Marcel Proust

La vostra carta da lettere è incantevole, ma troppo profumata.

L’espressione romanzo d’analisi non mi piace molto. Essa ha acquisito il senso di studio al microscopio, termine falsato dal linguaggio comune, poiché l’infinitamente piccolo non è, come mostra la medicina, affatto privo d’importanza. Per quanto mi riguarda il mio strumento di lavoro preferito è più il telescopio che non il microscopio. Ma ho avuto la sfortuna di dare inizio a un libro con la parola “io”, e dunque s’ è creduto che, invece di cercar di scoprire leggi generali, “mi analizzassi” nel senso individuale e detestabile dell’espressione. Dunque sostituirei se volete l’espressione romanzo d’analisi con quella di romanzo d’introspezione. (Da una lettera di Proust ad André Lang, scritta verso la fine del 1921, ad un anno dalla morte).

1893 Al padre: … non è che non creda … che ogni altra cosa, al di fuori delle lettere e della filosofia, sia per me tempo perso ... A Charles Grandjean: … vi sbagliate davvero se credete che sia in atto la mia evoluzione intellettuale … ho scritto solo cose di fantasia e di sensibilità, le due Muse ignoranti che non si coltivano ...

1894 A Suzette Lemaire : … non avendo mai scritto una riga se non per esprimere qualcosa che contenesse il mio cuore e la mia fantasia, dirmi che amate quel che faccio è affermare che amate me, e questo non può lasciarmi indifferente ... Alla stessa: … sono ancora troppo giovane per sapere quel che rende la vita felice. Ma so già bene che non è né l’amore né l’amicizia ...

1895 A Robert de Montesquiou: … se gli anni mutano <è il primo dell’anno>, credo che i caratteri restino gli stessi, e che l’avvenire dei desideri si realizzi proprio ad opera di quel passato rispetto a cui vorremmo tanto diverso l’avvenire, che invece rintocca in armonia con tutte le buone o cattive campane che noi abbiamo fatto risuonare ... Allo stesso: … sono sempre più sballottato tra la speranza e il timore di conoscere i vostri sentimenti per me, e ho veramente bisogno d’incontrare un porto prossimo e definitivo – o un naufragio irreparabile ... A Reynaldo Hahn: … stringo la vostra mano (di sfuggita il pollice) ... me l’accosto al naso, mio signore, è il solo fiore che fa davvero fremere le narici appassionate del vostro Poney <soprannome dato a Proust> ... A Robert de Montesquiou: ... senza la vostra presenza che, con l’elettricità dello sguardo, l’energia tempestosa della voce, le suggestioni della silhouette, violentemente spinge a tornarvi con il pensiero, consulto di continuo i vostri scritti o i vostri detti, di cui conservo con cura nella memoria la fiamma che la rischiara ... Dalla madre: ... la tua idea di abbracciarmi non inamidata mi ha fatto scoppiare dal ridere ...

1896 A Reynaldo Hahn: … non sono arrivato da voi che alle undici. Ho bussato e anche – una volta sola – suonato. Non ho sentito alcun rumore, visto alcuna luce, non mi hanno aperto e torno a casa veramente triste. Dormivate soltanto? ... Allo stesso: … merito mille offese ... se non ne merito è nei momenti di sforzo doloroso, quando nello spiare un viso, o nell’accostare dei nomi, nel ricostruire una scena, tento di colmare le lacune di una vita che mi è più cara di tutto, ma che sarà per me la causa del più triste turbamento fino a quando non la conoscerò anche nelle sue parti più innocenti ... Allo stesso: ... in ogni momento della nostra vita noi siamo i discendenti di noi stessi e l’atavismo che pesa su di noi è il nostro passato, conservato dall’abitudine ... Alla madre: … dal punto di vista della mia nottata posso dire: “Dopo di te il diluvio” ... <la madre è in viaggio>

1897 Dalla madre: ... la tua lettera mi fa bene – giacché tuo padre ed io siamo rimasti dolorosamente colpiti ... non pensiamoci e non parliamone più. Il vetro rotto non sarà più di quel che è al tempio, il simbolo dell’indissolubile unione <durante il matrimonio ebraico (la madre di Proust è ebrea) gli sposi usano o usavano a quanto pare rompere il bicchiere da cui hanno bevuto > sono tuttavia costretta a ritornare sull’argomento, raccomandandoti di non camminare senza scarpe in sala da pranzo, a causa del vetro ...

1898 A Lucien Muhlfeld: … dato che in fondo la gelosia è un amarsi in due, essa non finisce che quando non si è più che uno, con la morte. Morti metaforiche, penso di tutte le morti che possono annientare l’essere che si ama, tra le quali l’oblio non è né la meno frequente né la meno totale ...

1899 Reynaldo Hahn a H.Hengel: … Marcel Proust di notte non dorme a causa di violenti attacchi d'asma nervosa che non lo lasciano fino al mattino; inizia dunque a dormire verso le otto o le nove e non si sveglia che verso le quattro o le cinque del pomeriggio ... A Constantin de Brancovan: … dell’Hotel d’Amphion <a Evian > ... vorrei sapere ... se è abbastanza vuoto da offrire una camera isolata in cui possa dormire fino a tardi quanto voglio senza sentir camminare sopra la mia testa e nelle camere contigue ... P.S. E sarà molto importante per me sapere se in questo hotel ci sono vere imposte e tende alle finestre per oscurare la camera ... Allo stesso: … se non avete troppo da fare, vi chiederei di vederci per consolarmi un poco, nello spaesamento delle cose sconosciute, perché io ritrovi un amico e riannodi, in mancanza delle abitudini interrotte, un’amicizia che ci ricolleghi al passato. Le prime sere, infatti, sono così profondamente, misteriosamente, fisicamente infelice e malato ... non dovete spaventarvi troppo per queste minacce melanconiche perché vi chiederò questo viatico solo all’inizio ... la compagnia affettuosa di parole amiche dà la stessa gaiezza e fiducia dei “vini generosi” ... Alla madre: ... Che le nostre lettere non s’incrocino, ti prego, che corrispondano l’una con l’altra. Le tue mi fanno un piacere infinito. Accorciale per non stancarti. In ogni momento ti ringrazio mentalmente di pensare tanto a me e di facilitarmi la vita, e sarà così dolce se guarirò completamente ... Alla stessa: ... Ho dormito pochissimo. Spero che le mie notti migliorino perché, quanto ai suffumigi <contro l’asma>, l’insonnia m’impedisce di diminuirli come vorrei. Non credo che sia l’oppressione a svegliarmi, ma il risveglio ad opprimermi, che è lo stesso, perché per riposarmi ho bisogno dei suffumigi ...

Alla stessa: … quel che mi servirebbe è tanta ovatta da poter ogni mattina e ogni sera metterne nuova per star sempre veramente caldo <Proust a quanto pare usa l’ovatta come imbottitura tra la pelle e la maglia > ... Alla stessa: ... se Constantin <de Brancovan> sostiene che era una mia ubbìa, quella di soffrire l’aria aperta, è perché Papà <medico> va dicendo a tutti che non ho nulla e che la mia asma è puramente immaginaria ... scrivo tenendo i fogli appoggiati alle ginocchia seduto su una panchina, tutto riscaldato e radioso per questo buon calore che chiamerei quasi materno se l’assenza della mia Mamma non mi facesse troppo sentire la differenza e l’improprietà del termine ... A Douglas Ainslie: … il mio tempo è libero da ogni obbligo mondano. E’ impegnato solo dalla malattia, che se n’è riservata la maggior parte, quasi tutto ora, ahimè, poi dal Desiderio della Bellezza e dalla Ricerca della Verità, che ad essa (la malattia) lo disputano, d’altronde fin qui senza successo ...

