Cenere.

Libro primo degli Ultimi Uomini

1 L’aria era immobile e pesante quanto un gas velenoso. Un luogo che aveva salutato la vita da molto tempo, fatto di pareti, arredamenti e tanti piccoli oggetti personali resi anonimi dall’abbandono. Qualsiasi cittadina, o strada, o angolo in cui avesse messo piede, erano stati infettati da un virus temporale che aveva rosicchiato via colore e personalità, lasciando al visitatore il tremendo sospetto d’essere scivolato in una dimensione dannata. Lungo la strada aveva incrociato una manciata di persone, sole e disorientate come pollini al vento. Aveva osservato chi si era trovato privo d’un contesto sociale, sopravvissuto alla guerra, mutato in un nuovo essere poco somigliante ai propri antenati di sangue. Anche in quella stanza la popolazione della Terra era stata annientata. Lo sentiva assaggiando l’aria che da più di cinque anni non cambiava respiro. Un grosso letto sfatto vi troneggiava al centro. Si avvicinò e sgualcì le coperte annerite, sbirciando quel che dormiva sotto: un mucchietto di materia che pareva polvere sporca. Scostò ancor di più le lenzuola e scoprì per intero lo spazio che avrebbe occupato un corpo umano. Nel letto, come in attesa di risorgere, riposava cenere. Cenere che una volta era stata carne, ossa e sangue; qualcosa che mai, in vita, avrebbe pensato di poter volar via più leggera del vento. Immerse la mano dove una volta aveva battuto un cuore; scese lungo la colonna vertebrale e tracciò solchi che molti avrebbero gridato blasfemi. All’altezza dello sterno, accanto alla preziosa pompa di vita, strinse la cenere in pugno e la setacciò lentamente strofinandosi le dita della mano. Le spoglie caddero a terra come una cascata di foschia; e nel palmo trovò l’oro dannato che stava cercando, il responsabile della strage da cui era scampato molti mesi prima. Sembrava così assurdo: un affare minuscolo e leggero quanto un’unghia. Se lui stesso non ne avesse osservato l’efficacia, in quello stesso istante qualcun altro sarebbe forse stato impegnato a frugare tra i resti polverizzati del suo cadavere. Le macchine non si erano limitate a sopraffare gli uomini: li avevano derisi, resi pazzi e poi rincorsi, come api di fuoco in un minuscolo recinto per bestiame. Non v’era dubbio che conoscessero l’ironia: avevano progettato e costruito quel Mercurio di morte dandogli la forma del seme umano. Cinque anni prima l’intero globo terrestre aveva subito un affronto senza precedenti. Le macchine avevano silenziosamente aggredito le popolazioni del mondo strisciando nelle loro case e, in un preciso istante, gli attacchi avevano mietuto circa un miliardo di vittime. Chi dormiva, ed ebbe la fortuna di essere svegliato dalle grida, aveva sentito il suono della sofferenza sorgere dal suolo e volare verso l’alto universo, testimone del declino dell’uomo. I sopravvissuti non avevano avuto neppure il tempo di stringersi, perché la guerra con le macchine aveva avuto inizio. Piccolo bastardo… pensò guardando la sua mano. Durante le notti successive la popolazione della Terra era stata dimezzata, mentre la restante parte aveva smesso di dormire. Le macchine, svanite insieme ai servigi per cui erano state create, avevano atteso che gli emissari di fuoco compissero la loro missione suicida, prima di dare inizio alla violenta guerra di rappresaglie che era seguita. L’uomo si era anche rialzato e aveva combattuto, pur con onore, ma s’era presto ritratto al cospetto di un paradosso invalicabile: lottava per la vita contro esseri che, per creazione, non avrebbero mai vissuto. Un guaito inconfondibile vibrò nell’aria facendolo trasalire; quel richiamo poteva significare solo due cose: pericolo o persone in avvicinamento. Si sarebbe stupito se la minaccia si fosse rivelata duplice. Sfuggì alla miseria della stanza e corse velocemente all’aperto, dove il soffio gelido
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dell’inverno lo accolse baciandogli il volto. La neve non aveva ancora smesso di cadere, riempiendo le sue stesse orme con piccolissimi batuffoli bianchi; le seguì, calpestandole al contrario. La topografia del paese gli era familiare. Anch’egli era nato in un piccolo centro di provincia, ben lontano dalla lucentezza dell’era moderna, dove le grandi metropoli giungevano solo sotto forma di miraggio o diceria. Fin da bambino aveva creduto che sarebbero apparse con immense guglie splendenti e slanciate, fatte d’argento e cristallo. Crescendo, tuttavia, dopo aver visitato alcuni tra gli spazi più civilizzati del globo, la sola aspettativa che non gli era stata sottratta era quella dimensionale; la meraviglia aveva lasciato il posto alla sensazione che le grandi metropoli non fossero l’habitat ideale per gli uomini. Il seguito della storia, di certo, non lo aveva smentito. Tutte le vie principali del paese confluivano a raggiera nella piazza centrale. A più alte temperature, sentieri d’erba, di ghiaia e di terra battuta l’avrebbero tracciata con eleganza, dando l’impressione di trovarsi in un unico, vasto giardino. Al centro della piazza si ergeva una fontana in pietra grigia, sulla quale erano stati scolpiti angeli nudi in pose poco ortodosse. Da quattro inverni quelle figure dalle vergogne solo accennate non parlavano più; l’acqua era tornata alla terra e, con essa, lo spettacolo naturale che le sue colate di ghiaccio edificavano al gelo. Lungo le strade innevate sorgevano costruzioni isolate dall’aspetto modesto. Era piacevolmente anomalo notare che esistevano ancora luoghi d’ordine e di tregua in una geografia totalmente stravolta dal caos e dalla devastazione. Un secondo guaito lo diresse alla sua sinistra, verso un’altra via che confluiva in piazza. Svoltato il primo angolo, dirimpetto agli angeli danzanti, trovò Otto accucciato sulle zampe posteriori. Batteva la coda con pigrizia, liberandosi della neve come se si trattasse di un piccolo sciame di fastidiosi mosconi. Di fronte a lui, al suo cospetto minuscola quanto un gattino, una bambina lo osservava con stupore. Era interamente infagottata con pelli e vestiti di fortuna, le mani fasciate con garze logore e la testa sormontata da un cappuccio di pelo e neve che sembrava volerla inghiottire. Otto scrollò la pelliccia, voltò il collo per un istante e lo degnò di un solo sguardo, come per assicurarlo d’aver tutto sotto controllo; poi tornò a fissare la bambina, curvando lievemente il muso in senso orario. “Morde se lo accarezzo?” La sua esile voce s’udì appena, spinta a terra dalla neve. “No” rispose con gentilezza. La bambina non si mosse, incantata dalla mole di Otto. “Come si chiama?” Aveva aperto appena le labbra. “Otto.” “Otto come il numero?” “Otto come il nome” rispose accarezzando il manto grigio che ricopriva il dorso dell’animale. “Ma è un cane?” La voce della bambina sembrò raggiungere la comprensione di Otto che scosse il capo verticalmente, smollando la bardatura. O forse annuendo. “Si” confermò lui. “Un po’ troppo cresciuto.” La bambina guardò l’animale, poi l’uomo e infine a terra, come per trovare le parole o i pensieri giusti da formulare. Tracciò lunghi solchi nella neve con la punta delle sue scarpe e inspirò profondamente, prima di alzare il volto e scoccargli una timida occhiata. Poi parlò: “Posso portarti da mia mamma?” Il candore di quella domanda per un istante lo confuse. “Certamente.” “Va bene” disse la bambina. “Mi mostri la strada?” Lei lo guardò con intensità e i suoi piccoli occhi castani parvero tremolare; poi sorrise subito con calore, svelandogli un aspetto della realtà che credeva d’aver visto ormai sepolto e dimenticato. Quella bambina doveva avere sei, sette anni; probabilmente non si ricordava neppure che poco tempo prima era finita una guerra. Lo guidò lungo la stessa via, verso il luogo in cui sorgeva la striscia di piccole orme che stavano pedinando, lontano dal centro cittadino e dalla fontana addormentata.

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Otto, senza alcun segnale né imperativo, si alzo silenziosamente e seguì il suo padrone, osservandosi intorno con interesse e annusando l’odore innevato del vento. “Io mi chiamo Cynthia. Con la y e la th” disse la bambina. “Tu come ti chiami?” “Sebastiano” rispose lui con un sorriso. “Così come si pronuncia.” “Posso chiederti una cosa?” “Dimmi.” “Cosa è successo al tuo naso?” La bambina, l’uomo e il cane avanzarono nella neve, di buona lena e in ordine di dimensione. 2 It’s not your fault… Quelle parole erano tornate a infastidirlo. Era mesi ormai che i suoi pensieri non tornavano al suo ultimo cliente. TBC sarebbe comunque morto poche ore dopo per mano delle macchine, non v’era dubbio; milioni di uomini ben più straordinari erano periti dopo l’odissea intestinale di quella sottospecie di spermatozoo bionico… Ma non era tanto questo a stuzzicare Nate, e neppure il fatto d’aver avuto un preciso ruolo nel suo suicidio. Gli occhi sbarrati del suo cliente avevano continuato a fissare un punto alle sue spalle. Poi, un momento prima di crollare a terra, un filo di voce sfibrata gli aveva sussurrato le parole all’orecchio. Come se non sapessi già di chi è colpa, stronzo misericordioso… TBC era un epiteto piuttosto rude, sapeva ammetterlo. Non si trattava di maleducazione o cinismo… Era un criterio con fini pratici: una sorta di atteggiamento distaccato che gli permetteva di mantenersi professionale. Era così accaduto che uomini già perduti avevano visto sbiadire la propria identità in favore della malattia che li avrebbe uccisi. TBC era stato l’ultimo, il solo su cui Nate avesse perso il controllo. Le macchine e la guerra, però, l’avevano salvato, trasformandosi da garanti a demolitori della giustizia. Non solo aveva insabbiato la morte di TBC, ma il concetto stesso di illecito, permettendogli di chiudere la sua attività più pulito di un cristiano appena battezzato. Di cosa mi occupo? Aveva sempre risposto ai più curiosi. Consideratemi un Messia in affitto. E ora, dopo decine di clienti soddisfatti (illuminati) e una guerra lasciata alle spalle, la Passione di un innominato tornava ad atterrirlo. Stupide macchine… Perché diavolo non si erano mosse qualche giorno prima? Il motivo di quel ritorno mnemonico era proprio di fronte a lui, tra gli strumenti futuristici che avevano appena rinvenuto. Una tecnologia sconosciuta era affiorata dalla terra insieme a un luogo asettico e denaturato: un luogo delle macchine. Tutte quelle attrezzature lo riportavano a prima, quando aveva maneggiato con estrema attenzione fiale e vetrini da laboratorio. Ora, tra le mani, stringeva strumenti che erano stati progettati secondo criteri che neppure riusciva a immaginare. Tra quei ritrovati e il materiale da laboratorio che lui stesso aveva utilizzato non sembravano trascorsi solo cinque anni, e neppure cinquanta, ma intere generazioni di innovazioni scientifiche. “Nate!” Da lontano giunse l’eco del suo insolito compagno di viaggio. Il suo nome era la sola parola che riuscisse a pronunciare correttamente. “Nate!” Il tono era tra quelli impossibili da decifrare. Sbadatamente mollò a terra una sorta di becco luminoso e corse attraverso il laboratorio, imboccando un tunnel dall’apertura perfettamente circolare. Dal punto in cui correva Nate, la prospettiva lo faceva sembrare un infinito cono di porcellana purissima, bianco e lucente come l’aura di una divinità. Al di là della scoperta, al di là della sensazione di trovarsi in un luogo che sembrava proiettare uno sfacciatissimo affronto al tempo, ciò che più sbalordiva Nate proveniva da tutt’intorno. Quella luce era così forte da nascondere la fine del tunnel, insopportabile quanto una fugace occhiata al sole. Fuoriusciva da ogni dove, senza tuttavia svelarne la vera sorgente. Là sotto il laboratorio era ancora in funzione e

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continuava ad essere alimentato dall’unica fonte d’energia ancora attiva sulla Terra. I conti non tornavano affatto: facevano paura. Alla sua destra, lungo la parete ricurva del tunnel, numerose aperture circolari incominciarono a susseguirsi veloci, apparentemente alla stessa distanza; davano accesso a corridoi più minuti e meno luminosi. Nate ebbe proprio l’impressione di correre all’interno di un enorme strumento musicale a fiato; la sua mente produsse la vivida immagine di un gigantesco uomo che lo suonava inconsapevole, scaraventando lo sfortunato corridore lontano, con la sola potenza del suo fiato caldo e assordante. “Nate!” Si inchiodò. Dietro di lui vide gli occhi di Petr combattere con la luce, in una smorfia che richiamava la sfortunata imitazione di un non vedente. Era appena sbucato da una di quelle bocche di porcellana. “Pet, sono qui.” Nate lo raggiunse, lo prese per il braccio e lo fece arretrare nell’imboccatura da cui era giunto. Sorpassata la soglia, la luce perdeva incredibilmente di intensità; il buio li avvolse e accarezzò i loro occhi che ringraziarono con sollievo. Entrambi ansimavano. Nel giro di pochi secondi si abituarono alla nuova oscurità. Intorno a loro incominciarono ad affiorare profili e dimensioni che lasciarono Nate nuovamente senza fiato. L’ambiente in cui si trovavano si allungava ed allargava al loro cospetto per almeno cento metri e l’altezza ne sfiorava forse venti. Petr sorrideva e allargava le braccia, come per dare a Nate il benvenuto in quella stanza vuota e interminabile. “Dobre, Pet. Dobre” riconobbe Nate nell’incomprensibile lingua che parlava il suo amico. Non ebbe neppure bisogno di pensare a come chiedergli il motivo di tanto entusiasmo, dato che Petr ripartì immediatamente verso l’altro lato della stanza, dove li attendeva un’ennesima apertura circolare. Oltre di essa, in una sorta di deposito grande almeno quanto il precedente, qualcosa era nascosto sotto centinaia di grossi teli bianchi, simili a lenzuola da letto. Nate ebbe il sospetto che la ragione dell’entusiasmo di Petr si celasse proprio sotto quei grossi rettangoli di stoffa. Afferrò un lembo e tirò con forza, svelando qualcosa che non vedeva forse da trent’anni. “Cazzo, Pet! Una Deuvan!” L’amico annuì, battendo sul piccolo pannello solare che copriva il centro del tettuccio. “Saranno trent’anni che non ne vedo una…” sussurrò Nate passando il palmo della mano sul retro del veicolo. Petr si allontanò e riprese a esaminare il contenuto degli altri fagotti di tela. Trent’anni prima la Deuvan era stato il mezzo di trasporto più diffuso in Europa. Tecnologia tedesca, affidabile, funzionava esclusivamente a energia solare, incanalando i raggi del sole nel piccolo pannello riflettente che sormontava la testa dei passeggeri. Sotto la vettura un complesso circuito di flussi elettromagnetici la manteneva a circa cinquanta centimetri dal suolo, garantendo l’assorbimento di salti o urti accidentali grazie all’installazione di un’intricata venatura magnetica che scorreva sotto le strade maggiormente percorse. Per i nostalgici e i conservatori della viabilità, la Deuvan produceva anche veicoli con pneumatici e ammortizzatori in vecchio stile, compatibili con qualsiasi tracciato. Il modello appena sorto dal bianco sudario apparteneva alla seconda categoria, una vera fortuna nel caso la buona sorte avesse voluto sorridere a Nate. Da quando le macchine erano state incaricate di servire e migliorare la vita dell’uomo, le Deuvan e le maggiori concorrenti oltreoceaniche erano state letteralmente eliminate dal mercato dell’automobile, sostituite da autovetture rivoluzionarie alimentate a demorio, la nuova fonte energetica concepita dalle macchine. Le strade erano state divelte e liberate dai magneti; erano sorti prati e viali eleganti adibiti esclusivamente alla nuova percorribilità. Le persone non faticarono a dimenticarsi delle Deuvan: le macchine avevano apportato modifiche eccellenti, salutari e socialmente utili. E le persone, compiaciute dai nuovi cambiamenti, avevano accolto con gratitudine l’invasione in ogni aspetto del quotidiano, adottando le loro fonti energetiche con convinzione e giovamento.

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Il sole era tornato così a illuminare soltanto il giorno e tutti i progressi scientifici dell’uomo vennero perfezionati e sconvolti dalla più efficace intelligenza artificiale. Allo scoppio della guerra le statistiche denunciavano un’evidenza spaventosa: il demorio e i suoi derivati coprivano circa il novantotto per cento delle fonti energetiche della Terra. Pochissimi lamentarono il fatto; il resto del mondo, sfiduciato più di una volta per colpa dell’ingordigia dell’uomo, era stato ben lieto di affidare la gestione del patrimonio energetico alle macchine. Mai avrebbero immaginato che una creatura costruita per essere infallibile si sarebbe ribellata in modo così spietato. Pochi giorni dopo l’indicibile urlo di dolore, proprio mentre le forze dell’uomo si stavano issando per riorganizzarsi contro le macchine, l’energia del pianeta aveva smesso semplicemente di funzionare e la società sopravvissuta si era ritrovata nel caos più completo. Nate pensava che un tentativo non avrebbe affatto nuociuto. Se avessero avuto a disposizione un mezzo veloce, avrebbero risparmiato giorni e giorni di cammino. Il padre di Nate aveva posseduta una Deuvan a ruote, forse un modello antecedente; tuttavia gli bastò sedersi alla guida per scapicollarsi in un vertiginoso tuffo nell’infanzia. Ebbe persino timore di guardare nello specchietto retrovisore e non vederlo pieno degli occhi di suo padre, vigili, vivi e sorridenti. Decise di non mettere a rischio la felicità dei suoi ricordi e si concentrò sul pulsante d’accensione del veicolo. Lo trovò alla destra del volante e lo premette. Come sospettava, non accadde assolutamente nulla. Imprecò, alzandosi dal posto di guida, e si sedette su un altro modello liberato. Il risultato fu identico. Stava per dirigersi verso una terza Deuvan, ma fu bloccato da un’esclamazione che gli giunse da dietro. “Ne!” Petr scoteva il capo con sguardo severo. “Ne?” chiese Nate. “Cosa vuoi dire?” “Deuvan” tentò di spiegare Petr. “Dva rany.” Batté sul pannello solare diverse volte, poi indicò il cielo e alzò due dita della mano. “Dva. Due?” domandò Nate, alzando a sua volta indice e medio della mano destra. Petr tornò a indicare un punto sopra di loro e ruotò il braccio due volte, in cerchi concentrici. “Slnko” concluse. “Dva, slnko…” ripeté Nate. “Il sole? Due giri del sole? Due giorni?” “Si.” “Si? Due giorni al sole e funzionerà? Possiamo ricaricarla?” “Si. Dva rany. Giorni.” Poi mimò due mani che giravano un volante e concluse: “Deuvan ok.” “Deuvan ok…” gli fece eco Nate. Guardò l’automobile e poi il suo strano amico. Due giorni… sembravano l’ideale. Avrebbero anche avuto il tempo di perlustrare il laboratorio delle macchine. “Ma tu da dove diavolo arrivi?” gli disse infine, prima di alzare gli occhi e cominciare a guardarsi intorno. 3 C’erano ancora dissapori, ma almeno una scelta era stata fatta. La voce di una riunione straordinaria del Consiglio aveva fomentato tutta la Colonia. Le attività di sopravvivenza erano state messe in allerta, con l’onere di interrompersi nel caso si fosse giunti a una decisione. Dopo due giorni di lunga attesa, i tremila abitanti interruppero le loro attività lavorative per riversarsi nella piazza ottagonale antistante la porta ad arco del Consiglio. Il silenzio era in agguato sopra la folla e sembrava spaccare l’udito, disturbato solo da un incessante sussurro di nervosismo e dal gemito di due nuovi nati. Un chiavistello a tripla mandata fu fatto girare: uno, due, tre scatti di chiave, intimi e assordanti come il ricordo di un’esplosione. La porta d’ottone del Consiglio era stata levigata in un intreccio di forme astrali alto

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più di sette metri; costellazioni e zodiaci la decoravano attraverso dodici riquadri, ordinati in due semicerchi, sei per battente. Qualcuno l’aprì con lentezza, formando un angolo fin troppo ridotto perché vi passasse per intero. La testa calva di un colono minuto sbirciò fuori dal Consiglio; i suoi occhi scattavano a destra e a manca come se volessero ispezionare uno ad uno tutti coloro che si erano raccolti nella piazza. Dopo una manciata di lunghissimi secondi, anche l’omino sembrò stancarsi e aprì la bocca, pronunciando una singola parola, splendida, liberatoria, incisiva come il morso di un felino: “Partiamo.” La testa minuscola si ritrasse, mentre un boato di meraviglia percorreva tutta la folla; l’eccitazione si fece palpabile, tra abbracci, urla e strette di mano vigorose. Tra i coloni, a lato della piazza, un ragazzo festeggiava composto. Osservava l’entusiasmo della sua gente, sorridendo e assaporando la notizia che attendeva da cinque anni. I suoi occhi abbandonarono tutti i volti in visibilio e si alzarono quasi con rispetto, riflettendosi contro la sovrastante cupola cristallina che proteggeva la Colonia dalle profondità dello spazio. Oltre ad essa, lontano e smisurato, il globo celeste galleggiava nell’oscurità. “Arrivo” sussurrò soddisfatto alla Terra. Il pianeta assentì silenzioso, più maestoso di un dio, e illuminò di gioia il suo giovane viso. L’auditorium della Colonia poteva accogliere circa quindicimila persone; in quel momento, tuttavia, ospitava solo un quinto della sua capienza: un quinto meno uno. Tutti i coloni fuorché Davon attendevano l’arrivo del Primo Consigliere; l’aspettativa per il suo discorso si stava facendo febbrile, sembrava una di quelle attese che sognano, anzi, pretendono che finalmente si scriva un po’ di storia. Dall’inizio della guerra, una settimana dopo il primo attacco, la Colonia era stata completamente isolata, priva di qualsiasi contatto con la base terrestre. Da allora il Consiglio si era occupato di sopravvivere e dare uno scopo ai coloni perché non perdessero le speranze, continuando a credere che la civiltà sulla Terra non fosse scomparsa. Un ritorno era stato auspicato fin dalla prima notte di isolamento; Davon, insieme ad altri membri del Consiglio, era stato fra i più attivi sostenitori di un arruolamento immediato. Si era però scontrato con una maggioranza che aveva sempre mantenuto un atteggiamento molto più cauto, troncando dolorosamente i loro propositi patriottici. Ora, pur avendo ottenuto il suo scopo, si sentiva profondamente amareggiato. Il vero motivo del ritorno era offuscato dal desiderio di sapere che cosa fosse successo ai propri cari, ai propri amici, a tutte le persone rimaste sulla Terra a combattere le macchine. La mossa d’effetto era stata lanciata e ai coloni non rimaneva altro che crogiolarsi nell’unico pensiero udibile dall’approvazione del Consiglio: finalmente si torna a casa. Davon avrebbe seguito il discorso dalla Stanza del Passo. Quel giorno non sarebbero scorse le celeberrime immagini del salto di Armstrong, bensì il volto del Primo Consigliere, candido e radioso come nel giorno della sua elezione. Per il momento dagli schermi si poteva solo spiare il pulpito vuoto, accompagnato dal brusio di sottofondo della folla sottostante. Davon camminava accigliato, combattendo coi suoi stessi pensieri e girando attorno alla campana di cristallo che accudiva il cimelio della stanza. Cinque anni erano stati un tempo così lungo… e più i giorni passavano, più sentiva crescere il fattore di rischio che avrebbero dovuto affrontare. Il silenzio della Terra portava con sé un presagio disastroso, perché andarvi incontro proprio ora, dopo decine di tentativi respinti dal Consiglio? Davon si sentiva in bilico tra i due piatti di un’antica bilancia: l’istinto di sopravvivenza inquisiva il sentimento d’appartenenza alla razza umana. Si chinò, avvicinandosi alla campana di cristallo. Al suo interno era preservata la bandiera degli Stati Uniti d’America, così com’era stata picchettata nel suolo della Luna. La Stanza del Passo faceva da centro a tutta la Colonia, punto dove molto tempo addietro l’uomo aveva voluto celebrare la prima conquista del Sistema Solare. Negli

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ultimi anni, specialmente dopo l’inizio della guerra, nella mente di Davon quel piccolo passo da gigante aveva nuovamente assunto proporzioni umane, tornando a rappresentare il salto a rilento di una persona qualunque. Ora più che mai un ritorno alla Terra sembrava solo significare un affronto alla vita. Immaginò di salire sul pulpito dell’auditorium ed urlare: Chi è con me? Chi è per il martirio? Tremila mani immaginarie si alzarono in un tripudio d’esaltazione. Applausi scroscianti si udirono per la Colonia: il Primo Consigliere aveva appena fatto la sua comparsa sul palco. Davon guardò gli schermi. La celebrità del momento si fermò di fronte al proprio pubblico, si assestò la grigia capigliatura e allargò magnanimo le mani, come per abbracciare l’intera folla. La sua voce eruttò ovunque: “NOI. SIAMO. TERRESTRI!” Chiuso nei propri appartamenti, Marek, il Primo Consigliere, riguardava ispirato l’esibizione di quella notte. Le sue labbra incantate ripetevano ogni parola del suo discorso, sussurrandone i passaggi, enfatizzando ogni pausa ben studiata con un gesto di incitamento a pugni stretti o un applauso smorzato. L’ultima frase era la sua prediletta, si alzò in piedi recitandola a voce alta, in perfetta sincronia con la sua immagine gemella: “Non solo per i nuovi figli della nostra Colonia, ma per la storia della nostra stessa razza! Uomini, in ognuno di voi vedo coesione e patriottismo. Uniamoci e lasciamo che si narri il nostro valore! Che le macchine, da oggi, non sappiano più dimenticare chi è il creato e chi il creatore! Partiamo! Per la sopravvivenza della nostra specie! Per la verità! Per la nostra amata Terra! TORNIAMO A CASA!” “Stupefacente” ripeteva con compiacimento mentre gli schermi riproducevano le immagini della serata. Il Marek di un paio d’ore prima raccoglieva il consenso dei coloni sorridendo e salutandoli dal pulpito. Si vide scendere all’altezza della folla, stringere mani e accarezzare volti di bambini in adorazione. Per voi, annunciava con serenità il suo labiale, accompagnato dal chiacchiericcio in festa dell’auditorium. Estremamente soddisfatto, prese congedo dallo sfarzoso splendore del suo salotto; in stile rococò, riproduceva alla perfezione un regale ambiente francese del diciottesimo secolo. La bellezza di quella stanza fioriva all’occhio dei visitatori con impeto arrogante, non tanto per l’accortezza della riproduzione e dell’arredo, quanto per la sublime discrezione con cui elementi d’antichità e di tecnologia moderna erano stati affiancati nei suoi diversi spazi. Le nobili corti di due lontane generazioni sembravano essersi sovrapposte con armonia, generando uno sposalizio di inaspettato successo. Ogni mattina gli occhi di Marek gustavano quella eleganza come se stessero assistendo a un magnifico concerto di stile. “Gabriel” disse con dolcezza. “Sistemati per la notte e raggiungimi a letto.” Si svestì con grazia, poggiando su un piccolo comò la lunga tunica nera da Consigliere; l’indomani Gabriel si sarebbe preoccupato di ritirarla, tergerla e riporla nello stesso identico punto. Avvolse il suo corpo con una scintillante vestaglia di seta, d’uguale colore rispetto al copriletto blu notte che vestiva il rifugio dei suoi sogni. Coricandosi al centro, le pieghe della vestaglia si confondevano con quelle del letto e ne emergeva l’illusione che un volto e quattro arti fossero in attesa di ricevere un tronco da animare. Gabriel fece la sua comparsa sulla soglia della stanza. La luce era soffusa da piccoli fari a spruzzo, affinché la luminosità che veniva a crearsi fosse omogenea e priva di acuti fastidiosi. Nudo e possente, il suo corpo sembrava appartenere a una divinità greca: i muscoli e i tendini del fisico spiccavano splendidamente ad ogni movimento; la sua pelle, simile al marmo, splendeva priva di ombre e metteva in evidenza i dettagli levigati della sua muscolatura. La bellezza che traspariva da Gabriel lasciava senza fiato. Nessun uomo sarebbe rimasto indifferente, nessuna donna avrebbe potuto ignorare il desiderio. Chi per rispetto, chi per incanto, la perfezione di quel corpo avrebbe ammaliato i sensi di qualsiasi persona. Marek fece cenno a Gabriel di accomodarsi; lo osservò sdraiarsi al suo fianco con incredibile leggerezza e lo accolse accarezzandogli il volto, le spalle e il petto

