1841. 4 febliraio. quousque ad obedientiam nostrani venerit. partes Apulie turbat cum bannitorum Malandrinorum puplico- .® Ind. Regnorum nostrorum- anno XXXIJ". quin immo pocius seductus Consilio. culpas et consequentes penas lese maiestatis incurrant et se noverint incurrisse'. provìderimus Capitaneos evestigio destinandos. 322 f. mandamus iubemus ut ad requisicionem eorum debeant eis efficaciter assistere atque prompte.de Baucio Eegni Sicilie 232 — Marescallum milites consiliarios et expresse et fìdeles nostro» dilectos.*» die penultimo Januarii Vili. fldedignorum inculcata assercione didicimus et fama notoria nos instruxit. Robertus Mileti et etc. COMMISSIO PRO COMITE MILETI ET RAYMUJSTDO DE BAUCIO MILITIBUS- Reg. Datum* Neapoli per Juris civilis professorem viceproSicilie thonotarium Regni anno domini M°COCXLI.

ingrediens terram nostrani Baroli contra inhibicionem nostri eiusdem terre Capitanei. tam contra ipsorumpersonas et cuiuslibet predictorum. et subsequenter pacem per nos ordinatam firmatam et puplicatam Inter eosdem in presencia nostra et prelatorum Oomitum Baronum et aliarum plurium notabilium personarum. versus dictas parte* Apulie profecturos. ad destitucionem . Considerantes ab experto de fide pru- dencia pericia solicitudine ac probita(te) vestra. quam terras et bona queillorunì cumque mobilia et semovencia. ad dictas partes apulie vos personaliter conferentes. Capitaneos cum piena meri et mixtìj Imperli ac gladii potestate usque ad nostrum beneplacitum. suffultus inter ceteros Comitis Vici et lodovici fratrum suorum auxilio qui prius et post: modum non verino et est veritus infringere Treugas per Reginam illos carissimam consortem nostram inter illos de sancto se- de Marra et ipsos initas. depredatioillicitos.— rumque raptorum 233 — malefactorum caterva exe- et aliorum crabili et infami. adversus Kobiles de Marra eiusdem Oivitatis Cives commictens temere in contemptum notorium nes homicidia et insiiltus et aliis propugnaculis nostre Eegie Maiestatis. zeloque intenso ad procurandos et promovendos regios honores nostros et commoda et statum puplicum Regni nostri prefecinius vos. in qnibus adhuc palatinus idem actualiter perseverare noscitur. Cum igitur tot et tanta multiplicatis vicibus cum protervis anxibns repetita. fìdelitati vestre presentium tenore d'e mandantes expresse quod statim receptis presentibus. eciam cum Trabuccis omnino fidelibus nostris sine licencia Eegia prohibitis. certa gente armigera sociatos. nequeamus veluti de tranquillo nostro pectore pacienciam extorquencia congniventibus oculis pertransire. ad versus predictos palatinum et fratres et alios quoscumque coadiutores fautores certa nostra scientia commictentes et sequaces et complices eorundem.

— et' 234 — vlriliter reducciouem ad Curie nostre manus. singulis. qui vestre prudencie videbuntur. ipsoram dudum terraram salli s. -cohercione compellere. ipsosque debitores ad satisfaciendum prompte ipsi nostre carie oportuna. et in térris ac locis iamdictis prefìcientes. Placet eciam nobis. vestris scripcionibus referentes. quod dictorum complicum. per documenta lìuplica nostram celsitudinem informetis. de premissorum singulis sicut successive emerserint prout expediens fuerit. qiie circa premissa egeritis xjualitatis De omnibus vero et secundam ipsorum exigenciam ad pociorein certi tudinem. qua vobis videbitur. a sacramentis assecuracionis et aliis quibus predictis Palatino et fra- tribus tenentur. Rectores. Iniimgentes ex celsitudinis nostre parte. premissis suadentibus declaramus penitns absolutos. Maiestati nostre conscientie nichilominus. malandrinos. de presidencia Reg(ie) potestatis de ipsa certa scientia. nec non et nostre Curie ex causa debitores quacumque procedere presentium auctoritate possitis. Becipiendo ab eis cauciones ydoneas. eiusdem Cnvìe Super fa- quibus autem bonis mobilibus et semoventibus presides ac conservatores indusfcrios fideles statuatìs et fìdes telam. reconciliare nostre Curie valeatis. et et sol- licite procedatis. sequacium fautorum et malandrinorum capita si utile aliquo casu vobis visum extiterit. bona ipsa cientes conscribi ad informacionem nostre Curie et cau- omnia et singula per quantitates et qualitates particulariter et distincte. penis aliis maioribus disposicioni Regie reservatis. disrobatores homicidas insolentes aliorumque scelerum diffamatos ac receptatores eorum. prò parte. enim omnes et singiilos vassallos eonim. Eecepturi deinde ab ipsis prò parte nostre Onde nostre fidelitatis debite solita iiiramenta. que siquidem tales . locorum liominibus et vas!N"os ut eis nullatenus decetero debeant obedire. Concedimus insuper quod contra quoslibet.

^ Indietionis Eegnorum nostrorum anno XXXIJ« VI. putheolane. 381 v . rata gerentes et firma.— sint 535 possit liaberi re- ad qiias in eoruin defectu certus quod nullo unquain tempore recidi vent neque ad pristina malefìcia relabantur. Lapidum. anno domini M. 1341. computato precio certe quantitatis calcis. ligna- minum ferri et aliarum rerum i^ropterea necessariarum.° frecarsiis. cioè Reg. nostro prò factura portarum nerbini et fratres eius. reparatura Astra- corum seu Terratiarum domorum ac diversorum aliorum operum et reparacionum dicti castri Capuane. SU f. bruarii YIIIJ. ac mercede magistrorum assie fabricatorum et aliorum <)perariorum laborantium in operibus et repara cionibus . factura etiam Cancelle unius in fenestra Camera eorundem Captivorum. Robertus 1328 già per errore 1338 C X quas solvit de mandato duarum in certis cameris sistentibus in Castro nostro Capuane de Neapoli. reparatura certarum portarum et fenestrarum Oamerarnm et sale ubi sunt captivi Johannes pipinus olim Comes MiXotario Johanni de lictera. ang. Penas autem et banna.°0OCXLI. Data l!^eapoli per Johannein grillum de Salerno etc. que rite duxeritis imponenda. illa de Consilio iudicis et assessoris vobis per iiostram Curiam deputati exigi volumus prout iustum fuerit a transgres soribus eorundem.° die IIJ J. Reg. 22 giugno.

uncias auri sex ponderis generalis.° Junii IlJe Indictionls.f il — L'esecuzione. mandato ebbe Archivio Sion dì ultimo di agosto. et cario de Stella.. Et recipiatis ab eo exinde apodixam. Die ultimo predicti mensis Junii IIJ® Indictionis Neapoli solute sunt predicto domino . solvere et exhi- bere curetis. p.. Eobertus dei grada Jernsalem. Reg. 283 f. De pecunia proventuum Eecepta seu recipienda per vos in Camera nostra a Leonardo Banffo de Neapoli militi lusticiario nostro Principatus citra serras Montorii. che porta la data del 22 luogo ital. Cuius auctoritate Mandati. Eic- Eaynaldo de Eocceyo Magne nostre CuMagistris Eacionalibus. Datum Neapoli Anno domini M. quas sibi prò Eobbis diete nove milicie sue graciose exhiberi providimus. VII. Angelo de Melfi a et Johanni rie de Bernardo de Eavello Thesaurariis (^tìsiliariis et familiaribus nostris etc. . 12Q r e t. Sicilie Rex. Ratio anno XI. Bauoxe. 593. qua- tenus Johanni fasano de Neapoli militi familiari nostro quem noviter militari Cingalo decoravimus. 236 — unciam imam tarenos duos grana undecinn et medium (^). fidelitati vestre precipimus.° die VI.^CCCXXXV. poi. di Cfr. nel mandato regio. esso thes. ang.siipradictis.lolianni fasano de Neapoli familiari Eegio quem noviter dominus Eex mi- (1) Questa particola è contenuta giugno 1S41.

65t - — Prot. dictione — Anno eiusdem ab Incar- natione millesimo trecentesimo septuagesimo tertio. L. quas bis diete Banlib de Xeapoli Kegio lusticiario Principatus citra serras Montoni. A. . (') Archivio Notarile Antecosimiano. 1373-1375. suum nuncupativum condidit testapaccius mentum et ultimam voluntatem. Municchi del R. 66t. COMMISSIO DOMim EPISCOPI PEO GERIO GUIDI DE BECCIIS. De pecunia proventuum recepta nuper per eosdem Thesaurarios in Camera Eegia a predicto domino Leonardo CiDgulo decora vit. in quo fecit et reUquid multa legata et relieta variis locis et personis. Lip- condam Ceschi de Castro Fiorentino qui tunc morabatur Certa] di.— litari 237 — sibi dominus Eex prò robnove milicie sue gratiose exhiberi providit. (2) In margine. pon- domini Gregorii j)ape XI anno quarto. et inter Devo la (1) copia di questo documento alla squisita cortesia del Sig. 37. In- duodecima. In Christi nomine Amen. die decimo octavo mensis Martii et secundum cursum tificatus consuetudinem Florentinorum. — CerIn- tum esse dicitur quod olim in anno domini ab eius carnatione millesimo trecentesimo quadragesimo octavo Indictione prima die decimo octavo mensis lunii. Archivio Fiorentino. in Carolenis Argenti uncia sex uncias YI — Vili. ce.

teneatur et debeat dictus Gerius super terreno et in vel eius heredes facere dicti unam cappellam ». dummodo non maritetur. Et quod ass'gnentur possessiones eius redditus per eorum . Et eidem Cappelle si ve altari voluit et dotavit de bonis suis et de eius possessionibus ad redditum et affictum modios quat- tuor grani prò quolibet anno. In omnibus suis bonis mobilibus et instituit immo- bilibus Lerozzum eius si filium suum heredem Cam tuit ha<ì condictione quod dictus Lerozus decederet sine liberis legiptimis et naturalibus^ sibi lieredem insti- Gerium Guidonis de Becciis cuni hac condictione quod dictus Gerius vel eius heredes teneantur et debeant facere unum altare in hospitali Sancte Marie de Cathignano. Et quod infra dictum ter- minum expendere dictum granum prò facienda dictum altare sive cappellam. Gerii loco dicto « Allo Spedale quantum dictus Gerius vel eius heredes essent in concordia operariis dicti ospitalis. voluit quod det infrascriptus heres ilio anno quo non daret presbiteris Canonicae Sancti Jacobi de Certaldo ilio illis presbiteris qui interessent in tempore. Et si infrascrii:>tus suus heres non cessaret dare dictum granum eidem domine liosse. et in quantum non esset in concordia ciim operariis dicti hospitalis. Alias teneantur facere unam Cappellam super terreno dicti Gerii hinc ad quattuor annos cum una domo in qua habitet presbiter. debeat fieri cum dictum Altare infra annum adveniente condictione. modios quattuor grani. vel ubi sibi placuerit.— 238 — alia legata et relieta idem testator reliquid prò anima domine Eosse uxoris sue starios sex grani anno quolibet toto tempore vite sue: quod granum detur pauperibus Christi. Et quod expletis quattuor possit annis dictus Gerius vel sui heredes teneantur eligere unum presbiterum qui sit presbiter ipsius altaris sive cappelle et habere et possidere de bonis dicti Lippaccii et fructus percipere ad valut.

manu ser Masi ser Fei de notarli.— loca et vocabula. exequenda poterit leviter quantum expedierit cum ipse dominus Johannes in locis predictis^ illis et circumpositis iam traxerit moram et conversatiò- . Asciano Comunitatis Fiorentine senti suprascripta die Unde hodie pre- decimo octavo mensis Martii repater et verendus in et Christo Sedis dominus Angelus Dei episcopus Florentinus. Et liane con- firmare electionem presbiteri dicti cappelle fiendam per Priorem Canonice Sancti Johannis de Varna. Et non confirmavit sibi facta notificatione bine ad unum mensem. Apostolice gratia volens quod dieta ultima voluntas et testamentum dicti condam Lippaccii testatoris predicti diocesani sui quantum possibile fuerit debite executioni mandetur. ut iuris est. qui prò tempore fuerit. qui circa ctione et fidei ])redicta informari. Et si dictus Prior cessaret. remaneat domino Episcopo Yulterranensi. et confisus quamplurimum de circumspe- puntate providi viri domini Johannis Bocchacciide Gertaldocivis et clerici fiorentini. Et 239 — si decederet sine liberis masclmlis remaneat consortibus suis electio. et considera ns quod i>ropter pluralitatem negotiorum fit et locorum de quibus in dicto testamento mentio et maxime cum aliqua ex eis exequenda sint facienda et exequenda extra diocoesim florentinam et considerationes que in facto quam plurime informationes habende necessario forent. et tunc remaneat electio ipsius cappelle sotietati hospitalis Sancte Marie de Catignano. Et in quantum dictus Geriiis vel eius lieredes maschuli predicti cessarent eli- gere dictum presbiterum eidem cappelle infra dictum temi)us. remaneat confirmatio in dominum Pleba»si num Sancte Marie Chiani comunis Gambassi. facta electione et sibi facta no tifi catione liinc ad quindecim dies proxime venturos. prout predicta et alia latius constare dicuntur in istromento testamenti l^redicti rogato et imbreviato.

— nem satis 240 — domesticam habuerit. et ipsorum legatorum quorum executio ad ipsum dominum Episcopum et eius curiam de iure pertineret et devolxita foretj et ipsorum huiusmodi legatorum ta- xatio distributio et erogatio magis et Johanni Bocchaccii ipsius conscientiam onerando comet forma quibus misit et subdelega vit plenarie vices suas. e^o . sponte et ex certa scientia. ad predicta et presbitero ¥Ocatis habitis et rogatis. in et super executione omnium contentorum in dicto testamento et ultima voluntate dicti Lippaeeii et de quibus et quorum executio ad eundem dominum Episcopum et eius curia de iure fuerit devoluta. ac etiam de contentis in dicto testamento iamdiu notitiam habuerit. omni modo via iure causa melius potuit prefato domino Actum Florentie in Episcopali palatio et Curia fio- rentina dictis anno indictione die et mense et presentibus testibus magistro Martino de Signa Ordinis fratrum lie- remitarum sancti Augustini ctoie ecclesie Johanne ReSancti Salvatoris de JFlorentia.

RICORDI AUTOBIOGRAFICI 16 .

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che precedono. i giovani studiosi. vorrei dire dalla sua stessa bocca. si parlerà autore della e si Commedia umana. ho estratto dalle varie opere e dalle lettere del Boccaccio.Non soltanto a conferma e dichiarazione degli appunti. e raccolto qui. certamente. perciò mi è parso opportuno offrire a chiun- que possa averne desiderio. Dell'immortale molto. carattere di lui direttamente. scriverà nel 1913. . e soprattutto ai i casi. non attraverso le impressioni e le opinioni de'biografi e de' critici. i passi autobiografici. il un facile mezzo di conoscere sentimenti. per la ricorrenza del sesto centenario della sua nascita.

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vuote e per vetustà candide. da quel gran diluvio. sopra un poggio poco elevato. Radendo nel suo corso il terreno. chiamano Onci. fo volentieri menzione del vecchio castello di Certaldo. nel territorio fiorentino. scopre molte conchiglie e di diverse specie marine. Con le sole sue acque scorre limpidissimo sino alla foce in corso perenne: però. cosa che. Miniato. nel seguito del suo corso. Questo fiume da ultimo sbocca . verso il suo principio. qualunque cosa getterai nelle sue acque. Poco il borgo. che si chiama Colle. per lo più infrante o consunte le quali io credo lasciate nel fondo. che lascia a destra. in quelle parti. in Arno sotto l'insigne castello di S. prima che fossero divenuti cittadini di Firenze. coprì tutte le terre.Dalle Opere Latine sopra gli L'Elsa è fiume della Toscana. che quasi distrusse il genere umano. sgorga con tant'abbondanza di e. ad oriente del luogo. dopo. — De Flumi- nibus. come gli altri fiumi. s'int orbida per le piogge. con grandissima agitazione di acque. che abitanti acque da far maraviglia. non fa facilmente. sotto Elsa. . nello spazio di pochi giorni la troverai circondata di involucro pietroso. . perchè fu sede e terra natale dei miei antenati. quando. e cresce e quantunque scorrendo veda di qua e di là parecchi borghi.

giovane il molto animoso. nell'ultimo di decembre. ma perchè è il fiume della mia patria. — di G. 63. Sia con buona pace del lettore. poscia che ha bevuto. si paterne. avendo tutti gli altri bevuto. dal padre di famiglia si mette sopra il fuoco con l'uno de' capi un gran tizzone^ a cui sta d'intorno tutta la famigha. Abbiamo noi Fiorentini. per fuggir il giogo del fratello già divenuto signore. Questo spesse fiate vidi io. Betussi. il capo del tizzone a caso ed indi. e. ed egli. sedendo dall'altro capo del gran legno. Laonde. o voghamo religione de' (^) ('^) Instrumenta quae lares vocamus (gli alari). e così forse hanno alcune dove si altre fuoco comune a tutta la famiglia della casa. per esser egli minor d'anni degli altri suoi dispose non restar povero. ed a me noto prima di tutti gli altri sin dalla De Flumistessa infanzia. in principio. di na- zione borgognone e della casa de' signori di Molay. e per potere col tempo innalzarsi a maggiori cose. secondo le leggi della Francia. alcuni istrumenti di ferro. ognuno va per i fatti suoi. trad. per lo più nelle case domestiche. chiamati lari (i). uomo veramente cattolico e cristiano (2) in casa sua. del quale ora siamo per parlare. fiume della città di Firenze. come quasi avessero eseguita la solennità. . Un certo Iacopo.— 246 — Si seguirà l'ordine alfabetico. non già perchè lo meriti per l'ordine delle lettere. cioè i capifuoco. si fa dar bere. — nibus. figliuolo maggiore resta erede di tutti i beni e le signorie fratelli. essendo fanciullo. De Genealogiis Deorum gentilium XII. e. che nella tazza gli è restato. entrò nella regola. fa il spruzza con l'avanzo del vino. A patr* meo catholico profeoto homine. essere celebrato da mio padre. nazioni. veggendo che. ed alla lunga schiera si darà per duce l'Arno. . che sostentano le legna del fuoco.

comandò non volendo eglino per bontà {^) 'Confessare. se gli fosse dato un giusto giudice 'Che li avesse a sentenziare. •eccetto il Maestro e tre altri oempagni. Onde avvenne che Iacopo cadde in odio a Filippo (i) re di Francia. e per avarizia si giudica che l'istesso Filippo non solamente si mosse contro il detto Iacopo. fossero menati tutti i prigioni. nel mezzo della piazza <di Parigi. delitti. da quelli. e di fortezza d'animo vaperciò che. dove. furono presi e ritenuti. ed eglino prigioni condotti a Parigi. come eran fi) Filippo il Bello (1283^1314). venendo a morte il loro maestro. il re. «de' quali erano incolpati. che s'erano fermi in ostinazione di ii non voler (confessare lustre.— 247 — Templari. Questi tali si lorosi . Per la qual cosa si venne a tale. egli fece intendere. Di che ordinò che. che s'offerivano provare tutto il contrario di quello ch'erano accusati. fu creato e innalzato alla dignità di maestro. anzi continuamente dicevano che. in un medesimo giorno. al quale aveva tenuto un figliuolo a battesimo. ed ivi fatto apparecchiare tutte le cose necessarie da fare un gran foco. e appresso i tesori. di comandamento di Filippo. ma ancora contro tutto l'ordine militare. di che vivi gli farebbe ardere. malgrado loro confessassero i delitti. . costretti.adunque in così splendida sublimità. blanditiis. per tutto il suo reame. gli ornamenti e tutte le altre cose di valore vennero in poter del re. ma tutt'invano. e vergognose scelerità. che tutti i principali Templari. efl essendo incolpati di molti vizi. per la qual cosa divenne in non piccola dignità e splendore. né mai vollero confessare alcuna delle cose. a cui stava in arbitrio eleggere il successore. essendo legati ad uno per uno ad un palo. (2) (3) Clemeate V (1305-1314). che gli erano apposte. I quali lungamente essendo stati in ferri e in prigione. acciocché la fortuna con la mina di molti saziasse contro lui lo sdegno. per ciò mosso ad ira. Laonde iche. o diciamo Cavalieri Gerosolimitani.. Indi furono messe le guardie del re per tutti i castelli e le fortezze. sempre negarono il tutto. con consentimento però di Clemente {^) sommo pontefice. Ascese . perseverando con buon nome in così ricco ordine. con tormenti fossero cruciati di sorte che. Coa le buone. insieme con Iacopo maestro di così grand'ordine. sangue ilcosi anco eran d'età fiorita.

confessò a papa Clemente alcuno dei delitti. che voler confermare quello. menato a Lione. piuttosto che con si fiera ostinazione lasciarsi morire. con uno de' suoi compagni. . per la quale si poteva sperare la sua liberazione e la condannazione (^).. fu alcuno di loro che volesse cedere all'irato re.et ordinis adparebat ». Il qual tormento con quanto' dolore dagl'infelici fosse sopportato. si lasciasse vincere.. rimenato a Parigi. con cosi animosa ed intiera fortezza. gli perdonava la vita. il afflitti corpi. avendo quelli più volte. indi. e indarno tutti gli amici. e leggendosi. la sentenza della sua confessione. ne facevano fede gli stridie i gemiti. dinanzi due cardinali de latere e il re. Questi adunque furono i primi colpi della fortuna contra. con la confessione della vergognosa scelerità. con lagrime e con persuasioni in volere ch'eglino facessero secondo il voler loro. (*) Del suo ordine: « dum corani duobue legatis ex latere et rege sui damnatio. Direi questi. mai non vollero in parte alcuna cangiarsi del suo saldo proposito. l'abbattuto Iacopo. e giustamente macchiare l'acquistata fama. tutti d'accordo. confermato non essere vera alcuna delle tristizie appostegli. Laonde. che dinanzi agli astanti mandavano fuori dalli ché darvi il foco.— 248 — e cinti d'intorno di paglia. pian piano gli abbruciavano. aver vinto la perfìdia dell'avaro re» se col loro morire non fossero andati là dove il fiero appetito di' lui desiderava. benché a quelli non fosse minor gloria. Né altro dicevano. ne mancando altro- quale vedevano innanzi gli occhi. e da diverse esortazioni» persuaso. e che la loro religione era stata ed era santissima. alla fine i tormentatori incominciarono ad uno per unot dare il foco. de' quali era stato incolpato. i parenti e gli altri propinqui s'adoprarono con preghi. che non era vero. Il quale essendo afflitt-o dalla noia della continua prigione. se con dritto giudizio s'elessero piuttosto morire tra i tormenti. se confermavano le cose a loro apposte. per quam et sua liberatio. lentamente tacendo ardergli per tutto il corpo. eccetto ch'eran veri cristiani. Onde. fascine e legna. •eutentia legeretur.egli. Né alcuno di quelli fu che. o perdonassero alla propria vita. per lo tormento. Così lascia- rono consumare i tormentati corpi fino all'ultimo esito degli spiriti. né rimuovere dal suo proposito. Né perchè il manigoldo e i ministri della giustizia da parte del re gli promettessero che.

mi affliggeva. De Ca~ il — sibus illìistrium virorum IX. lavorai inutilmente. fatto il silenzio. Perciò. delle quali era incolpato. tendeva alla poesia. Onde. e. per quasi altrettanto tempo. che mai non potè esser piegato a nessuna di queste due professioni.. Bene ricordo. né dalsi sforzò in tutti e. alle quali la Natura abbia pro- — padre divenissi negoziante. ne è testimone trasse materno disposto alle meditazioni poetiche. a questo sono nato. Di qui seguì la sentenza fiera ed iniqua alla ruina de' Templari. perchè io ancora entrato nell'adolescenza. confermò e protestò ch'era degno di morire. non feci altro che perdere il tempo. L'animo mio ripugnava tanto^ a queste cose. eccetto quanto gli altri prima aveano fatto. di G. che anzi vi era spinto da disposizione remo- . essendo da parecchi evidenti indizi apparso che ero più adatto agli studi letterari. il quale continuamente con nuovi comandi né dalle preghiere o da' rimproveri degli amici. poi che ebbi appresa l'aritmetica. che furono gli altri. mi die per discepolo a un grandissimo mercante. tanto lo traeva alla poetica una singolare affezione. per sei anni. modi. sotto un famoso maestro. sopportarono. Il quale amendue con intrepido e costante cuore. e Iacopo e fratello del Delfino.- ^9 — che era fratello del Delfino di Vienna. Betussi. fu condotto all'istesso supplizio. Quali che sieno dotto gli altri. né niente altro mai dissero. il quale affermava essere stato presente a tai cose. a giudizio mio. infatti. con tutte le forze. presso il quale. dalle persuasioni del re e del sommo pontefice. non essendo l'autorità del padre. che mio dall'utero me — l'esperienza i le azioni. domandò ad alta voce che si tacesse e non si passasse più oltre. lasciati in vergognosa vita gli altri due compagni. non perchè avesse commesso alcuna delle cose. e. né dalla dottrina del maestro. si" avea lasciato guidare a confessare quelle cose in vergogna e tradimento del suo ordine e della religione. Questo mi disse Boccaccio persona onesta e padre mio.-. ma perchè. E non per improvvisa risoluzione l'animo mio. sin dalla mia puerizia. trad. che non si riacquista mai. lo stesso mio padre comandòche passassi ad ascoltare le decisioni pontificie per poter diventare ricco. in presenza del re.

De fliiminibus. cercai di intenderli. mio padre l'avesse con sereno animo sopportato. E non dubito che se. in età così tenera. spingendomi la stessa natura. mi venne desiderio di poetare. Tuttavia. come potei. non son riuscito canonista. benché mi vi opponessi con tutte le mie forze. cosa mirabile a dire. pure composi alcune cosette. e non sono divenuto poeta insigne. e con grandissimo diletto vidi e lessi i libri de' suoi autori. e. • come dicono alcuni. De Genea- — logiis XV. Vesuvio é monte della Campania. una grande apertura testimone del passato incendio. resta però. Gli abitanti oggi lo chiamano comunemente Monte di Somma. non ancora giunto non ancora avevo letto poesie. che. non bastavano ricordo al settimo anno di età.— tissima. il Napoli. assolu- tamente. nessuno insegnandomi. quantunque non avessero alcun valore. perché le forze dell'ingegno. De montibus. è tiume della Campania presso quale io non ricordo di aver veduto. anzi opponendosi e condannando tale studio mio padre. quando non sapevo ancora con quali e quanti piedi camminasse il verso. e appena conoscevo i primi elementi delle lettere. Sebeto. già fatto quasi maturo d'età e libero di me. sarei divenuto uno de' poeti celebri. spontaneamente appresi quel poco che so di arte poetica. al vertice del monte. ed ecco. ma. dalle paludi sotto il monte Vesuvio. e • • a tanta impresa. e con somma avidità la seguii. fui chiamato poeta. . Giacché 250 — abbastanza che. e. ciò che ancora non sono. quasi da tutti quelli che mi conoscevano. — — (^) Il Sebeto è stato sempre chiamato dal jwpolo il il fiume. a meno che •non sia quel ruscello piuttosto che fiume senza nome (i). perché egli si sforzò di piegar il mio ingegno prima a un'arte lucrosa e poi ad uno studio lucroso. é accaduto che non sono mercante. Oggi non emette né fumo né fuoco. né udito alcun maestro. va al mare tra le falde di esso monte e Napoli. nessuno stimolandomi. non congiunto a nessun altro monte. come Vesuvio la monlugna. mentre l'età era a ciò più adatta. e dappertutto abbondante di vigneti e di frutteti. E.

due volte al giorno. che alcuni credono essere stato il tempio di Venere. che gli abitanti del luogo chiamano »di Tritoli. e. per tutto l'in- v^erno e la primavera. e tutte salubri. ciò che attestano abbastanza gli edifìzi grandissimi diroccati per vetustà. mostrando tutti i colpi della fortuna per lo stracciato corpo. — De fontibus. e discosto da essi. giacché vi e. e quello. ma tra gli altri. troverai acque tepide. è insigne per i tèmpi. erutta onde bollenti. e. supera gli altri per inclita fama. lasciata Roma. se bene a lei furono i parenti sangue oscuro. un tempo. Perciò che. scaturiscono in piccolo spazio di terra. se non altramente. abbandonato più degli andar per le lunghe? Il sito é abbondantissimo di altri. a questo. Con pace "fine degli alti re e degli dell'opra aggiungerò uomini illustri. apprestando rimedio a diverse infermità. dovunque tu scavi sul lido. L'esperienza insegna a quali malattie propriamente giovino. Veradi — . che. Non si vergogna adunque Filippa Gatinese. dimandarmi che almeno. fece la sua vita. nondimeno nel mezzo ebbe la fortuna tanto favorevole. e il suo fine fu molto orribile. ammirabile per non venerabile per la divinità del nume. è noitahile nel lido il ruscello. scavato a mano in forma di ma:gnifica volta e di ampio ricettacolo. a modo •del mare oceano. Miseno. ancora si vedono in mezzo al mare i vivai delle conchiglie e de' pesci. dal monte. e quasi alla stessa superficie del suolo. sìa condotta come servente dietro tanti re. Oltre a ciò. che molte. Di quella non si debbono sdegnare. facilmente. cosa che fa loro non poca vergogna. da poter. l'antichissima e grande casa della Sibilla sosi artefici. ed è cosi cospicuo e piacevole per la benignità del cielo e Tamenità de' boschi e del mare. giacché questo estuario. a modo delle altre efficaci. cosa mirabile. con tremante voce tra molti afflitti. ocCampania. E. A che fonti. nell'ultimo una donna plebea. prastante al lago di Averno.— 251 — Degnissime Il dì menzione sono anche il le fonti di Baia. e tutte diversamente offrono rimedio salutare a diverse infermità. attrarre a sé sito di Baia è tra Pozzuoli e monumento il di cupa non lungo tratto del lido rasente mare della i principali Romani e trattenerli. con i capelli canuti e con le chiome sparse. tra i re e le donne reali. e altrettante le assorbe intepidite. fopera degli oltre può vedere l'oracolo di Apollo.

né per scritture. so punto non m'ingannare. uomo così per l'età. affine che la molta brevità altrove non avendo ampia narrazione. e non solamente i nobili. come per meriti. e da giovanetto ammaestrato nell'arte marinaresca. facilmente non toglia l'attenzione delle cose che s'hanno» a dire.252 — mente. Onde avvenne cheper carestia di donne. e insieme con lui Costantino Rocca Calabrese. Se nelle intese da altri errassi.. tesserne l'istorie e spiegar la sua vita. Essendo adunque per seguire così Filippa. aveva tolto l'impresa contro Federigo. e vile. per avventura. In quelle che avrò veduto io. degno di riverenza. nel ritorno ch'ella fece a Napoli. E si come il principio è slato da un nobilissimo uomo. allora duca di Calabria. attento che per sua novità fin ora è a pochi palese. della quale siamo entrati a parlare. perciocché già era morto il fanciullo. lasciati tutti gli altri piangenti. Ora. senza ingiuria d'alcuno. per commandamento del re Carlo suo padre. Ed essendo entrata in grazia della duchessa. giovane di presenza e qualità assai appariscente. e povera. dritto è che finisca in cose meste. raccontare molte cose passate e lungo tempo fa accadute in diverse corti.fincominciando da principi lieti. non senza ragione ho giudicatoche-sia da descrivere come sarebbe a dire. Nella quale descriverò alcune cose vedute da gli stessi occhi miei. Per la qual cosa fu tolta per balia del fanciullo del duca. così anco m'è paruto che se gli dia fine con una donna ple- bea. fu menata seco per servente. Essendo anco giovanetto. ma per relazioni se n'ha solamente notizia. pochi giorni innanzi. che gli occupava l'isola di Sicilia. non sarò da riprendere. . Tra l'altre narravano che Roberto. e praticando in corte di Roberto re di Gerusalemme e di Sicilia. ho istimato non essere fuor di proposito. ma per bisogno de gli altrui panni lavandaia. benché ho ricercato il vero più che abbia potuto. alquanto in alto pigliaremo i suoi principi. Perciò che. Nondimeno. poteva pigliar costei che mi pregava. il successo dell'infelice come l'avanzo. Filippa. era avvezzo un uomo vecchio e di gran memoria chiamato Marin Bulgaro di nazione Schiavo. e tra l'altre tenuta. aveva partorito del marito pescatore un figliuolo. occorse che Violante sua moglie partorì un fighuolo. acciocché tutta l'opra in alcuna parte paia conformare delle cose necessarie. Così dimorando nel campo appresso Trapani. avendo io protestato voler descrivere i famosi.

a tutti i suoi comandi mostrandosi prontissima. per averlo veduto persona molto diligente. moro. standosi con elle. esseguir molte cose impostegli. Queste sono le cose. e ogni altra cosa necessaria. dal governo della cucina. masserizie. che gli lo vendettero. incominciò tra soldati dimostrarsi non inferiore a gli altri. Ora vengono le cose ch'io stesso vidi. Rimondo adunque. L'istesso fece verso Maria moglie di Carlo figliuolo del re Roberto. Onde poi. di servidore di cucina divenuto cavalliere. per meglio dire. della quale lungamente s'era servita. questo Rimondo fu sostituito in •dico il padrone. Stando le cose in questi termini. per la lunga conversazione reale. volendo la duchessa medesimamente far qualche bene alla Filippa. e a lui diede tutta la cura. Dall'altro canto Filippa. che non andò molto ch'egli incominciò comprar case. e l'ufficio di quasi tutta la cucina reale. laonde. ed era restata vedova. e venendo in Napoli Sancia moglie del già re Roberto. Appresso entrò in grazia di tutti i nobili. il moro cavalliere. Indi non molto dopo. di diversi ornamenti e ricami. . le quali per bocca di questi vecchi io intesi più volte essermi raccontate della loro nobiltà. il pose in libertade. terreni. e acciocché le nozze fossero più splendide. era stato comprato da Rimondo dei Campani maggiordomo della cucina del re Carlo. gli pose il proprio nome e cognome. servi. e avere di molte ricchezze. della rozzezza di questa Filippa. essendo tenuta la più ammaestrata. Per la qual cosa avuta tal dignità. . alla guerra suo loco. con grandissima diligenza se le dimostrò fedele. argenti. andando Rimondo. facendosi tenere perfetta maestra. o. e appresso con grandissima dihgenza aggrandire la sua facoltà. e. il tenne a battesmo. e inalzato dal famoso matrimonio di Filippa Catinese. Così passando le cose. la diede per moglie a Rimondo.— •certo 253 : Medesimamente affermavano anco che in quel tempo un Rimondo Campano. essendo già morta la Violante. indi trovandosi madre di tre crescenti figliuoli avuti dal marito e cava Uiere Rimondo appresso. lo sfacciato uomo chiese di esser fatto cavalliere reale. servendole. e essendo ella per l'età la più attempata di tutte l'altre di corte. il quale lo ebbe da alcuni corsali. cavalli. e awe. fu innalzato alla custodia de' vestimenti reali. il fece battezzare. che a lei pareva persona eguale alla donna. la cui effigie non era punto differente dal cognome. del re. e la lavandaia Catinese si congiunsero insieme. diportarsi valorosamente. E tanto seppe diportarsi bene.

che figliuoli d'un moro: finalmente morto Rimondo. e a guisa di re sepolto. vivendo il re Roberto. morto Carlo e Maria. data per moglie Giovanna ad Andrea figliuolo di Carlo Umberto re d'Ungheria. Indi a poco Rimondo divenne maggiordomo della corte della reina. indi essendo entrala la reina Sancia in un monastero di monache. da la madre di quella la Filippa le fu data per maestra. Roberto fu creato da Giovanna gran siniscalco del reame. Venut'a morte dopo alquanti anni il il minore. Né andò molto che. il suo splendore crebbe in molto maggior lume. Roberto. Conciosia ch'ogni minima demestichezza. e morto il re Roberto. in processo d'anni. nacque gara tra il re Andrea e la reina Giovanna. l'ufficio di siniscalco. Ma che ? Sono da lasciar queste cose e da commettere a i venti questi sospetti. Filippa e Sancia. Onde sprezzato Andrea. nascendo di Carlo Calabria Gib-^ Vanna. perciò che i baroni del reame. per iniqua persuasione d'alcuni. av^^enne che. la Filippa come madre di Giovanna era onorata e riverita: e reale. quali essendo divenuti ric- chissimi. E Sancia sua nezza fu data per moglie a Carlo conte di Marcone: le quali eccelse sublimità non senza macchia d'infamia d'impudicizia pervennero in quest'Etiopi. Cresciuti figliuoli Rimondo. se prima non era confermata da Roberto. fu fatto siniscalco adunque in dignità moglie e marito. Perciò che. di governatore della reina. e era monsignore. i figliuoli cavallieri ebbero ardire amministrare l'ufficio del padre. il come eredi- tario del padre e dei fratelli. e gran signori. Nondimeno. che l'uomo abbia con . restato solo. terzo di loro. Alla cui scelerità non picciola fede v'aggiunse il vedere nessuna cosa d'importanza. Perciò che. avevano giurato fedeltà a Giovanna. e governatrice.- 254 duca di duta. difficile né grave amministrarsi. non mancarono di quelli che dicessero. pigliò alla Filippa. eccetto questi. più tosto gh* avresti giudicati giovani reali. due suoi I furono creati cavallieri.. rimanendosi sempre dalle cose segrete tutti gli altri. Roberto ch'era da chierico. Tolto marito. del qual rimase una figlia chiamata Sancia. che da fanciulla era stata nodrita dalla zia in compagnia di Giovanna. Giovanna essere venuta in abbracciamenti di Roberto. morto il figliuolo maggiore. come che non sia lecito credere. e questi figliuoli alquanto restò travagliata la sua felicità. gettò le vesti Ma in processo di tempo. per ruffiania di Filippa. assai grandicella.

Ma non però essendosi trovato a pieno il vero sopra questi innocenti. Perchè Ludovico re d'Ungheria. Ma la fortuna non perdonò alla vecchiaia. subito la fama scorse per tutta la città. secondo il voler suo sentenziarli. Quali si fossero quesli tali. . e trovatigli. mosso da che non ve lo saprei dire. Venula la mattina. tenesse lo scettro della reina. Onde nel primo impeto. indi per tutto il reame con grandissimo rumore contra chi fossero stati i malfattori. Laonde o^gimai quei che portavano i mandati e le bolle erano vicini a Gaietta. contro l'intenzione però.. segretamente incominciarono con ogni sforzo dar opra che non si coronasse. Cresciuta la Filippa in dignità per questi titoli. per tradimento dei congiurati. con dinari. e congiurarono contra il re Andrea. e così tini 1' acerba sua vita. facilmente genera infamia a ciascuna donna onesta. non fa di mestieri minutamente spendere il tempo in raccontarli. con una subita mutazione di cose rivolse in tant'oscura nebbia. avenne che la cura di Ma ricercare minutamente l'origine di tanta perfidia fu commessa ad Ugo conte d'Avellino. nella propria camera reale fu ritrovato con un laccio soffocato. Anzi quel poco di tempo. che i passati splendori più tosto parvero essere stati conseguiti per sua vergogna. che per onore. e dubitando forse del meritato sdegno. che all'inalzata donna nella sua decrepità s'aspettava. e di consentimento di tutti i baroni gli fu data ampia potenza d'investigare chi fossero stati consapevoli di tanta ribalderia. non potendo sopportar Andrea suo fratello così indegnamente da Giovanna e dai suoi aderenti essere trattato. fu posto le mani adosso alcuni giovani calabresi. Egli adunque. ricercandosi gli esecutori di così rea congiurazione.— le 255 — donne. fece imprigionare Roberto Campano conte di Trivulzio (^) ' (1) Terlizzi. Basta dire solamente che. ritornerò onde su era partito. e trovatasi la fiera e iniqua scelerità. impetrò da papaClemente che '1 fratello fosse coronato dei reami di Gerusalemme e di Sicilia. nella città d'Aversa. se avvenisse ch'egli fosse coronato. ad ognuno pareva ch'ella. dal nome in fuori. una notte. quand'alcuni baroni del reame. ch'erano stati camerieri d'Andrea. e l'ultima volontà del vecchio re Roberto. e qual via tennero in ammazzar il giovine. e con crudelissima morte furono tormentati. già conoscendo la fierezza del giovine reale.

Roberto. s'ebbe per fermo che fossero colpevoli della morte d'Andrea. che in delizie ricercare con tradimenti grandezze. era tanta. di G. condannata al foco così vituperosamente perdesse se stessa e le cose acquistate. senza molto indugio. Alla quale senza dubbio sarebbe stato meglio nell'acque sostentare la sua povertà. acciò che. — trad. non- dimeno. con uncini e altri ordigni. De Casibus illustrium virorum IX. . tolta giù dal carro fu legata a un palo. e tutti la: cerati. lasciati. e la vecchia e infelice Filippa Catinese insieme con alcuni altri. Filippa. Indi da ogni parte i manigoldi con tenaglie affogate a pezzo a pezzo ^li smembravano. Betussi. fin'a tanto che giunsero dove col foco avevano a finire quel poc'avanzo di vita. dove lungamente diede testimonio della fiera crudeltà. che gli restava. Così. Sancia e Roberto. (1) Morcone. i corpi mezzi arsi dalle fiamme furono tolti. e i più vili luoghi. e ivi insepolti. e per tutta la città condotti. come in sacrificio. dopo alquanti giorni.— 256 — e gran siniscalco del reame di Sicilia. Ma non potendo in questi termini l'infelice vecchia Filippa tanto sopportare i fieri tormenti. e ivi. Sancia contessa di Marcone (^). fece drizzare in rnezz'il mare. per quello che segui poi. tormentava la infehce Filippa. Poscia. restò senza spirito nelle mani al boia. e fu appeso sopranna delJe porte di Napoli. di nuovo i loro corpi strascinarono per tutte le cloache. che Quello ch'eglino confessassero non si sa. Il che non bastando a gli astanti. prima che giungesse al foco. alcuni pali con pungenti chiodi. e dai petti gli furono tratti i cuori i quali da alcuni. e Sancia ignudi furono legati conte mani sopra tre carrette. Cosi anco Roberto. Indi l'avanzo del corpo fu abbrugiato. Questo adunque fu il fine di Filippa. in conspetto di tutto il popolo. per ciò che la distanza non si poteva intendere la loro confessione. e miseramente arse. Gonciosia che. furono mangiati. non molto lontano dalla parte che guarda verso il mezzo della città. Sancia poi. Onde il suo core con l'altre interiora le fu tratto.

generò di lei una belhssima figliuola: benché. Ove io dimorando. così di mirabile virtù e bellezza s'adornava. teneramente la nutricò. lasciò appresso di sé molti figliuoli. che prima la corda cinse umilmente esaltando la povertade. padre di Roberto. tra uno nominato Ruberto nella reale dignità constituito rimase. interamente coll'aiuto di Pallade reggendo ciò che da' suoi predecessori gli fu lasciato. io. E avanti che alla reale eccellenza pervenisse. nominato da colui €he per deificarsi sostenne che fosse fatto di lui sacrificio sopra la grata {^\ e quivi con canto pieno di dolce melodia ascoltava l'uficio che in tale giorno si canta. che dopo lui (i) Filocolo. della presente opera componitore. quella seguendo {^). volendo di sé e della giovine donna servare l'onore. mi trovai in un grazioso e bel tempio in Partenope. Carlo I d'Angiò succedette Carlo II. sotto nome appositivo d'altro padre. la quarta ora del giorno sopra l'orientale orizzonte passata. (3) Francesco d'Assisi. il cuore cominciò si forte a ti emare. e già essendo. come in tempo crescendo quali procedea. costui preso del piacere d'una gentihssima giovane dimorante nelle reali case.257 Dal Quegli. 17 . rimase successore ' nel reale trono. che in sé contenne la redenzione del misero perdimento. e lei nomò del nome di colei. la cui prima ora Saturno avea signoreggiata. Lorenzo. e nel quale il glorioso partimento del figliuolo di Giove dagli spregiati regni di Plutone si celebrava. che avvenne per l'ardito gusto della prima madre. essendo già Febo co' suoi cavalh al sedicesimo grado -del celestiale Montone pervenuto. venuta in quel luogo a udire quello che io attentamente udiva: la quale sì tosto com'io ebbi veduta. apparse agli occhi miei la mirabile bellezza della prescritta giovane. ^) S. Avvenne che un giorno. e per le sue nobili bellezze e opere virtuose. più volte facea pensare a molti che non d'uomo ma di Dio figliuola stata fosse. con tacito stile. che quasi quel tremore mi rispondeva per li menomi polsi del corpo (1) A S. patriz- zando così eziandio ne' costumi come nell'altre cose facea. celebrato da' sacerdoti successori di colui. secondo che il mio intelletto estimava. Questa giovane.

Adunque io il quale ho la tua signoria lungamente temendo fuggita. ma umile e di voto mi sottometto a' tuoi piaceri. pure pensando alla valorosa donna. figliuolo di Felice grandissimo re di Spagna. incominciai a dire: Oimè. nel quale ragionamento io e alcuno compagno dimesticamente accolti fummo. entri me colla tua deitade. che ogni intendimento dell'anima ha rivolto a pensare delle meravigliose bellezze della vaga donna. spazio. e non sappiendo perchè. ne' quali dopo lungo guardare. mediante la virtìi de' begli occhi ove sì pietoso dimori. percosse sì forte il core del piacere della bella donna. e sospirato ebbi più giorni per la nuova percossa. e di tanto valore. rassicurato Ma dopo alquanto un poco. né di fuggirti desidero. Amore in abito tanto pietoso. non so come. Io non ti posso più fuggire. sentendo la dolcezza del tuo raggio. al mia parere. che me. ritornando nel primo tremore. e quella per i miei occhi passando. E venuti d'un ragionamento in altro. Io non avea dette queste parole. recitando ziosa (1) Parla del monastero di S. v'accese una fiamma secondo il mio avviso inestinguibile. alle cui forze non poterono resistere gl'Iddii. con alquante di quelle vidi la gra- donna del mio cuore stare con festevole e allegro ragionamento. si comincia a riscaldare. E non potendomi saziare di rimirar quella. scintillando.— 258 — smisuratamente. dopo molti. nel quale sacerdotesse di Diana sotto bianchi veli e di neri vestimenti vestite coltivavano tiepidi fuochi divota- mente: là ove io giugnendo. avvenne che un giorno. ancor trema. Ma poiché dì quindi col piagato cuore partito mi fui. che è questo? e forte dubitava non altro accidente noioso fosse. e intentivamente co- io vidi. vidi venire. né ancora sentendo quello che egli già s'immaginava che avvenire gli dovea per la nuova vista. e già il freddo cuore. guardarono ne' miei con aguta luce. io ti ringrazio. che. . ora ti prego che tu. cui lungamente a mia istanza avea risparmiato. presi ardire. ed in esso entrata. fece tor~ nare desideroso d'essergli per così bella donna subietto. perocché tu hai posta dinanzi agli occhi miei la mia beatitudine. Arcangelo a Baiano. per la quale luce una focosa saetta d'oro. cominciai a dire: Valoroso Signore. minciai a rimirare ne' begli occhi dell'adorna giovane. la fortuna mi balestrò in un santo tempio del principe de' celestiali uccelli (^) nominato. che i lucenti occhi della bella donna. venimmo a parlare del valoroso giovane Florio.

o sommo Giove. e con amorevole atto verso di me rivolta. interamente si contenga: e detto questo. avvegnaché a tanta cosa insufficiente mi sento: ma seguendo quel detto. farò che quello che detto avete sarà fornito. ma moderatamente in eterna laude del me. e senza ninno indugio cominciai a pensare di voler metter ad esecuzione quello che promesso avea. o donatore di tutti i beni. pensando alla gran costanza dei loro animi. si tacque. sentendo la dolcezza delle parole procedenti dalla graziosa bocca. Ma perocché. la quale fosse meno che degna esaltatrice del tuo onore. che a quale ora nelle sante leggi de' tuoi successori spendo mio. e cosi risposi Valorosa donna^ la dolcezza del vostro prego. e pensando che mai. insufficiente mi sento senza la tua grazia. supplicandoti con : quella umiltà che più possa fare i miei preghi accettevoli. ad impetrar quella quanto più posso divoto ricorro. lo innamoramento. il suo prego in luogo di co- mandamento mi prendendo per quello migliore speranza nel futuro de' miei desii. volgarmente parlando. nel quale il nascimento. ti priego. per quella virtù. in fino alla lor fine. col piacere di lei di quel luogo mi partii. cioè infino a questo giorno. Io. senza comparazione le piacquero. che tu sostenghi la mia non forte mano alla il tempo presente opera. e gli accidenti delli detti' due. che fu negli occhi miei il primo giorno che tu mi vedesti. colla grazia di colui che di tutto è donatore. ma lasciata solamente ne' fabulosi parlari degli ignoranti. Benignamente mi ringraziò. secondo la mia possibilità. mi strigne sì. e io. di ninna cosa era stato dalla nobil donna pregato. costretto più da ragione che da volontà. Le quali udendo la gentilissima donna. servandosi ferma fede. . che alle cose impossibili ninno è tenuto. a me espresso comandamento. come di sopra ho detto.— 259 i suoi casi con amorose parole. il tuo nome la guida. acciocché ella non trascorra per troppa volontà senza alcun freno in cosa. che negare non posso di pigliare e questo e ogni maggiore affanno che a grado vi fosse. reputai. lieta cosi cominciò a parlare: Certo grande ingiuria riceve la memoria degli amorosi giovani. che tu t'affanni in comporre un piccolo libretto. non meno vaga di poter dire che io eia stata cagione di rivelazione della loro fama che pietosa de' loro casi. i quali in uno volere per l'amorosa forza sempre furono fermi. a non essere con debita ricordanza la loro fama esaltata da' versi di alcun poeta. onde io. e a me per amorosa forza t'obbligasti.

un giovane uscì di quello. gli piacesse co' suoi compagni passare con loro nel giardino. pregandolo che. pervenuti . veaiso quella parte ove le reverende ceneri dell' altissimo poeta M. parlarono. € usciti del giardino se ne vennero a Filocolo. i quali. e come che la fortuna ad ascoltare voi ci inducesse non so. dove molte belle donne trovarono. andasse via.allato a uno giardino. ma desiderosa pare di cacciare da noi ogni noia. udirono in esso graziosa festa di giovani e di donne. e così a' preganti fu da Filocolo risposto Amici. compagni : : . né similemente fuggita. Legarono i dolci preghi l'animo gentile di Filocolo. e con lento passo. Lasciarono adunque i compagni di costui le donne e la loro festa. onoriamo alquanti giovani. ne' sembianti gentili e di grande essere. con quella riverenza ch'essi avevano già negli animi compresa che si convenisse. insieme nel bello giardino se n'entrarono. ci ha parati davanti: e però a' vostri preghi soddisfaremo. e con loro insieme accolti alla loro festa. disse: Venite. che essi. il quale nel viso conobbero di tutti il maggiore. con più preghi sopra questo strignendolo. e nell'aspetto nobilissimi e uomini da riverire gli conobbe perchè egli senza indugio ritornato a' compagni. ma siccome naufraghi gittati ne' vostri porti. ancona che. Ristette adunque di parlare Ascalione. e mentrechè la fortuna così lui e i compagni fuori del giardino tenea ad ascoltare sospesi. in verità tal festa da noi cercata non era. forse vergognandosi di passare qua entro senza essere chiamati. e l'aere di vari stromenti e di quasi angeliche voci ripercossa risonava. I quali non furono così parlando guari dalla città dilungati. e non meno quello de' compagni. pensando che voi. e videgli. dimorano di fuoTd ascoltando i nostri canti. parte della cortesia che da noi procedere dovrebbe. forse. tutta entrando con dolce diletto a' cuori di coloro a' cui orecchi così riverberata venia: i quali canti a Filocolo piacque di stare alquanto a udire. in onore e accrescimento della loro festa.ro si riposano. guastiamo. e a lui.a. per fuggire gli accidiosi pensieri che l'ozio induce. in cui cortesia infinita conosco. che esso loro questa grazia non negasse.Filocolo col duca si ^260 - e con Parmenione e con gli altri mosse. E così parlando. di diverse cose parlando. dalle quali graziosamente ricevuti furono. dirizzarono il loro andare. acciocché la preterita malinconia. mitigandosi per la dolcezza del canto. andavamo per questi liti le nostre avversità recitando.

In tal maniera dimorando Filocolo con costoro. Alla cui domanda così rispose: Madonna. prese intima dimestichezza con un giovane chiamato Galeone. gli parea sì bella donna aver veduta. e vedeva i suoi occhi pieni di focosi raggi scintillare come mattutina stella. che quella donna in cui tutta leggiadria si riposa a questo ci mosse e tiene. ma qui con noi. Filocolo rimirava costei parlante nel viso. io e' miei compagni a' vostri piaceri tutti siamo la loro festa. piena maravigliosa bellezza e di virtù. né. venne dov' egli stava. in quello che cominciato abbiamo. voi per la vostra cortesia questa mattina a questi giovani avete fatto una grazia. Disse Filocolo: E chi è questa donna? Galeone rispose: Quella che vi pregò che voi qui rimanessi. manifestimisi per voi il suo nome. venendo. comandate. per la quale essi sempre vi son tenuti. a lui parve di partirsi e volendo prendere congedo da' giovani. in grandissima quantità la nostra festa moltiplicaste. di adunque all'altre donne e a me la seconda grazia non negare. cioè di venire a onorare ricevuto onore. piacciavi presti. a cui egli parlando così disse: Oh quanto voi agl'iddìi immortali siete tenuti più che alcun altri! li quali in una volontà pacifici vi conservino in far festa. tanto con voi dimorerò. di costumi omatissimo. Ringraziollo la donna. A cui Filocolo con soave voce rispose: Donna. e ritornando all'altre. e i miei compagni con meco. poi cho la sua Biancofiore non vide. Certo disse Galeone. rispose Galeone: ma qual cagione vi muove a parlar questo? Filocolo rispose: Cerilo niun'altra cosa se non il vedervi qui così assembrati tutti in uno volere. e così disse: Nobilissimo giovane. questo giorno. e fecondo di leggiadra eloquenza. io vi voglio pregare che partendovi non la manchiate. e don- — — — . a voi ninna cosa giustamente si può negare. quando poco innanzi partire vi volevate. Bellissima e di gnande valore mi pare nel suo aspetto. disposto sono a piuttosto il vostra piacere che '1 mio dovere adempiere. infìno alla sua ultima ora consumiate. non vi maravigliate di ciò. rispose Filocolo: e se ingiusta non è la mia domanda.— 261 - Poiché Filocolo per grande spazio ebbe la festa di costoro veduta. con esse insieme si ricominciò a rallegrare. e festeggiato con essi. Assai loro ci conosciamo obbligati. A cui la donna così disse: Conciossiacosaché voi. e ringraziarli del : una donna più che altra da riverire. però quanto a voi piacerà. e la sua faccia piacevolissima e bella.

domanda potrebbe così valorosa donna ninno è che apertamente parlando non deggia palesare la sua fama. a me sarebbe molto a grado di vostra condizione conoscere più avanti che quello che il vostro laspetto rappresenta.acciocché forse. che nel futuro vita migliore gli promettevano. E poiché essi ebbero per lungo spazio così ragionato. conoscerete. oggi dimorando con noi. al vostro dimando interamente soddisfarò. siccome noi medesimi. Ma tanto coperto parlare non gli seppe. Il suo nome è qui da noi chiamato Fiam- metta. E da quell'ora innanzi multiplicando l'onore. e de' suoi accidenti compassione avendo. che il prevaricamento della prima madre . per loro cortesia nel mio peregri- naggio mi fanno compagnia: e il mio nome è Filocolo. disse Galeone: Deh dolce amico. ingiusto saria di ciò non soddisfarvi. che soprabbondando avete i termini trapassati poiché della mia condizione desiderate sapere. conoscendovi più degnamente. non .— J^'ìuna vostra •di 26^2 — A cui Galeone rispose: essene ingiusta. : ma 11 gtìjino levata quale vo cercando una mia donna a me con sottile inda' miei parenti. se a voi non fosse noia. di nazione spagnuolo. la conducano: e certo quello e più che voi non dite. per cui quella piaga. cercando io l'isola di Sicilia. Io sì sono un povero pellegrino d'amore. ma queste . A cui Filocolo rispose: Niun mancamento dalla vostra parte potrebbe venire in onorarmi. che il giovane di sua condizione non comprendesse più avanti che Filocolo desiderato non avrebbe. il riconfortò alquanto con parole.altre donne chi sono? Disse Galeone: Queste donne sono alcune di Partenope. ma tanto n'avete fatto avanti. e perocché d'ella sia e di che parenti discesa. che sì singular donna m'erita. posto che la più parte delle genti il nome di colei la •chiamino. e però quanto lecito m'é di scoprire ve ne dirò. .aperse. che nel suo non sia. e questi gentili uomini i quali con meco vedete. sotto il cui scettro questi paesi in quiete si reggono. Ella è figliuola dell' altissimo principe. e voi siocom'io estimo. credo di 1-ei. Ciò che voi dite. vi possiamo onorare: perocché tal fiata il non conoscere fa negli onoranti il debito dell'onorar : — mancane. e a noi tutti è donna e brevemente ninna virtù è che in valoroso cuore debbia capetre. qui venute.a quel fine. disse Filocolo. e altre d'altronde in sua compagnia. gittato da tempestoso mare ne' vostri porti. si richiuse. non si può ne' suoi sembianti celare: gl'iddii .

sé a tanto ufficio essere insufficiente. e quivi di diverse cose. e la donna massimamente così comandò che fosse. e infìno alle più fresche ore continovarsi. e da esso. A' quali Ascalione rispose. e pieno di dolce soavità d' odori. né come uomo accettato a quella festa. prendevano. per diverse parti del giardino cercando dilettevoli ombre e diversi diletti. perocché più ne' servigi di Marte che in quelli di Venere aveva i suoi anni spesi. dietro ai passi di lei. e quivi con vari parlamenti la calda parte di questo giorno passiamo. e con lui i suoi compagni. con quattro comjìagne appresso. con frondi verdi e folte. e quasi con diritto occhio riguardava la rivestita quando il le donne e i giovani in quel luogo adunati. però in questo prato il quale qui davanti a noi vedi. sciato festeggiare. il caldo ci costrigne di cercare i freschi luoghi. a quella. e il tempo utilemente e con diletto sarà aoperato. chi minando l'acqua e chi cogliendo fiori. perocché più che alcuno era attempato in re eleggevano. la bella donna disse così: Acciocché i nostri ragionamenti possano con più ordine procedere. e Galeone e due altri giovani con loro.— 263 — come pellegrino. Andò adunque Filocolo. lodando il consiglio della donna. Ma perocché talvolta disavvedutamente l'uno le novelle dell'altro trarompeva. ma come maggiore e principale di quella. secondo il mio avviso. dalle quali il luogo era difeso da' raggi del gran pianeta: e nel mezzo di esso una picciola fontana chiara e bella era. dintorno alla quale tutti si posero a sedere. intese. andiamo. per diverse schiere. a tutti il fece onorare. noi non avremo le nostre questioni poste a fine. bellissimo molto d'erbe e di fiori. poiché da Galeone la sua condizione tale accidente. ordiniamo un di noi qui in luogo di nostro re. prese Filocolo per la mano dicendogli: Giovane. debita risposta prenda: e certo. e con unica voce tutti. al quale ciascuno una questione d'amore proponga. col carro della luce salito al meridiano la- cerchio. e fra loro dissero: Facciasi re. dintorno al quale belli e giovani arbuscelli erano assai. incominciarono a parlare. le quali noi per festeggiare aspettiamo. che il caldo sarà senza che noi il sentiamo passato. Ascalione. Ma la gentil donna. ma se a tutti piacesse di rimettere in lui la eie- . in sé molto caro avendo Era già Apollo terra. e vennono nel mostrato prato. Piacque a tutti. fuggendo il caldo aere che i dilicati corpi offendeva.

giuro. né alla vostra elezione posso opporre. egli si della qualità di tutti. così disse: Dappoi cbe io ne' miei più giovani anni cominciai . . a tutti risponderò secondo il mio poco sapere. che non mi torna nella memoria d'aver veduta o udita nomar donna di tanto valore. e coll'aiuto di colui a cui queste fronde furon già care. né alcun di voi è. col quale egli già l'ardito uomo vinto fece meritare d'uscire della zione di tal re. é d'ogni grazia piena e di bellezza. e colti alcuni rami d'un verd^e alloro. Nondimeno io divotamente il prego che egli nel mio petto entri. perocché di tutti voi che qui dimorate la più semplice e di meno virtù sono. e muova la mia voce con quel suono. di quelli una bella coronetta fece. di tale coprirsi la testa. e da cui noi questo giorno siamo onorati in maniera di mai non doverlo dimenticare e perocché ella. io la prenderò. acciocché io alla fatta promessa non sia contraria. Consentirono allora tutti che in Ascalione fosse liberamente la elezione rimessa^ poiché assumere in lui tal dignità non voleva. e quella recata in presenza di tutti coloro. che egli : : (1) Ho corretto questo e altri passi con l'aiuto dell'edizione del 1594. la quale non meno che d'oro è da tener cara da coloro che degni sono. cui meglio che a me investita non fosse simil corona (1) ma poiché a voi piace. e spero che dagl'iddìi e da essa l'ardire dovuto a tanto ufìcio prenderò. nella cui presenza Amore tutti di sé infiammati ci tiene. ornate la vostra testa di questa corona. Alquanto il candido viso della bella donna si dipinse di nuova rossezza. siccome senza fallo conosco. per quelli iddìi che io adoro. a cui l'occulte vie d'amore essendo tutte aperte. io in nostra reina l'eleggo: e certo meglio per la sua magnificenza la imperiai corona si converrebbe a costei di reale stirpe discesa. dicendo: Gentil donna.ad avere conoscimento.i264 credeva bene tanto conoscere avanti il costituirebbe tale che vere risposte a tali dimande renderebbe. quanto questa Fiammetta. che di sofflcientissimo re avea bisogno. Levossi allora Ascalione. il quale quasi sopra la fontana gittava la sua ombra. sarà lieve cosa nelle nostre questioni contentarci. dicendo: Certo non debitamente avete di reina provveduto all'amoroso popolo. e di costumi ornatissima e di leggiadra eloquenza dotata. E appresso questo. alla valorosa donna davanti umilemente s'inchinò. per le loro opere.

che aveva proposto la questione sesta. dividendogli l'acqua sola. ciascuno s'apparecchiasse di proporre alcuna questione. mirava Galeone intentamente quasi come d'altro non gli calesse. e tale. come gli altri hanno proposto. uscisse una chiara fiammetta d'ardente fuoco. sopra : : e appresso. cho per troppa sottigliezza. e tanto si dilatasse. tra le verdi fronde. la quale fosse bella e convenevole a quello di che ragionare intendevano. e comandò che. . passando in fra le il detto fonte. la quale andare cercando piuttosto affanno che diletto recherebbe alle vostre menti. E questo detto. solo colle sue stelle ne porge luce. lievi rispostevi donerò. né movea bocca alla quistione che a lui veniva. A cui la reina così disse solo disio. il quale la sua luce rifletteva nel bel viso dell'adorna reina. senza cercare la profondità delle praposte questioni. solamente. la quale di quel colore era vestita. che mirabile lustro a' dimoranti in quello luogo porgeva fra le fresche ombre. perchè taciuto avesse la redna già per alquanto spazio. verdi fronde. forse più tosto o meglio avvedutosene che alcuno degli altri. ch^ '1 cielo ne dimostra quando amendue i figliuoli di Latona a noi nascosti. che piuttosto della loro gioia fosse accrescitrice. che seguendo gli ordini degli altri non parli. sotto pena d'essere dell'amorosa festa privato. o per altro. colle dilicate mani prese l'offerta ghirlanda. e talvolta il riflesso raggio si distendea infino al luogo dove la laurea corona d'una parte colla candida testa. tra quelli mescolata con non maestrevole avvolgimento e quando quivi perveniva. quanto i biondi capelli si dimostravano a' circostanti. e oltre allo splendore del bel viso. pervia di festa. dall'altra con gli aurei capelli terminava. avendo contentata la savia donna (1). nel primo sguardo si saria detto che. il quale per opposito a fronte alla reina sedeva in cerchio. forse. A que- (1) Una bella donna. Io. come noi crediamo. della cosa che tu miri. proponi. e la sua testa ne coronò. mirando la nostra testa. guasta- trice di quella. come se da te mai veduta non fosse avanti? Dilloci. quello tanto lucente faceva. Questa mirabile cosa. Feriva del sole un chiaro raggio.— guaina 265 — de' suoi membri. dinne quale è la cagione che così sospeso ti tiene.

