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Il Senso Del Vivere

Il Senso Del Vivere

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12/01/2012

In varie occasioni, il Beato Escrivà suggeriva che per vivere l'amore fraterno i
discepoli di Cristo devono sforzarsi di convivere, comprendere, discolpare e
sorridere.
Convivere non significa vivere gli uni accanto agli altri sopportandoci a
vicenda ma restando intimamente estranei; la convivenza cristiana va molto più a
fondo della pura convivenza umana che si limita al rispetto dei diritti altrui. Per noi
cristiani, convivere vuol dire ospitare il nostro fratello dentro di noi, aprirgli il nostro
cuore, i nostri sentimenti; è fargli posto nella nostra vita. Ci è forse capitato qualche
volta di vedere in sequenze televisive le vie delle grandi metropoli: una marea di
persone che camminano in tutte le direzioni ma in perfetta solitudine; scivolano l'una
accanto all'altra come mondi chiusi, estranei, indifferenti. Per il cristiano, convivere
è invece condividere la vita, e non restare indifferente al dolore, alla fatica, alle
sofferenze degli altri, secondo le parole di S. Paolo: "Rallegratevi con quelli che
sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto, abbiate i medesimi
sentimenti gli uni verso gli altri".
168

Ma non basta ospitare il fratello dentro di noi, occorre anche sforzarci di
entrare dentro di lui e capirlo. E' necessario capire per aiutare. Per capire una
persona bisogna conoscerla. E' quanto accade a una madre: essa conosce il figlio, la
sua storia, le sue più intime reazioni come nessun altro; nessuno perciò capisce e
comprende come capisce una madre. La comprensione materna ha però un limite,
perché una madre è troppo coinvolta in prima persona con la vita del figlio e perciò
la sua comprensione può diventare debolezza o anche complicità. Noi dobbiamo
essere profondamente umili per conoscere e per capire, e dobbiamo essere
sufficientemente liberi per non essere complici. Anche qui, solo la vera libertà rende
possibile il vero amore.

Per conoscere poi una persona in profondità occorre saper ascoltare e saper
dimenticarci di noi stessi. Siamo infatti portati ad ascoltare pochissimo gli altri,
siamo invece portati a giudicarli. Perciò: conoscere per comprendere, comprendere
per discolpare. Per discolpare una persona occorre innanzitutto che ci rifiutiamo di
giudicarla. E' un comando esplicito del Signore: "Non giudicate", e se dobbiamo
farlo per ufficio, giudichiamo l'operato ma non le intenzioni, ricordando che "col
giudizio con cui giudichiamo, saremo giudicati, e con la misura con la quale
misuriamo, saremo misurati".
169

Nulla mortifica, inibisce l'iniziativa e condiziona la nostra sicurezza quanto il
saperci continuamente giudicati dagli altri. Solo il giudizio di Dio è stimolante e
liberante, perché solo Dio conosce profondamente il nostro cuore e solo lui sa
distinguere il male dalla persona che lo compie; e mentre respinge il male con
assoluta giustizia, è paziente, benigno e misericordioso con colui che lo compie.
Perciò, discolpare significa anche non condannare. E' ancora Gesù a ricordarcelo:
"Non condannate e non sarete condannati, perdonate e vi sarà perdonato".170

Tutti
noi abbiamo in cuor nostro un tribunale permanente, davanti al quale facciamo sfilare
le persone sulle quali lasciamo cadere giudizi e condanne, spesso impietosi, che non
ammettono né dubbi, né attenuanti. Dobbiamo demolire dentro di noi ogni tribunale
negativo, e se dobbiamo decidere interventi o prendere misure di giustizia verso i
nostri fratelli, non sarà mai giustizia vendicativa o esclusivamente punitiva, lascerà
aperta la strada alla speranza, al desiderio di conversione, alla possibilità di
riparazione.

168

Rom. 13,15

169

Mt. 7,1

170

Lc, 6,37

83

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