1900 Dalla madre: … spero che quando non scrivi è perché fai delle uscite interessanti o piacevoli, o igieniche ...

1901 Ad Alphonse Daudet: … non sono tra quelli che il bene ricevuto rende tanto vanesi da ritenerlo scontato e che con facilità lo accettano. Sono, ahimè, di un’altra specie. Il bene che una persona come voi mi vuole non mi accresce, ai miei occhi, ma di più accresce lei. La distanza cresce, invece di diminuire. E con quest’ aumento di forza la riconoscenza prende un che d’angosciante e di triste a causa della sensazione che sia impossibile sentirla ...

1902 Ad Antoine Bibesco: … in questo momento c’è in me la possibilità e insieme l’inizio di un vivo affetto per Nonelef <Bertrand Fénelon>, transitorio come tutte le mie predilezioni, ma che in fondo potrebbe anche durare molto. Ora, quest’affetto ... non potrà essere per me altro che infelicissimo. Ho dunque ... la volontà di tentare di sopprimerlo prima che abbia preso troppo campo ... sapete che nessun affetto, anche grande, resiste per me all’assenza ... se dunque Nonelef parte per un luogo qualunque <Fénelon è un diplomatico> o se parto io per un viaggio, questa storia sarà finita. (Ma se non partiamo?) Giacché restiamo entrambi a Parigi, non vederci più (è l’unica soluzione) ... Alla madre: … la tua assenza <la madre è a Evian >, occorsa in un periodo così disastroso della mia vita, comincia purtuttavia a dare i suoi frutti (non prenderla male) ... Alla stessa: … quanto al tuo ritorno, che mi auguro avvenga il più tardi possibile, non ti chiedo che sia improvviso come gli altri anni, ma al contrario che avvenga in un periodo approssimativamente prevedibile ... Alla stessa: ... farò ritorno a Parigi <da Amsterdam, dove Proust si trova insieme a Fénelon > domenica o lunedì, ben lieto d’abbracciare la mia Mammina e il mio Paparino dopo tutto questo tempo. Forse non avrei potuto avere il coraggio di una così lunga separazione, se l’avessi decisa tutta insieme. Ma l’ho prolungata quasi giorno per giorno ... Ad Antoine Bibesco: … bisogna evitare che il dolore <è morta la madre di B. > divenga o resti qualcosa di troppo cieco e nocivo per la salute, non nel senso di tentare di diminuirlo, cosa che non sarebbe possibile e non si vorrebbe mai, ma nel senso di tentare di farne una dolce unione, dell’intelligenza e del cuore, della tenerezza e della memoria, con l’individuo dal quale in fondo nulla ha potuto separarci ...

Alla madre: ... giacché non posso parlarti ti scrivo per dirti che ti trovo veramente incomprensibile. Tu sai, o intuisci, che passo tutte le mie notti, dopo che sono rientrato, a piangere, e non a torto; e mi dici di continuo cose tipo “non ho potuto dormire la notte scorsa perché i domestici si sono coricati alle undici”. A me piacerebbe davvero che fosse questo a impedirmi di dormire! Oggi ho avuto il torto, giacché mi mancava il respiro <per un attacco d’asma >, di chiamare Marie (per i suffumigi) ... e tu subito mi hai punito, dopo che avevo preso il Trional < sonnifero > lasciando che si gridasse e si martellasse tutto il giorno. Per colpa tua ero talmente innervosito che, quando il povero Fénelon è venuto con Lauris, a una sua parola, devo dire molto sgradevole, gli sono saltato addosso a suon di pugni (su F., non su L.), e, senza sapere più quel che facevo, ho preso il cappello nuovo che aveva appena comprato, l’ho calpestato, fatto a pezzi, e poi ne ho strappato la fodera. Poiché potresti credere che sto esagerando ne unisco un brandello, così vedi se è vero ... del resto sono ben lieto che ne abbia fatto le spese un amico, perché senza dubbio se in quel momento a dirmi qualcosa di sgradevole foste stati tu o Papà, non avrei fatto niente, certo, ma non so cosa avrei detto … la verità è che da quando sto bene, dato che la vita che mi giova ti esaspera, demolisci tutto fino a che non sto di nuovo male. Non è la prima volta. Stasera ho il raffreddore, se si trasforma in asma, e alla svelta, date le circostanze, non dubito che tu sarai di nuovo gentile con me, quando sarò nello stato in cui mi son trovato l’anno scorso ... ma è triste non poter avere insieme affetto e salute ...

1903 Ad Antoine Bibesco: … la tua gentilezza ha compiuto il miracolo, per me gli assenti smettono di esistere, tu invece sei tutto mio, sola eccezione del genere, come se tu fossi in Rue de Courcelles <indirizzo della famiglia Proust. B. si trova in Romania> ...

Alla madre: … Ti dicevo verso il primo dicembre, quando ti lagnavi della mia inattività intellettuale, che eri davvero impossibile, che davanti alla mia autentica resurrezione, invece di apprezzare ed amare quel che l’aveva resa possibile, avevi bisogno che mi rimettessi subito al lavoro. L’ho fatto, tuttavia, e come desideravi. Se avessi potuto farlo in un luogo più sano dal punto di vista del riscaldamento m’avrebbe meno spossato? Non lo so, e a dire il vero non lo credo. In ogni modo vivo ancora, più o meno, e, nonostante la quantità enorme di lavoro che ho fatto, tu mi riferisci ogni giorno testimonianze di persone stupite e felici di vedermi così sano, modo un tantino opprimente di convincermi a partecipare al matrimonio di Robert <il fratello di Proust> ... tu non puoi farmi in positivo del bene, né lo potrai, ma evitandomi dei raffreddori troppo frequenti me ne farai in negativo, e molto. Questo complicherà di meno un’esistenza che mi augurerei davvero di condurre in una casa separata ...

Ad Antoine Bibesco: … il tuo nuovo atteggiamento con me, di mistero, o piuttosto assenza di confidenze, di domande, in una parola di unione, ha incontrato in me l’individuo che non ero prima di conoscerti, che tu hai reso tale e che aveva preso l’abitudine di non vivere completamente solo per sé, ma di estendere fino ai limiti d’un altro individuo l’orizzonte della sua vita, e dunque di allargare continuamente su questo indiscernibile prolungamento del suo io quel che la sua vita poteva portare ogni giorno di scintillante o di limaccioso, tale e quale, con i suoi spettacoli colti e riflessi, con i segreti ... ora, perdendo il mio secondo io (cioè te) a causa del tuo nuovo atteggiamento, non ho potuto cambiare la

nuova forma che tu avevi dato al primo. E come un fiume ostacolato, dove scorreva in modo naturale, da una muraglia alta e impenetrabile, si spande da un’altra parte obbedendo alla legge del suo flusso, sia che fecondi altre terre, sia che si perda in esse, ho dovuto versare su un altro confidente quel che tu non volevi più ...

Alla madre: … la mia uscita non mi ha causato oppressione, ma ho fatto la sciocchezza di ritornare a piedi e sono rientrato infreddolito ecc. In compenso ho pensato a te con tanta tenerezza che se non avessi temuto di svegliarti sarei venuto in camera tua. E’ il ritorno dell’asma e della febbre del fieno, mia vera natura fisica, che è servito a questa pienezza della mia vera natura morale? Non so. Ma era molto tempo che non avevo pensato a te con questa parossistica effusione. Stanco come sono in questo momento, e non scrivendo più che con le dita, ho paura di dir male quel che vorrei. Lo sconforto mi rende egoista e m’impedisce d’essere tenero come lo sono ora. Ma, soprattutto, da qualche anno molte delusioni che tu m’hai causato con parole che, seppur rare, per me lo stesso hanno fatto epoca con la loro ironia sprezzante e la loro durezza (sembra paradossale), m’avevano assai distolto dal coltivare una tenerezza incompresa. Ma tutto questo non è assurdo, sono stanco, non saprei in questo momento esprimerlo ... temo, nella violenza della crisi che m’impediva di scrivere, di non aver dato al mio biglietto la forma che ti sarebbe piaciuta. Infatti preferisco avere delle crisi e piacerti piuttosto che dispiacerti e non averne ... A Louise de Mornand: … sfortunatamente non posso accettare i vostri inviti così amabili, non esco mai durante la giornata … ogni anno dal quindici maggio al primo luglio soffro di una ridicola malattia – ma molto penosa – che si chiama febbre del fieno ... in realtà la sola maniera di vedermi in questa stagione (e quella che preferisco sempre) è la sera dalle otto fino non importa a quale ora della notte (per quanto inoltrata) ...