— 266 •sta voce. e intorniandosi. ch'egli fosse tanto allegro in sé medesimo. e' parevami. ch'egli si tirò dietro l'a- ciò che facesse. e quivi per lungo spazio fece mirabile festa . sentendo forse i miei occhi insufficienti a tanta gioia mirare. e così disse: Alta reina. lo vidi salire sopra la vostra corona. sopra la quale. lasciando nei begli occhi le «uè vestigie. con queste. che dell'acqua uscisse uno spiritello tanto gentile e grazioso a vedere. Intorniando gli aurei suoi crini. e i vostri capelli con diversi atti movendo. come egli vi fu. ovvero con dolci voci queste parole : nima mia a riguardare -dicendo : Io son del terzo ciel cosa gentile.av Poi sagliendo più su questa luce. Galeone. in sé alquanto riscotendosi. molte altre ne diceva. forse qual fu già quella che fu da Tanaquilla veduta a Tulio piccolo garzone. E s' io fossi mortai me ne morrei. e poi più lieto ogni fiata uscendo fuori. vo di fronda in fronda. io così fiso il ziosi pensieri in sé stessi quando allora che teneano la mia mente involta. quanto alcuna cosa mai esser potesse. E me di me accendendo: E 'n questa mia fiammetta con effetto Mostro la forza de' dardi divini. s'andava. Vera reina degli regni miei.arezz. come uccelletto che amoroso. levata l'anima da' dolci pensieri. Che E. fronte. che mi parve chiaro raggio giunse nella bella acqua. dormendo ed intorno a questa saltando di fronda in fronda. il cui valore saria impossibile a narrare. visita molte foglie. talvolta in essi nascondendosi. e che gisse cantando. insieme co' raggi parve che nuova fiamma vi s'accendesse. come talvolta colui che per paura rompe il dolce sonno suol fare. a mio diletto. ov' io discendo Ciaschedun'ora eh' è piacer di lei. Sì vago de' begli occhi di costei. grala ritornò. e salì per lo chiaro lume negli occhi vostri. v'ho detto.adomiamdoli di nuova chi. riflet- mirava la vostra tendo nel vostro viso. quando mi chiamaste: ma non andando com'io prima la voce . Andando ognun ferendo Che lei negli occhi mira. cantando.

il mondo. E acciocché meglio e con più aperto intendimento le nostre parole si prendano. : : . e cosi diciamo. e questo é quello al quale noi siamo subietti. Il secondo è chiamato amore per diletto. secondoché la cosa amata é e simigliantemente l'amante la prima delle quali tre si chiama amore onesto. videro quello che a udire pareva loro impossibile. E certo a te dovria bene essere manifesto ciò che tu dimandando proponi. in costui speriamo che sia il nostro con: . ch'egli subito si tornò né vostri occhi. con nuovo pensiero. e colui a «ui subietta siamo. E questo a dimandar mi muovono diverse cose vedute e udite. a quella quanto più brevemente potremo tornando. Senza questo é perduto ciò che noi abbiamo in potenza di ben fare. i reami. rispondendo a te. e alcuna per la potenza dell'altra. il diritto e il leale amore. per le quali tre tutte le cose sono amate. costui preghiamo. le Provincie e le città permangono in istato. lo incominciato ordine. Di questo si maravigliò assai Filocolo e gii altri. Per questo i cieli. m'avete alquanto separato. alquanto fuori della materia ci distenderemo. Serverassi. vestita d'umiltà. Udito avete da ch-e gioia. non mutandovi per quelle del vostro proponimento.moveste. piuttosto che volontaria. e loro a lui congiugne. ascoltando le vere parole di lei dette. con forte animo l'ascoltate. questo luogo lustrando. Questo è il buono. né però la sua indegnazione caggia sopra di noi. Per questo meritiamo noi di divenire eterni posseditori de' celestiali regni. e tenute lalle varie opinioni degli uomini. e poi dopo alcun sospiro così rispose Parlar ci conviene contro a quello che noi con desiderio seguiamo. si deve innamorare o no. il quale da tutti abitualmente deve esser preso questo il sonnno e il primo creatore tiene alle sue creature congiunto. a bene essere di sé medesimo. le quali costrette dalla forza del giudizio diciamo contro alla sua deità. Ed ella. E voi che. Lungamente riguardò la reina Galeone nel viso. e però Galeone così parlando seguì: Graziosa reina. stette con fermo viso senza alcuna risposta. Questo é il nostro Iddio: costui adoriamo. ci perdoni. e rivolti gli occhi verso la loro reina. desidero di sapere se ciascuno uomo. Amore é di tre maniere. similemente come noi subietti gli siete. i quali come mattutine stelle scintillano di nuova luce. le parole. alcuna per la virtù dell'una.

Di costui è posta la quistione. tengo che da seguire sia da chi glorioso fine desidera. e più tosto. Medea. siccome manifestamente n'appare in Marte. Io perocché voi tre maniere d'amare nelle vostre parole essere mostrate. né le menti d'alcuno perturbare. facendolo umile in ciascuno atto. carissima guardatrice delle sue arti. con forte animo a ciò confermargli. ma perocché alla si dovria chiamare odio che amore quistione proposta né del primo né dell'ultimo è bisogno. con desideroso appetito chiamargli: ma veggio che la vostra intenzione alla mia é tutta contraria. ed egli similmente dimora: quando si parte. che in ogni atto aumentano litentamento. di fiero e aspro duca di battaglie. come voi dite.— 268 — interamente possa i nostri disii forbene è a sommetterglisi. destatore di vizi. siccome aumentatrice di virtù. se sarà savio. con le mie parole dar materia di mancamento alla nostra festa. perocché egli é d'onore privatore. diffinendola voi. e indegno occupatore dell'altrui libertà. Il terzo è amore per utilità. non fuggirà cotale signoria? Viva chi può libero. Egli fa i cupidi e gli avari liberali e cortesi. ragionevolmente parlando. se : bertate. Chi adunque per ben di sé. Mentre ella dimora. anzi immaginava che. la . la prima e l'ultima.. quale rispondendo alla mia dimanda dite che è tanto da fuggire. amando Venere. copioso donatore di vane sollecitudini. consento che ma la seconda. e eh' egli nire. a che debitamente risponderemo. di questo è il mondo più che d'altro ripieno. e quelli che non gli tossono. seconda l'intenzion mia e di molti altri. né alla potenza del nostro signore Amore. non pensava. del secondo diremo. più ch'altra cosa da tener cara. il quale troviamo che. cioè amore per diletto. com'io credo appresso mostrare. e lascinsi i viziosi signori a' viziasi vassalli seguire. e adducitore d'affanni. ed egli è guastatore di molti beni. che virtuosa vita desideri di seguire' si dovria sommettere. Questo» insieme colla fortuna è congiunto. poich'egli ha l'anima alla piaciuta cosa disposto. poiché le costui fìamsia. di parlare. Delle quali tre. Questo amore di cui noi ragioniamo. che egli d'ogni superbia spoglia il cuore e d'ogni ferocità. seguendo quelle cose. peroccliè il proviamo. al qual veramente ninno. tornò umile e piacevole amante. disse allora Galeone. siccome a tutti può essere manifesto. dovesse quelli che gli sonosoggetti. adopera questo ne' cuori umani.

269
in€ sentì, liberamente sé e

il

suo onore

e le

sue arti conce-

dette a Giasone. Chi fa più solleciti gli uomini all'alte cose,

di lui? Quanto egli gli faccia riguardisi a Paris e a Menelao. Chi spegne più gl'iracondi fuochi, che fa costui? Quante volte fu Tira d'Achille quetata da' dolci preghi di Polissena ce '1 mostri. Questi più che altri fa gli uomini audaci e forti, né so quale maggiore esemplo ci si potesse dare che quello di Perseo, il quale per Andromeda fece mirabile prova di virtuosa fortezza. Questi adorna di bei costumi e d'ornato parlare, di magnificenza, di graziosa piacevolezza tutti coloro che di lui si vestono. Questi di leggiadria e di gentilezza a tutti i suoi subietti fa dono. Oh quanti sono i beni che da costui procedono! Chi mosse Vergilio? Chi Ovidio? Chi gli altri poeti a lasciare di loro eterna fama ne' santi versi, li quali mai a nostri orecchi pervenuti non sarieno se costui non fosse? Che diremo noi della costui virtù? Se non ch'egli ebbe forza di mettere tanta dolcezza nella cetera d'Orfeo, che poich'egli a quel suono ebbe chiamate tutte le circostanti selve, e fatti riposare i correnti fiumi, e venire in sua presenza i neri leoni insieme co' timidi cerbi con mansueta pace, e tutti gli altri animali, rsimilemente fece quetare le infernali furie, e diede riposo

e dolcezz-a

.alle

tribolate

anime; e dopo tutto questo, fu

di

tanta virtù il suono, ch'egli meritò di riavere la perduta mogliera. Dunque costui non é cacciatore d'onore, come voi dite, né donatore di sconvenevoli affanni, né suscitatore di vizi, né largitore di vane sollecitudini, né indegno occupatore dell'altrui libertà però con ogni ingegno e con ogni sollecitudine dovria ciascuno, che di lui non é conto e servidore, procacciare e affannare d'avere la grazia di tanto signore, e d'essergli subietto, poiché per lui si diviene virtuoso. Quello che piacque agl'iddìi e a' più robusti uomini, similemente a noi dee piacere seguasi, amisi, servisi, e viva sempre nelle nostre menti un cotal signore. Molto t' inganna il parer tuo, disse la reina e di ciò non é maraviglia, perocché tu se', secondo il nostro conoscimento, più ch'altro innamorato, e senza dubbio il giudizio degli innamorati é falso, perocché il lume degli occhi della mente hanno perduto, e da loro la ragione come nemica hanno cacciata. Adunque a noi converrà alquanto oltre al nostro volere d'amor parlare di che ci duole, sentendoci a
:
:

:

:

— 270 —
lui subiietta,

ma per trarli d'errore, il lecito tacere in vere parole rivolgeremo. Noi vogliamo che tu sappi, che questo amore niun'altra cosa è che una irrazionale volontà, nata da una passione venuta nel cuore per libidinoso piacere che
agli occhi è apparito, nutricato per ozio

da memoria

e

da

pensieri nelle

folli

menti

:

e

molte

fiate in

tanta quantità

multiplica, che egli leva l'intenzione di colui in cui dimora perocché dalle necessarie cose, e disponla alle non utili. tu esemplificando t'ingegni di mostrare da costui ogni bene

Ma

ogni virtù procedere, a riprovare i tuoi esempli procederemo. Non è atto d'umiltà l'altrui cose ingiustamente a sé arrecare, ma è arroganza e sconvenevole prosunzione: e certo queste cose usò Marte, come tu sai, per amore divenuto umile, a levare a Vulcano Venere sua legittima sposa. E senza dubbio queir umilità, che nel viso appare agli amanti, non procede da benigno cuore, ma da inganno quando in tanta copia, quanta poni che in Medea fu, abbonda ne' cuori, quelli del mental vedere priva, e delle cose per addietro debitamente avute care stoltamente diventa prodigo, e quelle non con misura donando, ma disutilmente gittando, crede piacere, e dispiace a' savi. Medea non savia, della sua prodigalità assai in breve tempo senza suo utile si penteo, e conobbe che, se moderatamente i suol cari doni avesse usati, non saria a sì vile fine venuta. E quella sollecitudinei, la quale in danno de' sollecitanti s'acquista s'adopera, non ci pare per alcuno da dovere essere cercata; molto vale meglio ozioso stare, che male aoperare^ ancorché né l'uno né l'altro sia da lodare. Paris fu sollecito alla sua distruzione, se '1 fine di tale sollecitudine si riguarda. Menelao non per amore, ma per acquistare il perduto onore, con ragione divenne sollecito, come ciascuna persona discreta dee fare. Né ancora questo amore é cagione< di mitigata ira, ma benignità d'animo, passato l'empito che induce queUa, la fa tornare nulla, e rimette l'offesa contro a chi s'adira; benché gli amanti, e ancora i discreti uomini sogliano usare di rimettere l'offese a preghiera di cosa amata o d'alcuno amico, per mostrarsi di ciò che niente lor costa cortesi, e per obbligarsi i pregatori e per questa maniera Achille più volte già mostrò di cacciare da sé la concreata ira. Similemente par che costui
e
:

faccia gli uomini arditi e valorosi;

ma

di ciò

il

contrario»


si

'Ili

può mostrare. Chi fu più valoroso uomo d'Ercole, il quale innamorato riiise le sue forze in oblio, e ritornò vile, filando Faccia con le femmine di Iole? Veramente alle cose ove dubbio non corre gente arditissima sono gli innamorati; e se dove dubbio corra si mostrano àrditi, e mettonvisi, non. amore, ma poco senno a ciò gli tira, per aver poi vana gloria nel cospetto delle loro donne; avvegnaché questa
rare volte avvenga, perchè dubitano tanto di perdere il amata, che si contentano avanti d'essere tenuti vili. E ancora non dubitiamo che questi mettesse ogni dolcezza nella oetera d'Orfeo. Questo consentiamo che sia come tu porgi, che veramente, al generale, amore empie le lingue de' suoi subietti di tanta dolcezza e di tante lusinghe, che esse molte fiate farieno colle loro lusinghe vojger le pietre, non che i cuori mobili e incostanti; ma di vile uomo è atto il lusingare. Come adunque diremo che tal signore si deggia seguire per nene proprio del seguitatore? Certo questi, da coloro in cui dimora, fa dispregiare i savi e utili consigli: e male per li Troiani non fudiletto della cosa

rono da Paris uditi quelli di Cassandra. Non fa costui similmente a' suoi sudditi dimenticare e dispregiare la loro fama buona, la quale dee da tutti, come eterna rede della nostra memoria, rimanere in terra dopo le nostre morti? Quanto la contaminasse Egisto basti per esemplo, avvegnaché Scilla non meglio operasse che Pasife. Non è costui cagione di rompere i santi patti alla pura fede promessa? Certo sì. Che avea fatto Arianna a Teseo, per la quale, rompendo i matrimoniali patti, e dando sé a' venti colla donata fede, misera la dovesse ne' deserti scogli abbandonare? Un poco di piacere, veduto negli occhi di Fedra dallo scellerata, fu cagione di tanto male, e di cotal merito del ricevuto onore. In costui ancora ninna legge si
trova e che ciò sia vero, mirisi all'opere di Tereo, il quale ricevuta Filomena dal pietosa padre, a lui carnai cognata, non dubitò di contaminare le sagratissime leggi tra lui e Progne, di Filomena sorella, matrimonialmente contratte. Questi ancora chiamandosi, e facendosi chiamare Iddio, le ragioni degl' iddii occupa. Chi porrla mai con parole le iniquità di costui contare appieno? Egli brevemente ad ogni male mena chi lo segue; e se forse alcune virt^iose opere fanno i suoi seguaci, che avvien rado, con vizioso principia
:


le

272

incominciano, desiderando per quelle piuttosto venire .al desiderato fine del laido loro volere, le quali non virtù ma vizi piuttosto si possono dire; conciosiachè non sia da riguardare ciò che l'uomo fa, ma con che .animo,e quello o vizio o virtù riputare, secondo la volontà deir operante:

perocché giammai cattiva radice non fece buono albore, né cattivo albore buon frutto. Adunque questo amore è reo, e se egli è reo è da fuggire; e chi le malvage cose fugge, per conseguente segue le buone, e così é buono e virtuoso. Il principio di costui niuna altra cosa é che paura, il suo mezzo é peccato, e il suo fine è dolore e noia: dessi adunque fuggire, riprovarlo, e temere d'averlo in sé, perocché egli è impetuosa cosa, né in alcuno suo atto sa aver modo, ed è senzia ragione. Egli é .senz-a dubbio guastatore degli animi, e vergogna, e angoscia, e passione, e dolore e pianto di quelli, e mai senza amaritudine non consente che sia il cuore di chi lo tiene. Dunque chi loderà che questi sia da seguire se non gli stolti? Certo, se lecito ne fosse, volentieri senza lui viveremmo, ma tardi di tal danno ci accorgiamo, e convienci, poiché nelle sue reti siamo incappati, seguir la sua vita, infino a tanto che quella luce, la quale trasse Enea de' tenebrosi passi, fuggendo i pericolosi incendi, apparisca a noi, e tirici a' suoi piaceri.

avvenne

In questa maniera molti giorni dimorando, un di quelli che, essendo Filocolo co' suoi compagni entrato in un dilettevole boschetto, seguito da Biancofiore e da molti altri giovani con lento passo, davanti a loro picciolissimo spazio, senza esser cacciato, si levò un cerbio, il quale, come Filocolo il vide, preso delle mani de' suoi compagni un dardo, correndo cominciò a seguitare. E già parendogli essere al cerbio vicino, s'aperse, e vibrato il dardo, con forte braccio quello lanciò, credendo al cerbio dare: ma tra '1 cerbio e Filocolo era quasi per diametro posto un altissimo pino, nella stremità del cui duro pedale il dardo percosse, e colla sua forz.a un pezzo della dura corteccia scrostò dall'antico pedale, egli ed ella assai vicino a quello cadendo. Del quale sangue una dolorosa voce venne appresso, non altrimenti che quando il pio Enea del non conosciuto Polidoro

— 273 —
io

sopra l'arenoso lito levò un ramo, e disse: O miserabili fati, non meritai la pena eh' io porto, e voi, non contenti ancora, mi stimolate con punture mortali: oh felici coloro a cui è lecito il morire quando quello addomandano! E qui si tacque. Questa voce il v-eloce corso di Filocolo e de' suoi compagni, quasi tutti pieni di paura e di maraviglia, ritenne, e quasi storditi stavano riguardando, non sapendo che fare; ma, dopo alquanto. Filocolo con pietosa voce così incominciò a dire: O santissimo albore, da noi non conosciuto, se in te alcuna deità si nasconde, come crediamo, perdona alle non volonterose mani de' tuoi danni; caso, non dillberata volontà ci fece offendere. Pieghi la tua pietà il nostro difetto, i quali presti ad ogni sodisf azione, temendo la tua ira, .siamo disposti. Soffiò per la vermiglia piaga alquanto il tronco, e poi il suo soffiare convertendo in parole così rispose: Giovani, nulla deità in me si rinchiude, la quale se si rinchiudesse, i vostri pietosi preghi avriano forza di piegarla e perdonarvi: dunque maggdormente me, il quale senza forza di vendicarmi dimoro, desideroso della grazia non tanto degli uomini quanto ancora delle fiere, conciossiacosaché ciascuna nuocer mi possa, e noccia talvolta, né io posso ad alcuno nuocere, però bastimi per sodisfazione il A^ostro pentere, né vi sia dagl' iddìi imputato in colpa. Seguì a questa voce Filocolo: Dunque, o giovane, se gì' iddìi, gli uomini e le fiere ti siano graziosi, e i tuoi rami con pietosa sollecitudine conservino interi, non ti sìa noia dirci chi tu sia, e perchè qui rilegato dimori. Così rispose il pedale: L'amaritudine, che la dolente anima sente, non può torre che a' vostri preghi non
dolcezza di quelli desideroso di piacervi, risponda, e però così brevemente vi dirò. La genetrìce di me misero mi die per ^padre un pastore chiamato Eucomos, i cui vestigi quasi tutta la mia puerile età seguitai; ma poiché la nobiltà dello ingegno, del qua! natura mi dotò, venne crescendo, torsi i piedi del basso colle, e sforzandomi per più aspre vie di salire alTalte cose, avvenne che, per quelle incautamente andando, nelle reti tese da Cupido incappai, delle quali mai sviluppare non mi potei dì che con ragione dolendomi, per miserazione degl' iddìi, in quella forma che voi vedete, per fuggir peggio, mi trasmutarono. E qui sì tacque.
sia

soddisfatto:

j>erché

tanto

è

dalla

legata,

che posponendo vuole che io vi

l'angoscia,

:

18

— 274 —
Poiché Filocolo' sentì la dolente voce aver posto silenzio, compagnia essiere sopravvenuta, egli ricominciò così: Se quella terra che noi calchiamo lungamente alle tue radici presti grazioso umore, per lo quale esse, diligentemente nutrite, le tue fronde nutrichino, e a' tuoi rami aggiungano grandissima quantità de' tuoi pomi; e se il tuo pedale sia lungamente dalla tagliente scure difeso, non ti sia duro ancora parlarne, e farci noto donde fosti, e il tuo nome, e come qui venisti, e per che modo nelle reti d'Amore incappasti, e qual fu la cagione, e perchè di lui dolendoti, poi in questo albero più che in alcun altro ti trasformasti, e per cui, acciocché, sie il tuo corpo e la cara anima nascosi nella dura scorza non possono la tua fama far palese, noi, sapendo la verità da te, di te possiamo quella debitamente raccontare agl'ignoranti, i quali, forse, udendo lenotre parole, mossi con noi a debita pietà, per te pietosi preghi porghino agi' iddìi e così la tua pena si mitighi, e la tua fama s'allunghi e si dilati. Come, quando Zeffiro soavee già Biancofiore con sua
:

mente spira, si sogliono le tenere sommità degli albori muovere per li campi, l'una fronda nell'altra ferendo, e di tutte dolce tintinno rendendo, in tal maniera tutto l'albero tremando si mosse a queste parole, e poi con voce alquanto più che la precedente pietosa ricominciò: Io non ispero che mai pietà possa per sua forza mollificar ciò, che crudeltà ingiustamente ha indurato ma perciocché quello che io per troppa fede sostegno non sia creduto che per mio peccato m'avvegna, e per la dolcezza de' vostri preghi, che maggior guiderdone meritano che quel che domandano, parlerò ciò che domandato avete. Ma perciocché, senza molte parole dir non vel posso, vi prego, se gl'iddìi da simile avvenimento vi guardino, duro non vi sia alquanto il mio lungo dire ascol:

tare.

Nella fruttifera Italia, siede una piccola parte di quella non immerito, chiamarono Tuscia, nel mezzo della quale, quasi fra bellissimi piani, si leva un piccolo colle, il quale l'acque vendicatrici della giusta ira di Giove, quando i peccati di Licaone meritarono di fare allagare il mondo, vi lasciò, secondo l'opinione di molti, la quale reputo vera, perocché ad evidenza di tal verità sì mostra il piccolo poggio pieno di marine chiocciole; né ancora si possono sì poco né molto le interiora di quello ricerla quale gli antichi, e

575

care, che di quelle biancheggianti tutte non si trovino. Similemente i fiumi a quello circustantl, più veloci di corso che copiosi d'acque, le loro arene di queste medesime chiocciole dipingono. Sopra questo pasceva Eucomos la semplice mandra delle sue pecore, quando chiamato assai vicino fu a quelTonde, le quali i cavalli di Febo, passato il meridiano cerchio, con fretta desiderano per alleviare la loro ardente sete e per riposo; ov'egli andò, e quivi la mansueta greggia di Franconarcos re del bianco paese gli fu accomandata, la quale egli con somma sollecitudine guardò. Aveva il detto re di figliuole copioso novero, di bellezze ornate e di costumi splendide, le quali insieme, un giorno, con grandissima caterva di compagne mandate dal loro padre, andarono a porgere odoriferi incensi a un santo tempio dedicato a Mi-

nerva, posto in

un antico

bosco, avvegnaché bello d'arbori

d'erbe e di fiori fosse.

Esse,

poiché

il

comandamento

del

padre ebbero ad esecuzione messo, essendo loro del giorno avanzato gran parte, a fare insieme festa per lo dilettevole bosco si dierono. A questo bosco era vicino Eucomos, sopra tutti i pastori ingegnosissimo, con l'accomandata greggia, il quiale nuovamente colle proprie nobani avendo una sam~ pogna fatta, che più eh' altra dilettevol suono rendeva agli uditori, ignorante della venuta delle figliuole del suo si^
gnore, essendo allora il sole più caldo che in alcun'altra ora del giorno, aveva le sue pecore sotto l'ombra d'uno> altissimo faggio raccolte, e diritto appoggiato ad un mirtea bastone, questa sua nuova sampogna con gran piacere di sé sonava, e nondimeno, aJla dolcezza di quella, le pecore* facevano mirabili giuochi. Questo suono udito dalle vaghe giovani, senza ninna dimoranza, corsero quivi, e poiché per alquanto spazio ebbero ricevuto diletto, e del suono e della veduta delle semplici pecore, una di loro chiamata Giannai, fra l'altre speziosissima, chiamò Eucomos, pregandolo che a loro col suo suono facesse festa, di ciò merito promettendogli. Egli il fece. Piacque a loro, e tornarono più volte a
assottiglia il suo ingegno a più nobili suoni, piacere a Giannai, la quale, più vaga del suonoche alcuna dell'altre, l'incalcia a sonare. Corre agli occhi d' Eucomos la bellezza di lei con grazioso piacere. A questa
udirlo.
e sforzasi di
si

Eucomos

aggiungono

dolci pensieri. Egli in sé

medesimo loda molta
gì' iddii

la bellezza di lei, e

stima beata colui cui

facessera

degno
delle
tesse, d'essere egli.

276

di possederla, e desiderrebbe, se possibile esser poCon questi pensieri, Cupido, sollecitatore

vagabonde menti, disceso da Parnaso là sopravvenne, le rustiche midolle tacitamente mescolò i suoi veleni, aggiungendo al desiderio subita speranza. Eucomos si sforza di piacere, e per lo nuovo amore la sua arte gli spiace, ma pur discerne non convenevole essere a lasciarla senza
e per
I suoi suoni pieni di più dolcezza ciascun giorno diventano, .siccome aumentati di .sottigliezza da miglior maestro. L'ardenti fiiamme d'.amore lo stimolano, perchè egli, nuova malizia pensata, propone di metterla in effetto come Giannai venisse più ad ascoltarlo. Non passò il terzo giorno, che la fortuna acconciatrice de' mondani accidenti, conscia del futuro, sostenne che Giannai sola delle sorelle, con piccola compagnia, né da lei temuta, semplicemente venne al luogo ove Eucomos era usata d'udire, e supplica

saper come.

con preghi di maggior grazia degni che egli suoni, ed è obbedita. Ma il pastor malizioso', con la bocca suona, con gli occhi desidera, e col cuore cerca di mettere il suo disio ad effetto perchè, poich' egli vide Giannai intentissima al suv. suono, allora, con lento passo, mosse la sua greggia, ed egli dietro ad essa, e con lenti passi pervenne in una ombrosa valle, ove Giannai il seguì e quasi prima dairombra della
:
:

valle si vide coperta, che essa conoscesse avere

i suoi passi mossi, tanto la dolcezza del suono l'avea presa. Quivi ve-

dendola Eucomos, gli parve tempo di scoprirle il lungo disio, e mutato il sonare in parole vere e dolci, il suo amore le scoperse, a quelle aggiungendo lusinghe e impromesse, e cominciolle a mostrare che questo molto saria nel cospetto degl'iddii grazioso, se ella il mettesse ad effetto, perciocché egli saria a lei come suo padre alla sua madre era stato: e nondimeno le promise che mai il suo suono ad altrui orecchie che alle sue pervenir non farla, se non quanto ad essa piacesse, molte altre cose aggiungendo alle sue promesse. Giannai prima si maravigliò, e poi temette, dubitando forte costui non forza usasse dove le dolci parole a' preghi non gli fossero valute; e udendo le ingannatrici lusinghe, semplice, le credette, e solo per suo pegno prese la fede dal villano, che, come alla sua madre il suo padre era stato, così a lei sarebbe, e a' suoi piaceri nella profonda valle consentì, dove due figliuoli di lei generò, de' quali io

,

ripromise e servò. tanta fu la paura. come già dissi. abbandonati i paternali campi. de' quali dubitando io volsi i passi miei. tornò ne' suoi campi. prima del Monton Frisseo disse. il centro del cerchio portante il suo corpo. chiamomi Idalagos. Io semplice e lascivo. ella due volte circuisse il deferente. e. quali azemeni. e qual fosse la cagione del perdere e dell'acquistar chiarezza. con dolce nota. e del pigro Saturno una essere la regola a cercare i luoghi loro. pastor soiennissimO'. ch'ell'è. Ma non lungo tempo quivi. a cui quasi la maggior parte delle cose era manifesta. quant'è una e da che natura potenziata la virtù dell'uno pianeta all'altro porgesse. appresso. a volere i luoghi di quelle sapere. noi si tirò. il suo centro movente intorno al piccolo cerchio. ricevette. e similmente i suoi vizi. mostrando del rosseggiante Marte. appresso. e quivi. Seguendo di Mercurio e di Venere con debito ordine i movimenti. e tal veloce. e delle sue stelle. prima il suo conoscere. Ma acciocché io più vero dica. che. quali plutei. volendo un giorno nella paternal casa entrare. e quali aumentati dalla Fortuna fossero. non tacendo de* : suoi eclissi e di quelli della luna le cagioni. e da quell'ora innanzi sempre d'entrare in quella dubitai. un giorno. in questi boschi venni l'apparato ufìcio a operare: e qui dimorando con Calmeta. mostrando come da lui ogni altra stella piglia luce. che. Garamita chiamata. due orsi ferocissimi e terribili mi vidi avanti con gli occhi ardenti. con una sampogna sonando. e quali. 1 femminini. e con che ragione. e quale in . dimorò. pervenni a più alto disio. e quali gradi in quelle i masculini. passò cantando al nido di Leda. in quelle. dopo piccolo spazio di tempo. da vero principio cominciando. non guari lontano al suo natal sito. a loro fossero più degne dimoranze e più care. ad un'altra. e perchè talvolta nel suo epiciclo tarda. e similemente di qual pianeta fosse casa. desiderosi della mia morte. abbandonata la semplice giovano e l'armento. le pedate dello ingan- nator padre seguendo. E mostrate con sottil canto interamente le loro regioni. e ricevuti noi. e talvolta eguale si dimostrasse. e così esser necessario. cominciò a dire i nuovi mutamenti e gl'inopinabili corsi deirinargentata luna. dimostrò. riposandoci noi col nostra peculio. la dorata casa del sole disegnò tutta.fui l'uno. del temperato Giove. di cui nuova prole. la promessa fede a Giannai. e quali quali lucidi e quali tenebrosi. e in quello. Egli. e.

mostrando nella sua fine la combustione avvenuta per lo malvagio reggimento del carro della luce. il quale le interiora del toro fatato ucciso da Briareo portò al cielo. dimostrare nel suo canto. più che Cinosura. •e le tre facce. senza mutar nota. E seguitò dove Boote. E con non meno maestrevole e dopo questo cantare. reccontò il luogo dove é colei che la palma delibuta porta. fu combusta. dicendo la variazione delle loro elevazioni pe' diversi orizzonti. e poi in dodici parti. con quel medesimo ordine. pose lo iemale solstizio. verso. come di Libra l'ultima. e Alcide vincitore dell'alte prove fossero locati. e assegnare la cagione perchè le loro stelle in mare non possono. Con questo. e che legge sia da loro osservata nel ritondo anno. e la paurosa Lepre co' due Cani dimorasse. dicendo nella fine di quelli il Coluro d'Ariete cominciarsi insieme con lo equinozio del detto segno: mostrando appresso. così quello che sotto i sette climati s' abita. i sessi e le potenze determinate esso s' esaltasse la triplicità. usato da Fetonte. facendo cenni alle maggiori notti. come degli altri avea cantato. Poi cantando della nutrice di Giove. . insieme con questo. e. bagnare. e de' Pesci di Venere. come Elice. Cantando poi del Nibbio. del retrogrado Cancro cantò. e come :Jla loro signoria. sia tutto mondo diviso. e con la Cratera d'oro. di Clitennestra. essere in cielo dal mandatore locati. e la corona di Adriana. Questo ancora mostrando del sacrificato Tauro «da Alcide per la morte di Cacco. egli con l'apportato Serpente. Vnegli umani membri. gli udi' mutando i tempi. spaventato dall'animale uscito dalla terra a ferire Orione. E. e dove il Portatore del serpente. nelLa fine de' quali l'estivale solstizio comincia. equinozio facente da sé incominciare: e di lei cantò. e de' due fratelli. e del suo pincerna. e del feroce Leone e della Vergine onesta. nel luogo ove dimorano situati. il prima in sette. e. di lui seguendo come di quella avea d-etto. nella fine della quale il Coluro di Libra. cantò del Corvo per la recente acqua mandato da Febo. meritò per la bella bugia. le complessioni. come l'altre. e da Chirone a Schiro seguitando. né sieno lasciate da oceano. gridò. per lo soperchio tempo messo ad aspettare i non maturi fichi. nella fine di cui. così de' pianeti come de' segni. come l'altro. la cui prima faccia.— 278 — e' termini di ciascuno di quello. e ornati di più stelle. ove egU fu da Giove loè. il quale. presso al polo artico dimora.

ma seguendo con istudio il dimostrante. in detrimento di me aumentasse i giorni miei. dimor-assero. fuggì il mortai pericolo. per la qual cosa di di\enire sperto meritai. che più del suo va: lore che d'altro si dilettava. e poi ad essere arciere mi diedi e prima colla paura del mio arco. E disposto a fuggir quelli. tolse una nera merla. e dell'Idra crescente per li suoi danni. e qual parte di esso. le cui sottili vie ad immaginare. le quali più volte lente andando. vago delle sue piume. di ciò agli occhi porgendo grazioso diletto. e poi fra' giovani arbuscelli la seguì' con le mie saette più tempo. e la Nave che prima solcò il non usato mare. la quale movendo col becco rosso modi piacevoli di cantare. e d'Auriga i luoghi. mi . questo bosco mi prestò agevoli introducimenti per la sua solitudine. ferito per quelli. le quali già per lunga usanza tutte conoscea. e più volte fu ch'io credetti quella ricogliere negli apparecchiati seni.— 279 — €ato e adornato di nove stelle. temendo non forse. e tanto dilettarono la rozza mente. passando dietro a questi dentro alle regioni degl'iddìi con più sottile canto del suo suono. di dietro a' quali del Pesce e dell'Altare i luoghi dimostrò con quelli di Cefeo. ed io con lento passo le seguitai. che disse ancora del Centauro e del celestial Lupo. e dove il Cavallo intero. e la gloria di Perseo e '1 suo luogo. E già abbandonata la pastoral via. dalle mani uscito ad una donna della piacevole Dal luogo medesimo levatasi. e del pegaseo Cavallo. del tutto a seguitar Pallade mi disposi. e il luogo del vaso. e E rimembromi massimamente quando Ariete in sé il delfico riceve. e iel Triangolo. una bianca colomba levai. e non come arabo. Queste cose ascoltai ^'o con somma diligenza. non però in me voltandola le mie saette. dallo studio di costei seguire. e d'Andromaca. e '1 segno. m'avvidi lui essere alcuna stagione dell'anno. Nel qual dimorando. prima alla cetera d' Orfeo. e poi pe' meriti dell'uno e dell'altro meritassero il cielo. visitato da donne. dimostrò. eh' io mi diedi a voler conoscere quelle. del numero delle belle donne. e dell'australe Corona. Né per non poterla avere né per malinconia si tolse il '^uore. oltremodo desiderar mi si fece. continuamente i dardi di Cupido fuggendo. movendo con più soave suono come Arione. cantando sopra il portante delfino. E di questo mtendimento un pappagallo mi tolse. e con la testa del Gorgone. seguendo appresso di Eridano. e del Ceto. di Sagitta.

il arte né ingegno per cuore già tutto degli amorosi veleni lungamente fuggiti contaminato. non avendomi potuto come gli altri pigliare. Ma la nobiltà del mio cuore. ma dalla real madre. e uscito dall'usato cammino. Allora conobbi l'inganno da Amore usato. la donna che al numero dell'altre fallava. Entrato in questo proponi- mento. dal quale molto con discrezione m'era guartutto si dispose. andando le donne all'usato diletto.— schiera. e la vaghezza delle varie penne prese tanto l'animo a più utili cose disposto. cominciai a desiderare sotto la nuova signoria di sapere quanto l'ornate parole avessero forza di muovere 1 cuori umani. e così disse: Che ti disponi a fuggire? Nulla persona più di me t'ama. dimenticando quelle. eh' 280 si - dispose alquanto più l'animo quale andando le sue verdi piume ventilando. e vidi il numero delle belle donne essere d'una scemato. e se. Quelle parole più paura d' inganno che speranza di futuro frutto mi porsero. fra le f rondi del suo colore agli occhi mi si tolse. Sentendo mi rivoltai. potuto avessi. e rivolgendomi sospirando alla fagiana. di quella forma in essa mutandosi. né vidi come. allora conoscendomi preso in quel laccio. con molte altre cose utili e necessarie a terminare tali disii. e proverò se vera sarà nell'effetto come nel parlar si mostra volonterosa. tratta non dal pastor padre. perocché eli' era di bellezza oltremodo dell'altre splendidissima. la quale io. alla quale per le cime de' più alti alberi con gli occhi andai dietro. abbandonate le imprese cose. con sollecitudine d'altra forma mi prese. Ma il discreto arciere Amore. nel quale i prati. e delle grazie di Giunone era copiosa. per le quali dato. e dissi: Seguiroila. a seguitar questa seguitar costui A alcuno degli altri uccelli. agli occhi m'apparve. i campi e gli arbori partoriscono. il quale. che per sottili sentieri sottentrava nel guardingo animo. lei non risparmiando né il avere. E certo non senza molto affanno . volentieri mi sarei dallo incominciato ritratto. avanti avendola tra esse veduta più che alcuna dell'altre aveva bella stimata. e dubitai. fece dal piacevole coro di quelle una fagiana levare. mi porse ardire. con pietoso stile quelle lungamente usai. prima con diversi disii disponendo il cuore per farlo abile a quello. cose io diceva essere impossibile che me volesse altro che schernire. che. e seguendo la silvestra fagiana. essendo rinnovato il dolce tempo. e d'alta progenie avea origine tratta.

né per ciò risparmiai lagrime. secondo quelle. ed ella. e desiderante di dare alle mie pene sosta. e mostrerà mentre le triste radici riceveranno umore dalla terra circustante. perciocché so che il sapete ma non per tanto con quello. che nelle reti non incappasse. abbandonata la boschereccia salvatichezza. il dirlo a voi sarebbe un perder parole. ma r agute saette. se ben si riguarda: egli verso le stelle più ehe altro vicino arbore. soddisfeci. fuggita dal mio misero grembo. trovarono il cuore abile alle loro punte. per affanno. siccome io già tutto all'alte cose inteso mi distendeva. in tribulazione disperata rimasi. nell'altrui si richiuse. ad ogni animo intollerabile. come Dido fece o Biblide. ella niuna cosa amava. I piedi. e prese l'altro. perché io. mia consolazione cercando. E se io ben comprendeva le note del suo canto. dimenticò com' io già le piacqui. Il me recare. in che la mia speranza molte volte immaginata non. e massimamente quando col proprio occhio in altra parte trasmutata si vede. mi sentì' non potermi avanti mutare. parandosi davanti agli occhi di costei nuovo piacere. la sua cima distende. la quale volessero gì' iddii eh' io ancora avessi. per sommo tesoro ponendola nel mio cuore. Quanto fia '1 dolore di perdere subitamente una molto amata cosa. con diletto nel mio seno sovente si riposava. né alla mia a' sollecitudine fine campò. di me pietosa. passata la dura e rozza forma di me povero pastore. Né variò la condizione dalla mia natura. in . con dura corteccia cingendomi tutto quanto. e dentro piacevoli e dolci a gustare. e già levato in pie da questo prato ov' io piangendo sedeva. già stati presti. e.— della ^281 — lunga stagione la seguii. e 1 corpo in pedale. Egli i suoi frutti di fuori fa durissimi. se non me. e in lei ogni spe- ranza fermai. anzi soprastare a me Venere. in radici. Oimé. che in questo la mia lunga durezza al contrastare agli amorosi dardi si dimostra. né affanni. né conce: dette occhio. piacendole. Questo mio albero ancora in sé mostra le fronde verdi. Ma la non stante fede de' femminili cuori. né preghi. la speranza di racquistarla mi rimase. morte per aver non potei. la quale mai non essendo ancora il termine di dover fiquale volendo io. vidi. e le braccia in rami. di che io vissi per alcuno spazio di tempo contento. nire venuto. focosi disii. e i capelli in fronde di questo arbore trasmutò. Ond'io avendola presa. Ma la concreata nequizia a niuna delle dette cose prestò udienza.

a me più anni stato graziosa fatica. se lecito mi fosse. verso gl'iddìi crucciato mi volgerei. che esso. mai i tuoi versi non leggerà. chi più di te si potrà dire beato? E certo. e per ogni piccol sguardo sì mi raccendo come mai acceso fossi. così si muovono: per la qual cosa. e glorioso potrai dire il tuo nome tra' naviganti. poi più che alcuno amante arsi. comprendere quanta poca fede le mondane cose servino agli speranti. graziosamente ti porgerà. si può comprendere. dicendo con soave voce: Ben sia venuto: e forse colla dolce bocca ti porgerà alcun bacio. secondoché la corrotta volontà le invita. sì ti fìa egli assai grande. biasimandogli perché l'uomo. Ella. la qual cosa s'avviene. sopra tutte le loro creature nobile. E se voi ben riguardate. sospinto mio libretto. deiruncinute ancore e de' solle meritate ghirlande valorosissima donna. Potete adunque. nelle quali ninno bene. Né il dilettevole odore eh' io porgo potè mai far tanti di quello desiderosi. Adunque se di me tuo fattore t'è cura. mi : dilettassi di piacere. caccia fuori quello che dentro non può capere e così come questo legno meglio arde che alcuno altro. prendendoti nelle sue dilicate mani. e massimamente le femmine. se non che i suoi belli occhi ti vedranno. Le quali la tua bellissima e . quale io sempre figurata porto nell'amorosa mente. per cui questa pena porto. la qual cosa mi fìa grandissimo dono. accompagnarono con sì contraria cosa alla sua virtù. con voce piena d' ira. da graziosi venti. così io prima stato ad amare tìuro. manca alle tue vele. e già il vento. schiera senza freno. ch'io altro che a quella. né credo che mai si secchi. e a' remi stimolatori delle solcate acque concedi riposo. piccolo il tuo legno. dimora mari e della lunga via aspetta. richiamato da Eolo. che di me tuo autore non le torni il nome nella memoria. e sopra essi contento ti lascia. Fermati dunque ricogliendo quelle. cati e. lagrimando. tocca i liti con af- fanno cercati. per le mie parole e per me. agli scogli. ninna fermezza. egli ancora mostra del mio dolore gran parte. ninna ragione si trova.. se altro merito non ti s-eguisse del lungo affanno. il cui nome tu porti scritto nella tua fronte.^2 ancora esser secca. Esse.

perocché la bellezza tiene mezzana via. Al cinguettare de' folli non porgere orecchie. siccome piccolo servidore. A te é assai solamente piacere alla tua donna. e la vita nelle mani della tua donna amorosa conserva. A te oisogna di volare a basso. e però agii eccellenti ingegni. che con benivola intenzione ti guardano. ingegnati di piacere. E quelli del valoroso Lucano. esci di mano. ne' quali le fiere arme di Marte si cantano. in greca lingua scrisse casi del giovane re » (Florio). e occhi riguardare. e de' beni del tuo padre non esser detrattore: vivi. che il tuo principio palesa. La cicogna figliante negli alti palagi e nell'alte torri discende a bere a' fiumi. il qual volere usurpare con vergogna t' acquisterebbe danno. Lascia a costoro il debito onore. A te la bella donna si conviene con pietosa voce dilettare. A coloro. Né ti sia cura di volere esser dove i misurati versi del Fiorentino Dante si cantino. ne' denti della quale se pure incappi. resisti.a te. da umil giovane creato.neglio che nel suo grembo? Quali mani più belle ti poriano toccare. Alcione volando batte le SU& ali nelle salate onde. 283 — sollecitudine. pure per accidente. e a' contradicenti le tue piacevoli cose. come colui che era bene informato. la lunga fatica d'Ilario (1) per veridico testimonio. mai non ti partirai. e. il Sulmontino Ovidio seguiti. voce profferere le tue parole? Da cui se tu. il quale tu. : (1) « Il reverendo Ilario. né di maggior fama aver conciossiacosaché . molto dei reverente seguire. Elle son tutte cose da lasciare agli alti inquelli del Tolosano Stazio. del tuo volgar parlare ti sia scusa ^1 ricevuto comandamento. con pazienza le riprensioni de' più savi sostieni. e i morsi dell'invidia quanto puoi schifa. ricercare gli alti luoghi si disdica. a cui é lecito darti alto e basso luogo secondoché le piace dalla quale. E ove staresti tu '. nel cospetto di tutti. che bassa voglia é. e confermarla ad esser d'un solo amante contenta. Serva adunque i porti mandati. e vi\e. per mio consiglio. con ordiuato i f^tile. e secondo il loro diritto giudicio ti disponi all'ammenda. e alle robuste menti lascia i gran versi di Virgilio. lasciali agli armigeri cavalieri insieme con ove io E chi con molta efficacia ama.con lei. . delle cui opere tu se' confortatore. Tu se' di tal donna subietto che le tue forze non debbono esser piccole. dimorare non oso. e agli altri occhi pervieni. gegni. e di me tuo fattore sempre nella mente il nome porta.

284

-

DsilVAineto.
(Racconto
di

Kiammetta.)

Molti amori a me, per la memoria non debole, ferventi si volgono; e ciascuno desidera d'essere il raccontato. Ma poi che chi fossero i miei parenti vi avrò dichiarato, qual più possente verrà nella lingua, quello, (per servare l'ordine cominciato), vi mostrerò. Già era stato cacciato Saturno da Giove, quando gli Euboici giovani, lasciata Calcidia, con le loro navi presero Caprea, vicina a' santi Oracoli di Minerva ed in quella abitati e molto multiplicati, tanto che già lo picciolo luogo appena gli sostenea, quindi di loro gran parte partitasi, le isole Pittacuse cercarono, ed abitarle. Ma quelle infino nella loro venuta picciole a' nuovi popoli, per la loro cresciuta prole, abbandonarono; e vicini al lago d'A verno, via certissima agli iddi! infernali, e all'onde del Mirteo mare, e di Vulturno alla torbida foce quasi in mezzo, in terra ferma posarono i passi loro; e salutati i vicini monti, li quali d'alberi copiosi conobbero, e i piani atti a' lavori e dimostranti segni di fertilità,, quivi disposero d'abitare; stimando che strettezza di luogo
;

pili

non

gli

la loro progenie ; e
terra, in

farebbe per l'innanzi mutare, quantunque crescesse data forma con ricurvo aratro alla nuova

due divisa per li due popoli lì di due isole arrivati, prima in Caprea, quello nominarono Cume. Ma l'antico figliuolodei troiano Anchise ancora in quella non aveva la vivace Sibilla veduta, né colti ne' fruttiferi colli i santi rami per offerire a Proserpina, né date le pietose membra di Miseno ad
eterno sepolcro, quando le
fortissime in essa toccanti

mura
il

cielo, e

già in alto levate, e le rócche i templi grandissimi già

la mostravano città nobilissima e populata. Alla quale Giunone invidiosa diede cagione di mancamento a' moltiplicati uomini; e minacciando peggio, non volendo sacrifici né prieghifu cagione miserabile a molti d'abbandonare le proprie case» Le quali, partendosi quindi, e novella stanza cercando, dietro alle spalle i non conosciuti ancora tiepidi e dilettevoli bagni di Baia s'aveano lasciati, e le montagne sulfuree e già sopra
;

Falerno coperto di vigne portanti vino ottimissimo, ancora non forato da Cesare, eran saliti; ed il viso tenevano alle fiamme di Vesevo, che, senza danno, loro porgeva paura. Ma poiché da quelle, mirandosi a' piedi, levando gli occhi, gli ste


sero al piano,

285

-

con estimazione con brieve fatica utile a' loro disiri. Essi primieramente, esaminata la condizione del cielo, umile ed accostante alle loro compressioni la trovarono; ed il luogo sollevato con picciolo colle dal mare, e videro fruttifero, ed abbondante di ciascuno bene; e i marini porti lieti e graziosi si mostravano utili, ben che d'acque i luoghi poveri si discernano alquanto; ma affidandosi di dare a ciò riparo, deliberarono che senza più cercare qui si fermino i passi loro. E con questo consiglio declinando del monte, vicini alle poche onde, che tra Falerno e Vesevo stanche mettono in mare, nelli eminenti luoghi fondarono nuove mura, delle quali ancora non avevano veduti le fosse i fondi loro, quando Giunone le sue ire infignendo, li fece rivocare alle prime case. Alle quah tornare furono difficili, però che già per pessimo augurio dubitavano l'opera incominciata avanzare. Essi, nel primo fondare, di candido marmo una nobile sepoltura della terra nel ventre trovarono; il titolo della quale, di lettera a pena nota tra loro, leggendolo, trovarono che dicea: Qui ParteNOPE VERGINE sicuLA MORTA GIACE. Onde cssi sterilità e mortalità dubitando, tornarono a' primi luoghi, meno utili che i lasciati ed a' lasciati lasciarono per eterno cognome il nome di quella, che essi avevano trovata. Ricolti adunque la seconda volta ne' luoghi loro, non guari vi stettero, che l'ire lungamente nascose tutte s'apersero, operante Giunone né tale miseria si vide in Egina regnante Eaco, quale quivi veduta sariesi da qualunque nimico piagnevole. Onde i nobiU popoli, pochi rimasi, pensano di nuove sedie; né d'altre più sane deliberano che quelle trovate da' primi, sopra le sepolte membra Parteil

fermarono

passo, e quello

sottilissima riguardando, videro quello

;

;

nopee, danti migliore interpretazione
avello, che' primi

a' versi scritti

nello antico

non

fecero; dicendo che quivi sepolta ogni

ogni mortalità senza fallo saria con la sicula terre vivaci e fruttiferi popoli renderebbono, così a' Siculi avversi nell'armi, come alla vergine negli effetti. E come due erano entrati in Cume, così quivi due, abbandonata l'antica città, se ne vengono, e la parte maggiore i cominciati fondamenti altra volta rinnnova nelle piagge alte, ed a quelli aggiugne mura fortissime, le quali, infino al mare tirate con forti ostacoli, chiudono la nuova terra; e così da loro nominata a differenza dell'antica abbandonata. Gli altri
vergine; e
le

virginità ed

in

numero minori, ma non

nelli effetti, infra

Falerno ed essi

si posero nel poco piano, per una gittata di pietra vicini a'" primi posti. Una lingua, uno abito, e quei medesimi iddii erano all'uno che all'altro; solamente gli abitatori erano divisi. Ed in picciol tempo di teatri, di templi e d'altri abituri bellissima si potè riguardare; e ciascuno giorno multiplicando di bene

in meglio, potè essere dalle circonstanti città

menomanti
e
di

in-

popolo ornatissimo piena si vede; ed in tanto ampliata, che l'una con l'altra delle antiche terre congiunta, sono una città divenute, notabile a tutto il mondo. Ma mentre che le dette cose così procedono di tempo in tempo a' popoli fortunati, Enea, lasciati i luoghi natali, cacciato delle Strofade, fuggito de' liti affricani, di Cicilia partito, e tornato dalle sedie infernali, entra nelle foci dello imperiale Tevero co' troiani Iddii e presa l'amicizia di Evandro d'Arcadia, e sacrificata la bianca troia alla crucciata Giunone; ed ucciso Turno, con la sua Lavina lieto tiene Laurenza, e dà j/rincipio alla gente Giulia, de' quali della vergine sacra e di Marte, Romulo trae invitta origine; e lieto con rigorosa giustizia e con pieghevole forza l'antiche cased'Evandro ristora, e di mura co' suoi successori cingono l'arci di Palatino; e monte Celio ed Aventino con gli altri colli, già da umile piano, erano levati a soggiogare il mondo; e finita la signoria de' re nella città nominata dal suo fattore, e già
vidiata; e ne' presenti secoli piti bella che mai,
;

lungamente vivuta sotto vedere i Campidogli non
di paglia coperti,

il

libero ufficio de' consoli, si poteano.

rozzi

con

gli scaglioni

non

di zolle

ma

chiari di candidi

marmi

e d'oro

né mollo lu-

centi, ed

i

teatri risonanti, e di giovani spessi,

e tutto
il

il

tèmpi altissimi e mirabili, pieni di molti iddii, i né indigenti delle Sabine; cerchio ripieno di popolo possente, e timendo a tutta
e
i

mondo;

mai non

usati trionfi in quella, già de' popoli

orientali, e di quei d'Ispagna, e di

qualunque

altro si celebra-

vano; e

Roma

in ogni luogo

si

conoscea.

tutto mani del divino Cesare pervenuta, lieta Tevero,. il mondo; il quale asprissimi affanni sopra l'onde di durante per lo suo imperio, ancora non stata la Farsalica

E di quinci donna si vede di

nelle

pugna, vittorioso

di quelli,

seco alle seguenti fatiche uomini

antichi di sangue, nobili di costumi, chiari di fede e di virtù
risplendenti, nell'armi feroci, ed agli affanni possibih, ne
da' quali

non abbandonato giammai, ad
con
i

essi per merito,

menò; dopo
virtù^

l'acquistate vittorie, in

la cittadinanza,

luoghi nobili diede
per ]a
loro

Roma. Là dove

loro

discendenti

287

avanzante sempre chi segue lei, in processo di tempo ebberograndissimo stato; ed in ricchezze, ed in uffici, ed in uomini. Altri questi reputano i Fresa pani, ed alcuni gli stimano gli Annibali ; ma l'antichità, quali d'essi fossero, il ver ne toglie ma quale che di queste due fosse l'una, ciascuna e Pontefici Massimi, e Cesari ebbe nella sua casa. Di questi, dopo le pistolenzie de' Vandali, uno di loro, lasciata Roma, di Giovenale 10 oppido antico si sottomise; e quello signoreggiando, a sé, ed a' suoi discendenti, che a me furono primi, diede cognome; de' quali alcuni, e tra quelli il padre mio, vennero alla città predetta: e quivi tennero, e tengono il più alto luogo appresso al solio di colui, che oggi in quella regge incoronato il quale di doni di Pallade copioso, cupido di ricchezze, ed avaro di quelle, meritevolmente Mida, da Mida si può nominare. Egli e' suoi predecessori venuti della togata Gallia, molto onorando costoro, una nobile giovane venuta di quelle parti, per bel-^
:

;

ma più per costumi, per isposa si congiunse al padre mio. La quale. Dea credo di cento fiumi, due dubbi padri mi diede nel nascimento, de' quali l'uno più gentile e l'altro più onesto sanza dubbio conosco. Ma acciocché colpevole non sia reputata la madre mia, né di rotta fede dannata, mi è caro di palesare i furti sforzati, ancora occulti. 11 sole aveva tolti alle notti gli spazi lunghi, e terzo fratello
lezza lodata molto,

godeva con

quelli d'Elena,

privando di luce
il

le stelle loro,

più

accese di quella che mai; quando

predetto Mida, di poco

tempo davanti stato coronato de' regni, a celebrare si dispose una gran festa, alla quale i sommati del regao suo d'ogni
parte chiamati vi vennero. Quivi le Driade e le silvestre Ninfe, e le Naiade di qualunque paese sopposto al re novello vi fu-

rono;

ma

tra l'altre bellissime,

ornate di pietre e di molto

oro, le Partenopensi v'apparvono, intra le quali
di tutte fu la
ri empierono

non men bella mia madre. Le poste mense nulla altro aspet-

d'uomini e di donne; e ciascuna tenne suo grado lo scanno. Gli argentei vasi dierono le copiose vivande, e il lavorato oro i graziosi vini concesse agli
tanti
si

secondo

il

assetati; e le reali sale^ d'ogni parte di nobili giovani, serventi
alle

mense

presti, si

\àdero piene, e

li

molti e vari suoni fecero

la rilucente aula fremire spesse volte.