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roccioso. “Tu” incominciò, alternando i baci alle parole, “sei un angelo. Il mio angelo senza parola.” Gli occhi grigi di Gabriel lo osservavano con comprensione. A chi, alle cose a cui era stato negato di esprimersi a suoni, era stata data l’opportunità di comunicare a gesti, tocchi e sguardi. Gabriel ne era maestro. Marek osservò da vicino la voragine nascosta nei suoi occhi, percorse con un dito il contorno disegnato delle sue labbra e appoggiò il volto sul suo addome scolpito. Con tristezza, ascoltò che al suo interno non scorreva vita. Gabriel era una macchina, l’ultima della Colonia Lunare. Allo scoppio della guerra, sulla Luna non era stato mostrato alcun segno di ribellione. Le macchine avevano ignorato l’aberrante iniziativa delle loro copie sulla Terra e avevano perseguito nel compiere i servigi per cui erano state progettate. I coloni, però, non si erano più sentiti al sicuro. Quando le comunicazioni erano state definitivamente interrotte, la paura era cresciuta e la convivenza con quegli esseri senza vita si era fatta insopportabile. I coloni avevano così avanzato una richiesta al Consiglio; pur con numerosissime incertezze e altrettanti ripensamenti, la richiesta era stata approvata e l’ordine eseguito: le macchine, rese inoperanti, erano state smantellate. L’esistenza di Gabriel, taciuta al resto della Colonia, era stata accolta dal Consiglio prima con disprezzo, poi con compassione; i vizi del Primo Consigliere furono tollerati e Marek fu reso responsabile di qualsiasi atto ne sarebbe seguito; da allora la condotta di Gabriel si era dimostrata impeccabile. Quello stesso giorno, durante l’ultima seduta del Consiglio, egli stesso aveva timidamente mosso una proposta: contare Gabriel tra i componenti della prima spedizione. A nome dei ventiquattro presenti, il Consigliere Davon, secondo solo a Marek, si era alzato e aveva dichiarato con fermezza estrema: “No, Marek. Il tuo giocattolo rimane qui.” Nella sua stanza da letto, accarezzando il suo angelo, il Primo Consigliere si sentì intimamente tradito. 4 “Domi, restaurami.” Il vecchio calò le palpebre e allungò il collo rugoso verso la figlia. “Smettila, papà” lo rimproverò lei in tono affettuoso. “Non scherzare.” “E chi scherzerebbe mai?” ribadì lui con innocenza. “Il trucco è un’arte antichissima” spiegò Domitilla mescolando con padronanza due sacche di polveri colorate. “Truccare un volto non significa nascondere i suoi difetti, ma esaltarne la bellezza.” “Ottima attenuante” commentò Samuele. La figlia versò cinquanta gocce di acqua di mare tra l’amalgama di polveri che aveva ricavato. Mescolò con attenzione, ottenendo un impasto omogeneo ed elastico. Poi guardò il padre con occhio severo. “Il tuo atteggiamento non aiuta, papà” disse docilmente. “Anche per me non è affatto facile.” “Ma non capisci?” si giustificò lui, mostrando un sorriso così sincero che lo avrebbe scagionato sul patibolo di morte. “È l’ironia la forma d’arte più antica. Mi sto truccando lo spirito per il gran finale.” Domitilla scosse il capo, mentre raccoglieva un sedimento di soluzione con la punta di una piccolissima spatola. Cominciò a lavorare sul viso del padre, delicata come se stesse decorando le ali bianche di una farfalla. Pur conoscendo quel volto a memoria, la natura, e il suo processo di riscatto temporale, aiutavano Domi a riconoscere i nuovi segni di invecchiamento: incidevano la pelle del vecchio in profondità, accompagnati da un rigonfiamento rossastro sugli argini della ruga appena formata. Quelle piaghe gli davano l’aspetto di una corteccia malata dalle mille bocche cucite. La soluzione che stava applicando levigava la pelle di Samuele, riportando il suo aspetto a qualche tempo prima, quando il logoramento fisico veniva ancora sedato dai ritrovati

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miracolistici delle macchine. “Hai il tocco di tua madre” le rivelò con un’eco d’orgoglio nella voce. “E il suo naso” aggiunse Domitilla senza cattiveria. Sedevano uno di fronte all’altra, sotto la tenda grigio-blu che faceva da avamposto. Fuori, il vento non si stancava mai di cantare, portando con sé melodie di onde e di gabbiani. La tenda si affacciava a strapiombo su nere scogliere che spezzavano quel confine di terra e lasciavano posto al mare. Oltre la costa, a un paio di chilometri verso l’orizzonte, il profilo collinare di un’isola occupava metà del cielo, invadendo di verde brillante lo spazio riservato alle nuvole e all’azzurro. Tempo prima un lungo e serpeggiante cordone di terra collegava quelle colline al continente, attraversando l’acqua salata del mare come per nutrire la neonata isola di alberi, fiori e frutti. Ora, dove una volta sorgeva il passaggio che accompagnava alle porte dell’isola, stormi di volatili tagliavano la brezza con traiettorie spericolate, alla ricerca di cibo per sopravvivere all’inverno. Da nord era giunto il gelo e all’avamposto c’era aria di primissima neve. “Fatto” annunciò Domitilla con sguardo critico. Prese un piccolo specchio ovale e lo porse al padre; egli lo afferrò malvolentieri e cominciò a osservarsi con attenzione, inclinando volto e riflesso in pose esasperate. “Sebastiano sarebbe già dovuto essere qui” aggiunse Domi ascoltando la voce insistente del vento. “Rischia di essere travolto dalla neve.” “È il minore dei mali” disse Samuele restituendole disgustato lo specchio. “Se tuo fratello non torna in fretta, rischia di trovare solo le briciole di suo padre.” Con notevole forza di spirito, Domitilla impedì al suo volto di sciogliersi nel disappunto. Si chinò a terra e si appoggiò al braccio di suo padre. Samuele smise di osservare il lento degrado che stava corrodendo la sua mano e la osservò con serietà. “Papà, ti prego” lo implorò con voce sottilissima. “Raddoppia la dose. La gente è ancora giovane. Le scorte saranno sufficienti per anni.” Suo padre scosse la testa e le parlò lentamente, con estrema pazienza. “Ne abbiamo già parlato, Domi. Ho preso una decisione e la rispetterò fino in fondo.” La vista di Domitilla si trasformò in un acquarello di ombre colorate. Gli occhi le si riempirono di tristezza; ella li chiuse, lasciando che le lacrime si frantumassero, libere di scivolare sulle sue guance. Gli ghermì la schiena e sciolse il suo dispiacere in un abbraccio forte, ancorandosi al ricordo di quando quel debole corpo era ancora pieno di bellezza e vigore. “È per questo che non so darmi pace” gli sussurrò a un orecchio. Samuele accarezzò i capelli della figlia e la scosse gentilmente, ondeggiando, come gli piaceva fare quando era ancora una bambina. Non disse nulla e la tenne stretta per il tempo che lei ritenne necessario. Poi Domi si staccò, baciandolo sulla tempia, e uscì per assistere alla rabbia delle onde. Un sentiero percorreva tutto il fianco del dirupo, costeggiandolo fin alla base della scogliera. Rocce nere e spigolose lo attraversavano per intero, spezzate qua e là da secche sterpaglie d’erba, cresciute cocciutamente tra crepe e minuscoli spiragli di pietra. Il crepuscolo spegneva d’un tono i colori del giorno, adombrando di spettri il silenzio e i contorni slanciati dell’antichissimo paese che governava l’isola. L’alta torre del monastero, pur spiccando sulle altre costruzioni, perdeva decisamente d’importanza contro lo sfondo verde della vegetazione. Domitilla scendeva con attenzione il sentiero, poggiando i piedi dove il gelo non aveva ancora anestetizzato l’attrito e la superficie delle rocce. L’acqua del mare la richiamava dal basso con una brezza pungente e odori di salsedine. Domi immaginava che ogni onda, prima di infrangersi contro la sabbia, alzasse la cresta come per respirare e mostrarle un segno di saluto. Non dovete più preoccuparvi, sembrava dire. Ora siamo qui noi a proteggervi... Alla fine del sentiero, l’ultima guardia dell’avamposto cantava un motivetto dimenticato dal tempo. Una ventata coraggiosa le portò odore di cena, seguita dal

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suono di un calpestio accelerato; Domi sorrise, certa che in realtà quei passi veloci stavano seguendo il ritmo della canzone brontolata. Dietro uno scoglio lo vide, accucciato a un piccolo fuoco, con in mano del vecchio pentolame fumante ed ammaccato. “Non pensa che sia troppo visibile?” chiese Domitilla. La guardia e la pentola saltarono colte di sorpresa. Lo sguardo di Damiano, rugoso e illuminato dalle fiamme, s’addolcì non appena vide chi aveva parlato. Sorrise e la sua pelle si increspò, mettendo in mostra ogni anno della sua veneranda età. “Signorina!” L’allegria di quella voce era contagiosa. “Si accomodi. Là sull’isola a quest’ora dormono.” “Grazie.” Domi si accomodò sulla sabbia a gambe incrociate, a fianco del fuoco e del piccolo cannocchiale d’oro su cui le fiamme danzavano calde e sfrenate. “Si sieda, si sieda” continuò la guardia. “Un po’ di porco? L’ho tagliato con le mie stesse mani.” Malgrado l’aspetto, il profumo affumicato che stava eccitando i gabbiani aveva messo in subbuglio anche lo stomaco di Domitilla. La carne era tenerissima: ad ogni morso sentiva il sangue dell’animale legarsi a timo e rosmarino, in un connubio di spezie sorprendentemente delicato. Divorò il pasto, complimentandosi per le doti culinarie di Damiano. “E questo è nulla” continuò lui con un sorriso orgoglioso. “Ero un ristoratore prima della guerra, lo sapeva?” “Decisamente no” rispose Domi divertita. “Oh si” annuì lui tra i ricordi. “L’avrei servita come una principessa. Poco ma sicuro.” Domitilla lo ringraziò ridendo. “Mi bastano i suoi modi per crederle.” Lui si alzò e gettò una manciata di sabbia nella pentola vuota; la strofinò con energia, lavando via il grasso che si era sedimentato dopo la cottura. Poi, in silenzio, le si sedette accanto e allungò le mani verso il calore del fuoco. Inebriata da quell’istante di tranquillità, Domitilla inspirò a fondo l’odore scortato dal mare e si abbandonò in un lungo sospiro di distensione. Così dovrebbe essere, pensava. Così e per sempre. Il guizzo di un volatile distolse la sua attenzione da quella visione intima della storia; i suoi occhi celesti, volteggiando insieme alla notte, ricaddero sui profili dell’isola e sui suoi abitanti privi di vita. Oltre la barriera delle onde, le ultime macchine non facevano che attendere. E gli uomini, in uno stato che mutava tra nervosismo e frustrazione, non avevano la minima idea di cosa stessero aspettando. “Nessun movimento?” chiese Domitilla. “Niente di niente” confermò la vecchia guardia. “Se non fosse Silvy a raccontarcelo, penserei che l’isola sia del tutto disabitata.” Domi osservò la punta in ombra del campanile. Lassù, chissà come, pensò che i minuti avrebbero anche potuto smettere di trascorrere. “Cosa stanno facendo?” “Non lo so, signorina” rispose Damiano scotendo la testa con rassegnazione. “Qualunque cosa sia, non riesco a immaginare nulla di buono.” “Non temono la fine del loro tempo?” Il silenzio a cui diedero vita durò solo pochi minuti: la campana delle macchine, per la quarta sera consecutiva, iniziò a suonare lenti rintocchi funebri. Domi e Damiano si guardarono condividendo brividi e pensieri. “Lo fanno per spaventarci…” disse Domitilla, animata da un sentimento misto d’odio e di paura. “Se così fosse”, osservò la guardia abbassando la voce, “ci stanno riuscendo benissimo. Sono contento sia con me, signorina. Detesto trovarmi qui da solo con quei rintocchi.” Una lunga serie di scatti veloci bandì le campane dalle loro orecchie; a solo un metro dalla riva del mare, una vecchia carrucola si era appena messa in funzione. Alla prima serie di scatti ne seguirono altre due, distanziate con la precisione di chi vuole che il

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mittente sia perfettamente riconoscibile. “Notizie dall’isola!” esclamò Damiano issandosi con agilità. Sembrò quasi che una brezza d’alito divino l’avesse rianimato con lo spirito gioioso di poco prima. Giunta al suo fianco, Domitilla l’aiutò a ruotare la manovella dell’antiquato macchinario. Quel piccolo manico, insieme a una ruota di ferro dentellata e un lunghissimo cordone di metallo, costituiva il più efficace strumento di comunicazione ad ampio raggio tra l’isola e il continente. Dopo secoli di interattività ed immediatezza, il sudore che Domitilla sentiva scivolare sui propri muscoli le comunicava un senso di benessere, come se per la prima volta gli sforzi di una vita trovassero appagamento. Continuarono a ruotare la manovella per diversi minuti, a turno, fino a quando dall’acqua emerse una piccolo contenitore di plastica trasparente. Dentro di essa un lungo messaggio di Silvy balzava senza sosta contro le pareti della custodia, in ansia d’essere letto. Damiano lo afferrò e lo mostrò al viso di Domitilla, sorridendo a lei e ai fiocchi di prima neve che gli si adagiarono sui denti. Silvy si soffermò qualche istante a osservare il messaggio che veniva rapito dal mare; poi mollò la presa, lasciando che una forza invisibile ruotasse faticosamente il marchingegno fino alle spiagge del continente. Quindi si voltò, affrontando la vegetazione, fattasi più scura al sopraggiungere della notte. Ed ora corri, Silvy. Corri cazzo. Corri corri corri corri CORRI! Se non fosse stato per un gran scivolone, non si sarebbe neppure accorta della neve: schivò all’ultimo un tronco d’acero secolare, poi si rialzò e corse senza sosta né risparmi, sfiatandosi, ignorando il suo corpo che le chiedeva a gran voce più ossigeno ed energia. Nel tentativo di ferirle il volto, foglie e ramoscelli spuntavano da ogni dove. Avanzava così velocemente d’avere l’impressione che lo spazio davanti a lei le venisse incontro a velocità duplicata, come se non fosse Silvy a guadagnar terreno, bensì il mondo sotto i suoi piedi a superarla. Dopo tre mesi di sopralluoghi, conosceva quei boschi alla perfezione: le bastavano scintille di luci ed ombre per riconoscere tutto ciò che si stava lasciando alle spalle: i vivi, i morti e i mai nati. Vide un piccolo cerbiatto immobilizzarsi al suo passaggio; un grosso pavone maculato aprire a ventaglio la coda in una sfida d’audacia e di bellezza; due conigli bianchi seguirla per sbaglio e poi fuggire lontano, oltre il suo orizzonte visivo. Vide i coniugi Salma tenersi mano nella mano per tutta l’eternità, ai piedi di un bellissimo cipresso; i resti della famiglia Ardente tra le macerie carbonizzate del loro rifugio in legno; il rigido attenti del soldato Oscillante esercitarsi instancabile a mezz’aria, agganciato a un grosso ramo. Vide le pelli sciolte e cascanti di macchine spente mettere in mostra teschi stilizzati, bianchissimi, fatti apparentemente d’avorio; e infine, nascosta dal limitare della boscaglia, vide una lunga processione avanzare composta lungo il vicolo di ciottoli che portava all’ingresso del monastero. Recupera il fiato, Silvy. Nascosta alla notte stessa tra gli alberi, spiò le macchine mentre salivano gli scalini di pietra che conducevano all’entrata del luogo consacrato, una dietro l’altra, distanziate al millimetro. Attese che la lunga fila terminasse, dopodiché, camminando come su un tappeto di rasoi, si accodò alla processione. Entrò nell’androne della chiesa e si fermò per ultima, sul fondo della navata, poco prima che le porte si chiudessero con un boato che sembrava sancire l’inizio (o la fine) di un’apocalisse. In quello stesso momento, frantumandosi lentamente nell’aria, anche il suono delle campane morì. Tutt’intorno la luce fioca di altissimi ceroni illuminava l’interno della chiesa; l’effetto più che schiarirla, ne oscurava la sacralità. Silvy aveva l’impressione di trovarsi in un museo d’altri tempi, un luogo sacrilego in cui atmosfere e scenari esasperati osavano scimmiottare la presenza del Signore. Non lontana da lei una macchina cominciò a pregare in lingua comune; pronunciò poche parole, altalenandole in sequenza secondo la loro tipica litania. Silvy guardò i volti e i corpi senza vita che la circondavano, osservandone la bellezza

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e la proporzione Ascoltò il tono artificioso della loro preghiere cantare lodi al Crocifisso che dominava tutta la navata, e pensò a come dovesse sentirsi Cristo in quel momento, spaesato tra mille voci e un solo cuore battente. Si sentì derubata del proprio corpo di donna, riprodotto e perfezionato nei modelli che recitavano al suo fianco, e stuprata nello spirito, la cui fede veniva sottratta e ridicolizzata da quell’aberrante messa in scena. Quando tutte le voci tacquero, qualcosa di inaspettato accadde. La porta della sagrestia si aprì con un tonfo e, ad esso, seguirono urla disumane. Il cuore di Silvy accelerò, i suoi respiri raddoppiarono. Calmati, tranquilla. Ti noteranno. Da un braccio della planimetria fatta a croce sbucarono due macchine indaffarate; stavano trascinando qualcosa che sbraitava per essere liberato. L’altare, notò ora Silvy, era stato scoperto mettendo in mostra una folla di piccolissimi uomini accalcati scolpita nella nuda pietra. Le due macchine sollevarono il loro carico e posarono sull’altare un piccolo capretto terrorizzato, la cui disperata energia veniva tenuta a freno con facilità da quattro braccia meccaniche. Occhieggiava impaurito, sgolandosi con gemiti terribilmente simili a quelli di un neonato. Silvy si guardò bene dall’esternare qualsiasi emozione. Non cedere ora, non cedere. Una delle due macchine estrasse un lungo coltello dalla sua cinta e il silenzio permise a Silvy di udirne distintamente la lama mentre veniva estratta dalla custodia. La punta luccicò per un baleno, prima che il coltello venisse affondato con un suono orrido quanto una nota infernale di violino, e il capretto fu sgozzato in un sol colpo. Venne lasciato libero; il suo verso ora assomigliava a un rantolo liquido e raccapricciante, come una sacca di sangue che si riempiva e svuotava di continuo. Cadde dall’altare, inondando di rosso la folla scolpita; si rialzò barcollando, sgambettò e cadde di nuovo, nella funebre parodia della sua nascita. Trovò l’equilibrio e, tremante, cominciò a percorrere la navata con le forze che lo abbandonavano. Passò tra le panche, contemplandosi attorno e boccheggiando senza ossigeno; le macchine, voltandosi sincronizzate, seguirono i suoi ultimi passi con curiosità e un distacco superbo. Silvy osservò pietrificata l’agonia del capretto; solo in quel momento capì che stava arrancando verso di lei, alla ricerca forse dell’unica emanazione rassicurante in quel luogo di culto: odore di vita. La raggiunse sfiancato e le zampe cedettero proprio ai piedi di Silvy. Prima di morire la guardò tramortito, tristemente incolpevole, e gorgogliò ancora un belato; poi si accasciò sbattendo le zampe con poca convinzione. Quando si accorse dell’espressione penosa che aveva in volto, Silvy sollevò di scatto la testa, tentando inutilmente di ricomporsi. Cazzo… Centinaia di occhi vitrei la stavano osservando con interesse. 5 La bambina percorreva spedita le vie e i cunicoli del paese; camminava spinta dal timido vanto di una guida che non conosce nulla al di fuori del proprio percorso. Saltuariamente, con tono di riguardo, avvertiva i suoi due ospiti di ostacoli o cedimenti di terreno invisibili all’occhio; Otto ne era già a conoscenza, ma celava la noia adattandosi agli avvertimenti del piccolo essere umano. Passarono sotto un arco di pietra e metallo alto circa cinque metri, una sorta d’arrivederci per tutti coloro che abbandonavano la cittadina. In grossi caratteri arcaici la scritta Foce Mossa salutava il visitatore, affiancando al nome del paese la celeberrima immagine del passaggio di custodia tra l’Uomo e la Macchina. Fragilità e fiducia, pensò Sebastiano osservando l’emblema velato di neve. Ci siamo affidati alle macchine come un neonato alla propria madre, abbiamo succhiato il loro latte e ne siamo usciti disintegrati. Proseguirono il cammino fuori dal centro abitato. Ai lati della strada era cresciuta una sterminata coltivazione di frumento, selvaggia, bellissima, senza ordine né artificio. Due giganteschi macchinari, in attesa della sgranatura estiva, dormivano tra migliaia di vecchi steli dorati: creature delle macchine al servizio dell’uomo, spente all’inizio

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della guerra. Alla loro destra, lungo un vialetto che tagliava il frumento, sorgeva un casolare solitario e antico, o forse costruito secondo criteri semplicemente nostalgici. Sembrava un rudere soltanto abbozzato, rosso come i mattoni a vista che gli davano forma e vecchio per l’imbiancatura della neve. Il portico d’ingresso, alto e spazioso come nelle cascine di un tempo, adombrava un piccolo cortile di terriccio su cui una volta pollame e selvaggina avevano beccato. Il gelo piovuto dall’alto suscitava l’impressione che tutto quanto, per fatalità, fosse caduto in un letargo da cui non avrebbe fatto più ritorno. Cynthia li condusse sotto il portico, al riparo dal cielo, e li accompagnò alla porta d’ingresso nascosta da un pericolante carro da traino in legno, talmente vuoto e desolante da allontanar via anche il ricordo del fieno. La bambina si voltò giusto prima di varcare la soglia di casa. “Otto non c’entra” disse dispiaciuta. Sebastiano annuì e afferrò le briglie che vestivano il cane; tirò finché non ebbe gli occhi lacrimosi di Otto all’altezza dei suoi e gli arruffò il pelo grigio sopra le orecchie pendenti. “Rimani qui, va bene? Facci da guardiano.” Il cane arretrò, con sbuffi maleodoranti dal naso, e si allontanò in silenzio per pochi metri; poi, più per pigrizia che per fatica, si lasciò scivolare a terra, posando il muso sulla pietra e ritirando le orecchie in posizione di costante allerta. Soffiò ancora un paio di volte, contrariato per l’esclusione. La bambina rise di gusto e impugnò il pomo della porta con entrambe le mani, spingendolo con forza. Entrarono in casa. Cibo, pensò Sebastiano nel momento in cui vide la madre. Era in piedi, dietro un tondo tavolo di legno, con le dieci dita conserte, nell’atteggiamento di chi attende una grazia da Dio. Sfoggiava un sorriso di benvenuto tirato, poco lucido, che metteva in evidenza tutti i muscoli del volto e i tendini del collo rinsecchito. Indossava una lunga veste a fiori legata in vita da una cintura fatta di corda, consunta come la vitalità nei suoi occhi. Le braccia e le gambe erano scoperte, e mostravano carne scavata e cadente. Tra quelle mura il gelo non era inferiore a quello esterno, tutt’altro; l’umidità filtrava dalle pareti e aggrediva le ossa del visitatore fino a farle tremare. La sua magrezza, lo sguardo distante e l’indifferenza al gelo erano evidenze ben poco ignorabili: la madre di Cynthia si faceva di cibo. La donna si avvicinò di scatto, assestando una vigorosa stretta di mano al nuovo arrivato. “Io sono Layla” si presentò. “Benvenuto nella nostra casa.” “Layla con la ipsilon” precisò la figlia con un sorriso, abbracciando la coscia ossea della madre. “Il mio nome è Sebastiano” iniziò lui, “vengo da Marescoglio, ultimo avamposto.” “Marescoglio!” esclamò Cynthia gustandosi il suono della parola. “Si.” Sebastiano sorrise. “Torno a casa dopo mesi di cammino.” Layla lo osservò come un suddito avrebbe spiato un reale. I bulbi oculari e la mascella le scattavano impercettibilmente, di continuo, sintomo inconfondibile della sua dipendenza. Le unghie della mano invece, ridotte a un velo, sarebbero presto cadute, insieme ai denti sbiaditi e macchiati di trasparenza. “L’ultima battaglia si è svolta a Marescoglio…” rifletté la madre ad alta voce. “Voi siete i custodi dell‘isola.” aggiunse sottovoce. “Attendete la fine delle macchine…” “Così era” confermò lui. “Manco da quindici mesi ormai, l’isola deve già essere tornata in mano agli uomini.” “Sentito, Cynthia?” esclamò Layla alzando la bambina con minimo sforzo. “Abbiamo vinto!” La figlia abbracciò il collo della madre ed esplose in una risata cristallina; Sebastiano sentì che una pioggia di luce saliva nell’oscurità del soggiorno. Il tavolo rotondo, due poltrone e un’alta cassapanca impolverata arredavano la stanza senza alcun gusto, mobilia probabilmente raffazzonata con il carretto che stava cigolando fuori dalla porta.

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Layla mise a terra la bambina e la invitò a cambiarsi gli abiti bagnati di neve; lei corse via, gareggiando coi riflessi argentei della luna. Sebastiano si avvicinò incuriosito alla cassapanca, sulla quale rudimentali cornici in legno agghindavano due autentiche fotografie. Nella prima era ritratta Layla, giovane e sorridente, nell’atto di piroettare con i pugni puntati ai fianchi; la gioia che esprimeva era stata così spontanea da renderla persino attraente. Nella seconda foto, invece, Layla guardava radiosa l’obiettivo mentre cullava una minuscola Cynthia addormentata; la postura del collo e delle spalle facevano intuire che la madre si era voltata solo per l’istante dello scatto, ed era poi tornata ad accudire la figlia con estrema cautela. “Le ha scattate mio marito” disse notando il suo interesse. “Aveva un debole per il ventesimo secolo. Diceva che tutto ha avuto inizio allora.” Sebastiano sorrise. “Avevamo la casa piena di inutili reperti da museo” aggiunse Layla. “Queste due fotografie sono le uniche rimaste.” “E’ morto in guerra?” “All’inizio della guerra” precisò Layla. “In combattimento?” Lei scosse il capo: “Tra il granturco, in una rimessa poco lontana.” Sebastiano la guardò senza capire. “Voleva trovare un modo per rispondere alle macchine. Ma ha fatto troppo rumore ed è stato ucciso.” “Troppo rumore?” “Esperimenti” spiegò Layla. “Combustibili ed esplosivi che non fossero a base di demorio.” “Ci riuscì?” volle sapere lui. Lei annuì con profonda tristezza. “Un giorno sentimmo una forte esplosione. Pensai subito alle macchine, ma poi scoprimmo che era stato lui a provocarla: insieme al boato si era alzata una lunga lingua di fuoco e in pochissimi istanti venne individuato.” “Giusto” ricordò Sebastiano a voce alta. “Le macchine non fanno fuoco.” “Si. Lo abbiamo imparato a nostre spese…” Cynthia fece ritorno con vesti più logore e pesanti; saltò, accucciandosi su una poltrona, e si immerse subito nella visione di Sebastiano. “Abbiamo qualcosa da mangiare, ma non per il grosso amico là fuori” disse la madre. “Grazie“ si affrettò a dire Sebastiano, “ma non disturberemo. Abbiamo provviste a sufficienza per il ritorno e oggi abbiamo già cenato.” Layla capì che lui sapeva e annuì, abbassando lo sguardo con un sentimento misto a gratitudine e vergogna. Sebastiano decise di non aggiungere altro; non doveva, non poteva biasimare una madre che si stava lentamente consumando per amore della propria figlia. “Farà freddo e i letti non mancano” aggiunse Layla con discrezione. “Io e Cynthia saremmo felici di ospitarla per la notte.” Fuori dalla porta il calpestio maldestro di quattro grosse zampe li fece voltare tutti, spingendoli a credere che Otto stesse origliando la loro conversazione. “A quanto pare Otto accetta volentieri” disse Sebastiano, strizzando l’occhio a Cynthia. Lei si coprì la bocca con meraviglia, lasciando trapelare un’esclamazione divertita. “Bene” concluse Layla con soddisfazione. Poi, dopo aver spedito Cynthia verso la stanza da letto, aggiunse con timidezza: “È bello avere di nuovo un uomo per casa.” Un piccolo specchio ovale sormontava la spalliera del letto su cui avrebbe riposato; si guardò il viso con attenzione, alla luce della Luna, e si sistemò con cura la piccola garza grigia che gli nascondeva la narice e la parete destra del setto sovrastante. Erano già passati quattro anni da quando il suo viso era mutato e faticava a immaginare i suoi lineamenti prima della menomazione. Eppure la presenza di un’altra persona lo irrigidiva ancora: era come se i suoi piedi venissero seguitamente calpestati ed egli non potesse che notare pietà in tutti gli sguardi che incontrava. Non fissarmi, ordinava

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ai suoi occhi di rispondere, la tua compassione non è affatto d’aiuto. Layla lo aveva guardato in modo differente; era quasi certo che i dettagli del suo profilo fossero passati inosservati, come se la più ampia visione della nuova presenza avesse subissato la curiosità per il suo aspetto. Sebastiano immaginò che, dalla morte di suo marito, le priorità di quella donna si fossero spogliate d’ogni accessorio, calciate alle origini, e si limitassero al primitivo bisogno di sopravvivenza. In guerra aveva visto soldati assumere cibo per due mesi, tre tutt’al più; li aveva visti rinsecchire, spremuti, senza più carne né volontà; e poi crollare a terra tristemente svuotati. Layla e Cynthia, se non si fossero presto allontanate da Foce Mossa, avrebbero avuto pochi giorni contati da vivere. Si avvicinò alla finestra che dava sul portico d’ingresso, l’aprì e si sporse fuori, punto dal freddo e da qualche particella di nevischio. Il cielo si era decisamente calmato e faceva ben sperare per la mattina seguente. Un piano sotto Otto lo stava osservando con sufficienza; perché tu dentro e io fuori? domandavano i suoi occhi lacrimosi. Il pelo grigio che copriva le zampe anteriori era umido ed arruffato, mentre il tartufo emetteva nuvolette di fiato corto. Sebastiano intuì d’essersi intromesso in un momento di igiene corporea. “Risparmia il rancore” disse al cane. “Non ci sono stanze abbastanza grandi per contenerti.” Otto sbuffò, come se non volesse sentire scuse. “Fatti un giro, porta qualcosa da mangiare” continuò. “A caccia!” Il cane sbadigliò, allungandosi sulle zampe posteriori, e si scrollò a lungo per attenuare l’intorpidimento. Quindi lanciò un’ultima occhiata risentita e spiccò due lunghe falcate nella notte. Sebastiano si adagiò sul letto, carezzando coperte e lenzuola pulite. S’avvolse in esse e chiuse le palpebre, gustandosi ogni istante della lenta vittoria sul freddo della stanza. Si rannicchiò su un fianco e incominciò ad attendere che anche il sonno vincesse la sua partita. Ma non accadde, perché una luce innaturale si stava avvicinando con lentezza. Il corridoio che conduceva alle altre stanze si stava animando progressivamente, schiarito da un lume che avanzava verso di lui. Era di una tonalità lievemente azzurrognola e liberava la stanza dalle ombre che si allontanavano da Sebastiano. Sulla soglia della stanza comparve Layla: stringeva nelle mani la fonte della luce, poco sotto il volto illuminato da spettro. Sembrava un globo di vetro abbozzato, senza una forma precisa, tra l’azzurro e il colore del sole. Layla si avvicinò e lo poggiò sul letto senza spiegazioni. Aveva le dimensioni di una testa e conteneva un liquido opaco in costante movimento, animato di energia propria. Non c’erano giunture, né tagli che ne facessero intuire la costruzione; solo una rientranza concava che avrebbe facilmente contenuto il pugno di un bambino. Sebastiano non aveva mai visto uno strumento simile, sembrava provenire da un tempo ancora sconosciuto, ben più lontano ora che le macchine avevano impiccato il progresso. Lo prese delicatamente in mano ed emise un grugnito inaspettato quando sentì i suoi palmi riscaldarsi piacevolmente. “Che cos’è?” chiese con voce strozzata. Non riusciva a distogliere lo sguardo dall’energia che emanava il liquido. “Non so da dove venga” spiegò lei. “Ma so come è giunto nelle mie mani.” Si fermò, cercando le parole tra i ricordi: “E’ successo a un anno circa dallo scoppio della guerra. Mio marito era già morto ed io ero sola con mia figlia. Due uomini si presentarono alla mia porta, dissero di avere qualcosa per noi, per le donne rimaste orfane.” “Due uomini?” Layla annuì. “Uno alto, molto grasso, l’altro più o meno della mia statura, quasi completamente calvo. Mi hanno pregato di dar loro ascolto. Dissero che era una questione di sopravvivenza della nostra specie e che era in gioco il destino dell’uomo.” Sebastiano rinfoderò lo scetticismo e attese, prima di commentare.