Alla stessa: … quanto mi piacerebbe passeggiare con voi in queste strade di Blois! Il loro fascino dev’essere un quadro su cui la vostra bellezza risalterà come in un vecchio dipinto rinascimentale, ma anche nuovo, su di esso infatti non vi ho mai vista ... vedere i vostri begli occhi riflettere il cielo lieve della Turenna, la vostra figura squisita stagliarsi sullo sfondo del vecchio castello ... e mi piacerebbe mettere alla prova, accanto ai graziosi ricami di quei vestiti blu o rosa che vi donano tanto, l’effetto dei fini ricami di pietra che il vecchio castello indossa con una grazia forse un po’ antica, ma per me non meno indovinata. Vi scrivo con una penna così malandata che può scrivere solo a pennino rovesciato. Il mio cervello è un po’ lo stesso. Non vi stupite se il risultato non è brillante. Del resto so dire alle donne che le ammiro e le amo soltanto se non penso né l’una né l’altra cosa ... preferirei morire piuttosto che alzare gli occhi sulla moglie adorata d’un amico ... Dalla madre: … sono indignata! Che tu osi dire che non leggo le tue lettere, quando le leggo, rileggo, e di nuovo ne vado gustando ogni più piccolo particolare, e poi la sera provo ancora a vedere se c’è rimasto qualcosa di buono da assaporare ... A Georges de Lauris: ... ho visto levarsi il sole, cosa che non mi era capitata da molto tempo, ed è bello, più affascinante che dormire ... al mattino, desiderio folle di violare cittadine addormentate (leggete bene, cittadine, non fanciulline addormentate) <gioco di parole tra villes e filles > ... ma mi sono trattenuto, e sono restato sul treno Alla madre: … mi piacerebbe tanto, davvero voglio presto potermi alzare alla tua stessa ora, prendere il caffellatte vicino a te. Sentire i nostri sonni e la nostra veglia distribuiti nello stesso spazio di tempo sarebbe, sarà per me tanto bello ... ... ho allietato la nottata progettando l’esistenza come piace a te, materialmente più vicino a te tramite una vita vissuta nelle stesse ore, ...

nelle stesse stanze, alla stessa temperatura, secondo gli stessi principi, con approvazione reciproca, se per ora, ahimè, la soddisfazione ci è vietata <è morto il padre di Proust > ... Ad Anna de Noailles: … non ho il coraggio nemmeno di pensare, sinceramente, quale potrà essere la sua vita <della madre > , se mi dico che non vedrà mai più l’unica persona per cui viveva (non posso dire il solo individuo che amava da quando erano morti i suoi genitori, giacché tutti gli altri affetti distavano troppo da quello per loro). Gli aveva dato tutti i minuti della sua vita, a un grado appena credibile per chi non ne è stato testimone ... voi che avete visto Papà solo due o tre volte non potete sapere tutto quel che aveva di gentile e di semplice. Tentavo non di accontentarlo – giacché mi rendo ben conto che sono sempre stato la macchia della sua vita – ma di testimoniargli la mia tenerezza. Eppure certi giorni mi ribellavo a quel che affermava in modo troppo certo e sicuro ... la vita è ricominciata. Se avessi una meta, un’ambizione qualunque, forse ciò mi aiuterebbe a sopportarla. Ma non è il caso. La mia incerta felicità era solo un riflesso di quella che vedevo vicino a me tra Papà e Mamma, seppure con il rimorso ... di capire che ero la sua sola nube ... ma infine la vita è ricominciata ...

A Robert de Montesquiou: ... da qualche anno, non uscendo mai, vivevo molto con lui ... benedico oggi queste ore di malattia passate in casa, che m’hanno permesso di giovarmi tanto dell’affetto e della compagnia di Papà. Mi sembrano ora gli anni più felici, quelli in cui gli sono stato più vicino ... A Joseph Primoli: … aveva una salute tanto buona, era così attivo, che m’immaginavo che potesse andare avanti ancora per molti anni. Non c’era giorno che non pensassi che tutto questo sarebbe finito, come non ci si può impedire di pensare sempre alle cose che si temono e rattristano ... vedo vicino a me la Mamma talmente più infelice di me che sarebbe empio paragonare i nostri rispettivi dolori ...

A Laure Hayman: … la mia cattiva salute, che per questo non smetto di benedire, aveva avuto da qualche anno la conseguenza di farmi vivere molto di più con lui, dato che non uscivo mai. Durante questa convivenza continua ho dovuto attenuare - e ci sono momenti in cui ho l’illusione retrospettiva di dirmi: sopprimere - alcuni tratti del carattere o dello spirito che potevano non piacergli. Cosicché credo che lui fosse molto soddisfatto di me ...

1904 Ad Antoine Bibesco: … ho consultato il medico che, con Faisans, è considerato il migliore, Merklen; m’ha detto che la mia asma è divenuta un’abitudine nervosa e che la sola maniera di guarirla è andare in un certo stabilimento antiasmatico in Germania, dove mi si farebbe (dato che senza dubbio non ci andrò) “perdere l’abitudine” dell’asma, come si demorfinizzano i morfinomani ... A Georges Linossier: … il consiglio < L. è un medico > sarà d’altra parte ben limitato, dato che ... conduco una vita troppo singolare, infatti lascio a mia disposizione soltanto le ore serali, per pensare di arrivare a disturbarvi ... soffro di molte cose diverse, anche se a dire il vero non si è mai saputo con molta precisione quali. Ma sono soprattutto e indiscutibilmente molto asmatico. Asma da fieno dapprima, poi molto velocemente divenuta asma estiva, infine asma di quasi tutto l’anno ... faccio un pasto ogni ventiquattro ore ... due uova al formaggio, un’ala di pollo arrosto, tre cornetti, un piatto di patate fritte, dell’uva, caffè, una bottiglia di birra ... altre volte, quando faccio più di un pasto, e bevo tra i pasti, ci sono sempre dilatazione, rutti, e malesseri d’ogni tipo … mi hanno consigliato, per modificare le mie cattive abitudini di vita, di seguire uno di quei trattamenti psicoterapici … consistenti nell’isolare il malato, nell’immobilizzarlo, nel sovralimentarlo, nel guarirlo per mezzo della persuasione <lettera non spedita > ... A Louise de Mornand: ... (la vostra carta da lettere è incantevole, ma troppo profumata, ho solo due vostre lettere con la nuova carta, e tutta la casa ne è invasa, nello stesso modo bastano pochi istanti passati insieme a voi per dare un balsamo di felicità ai giorni che seguono). Questa parentesi cade qui come un capello nella minestra ...