E già ninna altra cosa, vedeva, quando il sommo principe, ornato di vestimenti reali, da' suoi più nobili accompagnato, acciocché più lieti facesse i conviti, visitò con aspetto piacevole i conviche festa
vi si

-

288

-

tati. Ma mentre che egli, con occlilo vago, ora questa donna, ora quell'altra riguarda, alla vista gli corse il viso della mia madre, il quale in sé di bellezza, oltre a tutti gli altri, com-

colie bellezze, se fortuna

pensa sé ancora dovere più felice usare le nemica non gli si oppone. Le liete feste durano il debito tempo; il quale finito, ciascuno le sue case ricerca. Ma, tra poche a questo usate, sempre la madre mia spesso ricerca la reale corte, nella quale il marito avea
e tacito

menda;

Il nuovo re, per le non dimenticate bels'infiamma più sovente, vedendole, e sollecita di dare effetto al suo pensiero; ma la fortuna acconciatrice de' piaceri de' possenti, più di lui s'affatica in queste cose, e porge cagione alla donna, per la quale conviene ch'ella porga prieghi

non

piccolo luogo.

lezze,

al re disiderante d'esaudirli;

porgonsi,

e,

uditi, è loro

effetto

promesso, al quale dare ingannevoli ingegni usati, mentre la donna cerca la grazia addomandata, cade ne' tesi lacciuoli, ed invita diventa del re; i cui disiderii compiuti, col dimandato si parte e sentendo la cosa occulta, si tace il ricevuto oltraggio. Certo, se io non ne fossi dovuta nascere, io direi che ella avesse peccato, di Lucrezia non seguitando l'esempio. Ma onde che il violato ventre o da questo inganno, o dal proprio marito quello medesimo giorno seme prendesse, io fui nel debito tempo frutto della matura pregnezza. Ed essendo io ancora piccioletta, e di questo del tutto ignorante, la madre mia disposta a mutare mondo, come ella fece, aggiugnendo che sempre, come stato era occulto, così il tenessi, me'l fé' palese, siccome a voi, come con meco medesima, l'ho ragionando mostrato; ed a ciò, siccom'ella mi disse, nulla altra cosa la mosse, se non perché io con fidanza maggiore i reali doni, come di padre dubbio, usassi per lo tempo avvenire. Adunque, come manifesto v' e, di padre incerto figliuola, due ne tenni per padri; ma già il putativo, e forse vero, disposto a seguire la mia madre, a vestali vergini a lui di sangue congiunte mi lasciò piccioletta, acciocché quelle, di costumi e d'arte inviolata servandomi, ornassero la mia giovinezza. E certo il pietoso pensiero ebbe effetto; e tanto con benivolo ^nimo i loro sacrifici imitai, che nulla cosa mancava a me
;

di

quelle,

se

non

il

vestimento, ad essere una di loro:

ma

posto che io non l'avessi, non fu verso di me di Vesta la benivolenza minore, ed ella di ciò segnale manifesto mi diede una volta. Il vergine sole era già coperto dall'onde d' Esperia,

- Wè —
vegghìante gallo aveva le prime ore cantate, ed ogni pareva nel cielo, quando io giovanetta, non vinta dal sonno, per picciola finestrella mirava quelle; ed in me medesima pensando il moto, la bellezza e l'eternità, le lodava mollo ; quando Vesta in pietoso abito, dalle sue vergini intorniata, benigna m'apparve, e me stupefatta rese con queste parole : Gara giovane, che mirano gli occhi tuoi ? Appena in me venne ma ella più a me la voce a satisfarla, ma pur gliel dissi allora accostatasi, che reverente stava dinanzi a' pie di lei, Io son quella dea, i fuochi della quale tu con le verdisse gini mie con animo puro solleciti ed acciocché io non possa ingrata da te essere chiamata, ti giuro per gli stigi fiumi, che se bene quelli in vita serverai, quella corona, la quale fu d'Adriana, e che tu puoi nel sereno cielo vedere ornala d'otto stelle, ti farò dare a Giove. E col santo dito fattalami conoscere, volendo io promettere di servarli, e ringraziarla della promessa, si tolse agli occhi miei. Onde io, lieta di tale accidente rimasa, disposi eternalmente vivere ne' santi tèmpi ma a ciò fu l'avvenimento contrario, perchè bene il mio viso non rispondeva al pensiero; e la mia bellezza fu cagione di rompere le mie proposizioni, la quale da uno de' più nobili giovani della terra, là dov'io nacqui, veduta, piacqui agli occhi suoi. Questi, di fortuna grazioso, e de' beni giunonichi copioso, e chiaro di sangue, prima tentò i miei matrimoni, li quali da me negatili, non si stette, ma a colui, che forse sua figliuola mi reputava, mi domandò, e fu udita la sua dimanda. Per la quale cosa di colui i piaceri fuggire non potei e certo io me ne sarei vie più sconfortata, che io non feci, se a me non fosse stato mostrato di potere ad una ora e i matrimoni seguire, e i santi fuochi cultivare della dea. Fui adunque, e sono di quello, che con sollecitudine mi cercò; e quella corona sperando, ancora lieta visito i tèmpi vestali, e lei come
ed
il

stella

;

:

;

;

;

deità

singulare

onoro.

Ma come Venere mi

prendesse,

vi

farò noto.

Essendo io, come io v'ho detto, del pronto giovane, e sua stata più anni, avvenne che, per caso opportuno, gli convenne a Gapova, per addietro l'una delle tre mighori terre del mondo, andare; onde io nella mia camera le paurose notti traeva nel freddo letto, nel quale, temperante Apollo i veleni freddi di Scorpione, sicura e sola una notte dormiva; e certo le immagini dello ingannevole sonno mi mostravano quello.
19

^290


me
pareva di
quelli
ef-

che senza nìuno inganno era vero; però che a
colui essere nelle braccia, di cui io era;
fetti

ma

già a

venendo, che più e ne' sonni e nelle vigilie sogliono essere cari, non sostenne il sonno quelle letizie, anzi ad una ora mi fuggìo, e del petto e delle braccia mi tolse colui, che mi vi tenea; e già desta, ricordandomi che sola esser dovea, nelle braccia mi vidi d'un giovane. La voce era già venuta nella lingua per chiamare i servi, e per dolersi delli scoperti inganni ed io presta voleva saltare del ricco letto ma il non pauroso giovane, e di me più possente, ad una ora mi tenne, e con la sua voce, da' miei orecchi subito conosciuta, ritenne la mia. Ninno spirito mi rimase sicuro, anzi così tremava come le pieghevoli canne mosse da ogni vento; e con quelle boci, che io potei, più volte il pregai, che si partisse, e i casti letti non tentasse di violare ma poi che a sé prima la morte offerse che la partita, ingegnandosi con dolci parole da me cacciare la paura, io, levata la cortina, gli accesi lumi nella nostra camera presi per testimoni della sua sembianza; ed accertatami che la voce udita non m'aveva ingannata, così giovane, più ardito che savio, non si distendano gli dissi più le tue mani nella mia persona che io voglia, se la vita ti è cara; gli amori di qualunque persona sono con piacevolezza da impetrare e non per torza; ed il luogo, dove noi siamo, toglie via quello, che si suol dire, le donne desiderano, che •contro a loro in ciò, che più vogliono, s'usi forza ed il tempo ancora, quando io volessi, e' è favorevole. Adunque a quello,
;

;

;

:

;

e se te di me sentirò di che io ti domanderò, mi rispondi degno, ninna forza ci fìa bisogno né prieghi e così, se il contrario, indarno la lingua o le braccia faticheresti. A queste boci egli, dopo un caldo sospiro, lasciò me, e indietro si trasse; e così. me l'uno canto del letto, ed esso l'altro tenendo, disse: Io non venni qui, o giovane, come rubatore della castità del tuo letto, ma come focoso amatore ad alcuno refrigerio donare a' miei ardori alli quali se tu noi dai, ninna altra cosa e certo io uscirò di fia, se non un dirmi che io m'uccida qui o contento, o morto. Non che io con forza cerchi i miei piaceri, o aspetti che alcuno le sue mani contra di me incrudelisca; ma se tu dura sarai a' miei disii, io col mio ferro, usando crudele uficio, mi passerò il petto; ma di ciò, che tu vuogli, io ti risponderò. Me non ispaventarono le crude parole, ma nel primo proposito ferma, domandai come egli ar; ; ;
;

291


:

ditissimo quivi era venuto, a cui egli disse

Ecate, vinta dalle

mie parole, e da varii sughi di erbe, e virtuosi, a questo luogo venire mi diede apertissima via e sicura, la quale similmente m'avrebbe nel tuo petto data, se io i tuoi amori volessi sforzati. Maravigliaimi udendo questo ma null'altra via conoscendovi, glie! credetti e la seconda volta domandandolo, «ercai come, quando, dove, e perchè io gli fossi piaciuta alla quale dimanda egli, umile e con voce quieta, dopo molti soBella donna, unico fuoco della mia spiri, così mi rispose mente, io, nato non molto lontano a' luoghi, onde trasse origine la tua madre, fanciullo cercai i regni Etruri, e di quelli, in più ferma età venuto, qui venni. Ma essendo io già alla
; ; ;
:

città presente vicino,

i cieli, le future cose sententi, parte delle fiamme, che si doveano acquistare nel luogo mai non veduto, mi vollono aprire, e quale che si fosse subito la cagione, me

mezzo de' mai non vedute rughe con diletto teneano l'anima mia, per la quale così andando, agli occhi della mente si parò innanzi una giovane bellissima
tutto

in

me

raccolto

trasse
si fé'

a' dolci

pensieri; nel

quali la vostra città

mi

palese, e le

in aspetto graziosa e leggiadra, e di verdi vestimenti vestita,

ornata secondo che la sua età e l'antico costume della città
richiedono; e con
preso,
liete accoglienze,
lei
;

mi

baciò, ed io

me prima per la mano dopo questo aggiungendo con voce

piacevole: Vieni dove la cagione de' tuoi beni vedrai.

A me

pareva essere disposto a seguirla, quando contrario accidente e subito mi percosse; e me di me fuori errante, in me rivocò con dolore; e già vicino al cadere mi vidi del non retto cavallo, me verso quella portante, dov' io stava. Ma questo non operò che di quella la immagine si partisse da me, che, risentito, co' ridenti compagni, mi vidi alla entrata de' luoghi cercati, ove io entrai, e l'età pubescente di nuovo, senza riducere la veduta donna ne' miei pensieri, vi trassi. E, come gli altri giovani le chiare bellezze delle donne di questa terra andavano riguardando, ed io, tra le quali una giovane ninfa, chiamata Pampinea, fattomi del suo amore degno, in quello mi tenne non poco di tempo; ma a questa la vista d'un'altra, chiamata Abrotonia, mi tolse, e femmi suo. Ella certo avanzava di bellezza Pampinea, e di nobiltà, e con atti piacevoli mi dava d'amarla cagione. Ma poi, fattomi de' suoi abbracciamenti contento, quelli mi concesse non lunga stagione perocché, io non so da che spirito mossa, verso di me turbata, del tutto a
;

pensando che esplicare. la tua bellezza di quello ti fece degno ma la tua iniquità di quello t' ha indegno renduto e . però. con prieghi. Abronostra noia. così le dissi: Nobile giovane. mi schernivano. vivi omai come si ti piace . per la qual cosa un dì. ed in quella vedermi davanti Pampinea e la turbata Abrotonia. ove lei sola trovai. entrò nel mio misero petto. che qui venute semo a porti silenzio. m' è occulto ma cose terribili vidi in quello. verso me o pietoso o crudele. mi parca in doloroso atto sedere in una parte della camera mia. come io disio. però che invano gitterei le parole. e questo detto. né quella mai potei riavere. e tosto fia palese per cui più altamente canterai che per noi. . mia camera ricercai. Alle quali a me pareva. e di chi rivolto. cresceva la doglia mia. fosse minore che '1 mio. senza speranza di riaverlo giammai. levatevi di qui.. miseramente pensai di finire. e amendue mirandomi fiso. Ma già. nella quale solo più volte come Ifi o Bibli. A tonia più focosa rispose: Brieve ti fia la queste parole. e per questo a loro la seconda volta giovani schernitrici de' danni dati. intorno alla fine del quale. diceva con sommo studio per addietro v'ha onorate. non mi si levavano dinanzi onde non poco movente cagione. menoma parte appena se ne potrebbe per me ma così dolente la l'angosce mie. come io avviso.— me 392 — negandosi. quando a me in questi pensieri involto. la notte occupava le terre. ed in parte. se della signoria esco di voi. A cui ella rispose: Giovane. : questa noia non si conviene a me ti per premio de' cantati versi in vostra laude. mi era materia di pessima vita. partì fret- tolosa. non senza molta fatica il sonno. quand'ella vide Enea dipartirsi ma la tacerollo. . imitante la morte. Certo io estimo dolore della impaziente Bidone . il dimando. esse ogn'ora crescenti ne' miei obbrobri con più turpi parlari. dire che esse quindi partendosi. fuggita ogni luce. ardito divenni oltre il dovere. poiché di ma le mie parole non aveano luogo. quelli erano state me lasciassero a' miei dolori solo. Io ricercai molte volte la grazia perduta. qual si fosse lo Iddio. . da greve doglia sospinto. s'egli è possibile che mai il tuo amore mi si renda. se più ne volessi cantare. nel quale. A cui mi pareva rispondere: Cessino gli Iddìi che questo sia» che io mai più. con atto lascivo e con parole abbominevoli dannando i miei dolori. che movesse Morfeo a varie cose mostrarmi. i molti prieghi ragunati in uno. . come che se di il me dubitasse. e delle avute fatiche. ora.

quando nuovamente da pensieri vinto. palpante. e come donna ancora ad una ora esse e '1 sonno si dipartirono. l'altra con più prestezza porta all'accese brace. che. nelle quali forse più attamente mi sarei doluto che al lume. né prima nel profondo di quello fui tuffato. la veduta effìgie. che le già dette di me schernitrici mi furono davanti. né alla memoria tornava che mai per me fosse stata veduta. noi la ti mostreremo. noi. soave sonno mi ripigliò. Ebbero eletto. pure riformò la non falsa fantasia. Uefa m'avea la venuta profferta: ed ancora che Febo avesse tutti i dodici segnah mostrati del cielo sei volte.<li venti 293 — : versi. aspettaci qui. ed una con quella essere la conobbe. ed in quelli malinconico. cui già ti dicemmo. mi cosse la mano . che costei tiene. che sola Ila donna della tua mente. E lungamente miratola. intendeva con sommo diletto a mirare quella. del quale esservene maravigliatomi. io ritornai agli usati pensieri. nella mia puerizia. di pensiero in pensiero. se non solamente: Ecco colei. ma tirata indietro quella. se di vederla t'aggrada. lunga fiata vegghiai. ed in mezzo di loro avevano menata una giovane di sì grazioso aspetto. ed era di verde vestita. e con sollecita mano esplorando l'oziose tenebre. non prima coi luoghi del fuoco cercai. in tanta la reminiscenzia più ricordevole nella ma memoria tornò costei . di quelle misi nella secca stoppa e con aure lievi e contino ve il fuoco languente recai in chiara luce. fierissima ^ rispetto di noi. ma con vista gabbevole meno. e che questa era colei. né cosa alcuna mi dissono. ninna cosa fu a quelle per me risposto: ma quasi de' preteriti danni dimentico. e ninna fatica per lei avuta sarebbe indegna a chi per quella di tale meritasse la grazia. fra me contendeva se altra volta veduta l'avessi o no. che quello alquanto fumante. apparitami e baciatomi. nascoso sotto la cenere. Onde io prima lento i riposati membri levai su del tristo letto. nobbi. la quale. A questo. poi che quello era stato. o che più per me Calliope dia forma a nuovi cui queste subite seguitaro Niente t'abbiamo tenuto la tua età non tegnente. né aveva ancora i suoi dispendi tratti la notte con seco. quanto mai nessuna n'apparisse agli occhi miei. e per la quale le tue virtù in sperienza le loro forze porranno. rita smarda me vista un'altra fiata. sì A d'alcuna. signoreggerà la tua mente. in ammirazione multiplicando. E per quello lieto. cacciando le tenebre della notte. E questo fatto. fra me dicendo: Veramente ogn'altra bellezza vince questa. nella offuscata memoria. vegnendo a questi luoghi.

Saturno. e tutto quel giorno. rifiutando ogni più. nella cui aurora avea signoreggiato lo Dio appo li Lazi {^} già per addietro stato per paura del figlio. il come e '1 quando bellezza dell'universo. lungo tempo donna della mia mente. bella per arte e per natura. che lo industrioso intelletto riconobbe il vostro viso.crebbi. quale Muzio. 294 — che '1 sonno non potendola sostenere. senza più al sonno tornare. ch'ancora mi cuoce. avanti che la servata immagine in me avesse a cui somigliarsi. e con ferma speranza più volte cercando in ogni luogo. della propria mano. fuggendo. perchè io. il tica. era S. atto a più lunga faseguente solenne non me ne avesse tratto. e di quello già Febo salito alla terza parte. tale di sé tutto sostenne. I sabato santo. dove io voi. e con affermazione dissi: col pensiero. Francescani. voi singulare bruna vesta coperta. quella che più m'aggradava di riguardare. di Porsenna in presenzia. di molto oro lucente. per salire alle case degli Iddii immortali. e altrettante bicorne ci si mostrò Febea. tenente Titan di Gradivo la prima casa. e per dovere obbligati a' soli bisogni della natura. Né prima il verde vestire corse agli occhi miei. appariste agli occhi miei. alquanto mirandovi. ma io non conoscendo perchè. Ma sedici volte tonda. ove belle donne si ragunassero. m'accese per modo. io entrai in un tempio da colui (3) detto. moveste a tremare. nel quale al già detto tempio tornai. Ma pure. e farà sempre. uno grado oltre al mezzo (i) o poco più. un giorno.. mi levai. né tremebondo per altra. Lorenzo. cantando li Flammini {^y laudanti le poche sustanzie di Codro. ma il mutato vestire. la graziosa vista. d'avervi veduta altrove. e minori fatiche delti perduti amori sosteneva per questa. di finissimo verde vestita. come ricordare vi dovete. tra molte in quello mezzo da me vedute. adornata di gemme. E già l'uccello escubitore col suo canto avea dati segnali del venuto giorno. pregando gli cacciò Iddii che vere le vedute cose facessero. ascoltando io le laudi in tale dì a Giove per la spogliata Dite rendute. nel quale. per vedere questa andai. vi vidi. di riconoscervi stata già indarno faticai la memoria. di mi toglieva del tutto. (*) . se dì (1) (2) (8) Il sole era al sedicesimo il grado dell'Ariete. in me tentava di ricordarmi. che. ed il cuore già delle dette cose dimentico. Ma la superna providenza disponente con eterna ragione le cose a' debiti fini.

Egli aveva di me lungamente la risposta aspettata. acciocché ad una ora non perisca la mia vita e la vostra fama. e con le desiderose braccia stigni i vaghi colli. Che tu sii mio. e i passati sguardi considererete. il pregarti non credo bisogni. ne' sonni. là dove egli era. ed avrò sempre cara più che altra. questa è quella. questa è quella. o donna? Passerà il freddo ferro il sollecito petto. quanto il lume passante le cortine sottili mi concedea. e dall'altra dalla debita fede. bellissimo. Adunque. e già me veggendo dubbiosa in troppa lunga dimora tirare il tempo. voi a me promessa vedrete dal cielo. che io dovessi fare. in ambiguità caduta. il vedeva: e fra me spesso diceva Di che ti tieni? Va. s'io non m'inganno.— 295 — Questa donna è colei. e già per segnali aveva ì suoi amori conosciuti. lui nudo. e tengo e terrò sempre.. nella mia puerizia. che dentro nuovamente sentiva. esaminava quello.. come ne' sonni ti fu già detto. . e così. apparecchiato a perdonare e ad offendere. ancora dubbiosa di mostrare ciò. lui abbracciai. quasi lagrimando. E qui. se l'ira degli Iddii non t'è cara. o giovane. da una parte dalla pietà degli umili prieghi e della presta morte tirata. al luogo. e udite da voi. m'apparve ne' sonni miei. o heto sarà dal tuo riscaldato? Questa voce mi porse paura. e' non ha gran tempo ancora. disse: Che farò. che dee signoreggiar la mia mente. l'ardire e la bellezza di te hanno l'animo mio piegato. e dipartissi. come singulare donna della mia mente vi riguardai. e per sollecito amore dovuta. te operante. Io avevo udite le molte parole. e con focoso raggio percossami. e di maggiore luce accese le nostre camere. e per quelle voi di lui singulare donna onorerò. quando egli me non rispondente vedendo. gli Iddii. e con mormorio titubante ne porgeva minacce. e dopo molti baci gli dissi: Giovane. si tacque. subita mi gittai. che mi promise l'entrata di questa città. se bene le vedute cose da me. il quale avea proposto di sempre tenere serrato. sempre. me tutta accese del piacere di costui. con ispaventevole voce disse: Viva il nostro soggetto. sarò sempre tua. Perchè io caramente vi priego. siccome ricordare vi dovete. amerò. e che per donna mi fu promessa E da quella ora innanzi. ed alle vostre bellezze il cuore. e tratto della io : Ma presta mano l'aguto ferro. ed ogni tiepidezza lasciata. Venere favoreggiante a' suoi suggetti stette presente. che così mia divegniate. come io concedessi. ma mentre io vedente nella sua destra mano il coltello. che. come io sono vostro. apersi: e quelle in esso ricevetti.

Quindi parti'mi senza far soggiorno. Somma piacevolezza. promise quello. e de' cercati doni feci contento. adunque divenni sua. esemplo di virtute. Dove la cruda ed orribile vista D'un vecchio freddo. Lì non si ride mai. come avete udito. Quivi tanto di bene e d'allegrezza. e con amaro core. la quale vedendo io sollecita ad aiutare i suoi. gentilezza e valore. e lor dolcezza Si vedeva e sentiva. e molto trista Me ritiene. E già veggendo delle stelle adorno in me dello annottar doglioso. -Quivi disio movente uomo a . ruvido ed avaro Ogn'ora con affanno più m'attrista.— ma che il 296 — sii se bisogna. ed a memoria de' nostri perpetuo onore della nostra Dea. . se non di rado: La casa oscura e muta. chi ben vede. Egli lietis- simo. verde fui conosciuta. Quivi beltà. Ma pensi. ed. di vestirmi di verde poi amori e sempre mi sono dilettata. ov' io vado. avanti l'acceso amore. e a vedere giorno Tanto di ben. quanto fu patefatto. Quanto uom ci puote aver quivi compiute Le delizie mondane. e lui ancora tengo per mio. Così pregato. (Fine dell'Ameno). ora per tutte le volte ne io cercava. Egli me miei ammaestramenti seguita paziente. e terrò e i sempre. e riceve a mal mio grado. Leggiadri motti. Adunque. Malinconia ed eterna gramezza. 11 cielo. grandissima cagione fu a me di seguitare la sua deità: la quale tanto più seguito affettuosa' quanto più a sommettermele fui innanzi dubbiosa. lieta visito questi templi. con qualunque sacramento porge più fede. cosi di Venere diventai. salute. e perciocché tante volte dal mio Geleone. se penoso Esser dovei. da cui sempre fui chiamata Fiammetta. lo mi levai dal luogo ov'era quatto il Stato ad udire. Quel luogo abbandonando grazioso. e con amore.

domandan riposo. che di mia fatica non hanno bisogno. dando sé a me con corto diletto a disegnarsi. flessibile arco mossa. alle virtù del quale non basterieno i miei versi. e le meritate ghirlande coronino la bella donna. siccom'uom si crede. compiuto il corso. Per la sua fine ho già pennute l'ali Al volar alla morte. prendi questa rosa tra le spine della mia avversità nata. se questo ben Dee nella vede. E tu. Però ch'altro bel fin quivi non veggio Esser serbato al mio lungo martire. e . me neir infimo stante delle tristizie. piacevolmente il ricevi. Oh quanto si può dir felice quello. o Niccolò di Bartolo del Buono di Firenze. guidata per li umili piani» temente d'Icaro i miseri casi. cotale la mando. sentendo nullo altro a me La saetta. E Che sé in libertà tutto possiede! bello! Oh lieto vivere. la qual cheggio La notte e il dì per men doglia sentire. Certo io a te. S'egli il conosce. o Erennio da Cicerone. mente sentir di diletto. e gli stanchi cavalli. della faticata penna movente cagione. Rivolge ben quel dolce in tristo amaro. Veggendosi tornato. e di vera amistà veracissimo esemplo. Quai questo dì li furon nel cospetto Io mi tornai dolendo de' miei mali Al luogo usato ed attendendo peggio ! . e però tacciole. dicente: Quando il povero amico un picciol don ti presenta. e così l'opera mia. . piìi ch'altro. Oh quanto Ameto.— 'Sì 297 - che l'aver veduto il giorno caro ritornare a così fatto ostello. valoroso. Riceva adunque la santa Dea me a queste cose aiutante i suoi incensi. avvegna che si per sé medesime lucono. o solo amico. di subbietto. alla sua fine presente disia tranquillo riposo. dal mio le con volante fuga. E questa non altrimenti ricevi che da Virgilio il buono Augusto. la quale a forza fuori de' rigidi pruni tirò la fiorentina bellezza. o come da Orazio il suo Mecena prendevano i cari versi nella memoria riducendoti l'autorità di Catone. e. tocca i segni cercati bianche colombe pasciute negli ampli campi gratulanti ricercan le torri. Alto signor di donne tante e tali.

non altramenti che io. miserabile dono a chi virtuosamente di vivere desidera. de' miei mali speciale cagione. venni io nel mondo. multiplicavano. nel quale la rivestita terra. e letizia. apparai. ed in esse nutrita. ed altri nobili. Oh maladetto quel giorno.esser Cesare. intera senta la sua- seno. nel quale io nacqui oh quanto più felice sarebbe stato se nata non fossi. udendola a molti lodare. ancora che picciola fossi. né più lunga etade avessi avuta. la quale poscia ti prego conservi. Ma che giova ora di ciò dolersi ? Io ci pur sono. e ad una ora rotte e cominciate avesse ! Lachesis li le sue fila ! Nella picciola età si infiniti guai. e de' più savi. da parenti nobili procreala. E me con atti diversi. che ora di scrivere trista sarebbero rinchiusi cagione mi sono. Dalla Fiammetta. si mostra bella. piìi che tutto l'altro anno. o se dal tristo parto alla sepoltura fossi stata portata. nel santo fattore d'essa hai con amore indissolubile vedova e lontana alla sua donna lieta. Ma già. volte infinite tentarono di quello accendere. che i denti seminati da Cadmo. qualunque costume a nobile giovane si conviene. e loro con sollecitudini ed arti faceva maggiori. ma contenesse alcun difetto. più miei coetanei giovanetti. Oimè che io. in altissime delizie. male allora da me conosciuti. e però liberamente l'esaminazione e la correzione d'essa commetto nella madre di tutti e maestra sacratissima Chiesa di Roma. ed a me più abbominevole che alcuno altro. E sì come la mia persona nelli anni trapassanti crcscea. meco. Ricevuta adunque. accese di fuoco amoroso. e dalla infanzia nella vaga puerizia tratta sotto riverenda maestra. ignoranza n'ha colpa. di che essi arde! . con quella giugnendosi. consola con la soavità della voce tua. Erennio o 298 se si Mecena non Niccolò. e di te. siccome è detto. Nella quale- se forse in fronda o altra parte non malizia. infino a tanto che. nel quale il sempre tenuto. siccome tua. Nel tempo. e così è piaciuto e piace a Dio che io ci sia. così le mie bellezze. da benigna fortuna ed abbondevole ricevuta. conobbi che la mia bellezza. dalla fanciullezza venuta all'età piìi compiuta. me ne gloriava. dalla natura ammaestrata sentendo quali disii alli giovani possono porgere le vaghe donne.

felicissima dimorai intìno a tanto che il furioso amore. Ma poiché de' molti uno. acciocché disarmata non venissi alla battaglia nella quale io doveva cadere. era avviso sedere in un prato. Ma : . in matrimonio fui addomandata. con fuoco non mai sentito. più lieta che mai e con questa letizia. Io era unico bene e felicità singulare del giovane ! me era egualmente amato. il quale a miei danni dovea dare principio. Ma gì' Iddii. dal sole difeso. sùbita volvitrice delle cose mondane. E così ornata levatami. e da' suoi lumi. de' quali tutto il luogo era dipinto. a me favorevoli ancora. se sempre in me fosse durato cotale amore! Vivendo adunque contenta. anzi ardere nel futuro. delti scelti leggiadra ghirlan detta facendo. e. e da molti ancora. sola fra verdi erbette. m'ebbe. vollero. nello amplissimo letto dimorante con tutti li memun giorno bellissimo e più chiaro che alcuno altro. con sottile argomento alli miei occhi medesimi fece alle avversità trovare vie. debitamente contenta di tale marito. non riscaldare. mi chiarirono delle future cose in cotale sposo. in . se io prendere l'avessi sapute. essere. me. Oimè ninna cosa fu mai che il mio disio o d'alcuna altra donna dovesse chetare. a me. invidiosa de' beni medesimi ch'essa m'avea prestati. ed alli miei fati di me più solleciti. quasi fuori di speranza cessò la infestante turba delti amanti da sollecitarmi con li atti suoi. da fiore sceglieva. armi prestare al petto mio. né sapendo da qual parte mettere li suoi veleni. da bri risoluti nello alto sonno. A diverse diversi fiori con le ombre di alberi vestiti di nuove frondi ed in quello avendo colti. ne ornava la testa mia. come egli mi amava. e così egli da guisa. e con aperta visione ne' miei sonni. che prestamente a mia soddisfazione non venisse. a me per ogni cosa dicevole. la fortuna. in uno lembo de' miei vestimenti rac. e certo ninna altra che quella onde entrò v'era al presente. pareva. volendo ritrarre la mano. sentendo le occulte insidie di costei. tra la più folta erba a giacere postami. candide mani. non entrò nella giovane mente. ed in festa continova dimorando. non so di che.— 299 — vano. Io adunque. Oh quanto più che altra mi potrei io dire felice. coltili. con istantissima sollecitudine. e che me dovea più che altra. qual Proserpina allora che Pluto la rapì alla madre. la notte precedente al giorno. nuova primavera cantando poi. fiore cotale m'andava per la stanca. forse mi posava.

vaga vaga. e secondo era l'andare di quella. Ma la piaga quale insino allora per la sola morsura m'avea stimolata. e tale. delti acuti denti. piena rimasa di veleno vipereo. notte tornata . . rendere a me più benigna. immaginando dovere. quasi come. fu sì grave la doglia del cuore quella aspettante. non so come. a lei tirante. e più fiera. e seguissonla: e non dopo molto. che me. ed ora sentendo la forza del veleno il cuore cercare per vie molto sottili. tra quelle. più sicura fatta per quello. quasi tutto laonde corpo con enfiatura sozzissima parca che occupasse: prima senza spirito. dietro a me vegnendo. uscendo dal mio seno. aspettando la morte. poi. che avve- . mi pareva che. senza alcuna piaga trovandolo. alli Greci tornò nel peccato di Atreo le terre e e le corli ruscazioni correano per quello senza alcun ordine. pareva mettere nel mio seno la fredda serpe. fra le prime erbe. non valendovi medicina. che nel futuro m'era apparecchiato e. parca che quasi di peggio temendo. che quasi non mostrati sono. come bianca pietra gittata in profonda acqua.— non altrimenti il 300 d' — il tenero pie Euridice trafisse nascoso ani- male. paurosa ancora delle cose vedute. subito. col beneficio del caldo del proprio petto. parve che sotto la il una nascosa serpe venente sinistra mammella mi trafiggesse. strano li loro segreti. assicurata. le sciocchezze dei sogni cominciai a deridere. avendo molto del nostro sangue beiito. quasi rallegrata e sicura. offesa ancora dalla paura del tempo avverso. partitosi il sole. così si tolse alli occhi miei. si toglie alla vista de' riguardanti. che tutto il corpo dormente riscosse. Ahi misera me! quanto giustamente. col mio spirito si partisse. lei ma poi. li quali con tanta oscurità alle menti grosse dimoil io. e dopo lungo spazio. a poco a poco. non meno delli Iddìi dolendomi. fosse la moltitudine de' nuvoli appiccata. nella prima entrata mi cocesse. se io li schernii allora. e crepi- spaventavano me similmente. Ma quella. E già l'ora di quella venuta parendomi. quello nel presente cercando. dopo il quale rotto. con mia grave doglia. parendomi essere rimasa. mi coprìa tutta. così la turbazione seguitava. mi voltava. renitente. con la destra mano corsi al morso lato. mi cui morso. e piantili senza frutto. per le fresche erbe. quale tanti tuoni la vidi. Allora il cielo la di somme tenebre chiuso pensai. e ruppe il forte sonno. al dato morso raggiunse la iniqua bocca. gli ho veri creduti. Nel cui partire il chiaro giorno turbato. e così vana feci delli Iddìi la fatica. sopra l'erbe distesa.

essendone meco contenta. nel tempio sentita fui. serva dovea divenire. alzai il sonnacper picciolo buco. mai più da loro non vedute. ma eziandio le donne. E mentre che io mi mirava. per andare alla somma festa m'apparecchiai. ogni altro pensiero gittato via.— liuti si 301 — chioso capo. che. che non solamente gli uomini gli occhi torsero a riguardarmi. eccitata. perchè. Oh! se la mia mente fosse stata sana. e la celebrava. simile alle Iddee vedute da Paris nella valle di Ida tenendomi. o forse da celestiale mano da me non veduta. mia nobiltà m'aveano assai eccellente luogo serbato. cadde in terra: ma io. e saziano l'ira loro. poiché assisa vidi il mio costume. preso dalla cortina del letto mio. molte. laddove io era. fuori. per che io. uno fiore della mia corona. vidi entrare nella mia camera nuovo sole. nel quale solenne debito a quel giorno. mi levai. nel quale. tempio di uomini e di donne parimente ripieno. così quella avvenne. Questo bastava a dimostrarmi che quello giorno la mia libera anima. siccome l'altre volte soleva avvenire. tra l'altre La vecchia usanza donne fui. gli privano del conoscimento debito e così ad una ora mostrano di fare il . il loro dovere. e. Quello giorno era solennissimo quasi a tutto il mondo. Oimè! che segnale più manifesto di quello. ed oltre andai. novamente discese. non so come. con lento passo. quella di capo trattami. V avrei trapassato! Ma gl'Iddii. pervenni al sacro tempio. come avvenne. quanto quel giorno a me nerissimo avrei conosciuto. sopra capo me la riposi. e di sé donna. ripresala. a coloro verso li quali essi sono adirati. benché della loro salute porgano ad essi segno. non curante tutta alle occulte cose dalli Iddii dimostrate. celebrandosi il sagro ufficio. non altrimenti che il pavone le sue penne. Né prima. immaginando di così piacere ad altrui come io a ine piacea. quasi come nulla fosse. fossero in quello luogo. che avvenne. senza uscire -di casa. il Io adunque. con sollecitudine li drappi di molto oro rilucenti vestitami. e non meno che una Iddea gloriandomi di tali cose servante il . e La fortuna mia adunque ed accompagnata da si me vana già il non curante sospinse ufficio. quante fiate tra me stessa ne risi. mi poteano dare gl'Iddii? Certo ninno. li occhi subitamente in giro vólti. ed in varie caterve diversamente operare. subito ! possono dire e. e con maestra mano di me ornata ciascuna parte. deposta la sua signoria. non altrimenti che se Venere o Minerva.

secondo il mio giudicio. non so da che spirito mossa. mi circuivano.— so^ — Lasciate adunque quasi tutte le schiere dei giovani di mirare 'altre. li occhi con debita gravità elevati. Ma io. a me si posero d'intorno. avvenne che l'altrui me miseramente prese. e non una volta m'accorsi. tu sola sei la beatitudine nostra. e dritti. il quale ancora non era da amóre occupato. che di ciò alcuni vana speranza pigliando. Mentre che io in cotale guisa. che esse dal petto mio tras. che. né io medesima sforzandomi. e variamente fra loro della mia bellezza parlando. Dico che. ed onestissimo nell'abito suo. elli era di torma bellissimo. la laudavano. quello che ancora fatto non avea d'alcuno altro. dimoro. credendo che la mia bellezza altrui pigliasse. quasi in forma di corona. a me direttissimamente uno giovane opposto vidi. in tra la moltitudine de' circostanti giovani. tenendo li orecchi alli ragio- namenti li di quelli. non so con che tacito diletto meco lo riguardava. Certo io ebbi forza di ritrarre gli occhi dal riguardarlo alquanto. IO mentirei. meco lui e li suoi modi cominciai ad estimare. non guardandomi dalli amorosi lacciuoli. mi potè tórre. o di vita più che altra angosciosa. sentiva desiderata dolcezza. tenendo alquanto più fermi che l'usato ne' suoi li occhi miei. che di lui mi pareano. e quasi loro pa- rendomene essere obbligata. . con li compagni vanamente se ne gloriavano. contenta d'essere da lui riguardata. a me parve in essi parole cognoscere dicenti: donna. e della sua giovanezza dava manifesto segnale la crespa lanugine. — . il quale di certissima morte. tale fiata con più benigno occhio rimirava. poco alcuni rimirando. Ma infra l'altre volte che io. solo ed appoggiato ad una colonna marmorea. ma il pensiero dell'altre cose già dette ed estimate. E già essendo vicina al doloroso punto. talvolta cautamente se esso mi riguardasse mirava. E già nella mia mente essendo ]a effìgie della sua figura rimasa. quasi in una sentenza medesima concludendo.mi doveva essere cagione. il mirai. che pur ora occupava le guance sue e me non meno pietoso che cauto rimirava tra uomo e uomo. e molto da molti mirata. e quasi con più argomenti. nelh atti piacevolissimo. e. da inaccessibil fato mossa. affermate vere le cose. con li occhi in altra parte voltati. ma molte. ninno altro accidente. con acuto ragguarda mento distesi: e oltre a tutti. se io dicesse che esse non mi fossero piaciute. anzi mi piacquero sì. mostrava me d'alti a cura sospesa. Certo.

che una luce. quanti non solamente quivi presenti. o elli che l'operasse. gliele tolsi. e subitamente atta divenni a potere essere presa. nel sùbito avvenimento di quella temendo. per un raggio sottilissimo trascorrendo. elessi per signore della mia vita questi fu colui. Oimé quanto inganno sotto sé quella pietà nascondea. li contentava e certo. e lui. non solamente fatto fervente sentii. Adunque. me pallida e quasi tutta freddissima lasciò. o pietosissime donne. e pieno di amoroso disio. percosse nelli occhi miei. seguitai l'appetito. il quale il mio cuore con folle estimazione. il quale veniva con queste parole: «E voi la mia». rivocate a sé le forze esteriori. sospirava. tra tanti nobih. forse libera ancora sarei. se di fuori fosse andato. in sì fatta maniera andò. primo ed ultimo e solo. ove mai poi non ritornò. fittizia si mostrò nel suo \iso. cognoscendo con quali armi si doveva la disiata preda pigliare. Ma che valse? quello che non si esprimea. se gl'Iddii. adunque. siccome esperto in più battaglie amorose. seco uno calore arrecarono. ninno pensiero in me poteo. o li fati che '1 concedessono. il quale io amai e ! : . Ed acciocché io non vada ogni suo atto narrando. perchè non altrimenti il fuoco sé stesso d'una parte in un'altra balestra. di me ricordandomi. anzi le forze tornate nelli luoghi loro. e forse. se non che io. da' suoi partendosi. ed ancora sono. ma non fu lunga la dimoranza. la quale. cautis- simo riguardava. da questa ora innanzi concedendo maggiore arbitrio alti occhi miei folli. che essi li erano già vaghi divenuti. cacciata la pallidezza. il quale. di quello. e quello n" irando onde ciò procedeva. beili e valorosi giovani. non so per quali occulte vie. non m'aves.- 303 — sero un soave sospiro. In così fatti sembianti. che io. Né. da sùbito ed inopinato amore mi trovai presa. senza mutare luogo. da quell'ora innanzi. Il quale. il conoscimento levato. oltre ad ogni potere raccontare. quali tirano a cog^osciuto fine tutte le cose. anzi. il cuore lo intendeva con seco. che il contrario sopravvenne. partitasi dal cuore. ma ogni considerazione all'ultimo posposta. me rossissima e calda rendè come fuoco. secondo che gli effetti ora dimostrano. se non di piacerli. esso. ne gìo. in sé ritenendo ciò che. fu colui. né in quelli contenta rimase. Questi. ciascuna ora con umiltà maggiore pietosissimo si mostrava. subitamente al cuore sero penetrando. dei quali ciascuno era pieno di maestrevole inganno. ma eziandio in tutta la mia Partenope erano. io potevo ancora essere mia.

ed a lui gli occhi rivolti. quando io. mentre che in cotali termini stanno pensieri. nel mondo. si finì l'offtcio solenne. di dannosa morte. nel quale io prima. divenni miserissima serva questo fu quel giorno^ nel quale io prima amore. come io spero. o col pensiero. o con gli occhi. atti suoi vidi quello. Deh! pietose donne. appena da me uditi non che intesi. Oh quante il biasimai io il mio riguardare in loro terminasse. . cioè che il partire mi doleva. me ne avvidi. che alla mia casta felicità invidia portasse. Levata adunque con l'altre. in un punto. Questo fu quel giorno. nel quale primieramente li vecontaminarono il puro e casto petto. e già mi noiavano i giovani a lui stanti dinanzi. che d'intorno alla immagine del piaciuto giovane andava vagando. e qualunque si fosse quella o infernal furia. se in tenebre si fosse mutato si fatto giorno Oimè misera quanto fu conobbi : nerei veleni ! ! al mio onore nimico sì fatto giorno! Ma che? le preterite cose mal fatte. e similemente delle mie compagne li ragionamenti diversi. di libera donna. questo fu quel giorno. e quasi con meco medesima non sapeva qual fine di sì fervente disio io mi chievolte. si possono molto piìi agevolmente biasimare che ammendare. Ma pure. Ma. che. Oimè misera! quanto male per me. rivocata l'anima. Io fui pur presa. e mostrai. o inimica fortuna. si credettero forse da li me mie essere amati. ignorando chi elli si quasi negli fosse. sedeva infra le donne. dopo alcuno sospiro. e già per partirsi miei erano le compagne levate. ad essa insidiando. quale dovea es- sere principio e cagione d'ogni mio male. quasi attonita e di me fuori. non mai prima da me cognosciuto. venne sì fatto giorno! Oimè! quanto di noia e d'angoscia sarebbe da me lontana. siccome è detto. suo dimorare agli altri di dietro. credendosi che dessi. questo dì si con isperanza di infallibile vittoria puote rallegrare. chi crederà possibile. mentre io fra loro alcuna volta il mio intendimento mirava. che io ne' miei a lui m'apparecchiava di dimostrare. desiderosa di vederlomi pii:i vicino. Sop- presa adunque dalla passione nuova. : e. alcuni. che egli usava a cautela. quello tiepidezza estimando. uno cuore così alterarsi? Chi dirà che persona mai più non veduta sommamente si possa amare nella prima vista? Chi penserà mi dipartii. E sì tutta la mente avea il nuovo e sùbito amore occupata. de' quah. e li sacri utìci.amo più che alcuno altro : 304 il questi fu colui. sempre l'amato giovane riguardava. passare lasciava.

Dico adunque che. parendomi che in questo perseverando. che. se non chi provato l'avrà o pruova come fo io. con accidenti diversi. anzi con quella mei desima forza m'entrarono nel cuore. dalla vista di quella par- tendosi. aumentando le forze loro. almeno cauto si reggesse ed occulto nel tristo petto: la quai cosa quanto sia dura a fare nessuno il può sapere. tentata da molti ultimamente. quella mattina. e. dispiacere ? Certo ninna persona. li piaceri sono nel principio levissimi. e certo. mi tirano a dichiararli. pensai che. ma in me così non avvenne. di me. Oimè che amore così come in me ora usa crudeltà non udita. da pensieri nutricati. me più volte di ciò ripresi: ghissimo che giovava? Le mie riprensioni davano luogo larmiei disii. ed ardo. ed arsi. che essi vi sono poi dimorati. e da molte sollecitudini stimolata. senta gravissima noia. dico che di l'avea tratta. e con maggior caldo. e servai e servo più che altra facesse giammai nel preso fuoco. da diversi disii accesa. si fanno gravi. ogni fine di quelle nella immaginata effigie del piaciuto giovane terminando. se da me amore cacciare non potessi. ed inutili si fuggivano con lì venti. Quanti e quali fossero in me da questo amore li pensieri nati. che nella mente. ma alquanti. siccome il verde legno malagevolissima! mente riceve il fuoco. e piena di nuovi pensieri. oltre alti raccontati. e dimorano. a rispetto della nuova. avanti non vinta da alcuno piacere giammai. non sappiendo ancora di cui. forse quello che io intendeva celare si potrebbe presumere. avendo ogni cosa posposta. Lasciando molti pensieri. E in tale proponimento fermata. Io. così nel pigliarmi nuova legge dagli altri diversa gli piacque usare! Io ho più volte udito che. lungo sarebbe tutti volerli narrare.accendersi si di 305 — vederla il disio. quasi sforzandomi. nuovo furore accesa. coll'anima fatta serva. solo il pensare allo amato giovane m'era caro. ma poi. ma quello ricevuto più conserva. me con meco medesima chiamava innamorata. così a me avvenne. vinta da uno. con alcune cose oltre all'usato incominciatemi a dilettare. negli altri. Quivi. il primo dì ebbe interissima possessione. Io desiderai più giorni sommamente di sapere chi fosse l'amata alti ma 20 . là onde libera mi ritornai. Amore. solo desiderando di vederla? Chi immaginerà tutte l'altre cose per addietro molto piaciute. mi furono. poiché nella mia camera sola e oziosa mi ritrovai. se noi pruova: certo io non credo che ella faccia meno noia che amore stesso.

prima. e liberale diventai: l'audacia crebbe. l'oro. s'io negassi che. ed oltre a tutto questo. ed alti giardini andata. nelle femmine innata. amore. Egli allora in me le fiamme accese facea più vive. e le perle. e caunon poco contenta rimasi.— 306 — nuovi pensieri mi dierono aperta via. accendeva. che io. quasi l'anima ampliando per forza crescesse. Gli onori similmente a me fatti per propria cortesia dalle donne. Similemente li ornamenti. da me fuggendosi. siccome poco bisognosa di quelli. e le mie mani. ma ia questo non era sì lieto il . posta in cotale caso. pensando che.cominciarono a essere cari. più che prima. niente curava. pensando più ornata piacere. splendidissima mi rendeano. a che li tamente il seppi. Ma veramente mi fuggì la fidanza. sì perchè troppo sarebbe lungo. cominciai con nuovo disio li detti luoghi a cercare. pensando che e vedere e veduta potrei essere con diletto. Egli rade volte ed onestissimamente venendo colà dove io era. veniva che vedessi. Oltre a queste. e sì perchè credo che voi. quasi debiti cominciai a volerli. che così le mie cose come non mie m'erano care. e l'altre preziose cose. cioè di celare in tutto l'amorose fiamme. senza prima pigliare del mio specchio il fidato consiglio. mutarono modo. siccome più volte esperienza rendè testimonio. Era il giovane avvedutissimo. pregiai. alle feste. senza altra vaghezza che con le giovani ritrovarmi. Io infino a quella ora alti templi. con occhio caugiovane. mi. quasi quel medesimo avesse proposto. tra le altre. io il Certo. aggiunta l'artificiale alla naturale bellezza. e mai fuori di sé la mia camera non m'avea. di che tissimo mi mirava. ancora molte altre mutazioni in me apparirono. e mirabilmente artificiosi divennero al loro officio. e non so quali ispente. ed alquanto mancò la femminile tiepidezza. la quale io nella mia bellezza soleva avere. io negherei il vero. infino a quello dì stati semplici nel guardare. cognosciate quante e quali sien quelle che a ciascuna avvengono. non so da che maestra novamente ammaestrate. e quindi li vestimenti. cotale mi lasciò. ciascuno giorno più leggiadra ornatura trovando. l'avarizia. li occhi miei. siccome me innamorate. se alcuna ve n'era. de' quali io. alli marini liti. le quali tutte non curo di raccontare. ancora che forse alla mia nobilita s' affacessero. più giustamente mi gradirebbe. quando quantunque fosse ciò mi av- in me si possente che più non potea alcuna cosa. me follemente alcuna cosa più cara reputando che prima. al mio amante parendo magnifica.

. tra le delicate mammelle. così timorosa incominciai singolare bellezza eterna. dando poi a cotali accidenti da amore medesimo insegnate. Deh! donne pietose. non Birria. e quasi non fossi dov'era. e amerà sempre. davano al cuore noiosa cagione di dolersi. sovente la notturna quiete ed il continuo cibo togliendomi. perdona alla semplice resistenzia fatta da me contro all'armi del tuo figliuolo.— principio. oltre a questo. non cognosciuto. l'effigie dell' amato giovane. nelle sue braccia. la cui potenza sente più chiara chi più si difende. cotale a me in bocca spirando. o unica donna della mia mente. a ciò fare mi disposi: e subitamente del letto levatami. riguarda costui non Lissa. se amore felicemente adempia i voche doveva io. e di me sia come ti piace. verso me venne. se non: Sia come ti piace? — Adunque dico che ella già Iacea. e così disse: giovane donna. della loro allegrezza privati. mi fece vedere. di te tra le altre lodandomi. acciocché io. o che potea rispondere a tante e tali parole. di che i sospiri. non Geta. ravvolta nel sottile pallio. e come prometti. ed a parole mi moveano inusitate. e lei già cognoscendo. ama. che la fine 307 - non rimanesse più trista. fece più vista di quello volte maravigliare chi •cagioni infinite. quando io le sue parole avendo nello intelletto raccolte. mi toglieva di me medesima. quale il falso Ascanio. né loro pari t'abbiamo per amante donato: egli è per ogni cosa degno d'essere da qualunque Iddea amato: te più che sé medesimo. e a luogo e tempo merita la mia fede. E aperto alquanto il drappo purpureo.stri desii. fece li primi disii più focosi. mi vide. così come noi abbiamo voluto. del luogo dove stava mossasi. quando ella. o deità celestiale. cresca il numero de' tuoi sudditi senza fine. e di tale Dea (Venere). in quantità ed in qualità. e con ferventissimo disio nel sembiante. Queste parole aveva io appena dette. ed il disio. qualóra della rimanea privata. e perciò lieta e sicura nel suo amore t'ab: — : . nella bocca a Didone alitando. accese l'occulte fiamme. e poste con umil cuore le ginocchia in terra. fra me piene d'infinite scuse sentendole. diventavano maggiori. alcuna volta ad atti più furiosi che sùbiti. quasi ogni mio sentimento occupando. Perciocché li occhi. abbracciandomi. Ed. com'io sentii. Poi. mi baciò la fronte. con sollecitudini alle mie non dissimili.

se n^i sembianti vera testimonianza della qualità del cuore si comprende. credo che. vago di servare il mio onore. fingendo Fiammetta e Panfilo essere stati greci. s'ingegnò. sùbita si fallo. ma ancora con tanta grazia la possedette. conobbi che. se non tanto quanto con lui comunicava. caldo di festa e di cibi e di amore. il cognosciate e chi sarebbe quella sì stolta. si ma eziandio con atti diversi e delle poteva fare: e ciò piacendomi molto. e di farmi più certa dei suoi disii. perocché. e sotto grave peso domando li miei disii volonterosissimi di mo- strarsi. parlava cose. e di farlo cauto come io era. ne io a lui. Né a questo contento stando. Quanto piere. in publico favellare? Ma già parendoli tempo di procedere a più sottili cose. ed ultimamente del mio marito: la quale non solamente ebbe. ora con uno. io tempo conobbi al mio desiderio esser seguito l'effetto e non solamente dello amoroso ardore. che a ninno niuna cosa era a grado. d'insegnarmi a tale modo parlare. ma ancora di cautela perfetta il vidi pieno. senza scriverlo. di sofferenza Cotale proponimento adunque servando. questo mi piacesse.— 308 — bandona. che ne egli a me. che assai convenevolmente l'uno l'altro non intendesse. Li tuoi prieghi hanno con pietà tocchi li nostri orecchi siccome degni. me Fiammetta. con intera considerazione. usando molte arti. per le quali io. Oimé! quante volte già in mia presenza e de' miei più cari. ora con un altro. li" suoi desii. secondo l'opera. il che sommamente mi fu a grado. e sé Panfilo nominando. quando tempo mi fu conceduto. Esso in poco . quando vedeva che io udire potessi ed intenderlo.. e però spera che. merito prenderai. che non credesse che sommamente da questa famigliarità nacque il potermi alcuna volta. d'accendere il giovane di quelle medesime fiamme delle quali io ardea. volonterosissima d'imparare. m'ingegnai con occultissimi atti. e ademquando i luoghi e li tempi il concedessero. per figura parlando. narrò egli come io di lui. ed io a lui. con tanto avvedimento compresi. significare voleva alcuna cosa. e del viso mani . senza più dire. credo non senza gravissima pena. non solamente favellando si poteva l'affezione dimostrare ad altrui : e la risposta pigliarne. Ed in verità in ciò non mi fu luogo lunga fatica. — tolse agli occhi miei. senza E quinci. s'ingegnò d'avere la familiarità di qualunque mi era parente.

lecita l'altro dopo traevano con isperanza solsuoi e miei desii. più savio che io non pensava. «ebbe da me quello che io. considerando che lungamente senza gravissimo affanno. Oltre a questo. sarebbe lungo il raccontare quanti e quali consigli per lui e per me a varie cose fossero presi. benché del con- . primamente 309 stati — eravamo presi. ancora che io al presente in mio detrimento le cognosca operate. in ciò poco alle mie parole credevole. che non insegna Amore ai suoi soggetti. e di ninno peso parrebbono. sapete che soghono le donne amate Esso adunque. e con più ardire che ingegno. non però mi duole averle sapute. Ma tutte piccolissime. se la materia presente il richiedesse. io con una finta novella non dessi ri- sposta dicevole: cose assai. con tanta affezione li modi del parlare di lui raccolsi. e io avrei di fìngere e di alle quali. alli non trasportasse la lingua disavvedutamente dove essa andare non doveva. che non per altrui operati. e tal volta fu che io temetti che troppo caldo accidenti poi n'erano seguitati. e ciò ciascuno agramente portava. e non meno della sua sagacità che della semplicit deUi ascoltanti. ed appena potente a disciogliere la lingua nelle materiali e semplici cose tra le mie compagne. voi medesime. sicli L'uno giorno a come vi fare. o raccontare. semplicissima giovane. avvegnaché l'uno il dimostiasse all'altro occultamente parlando. e molto più a adoperare ad una giovane. siccome elli. scrivendo io. Certo io ne risi più volte. con quanti luoghi ed alle persone pertinenti alla novella dando convenevoli nomi.ed esso di me. secondo il mio parere. male agevoli ad imprendere. non si poteva servare. le quali forse forza cercate a ciò che più sarebbe a grado. astutispietosissime donne. con quanta sottile esperienza fosse per noi provata la fede d'una mia familiari ssima serva. ed a che non li fa elli abili ad imparare? Io. che in brieve spazio poeta. ma egli. e l'altro a l'uno di ciò si mostrasse schifo oltre a modo. parlare passato ogni poche cose furono udita la sua posizione. non essendovi alcuno di mezzo. alla quale deliberammo di commettere il nascoso fuoco ancora a niun'altra persona palese. ma appena giammai non credo pensati: le quali tutte. più in ciò che gli avvenne avventurato che savio. luogo e tempo convenevole riguardato. simamente si guardava dal falso latino. forse.

che ciò manifestare che è scritto ma chi può resistere ad Amore. senza sonno passate! Quanti altri diletti sancari ad ogni amante in quella avemmo ne' lieti tempi tissima vergogna. ma tu ! ! ! lasci. Oh. non che saputo. Quelle adunque alle quaU tanto di privilegio ha natura prestato. che ciò. convenne che io serva obbedissi. che ad alcuno tempio. e tesori sotto la terra occultati. ma in ciò mi sia Iddio testimonio. dopo tale avvenimento. graziose più che il chiaro giorno. acciocché. durissimo freno alle vaghe menti. da me avanti. possano quelle che si tacciono comprendere. per le dette. ed ora ed allora. libera ancora. che. alcuna volta non fa senza tema a me licito il suo venire. e la fortuna e il nostro senno ci consolai ono lungo tempo a tale partito. ragionando. tutte le sue forze operando. che assai bene conosco che più sarebbe il tacere stato onesto. Certo. il quale solo testimonio ne posso dare. più sentirsela appresso? Dico adunque che. Oimè! quanti piacevoli baci! Quanti amorosi abbracciamenti Quante notti. e più volte. ma molte. non mi fosse carissimo. resistere. io confesserei che ogni memoria mi tornasse. non una volta. con sommo piacere. s'oppone? Io a questo non mi la . Elli mi mostrò altrettanto li diletti nascosi valere. siccome Amore veramente può dire. all'altre non così savie il manifestino. quasi non conoscente di tanto. dimostrati interamente. . ma pur pensato. Né alcuna me. credendomi forse giovare: io desiderava di dire più cose. avvegnaché ora a me lieve più che uno ventofuggito mi si mostri. ultimamente a colui al quale io ne' principi non seppi. perchè non ti parti tu. se io dicessi che questa fosse la cagione per la quale io l'amassi. Ma perchè mi diletto io tanto. E chi sarebbe quella sì poco savia che una cosa che amasse non volesse. pregandotene io? Perchè ritieni tu la mia penna atta a dimostrare gli avuti beni. quanto gli era la mia camera cara. che egli per occulto modo non fosse meco. le seguite infelicità avessero forza maggiore di porre per me pietà negli amorosi petti ? Oimè che tu m'offendi. punto più volte lasciai la penna. che cotale accidente fu ed è cagione menomissima dello amore che io li porto: non pertanto niego. vicina? E quanto maggiore fosse l'amore. disiava. e come lieta volta che ciò nella essa lui vedeva volentieri! Io il conobbi ad essa più reverente. quanto li la ripresi. Ma mentre che questi così lieti tempi passavano. anzi che lontana.— 310 — trarlo infin gessimi. mi fosse dolore a ninno altro simile. da lui infestata. stolta dica. quando egli.

fra me sovente dicendo: giovane degno come io amo. quante volte ! io li suoi altari visitai con incensi.. parlando io cose varie. da noi molto faticata. siccome io al presente senza frutto miseramente cognosco. ed un lume grandissimo. e l'altra vinta da nuovo consigUo. letto menando sue più lunghe dimore. dovesse piacere quello che a me piaceva. come a me. che più nell'animo mi era caro. gli occhi suoi della mia bellezza faci insieme dimoravamo ceva lieti. e quante volte biasimai consigli della vecchia balia Ed oltre a questo. in una parte della camera acceso. e subito della ti volli dire: tacqui. essi soperchia dolcezza beveano. siccome piacque ad Amore. e toltemi le parole» stettero chiusi. riposando nel ricchissimo . estimando meco medesima che così a ciascuna persona. mi con occhio acutissimo. siccome caso venne.— 311 — intorno a queste parole? Io dico che io allora più volte ringraziai la santa Dea promettitricc e datrice di quelli diletti. amorosi frutti come colgo io. lui nelparte del nostro letto rivolto cautamente mirando. reputava. non pensando che il diletto il quale io allora con amplissimo cuore prendea. o vergogna. nella mia camera. lieta sopra tutte l'altre compagne. e con orecchie sottili. al sommo colmo della beatitudine tenere. né ama né con tanta festa coglie gli Poi egli ed cita notte le io. essendo il tempo per la ta- piove e per freddo noioso. per Che — sua sanità in vari pensieri messa» ma . dava luogo. quasi di essa inebriate le luci loro. quasi vinta e già V^enere. non so come per picciolo spazio da ingannevole sonno vinti. Li quali men- treché di quella. Il entrato. quello nei miei parlari biasimando. Adunque. dall'una parte. lo brevemente aveva il mondo per nulla. se non solamente in aperto poter dimostrare la cagione della mia gioia. del caro le quale così soave da me passando. senza avere invidia ad alcuna donna. paura. e assai contenta. e nulla mancare a me. Ninna è amata come io. Ma tu. in cotal guisa più tempo. lieta amando vissi. e l'altra di perdere ciò che nemica fortuna mi tolse poi. e tu. scherniva li loro amori. minacciandomi l'una d'eterna infamia. come era amante rammarichevoli mormorii sentirono senti? mie orecchie. e con la testa mi parea il cielo toccare. dall'altra. coronata li delle sue fronde. fosse radice e pianta nel futuro di miseria. ed i miei similmente faceva della sua. mi ritenesti.

acciocché egli desta mi sentisse non averlo sentito. acciocché egli a me si volgesse. E certo l'inganno ebbe luogo. perciocché egli. del quale non fu si tosto da me. cioè che egli. furono del futuro e augurio e verissime annunziatrici. e disse con voce pietosa mia bella. e il viso parimente e il petto bagnato di lagrime conoquali voci sariano sufficienti ad esprimere quale scessi. l'uno de' miei bracci gittando sopra i suoi omeri. l'anima mia divenisse? E mi corsero mille pensieri per la mente in un momento. cominciarono a scaturire. se i miei pianti meritano fede alcuna : — : — ! — : . Ma poiché libero alquanto dall' impeto si sentì. ! modi. ed a ninno m'accordava! Ma ultimamente. Oimé che le mie parole. subitamente pavidi si riscuotono. con infinita anima letizia subito a me si volse. o da bestia crudele. sì l' impediva il singhiozzo del pianto. pensai di adoperare. ma. Ohimè in tale aspetto. con voce Carissima donna e spesso rotta dal pianto.3!2 •alcuno spazio ascoltai. morte. vinta dal disio di saper la cagione del suo pianto. non so da che spirito pinte fuori. come da due fontane. a bagnar con maggiore abbondanza. dimandato. cotale sùbita con voce pavida mi riscossi. potrà che tu mi perda E a queste parole senza mezzo seguì un gran sooperare. che de' primi pianti desiderava saper la cagione. — Ma nulla delle sue voci presero le orec- benché lui in singhiozzi di gravissimo pianto affannato. che abbondanti lagrime da' suoi occhi. si ritraevano indietro. contra voglia dimorasse in tal modo. dubitando che vergogna non gli porgesse l'esser da me trovato piagnendo. quale coloro che nei sogni o da caduta. e non altri. ichie mie. e me in greve doglia e già lagrimante tenne per lungo spazio sospesa. non quanti gli dessero materia di sentire che fosse da me veduto. venendo sopra di lui. il sogno e il sonno ad un'ora rompendo. lasciando le lagrime. Le mie parole furono più volte infìno alle labbra per domandarlo qual fosse la sua noia. e quasi tutti terminavano in uno. siccome gli effetti ti possono charamente mostrare. la cagione ignorando. acciò che le calde lagrime cadenti da quelli. e il mal rasciutto petto di lui. amando altra -donna. spiro. impaziente. o da altro spaventati. prima che alle mie molte dimande potesse rispondere. così mi rispose da me sopra tutte le cose amata. E similmente trassi gli occhi più volte di riguardarlo. che temesti ? Al quale io senza indugio risposi Parevami che io ti perdessi. siccome io ora veggio. Ma egli rispose: O carissima giovane.

né conforto. ultimo fine delle cose nostre. e dall'altra in quelle con somma forza Queste parole m' entrarono nel misero da Amore ritenuto. tanto più in lagrime convertendosi. richiama a rivederlo. e per qualunque altra cosa più grave puote. senza sposa. qualora nella memoria mi torna quello che ora in tanta gioia. di più figliuoh. solo d'alcuno fratello sollecito ai suoi conforti rimaso. varie maniere di scuse ho trovate. con teco stando. già sono più mesi.— di lagrime 313 - creder puoi che non senza cagione amara cotanta abbondanza spandano gli occhi miei. così mi disse La inevitabil morte. continuo mi scongiura che a rivederlo vada. il quale già sono più anni passati non vide. che senza modo lagrime mi fece spandere. per l'amor da lui verso di me continuamente portato. senza speranza alcuna di più averne. Questa fu la prima ora. acciocché ad Amore ed alla debita pietà ad un'ora sodisfar potessi qui dimorando. avendo in me. me a consolazione di lui. quanto potei ancora il pregai che più chiaramente qual pietà il traeva delle mie braccia mi dimostrasse onde egli. dicendo alla fine sé la misera anima cacciar del corpo sconsolata. con prieghi solenni me ne fa stimolare. come colui che da una parte. Alla qual cosa fuggire per non lasciarti. da amici e da parenti. mai prima da me simili non sparle. Dunque non potendosi. andando. per quel che a lui portar debbo. cuore con amaritudine non mai sentita. nuovamente me solo ha lasciato al padre mio il quale d'anni pieno. quanto sono le naturali leggi forti Io non ho potuto fare. Ed oltre a ciò. né posso. per la debita obbedienza fihale. è fuori delle tue braccia tirato. se me non rivede. Ma poiché per lungo spazio ebbi pianto amaramente. nondimeno. in afflizione gravissima il mio cuore misero ne di- mora. lasciando nel cuore il loro effetto nemico. non restando però di piangere. e là dove la necessità strettissima mi tira per forza. ed ultimamente non accettandone alcuna. m'uscivano per gli occhi. traendolo pietà. con licenza — : : : : ! . cioè solamente il pensare che di me far due non posso. le quali ninna sua parola. di che assai era fornito. e ancor che bene non fossero prese dall' intelletto. in che questa fu quelio sentii dolori al mio piacer più nemiche voli l'ora. per la mia puerizia nel suo grembo teneramente allevata. mi tormenta. quanto più di quelle ricevevano le orecchie attente a' danni loro. siccom'io vorrei. che nel molto amore che io ti porto non abbia trovato luogo questa pietà: onde. Oimè. poteva ristringere.