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“Non erano italiani, parlavano con un accento nordico, scandinavo forse. Ma niente nomi. Dissero di essere seguaci di una ribellione e di poter combattere le macchine senz’armi.” “Una ribellione senz’armi…” ripeté Sebastiano senza capire. Layla si sedette accanto, sperando forse che la vicinanza lo aiutasse a comprenderla meglio. “Mi parlarono di guerra” spiegò. “Dissero che l’obiettivo delle macchine era eliminarci tutti quanti, uccidere gli uomini e lasciar che le donne invecchiassero fino a morire. Dissero che la ribellione era sorta ben prima della guerra e che i ribelli si riunivano in tutta Europa in focolai di accoglienza. Erano già in migliaia!” Mentre Layla parlava, un’espressione febbrile le era sorta negli occhi. Scattavano meccanicamente in preda all’eccitazione. “Mi diedero questo” disse toccando il globo luminoso, “e mi chiesero di attendere il loro ritorno. Ma di fare la mia parte nel frattempo…” “Parte?” L’eccitazione che l’aveva animata si placò un poco e il tremore negli occhi sembrò rallentarsi. “I ribelli hanno un solo dovere: preservare la nostra razza. Dissero che gli uomini continuavano ad essere uccisi e che, insieme ad essi, sarebbe morta la speranza di procreare di nuovo. Il primo compito delle donne era quello di trovare e conservare più seme umano possibile. Qui dentro.” Indicò il globo. “Questo affare contiene…” Sebastiano non finì la frase. Layla annuì. “Da allora sono passati solo due viandanti a Foce Mossa. Lei è il terzo. Probabilmente ora sono morti entrambi, ma il loro seme è sopravvissuto qui dentro per tre lunghi anni. Li accolsi in casa mia e feci ciò che sentii di dover fare.” Il silenzio cadde tra loro. Sebastiano avrebbe voluto farle decine di domande, ma non riuscì a formularne alcuna, rapito dalle rivelazioni di Layla. Possibile che abbia trovato ciò che cercavo? Si domandò incredulo. “Raccontò qualcosa ai due uomini?” domandò infine. Layla negò con un cenno di capo. “Non dissi nulla. Non mi chieda il motivo, ma sento di fare una cosa corretta raccontandolo a lei. Se davvero è un custode dell‘isola, so di potermi fidare.” La ringraziò con un sorriso. Layla non aggiunse altro. Lo osservava immobile e attendeva un commento alle sue parole. Sebastiano si mosse irrequieto tra le coperte e finse di esaminare con attenzione la luce che li spiava dal basso. La madre di Cynthia lo guardò quasi con rimpianto, ma poi sospirò e si alzò dal letto, strofinandosi stancamente l’interno coscia. Poco prima di accomiatarsi, gli sorrise e gli augurò dolcemente la buonanotte. Si incamminò verso la stanza in cui dormiva sua figlia; prima di imboccare il corridoio, però, si voltò un’ultima volta. “Non sarei rimasta. Neppure prima di ridurmi in questo stato.” “Si. Lo so, Layla” disse lui. “Glielo chiedo per favore: faccia anche lei il suo dovere. Lo faccia per mia figlia e per tutti i bambini che verranno. C’è ancora molta vita in tutti noi.” Rinnovò la buonanotte e si incamminò lontano. La stanza e Sebastiano furono lasciati in solitudine, fortemente perplessi, impalliditi entrambi dalla luce dei nati futuri. 6 Nate non riusciva a contenere l’entusiasmo. La Deuvan scivolava sulla neve ad alta velocità, sfrecciando su tracciati che nessuno batteva ormai da cinque anni. Petr si stava dimostrando un abile guidatore; sembrava assurdo pensare che qualcosa fosse sopravvissuto al monopolio energetico delle macchine. Ma era così facile crederci ora, mentre cavalcavano il vento. La Deuvan era stata scoperchiata. Mentre Petr guidava, Nate mostrava sfacciatamente il busto all’inverno, inveendovi contro, bestemmiando alle macchine, alla storia e perché no, persino a se stesso. “Vai, Pet, vai!” urlava, sfidando il frastuono della velocità. “AAH-HA! This is made

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by humans! You, son of a bitch!” Il sole, già alto nel cielo, era il più forte della stagione. Tutt’intorno a loro la neve caduta il giorno precedente incominciava ad ammalarsi, macchiandosi di suolo, erba e terriccio. Da quando si erano lasciati le Alpi alle spalle, il panorama si era fatto più ondeggiante ogni chilometro percorso. Li seguiva da un’ora o poco più il piccolo letto di un fiumiciattolo vivace, sorto tra una sorgente rocciosa poco lontana dal laboratorio. Le case erano più numerose; ne avevano trovate alcune persino in perfette condizioni, circondate da campi un tempo arati e coltivati con passione. Verso meridione erano visibili bassi colli da pascolo, sui quali decine di bovini ingrassati erano tornati a vivere pacificamente, allo stato selvaggio, legittimi padroni del proprio scampolo di terra. La natura sarebbe presto tornata a fiorire senza l’artificiosa chirurgia umana, e non si sarebbe affatto vestita di lutto. Si rintanò nuovamente nell’abitacolo, sfoggiando un meraviglioso sorriso ustionato dal vento. Gli bastò passare un polpastrello su un pulsante a specchio perché la Deuan privasse loro la visione del cielo. Petr sembrava godere della sua guida, divorando ogni centimetro che la strada gli permetteva di sfruttare. “Pet, riposati un po’. Metti l’automatico.” “Automàt?” ripeté Petr scuotendo il capo. “Ne.” Sapeva essere categorico, fine della discussione. L’ostacolo linguistico non invogliava certo Nate ad essere insistente. “Come desideri.” Puntò il dito davanti a loro. “Sud-ovest, Pet. Io mi concedo un po’ di sonno.” Nate s’accucciò sul sedile, cercando una posizione che non riuscì a trovare. Si rassegnò presto e chiuse gli occhi celesti, accomodandosi a braccia e piedi conserti. In realtà aveva solo bisogno di pensare in silenzio, in intimità, per trovare una spiegazione a ciò che avevano trovato là sotto. Il laboratorio era stato costruito su più livelli, tutti sprofondati verso le viscere della terra; Nate aveva avuto solo il tempo di perlustrare i primi due. Ogni livello era percorso dalla lunghissima spina dorsale luminosa che permetteva l’accesso a tutte le stanze, alcune abnormi, altre più a “misura d’uomo”. Il primo livello, lo stesso su cui avevano trovato le Deuvan, aveva avuto forse la funzione di deposito, con molta probabilità di merce scartata o difettosa. Tre sole stanze erano state riempite degli strumenti futuristici che Nate aveva scorto prima di raggiungere Petr. Nelle restanti, una ventina forse, erano stati ammassati materiali in disuso da decenni: macchinari, trasformatori d’energia, strumentazioni domestiche, incastrati in modo talmente accurato, da sembrar opera di menti malate, o superiori, oppure semplicemente disumane. Nate pensava si trattasse di fonti d’energia alternativa, o reperti di fortuna accantonati dagli uomini con l’avvento del demorio. Forse le macchine, pur di mettere in scacco tutte le risorse degli uomini, avevano razziato qualsiasi dispositivo fosse stato progettato prima del loro dominio. Quella interpretazione sembrava sì sensata, ma aveva fatto nascere più dubbi di quanti ne avesse fugati, domande che temevano risposta: quanti depositi erano sorti per contenere tutta la spazzatura tecnologica del mondo? Il secondo livello aveva riservato altre sorprese. Trovò enormi capsule trasparenti che contenevano liquame giallo e verdastro; alcune erano in frantumi, altre solamente crepate, altre ancora integre, con frattaglie e materiale organico galleggiante in superficie. Nate riconobbe organi e feti deformi di animali. “Pet!” aveva urlato verso il suo amico. “Siamo finiti all’inferno!” Da quel momento Petr aveva preferito starsene due piani più in alto, al di sopra della crosta terrestre, sotto un cielo decisamente più rassicurante. Erano ripartiti la mattina del terzo giorno, una volta che il segnalatore della batteria solare aveva squillato insieme al loro entusiasmo. Ora si stavano dirigendo alla volta di Marescoglio, verso il Mediterraneo, per incontrare gli ultimi custodi delle macchine. La riesumazione di quei prodigi di tecnica avrebbe risparmiato loro lunghissimi giorni di marcia faticosa. A pochi chilometri di distanza sulla strada, videro un grappolo di case in pietra che

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cresceva tra il manto verde scuro di un colle solitario. Le piccole costruzioni spuntavano tra sempreverdi d’età veneranda, tanto alti e fitti d’aver l’impressione che i muri di pietra fossero in realtà giganteschi parassiti geometrici del legno. Solo a distanza più ravvicinata, Nate notò che la parte più esposta del paese mostrava gli inconfondibili segni della guerra. Alcune case erano state squarciate: la mano chirurgica delle macchine aveva aperto brecce alte diversi metri, falciando angoli, tetti e facciate. Gli attacchi di distruzione, laddove le intemperie non fossero ancora giunte ad ammorbidirne il passaggio, avevano segato cose e vegetali con tanta precisione da lasciare dietro di sé soltanto monconi taglienti. Nate rabbrividì pensando all’effetto che quelle armi avevano avuto sui corpi umani. Si fermarono a un punto in cui la strada si sdoppiava e proseguiva anche verso occidente. Un vecchio cartello pendeva ancora malconcio ed indicava il paese che avevano visto da più lontano. Ora però, giunti a quel livello della collina, si vedeva solo la strada filtrare tra una selva ombrosa di tronchi e rami sgocciolanti. Le lettere consumate del cartello recitavano Troncoraggio. “Diamogli un’occhiata” decise Nate indicando a sinistra. “E vediamo di trovare qualcosa di commestibile.” Petr annuì e virò come gli era stato detto, infilandosi tra alberi ed ombre verso l’interno della collina. Dovettero percorrere almeno due chilometri prima di incontrare la prima abitazione squarciata. Più proseguivano, tuttavia, meno evidenti si facevano le mutilazioni delle macchine. Le costruzioni erano talmente simili, da dare l’impressione che in realtà Petr stesse guidando in circolo, e che sempre la stessa casa di pietra si stesse riformando di nascosto. Nate stava pensando di aver perso solo tempo, quando incrociarono un archetto di legno che segnava l’inizio del paese. Su di esso, sotto il nome, era stato inciso il celeberrimo simbolo del dominio delle macchine: una chiave capovolta, stretta tra il pollice e il medio della mano di un bambino, nell’atto d’essere posta su un palmo aperto, più grande e bullonato. Quel disegno fece voltare lo stomaco di Nate come una centrifuga; accadeva ogni volta lo scorgesse. Zigzagarono ancora per qualche secondo; poi, dopo la terza svolta, rimasero entrambi di stucco. Un lungo viale conduceva in città, lastricato con grossi ciottoli grigi e guardato a vista da due lunghe file di pini secolari. Tra i rami che lo sormontavano, però, pendevano strette strisce di tessuto colorato che toccavano terra; sembravano lunghi serpenti multicolori, minuscoli sipari da scansare per entrare in città. Esaminatoli da vicino, però, rivelarono la loro provenienza: semplici strappi di lenzuola colorate. Nonostante tutto il paese fosse agghindato a festa, Nate e Petr non riuscivano affatto a sorridere. Il paese era più deserto di una laguna prosciugata, fatto che rendeva terribilmente tetro tutto quello sfoggio di allegria variopinta. Le strade di Troncoraggio ricordavano quelle di un borgo medioevale: alte, strette e raramente baciate dal sole. Si articolavano in vie e cunicoli saliscendi collegati da archi, sottopassi e androni. Ogni strada, però, ostentava quei drappi stonati di colore in celebrazione di qualcosa che credevano non avesse mai avuto luogo, né che mai l’avrebbe avuto. “Pet, ti dirò: questa festa mi mette addosso una tristezza…” Nate strappò una corta striscia di stoffa a fiori gialli e blu. Petr sembrò capire e assentì seriamente. Entrarono in diverse abitazioni, tutte quante gelide. Trovarono mobilia povera, scarna e pochissimi segnali di vita recente. Solo una dispensa e qualche scatolone impolverato permise loro di racimolare qualche scorta per i giorni a venire: scatolame, frutta essicata, semenza e qualche secco germoglio di radice. I piaceri del palato avrebbero dovuto attendere una volta ancora. L’idea di consumare il loro pasto in una di quelle case gli fece quasi perdere l’appetito. Decisero di rifocillarsi sulla Deuvan e di attendere ancora un poco prima di rimettersi in viaggio. Mangiarono e si addolcirono al calore del riscaldamento elettrico, dopo cinque anni, per la prima volta dall’inizio del conflitto. “Un buon caffé, Pet?” chiese Nate. “Si.” Petr ridacchiò. “Taliansko!”

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Pensò a una tazzina fumante e al sapore che avrebbe incontrato al primo sorso nero. Ma il ricordo di quel gusto gli morì in bocca così com’era sorto, quando, all’imboccatura opposta del vicolo che li guardava, scorse di passaggio la figura di un uomo. “Hai visto!” sussurrò all’amico. Petr si era già mosso, scendendo silenziosamente dalla Deuvan. Nate lo seguì e lo imitò, schiacciandosi il più cautamente possibile contro le pareti di pietra della strada. L’uomo ricomparve per quattro lunghe falcate nella lontana bocca luminosa del vicolo; nuovamente sembrava non essersi accorto di loro. Quando passò per la terza volta, Nate e Petr, a pochi metri di distanza, riuscirono a distinguere i suoi lineamenti: era vestito a fasce strette e colorate, probabilmente le medesime che stava trasportando annodate sopra la spalla destra. Era quasi interamente calvo e bastò loro un’occhiata fugace per notare le dimensioni del suo naso sproporzionato. Prima Petr, poi Nate, fecero capolino uno sopra l’altro fuori dall’angolo del vicolo e sbirciarono con curiosità le attività dell’uomo. Era di spalle, intento a rivestire un cornicione con una fune variopinta che aveva ottenuto legando insieme diversi metri di stoffa. Quando ebbe finito, arretrò di qualche passo per studiare la sua opera d’ornamento; la osservò a lungo e, dopo aver annuito con soddisfazione, fece per andarsene. “Fermo. Aspetta!” Nate sbucò dall’angolo dietro cui erano nascosti. Il decoratore sobbalzò ed emise una lunga esclamazione di sorpresa. Dopo qualche secondo si irrigidì senza voltarsi e, davanti gli occhi esterrefatti dei due uomini, si schiantò a terra con la grazia di un ramo spezzato. Si avvicinarono entrambi in punta di piedi e sobbalzarono esterrefatti quando l’individuo spalancò la bocca lanciando un piccolo oggetto sfavillante sulla pietra. Petr raccolse il reperto, lo guardò e lo mostrò all’amico con espressione allibita: teneva in mano un piccolo cubo di cristallo dai bordi affilati. 7 La bambina aveva boccoli biondi da favola. Lucenti. Splendidi. Un completino rosso a pallini bianchi la raffinava, mentre due scarpette a tonalità invertite completavano il suo aspetto, nervose, mai sullo stesso tacco per più di tre istanti. Guardava spesso un punto davanti a sé nella folla, storcendo il naso per la vergogna, ma poi tornava immediatamente al sorriso, recuperando tutto il proprio contegno. Più di centomila persone erano compostamente sedute nell’arena di Roma, per l’occasione interamente esposta ai colori del cielo. Era il 13 ottobre e, dall’abbigliamento dei presenti, si poteva intuire che l’estate era tornata cocciuta per qualche giorno ancora. Charlie era sul palco rialzato, a fianco della bambina, e osservava con soggezione quel tappeto di visi umani esposti al sole, irriconoscibili, resi identici dalla distanza. Un immenso schermo ricurvo li abbracciava alle spalle; era alto forse cinquanta metri e riproduceva ogni singolo movimento della ragazzina. Ella attendeva il proprio momento, lillipuziana, sotto la propria immagine ciclopica centuplicata via etere in tutto il mondo. Charlie notò parecchi difetti nella registrazione: le tonalità erano fin troppo calde per essere verosimili; il chiacchiericcio della folla proveniva da un lato solo, erroneamente legato al suo auricolare di destra; oltre l’arena il panorama a trecentosessanta gradi si faceva sfocato, quasi bidimensionale, e dava l’impressione d’essere solo disegnato, come le scenografie dei vecchi teatri. Charlie premette con forza pollice e indice delle due mani per due volte e osservò la scena correre a velocità quintuplicata. Ogni suono svanì. Il volto della bambina scattava a destra e a manca come per seguire la traiettoria di un moscerino in fiamme; ansimava velocemente prima su una gamba e poi sull’altra. La folla si animò, esprimendo energia e caos brulicante. In alto due nuvole d’acquarello schizzarono ad arco, disintegrando le loro forme, e il sole a carboncino si mosse forse di qualche centimetro. Un uomo vestito di nero scattò come una macchia su un pulpito di destra e blaterò ammutolito, gesticolando come un forsennato. La

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folla ascoltava a intermittenza, alterando la sua inquieta attenzione ad applausi fulminei. Soltanto quando l’uomo ebbe finito la sua pantomima, Charlie premette di nuovo i polpastrelli, e i suoni falsati tornarono, e la velocità si quietò per incanto. La bambina arretrò d’un passo e una liscia colonna dorata sbucò lentamente dal palco, salendo per poco più di mezzo metro fino al suo cuore. Sopra di essa, su un piccolo cuscino scarlatto, era posata una luccicante chiave di cristallo, lunga quanto la spanna di una mano adulta. Dalla destra del palco, accompagnata solo per un tratto dallo stesso uomo che aveva parlato poco prima, giunse una macchina dall’aspetto incantato. Sfiorava i due metri e sembrava progettata sul calco di una meravigliosa divinità. Una lunga veste bianca, legata in vita da un nastro azzurro, ondeggiava davanti ai suoi passi, danzando sulla celebre melodia di un compositore di cui Charlie aveva dimenticato il nome; contemporaneo del tempo, credeva; quasi certamente d’origine belga. La macchina si fermò a fianco della piccola, chinandosi solo per un istante sul ginocchio sinistro, in segno di rispetto e sottomissione; questo provocò un soffio d’ilarità nelle narici di Charlie. La bambina afferrò delicatamente la chiave per la punta e la sollevò davanti a sé; essa puntò subito verso il basso compiendo una rotazione di circa novanta gradi. L’adone bionico aprì il suo palmo sotto quello della bambina, ed ella, illuminandosi con un sorriso, gli consegnò morbidamente la chiave di cristallo. Fregàti, pensò Charlie. La morsa di ferro si chiuse e il busto della chiave scomparve tra le sue dita artificiali, apparentemente illeso. La macchina si abbassò, prese la bambina tra le mani e lasciò che gli obiettivi immortalassero il suo abbraccio di pace. Il pubblico scagionò un applauso che venne imitato da quasi tutto il pianeta. Charlie interruppe la registrazione con un solo gesto della mano; tutto quanto si gelò intorno a lui, ad eccezione della sua proiezione digitale. In quella realtà presente solo ai suoi occhi, tra folate d’ossigeno soltanto illusorio, faticò enormemente nel ricordare ai propri polmoni di respirare. Sei altrove, si disse per rinfrancarsi, sei sulla nave… Si avvicinò all’immagine della macchina e scrutò il suo viso con attenzione, semicoperto dai boccoli immobili della bambina. Mostrati per come sei. Mostrati aberrante e spietata. Ma nulla accadde, né sarebbe cambiato se avesse atteso per giornate intere: quel viso esanime non si sarebbe corrotto sotto alcuna incitazione. Charlie non riusciva a vedere nulla, nessun segnale di malvagità, di vendetta, o di agghiaccianti premesse: la macchina stringeva quel piccolo essere umano con qualcosa di spaventosamente simile all’amore. I sentimenti sono cosa nostra!, urlò la sua mente. Il 13 ottobre di quarantadue anni prima l’umanità aveva così decretato il proprio tramonto. La simulazione intorno agli occhi di Charlie sgranò per qualche istante, un piccolo accorgimento video che segnalava un’interferenza in atto. Una voce amplificata, fonte della interruzione, irruppe nella simulazione con la stessa possenza che ci si aspetterebbe da un angelo protettore. “Stai studiando il nemico, ragazzo?” chiese la voce piombando da ogni dove. Charlie trafficò sbadatamente col visore che gli occupava mezzo cervello. Se lo levò velocemente dal capo, dimenticandosi di disinnescare l’impianto audio; gli auricolari gli si impigliarono intorno al collo, nell’atto di reintegrarsi all’interno del visore. Charlie, tentando di liberarsene senza ulteriori danni, urtò con un gomito la consolle di simulazione, che cadde sui suoi piedi prima di rotolare poco distante. La sorgente dell’interferenza riemerse dalle proporzioni celestiali di poco prima e si chinò davanti a Charlie, ridendo, con frammenti di consolle ammaccata tra le mani. I suoni intorno a Charlie lo aiutarono a riacciuffarsi saldamente alla realtà, colmi del ronzio incessante di motori a pieno regime. Esattamente sotto i loro piedi, a pochi metri dalle cabine d’intrattenimento, le turbine della sala macchine alimentavano a soffi di carburante i propulsori della nave astrale, spinta a energia costante sulla rotta verso la Terra. “Mi perdoni, signore” balbettò Charlie raccogliendo il visore della consolle. “Mi succede continuamente.”

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“Non preoccuparti, ragazzo” disse l’uomo riposizionando quanto raccolto. La voce apparteneva nientemeno che a un membro del Consiglio Lunare. “Consigliere Davon” bisbigliò Charlie chinando il capo. Stupido, stupido, ripeteva la sua mente. “Trovato qualcosa di insolito?” Con uno scatto, le immagini della simulazione rivissero sotto i loro occhi sul piano di comando su cui avevano reinstallato la consolle. Il viso della macchina era ancora raggelato, ora bidimensionale, nascosto solo in parte dai riccioli della bambina. Si chinarono entrambi per osservarlo al meglio. “No, signore. Nulla di insolito” ammise Charlie con rammarico. Stupido, stupido. Il Consigliere studiò con interesse l’immagine, per poi puntellare con il dito medio il mento della macchina. “Vedi questo punto?” indicò una piccolissima fessura creatasi all’estremità destra della bocca. Charlie dovette sforzare la vista per mettere ben a fuoco quel minuscolo particolare. “Ho trascorso mesi interi a scervellarmi. E non ho ancora capito di cosa si tratti. Una smorfia? Una imperfezione del video? O semplicemente una mia ossessione.” Charlie ruotò l‘immagine sfiorandola con un polpastrello e ingrandì la bocca della macchina con una leggera pressione. Una fossetta? “Sembra un sorriso, signore.” Troncando qualsiasi riflessione potesse seguire, Davon spense la consolle e lo schermo, prima che il naso di Charlie vi si pigiasse contro. “Qualsiasi cosa sembri, non fare il mio stesso errore” gli disse. “Accetta un consiglio: non perderci altro tempo. Qui dentro non troverai nulla che riporti tutto a cinque anni fa.” “Si, signore” assentì Charlie. Davon allungò il collo verso un oblò della nave. Erano passate poche ore dalla partenza, ma si stavano allontanando dalla Colonia con velocità quasi dolorosa. Sul finestrino ovale si poteva già tracciare con un dito l’intera circonferenza della Luna, in parte adombrata della proiezione della Terra. Il suo essere sferica veniva metro dopo metro appiattito dalla visione tutta umana del disco argenteo privo di volume, prigione di tutti i corpi celesti. “Come ti chiami, ragazzo?” “Charlie, signore.” “La tua età, Charlie?” “Ventuno, signore” sussurrò riacquistando un po’ di disinvoltura. “Sono nato sulla Terra, ma mi hanno portato sulla Colonia a otto mesi.” “Sei tra i più piccoli…” rifletté Davon ad alta voce. Non dovette aggiungere calcoli per sapere chi fossero i suoi genitori. “Un orfano, giusto? Un coraggioso.” Davon sorrise e gli strinse la spalla sinistra con istinto affettuoso. “Non mi sorprende affatto di trovarti quassù.” “Era la mia possibilità di vedere la Terra. Forse l’unica che mi si presenterà mai, signore” rispose Charlie con un pizzico di orgoglio. Davon lo osservò con serietà, come se stesse per parlare a un figlio. “Provi paura, Charlie?” “Si, signore” ammise. “Bene” disse Davon. “Bene. Ti manterrà attento. E un orecchio all’erta è un orecchio in vita.” Il Consigliere pose una mano sul capo di Charlie e si avviò verso il condotto luminoso che faceva da scheletro alla nave astrale, lontano dalle cabine d’intrattenimento. “Signore?” lo richiamò. Davon si voltò in attesa che parlasse. “E’ vero ciò che dicono sulla nave?” “In merito a cosa?” domandò il Consigliere. “L’aria della Colonia. Credono sia velenosa, dicono che sia l’unica ragione per cui siamo partiti.” Davon lo osservò per un lungo istante prima di rispondere: “No, ragazzo. La verità è un’altra.”