Ad Armand de Guiche: … personalmente considero il freddo una cornice ancora più commovente per la felicità. La felicità contratta a causa del freddo, obbligata a richiudersi, a rientrare nel suo centro, credo che sia la cosa più intensa. E’ vero che io non ne faccio esperienza altro che per mezzo della tristezza. Ma è sempre la stessa cosa ... A Louise de Mornand: ... dunque, apro un pacchetto e mi trovo davanti uno scrigno bianco così incantevole ... avevo già stabilito con questo scrigno fascinoso una solida amicizia. Se pensate che vado un po’ veloce con l’amicizia, diciamo che provavo per esso molta ammirazione e una simpatia irresistibile ... contemplavo lo scrigno senza pensare che una cosa tanto carina potesse racchiuderne un’altra ancora più carina ... eppure un certo bottone segreto (senz'alcuna sconveniente) sembrava invitarmi a premerlo con dolcezza. Mai bottone (sempre senza sconvenienza) fu più promettente ... apro, e vedo una cosa così adorabile che non capisco come ho fatto finora a vivere senza <si tratta di un orologio > ….

1905 A Louise de Mornand: ... non vi chiedo di venire da me ... ma, se avrete la grande bontà di far fermare a mezzanotte la vostra vettura davanti a casa mia magari senza scendere, vi saluterò allo sportello, cosa che mi riempirà di gioia dopo tanto tempo, e chiacchiereremo per due minuti ... Da Robert de Montesquiou: ... mi pare che si potrebbe curarvi in altro modo. Avete parlato di partire <per una clinica>. E’ già qualcosa. Tutto è meglio di questo stato, di questa camera da “sequestrata” <séquestrée> ... A Robert de Montesquiou: ... signore, siete più crudele dei più crudeli teologi cattolici, che pretendevano che le nostre malattie fossero punizioni per le nostre colpe. Voi pretendete che le consideriamo – esse stesse – come colpe ... quando una volta ogni quindici giorni, più o meno, sono in grado di alzarmi, di vestirmi, di uscire un’ora o due verso le dieci di sera, quest’unico innocente riposo può essere considerato come una volontaria guarigione (cosa che implicherebbe la volontarietà anche della malattia) in vista di un piacere frivolo … mi ricordo che quando mi sono battuto con il signor Lorrain, in un’epoca in cui stavo a letto non tutto il giorno, ma già di mattina, m’ inquietava soltanto l’ipotesi che il duello avesse luogo molto prima di mezzogiorno ... è così che i tormenti delle persone nervose non sono proporzionati all’importanza della causa del loro tormento. Dunque una vostra visita mi tormenterebbe molto, giacché ricevere di giorno per me è quasi impossibile e veramente penoso ... A Geneviève Straus: ... da due mesi lavoro tanto, nei momenti di respiro concessi dalle mie crisi, che non ho potuto neppure ricevere gli amici ... le lettere di Montesquiou mi sfiniscono. Ogni volta che tiene una conferenza, organizza una festa, non ammette che io sia malato ... credo che si arriverebbe ancora a guarire se non ci fossero “gli altri”. Ma la spossatezza che vi causano, l’impotenza in cui ci si trova a far loro capire le sofferenze che, anche per un mese, seguono l’imprudenza

commessa per fare quel che essi s’immaginano sia un gran piacere, tutto questo è la morte ...

Alla stessa: … voi siete qui! Significa che se io stessi meglio potrei vedervi, avervi davanti agli occhi, toccare, veder sorridere, sentir parlare chi ho così spesso davanti nell’immaginazione, e sempre nel cuore ... A Louise de Mornand: ... per voi non sono niente, se non una persona che si è trovata ad esser mescolata a certi momenti dolci e dolorosi della vostra vita. Sono come il palafreniere, o l’uomo che si trovava accanto alla carrozza durante il tale grand’avvenimento storico. Non se ne sa neanche il nome. Ma in tutte le “vedute” egli compare inevitabilmente, perché il caso, o il Destino, l’avevano messo lì. Così la memoria ci presenta spesso “vedute” di avvenimenti storici della nostra vita, non sempre facilissimi da discernere ... ma in queste vedute della memoria, giorni felici o tragici che ancora oggi hanno potere sul nostro destino, inevitabilmente scorgiamo il personaggio accessorio, la comparsa che era mescolata ad essi, il Marcel Proust il cui ricordo si tinge così del colore che bagna tutto il quadro … Ad Anna de Noailles: ... sto per scrivere un libro sui medici ... sono stato ... dal nostro caro “medico suo malgrado”, quello che bisogna quasi picchiare per farlo parlare di medicina, Brissard, più bello e affascinante che mai. Ma in definitiva i medici si possono vedere solo di giorno. E ogni uscita di giorno io la pago con un mese di febbre … Brissard ha finito col raccomandarmi molto Sollier <Paul Auguste Sollier, neurologo, presso la cui clinica, a Billancourt, Proust starà in cura per alcune settimane > ...

A Louise de Mornand: ... tutto quello che posso rispondere alle persone che mi chiedono di uscire per vederle è che tenterò di andare al loro funerale. Così preferiscono che io esca il più tardi possibile, e,quanto al funerale, preferiscono essere loro ad avere il disturbo di venire al mio ... A Robert de Montesquiou : ... sa che sono così incapace <è morta la madre - presente indicativo nel testo > di vivere senza di lei, così completamente disarmato, che se ha sentito, è la mia paura ed angoscia, che forse stava per abbandonarmi per sempre, deve aver conosciuto momenti d’ansia atroci che ad immaginarli mi torturano nella maniera più orribile ... A Geneviève Straus: … mi sono sempre augurato di non morire che dopo di lei, perché non provi <presente congiuntivo nel testo > la tristezza di perdermi ... A Robert de Montesquiou: ... la mia vita ha perduto ormai il suo solo scopo, la sua sola dolcezza, il suo solo amore, la sua sola consolazione. Ho perduto, insieme a lei, la sollecitudine continua che, nella pace e nella tenerezza, dava l’unico miele della mia vita, e lo gusto ancora con orrore, a momenti, in quel silenzio che lei riusciva a far regnare così profondo per tutta la giornata attorno al mio sonno e che l’abitudine dei domestici, da lei istruiti, fa sopravvivere, inerte, alla sua attività ormai finita. Il dolore m’ha inondato, l’ho perduta, l’ho vista soffrire, arrivo a credere che abbia capito che mi abbandonava e che non abbia potuto darmi quei consigli che tacere forse era angosciante, sento di essere stato, a causa della mia cattiva salute, la tristezza e la preoccupazione della sua vita. L’eccessivo bisogno che ho di rivederla m’impedisce di avere qualcosa davanti agli occhi quando penso a lei, a parte, ieri e oggi, due visioni particolarmente dolorose della sua malattia. Non riesco più a dormire e, se per caso m’addormento, il sonno, meno esperto, in merito al mio dolore, della mia intelligenza vigile, mi subissa di pensieri atroci che almeno, quando sono sveglio, la mia ragione tenta di dosare e di contrastare se diventano insopportabili. Una cosa sola m’è stata risparmiata. Non ho patito il tormento di morire prima di lei e di provare l’orrore che questo le

avrebbe causato. Ma abbandonarmi per sempre, sentendomi così poco capace di lottare nella vita, dev’essere stato per lei un supplizio davvero grande. Deve aver capito la saggezza dei genitori che, prima di morire, uccidono i loro figli piccoli. Come diceva la suora che l’assisteva, io avevo ancora quattro anni per lei ...

A Louise de Mornand : ... potete indovinare in quale disperazione mi trovi, voi che m’avete sempre visto tendere le orecchie ed il cuore verso la camera della Mamma, dove con ogni pretesto ritornavo di continuo ad abbracciarla, dove ora l’ho vista morta, felice almeno d’aver potuto abbracciarla ancora. E ora la camera è vuota, come il mio cuore e la mia vita ... A Georges de Porto-Riche : ... presto bisognerà anche lasciare quest’appartamento dove non c’è una stanza che non abbia fatto da cornice alla Mamma, che non abbia inquadrato la sua figura ... bisognerà andare in luoghi a lei ignoti, che non l’abbiano mai vista ... sui quali ignorerò il suo parere, bisognerà celebrare il culto in esilio ...