Ma poiché per alquanto spazio si fu del suo assuefatta a sostenere spiriti il mai piìi non sentito dolore. mi ucciderà ? Ben dèi tu oggimai conoscer quanta forza così sia nelle tenere giovani a poter avversi casi con forte animo sostenere. sostenni . Io dico sommariamente che. tale caso avvenisse. : si partirà.. amore già cibata. tutE qui si tacque. la quale appena per addietro ho sostenuta quel giorno che io non t' ho potuto vedere adunque puoi esser certo che. senza misura amando accesa. così dissi : ranza della mia mente. l'altre no. e con lui dimorare a. a' miseri rendè le paurose forze. Tu. Chi mi negava. altrove tirarti. e la lingua di dire alcuna parola. ma la cagione era molto diversa da questa: la mia speranza posta nel mio volere mi faceva lieve quello che ora nell'altrui mi graverà. ed odi perché. ma molte hai affermato.. non sappienda come senza te viver mi possa. di tal cosa ricordandomi. Ed ora bastasse questo! ma chi dubita che ogni tristizia forse. in dubbiò poni le cose future se le tue parole per addietro sono state vere. non m'abbia a sopravvenire. niun'altra pietà a questa dee aver potenza di poter resistere. diliberato d'andare a rivederlo. siccome per dimostrarlo ogn'altro esempio. a cui io parlo. cessandoti tu. tavia meritamente piango. l'anima mia cercò di fuggir da me. al signor della mia vita rivolta. da pietà ma certo. Egli t' è manifesto. e senza. consolazion sua alcun picciolo spazio di tempo. in quanto dubbio tu lasci la vita mia. con le quali me da te essere stata amata non una volta. e occupata da grieve doglia. ogni allegrezza da me . Se alcuna di voi fu mai. e gli occhi rigidi dive unti eb- bero copia di lagrime. perultima speché. così ogni parlare ci sarebbe scarso. perocché. colei sola spero che — possa conoscere quale allora fosse la tristizia dell'anima mia. gli amando maggiori. quando il disio saviamente e con forza. se così m'ami come dimostri. acciocché. né mentre che io viva. alla quale.— 314 di te. Se forse vuoi dire che io per addietro. certo il consento io in parte. tirato e da amore. o donne. udendo io queste parole. e la tua vita e la mia cacciate non siana dal tristo mondo prima che venga il dì segnato. e* senza dubbio credo fuggita si sarìa. ferventemente amando. entrino le mie parole nella tua anima con forza di mutare il nuovo proposito. la quale forse. se non che essa di colui nellebraccia che più amava si sentiva stare: ma nondimeno paurosa rimasa. se tu séguiti quel che parli. lungamente mi tolse il poter dire alcuna cosa.

Oltre a ciò. Or ecco che tu sei forse. Dun: ! : que. ma nemico. che ninna persona. o potrailo fare. non isforzato. per innanzi viva. più che per vista. con teco aspetto molti anni di viver lieti. o Panfilo. . io direi la tua pietà essere giusta. la quale per tua elezione. se la tua andata quello nel tuo padre dovesse operare. più che io non credo. benché io ti stimassi da molto per opera che tu se' d'aver troppo più caro che non mostrava allora il mio immaginare. e più ci è vivuto che non si conviene e se egli con fatica vive. ancor che duro mi fosse ma non sarà cotale né potrebbe essere. né viver senza te saprei. chi tu ti ma ora conosco e sento fossi. anteporre ? Oimè che iniqua pietà sarà questa? E egli tua credenza. per sangue. e senza te lascia riposare il vecchio padre e siccome egli. o per amistà congiunta. sì poco cale. assai aperto si vede la morte mia. sarà viemmaggior pietà di te verso lui il lasciarlo morire. il quale è vivuto. t'ami siccom'io t'amo? Male credi. che quel che spera di tenere. io allora non sapeva. e tu il sai. che tu voglia pure al mio amore preporre la pietà perduta del vecchio. Dunque la pietà del vecchio padre. s' io odo il vero. : . senza te lungamente : se gli piace. perchè io il consenta. di ogni altra pietà ti dispoglia che offenda questa. E chi dubita che egli non sia molto maggior dolore il perder ciò che altri tiene. e commenderei che s'adempisse. essendomi tu lontano. si conviene aiutare. ben considerando. sia di te quantunque voglia o possa per parentado. più pietà merito. e di me essendo pietoso. se così tai. per addietro. e perciò degnamente antipommi. se così credi veramente ninno t'ama così coni' io. preposta a quella che di me dei avere. così. e se' divenuto mio con quella certezza che gli amanti possono esser dalle donne tenuti loro. se io più t'amo. non m'avverrà. e se non. vorrai tu. a i molti. che io te cosf me. come io di te innamorata.— di 315 — m'avesse pure oltre ad ogni misura costretta. i pochi anni al vecchio padre serbati. Deh. Ma me. non avessi potuto avere? Certo ninno: quel che. si muoia. che in Esone i medicamenti di Medea operarono. crudele. hai amata e ami. che più in lui con la tua presenza prolungar la fatichevol vita. ancor che la speranza debba riuscir vera? E perciò. Egli è fuggito molti anni al mortai colpo. mi sarà di morte cagione? E tu non sei amatore. siccome i vecchi fanno. Deh. che guari senza te vivuta non sono. la quale giovanissima ancora. se di me. che ancora a me ragionevolmente si serbano.

vita peggiore che morte non te ne falla. così cittadina come forestiera. e a te e a me parimente dannosa. e sia chi vuoi. ! sì sciocco non sii che. abbondevole. di cui mondo perchè tu stesso ti tu sei ora pietoso. posto che colà vada ove nascesti. e sotto ad un solo re: le quali cose. Pensa che chi se non ama. nondimeno. ve l' inducerebbe pietà e questo credo che assai ti sia manifesto. che quel giudicio che egli darebbe. serva non a mille leggi. e tutta in arme. voglia te a grave pericolo di te medesimo ti sot- toporre. assai potenti ragioni sono le già dette da doverle seguire. il quale. che a te sia durissima. perchè io ti prego che tu il il cresca più che di me movimento. che egli essendo savio. la quale. non dicesse piuttosto: rimanti? E se a ciò discrezione non l' inducesse. s'io alcuna conoscenza ho di te. egli t'è per accidente noioso. Perciocché. attentamente riguarda. ma a tanti pareri quanti v'ha uomini. e per la sua medesima sentenza lascia stare questa andata. pos- Tuo padre. più morto che vivo ti se' mostrato. se i tuoi sembianti in prima. e di superba. che egli l'abbia saputa e dato. dimostrano . e vedi te possibile la morte ricevere. sento. considerando ancora dove tu vai che. se a lui fosse la nostra condizione lecito di scuoprire. da questa andata.è tale quale il 316 — almeno di te li die la fortuna: medesimo t' in- o di lui. è ad un'ora costretto. senza vedermi ti credi poter dimorare? Deh. tutte . E quella che di lasciar t'apparecchi so che conosci lieta. quale ora per accidente senza vedermi hai trapassata: ed ora in tanta lunga dimora. se per lungo dolore avviene che l'uomo si muoia. e piena d'innumerabili sollecitudini: cose tutte male all'animo tuo conformi. chente richiede la mal venuta pietà. d'avara ed invidiosa gente fornita. siede. Adunque fa' ragione . siccome tu medesimo già dicesti. magnifica. carissimo signor mio. siccome io intendo per altri. Oimè che l' innamorato mio cuore insieme dalla pietà che a me medesima porto. fremisce. e poi le tue parole non mi hanno ingannata. e da ritenerti. per quel che io abbia già da te udito. le tue lagrime. pacifica. fossi cagion di diede al chi du- E bita che. movendoti a pietà d'alcuna persona. e da quella che per te sento. Certo. al mondo ninna cosa non tòrtene. se la nostra causa sapesse. e del tuo cuore quale nell'ansio petto senza ordine bàtterti e se morte non te ne segue. luogo : naturalmente oltre ad ogni altro amato da ciascuno. la tua città è piena di voci pompose e di pusillanimi fatti. ed in guerra. per Dio.

dove altra cagione a partirmi quindi non mi movesse. presumendo non che da mio padre solo. scusato mi parrebbe essere. non come ma come ti la necessità presente il richiede. e tacevasi. non veggio come senza gravissima riprensione ed infamia fai lo potessi. senza niun fallo vere conosco le tue parole. più seeuro per innanzi mi rerida. così te le ne priego. co' baci mescolate. stato caro. la quale niun giorno. che in qualunque caso ti sia l'onor mio. più. credo che da te mi debba con- cedere. ninna notte. ci quale tu in altra parte non troverai. conoscendo a te gravissimo l'accidente. quant'io. E se il luogo al quale io vo é così spiacevole siccome il fai. per forza le qualità del luogo al mio animo averse me ne farebbono partire. così ora in questo divieni paziente. acciocché io. — sue lagrime avevano cresciute. e qui tornare. se lecito fosse a discoprire. e mutando consiglio. che é così a rispetto di questo. senza quella palese adempire. provvedi. Alla quale riprensione fuggire adempiendo il mio dovere. brievemente risponda. Pensar dèi ed esser certa che. senza fallo mi rivedrai nel tuo cospetto ritornare. Dunque lascia l'angosciosa proposta. chiaro . rimanendo. pensando che. Ma egli. ninna ora sarò senza mille paure: io Assai non pieghevole parlare: Egli aveva detto. non meno. morire: ma convenendo questa pietà essere oc~ molto eulta. assai ne bevvi. tre o quattro mesi ci torrà di diletto la fortuna. dopo i quali. ciò ti dee esser molto a grado. di quante e di quali sollecitudini l'anima mia lasci piena allontanandoti da me. dico che potere io con un corto affanno solver si un debito lungo e grande. anzi prima che compiuti siano. ed ogni perima acciocché io. delle quali. quella di noi ma medesimi mi stringe. e come per addietro ne' miei onori ed utili stata se' sollecita. ma ancora da qualunque altro si fosse giudicato quel che dicesti. ed appena mi pare che in quello raccoglier tu vogli il pensare. siccome te medesima. la mia insieme.— assai ti 317 — e oltre a tutte le cose contate. e me. la quale. e lasciarci il vecchio padre. senza vedermi. vorrei. io Le mie parole in molta quantità dopo molti sospiri. alla tua vita e alla sono aggradevoli: sono io. che io vada. rallegrare. mia. essendoci tu. Dunque concedasi questo da te. quando io così ricominciai a conosco ciò che fermato nelì'animo porti. benché la pietà del vec- chio padre mi stringa assai e debitamente. mi rispose: sommo bene dell'anima colo in quelle narrato m'è manifesto.

pensa come faresti tu se io per altrui ti cambiassi la qual cosa non sarà mai. ma. ma disse: Carissima giovane. pieno d'oscurità. mitighi la lieta speranza della futura tornata. Tuttavia. senza dubbio spaventandomi mi offenderanno. nel quale io immaginando il tuo partire. la quale io priego Dio che sopra i miei dì la distenda quanto tu vuoi. Se a te pur fermo giace nell'animo il partire. né il cielo tante stelle. il quale se far non vuoi. cioè dare alla tua andata alcun indugio. m'ucciderei. come al: — . e quelle che meco senza dubbio ne porto. a ciò volere di necessità mi convien disporre. ora per le continue })iove ogni picciolo rivo è divenuto un grande e possente fiume. il quale ora la stagione mena malvagia. nel quale e tu meglio e con meno ed io. Ma lasciamo star questo. Dehj perchè con soperchio parlar mi voglio distendere dicendole ad una ad una? Brievemente non ha il mare tante arene. io ti priego che in questo tu séguiti il mio volere. il nuovo. con continuo pensiero possa apparare a sofferire d'esser senza te. e me per quella dimenticassi. anzi con le mie mani. una ne vedessi che ti piacesse. Chi è colui che sì poco sé medesimo ami. s'esser può. contro al mio piacer. Lascia i dubbiosi tempi passare. né di quel che così qui. OimèJ trista la mia vita! io mi vergogno di dirti quello che nella mente mi viene. con vaghi atti atte a bene amare e ad essere amate. che in cosi fatto tempo si metta a camminare? Dunque in questo fa il mio piacere. perciocché quasi possibile per le cose udite mi pare. starò ne' quali ho udito più volte esser quantità intìnita di belle donne. qual vita sarebbe la mia? Deh! se così m'ami come dimostri. risposta. Or se tu ne' tuoi paesi. e di quello che noi non desideriamo che avvenga. se non piacerti. costretta pur tei dirò. fa il tuo dovere. prima che ciò avvenisse. ti lascio. ed aspetta pericolo andrai. quante cose dubbiose e di pericolo piene possono lutto dì addivenire a viventi. Non vedi tu il cielo.318 in continuo dubbio della tua vita. con nevi. già co' tristi pensieri costumata. E certo questo non ti deve essergrave: il tempo medesimo. l'angosciose pene e le varie sollecitudini nelle quali io. conciossiacosaché niun'altra cosa mi piaccia. continuo minacciare gravissima pestilenza alla terra con acque. le quali tutte partendoti tu. non tentiamo con tristo annunzio gl'Iddìi. m'é tavorevole. più pazientemente aspetA queste parole egli non indugiò la terò la tua tornata. con venti e con ispaventevoli tuoni? E come tu dèi sapere.

Che mai d'altra donna io sia che dì Fiammetta. cotanto il nostro dolor sarebbe maggiore. udendo questa. quivi ed signoria. Ma oimé! chi avrebbe a quelle parole risposto se non Fa quel che ti piace. né negar ciò che e' diceva. che con tristizia e paura di farlo. nelle mani di lui.1rove. è meglio subito oprando passare. senza dubbio sarebbe. rasciucielo arato dai buoi — : — gammo notte. aspettare. che prima la terra porterà producerà le mature biade. è senno d'aver pensiero. l' venuta quella notte. appena. né affermare sapea. ancor ch'io volessi. quale dovea esser ultima de' miei . e quella noia in questo mezzo avrai. ed io. d'abito e di me più volte venne a rivedere. cioè la morte. non essendoci io. che Panfilo sia d'altra donna che tuo. non senza gravissima doglia e molte lagrime. né de' futuri accidenti a nuocere posed ancora a giovare. 319 — quando tempo sarà. con sì fatta catena il mio cuore Amor ha legato sotto la tua sibili. il potrebbe far Giove. se egli viva mi trovasse nel suo tornare. benché assai voler trasmutata dal la primo mi rivedesse. aggiungendogli che gran cosa. ed a quelle ponemmo sosta per quella servato l'usato modo. che pochi giorni fu poi. ^li convien sostenere. E perciò con forte animo ti disponi a ciò che. le stelle. prima sarò tornato che quello spazio sia compiuto il qual chiedi per apparare a sofferire. lungamente dimorai senza più dirli. l'uno confortato dall'altro. Ovunque l'ira o la grazia di Dio il bene ed il male. se io il credessi ed a te ed a me utile. ma tanto quanto quello fosse più lungo. senza potere altro. anzi la sua partita. le lascia stare. Ma. e varie cose nell'animo rivolgendo. quando pur far si conviene. Le mie lagrime quasi nel mio parlare allentate altra risposta attendendo. ed a lui con prieghi solamente addimanda che vengano buone. Io ora partendomi. crebbero in molti doppi: e sopra il petto suo posata la grave testa. Ed alla malvagità del tempo come altra volta uso di sostenere. mi dee giungere. Queste parole dette. che avresti pensando al mio dovermi partire. il quale volesse Dio che così ritornando già l'operassi come partendomi il saprò operare. dopo lungo indugio. le E lagrime. L'allungar di spazio €he chiedi alla mia partita. e torna tosto? Niuna credo. prenderò io salutevole rimedio. più volentieri che tu no '1 chiedi il farei . coglie l'uomo. E ed di ciò il ti rendi secura. così gli risposi. meglio di noi consapevole de' nostri bisogni. Adunque tutte queste cose senza badare.

alle quali. figurate vedeansi. così come testi- monia cotal secreta dei nostri disii se' stata. ecco tu te ne vai. Ed apparecchiandosi egli già di darmi gli estremi baci. del quale vegnente poi che '1 segno venne alle mie orecchie. la trala quale. alcun conforta aspettando. se io verso di me l'ira di — . con debile voce disse: Donna. ciò. ancora che per la stagion del tempo fosse delle più lunghe. od in Semele di GiuE questo detto. che. me vivente. prima lagrimando colali parole incominciai: Signor mio. tu mi vedrai E quindi. dove le sacre immagini de' nostri Dii Dii. presa con la sua la mia destra mano» qui tornato. E già il giorno agli amanti nimico cominciato aveva a tór la luce alle stelle. Io non so ciò che il cuore miseramente inche non mai. o di Diana in Atteone. ciascuno pigro a levarsi. brevissima mi parve. Ma. dovinando giva dicendo: e così amaramente piangendo. a me più a grado che '1 cielo agli Dii. ed alla fede data dalla mia destra. Dio si dimostri. io ti giuro per lo luminoso Apollo. quasi come di futura fermezza. che '1 quarto mese non uscirà che.— beni. — Allora egli le sue lagrime con le mie mesco- lando. al mio collo. stret- passammo: tissimamente chi lui abbracciando. ultimamente addio dicendo con rotta le dette parole. credo per la fatica dell'animo grave. sicché di ciò io. cosi similmente guarda per difetto di me vengo meno. e per quello indissolubile amore che io ti pò ito. più volte il baciai. dopo molti stretti abbracciari. e per quella pietà che ora da te mi divide. pen- dendo. la tua fede non parendomi invano pigliar le tue parole. non senza molte lagrime. Amore» di queste cose consapevole. la luce del nuovo giorno stringendoci. il quale ora surgente a' nostri disii con velocissimo passo di più tostana partita dona cagione. si dica: Panfilo non è là dove sua Fiammetta dimora? Oimè! ch'io non so ora ove tu ne vai: quando sarà ch'io piìj ti debba abbracciare? Io dubito. e li cui raggi io attendo per guida. somma volontà abbracciò. e tu. prenda. 320 - con vari ragionamenti. sii presente. così dissi : dolce signor mio. se ti piace. — a quella parte si volse. mi ti togiie? Qua! Dio con tanta forza la sua ira verso di me la così adopra. o bellissima ca- mera. pur ci levammo. me con none apparve già nel passato. e disse: santissimi ugualmente del alla cielo governatori e della terra. siate testimoni presente promissione. concedendolo Iddio. e riconfortata da lui. ed in breve tempo la — tua tornata prometti: facciami di secura. e tu. qual quella di Cerere in Erisitone.

del sito delle quali più bello né più piacevole non ne cuopre alcuno il cielo. molte medicine poco' il dovere. che un'altra volta in simile smarrimento^ . in me rivenuta e nel vero il mio aver fallato veggendo. su- bito fu la parola tolta alla miei. ma pure sforzandomi. mi risentii e sperando ancora che egli alla mia porta fosse. ed Teatro^ 21 . corsi: e con le braccia aperte la mia serva abbracciai credendo prendere il mio signore. io misera. cade perdendo il suo colore. tremanti parole pi usi fuori della trista bocca in cotal forma: La fede alle mie orecchie promessa. desidero e come tu chiedi.- 3^21 - voce. La serva tacque. appena potè' rispondere alcuna cosa. ricevuto il mortai colpo. e dopo non picciolo spazio. e in terra. Poiché egli così ebbe parlato. che in quelle né a quelli lontana la grandissima pianura dimora. di me più tenero che : bellissimi. sono le dilettevoli Baie sopra i marini liti. fermi Giove in cielo con quello ef- che Iside fece li prieghi di Teletusa. furibondo si leva saltellando. poco di là dal piacevole monte Falerno. e data alla mia destra mano dalla fetto tua. il lago d'Averno. aiutata da lei fedelissima. è circondato. quale il furioso toro. E qual succisa rosa negli aperti campi fra verdi fronde^ sentendo i solari raggi. da me in molte nuove e diverse maniere la malinconia s'ingegnava di cacciar via. volendo dire addio. quali ninna bestia è a cacciare abile. e la : sepoltura del gran Miseno. — Ed accompagnato il come io lui infìno alla porta del mio palagio. la faccia intera. : — non cadessi. mia lingua. siccome tu sai. dissi anima mia. cotale io stordita levandomi. frav le valli de' non sia. vinta dall'angoscioso pianto.. e con tìoca voce e rotta dal pianto in mille parti. cotal semiviva caddi nelle braccia della mia serva. Egli alcuna volta mi mosse colali parole Donna. e cielo le agli occhi.. dante via gli oracoli della a' regni di Plutone il quivi Gumana Sibilla. ma in vano le molte cose adoperava. anzi niente. in mezzo dell'antica Guma e di Pozzuolo. appena ancora veggendo. Utile alle varie cacce de' predanti uccelli e sollazzevoli. e la perduta allegrezza restituire. addio. Egli di monti Poiché l'ingannato marito vedeva le giovare. con freddi liquori rivocata al tristo mondo. conoscendo il mio errore: ma io poi. con pena mi ritenni. tutti d'alberi vari e di viti coperti. Quivi vicine le isole Pitacusa e Nisida di conigli abbondante.

e si v'andammo. con più licenza in qualunque cosa mi pareva si convenisse. che in altra parte. e qualora più è messo in esercizio. quasi dubbiosa non nel mezzo della nostra dimora tornasse il caro amante. né io sola di cotale opinione sono. per quel . e così no 'l vedessi. . e od il sito vicino alle marine onde. d' infiniti stromenti. Tengasi adunque chi può quivi tra tante cose contro Cupido. cioè nella primavera. immaginando che. quivi eziandio le più oneste donne. vi sono bagni sanissimi ad ogni cosa ed infiniti. che il dea. Io allora queste parole udendo. con meco per l'una sanità e per l'altra voglio che venga. non sana dello stomaco. Oh.— 3^ luogo comune degli antichi giuochi. di bellissime danze. posposta alquanto la donnesca vergogna. con donne nobili e cavalieri si dimora e però tu. vegnendo egli. risposi me al suo volere apparecchiata. sonate e cantate. esso dove che io fossi verrebbe. il quale quivi. non è in verità di ciò maraviglia. che per quel che già molte volte a me paruto ne sia. ed il cielo quivi mitissimo. di nuovi giuochi. in questi tempi ci dà di visitargli materia. si è in amorosi ragionamenti. né fia fermamente senza utile il nostro andare. sono non picciola cagion di diporto ad andarle mirando. veggendo il suo piacere. o le donne per sé. Ed oltre a tutte queste. e le Pescine. non che le inferme sanità v'acquistassero. e nella mente. che il faccia. quegli il può sapere che l' ha provato. d'amorose canzoni. posto che languori corporali molto si curino. Quivi la maggior parte del tempo ozioso si trapassa. luogo nata! di Venere. che con sana mente se ne tornasse. sempre di varie feste. di molesta malinconia affannata. e somma allegrezza. Quivi non mai senza festa. Quivi la e vini per antichità nobilissimi. possenti non s'usano vivande se non non che ad delicate. così da giovani come da donne fatte. risuonano. eccitare dormiente Venere. Quivi i marini liti. o me: — : i scolate co' giovani. rade volte o non mai vi s'andò con mente sana. vane fatiche dell'iniquo Nerone. le quali cose antichissime. ma quasi tutti quei che già vi sono costumati. quanto contraria medicina operava il mio marito alle mie doglie! Quivi. ed i graziosi giardini e ciascun'altra parte. od il tempo nel quale egli più s'usa. ed il monte Barbaro. e nuove a' moderni animi. per quel che io discerno. ma di risuscitare la morta in ciascuno uomo e quanto ancora in ciò la virtù dei bagni diversi adoperi. siccome a quelle cose più atto. lungamente penai a rispondere ma poi.

presa. gran fiamma. Come si vari diletti a prender vamo. usò Amor verso me altro modo che verso l'altre facesse. Noi alcuna volta. Ninno lito. che mai tal non pareva avere avuta. : al caro marito aggradiva. Similmente ni un'altra cosa riveder vi poteva. senza dubbio alcuno mi cresceva. mi correva alla bocca come già fosti. nel quale poiché pervenimmo. così Panfilo. solleciti n'anda- o ritornare in ieri. saliti sopra i portanti cavalli. ora per l'ombrose selve ed ora per gli aperti campi. né isoletta ancora vi vedeva. fu a ciòconve- . di ciascuna caccia copiosi. così quivi cominciavano. ora ci fossi tu qui a vedere. e così qui mi disse. e per molte lagrime fatto luogo. Oh. amore e dolore. 323 — come in luogo principalissimo de' suoi regni. quando le reti io già i da molti e da lui portando. e per il lungo dimorare lontano a me che Panfilo fatto aveva. ne' vicini paesi. che pagnata. levati prima che il giorno apparisse. in dolore. e poi di più fervente disio di rivederlo o qui od in altra parte. e quando pigliandone. In così mi voleva il mio marito menare a guarir dell'amorosa febbre. e io non dicessi così qui facemmo. ma molte. veggendo. ancor che esse molto me sola alquanto menovavano E come alcun : ! bel volo o notabile corso vedeva. né in distender reti. quando con uccelli. aiutato da tante cose. quante volte mi ricorda che in tale accidente già l'arco mi cadde e le saette di mano! Nell'usar del quale. ma il ricordarmi quivi molte volte essere stata accompagnata da Panfilo. e quando con amenduo. che Qui fui io con Panfilo. pietosissime donne. né scoglio. quando con cani. riaccese in sì la me accomponendo insidie alle selvatiche bestie. più pighar non si poteva. alquanto e certo assai poco rattepidata. né lasciar cani. che in prima non mi fosse cagione di ricordarmi con più efficacia di lui. con poca fatica usa le sue forze. Oimé che infino a quel punto alquanto avendo noia sostenuto ed il riguardare e l'operaie. non riconoscessi testimonia e delle mie e delle sue allegrezze essere stata. non. senza esso veggendomi. E ciò non solamente dalle predette cagioni procedeva. ninna che Diana seguisse fu con men più di me ammaestrata giammai. per tal ricordarmi quasi vinta nel nascoso dolore. anzi l'anima che. Io non vedeva e dolori sostenuti.— •che io creda. ogni cosa lasciava stare. il e quivi varie cacce rallegrassero ciascuno altro. nel più spesso uccellare. cani menando. né monte né valle alcuna. E non una qualunque uccello si volta.

si levò volando di mente mie mani. acciocché poi fra me ricordandola. quasi essendo io a me medesima dalle non lasciandolo io. volentieri. con più ordinato parlare e più coperto mi sapessi e potessi in pubblico alcuna volta dolere. ed a Panfilo pensando. più volte avvenne che gli vaghi giovani di sé. su l'arene poste le mense. io. nel quale Panfilo a tutti dimorando più volte di gli dietro. uscita.. Ma che poiché ciascuna valle e monte. quasi tuttavia spelando in simil rivedere. con compagnia di donne e di^ giovani grandissima cercati. giorno. se forse alcuna n'era conforme a' miei mali. laudevolmente soleva adoperare ma quivi Panfilo non veggendo. modo Panfilo . sì per lo corpo debole. Ma poiché le danze in molti giri e volte reiterate avevano le giovani donne pendute stanche. la quale mai né quivi né altrove avvenne che io vedessi. di mangiavamo. e : : entrare. di saperla disiderando. . quasi sforzata. alcuna volta ma in esse. i levate. questo medesimo le varie canzoni quivi da molte cantate mi solevan fare. ascoltando. di già in ciò studiosissima. per picciolo spazio durava perché indietro trattami sopra i distesi tappeti. in me ogni tramortito spiritello d'amore facevano risuscitare. pianti gli avrei dolentissima. sopra il mare stendendosi e facendo ombra graziosissima. sì per l'animo convenne non a quelle conforme. l'ascoltava intentissima. e fra me dicendo Ove sei. Poi alcuna fiata sotto gli altissimi scogli. e massimamente di quella parte dei danni miei. la qual lieta per molte feste e varie trovavamo le più volte. tutte postesi con noi a sedere. ed in presenza del mio Panfilo. o Panfilo? con alcune altre mi poneva a sedere. e gli spaziosi piani erano da noi ripreda carichi. che. ricordandomi del primo . discorde. con tristi sospiri. né prima eravamo da quelle dosi diversi strom enti. che in essa si contenesse. quasi niente curava. mi che io invano non levassi occhi fra loro rimirando. se convenevole mi fosse paruto. nelle quali a me. i miei compagni ed io a casa ne tornavamo.324 nevole. quasi facevano una corona. prese. e nella mente tornare i lieti tempi. Ed oltre a ciò. festa e noia copriva perciocché gli piacevoli suoni. d'intorno a noi accumulati. Quivi ad un'ora i suoni ascoltando entranti con dolci note nell'animo mio. che sonangiovani varie danze incominciavano. ne' quali il suono di questi stromenti variamente con arte non picciola. delle quali.

o lito. solcando le marine onde. erano piene. che solo il riguardare aveva forza d'invogliar l'appetito in qualunque più fosse stato svogliato ed in altra parte. sopra velocissima barca. scalze ed isbracciate nell'acque : ! . i quali senza dubbio a' delicati corpi sono tediosi. ed in alcuna parte cosa carissima agli occhi de' giovani n'appariva. già richiedendolo l'ora. niuno alleggiamento non era prestato. cessati i calori esteriori. risalite sopra le barche. de' quali e noi. ma non a me misera. ciò era vaghissime giovani in giubbe di zendado spogliate. e conosce ciò esser vero. e quale altro passava. e di cari ornamenti sì belle. secondo che '1 nostro appetito richiedeva. essendo. ed a cotale ufficio abbassandosi. al modo usato. per tutto questo. subitamente or qua ed or colà n'andavamo. armata di molti remi. e dalle dure pietre levanti le marine conche. 3^25 tristizia amorose donne. Egli avveniva spesse volte che. essendo esse e per ombra e per venti freschissime. tanta nel petto d'una giovane capere. che ninna cosa fosse.— Chii crederebbe possibile. mangiato con grandissima festa. solo che d'alcuna ombra di monte da' solari raggi difeso fosse. e presi per li nostri diletti ampissimi luoghi. ma eziandio che cagione di maggior doglia le tosse continuo ? Certo egli pare incredibile a tutti. : . or questa brigata di donne e di giovani. ed or quell'altra. con allegra voce alle loro letizie eravamo convitati. i quali non solamente materia sostentante le fiamme di Venere sono. e le caverne nei monti dalla natura medesima fatte. veggendo andavamo. il tempo <5aldissimo. andanti. acciocché più agevolmente quello trapassassimo. siccome la stagion richiedeva. i remoti -scogli. con più ingegno. sovente le nascose delizie dell'uberifero petto mostravano ed in alcuna altra. or qua ed or là. ma aumentante. se ben si mira. incontanente più ampio luogo si dava agli amorosi pensieri. ma al fuoco dell'anima. e dopo le levate mense più giri dati in liete danze. delle quali ogni picciolo scoglietto. non solamente non rallegrar la potesse. la quale. si discernevano alcuni prender lietamente i mattutini cibi. Oh quanto e quale è questo diletto grande alle sane menti Quivi si vedevano in molte parti le mense candidissime poste. cercavamo. come a colei. molte altre donne ed io. cantando e sonando. che a prova sente. Ma poiché noi medesimi avevamo. anzi piuttosto tolto perchè. siccome gli altri. Venute adunque ne' luoghi da noi cercati. Oimè! che questi erano al corporal caldo sommissimi rimedi a me offerti.

chi l'ha provato ne può testimonianza dare. sempre immaginando quello esser possibile d'esser colui il quale io cercava. E come potrei io nell'animo essere stata lieta ricordandomi già meco e senza me avere in simili diletti veduto il mio Panfilo. e se vi pur va. poiché ella da me era partita. Certo io confesso che questa talora vana e talora infinita speranza mi toglieva molti sospiri. ninno scoglio. d'aver avuto viso coperto . quanti e quali essi deono essere. Che giova il faticarsi in voler dire ogni particolare diletto che quivi si prende? Egli non verrebbe meno giammai. Quivi gli animi aperti e liberi sono. era così il seno di quel mare ripieno. conciofossecosaché il fervente disio di rivederlo avesse sì di me tolta la vera conoscenza. Io non pernon sentiva alcun suono di qualunque stromento quantunque io sapessi lui. qual'ora egli appare più limpido e sereno. Niun lito. per non turbar allegrezza. che appena alcuna cosa addimandata negar vi si altri puote. e come se. conversi in amarissime lagrime. la quale me continuamente teneva sospesa a molte cose. che. come il cielo di stelle. il quale io sentiva oltremodo da me esser lontano^ ed oltre a ciò senza speranza di rivederlo ? Se a me non fosse stata altra noia che la sollecitudine dell'animo. i quali. ninna grotta da me non cercata vi rimaneva. chi ha intelletto. per miei dolenti occhi spiracon- vano: e così vertivano.con reti ed altri con più nuovi artifizi a' nascosi pesci si vedevano pescare. raccolti si fossero quelli titi che uscir dovevano li fuori. che con le orecchie levate non cercassi di sapere chi fosse il sonatore. compagne. non andandovi. In questi così fatti luoghi confesso le io. e sono tante e tali cagioni per le quali ciò avviene. le finte allegrézze in verissime angosce . di falsa senza aver ritratto l'animo da' suoi mali la qual cosa quanto sia malagevole a fare. non m' era ella grandissima? E come è da pensare altrimenti. né ancora alcuna brigata. non veggendovisi alcun altro che giovane e lieto. quasi come se nella concavità del mio cerebro quella e con gli occhi e con la persona riguardando. Pensi seco. che io prima a venissi. ciò fosse senza alcuna contradizione vero. certamente sapendo lui in quella parte non essere. se non in uno essere ammaestrato. pur possibile che vi fosse argomentassi. procedessi a riguardar se io il vedessi? Egli non vi rimaneva alcuna barca delle quali quale in una parte volante e quale in un' altra.

Non credo che più nobile o più ricca cosa fosse a riguardar le nuore di Priamo con l'altre frigie donne. non dubito che qualunque forestiere intendente sopravvenisse. o tocchi. in niente si direbbe dissimigliante a Bidone. Cleopatra si crederebbe. sovente or con uno. qualora più ornate davanti al suocero loro a festeggiar s'adunavano. . essendo con questi i giovaneschi animi. più volte udii questionare a quale io fossi più da essere assomigliata. o seggi. nelle quali essa appare splendidissima. quell'altra. p. e più che Fusaio pronti a dimostrare i loro disìi. alle logge dei cavalieri. ma. or con un altro letifica la sua gente: ma tra l'altre cose. ma di quell'antiche magnifiche essere al mondo tornate. Cfr. tra cotanta si e così nobile siede. le quah. od alla Ciprigna Venere^ dicendomi alcuni di loro esser troppo somigliarmi a una Dea. quella per alterezza. Semiramis somiglierebbe. dicendo. oltre a tutte l'altre italiche. e la primavera co' fiori e con le nuove erbette ha al mondo rendute le sue smarrite bellezze. né vi si compagnia mormora. poiché i guazzosi tempi del verno sono trapassati. sarebbe creduta Elena. ma (1) I sedili. le nobili donne. ed alcuna. non lungamente Quivi. che sieno in più luoghi della nostra città le nostre cittadine a vedere. esser poco assomigliarmi a io misera. considerate le contenenzie altiere. di convocare ne' dì più solenni. Più su chiamati logge. i costumi notabiU. è nel sovente armeggiare. considerata la sua vaghezza. li dove si adunavano i nobii de'rioui (piazze). le quali. ornate delle loro gioie più care. né vi si tace. e per la qualità del tempo accesi. 97. Ed tra' prima che il mio Panfilo perdessi. dimostrandosi bella. edifizi. di lietissime abbondevole. gli ornamenti piuttosto reali che convenevoli ad altre donne. ciascuna. non solamente rallegra i suoi cittadini o con le nozze o con li bagni o con li marini lili. Perchè vo io somigliandole tutte? Ciascuna per sé medesima parrebbe una cosa piena di divina maestà. non che d'umana. giovani femmina umana.La nostra feste 3^27 - città. ed altri rispondenti in contrario. Suole adunque esser questa a noi consuetudine antica. copiosa di molti giuochi. poiché a' teatri {^) in grandissima quantità ra- guaate si veggono. l'altra. quanto il suo poter si stende. quivi s'adunano. non giudicasse noi non moderne donne. gli atti suoi ben mirando. agli ornamenti guardando. od alla vergine Polissena.

sì eccelse cose vedute non l'hanno potuta interrompere con alcun lieto mezzo. dopo primo contrario. ed oltre a ciò soprapposti di perle. o sì di vocaboli eccellenti feconda sarebbe quella. il quale con la lancia più vicino alla terra con la sua punta. qualunque più si crede festino. in abito tutto al donzelli partendosi. i cari giovani. che non che gli altri animali. i quali tanti riti di Greci. e la virtù spettabile d'essi. ed i cavalli biondi crini penduli sopra i candidissimi omeri. e danzando. Dico adunque. che li nostri principi. tutti in cotal abito cominciano davanti le donne il giuoco loro. prese le 'donne per le delicate mani. sopra cavalli tanto nel correre veloci. e di care pietre vestiti. graziosi gli a' riguardanti. e la destra mano arma una suono delle tostane trombe. E poi che '1 sole ha cominciato a dare più tiepidi li suoi raggi. esser continova. colui lodando più in esso. Essi di rende oltre modo porpora e di drappi. con quante maniere di gioia si possono divisare. a quelle che veduti quella d'ogni altra donna preterita e presente. e meglio chiuso sotto lo scudo. e seguiti da molti. o da ghirlandetta di fronde novelle sono sopra la testa ristretti. ma i venti medesimi. la calda parte del giorno trapassano. quasi con tutti i giovani così cavalieri come non lungo spazio.- 3^28 — '•stanti gli antichi uomini a riguardare. di Troiani. con altissime voci cantano i loro amori: ed in cotal guisa. ed. la speciosa bel- lezza. che interamente potesse i nobili abiti e di varietà pieni narrare? Non il greco Omero. palese: e ciò non fia nella presente materia dimostrato invano. A queste così fatte feste. oltre a farne alcuna particella. dalle indiane mani tessuti con lavori di vari colori. in quell'abito che alla loro magnificenza si richiede. quelle commendando. ed a questi così piala sinistra lancia. Quindi coperti appariscono. vengono. «i veggono quivi venire gli onorevoli principi del nostro ausonico regno. de' quah i un leggerissimo scudo. al proposito ritornando. non il latino Virgiho. la cui giovanetta età. senza muoversi sconciamente. e le loro danze considerate. dimora correndo sopra il cavallo. Lievemente adunque a comparazion del vero m'ingegnerò di non gh hanno. anzi si potrà per le savie comprender la mia tristizia. con gran- dissima comitiva ritornano. Qual lingua sì d'eloquenza splendida. da sottiletto cerchiello d'oro. i quali. di dietro correndo poi la dignità di tante e di si lascerìano. al . e d'Italici già ne' loro versi descrissero. poiché alquanto hanno e la bellezza delle donne. e d'oro intermisti. l'uno appresso l'altro.

ed alcuno altro per la sua gravezza si sarìa detto il censorino Catone. ancora. ne' suoi modi simile il diceva al grande Ettore. che appena altramente si crede che fasse il Magno Pompeo. la cui sufficienza alla sua età giovanetta impetrava egli. sono chiamala. non meno piacevoli somiglianze donava. fingevano Scipione Affricano. mi torna a mente d'avere già. allora che esso vi fu dalla madre mandato. stante non altrimenti che Daniello tra gli antichi sacerdoti la ad esaminare causa di Susanna. che loro seguiva. dal quale io alcuna volta. vestito di drappi sottilissimi serici. vegnendo. alcun dire essere ad Arcadio Parthenopeo somigliante. con un mantello sopra la destra spalla con fibula d'oro ristretto. ristretta da verde fronda in ghirlandetta protratta assai sottile. affermando Panfilo i detti loro. e non altrimenti che Ercole far solesse. e quasi de' loro più giovani anni rimemorandosi. portando nella destra mano un'asta lieve quale all'apparecchiato giuoco conviensi. o Cincinnato. non occupanti più spazio che la grossezza del corpo. € con bionda chioma sopra gli omeri candidi ricadente. quanti ne correvano udii agli antichi così giovani. Oh quanto m'era ciò caro ad udire. sì per colui che '1 diceva.-. siccome io soleva. l'altro appresso il piacevole Ascanio parer confessava.329 - cevoli giuochi. de' quali m'era detto certo tanto. rimirando essi parimente il correr di tutti. o rUticense. del quale Virgilio tanti versi. or questo ed or quell'altro commendavano. ornati di vari lavori fatti da maestra mano. veduto sedere il mio Panfilo a riguardare. perciocché. misera. Appresso al quale traendosi . del quale non si crede che altro più ornato all'eccidio di Tebe venisse. tutti fremendo. sì per que' che ciò ascoltavano intenti. i quali nei loro aspetti ottimamente reali animi dimostravano. tra gli predetti cavalieri togati. dei quali per autorità alcuno Scevola somigliava. ed alcuni sì nel viso apparivano favorevoli. Quivi vegnente alcun colorito nel \iso con rossa barba. il che senza grandissima noia di me non avviene. Quindi alla più matura turba. come valorosi vecchi assomigliare. il terzo comparando a Deifobo. Ed alcuna volta fu che. essendo ancora fanciullo. e con lo scudo coperto il manco lato. ragionando esso con essi. sì fatto luogo. ottima testificanza di giovanetto. che ancor m'è caro il rammentarlo! Egli soleva de' nostri principi giovanetti. ed altri. queste cose mirando. il quarto per bellezza a Ganimede. descrisse. piìi robusti. intra li nostri più antichi e per età reverendi cavalieri. e sì per i miei cittadini.

stata ne' servigi di Minerva con- bagna con . Aiace. lui credere il troiano Paris. nacque il padre mio. non una si volta. che veder coloro medesimi di cui si parlava. pallando la lancia. chiusi sotto gli scudi. Il quale ancora che quivi plebeio fosse. DalVAmeto. per li molti sonagli. e più che altro ornatissimo. e l'aere risonante per le voci del popolo circostante. lasciando la sollecitudine del padre di lui. Egli non è di necessità il più in ciò prolungar la mia novella: egli nella lunghissima schiera mostrava Agamennone. qualunque altro greco.un 330 — non meno^ lembo sopra la spalla gittato. loro debitamente assomigliati mostrava: per che il non era l'udir cotali ragionamenti meno dilettevole. nomava Pirro. Né poneva a beneplacito cotali nomi.. e con la barba prolissa. con la sinistra maestrevolmente reggendo il cavallo. avendosi del mantello l'un sueto nel viso biondissimo e pulito. e minati. ed alcuno più manaltro avanti in simile abito ornato. o Menelao diceva possibile. per li diversi strumenti. agli ozi de' nobili si dispose. quasi un altro Achille il giudicava. bruno nel viso. Seguendo alcun altro. veggendoli. dimostratasi a' circostanti. e con viso ardilo. E cosi tutti ugualmente velocissimi più che aura alcuna. ma molte. i biondi capelli avendo legati con sottil velo forse ricevuto dalla sua donna. e postergato lo scudo. Ulisse. le di Emilia). degnamente ne' cuori de' riguardanti rendevano laudevoli. le non lento fiume. e per la percossa del riverberante mantello del cavallo e di sé. frigio o latino fu degno di lode. anzi di ragioni accettevoli fermando i suoi argomenti sopra le maniere de' noDiomede. Protesilao gli si udiva chiamare: quindi seguendone un altro con leggiadro cappelletto sopra i capelli. disceso. (Racconto In quelle parti. quali Alfeo. e diritti sopra le staffe. da alte grotte sue onde. tuttavia portandole quasi radenti terra. cominciavano i loro arringhi. con le punte delle lievi lance. a meglio ed a più vigoroso correr gli rinfrancava. e nell'aspetto feroce. quasi nel mezzo tra '1 sua nascimento e la fine. due o tre volte cavalcando con picciolo passo. Essendo adunque la lieta schiera. correvano i loro cavalli.

Alla casa di cui essendo io menata. rendeo interamente. Consentì a questo la lieta madre. le quali credetti che più lieta mano portasse. sopra le pulite onde a noi vicine m'ingenerò. guito il mio consiglio. che non portò. dei nostri matrimonii congiugnitrice. e trovato un giovane secondo il suo cuore. contenta mi poteva dire. alla quale io piacqui tanto. quali credo che. lasciando Diana. che piìi ch'altra vergine lei seguente m'amò. cara figliuola. la quale non dubito che benivola a noi stata sarebbe. se a' suoi doni avessi voluta la mia bellezza prestare. né gli ozii del mio padre. . ne' miei puerili anni mi diedi. quale le figlie di Pierio questi luoghi colenti. e con sollecito studio mi fece dotta delle sue arti. a portare i io. e già da marito parevole.- 331 — tinovo. lieta tra l'altre giovani. Egli d'una ninfa di Corito garrula. e la gran pompa de' festanti giovani e le varie maniere delti strumenti ausonici esultarono. di servire ti disponi. il cui nome grazioso mi piacque. Le cui volontà conoscendo io. e fattemi tórre tre frondi della ghirlanda d'Imeneo. ed unica agli anni miei. testimonio della mia virginità. e conosciutala di ciò consentiente nel movimento benigno della sua immagine. alla quale il mio avolo era stato suggetto. ti loderai d'aver sedel quale cessandoti. e a seguire lei. se Giunone. E già conosciute avea l'operate vendette da lei mi mescolò a contro la superbia di Niobe. mai non misi in obUo . quando essa ne' cori della figliuola servirla. che elli al cielo. a cui la tua forma non richiesta matrimonio richiede. dove da lei rifiutata non fossi. La cui benivolenza a me mostrata ne' giovani anni. e festevole dimorante alle mie nozze ed entrata con le accese tede nella camera del novello sposo. prima alla mia Dea cercato perdono. a mia madre risposi me presta a' matrimoni essere. né le lane della santa Dea. non seguendo i canestri. ed alle naiade de' vicini luoghi mi diede a nutricare. e non molto spazio dopo il mio nascimento passò. ma non a lasciare Diana per altra Dea. siccome io doveva alla mia madre. Ma essendo io non molto men grande che io sia. . li con ceden teliti Lucina. Ma vendichevoli archi di Latona. né le loquaci maniere della mia madre. di necessità di me perderesti l'amore. e gittati copiosamente sopra il mio capo i doni di Cerere. a lui per isposa mi diede. non avesse la mano ritratta con isconci accidenti delle nostre fortune. quello che qui n'avea. Tu dèi a me n epoti. lascia i presi studii: e Giunone. la mia madre un giorno con colali parole mi prese: Emilia.

Che ei e Pel oro le distese Braccia. e di fuoco così come il carro lucente. Nel quale una giovane donna. del suo coro né da lei mi fu donato congedo. con uno cappello d'acciaio. mostrante sue ire accese. alla quale il tiepido cuore s'aperse nel primo sguardo: e quella con le sue fiamme entratavi subito. qual forse quello di Medea. quando. per l'aria altiera facendola risonare. Duranti adunque i nuovi fuochi della santa Dea nel petto mio. ornata come sono al presente. con fossi di seguitarla. tale sorgesse a far le sue difese. con maschia pro_genie poi dal peso deliberandomi. sé giugnendo al Lilibeo. . Quantunque il capo oppresso le di Tifeo. fu potuto vedere. nello aspetto altiera. ma parve che io nella sua grazia crescessi. non ha ancora gran tempo. ed Appennin le gambe. ancoraché. armata di bellissime armi. non giammai non scudo. si mostrò la chiara luce dell'avolo suo. e forse più vaga. lissimo lei allato alla quale uno spirito bel- del suo fuoco accendentesi tutto. con alta cresta. d'abito e di modi in parte cambiando. tirato da due dragoni. E Pachino. ed in aere. con le mie saette. ne' suoi luoghi cantando un giovane graziosi versi a' miei orecchi. quali le saette turche. per lì celebrati matrimonii. Etna. mi vennero alzati gli occhi. dove oggi i solenni sacrifici abbiamo celebrati. con più volte tentata l'entrata degli non conceduta vagabondi in voce andavano questi versi cantando: loro. infra le tenebre. sogliono senza al- cuna comparazione volare. vidi reggente quello e così veloce corrente per l'aere.— -ed 333 — degna lasciai. Sbrigasse. E tanto fu di Diana ver me la benevolenza ferma. m'apparve la santa Venere. de' suoi cieli discendente in forma. fuggente Teseo. con tutto che una volta gravante come quella apparissi nelle sue fonti. non senza molta ammirazione. che già per questo non mi negò la sua compagnia. per questi prati soletta passando con l'arco. me di costumi. e questo massimamente. come a Calisto. fuggente gli sconci incendii de' suoi tetti nel tempo notturno. e alti cieli. avvenne un giorno che. vi rimase. pinte da forte nervo. quale al riverente Anchise. visitando io gli templi della nostra città. dinanzi ad esse vidi uno ardente carro. tale a riguardare. vidi sedere. Non mi era adunque altra deità nota del cielo.