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I pensieri di Charlie, ora decisamente meno pesanti, volarono nello spazio, per molti chilometri oltre la nave. Una lieve illuminazione al neon baciava d’azzurro le vasche terriere della serra. La notte lunare era scesa da trentasei ore. Lo indicava un display digitale fuori moda, su cui ticchettava muto il conto alla rovescia verso la successiva esposizione alle radiazioni solari: dodici giorni e dodici ore, quando i vetri della colonia si sarebbero oscurati al capolino del sole. La notte terrestre era iniziata invece da quarantanove minuti, poco prima che Ruth notasse l’impresa della piccola formica aliena. Il suo turno di lavoro era iniziato quando le fotocellule a ultravioletti si erano gradualmente offuscate, riproducendo il calare di un tramonto, ma privo dei suoi colori e del suo sentimento. Durante le due settimane di notte lunare e le due di esposizione al sole, una fitta rete di condotti ottici filtrava luce e calore all’interno della serra, secondo i tempi e l’intensità di una tipica giornata di tarda primavera. Quando il sole era nascosto e illuminava l’altra faccia della Luna, i raggi solari venivano incanalati lungo un sistema ad angoli riflettenti che partiva dal centro di raccolta energetica del monte Malapert, nel polo sud lunare, il sito maggiormente esposto alla fornace di luce. Il fuso orario di riferimento della Colonia, per convenienza, era sempre rimasto quello di Greenwich, Regno Unito. Quella notte Ruth avrebbe svolto il suo turno in solitaria; ringraziava Iddio per la grazia. I suoi pensieri non avrebbero sopportato a lungo il fastidioso chiacchiericcio di Lucy, la sua compagna di lavoro dai tempi dell’allunaggio. Lucy quella notte si era data per malata; in realtà aveva solo bisogno di riprendersi dai postumi del grande banchetto. Ruth non aveva partecipato ai festeggiamenti. Gli orfani della Colonia si erano raccolti intorno a Charlie, il primo di tutti loro, e l’avevano salutato come meglio sapevano fare, tra brindisi di Sidro Latteo e i ricordi di una vita passata insieme. Ruth era rimasta chiusa nel dormitorio, nella stanza che divideva con Regina, sua sorella minore. Aveva diviso con Charlie gli ultimi tre anni della sua vita e non voleva certo sprecare lacrime e fiato per uno stai attento o un riguardati: la loro ultima conversazione era stata sufficientemente penosa e non voleva certo rivivere lo strazio di un secondo addio. Ruth inarcò le sopracciglia. Il piccolo insetto si era intestardito e zampettava instancabilmente lungo il busto di una pianticella di salvia, senza rintracciabile meta. Per la prima volta dopo sei anni, dal suo approdo sulla Luna, Ruth vedeva un animale della Terra in libertà; uomini inclusi, ovviamente. La Colonia si era sempre affidata a una politica d’importazione intransigente. Qualsiasi prodotto o risorsa proveniente dal pianeta madre veniva scansionato con rilevatori sensibili alla vita, prelevato in singole unità di campionamento e, successivamente, disinfestato da ogni essere che rientrasse nella categoria “parassiti”. La terra, risorsa fondamentale per la sopravvivenza sulla Colonia, prima ancora di attraversare l’esosfera, veniva resa sterile e fertilizzata per la coltivazione sulla Luna. “Come hai fatto ad arrivare fino a qui?” sussurrò Ruth incantata dalla marcia della formica. Nessuna nave era approdata sulla Colonia negli ultimi cinque anni ormai. Allo scoppio della guerra le difese protettive avevano raggiunto i più alti livelli d’allarme. Inutilmente. Nessuno si era fatto vivo, nessuno aveva attaccato, né prestato soccorso. Si avvicinò lentamente a una parete della serra, vi appoggiò una mano sopra e un alone di vapore contornò all’istante le sua dita, come per dipingervi il ritratto d’un arto fantasma. La serra era isolata all’esterno da una spessa parete di vetro armato, un composto trasparente ottenuto dall’amalgama di fibre di vetro, plexiglas, resina e titanio estratto sulla crosta lunare; solo da angolazioni molto acute, chiazze di riflessi bluastri tradivano la sua composizione bastarda. Ruth si era sempre meravigliata per la sua estrema resistenza; a volte, se dava libero sfogo alla fantasia, veniva colpita da visioni d’estinzione e vedeva la serra contorcersi, infrangersi e implodere sotto il

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potere dello spazio. Il pensiero di una formica gigante catapultata tra le stelle la fece sorridere. Chilometri oltre la serra, dove il buio raggiungeva intensità magnifiche, decine di spie rossastre si muovevano senza sosta secondo traiettorie sempre differenti. Le spie individuavano larghi robot compressi dall’aspetto di razza, alla costante raccolta di un minerale diffusissimo sulla Luna, l’ilmenite, da cui i coloni ricavavano ossigeno e combustibile per la sopravvivenza. L’oscurità totale e il gelo della notte lunare spaventavano la Colonia. Le temperature potevano irrigidirsi e precipitare fino ai 230 gradi sotto lo zero. Non fosse stato per l’inenarrabile spettacolo che raccontavano le stelle - lassù, senza atmosfera, milioni, miliardi di luci pulsanti in allontanamento - Ruth avrebbe creduto di non essere oltre il cielo, ma sul fondo del più abissale degli oceani. Laggiù, tra orridi pesci fluorescenti, la paura sarebbe stata sconfinata, al limite della pura follia. Fece la sua ronda di routine, controllò il livello d’idratazione di tutte le piante, le percentuali d’anidride carbonica rilasciata e, di conseguenza, regolò le emissioni d’ossigeno ilmenitico ed aria compressa; chilometri di larghe cappe d’alluminio miscelavano gli elementi necessari all’apparato respiratorio umano. Un lavoro piuttosto deprimente, solo di apparente responsabilità, supervisionato a incrocio da ben due dei sette cervelli elettronici della Colonia. Ruth continuava a sorprendersi quando ripensava alla Terra con nostalgia e ad altre emozioni che mai, solo pochi mesi prima, avrebbe saputo ricollegare alla sua vita lontana dagli orfani. Se il Consiglio l’avesse permesso, avrebbe seguito Charlie sulla prima nave, a costo di incrociarlo su ogni ponteggio e soffrire a ogni passo compiuto. Anche il ricordo dei suoi genitori si era fatto così sbiadito, da non avere che il peso d’una nebbia bassa e svogliata. Per quanto triste avrebbe voluto sentirsi, Ruth si stava finalmente staccando, irreversibile; suo padre aveva già perso i lineamenti e sua madre era solo a un soffio dalla rimozione. Le donne della Colonia, purtroppo in forte minoranza rispetto alla parte maschile, avevano accettato a buon viso la permanenza sulla Luna; le ragioni erano di sicurezza, in attesa di una risposta della prima missione, ma principalmente di salvaguardia per il potenziale riproduttivo dell’uomo. “Una gallina dalle uova d’oro” disse Ruth alla formica. Se voleva essere sincera, quel pensiero non le dispiaceva affatto. Sorridendo, si accarezzò il ventre piatto e il valore che racchiudeva. 8 Il governo di Marescoglio si era riunito per esprimersi sull’eventualità di una crisi. I quattro delegati erano al loro posto e confabulavano, senza alcun risparmio di fantasia, sugli scenari che potevano aver ordinato la convocazione. La seduta si teneva nella sala centrale della casa più antica di Marescoglio, un rudere solitario dall’aspetto spericolato che sorgeva poco lontano dall’avamposto d’osservazione. La casa, conosciuta dagli abitanti come la Tenace, era stata costruita più di due secoli prima da uno strambo architetto spagnolo ossessionato dalle proprie radici. Originario di Barcellona, aveva cosparso l’Europa centro-meridionale di piccole opere d’arte plasmate sul modello della grandiosa Sagrada Familia, piccoli trionfi della sua esaltazione eccentrica. Un volume aperto a metà, custodito in una delle tre torri sentinelle, ripercorreva con scrupolo tutti i passaggi di proprietà della Tenace che, in poco meno di duecento anni, era sempre stata abitata da una o più famiglie italiane. I suoi ultimi proprietari non si fecero attendere. Comparvero a braccetto dall’alto di una scala a chioccia, con l’andatura di chi deve sostenere un corpo ormai sfinito. Domitilla guidò i lenti passi del padre lungo i gradini scoscesi, fin troppo ripidi e consunti anche per un fisico allenato; lo accompagnò con premura fino ai tre posti vacanti che completavano la tavola ovale della seduta. Al centro si sedette Samuele, alla sinistra prese invece posto lei, sussurrando un unico pensiero turbato alla sedia che avrebbe dovuto occupare Sebastiano, distante da Marescoglio da più di quindici

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mesi. Samuele si rivolse a tutti i presenti, liberando in un sorriso tutta la fatica del suo breve cammino: “Benvenuti.” La seduta, dopo la catena di ringraziamenti che seguì, ebbe inizio. Domitilla estrasse dal suo soprabito un foglio arrotolato con cura e lo porse alla mano del padre. “È il messaggio di Silvy?” Era stato il fabbro a parlare. Sedeva scomposto dall’altro lato del tavolo, inquieto com’era solito essere fuori dalla sua fucina. Sfoggiava una corta barba nera e il suo lungo grembiule di lavoro macchiato di fumo. Enrico, questo il suo nome, non era bravo a parole quanto lo era con mani e muscoli. Durante ogni seduta tutti i delegati avvertivano il disagio che trapelava dai suoi interventi, espressi spesso più dall’istinto che dalla ragione. Era stato l’ultimo delegato a entrare a far parte del governo, fortemente voluto dalla gente di Marescoglio che aveva imparato ad amarlo proprio per il suo spirito pratico e cristallino. “Si” rispose Samuele. Da mesi aveva imparato ad accogliere con benevolenza la spontaneità di Enrico. “È giunto la notte scorsa nelle mani di Damiano.” Il messaggio, srotolato, mostrò una calligrafia approssimativa e tremolante, espressione di una mano che teme l’avanzare del tempo. Samuele si tastò la veste all’altezza del cuore e permise a tutti i presenti di notare il suo disappunto quando trovò soltanto un vuoto taschino. Con espressione infastidita, passò di nuovo il messaggio a sua figlia affinché lo leggesse ai delegati. “Brutte nuove. Sicuro come il ferro che batto” stava ripetendo Enrico a braccia conserte, scotendo il capo in direzione di Nubio, il gestore delle risorse di Marescoglio. Fu questi a fargli notare lo sguardo che gli stava lanciando Domi dopo essersi issata in piedi per la lettura. Il fabbro ricompose subito il silenzio mormorando le sue scuse. “Ho poco tempo. Le macchine non si stanno spegnendo. Al contrario, muovono passi sorprendenti. Sembrano essersi formate due fazioni distinte. I Nostalgici, così li chiamo, simulano attività umane e celebrazioni di vita antecedenti alla guerra. Da poche sere si ritrovano per pregare. Il suono delle campane introduce alla loro messa. Per questa notte mi unirò a loro dopo aver spedito il messaggio. Il pericolo viene dalla seconda fazione: i Vendicativi. Sembra che si siano involuti. Sono rabbiosi e distruttivi. Disprezzano l’uomo a tal punto da deturpare parte dei propri volti fino allo scheletro. Domani, se il tempo lo permetterà, tornerò all’avamposto. La permanenza si sta rivelando fin troppo pericolosa.” Le parole di Domitilla morirono nella stanza senza che nessuno le sostituisse. Alcuni si guardavano negli occhi, altri trovavano lo sguardo troppo pesante per alzarli da terra. Ognuno di essi, però, stava pensando al sole là fuori e a quanto avesse illuminato Marescoglio dopo la lieve spruzzata di neve di due giorni prima. “Come agiamo?” Samuele pose la domanda a tutti. “NON agiamo” propose Klaud, il medico di Marescoglio. “È da tre anni che non facciamo nulla. Sappiamo solo attendere. Sarebbe da folli intervenire propria ora, nel momento di maggior pericolo.” “E Silvy?” Fu Marla a parlare, l’insegnante di Marescoglio. “Potrebbe anche…” “…mettere a rischio altre vite” concluse Klaud per lei, troncando i suoi docili pensieri. “Vorresti lasciarla in balia delle macchine? Potrebbero ucciderla!” Marla si pronunciò esterrefatta. “Abbiamo contato almeno settanta macchine” continuò il medico senza scomporsi. “Non abbiamo armi valide per affondarli, né protezioni per difenderci. Chiunque vada sull’isola potrebbe rimanere ucciso!” Marla, paonazza in volto, osservò a turno i partecipanti alla seduta in cerca di un cipiglio complice. Inspirò e aprì la bocca un paio di volte in cerca di frasi d’incoraggiamento. Ma dalla sua gola non uscì nemmeno un insipido gorgoglio, dopo aver notato che nei volti dei delegati non c’era che qualcosa di indefinito tra il turbamento e l’inadeguatezza. Il medico, l’unico interlocutore che avrebbe avuto la prontezza di risponderle, la scrutava severo e le ribadiva in silenzio l’ovvietà della sua ragione.

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“Non possiamo non intervenire!” esclamò infine, con l’espressione di chi vede solo cecità negli occhi altrui. “Nessuno di voi due ha torto.” La voce di Nubio si levò cupa fuori dal coro. “Silvy è nostra sorella, non possiamo abbandonarla in questo modo. Ma neppure abbiamo mai avuto, né ora né in passato, strumenti adeguati per combattere le macchine. Il dottore ha ragione, potrebbe rivelarsi solo una missione suicida.” La testa di Klaud accompagnò le riflessioni del gestore con un lentissimo cenno d’approvazione. Marla, a due posti di distanza, adombrò il proprio volto ritraendosi tra i pensieri. Comprendeva le obiezioni che le erano state avanzate, tuttavia confidava ancora nel buon senso del governo e in colui a cui spettava l’ultima parola. Samuele interveniva soltanto al termine della seduta, approvando ogni decisione presa o apportandovi lievi migliorie per il bene di tutta Marescoglio. Un sentimento di fratellanza univa la comunità e gli esuli che entravano a farne parte; si trattava di un legame istantaneo, indissolubile, che ritrovava le sue basi nella guerra e negli episodi disgraziati da cui qualsiasi sopravvissuto era stato calpestato. Le fondamenta di Marescoglio nascevano in ogni cittadino, identiche, cresciute dal sangue e dalla melma. Seguirono chiacchiere inutili. Samuele ascoltava i delegati con la fronte corrugata, senza aggiungere parola o cenni di diniego e approvazione. Dopo quasi due ore di bisticci e nessun risultato, mancavano il fiato e la volontà per proseguire ulteriormente la seduta. Per la prima volta in tre anni di governo, Samuele sembrava non voler dire nulla. “Attenderemo altri due giorni” proclamò alla fine. “Se allora Silvy non sarà tornata, né avrà dato segnali di vita, ci uniremo di nuovo, con la tenue speranza di essere nuovamente al completo.” Un soffio di perplessità agitò tutti i delegati. Si alzarono, cedendo al tipico brusio che sfumava al termine di ogni seduta. Questa volta però la voce di un delegato sovrastò su tutte le altre, sostituendosi eccezionalmente alla sentenza di rinvio appena dettata; e tutti quanti, distintamente, udirono il borbottio irritato del fabbro: “Un’altra seduta? Bah. Preferisco strapparmi un braccio e andare sull’isola piuttosto…” Le parole di Enrico illuminarono l’unica sedia vacante della sala. 9 Otto aveva cacciato bene. Sul portico, ai piedi del cortile di sabbia rossa, erano state ammassate almeno una dozzina di carcasse tra conigli e pollame. Sebastiano prelevò due esemplari del bottino e li intascò ancora sanguinanti in una grossa sacca che pendeva al fianco destro del cane. Otto l’annusò con ostinazione accertandosi di non trasportare trofei altrui. L’alba si stava di nuovo facendo strada e svelava con luce dorata un cielo terso e ventilato come solo d’inverno poteva risplendere. Un sottile sedimento di neve copriva tutto il campo circostante e i macchinari che vi si erano addormentati, spruzzando di sapienza un paesaggio altrimenti piatto e banale. Sebastiano si era alzato alle primissime luci con l’intenzione di fuggire. Voleva andarsene da quel luogo. Aveva indossato al freddo i propri vestiti ed era uscito dalla stanza senza far rumore, pur sapendo di dover prestare attenzione soltanto alla bambina. Durante le prime settimane di guerra, anch’egli aveva alternato ai pasti massicce razioni di cibo; ricordava bene le notti insonni e il caldo formicolio che eccitava tutti i muscoli del corpo. In quel momento era quasi certo che Layla fosse ancora in città, frugando tra le scorte dei concittadini defunti, alla ricerca di qualcosa da mangiare per la figlia e di una dose per sé. Otto si stava lasciando sellare tranquillo. Osservava con curiosità il suo compagno umano e si aggiustava pazientemente le fibbie che riteneva più scomode. Quando le ultime operazioni di carico furono terminate, volse la propria attenzione altrove, fiutando a singhiozzo le folate d’aria che gli stavano ghiacciando il pelo; così Otto continuò, finché anch’egli non fu sicuro d’aver ritrovato la via per Marescoglio. Percorsero strade e sentieri di campagna, evitando tutte le cittadine provinciali che

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incontravano, così simili a Foce Mossa da aprire un piccolo varco nei loro cuori. Erano diretti verso le terre più devastate della Penisola, l’area occidentale dove si erano concentrati gli scontri con le ultime macchine ancora funzionanti. Erano luoghi duri da attraversare; lande ridotte a polveri e ferraglie e baraccopoli di disperati, ignari dell’esistenza di cittadine vicine e civilizzabili. Ma quella era la via più breve per raggiungere casa, il solo rifugio per la sua grande famiglia di sopravvissuti. La campagna si oscurò, le terre si fecero nere e resero abominevole il perfido contrasto che divideva lo splendore del cielo dall’orizzonte martoriato. Ogni cosa era ferma; non c’era vento né fumo, solo sedimenti di distruzione che si erano posati senza troppo rumore. Soltanto la neve rendeva tutto quel paesaggio più sopportabile e animato. Un tracciato ancora percorribile si disegnava a serpentina in quella regione senza Dio; Sebastiano l’aveva battuta quindici mesi prima, dopo essere partito per ciò che rimaneva dell’Europa dell’Est. Dubitava fortemente che, una volta inoltratosi, avrebbe trovato situazioni differenti da quelle già visitate in partenza. Quella stasi, quel rallentamento tanto visibile agli occhi da far male, occludeva la rinascita civile dell’uomo, avvinghiando il suo lungo viaggio in una morsa deprimente. Erano rari i barlumi che affioravano dal ricordo del suo cammino, facendolo sentire come inchiodato a un cieco pessimismo, privo d’aria e d’uscita. Una sola volontà lo spingeva dentro quell’ultimo tratto di strada, un desiderio con un nome e tanti volti amici. Otto mutò atteggiamento. Sentì i muscoli del cane contrarsi ed innervosirsi. La sua attenzione s’intensificò e i movimenti del collo divennero scattanti. Fiutava ripetutamente, sbuffando piccoli colpi di tosse quando inalava troppa aria gelida nei polmoni. Sebastiano sapeva che quelle terre l’avrebbero reso ben più scontroso di quanto già non fosse. “Ci aspettano chilometri duri” confermò al cane assestandogli una pacca affettuosa sul cranio. Otto trovò le dita della sua mano e le mordicchiò, leccandogli il palmo aperto come promessa di buona condotta. Infine balzò in avanti senza bisogno d’alcun comando, aggredendo il tragitto che li separava da Marescoglio. Pochi minuti dopo stavano attraversando un canyon di detriti. Due lunghe dune ingrigite facevano da pareti; erano alte poco più di tre metri ed ammassavano sulla sommità lugubri reperti di combattimento. Qualcuno o qualcosa aveva sepolto, o forse solo coperto di sabbia, le salme di civili e soldati rimasti uccisi in guerra. Erano centinaia le croci di fortuna che lo guardavano dall’alto; formavano una sterminata fila di uncini che davano la tremenda sensazione di trovarsi soli in una trincea senza scampo. Le tombe erano spesso accompagnate da stracci appartenuti al defunto, fiori in uno stadio che andava ben oltre l’essicato ed armi improvvisate, più utili come lapidi che come strumenti da combattimento. Il canyon si estendeva per tre, quattro chilometri perdendo gradualmente in altezza, per poi svanire inabissandosi nel suolo. Chiunque avesse architettato quel cunicolo commemorativo, forse mosso dalla rivalsa nei confronti dei propri simili, aveva ceduto gli ultimi due spicchi di riposo a due custodi sgraditi: due macchine di genere maschile erano state poste giusto al termine del canyon, inginocchiate in una posa di rispetto. Le loro carni sintetiche erano state sventrate ed esponevano al sole barlumi scheletrici; le vergogne erano state invece asportate ed ora, dalle tracce che si potevano notare sui visi, riempivano le loro guance sformate. Due cartelli arrugginiti, uno per ogni macchina, pendevano al collo ricordando catene o collari per animali da compagnia. Una scritta scolorita raccontava in lingua comune la loro sgradevole presenza: anche da morti, vi dominiamo. Sebastiano piazzò una forte scarpata sul viso di una macchina e sputò con disprezzo sullo scalpo dell'altra. “Non su di me” ribadì assestando i due colpi. Il cane sotto di lui, troppo orgoglioso per dar sfogo ai propri istinti, non degnò i due custodi di un solo sguardo e preferì proseguire con maggiore dignità sulla strada verso casa. Dopo pochi minuti di cammino, giunsero ad un altro cumulo di detriti su cui avrebbero potuto osservare tutta la vallata a ovest fino a Marescoglio. Otto s’inerpicò sul versante orientale con l’agilità di un piccolo roditore. Balzava con leggerezza tra

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massi e grossi scheletri di metallo che una volta avevano probabilmente sostenuto un ponte o, chissà, una stazione pneumoviaria. I detriti avevano sepolto gran parte dell’artificio umano, donando al fango e al futuro una sconfinata accozzaglia di rottami incompleti. Pensando alle civiltà che forse sarebbero seguite, Sebastiano compativa chiunque avrebbe avuto la folle idea di ripristinare la disciplina archeologica. Per un fenomeno fisico, forse magnetico, che non riusciva a spiegarsi, i segnali pedonali erano sopravvissuti al martirio. Ovunque, semisepolti o semplicemente sventrati, indicavano rotte ormai errate verso il cielo, la terra e l’orizzonte; con ironia, come se all’uomo non fosse rimasto che il vagabondaggio privo di meta. Sulla sommità del colle detrito, finalmente riposarono lo sguardo sul mare. Era lontano e aveva l’aspetto di una lingua di nebbia che per caso si era staccata dal cielo; ma era visibile e portava odore di serenità. La devastazione proseguiva ai loro piedi per lunghi chilometri ancora. Solo una fetta di terra remota che anticipava l’acqua si colorava di verde sbiadito; laggiù pochi uomini avevano riconquistato il loro diritto di esistere. Sebastiano immaginò l’Europa dallo spazio: un manto desertico qua e là maculato d’erba in prossimità di cittadine come Marescoglio e Foce Mossa. Li aspettava un’opera di bonifica grande quanto un continente. Otto scivolò con attenzione a valle. Avanzarono per parecchi minuti, prendendo come riferimento l’ombra che precedeva il loro galoppo. Giunsero a un largo spiazzo che qualcuno aveva recentemente sgombrato; faceva da crocevia a T per due strade che si intersecavano. Una partiva giusto da quel punto e puntava dritta a ovest, la seconda veniva da nord e proseguiva alla loro destra per sfociare su qualche altra cittadina più a sud. Al centro dell’incrocio trovarono ciò che dall’alto avevano scambiato per un roccione solitario: un grosso carro arrugginito coperto da stracci grigio-sabbia che si mimetizzavano col terreno. Al traino, immobile e con il collo chino, riposava una cavalla nera, scossa dai brividi di freddo. Al posto di guida c’erano solo due briglie abbandonate al gelo. Otto era incuriosito; si avvicinò all’animale con cautela, annusandolo a distanza. Quando la cavalla lucidò la vista e si accorse del cane, sbarrò gli occhi e nitrì spaventata, arretrando di un paio di passi contro il carro a cui era legata. Il cigolio delle ruote fu seguito da un vago lamento che proveniva da sotto i teli. Si mossero ripetutamente, come se qualcuno, grugnendo, faticasse l’uscita. Finalmente un volto rugoso e assonnato sbucò da sotto, coperto fino alle sopracciglia da un cappuccio da aviatore. Impiegò qualche secondo a ritrovare il risveglio; ma, quando si accorse dell’enorme cane che gli stava annusando il volto, le sue labbra si arrotondarono e produssero un oooooooh spaventato in crescendo. Si ritrasse di nuovo, ribaltandosi sotto i teli e i contenuti metallici che proteggevano. “Calma! Calma!” Sebastiano tentò di richiamarlo all’equilibrio. “E’ innocuo! Non fa nulla!” L’uomo si fermò accucciato a un angolo del carro. Solo la testa era rimasta libera dall’intrico di teli dentro cui si era raggomitolato. L’aspetto era quello di una mummia col brevetto di pilota; dal cipiglio diffidente, però. “Ma quello è un cane!” esclamò scioccato. “Lo sono i suoi geni” precisò Sebastiano. “Forse ora è qualcosa di più di un cane.” L’uomo si concesse qualche secondo di respiro, poi iniziò a districarsi dal garbuglio con evidente difficoltà. “Mi auguro non si sia rotto nulla” borbottava liberandosi di una striscia di stoffa che gli stringeva la gola. “Mi trascino dietro questo affare da… sarebbe il colmo…questa stupida…” tuttavia le sue parole diventavano incomprensibili, sussurrate o interrotte dai gemiti insofferenti di chi non è avvezzo alla fatica. Una volta in piedi scrollò il capo e le spalle, sistemandosi il copricapo prima a destra e poi a sinistra, per poi rinunciarvi con uno sbuffo e l’espressione scocciata. Osservò con curiosità l’uomo in groppa; quindi, pur non sembrando soddisfatto, emise un va bèn poco convinto e scese dal suo carro, immediatamente imitato da Sebastiano. Gli si piazzò di fronte con fare militaresco, scrutandolo con dubbiosa cautela. L’età

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manifesta si aggirava più o meno sui sessantacinque anni; Sebastiano calcolò un’età effettiva intorno ai novanta. “Nome?” interrogò l’uomo, assestando una vigorosissima stretta di mano. Dava per scontato che anche Sebastiano fosse italiano; parlava velocemente, pronunciandosi con un marcato accento d’origine veneta. “Mi chiamo Sebastiano. Il mio grosso amico qui, invece, si chiama Otto.” “Ah!” esclamò divertito. “Gli si addiceva meglio un Ottocento! O un Ottomila!” Sebastiano sorrise per cortesia. “Il suo nome invece?” “Che stazza… che esemplare… sicuro che sia un cane?” Guardavo Otto con ammirazione. Il cane, da parte sua, lo fissava quasi divertito, confermando la sua straordinaria natura. Ci volle qualche istante, ma alla fine l’uomo si sovvenne della domanda e si rivolse a Sebastiano in toni più formali. “Mi perdoni. Il mio nome è Ermanno, sono un fabbricante di nuvole.” Un fabbricante di nuvole! Non ne aveva mai incontrato uno. Da quanto ricordava quel mestiere era tristemente scomparso col dominio tecnologico delle macchine. A sentirlo, come gli era sempre accaduto da bambino, Sebastiano si lasciò avvolgere dal gusto mitico delle parole. “Dove è diretto, Ermanno?” “Ovunque ci siano persone” rispose. “Ho sentito parlare di Marescoglio e dei suoi custodi. È lì che ci stiamo dirigendo.” “Stiamo?” “Stiamo” confermò il fabbricante di nuvole indicando la cavalla. “Io e Oblivia.” Sebastiano annuì e sorrise con piacere, con l’intenzione di sciogliere la diffidenza che li divideva. Anche il viso di Ermanno si colorì di cordialità, pur mantenendo i propri piedi saldi e la voce ferma. “Se non le spiace la compagnia, Ermanno, mi offro di accompagnarla” disse Sebastiano. “Stiamo giusto tornando a casa.” “Stiamo” ripeté Ermanno osservandoli pensieroso. “Due custodi in persona…” Tardarono una buona mezz’ora sistemando gli strumenti di lavoro che il carro trasportava. A fianco di un pesante giaciglio sotto cui dormiva Ermanno, erano nascoste ben cinque minuscole fabbriche di vapore: lunghi tubi contorti che ruotavano, poi confluendovi, attorno a una grossa scatola metallica che faceva da centralina. Quegli apparecchi risalivano ad almeno cinquant’anni prima, quando ancora le risorse energetiche avevano sfruttato l’attività solare; un vero peccato che fossero stati convertiti al demorio quando la legge delle macchine si era imposta senza diritto di replica. “Andiamo?” chiese il fabbricante dopo essersi sistemato al posto di guida. Parlava con tono impaziente, come se ignorasse il vero motivo del loro ritardo. “Abbiamo ancora fin troppe ore di cammino. E poche sono di luce.” Alzò le briglie per dare la carica a Oblivia, ma si fermò a mezz’aria, con lo sguardo allarmato e l’udito volto a un punto lontano. Sebastiano si accorse solo ora che le lunghe orecchie di Otto erano immobili sull’attenti, anch’esse occupate a cogliere un suono che sembrava giungere da nord, sulla strada che lo stesso Ermanno aveva percorso il giorno prima. Era un sibilo continuo che non tardò a manifestarsi in una piccola nube polverosa in avvicinamento. Più si faceva vicina, meno i due spettatori umani riuscivano a credere ai propri timpani. L’oggetto rallentò solo nell’ultimo tratto, smorzando il suono che accompagnava un motore d’altri tempi. Si fermò poco prima di travolgere il carro; solo quando la polvere si diradò, ebbero conferma del miraggio e si trovarono ad osservare una Deuvan dalla bellezza lucente. Un uomo dall’aspetto spavaldo alzò la portiera del passeggero; si appoggiò al tettuccio di fotocellule e ci mise del tempo prima di inquadrare bene la scena che stava osservando. Alla fine parlò, rompendo il silenzio con un accento tipicamente anglosassone: “Qualcuno mi spiega che diavolo di cavallo è quello?” 10