1906 A Louise de Mornand: ... alcune amicizie infelici nel corso delle quali ebbi dei regali (soprattutto il primo dell’anno) m’hanno reso quasi superstizioso e, specie in questi giorni tristi, vi vedrei come un cattivo presagio ... A Maurice Barrès: ... m’avete detto che si vedeva subito che ero il preferito della mamma. Non è esatto. Era mio padre, anche se lei mi amava infinitamente. Ma quando mio padre è morto lei ha voluto – e non ha potuto ! – sopravvivergli per non lasciarmi solo, per non lasciarmi nell’angoscia in cui mi sapeva quando stavo senza di lei, soprattutto per non lasciarmi senza consigli, senza guida, disarmato nella vita, cui lei mi considerava più inadatto di quel che in realtà sono. E se non sono stato in senso stretto il preferito, ma la pura idea di una preferenza tra i suoi doveri le sembrava colpevole, mentre forse il mio stabilire sfumature dove non ne voleva le causava della pena, m’ha amato cento volte troppo ... conducevamo una vita deliziosa in cui, tra i due, ero io quello che si compiangeva, mentre ero così felice, così egoisticamente felice, nella gioia della sua dolcezza che nascondeva tanta tristezza. Tutta la nostra vita non era stata che un addestramento, lei ad insegnarmi a farne a meno in vista del giorno in cui mi avrebbe lasciato, e fin dalla mia infanzia, quando rifiutava di ritornare per la decima volta a salutarmi prima di uscire per un ricevimento, quando la vedevo, sul treno, che mi lasciava per andare in campagna, quando più tardi a Fontainebleu, e quest’estate stessa a Saint-Cloud, con ogni scusa le telefonavo di continuo. Quest’ansia che terminava grazie a qualche parola al telefono, o a una sua visita a Parigi, o a un bacio, con la stessa forza la provo ora che so che nulla potrà più calmarla. Ed io per parte mia la persuadevo che potevo vivere benissimo senza di lei ...

Louis D’Albufera a Robert de Billy : ... Marcel non sta benissimo, tuttavia si può andare a fargli visita dalle cinque alle dieci ogni giorno, cosa che costituisce un gran progresso – e un gran piacere per i suoi amici ... A Ladislas Landowski : ... con lei conducevo una vita così interamente intrecciata che forse non avevo mai avuto un pensiero, né uno lei, che non ci saremmo comunicato subito, a parte quelli che ci avrebbero causato troppa pena ... la perfetta comunione in cui vivevo con la mamma, non è, per così dire, stata interrotta dalla morte, giacché non smetto un minuto di pensare a lei, anche dormendo, la vedo sempre vicino a me, non smetto d’interrogarla su tutto quello che faccio e credo di sentirla rispondere ... A Reynaldo Hahn : ... ho avuto un’idea di pièce che – credo – non è male ... in sintesi eccola (ma non ne far parola): due si adorano, affetto immenso, santo, puro (beninteso, non casto) del marito per la moglie. Ma quest’uomo è sadico e al di fuori dell’amore per sua moglie frequenta alcune puttane con cui gode nello sporcare i suoi buoni sentimenti. Alla fine il sadico, avendo sempre più bisogno di ciò, arriva ad infangare sua moglie parlando a queste puttane, a farsene dir male e a dirne male (in cinque minuti è schifato). Mentre parla in questo modo, una volta, sua moglie entra nella stanza senza che lui se ne accorga, non riesce a credere alle sue orecchie e ai suoi occhi, cade svenuta. Poi abbandona il marito. Lui la supplica, inutilmente. Le puttane vogliono ritornare, ma il sadismo ora sarebbe per il marito troppo doloroso, e dopo un ultimo tentativo di riconquistare la moglie, che neppure gli risponde, egli si uccide ... A Marie Nordlinger: ... ho chiuso per sempre l’epoca delle traduzioni che la mamma mi facilitava <traduzioni private da John Ruskin >. E, quanto a tradurre me stesso, non ne ho più il coraggio ...

1907 A Léo Larguer : ... che tristezza sapere che avvilite il piccolo magistero spirituale guadagnato dal vostro gusto e dalla vostra nobiltà coprendo con la vostra approvazione < si tratta di una recensione pubblicata sulla rivista letteraria Antée > l’individuo più immondo che ci sia, il più stupido, più sgrammaticato, più goffo, più insensibile, più banale (a questo punto si può dire: il più privo di talento?), il primo scrittore che mi fa davvero capire il senso della parola innominabile, infatti sento dello schifo a nominarlo, il signor Léautaud <Paul Léautaud, critico teatrale del Mercure de France >. Personalmente non lo conosco, non so nulla di lui. Ma ho letto un suo libro intitolato Amours < Léautaud è tradotto in Italia da Einaudi >, e se a voi non sembra che sia la cosa più atroce, più imbecille del mondo, uno di noi è diventato matto ... non parlo della bassezza morale, perché non ci riuscirei. Non ho parole per esprimere il dolore che ho provato vedendo un essere umano fingere sentimenti accanto ai quali quelli del più crudele assassino sono stimabili ... diciamo francamente che in confronto a questo libro non c’è oggi in un solo giornale di Parigi un feuilleton che non sia un’opera geniale ... non parlate in pubblico di questa lettera così com’è, perché il signor Léautaud è una delle poche persone con cui avrei molta paura di sostenere un duello. Mi sembra che dovrei battermi con l’angelo delle tenebre. E non sono all’altezza di poter sperare in una vittoria <lettera non spedita. Il tono scandalizzato di Proust è senza dubbio attribuibile alla spregiudicatezza di Léautaud nel trattare, in Amours, i rapporti tra il narratore-protagonista e i suoi genitori. In una lettera a Jean Louis Vandoyer c’è un altro accenno, stavolta sarcastico, a Léautaud : « si vanta della scorrettezza del suo stile e di scrivere di getto » > ... A Georges de Lauris: ... vi toccheranno dolcezze che ancora non potete credere. Quando vostra madre vi apparteneva, pensavate molto a quando non l’avreste più avuta. Ora penserete molto a quando vi apparteneva. Quando vi sarete abituato a questa cosa orrenda che è venir risucchiati per sempre dal passato, allora molto dolcemente la sentirete rivivere, riprendere il suo posto vicino a voi. In questo momento non è ancora possibile. Senza agire,

aspettate che la forza misteriosa nel cui ambito i medici, ahimè, non capiscono molto più degli altri che cosa vi abbia spezzato, vi risollevi un poco ... Allo stesso: ... è indispensabile precisarvi bene due cose. La prima riguarda quel che dite delle immagini mnemoniche di vostra Madre. Adesso, so che è più facile dirlo che farlo, non cercate di vederla, giacché non la vedreste se non in modo troppo triste, malata, forse morta, e soprattutto, se vi sforzate, non riuscireste a rappresentarvela. La mia mamma ha conosciuto questo supplizio, non rivedere mai sua madre, non pensarla quando lo voleva, se non in un lampo nel sonno, magari crudele. Gli occhi della memoria finiscono per non vedere più nulla quando si fissano troppo. Adesso provate semplicemente a vivere, a sopravvivere, lasciandovi fare senza usare la volontà, e le dolci immagini rinasceranno da sole per non abbandonarvi mai ... Da Robert de Montesquiou : ... mi piace persuadermi che voi siate non il malato immaginario, ma il valetudinario incantato, nel senso dei racconti delle fate, e che l’incantesimo possa, stia per cedere all’azione di un filtro <richiesto di organizzare chez soi una lettura privata di un nuovo lavoro di Montesquiou, Proust ha rifiutato con l’argomento della sua salute e affermando che « la lettura è solitudine » > ... A Maurice Duplay : ... nell’ipotesi di una seconda edizione <D. ha pubblicato un libro, Le Délire > ti segnalo quello che ritengo un grosso errore di francese (e perché colpisca me dev’essere grave, visto che nessuno ne sa meno, di sintassi) ...