Ove piacesse a noi. Né quella della gente. il Adunque. Che posseggiam. In quello entrati. quanto che si dica. Per torli il regno. ne fa vie più sicuri. Li Iddii reggenti. E d'animo e di cuor ne dà fermezza. Se chi vi sta nostro valor molesto Non vuol sentire. E cosi si punisca il lor difetto. Già Siam ^4cini a lui. per esser duri? Dunque col carro su del nostro foco. che nimica. e forse a' luoghi bassi Andare ad abitar. o. E così noi la seconda l'ardiamo Con chi dentro vi sta. • . ove ricchezza I suoi difetti puote ristorare. ad alcuno- Simile scanno a noi forse darassi.— 333 — Alla nostra non fora mai eguale La sua potenza. ch'ancor li spaventa tonando Né qualunque altri mai furon trafitti . già distiam poco. ce ne montiamo. Se c'è forse negato che vi entriamo. Da tei celestiale. per grazia. il faremo abitare Misero con Pluton nel regno bruno. sì che l'enfiata Ira di noi dimostriam con effetto A chi contrario è suto a nostra entrata. Infino al ciel di quei facendo bica. Tirato da' dragon. Che molta fosse già in ovrarla male. Come Feton l'accese altra fiata. Quai torri eccelse. Nostra virtù sopra le stelle pare: Nobiltà non ha luogo. I monti l'un dell'altro caricando. Cacciandol quindi. presto a cui sagliam diritti. saran da noi cassi Ci s'apra ciel. S'appressarono a Giove minacciando. La vigorosa e bella giovanezza. o quai merlati muri Ci negheriea l'entrate in ogni loco. lasciando questo. E se resister volesse nessuno. e 'n Flegra poi sconfìtti Da lui.

guardava davanti a sé. il quale qui morto guardi. e con la sinistra uno scudo ed una lancia. acquistino le voci della tua serva merito d'essere udite nel tuo cospetto. Alle quali parole. Ma perciò che quello. quale Elena Paride fu potuta vedere. più ne presi questo vedendo. Ella. poste le ginocchia sopra la verde erba. così con angelica . teneva con la destra mano le lente redine d'un cavallo lì dimorante. madre de' piala santa Dea. il suo spirito vagabondo per l'aure. che uno Iddio dispone. tenterò di fare quello. dà luogo all'ira. ma. e cintolo di milizia a me graziosa. sedendo sopra le verdi erbette. se piangere avessono potuto i di\ini occhi. ritenente l'arco e gli strali nell'una delle mie l'altro tenta. m'apparve Venere. co' miei fomenti l'ho sanza fatica recato e ne' miei esercizi li avea armi donate. voce rispose: Piacevole giovane. e se è lecito chea' miei orecchi pervenga. nella sua infanzia. non ci hanno luogo. il quale nel viso divino mostrando i suoi vestigi. lasciato. tutto di bellissime armi armato. che nel suo viso coperto di folta barba ^discernere puoi. occupa non poco la sua chiarezza e chi costui sia. dalla sua madre a me. il sofferò mal conLe sante voci udite da me con animo attento mi fecero santa Dea. come hai veduto. come mi pare. prima presa non poca ammirazione. poi che tutti gli ebbi con ritenente bassati gli occhi. e cavallo. alle quali tempo non si può tórre: elle. come tu vedi. noi torna addietro. . Io. e dissi noie. ri- Lì quali. : mani. ed in essi. e forse il tuo armigero ti renderò sano. ed uno giovane. inflno che a questa età. Ed ora che le sue lunghe fatiche erano a' meriti piti vicine. ho io ne' miei esercizi nutricato gran tempo. e con intero dovere disposto a' tuoi servigi. costui. secondo il debito costume.presi. se guardai : degna ne sono» rispondi. 334 — memoria comnon potendoli rimirare. che cape nel divino petto. E questo detto. che più m'offende. dicendolo tu. reverita prima santissima deità. con queste voci. ed il battente ancora . e quasi piangente. onde io quella noia in me sostengo. che le divine constituzioni a te non permettono. Io con umana mano. alcuna deità operante. ora che più aiuto che altro bisogna. e tempera le tue pietosa. come io posso. toltosi a me. quando ti piaccia. non mi si nieghi la cagione del tuo dolore. pareva. che tu qui vedi. il quale a me pareva giacente senza ànima. già più sopra il morto i verdi prati. ed a quelle con la divina bocca. appressantemi al già freddo corpo. ne va con colei. l'addomandai cevoli amori.

e con viso pieno di letizia a' miei beneficii il raccomandò caramente. e de' suoi avvenimenti il domandai. Elli tremava tutto. contenta si dirizzò in piede. si levò a sedere cotale ne' modi e nello aspetto. E perseverando. seguisse ed onorasse con sommo studio. flagrante di preziosissimi odori. ' . ammonendolo che pili nell'usato fallo non ricadesse. sola della mia vita rimedio e sostegno. come cagione della sua vita. però che ancora avere non la potea. toccai. e benivola a' suoi falli promise perdono il quale.- 335 - petto disarmato. subita ricercò il cielo. appena lei sostenne di riguardare. lasciando il luogo dipinto di maravigliosa luce. dell'abbandonata milizia cercava perdono. al pallido viso conobbi alcuno colore. Ma poi che io col proprio caldo della mia mano il petto freddissimo tepefeci. lo tenni tanto. la pietosa Dea nel suo conspetto. : . Ma io quivi sola con costui già caldissimo in cotal guisa rimasa. il cui spirito. non altrimenti tremanti. se non per quanto li fosser più care le tenebre di Acheronte. ma poco ancora. contenta del dono a me dagli Iddii conceduto. onde vedendo che '1 mio argomento traeva al fine desiderato. acciocché chi mi fosse stato donato mi fosse chiaro. ove che elli sia. sanza voce. quale colui apparve tra monti Tessalici al non degno figliuolo di Pompeio. che la chiara luce de' regni suoi. cpm'ella volle. la smarrita e non perita vita ritorna in costui. Ed oltre a ciò gli comandò. mostrando paurosi segnali della vicina morte. ed il cuore rendere a ciascuna vena il sangue suo. ed i morti risuscitare. Il quale così rispose alle mie boci Bellissima giovane. e del nome. se non che io il sostenni. manifestamente sentii li smarriti spiriti ritornare. alquanto. rivocato per li versi di Eritto da' fiumi stigi. pietosa concesse. fendendo l'aere. lui già liberamente e sicuro parlante. dissi: Dea. ed una dolorosa voce mandata fuori. saria caduto. confortati. Egli. ma vergognoso con atti umillimi. della sua nazione. che le piane acque nella sommità mosse da pochi venti. sopra Xanto bellissimo fiume. La qual cosa vedendo la Dea. rivocheremo con le nostre forze a' tuoi servigi. che me sempre. e con moti disordinati faceva muovere ciascuna vena. in luogo di ammenda del commesso peccato. E già la vita lontanata da lui. E questo detto. che quello riscaldato. quando poi con più aperta voce il domandò. e i membri cominciarono con molto debole moto a muoversi. appena sostenendosi. vedendo con gli occhi stati per lungo spazio nelle oscurità di Dite nascosi.

e d'una rozza ninfa. dalla quale. triste dimoranza traeva piangendo. e. e non imitante i vestigi del generante. inflno a tanto che agU occhi vaghi di lei l'avventicelo giovane . con dispendio grandissimo tirate verso il cielo. per lungo spazio trasse sua dimoranza: ed agl'incoli parlando sé nobile. quasi in mezzo tra Corito. uomo plebeo di nulla fama e di meno censo. fu levato di mezzo colui. senza compagnia rimasa nel vedovo letto. nelle oscure notti. già dato a' servigi di Saturno e di Cerere per bisogno. nacque un giovanetto. De' quali essendo già dodici secoli trapassati. e la gran massa premente la testa del superbo Tifeo. siccome di non degno di fama. poco più che fosse vivuto. e del tredicesimo. essere per consuetudine antica. di cui. bene spe- ranti bretti d'operare. e forse con non altro augurio che Cadmo le Tebane fortezze fermasse. in ogni cosa materiale ed agreste. e la terra della nudrice di Romulo. il nome taccio. e li abbondevoli regni di Ausonia. toccarono il piano con le loro sommità. le due. che. con crudel morte vegnenti le sue significazioni. la quale a lui favorevole in quelli luoghi il produsse. che. coperti sotto ingannevole viso. mentiva. il dolente gufo donante tristi augùri a' nuovi matrimòni della già detta vergine. uscirono giovani dannati ad eterno esilio. di Tritolemo. e vagabondi. per addietro da Nettuno construtta. tra monti surgenti. E così in quelli luoghi andanti le cose. abbondevolmente trattando i beni di quella. quale il suo era. mi saria stato padre. e la rapita cagione di queste cose ricercò le camere male da lei per molti abbandonate. la quale essi pietosi ad un armigero di Marte congiunsono con dolorose tede in matrimonio. delle cinque parti. sopra le piacenti di Senna ritennero i passi loro. poi che dal cielo nuova progenie nacque intra i mondani. e lei di senno e di età giovinetta. le nove compiute. a' nobili cotale mestiero. come ora del quartodecimo. le rapaci onde di Rubicone e del Rodano trapassate. li rozzi costumi ritenne del padre. e ne' servigi di lei. lasciati i liti Affricani. al suono della cetera di Apollo fu d'altissime mura murata. fondarono una loro terra per abitazione perpetua e di loro e de'successori. delle dieci partì. E benché mutasse abito. e l'alte rocche. di nobili parenti discese una vergine. Dove dimorante elli. si dispose a seguitare con somma sollecitudine Giunone.336 in Frigia corrente con onde chiarissime. si veggono ancora le^ sparte reliquie della terra. poiché il greco fuoco d'ogni cosa arsibile ebbe le sue fiamme pasciute.

per le pido le fiamme. vedendolo. concedesse che quei s'aprissono. infino che lecito tempo. usava con due giovani di suo tempo fratelli carnagli e figlioli di un cavaliere. in su rivolgendo le sue onde.. La quale non altrimenti. Andavano spesso insieme a cacciare ed uccellare. e primo marito la memoria in Lete tuffata. non meno piacendo ella più focoso disio. La giovane. ardente di più sollecita di producere ad effetto l'ultime qual cosa a ciò perducere non si può ciò. e l'altro d'altrui che dell'uno. veduto come colei di Sicheo. Guocio del era mercante. Ma il patti. le quali più tosto. sentì di Culo strano Enea. che facesse Didone. fermasse nella sua mente. il quale in parte segreta trovatosi con lei. con voce sommessa a' lora congiugnimenti invocarono Giunone. e dubbiosa delti stretti fratelli. Giunone fu presente. fuori che per sopravvegnente morte. del suo onore tenera. Esso. e i leggi fermasse gli da non rompersi mai. ed a lei chiamata porsero prieghi. fiamme. nacqui. avvegna che poche rimase. somiglianze sinora curiose e non tra- scurabili — ma non osservate. che con le sue indissolubili occulti fatti. se coperto inganno non ci avesse le sue forze operate.di 337 — venusta forma. e da loro Ibrida fui nomato. apparve. con dolorosa morte. sta ferma alle battaglie de' focosi disii: per la le varie sollicitudini e a lui. cominciò a seguire i nuovi amori. che allora. resiste con più forza a' suoi voleri. sperando le perdute letizie reintegrare col nuovo amante. s'apparecchiavano di terminare. e così ancora mi chiamo (i). ultimamente giurando per la sua deità l'uno all'altro. — si con si 1' avventura del senese Guccio di Mino. diede effetto agli amorosi congiugnimenti. che egli a lei piacesse. Ma continove tirano a compimento uno de' pensati modi del giovane. che cerca colui. se' 1 troppo affrettato colpo di Atropos non fosse.. « e prestava a vecchio. e dimorando quivi. che Senna. l'uno e l'altro tementi. e diede segni d'avere inteso le loro preghiere.. padre di quel bambino. così questa del operazioni di lui. non simile al rustico animo. con degna solennità. e chiamma NefoUe Stando ad questo 22 . de' quali io a migliore padre serbato. Era di un castello. le quali non si doveano spegnere. l'uno sarebbe d'altrui che dell'altro. castello. fuggisse dal mare. che tempo quasi di 18 anni o vinti. (1) li racconto d' l'brida presenta credo. ma non so dove. che sostituito al figlio di Luigi le disse fosse stato Hutin e di Costanza di Angiò.

la quale forse senza irrevocabile del €o' ricevuti inganni. venuto ne' discreti anni. e quello che la mia madre gli era. né Imeneo non porsero alcuno consentimento a' secondi fatti. anzi esecrando la adultera giovane con lo 'ngannevole uomo. La qual cosa non prima sentì la sventurata giovane. fatti palesi a lei mal rendè agli Iddìi. I . Gabrielli. che in quelle da molti «ono stato e sono riputato agrissimo pugnatore. donna. e le 'mpromesse convenzioni alla mia madre. Ma Giunone. alla quale piccioletto rimasi. «9S0 s'innaraorb di una suoro carnale sedici. esso Guccio se la fece moglie. ingravidò di quedel sto Guccio. a morte la datrice. la quale avrea nome Maria. Nava. traendolo i fati. ma in quelli ninna entrata ne fu largita. 250. prima privatolo di gran parte de' beni ricevuti da lei. con diversi ingegni ho le mie forze operate e sì m'è stata benivola la fortuna.. et di tempo quasi d'anni e non aveva ancora marito. mancata a' tiranti la forza.- 338 - mio padre. menando questo Guccio a stare tre o quattro giorni a questo castello. e dispostolo a maggiore ruina. oltre al piacere degli Iddii. et per mezzo di una sua cameriera di di lei. dal primo per isciagurata morte. e dal secondo per falsissima vita abbandonata. la quale era bella et donna. mondo fortunoso. con abbondante redine riserbando le loro vendette a giusto tempo. ci s'apparecchiava. tirati da' fieri draghi. e già prontissima ruina. 1893. Istoria Be Giannino di Francia. chiuse gli occhi. questa Dea. lei. nelle palestre palladie. Siena. > V. Ma io. ch'elio «ssa s'innamorò del detto Guccio. cercava i cieli. non meno di Ercole riputandomi degno. bene che chiamati vi fossero. come a lei è piaciuto. Questa cosa avendo partorito graziosissimo fiore. il lasciarono fare. Et stando mente insieme. Cfr. Ma gli Iddii non curantisi di perdere la fede di sì vile uomo. e verso loro con giuste ire accendendosi. Maccari. come voi vedeste nei focosi carri. riuscì a pessimo frutto e non pensato. si fece falsamente d'un'altra nelle sue parti. perocché per questi effetti. Epistolario di Cala di Rienzo. che i lungamente nascosi fuochi e. si . ed a cui molto di me è caluto. s'ingegnò d'annullare i fatti sacramenti. siccome indegno di tale sposa. seguendo. forse. et prima avesse a fare così segrata- segretamente la sposò e dielle la l'anello. di costoro. visitando con nuovi danni chi a tali eifetti porse alcuna cagione. la data e la ricevuta progenie dannarono con infallibile sentenzia. con la mente levato in alto.

a coloro è massimamente ri-chesto. che può donare la mia Dea. essendo egli infinito. o di consiglio. e che dopo la Dea.ere avvenuto che io non sia morto. se alcuno mai n'ebbe bisogno. quelli doni promettendoli in merito. Nella qual noia tanto rifrigerio già mi porsero i piacevoh ragionamenti d'alcuno amico e le sue laudevoli consolazioni. che voi direte. dalla mia giovanezza infino a questo tempo. Poi che egli ebbe cosi detto. diede per legge incommutabile a tutte le cose mondane aver fine. più di noia che di bisogno non m'era spesse volte sentir mi facea. Ma io ninna altra legge imposi alla rivocata anima. narrandolo. oltre modo essendo acceso stato d'altissimo e nobile amore. certo non per crudeltà della donna amata. et alla cui notizia pervenne. che io porto fermissima opinione per quelle ess. quantunque appo coloro che discreti erano. et hannol . sì come a colui piacque. Dal Decameron. o di vergogna evidente. e perciò. o ne ricevette piacere. imponete regola qual vi pare. fra' quali. Per ciò che. Umana cosa è aver compassione degli afflitti e come che a ciascuna persona stea bene. e sempre a' vostri piaceri disposto. seguirò studioso. o già . il quale. forse più assai che alla mia bassa condizione non parrebbe. aveva potuto né rompere né piegare. e da molto più reputato nondimeno mi fu egli di grandissima fatica a sofferire. rimirandomi fiso. facesse di fare frutto. che egli é usato di porgere a chi troppo non si mette ne' suoi più cupi pelaghi trovato in alcuni : gli fu caro. Fui adunque e sono in vita per voi rivocato come vedete. Ma. quale il già bello ed aperto fiore mostrava dovere producere. il mio amore. che sol di sé nella mente m'ha al presente lasciato quel piacere. a vostro. li quali già hanno di conforto avuto mestiere. io son uno di quegli. . si richiedesse. siccome. per sé medesimo In processo di tempo si diminuì in guisa. se non che. o pericolo che seguir ne potesse. per ciò che a ninno convenevol termine mi lasciava contento stare.— 339 — morte non saria stata. oltre ad ogni altro fervente. ma per soverchio foco nella mente concetto da poco regolato appetito: il quale. si tacque. io ne fossi lodato. sicura che quella con passo continuo. ed il quale ninna forza di proponimento. io sola nel mondo fossi donna della sua mente. se- guendo l'usate palestre.

e sempre essendomi di fuggire ingegnato il fiero impeto di questo rabbioso spirito. se non per morte. hanno detto che alla mia età non sta bene l'andare omai dietro a queste cose. secondo che io credo. e che onesta cosa non è ch'io tanto diletto prenda di piacervi e di consolarvi. ho meco stesso proposto di volere. per lo lor senno o per la loro buona ventura. sì sì per le parole de' savi uomini udite. di commendarvi. Per che assai manifestamente posso comprendere quello esser vero che sogliono i savi dire. stati alcuni che. più per le cose molte volte da me maturamente mostrando di voler dire. et alcuni han detto peggio. et in prosa scritte per me sono e senza titolo. cioè a ragionar di donne o a compiacer loro. quanto il più si possono. Ma. sì le mie fatiche. hanno detto che voi mi piacete troppo. e e vedute e lette. alli quali per avventura. tra l'altre virtù è sommamente da commendare et il contrario da biasimare. che sola la miseria è senza invidia nelle cose presenti. ma ancora in istilo umilissimo e rimesso. queste novellette leggendo. a quegli almeno. in cambio di ciò che io ricevetti. dilettevole da loro a me portata. e tutto da' morsi della invidia esser lacerato. datimi da coloro a' quali. non solamente pe' piani. non ho potuto cessare. E molti. o le più levate cime degli alberi: ma io mi truovo dalla mia estimazione ingannato. non abbisogna. Né per tuttociò l'essere da cotal vento fieramente scrollato. E per titudine. come io fo. prestare. ogni affanno toil sento esser rimaso. dove faticoso esser solca. Carissime donne. anzi presso che diradicato. alcuno alleggia- mento. per benivolenza gliendo via. discrete donne. in quel poco che per me si può.— navigando : 34tì — per che. non per ciò è la memoria fuggita de' benefici già ricevuti. per ciò che. molto teneri della mia fama mostrandosi. fuggendo io. a' quali fa luogo. ma ancora per le profondissime valli mi sono ingegnato d'andare^ Il che assai manifesto può apparire a chi le presenti novellette riguarda. Sono adunque. dicono che io farei più saviamente II . estimava io che lo 'mpetuoso vento et ardente della invidia non dovesse percuotere se non l'alte torri. né passerà ciò che la gra- come io credo. non solamente in fiorentin volgare. quantunque cessata sia la pena. e se non a coloro che me aitarono. Altri. ora che libero dir mi posso.. erano gravi mai. per non parere ingrato. le quali.

E certi altri da me raccontate. Ora avvenne. quantunque elle sien grandi. quanto mai alcuno altro. non avendo prima avuta alcuna repulsa. già é buon tempo passato. resistere varrebbero le forze vostre. acciò che non paia che io voglia le mie novelle con quelle di così laudevole compagnia. né a ciò. mia fatica venuto. che con queste ciance me-' scolarmi tra voi. s'ingegnano. et aveva una sua donna moglie. mentre io ne' vostr servigi milito. ascolto et intendo e quantunque a voi in ciò tutta appartenga la mia difesa. Le quali cose io con piacevole animo. senza rispondere quanto si converrebbe. qual fu quella che dimostrata v'ho. uomo di con: ma ricco e bene inviato et esperto nelle cose quanto lo stato suo richiedea. anzi. salto Iddio. E veggendosi di quella com pagnia la quale egli più amava rimaso solo. a niun'altra cosa tanto studio podizione assai leggiere. mescolare ma parte d'una. Per ciò che. in detrimento della mia fatica. Adunque da cotanti e da così fatti soffiamenti. essi potrebbono in guisa esser multiplicati. da così aguti. del tutto si dispose di non volere più essere al mondo. che andarmi pascendo di vento. che come io le vi porgo. sono sospinto. come di tutti avviene. con alcuna dietro a queste frasche in altra guisa essere state le cose : leggiera risposta tormegli dagli orecchi. valorose donne. hanno detto che io farei più discretamente a pensare dond'io dovessi aver del pane. et insieme in riposata vita si stavano. da così atroci denti. ma di . di dimostrare. et ella lui. né altro di sé a Filippo lasciò che un solo figliuolo di lui conceputo. rimanesse. più dispettosamente che saviamente parlando. la quale egli sommamente amava. io avviso che.— a starmi con 341 — le Muse in Parnaso. et a' miei assalitori favellando dico Che nella nostra città. il quale fu nominato Filippo Balducci. che la buona donna passò di questa \ita. se già. nendo quanto in piacere interamente l'uno all'altro. e questo far senza in- non essendo iiO ancora al terzo della sono molti e molto presumono. avanti che io pervenissi alla fine. mi piace in favor di me raccontare non una novella intera. nondimeno io non intendo di risparmiar le mie forze. acciò che il suo difetto stesso dugio. essi . Ma avanti che io venga a far la risposta ad alcuno. che con ogni piccola lor fatica mi metterebbono in fondo. E son di quegli ancora che. sé mostri non esser di quelle. fu un cittadino. amata cosa perdendo. il quale forse d'età di due anni era. Costui per la morte della sua donna tanto sconsolato rimase. molestato et in fino nel vivo trafitto.

e voi rimanervi qui? Il valente uomo. possa poscia pe' nostri bisogni a Firenze andare quando vi piacerà. non le volle nominare per lo proprio nome. Era usato il valente uomo di venirne alcuna volta a Firenze. Al quale il garzon disse: Padre mio. perchè non mi menate voi una volta a Firenze. Ora avvenne che. io che son giovane e posso meglio faticar di voi. che da un paio di nozze venieno: le quali come il giovane vide. per avventura si scontrarono in una brigata di belle giovani donne et ornate. senza indugia se n'andò sopra monte Asinaio. facendomi cognoscere gli amici e divoti di Dio e vostri. sì i . né alcuna altra cosa che sé dimostrandogli. le chiese. e tutte l'altre cose delle quali tutta come colui che mai più per ricordanza vedute no n'avea. così domandò il padre che cosa quelle fossero. data ogni sua cosa per Dio.— 342 il simigliante fare del suo piccol Per che. acciò che. e quivi in una piccola celletta si mise col suo figliuolo. nulla altro che sante orazioni insegnandoli: et in questa vita molti anni il tenne. cosa. un dì il domandò ov'egli andava. et egli. le case. mai della cella lasciandolo uscire. e potete male durare fatica. dagli amici di Dio sovvenuto. col quale di lim osine in digiuni et in orazioni vivendo. i palagi. E così domandando il figUuolo et il padre rispondendo. ma sempre della gloria di vita eterna e di Dio e de' Santi gli ragionava. sommamente si guardava di non ragionare là dove egli fosse d'alcuna temporal cosa. Filippo gliele disse. Per che. né di lasc arnegli alcuna vedere. e di molte domandava il padre che fossero e come si chiamassero. e quivi. cioè femine. pensando che già questo suo figliuolo era grande. rimaneva contento. Il padre gliele diceva. ma disse: Elle si chiamano pàla città piena si vede. bassa gli occhi in terra. avendolo udito. Quivi il giovane veggendo darsi al servigio di Dio. non le guatare. seco il menò. voi siete oggimai vecchio. e domandava d'una altra. et figliuolo. seco stesso disse: Costui dice bene. Disse allora il fighuolo: per non destare nel concupiscibile appetito del giovane alcuno inchinevole disiderio men che utile. ch'elle son mala come si chiamano? Il padre. A cui il padre disse: Figliuol mio. secondo le sue opportunità. acciò che esse da così fatto servigio noi traessero. si cominciò forte a maravigliare. et era sì abituato al servigio di Dio che malagevolmente le cose del mondo a sé il dovrebbono omai poter trarre. alla sua cella tornava. essendo già il garzone d'età di diciotto anni e Filippo vecchio. avendovi ad andare.

Deh! se vi cai di me. sole addomandate. ad un giovinetto senza sentimento. e pentessi d'averlo menato a Firenze. et oltre a ciò la vostra donnesca onestà. non curatosi dei palagi. Le quah cose io apertissimamente confesso. disse il padre. no n'è ancora paruta vedere alcuna così bella né così piacevole. io vi priego che voi facciate che io abbia una di quelle pàpere. Riprenderannomi. Dicono adunque alquanti de' miei riprensori che io fo male^ o giovani donne. non del cavallo. tu non sai donde elle s'imbee cano: e sentì incontanente più aver di forza la natura che il suo ingegno. ma solamente ad aver veduto e veder continuamente gli ornati costumi e la vaga bellezza e l'ornata leggiadrìa. non dell'asino. Et egli allora disse: lo non so che voi vi dite. et io dalla mia tico e solitario. sole con l'affezion seguitate. sì come persona che i piaceri . come vi vide.- 343 - pere. Disse il padre: Io non voglio. morderannomi. fate che noi ce ne meniamo una colà su di queste pàpere. et io le darò beccare. quando colui che nudrito. A cui il giovane domandando disse: 0. Oimè. o se io di piacervi m'ingegno. non del bue. subitamente disse: Padre mio. Ma avere infìno a qui detto della presente novella voglio che mi bastia et a coloro rivolgermi alli quali l'ho raccontata. tìgliuol mio. il corpo del quale il Giel produsse tutto atto ad amarvi. taci elle son mala cosa. riguardando. e che io m'ingegno di piacere a voi e domandogli se di questo essi si maravigliano. allevato. dolcissime prendono. se voi mi piacete. non de' danari. anzi ad uno animai salvatico? Per certo chi non v'ama. e che voi troppo piacete a me. e da voi non disidera d'essere amato. Maravigliosa cosa ad udire! colui che mai più alcuna veduta no n'avea. cioè che voi mi piacete. Elle son più belle che gli agnoli dipinti che voi m'avete più volte mostrati. disse il padre. sole da lui desiderate foste. né d'altra cosa che veduta avesse. come queste sono. son così fatte le male cose? Sì. sentendo la virtù della luce degli occhi vostri. lacerrannomi costoro. se io. sovente si li termini di una piccola cella. e spezialmente guardando che voi prima che altro piaceste ad un romitello. lasciamo stare l'aver conosciuti gli amorosi basciari et i piacevoli : : congiugnimenti dilettevoli che di voi. senza altra compagnia che del padre. accresciuto sopra un monte salvai abbracciari et donne. troppo ingegnandomi di piacervi. la soavità delle parole melliflue e la fiamma accesa da' pietosi sospiri. infra puerizia l'anima vi disposi. né perchè queste sien mala cosa: quanto è a me.

infino nello estremo della mia vita. ne' loro più maturi anni sommamente avere studiato di compiacere alle donne: il che se essi non sanno. mostra mal che conoscano che. e quelle tutte piene mosterrei d'antichi uomini e valorosi. Aiutaronmi elle hene. motteggiare dall'un de' lati. Le Muse son donne. onor si tennono.— né 344 né sente né conosce. perché lasciando stare capo bianco. né dal monte Parnaso. e mostraronmi comporre que' mille. Ma che direni noi a coloro. e forse a queste cose scrivere. Et assai già. E se non fosse che uscir sarebbe del modo usato del ragionare. che molti ricchi tra' lor tesori. se quando avviene che l'uomo da lor si parte. si sono elle ve- aspetto simiglianza di quelle: della simiglianza che le nute parecchi volte a starsi meco. che mi consigliano che io procuri del pane? Gerto io non so: se non che. m'avviso che direbbono: Va. ma tuttavia né noi possiam dimorare con le Muse. dove in contrario molti. e fu lor caro il piacer loro. Ghe io con le Muse in Parnaso mi debbia stare. non che la Dio mercé ancora non mi bisogna: e. rispondo. dietro alle lor favole andando. quando per altro non mi piacessero. Che più? càccinmi via questi cotali qualora io ne domando loro. volendo meco pensare qual sarebbe la loro risposta. quanto molti per avventura s'avvisano. e sì l'apparino. quantunque sieno umilissime. io so. queste «ose tessendo. se io per bisogno loro ne dimandassi. di dover compiacere a quelle cose. alle quali Guido Cavalcanti e Dante Alighieri già vecchi. perirono acerbi. vadino. cercane tra le favole. dove le Muse mai non mi furono di farne alcun cagione. fecero la loro età fiorire. E già più ne trovarono tra le lor favole i poeti. che della mia fame hanno cotanta compassione. e benché le donne quello che le Muse vagliono non vagliano. e messer Gino da Pistoia vecchissimo. A' quali. né •esse con esso noi. che le somigli. in servigio forse et in onore donne hanno ad esse: per che. io producerei le istorie in mezzo. E quegli che contro alla mia età parlando vanno. per quello mi dovrebber piacere. che la coda sia verde. Senza che le donne già mi fur cagione di comporre mille versi. quando pur sopravenisse il bisogno. se- . pure esse hanno nel primo il porro abbia il il sì che. non é cosa da biasimare. né dalle Muse non mi allontano. -dilettarsi di veder cosa. che io mai a me vergogna non reputerò. nel cercar d'aver più pane che bisogno non era loro. affermo che é buon consiglio. così la virtù della naturale affezione mi ripiglia. et io poco me ne curo.

là onde ci brieve vita che posta n'è. siccome assai volte davanti avea fatto. abbondare niun caglia più di e necessità sofferire. Dal Corbaccio. de' sospiri. se la muove. che quello che della minuta : polvere avviene. dico che dallo aiuto e di Dio e dal vostro. e ne' lor diletti. più giù andar non può che il luogo onde levata fu. né d'averle desidero in questo e se io l'avessi. ma infìno che altro che parole d'amendar me stesso non apparisce.— 345 — condo l'Apostolo. avrei molto caro che essi recassero gli originali. che. per ciò che assai vagati siamo. più tosto ad altrui le presterei che io per me l'adoperassi. giusta direi la loro riprensione. e di buona pazienza. Alle cui leggi. seguitando la mia. lascino stare. di loro dicendo quello che essi di me dicono. se a quel che io scrivo discordanti fos- me sero. e talvolta sopra gli alti palagi e sopra le eccelse torri la delle quali se ella cade. m'avvenne ch'io fortissimamente sopra . Quegli che queste cose così non essere state dicono. asside- rati si vivano. questa Ma da ritornare è. sopra corone dei Re sopra e degli Impera- tori. e lasciandol soffiare per ciò che io non veggio che di me altro possa avvenire. donne. E se mai con tutta la mia forza a dovervi in cosa alcuna compiacere mi disposi. armato. o belle dipartimmo. e spesse volte non solamente in vano. la quale. naturalmente operiamo. la porta in alto. troppe gran forze bisognano. voler contastare. anzi appetiti corrotti standosi. o. ma con grandissimo danno del faticante s'adoperano. e spesse volte le le teste degli uomini. E volendo per questa volta assai aver risposto. Non è ancora molto tempo passato. Le quali forze io confesso che io non l'ho. se non che gli altri et io. che vi amiamo. li quali. con esso procederò avanti dando le spalle a questo vento. ora più che mai mi vi disporrò per ciò che io conosco che altra cosa dir non potrà alcun con ragione. e de' rammarichi!. o egli di terra la non muove. cioè della natura. : . €iansi i morditori. me nel mio. Per che taclascia . spirante turbo. e per ciò a che a me. e l'ordine cominciato seguire. io gli lascerò con la loro opinione. gentilissime donne. e se essi riscaldar non si possono. la quale è veramente sola testimonia delle mie lagrime. e m'ingegnerei. ritrovandomi solo nella mia camera. nel quale io spero.

e oltre ad ogni altra onorava e reveriva. senza guardar come. tanto in esse multi plicai. a me in così fatta battaglia dimorante. meco immaginai di costrignerla a trarmi dal mondo. senza averla meritata. Deh stolto. incatenata la tua libertà. dovrebbe amar me. più fugge chi più la desidera. con una paura mescolata di non passare di malla propria vita E in ciò vagia vita a piggiore. e quella con sommo desiderio cominciai a chiamare: e dopo molto averla chiamata. io fossi fieramente trattato male da colei. con quali giurisdizioni. che tu non t'avvegghi che. estimai che molto meno dovesse essere grave la morte.. siccome tu di'. che è quello. con qual forza t'abbia qui a piagnere e a dolerti menato. parendomi oltraggio e ingiuria. e nelle sue mani rimessa. che uno dolore sopra un altro col pensiero aggiugnendo. che '1 desiderio della morte. mi sopravvenne un sudore freddo. se io questo facessi. dalla paura di quella cacciato. o ti ella ci tenga. non ella.— 346 - gli accidenti del carnale amore cominciai a pensare. conoscendo io che essa. amaramente cominciai. perciocché egli non . e le lagrime ritornate. ora della mia bestialità dolendomi. anzi più tosto il discacciamento di quella ti conduce? Or se' tu sì abbagliato. che io davanti reputava fortissimo. E già del modo avendo diliberato. e una compassion di me stesso. ma a piagnere. dopo molti sospiri e rammarichìi. e ogni atto e ogni parola pensando meco medesimo. il quale così nella afflitta mente meco cominciò assai pietosamente a ragionare. da sdegno sospinto. E in tanto d'afflizione trascorsi. ma tolto via come la prima. mostrami forza. tu. che fu di tanta che quasi del tutto ruppe e spezzò quello proponimento. la quale io mattamente per mia singulare donna eletta avea. ti se' della tua noia cagione. più che altra cosa crudele. con quali armi. ora della crudeltà trascurata di colei. Mostrami dov'ella venisse a isforzarti che tu l'amassi . e molte cose già passate volgendo. e al primiero rammarichio. a che il poco conoscimento della ragione. ricevere. Perchè ritornatomi alle lagrime. noi mi potrai mostrare. giudicai che. t'è. non a lacrimare solamente. Tu Vorrai forse dire: ella conoscendo ch'io l'amo. ritornò un'altra volta. che cotal vita. tu se' ingannato. di gravi pensieri misera e dolorosa cagione. tu solo se' colui che verso te incrudelisci? Quella donna che tu. sopravvenne un pensiero. credo da celeste lume mandato. il che è. senza alcuna mia colpa. mentre tu estimi altrui in te crudelmente adoperare. e la quale io assai più che amava.

o ella t'ha in odio. la quale senza dubbio o ella t'ama. che tu medesimo t'hai fatto. assai contra mettere le lor cose e la propria vita in avventura.non facendo. se tu non se' del tutto fuori di te. che lo impiccarti per la gola il più tosto che tu puoi. non è. ninna cosa poter fare. non s'acquista né si mantiene amore. che al tuo conforto bisogna. e con questo mi ci con questo mi ci tiene. sommo piacere fai a questa tua nimica. Resta dunque a vedere se questo tuo dispiacere é piacere. ma veggiamo. senza ninno dubbio la tua afflizione Fé noiosa e dispiacevole: or non sa' tu che. a cui tu non piaci. anzi è tua. é tuo piacere o dispiacere. il fa. assai apertamente conoscer dei. né di te . e ti fai? E certo per lo averti tu stesso offeso. e di piacer prendono. Questa non è ragione ch'abbia alcun valore. Se ella t'ha in odio. anzi odio e nimistà? Non pare che tu abbi tanto caro l'amore di questa donna. né ne piangeresti come tu fai. Né d'altrui é ora da cercare. piangendo. per cui tu a ciò ti conduci. per far noia e dispiacere ad altrui. perciocché s'è' ti piacesse. che sapesti male eleggere: dunque se per non essere amato ti duoli. quel che tu avrai fatto. E chi sono quelli. se non i bestiali. umane e divine adoperando? E tanto di letizia. né t'ha in odio. tu non te ne rammaricheresti. o dispiacere d'altrui. o per piacere a sé e ad altrui. se mal te ne viene. ti reca. m'è e 347 — di questa noia cagione. quanto di tristizia e di miseria sendi terra. o per piacere ad altrui. anzi sarebbe uno aggiugnere di pena sopra pena. colpa della persona amata. per diradicarlo e levarlo cere. se tu in te stesso incrudelisci. E non vedi tu tutto '1 giorno le persone che hanno alcuno in odio. che a' loro nimici di piacere si dilettino? Se ella né t'ama. Forse che non le piaci tu: come vuo' tu che alcuno ami quello che non gli piace? Dunque se tu ti se' messo ad amar persona. Ciò che l'uomo fa. e rammaricandoti. se non di quella donna. Se ella t'ama. che le dispiace. o per piacere a sé stesso. Tu dunque. attristandoti. Ma veggiamo se quello. se tu con tanta animosità fai quello. a che la tua bestialità mena. e disideri di far peggio. Che egli non sia tuo pia- manifestamente appare. le leggi tono in cui hanno in odio. non è ora da andar cercando questa giustizia. che più le piaccia. meriteresti tu appo giusto giudice ogni grave penitenzia: ma perciocch'ella non è quella. te ne se' tu stesso cagione: e perchè apponi tu ad alcuno quello. quanto tu vuogli mostrare. o per lo suo contrario. o egli non è né l'uno né l'altro.

Chi sa vivendo. malvagiamente operando. e da meno. trista la fa' della tua vita. secondo la nostra antica usanza. ed eterno supplicio guadagnare. t'ingegna di prolungare. s'ingegna di darti dolente vita. il che cezza nella vita degli eterni non avverrebbe. né volere ad di quello. volendo essere uomo. quanti e quali tu stesso te li procacci: ed etti possibile. quanto puoi il più. anzi discaccia del tutto questo tuo appetito. di cacciargli. Leva adunque via. questi Tanto t'è per lei prendergli. ne lagrimai. quando così leggiermente di torti di quella né ben considerato quanto più d'amaritudine sia negli eterni guai. uscii. il quale della mente è men che sano. Vivi adunque. di cui tu ti farà lieto? Ninno: ma certissimo può essere a tutti. i quali quella con tutto il desiderio abbracciano. della sciocchezza coloro. così tu. la quale per certo offende molto ciascuno. con faccia assai. quasi dagli occhi della mente ogni oscurità levatami. . vivendo. questi dolori così cocenti ? poco. che sommamente Maravigliosa cosa è quella della divina consolazione nelle menti de' mortali: questo pensiero. e in dilettevole parte ricolti. né molto cura. dal piissimo padre de' lumi mandato. tanto gravato tieni. che qua rimanga. secondochè tu estimi. me ne vergognai. secondo la malvagia dispo- ccmpagnia mie passioni: con la quale ritrovandomi. e cercando. che a me stesso manifestamente scoprendosi il mio errore. e me medesimo biasimai forte. Perchè dnnque t'affliggi? perchè la morte desideri? la quale ella medesima. tua nimica. primieramente cominciammo a ragionare con ordine assai disizion trapassata. quanto se per una delle tue travi della camera li prendessi. che in quegli del tuo folle amore. trovai assai utile alle 'di screto delle volubili operazioni della fortuna. e confortatomi a dover la solitaria dimoranza lasciare. a che sono utili queste lagrime. non solamente riguardandolo. Ma rasciutte dal viso le misere e pietose lagrime. li quali tanti e tali ti vengono.— 348 - . della mia camera. che e e un'ora te privare non acquistasti.sospiri. se tu ancora. ma da compunzione debita mosso. siccom'io arbitro. serena. ch'io non arbitrava. non cercò di darti ? Non mostra che tu abbi ancora sentito quanto di dolappetisci: sia. e come costei contro a te. fugge nel morire a ciascuno. quella. in tanto la vista di quelli aguzzati rendè chiara. che ogni speranza di vendetta. e cagione di disiderar la morte. mi reputai. potrai ti veder cosa di costei. od altra letizia di cosa. a chi ti vuol male sommamente piacere: siati cara la vita.

vincendo la naturale opportunità il mio piacere. che noi. condiscendemmo alle moderne: fra le quali il numero trovandone piccolissimo da commendare. in ragionare di varie cose entrai: e mentre che noi così ragionando andavamo. in sogno. tutti meco ripetendoli. di cui esprimere il nome or non bisogna. affermando che in magnificenzia mai non era stata alcuna sua pari. soavemente m'addormentai. senza considerarle. Dico che. la quale io nel vero non conosceva. tanto meno da tutti con ammirazion riguardate. le 349 - d'essi medesimi. al quale tu (i) fosti già vicino e parente. da' quali la soprav veil rimanente di quel dì gnente notte ci costrinse a rimanere a quella volta. levatomi.— e della pazzia bile. i quali. non senza incomparabil piacere. delle quali appena estreme si possono da' più sublimi ingegni com- prendere. tanto d'eccellenza trapassano gl'intelletti de' mortali: e intorno a così alti e così eccelsi e cosi nobili ragionamenti consumammo. le veggiamo loro usilate: e le particelle da queste passammo alle divine. e di quinci alle perpetue cose della natura venimmo. e ogni mia passata noia avendo cacciata. che già fu tua. che io ! (1. che in questa parte il ragionar prese. Il Boccaccio parla. per la mia disavventura. pure esso. quanto più tra noi. siccome in cosa stasperanze in esse fermano. quale in corporal fortezza lodando. che l'uomo d'un ragionamento salta in un altro. quale in magnanimità. non so da che affezione mosso. non sono molti mesi con uno. e oltre al naturale delle femmine. e dopo lungo andare. e quasi dimenticata. e tra l'altre nominò quella. accadde. cominciò a dire mirabili cose . E quasi da divÌQO cibo pasciuto. come talvolta avviene. grandissima parte di quella notte. consolato. così non l'avessi io mai conosciuta poi e di lei. il primo lasciato. trapassai. all'ombra del marito della donna della quale s'era innamorato. quale in castità. e al maraviglioso ordine e laude vole di quelle. lei s'ingegnava di mostrare essere passati. e prima avendo molte cose dette delle antiche. alla mia usitata camera mi ridussi: e poiché l'usitato cibo assai sobriamente ebbi preso. in sul ragionare delle belle donne venimmo. . alcune ne nominò della nostra città. non potendo la dolcezza de' passati ragionamenti dimenticare.

ch'a quelle parole dava intera fede. . che al mio avviso ottimamente rispose l'effetto.le 350 - uno Alessandro. non curo di raccontare. E dirotti maravigliosa cosa. che io di lei estimava. siccome a colui. come nella prima cosa m'era stata favorevole. quali. dov'ella a casa dimorasse: il quale quello non è. ed esso ogni cosa pienamente mi fé' palese. lei di così e di tanto buon senno naturale disse esser dotata. E perciocch'io portai sempre opinione. al quale. e della sua gentilezza. o non possa ad alcuno disid erato effetto pervenire avendo meco disposto del tutto di non cominciar questo con persona in guisa ninna a comunicare. ogni mio segreto fu palese. eloquentissima forse non meno. Le quali cose narrando questo cotale. come il suo viso corse agli occhi miei. che stato fosse qualunque ornato e pratico rettorico. la disse esser piacevole e graziosa. fu ancora: e. dove a quell'oia la credetti poter trovare e vedere. che in poche cose intorno a questo mio desiderio mi dovea giovare. che mi pareva. che non avendo alcuno indizio di lei. dipare se così persetitomi. e porto. che sommamente mi piacque. subitamente avvisai lei dovere esser quella. che amor discoperto o sia pieno dì mille noie. Appresso. se con colui non fosse. quanto altra donna per avventura conosciuta giammai. : . confesso che io meco tacitamente dicea : felice colui. non ardiva a domandar se ciò fosse. Perchè poi da lui. del tutto disposi di volerla vedere verasse meco a ciò. al ch'ella d'una così fatta donna quale la fortuna è tanto benigna. la qual mai. Ma ancora la fortuna. e. che in gran gentildonna si possano lodare e commendare. per non consumare il tempo in novelle. che degno di quel divenissi. così mi fu in questa seconda che di dietro a me . là dove io prima la vidi. e alcune delle sue liberalità raccontando. del nome di lei colui domandai. oltre a ciò. posciach'io amico divenni. e del luogo. guardando tra molte. mettere ogni mia sollecitudine in far ch'ella divenisse mia donna. non mi fu piacevole. che quivi n'erano in quello medesimo abito che ella. in quella parte prestamente n'andai. dove tu la lasciasti. E già quasi gli conceda l'amore ! meco avendo diliberato di voler tentare se colui potessi es- sere. . che dannosa mi dovesse riuscire. e di tutti quelli costumi piena. che io andava cercando. come io suo servidore diverrei e sanza dare alla bisogna alcuno indugio. e sì mi fu in ciò la fortuna favorevole. che solamente il color nero del vestimento. oltre a ciò. se non in cosa.

ma falsamente. E così. come già dissi. subito mi sentii. In questa guisa adunque. ne dovesse esser di bene. che tu il vero senta de' fatti miei. di cui io vi parlo: dalla qual risposta io compresi ottimamente avere avvisato. e come sato. e la cagione del tuo esserti prima allacciato. al quale avea udito di lei parlare. non solamente che colui. dandomi il suo aspetto pieno di falsità. che colà sono? A <ìui la domandata donna rispose La terza. che lei tanto ti tu medesimo ti Ma non sia . mai. se celar tei volessi. come alla colai donna stanno bene le bende bianche e i panni neri. non senza artificial maestrìa. che raccontato ho. che dir non potrei. secondo il mio parere. ma che troppo più ch'egli detto non avea. dicendo Deh guarda. •crescer lo sentii. la dimandò: Quale è dessa di quelle molte. più vivo divenne. e da quella ora avanti l'ho conosciuta. speranza di futura mercede.sentii alcuna : 351 - donna. che siede in su quella panca. avendo io data piena fede. è colei. corrermi al cuore un fuoco. n'avrebbe veduto manifesto segnale e come che i segni venuti nel viso per lo nuovo fuoco. ch'ancor ti strigne. io non potrei. e sì fieramente riscaldarmi. Al quale io risposi Perciocché io manifestamente conosco che. preso fui. di lei. e dalla vista di lei si movesse. che chi allora m'avesse riguardato nel viso. che. e come che mi parve dianzi udir di sì e il dirmi appresso. donde che tu te l'abbi. non altrimenti che faccia su per le cose unte una fiamma. come se dall'udite cose. : : . alle parole udite da colui. che più t'accendesse che il tuo medesimo disiderio primieramente avesse fatto. sì mi pare. che colle sue compagne di lei favella\'a. già me sentendo tacere. Lo spirito. così poi nelle intrinsiche trapas- ne partissono. grave ancora manifestarmi se mai questo tuo amore le palesasti. la quale per avventura alcuna delle compagne. se da lei avesti alcuna speranza. se : vestisti la catena alla gola. con tanto piacer di me. che alle lor parole teneva gli orecchi. che non la conoscea. io presumetti. come prima le parti : : superficiali andò leccando. che mal per me fu veduta. e poi appresso alquanto al suo andare riguardai. così mi cominciò a parlare Assai bene m' hai dimostrato il come. Egli è il vero che. dovesse avere detto il vero. da falsa opinion vinto. e un poco gli atti esteriori ebbi considerati. Io non mentirò: come io vidi la sua statura. non senza diletto ascoltate avea. il quale queste cose. ninna cosa te ne nasconderò. se non dentro.

per una mia lettera piena di quelle parole. ma. non ci avea di che farla nondimeno. del naturai senno di lei. antica gentilezza congiunta. vano lunghissimo. ardire a più avanti scrivere. ma pure un poco e avvisai che ciò.più particular sposta. per un'altra lettera. per e del la quale io la sua grazia meritassi. esser di gran lunga. . il che alle prediche. né gentilezza c'era. mi disposi del tutto piacer preso da me per la lettera ricevuta. ingannato.- 352 — mosso^ valorosa m'avea mostrata. e ri- ammaestramento e regola in quelle cose fare. come eh' io fornito non mi sentissi. sommamente piacerle chi senno e prodezza e cortesia avesse in sé. perciocché né senno. non che spegnere. Delle quali. né in iscuola. Per la quale lettera. Se costei è da quello. quantunque l'uno più che l'altro desiderassi. non volendolo usare. a dover fare ogni cosa. o averne voluto me . Ma non il potè perciò. I . mostrò di volere. se non darmi concetto fuoco diminuire. che quella. che costui giona. cioè che un'anima d'un uomo in un altro trapassi. e che rimate parevano. da cotale intenzione. anzi per lo stile del dettato della lettera. o ella l'avrà caro. : e a ciò mi ri- sponderà o ella l'avrà caro. ingannare. e l'altro corto. mostrava di disiderar di sapere chi io fossi. per usarlo in quello ch'io possa. . io presi ardir di scriverle. assai leggiermente compresi. aprendole io onestamente per una lettera il mio l'una delle due cose ragionevolmente mi dee seguire : mi ra- amore. quantunque ella con aperte parole ninna cosa al mio amor rispondesse pure con parole assai zoticamente composte. affermando. ch'ella in quella s'ingegnò di mostrar d'avere alcun sentimento d'una opinione filosotìca. appresso. quantunque il buon animo ci fosse. non in libro. Perchè l'uno de' due fini aspettando. che per quella poteva comprendere che le piacessono. con queste. quantunque falsa sia. che scritto m'avea. che di lei assai cose dette m'avea. A questa lettera seguitò per risposta una sua picciola letteretta. lusingando. contentare. e. e speranza di . discretamente me dalla mia speranza rimoverà. che più onestamente intorno a cosi fatta materia dir si possono.. secondo la mia possibilità. nella quale. o colui. e non erano rimate. siccome quelle. e la cortesia. niun'altra cosa volesse dire per ancora. né prodezza. e della ornata eloquenzia. E dirotti più. che l'un pie ave. son certo ch'apprese: e in quella me a uno valente uomo assomigliando. il mio ardente desiderio le feci sentire.

•e poi. come io son qui per più largo spazio aver di favellare. a guisa d'un beccone. meco parla Udo. con tante lagrime. né altri dirà. senza. e assai chiaramente mostrò colui mentir per la gola. che di ciò. come colui raccontava. secondo che a me pare aver compreso. esser divenuta vilissima serva delle quali cose non tu. mi fece fare. che cagione te induceva il dì trapassato. quello. sogghignando. già con alcuno per lo modo. della quale davanti ti dissi. i suoi vicini chiamano il secondo Ansatone. trovarmi non saper nulla. e nelle mani d'una femmina dar legata la mia libertà. secondo che i miei occhi medesimi m' hanno fatto vedere. e in questo più volte crudele e pessima femmina la chiamai. schernito. a più altre mostrato. Allora lo spirito disse: Se più avanti in questo amore non è stato. che la risposta alla mia lettera. che. n'ha parlato. che io scritto l'avea.— -com' io seppi lettera. che sì ampiamente delle sue esimie virtù. Nella seconda. ne' lacciuoli d'amóre incapestrarmi. senza che esso. essa ha. e l'anima. e certo questo e massimamente in creder troppo di leggieri così alte cose d'una femmina. con tanto dolore sì ferventemente per questo a disiderar di morire? Al quale io risposi: Forse •che il tacere sarebbe più onesto. senza A^edere né dove. ma perché li pare essere. per più farlisi cara. quando il bisogno viene. Nella prima cosa. né come. si distese perciocché. : 23 . avendo riguardo che io la maggior parte della mia vita abbi spesa in dover qualche cosa sapere. ha le mie lettere palesate. uno. ne domandi. tei pur dirò. Due cose erano quelle. che là dov' io alcun sentimento aver credeva. ma non potendolti negare. é da lei amato. solea esser donna. e con lui insieme. e oltre a questo. la feci certa né poi sentii né per sua né per ambasciata. senza altro vederne e appresso per quelle. con questa accompagnata. dicendo Vedi tu quello scioccone ? Egli è '1 mio vago vedi se io mi posso tener beata! : : : : modi stoltamente avere adoperato. che da dolersi non sia infino alla morte. che quasi ad estrema disperazione m'aveano condotto l'una fu il ravvedermi. m' ha ella. in assai cose fallato. mi trovai io in più é una non bestia senza intelletto m'avvidi eh' io era . secondo che mi pare. le paresse. di me facendo una favola. come io avviso. Senza che. al quale essa. che più gli é piaciuto. L'altra fu il modo tenuto da lei in far palese ad altrui che io di lei fossi innamorato. 353 — : il meglio. fu colui. quasi poi : da turbarsene poco. il quale non perch'e'sia. e sottoposta la mia ragione. colui.

poi a me rivolto. che a lei. e la canuta barba non mi ingannano. sieno state e sieno oneste. E cominciando da quello. e '1 perchè. follemente t'innamorasti. dico che assai cagioni giustamente possono me e ogni altro muovere a doverti riprendere. e già venticinque comin- J\ . alquanto. e disordinato appetito. e da questo verremo. che non mi tengo. 354 alle io m'ha mosappiamo: perchè ella. questo m'indusse a tanta indignazion d'animo. dicendo: E come tu t'innamoquanto quelle donne. ma assai convenevolmente informato. e la cagione della tua disperazione. così ella tra le femmine di me favoleggia. e amendue insieme ti dovevano render cauto . se tempo ne fia prestato. e forse dell'altrui. tu dovresti avere li costumi del mondo. come il suo amante tra gli uomini. che premesso abbiamo. che io fui alcuna volta assai vicino ad usar parole. quali ella il strato. acquisterei. due solamente m'aggrada toccarne: l'una è assai bene ciascuna e guardingo dagli amorosi lacciuoli e primieramente la tua età. e ultimamente. a dire di colei. nella vista mostrando d'avere assai bene le mie parole raccolte. m'indusse» Lo spirito allora. ma acciocché tutte non si vadano ricercando. fuor delle la tua età. io teco mi distendo a ragionare. dicesse. siccome comprender se ne dee. che quasi te a te stesso feceno uscir di mente.E certo. da tale impresa non poco ma molto turbato mi ritenne. per fare il ragionamento minore. la gli tuoi studi. Ora voglio io che grave non ti sia. sia da una femmina. mi credo dalle tue parole aver compreso. ora col dito all'altre femmine mostrato! Io dirò il vero. e delle cose del mondo. se le tempie già bianche. avvegnaché non pienamente. soprastette pensoso. e a quella ira. che uomo. ciò facendo. per la quale. fasce già sono degli anni quaranta. avanti che alcuna cosa. a guisa d'un matto. della quale tu. e l'intenzione di quelle. che io intendessi. alcuna cosa diremo sopra le cagioni. e e altri rasti. e di cui. ma sempremai co' valenti uomini usato e cresciuto. delle quali seconda sono per se. ora col muso. perchè del tuo errore fosti tu stesso principio. di che tu mi domandi. mal conoscendola. con voce assai mansueta cominciò a parlare. che a te tanto cruccio recarono. che poco onor di lei sarebbono state: ma pure alcuna scintilletta di ragione dimostrandomi che molto maggiore vergogna a me. se alquanto in servigio della tua medesima salute.. Ahi disonesta cosa e sconvenevole. lasciamo star gentile. primieramente da te cominciando. seco non so che dicendo.

già alla vecchiezza appressandoti. fa amore disdicevole. il giostrare e l'armeggiare. conosciuto avresti che dalle femmine nelle amorose battaglie gli uomini giovani. se io tuoi studi. che ad una femmina è piacere e non solamente in quella parte. il nasconderti a ciascheduna ora. che verso la vecchiezza calano. non che ne' tuoi pari. o lasciarsi a loro sopravvegnenti vincere. ne' giovani. alla quale. ma in quella. la quale ne' giovani. a me. che essa medesima. cose di ninno peso. del quale molto a conoscere . Tu. Ma non che cioè i alla seconda parte è da venire. e con opere virtuose. oggimai maturo. resse. (i) e se la more nella tua giovanezza tanto . a guisa d'un semplice garzone. che male: e quando ciò non ti pa- sovente son pieni e la tua salute. che a tutte parimente risponderesti. forse per gloriarsi d'avere uno uomo maturo. per avventura far non puoi. e farti conoscere là dove questa matta passione. ti dovea far cadere. il carolare. il cantare.sta bene ma il vincer quelle. e a ciascun altro il quale con piìi discreto ocche tu. se bisogno il richiedesse. s'appartiene. sommamente dalle femmine disiderate. disonesta e sconvenevole eleggerà? Come è alla tua età convenevole. che bastasse. che forse meno disdicevole da te sarebbe eletta. Clr. . la tiepidezza degli anni. se io già bene intesi mentre non m'inganno. . seguitando. ne' vecchi. star male. etade omai agl'innamoramenti dicevole. di pigliare l'arme. non quelli. La qual cosa se con estimazione avessi riguardata. p. che le fanno. ma con ragioni inespugnabili biasimerai i giovani. . Male è adunque la tua. Come è alla tua età convenevole andar di notte. impedito. ma sommamente da lor gradite ? Tu medesimo non solamente dirai che a te sconvenevoli sieno. e (1) Lascio il passo com'è nell'edizione Moutier.o forse quella della tua donna difendere? Certo io credo. 136^. il contraffarti. sono richiesti e avresti veduto le vane lusinghe. almeno ti dovea aprire gli occhi. gli accidenti d'amore. che la tua fama ampliassero. vivea.— ciatili 355 — lunga esperienza delle fatiche d'anon t'avea gastigato. parrebbe pure che così fosse. Come si conviene. senza più cose. o si confà a te. e oltre a ciò mostrarti quante e quali fossero le tue forze a rilevarti. andar ricordando. non il seguir le passioni. esemplo a' più giovani. e con aperta fronte e lieta dare di sé ottimo chio guardasse.

di quante mine ed esterminazioni questa dannevole passione è stata cagione.— 356 - ora così essere il vero apertamente conosco. li fate sacrificio delle vostre menti. ma gii stolti spaventare! Vien teco medesimo rivolgendo l'antiche storie. tuoi studi. voluto. o farai. vizio delle menti non quante e quali sane e sommergitrice della umana libertà. o dalla bottega alla lor casa. e che a te s'appartiene. che con altezza d'ingegno. guastatrice delle forze del corpo. e quasi come sommo aiutatore ne' bisogni. avendo conoscimento gittato via. Vedere adunque dovevi. e sempre l'essere mercatante avesti in odio: di che più volte ti se' con altrui e teco medesimo gloriato. amore non menoma tra l'altre scienze essere una passione accecatrice dell'animo. come suole le più volte avvenire: laddove essi del tutto ignoranti. e divotissime orazioni li porgete: la qual ti cosa quante volte tu hai già fatto. che tu a Dio. aver vinto e confuso. di quante morti. Della qual cosa il primo argomento è che a loro par più che a tutti gli altri sapere. cosa senza ragione. tra i quali tu medesimo. quasi in niun'altra cosa stia il sapere. genitrice de' vacui petti. nella quale per avventura tu hai con più piacquero. e par loro ogni uomo. di quanti incendi. di quanti disfacimenti. e di senno ciascun giorno diventano più giovani. cose sono queste da dovere non che i savi. E una il gente di voi miseri mortali. tante ricordo. nemica della giovanezza dei vizi. che di ciò gli volesse sgannare. se non o in ingannare. e chi tu medesimo sii. quando dicono: di' che mi venga ad ingannare. seguito. o dicono all'uscio mi si pare. dissipatrice delle terrene facultà. o pure per avventura. disviatrice dello ingegno. inil fìno dalla tua puerizia. poco atto a quelle cose. nelle quali assai invecchiano d'anni. il chiamate Iddio. uscito forse •rse ^^1 del diritto sentimento. secondo gli avvisi fatti. e le cose moderne. j m JH . noi vedi. ingrossatrice. che quanti passi ha dal fondaco. mai alcuna manuale arte non imparasti. che a poesia appartiene. e abitatrice e della vecchiezza. morte. Gli studi adunque alla sacra filosofia pertinenti. e a' idi. come alquanto sono loro bene disposti i guadagni. se da te. e senza ordine e senza stabilità alcuna. e guarda di quanti mali. Questa ti doveva parimente mostrare che è amore. ninna cosa più oltre sanno. e che cosa le femmine sono. più assai che ti tuo padre non avrebbe in quella parte. e massimamente fervore d'animo. o in guada: gnare. avendo riguardo al tuo ingegno. anzi privatrice della memoria.

li tuoi studi mostrare. spesso gente ne vien di là. che la vi tiene. Egli era già una pezza della mente notte passata. e massimamente o per rammentare noi medesimi a coloro. Dove vanti. nella quale dorme. oltre a questo. e mostrarono. o per simile caso. che tu la prima lettera scrivesti a questa tua donna. colà entrai. di che tu ti rammarichi. misero. per alcuni accidenti. e quello che io della tua lettera sentii. n'é conceduto da Dio il venire di qua alcuna volta. E avvenne. quando.e a te 357 — medesimo fai ingiuria. e arciere. la quale seguente al dì. ignudo. se così chi il faceva cono- come ora conoscer dei. la quale in parte quello che ci si fa racconta. con le ali.. ove colei abita. mi piace di dirti come. donne. sentii novelle. ma ancora i nimici ci fa amare. se tu l'avessi voluto vedere. e pochissime se ne truovano. Ma da venire è all'ultima parte della nostra promessa. ma nondimeno. vidi in essa una lampada accesa davanti alla figura di nostra Donna. che fare si nell'altre. le dipinture degli antichi tei mostreranno. tutto 1 dì vi dimostrano. non senza grandissima cagione e significazione de' suoi effetti. e ogni parte della casa cercando e per tutto riguardando. giovane. come é questo. a\^enne che io della lettera. la quale non solain soglia gli amici. e con occhi velati. riguardata tutta. ai quali dee di noi calere. questa cosa non avere altrimenti operato. le quali per le mura. che ti prese. né a memoria ti ritornasse la sperienza. e la tua salute. la quale di gran parte di quelle in te medesima veduta hai. né io il farei. che io quella notte ci venni. e che tu del tutto fuori della tua mente la cacci. ella . lei facesti. di qua. il acciocché più della tua impresa attristandoti. poco da lei. come sciuto avessi. il crederesti : ma non E era da così gra- vemente prenderlo. acciocché tu conoschi. come l'altra casa. per lo quale io sono a te venuto. avendo visitati più luoghi. entrato in quella camera. Tu. e quella. e a negare che tu schernito non fossi. tirato da una cotale caritatevole affezione. perch'io il facessi. essendo già per partirmi. E se le dette cose esser vere la tua filosofìa non ti mostrasse. meriti più tosto perdono. delle quali grandissima parte si chiamano e fanno chiamare lui. che cose femmine sono. né tu. te schernito reputi da costei. Egli è vero che.