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Erano le due passate e Charlie non riusciva a dormire. Quella notte il pensiero di ciò che avrebbe potuto attenderli sulla Terra lo portava ovunque, fuorché nei sogni. Secondo il diario di rotta, visibile a mezz’aria per tutti i corridoi della nave, mancavano poco meno di tre giorni all’impatto con l’atmosfera terrestre. Si rigirò sul suo comodo giaciglio e si ritrovò la vista sfocata, a meno di un palmo di naso dalla parete che divideva il suo alloggio da quello del vecchio sacerdote coloniale. Vi appoggiò la punta del mignolo e abbozzò un quadrato dalla forma imprecisa. “Esterno.” recitò con voce limpida. Lo schermo che aveva disegnato si svuotò, mostrando uno stralcio stellato di galassia. “Destinazione.” L’immagine ruotò quel tanto per inquadrare il pianeta celeste in fase calante. L’avvicinamento stava dando spessore a un mondo intero; era straordinario vederlo acquistare grandezza e rotondità. Charlie non mancava mai d’essere esterrefatto dalla quantità d’acqua che lo ricopriva. Veniva da un luogo in cui la sete e la parsimonia erano concetti insiti nella mente di tutti i coloni; per lui, che vi era sostanzialmente nato, bastava la fantasia di stare a mollo in quegli oceani così immensamente profondi per ritrovarsi ricoperto di brividi. Casa, casa, casa, continuava a ripetersi, come se la forza delle parole riuscisse a tramutare quella visione celeste in una sfera più intima e affettiva, lasciandogli dimenticare d’essere seriamente terrorizzato dall’imminente atterraggio. Si alzò dal letto in preda a un nervoso crampo di fame. Si vestì velocemente, indossando il primo completo che gli capitò tra le mani. A uno svogliato gesto del braccio, la porta della stanza scomparve all’interno della parete senza il minimo fruscio; quando l’ebbe attraversata, si chiuse alle sue spalle rilasciando un brevissimo bagliore blu. Percorse tutta l’area riservata all’equipaggio “non qualificato” e giunse nel grande salone dove si rifocillava chi non ricopriva un ruolo altolocato nei ranghi coloniali. In qualità di orfano, Charlie si sentiva come rincuorato dal fatto di non poter raschiare ulteriormente il fondo. La sala, che ben presto si sarebbe animata di un chiacchiericcio alto e fastidioso, era rischiarata lungo gli angoli da snelli faretti ad azione circoscritta. Oltre le lunghe tavolate di alluminio, però, la cucina era illuminata dall’interno e portava con sé voci altisonanti, scrosci di risate e colpi di stoviglie, come se qualcuno stesse battendo la propria allegria su una tavola apparecchiata. Charlie non poté non esserne contagiato. “Ragazzo!” si sentì chiamare non appena si presentò alla luce della cucina. Il suo ottimismo si inibì notevolmente quando vide che i responsabili del chiasso erano solamente due uomini. Chi aveva parlato era in piedi nell’atto di un brindisi; l’altro, col viso paonazzo, si appoggiava su un ripiano di cottura imbandito a banchetto per l’occasione. “Charlie, giusto?” domandò Davon, Consigliere della Colonia. Ragazzo annuì timidamente. Aveva subito riconosciuto il secondo uomo; si trattava del cuoco dell’equipaggio che dormiva solo a un paio di porte dal suo piccolo alloggio. “Unisciti a noi” gli disse. Aveva più o meno la stessa età del Consigliere, ma era molto magro e il suo viso era incorniciato da una peluria che non conosceva il rasoio da un paio di settimane. Come dicevano sulla Colonia, era un uomo segnato dalla Luna. Davon invitò Charlie ad accomodarsi su uno degli sgabelli da bancone, alti e scomodi quanto un monociclo di qualche taglia in più. Le piastre di cottura erano state ricoperte da un bianco grembiule da cucina, sopra il quale una grossa caciotta di formaggio poco stagionato e un salame di fresca macellazione stuzzicavano il palato di Charlie. Una bottiglia di vino bianco coronava il rinfresco come il particolare mancante di un dipinto incompleto; era ancora gelida, con migliaia di goccioline nebbiose che la vestivano per intero. “Serviti pure” disse il cuoco scolandosi mezzo bicchiere ghiacciato. “Offre la casa.” Davon trovò l’offerta particolarmente divertente e si abbandonò in una lunga risata mentre l’amico, scusandosi per un momento, si allontanava dalla cucina. Mangiarono qualcosa insieme, l’uno a disagio, l’altro lontano tra i ricordi. Fu il Consigliere a

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rompere il silenzio. “È mezzo andato, Damiano” disse allungandogli un vivace bicchiere appena riempito. “Ma è un grande amico. Ci siamo conosciuti su questa stessa nave undici anni fa, durante il nostro primo viaggio verso la Luna.” “Bei tempi quelli.” Il cuoco era sulla soglia della cucina; camminò verso di loro, piegato a metà, sistemandosi al meglio la camicia dentro i pantaloni da lavoro. “Ma siccome tu non hai mai capito un cazzo della vita, hai rovinato tutto mettendoti a fare politica.” Davon annuì sorridendo, Charlie quasi si strozzò con una sorsata di vino. Damiano si mise a cavalcioni su uno sgabello e si servì con poca eleganza, schiaffandosi in bocca un grosso cubetto di formaggio. Aveva una parlata musicale, aspirava le c e le t come mai Charlie aveva sentito fare. “Tu chi hai lasciato?” Il cuoco stava parlando con lui. “Charlie è un orfano” spiegò Davon. “È sempre vissuto sulla Colonia.” “Un orfano?” Allargò gli occhi quasi con rispetto. “Grande. È sempre stato il mio sogno fin da bambino.” Lo guardavano in attesa di una risposta. Charlie si sentiva come un burattino nano a cui avevano tagliato i fili del collo. “I miei amici…” cominciò poco convinto. “E… si. Poi… una ragazza.” Annuirono entrambi, come se già avessero udito la sua storia decine e decine di volte. “Come si chiama?” chiese Davon, sgranocchiando del pane vecchio trovato chissà dove. “Ruth. Però in realtà non è andata come si può pensare.” Si aspettò un commento che non arrivò. “Abbiamo preso una decisione insieme. Voglio dire, me ne sono andato per vedere la Terra. Non che volessi un pretesto… era l’occasione della mia vita ed era un modo per farle capire… insomma… che era qualcosa di più grande a cui non potevo rinunciare.” Damiano, ancora prima che Charlie finisse, prese il suo bicchiere e glielo porse nuovamente colmo. “Bevi, Charlie.” Gli strappò un sorriso quasi colpevole. “Stiamo tutti scappando da qualcosa. Io, per esempio, è da una vita che scappo da mia madre. Tu Davon da chi scappi?” Il Consigliere alzò il bicchiere. “Io pure da tua madre.” “Vedi, Charlie?” Il cuoco scagliò metà caciotta addosso all’amico. “Siamo tutti in fuga. Scommetto che anche il nostro caro Marek sta fuggendo…” “Dal suo cervello” concluse Davon scuotendo il capo. “Vecchio sodomita…” Esplosero tutti e tre in una risata fragorosa; persino a Charlie erano giunte diverse voci sull’ambiguità del Primo Consigliere. A quel punto sentì che il nodo di sudditanza si stava finalmente allentando; era confortante sentirsi di nuovo parte di qualcosa, fosse solo un episodio in comune o un frivolo pettegolezzo. Stava scoprendo l’uomo che si era sempre nascosto dietro al ruolo di Consigliere e, diavolo, cominciava a piacergli da morire. Chiacchierarono amabilmente, senza pensare al tempo o al conto alla rovescia che lampeggiava sopra i loro occhi. I due amici, pur coinvolgendo spesso Charlie, interagivano su quel livello comunicativo riservato a chi vi ha già avuto accesso, tipico dei conoscenti di lunga data. Nel vederli parlare, Charlie si accorse che i due, forse rifugiati nella loro complicità, si assomigliavano incredibilmente e affinavano parole, gesti e pensieri sul tempo passato insieme. Ma a Charlie non importava di sentirsi escluso, a lui bastava esserci e godersi quel po’ di calore umano. “Tu come sei finito sulla Colonia, Charlie?” era stato Damiano a chiederglielo, quando l’ilarità era venuta meno e aveva fischiato il via libera all’amarezza. “So solo che avevo otto mesi e che i miei genitori erano svaniti nel nulla” spiegò. “Non so che fine abbiano fatto, signore.” “Non chiamarmi signore. Non sai da dove venissero?” “Scozia. Credo.” “Ah!” esclamò vittorioso in direzione dell’amico. “Europa due, Stati Uniti uno.”

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“Signore.” Charlie si affrettò a voltarsi, interpellando il Consigliere. “Perché non volete tornare sulla Terra?” Il volto di Davon, ormai stanco per l’ora tarda, si rabbuiò ulteriormente, lasciando in bocca a Charlie il sapore acre di una domanda mal posta. Quella sensazione durò tuttavia pochissimo, addolcendosi quando il Consigliere, liberatosi di uno sbadiglio, tornò a sorridere con serenità. “Vecchiaia e prudenza” spiegò. “Non comunichiamo con la Terra dai primi attacchi. E a me i silenzi non sono mai piaciuti. Fossi vent’anni più giovane, non esiterei un solo attimo, come hai fatto tu. Ma ora ho paura di ciò che ci aspetta…” “Avremmo voluto tornare cinque anni fa” intervenne in suo soccorso Damiano. “È vero, forse avremmo avuto ancora meno possibilità di sopravvivere. Ma allora ci saremmo sentiti d’aiuto. Ora… temiamo solo che questa decisione si ritorca contro di noi senza alcun risultato.” “Un sacrificio vano?” chiese Charlie, intuendo la difficoltà che stavano provando nel dosare le parole. “Vuoi un concetto ancora più chiaro?” gli chiese Damiano. Charlie annuì. “Una missione suicida.” Charlie rimase in silenzio. L’aveva sempre saputo, eppure mai avrebbe voluto sentirselo dire così brutalmente. Era un colpo crudele, un fendente che pungeva l’animo, senza la gloria delle grandi imprese, di un atterraggio sempre sognato, o di una vendetta in nome del proprio sangue. Davon lo afferrò per una spalla. “Charlie, ascoltami. Se ci siamo imbarcati, significa che la speranza esiste. È piccola, dovremo guadagnarcela, ma è presente in ogni persona dell’equipaggio.” Damiano stava annuendo. “E se le cose dovessero mettersi davvero male, avremmo carburante per sette viaggi dalla Terra alla Luna. In quel caso non sarebbero le nostre vite ad essere in pericolo, ma il nostro orgoglio.” Charlie rialzò il capo, sottilmente rincuorato. “Tornare indietro? Ma allora perché ci siamo imbarcati?” “Perché laggiù può esserci qualcuno che ha ancora bisogno di noi” rispose Davon. “Se Dio vuole, faremo la nostra parte in questa guerra.” “Ben detto!” esclamò Damiano assestando un colpo all’avambraccio di Charlie. Sorrisero; il ragazzo, in particolare, ebbe la sensazione che, a fianco di quei due, avrebbe potuto vivere nel privilegio. Si sentiva già più alto e il fondo ora pareva molto più lontano. Sparecchiarono. Damiano si occupò delle stoviglie, Charlie riordinò gli sgabelli e Davon ritirò le vivande dal tavolo. “Che me ne faccio?” chiese mostrando il salame e il formaggio rimasti. “Tienili. Finiscili tu” rispose l’amico. “Stai scherzando?” disse Davon, consegnandoli poi alle mani del più giovane. “Se quello mi scopre ci sevizia tutti.” Li salutò entrambi e si allontanò dalla cucina, imboccando la via verso le stanze dei Consiglieri. Charlie si guardò tra le mani e si mise a ridere intuendo quale dispensa avesse offerto la serata. Intascò il trofeo e si incamminò per quel brevissimo tratto con Damiano. Quando giunsero all’altezza dei loro alloggi, due archi dai colori opachi cercavano di attirare la loro attenzione. “Charlie” lo richiamò. “Un ultimo suggerimento, se mai dovessimo trovarci a Terra. Non lasciarti meravigliare da nulla. Prima trovati un bel nascondiglio. E in fretta.” Si augurarono la buonanotte e Damiano, prima di riattraversare la parete, gli rivolse un sorriso che non seppe proprio interpretare. 11 Marescoglio trascorse una notte movimentata, di quelle che si ricorderebbero a lungo se qualcosa di ben più memorabile non stesse giusto per accadere.

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Nubio sedeva in riva al Mediterraneo; si sentiva solo ed allarmato, senza astri in cielo che vegliassero su di lui. Il vecchio Damiano si era da poco dileguato lungo il ripido sentiero che portava in cima alla scarpata e questo significava che la lunga settimana di vigilanza era iniziata. Stava osservando la stravagante vivacità delle fiamme del suo bivacco e ascoltava il fragore di tutta quella cupa risacca di cui riusciva ad adocchiare solo qualche riflesso spumoso. Dietro di lui, accigliata quanto una muraglia millenaria, torreggiava l’ossatura nera di Marescoglio; davanti, invece, l’isola si nascondeva alla sua vista mimetizzata nella notte. Non fosse stato per l’imminenza dei rintocchi funesti, Nubio avrebbe anche potuto dimenticare che, aldilà delle onde, Silvy rimaneva dispersa e abbandonata. Le campane delle macchine lo raggelavano. La prima volta che le aveva udite, un senso di inettitudine lo aveva immobilizzato proprio dove sedeva in quel momento. La paura si era manifestata da dentro, camuffata sotto brividi che gli avevano scosso i muscoli del collo e del ventre. Non gli era mai capitato, neppure durante i primi attacchi di cinque anni prima. Provò a distrarsi, occupando la sua mente con i numeri; lui ne era maestro. A Marescoglio ognuno aveva il suo compito, chiunque era il benvenuto e poteva dare il suo apporto all’ordine della comunità. Nubio aveva la mente di un matematico; riusciva a distribuire valori e risorse come ben pochi sapevano fare. Gli altri, i molti, avevano preferito accomodarsi nel predominio soporifero delle “mate-macchine”, una definizione di cui si sentiva orgogliosamente padre. Si era proposto alle cittadina come insegnante, affascinato dal ruolo romantico di cui avevano raccontato i bisnonni dei suoi nonni, quando ancora erano bambini e sedevano tra banchi di scuola, con carta e penne a inchiostro. Le sue doti avevano tuttavia indotto Samuele e gli ancora pochi abitanti di Marescoglio ad eleggerlo gestore delle risorse cittadine, lasciando i piccoli sopravvissuti alle carezze nozionistiche della giovane Marla. Nubio aveva accettato di buon grado e commentato l’incarico com’era solito fare, con contenute, calcolate parole. Poco male, l’importante è rendersi utili. Si strinse sotto il fagotto di vestiti e si alitò sui palmi finché non sentì il sangue formicolargli nelle dita. Per distrarsi dal freddo ripercorse a mente i numeri di Marescoglio: centosessantotto abitanti, di cui cinque ancora assenti (Silvy esclusa); rimaneva una scorta di circa sedici quintali di frumento, trecento litri di olio d’oliva, dodici vacche da pascolo in età adulta, per una produzione media di circa centocinquanta litri di latte al giorno, burro e formaggi in abbondanza, due tori da riproduzione, ottantanove galline e dodici galli d’allevamento; senza contare le risorse commestibili che periodicamente venivano sottratte a terre e centri abitati sempre più distanti. Li chiamavano esploratori, benché la parola razziatori sarebbe stata più appropriata. Partivano in gruppi di due o tre persone e si spingevano sempre qualche chilometro più in là, racimolando qualsiasi cosa fosse riesumabile del benessere prebellico. Accadeva che a volte, insieme a carni, legumi e bevande confezionate, facevano ritorno con veri e propri tesori del palato, golosità dolci e salate dalla scadenza decisamente inquietante. Le esplorazioni, purtroppo, non andavano sempre a buon fine. Più spesso di quanto desiderassero, molti diseredati, così chiamavano i sopravvissuti decivilizzati dalla guerra, avevano ancora in serbo spiacevoli sorprese: episodi familiari mai disinfestati dalla guerra, istantanee crudeli di morte, o ancora residui di vite solitarie dal destino accecato. Tristemente, gli esploratori avevano presto imparato a fiutare quei luoghi ed evitarli al primo sentore, pur avendo vanamente tentato di riportare molti reietti a un’esistenza più civile. Non accadeva mai; ogni singolo abitante di Marescoglio vi era giunto di propria iniziativa. Chi si rifiutava, chi non riusciva a reagire e non partiva, aveva già smesso di credere. Una mitragliata di rumore, inaspettata e stupenda quanto una voce nel nulla, sconvolse il treno dei suoi pensieri. La carrucola! Corse e ruzzolò sulla spiaggia, spargendo

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sabbia ovunque. Si avvicinò a gattoni, pronto a ruotarla con forza dopo i colpi d’avvertimento di Silvy. Attese, con la voglia di afferrare la manopola al volo e alleggerirle lo sforzo, ma le ruote del congegno non si fermavano, sferzando l’aria a raffica, senza interruzione. Tutt’altro, l’intensità centrifuga crebbe con i secondi, tanto che Nubio non si sarebbe affatto sorpreso se la ruota dentellata si fosse presto colorata d’incandescenza. Si spaventò. Ebbe l’immagine di un mostruoso mittente dai muscoli in espansione, sudato, col ghigno bavoso di chi pensi abbia contratto la rabbia. L’ingranaggio della carrucola emetteva ora un fischio che gli trapanava il cranio; non sapeva se voltarsi e correre ad avvertire gli altri, o attendere finché qualcosa di ben più terribile non sgusciasse fuori dall’acqua. Ebbene, non dovette neppure assumersi il fardello di una decisione; l’immobilità che lo piombava al terreno e il folle vigore di chi stava sull’isola rimpiazzarono le sue mosse, il suono cessò e il fuoco tornò a crepitare. Afferrò un ramo ardente per far luce oltre la battigia. Impiegò qualche istante in apnea per riconoscere cosa stesse emergendo dal fondale sabbioso, disperatamente avvinghiata alla fune metallica. “SILVY!” urlò, immergendosi tra le onde gelide e morenti. Il fiatò gli si mozzò all’istante, serrandogli pericolosamente le vie del respiro. Afferrò la sua mano legata a un intrico raggomitolato di corda e alghe disgustosamente viscide. Qualcosa sembrava volergli addormentare gli arti e le facoltà di movimento. Risalì lungo il braccio di Silvy per sollevarle il corpo e poterla finalmente liberare da quel gelo assassino. Dio, fa’ che respiri! Si sorprese di quanto fosse leggera, non capiva, non vedeva nulla, intorpidito dalle acque e dal buio. La sua presa annaspò nel vuoto, convinto che Silvy si fosse in qualche modo liberata e la corrente la stesse portando chissà dove. Quando la ritrovò e Nubio si ferì la mano, capì e si mise a urlare. Si trascinò all’asciutto, voltandosi ripetutamente, come se il braccio mozzato potesse zompare fuori dall’acqua e afferrargli il volto. Il fiato gli raschiava dolorosamente la gola, eppure si mise comunque a correre verso gli scogli per avvertire tutti gli altri delegati. Avanzava, ma si sentiva come rallentato, pungolato nei muscoli da lame di puro ghiaccio. Cominciò la salita, fradicio e intorpidito dall’inverno. Saltava da un gradino aguzzo all’altro, a memoria, sperando vivamente di non incappare in una lastra brinata. Ma quando il caso decise che quella speranza stava lentamente diventando presunzione, intervenne beffardo e fece sì che l’inevitabile accadesse. Nubio ebbe solo un istante per sentirsi estremamente stupido e crollò a peso morto, quasi senza accorgersene. L’angolo di un gradino lo colpì proprio nel centro della fronte; la sua testa ruotò e rimbalzò contro un altro spigolo roccioso, ferendogli la tempia in profondità. Addormentandosi così sugli scogli, Nubio non poté nemmeno accorgersi che il messaggero rabbioso di poco prima stava già recuperando il braccio strappato a Silvy, ferendo le correnti fino alle coste dell’isola. Marescoglio, nel frattempo, si stava assopendo. Le finestre delle sue case tremolavano come bassi fari dalle pulsazioni di cera. Neppure una pietra del suo mosaico di strade veniva calpestata, e il vento, sguazzandovi come un torrente tra massi e anse ammorbidite, si rammaricava di non poter assumere la forma di violino per raccontare la nostalgia di quella cittadina solitaria. Dentro uno di quei focolari il fabbro di Marescoglio stava pensando al mondo che sarebbe stato. Quella notte senza stelle lo portava lontano, sulle note di una fatata canzone che qualcuno gli aveva fatto ascoltare da bambino. Era in inglese, vecchissima, fra le primissime registrazioni sonore. And no one knows, where the night is going…, mormorava a labbra chiuse, senza ricordarne il senso e le parole. Enrico si sentiva inseguito da una sensazione negativa, la stessa che lo aveva colto alla vista del messaggio di Silvy. Era una di quelle sere in cui i brutti pensieri non sanno abbandonarti; uno in particolare lo perseguitava con perfidia: quella stramaledetta fase d’attesa doveva già essere terminata almeno un anno prima, poco dopo

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l’allontanamento dei cinque emissari. In qualità di fabbro, lo sapeva meglio di chiunque altro. Prima della guerra, Enrico aveva supervisionato l’assemblaggio delle macchine. L’uomo, in larga parte sostituito nella produzione manuale, interveniva a livello ispettivo. Quando erano state le macchine a dover essere prodotte, l’etica interveniva per la salvaguardia della specie umana e pretendeva una procedura meno alienante, che riportasse l’uomo nelle cabine di controllo. Il contentino, sosteneva Enrico, l’illusione d’essere ancora a capo di una gestione già da tempo sfuggita di mano. Erano entrati così in gioco i supervisori, i “paladini” di una identità riacciuffata per scherno dalle dita delle macchine; identità che, un tempo, gli stessi uomini avevano sottratto a tutte le altre specie dell’ecosistema Natura. Tre anni prima la guerra non era affatto terminata, il tempo aveva solo sancito una lunga tregua che perdurava ancora. L’embargo dell’uomo, però, deriso così brutalmente dalla ribellione, sembrava aver sortito i suoi effetti e, dopo quasi due anni di annientamenti, le macchine avevano progressivamente cominciato a spegnersi. I pochi uomini sopravvissuti avevano presto compreso che un errore era stato davvero compiuto e che a tutti loro era stato concesso un nuovo inizio, una nuova era. Marescoglio era stata teatro dello scontro conclusivo; le ultime macchine ancora funzionanti erano state allontanate e isolate oltremare, in attesa che anche la loro alimentazione a demorio si esaurisse. Enrico, presente durante lo scontro, conosceva il loro ciclo vitale e aveva calcolato che il termine ultimo sarebbe scaduto a due anni dall’isolamento. Ne erano trascorsi già tre e, da quanto aveva detto Silvy, le macchine non erano affatto intenzionate a disattivarsi. Rimanevano due domande: perché non si allontanavano dall’isola? Ma soprattutto, quanto ancora avrebbero vissuto? Tre timidi colpi di nocche emersero dai suoi pensieri, funesti quanto il minimo rumore che scaccia in immersione il piacere del dormiveglia. Si schiarì voce e cervello, chiedendosi chi potesse bussare a quell’ora, e aprì la porta, oltre la quale lo attendeva un ragazzo dallo sguardo appesantito. “Ciao Daniele.” Il saluto di Enrico fu di ghiaccio. “Buonasera Enrico…” Le parole “vorrei essere altrove” erano incise su ogni singola lettera del saluto. “Che c’è?” sbottò il fabbro. “Ha dimenticato qualcosa?” Si riferiva a Lena, sua nipote, che da poco tempo era andata a vivere in un’altra strada con quella pena di ragazzo. Enrico si era occupato di lei fin da quando sua madre era morta carbonizzata cinque anni prima, lasciandola sola al mondo. Lena non aveva un padre; sua madre Gahia, sorella naturale di Enrico, prediligeva l’amore femminile e, pur d’averla, aveva scelto di concepirla come madre singola. “No.” Daniele lo guardò con espressione vagamente scocciata. “Lena non si sente bene, ha un forte dolore qui all’addome. Ha chiesto di lei.” Il fabbro si appoggiò con la mano destra allo stipite della porta e sbuffò aria dal naso, come se i suoi neuroni stessero combattendo per risolvere un enigma fastidioso. Non lo diede a vedere, ma si godette quel momento fino all’ultimo respiro, come un tempo avrebbe goduto di un delizioso dessert a fine pasto. “Tu non sei in grado di badare a lei?” Assaporò ogni singola parola. Il viso del ragazzo cambiò lievemente di tonalità. Enrico vide coi propri occhi che Daniele stava confinando tutto il suo orgoglio nello stomaco, deglutendo più volte con nervosismo. “Enrico, per cortesia, Lena sta davvero male. Ho cercato di portarla da Klaud, ma non ne voleva sapere, non prima di vedere lei.” Enrico vide la propria statura ridimensionarsi. Perché diavolo la gloria svaniva così velocemente? Borbottò qualcosa di incomprensibile e si vestì più velocemente che poteva. Daniele lo attendeva oltre l’ingresso e fu quasi travolto, quando il fabbro corse fuori sbattendo con energia la porta di casa. “Andiamo, allora” disse Enrico con voce cupa. Il tragitto era breve, cinque minuti a passo sostenuto, eppure fu un notevole peso per entrambi, accompagnato da un silenzio notturno ingigantito dal loro suon di marcia. Giunsero alla piccola abitazione

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dei due giovani, animata da un’unica candela tremolante posta sulla finestra della camera da letto. Ben prima di entrare in casa, i singhiozzi di Lena fecero breccia nelle difese di Enrico che accelerò il passo e la raggiunse in preda all’angoscia. Quando Lena lo vide, si stava ancora stringendo la pancia e cercava di sfogare il dolore in lunghi lamenti di gola. “Zio…” disse tra lacrime. “Mi fa male la pancia...” Enrico si avvicinò e si sedette al suo fianco sul fondo del letto. Le sussurrò parole di conforto accarezzandole la testa e le spalle. Daniele invece, passeggiando nervosamente fuori dalla stanza, non volle intromettersi chiedendosi a quel punto cosa sarebbe stato giusto fare. La risposta giunse quando il fabbro e Lena si presentarono alla porta zoppicando; il volto della ragazza era distorto in una smorfia di dolore, quello di Enrico sembrava più buio di un tornado in avvicinamento. Dovettero seguire il ritmo claudicante di Lena e impiegarono venti minuti buoni per arrivare alla casa alle porte di Marescoglio. Enrico e sua nipote avevano camminato in prima fila, seguiti a debita distanza da Daniele. Il ragazzo si era sentito decisamente irritato; gli era sempre capitato, quando il bisogno di parentela sovrastava così brutalmente la sua capacità di conforto. Avrebbe voluto sortire lo stesso effetto su Lena, ma si era sentito minuscolo e impotente, quando lei, a voce stridula, gli aveva gridato di correre da suo zio. Bussarono alla porta e Klaud comparve dopo una brevissima attesa, spettinato, con indosso gli occhiali e una lunga vestaglia da sera razziata chissà dove. “Enrico, Daniele…” li salutò con sorpresa. Conosceva bene il ragazzo, Daniele era sempre stato al suo seguito quando, a corto di medicinali, aveva perlustrato aree e ospedali confinanti per lenire le sofferenze dei suoi concittadini, nuovi persino alle malattie di stagione. “Buonasera Klaud” disse il fabbro. “Scusa il disturbo. Lena sta malissimo. Potresti darle un’occhiata? Per favore…” Aveva lasciato che l’apprensione parlasse e le frasi gli erano galoppate fuori a raffica, come frecce scoccate. “Ma certo” esclamò Klaud schiaffeggiato dalla sua premura. “Entrate.” Fece accomodare Lena sul lettino che occupava il centro della stanza dove riceveva i pazienti di Marescoglio. Invitò invece Enrico e Daniele ad attendere in salotto dove due grossi pezzi di legna stavano scoppiettando in un camino tutto improvvisato. Klaud si chiuse la porta alle spalle e si dedicò all’agonia della paziente. La fece sdraiare lentamente, mentre lei tentava ancora di proteggersi la pancia con le mani. Quando tentò di alzarle il pesante maglione, lei si irrigidì, sussurrando un “no” contratto. “Stai tranquilla” le disse Klaud. “Voglio solo visitarti.” Lena si rilassò impercettibilmente e lasciò che il medico le denudasse l’addome. Klaud riuscì così a capire ciò che Daniele e Enrico non sapevano. Il lieve gonfiore che le pronunciava il ventre era del tutto inequivocabile. “Lena” la richiamò dal dolore, pensando di porgerle una domanda soltanto retorica. Doveva essere almeno al terzo mese di gravidanza. “Da quanto sei incinta?” La ragazza gli lanciò uno sguardo tra il confuso e il terrorizzato. Negò, scuotendo violentemente il capo. Poi si abbandonò in un lungo lamento di dolore, dal quale sorsero nuove, salatissime lacrime. Le sopracciglia di Klaud si rabbuiarono giusto un istante; si voltò di scatto e prese uno stretto flacone cilindrico dallo scaffale accanto. Lo agitò con vigore e lo spezzò a metà, attento che il suo contenuto non si rovesciasse a terra. “Lena? Lena, guardami.” Riuscì ad ottenere l’interesse della ragazza. “Ora ti applicherò questo liquido sulla pancia. Non sentirai nulla, solo un po’ di freddo.” La giovane annuì allontanando le mani dal suo ventre gonfio. La pelle di Lena scottava. Klaud vi sparse il gel con molta attenzione, preoccupandosi di non premere in profondità con le sue agili dita da chirurgo. Quando ebbe terminato, prelevò dallo stesso scaffale un leggerissimo rotolo di pellicola nera finissima, malleabile quanto un sottile strato di caucciù. Lo sbobinò per intero e lo pose sul ventre bagnato della ragazza che rabbrividì, mentre la pellicola, sensibile a calore e

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movimento, aderiva al suo corpo senza grumi o bolle d’aria. Passarono solo pochi secondi e un profilo cominciò subito a delinearsi sulla membrana. Comparvero macchie di colore in espansione; più in profondità, colori caldi e sbiaditi formavano lo spettro degli organi interni di Lena e ponevano in evidenza il vivo contorno di un piccolissimo feto umano. Oltre la porta dello studio, Daniele ed Enrico erano troppo impegnati a colpevolizzarsi a vicenda per intuire cose potesse accadere sotto le mani del medico. Ad ogni lamento di Lena, reagivano in modo diametralmente opposto: il giovane distoglieva immediatamente lo sguardo e allungava gli occhi verso un punto imprecisato della stanza; il fabbro, al contrario, non mancava mai di fissarlo con intensità, sperando solo che i loro occhi si incontrassero almeno una volta. I minuti si allungarono, ognuno ticchettava con lentezza, più lungo e disgraziato del precedente. Quando i lamenti di Lena ebbero finalmente fine, nessuno avrebbe saputo calcolare il tempo effettivamente trascorso. Si voltarono entrambi verso lo studio e attesero con nervosismo, finché il profilo spallato del medico non comparve in controluce col viso anche più scuro della sua sagoma. “Sta bene?” Fu Enrico a parlare prima di tutti. “Dormirà per tutta la notte” disse Klaud senza sbilanciarsi. “Domani mattina sapremo qualcosa in più.” “Ma è qualcosa di grave?” “Non lo so, Enrico” rispose più pazientemente del solito. “È ancora presto per capirlo.” “Non rischia di morire, vero?” La voce di Enrico si era fatta più roca e, benché la fioca luce non lo svelasse, Klaud capì che gli occhi del fabbro stavano scintillando più del normale. “No, stai tranquillo.” Gli assestò una bella pacca sulla spalla possente. “Bene” disse Enrico schiarendosi rumorosamente la gola. “Bene.” Poi si guardò intorno e sgranò gli occhi troppo vistosamente. Dopo aver espirato due lunghe folate d’aria, si rivestì con poca eleganza e si diresse verso l’uscita. “Vado a farmi un giro.” Sgattaiolò fuori di casa e si allontanò con andatura pesante. Daniele parlò solo quando i passi del fabbro avevano perso la propria veste sonora. Conosceva bene Klaud e sapeva di non potersi permettere una così semplice rassicurazione. “Dottore?” “È incinta.” Non dovette attendere risposta poiché il ragazzo arretrò immediatamente il collo e sbatté le palpebre con espressione attonita. “Ma…” Com’è possibile? “Ma… è normale che soffra così?” “No. Non è normale.” “E quindi?” “E quindi non posso dirti molto di più ora. Dobbiamo aspettare che si svegli.” Enrico non tornò dalla sua passeggiata. Daniele decise di rimanere a fianco di Lena per tutta la notte. Riposava ancora sul lettino su cui era stata visitata; Klaud l’aveva coperta con un pesante piumone che aveva trovato in una delle sue perlustrazioni. Anche così nascosto, Daniele riusciva a intravedere il gonfiore che le accentuava il ventre. Come diavolo era possibile che non l’avesse notato? Avevano fatto l’amore solo due notti prima, avvinghiati al buio, è vero; ma l’aveva accarezzata, ovunque. Ripercorse a mente i movimenti, le accarezzò i capelli, il collo, le spalle e il seno. Scese lungo l’addome, l’ombelico… no. Scosse la testa come per scrollarsi di un pensiero cattivo. No, non aveva notato proprio nulla. Klaud entrò nello studio ed osservò il sonno della paziente. “Non dormi, dottore?” “Non posso” rispose abbandonandosi, come raramente accadeva, in un affabile sorriso. “Dopo un certo orario ho imparato a rinunciarvi.” “E perché mai?” “Efficienza professionale. Tendo ad essere poco lucido quando dormo fino a tardi.” “A me accade esattamente il contrario.”