1908 A Geneviève Straus : ... accanto a voi mi paralizza una timidezza sconosciuta, sento tra noi un abisso e mi prende una stupidità tanto più esasperante in quanto si manifesta davanti a voi, mentre lontano da voi non è così stabile. pettegolezzi, la necessità di fornirvene di nuovi e scandalosi ... A Louis D’Albufera : ... sto per cominciare un lavoro importantissimo ... A Reynaldo Hahn : ... sarò conosciuto come L’Asmatico <in italiano nel testo> ... A Robert Dreyfus : ... poiché ritengo che l’importanza e la realtà soprasensibile dell’arte impediscano a certi romanzi aneddotici, per quanto piacevoli, di meritarsi del tutto il rango che sembri assegnar loro (perché l’arte è troppo superiore alla vita, sia che la giudichiamo con l’intelligenza sia che la descriviamo in modo discorsivo, per accontentarsi di contraffarla), questa stessa ragione m’impedisce di far dipendere la realizzazione di un progetto artistico da ragioni che sono così aneddotiche e troppo tratte dalla vita per evitarne la pura contingenza e irrealtà ... A Reynaldo Hahn : ... stasera do una cena ! ... non parlatene, se qualcuno mi nomina, poiché se ne concluderebbe che sto bene, una cosa falsa che mi causerebbe delle fatiche ... In ciò gioca forse la sensazione che voi mi consideriate un serbatoio di

1909 A Céline Cottin : ... complimenti sentiti e ringraziamenti per il meraviglioso stufato di manzo. Davvero vorrei riuscire bene come voi a fare quel che farò stanotte, che il mio stile sia brillante, chiaro, solido come la vostra gelatina, che le mie idee siano saporite come le vostre carote e nutrienti e fresche come la vostra carne. In attesa di aver terminato il mio lavoro, mi congratulo con voi per il vostro <si tratta della cuoca> ... Ad Alfred Vallette : ... sono al termine di un libro che, malgrado il suo titolo provvisorio, Contre Sainte-Beuve, souvenirs d’une matinée, è un vero romanzo, estremamente impudico in certe parti. Uno dei personaggi principali è un omosessuale ... il libro finisce in realtà con una lunga conversazione su Sainte-Beuve < celebre critico letterario dell'epoca ancora oggi studiato > e sull’estetica ... e al termine della lettura si vedrà (vorrei) che tutto il romanzo non è che la messa in atto dei principi estetici espressi in quest’ultima parte, come una prefazione messa in fondo, se volete ... è un libro di avvenimenti, di riflessi di avvenimenti gli uni sugli altri a distanza di anni ...

A Georges de Lauris : ... saprete presto delle novità su di me, o piuttosto vi chiederò consiglio. Non sarà un crimine far partecipare alla mia orribile vita una fanciulla deliziosa, anche se lei non ne ha paura? <s’ignora chi sia> ... Allo stesso : ... non voglio essere né assillato né tormentato, né smascherato, né anticipato, né copiato, né commentato, né criticato, né chiacchierato. Quando il mio pensiero avrà portato a termine la sua opera, allora sarà il momento di lasciar fare all’idiozia altrui ! <riferimento al romanzo, dato in lettura all’amico> ...

1910 Allo stesso : ... è davvero una grande emozione per me sapere che la vostra esistenza sta per legarsi a quella di una giovane donna che fin da subito m’ha estasiato e che non ha mai smesso di suscitare in me profonda simpatia, il cui nome, Signora de Lauris - rimasto così alto e intatto, se non nella memoria dei miei occhi, dato che non ho mai visto la vostra cara madre <defunta>, si può dire nella memoria del mio pensiero, e che avrei sempre sofferto un poco vedendolo portato da un’altra - con un sentimento d’estrema dolcezza vengo a sapere che sarà quello di questa persona deliziosa che vostra madre avrebbe amato ... A Robert de Montesquiou : ... ieri l’altro, lunedì 12 <dicembre> io, che lascio il mio letto meno di una volta al mese, mi sono alzato e vestito, verso le due del mattino, e mi sono messo a lavorare a un libro di cui forse vi ho parlato, che, se non è la mia grande occupazione, ahimè, almeno rappresenta la mia grande preoccupazione, e rimando ogni altra cosa a dopo il suo termine. Verso il mattino, seppure stanco morto e con la voglia di andare a letto, ho avuto un gran desiderio di farvi una visita ... sono uscito di casa alle nove, cosa che non mi era capitata, penso, da dieci o quindici anni ... il sole, coperto da così tanto tempo (mi dicono, dato che non apro mai le imposte), era tornato a splendere. Per la strada ho visto da un fioraio dei mazzolini di fiori di pisello così graziosi che me li sono comprati. Essi m’hanno provocato una crisi – cospirando con la fatica – e sono dovuto ritornare a casa <crisi d’asma> ...

1911 A René Gimpel : ... conoscete quel giochino giapponese (o cinese ? com’è ?) che consiste nel mettere nell’acqua delle pallottoline di carta che prendono forma diventando dei pupazzi ecc. ? Potreste domandare a dei giapponesi come si chiama, ma soprattutto se viene fatto a volte nel tè, se si fa indifferentemente nell’acqua calda o fredda, e se nelle forme più complesse se ne possono trarre case, alberi, personaggi, insomma che cosa ? E se vi secca non lo domandate ... Ad Antoine Bibesco : ... lo sai che sono molto malato, mio vecchio Antoine, e non matto come pensi. Mi ritengo particolarissimamente savio. In una lettera Flaubert dice che il dottor Hardy su di lui ha coniato una formula da considerare profonda : « E’ una vecchia isterica. Bisogna curarla come tale ». Credo che questa, quando sei nella fase indulgente, sia la tua idea su di me ... A Marguerite de Pierrebourg : ... credo sempre di più che l’artista abbia davanti a sé la sua opera, cui non deve cambiare niente (sarebbe quello il facile, cambiare, inventare al di fuori del reale), mentre il difficile è svelarlo interamente, rispettarne tutti i contorni, mettere lo scalpello esattamente dove la statua possa diventar visibile ... A Zadig : <Z. è, oltre che il nome del protagonista di un “racconto filosofico” di Voltaire, un « bassotto nero dal pelo lungo» appartenente all’amico Reynaldo Hahn > ... ti voglio molto bene perché a me e a te toccano tristezza e amore in quantità dalla stessa persona, eppure non potevi trovare di meglio al mondo. Ma non sono geloso che lui stia di più con te, perché è giusto e perché tu sei più sfortunato e amoroso. Ecco come, mio caro coccolino. Da piccolo, quando mi sentivo triste per una separazione dalla Mamma, o per un viaggio da fare, o perché dovevo andare a letto, o per una fanciulla che amavo, ero più infelice di oggi, primo perché, come te, non ero libero, come lo sono ora, di svagare la mia tristezza e mi rinchiudevo in essa, ma anche perché aderivo troppo

alla mia mente del tutto priva d’idee, di ricordi di letture, di progetti in cui evadere. E tu sei così, Zadig, non hai mai fatto letture e non hai idee. E devi essere davvero infelice, quando sei triste ... ... l’intelligenza serve solo a sostituire quelle impressioni che ti spingono ad amare e soffrire con dei fac simili indeboliti che causano meno dolore e danno meno tenerezza. Quando di rado ritrovo tutta la mia tenerezza, tutta la mia sofferenza, è perché non ho più provato sentimenti secondo queste false idee, ma secondo qualcosa che in me somiglia a te, coccolino mio. E ciò mi sembra talmente superiore al resto che non mi metto a scrivere se non quando sono diventato cane come te, mio povero Zadig, e non amo che i libri scritti così ...