e come v'eri per meno che l'acqua versata dopo le tre! Le tue Muse. Tullio. dov'ella giaceva. ne' quali forse tratti. e. Che dirai? Arestii mai creduto? Deh quante bastonate gli si vorrebbono far dare anzi li si vorrebbe dare d'un ventre pecorino per le gote tanto. desti loro materia di ridere e di di sé medesimi. e l'altro la lettera leggendo. peggio letto sola. ti sentii nominare. spregiati e sé medesimi esaltando. eri desto. ed essi di poter di te ridere e schernirti. e quella lettera. v'era assai peggio. sé quasi ad ogni parola abbracciavano e baciavano e parole tra i baci mescolando. or mellone. come io sperava. e con maravigliose risa schernire. e il '1 cibo e vino disordinatamente presi da desiderio di compiacer l'uno all'altro. lunga pezza della notte passarono. e Con queste parole e con . e lasci stare le gentildonne. volli vedere che volesse la lor festa significare: né guari stetti che. o le gote Inastassero. simili. che per te. per quel ch'io creda. con cui era. tuoi amici e domestici. e. e verso il 358 — mirando. quando quella cosa scrivevi. e talvolta dicevano: Parti che costui abbia l'arco lungo? Vedesti mai cosi nuovo granchio ? Per certo questi l'ha cavalcata.— faticata. e a parte a parte guardandola. levatasi. quanto il ventre. Aristotile. e fuggirsi. alla quale tu rispondendo. e ogni tua cosa matta e i)estiale era tenuta. e acceso un torchietto. si dimandavano insieme se tu. ora ser mestola. che tu mandata avevi. e te or gocciolone. e Tito Livio. con parole da le pietre saltar del muro. di cui poco avanti dissi alcuna cosa: perche. Ahi cattivello a te! Come t'eran quivi con le parole graffiati gli usatti. schernendoti. l'onore e la gloria di questo avviliti: e in contrario fare per istomacaggine soli sé esser dicevano mondo. Torni a sarchiare le cipolle. Quivi il lume l'uno tenendo. o se sognavi. e vuole esser tenuto savio: domine dagli il malanno. alla richiesta di colui. non già vidi. : che montoni maremmani. quivi tra loro ordinarono la risposta che ricevesti. Virgilio. come fango. e talora cenato chiamando. la . da loro scalpitati e scherniti e annullati. e per aver più cagione di farti dire e scrivere. ancora arrestato. tratta d'un forzi erino. da te amate e commendate tanto. al letto si ritornò. erano. non furono giammai. col lume in mano e la lettera. gli avea con molte altre schernevoli. '1 dal che io assai chiara- mente m'avvidi che loro. e molti altri uomini illustri. ma in grandissima festa con quello amante. quivi erano chiamate pazzie. Egli è di vero uscito del sentimento. oltre a questo.

avendo riguardo a quello. se così se' sdegnoso come ti mostri nell'altre cose. in parte l'hanno davanti le nostre parole dimostrato. e per soperchio e poco laudevole sdegno. sopprimerebbe. quale è in te. e poi la terza. e al suo disensato amante. dove costei sempre ti chiamavi la morte. che femmina. tu ti nibbio. come forse ti modo che un chie. ma d'averti. che dalla natura t'è stato conceduto e questo veduto. E quanto nomo più degna cosa sia. di grazia da Dio hai acquistato: e vegnamo a quello solo. che tu ad esso dovresti fare. Hatti la -«olei è fai. e dove amore e grazia acquistare ti credevi. e fa- che esaltar ti possono. beffe e strazio di te acquistavi. più che da uomini. malsana. a che l'anima tua s'era dechinata: e a che utilità? E a cui sottomessa? A una vecchia rantolosa. cioè seguire i tuoi costumi. che da apparire tra genti perchè guardata sia. il 359 - o E se si peggio della seconda. lasciato piagnerai e lamenterati. resti come da disideravi. s'ella è di persona . e andarli alla seconda: e a costei tu più umilmente potevi. quanto della prima non fosse che '1 drudo novello temè non potesse convertire in altro. ed esserti arrendevole. li quali se nominassi. nità di e della leggerezza sospicando. a niun t'accosti? E se pure ad alcuno. ove tu con ogni sollecitudine dovresti i suoi seguire. vuto. che tu se' uomo: dove femmina. andando quanto non parendoti così bene esser ricenon ti partivi. più da guardare la cenere del focolare omai. e forse saresti aggiunto alla quarta e alla quinta. Deh misera io per li la vita tua! li loro titoli te Quanti sono i signori. poco con lui puoi sostenere.— dire altrettanto t'avesson detto. Appresso. dove in tuo prò non i ne se' voluto ramhiemo- rare? Quanti tu. per tuo studio. a adescare e pigliare alle busec- natura tanta grazia fatta. per cui sì miseramente piangevi. saresti il nobili e grandissimi uomini. alli quali. Deh lasciamo star quello che tu. come fatto avresti. non si declina. in tuo danno te ne vanate gliorieresti. vizza. forse della va- troppo scrivere lei non dubitar punto «he tu non avessi avuta la seconda lettera. Così adunque •desti da ridere alla tua savia donna e valorosa. non d'essere stato schernito quelli. ma . che t'uccidesse: la qual pili tosto chiamar dovevi. pasto omai da cani. volendo carissimo. se esso a fare a te quello.

perchè. che gentile esser noi faccia? Certo si ch'io so che tu '1 sai. come tu ti facesti incontro a lei. essendo quella di mezzo del pari. e nel viso. perciocché della sua sconvenevolezza ella perde. ch'egli è molto più bello. forse suo parere. che non hai tu. . dove tu ne guadagni. non perciò saresti lasciato. vuo'tu perciò per la sua sconvenevolezza consumarti? Ella a buona ragione ha più da rammaricarsi. quantunque tu abbi la barba molto fiorita. e avvisi che quella sia la cagione. né ninno é si giovinetto nelle fdosofiche scuole. come sia ella. primieramente in ciò che tu. il quale sempre più alle cose apparenti. dove a te non pare che così fosse. che non sappia noi da un medesimo padre. e se appieno di tutti gli altri guardando verrai. di nere. e l'anime tutte iguali. pur con l'acqua chiara ti lavi: anzi ti dirò più. cioè che a te pare essere così il che presumendo che ella gentil donna sia. quantunque tu poco te ne curi. seguiti l'opinione del popolazzo. quando l'altre andai ragguagliando. 360 — grande. Ma tu riflcchi pur gli occhi della mente a una cosa. e gravemente. dove ora il tuo rade volte. S'ella noi fece. con tutto ch'ella studii il suo con mille lavature. e fai bene: perciocché tale sollecitudine sommamente agli uomini si disdice. e quale sia quella. e da una madre. se guardi a chi è il secondo Ansatone. e. e di che io ninna menzion feci. nella quale pare che essa sia meglio di te. Ma in ciò mi pare che tu erri. tutti avere i corpi.— al . candide sieno divenute le tempie tue. Una grazia l'ha fatta per insino a qui la sua natura più che a te. che tu non se'. e quale la falsa? Non sai tu qual sia quella. e ne' suoi membri bene proporzionata. che è cotanto nella sua grazia. per la quale tu schifato sii. lasciando 11 vero. che il tuo viso tra gli suo tra le femmine. se ben porrai mente a una cosa. Né difettuoso ti veggio in parte al- uomini men di bellezza. bella tu non se' piccolo. dico. né ha abbia il . nella quale tu se' meglio di lei. della qual ti pare avere molto disavvantaggio da lei. e per tutto se' cosi ben composto. o non mai. quantunque forse non gli abbia così bene adoperati. con questa ultima. ragguagliando molto la prima cosa. ed ella pur nel mondo stata molti più anni. non le ha mutate. che così tosto dovrebbe ella essersi fatta incontro a te ed amarti. e con altrettanti unguenti. che se non m' inganna il mio giudicio. che faccia l'uomo gentile. che alla verità di quelle dirizza gli occhi. Ma non sai tu quale sia la vera gentilezza. e da un medesimo creatore: né cuna.

peccarono: perciocché buona contrizione e ottima satisfazione fu in loro. Ciò che tu hai amato. non t'ingannassi.— 361 ^ niuna cosa fa l' uom gePxtile. ti conviene avere in odio. te sì compunto veggio. Tu hai naturalmente peccato. ti conviene disporre. voglio . colui che la virtù seguitò. Vieni ora tu tra e i suoi moderni. che solo i cuori degli uomini vede e conosce. e perdona liberalmente. fu detto gentile. come nimici e rubelli del suo imperio.e se io così col cuore piango. che facciano gli uomini gentili. in quanto di aspetto ha molto e ricordar ti meno d'offesa. si conviene. egli abbia con l'onde del fonte della sua vera pietà lavati e oltre a ciò beatificati coloro che già.. Tu hai amata costei. e . che già perdono della offesa hai meritata e certissimo sono che desideroso se' di satisfare in quello. acciocché in quel baratro non cadessi. se non che avendo ciascuno parimente il libero arbitrio a quello operar che più gli piacesse. a quello che fatto hai. Voglio che tu abbi in odio la sua bellezza. e per ignoranza. tutto il toglile via. dell'offesa commessa: alla qual cosa io ti conforto quanto più posso. carissima mi sarebbe d'essere da te ammaestrato di ciò. e ancora tra i suoi passati cercando^ vedrai quante di quelle cose. . donde ninno può poi rilevarsi. solo che buona e vera contrizione abbia il peccatore. anzi se le tue lagrime non m'ingannano. E io. e gli altri per contrario. e leva della mente del commettitore. « odi come. che a me s'appartenesse di fornir l'altra. che ogni gravissimo pecquantunque da perfida iniquità di cuore proceda. a fare il contrario. furono non gentili reputati: dunque da virtù venne prima gentilezza nel mondo. sì che tu odio acquisti. che per te si potrà. e in quan ti tu ne troverai. come enormi mali per malizia operati. seguendo i vizii. male intendendo le parole da me ben dette. perchè bella ti pareva. La di\ina bontà è sì fatta e tale. dei quanti e quali. Al quale io allora dissi Dio. o essere ti potesse nel future. ma questo si vuole intendere sanamente. Al quale esso lispose: A voler de' falli commessi satisfare interamente. acciocché tu stesso. sa se io dolente sono e pentuto del mal commesso. : peccare ti fu cagione. s'io non m'inganno. cato. e l'altro villano. perché dilettevole nelle cose libidinose l'aspettavi. e ciò che tu per l'altrui amore t'eri a volere far disposto. operare il contrario. che nel divino che chi maliziosamente pecca. avendo io già Tuna.. come con gli occhi: ma che per contrizione e per satisfazione tu in isperanza di salute mi metti.

e fatto contro a quello che si dee. se tanto mi vorrà bene Iddio. ami e e dove. La vendetta daddovero.— sm lei che tu abbi in odio ogni cosa. come a glorificarla eri disposto. come tu fosti. così. in quanto puoi. che le piante dei piedi non le si sarebbon potute toccare. fa che a lei nel tuo parlare lei medesima mostri. dirai il vero. E nel vero. quantunque di fede. che forse ancora di salute le potrebbe esser cagione. sa cui li piace tanto famoso e sì glorioso render negli orecchi degli uomini. e ninno conforto più. o distender le prose. e tesi lacciuoli alle menti di molti. degne paiono : . e questa satisfazione. E mentre nelle parole artificialmente dette sarà alcuna forza o virtù. di satisfare m'ingegnerò. E così in conodio. la quale ad una ora a te e a lei sarà salutifera. e fugghitene : mente dove veder voglio che dell'offesa fattati da trario. e fa' sì. che nella vostra ira caggia. E perciò questa ingannatrice. eziandio mentendo. e con tanto vi- di bene sia uno. che chiunque di quel cotale ninna cosa ascolta. e. e sgannerai altrui. sono creduli. andavi disiderosala credevi. se tempo da troppo affrettata morte non m'é tolto. ciascuno che in quello s'è dilettato di studiare. che da questo laberinto mi vegga fuori. quanto a questo peccato. secondoché ragioni. io la farò con tanto cruccio di lei. e similmente la mostri ad altrui. la salute dell'anima sua voglio che tu . la quale in più degli uomini giudicherebbon che fosse da far con ferri. per piacere agli occhi tuoi. che. che tu fai ottimamente. questa lascerò io a fare al mio signore Dio. ch'io possa o concordar le rime. vendetta. e a parvifìcarla ti disponi: il che agevolmente ti verrà fatto. solo che tanto tempo mi sia prestato. questo facendo. che tu similmente abbi questo in lei tu prenda vendetta. o si diletta. quantunque virtuoso. quantunque valoroso. che si paia. con parole. incomincia come più tosto puoi. Al quale io allora risposi Per certo che. così ad avvilirla. dove l'averla glorificata tu avresti mentito per la gola. Se io ho il vero già molte volte inteso. e per virtù e per meriti sopra i cieli estimano tener la pianta de' piedi. Fa' dunque. delle ingiurie ricevute da me. nel che profondo di ninferno il tuffate e nascondete. niun sospignimento mi bisognerà a far chiaro l'animo mio di tanta offesa. lui. e lei raumilierai. a ninno mio successore lascerò a far. che in desideri in così fatto atto dilet- tevole la stimassi. Perciocché. e lei avresti in tanta superbia levata. il quale mai niuna mal fatta cosa lasciò impunita. tanto ti sia assai. perciocché dirai il vero.

che mandata le sia. Per la qual cosa. : tutto al dipartir dal nefario amore della scellerata femmina mi . che. così e come dì. o disidero d'esser digiuno d'avere veduta lei. se fatto l'ha. io spero con parole gastigar colei. Piccola mia operetta. con più perpetuo verso. infra pochi io mi soleva. e sì tutti concorrere gli trovai per lo conoscimento. grazie e lode n'abbia colui. . mostrantutti gli uomini non sono da dovere essere scherniti . o che se col vero <ìorpo la montagna salita avessi. i quali con gli occhi chiusi. ed lire. da altrui poi informatomene. essere non meno vere che l'altre trovai. per ordine raccontai. venuto è il tuo fine. levatomi. per . con dolore e con vergogna. che per me allora conoscere non potei. altrimenti che spirato da Dio. vilissima cosa essendo. non altramenti che sieno gli uomini faticati. come mi pareva avere udito. che in pirte m'era tornato migliore. assai ne credetti verissime: come che poi quelle. sì E senza tempo mi fìa conceduto. e mentre meco ad una ad una ripetendo l'andava. disposi. ogni cosa veduta e udita. la nostra città avrà un buon tempo poco che cantare altro che delle sue miserie o cattività: senza che io m'ingegnerò. Alla quale disposizione fu la divina grazia sì fa voi e- vole che.dole che 363 - tuperio della sua viltà ricredente della sua bestialità. Risvegliato adunque e tutto di sudor bagnato trovandomi. e massimamente a' giovani. che nel sogno mi parve sa- maravigliatomi forte. testimonianza delle sue malvage e disoneste opere lasciare a' futuri. non si ricordi e voi vi rimanete con Dio. andatomene. e perciò ingegneràti d'essere utile a coloro. come io abbia disiderato. esaminando se possibile fosse così esser il vero. che della mia e del mio nome. al non . altrui schernir co' suoi amanti presume. ad un modo che ella vorrebbe così bene essere digiuna d'avermi mai veduto. agli amici. a dovere con effetto della misera valle uscire. Ora io non so. co' quali nelle mie afflizioni consolar mi solca. Li quali ottimamente esponendomi ogni particella del sogno. se animo non si muta. sopra le vedute cose cominciai a pensare. che mai lettera non mostrerà. che fallo. la perduta libertà racquistai sono mio. mi disposi e veggendo già il sole esser levato sopra la terra. e da dare è omai riposo alla mano. nella mia disposizione medesima perchè sì per li loro conforti.

che d'ogni grazia è donatore. ed ella è da pugnere con piìi acuto stimolo. che tu non porti con teco. il quale. troppo di sé fidandosi. e del beneficio da me ricevuto dalla genitrice della salute nostra.li 364 — guida si non sicuri luoghi. le si faccia non venire di colei. . incontro. e massimamente che ogni demonio di malvagità trapassa. tosto a pugnerla. sarai testimone. ma sopra ogni cosa ti guarda di alle mani delle malvage femmine. non temendo. senza met- tono. concedendolo colui. e che della presente tua fatica è stata cagione: perciocché tu saresti là mal ricevuta.

in quella con me parimente dimoranti. o tal volta di ki ragionare o seco stesso di lei dolcemente pensare. potere della cosa amata talvolta pens-are. vinto da falso parere. o sciocca estimazione. udii muovere e disputare questa questione.Ì^Bi>^ì^è<^^>^>^^^>^<>^>^>^^^^^>^>^->^^^ì^5<ì^è<Ì^B< Dalle lettere I. o vano nrgomento. cioè: Uno giovane ferventemente ama una donna. e lei rendere. più volte mescolandomi tra' questionatori. se non il potere alcuna volta vederla. che quello che porgere potesse alcuna dell'altre due: affermando tra gli altri argomenti da me a ciò indotti. ritrovandomi nella sua corte tra li gentili uomini e le vaghe donne. pareva cotale questione ottimamente essere conforme. non fosse da molti studiosamente e con acuti argomenti difesa: e perciocché a' miei amori. da cui l'altra. il quale quasi dalla mia puerizia insino a questo tempo nei servigi d'amore sono stato. come che ciò solamente durasse quanto il pensiero. tenni e difesi di gran lunga essere maggiore diletto. nobilissima donna. O stolto giudizio. non essere picciola parte della beatitudine dell'amante il disio di colui che pensa. — R Fiammetta.. disporre d^lla cosa amata. avvenne che io. Qual è adunque di queste tre cose di più diletto? Né era mai. della quale ninna altra cosa gli è conceduto dalla fortuna. che ciascuna di queste tre cose. sì che del vedere né del ragionare non poteva certamente addivenire. secondo . Molte fiate già. più focosi che avventurati. da cui l'una. mi ricorda la mente che. benevola e rispondente. secondo quello. quanto dal vero eravate lontani! amara espe- potere.

che mi veniva dalla vostra graziosa e bella vista. agli occhi miei. per lo suo contrario prestamente mi fece conoscere. pò scia che voi nella più graziosa stagione dell'anno. e in parte andatane. le piazze. oltre alla fede che porger possono le mie parole. né il voglio intralasciare. Né solamente questo è avvenuto quante* volte ricordato mi sono d'avere la vostra piacevole presenza penduta gli ha fatti tristi. non so s'io mi dica da amore o dalla fortuna. per minore doglia sentire.— 366 — lo dimostra al presente. io non mi vergognerò d'aprirvi con qual foirza nel tenebroso intelletto m'entrasse la verità. ma ancora non che in voi. non mi fia grave. quante volte. che poiché io seppi che voi di qui partita eravate. e di ferro avesse il petto. se non a voi? Affermo . non conoscendolo. come che altrove più che qui si distenda. ed il dolente seno riempiuto. per li quali la luce soavissima del vostroamore mi menò nella mente. me dolcissima dell'afflitta . mi toglieste subitamente quello che io per la vostra presenza doveva conoscere. belliSiSima donna. ciò che avvenuto mi sia. Dico. che alcuno alleggiamento potesse porre alla penitenza datami. a forza avrebbono messa pietade. Oimè. che non solamente è stata mirabile cosa onde tanta umidità sia ad essi venuta. e in Sannio andandone. se Dio tosto coll'aspetto del vostro bel viso gli occhi miei riponga nella perduta pace. ne' quali già vaghi e desiderosi cercavano rienza. la quale tanto fuori d'ogni dovuto termine m'ha l'anima contristata. di loro maggiore miseria è stata cagione. esser vero che. e gli altri luoghi. Ma perchè alquanto appaia più questa verità manifesta. la quale credo che come gentile siete così siate pietosa. che essi. ed unico conforto del trafitto' core. a dichiarazione di tanto errore. allora poco da me conosciuta.adunque. Ed . che assai apertamente posso comprendere quanta fosse la letizia. dopo la vostra partenza. cioè r)er la privazione di quella. per la falsa opinione avuta. hanno assai volte di tante e di sì amare' lacrime bagnata la faccia mia. me misero. più del vostro angelico viso vaghi che d'altra cosa. speranzamente. le logge. dalla dilettevole città di Napoli dipartendovi. ma qualunque cosa è loro davanti apparita. contra la quale io putìTilmente errando av€a l'armi prese. in niuno» che mio nimico fosse.a cui il potre'io dire. si sono spontaneamente ritorti da gurrdare i templi. dove ninna onesta cagione a vedervi mi doveva mai poteremenare. adunque.

E similmente le mie voci. quindi ogni aura. quasi il vostro senza ninno né è perciò troppo lungo questo mitigafallo abbia tocco mento. così nel viso ricevo. e amore per mercede. e in ragionamenti pieni di focoso amore. la quale io sempre con gli occhi della mente riguardo tutta. quelle montagne. ma questo piacere viene mischiato con un disio ferventissimo. e i grandissimi ranmiarichii possono essere stati uditi da chi m'è stato presso. la quale in addietro era piena di . mille volte ciascuna ora da quello per la mia bocca fuori sono sforzatamente sospinti. fra le quali e sotto la quale porto ferma opinione che voi siate. tal sopra l'afflitto cuore questa soavità discorre. che non mi tirino. fuggendo subita per lo sopravvegnente pensiero che mi mostra non potervi vedere. e cuore costretto a dir seco quello verso di Geremia « O come siede sola la città. colà dove voi al della donnesca altezza. e sempre più comprendo quanto fosse il bene. e della . e la morte per fine de' miei dolori. posta giù ogni debita onestà e ragionevole consiglio. in amorosi canti. e donna delle genti! » Certo io non dirò ogni cosa parimente attristargli. de' costumi gentili. procedeva: e come che tempo assai mi prestassino e le lagrime e' sospiri a potere del vostro valore ragionare e ancora presente della vostra leggiadria. ma quale sopra le cose unte veggiamo talvolta le fiamme discorrere. e mentre perciò di tale ragionamento o pensiero non dico che alcuno piacere l'anima non senta. ma io affermo solo una essere quella parte che alquanto la loro tristizia mitiga. s'udirono sempre poi chiamare il vostro nome di gi'azia pieno. che appena in me regger gli posso. riguardando quelle contrade. e sembianza vaga più ch'altra. i quali nel passato piacevole amore e dolce speranza mi solcano infiammati trarre dal petto? Certo io non ho altro che dirne. se non che moltiplicati in molti doppi di grandissima angoscia. e talvolta in essi videro la vostra dolorosi hanno : il : misura acceso il mio disio. In cotal vita adunque vivo da voi lontano. il quale tutti gli altri disii accende in tanta fiamma di vedervi. per addietro male da me conosciuto.— 367 — sembianza. procedente dal vostro sereno aspetto. quella parte del cielo. ogni soave vento che di colà viene. essendo di ciò senza di vedere. e '1 piacere e il diletto che da' vostri occhi. le quali già alcuna volta mosse non so da che occulta letizia.popolo. Che dirò de' sospiri.

a quelle della fortuna. di dovervi pure ancora quando che sia rivedere. e con mia gravissima noia sono divenuto certo di ciò che prima incerto disputava in contrario. come proposto avea. alle lagrime tralasciate ritorno. ora apertissimamente discerno. qual di sopra v'hanno le mie lettere dichiarato. quanto di piacere. tenendo io del tutto. misero me. prima proposi di ritenere del tutto dentro del tristo petto l'angoscia mia. quanto più nella luce vera degli occhi vostri. Ora così vagliano le mie forze. la mia concepita doglia nel petto nascosa. sentendomi la via chiusa del rivedervi. ma desiderio di lunga vita. il conosco. era impossibile. mutai proposta. mi nacque non solamente paura di morte. e nella prima felicità ritornare gli occhi miei. che nella falsa lusinga del : sarebbe stata. e pensai di volere con . E come che si vada. E conoscendo assai chiaramente che. quantunque misera. io sono pure per la vostra partenza a tal punto venuto. senza niun fallo allora cara mi di soavità ne' miei. gli raffreno. per lo quale scrivendo infìno a qui son trascorso. e non avendo altro ricorso. acciocché palesata non fosse per avventura di molto maggiore efficace cagione. e più in conseguenza non vi vedrei. non vedendovi. quanto m'è la fortuna crudele e nemica ne' miei piaceri. la 3(i8 — mia ma pur vinto dal volere il vostro onore più che salute guardare. e ciò sostenendo con forza. non so da che occulta speranza mosso. ha fortuna risoluta la nebula dell'errore per addietro da me sostenuto ma nel vero sì amara medicina non bisognava a purgare la mia ignoranza. che delle mille volte che essa abbondante e ogni termine trapassante sopravvenia. volgendola mio pensier dimorasse. la dovessi menare. da più utile consiglio mosso. che vedendomi in tanta e così aspra avversità per lo vostro dipartir pervenuto. fu ora chie assai vicino a disperata morte mi fé' venire. non possono resistere. sempre stata rigida maestra e correggitrice de' miei errori! Ora. alcuna non vincesse tanto le forze mie. o splendido lume della mia mente.— dimorate. Ma poi. Ma da venire è omai a quel termine. per la cagione mostrata. ora il sento. Così adunque. quanto di bene. e dico. più lieve gastigamento m'avrebbe nella diritta via ritornato. Ah lasso. la quale se pure venuta fosse. col privarmi della vostra amorosa vista. che morte senza fallo ne seguirebbe. già debolissime divenute. quantunque la mia ragione sia molta.

in quanto io non meno di piacere dagli occhi vostri traeva. Né prima tal pensiero nella mente mi venne. e più lungamente vostro dimorassi vivendo. del quale in persona altrui esse sono in più parti ornate. Meco adunque con sollecita cura cominciai a rivolgere l'antiche storie. e susseguentemente in leggiere rime. in simile stilo parte della sua felice vita si trova. È vero che. non perch'io desideri che alcuno creda che io di simil felicità gloriare mi possa. per trovare cui potessi verisimilmente fare scudo del mio segreto e amoroso dolore. valorosa donna. certissimo augurio presi di futura salute. in Priamo nobilissimo re di Troia. perché la felicità veduta da alcuno. siccome lo era e sono. né sforzandomi di sperarlo noi può in alcun modo concedere la credenza che ciò avvenga. la quale posi. in tanto é alli miei fatti conforme. figliuolo di vita. dal quale avvenimento. Per che dalla persona di lui e da' suoi accidenti ottimamente presi forma alla mia intenzione. E il modo fu questo. che il modo con esso subitamente m'occorse. Adunque. che Troilo prendesse dall'amoroso frutto che di Griselda gli concedea li ho trovati. i suoi € miei mali parimente composi. quasi da nascosa divinità spirato. Né altro più atto nella mente mi venne a tal bisogno. di dovere in persona di alcuno passionato. se fede alcuna alle antiche storie si può dare.— 369 - alcuno onesto rammarichio dare luogo a quello a uscire dal tristo petto. dinanzi alle sue più amare doglie. in testimonianza perpetua a coloro che nel futuro il vedranno. perocché non mi fu mai tanto favorevole la fortuna. ma per questo le scrissi. queste cotali rime in forma d'un piccolo libro (1). e potessi ancora rivedervi. quali una e altra volta cantando. poiché Griselda da lui sommamente amata fu al suo padre Calcas renduta. con stile assai pietoso. La qual felicità nondimeno. e della mia (1) Il Filostrato. narrare i miei maitirii. 24 . cantando. e del vostro valore. la fortuna. assai utili gli secondo che fu nel principio l'avviso. é stata la mia similissima dopo la vostra partita. che il valoroso giovane Troilo. molto meglio si comprende quanta e qual sia la miseria sopravvenuta. e nel mio fiorentino idioma. alla cui quanto per amore e per la lontananza della sua doijna fu doloroso. acciocché io vivessi.

vedendomi dove io sono. vel pure ardisco a mandare. talché la vita mia^ la quale a uno sottilissimo filo è pendente. e perciò dandoglielo. nondimeno. per me fate ad amore che alle mie noie presti alcuna pace. ninna. dove terminino. ma perchè la storia del nobile innamorato giovane lo richiede: e se così siete avveduta come vi tengo. e che cosa quelle ad alcuna altra persona più che -altro dimandino. vedendovi. che voi leggendole con alcuna compassione. ridussi. ma per vostra benignità e cortesia. come che piccoliss-imo dono sia da mandare a tanta donna quanto voi siete. Comechè a memoria tornandomi nella miseria le felicità trapassate. di voi essere parlato potrete intendere. quanto più umilmente posso prego voi. e da speranza con fatica tenuta. almeno con alcuno sospiro o con pietoso prego. siccome già dissi. o se alcuna pietà meritano. e lei smarrita riconfortare. non per mio merito. che alla vostra tornata mettiate sollecitudine. i sospiri e l'angosce. possa. lieta nella prima cer- ma amore e se ciò non può forse così tosto come avvenire. e ridotte. quasi sicuro che. quante volte Troilo piangere e dolersi della partita di Griselda troverete. Per la qual cosa. L'altre cose.— tristizia. possano toccare la casta me^nte. mi sieno di grave . di Griselda scritto troverete. Ora io non so se esse fieno di tanta efficacia. e quante volte le bellezze. tante apertamente potrete comprendere e conoscere le mie medesime voci. il che se addiviene. ne prego che questa forza a loro ne presti. tezza di sé ritornare io desidererei : prego colui che nelle vostre mani ha posta la mia vita e la mia morte. II. a me non appartiene. 370 — pensai non essere onesta cos-a prima pervenire alle mani che alle vostre. perchè l'affezione di me mandatore è grandissima e piena di pura fede. che d'esse siete stata vera e sola cagione. i costumi. e qualunque altra cosa laudevole in donna. le lagrime. né per me vi si pone. — Rlla stessa. da voi ricevute saranno. Il mio lungo sermone da sé medesimo chiede fine. che egli nel vostro cuore quello disio accenda^ che solo esser può cagione della mia salute. così da esse potrete comprendere quanti e quali siano i miei disii. che oltre a queste vi sono assai. Nelle quali se avviene che leggiate.

e già fece contenti con gli atti suoi gran parte quanto allora. che non una volta^ ma mille.— 371 — dolore manifesta cagione. la quale. di mente. la luce de' cui belli occhi prima i nostri accèse. parendomi essere ne' primi tempi. con punture non mai provate mi spronano. io credo che. li quali. il suo effetto ne porge argomento chiarissimo. se non fossono le pronte sollecitudini. delle quali la nimica fortuna m'ha circondato. e il mio amarvi forse più gravezza che piacere sia da voi riputato: e tanto mi hanno. quale io rimanga. o crudel donna. quante volte mi venne. mediante la vostra bellezza. ancoraché voi ingiustamente di piacevole sdegnosa siate tornata. che tórre non mi potete ch'io non mi tenga pur vostro. mi fece soggetto: e quella. appena essere stato mi pare. siccome voi volete. ma come che seguir me ne deb: : . giovane di anni e di senno. sento consolazione. Sonoadunque nel numero de' suoi soggetti com'io solca. Tirato adunque da quello a che. Vero è che dove bene avventurato già fui. anzi essa più fervente che mai. piuttosto celestiale che umana figura essere con meco dilibero. e ch'io non vi ami. il può vedere il quale. il quale mi dice questa é quella Fiammetta. né il vostro turbato aspetto spegnere nell'animo quella fiamma. esso vi accese. le cose traverse dì conoscimento lasciato. Amore. quasi gli ultimi termini della mia beatitudine abbracciando morre' mi. però che ella con gli occhi della mia mente mirata. l'afflitto cuore. Né possono né potranno le cose avverse. La qual cosa non so se a me avverrà. la quale. con isperanza verdissima. ed in quello di sé medesima genera un pensiero umilissimo. posto che voi per vostro mi rifiutate. io non immerito. me a me togliendo de' nostri ferventi dì sii. di sé e di Amore. ben servendoogni durezza si vince. con intero animo contemplando. E certo. ora conosco essere stati felici. in me nutrica. E che essa quello che io considero sia. non m"è pertanto discaro il riducere spesso nella faticata mente. non so con che ascosa soavità. che i miei sospiri conosce. in ogni piccolo momento di tempo. oltre a questo. di tanto solamente appagato. gli fa quasi le sue continove amaritudini obliare. la piacevole immagine della vostra somma bellezza. ora infelicissimo mi trovo. però non mi abbandona. quantunque sia stato lungo lo spazio. e merita uomo guiderdone. così contemplando. più possente che '1 mio proponimento. nel mezzo delle mie pene ingannando. per umiltà. che io sento che.

il voler bene coprire ciò che non é onesto manifestare da noi due infuori. io vi sentii vaga d'udire. non sia prima rincresciuta che letta. che è d'amore. acciocché più dilettasse. ne sono cagione ed oltre a ciò dovete sapere il bomero aiutato da molti ingegni fender la terra. potrete conoscere essere stato fatto. acciocché i tediosi tempi con ozio non tossono cagione -acciocché di co giammai.— bla. e talvolta di leggere una ed . e miassimamente le amorose. conciossiacosaché le donne siccome poco intendenti ne sogliono essere schife: ma perocché per intelletto e notizia delle cose predette voi dalla turba dell'altre separata conosco. de' quali dice che nobili giovani furono e di real sangue discesi. ciò che sotto il nome dell'uno de' due amanti e della giovine amata si conta essere stato. Potrete adunque qual fosse innanzi. solamente il come volonteroso comandamento aspetta servidore. e al più delle genti non manifesta. Ed pensieri più nocevoli. due cose fra le altre il manifestano. e io a voi di me. ne' dì più felici che lunghi. e quale sia stata poi la vita mia. . e '1 volere la storia seguire. 372 — né da sé mi vedrà diviso umiltade. quella sollecitudine che conceduta mi fu dagli altri più gravi libri. né chiuso parlare in altra guisa. con ma previene. né favola. in latino volgare. la quale alquanto par lunga. che già con sommo titolo le mie rime esaltaste. L'una si é che. bella sì per la materia. del suo il mag- quello. L'altra si è il non aver cessata né storia. siccome quella che tutta ardevate nel fuoco. Quale de' due si sia non discopro. E ch'ella da me per voi sia compilata. libero mi concessi il porle a mio piacere. se non mentiste. discernere. Fopera sia verissimo testimonio ricordandomi che già. trovata una antichissima storia. e questo forse facevate. né fedele servire stan- alle parole. e sì per coloro. ho ridotta. Se forse alcune cose soperchie vi fossero. e acciocché l'opera. operando quelle cose che piacciano. della quale parla. che so che ve ne avvedrete. ricordandovi bene. e detto in parte. desiderando di disporre con affezione la vostra mente a vederla. nel quale io ardo. che più non mi voleste per vostro.altra storia. p-orl quale giore. desiderando di piacervi. e massimamente a voi. se le già : (1) Parla della Teaeiìe. e voi a me di voi.

diletto. Giovanni da Certaldo nemico della fortuna. siccome giusto. e ciascuna per sé. Questo. conoscere. e con vago ed interno sguardo gli elementi della Grammatica ruminando. o nobilisdonna. Ma perocché io del niego dubiti con ragione. forte. e perciò se la mia memoria. non so per che cagione. la quale. non volendo che a queir uu. Le quali cose tutte insieme. se da voi con sana mente sar-anno pensate. non erra. il su- pre- sente picciolo libretto. e lasciatolo potrete la mia miseria. e che da procelle varie ed intollerabili vi sono continuamente agitato. lasciata appena la poppa dell'amorosa madre. grande alla piccolezza mia. allora che io primieramente vi vidi. pensando che in quelle dilicate mani. quest'una cosa sola per premo dono addomando. la quale io già in voi. Io ma •ebbi procederei a molti più prieghi. mi taccio. nel coro entrasti delle fanciulle eliconie. di ottenere. intrigata sempre inmolte~ ansietà. dove l'età puerile con i loro ammaestramenti fortificando. inimica fortuna m'ha tolta. una delle mie cose alcuna volta pervenga. tegnate.Dio sa . a me vi renda. poco presente alla vostra grandezza. e le sillabe. non se ne fosse andata. che mi trovo in mezzo a gente perversa.. mi ricordo d'aver udito che tu. e quindi la mia sim.a affezione discernendo. se '1 fate. ultimamente pregando colui ohe mi vi diede. e sanza essermene ninno conceduto mi rimanessi. III. e per . potrete quello che di sopra dissi. nelle quali io più non oso venire.- 373 sotto brevità vi dette cose non Favessono disposta. mente qui appresso di tutta l'opera sommaria- pongo la contenenza. il preso orgoglio lasciare.> che di sopra ho fatto. raccendendo in voi la spenta fiamma. -e che spero. alcuna volta ne' miei affanni sarà di refrigerio cagione. se quella grazia. che dando ad essa luogo. salute. in desiderata felicità ritornare.. e vincesse" la vostra alterezza la mia umiltà. gli altri nocessono. All'uomo di fama santa ed angelica. Ma se pur gravi vi fossono le dette cose. in Quello che di beni tempie gl'indigenti. che se in lui quelle foi^e sono che già furono.

menti umane! i corni. ritraendola dall'eterne delizie in cui dal primo Motore è creata. e la Dialettica. ed entrando nel palagio del re dell'argentea etade. e le stelle.. i sacri studi tu seguitavi. Di Stilbone vedi le regioni a vi entra concordi. poi a' raggi della casa di Giterea scintillanti di fervido amore ne sali. per imbrattarla nelle cose mondane. cercando le cose delle . de' numeri pari e dispari della Aritmetica appreso il valore. Ammiri il diritto equinoziale e il curvo zodiaco. non ignorandone lì lo sce- mare e le molteplici forze. lì di Cinzia i moti vari al tuo intelletto si mostrano. le figure della Geometria miravi. ammirando ne odi i moderati giudizi. imitavi. e giunto a conoscere come natura impieghi ne' volti degli uomini le triformi sue forze.. al tuo palato più che in aperto allora gradite. •conoscere ti e. quantunque in mantello da mercatante. Ah cecità delle Ah cupidigia insaziabile d'ammassar monti d'oro. deposti dì Lia.le 374 gli selve delle dizioni in pratica passeggiavi. e per conseguenza penetri nel regno lucido del figliuolo del grande Iperione. ti trasportò. e non senza calco- chiunque . e gli accenti considerando. ricercando. se non m'inganno. esamini degli erranti splendori la circolazione. E perchè ad età più forte eri giunto. aspetti sono vicendevolmente connesse. lasciato quello inerte da parte. dove osservi gli effetti di lui signor delle stelle. e l'acque del fonte eliconio di nascosto più avidamente gustavi. Or mentre pe' generi diversi del dire della Retorica con ingegnosa arma passeggiavi. Di lì rintracciando gli antri dell'esiliato padre. Ma di questo non sazio. ciò sono metrica. pieghi verso il nido di Leda. ne' quali costringete ad offuscarsi la serenità della mente. Di qui adunque sei trasferito agli Astri. la voluttuosa Musica seguitavi. le diverse misure sue. il fervido ^mor di guadagno dei tuoi. una volta che la mtargarita preziosa della scienza scopristi. e come essa. cui vedi su' poli settentrionale ed australe piantato. e la causa ricerchi del rubicondo colore. dal pio seno di Rachele a quello contro tua voglia. mortali e caduche! Ma in te che cosa n'avvenne? I doni magnifici di Giunone non valsero a togliere a Pallade i suoi diritti. con istudio intenso. assalti il campo del belligero Marte. prenda figura di cerchio. per cui loro. che modi non complesse. ritmica ed armonica. degli scorrevoli sillogismi i vari modi affaticavi.significazioni appelliamo.

guerre crudeli dicenti. Già fatto iperito in sì mirabile scienza. e quindi molte altre figure poste sotto climi diversi osservi con limpida vista. dall'auge delle volubil sua ruota volendoli in un angolo della terra precipitare. e nella gemina prole di Leda. la loro grazia bramavi. di qui. e Lucano e Stazio. un tale narrava come fortuna mutatrice delle cose mondane. dalla prole troiana. in tuono ferocissimo recitavi. così il mio cuore in pace riposava pensando di te le cose premesse. dando crudeli consigli. sicuro l'ammira. seguitato dalla madre Amaltea. modulando Calliope. ed oppose loro in armi furibonde i Gatti.— 375 — lazioni aritmetiche. l'equinoziale passando. e debitamente osservando religione e culto degli Dei. Infatti. un giorno t'udii guerriero. ed oh! esclamando. com'è la fama. i quali uguaglianza dell'animo unì. dove allora dimorando tu. l'occhio vedendo il limpido cielo. più oltre vedendo il tropico del Cancro. Infatti. tanto feroce. invidiando la felicità de' Marrensi. e sempre unirà.Chirone. di tanto dilettevoli cose. unendoti a loro. non so. di maraviglia mi riempii quando. se te lo ricordi. e più sicuro di Fetonte battendo Tarso sentiero. dunque. e d'ogni pietà casso operavi. cose tutte che dilettavano l'animo amico. ed all'impulso di Citerea. le stelle consideri poste nel frisseo Ammone. cantavi i soavissimi versi d'Ovidio. che non godevi di andare ai nemici se non per vie bagnate di sangue. o oarissimo. ed in esso la brama di studiare accrescevano. preso da sdegno contro i Gatti. conobbi. occupato. ma so bene che la parte di questi a tuo potere aiutasti. da' due Pesci. vedi la Lira. e l'animo tanto allettanti. e tua mercè fui di sì gran dolcezza partecipe teco. ed ivi. nel moto improvviso di vapore acceso neiraere. Te. e. miri l'animale mandato da Pallade contro Orione. Quindi anelante a Cirr-a. noi la somma provvidenza congiunse. unendo a questi le prose di Sallustio e di Tito Livio chiaro scrittore de' fatti romani. senza pari laudando gli studi e la vita pacifica e queta. misi fuora luttuosi sospiri. nel Tauro. Ma come allora che. con avido sguardo. stimo- . libri di filosofia e di saeri ragionari cercavi. od in amicizia legato co' Marrensi. in così dilettevole e sacro studio. mosse civili discordie. d'un tratto. e la bocca del nemeo vio- lento Leone con Elle a tergo. unisce. ti vidi la sapienza visitar dell'altissimo poeta Marone. per lo che la terra di Barletta divise in fazioni. In così alto mistero. ed anche diventai tuo amico.

— lavi gli 376 — uomini a guerra con acerbe parole. allontanatomi un poco dai narranti. piedi. che le fraterne schiere e la guerra tebana in versi descrive. o senza note. vedute le mie lezioni di Decretali. Ti prego mi proposi di chiedertela all'amichevole colla dunque affettuosamente di volermela pre- stare sin che ne faccia brevemente ridurre le note nel libro mio. che più non restami altro conforto. sottraendomi quasi infastidito a loro. fa' presto quel che vuoi fare. a cagion di dolore le viscere si commossero del cor mio. Servi dunque un amico desiderante di potersi impiegare per te. casualmente alle mie mani il bellissimo libro. per le quali maggior forza acquistava empietà! Ciò udendo. li inchiodavi negli scudi de' tuoi. ma già miserabilmente le cose narrate credendo. da non è gran tempo. mossa per ogni verso a pietà. mentre sarà per me favore grandissimo. — . senza vergogna di scoprire a' pietosi occhi loro le piaghe segrete. e leggendo li scorro da pellegrino e non da ospite del castello. con serragli e ripari di legno afforzando intorno intorno le case. Venuto. lo che. balestrieri le e frombolieri provvisto. e obbligavi a tenersi lungi con maravigliose orazioni i cuori umani a crudeltà disponevi. servizio doppio. ed anche di balestre. ti dilettava le fiamme inestinguibili starne a vedere. Ed oh quante si dicean più cose. a competente prezzo il comprai. se non che. e traverso le vie lunghe catene tirando. volli due e tre volte con giuramento riudirne il racconto. e presente. spero che ora non t'incomoderà. perchè servizio lesto. mani. ma non potendolo intendere bene senza maestro. e Rannusia.. a' che la sincerità di p»erfetta divozione docompagni ed amici.. me l'invieresti senza ritardo. mi ricordai della tua Tebaide. e poi te la rimanderò. non ipicciol dono ti chiederò. secondo il detto comune: compagni. ed appiccando fuoco alle case nemiche. Giunone. il passo negavi agli assalitori. e nel leggere le pene altrui. A' miseri è conforto aver . in caso di bisogno. e capi degFlnimici troncando. cercare altri libri. So che se ti fosse noto come tutte insieme ed in solido mi tormentino Venere. e prima di credere. Assoldati cavalieri e fanti. Qual mai furore lo mosse? a pensar di te cominciai così : schiere nemiche.Eissendo mandi che si ricorra.

e mentre paiono arrecar peso o difficoltà. affinchè mi venga. (1) Qui il Ciampi non traduce. dalla paura. ordinati gli affetti mediante la concordia della carne e dello spirito. dello stato suo ignaro. quantunque appena. come malato affannoso. e disperse disciolgale. ma. contro il comando della ragione. tratto fuori di ragione dalla fallacia del mondo. Per questo io grido a te. forse. . ed anche piacevoli sono stimati. nel desiderio del sommo bene. quel zeffiro celeste. non prenda il bene per male e il male per bene. lo so. e trarmi alle inquietudini che mi assalgono. mai non potei sottazioni. ma bensì quel che è lieve e giocondo. non senta le cose lievi per gravi. Sento ohimè! troppo gravi e difficili i flagelli della fortuna. essendo tu nei termini di letizia rientrato. quando ragione libera li rimembra. che non mi curo notificarti colla. ma ridicoli. e trovano un certo dolce di sua natura al gusto del febbricitante . né allo stimola d'iracondia. ed in faccia al veramente pestifero. e. e nasce di qui che bramo. affinchè i gradi delle cose da amare con vista più perspicace io distingua. anzi tutto rinchiudono nel languor di chi soffre. per che farò a questa lettera una frangia di lamen- mi darò pace. come in verità sono. presente. giocondamente lo riceva. ma in lacrime. il Traversari suppone una lacuna: io- credo che basti leggere suspiro invece di suspirat per ottenere un senso plausibile. non l'arrecano. molto più che non potrebbero a sufficienza spiegarsi in parole. traverso a" nugoli interiori. Laonde. e. spesso la sanità delF anima sospiro (1). ed imploro con tutto Tanelito del core che tu voglia mandarmi l'oracolo della tua consolazione.- 377 — mitigo alquanto le proprie. benché con un cero dolore l'animo annebbiato se ne rammenti.adattato. Essa non voglio colle inquietudini mie perturbare. non meno che il fanciullo alla vista dell'angue. o carissimo. distinguendoli. impallidisca. opposizione non rattiene mai (e donde rattiene'^ donde crediamo che il regno de' cieli patisca violenza?) e disperga le tenebre mie. che non solamente sopportabili. Bramo che tu stia bene. né al torpore di negligenz-a. che io. -ancora discerno. col Re umilissimo finire. che la violenza della sua sant-a. io ne sia più ordinatamente commosso..

Se agli afflitti è concesso di poter alto levar delle grida. che spasi- mante delira. Traduzione riveduta sul testo del Traversare XXVIII di Giugno. odorando fetori che stomacano. udendo gli asinini loro latrati. Meis auspitiis. miserabilmente sempre in tenebrosi andirivieni laberintei. essere rozzo. Oh come a tale apparizione stupii! tanto che parvemi d'esser diventato cosa ben da più di me stesso. ^ con voci toccare le orecchie del sacro Giove.— Scritta a pie Virgilio a' del' 378 la monte Falerno presso tomba di Marone Ciampi. tutto debole e sonnax:xihioso. stavamene in Napoli Virgiliana. e per maniere. — di S. Io dunque. e di volerlo vi prego. in molte maniere un'anima rifocillare. e per aspetto al mio gusto (2) conforme. io che mi conosceva una larva. vivente senza titolo. anzi. . che le vostre accolgano questa lettera mia vi provoco e vi scongiuro con ripetute instanze. e così rifinito nelle operazioni dell'anima. suddito vostro. Soldato valoroso di Marte. aperto l'uscio. cacciato stigio di rozza gente con sempre davanti agli occhi il fango d'agresti villani. me n'andai fuora del mio tugurietto vestito. al fumo lido. e. vegliando sempre in follìa. ed ivi fruiva imperturbato della mia libertà. quando una volta mi levai prima. incamminandomi per l'umido (1) (2) Suda niulier. inerte e indigesta mole ed informe. ecco d'improvviso donna gioviale (1). se volete. del giorno. non iSo come. IV. tutta. trovandomi tutto '1 corso della mia vita da' giuochi della fortuna sconquassato. come folgore discendente mi •apparve. cui rispondendo con la solita benignità potranno i vostri mainsueti colloqui. toccando spine di certa ruvidità. E già la notte cominciando a mutarsi in giorno. in tenebre d'ignoranza ravA^olto. ed io presso la tomba di Marone passeggiandomene spensierato ed incauto. pascendomi d'erbe.

non con inchiostro.^to e molte parole raddolciva. Per altro stando nell'auge della ruota volubile senza conoscere le giravolte lubriche. mi scioglieva in lacrime. dura fortuna. cercatelo fuor dell'angustia di questo foglio.sarà -divulgato. con ragionari molti e prolissi. ingiustamente nondimeno vengo alla mia signora in orrore. che? dopo lungo travaglio. e fireo pari a signore che scacciato dal suol natio. levato sospiro più alto. e proseguendo. Per che. alfine maritai la grazia della mia dominatrice.pi. Etate scitulus et {^) pi'orsns arguttihis. gli instabili assalti. soccorrete una volta alle mie pene! E tu. che io vivace sì. nel nome vostro sacratissimo s'imbattè. o di catene ricinse. Ma qual aspro di me governo facesse. le 379 — mava sapere pupille ebbi allora talmente serrate. a dir comineiai: O Dii celesti. iper confortarmi mi si accostò.— sognava. breve tempo mantenni. e le reciproche vicissitudini delle fortune. e non vedendo più via a racquistar salvezza. e rivoltomi con atto angoscioso al cielo. all'impensata essendo nato un caso da scriversi con lacrime. là dove con breve calliopeo discorso in duplice modo (1) . Alla fine il mio stordimento cessò pel terrore d'un tuono. Eh via. e le miserie mie. quant'era in me di contrario a lui od uccise cacciò via. amor terribile ed imperioso mi prese. per lo che mi trovai gittato in un abisso di mali e miserahilmente per terra. scorgendomi vicino all'ultime disgrazie mie. In tale stato altamente gridai più volte: Oimè! Né valendo ingegno a riacquistarne la grazia spesso col fazzoletto la testé rosea faccia <:operta. che seguì. Giacché siccome a' lampi celesti vengono subito dietro i tuoni. con . disse. rimasto così travagliato per lungo tempo. ma rustichetto. così veduta appena la fiamma di quella bellezza. finisci ornai d'incrudelire. affermando poter io metter fine alle Ma (1) Amhifarie. . riandando penosamente i tempi anteriori. dopo lungo esilio alle sue terre ne torna. che sacrificato abbastanza con questi tormenti miei ti fu! Allora un amico per età garbatello e del tutto ingegnosetto (2). il misero petto da vari pensieri affannato portava. senza opposizione d'alcuna virtù. che bras' io fossi desto davvero.

stra. Ah ch'io possa. quasi di: scepolo del sacro vaso d'elezione rapito già al terzo cielo glorioso. lasciati i lacrimosi sospiri. cui pennuta tatori divulga. da Apollo. conoscendomi un misero. da Ecate umilissimo ed onesto. un rozzo.- 380 — disgrazie mie. in astrologia risuscita Tolomeo d'Egitto. giocondissimo a tutti. de' suoi poril Egli è pur desso. e lì. e insieme ornare il capo d'elmo apollineo. giugnere a debellare le miserie della fortuna. qualora la copia delle vostre parole gustassi. predica in pubblico recondite ed arcane dottrine. da Cillenio. per via della vostra risposta. un inerme ed inerte. essendone io già sicuro. per mezzo di tanto venerabil persona. dal Coppiere de' numi matematico e formale. da Citerea. nell'opera re moralmiente Socrate seguitaindo. Egli è fatto ingegnosissimo da Saturno. nuotare nei filosofici abissi. placido e ricco da Giove. contra i vizi che uccidono. guercio e balbuziente. e nelle storie scolastiche ottimo Comestore. Che più? moralizza qual Seneca. o seguita il siracusano Archimede. dal padre di Giove fatto deforme. se saprò l'operazioni sue indagare. da Marte. Ed è monarca per eccellenza in queste arti: in grammatica Aristarco. . della salvezza mia.. ad Euclide pari in geometria. presidio della libertà. povero da Iperione. litigioso da Gradivo. regale. e colle scienze divine fatto robusto. che qual Fenice ha la sua monarchia oltre monti. nella musica Boezio. in retorica Tullio ed Ulisse. giovine in seno alle muse dalle mani di Giove educato. l'adornano i fama per bocca le costumi. e dell'asta di Minerva la de- speculare del cielo empireo lo splendore. •e il Gorgone con la spada vostra tagliare. pusillanime da Delio. in Aritmetica lordano. e poco dopo ripresi a dire Sì. e virtudi circon- dano. l'angustie d'amore. affabile. uniforme. la sini: stra dello scudo pallanteo. più sottilmente deirinclito Platone scorgere le stelle nell'etere trasparente scintillanti. guerriero. e intendere del primo Mobile la sostanza omogenea. grave con turpitudine da Lucina. soggiunse Conobbilo in Avignone. e spogliarmi d'ogni rusticità. in dialettica Ockamo. mi diedi pace. ed egli come del merito vostro più certo. Le quali cose avidamente bevendo io. crudo insieme ed informe. io possa la consolazione perduta riacquistare. che mi assisterà egli. da Diona sporchissimo Dioneo. del latte di filosofìa nodrito. Or dunque affettuosamente vi prego che. lucido.

perocché altra non mi rimase nel mondo. ma antica. per mezzo di cui spero che l'inerte mia mole e indigesta. vi si racco: : manda. Signor mio. Che se credessi non voglio dalle vostre labbra dovesse venir fuori. . e perciò il più ora non scrivervi reputo onesto sicuro ancora di tosto vedervi. ecc. Il vostro Giovanni di Boccaccio da Certaldo. per lo che meriterei d'essere in istatua marmorea trasformato. la dottrina di maestro cotanto. rivenimento calliopeo. la debita reverenza premessa. che non è da me il dettare. aspettandone le debite riprensioni in quel che bisogna. concedendolo Iddio. Né è nuova questa speranza. attento. in lacrime presto mi disfarei. s. Vostro in ogni cosa Giovanni ecc. arrogandomi ufìzio non mio. così da voi spero doversi la mia trasmutare. Le nuove cose e i vari accidenti avenuti. colui ch'è d'ogni bene donatore. Data in Firenze a dì xxviii d'agosto anni Domini 1341. Nondimeno l'ho fatto nella fiducia in tanto maestro. Mi accorgo d'aver molte cose detto. così vi governi. — in p Miccolò Rcdaiuoll. contra piacere. V. li quali in coteste parti ora troverrete. come del pirata Antigono la fortuna rea in buona trasmutò AlesDell'essere scrivo. e l'ignoranza mia grandissima -saranno disciolte qual nebbia. come l'anima vostra desidera.— 38t — Aspetto dunque da sedare. — duta e corretta e. e già cominciai devotamente a digiunare la vigilia di sì gran festa. Questo è il compoTraduzione del Ciampi. insulsamente chiacchierando e fuori loco. da Dio mi fu tolto e questo di me al presente sì basti. perocché piuttosto con lagrime che mio Firenze sandro. son certo che non poco occuperanno l'animo vostro nella prima giunta. Dalle falde del ìMonte Falerno ecc. e inimico della fortuna. poiché il reverendo mio padre e signore maestro Dionigi. C. Solamente cotanto vi dico che. benevolo. ed in tenuità maravigliosa si muteranno. devoto. spero d'ottener presto quel che domando. niente vi con inchiostro sarebbe da dimostrare. forse per lo migliore. novello Narciso. Bramo che stiate bene.

si apparecchia insieme con molti grandi della Flaminia a seguirne l'armi giustissime. per la fede amichevole. per che non scriverò altro colla presente. ma qual arbitro. Da Forlì. e che per (1) (2) Di Borghese Domenichi.. e delle Pieridi ospite gratissimo. con un certo forzato riso. ConTraduzione del servatevi bene. — flilo st«sso. Credo che tu ricorderai come il tuo Magno (2) era solito^ chiamarmi spessissimo. tutti in breve gloriosamente toraieremo alle nostre case. Ma non di meno vi scongiuro di piìr per Famicizia nostra. Son tutto suo.andare all'illustre re d'Ungheria neirestremità de' Bruzii e della Campania. a vittoria ottenuta. a trionfo compiuto. eccetera. . che mi scrivete dei bravissimo Coppo (1) buon padre nostro. dove si trova. Decameroti V. per così e coll'aiuto celeste. o regalargli? Niente altro fuor che me solo mi lasciò la matrigna fortuna. dove anch'io^ per comandamento non mica in forma dire. porgergli. E che poss'io offerirgli. se non fossi per . VII. facciate sì ch'io possa vederla. non altro per legge si chiede. che se la vostra musa avesse mai cantato qualche cosa di nuovo dopo la partenza mia. di armigero..Sin ad ora non ho ricevuto il Varrone. se oltrepassai la misura. Credoche la mia lunga lettera vi abbia già infastidito assai essendo voi in eliconici pensieiri occupato. imperciocché l'inclito mio signore. — Ciampi riveduta e. . a chi dà tutto quello che può. che io ipe ne rammento. -- fl ZanobI da Strada. Niccolò Aceiaiuoli. e di più ti devi anco rammentare la causa del soprannome. 9. Giovanni delle tranquillità. delle del mio detto signore sto per andare. s. ed oh! esser potessi prelibato dono a tanta persona! Ma.. non da ora.. . L'af:fezione. ma l'avrer avuto in breve.— 382 - VI. cose occoiTieiiti. e del già detto vi chiedo scusa. Clr. maquotidianamente mi si fa più chiara. addio.