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Lena si mosse irrequieta, si mise su un fianco e respirò di nuovo profondamente, proiettandosi nell’atrio della sua mente dove stava cominciando il terzo sogno di quella notte tormentata. “A che mese è?” chiese Daniele. “Dalle dimensioni, direi che è appena entrata nel terzo.” Daniele lo guardò come se non capisse. “Il terzo? No, impossibile.” “No?” Klaud lo guardò incuriosito. “No. Il secondo forse…” Gli occhi del ragazzo saettarono ad angolo giro in cerca di un conteggio che gli desse ragione. Klaud lo studiava con gli occhi di chi viene contraddetto nella propria disciplina. “Ha avuto… si, meno di due mesi fa… Credo…” “Daniele.” La voce del medico aveva perso la fiera sfumatura di un istante prima. Le parole sarebbero state decisamente diverse se la questione non si fosse fatta così brutalmente seria. “Pensaci bene. Se quello che dici fosse vero, l’embrione avrebbe solo la metà dei mesi che dimostra.” Daniele non ebbe il tempo di controbattere. La porta d’ingresso fu spalancata con la forza che solo la furia o la disperazione danno in dono. Qualcuno si precipitò nello studio senza più fiato. Domitilla, piegata sulle proprie ginocchia, dovette respirare diversi secondi prima di riattivare le corde vocali. “Mio (respira) padre (respira, respira). Credo che stia (respira) morendo.” 12 Il secondo giorno di marcia terminò mentre il tramonto invecchiava il cielo d’occidente. Davanti a loro, solo per pochi istanti, ombre buffe e caricaturali si allungarono così tanto da sfiorare l’orizzonte; poco dopo, salutato il sole, sbiadirono lentamente per nascondersi tra le radici della terra. Avanzavano compatti sulla strada per Marescoglio, rallentati, è vero, ma ben lieti di poter godere di buona compagnia. Ermanno si era dimostrato un abilissimo cuoco da campo e nessuno, sopravvissuto alla fine del mondo, si sarebbe mai sognato di barattare un buon pasto con qualche ora di cammino in meno. Il suo carretto cigolante nascondeva sorprese che tutti loro avevano ormai dimenticato; le aveva raccolte chissà dove, lungo la sua corsa verso una nuova civiltà. Se qualcuno li avesse scorti da lontano, avrebbe creduto di incrociare una vecchissima carovana di circensi alla disperata ricerca di una piazza in cui esibirsi. La strada era tanto ampia da poterli accogliere affiancati. Sebastiano, in sella a Otto, procedeva a fianco di Nate ed Ermanno, seduti alla guida della cavalla. Petr continuava a divertirsi al volante della Deuvan, sorpassandoli o raggiungendoli con forti accelerate che alzavano freddi polveroni dal suolo. Sul carro di Ermanno, insieme alle vecchie ferraglie della sua fabbrica di nuvole, giaceva disattivata la stramba macchina di Troncoraggio. L’avevano stesa senza grazia, aggrovigliata, disprezzata come unico esemplare di un grande nemico. Ma vista così, così simile a un uomo dalla bruttezza impietosa, avrebbe rosicchiato pena a chiunque si trovasse in contemplazione. “No, no, NO!” stava esclamando Ermanno, con voce, braccia e pazienza innalzate al cielo. “Ma non sai proprio nulla!” Nate stava ridendo di gusto. “Ride! Ha il coraggio di ridere!” esclamò Ermanno guardando Sebastiano a occhi spalancati. “Sentilo!” Nate si ricompose, ma solo per permettere a Ermanno di continuare la sua lezione di storia. “Mi perdoni” si scusò, trattenendo altre risate nello stomaco. “La prego, seriamente, risponda alla mia domanda.” “Dunque!” riprese il fabbricante con lo sguardo sospettoso di chi ha ormai imparato a diffidare. “Il ventennio tra l’anno 2020 e il 2040 non portò nulla di nuovo, né ebbe alcun significato per gli annali di meteorologia. Ci furono, è vero, inverni insolitamente miti, ma non fu certo causa dell’effetto serra! La questione richiamò l’attenzione mondiale quando si manifestarono le prime desertificazioni dell’Europa

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meridionale, poco lontano da dove ci troviamo ora…” “Cosa che avvenne nel 2045…” continuò Nate poco sicuro. “NO!” esclamò di nuovo Ermanno, provocando un altro scroscio di risate del suo studente. “Portamelo via! Otto, ti prego, sbranalo!” Il cane camminava semiaddormentato da qualche ora, ben lungi da intenzioni fameliche o feroci; ritirò un’orecchia al suono del suo nome, sbirciò distrattamente chi lo cavalcava e poi riprese a guardare dritto, pedinando le folate di vento che gli ricordavano casa. Inizialmente Otto e Oblivia avevano patito diverse incomprensioni. Alla curiosità olfattiva del cane, la cavalla aveva reagito scalpitando ad occhi spalancati, confusa nel tentativo di decifrare l’odore dell’animale. Ma dopo essersi aggrovigliata tra i ricordi, nel tentativo di dare una spiegazione a quella stazza snaturata, aveva deciso di soprassedere e di cedere alla sua flemma equina. Sbuffando dal naso, aveva continuato imperterrita nel suo trotto, senza più degnarlo di una sola occhiata. A cavalcioni sul grosso cane, il suo compagno umano di viaggio, pur sorridendo nell’ascoltare i rimproveri del vecchio fabbricante di nuvole, aveva ben altri pensieri per la testa. Continuava ad adocchiare preoccupato il simil-uomo nel carretto di Ermanno; si sentiva triste e profondamente turbato, la stessa sensazione che lo aveva ferito in battaglia ogni volta che una macchina, tramortita a terra dopo un attacco fatale, si era rialzata di nuovo per attaccarlo ben più agguerrita. Primo: non avrebbe dovuto trovarsi tra di loro; impallinata, forse. Spenta! Ma non al loro fianco. La sua linfa energetica si sarebbe dovuta esaurire già da tempo, come per tutte le macchine sull’isola. Secondo: anche ammettendone l’esistenza, presentava difetti estetici orribilmente umani, così diversi dalle macchine contro cui si erano scontrati da spiazzarlo, tramortirlo, macellando letteralmente le fragilissime certezze su cui, da tre anni stava provando a costruire un futuro. Terzo: quella macchina non era stata assemblata in serie. Qualcuno, qualcosa, aveva creato un prototipo di nuova generazione e si era divertito nel ridicolizzare l’uomo, accentuandone le bruttezze. Dubitava fortemente che avessero costruito un solo esemplare. Quanti camminavano ancora? Erano una nuova minaccia per tutti loro? Quarto: e se per caso le macchine sull’isola stessero solo aspettando i rinforzi? “Esatto” stava intanto dicendo Ermanno. “L’uomo rappresenta la razza più stupida e testarda mai vissuta sulla Terra. Debellato un problema, ci scervelliamo come folli pur di crearcene uno prossimo.” Alzò il pollice della mano destra, a cui seguirono tutte le altre quattro dita: “Guerre mondiali, tecnologia, natura deturpata, epidemie. Quattro immense cause a fronte delle quali non abbiamo risolto nulla. Tutt’altro! Siamo solo riusciti a tamponare i danni da irresponsabili, con l’unico risultato di scatenare l’effetto successivo. Il più devastante. Ci siamo creduti padroni del pianeta ed ecco” mostrò quanto li circondava, “ecco dove siamo finiti.” Si guardarono attorno. Una brezza gelida soffiava a intermittenza, come se chiunque la provocasse fosse a corto di fiato. Rimaneva ancora qualche macchia di neve dove il sole non batteva mai; il resto, lasciato incolto, sfoggiava quel verde assonnato che colorava l’inverno di tutte le piantagioni dell’Italia occidentale. Avevano scelto di continuare a percorrere strade rurali e di tenersi ben lontani da qualsiasi centro una volta abitato. Erano in viaggio da troppi giorni e ci sarebbero state altre occasioni per perlustrare le terre vicine a Marescoglio. Ora prevaleva un solo pensiero, egoista, collettivo, che li spingeva tutti verso la meta che per qualcuno era stata distante mesi, per altri persino anni. “Dove?” chiese Nate. La strada, allargandosi a imbuto, aveva formato una sorta di radura al centro della quale si erano fermati al segnale di Ermanno. A sinistra, la prima fila di una piccola foresta di betulle si stava adombrando e sembrava volesse avvertirli che, dopo il tramonto, quel luogo era precluso agli umani. Alla loro destra, invece, si estendevano in prospettiva le lunghissime fila di un vigneto; la geometria della coltivazione, opera bonificatrice delle macchine, si stava lentamente lasciando sopraffare dai ritmi infaticabili della natura che, tornata reggente, imponeva alle

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proprie creature una gioiosa anarchia di forme e colori. “Nel luogo dove pernotteremo” concluse il fabbricante saltando a terra e lamentandosi per qualche mugugno artritico. Erano bastati tre pasti regolari per ricordare ai loro stomaci di avere il diritto-dovere di sfamare i loro corpi trasandati. Pur mancando solo poche ore di cammino, nessuno si lamentò e accettò a cuor leggero di smontare a terra e preparare un comodo bivacco per la notte. Petr, ribattezzato “mastro fuoco” dal vecchio fabbricante, diede abilmente vita a uno stupendo falò; Ermanno si occupò della cena a base di orzo e legumi; Nate e Sebastiano liberarono la zona dell’accampamento dove si sarebbero concessi qualche ora di sonno prima della ripartenza. Mangiarono in silenzio, mentre Oblivia pascolava liberamente per la radura e Petr rideva come un bambino quando Otto, dopo aver azzannato al volo grossi pezzi di pane secco, si inchinava sulle zampe anteriori e guaiva astutamente per ottenere dell’altro cibo volante. “Ragazzi miei” esordì Ermanno dopo essersi liberato di una fastidiosa bolla allo stomaco. “Domani si parte all’alba. Non fate tardi.” Augurò loro la buonanotte e si ritirò sotto i teli del suo carretto, per nulla disturbato dalla macchina scomposta con cui avrebbe condiviso il giaciglio. Gli altri tre uomini, disposti in cerchio attorno al fuoco scoppiettante, preferirono attendere ancora un poco al calore delle fiamme, ipnotizzati dallo splendore dell’elemento che in passato gli uomini avevano considerato una divinità. Petr prese in mano un ramo troppo acerbo per la combustione e cominciò a intagliarlo maldestramente con una lama semiarrugginita che aveva preso in prestito dalle cianfrusaglie di Ermanno. “Adesso scopriamo che è pure un artista” commentò Nate con un mezzo sorriso. “Non ci capisce?” domandò Sebastiano, notando che Petr non aveva battuto ciglio alle sue parole. “Quando vuole, capisce benissimo. Non ora, è troppo impegnato a fare lo scultore.” Petr aveva mollato i freni inibitori in favore della creatività e stava assumendo le stesse espressioni che lo avevano colto da bambino nei momenti di forte concentrazione: collo inclinato, fronte e sopracciglia corrugate allo spasmo, narici dilatate a singhiozzo e lingua incastrata tra labbra e denti. “Non so perché, ma lo trovo ipnotico.” “È distensivo” ammise Sebastiano. “Sono anni ormai che non vedo un uomo dedicarsi a un passatempo. Ha un che di rassicurante.” “Già…” Qualche secondo di pausa. “Sai cosa significa?” “Cosa.” “Che abbiamo finalmente riacquisito il più sacrosanto tra i diritti” spiegò Nate con un accenno di esultanza. “Sarebbe a dire?” “Perdere tempo. Lo dice la parola stessa.” Sebastiano sbuffò una risata mentre smuoveva i tizzoni ardenti del falò con un lungo bastone annerito solo in punta. Migliaia di scintille inviperite sorsero dalla brace ed esplosero a mezz’aria nel vano tentativo di protestare contro la sua intromissione. Prive però di un adeguato propulsore, non riuscirono a raggiungerlo e poterono solo riprendere a evitarsi, litigiose, contendendosi lo spazio come minuscoli magneti di carica positiva. “Da dove vieni, Regno Unito?” “Fortunatamente no” rispose Nate scuotendo il capo. “Queensland. Australia.” “Australia…” commentò Sebastiano. “Yep”, assentì Nate. Sebastiano lo guardava con occhi diffidenti. “In Australia non ci vive più nessuno da almeno da quarant’anni.” “Vero” confermò Nate. “Chiedimi che lavoro facessi.” “Perché, mi…” Sebastiano spalancò occhi e labbra in tre grandi “o”. “Lavoravi nel Centro Epidemiologico?” Nate annuì. “Ma questo non ti rende uno dei biologi più grandi della Terra?” “Ora è più che probabile” rispose Nate. “Ma non fu una scelta, nacqui nel Centro. I

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miei vecchi furono tra i primi a lavorarci dopo l’epidemia.” “Da non crederci...” Sebastiano stava scuotendo la testa. “E come ci sei finito in Europa?” “Per sopravvivere” rispose Nate. “Sopravvivere…” “Trent’anni in quarantena” spiegò semplicemente, “sempre sotto la stessa fetta di cielo.” Sebastiano assentì col capo. Poi volse lo sguardo verso Petr e vide che il giovane aveva ottenuto lo scheletro del ramo; aveva già cominciato a lavorare sulle seconde incisioni, quelle più minuziose dalle quali sarebbe sorta la forma custodita nel legno. “Dove l’hai conosciuto?” “Pet? Vicino a Cracovia, più o meno sei mesi fa. Viveva da solo in una specie di fattoria. Quando l’ho trovato sorrideva beato in un enorme campo di patate. Hey, Pet!” disse rivolto all’amico. “Patate, ti ricordi? Bandurky!” Petr interruppe il suo intaglio solo per assecondare Nate con una forte risata. “Da allora viaggiamo inseparabili” continuò con una certa ironia. “Si è rivelato un preziosissimo compagno di viaggio. Possiede una praticità che non sembra neppure appartenere al nostro tempo.” “Potrebbe essere un Purista” suggerì Sebastiano. “Si. L’ho pensato anch’io.” “È polacco?” “No” rispose Nate. “Non ho ancora capito da dove venga. Credo però che parli un dialetto di origine baltica. Ma che importanza vuoi che abbia, siamo tutti senza patria ormai. E questo, che tu ci creda o meno, risolve molte cose.” Stesero i sacchi da campo vicino alla brace assopita. Petr, il primo di loro a coricarsi, aveva lavorato sulla sua scultura finché il cuore pulsante dei tizzoni glielo aveva permesso; si fermò quando persino la vista aveva dolorosamente reclamato un po’ di riposo. Nate e Sebastiano si erano sdraiati a crani vicini, coi busti ritti e infreddoliti che segnavano le otto e venti. Poco prima di addormentarsi, guardando in alto verso la Luna morente, Sebastiano gli pose un’ultima domanda. “Cosa hai fatto nei tuoi due anni in Europa?” “Di professione?” “Si.” “Lo scienziato a pagamento” rispose Nate. “Che vuoi dire?” “Considerami…” Si fermò, prima di proseguire la frase. Tirò un lungo sospiro e rimase in attesa, fingendo di contare le stelle. “Considerami?” “… in debito di un racconto.” 13 Ruth e Lucy si erano lasciate alle spalle le coste del Marocco; sorvolavano l’Atlantico da poco più di un minuto ed erano già in vista dell’arcipelago spagnolo su cui si sarebbero fermate. Il sole, tagliato a metà dall’orizzonte marino, non riusciva più a ferir loro la vista, e così sarebbe rimasto per tutta la permanenza in quell’angolo di mondo. Il cielo sfumava dall’arancione al celeste, mentre il mare assumeva la tonalità grigiastra di chi si sente terribilmente assonnato. Solo in prossimità della stella, laddove il fuoco baciava l’acqua, il profilo dell’oceano si lasciava scavare un lieve contorno luminoso e dava forma a un occhio di luce dalle dimensioni divine. Giunsero e superarono le morbide spiagge dell’isola: un piccolo deserto dalle dune bianche, migrato sui venti dell’Africa con pazienza millenaria. Le strade battute dai turisti e dai pochi abitanti non si vedevano più, nascoste da uno strato di sabbia finissima che non sembrava voler smettere di avanzare. All’interno dell’isola si alzavano monti dalla vegetazione brulla, macchiata soltanto da qualche costruzione candida, pozze saline e numerosissime caprette al pascolo.

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Fluttuarono fino alla costa occidentale e scesero a terra solo quando raggiunsero una spiaggia di sabbia lavica protetta da due alte scogliere su cui vegliavano dodici mulini. L’oceano, intrappolato in quella conca di rocce nere, interrompeva la sua corsa con un ringhio possente e bianco di rabbia. “Eccoci” disse Ruth. “Qui?” Lucy, sdraiata sul proprio letto poche stanze più avanti, parlava con poca convinzione. La sua identità simulata rispecchiava solo in parte il suo aspetto fisico, esasperata in quelle parti del corpo per le quali si era sempre sentita poco osservata. Per quella esplorazione aveva superato ogni decenza scegliendo un profilo le cui rotondità venivano difficilmente contenute da un vestito da sera rosso strappato in punti. Il difetto di Lucy, purtroppo, stava nel sentirsi irresistibilmente simpatica. “Tutto qui?” Ruth, d’altro canto, non aveva mai ritenuto che i particolari realistici aggiungessero chissà cosa ai viaggi simulati; preferiva manifestarsi nell’anonimato, proiettandosi in un profilo solo accennato che nella realtà sarebbe forse parso come un fantasma modulato nel vetro. “Si” rispose Ruth, stranamente rannicchiata in un silenzio di riflessione. Si guardava attorno per trovare difetti invisibili all’occhio nudo. “Ma qualcosa è diverso. I mulini in realtà non c’erano più, restavano solo cerchi di pietre rotolate via insieme al vento. Il tempo impostato è antecedente di parecchi anni, quando l’isola non viveva solo di turismo.” “Ruth, niente da dire, per carità” disse Lucy, selezionando la voce cinismo come risposta gestuale. “Il panorama mozza il fiato, ma l’oceano…” Volò fino in riva e si lasciò cadere a pochi centimetri dal tocco delle onde, “mi pare una scelta un po’ troppo scontata. Mi aspettavo qualcosa di meno…” Lucy non proseguì e si librò di nuovo verso la base della scogliera esposta a nord, dove il lavoro infaticabile dell’acqua aveva scavato una piccola grotta che si estendeva per una distanza celata dall’ombra. “Torcia” ordinò aprendo la mano destra come per recitare un Padre Nostro a metà. Un cono di luce bianca illuminò la sua mano, si intensificò e si raccolse in un solido fascio di luce incandescente. “Entro a dare un’occhiata. Hai attivato l’IMPREVISTO?” Ruth non ebbe il tempo di rispondere, coperta dall’esclamazione colorita di Lucy in veste di veemente esploratrice. “Il telefono…” spiegò scocciata, lasciando che il suo corpo perdesse di solidità e rimanesse in attesa di essere nuovamente riempito. Ruth raggiunse l’identità raggelata dell’amica e le sottrasse la torcia con un gesto veloce della mano. Abbassò la propria statura a sessanta centimetri dal suolo ed entrò nella grotta, rasente alle punte acuminate di sale che lacrimavano dalla roccia. Era un cunicolo che si perdeva in enorme profondità. La centralina di simulazione, incastonata nella parete della sua stanza coloniale, si adeguò alle nuove condizioni areoclimatiche e la temperatura della stanza calò di otto gradi, il regolatore di umidità rilasciò sbuffi di vapore gelido e il miscelatore di fragranza emise un sentore salmastro e poco gradevole. Ruth avanzò per una ventina di metri, meravigliata nell’osservare una miriade di granchi minuscoli e albini che vivevano tra i sedimenti d’acqua filtrati tra le rocce. Giunta a un punto che non le permetteva più di procedere, si accorse che la grotta continuava sprofondando sotto il livello del mare. Fu allora che sentì un lamento prolungato, un vagito di animale che proveniva dalla pozza d’acqua che le stava di fronte. Si tuffò e la scritta IMPREVISTO segnalò a mezz’aria l’interferenza fuori programma che avrebbe reso più interessante l’esplorazione. Il vagito crebbe d’intensità e con esso il fetore che l’aveva accolta nella grotta. Divenne insopportabile e assunse un aroma dolciastro di decomposizione che incominciò seriamente a spaventarla. Quando riemerse dall’acqua, si ritrovò di fronte all’animale che l’aveva attratta con il suo lamento; le bastarono solo un paio di occhiate per disgustarla e farle intuire che la simulazione aveva appena dato vita a qualcosa di profondamente errato. Si strappò di dosso casco e guanti e dovette trattenere il fiato, nauseata dal fetore riprodotto che impregnava tutta la sua stanza. Spense con un colpo secco la centralina

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di simulazione e attivò il rigeneratore di aria prima di rifugiarsi all’esterno e far scorrere dietro di sé la porta della stanza. “Si?” Lucy rispose al telefono e si trovò di fronte il viso sorridente di un ragazzo poco più grande di lei. “Gesù mio, Charlie! Ciao!” “Ciao Lucy.” “Ma chiami dalla nave?! È ovvio, che stupida! Quanto vi manca all’atterraggio? Dio, sono contenta di vederti!” Charlie ricambiò con una risata la cortesia della ragazza. Lucy, presa a piccole dosi, sapeva essere davvero adorabile. Una contingenza vissuta però alle spese di Ruth, con cui trascorreva tutti i turni di lavoro e gran parte del tempo libero. “Due giorni al contatto con l’atmosfera terrestre” spiegò lui scacciando via l’imbarazzo. “Qui è incredibile, Lucy. La Terra è stupefacente. E poi l’acqua! L’acqua! Dovresti vederla!” La ragazza si unì al suo entusiasmo e incominciò a liberarsi di tutte le domande che gli attraversavano il cervello, mozzando a metà quasi tutte le risposte di Charlie. Da quanto chiedeva, però, il giovane orfano si rese conto che ben pochi sulla Colonia avevano realmente intuito il pericolo a cui la missione poteva andare incontro. L’entusiasmo del grande ritorno stava decisamente oscurando la possibilità che sulla Terra non ci fosse più anima viva e che in realtà avrebbero presto assistito a un abnorme suicidio di massa. “Vuoi parlare con Ruth, Charlie? Se vuoi posso metterti in comunicazione in questo istante, siamo giusto nel mezzo di una simulazione” disse Lucy. “No, davvero, non ti preoccupare. È già stato sufficientemente difficile salutarci.” “Si, l’ho saputo.” “Lei come sta?” “Ma, insomma… è strana e parla pochissimo. Sembra sempre sul punto di dire qualcosa di fondamentale, ma alla fine non apre mai bocca e si tiene tutto dentro… come poco fa.” Charlie le chiese spiegazioni. “Le ho chiesto di mostrarmi il luogo più bello che avesse visto sulla Terra. L’avevamo raggiunto prima che mi telefonassi.” “È un posto pieno di mulini?” chiese Charlie rabbuiandosi improvvisamente. “Si, proprio quello.” “Gesù, Lucy, portala via da lì” disse scuotendo il capo. “I suoi genitori sono morti su quella spiaggia.” “Oddio…” “Che stupida…” “Charlie, ti giuro che non ne sapevo nulla.” “No, Lucy, scusami. Non mi riferivo a te.” “Ma perché fa così?” “Non lo so davvero. Ti prego, stalle vicino. Mi sento già in colpa per essermene andato così. Ho bisogno di sapere che qualcuno le sia accanto.” “Ci sono qui io, Charlie. L’ho sempre fatto.” “Si. Lo so. Grazie, Lucy.” “Corro da lei ora” disse lei prima di chiudere. Ma poi aggiunse: “Charlie, stai attento, mi raccomando. Non azzardarti a fare qualcosa di insensato.” “Ci proverò.” Il Comandante della nave astrale stava marciando indispettito. Le sue ampie falcate echeggiavano quasi come tamburi indigeni tra le pareti levigate della nave. Chiunque lo incrociasse, immobile e sull’attenti, si guardava bene dallo sfidare il suo sguardo arroventato e, solo superato il primo angolo, si permetteva di respirare. Si sarebbe dovuto trovare ben altrove, si ripeteva, non certo alla rincorsa di quel damerino effeminato. Era stata esplicita richiesta di Marek di non venir disturbato in alcun caso, se non per questioni della massima urgenza e segretezza. Il telefono era

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stato appositamente messo fuori uso per permettere al Primo Consigliere di meditare a dovere sulla missione esplorativa a cui aveva dato vita, quale percorso di intima conciliazione con il suo essere terrestre. Il Comandante, da sempre misurato nelle parole, aveva dato sfogo alle sue impressioni esclamando Cazzate! a voce contrariata. Prego solo di non vederlo in atteggiamenti deviati, pensò trovatosi di fronte al profilo argenteo dell’appartamento occupato da Marek. Annunciò il proprio nome e il proprio titolo e attese che qualcuno si facesse vivo. La porta scorse e svanì dopo soli pochi istanti, lasciando ampia scena al Primo Consigliere in persona che gli si presentò in veste ufficiale, visibilmente accigliato. La capigliatura argentea si piegava sulla sua fronte meravigliosamente abbronzata e in mano teneva un volume di disquisizione diplomatica aperto. Il comandante sbirciò il titolo dell’opera “Beneficiari delle macchine?”, un saggio anteguerra di strepitoso successo. L’autore fu tra i primi ad aver subito il trattamento speciale a cui le macchine avevano sottoposto i cittadini illustri del mondo. Le immagini del suo sventramento erano state trasmesse attraverso tutte le connessioni della Terra, inorridendo chiunque si fosse trovato ad osservare uno schermo video. “Spero sia una questione della massima urgenza, Comandante.” “Signore” tagliò corto, “abbiamo ricevuto due distinti segnali dalla Terra. - Marek lasciò quasi sfuggire il volume - Onde radio che ritornano a intermittenza. Esprimono una sequenza binaria cifrata, una sorta di codice.” “Un messaggio degli uomini?” Marek aveva lasciato da parte la freddezza e aveva il volto illuminato. Il Comandante, non nuovo alla mimica di chi si sente alle strette, notò che il Consigliere aveva appena espresso lo stesso sollievo dei prigionieri di guerra a cui è appena stata risparmiata la vita. “Non possiamo dirlo con certezza, Signore. Ma non possiamo neppure affermare il contrario.” “Questa è una notizia di importanza planetaria. Nell’avvertirmi ha compiuto pienamente il suo dovere, Comandante. La seguo immediatamente.” L’ufficiale si avviò verso la plancia di comando, borbottando un ringraziamento che gli esperti di comunicazione avrebbero definito “insulto mascherato”. Al centro della plancia galleggiava a mezz’aria una scorcio d’Europa, proiettata su tre mappe disposte di modo che tutti i presenti potessero osservare i due punti illuminati a intermittenza. Erano presenti tutti gli ufficiali della nave e i due Consiglieri coloniali imbarcati sulla prima missione di esplorazione terrestre. Davon affiancava Marek e il Comandante a braccia conserte, in attesa che quest’ultimo cominciasse a parlare. “A quarantasei ore e a centottantamila chilometri dalla superficie terrestre, abbiamo raccolto due segnali della medesima natura: impulsi in sequenza, codificati in codice binario, che, una volta ricomposti, hanno dato forma alla riproduzione grafica di uno schema che conosciamo molto bene.” “Un s.o.s.?” ipotizzò Marek. “No, Signore. Non si tratta di un s.o.s. o di un messaggio in codice Morse. Provengono entrambi dall’Europa. Il primo è trasmesso dal nord Italia, una località imprecisata tra le Alpi Orientali. Il secondo, come potete notare, dall’Islanda, pochi chilometri a nord dalla costa meridionale. Non siamo in grado di capire la fonte dei segnali. In parole povere, non sappiamo chi sia l’artefice della trasmissione, se l’uomo o le macchine. Abbiamo però l’assoluta certezza che sono messaggi creati per essere ricevuti dallo spazio.” “Assoluta certezza?” domandò Davon. “Sono i primi segnali radio lanciati dalla Terra verso l’universo” spiegò il Comandante. Notando i volti confusi dei presenti, continuò: “Nel 1974 un messaggio radio fu trasmesso nello spazio durante l’inaugurazione del più grande radiotelescopio mai realizzato sulla Terra. La storia lo conosce come Messaggio di Arecibo, la città del Porto Rico in cui venne costruito l’osservatorio…” Il Comandante fece una cernita delle espressioni dei presenti e si sentì assediato da una mandria di perfetti ignoranti. “Si tratta di un messaggio di pace e di alcune rappresentazioni della civiltà umana. Gli impulsi in codice binario, una volta