1912 A Robert de Billy : ... in fondo faccio una vita così semplice che, se non avessi preso l’abitudine di voler assolutamente pagare mille franchi quel che costa cento, cosa che mi fa disprezzare il venditore, potrei vivere con seimila franchi all’anno, mentre non riesco a non spenderne più di sessantamila <attualizzando la cifra: oltre centosettantamila euro >. Non so se, a questo proposito, vi ho citato queste parole della signora de Sévigné <scrittrice ed epistolografa del Diciassettesimo secolo, amata dalla madre di Proust > sul figlio: « Ha trovato il modo di perdere senza giocare e di spendere senza parere ». E’ proprio così, non gioco io a baccarà, ma per interposta persona ... A Jean-Louis Vaudoyer : ... devo ripetervelo affinché non crediate che, se vi prego di non venire, vi sia indifferenza da parte mia. Non ricevo mio fratello da un anno, il mio medico da due. Non c’è niente che annunci le mie crisi, niente la loro fine, faccio ogni giorno suffumigi per sette, otto ore di seguito. L’unico mio pasto spesso viene rimandato fino alle quattro o alle cinque del mattino. Come potrei ricevere qualcuno ? Naturalmente ci sono giorni meno brutti. Ne approfitto per alzarmi ed uscire, ma non lo so mai in anticipo. Devo aver pazienza. Una volta uscito il libro di cui vi ho parlato mi azzarderò a vedervi. Fino a quel momento non vorrei fare imprudenze eccessive ... A Robert de Montesquiou : ... quel che dite sull’aspetto Ricordi d’infanzia, ahimè, è la condanna per aver avuto l’idea di scrivere questi articoli che stanno creando un pregiudizio sul mio libro, così costruito e concentrico, che invece sarà scambiato per Memorie e Ricordi d’infanzia <Montesquiou ha scritto a Proust a proposito di un estratto de La strada di Swann pubblicato su Le Figaro il 21 marzo> ... A Marthe Bibesco : ... smettere di sperare è la disperazione stessa. Ma anche se non smetto di desiderare, io non spero mai. E forse la grande sobrietà della mia vita, senza viaggi, senza uscire, senza andare in società, senza luce, è

in sé una circostanza contingente che mantiene in me la continuità illimitata del desiderio. E quando non si pensa più che al proprio piacere, ci si trova lo stesso a constatarne le leggi in virtù delle quali ciò che si credeva di poter conservare ci è tolto, insieme al cuore. E l’attrattiva delle leggi in virtù delle quali, per contro, ci vengono date le cose sulle quali non avremmo mai creduto di poter contare, riesce a compensarci della delusione di possedere ciò che ci sembrava bello quando lo desideravamo ...

Ad Antoine Bibesco : ... l’opera è un romanzo; se la libertà del tono l’avvicina, sembra, a delle Memorie, in realtà un tipo rigorosissimo di composizione (ma troppo complesso per essere percepibile subito) al contrario la differenzia moltissimo dalle memorie : in essa è contingente solo quello che serve ad esprimere la parte contingente della vita. Ne consegue che nel libro ciò non è più contingente . D’altronde anche solo nei miei articoli puoi vedere che, per quanto personali possano essere state le mie impressioni, non le considero che un modo di entrare meglio nella conoscenza dell’oggetto. In quest’articolo sulla chiesa < « L’eglise de village », Le Figaro, 3 settembre 1912 >, per esempio, con una sola delle impressioni che lo compongono avrei potuto ... scriverne uno intero ... se avessi raccontato come una cosa importante la storia della mia impressione ... ma la mia impressione approfondita, chiarita, posseduta, la nascondo insieme a quindici altre sotto uno stile unico nel quale confido che un giorno occhi penetranti la scopriranno. E di ore esaltate non resta che una frase, talvolta un epiteto, magari sereno ... A Geneviève Straus : ... quel che dite d’una « Vittoria sul Passato » prova ulteriormente che le nostre sensibilità erano in accordo reciproco, e non ve ne posso dare una prova migliore che con uno dei titoli cui ho pensato per il mio libro, per il primo volume « il Tempo perduto », per il secondo « il Tempo ritrovato » ...

Ad Eugène Fasquelle : ... uno dei miei personaggi (dato che essi si presentano nell’opera come avviene nella vita, cioè all’inizio da semisconosciuti che, molto più tardi, si rivelano l’opposto di ciò che si credeva) compare appena, nella prima parte, come supposto amante di una delle mie eroine. Verso la fine della prima parte (o all’inizio della seconda, se il manoscritto che vi mando eccede i limiti di un volume) questo personaggio fa davvero la conoscenza di costei, affettando virilità e disprezzo per i giovani effeminati. Nella seconda parte egli, un vecchio signore appartenente a una grande famiglia, si scoprirà per mezzo di una rappresentazione comica che è un pederasta. Ritengo che questo tipo di personaggio – il pederasta virile che detesta i giovani effeminati, coloro che, essendo solo delle donne, lo ingannano in fatto di mercanzia, questo « misantropo » a causa delle sofferenze provocategli dagli uomini, come misogini sono certi uomini che hanno sofferto troppo per le donne – sia di una certa novità ... ...

Da Louis de Robert : ... Sappiate subito che ho ritagliato il vostro ultimo articolo, La Chiesa del villaggio, per conservarlo e rileggerlo. E’ così sfumato, così delicato, ricco, scritto con un’arte così sorprendente, un senso dell’impercettibile e, nello stesso tempo, talvolta sembra che il vostro periodare un po’ lungo s’aggrovigli, si confonda ... vorrei, con tutta la modestia che m’ispira la mia ignoranza, suggerirvi qua e là una parola, un punto, un niente che sbroglierà il periodo, lo renderà più chiaro e più limpido ... A Gaston Gallimard : ... la spontaneità ha una parte infinitamente maggiore di quanto non faccia credere a prima vista il deliberato intercalare delle dimostrazioni intellettuali di verità colte per mezzo della sensibilità. Il terzo volume, il Tempo Ritrovato, non permette a questo proposito alcun dubbio <e il secondo ? Proust lo chiamerebbe L’Adorazione Perpetua « o forse All’ombra delle fanciulle in fiore » > ...

A Geneviève Straus : ... quel che mi piaceva con Fasquelle <editore mancato del romanzo > ... era di rivolgermi a un pubblico più vasto, alla gente che prende il treno e prima di salire compra un volume mal stampato ... ho così tanto l’impressione che un’opera sia qualcosa che è uscito da noi, ma che vale di più, che mi sembra del tutto naturale agitarmi a causa sua, come un padre per il suo bambino ...

1913 A Louis de Robert : ... in me si sviluppa un po’ la mentalità della vecchia malata, non mi fido delle persone che mi stanno intorno ... Ad Anna de Noailles : ... incessanti rifiuti da parte di tutti di pubblicare qualcosa di mio ... A René Blum : ... per voi sarà facile capirlo, lavoro da molto a quest’opera, ci ho messo il meglio del mio pensiero ; essa ora reclama una tomba che sia pronta prima che io occupi la mia <Blum dovrebbe presentare il romanzo all’editore Grasset > ... Allo stesso : ... non so se vi ho detto che questo libro è un romanzo. O almeno un romanzo è ciò che se ne discosta meno. C’è un signore che racconta e dice : Io ; ci sono molti personaggi ; essi vengono « allestiti » fin da questo primo volume, ma nel senso che faranno nel secondo il contrario di quel che ci si aspetterebbe dopo il primo ... dal punto di vista della composizione, essa è così complicata da non rivelarsi che molto avanti, quando tutti i « tempi » avranno iniziato ad armonizzarsi ... A Bernard Grasset : ... vorrei conciliare questi miei due desideri molto precisi : uno, che i miei volumi abbiano il prezzo dei libri normali, 3 franchi e 50, e non siano destinati solo a una clientela ricca, ma a un genere d’intellettuali che invece non comprerebbe un libro per 10 franchi ; l’ altro, che nonostante questo per voi l’affare resti vantaggioso come lo sarebbe con volumi a 10 franchi. In una parola, larga diffusione del mio pensiero e salvaguardia dei vostri interessi. Quanto al mio interesse pecuniario, esso è meno importante, per me, della penetrazione del mio pensiero nel più gran numero di cervelli atti a riceverlo <la prima edizione del romanzo, da Grasset, vedrà invece una tiratura di 1750 copie > ...