(1) Loreuzo. senza temerità. con ninna o poca letizia seguitai ma il gravissimo caso. Questo tengo dentilo me. ed io che né della sua prima promozione. nessuno mi vide certamente. pensare od esprimere alcuna cosa circa tanto uomo. il padre afflitto. pur con questi passi. Oh! se lusinghiero fossi sempre accorso alle sue felicità. quasi non curando. fossi fuggito.. con questi affetti segue il tuo Giovanni le tranquillità del tuo Magno. questo esser suole il costume di chi segue la buona e dolce fortuna? non lo dirai. ma dell'al- Per questi prati adunque. della coronazione del tuo re. ora. né te lo scrivo per che ei lo risappia. (i) : — Dopo vedo. se ben me ne ricordo. e tanta compassione n'ebbi. non m'era dato alcun pensiero per Finnanzi. non essere io Vuomo delle tranquillità. con tal costume. come mio. quasi io.. se avessi ricusato le imposte fatiche. figliuolo dell'Acciaiuolì. o soUazzai-mi nelle sue gloriosissime felicità. sempre ebbi in orrore non per me. piansi con abbondantissime lagrime. aver piaaito alquanto il celebratissimo nostra m'apparve. non tralascerò di dire questo solo. potesti vederlo alcuna volta. il giudizio di chi volle appormi il soprannome delle tran- quillità. Di grazia. neppure egli stesso. E che dunque? Le felicità. Che sempre temei i pungoli dell'invidia.. né in pubblico. anche poi ne dovessi morire: è falso. osservai non senza una certa indignazione^ Tuttavia se è lecito. del chiarissimo ritorno dopo la fuga. non senza amarissima pena dell'animo mio. me ne condolsi. per questi aperti sentieri. se. con questa sollecitudine. ma per lui. Al contrario molti videro me spessissimo aver compassione e compiangere nelle avversità. del ritorno e della conciliazione dei baroni esuli o prigionieri con lui. che non ristetti dal piangere solo e gemente sino quasi alla mezza notte. se avessi chiesto grandi mertrui miserie misericordioso. Dunque non fu giusto. non egli fosse privo di tanto figlio.- 383 - lui significasse. il tuo Magno. e tn pure. cioè con lagrime e pianto. i casi impensati. paventai sempre i movimenti della insta-^ bile fortuna. ma acciò tu veda quanto ne la mia coscienza già giovane. né abbracciarle con alcuna sorta d'affetto. chiamato nei pericoli. fargli blandizie. . che non le avesse per finte.

che non i tuoi re col gran diadema. Verona. che anzi me ne rallegro. comunque sieno tirane' ornati di fausto titolo (1). : Magno. io piccolo. i monti sono spesso colpiti dal fulmine di Giove irato. Credo che ti meraviglierai di questo discorso. già è meco. n^a giovemate da miglior senno. comecché ora meno conveniente. no. non avrò difetto di luoghi ove cercarlo. Imperocché. . tuttavia con minor paura. dato pur che le valli siano dominate dalle acque. non già perché m'affligga delle sue prosperità. e co»] Dio mi ami! ma aicciò non dicesse che io seguo le trarKiuillità. riarsi dal sole. e se fosse lungi. è convieniente. vivremo. resi più aspri dal freddo. Forse ei non crede che le anime dei poveri sentano. Forlì mi chiamano comunque il dinif'ghi. conoscano e s'adirino? Certamente sentono e conoscono e s'adirano. dovunque incontanente la troverò. e. non si debbono così Vivemmo. non avendone. ma qualunque cosa possa aver detto prima. egli che quantunque Magno. se non splendidamente. così abbattere gli amici. Dio finché era in fiore la felicità del tuo (1) Zanobi era alla corte di Napoli. Se amerò la povertà. né servirò alcuno per averla. Se avrò desiderio di ricchezze. Giova ricordarsi di quella bella sentenza del nostro Seneca: Chi è noto troppo a tutti. muore ignoto a sé y cesso. infestati dal vento. e. Posto ciò. se non mi fosse stato fermo neirtanimo di non mai più rivedeTe il regno ausonio. vilipendere. o almeno di tanto denaro da vivere. egli v'alido. anzi nullo. e sarei venuto a dirlo. ti confesso che. io no. poi che tu pure co' tiranni. 384 — mi avrebbero ricevutene grandissime. parlai senza intenzione. Mi obbietti i tiranni? Ti dirò che anche il bramare denaro é da tiranni. S'è data r he detto. Ma che dico? Ricchezze e altezze sono da desiderare o da seguire con tanto viva sollecitudine? Perchè ci facciamo meglio conoscere? Questa sarebbe stoltezza. conce- dendolo Iddio. pome quello che forse non s'accorda con ciò (he ti dissi altra volta. Ravenna l'antica. e dentro di me inflessibilmente lo serbava sin che si desse occasione. io infermo. taiccioiD a tempo. con quali obbrobriosi nomi perseguito? Voglio che questo solo tu sappia. si offre un'altra risposta più vena. e godo più con alcuni miei libricciuoli. e voimitano poi ciò che già conceipirono. Vivo povero a me stesso? Vivrei ricco e splendido agli altri. Padova. egli potente.«edi.

non solo la parte della città. di forma insolita. portato da sai. delle frecce. e degli altri segni del- l'abbandonata milizia. ma il feretro. e le vesti degli amici e dei servi coperte di squallore. i sessi. sei accorto. dei cori dei sacerdoti ehe pace gli pregavano da Dio con funebre canto. la pietà s'accrebbe! Finalmente dopo un lungo discorso in sua lode detto da un egregio teologo. sette sebb'ine lo taccia La pompa funebre grandissima ed onorevole il d'Aprile se ne andò dalla sua casa sino alla Certosa. per ora l^asciamo queste cose. e m'era proposto di venire la pros- . se non che lu con flebili rime lo canti. ciò che io voglio (dire) intenderai.— Ma 385 — vole-st che avessi la mente eguale al potere. Basti questo che Lorenzo è da tutti chiamato e pianto. e non resta a fargli. empieau e i le strade e i campi Le genti tutte giovani. fu piena così di gente. desiderii. e più se avrai conosciuto te stesso. e donde partir dovevano i funerali. nella quale il e visse la puerizia nostro glorioso giovane. ne meravigliavano. a torme quasi tutti sino alla porta della città l'accompagnarono. se tu come credo. moltissimi sino al sepolcro. Sarebbe lungo e quasi inesplicabile il volere con ordine tutto riferire. Desiderava certamente. di serici drappi ornato procedeva. : e per usare le parole di Virgilio Per veder questo Uscian de' tetti. in guisa che vedute le insegne militari postergate. dirò delle funebri fiaccole. come tu Santo Gaio papa. alla quiete perpetua lo consegnammo non senza molto dolore. Finalmente. a mio avviso. e le donne Stavan con meravigl a e con diletto Mirando e vagheggiando quale andava E qual sembrava. dei destrieri. o patere eguale alla niiente! più chiaro vedresti quanto grande animo stia in picciolo petto. deve la penna volgersi ad altro. Ma poi che di questo ho chiacchierato ora abbastanza. Non dell'armatura. La salma non fu trasportata all'uso volgare. la chiesetta di che tutti se cavdili. ma tutta la città sino a qu'.lla parte del placido colle. Se godi buona salute e tutto ti succede secondo i tuoi me ne rallegro. . con pari concorso di cittadini tutti d'ambo nacque. Imperocché da prima. nella quale è.

Le asiatiche delizie un tempo ai Greci. ma di recente un tenue sibilo di miglior fortuna rupp. per non essere chiamato seguace delle felicità. imperocché poco dopo la tua partenza. il tuo signore. imperocché dici il vero. che avendo forse per l'avvenire da viaggiare. Qual uomo io sia. punte senno. spacciano per nati sotto la stella del fiero Così Dio metta pace ne' miei travagli. Il tuo carme contro i Fiorentini vidi e lodo. Ma non so se io dica che siamo condotti o strascinati dal fato. lungamente sta bene. che aveva cominciato a vivere sicuro di me. tu il vedi: spero tuttavia ch€ Dio a questo pure dia fine. con la povertà. e me. il divorante livore e la cupidigia dello avere lasciarono al Senato e agli altri. Cfr. stimo di non farne nulla. le nostre m^andano noi ridurranno in malora e dalla florida cima ci riducono e ci al fango! Oh vergogna ed ignavia! o ridicola alterigia di certuni. : richiesta dalla e Raccomandami a prile (1353). 13 d'Ararità delle chi vuoi. Marte dimosecondo il solito. come spesso aveva fatto anche per l'innanzi. ora. Prego la pietà dei Cele^ii che riguardi e lume infonda agli erranti. 100. nessuna fede. ed operò sì che io. dediti ad incestuosissima Venere. come già ti dissi. a mio parere. Dopo tante cose. Firenze. (1) Angelo Acciainoli. del Corazzini. e Dio volesse che a'tuoi e miei concittadini fosse noto com'è a me. ed il padre mio '1 vescovo fiorentino (1): ma. la mia prolissità. o mio maestro. che uomini effemmin^ii. aspetti sapere rando in così dubbia città? Eccolo ciò che io faccia. con una specie di stoltf^ finzione. piuttosto che volontarii andiamo incontro allo esterminio. p. i mie lettere e dalla materia. già m'è più oaro il cognome da Certaldo che non da Firenze. massime al nostro Barbato. riveduta sul testo. e per mediazione di Seneca. ad un tratto l'accordo. tra pubbliche e private occupazioni me ne sto oltre il volere agitato. e — Trad.— 386 — sima state a Napoli per vedere te. niente di giusto. Niente di buono. e poscia ai Romani furono cagione della loro rovina. quasi straniero a me. Scusa. ti prego. m'ero assai bene acconciato. ridusse nei primi lacci. già libero. dubitassi oscillando. . forse non andrebbe a vuoto.

dove gli antichi filo : (1) (2) (3) Il Petrarca. Dafni il re de' Ronaani Carlo IV. lega. amico. e se bene sia per esserti molesto. Che da una parte la reverenza. E per non ripetere tutto per e per segno. e tu pure devi ricordare. taglia. levatici insieme dalle fatiche ce ne andavamo nel tuo orticello già dalla primavera ornato di frond* e di fiori. da. scriverò quello che mi suggeriva la novità del fatto.387 — Vili. ricordo. Per dar principio a questa lettera colle parole altrui. al quale Silvano fece questo princi« Ohimè. non senza ragione. quelli che sono nascosti sotto la corteccia pastorale (2). Pane il papa. afferrami la mano. comunque da : : lungi. Tu davi opera a' sacri studi. . dove trasse inestricabile fato la formosità pio delli nostra Amarillide (3). queste parole nei commentari del medesimo Silvano Mostra me a me. ottimo maestro mio. Egone l'arcivescovo Giovanni Visconti. essere noi venuti ad un discorso. scopri con l'ingegno. Indicherà parecchie altre persone con nomi pastorali. ed esposta la commissione. se le parole dello stesso Silvano non m'avessero costretto a prender la penna. Credo che tu ti ricordi. o maestro mio inclito M'è vietato di parlare e tacere non posso. ardi. le cose superflue riseca. dove il pudore. posta da banda p^r un momento la reverenza all'amico. per la quale sono legato a Silvano (1). quanto del giorno rimaneva trapassavamo in placido e lodevole ozio sino alla notte. senza temere di farTni arrossire o impallidir' Da queste animaito alcun poco. Conciossiachè io ricordi aver letto. comprimi le tumidezze. amico tuo. — RI Petrarca. Amarillide è l' Italia. e a vicenda sedendo e favellando. paseiati ad uno stesso modo. Piegando poi il gijrno al tramonto. io cupido de' tuoi componimenti me ne facevo copie. Avrei senza dubbio taciuto. dall'altra lo sdegno della riprovevole azione testé commessa sospingemi a parlare. come ancor non Sxa trasicoriso il terzo anno da che venni a te in Padova ambasciatore del nostro Senato. teco fui alquiantti giorm. noi quasi che tutti. A noi s'accompagnava terzo Silvano. uomo di esnnia virtù. se ti piaccia. vuole che io taccia.

immemore dell'antico decoro. e dir molte altre cose ed inuprecare ad Egone ogni sventura. occupi le selve dei laguri e quasi tutti i paschi bagnati dal Po. che. Imperocché il come mai si può vedere. e txascura le ingiuirie che patisce la prostrata consorte. est come finrs dice Albertino Lucemborg oppidum Francorum a Germania di- . nascosto pastore di Marte. i dardi e la vergi. arsi i paschi. poi che venne in dimenticanza il suo connubio! Pane. ancora. io ricordi che tu pure con lungo discorso assentisti.i>i e di altri animali rapaci? Chi mai. chiama Franco Dafni Carlo IV Mussato. le gTeggi e i pastori di Amarillid'd. Alle quali cose. ar- menta parvificat Itaìiae. per tralasciare i riti resto. et cui arcns et tela »un- sudesqite perusti. e soggJiingev. rovinate le stalle. non cura di ciò che possa Intervenire. prostratae coniugis negligit ininrias. di Lussemburgo. divenuto straniero. ai quali testé Pan l'aveva preposto. ch-e da essa deriva. Ho cer- cato alla meglio di cavar un senso plausibile da questo passo. crescendo la sua indign j. «tìngueng « ». lei e.— peri ) 388 il — decoro della maestà. abita i boscihi transalpini. perchè. ha a vile gli armenti d'Italia. francatosi dell'amor della moglie. prese le e fatta accozzaglia di masnadieri. non reputerebbe migliore trapassare il tempo di questa vita così labile presso i monti nella solitudine degli Arabi o sotto la sferz. che il rustico Egone. nel PiceìiO. dove la potenza. posti al fuoco gli archi. cui sono in cura gli altari e i sacrifizi trascurando. e nell'Emiilia. credo. abbandonati campestri. Martis conditus pastw. — Il Boccaccio. tu lo potesti vedere. incendiate le capanne.a del Rodopei sole in Etiopia? » E poi. levar gli occhi al cielo. e Firn- onori. E così Dafni. e nei colli dell' App-einnino ed etruschi aguzzi i denti e le unghie per la quale ribalderia si giunse a ciò che fos- armi : sero dispersi gii armenti. avevi con lungo discorso. e sorg ise una schiera di lu. con tutte le forze invocato Dafni in detestazione di tanto scel- (1) Sic et Daphnis urorkis faclus francus. Per certo l'assenza loro porterei con paziente animo. inerpicato come Mosè per i monti. Moysee terehrans montes. per odio ad Egone. e i monti e le valli degli Insubri per frode sottragga. la tra- duzione del Corazzini è inintelligibile. se potessi tollerare quello tutti della villa. vedendo tutto questo.zìone. dove delle selve.

io rimasi di sasso. seco che i! ad un tempo carcerando il la peneia Dafne (1) e le vero: udendo questo. e. chiamandola feccia della al givjgo. la tirannide. 12 luglio. Cfr. che non contro la sua sentenza operasse Silvano. p. me la palesi col cielo e esclamando: Ora tutto è da credere. mostrando lettere scritte da Silvano su questa pierie sorelle». o l'amor del denaro. dicendola sordida e rovinosa. dove i suoi consigli andarono? Or che divenne amico di colui. L'avarizia. e del tutto respinti i suoi aanple&si. condannava l'audacia. mio caro. Le quali come degne di lode. dissi: È impossibile. in quel che io faceva un po' di sost. abbandonato l'Elicona transalpino. e mi riuscì strano. e a restaurazione del prisco decoro. Chi mai d'ora innanzi accuiserà gì' im|pudichi. non vergognava gittarsi ai baci e ricevere quali amasia una tale ch'egli trovò lungo l'Eridano ornata Chi ri splendida di pietre preziose.'uione di Silvano. lasciatosi adescardi pastore castalio siasi fatto bifolco lombardo. dove la integrità. : solivago nosta^o Silvano. Che certam'ente avrei creduto che prima le damme e così coir. a mi recava per avventura come portava la strada pervenni a Forlì. siasi fiaccato negli antri d'Egone. di monili. dove. terra. la superbia. ed ora. non costretto. ricordo e di avere approvate con parole. e raccomandate alla memoria. che truce ed immane ora Polifemo ora Ciclope appellava? Di cui. eccoti un am-ico mio. memore delle parole di Silvano. e molto non avevamo discorso quando si prese a parlare di Sdlviano. fregiata di coralli. e.i. tuttavia. ma spontaneamente ora sobbarcasi Affermava. e gli agnelli i lupi. soggettassero le tigri. quasi stomacato. e seguitando il discorso quegli disse « Udii. Di lì a pochi giorni venne in Ravenna Sonn j]ide. se ben ricordo. Ti vo' dire materia: meglio accertato. . dopo che il nostro Silvano così eccedeva? O dolore! Dove l'onestà. se il vero rife- risce Simonide.389 lerato - cose tutte. Ravenna a visitare quel principe. rapiva il vecchio Silvano? Quel che non poterono si- (1) (2) La poesia. che del tutto e già da gran tempo aveva abbandonato Criside (2) scacciata. 149 n. non allettato. il dove io voglia ferire. i lascivi. Or ti aprirò uomo. Pochi giorni sono. e gli avari condannerà.

che insieme con Egone si rallegri. Questo.altri presiede. con le quali i comune di Firenze lo richiamava dall'esilio e gli resti- tuiva beni paterni. (1) (2) Roberto re di Napoli. i quali l'antica selva e i p itemi paschi una volta ingiustamente rapiti avendogli restituito. se la Brenta s'intorbidavano. Si conceda che il faccia.vamo. Nell'aprile del 13. gl'inoendi. le prigionie. e noi falsi adulatori. mie e gli altri. E sono ben lontano dal condannare siffatta indignazione: che non siamo uomini di sasso e del tutto privi di ogni esperienza. le rapine e le devatria. non adopero le forze. il il Boccaccio portò al Petrorca le lettere. beffctt. Me misero! Se la Sorga. non presto consigli •. poteva Criisiide incestuosa! Meraviglierei meno se non vessi udito lui stesso biasimare Cicerone e Seneca. ma egli nion può negare.^ non é molto dai silvivoli suoi. é vero. Pessimamente fu op^yrato né senza macchia degli operatori. Ma io stimj ch'egli farà le sue difese. non altro fìumie che il Ticino poteva sediare la sua avida sete? Né solamente con questa Silvano macchiò sé stess'. le morti. il pastore gallico Dafni.51. con tutti i pastori esalta. giustamente ed onestamente. per sua colpa.— aiora il 390 — © vecchio massimo Arg^o (1). tuttavia non precipito a guerra. inorpellata. lucente di fittizio splendore. che* e' si fu mosso da acerba indignazione. Ma tolga Iddio che io creda che chicchessia. in ogni selva. non lo stesso fi. di cui egli si duole. Né soggiunga « Se del nemico della pa: per giusta inidignazione. . coloro cui perverrà questo misfatto sieno per portarlo in pace anzi che levare la voce? Ah no: giià gridano e con ingiurie disoneste deturpano la sua antica fama. possa fare contro la patria santamente. per qualsiasi ingiuria race vuta. mentre ode le roviine. e dirà: ch'egii sa bene quel che si faccia. poi ritolti avessero per una sua leggerezza. Pan arcade che agli . con tutte le forze. poteva Egone inftanie. che la vita. la Parma. divenni amico. e nessuno meglio di mte lo sa. essendo io stato mediatore in tali faccenda e curatore e portatore dell'offerto dono (2). men>zogneri e disonesti asseriiscono pei trivi e ned boschi. il canto e la penna di lui a tutta bocca. Credi tu. però. dicendola falsa.. anzii senisibiiU ed alquanto avveduti. i costumi.r d'ogni credere facile e voltabile a che che sia. Oh! animo fuo. ma te.

e co' tuoi costumi da tanto infausta scelleraggine lo ritragga. secondo mi rifeiriva fedelmente il nostro Donato Grammatico. cogis. tanto maturo consiglio. Di Ravenna. egregio maestro mio.. — RI Petrarca. Riveduta e.. Tu clic dirai. — IX. Ideo. Silvano. non voglio palesarne di più.. B. Luigi di Cam- pinia.. ammiravano. l'esercito mandato dal Visconti contro Firenze giunse fino a (2) Campi. e le azioni sue condannare. cioè lo stesso Petrarca. egli (3) prest'. Giovanni Barrili. Questo egregio lodatore e cultore della solitudine che farà cinto dalla moltitudine? Egli. (^) Marco Barbato. il tuo G. Fizia (2) e gli altri molti. 18 luglio (1353) con fervido e commosso anim. che più fortemente ti suoli sdegnare. ornato di ricchezze disoneste? Che farà il chiarissimo esortatore delle viitù.— 391 — stazioni e le ignominie del suolo della patria.i. sopposto a giogo straniero. e da quello immanissimu uomo distacchi tanto splendido decoro. Ma lasciamo Le cose spettanti alla g-uena. Socrate. Vale. Saipendo io quanta fede a te più che ad altri. le celebrerà ancor di più? Lo so che null'altro gli rimane se non arrossire. e quel verso di Virgilio apertamente o tna sé cantare: • . Ora. alle selve il nostro giocondissimo e amatissime uomio. a noi. che da lungi lui quasi divino uomo ed unico tra i mortali esempio di onestà riguardavano.. che dir potrei.. e restituisca a lui l'antica fa-ma. il che è grandissima scelleraggine (1). benché restino molte cose contro di lui. a te. Fizia. tanto dolce sollazzo. la povertà onesta. Manico. Gerardo fratello del Petrarca. che Pietra Ravennate sia tut^'uno con Pier Domdano. divenuto seguace de' vizi. . pensi. s. egregio fra gli uomini. Quid non mortalia pectora Auri sacra fames? . solito ad esaltare con tante lodi la vita libera. portavano alle stelle? Cred ) che lo condannerete tutti. ti chiedo che tu lo riprenda. e sarete dal dolore angustiati. e desideri averne testé Tu (^) Nel 1351. e sei più eloquente? Che dirà il suo venerabile Monico? Che il suo Socrate? Che Ideo.


egli fu

392

la vita e gli oipu&coli, se alcuni se

ne trovino qua; e perchè Ravennate, reputi che presiso i Ravennati se ne possa trovare dìù che altrove; e me, che, per mia disgrazia, tra questi dimoro, solleciti .a mandarti .a Milano copia di tutto... ... Appunto mentre tu eri amsdosissimo di notiziie circa

Pier Damiano, comie Tannico riferiva, io stava cercando, per grande istanza degli stessi Ravennati, gli atti della vita di lui in Ravenna, ma niente altro mi riesciva trovare tra essi che il nomie del santo uomo, come se avessi interrogato gli estremi Spagnoli delle gesta e dei costumi degl'IndiajL\ e, ciò ch'è più turpe, per tacere del resto, si è che interrogandone non dirò i cittadmi, ma gli eremiti suoi, li vidi non altrimenti che stupidi accogliere le mie parole,

come
io.

se avessi

domandato

di

un

qualsiasi abitatore della

solitaria Tehaide, o di antichissimo eremita. Stupisco
p:!ichè io oercava di

anche

un uomo tanto
e,
nell-ei

illustre per la reli-

gion.?,

tra

i

suoi concittadini,

tra coloro che gli successero

nelle vesti soltanto,

non

opere, e nell'abitare quel
il

mo-

nastr-ro fabbriicato per

sua cura presso

lido adriatico, e

primo instituì gli eremdti della sua prolessione, e cognome di peccatore, non altrimenti noto scorgendolo che ai Mauri Luceriano Bellovacense (1), o l'Armeno qualunque più antico e straniero dei più sconoBasilio,
dove
egli
il

pres'7

sciut'.

Sì che stomacato,

il

confesso, di tanta negligenza

stava per abbandonare l'impresa. Ma eccio un certo vecchio, che dice: Amico, mi ricordo, se non erro, d'avere udito, molto tempo fa, che la vita di questo uomo, del quale tu solo cerchi memoria, che io debbo averla in casa, e, se la desideri^ andiamo a cercarla e l'avrai. Feci attenzione a quanto disse, e tu potrai conoscere in qual modo onorevole conservasse le memorie d'un uomo così venerabile. A che più parole? Ce ne andiamo, e sono introdotto in casa. Egli mettesi innanzi un monte di scritti inutili, tratti fuori da affumicati sacchetti. Or mentre io rideva di quelli e di me stess j credulo troppo, e attentamente guardava tutto quello che dall'aspetto del volume potesse essere ciò che io cercava, accadde, credo per tua fortuna, che mi venisse alle
de' suoi, e conidannanido la inerzia dei cittadini, già

(1)

Lucerianum Bellovagensem,

Sì tratta dì S.

Lucìbbo, vescovo di

Beauvais, e martire (287 D. C).


man: un quaderno

393

di piaipiro; lo veggo per antichità e per incuiia quasi corroso e sparso di macchie o d'acqua o di altro sudicissimo liquido. Feci per gittarlo via senza guardarlo, quando, nel fare l'atto, così per traverso lessi nella prima pagina ^1 tdtolo delF opera: Vita di San Pier Damiano. Tutto lieto del buono evento, mi ritrassi col qua-

derno nella mia cameretta. Prmia di tutto trovai che la. vita era composta da un tal Giovanni, e indirizzata ad un tale Liprando, Priore in quel tempo dell'Eremo di Fontfc Avellana; ma di questo Giovanni non eravi né prenome, né cognome alcuno; salvo che di sé chiaramente affermava essere stato compagno dello stesso Piero nell'Eremo e nel governo di quesito attesitavta inoltre di aveT \ edute alcune delle cose scritte da lui. Nondimeno, mentre, con attenzione leggendo, esamiino il tutto, non solamente non posso concedere che tale scritto sia degno de' meriti di quel reverendissimo uomo, ma nemmeno del tuo ingegno. Anzi lo vedo ridondante di tale e tanta abbondanza disordinata di molte paro',}, che nel leggerlo mi venne a noia. Per la qual cosa
:

sembrandomi

che, tolta quella superfluità,

ti

riuscirebbe

lettura più cara, io Giovanni dietro le vestigia di Giovanni, senza toglier nulla della sostanza, l'ho trascritto in stile alquanto migliore', per trasmetterlo a te. Se avrò fatta

bene; se stimerai meglio d'aver l'originale,, una congrega di donnicciuole, che ad uomo letterato, scrivimi, e pirocurerò che tu l'abbia. Vale,, precettore egregio. Scrissi nel quarto dì avanti le None di gennaio nella

cosa a

te grata,

più adatto invero ad

cloaca di quasi tutta la Gallia Cisalpina.

X.

^

F.

Melli

priore de' SS. Rpostoii.

era animo d'avere taciuto; tu colla tua mordace mi commuovi. Certo io mi doglio; perocché non semipre ad onesto uoano si confà siparger quello che essa verità patirebbe, acciocché non paia in stimola avere rivolta la lingua, e mentrechè egli dice il vero, sia reputato maldicente; ma perocché la innocenza si debbe difendere, ed io offeso sono accusato, é da venire in parole. Tu scrivi, innanzi all'altre cose, ch'io sono uomo di
epistola in parole
vetro,
il

A me

quale

é

a me nuovo sopranriome. Altra

volta tu


medesimo mi chiamasti
:

394

Di quindi aggiungi, quasi finalmente, con più largo parlare, scrivi che io non doveva così subito il partire, anzi la fuga dal tuo Mecenate (1) arrappare e che ranimo ti -stava che, secondo il parer mio, ogni cosa mi sarebbe suto approcchiata, e quindi non esser sermo Vaverlo turbato; lodi vetro.
le

adirato, eh' io sia subito;

:

dando, dopo questo, il tornare. E benché la pestilenza mi spaventi, o mi contrasti il caldo della state, utile tempo mi conforti ad aspettare; e per la tua fede affermi che al desiderio mio troverò ogni cosa apparecchiata; affermando,

Mecenate tuo essersi vergognato quando udì il mio partire, perocché a molti sia paruto che per sua colpa mi sia partito, e che, se fede m'avesse potuto prestare, non sarebbe avvenuto che piartito mi fossd; e se al tutto mi fossi voluto partire, con debiti onori e doni convenevoli me infino nella propria patria averebbe rimandato; e altre cose più inframetti non meno piacevoli che gravi, quasi quel primo ardore sia ito in cenere. Gii, se io volessi, ho che .ridere, ho che rispondere. In verità nel proprio tempo sarà riserbato il riso; ma allo scritto,

non come tu meriti, ma come alla gravità mia si confà, risponderò. Ninno certamente arebbe potuto quello che tu di' scrivere, che non fosse con più paziente .animo da comportare, conciossiacosaché un altro potesse per ignoranza aver peccato; ma tu, no, perocché d'ogni cosa sei consapevole, e s-ai che contra la mente tua. hai scritto. Se forse di': ISlon me ne ricorda, possibile é gli uomini siano dimeaitichi, ma non sogliono le cose fresche così subito cadere della memoria. Che diresti tu, se, poiché queste cose son fatte, un anno grande fosse passato. Conciossiacosaché non ancora il sole abbia perfettamente compiuto il cerchio suo, a Messina, in quelli dì che il nostro re Lodovico morì, di questo mio infortunio si fece parola: tu a' ventidue di aprile seguente queste cose scrivi. Dirai ch'i' sia dimentico? buono Dio! Ecco se, non sapendo io, dei fiume di Lete assaggiasti (forseché n'assaggiasti); e se non n'assaggàiaisti, lt.u ti dovevi iritco^rdaire delle lettere di Piugìlia {2) a me scritte di mano del tuo messer Mecenate, egregio albergo

{}) (2)

Niccolò Acciaiuoli.
Cfr. p. 103, n.
3.


delle

3^5

muse; con quanta ist-anza io sia in quelle chiamato, con quante promesse, acciocch'io venga; alle quali, accioc<?h'io fussi

Mecenate era posto:
licità sua.

più inchinevole, nell'epistola scritta di mano di ch'io venissi a participare seco la fe-

E

se io volessi mentire, le lettere

sono ancora

intere per dare certissimo testimonio alla verità, se elle

sieno domandate. Ma acciocché io, che so tutto, dica qualche cosa, confesso spontaneamente ch'io fui alquanto in pendente, lette le lettere tue. Certamente io temeva, altre volte esperto, non quelle larghe promesse, non la disusata liberalità, non la molta dolcezza delle parole ricoprisse alcuna cosa meno che vera, ovvero inducessero scorno. Finalmente da me, poco fidandomi, l'epistola tua rimosse il dubbio, e, con pace del tuo Mecenate sia detto, a te credetti. Me non La promessa, me al venire i conforti tuc^i sospinsono perocché tu sapevi che modo fusse a me di vivere nella patria, che ordine e che studio; e però nell'animo mio fermai che tu non dovessi uomo d'età compiuta consigliare ch'entrassi in nuovi costumi o diversi agli usati; e così venni nel consiglio tuo. E acciocché tu dppo il venir mio ra^ionevolmeinte non mi potessi dire troppo sciocco, io ti scrissi una lettera, la copia della quale é appresso di me, nella quale interamente ti faceva savio che animo fosse in me venendo costà; e non troverai, se tu la producerai innanzi, me avere commessa alcuna cosa contro a quella. Ma che dico io molte parole? Io venni con malo augurio, e a Nocera te e il tuo Grande trovai. lieto dì! o ricevuta festevole! non altrimenti che s'io tornassi da' borghi o dal contado vicino a Napoli, con viso ridente, con amichevole abbracciare e graziose parole, dal tuo Mecenate ricevuto sono. Anzi, appena portanti la mano ritta, in casa sua entrai: augurio cortamente infelice! Di quindi il dì seguente venimmo a Napoli, dove, acciocché io non racconti tutte le case che avvenjiono, subitamente la parte della chiara felicità, secondo la promessa, mi fu assegnata, te ciò facendo; conciossiacosaché tu fussi preposto al governo dello splendido albergo onorevole e egregia parte e con lungo immaginare pensata! Sono al tuo Mecenate cittadi nobilissime e castella molte, ville e palagi e grandissimi poderi; più luoghi riposti e nascosi e dilettevoli, acciocch'io non dica l'altre grandi cose di grandissimo splendore chiare; il che avere aperto a te
:


è senza

396

dubbio di soperchio. In tra queste cose così risplenuna breve particella, attorniata e rinchiusa d'una vecchia nebbia, e di tele di ragnolo e di secca poldienti era ed è

vere disorrevole, fetida e di cattivo odore, e da esser tenuta a vile da ogni uomo quantunque disonesto; la quale io spessissime volte teco, quasi d'uno grande navilio la più bassa parte d'ogni bruttura recettiacolo, sentina chiamai In questa, siccome nella conceduta parte della felicità grandissima, qu-asi nocivo, non come amico, dalla lunga sona mandato a,' confini: la possessione della quale, acciocché come destinato abitatore pigliassi, innanzi .all'altre cose mi ricorda. Non credeT ch'io sia dimentico. Per tuo comandamento fatto, già tenendo noi mezzo novembre, e ogni cosa aggranchiata per l'aire fresca e contratta, e stante la pestilenza; e intorno ogni cosa tenendo sopra ii solaio di sai&ao, uno letticciuolo pieno di capecchio, piegato e cucito in forma di piccole spere, e in quellora tratto di sotto ad un mulattiere, e d'un poco puzzolente copertoio mezzo coperto, senza piumaccio, in una cameruzza aperta da più buche, quasi a mezza notte, a me, vecchio e affaticato, è as&egnato, acciocché insieme col mio fratello mi riposassi. Grande co-sa certo ad uno avvezzo a dormire nella paglia! notte da ricordarsene, di stigia nebbia offuscata, trista ad ambedue noi e angosciosa, ma al più vecchio tristissima! con rammaricose vigilie, non mai venendo il dì, s'è consumata; e non sola, ma, molte, e non senza dolore incomportabile, più misere questa seguitarono. Volesse Dio che piuttosto aliga o ulva di padule, se la felce o le ginestre mancavano, vi fusse suta posta! Oh come bene, e

come convenientemente sono

ricevuto!

Forseché non più

spler.'didamente ad Alba per addietro fu Perseo da' Roman-., da' Tiburzi (1) Siface, per addietro chiarissimi re,,
allori pirigioni, ricevuti. Tu, che
se'

uomo

oculato,

non

ti ri-

cordavi che abito fusse quello della cameretta mia nella patria? Che letto? E quanto male si confacessono colle sue da te apparecchiate? Forsechè, siccome della sventurata Ecuba per addietro de' Troiani reina chiarissima, leggiamo, me converso in cane stimarono i fanti tuoi? Per la Dio gra-

(1)

Tibartini.

— Siface

ebbe solenni funerali a Tivoli, dove fu con
Cfr.

tinato,

come Perseo ad Alba.

Valerio Massimo, V,

i.

•zia,
i.)
••

397
e

abbondevolmente
gli arei

sono ancora uomo

:

se io avessi desiderato sterqui-

lini

brutti e disorrevoli luoghi,

non m'era necessità di questi, e spezialn Lente per abitare una sentina, con tanta mia fati€'a esser venuto a Napoli. Ma che? In questa medesima sentina
nella patria trovati;
al disorrevole letticciuolo s'aggiugne

Fordine domestico de'
e

<iesinari,

lo

splendido apparecchio,
:

degl'invitati a desi-

la qual cosa, non ch'io nare la dilettevole compagnia creda che tu noi sappi, ma acciocché tu un poco ti vergogni,
ti

scrivo.

A

quelli che in quella casa reale entravano, tessuta di

travi orate, coperta di bianco elefante, trista battaglia colle

cose contrapposte al vedere, al gusto e all'udito si vedeva in un canto una lucernuzza di terra con un solo lume mezzo morto, e a quello con poco olio, della vita trista è continua battaglia! Dall'altra parte era una piccola tavoletta di grosso e spurcido canovaccio, da' cani ovvero dalla vecchiaia tutto roso, non da ogni part-e pendente, e non pienamente coperta, e di pochi e nebbiosi e aggravati bicchieri fornita; e di sotto alla tavola, in luogo di panca, era uno legnerello manco d'uno pie. Credo nondimeno che questo fosse stato a\'A'6dutamiente, acciocché accordante sul riposo di coloro che sedeano colla letizia delle vivande, agevolmente non si risolvessono in sonno; postochè nel focolare nullo fuoco avesse, intorno il fummo della cucina e il lezzo della vivanda occupava ogni cosa. Queste così fatte case reali e cotali tavole crederò, se tu vorrai, Cleopatra Egizia avere usate con Antonio suo. ìJ'^vpo queste cose, a brigata vernano di quinci e di quindi baroni dico ghiottoni e manicatori, lusinghieri, mulattieri e ragazzi, cuochi e guatteri, e usando altro vocabolo, cani della corte e topi domestici, ottimi roditori di rilievi. Ora di qua ora di là discorrendo, con discordevole mugghiare di buoi rierìipivano tutta la casa; e quello che era gravissimo al vedere, e all'odorato era, che, mentre le mezzine e i vasi da vino spesse volte quindi e quinci portavano, alcune volte rompessono. il rotto suolo immollando, e la polvere e '1 vino co' piedi in fango convertissono, di fetido odore riempievano l'aria del luogo. Oimé quante volte non in fastidio solamente, ma in vomito fu provocato lo sto:

m

sorrevole, e

maco! Dopo questo, il prefetto della reale casa, s-ucido, dinon in abito discordante dalla casa, pochi e


picciolini
lo

398

lumi portando in mano, gli òcchi lagrimanti peifummo, con roca voce e colla verga dà il segno della battaglia, e comanda che vadano a tavola quelli che debbono
cenare.

Di quinci io con pochi entrava alla prima tavola, come più onorato nella sentina; ma nel cospetto mio sozza ed incomposta turba minava, senza comandamento aspettare, dove la fortuna gli concedeva. Ciascuno alla mangiatoia s'acconciava, desideroso di cibo; e a mio dispetto spessissinie volte verso costoro io voltava gli occhi, i quali quasi tutti vedeva con gli nari del naso umidi, colle gote livide, con gli occhi piangenti, in gravissima tossa essere commossi dinanzi a sé e a me marcidi e rappresi umori sputare. E non è maraviglia mezzi vestiti, quasi tutti di sottilissimi e manicati pannicelli, presso al ginocchio nudi, e disorrevoli e tremanti, scostumati, affamati, a guisa di fiere trangugiavano le vivande poste loro innanzi. Che dirò de' vasi boglienti per porne i €ibi, simili a quelli del grande Antioco (1) re d'Asia e di Siria? Forse lo penserebbe un altro tirato da falsa fama io non ti posso ingannare, che ogni cosa avevi appai^eochiatò. Egli erano di terra; la qua! cosa io non danno, peroiCichè questi così fia,tti per l'adidietro avevano in uso Cur 3 e Fabrizio uomini venerabili; ma egli erano sozzi, e, siccome spesise volte io pensai, dallìe botteghe de' bairbieri, e di quelli che pieni di corrotto sangue tengono i barbieri di N aprii, parevano essere su ti imibolati. E se alcuno ve n'era di legno, nero e umido, e che sapeva e sudava del grasso di ieri, erano posti innanzi il che spesse volte di tuo avvedimento m'avvidi essere stato fatto, acciocché la carne innanzi posta, pigMiando il sapore del legno, non diventasse Se tu sai che io il sapessi, perchè me sciocca. Dirai forse lo scrivi? Per Ercole! non per altro, se non perchè tu t'avv-eggia che ancor io mi sia avveduto che quello che quivi era non era di Malfa (2).
: :

:

:

(1) (2)

Cfr.

Valerio Massimo, IX,

i.

Forse nanfa, per dire ohe non aveva buon odore. Cfr. Deca-

meron, Vili, 10:

«Acque nanfe».
come

L'Acciaiuoli era conte di Melfi;

ma

non

riesco a vedere

la frase del Boccaccio possa alludere a que*

sto titolo del

gran Siniscalco.

399

Il proposto della sala, come appresso a certi nobili per addietro vidi per coinsueto, cLbi apparecchiati, qiuaisi colla voce del banditore annunziare Fanno precedente, acciocch'io non dica il mese o il dì, ti mos.tra,va l'ordine del seguente, il quale dal cuoco era osservato. Buoi di vecchiaia e di fatica o d'infermità morti, si cercavano da ogni luogo» per tua sollecitudine dicevano molti; il che appena credeva, ricordandomi come per addietro solevi esser solJ'' cito intorno alle- buone cose! Così o troie spregnate, o colombi v-ecchi che arsi o mezzi cotti a' cenanti s'apparecchiavano, perchè, secondo l'autorità del re Ruberto, in nutrìmento più forte si convertissono e oltre a questo, Esculaipio, Aipollo, e ancora Iipocrate e Galeno, queste interapeutiche vivande non molto comniendano,. e spezialmente in questo pestilenzioso tempo. Oh come ben fatto! Acciocché più pienamente la tua masserizia si conoscesse, tra dfue di quelli che sedevano alla prdma tavola, tre castagne tiepide venivano innanzi. Io non aveva detto le quisquilie, piccolissimi pesciolini (1), ancora a' mendicanti lasciate, delle quali i dì del santo digiuno eramo pasciuti, cotte in olio fetido! Ma per ristoro delle sopradette cose, sopravvenivano vini agresti o fracidi, ovvero acetosi, non sufficienti a torre via la sete, eziandio se molta d'acqua vi si mettesse. Questo non arei mai creduto essere stata tua operazione, se tu avessi cenato con noi; perchè mi ricordo con quanta cura tu solevi cercare gli ottimi vini; ma tu, siccome savissimo sempre, lasciata la sventurata moltitudine, salivi il monte Cassino, e ne' conviti reali, o, se piuttosto vuoi, del tuo Mecenate, t'inframmettevi, ne' quali erano più larghi bocconi messi ne' vasi d'argento, e quivi ottimi vini sorsavi magnifiche cose veramente e degne del tuo gran Mecenate, interamente ragguardanti e dirittamente
:

:

promessa! Forse che tu dirai Che areisti tu voluto? Non conoscevi tu il costume de' cortigiani? Quello che basta agli altri non doveva bastare a te? ^- Ottimamente di', anzi santissimamente -ed amlichevoln[iiente. Conobbi dalla mia puerizia i costumi de' cortigiani e la vita loro; ma non mi credeva essere chiamiato per seguitare quelli o per osservarli, anzi
alla felicità
:

(1)

Questa pare una glossa marginale scivolata nel

testo.

non ria. se io sono di vetro al giudizio tuo. amico. non fagiani o starne. e in netto vasc. secondo la qualità della mia condizione. io sono vivuto dalla mia puerizia infino in intera età nutricato a Napoli. Vedevano me con consuetudine d'uomo e non di bestia. Perchè non dunque. non i guanciali della reina Bidone. volgari vini e chiari. perocché. non vitelle o capretti di Surriento. 1 rombi del mare adriatico. e di coloro che lusisuriosaimente hanno della gola. chiaramente protestai ch'io non potrei sofferire quelli. Queste delizie si e del tuo grande Mecesollecitudine nate. Io non farei chiesto vini di Tiro. non il porco salva tlco di Galidonia vinto da Meleagro. non la casa d'oro di Nerone Cesare.nde degrimperadori.goloso. non (1). splendida assai. vini del monte Miseno e delle vigne dello Abruzzo o delle vigne di Lom- bardia succiare. ovvero di Pontico. ma nettamente parati. : condo la misura della possibilità mia. non lusinghieri. non viva. Se tu non lo sai. d'entrare in casa mia né di me visitare si vergognavano. d'Ortigia. vedevano ancora la casa e la masserizia mia. posto in una camera netta queste cose non sono troppo di spesa. 1. IX. se- mantili. io non sono uomo . non fanti colle chiome ricciute. né «convenevoli. né ancora per troppa miollezza effemminato. e nella lettera mia. i baroni del regno. e insieme meco nella vecchiezza cre- (^) Anche qui il Boccaccio si ricorda di Valerio Massimo.— 400 — eisser parteciipe della felicità del tuo Grainde. se questo per non era airaniimo di Mecenate. uno letticeiuolo. quantunque nobili. Vivono molti di questi. siano. ovvero quelli che sono più presso. non le l'orate o l'ostriche con- dotte dalla chiusura di Sergio Orata non le mele di Espienon le piume di Sardanapalo. siccome noi Fiorentini viviamo. e intra i nobili giovani meco in età convenienti. e con queste cose così temperate. Io non farei chiesto uccelli di Coleo. de' ruffiani garritori. i quali. e assai dilicatamente vivere. cioè una casellina rimossa da' romori una tavola coperta di netti e onesti cibi popolareschi. non letto ornato di porpora. innanzii ch'io venàssi. . noin m'era negato l'andare? Nondimeino io non desidieraiva quello che tu pensavi. e dalla diligenza del celleraio conservati. non citaristi. né tiranguigiatore. Ma arei io voluto quello che spessis- simamente domandai.

quasi da magnifici fatti impacciato. Di quindi uno letticciuolo di lunghezza e di larghezza appena sufficiente ad un cane mi fu apparecchiato. ed io quelli allettamenti sofferire non potessi. Non voleva. : liete cose ci restano. s'io avessi potuto. perocché solamente una volta non m'erano date. e che ciò avvenire per mia viltà pensassono. e intra i grandissimi e singulari il mio Silvano. lasciata la sentina. e viverò e sarò sano. quanto posso. ed esso tuo magnifico Mecenate. in dignità sono venuti. consapevole. non potendo sofferire quei fastidi. discretamente seguo. l'orme del quale. benché non molto in costumi vaglia. e spessissimamente di ciò pregato. per la Dio grazia e per la sua operazione. si cercassono. sai quante sconvenevoli cose io soffersi. di certo immantenente mi sarei tornato a Napoli. e non convenirsi ad uomo studiante. sono costretto di tornare alla liberalità del nobile giovane cittadino nostro Mainardo de' Cavalcanti. non meno realmente quivi che nella : un pochetto mi sentina io fossi ricevuto! Una fetida camieruzza mi fu conceduta. quasi così fatte cose a me in prova. Queste cose a me spesse volte promesse. Ancora il fratello mio. con quante letteruzze e con quante ambasciate io fossi dal tuo Mecenate chiamato. acciocché insieme con tutti i libri miei. Oh con che schifi e quasi lagrimosi occhi lo riguardava! Io non negherò che se io non avessi avuti i libri. e tu molto maggiormente ma non più che. E perché forse il 26 . e essere degli animali bruti brutameoite vivere. Tu ti puoi ricordare. Così dal peso mio il tuo Mecenate alleggerii. Sai che. da lui con lieto viso sono a tavola e ad albergo ricevuto. infìgnendo di non vedere. ch'eglino m'avessono veduto disorrevolmente vivere a modo di bestia. airalbergo se n'andò. Se tu danni lui. come se meritate l'avessi. E nan dubito che. mentre che quasi separato coll'ottimo giovane ristorassi. volendo essi continuare Tamicizia. Stetti adunque legato con quella catena.— 401 — sciuti. Confesso essere delle femmine le dilicatezze. quasi da parte^ alquanti di a lieto riposo vacassimo e poiché per mia disavventura fui venuto. poco mi curerò se tu me danni. appresso al quale esso si difese. In tutte le €ose si vuole aver modo: io veggio gli uomini nobili osservare quelle cose che io domando. tacito sei sostenne. Forse che tu dirai qU'este essere femminili ragioni.

poi visitato m'ebbe. non fanticello alcuno vi rimase. le : quali a Tripergoli molti dì festevoli eraho sute. dalle cose di fuori io non paressi di più vile condizione che l'amico mi giudicasse e non cadde del petto mio con che torti occhi tu ragguardassi quello! ma di questo altrove mi sfogherò. apparecchiate le bestie. il diffamato e servile letticciuolo. infìno ad uno sedile di legno ed un onciuolo di terra.— 402 — tuo Grande non molto credeva a coloro che gli ridicevano quanto vituperevolmente io fossi in luogo così pubblico trattato. Lucano. entrò nella puzzolente cameretta^ ogni abito della quale con uno agevole volger d'occhio poteva ciascuno vedere: ninno ripostiglio era in quella. dove allora a casa era l'abitazione sua. poiché esso vedea quello che e' desideTa\a (1): forse che arei creduto per pietà dell'indegna trattagione essere suta conceduta. Volesse Iddio che almeno una delle lagrime da Cesare concedute al morto Pompeo -avesse date. tra l'altre cose. Io solo. perché il mare era tempestoso. ed uno splendido letto con guanciali mi : cui. che venivano tratti dalla fama de' libri. e. il quale. IX. ogni cosa era in aperto. che tu. quello che dell'animo cacciar non mi posso^ tacito riguardò. immantenente. Entrò per ventura in quel luogo uno giovame napolitano di sangue assai chiaro. salito a cavallo. come vide quel letto da cane. e più lun^gaaniente m'arebbe potuto scbernire. acciocché. Venne dipoi il dì che questo tuo così memorabile uomo ed amico delle muse richiamò a Napoli le femmine sue. 1036-41. malediceva e bestemmiava la miseria e la inconsiderata smemoraggine d'ambedue voi l'impeto di poiché con piacevoli parole io ebbi pacificato. volò a Pozzuolo. non guattero. A che dico io molte cose? Tutte le masserizie furono portate via. Con parole accese d'ira dannava. non facessi molte sue cose portare. non &enza molto rossore della faicdaimda: (madiella mia vergogna Dioiebbe misericordia. . e attorniato da una brigata di gentili uomini. Stava nel cospetto di loro. fui nel lito lasciato insieme col (1) Cfr. ragguardato il letto. crudeli bestemmie sopra del tuo capo e del tuo Grande cominciò a pregare. Questi. mandò. Vide adunque. esso medesimo volle vedere. e perchè di tuo officio era. venne per visitarmi. ricordandosi dell'amicizia vecchia. colla soma de' libri miei. il letticciuolo.

con così servili? Donde m'avevi tu riicolto? Del loto e della feccia? Donde m'avevi tu ca^vato? Dalla prigione de' servi? Donde m'avevi tu tratto? De' ceppi della puz^a della prigionia? Donde m'avevi tu sciolto? Dalla mangiatoia della maliziosa Circe.— fante mio. ch'é insino a qui paruto che con mansueto animo abbi passato. aspettando ebbi affaticati. che tu djeibbi avere stimato eh' io sia da esser trattato con sì orribili villanie. ovvero sospinto dal tuo Mecenate. poiché il mio Mainardo al servi- gio della reina obbligato trovai essere andato a Sant'Ermo. me. ed alcuna volta pel cammino di terra. vedendomi andare intorno al lito. così bruttamente. Né m'uscirà mai di mente. dalla sentina sipaventato. questo scherno? Aveva io scherniti voi? Avevavi io fatti da poco? Avevavi io disonestati in lettetre' o in parole? Non : . col quale^ facendo esso vista di non vedere. Deh. dovessi avere così trattato? Non veramente. le 403 — che quivi non era taverna. Per la qual cosa io fui costretto a fare un lungo digiuno. vennono mandati da te che le mie cosette portarono a Napoli. e. cioè insino al mio partire. poiché due dì gli occhi rivolti pel mare. ovvero per tua natura. Donde adunque viene questa negligenzia così del tuo Mecenate coane tua? Questa schifiltà. senza consiglio. o più. fui non senza vergogna. quello che m'era gravissimo. né utile al vivere. me. M-a qui é da fermarsi un pochetto. ma dalla casa mia. per così indegno almeno d'un poco d'onore. Ma tornando a Napoli. acciocché io ajpra un poco quello ch'io ho s<rritto. e nella sentina del tuo Grande. Finalmente. mie. s-e io vi fossi voluto tornare. da quel luogo. perché tra noi mi sia doluto. dalla patria mia. io era quasi un giuoco da ridere ad ognuno. che così vilemente. a casa d'uno amico mercatante e povero mi tornai spontaneamente. dimmi étti paruto la persona mia così vile? Conoscimi tu per sì da poco. così al tutto merdosamente. primieramente essere suto chia- mato di vetro. benché non reali. e pigliare alle case de' quali io potessi disporre le cose cammino a pie. quasi uno vile schiavo esser suto da te lasciato nel seno di Baia. dere. ciò il tuo Mecenate pazientemente sofferendo. cinquanta dì. cose necessarie al vivere e senza niuno Tu il sai meglio di me non amici. almeno alla qualità mia convenevoli vivande abbondevolemente erano date. nel quale. Ninna cosa era quivi da vense tu non ve ne porti. mentre che io viverò.

a Vinegia me ne venni. tu non mi puoi più oltre fare ingiuria. si turba e tutto si versa. benché io sia povero. se solamente una volta io sia suto sospinto e commosso in ira. e per non essere più straziato dal tuo Mecenate.a divellere i denti. al tuo Grande domandata licenzia. Ma egli é da vedere s'io dico il vero. la fetida ed abbomlinevolo sentina dne mesi. Io n' ho molti ed onorevoli. Ma tu non avevi questo animo. da coloro che ambedue ci conoscono. Egli è ingaTinato. mentreché queste cose contra me dicievi. per non mangiare il pane. In uno altro che in me questa veramente. al tuo giudicio. Ma tempo non sarà tolto a queste Nondimeno. ma con sozza macchia la costanza mia ti sforzi di guastare. con uno piccolo toccare. . che io non avessi altro reifugio. e a te e al Mecenate tuo dovevi dire. e benché egli sia grande e ricco. Non sono io suto straziato ed uccellato con cento vant© promesse? Non'inigamnatocom-j sosipinta . benché con doloroso aniimo. Io mi penso che sua abbominevole magnificenza dimostrare doveva. postoché dall'amico mio mi pairtiissi. il qìuale si doveva dare a mangiare a' figliuoli del mio oste cortese.alquanto. dove il suo è vituperevole. conciossiacosaché più volte l'avessi detto dinanzi. ti puoi della mia semplicità ridere e del disarmato nimico trionfare. Non sostenn'io. perocché tutti siamo di vetro. grazie a Dio. e infino allo impazzare si accendo eziandio se giustamente sia ripreso. s<e non la sentina sua. io ho pianta Ja mia miseria. è da venire. dove dal mio Silvano li'etaimente ricevuto fui. riputato. e partendomi. concdostsiacosaché lepromiesse più volte fattemi non mi tossono attenute. Ma poi che . Io sono in luogo sicuro. purché contro a suo beneplacito si faccia. Un uomo di vetro. più e siaono rotti e torniamo in nulla. Ma tu. degna di essere fuggita da' corbi e dagli avvoltoi? Certo io la sostenni. nondimeno. al quale il campo della battaglia rimase vóto. costringendomi tu.— ch'io fossi 404 - il tuo Mecenate si pensasse uno de' suoi Greciuoli. conciossiacosaché da te ninna così fatta cosa abbia meritato. il che a tutti i mortali. e tu la preeminenza idei tuo officio. per piccola cosie. con quella temperanza ch'io potei. i quali colla epistola tna nello innocente con tutte le forze se' ingegnato di ficcare. e sottoposta a innumerabili pericoli. Tu mi di' uomo di vetro. Questo non so perché. non dubito che io non sia molto più onorevole di lui. se io vivo.

cercando le carni corrotte e '1 vino fracido portando la taglia in mano. più oltre sofferire si le potei. amai. o rompere. Tu mi potresti già udir dire a lui che me non tirascusato. avessi sino al fine della vita sostenuti questi fastidi. sozzo e abbominevole amore. fra gli omeri d'Atlante (1). A me é desiderio d'onesta vita e d'onore. molti. benché tu vogli. 77. non mi mandò ancora così sotto la fortuna. o furioso mi vedesti tu? Io confesso ch'io mi sono rammaricato teco. Non mi penso però ch'io fussi detto meno te di te paziente. — un fanciullo con dalle villanie e 405 - schifiltà mille bugie? Non son' io suto costretto vostre ad abitare Taltrui case? Veramente sono. Non adunque sono di vetro. se. dimestico delle Muse. non le prqpositure del pretodal disiderio delle quali sono tirati molti con vana speranza. per sì abbominevole sceleratezza. guidato dallo esemplo tuo. vano rio. non (1) Il periodetto non dà senso: ma a me pare d'indovinarvi un'al- lusione ad Atolantu e alle umiliazioni. e conosciuto da uomini chiarissimi. acciocché colla pigrizia mia io rendessi Tolga Iddio questa vergogna da uomo usato nelle cose della filosofia. e in ciascuno vile servigio SKDno lungamente ritenuti. i fornai visiti e i farsettai. nel comportare ogni disonesta cosa. come a. . e avuto in pregio. per amor di lei. attorniando vada ora le taverne del macello. È questo costume d'uomo di vetro essere sei mesi con taciturnità tirato da tante bugie? Tu aresti forse voluto che io. i pastorali de' pontefici. ora quelle del vino. con voce mansueta e quasi con tacito parlare. Art. e le femminelle che vendono ì cavoli. per portar esca ai corbi comperati con picciolo pregio. tolga creda che io Dio che. e noi puoi negare. io vada. Milanion umeris Atalantes crura ferebat. che. Ovidio. ma sanza romore e sanza tumulto.. Ili. Oltre a ciò non é a me.5: . che a modo delle mosche. avendo sostenute alquante cose da non dire. con aggirar continuo. benché il tuo Mecenate mi v'abbia voluto mandare. al quale. E benché queste cose sieno gravissime a sostenere. quando me versare. sopportò Milanione: Gir. il Boccaccio anche nel Filocolo ne fa cenno. Non é a me cotale animo.

domandata. da Barbato nostro. Di quindi partito.— Tu mi scrivi ch'io noin 406 — doveva così subito il partire da anzi la fuga arrappare. e non di notte e con velata faccia salii a cavallo già saliva il sole all'ora di terza. ed agli altri a' . quantunque maggiori cose che le prime mi prometta. arsente ora sperare bene del tuo Mecenate. In buona fé. Ma dimmi può ragionevolemente essere detto partirsi di subito. occupazioni fìngere quel luogo. così. dopo alquanti m : fuggitivi? Ma a tornaire. mi sia partito. e arrappar la fuga. e se alcuno altro non avessi salutato. e quelle mandate innanzi. due volte é suta soperchiata la pazienzia mia dalla ^. ma pailesemiente. ninno animo ho. conciossiacosach'io. Credo che tu abbi penna più agevole ad ogni cosa. con più compagni trovati conoscenti. che sanzia sperare tener quello che non é buono. Mecenate tuo. che se io fossi così vola-tile che la terza volta chiamato io tornassi.convenevolezza delle cose e da vane promiesse. Volesti piacere al tuo Mecenate. poiché se' al suo servigio obliguto. per non fare quallo. Maravigliomi in buona fé' che tu scriva. te almeno mi ricorda aver salutato. e nell'oscura notte entrare in camanino. e con lento passo infìno ad Aversa me n'andai. due volte tirato invano. È questo modo de' colui che. ancora ordinate le sue somette. e preso il cammino. perchè conosci te centra la coscienza tua aver scritto. poiché di questo senno sia: meglio essene sperar quello che è buono. come tu mi conforti. e maravigliosamente onorato. licenza. E concdoììu&secoisach'io fussi pervenuto a Sulmona. Due volte da queste promesse ingannato. con grandissima letizia della mente mia fui ritenuto. uno dì. non voghilo venire la terza volta. non nascondendomi. dopo il secondo dì uscii del regno. Più dì innanzi dissi il partire mio. : gli amici. s'io voglio. quando di pubblico e di luogo usato da' mercatanti con -aperto viso mi partii. Posso. che non ho io. e di quindi ripigliando il cammino. acciocché presente non senta male di lui e^di me. niuno pensiero né desiderio. Ma io non feci così. a ninno dubbio sarebbe di me argomento di leggerezza certissimo. d'onde partire si debbono con faccia velata. e costretto a partirmi. parte? Coloro che fuggono sono usati non salutare ninno. salutati dì. il che fiorse avere così fatto non è da dannare. e quivi fui due dì con un amico.

che tu vedrai ch'io vaglio in quell'arte più ch€ tu non pensi. i quali se mancaissono tutti. credo che sia miglior conisigilio ad inscio ad uscio addomaxiidaire il pane. Siensi suoi. e se noi conoscessi. Tu mi lavasti con l'acqua fredda. perocché fanciulles>ca cosa è il toccare il barile delle pecchie. ogni concetto della mente mi parve da mandare fuori. io tengo di certo lunga puro ingegno dettata. egli il credette. Perocché come e' s'addiede ch'io non voleva scrivere favole per istorie. mi giudicherei sciocco. i quali quanido non mi può dare dice che era per damiii. tu non avere aspettata risposta. Tua adunque e sna sia quella splendidissima sentina. E nondimeno. poiché fatto è che partito mi sia da lui: la guai cosa il nostro Silvano sommamente commenda. adunque. Lui non avere creduto ch'io mi sia partito. è bugia. ujsando la libertà mia. che tornare al tuo Mecenate. imanantinente a lui odioso fui. d'uno ardente bronco innumerabili faville si levano. e non aspettare nel viso le punture di tutto lo solarne. se la necessità mi coist ring esse non avere alcun refugio se non -al tuo Mecenate? Per la grazia di Dio ne sono più. sì venire quando che sia al fine. con la tua penna scritta. tu se' ingannato se il credi. Scrissi. Certo per uno piccolo toccare. io rasi te non com'io dovea col coltello dentato. colla quale volle che io fussi della sua felicità partecipe. e grazioso gli fu. e quantunque egli di€ia che e' deisiidiera ch'iO' torni. ma quello che non é fatto si farà poi. SieiparaAo dall'altrui potenza. Per la quale cosa. e tu ti ma aspriissima tua lettera. E per alla breve. (1) Il Nelli. al quale scrive il Boccaccio. il che fare non si poteva in poche parole. e piange la sciocchezza del suo Siimonidie (1). s'io non credessi lui dovere scrivere. conosco le malizie e la indignazione conceputa dell'altrui reta. La compagnia e gli onora suoi. ma così magnificamente! conosco ottimamente. Guardisi. Io con grandissimo onore mi penso essere tornato.— 407 — quali fu grave avere veduto me schernito da te e dal tuo Grande. . ma perocché quella non sento dal tuo guarda che tu non mi commuova in invettive. sarei proceduto in più lungo parlare. perchè io conosco le parole.