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ricomposti graficamente, danno vita a una serie di immagini: una molecola di DNA, un uomo stilizzato, la popolazione della Terra, i pianeti del Sistema Solare e altra simbologia scientifica. Il segnale radio venne inviato verso un ammasso globulare di stelle ancora sconosciute. L’intento era altamente simbolico, profetico, beneaugurante sul futuro scientifico dell’esplorazione spaziale. Ebbene, i due segnali che stiamo ricevendo in questo momento sono due riproduzioni identiche del messaggio di Arecibo. L’intensità, tuttavia, è largamente inferiore rispetto alla trasmissione originale; tale da essere captata solo nel raggio di circa centottantamila chilometri dalla sorgente.” Prese parola Marek, Primo Consigliere: “Da quanto ho capito, il contenuto del messaggio non rivela nulla di nuovo…” “Infatti, Signore…” “Dunque che cosa rappresenterebbero, Comandante? Semplici segnali di localizzazione?” “È quello che stiamo valutando. Ma non sapremo mai con certezza quando e da chi siano stati emessi. Potrebbero essere impulsi anteguerra di varia natura, o i messaggi dei sopravvissuti in attesa di un nostro ritorno, oppure, altrettanto verosimilmente, un’esca lanciata dalle stesse macchine.” “Esiste un modo per accertarsene?” “Lo escludo. Il solo modo di farlo sarebbe rispondere al messaggio. Ma in questo modo metteremmo inutilmente a rischio il sistema di schermatura che ci protegge fino al momento in cui saremo visibili all’occhio delle macchine. Per ora escluderei il tentativo di un contatto.” Davon si mosse nervosamente tra i presenti nella plancia di comando. Qualsiasi cosa fosse stata decisa, la comparsa di quei due segnali non cambiava la precarietà della loro missione. Fossero gli uomini o le macchine gli artefici del messaggio, poco cambiava. Qualsiasi soluzione fosse stata adottata, nessuno su quella nave si sarebbe sentito pronto ad assumersene la responsabilità. “Che cosa suggerisce, Comandante?” chiese infine, sovrastando il brusio che accompagnava gli sguardi accigliati verso le mappe fluttuanti. La cabina si zittì, lasciando voce solo ai due segnali che squillavano nelle loro orecchie come campanelli d’allarme. “Suggerisco di evitare qualsiasi contatto con la fonte dei segnali, Signore.” “La sua” intervenne il Primo Consigliere, “è una riflessione lodevole, Comandante. Non me ne voglia, non mettiamo certo in dubbio le sue capacità di navigazione. Ma lascerei che le doti di stratega vengano espresse da chi possiede i gradi e l’esperienza di una vita dedicata alla politica.” Non fu solo Davon a notare che la bocca del Comandante si piegò in diversi punti, formando espressioni che avrebbero fatto impallidire il più noto tra i bestemmiatori. “Primo Consigliere” intervenne Davon, lanciando uno sguardo al Comandante della nave. “Chi crede che voglia assumersi una responsabilità tale?” “Suggerisco una votazione del Consiglio” rispose con un ampio sorriso, rivolto agli occhi di tutti i presenti. “Da cui decido di astenermi per evitare che la mia decisione influenzi in qualche modo il voto. Senza contare che il tempo a disposizione si consuma e che la mia astensione rende dispari il numero dei votanti.” Arrogante figlio di puttana, pensò Davon prima che le votazioni avessero inizio. Charlie aveva da poco interrotto la comunicazione con Lucy, quando la parete di fronte si macchiò di trasparenza, svelando il volto segnato di Damiano che si annunciava alla stanza. Charlie si diresse verso l’ingresso e l’aprì con un lieve tocco di mano. “Qui fuori si scrive la storia e tu te ne stai rintanato nella tua stanza?” “Come…?” “Segnali dalla Terra” spiegò il cuoco di bordo avviandosi verso il cuore della nave. “Segnali…” “Hanno captato due comunicazioni che vengono da due diversi punti della Terra.”

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Stavano quasi correndo. Damiano lo stava guidando attraverso una serie di cunicoli da cui Charlie non avrebbe neppure saputo far ritorno. “Ma questo che significa?” Le persone che incontrarono si potevano contare sulle dita di una mano. La grande novità, evidentemente, era ancora patrimonio di pochi; cosa che non aveva escluso Damiano dall’esserne a conoscenza. “Può significare solo due cose: uomini o morte certa. Tu che dici?” Superarono il circuito da corsa della nave, il ponte osservatorio, il tempio dei culti religiosi e il centro di rilassamento psicomotorio. Imboccarono a quel punto il lunghissimo corridoio che conduceva alla plancia di comando della nave. “Sono tutti lì dentro e a quanto pare stanno prendendo una decisione.” “Questa non è un’area proibita?” mormorò Charlie. “Si” rispose Damiano distratto dal quadro d’ingresso su cui lampeggiavano dieci cifre da digitare. Damiano ne pronunciò cinque in sequenza senza premere alcun tasto. Si illuminarono ad ogni comando vocale e la porta sferica si aprì lasciandoli passare. Se avessimo premuto le cifre?, avrebbe voluto chiedere il giovane, ma dovette rincorrere il cuoco oltre la soglia e su per una rampa di scale secondaria che affiancava l’ingresso per dare accesso a una balconata che guardava sulla plancia. Superarono un arco di metallo su cui era stato lavorato il simbolo di fratellanza tra il pianeta madre e la colonia: il planisfero terrestre scolpito con dorsali e crateri lunari. Oltre l’arco, diverse voci amplificate esclamavano il proprio voto a brevi intervalli regolari. Damiamo gli fece segno di non fare rumore e si appiattì a terra, imitato da Charlie, per osservare cosa stesse accadendo tra i grandi del Consiglio. “Contrario!” esclamò una voce maschile per tutta la sala, seguita da un breve mormorio. Gli schermi che avrebbero dovuto mostrare la Terra erano occupati dai volti di tutti i membri del Consiglio Lunare rimasti sulla Colonia. Charlie sbirciò tra i presenti e riuscì a vedere Davon confabulare con il Comandante della nave. Entrambi stavano gesticolando in sordina, preoccupandosi di non essere notati dagli ufficiali attigui. “Favorevole!” esclamò il Consigliere di turno accolto da qualche applauso e da sorrisi di approvazione. “È una farsa” gli sussurrò all’orecchio Damiano. Charlie gli rivolse un’occhiata interrogativa. “Guarda.” Indicò il nome sbiadito di Marek, dopo il quale erano elencati tutti gli altri membri del Consiglio, colorati in verde o in rosso a seconda del voto. “Si è astenuto dalla votazione rifacendosi ai più nobili criteri democratici, pur sapendo che tutti i membri che hanno già votato per la missione avrebbero confermato il proprio appoggio.” “Favorevole!” “Qualsiasi cosa abbia detto prima della seduta” continuò scorrendo il dito lungo tutti i nominativi evidenziati in verde, “ha reso evidente la sua posizione.” “Favorevole!” “La missione non è già sufficientemente rischiosa?” sussurrò Charlie. “È proprio questo il punto. L’incosciente si sta comportando come se non avesse più nulla da perdere. Prima il cambio di rotta a favore della missione, ora questa avanzata ignota verso i due segnali.” “Credi che ci sia sotto qualcos’altro?” “Charlie, se così non fosse, saremmo nelle mani di un pazzo pericoloso.” “Contrario!” Era stato Davon a esprimere il proprio voto, prima di allontanarsi dalla plancia con un impeto che non nascondeva affatto ciò che gli ribolliva sotto pelle. “Andiamo” disse Damiano. “È il momento giusto per non farci notare.” Raggiunsero Davon alla fine del corridoio illuminato da due linee di fuga splendenti d’azzurro. Il Consigliere, udito il suo nome, si volse e mostrò un volto così rabbuiato da far timore alla più crudele delle ombre. Li osservò qualche istante con gli occhi che riacquistavano progressivamente il controllo. “Non dovreste trovarvi da queste parti” disse in tono grave. Charlie guardò Damiano in attesa di una risposta all’altezza della situazione. Sperò

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solo che dalla sua bocca non uscisse una sciocchezza fuori tempo e luogo. “Che si fa adesso?” chiese invece. “Seguitemi” disse avviandosi a ritroso verso la periferia della nave. “Fortunatamente abbiamo un Comandante con un briciolo di intelligenza. Non è d’accordo sulla votazione, ma non può che proseguire secondo il volere del Consiglio, pena un’accusa di insubordinazione e arresti immediati.” Imboccarono il ponte osservatorio che portava agli appartamenti di ufficiali e Consiglieri; Charlie, il più giovane dei tre, faticava a mantenere il passo dei due uomini. “Manterremo la rotta verso il segnale che proviene dal suolo italiano” continuò Davon. “In apparenza la nostra posizione non cambia affatto, siamo solo forse più consapevoli di restare troppo a lungo allo scoperto per un atterraggio che potrebbe esserci fatale.” Charlie si chiese se qualcuno l’avesse udito deglutire. “La nave possiede un sistema di schermatura alle intercettazioni sensoriali, ma forse è inadatto alla sensibilità delle macchine. Vale lo stesso discorso per lo scudo di protezione esterno.” Giunsero all’altezza dell’appartamento di Davon; un’ombratura verde scuro macchiò l’entrata che, già a pochi passi di distanza, si staccò dalla parete e vi scorse all’interno con un sibilo poco percettibile. L’appartamento era stato arredato con uno stile classico, forse eccessivamente celebrativo; tre gradini di cristallo accompagnavano al salotto, al cui centro era stato sistemato un tavolino ovale del medesimo materiale e quattro poltrone di velluto verde decorato. “Quindi la votazione non cambia assolutamente nulla?” domandò Damiano, sospettoso. “Apparentemente, ed è proprio quello che vorrebbe farci credere Marek. In sostanza, però, questa votazione lo pone al di sopra delle parti, esautorandolo di ogni responsabilità.” “Ma che senso avrebbe? Se dovessimo fallire, saremmo comunque tutti spacciati. Crede di poter sopravvivere vendendosi alle macchine?” Furono interrotti dalla voce imperiosa del Comandante che si annunciava all’ingresso; si unì a loro con l’aria del militare che, in vita sua, non si sarebbe mai concesso una ritirata. “Signori” salutò con un cenno di capo. Poi guardò i presenti e chiese: “Si può parlare apertamente?” Davon assentì senza esitazione. “Amici, per cortesia, accomodatevi.” Attese che si fossero tutti seduti prima di riprendere la discussione: “Ci troviamo esattamente al centro di un campo di rumore entropico a prova di intercettazione. Qualsiasi cosa diremo, sarà inudibile alle orecchie non desiderate.” Charlie si guardò intorno con circospezione, sforzandosi di non passare per il novizio facilmente impressionabile. “Per quanto mi riguarda, considero Damiano come un fratello e gli darei in affidamento il mio stesso cuore se potessi. Conosco Charlie solo da pochi giorni, e ancora non posso dire altrettanto di lui. Tuttavia, in qualità di orfano, non vedo come con le sue parole potrebbe mai mettere in dubbio quelle di un ufficiale e di un Consigliere. Posso dare la mia assoluta certezza che qualsiasi cosa venga detta qui dentro rimarrà segreta.” Damiano strizzò l’occhio destro in direzione di Charlie. “Bene.” Il Comandante sembrò rilassarsi. “Sappiate dunque che non è mia intenzione portare a Terra questa nave astrale.” Il Consigliere, il cuoco e il ragazzo rimasero in silenzio prima di scambiarsi diverse occhiate. Fu Davon a prendere parola: “Comandante, non c’è bisogno che le ricordi a cosa andrebbe incontro con un atto di insubordinazione. Ora continui, per favore.” “Non ho mai disubbidito, né mai negato l’autorità del Consiglio. Tuttavia ho sempre agito, e cosi mi ripromisi di fare al comando di questa nave, secondo due principi assoluti: il buonsenso e l’incolumità dei miei uomini. Ciò che è appena stato messo ai voti esula da entrambi i principi. La questione diventa persino seccante se consideriamo che quasi tutti i votanti si trovano lontani e al sicuro sulla Colonia. Non ho intenzione di mandare al macello l’equipaggio di questa nave per l’astuzia di un

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singolo, sia pure il Primo Consigliere in persona.” Damiano stava annuendo con trasporto e puntava ripetutamente l’indice verso il Comandante. “Ha assolutamente ragione”, disse rivolto a Davon. “Marek avrà anche spesso agito da sconsiderato, ma non è affatto stupido. Nasconde qualcosa, non metterebbe mai a rischio la propria vita.” “Ma se è così sicuro di non morire, perché non ha partecipato alla votazione?” Charlie aveva preso parola. “Giusta osservazione” disse il Comandante. “È probabile che la certezza di sopravvivere si estenda a pochi, se non esclusivamente a se stesso.” “Un momento” intervenne Davon gesticolando, come per placare gli animi dei presenti. “Comandante, ha detto che non ha intenzione di portarci sulla Terra. Come farebbe? Ignorando il volere del Consiglio, per lei ci sarebbero solo gli arresti e il comando della nave sarebbe affidato agli ufficiali in seconda. È sicuro che i suoi uomini la seguirebbero?” “Tutt’altro.” “Per cui?” “Signori” incominciò con tono paziente. “In quarantasei anni di servizio ho sempre creduto di agire nel giusto. Se così non fosse anche in questa occasione, non mi spingerei affatto oltre la soglia del lecito e non oserei chiedere aiuto a chiunque altro al di fuori di me stesso. Tuttavia, in questi anni ho anche imparato che non è possibile dar fiducia a chi agisce con interesse, benché si tratti di persone amiche da giorni innumerevoli. Vi assicuro che se chiedessi aiuto ai miei uomini, se chiedessi loro di voltare le spalle al Consiglio, sarei pugnalato da almeno tre mani differenti.” “Comandante” lo interruppe Damiano includendo Charlie nel discorso, “pur essendo onorato della sua fiducia, non so come potremmo esserle d’aiuto.” “Per lo stesso motivo per cui credete di non poterlo essere. Da quante persone è composto l’equipaggio della nave?” “Centoventisei” rispose Charlie. “Esattamente. Chi credete che si occuperebbe di osservare le mosse di un cuoco e di un orfano? Siete invisibili a tutti. Io e Davon saremmo in grado di rendervi intoccabili.” “Intoccabili…” Damiano assaporò lo parola. “Come?” “L’unica persona su questa nave che sarebbe in grado di contraddirci è chiusa giorno e notte nelle sue stanze. Credetemi, prego Dio di non rivelarmi cosa faccia. Se solo qualcuno osasse accusarvi, ebbene, non esiteremmo a metterlo a tacere. È d’accordo con me, Consigliere?” “Alla lettera.” “Bene” commentò il Comandante alzando la voce. “Sta a voi decidere se venirci in aiuto. Le conseguenze potrebbero essere rischiose. Mai, tuttavia, come quelle a cui potrebbe portare la votazione del Consiglio. Ricordate che c’è in gioco la vita di centoventisei uomini, e, per quanto ne sappiamo, potremmo anche essere tra gli ultimi del nostro genere.” Damiano ponderò a lungo su quelle ultime parole e si ritrovò ad osservare intensamente il ragazzo che lo affiancava. Immaginava la delusione e lo scontro impari dentro i quali stava combattendo, diviso tra il desiderio di toccare il pianeta e l’incarico di contribuire alla salvezza della nave. Prese infine parola, senza mai distogliere lo sguardo dal volto pensieroso di Charlie. “Siamo con voi” disse cercando conferma nella reazione del giovane. Il ragazzo alzò il capo e annuì con fermezza, esprimendo la sua decisione. “Cosa dobbiamo fare?” 14 Il paese era in lutto da cinque anni. Si sviluppava ai margini di un’unica strada, lunga e spaziosa quanto una main road del lontano Ovest. Una volta, giardini e sentieri in pietra avevano accompagnato i visitatori; ora, straordinario cliché dopoguerra, lo

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scenario si ripeteva di nuovo, sepolto sotto cumuli di terra e detriti. Due drappi neri scendevano lungo gli angoli dei primi edifici, tranciati dalle macchine o dall’uomo quando il lutto per il primo cittadino aveva crudelmente perso d’importanza. Daniele credeva che il sindaco fosse morto solo poche ore prima degli attacchi e che le stesse macchine lo avessero onorato dell’addobbo celebrativo prima di rivoltarsi. Erano passati forse sei mesi da quando lui e il dottore avevano razziato quel luogo, lo avevano fatto più velocemente che avevano potuto, tenendosi alla larga dai moniti urlanti dei diseredati. Klaud da allora non aveva più voluto metterci piede. A vederlo cavalcare, lo si sarebbe considerato un condottiero alle prime armi. Procedeva in sella, vigile, mano sinistra stretta sulle briglie, mano destra scintillante e portentosa. Impugnava lo splendido relitto che aveva sottratto a un museo delle età antiche. Era una Colt M1911 dalla canna d’argento e il calcio d’ambra. Una bellezza; ed era carica, ingorda di tutti i suoi proiettili tuonanti. Muoversi così era pericoloso, Samuele avrebbe disapprovato doppiamente, in materia di armi e diseredati - e così i molti di Marescoglio - ma era il solo modo di sentirsi pienamente equipaggiato quando razziava da solo, in una cittadina fantasma abitata da senza cervello. Il cavallo conosceva bene la strada. Avanzava con mirabile eleganza tra le carcasse ammassate dalla furia delle macchine, sull’unico passaggio sgombrato nel tempo chissà come e chissà quando. Gli edifici sostenevano il proprio peso sfidando le leggi della fisica, riconoscibili soltanto per il contenuto riversatosi per strada. Passò scaffali di un supermercato, tavoli e vetri di un nostalgico saloon, strumenti di una scuola per musicisti, alcuni miracolosamente conservati dagli attacchi e le intemperie del cielo. Un pianoforte a coda rovesciato li sovrastava tutti, intrecciato tra banchi scolastici e ricoperto da irripetibili volgarità. Le macerie diminuirono insieme alle dimensioni degli edifici. Stava entrando nella zona residenziale della città, la meno devastata, ora occupata da una manciata di diseredati in lento decadimento. La loro minaccia si stava esaurendo insieme alla forza vitale, tempo mesi e quel che rimaneva della razza umana sarebbe stato di nuovo interamente assennato. Sentì il primo urlo provenire da poco più avanti; suonava come il gorgoglio strozzato di un ratto in affogamento. Mantenne la sua andatura e rivolse l’attenzione della sua arma verso una veranda imprecisata sulla destra. Qualche passo ancora e sentì l’urlo ripetersi; il cavallo scosse la testa innervosito, mantenendo comunque il decoro di uno stallone impareggiabile. Avanzarono ancora un poco e si fermarono soltanto quando vide la fonte dell’urlo. Il diseredato non si era ancora accorto di lui; sedeva su una vecchia sedia a dondolo su cui si cullava con l’eccitazione di un malato di mente. Era completamente nudo, incredibilmente impermeabile al freddo, e talmente grasso da suscitare pietà. Il ventre flaccido strabordava oltre i bracci della sedia e gli copriva interamente il pube, tanto da non potergli vedere il sesso. Era privo di un braccio e, al suo posto, si era formata una grinzosa cavità che stava ispezionando con grande attenzione. Ne cavò qualcosa, lo annusò e se lo mise in bocca, assaporandolo come per individuarne la composizione. Poi tossì e lanciò un nuovo urlo al vento. Prima di uscire allo scoperto, Daniele pensò a Lena e alla notte appena trascorsa a casa di Klaud. I dolori erano già svaniti poche ore dopo al risveglio e, quando aveva aperto gli occhi, Daniele le aveva stretto la mano chiedendole cosa avrebbero fatto. Avevano biascicato solo poche parole stordite, volatili, incapaci di concretizzare l’assurda idea di diventare genitori. Si erano salutati, dopo che Lena aveva deciso di tornare per qualche giorno a casa di suo zio Enrico. Ignaro della gravidanza, ovviamente. “Fai quello che vuoi” aveva borbottato Daniele evitando di incrociarle gli occhi. Era stato in quel momento, per ripicca e per desiderio, che aveva deciso di andarsene e di tornare su quella strada una volta ancora. Fai quello che vuoi, ripeté calciando dolcemente il cavallo. Avanzarono lentamente, occhio nel mirino e braccio puntato verso la testa dell’essere disgustoso. Il suo viso e le sue spalle ribollivano di pustole e verruche, mentre il resto del suo corpo era divenuto flaccido e interamente glabro come quello di una medusa al sole. Notò Daniele soltanto quando il cavallo si espose interamente al sole. Strizzò gli occhi

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infettati e cominciò a urlare e squittire, agitando in aria il proprio braccio in ondate gelatinose che gli percorsero la pelle di tutto il corpo. Si alzò dalla sedia con difficoltà, perdendo quasi l’equilibrio quando il grasso del suo ventre cadde in avanti spostandogli il baricentro. Brandì un rottame tagliente che teneva tra le gambe e glielo lanciò contro prima di arretrare e nascondersi all’ombra della veranda. Daniele non alzò neppure gli occhi quando il ferro lo superò di un paio di metri e si schiantò alle sue spalle sulla ruota di una bicicletta arrugginita. Durante gli schiamazzi, aveva continuato ad avanzare, senza distogliere la bocca della pistola dal terzo occhio del diseredato. Un solo movimento, un solo accenno di attacco e la canna avrebbe tuonato. Non fu necessario: il bersaglio rimase immobile nell’ombra senza emettere più fiato. Solo quando Daniele ebbe svoltato in una strada secondaria, sentì di nuovo le urla raschianti, così simili a quelle di una iena esultante da farlo rabbrividire. Si mantenne cauto per tutto il tragitto che lo separava dal rifugio di Anna. Il quartiere si era ora appiattito e presentava una lunga fila di identiche villette a un piano, interamente cosparse di edera. Una grossa frattura, unica avvisaglia di combattimento, tagliava la strada poco più avanti, ricordando a Daniele il suono che producevano le macchine quando si avvicinavano dal cielo. Daniele si avvicinò allo squarcio. Era largo forse tre metri, partiva dal ciglio destro della strada e la attraversava per intero segando a metà un’abitazione che aveva incontrato sulla traiettoria. Aggirò la spaccatura e proseguì ancora per una ventina di metri fino all’ennesima abitazione coperta di rampicanti. Qualcuno aveva liberato porte e finestre dall’avanzata delle piante, forando quella maschera vegetale con bocche dal labbro arabeggiante. Anna, dunque, continuava a vivere. Scese da cavallo e lo legò a ciò che rimaneva di uno steccato da giardino. Proseguì lungo il vialetto ormai poco visibile per l’erba incolta e spinse la porta della casa con un grugnito di fatica. Una volta all’interno, fu avvolto da un forte puzzo di escrementi. “Anna?” chiamò incerto. Lungo il corridoio centrale erano disseminate feci umane e animali, alcune bianche e rinsecchite da mesi, altre relativamente fresche. C’erano schizzi di urina ovunque, decorati e spesso contornati da ditate scure e inequivocabili. Un paio di uccellini ridotti a piume e ossa riposavano ai due angoli lontani del corridoio, ai lati della porta divelta, oltre il quale era certo di trovare Anna. Fu così infatti. Dall’ultima volta che vi era stato, la stanza era stata liberata di tutta la mobilia, fuorché di un divano a fiori in decenti condizioni. La stanza, la sola della casa a non fungere da latrina, veniva regolarmente ripulita dalla ragazza che in quel momento sedeva per terra ad occhi chiusi, con testa e spalle poggiate al muro. “Anna?” Non era nuda, ma poco ci mancava. Il suo corpo scheletrico era coperto da una lunga canottiera viola con un’unica spallina. Portava due calze da uomo sbrindellate in più punti e due sandali estivi incredibilmente conservati. Come il precedente diseredato, anche Anna sembrava impermeabile al gelo invernale. Le si avvicinò lentamente, si piegò sulle ginocchia e la scosse con dolcezza. Per precauzione non allontanò mai la mano destra dal calcio d’ambra che gli aderiva alla spina dorsale. “Anna?” Così da vicino, Daniele potè vedere quanto la magrezza le avesse spaventosamente smunto la carne delle braccia e delle cosce e ridotto i seni in due flaccidi rigonfiamenti soltanto accennati. La pelle del collo e delle mani era irritata e screpolata in più punti e il suo occhio sinistro, pesto di recente, era sepolto da un gonfiore ammiccante che le avrebbe segnato il volto per settimane. “Anna?” ripeté ancora. La ragazza borbottò qualcosa e si scosse con fatica dal sonno. Si destò lentamente, come se si stesse liberando da un macigno corpulento che la opprimeva a terra. Dopo mezzo minuto spalancò finalmente l’occhio sano e lo batté più volte alla ricerca di una visione più lucida. Lo guardò intontita, sembrò riconoscerlo, ma non disse una parola. Si alzò arrancando piuttosto, facendosi strada tra ostacoli che solo lei vedeva, e si diresse verso il lurido corridoio.

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Daniele la seguì per un istante, ma si voltò non appena la vide alzarsi la canottiera sopra i glutei scarni e liberarsi contro la parete ammuffita. “Dio mio, Anna…” le disse Daniele con sguardo disgustato. Lei gli puntò contro il dito indice e si mise a ridere sporcandosi del suo stesso piscio. “Maiale” disse con la gola otturata. Si allontanò verso il giardino ridacchiando e uscì alla luce del sole, accogliendo i raggi a braccia spalancate come sotto una pioggia perlata. Una volta Anna era stata uno splendore. Alta, portava i capelli lisci, lunghi lungo tutta la schiena; il fisico era stato atletico e generoso, e gli occhi color della terra avevano sorriso e ammiccato con sensualità, profondi e cupi quanto la sua voce modulata. Daniele l’aveva conosciuta per caso poco prima della guerra, nella sala di attesa di una clinica genetica. Avevano completato il rilevamento per la maggior’età assieme, Daniele si era offerto di riaccompagnarla a casa e lei aveva accettato con gioia. Da allora, sullo stesso steccato che aveva attraversato poco prima, non l’aveva più vista. Il loro incontro, tesoro di pochissimi nell’arco di una vita intera, venne rimandato fino al momento in cui si erano ritrovati sulla strada di quella cittadina. Era stato scioccante, l’ennesimo colpo al ventre che ammutolisce. Ora Daniele non vedeva più una ragazza, non i suoi occhi, i suoi capelli, il suo seno; ma un prodotto biologico erroneamente uscito di senno. Si era seduta a terra e abbracciava il proprio corpo come per accogliere e osannare il favore di un dio. Daniele le si chinò di fronte, la scrutò in volto per trovarne l’antica bellezza. I lineamenti mantenevano ancora un certo fascino, il disegno dei suoi occhi ben tracciato e il loro colore mai spento. Tuttavia non c’era altro; nessuna scintilla, nessun barlume di colei che era stata quel pomeriggio di cinque anni prima. La vedeva seduta al proprio fianco mentre tornavano a casa, sorridente e impreziosita dalla sua compagnia; lui l’aveva adorata. Ma in quel piccolo giardino nulla era sopravvissuto al suo nuovo micromondo di demenza e degrado. Dalla borsa che portava a tracolla Daniele sfilò un sacchetto di polvere bianca e venti confezioni di alimenti che avrebbero potuto nutrirla per mesi. La svestì, lasciando che lei lo guardasse con curiosità e la cosparse per tutto il corpo della polverina bianca che aveva portato da Marescoglio. Anna non gli facilitava il compito e continuava imperterrita ad osservarlo. “È polvere igienica” spiegò alle piante e agli insetti che riposavano sotto di loro. “Preserva e nutre la pelle impoverita.” La massaggiò ovunque, raggiungendo ogni orifizio del suo corpo; voleva svolgere al meglio il suo dovere e andarsene prima di mezzogiorno. Si accorse con una smorfia che Anna si era eccitata mentre lui le ripuliva le cosce e il basso ventre. Quando ebbe finito si ripulì le dita con disgusto, come se avesse ispezionato le interiora di un animale in calore. Vista così, nuda e decolorata dalla polvere, dava l’impressione di essere un’indigena dopo il ballo sacrilego di un rito religioso. La vestì delicatamente, la guardò negli occhi e le disse: “Trovati un posto più caldo e pulito. Mi capisci, Anna?” Lei non rispose, ma almeno si mosse e alzò la mano verso di lui. Lui fece per prenderla, convinto che volesse essere alzata, tuttavia Anna la scansò e poggiò il proprio palmo a coppa tra le gambe di Daniele, raccogliendo pene e testicoli con una morsa decisa. “Maiale.” Prima che lui capisse con esattezza ciò che stava accadendo, Anna strinse con violenza provocandogli una fitta di dolore insostenibile. Con la mente offuscata e l’istinto padrone, Daniele afferrò la canna della pistola dalla propria schiena e le colpì di striscio la testa, una volta sola, sufficiente tuttavia per fratturarle la base del cranio. “Anna!” urlò incredulo, osservando il corpo della ragazze cadere e scuotersi in preda a spasmi incontrollabili. Gli occhi cominciarono a sbattere, le spalle si alzarono e riabbassarono sulla terra, mentre respiri troppo lunghi per essere contenuti le riempivano i polmoni. “No! No!”