A Jacques Copeau : ... la memoria, cui do tanta importanza, non è affatto ciò che di solito si chiama così. L’atteggiamento di un dilettante che si accontenta di incantarsi al ricordo delle cose è il contrario del mio. Non è che io abbia costruito a tale riguardo un sistema, con premeditazione teoretica. Nulla di più inconsapevole, da parte mia. Nel leggere me stesso ho colto, a cose fatte, tratti costitutivi del mio inconscio, così come nel leggere Stendhal, Thomas Hardy, Balzac, ho rilevato con la mia interpretazione tratti profondi del loro istinto ... posso dire che la memoria, nei Dostoevskij, nei Tolstoj ... è ancora qualcosa di molto contingente ed accidentale in rapporto alla « mia » memoria, nella quale, trovandosi modificati tutti gli elementi materiali che costituivano l’impressione del passato, il ricordare acquista, sul piano dell’inconscio, la stessa generalità, la stessa forza di realtà superiore della legge in fisica, a causa della variazione delle circostanze. E’ un atto, e non una voluttà passiva ...

A Max Daireux : ... <scrive dell’appartamento che, nel romanzo, Swann sogna di avere in comune con Odette > d’altra parte quest’appartamento non è solo quello di cui aveva sognato questo signore. Io, che sono innamorato della figlia, ho sognato lungamente l’appartamento <Proust non scrive dunque « chi dice : io », ma direttamente « io », come fa anche in una lettera a Lucien Daudet. Più che di lapsus, da leggere in senso “autobiografico”, potrebbe trattarsi dei frutti di un’identificazione di Proust con il protagonista-narratore del romanzo. Ripenso a quella lettera del 1909 a Georges de Lauris, dove si menziona una fanciulla ignota da far partecipare eventualmente all’ « orribile vita » del nostro. Potrebbe, anche costei, essere un frutto dell’identificazione di Proust con il protagonista-narratore del romanzo, quest’ultimo ponendosi dunque, non è un’idea nuova, anche come autobiografia creativa, in direzione non tanto della cosiddetta verità storica, quanto della verità narrativa, dell’ « uscita » dall’ « io fenomenico » > ...

A Louis de Robert : ... mi parlate della mia minuziosa arte del dettaglio, dell’impercettibile ecc. Quel che faccio non lo so, ma so quel che voglio fare ; ora, io ometto ... ogni dettaglio, ogni fatto, non mi fisso che su ciò che mi sembra ... render palese qualche legge generale. Dunque, dal momento che solo l’interpretazione ce lo rivela, quel che noi dobbiamo pescare in qualche modo nelle profondità del nostro inconscio è in effetti impercettibile, in quanto distante, difficile da percepire, ma non è affatto un minuto dettaglio. Una vetta tra le nubi, per quanto esigua, può essere tuttavia più alta di un edificio qui vicino. Per esempio, se volete è una cosa impercettibile questo sapore di tè che non riconosco subito < « io » , ancora > e in cui ritrovo il giardino di Combray. Ma non è affatto un dettaglio osservato minuziosamente, è una vera teoria della memoria e della conoscenza (almeno nella mia ambizione), resa nota in termini non teoretici (del resto tutto questo risulterà nel terzo volume) ... Allo stesso : ... se, parlando il meno possibile di pederastia, indugiassi su amicizie tenere, serie, con baldi adolescenti, senza mai lasciar capire che la cosa va oltre, allora avrei dalla mia tutti i pederasti, visto che presenterei loro proprio quel che amano. Poiché seziono molto precisamente il loro vizio (uso tale termine senza alcuna intenzione di biasimo), e mostro la loro malattia, io dico esattamente quel che fa loro più orrore, sapere che questo sogno di bellezza maschile è l’effetto di una tara nervosa. La miglior prova è che un pederasta adora gli uomini, ma detesta i pederasti < « vizio » e « tara », a quanto pare, sono termini usati qui in senso medico-descrittivo. Proust, di cui si conta la frequentazione, come paziente, di oltre dieci medici, è figlio di un celebre medico, e suo fratello, Robert, è un medico >. ... A René Blum : ... è un libro molto realistico, ma sorretto come da un esile stelo di reminiscenze, ad imitazione della memoria involontaria (che, secondo me, nonostante che Bergson non faccia tale distinzione, è la sola autentica, mentre la memoria volontaria, visiva e dell’intelligenza, ci restituisce del passato solo surrogati inesatti ... ragion per cui non crediamo che la vita sia bella perché non la ricordiamo, ma basta che sentiamo un

odore antico, ed improvvisamente siamo inebriati !, e lo stesso riteniamo di non amare più i defunti, ma solo perché non li ricordiamo, poi all’improvviso rivediamo un vecchio guanto e ci sciogliamo in lacrime). Così una parte del libro è un periodo della mia vita dimenticato e tutt’a un tratto ritrovato nell’assaporare un pezzetto di maddalenina inzuppata nel tè, sapore che m’incanta, prima che l’abbia riconosciuto ed individuato per averlo gustato un tempo ogni mattina ; subito tutta la mia vita di allora resuscita, lo dico nel libro, come nel gioco giapponese dove delle pallottoline di carta inzuppate in una ciotola d’acqua diventano personaggi, fiori ecc. , e tutte le persone e i giardini di quell’epoca della mia vita sono usciti da una tazza di tè. Un’altra parte del libro rinasce dalle sensazioni del risveglio, quando non sappiamo dove ci troviamo e crediamo di trovarci in un altro paese magari due anni prima. Ma tutto questo è solo lo stelo del libro. E quello che sostiene è reale, appassionato, ben diverso da quel che voi sapete di me, e, credo, infinitamente meno negativo, senza che meriti più l’epiteto di « delicato », « fine », ma vivo e vero (vi giuro che questo non significa verità) <Proust ha ricevuto tali ambigui apprezzamenti, fine, delicato, per il suo libro I piaceri e i giorni, del 1896; v.,di Bergson, Materia e memoria, del 1897 >... Alla stessa : ... sono veramente felice che l’inizio del mio libro vi piaccia. E credo che la seconda parte <Un amore di Swann> v’interesserà di più, e differisca del tutto da quel che sapete di me. Essa sta in rapporto a cose che mi hanno fatto così soffrire che mi pare impossibile che la mia prosa non abbia assorbito un po’ delle mie lacrime e non ne conservi il gusto amaro ...

Nota del traduttore. Ho scelto brani di lettere scritte da Proust tra il 1893 e il 1913, anno dell’uscita del primo volume della Recherche, tenendomi fuori dall’indicare o tentare nessi tra l'attività epistolare e quella narrativa. Per la mia scelta ho usato un criterio di partecipazione al pensiero, alla sensibilità, alle abitudini di Proust, come si manifestano nell'epistolario. Il titolo è preso da una lettera dell'autore ad una sua amica. E’ noto che dal confronto con il periodare di Proust, acrobata tra coordinate e subordinate più rispettose del suo acuto pensiero e delle sue ambivalenze che non della sintassi, si può uscire (quando se ne esce) annodati. « Non siete Proust », ha avvertito una volta Umberto Eco. Certo, ma è per partecipare, che ho voluto fare un lavoro di traduzione già svolto (sicuramente meglio) da altri. Nicola Spinosi

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