Esprit ou droit deeir ou du noeud inslitué par Louis d'Anjon. pensa De Il Blasiis. (1) Credo che nessuno più dubiti dell'autenticità di questa lettera» il così piena di circostanze di fatto. corno sai tu: e nin juorno. scorrettamente stampato il ha richiamato Boccaccio la mia attenzione che mio venerato maestro G. qui si allude agli statuti dell'ordine del Santo Spunto. manoscritto originale. ma e me alla buoglia suola. et sommole boluto incagnare co isso buono . e diceme Figlio meo. che eo faccio chesiso pe volere adiscere. Sopra sinora. isti- tuito nel 1352 dal re Luigi di Taranto. scribilillo: e raccomandane. pe la da Surriento. Ja. ba spicciate. pesamende. ned a mene mediemmo. a Parigi. ma male me nde sape. Boccaccio. che si conserva al Louvre. 408 A dì 28 giu- gno. Benmi le peirzone potterà dicere Tiune ca ncdia' che ffaire a eh esso? Dicotiillo Saà ca Tanio quant'a patre non bolseria nde l'abenisse arcuna cosj. dal quale ebbi anche notizia del documento VII. Se chiace a tene. se te chiace. E chillo sape quaait'a lu demone. in quello che già per ad- dietro scrissono alcuni della Tavola ritonda. MCCCLXIII XI. Non puozzo chiù. ca schiacesse ad isso. tene. Evidentemente. ca llu puozziamo bedere : : : dice Judice Barillo ca isso chiù ca non sappe Scaccinopole saccio pecchene se lo sa chesso. un passo di essa. nel quale che co>e da riil dere e al tutto false abbia poste. a nuostro compatre Pietro da Lucanajano. Dio (1).. ti — guardi. il Acciainoli « scrisse stile fi-ancesco^ de' fatti de' cavalieri del santo spedito. che solo Boc- caccio poteva sapere. : uomo. De Blasiis. di particolari intimi. egli il sa ». col titolo: Statiits de l'Ordre de S. AgioMlle ditto chiù fiate. fu riprodotto in magnifica edizione dal conte Borace de VielCastel. che furono redatti in francese.— se non stami cheto. ricorda 1' —A in uu certo punto. . ha joccate alla scola co li zitelli.. — R Francesco de' Bardi. Un esemplare della riproduzione è posseduto dalla Società napoletana di Storia patria. Non Donna da Fede 'Rotta. se chiace tt Lloco sta abbate. maravigliosamente miniato. Apimmote ancora a dicere arcuna cuosa. nel 1853. Chillo se la ride. ni notte perzì non fa schitto ca scribere. — In Vinegia.

quasi dal proposito mi rimossi.. o inclito maestro. e appena trovato il lito veneto. gli altri a te cari finora. — RI Petrarca (i). al primo intuito. che di rimovermi aveva giustissima ragione. per mia grandissima disgrazia. dove allora tu eri. Certo. sebbene desiderassi vedere ivi molte cose. Poiché. esso stesso non sempre sicuro.409 - XII. . non senza mio dolore. da Certaldo a Venezia. di ma procuro come meglio posso- emendarla dove troppo si discosta dal testo latino.. peiiso che egli stesso te l'abbia detto. lasciatolo per allora. dopo aver saputo che tu eri sano e salvo e molte altre cose liete tutte di te. Io poi mentre : dopo festosi ed amichevoli saluti. che prama non aiveva veduti. le composte parole. le altre non mi avrebbero mosso da principio. e quasi avessi mandato ad fu- annunziarmi. io dico. la tua Tullia. messo in me da molti che torna vano da Bologna. presi meco stesso a considerare la persona di lui grandissima. e poiché mi sollecitasse il desiderio di vedere almeno quei due che tu sommamente ed a ragione ami. perchè così dovea fare. i miti costumi. tanto mi trattennero che. discesi. alla punta del giorno salii la mia barchetta. (2) F. ma in Firenze le continue piogge e le dissuasioni degli amici e il timore dei pericoli del viaggio. e meravigliai e rallegrai di aver veduto. il 24 di marzo men venni. e con mia grande fatica trassi a termine e dove con massima letizia mia inopinatamente trovassi Francesco. com^e io penso. genero del Petrarca. fatto il cielo più mite. ed il suo Francesco (2). lodai la tua scelta. di Brossano. la placida faccia. Per veder te. Il che avendo udito. avevo veduti e conosciuti. subito alcuni dei nostri concittadini mi (1) Come per le lettere VII e Vili. i quali avevano commesso alla mia fede di compire alcuna ardua loro opera. tu richiamato andasti a Pavia. mi valgo della traduzione dei Corazzini per questa e per le seguenti. Ma qual cosa tua o da te fatta non loderei io? Finalmente. per non ingannare la speranza di alcuni amici. il cominciatoviaggio ripresi.

Che dirò? Se non credi a me^ credi a Guglielmo da Ravenna medico e a Donato nostro. riposatomi alquanto. e sempre da lui meravigliosamente onorato. e 410 — mentre ciascuno per parte sua faceva molte che. ecco con più modesto passo che all'età non convenisse. mia diletta.allegrai deiressere tuo. cose parlammo. affinchè il falso sospettare degli opinanti sempre in peggio non notasse vestigio colà. in compagnia del quale. E ciò ti sia detto con tante parole. con saluto decente. quello che con mirabile liberalità con la tua lettera tu mi offerì. la casa. che erano presentì. sedemmo. ^eira da Firenze fin lì venuto. che avesse accolto me forestiero. e.siai aste{nermen}9. me ne andai con Francesco Allegri. pein. mi guardò. abbassati gli occhi a terra. Imperocché. corse ad abbracciarmi. presenti alcuni degli amici. venir la Eletta tua. e alquanto! di un certo lodevole rossore accesa. non cosi tutti gli altri il conobbero. onde m'abbi per iscusato se. questa vo. molto del sospetto dovessero togliere il mio canuto capo e l'età più provetta e il corpo res'o invalido dalla troppo grassezza. dove affatto non era impresso: tu sai bene che in tali cose vai più l'avversa e mendace fama che la verità. sebbene tu in questo e in molte altra cose abbi conosciuto linitegro animo mio verso preghiere a fin le cose tue. i libri e le tue cose tutte offerì. stupii. e spacciatomi per le generali di quelli. me ne andai a salutare la Tullia.la non abbia accettato. sarei andato ad una "locanda piuttostochè albergare presso la Tullia. con una tal quale modestia e figliale affezionei.— rono intomo. ma avido mi tolsi prima vista immaginando fosse la bambina che io ebbi. affinchè non sembrassi aver contraccambiato con un dispiacere al giovane amico Tonor ricevuto. e quanto era in essa. Quindi tra queste offerte. nella tua lontananza. ridendo io non solo lieto. serbata sempre la ma dopoché alcune solite matronale gravità. non sì tosto ebbe sentito il mio arrivo. appena me veduto. fiducia. lietissima mi veniLei incontro. come se fossi tornato tu. lasciando da parte La mia fede. malgrado pure di Donato nostro. con più esplicito e placido discorso. La quale. ed anzi. Che se pur nessuno degli amici ci fosse stato. assente il marito. divenissi suo ospite. La quale in braccio. subito meco stesso mi delle capii il comando e conobbi la così . prima che sapesse chi fossi. Dopo ciò. e buon Dio. mei tuo Quivi orticello. a .

tanto fece che io. Ahimè quante volte. Se del tuo Francesco volessi riferir tutto. quanto a me che sono un omicciattolo. e allora quasi iseaippaindo e salut)ando se ne andò. con quel fastidio e quella fatica. essendo l'ora già tarda.— 'Credi 411 — che lo stesso aspetto. la memoria della rapita bambina ! mi portò sino agli occhi le lacrime. per te poi so essere di nessuno o picciol momento ancor ciò che ho scritto. non mi basterebbe la penna. come fossi tristo. Inoltre. tuttavia è difettiva in molte cose degUre: di memoria. e lo stesso gli atti e l'andare. e di quanti conviti mi onorasse. le stesse parole avrebbero d>ette. con la stessa semplicità. lasciando me. nella mia partenza da Venezia. In fine cacciato da certi incomodi. basti dunque l'. se noi sai. e con che iliieto volto. mi trasse nel segreto della casa. ormai puoi capire. Imperocché sarebbe lungo esporre con quanta e quale premura si adoperasse a dimostrarmi con parole e in effetto l'animo e tutta l'affezione sua. dissi. e da lui della sua grazia fui onorato e insignito d un anello. la stessa Letizia degli occhi. ha la tua. e descrivere oltracciò le continue visite di lui. pur mio malgrado ed arrossendo. tracolla quale ero venuto. come piangessi su questa tua Eletta. se lo stesso idioma avessero avuto. dopo che vide ch'io non voleva a nessun costo farmi suo ospite. con quelle sue mani di gigante afferrato il mio piccolo braccio. A che frante cose? In nulla differenti le conobbi se non che la tua è bionda. mi accadde non è molto a Venezia. Vidi ancora quel chiaro uomo di Maestro Guido da Reggio. Essendo poi in patria. ne tornai in patria. mi giovassi della sua somma liberalità. le quali infine mutai in cospiro senza che ninno se ne accorgesse. e riuscendo a poco colle parole. quando per l'ultima volta la vidi. la mia ebbe i capelli castagni. pieno da ogni parte di ogni ben di Dio. Degna di memoria. Egli inoltre. perchè toccava il quinto annioì e mezzo. Fiaccia Iddiiio che gili ipossia rendere il icontra ce ambio. lo stasso riso. conoscendomi povero. la quale. portamento di tutta la per- soncina. mentre spesso abbraccio questa e mi diletto delle sue ciance. che me stesso e ciò che aveva tollerato condannava.averne detto un motto. sebbene sia lunghetta. quantunque più grandicella la mia fosse per l'età maggiore. che ebbe quella che fu la mia Eletta. Dunque. ed ecco pochi giorni dopo. me Eccoti dunque tutta l'istoria di ciò che .

perusaà giungesse uno straniero. Ti prego adanque pel tuo capo.— 412 — smessami da Donato nostro. e vaie^ ottimo degli uomini. in casa il 21 di giugno nella appartata mia cameed avendo letto poco innanzi quel canne del salmiAperis tu manum tuam et comples omne animai sta benedictione. la quale dopo che ebbi lietamente ricevuta^ innanzi le altre cose la lessi. : — — : . e gratissimo l'ho. meco volgeva i grandi e innumerevoli doni delia divina immortale liberalità. che fatti i saluti della tua magnificenza e presa la destri dell'amico. e quelle specialmente che di florido stile e pieno di succo gli dirigesti. e quella che di Dante mi scrivesti. e al presente quisilla che contro gli astrologi tu dici avermi scritto ed io non ricevei. ma fui scritto :id a sostare mancandomene alcune che mai non sebbene da te mandate. mi giuns»e una tua scritta il 29 maggio da Pavia. perché. e aperto l'uscio. XIII. sarà venerabile per molti s&coli il mio nome. queste almeno non manchino. e quella ove sono le lodi del tuo giovanetto. già è quasi l'anno da che. almeno per questo. la quale riverentemente ricevei dicendo tra me: Buon Dio^ Era retta. a me venerandissimo. imperocché son certo che. da alcuno de' tuoi giovani faccia riscriverei e me le mandi. Ed io. — R Niccolo Orsini. che queste almeno. anzi troppo ti òscritto. se non posso avere tutti i volumi delle tue lettere. la tua lettera. a me stesso sembrando molte le tue lettere a me dirette. poiché molto io occupi di luogo come stimo. e quella ove parli della tua età. costretto ebbi. che ho detto. affinché possa continuare il volume incominciato. ed ecco ad un tratto insolitamente fu bussato alla porta deililia mia sitanzucoiia do subito sorgendo. meditava e. presi a disporle in un volume con quell'ordine che erano state mandate o scritte. come ad esempio queDa Beasti me rnunere ecc. poraei. che molto. Scritta in Firenze. mi si presentò la faccia di Monte tuo. ai 30 di giugno. che sommamente desidero di aggiungere alle altre. Conciossiaché gli intelligienti stimeranno che tu così spesso e si diffusamente non avresti in te e nelle tue lettere uomo inerte e dappoco.. E basti. Ti prego di salutarmi Francesco nostro. uomo illustre. ed altre più forse. E queste. ad ora ad ora.

e di nera nube velò la mia fama. vorrei avef detto: Se da te. come per la gravità delle il florido ornamento e la squisita soavità dello Per queste ragioni. Severino. fuor della mia opinione. è deperita ({uella lodevole indole. Mi rallegrai pure vedendo che. se vivono gii antichi studi de' Romani. fece a me deisiderabili. piut- una : (1) Manca al testo. Certo mentre . perchè rimanessi ogni opportuno aiuto mi prestarono. dai quali fnenato l'impeto della mia domestica indignazione. il principe insidella sua città? Tuttavia. Presso i quali mentre stava quasi celato all'ombra della povertà. spesso mi meravigliava così per la eleganza della elocuzione. e non. per tua benignità. con tua buona pace. e per caso capitassi a Napoli ma ciò che io credo che tu non sappia. e dal fonte della tua liberalità. memoria del mio nome. © per sua umanità. avessi sentenze.'sservo me sts«iS0'. stile. ciò ch»e eccede le altre cose. come per niaestà di preminenza e per grazia dei Sonnni Pontefici. trovai degli amici a me incogniti. sussistono ancora gl'ingegni. . che so esserti notlo. ivi. e la semispenta favilla del mio stato. ma rido della mia stessa fortuna che i migliori miei anni circondò di ludibrio. Tralascio che per nuovi e cresciuti fulgori di continuo risplendi. tu brami largire delFaccumulato. che dove gli altri di cumulare quasi con somma cura si studiano. Perciocché devi aver saputo come vecchio e infemiiccio Tanno scorso intrapresi un faticoso' e più lungo viaggio. non so per quale intento. Ma perchè io venga a ciò che sembra dimandare il tuo lavora e il tuo desiderio. dalla cui mente pensavo esser caduto. il contesto d-eì discorso. avuto occasione di attendere alcuna cosa. massimamente in questo secolo. innanzi tutto mi rallegro e godo perchè tu abbia buona e così grande e lieta fortuna. rustico uomo. avrei aspettato letteruccia militare. ritiratomi in un angolo a leggerla. ecco d'improvviso l'uomo d'insigne animo Ugo di S. i tenui miei averi. mi congratulo con la mia fortuna che serbi. Ma. non della tua eccellenza. seppe che ero lì. tu offra molto più di quello che io meriti o desideri. e sapersi limitare è argomento di animo bene tequilibrato. e l'oscurità del nome. e gli anmi (1) inutili nella decrepitezza a grandissimi uomini. non ciceroniana. che vorrei superasse le nubi.— gne 413 — che porterà via o vorrà da me.

se in altro modo non avesse potuto. di sottoporre il colio al giogo. Certamente. sebbenei non abbia coiSÌ grande ampiezza di luoghi né tanta varietà. sebbene ultimo. l'inclito mio precettore Francesco Petrarca. larghissimo campo. ai quali né lunga fatica né insopportabile può essere la povertà. Ma perché non sembri che io sia tratto da maggiore diletto dei -luoghi. già da molto tempo. tutto. e. che in akuna cosa non debba anteporsi alle preci di quelli che mi sollecitarono. il serenissimo principe Iacopo re di Maiorica mi fece caricare di preghiere^ io avendo affinchè sotto l'ombra della sua sublimità traessi ozioso la vecchiaia. eh' io bramo con quelle più convenevoli parole che io il mi sciolsi. si sforzò di ritenermi in Napoli. Ma poiché sembrava che peir un certo occulto laccio fosse legata quella libertà. salvo ciò che agli altri fu risposto. al quale io debbo quanto vaglia.. libertà. Ma niare in patria. nion senza cagione. dal lido sal- pando ritioimai in patria. mi seguì sino in patria. mi avanzano. le stesse cose' offerendomi che tu fai. cioè di render grazie alla tua liberalità. non solo mi venne a salutare a Napoli. e a sue spese almeno. già determinato. né maggiori cose e più accettabili al vecchio. cpn- cedendo alla mia sciolta del seppi. niente altro di più convenevoLei ho da risponderne alla tua offerta. ed esortò che stessi di buon animo. il negherò che voto. non temerò di dire il vero. di ritorda quell'accorto uomio ch'egli è. se con le preci e coi doni sono da piegare le menti dei mortali. non per avermi come amico e compagno. Quanto poi cosiffatte liberalità vimcolino gli animi. quando ancora non conosceva l -go. lascioche tu lo consideri. Possiedo un paterno campicello. se a Dio Tu. poiché non comporta più l'età. omesso il già detto. che di più con amiche parok. Del resto. la mia speranza prostrata rialzò. ma peirchè stie&si seco lui come ministro della sua casa e delle altre sue facoltà. con doni più convenienti alla sua munificenza che alla mediocrità mia. questi. io credo. facesti medesimo offri degli altri lei . solita vivere libera. e conoscendo.— tosto che per 414 — mio merito. oltre il regale costume. in sul miopartire da Napoli. e. come ogni esortazione andasse all'aria. ma tuttavia all'età e agli studi miei una certa maggior corrispondenza. con dolcissime preghiere ed esoirtazioni tutta Ta sua. facondia adoperò. lasciati re e i regi doni. quarto. questo basta si mio» tenue alimentOv Pochi anni.

il re di Maiorca. e come sia av^^enuto mi piaoe di espo'rii in breve. P. si torio che — XIV.— piace. desidero che a' ceneri ricevute dai miei progenitori medesimi siano re- mio desiderio e il mio proposito. la seconda. non ho speranza nessuna di vicina salute. e Ugo abita le città campane. e concittadino. cioè che la mia lunga infermità m'impedì di scriverti. come giovane avido di cosa Jiuove. e poiché pensiero del le sepolcro supera ogni altra stituite. o splendidissimo. 333. ohimè! dico fui. . se non erro^ come io fui infermo^. dal cod. Tuttavia. specialmente dopo che in questi giorni. 26 giugno. Puoi avere udito. Eccoti aperto interamente il s'egli awernss-e. è desunta dalle Memorie Star. dal patrio cielo e da me vecchio lontano troppo. sebbene gli altri sieno primi in ordine di tempo e abbiano maggior diritto. amico mio possiedi amenissimi recessi in quel promonprotende nel mare Tirreno. che io mutassi parere. nel luogo ove sono. e secondo alcuni separa dai Tusci gli Etruschi. Ed affinchè tu possa più chiaramente conoscere. di Niccolò d'Alife. e vale. tizie: nel 1358. se a te gradisse. anzi e. che del futuro siamo incerti. — R Maghinardo Cavalcanti (l). ciò che è molto peggio. ms. sebbene mi si affaccino moltissime altre ragioni da poterti scrivere. Forcelliiii cortesemeuté ini comunica queste due nodi Amalfi. E congiunte. E di questa risioluzione la causa sarebbe che il mio precettore abita i colli euganei. mentre tu. sono. egregio cavaliere. Certaldo. escito quasi dalle fauci dell'Orco. quasi noi sia. dell'avere io sì lungamtente indugiato a scriverti. del ducato Giustiziere del La prima I. Ti meraviglierai . f. forse alla tua casa volgerei il piede. se posso nulla che sia acconcio al tuo splendore. a me lasso fu dato respi- (1) Il dott. comanda eh' io son pronto. se non avessi una giustissima come che triste ragione di così lungo rìtaado. nel 1364. se dice il vero Monte tuo familiare. vaga per diverse nazioni. e alle loro mia meditazione. Maghinardo fu rettore Principato Citra. questo solo dirò. 482. diplomatiche del Cambra. 415 — il bramo terminare in patria. e senza dubbio io sarei da accusare.

il che è ridicolo. le Muse. e tace la stanzuccia ch'era solito sentire risonare. la mano tremola. vacillante il passo. un perpetuo dolor di reni. non la letizia degli occhi. Dairultima volta che io ti vidi. m'è dolcissimo il sonno. Da che avviene che mi sia grave guardare il cielo. incendio di bile. prima dilettissimi. per me ammutirono. e così la pelle aderente agli ossi da sembrarti piuttosto Erisittone che Giovanni. toccando Maro ne e il Petrarca nostro «d alcuni altri col sacro plettro la castali a Lira. o da me sempre onorando. impteirocchè prima di tutto ebbi ed ho tale un continuo ed igneo prurito. e. e tutti gli umori tra loro in guerra. Non ho alcun rimedio qui. la quale pur non sarebbe intempestiva.. appena mi conosceresti! Non quella prima aria del volto. Se verrà dun- . la mia vita ognora fu similissima alla morte. pesante il corpo. Con questi sussidi mi ristol^> alquanto. tediosa ed a me stesso odiosa. e dopo che ho grattato a lungo Ita scabbia. anzi molto vissi. né medico né medicina siebbene non hot alcuna fiducia in loro. E ciò che m'era di precipuo sollievo m' è tolto. in breve. Tra tanti mali. e il corpo diventato estenuato. ed una scabbia secca. quasi estinta la memoria. né d'alcuna nausea é affetto lo stomaco. e vidi quanto i n:iiei antenati non videno: né cosa di nuov^o veder posso. gonfiezza di milza. che se io enumerassi. imperocché sono nel sessagesimo anno. vivo secondo natura e istinto. a togliere le aride squamme della quale e la scoria appena basta l'unghia assidua il giorno e la notte: inoltre una pesante pigrizia del ventre. diresti facilmente tutto il mio corpo languire. l'aver tutto in uggia: mi sono odiose le Lettere. nullo il desiderio di cibi. e quello cbe sia per avvenir di me io stesso non veggo. afflitta. stigio pallore. tosse soffocante. ancor se si raddoppiino gli anni. e mi dispiacciono quei libri. del cui celeste canto mi ricreava talvolta. né travagliata da un solo stimolo. se non per avventura sperassi che i monti volino e i fiumi ritornino alla sorgiva. esangue piuttosto che animata materia. i miei pensieri tutti piegano al sepolcro e alla morte. il capo intronato. assai.— 416 — rare un poco. e inebetito l'ingegno. desidero la morte. tutte le cose mie volgono a tristezza. ed altri molti malanni. né altro debbo aspettare. non è però venuta meno l'acutezza della vista. O me miaeiro! Se tu mi vedessi. rilassate le forze dell'animo. raucedine.

E poiché contro le forze cosi potenti deirimimenso calore sentii mie esausto e affralito. Era ivi con me solo una fantesca. cercando per quel moto eludere la febbre. sai quello che pensi. ]o poi tormentato dall'infesta arsura da uin acuto dolor di capo. credendoi di spirare in quel momento. affinchè per vostra intercessione m'implorastiei dolce la morte. credendo che più non sarei per discenderlo coi miei piedi. A che dir più? Era notte profonda. quando da un nuovo e doloroso caso fu rotto il mio proposito. e nei dì sieguente lei . che tremava tutto. quando mi parve che un fuoco.to. e pregava tra me con quanta forza io poteva. dopo quella gran paura parlava. in mezzo all'arder della febbre. quasi foste li. e disperando della vita presante. né aveva intenzione di aggiungere a questo se non delle raccoman- chiudere la letteruccia. dall'umbilico sino al daziom. e talvolta.6ditare sulla futura. Imperocché nel -detto giorno. pter tre interi giorni precedenti. una febbre ardentei di subito assalì con tanto impeto che al primo attacco mi credei vinto. di dentro uscito fuori. credeva d'esser già. rideva della sua stoltizia. ai 12 di agos. e crescendo la notte cresceva l'arsura. dissi addio a te ed agli altri. e rivolgendo meco stesso quanto la sua giusta ira farebbe severo scrutinio delle mie colpe. qua e là mi volgeva. segno del mio patire. e per i supplici voti Lui faceste verso di me mite e misericordioso. me debole. come che assenti. non la riceverò con dispiacere. lacrimava. agli amici. per molti anni di servizio divota. ma come s'ella prima che io addivenga più grave non ti molesti con le mie afflizioni. emettendo acceso l'alito. e sgarbatanDente e stupidamente ingegnavasi di farmi cuore gagliardo a sopportarlo. cominciai a m. e a te e agli altri amici.— (jLie 417 — fosse fine di tutti i mali. solo questo poco potei scrivere. sai quello che desideri. e così mi posi nel letticciuolo. ora tu sai il perchè non ti scrissi. la quale vedendomi e figurandosi che io fossi vinto dall'infermità. tanto spavento mi prese. E affinchè più morte. e conscio di me sincere lagTime emetteva. e sapendo ch'io scellerato uomo doveva al primo uscir del corpo comparir innanzi al tribunale di quel giudice che tutto sceme. presso il mio fine. giacché non é mio costume mugolare siccome i più sogliono. Io poi. al tramontar del sole. la Fin qui. e collo sventolare delle vesti dar lieve rfeffrigerio all'etneo incendio. iniclito cavaliere. e talora tenui gemiti. lasso e che appena poteva respirare.

come tifero veleno. indizio d' infiammazione al fegato. più giovane di questi. come puoi vedere. abbandonato al sonno. e quel male aver bisogno di sollecita cura. Si meravigliarono tutti. e accese le fiaccole. incominciai alquanto più pazient-emente ad aspettare la morte. senzia indugio. regge la penna. e finalmente tolte. non desisterono prima che molto rizia lei sangue emungesserq. e col rasoio nelle sitesse parti inaanzi bruciate incisa la pelle con Ispessi colpi. che prima si dice conoscess>ei la virtù delle erbe. e finalmente di giorno in giorno si accrebbero e insensibilmente ritornarono le antiche fcrze. presi un poco di riposo. e paventar quella morte che prima desiderava. anzi. perchè se ne ei'a andata col sangue di quella infesta febbre. sebbene debole. non senza grandisisimo tormento. ed molta facilmente il oredei.sinistra opiniome dei medici. esser d'uopo egli disse di cacciar subito fuori le materie superflue e nocive. il ferro e il fuoco. si appongono. ma se la si differisse di un solo giorno. io il medico asseriva. pure assai affabile e prudente. e mentre nelle due notti precedenti non aveva chiuso occhio. in quella. Finalmente. e ordinai eseguissero l'ordine del medico. o. chiamati alcuni dei miei amici contadini. Temei. fra quaittro giorni morired. lo iconfesso.— 418 - fondo del ventre e al destro inguine tutto invase. e nella mia carne infitte ed estinte. solito di affìdare alla natura la cura di qualsiasi malattia fino a quel giorno. presi a temere che per quel fulmine fossi ridotto in cenere. il mor- Dopo ciò. perchè non paresse il facessi più per avache per . Ippocrate da Chio. e ne adduceva la ragione. si persero in consigli. dichiarai il caso. Frattanto dopo lungo aspettare s'accese il giorno e. Si apparecchiano a scarnificarmi gl'istrumienti. Noi credere un nuovo Apollo. cosicché la mano. lo chiamo. Ma veniamo a cose più allegre. e non avendo che somministrarmi. vista quella ignea macchia. di nuovo. Egli. E così traendo fuori. M'esortarono a chiamare il medico. Ma quando mi accorsi che io aspettando indarno me ne andavo. ma uomo avvezzo a curar contadini. Seppi che tu hai cele- . memore dell'incendio di Fetonte. per lo che sperando che ne uscirebbe la febbre con quell'ardore. che io disprezzava come inutile. per la quale guarirei incontamente. sei risanato. mi disse il medico. Di qui prima a me venne qualche speranza di futura guarigione. o l'Epidaurese Esculapio.

Scrivi dunque. aggiungo che Americo. onde io penso che venuto in quel consigldo ch'io ti aveva dato con gli argomenti ch'io seppi migliori. la quale 'o ascrissi a non picciola me abbiano : (^) Alle notizie date a p. tuttavia desidero esibirle il debito ossequio. Credo che tu sappia quali lacrime abbi sparso. E perchè più lungi non erri questa doppia lettera. e ai)biate presto figli. imperocché così esige la diversità e moltitudine delle cose. col il 25 novembre 1363.andi. nel 1351. XV. prego e scongiuro Iddio e i Santi. o clementlssimo uomo. fu Vallis Gratis et giustiziere Terrae lordanae. per amor tuo. 25. Siculum. preso da compassione piangesti. raccomandami al Magnifico cavaliere Messer Americo e a Salice tuo fratello (1). quale il re Giacomo Maiorca di- cbiarò erede di ogni suo diritto la sorella Elisabetta. Il — pilo stesso. le quali non meno avidamente lessi di quel che verecondamente abbia ricevuto il tuo presente. dopo il cavaliere.— brato gli sponsali. fu testimone all'atto. . così lei. Di Certaldo il detto giorno tu siei (28 agosto 1372). Alle quali volendo risipondere tutto ciò che voglio. e saluta Forchetta. in di Aversa. sebbene non la conosca. Chron. S'egli è così. strenuo la lettera che me annunzia e con le molte altre a me scritte di tua mano. non senza un certo nobile rossor della mente. perchè nel modo che amo te di pio ed integro affetto della mente. essendoti parso il piangere da femmina. ricevei l'insigne tuo lo tramonto dono con del sole. accd-oioehè a te e a lei rendano buono e fausto questo matrimonio. il che io bramo e prego che tu porti di buon animo.peiri vederla. quello poi che in fatto subito che lessi tu aver] e sparse. sarebbe necessario che io stcrivessi una lettera arruffiata. cominciata il 10 e finita il 28 di agosto. 206. coaiie 419 — che in segreto. Ti prego a lei mi raccom. 13 di settembre. o sia qualsivoglia altra ragione. mentre leggevi i tormenti quasi infiniti del mio malore. innanzi tutto che. e sii lungamente felice. reputo che tu non sappia imperocché furono indizio di tutta la tua affezione verso di me. e quantunque non is.

e sicusarlo. purificarono il corpo infermo. fessi tu non abbia letti i miei libercoli. impieroicchè non tanto alla superficie esse toccando. ma mentre leggeva mi parve che penetrasse sino alle viscerei un cotal salutifero e dilettevole lenimento. non me ne maraviglio.. per non dire degli affari domestici. accolga benignamente Iddio. le notti brevi. né maiggiore il diletto del grattare. Le tue preghiere poi e dei tuoi. quanto più rare sogliono concedersi da uomini illustri a poveri. né più acute le unghie. di più desiderabile poteva incontrare 'ìell'aver conosciuto. tanto che non mai sentii in me più fastidioso il prurito. le aocoirgere quali esisenido pie e giuste. a me fiaccato. la sposa novella. ma basterebbero a rimuovere un vecchio canuto e letterato dai suoi studii. ora la virtù delle tue preghiere rimette nella sua prima forza. imperoochè quel che la dolcezza delle tue lacrime aveva assopito. L'aver arrossito è tuttavia argomento di animo forte intelligente. di grazia. come alcuni spessissimo fanno. il che tu conquasi grande colpa.a della tua integrità e dell'affetto all'amico quantunque povero. anzi o' tue sieno o della reverendissima e devotissima tua consorte già me n'accorgo. quelli si debbano leggere con grande sollecitudine.. per coisì certi testimond. che prometti. e detestabile in uomo: ma poche lacrìmette sono segno dii umainità e di cuore aip passionato. solleticante i miei sensi come fresca bevanda a un assetato. non pure un nuovo e giovane cavaliere.— gloria della 420 — mia fortuna. Dato il calore estivo. trascurata ogni altra cosa. Scaccia dunque quel rossore. Ma basti di questo. Queste infine sentii e sento lavare. Che Ciò poi che tu scrivi d'essere per fare nel veniente in- . essere io dd tant^o cavalieire così amdco. imperciocché non sono di tal valore che. Tutto effondersi in pianti e querele sonore ed ululati. non di fragile donna: e rallegrati di aver dato una così vera testimonianz. Che. e credi tu aver fatto opera di pio uomo. non dubito di non dovermi che nel cospetto dell'eterno re abbiano inter- cesso per me e ottenuto quello che chiedono. è senza quanto dubbio da donna. che sulle mie infermità non gl'incresca di spandere le sue lacrime? Quelle ancor più care ebbi. anzi cancellare le angustie mie. quanto alle volte una fiammella lambisce le cose unte.

ai quali in conto di gran cosa è se labbiano voce d'aver essi con la loro petulanza macchiata la pudicizia di mplte matrone. imperocché le leggenti mi stimeranno un sozzo ruffiano ed incestuoso vecchio. tutt-avia si insinuano insensibilmente bollori solleticanti. . dismessi i costumi della fiorentina pusillaminiità. io vedo che tu superi i miei bisogni coi tuoi doni.e e !« ammorbano e irritano con la oscena tabe della concupiscenza: a loro. Mi spedisti un anreo vasetto pieno di monete d'oro. et maioris coactus imperio. Ou aitati adunque di non farlo. che anzi ti prego di danni parola di non farlo. ed avido divulgatore delle scelleraggdni altrui non essendo dovunque chi a mia scusa sorga e dica Giovane scrisse e costretto dal comando dì chi molto poteva (1). impudico. se così mi ami da versar lacrime sopra i miei patimenti. po-ichè non ma a te sarebbe da imputare. io lodo. turpiloquo. Venendo ad altro. e talvolta fanno impudiche le anim. rispetta almeno l'onor mio. Ma che più? io non dubito che tu sii per far ciò che ad esse. se 421 — non abbi miglior bisogna. e non sieno spinte a incestuoso atto il donne quelle specialmente nelle cui fronti siede sacro pudore. e a me pio e santo sarebbe. che è da procacciare ichie per ndiente avvenga. tut- (^) lutenis scHpsit. non vorrei di leggeri che pel giudizio il : : : — — di tali donne si macchiasse la mia fama o il mio nome. quante cose che sospingono a scelleraggine i petti sebbene ferrei. e. splendido regalo e degno di uomo più grande che io non sono. dall€ quali se illustri. ina non lodo certamente cbe tu abbi permesso che le inclite donne di casa tua leggano le mie bazzecole. imihevuto dei regi. Sai quanto in quelle è di meno decente e contrario all'onestà. maledico.- verno. egregio cavaliere. e sebbene mi sia venuta improvvisa l'importuna necessità della mia malattia. e ti mostri assai famigliare con la magnanima regina. quanti stimoli ad infausta Venere. a te. tei riper mio 'consiglio e preg^hiera lascia quelle cose ai peto giovani che vamno in cerca delle passioni. E se il decoro delle tue donne non vuoi rispettare. e benché poco onesto io sia e molto meno già fossi. se mai cosa meno decente pensassero. Queste cose poi quanto convengano alla mia età ed ai miei studi tu sai.

aspettava che. non perchè in me la dispe^rda e versi tutta ti fu concessa dalla benignità di Dio.ttt-e. e. Quand'ecco che testé ti sei sforzato di superare anche la mia povertà. riccu di un tanto pio. affinchè alFinclita regina. Ma a che. come alla tua nobiltà compete. cui sei tenuto. presti ossequio con fede e decoro. i quali agli altri avrei dovuto preporre. povero da ricco. miassiniamiente iche oggi pò chissà mi il fanno: non attendendo la preghiera. anzi prano patrono. . per sua liberalità. Me ne resta ancora una particella. cioè un dono uguale al primo. prevenisti col dono le necessità di un povero amico. il che reputo tanto da lodare che non si possono render grazie grandi abbastanza. Imperocché che cosa io posso dirti degno abbastanza se non confessare apertamente ciò che facesti? Mi sollevasti da un letto di fango. anzi molto. spero aiuto delia agli mia vecchiezza. ma mi chiudesti perfino la bocca a renderti pur qualche grazia. e la tua futura prole. con la quale forse avrei potuto difeindermi djai rigori del verno e tener caldo il mio povero corpicciuolo. una seconda volta mi mandasti nuovo testimonio del generoso tuo animo. e ai più vecchi e forse di me più degni amici sovvenga. tanto liberale. se tolleri che io il dica. col quale non solo vincesti la mia indigenza. a : come egli stesso asserisce nel Vangelo. anzi. allevi e Teduchi. per le tue per- suasioni e Severino. con la quale si caramente si comi benefìzi. vecchio da giovine? Quindi è che io mi congratulo con me stesso. che io ti auguro maggiore. tanto magnifico amico. Abbastanza avevi fatto. da che non ho cosa da tributarti degna di te. E quenon si fanno con picciola spesa. nella quale non che le altre cose. le da imporre il mie preghiere. Imperocché ciò che ad essi si fa. e molto più ai poveri di Cristo. Che di maggiore? Che di ipiù caro? Che può riceviere di più desiderabile uomo da uomo.tavia 422 — non è così largia la mano da averle spese tu. ma pur gli stessi raggi del sole non si comprano a basso prezzo. Sono felice. contro il beneplacito di Dio. e specialmente in una patria. iper tornare a me. signore. Cristo si fa. anzi troppo. Pur tuttavia non voglio questa sola cosa tralasciare se tu hiai gran fortuna. e sottraesti il mio capo da questo carcere di villani. serbi lo splendore della milizia. ste cose tutte Io poi. questo onere sopraddetto fosse omeri dell'inclito uomo Messer Ugo di San quale pure. oscuro da splendido.

Le raccomandazioni poi che fai da parte dei comuni amici e dei miei superiori. cum defecerit vìrtus mea. dicendo: il Panem nostrum cotidianum da vocabolo del pane. soddisfa coloro. e per suo comando aiutato da un suo cosi placido esecutore. così te sempre trasporti a maggiori cose e più chiare sino allo splendore e alla gloria sempiterna. ai quali presta benigno orecchio. per mezzo di oro. e fabbri sono costoro. con arte a noi ignota. e nel triegno de' cieli non fuicime. possa e \oiglLa esitrarre oro o 'airgento per coniare le moneite di cui abbiamo bisogno.ue opere. incudine o maiiTtelli con che essendo spirito e sos<tianza separata. che sia stata e 423 — forse offendo le sue oreccbie? Stimo op'cra sua. e martelli. e prego che egli stesso. Ora ricordandomi e di avere chiesto il pane cotidiano. rigettato dalla sua faccia. e d'aver detto spessissimo orando quel carme davidico: Ne proicias me in tempore sencctutis. egli che fece Giuseppe gradito a Faraonei. E poi che sappiamo Dio non aver mani. e con lieta faccia. Sei pur poiché fosti fatto strumento della misericordia di tanto artefice. te da ogni nemico assalto e da ogni lingua velenosa liberi. rendo quelle grazie che io posso. dai quali noi poveri otteniamo ciò che chiediamo. intediamo esse ma sotto non essere.— spargo parole in aria. che conservò incolumi i fanciulli nella fornace ardente. tocca le menti dei grandi e sospinge nel desiderio d'operare. quanto alla corqualunque cosa opportuna al vitto. salvi. ricevo con lieto animo e accolgo. aver le mie voci toccato la mente del mio clementissimo Redentore. A lui dunque dator di ogni bene. per le t. e specialmente a Messer Lodovico Reggen- . né piedi. e per nobis hodle: teocia delle paTole. le quali cose pur soglionsi dare oomunem-ente a quelli che n'abbisognano. conservi. e incudini. e prego che tu in ricambio. « come dalle greggi il suo David inmailzò su regale soglio. ed io egualmente felice da che merito d'essere udito per sua clemenza dal supremo principe delle cose. e così mani di Dio. Imperocché del continuo ore- ghiamo Iddio. quando scriverai a Napoli. mi raccomandi. e te. ne derelinquas me: vedo chia'ramenite. donde avviene che i ricchi ai poveri e a quelli che pregano aprano. e a te ministro suo. o di moneta fatta di oro o d'argento. dove tu riceva ciò che meritasti santamente operando. loro felice. renda gratdssimo quanto si possa desiderare a te stesso e all'inclita regina tua. vecchio. i tesori e i granai e il munifico seno.

era sollecitato a rimanere e ritenuto. sdmo oavaliero.n m'dngianno. (rihunalium. del quale ti rimando qui accluse le lettere che mi spedisti. non così facilmente altri saranno presi e teco concorderanno nello stesso giudizio. Molto così sia: scrissi. fonse. —R Iacopo Pizzinghe. non. reggente I. te scrivo. [}) L. de Olbicis di Lucca. e neppure da mostrare ai presenti perocché se. inavvertente: miente. di Generoso cavaliero. Perdona la lungaggine e vale lungamente. Imperciocché l'egregio le forze. valorosisTuo G. incerto me in Napoli la scorsa primavera: da fui per qualche tempo una parte mi traeva il neiriautunnio precedente desiderio di ritornare in patria. Autumno ntiper elapso. e altri cari. Donato lacobi nuovo tuo affine. B. né meno a Madonna tua consorte. or dalla veneranda violenza. 'e perciò amico mio ed io sa^. se n . e gli amici. la cui splendida fama credo tu tutte sappia. rimpiccolirai e deturperai. che dove stimi ampliare il mio nome e la lode. né questa sembra lettera d'infermo. or dalle preghiere dell'inclito uomo Ugo dei Conti di San Severino. ti inganna la tua affezione. che a te famigldarmenite scrivo. (2) De Orig. che di riv&dere i libri lim- meritamente abbandonati. e per avventura con troppa fidanza. Toppi.— t'G 424 — (1). . con l'aiuto della Serenissima donna Giovanna regina di Gerusalemme e di Sicilia di collocarmi in placido ozio presso i Napoletani. E salva sempre la reverenza al cavaliero e il tuo beneplacito. non sono da mandare imcosì da lontano. omn. che sdegnoso aveva lasciato (2). uomo procacciava con eziandio contro il mio volere. 93. e in egual modo al nostro Giovanni Latinucci quando gli scriverai. dall'altra. è uomo degno. alla quale bramo onore e consolazione. ma (In- mentre a non altrimenti io mi sento iettare che se di cose gioconde e dilettevoli teco insieme parlassi. della Corte della Vicaria. invece. o così prego che a lui mi raccomandi. non sono queste mie 'leitterucce. per il che avverrà. mentre le leggi. Di Certaldo (13 settembre 1372). — XVI.

oltre le forze della tenerella età. lieta faccia. Per offerirgli la debita mi presentai. per alcuni dì visitai questo divin uomo. di simili cose fossi avidissimo. venni nel desiderio di conoscere un uomo tanto cospicuo. comunque a me fosse gravissimo giacché dal lido del mare dovessi quasi al sommo della città salire. non so come. credo per farmi più animoso al lavoro. E mentre questi diversi pensieri mi combattevano. e scoperto il capo. che da lui pendeva. talora con tanta eleganza di dire. con lodein fine. come penso. Non indugiai punto. dopo che ebbe scorta in me una tal quale affezione. con vol garbo di modi m'accolse. dischiudere il grembo della natura. che a sé tutta la imi a anima tcaeva e teneva. Egli poi. siccome a me parve. tuo concittadino. presso i suoi frati dimoranti accanto la Chiesa di San Lorenzo potendo appena andare a piedi gravato dalla mole corporea. come aiuto mandatomi dal cielo lo presi a visitare di tanto in tanto. e mentre pien di meraviglia le sue parole accoglieva. come credono alcuni antichi. e quasi da ricchissimo archivio delle umane vicende produrre le geste degli avi. Dalla qual soavità di favellare preso. guardatolo il potei lo salutai. grave dignità. non sapendomi io decidere né per questa parte né per quella. essendoché fin dalla ine fanzia. oggi santuario abbastanza popolare dedicato al vero Dio sotto il titolo di Paolo Apostolo imperciocché ivi egli abitava. lui imponendolo. con tanta lusinghevol dolcezza dal suo labbro discorrevano melite parole. e con discorso non interrotto toccava di . né avevo giumento che mi vi trasportasse. allegava. ed egli dalle mie parole seppe su che versassero le mie fatiche. là dove un tempo. fu l'insigne tempio di Apollo. uomo pieno di Dio. tolse ad aprire l'anima ripiena di divinità. il tuo nome onorabile. Mentre adunque per sollievo della mente. da me non udito fino allora. che già nella bocca di Platone bambino dormiente cumularono le api. Sedemmo — — per istrettezza di mezzi.— Da questa 425 — perplessità era moltissimo tormentato. pensai sotto la sua lingua fosse di quel miele ibleo. del quale uditi i meriti saputo che trattenevasi in quel tempo in Napoli per difficili affari del tuo e suo re. a lui prima un pochino. reverenza. maestro di Sacra Teologia. Egli poi più devotamente ed umilmente che venutomi incontro con una certa con dolce parlare. venne alle mie orecchie il venerabile nome del religioso uomo Ubertino dell'ordine dei Minori.

o da turpe macchia imbrattate sozze addivengono. e la dolente Italia rallegra di quella gloria che puoi. dai nostri maggiori con grandissima loro infamia furono trascurate. per lasciar le altre. Ed io udite le parole. che ricordare i mirabili trionfi dei generali. e dal sommo della rocca Capitolina renda noto te stesso a tutto il mondo. onde tra le barbare nazioni Roma passa mostrare almeno qualcosa de^ll'antica maestà. e dalle nazioni straniere. pei quali gli antichi un tempo superarono la stessa Grecia. de' quali lia di- scorso innanzi. Volgi. e ciò voglio detto pure agli altri Italiani. insieme con la rimanente Italia e la divina libertà. che sia vedere la stessa Roma. i pii occhi in lei. i monumenti testimoni d'egregi fatti. Credo che molto meglio che non io ti persuada. la perspicacia dello ingegno. Tu di così grandi infortuni abbi compassione.— volo la 426 - tu. e la dignità dell'officio. ed io misto ai cori dei festanti. che esalteranno con lodi meritate il tuo nome. . e instantaneamente pregava che ei mi disse di te più intera le mirarlo. che i cospicui esempi di costumi. canterò: or. sostieni i pii omeri e con gli altri adoprati a tutt'uomo. che inoltre meditare i celebri titoli dei filosofi e le corone di mirto e di alloro dei poeti. con guadagna la cima. redeunt saturnia regna. che l'autorità delle leggi. e con buono e fausto presagio. lam virgo rediit. Avanza infaticato valore. e se tutte risarcire non si possono. (*) Dante. che richiamar alla memoria la militar disciplina.a vigilanza. affinchè cinto di Peneia fronda coi già detti (1) e tu pel tuo splendore sii veduto innanzi dagli altri che anelano la salita. guarda dove rovinò il romano imperio. per la quale avanzò le altre nazioni. vedere le immagini elette. ti prego. secondo gli uscivano le riteneva tutte. dunque. per contezza. intorpidita sotto il triste giogo dei Farisei. Tutte queste cose. questo fulgore almeno del nome poetico. il commendevole desiderio. o tolte. ciò che puoi solleva. per le quali Si era frenato il mjondo tutto. presi ad am- sentenze esposte non già alla leggiera. il Petrarca e anche Zanobi da Strada. già regina delle genti.

il confesso. Allor che tu scrivi di avere col veduto e letto il mrio libro alla luce. e insensibilmente mancommi l'animo e dife. di averti detto quanto io desiderava che tu vedessi il libro. già canuto ristetti. di rimuover da quello alcune mende. se dall'alto non mi è infusa nuova grazia. e per deplorevole malanno non oso tornare indietro. Per Dio! non s^nza vergogna posso parlarne. il nome inglorioso insieme col corpo commetterò al sepolcro. degli Dti. forte e inclito io ti 427 - uomo. rare XVII. con qualche più acconcio ornamento. avvilii e disperai. Le Genealogie . cominciai a intepidire. Con grande animo. di cui si parla. per dichiararti in breve la mia dappocaggine. Avevo portato. consapevole della leggerezza compagno (1) (^) Il Petrarca. onde. e dilungandosi quelli che io aveva presi come guide del viaggio. e come perspicace e ammirabile l'ingegno. m'avviai. e. dopo molte senza indugio messo (2). lo confesso. t'avaverlo liberalmente e varto che tu non conoeca abbastaaizia la storia di questo fatto. traendomi il desiderio di perpetuare sei neiUa guida. non a fine di pubblicarlo. Ma mentre di qua il (1). E ben mi rammento in quel giorno che ci conoscemmo. entrai nella strada già lastricata. avendo io pure talvolta coltivato la poesia. Severino. confidato. che anzi avevo stabilito avendone l'agio. e pensava di abbellirlo. mentre stavam discorrendo di molte cose coirillustre Ugo da S. dopo t-ante cose attendi che dica qualche cosa di me. cose. Si tratta di poesia Ialina. imperocché noi reputava da tanto. e deposta la speranza di toccare il vertice. né posso salire al sommo.ttarono le forze. quando ben conobbi quanto fosse la tua dottrina. ma poi finalmente col procedere del tempo. questo libro. —R Pietro di Monteforte. di là mi lascio occupare or dalle domestiche or dalle pubbliche faccende.— Inoltre. e miro le cime elevate quasi supeil cielo. nel ai quali tu e ti mio lùnclito precettore mio nome e la fiducia -e con quelli stessi. mio consenso ma lodi dà del mio viaggio. e quanto severa la tua censura. se mi venisse fatto.

come é già causa dj Io. anzi mi era proposto di tenerlo chiuso tanto che lo avessi emendato in quello che a me pareva. E. Peraltro promise quell'egregio uomo ch'ei non sarebbe per darne copia a chicchesia. per la ragione che a pochi è in grado la poesia. Infine in qual modo a te venissero quelle parole già dette e il libro. a Messer Ugo e a te piacque che codesto libro uscisse innanzi tempo. sia per eseer dannosa alla mia troppa liberalità. e specialmente poetiche. ma per concessione altrui é divulgato tra molti a quel ch'io n'odo. mi costrinse a lasciarglielo finché ne avesse tratta copia. il" che quanto malvolentieri facessi. Ma poiché a Dio. parecchie da aggiungere e moltissime da mutarte. non posso vedere. da che in esso alcune cose conosca essere da togliere. quanti sono dovunque i morditori delle opere.— 428 — del libro. cui certamente non posso negare nulla di ciò che imponga. e reputando una puerilità consiglio. non ho potuto onde ciò che avrai chiosato o segnato. e mi dolgo non già perchè abbi visto il mio libro. grandissimi affanni. contro mia voglia quasi. . il per colpa di Giovainnd Latinucci. quello che è a me gravissimo. non per mia liberalità. Imperocché tu sai. io non so. Finalmente venendo già il termine del mio viaggio. che altri non ha scirupolo dii non osservare. avvenne che lo vedesse il sopradetto Ugo. riavere libro che commisi alla sua fede. Temo che la fietìe. poi. tu. non ricordo come. solo Iddio vide dal cielo. ti chiedo per la tua fede e per l'amicizia nostra che vi ponga tu alquanto di fatica per liberarlo almeno un poco dalle mende. affinché disadorno del tutto non si divulghi. preghiere e buoni modi. il presentarlo a te^ mentre forse ti per feci. perspicacissimo uomo. se non avesse aggiunto e mutato nel suo esemplare quello che lo avrei cambiato nel mio. così che mi é tolta ogni speranza di migliorare un lavoro non perfetto. non per colpa sua. e alquanto lo faccia bello. Egli con moltissima insistenza. ma perché innanzi tempo venne alla luce. cui i precordi e tutta la mia anima mostrerei volentieri potendo. dimenticanza punto accennavi di ciò feci s\- Tofferta che mutai Né altra parola né a te né ad altri. ma per l'ignavia di chi l'ha in dispregio.

Sono tra gl'interlocutori Dafni. ma finalmenta. perchè noi ricordo. Terapon e Olimpia. e perciò scusami. avvegnacliè di essa Saffo sia sempre il discorso. nella tfuaile quielli che muoiono crediamo sieno fatti . dd che m. col quale ebbi già in Genova una certa quesitione. prendo pel buon suono. di cui soipra. come Dafni. di questo non pongo il significato. torpido.. dal quale cogli altri il tolsi. che sono primi' pastori. e così è detta perchè in essa molto si parla dell'onorificenza della poesia. La deciimaqu/arta è Olimpia dal greco Olimpo s. sciolta la lingua. e lo appello Stilbone da Mercuria Dio d'ei imienca>tainti. moilto v^alesse in ipoesia ne»! suo tempo. Calliope e Aristo Calliope. Carnaio in greco significa ciò che in latino ebete. . Cannalo. Terapon. divenne eloquente. V'han quattro interlocutori. che pur Sitilbone è deitto. e si pone qui per colui tolto a giudice del litigio. se non riveda il libro. Critis . Aristo pongo in luogo di me avido d: diventar poeta. Stilhon per un tal miercatante genovese. 420 - — f\ Fra Martino da Sìgna. che fino all'adolescenza la sua lingua ebbe così impedita che a-ppeni alcun che poteva sufficientemente esprimere.olto discorro in questa egloga. Non ha €he due : intierlo- cutori. La decimaterza Laurea è detta dalla corona d'alloro. Stilhon e Cristis. La duodecimia (egloga) s'initiitola Saffo. e quindi cielo. ed è attribuito a questa egloga.XVIII. perchè in essa molto si favella della qu'aJità della iregione oei'eisite. ipoichè 1 ipoelti sieno onorati della stessa corona della quale onorare solevansi i Cesari vincitori e trionfanti. Silvio. che in latino suona splendido o lucido. scaldo che Saffo. urna certa poe^teissa Lesbda. a dimostrare i costumi di un servo stupido.cittadini del .in greco dl«ce ciò che giudice in latino.. Per Olimpia intendo una fìgliuoletta mia già morta in quella età. Per Dafni prendo alcun insigne poeta. e per Saffo Intendo la poesia. imperocché nella buona elocuzione regolata da' ritmi poetici sembri quasi tutta consistere la virtù della poetica. e mi chiamo così da un tale Aris te o. Per Silvio intendo me stesso. e così mi dico perchè in una certa selva primamente pensai questa egloga. insigne corona di poeti. Sappi che la memoria degli uomini è labile e specialmente quella dei vecchi. come altrove si disse.

. padre mio. e così lo chiamo perché nato e nutrito alle radici dei monti Appennini. seguo consigli.a s' intitola Angelo. ohe é del tuo converso per diritto. abbastanza pur tuttavia volse in (meglio. non occupi. dopo che avete il vicairio proviniciale.e. e mentre per quattro mesi. non dirò di medici. E questo per ora basti. il i[uale conduce e parla. Desidero che Di Certaldo il 5 di lungamente stii bene e mi ricordi. La decimiasesit. conversione. clje vale amore. che il convento di S. e riooirdatd. Per Filostropo intendo il glorioso miopirecettore Francesco Petrarca. e da tropos. più presto che puoi. a mo' di nunzio. da questo paese. È già s'corso pubblicamiente lia — il fl Francesco di Brossano. nella quadragesima isiooirsa. è detta Filostropos. miorta la chiamo Olimipia. ma di parabolani. Di grazia. — XIX. e angelo pure nel latino significa nunzio. Gemignano. dieposti i diilelti dieiile itemipo'rali oadiuche. Molto pane mandò a' suoi quel mendace Frate Giovanni.. Filostropo e Tifo. per impulso di amici.. per Angelo intendo la stessa egloga. e così d miei amori. com' é detto. conciossiachè tratti di rivolgere al celeiSte amore dal lusinghiero aniore delle giacché Filostropos vien da filos. sebbene non totalmente. che Tifos in greco vale come il latino orbo. La decimaquinta cose terrene. una malattia più luniga e fasitiiddosa chie per alcun peiricolo dubbia. le qui accluse per qualcuno dei tuoi frati. in patria. maggio in fretta. che brevissimamente scrissi confidando nel tuo ingegno. il primo é l'amico mio. da' cui ammonimenti spessissimo fui persuaso di dirigere la mente alle cose eternali. ossia celeste. conti- decimo mese da che di Commedia i . Per Tifo intendo me stesso e qualunque altro offuscato dailla caligine delle cose mortali. mi oppress.. Sono due gl'interlocutori. quiasi nunzia e conduttrice delle precedenti e offeritrice all'amico.— oiielo: 430 - era Violante da vivia.a ed !ultim. manda al nostro comiune isignore il nosftro vescovo. imperocché Angelo in greco é ciò che noi cui le mando diciamo angelo. al quale le mand-o. leggendo Dante. : Appennino ed Angelo sono gì' interlo€uiori.

se mi sarà dato. Inoltre desidero ardentemente. riservandolo a tempo più conveniente. Esausta è la pielle di tutto -il corpo. ed ora col fatto il vedo.. Ciò che pertiene ailla munificenza sua (1) verso gli amici e me non posso spiegare in poche parole. onde non che le superbe cime delFAppennino..ede la mia faccia. che morte diciamo.. mi volle annoverare. nei tempi andati. mutaito il colore. medicina e grazia aspettando . che può imperare alle febbri. poiché continuò fino alla morte. me ne sto. Per lo che ora lo tralascerò. Avrei voluto piuttosto ch'egli vivesse ed esser privo della sua eredità.— niu-am^'iite 431 — e aumentò. e tremanti son divenute le mani. accetterò. credo che mi ami e mi amerà. per dichLa.«8aiio gli aveva annunziata la morte... sostenuto da qualche amico. se può esser fatto con tuo comodo. rendendo grazie alla tua affezione. contento adesso di aver fatto solo di me alcune poche pairole. di che fa fede abbastanza a chi mi v. Ma con pio e grato animo.. e se dopo questa partita per migliore vita. e di me stesso incerto.. tentennanti le gambe. che mi spedisti pochi giorni sono. Conobbi pure peT molti suoi benefi-ci. e con bevan-de digiuni. Oimè misero! ben altrini^enti ti sembrerei da quello che tu vedesti in Venezia. incredibile. . la quale ora con pironto animo prenderò. copia idJi quella letteira. come scrivi. ed io per quarantanni o più fui suo. da Bro. Inoltre. tra i suoi eredi. si amano gli amici. così dal solito che venni debolezza quasi non provata. che a me abbastanza dere la quota a me (1) Del Petrarca. quanto vivente mi amasse. in modo meritassi. ma perchè fu in lui costume di ritenere diligentemente chi una volta aveva preso per suo. non certo perchè lo la virtù nutritiva fu costretta -esorbitare. lasciandomi abbastanza larga porzione de' suoi beni.ra:re agl'ignoranti coll'opera ciò che con le parole e gli scritti per altro non era da mostrare. ma appena fino all'avito campo di Certaldo. Per fermo mi rallegro e godo eh' egli abbia fatto così: mi attristo però che mi sia toccato così presto di pren- assegnata della sua eredità. quello. mi traggo dalla patria^ ove. istupidito l'occhio. semivivo ed ansio marcendo nell'ozio. come l'estremo dono ed ereditario della sua benignità. già ipieno. del quale P. da Dio solo.

e. prestamente non posso dire. e vaile i'unigamente. andarono perdute per la via. Tuttavia egli stesso mi mandò ambedue queste. m. dolicissimo ifratello. tranne poche ore di intervallo per restaurare alquanto le forze del corpo lasso. quelle co'Se che a lui avevo scritte. e.— lunga da ultimo la suia opiinionie tciirca 433 — Così pure copia scrisse. credo per oipera di quelli che presiedono alle preil d quali ispesso spesiso indegnamente le sottraggono e ingiustamente se ne appropriano. chiedo che tu m'abbia per tiuo. iil 7 di novembre. come abbastanza vedi. nella quale io credo ch'egli scrivesse fiaitiohe. La malattia mi impedisce di scrivere più a lungo. Detti fine a sicmvere in CertaMo. ma per la inicuria di quelli che le portarono. come asserisce nostro Lodoviioo Marsigli dell'ordine degli Eremitani. . So che ti sarà grave. penchè d esistesse da tamte assidue della md'a ultima noveìlLa. che egli decorò del suo latino. Quasi tre intieri giorni. consumai nello scrivere questa breve lettera. alFamico. per venire alle ultime preghiere.a si devomo <ocm tutta confidenza svelare i desddèri sentazioni.

... » A proposito del Corbaccio » » VII. Data e contenenza dì alcune lettere . Le donne dell'ornerò e dell'amorosa visione VI. Tre date Pag. Rileggendo le VIII.. » 8 IL Dal Filocolo alla Teseide III. . » » » 284 296 Fine dell'Omero Dalla Fiamìmtta 298 330 Dall'Omero (Racconto di Emilia) » >^ Dal Corbaccio Dalle lettere 34o 365 >^ .INDICE I.. . Egloghe il Le ultime Appendice lettere e De Casibiis » 195 '^525 » » • • Ricordi autobiogratici Dalle opere latine -4-1 » -^^ 257 Dal Filocolo Dall'Omero (Racconto di Fiammetta) » . » 85 107 129 151 V.. Il 37 3*^) preteso tradimento di Fiammetta » IV.

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