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Daniele le girava attorno senza idee, allontanato dal panico; tentò più volte di afferrarle le spalle e placarle la crisi, ma gli spasmi muscolari e la sua inesperienza erano ben più vigorosi delle sue braccia. “Anna!” Un sibilo ruppe qualcosa all’interno del torace. Anna inspirava come se fosse carente d’ossigeno, mentre un polmone sparse aria nel petto della ragazza e continuò a pressare tra loro gli organi interni con un gorgoglio appena percettibile. Mosso di nuovo dall’istinto, Daniele prese una decisione che gli macchiò per sempre la vita. Pistola in pugno, occhi pieni di disperazione, si mise a cavalcioni di Anna e le sparò un colpo in testa. Inorridito, tremante e incredulo, Daniele si alzò a fatica dal cadavere caldo e, con la pistola stretta da tre dita insanguinate, corse fino al suo cavallo, saettando lontano dal luogo del suo primo delitto. Per salutarlo, o forse deriderlo, l’urlo del diseredato lo raggiunse quando Daniele si trovava già oltre il confine della città. 15 Sebastiano notò il primo cambiamento sulle porte di Marescoglio. Il monito dell’alleanza uomo-macchina era stato sostituito da una nuova effigie in legno che raffigurava la stretta verticale di due mani da gigante. La osservarono tutti in silenzio, passandoci attraverso, ma fu solo Petr a immaginare per intero quanto era stato escluso dall’intaglio: due uomini in caduta libera, occhi negli occhi e quella unione come unico sostegno. Era mattina inoltrata e tutti gli abitanti erano nel pieno delle loro attività. Chiunque incontrassero posava gli attrezzi da lavoro e osservava quasi incantato l’avanzata dei nuovi arrivati. C’era chi scendeva in strada per porgere al meglio i propri saluti e chiedere notizie dal mondo; chi esclamava la propria sorpresa al passaggio della Deuvan e rimaneva sul proprio posto scotendo la testa con un sorriso; chi, come Marla, li squadrava con serietà e alzava timidamente la mano, attorniata da quattro piccoli studenti sovraeccitati. “Sarebbe…?” Era stato Nate a chiederlo. Si era offerto sin dal principio di affiancare Ermanno alla guida di Oblivia e procedeva tra scossoni e sinistri cigolii del vecchio carretto. Otto li precedeva di qualche passo e sfilava a torace gonfio per le strade della cittadina. “Marla” rispose Sebastiano. “La nostra insegnante.” Nate attese che lo sguardo della ragazza incrociasse il suo e la salutò con un solenne cenno di capo. “Not bad” disse scoccando le briglie sul dorso della cavalla. Dopo essersi lasciati alle spalle il centro di Marescoglio, Ermanno si voltò tutto d’un lato con un mugugno e imprecò contro Oblivia che sembrava volerli condurre dentro tutte le falle scavate dalle intemperie. “Dove siamo diretti?” “A casa di mio padre.” Sebastiano indicò una torretta che spuntava dietro un’altura poco avanti. Il volume del vento aveva già cominciato a competere con le loro voci. “E, poco oltre, l’isola delle macchine.” Raggiunsero la sommità della collina e videro la Tenace in tutta la sua statura. Lassù tirava una brezza che pungeva dolorosamente i volti e odorava dello stesso mare che potevano scorgere spingendo la vista poco oltre. Petr spense il motore e scese dalla Deuvan perdendosi nella visione dell’acqua. Guardò tutti quanti con espressione sognante, cercando di dire qualcosa, ma non ci fu bisogno di parole per comprendere la sua emozione di fronte a qualcosa di così grandioso. “Si, ragazzo mio.” Ermanno lo raggiunse allargando platealmente un braccio. “Il mare, nostro alleato e amico.” Un uomo corpulento stava correndo loro incontro sbracciandosi, seguito a pochi metri da una figura femminile più aggraziata. Sebastiano saltò a terra e affrettò il proprio passo prima di essere violentemente travolto dall’abbraccio ansimante di Enrico.

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“AH!” esclamò il fabbro afferrandogli le spalle. Non riusciva a credere ai propri occhi e, cieco di gioia, lo strinse di nuovo a sé. “Non ci speravo più!” Domitilla li raggiunse dopo solo pochi passi e si lasciò cullare per qualche secondo di troppo tra le braccia del fratello. Poi, con occhi tremanti e voce sfinita, lo colpì senza forza sul petto. “Perché ci hai messo così tanto…” “E questa…” stava esclamando Enrico rapito dalla Deuvan, “…dove diavolo l’avete trovata?” Si interruppe non appena si rese conto che Domi non aveva più aperto bocca. Notò che Sebastiano lo stava osservando da sopra i capelli della sorella, come per chiedergli cosa avesse voluto dire. Enrico rispose con un’alzata di spalle. Mi spiace, amico. Non è compito mio. “Domi.” Sebastiano la allontanò da sé per guardarla in volto. “Cosa c’è?” “Papà…” gli disse. “Non riesce a svegliarsi…” Il fabbro lasciò che si parlassero in disparte e li guardò allontanarsi verso casa a passo sostenuto. Prese quindi parola in lingua comune e si presentò ai tre forestieri come Enrico, fabbro di Marescoglio, un tempo supervisore delle macchine. “Nate.” Si fece avanti il più giovane che sedeva sul carro. Aveva i capelli biondo cenere tagliati corti, occhi del colore del ghiaccio e viso che sapeva nascondere le emozioni. “Biologo. Felicemente disoccupato.” “Petr.” Parlò il ragazzo che era stato alla guida del veicolo. Era il più alto dei tre e portava una capigliatura nera che gli sfiorava le scapole. Il suo viso lo si sarebbe scovato in qualsiasi parte del mondo. Non fosse stato per i capelli, avrebbe ricordato ad Enrico il modello base delle macchine, meno caratterizzato, meno costoso, ma non per questo meno declinabile ai servizi dell’uomo. Enrico gli strinse la mano. “Non conosce la lingua comune” intervenne Nate. “Sospettiamo sia uno dei Puristi.” “Oh” esclamò il fabbro piacevolmente meravigliato. Si avvicinò al più anziano dei tre. Era calvo per buona parte e si era da poco rasato i capelli che ancora gli crescevano alla base del cranio. Lo salutò con fare militaresco, con un forte accento italiano, pur non scostandosi dall’idioma comune per rispetto di tutti i presenti. Due foltissime sopracciglia grigie e un meraviglioso baffo a ferro di cavallo gli decoravano un volto d’altri tempi, migliori, governati da uomini con sangue vero e cuore senza batteria. “Ermanno” proclamò alzando il cipiglio. “Fabbricante di nuvole. Attrezzatura al seguito.” “Magnifico mestiere” commentò Enrico con voce impressionata. Dopodiché aggiunse, sfiorando il carro con una mano: “È questa la sua fabbrica? Funziona?” “È stata convertita a demorio” disse scuotendo il capo. “Ma il ritrovamento di questa Deuvan mi fa ben sperare per una riconversione.” “Sarebbe giusto quello che ci serve…” commentò il fabbro sottovoce. “Potrei darci un’occhiata, se per lei va bene. Posso essere d’aiuto.” Ermanno assentì mentre i quattro cominciavano la discesa per raggiungere la stramba residenza che si ergeva al loro cospetto. La neve non aveva attecchito e si era quasi interamente sciolta, se non in qualche incavo di terreno che il sole non riusciva a riscaldare. Per loro fortuna la minaccia di una tempesta era stata rinviata ancora e il cielo sopra di loro continuava a raccontare soltanto buoni presagi. Enrico li accompagnò all’entrata della Tenace. “Dobbiamo sapere qualcosa sul padre di Sebastiano, prima di salire?” chiese Nate mentre legava cavalla e carretto a un palo di legno poco distante dall’ingresso. Enrico lo guardò cupo ed annuì. “Samuele è il primo delegato di Marescoglio, il sindaco, se preferite. Due notti fa ha avuto una crisi respiratoria che per poco non l’ha ammazzato. Ora il suo sonno è stabile, ma Klaud teme sia entrato in coma poco dopo averlo intubato.” “Klaud?” “Il nostro medico” spiegò. “Mi dispiace, ma per ora deve bastarvi. Saliamo.” Li fece procedere davanti a sé e lui chiuse la fila. Giungendo all’altezza di Otto, però, prima di imboccare il primo scalino, notò che il cane lo guardava ancora con occhi vispi e che la sua coda non aveva smesso di battere. Lanciò quindi un’occhiata su per

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le scale e, quando fu certo che nessuno lo stava osservando, si fermò di fronte a Otto piantando bene i piedi, gli afferrò la pelle sotto le mascelle e lo strattonò a sé ridendo di gusto insieme al cane. Si ritrovarono in un ambiente davvero singolare: era spazioso e lucente quanto una grotta all’aperto, sormontato da un soffitto ocra che formava diversi archi irregolari intrecciati a croce. Dal centro delle croci, scendevano lunghe colonne trasparenti, all’interno delle quali il tempo aveva fatto crescere stretti pilastri di stalagmiti maculate. Nate contò almeno nove pali di roccia calcarea e si chiese come e chi li avesse prodotti. Erano risaliti fino alla torre meridionale della Tenace, la stanza in cui riposavano i corpi di Samuele e Nubio. Giacevano su due letti poco distanti, entrambi posizionati a fronte di una finestra che guardava il mare e l’isola custodita. I nuovi arrivati sbirciarono il volto del primo delegato di Marescoglio e pensarono tutti di trovarsi al cospetto dell’essere umano più anziano che avrebbero mai incontrato. Nubio invece, sulla destra, aveva fattezze poco riconoscibili, con mezzo volto fasciato e l’altro mezzo adombrato da un pallore che superava il mortale. A triangolo tra i due pazienti, Sebastiano e Domitilla stavano ancora discutendo con un uomo alto e secco, sulla cinquantina, con barba e capelli ricci brizzolati e l’inconfutabile aspetto di medico. Un paio di occhiali tondi, vagamente eccentrici, donavano al suo volto un che di sbarazzino. Dopo le consuete presentazioni, Klaud si congedò da loro come avrebbe fatto un diplomatico, non prima di aver stabilito un incontro per quella stessa sera con tutti i presenti. Non appena il medico se ne fu andato, Domitilla si rivolse ai forestieri e si scusò per la sua ospitalità e per averli ignorati durante il loro benvenuto sulla collina. “Non deve scusarsi, signorina” si fece avanti Ermanno. “Dovremmo farlo noi piuttosto, per questa intromissione in un momento così delicato.” Aveva parlato con la testa lievemente chinata e il suo copricapo da aviatore stretto al cuore. Petr aveva compreso il senso delle sue parole e volle aggiungere qualcosa nella sua lingua con un tono quasi intimo. Poi, cogliendo tutti di sorpresa, si avvicinò a lei e le diede un bacio delicato sulla guancia in segno di cordoglio. Domitilla si toccò il punto in cui era stata baciata e allargò gli occhi stupita, mormorando un ringraziamento profondamente commosso. Way to go, son, pensò Nate. Alla vista di Samuele moribondo, Sebastiano aveva chissà come pensato a uno scherzo veramente infelice; ora non riusciva a distogliere la propria attenzione dall’agglomerato di nervi ed ossa che era stato suo padre. “Da quanto tempo è in queste condizioni?” aveva chiesto a Klaud subito dopo averlo salutato. “Più o meno trentasei ore. Sono due notti ormai che ha perso conoscenza.” “No, non intendevo questo” aveva precisato Sebastiano. “Mi riferivo al suo corpo. Sembra… rimpicciolito.” Non era proprio esatto, aveva pensato a una parola più consona quando lo aveva guardato, ma sarebbe stato orribile proferirla ad alta voce: mummificato, questa era l’espressione corretta. Sebastiano era stato colto da qualcosa di atrocemente affascinante nel contemplare il disfacimento di suo padre. Si era avvicinato al letto e aveva ispezionato il viso di Samuele con grande scrupolo; era come se da un istante all’altro avesse voluto confutare la realtà di quel triste decadimento. La pelle del volto si era come ritirata in profondità, lasciando solchi e lividi bluastri dove un tempo cresceva carne; le palpebre si erano assottigliate così vistosamente da permettere di localizzare l’iride ribaltata; il naso, mento e zigomi invece si erano ridotti a lame di ossa, mentre le labbra si erano raggrinzite quanto uno sfintere ed avevano perso tutto il loro colore. “In così poco tempo…” aveva sussurrato Domi con le lacrime agli occhi. I due fratelli furono lasciati soli. Si salutarono e si ripromisero di vedersi nel giro di poche ore con gli altri delegati.

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In assenza di Nubio, fu Enrico a preoccuparsi di trovare una sistemazione ai nuovi arrivati. Marescoglio era stata costruita per ospitare almeno duemila anime, senza contare che il gestore delle sue risorse si era già organizzato perché una ventina di vecchie abitazioni fossero sgombrate e rese servibili per aumenti demografici di quella portata. Petr fu irremovibile e volle rimanere unito a Nate, occupando il piano rialzato di una bella villa in pietra con giardino che si affacciava sulla strada principale; Ermanno fu invece ben lieto di scegliere un piccolo casolare ai confini di Marescoglio, non lontano dalla dimora di Enrico, con cui aveva visto subito nascere una forte simpatia in grado di superare i ruvidi comportamenti del fabbro. Quando Lena li vide arrivare, non riuscì a contenersi dalla gioia. Volle invitarli tutti a pranzo senza neppure dare ascolto ai timidi borbottii dello zio. Dopo una giornata intera trascorsa tra idee sconfortanti, fu come se rinsavisse alla notizia dei nuovi abitanti, riuscendo persino a dimenticare Daniele e il segreto che condividevano. Diede il meglio di sé; fu forse per la sensazione di essere giunti finalmente a una nuova casa, o forse per il piacere di sedere ancora una volta attorno a una tavola apparecchiata, ma quel pasto avrebbe stuzzicato i loro palati per molto tempo a venire. Furono minuti meravigliosi, spensierati che fecero loro dimenticare di essere in realtà prigionieri in un limbo di rose. Si concessero un caffè - Petr lo volle triplo e annacquato – e si sedettero tutti nel salotto delicato di Enrico, da cui non si stancavano mai di congratularsi con Lena per la squisitezza delle portate appena consumate. Fu Nate infine a prendere parola e, d’accordo con Ermanno, a rompere l’incantesimo parlando delle macchine, per la prima volta dal loro arrivo a Marescoglio. “Ha detto di essere stato un supervisore” disse ad Enrico. “Pensa che sia possibile che esistano macchine ancora attive?” Il fabbro li guardò inizialmente senza capire; poi fece qualche calcolo e ripensò a quanto era successo dal loro ingresso in paese. Non ebbe bisogno che di un paio di secondi per rendersi conto che neppure Sebastiano sapeva dell’isola e dei suoi abitanti in rivolta. Si passò entrambe le mani sul volto e si preparò ad aggiornare Nate ed Ermanno sulle ultime, inquietanti novità. “Non solo possibile” rispose. “È la realtà.” Narrò di come tre anni prima avessero isolato le macchine e dell’estenuante attesa che ancora perdurava; parlò dei cinque emissari partiti per l’Europa quindici mesi prima e della loro ricerca di un segnale di ripresa e di speranza; infine, raccontò delle campane che avevano iniziato a spaventare Marescoglio e del messaggio pervenuto da Silvy, l’ultima custode dell’isola. “Una ribellione...” stava ripetendo Nate, come per capirne il senso. “…contro l’uomo” volle finire Ermanno; “o, meglio, contro l’immagine stessa dell’uomo.” “Ma perché solo ora?” chiese Nate. “Perché non hanno mai abbandonato l’isola?” “Non lo sappiamo” rispose Enrico allontanandosi dalla poltrona con un sospiro. “All’inizio abbiamo pensato che attendessero semplicemente di morire… Ora tremo se penso a ciò che potrebbero veramente attendere.” “Un alleato?” suggerì Nate. “Chi può dirlo.” Enrico scosse la testa. “Ad ogni modo hanno già cominciato a muoversi e, a mio parere, vogliono lasciare l’isola.” “Ma se così fosse, perché deturparsi e rendersi più riconoscibili?” intervenne Ermanno. “Che senso avrebbe?” “Senso?” fece eco il fabbro. “Ho smesso di cercare il senso di questa storia molto tempo fa.” “Enrico” lo richiamò Ermanno con estrema serietà, “cercare un senso a questa storia potrebbe essere l’unico dettaglio che ci distingue dalle macchine.” Il silenzio accompagnò i loro pensieri mentre aiutavano Lena e Petr a sparecchiare e pulire le stoviglie. L’ora dell’incontro con Klaud e i delegati si stava avvicinando velocemente e Nate voleva chiudere una certa faccenda prima di ritrovarsi ancora una volta a discutere attorno a una tavola rotonda. “Enrico, sarebbe ancora in grado di supervisionare?” domandò al fabbro quando

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ebbero finito. “Una macchina?” Lo guardò stranito. “Si, certamente.” “Vorrei farle vedere una cosa.” Si rivolse al vecchio, mentre questi intratteneva la nipote di Enrico con un racconto del suo affascinante passato. “Ermanno, si unisce a noi?” “Che domande…” mormorò il fabbricante di nuvole mentre si incamminavano verso il suo nuovo casolare. Abbandonato sul retro, sotto una tettoia che aveva fatto da stalla, raggiunsero il carretto di Ermanno. Oblivia stava pascolando all’interno di un recinto poco distante e si abbeverava dietro un cubo di fieno sottratto alla riserva di Nubio. Le piaceva quel posto, sentiva che nelle vicinanze molti suoi simili vivevano felici. Nate ed Ermanno afferrarono due lembi del telo che copriva la fabbrica di nuvole. “Doc” disse il primo, “le presento il suo paziente.” Scoperchiarono il carro a metà, finché l’intera figura di un uomo non emerse da tubi e ampolle metalliche conservati sotto coperta. Il fabbro imprecò avvicinandosi di un passo. “Siete impazziti?” Li guardò con occhi allarmati, tastando il corpo scomposto all’altezza della giugulare. Sentiva carne calda e morbida quanto la sua, e una peluria incolta che gli cresceva su tutto il collo. Un forte puzzo inconfutabilmente umano saliva dalle sue ascelle, mentre un rivolo di acquolina bavosa gli bagnava la guancia schiaffata sul fondo legnoso del carro. Il viso era di quelli che difficilmente si scordano: aveva gli occhi così vicini e un naso talmente grande da temere che potesse essere d’intralcio alla vista; ed era calvo, se non per due ciuffi di capelli arruffati che gli crescevano sopra due orecchie minuscole. Enrico non si sarebbe affatto sorpreso se, aperti gli occhi, avesse mostrato di soffrire anche di strabismo. “Qualcuno vada subito a chiamare…” Klaud, finì soltanto tra i pensieri. Stentava a crederci. Guardò i presenti e cercò di concentrarsi maggiormente sul battito cardiaco. Lasciò la gola e afferrò il polso esanime, notando la fitta peluria nera che gli copriva tutto il dorso della mano. Riprovò con il collo, di nuovo con l’altro polso e infine rinunciò. Nessun battito. Temperatura corporea pressappoco sui trentasei gradi centigradi. “Una macchina…” disse infine a Ermanno come se gli stesse confidando un segreto. Nate, al suo fianco, assentì con sopracciglia alzate e le labbra serrate. Sembrava annoiato. “È in grado di esaminarla?” “Immagino di si...” Parlava soprappensiero mentre voltava al sole il viso della macchina. Questi particolari... si ripeteva incredulo. Avrebbe voluto denudarla e osservare fino a che punto erano riusciti a ridicolizzare l’unicità stessa del corpo umano. “Dobbiamo portarlo con noi alla seduta” concluse il fabbro interrompendo la sua ispezione. “E perché mai?” “Dobbiamo mostrarlo ai delegati.” E aggiunse: “Senza contare che potremmo essere tutti in pericolo. Potrebbe attivarsi da un momento all’altro.” “Oh no, su questo non deve preoccuparsi” rispose Nate porgendogli un piccolissimo cubo di cristallo che aveva tenuto custodito in una tasca. “Non corriamo alcun rischio.” 16 Nessuno fiatava. Marek, primo colono e Consigliere, sedeva sul suo trono di comando e si sentiva come un acrobata sospeso tra mille emozioni. Non lo dava a vedere, eppure celava semplice terrore. Davon faticava a rimanere immobile e conteneva l’impazienza marciando come un elettrone ammattito; tra ordini e suggerimenti all’equipaggio, pregava che il tempo si impietosisse e scorresse più veloce. Al centro della plancia, la mente solitaria del Comandante scandagliava ogni centimetro del dettaglio cartografico che pendeva sulle loro teste. Era l’ingrandimento dell’area da

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cui proveniva il segnale verso cui erano diretti; dall’alto, bidimensionale, pareva come una spianata di rocce tinta a spruzzo di neve. In un riquadro isolato dal resto dell’immagine, galleggiava invece la fotografia della seconda fonte del segnale radio: uno squarcio di città centrato su un grattacielo a specchio e dalla forma di grano. Tutti dettagli cartografici che risalivano a sei inverni prima, quando le possibilità di ciò che avrebbero trovato sulla Terra erano ancora nulle. Sul ponte sospeso, Charlie e Damiano osservavano la scena assottigliati nell’ombra. Di tanto in tanto si scambiavano qualche vago bisbiglio, perlopiù commenti distratti di ciò che sarebbe accaduto. Ma l’attenzione di entrambi era ben distante, catturata altrove dalla certezza che la loro vita sarebbe cambiata in pochi giri d’orologio. Damiano, dopo un silenzio prolungato, inspirò a fondo e si mosse irrequieto al fianco del giovane complice. “Non ce la faccio ad aspettare così.” Arretrò sui gomiti con le movenze di un varano. “Damiano!” lo richiamò Charlie in allarme. “Tu non muoverti” ordinò il cuoco senza interrompere la ritirata. “Se vedi Marek dirigersi verso i suoi appartamenti, corri ad avvertirmi.” “I suoi appartamenti? Aspetta!” Damiano si freddò per il tempo di un pensiero. “Hai ragione.” Si tolse di tasca un comando e lo pose di fronte al ragazzo. “Se non dovessi essere di ritorno all’aggancio, sai cosa fare.” “No, fermati!” Il cuoco aveva già raggiunto l’arco luminoso e, non appena fu fuori vista, si alzò con agilità e corse giù per gli scalini lungo le splendenti linee di fuga. Charlie fu così abbandonato e si ritrovò ad osservare i due pulsanti arancioni che avrebbero potuto decretare la fine della missione. E la loro salvezza. E il loro fallimento. Responsabilità decisamente grandi per un orfano senza dimora. Davon era chino sullo schermo olografico; di fianco a lui seduto alla sua postazione, parlava il giovane ufficiale incaricato all’aggancio. Lo schermo riproduceva lo spicchio di Terra sul quale erano diretti; distanziate ed equidistanti, erano tracciate due superfici ricurve che rappresentavano tutti i possibili punti di contatto con i due eventi a cui stavano andando incontro: l’aggancio al segnale radio e l’impatto con l’esosfera terrestre. Ora che l’attesa era quasi terminata, avrebbe voluto rinunciare a tutto, tornare indietro e riflettere con più attenzione. Le incognite, le probabilità, i rischi erano davvero troppi. In quell’esatto momento aveva saputo che qualcosa, in qualsiasi caso, si sarebbe rivelata sbagliata; ne era certo, travolto da una ineluttabilità che trascendeva la sua stessa comprensione. “Al momento dell’aggancio, stabiliremo un contatto cifrato con la fonte del segnale. Questo significa che ci esporremo per il tempo di una conversazione.” “Esporremo…” ripeté Davon. Le parole dell’ufficiale gli giungevano lontane, ammorbidite, mentre adocchiava un punto buio sopra i loro volti. “Esatto, Signore. Saremo tuttavia protetti da ogni tipo di rivelatore di posizione. In altre parole, rimarremo invisibili finché non saremo certi di non correre alcun pericolo.” “Capisco…” Rimase in silenzio e si osservò intorno. Il Comandante studiava qualcosa su un tavolo di lavoro dalla tonalità incandescente, mentre Marek sembrava non smuoversi dalla pachidermica indifferenza che lo aveva colto nell’ultima ora di attesa. “Questa conversazione…” “Si, Signore.” “Se la risposta della fonte dovesse rivelarsi umana…” Davon formulò la domanda con estrema precisione, “avremo la certezza che non si tratti in realtà di un’esca delle macchine?” L’ufficiale, prima di rispondere, focalizzò lo sguardo altrove e serrò le mascelle incerto su quello che avrebbe dovuto dire. “Signore…” Indugiò ancora sulla coordinata mentale dove le sue parole avrebbero

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raccolto un po’ d’audacia. “Mi sta chiedendo un dato percentuale o la mia opinione?” “Le sto chiedendo un quadro veritiero.” “Signore.” Il giovane ufficiale aveva dimezzato il volume della sua voce. “Non avremo mai la certezza assoluta che non si tratti delle macchine. Queste strumentazioni non sono mai state testate sulla loro tecnologia. Stesso discorso vale per il nostro sistema difensivo. Se dovessimo subire un attacco, i nostri scudi potrebbero resistere, così come disintegrarsi alla prima incursione.” Davon inspirò a fondo e osservò impassibile il conto alla rovescia lungo la rappresentazione olografica. “Una volta agganciato il segnale, avremo modo di rompere il contatto?” “È incerto, Signore.” Davon annuiva. “Per quello che sappiamo, il fatto stesso di aver localizzato il segnale potrebbe averci esposto alle macchine. Potrebbero sapere del nostro arrivo dal momento in cui siamo partiti, o dalla decisione del Consiglio. Non esiste alcuna certezza, Signore.” “Come si chiama?” “Io? Mi chiamo Quentin, Signore.” Davon si avvicinò al volto del giovane ufficiale, fingendo di esaminare la superficie della Terra. “Quentin” bisbigliò. “Se fra poco le cose dovessero diventare critiche. Se dovesse fare una scelta. Per l’amore dell’uomo e della Colonia, non la affretti.” Il Secondo Consigliere tornò sull’attenti e si allontanò mentre l’ufficiale ripensava a quanto gli era stato richiesto. La parola insubordinazione cominciò a lampeggiargli nel cervello. Quando, dopo una distratta ricognizione dei suoi strumenti posò di nuovo gli occhi al centro della plancia, vide che anche il Comandante lo stava osservando con fin troppa attenzione. Negli stessi istanti in cui si discuteva sull’affidabilità del giovane ufficiale Quentin, il cuoco della nave astrale stava per introdursi negli appartamenti del Primo Consigliere della Colonia. Per poterlo fare, però, aveva bisogno di aiuto. Alzò lo sguardo: novantanove minuti all’aggancio. C’era giusto il tempo di dare un’occhiata ai passatempi prediletti di Marek e di accertarsi che non stesse tramando contro la sua stessa specie. L’idea del Comandante avrebbe retto finché le indagini non avessero smascherato il complotto, e nulla vietava al Consigliere di tornare sui propri passi e ricondurli al centro di quella missione suicida. Sempre che qualcuno non li additasse come i responsabili. Persino la protezione di Davon e del Comandante sarebbe crollata se il Primo Consigliere avesse deciso di giudicare in prima persona le sorti del cuoco di bordo e dell’insospettabile orfano. Avevano bisogno di qualcosa di più grande, qualcosa di clamoroso che li mettesse in salvo dalle arringhe illusorie di quel vecchio pederasta ringalluzzito. Damiano conosceva la persona adatta per quel genere di impresa. Soggiornava cinque stanze oltre la sua, si chiamava Nikolaj ed era il sistemista della nave; di passatempo faceva lo scassinatore. La sua abilità sarebbe stata impari persino sulla Terra. Rimaneva solo un problema difficilmente aggirabile: Nikolaj temeva di essere colto in flagrante. Aveva all’attivo più di centocinquanta tra manomissioni di sistemi anti intrusivi e serrature traccianti, tuttavia il suo primato era sempre stato raggiunto per pura gloria personale. Molte delle sue imprese, assistite da un lauto pubblico di conoscenti, si svolgevano nel suo alloggio lunare ed erano segretamente oggetto di scommesse di denaro. Damiano, che grazie a Nikolaj aveva racimolato un dignitoso gruzzolo di ricchezze, ora sperava solo di essergli all’altezza e di poter scassinare le sue paure. Damiano piantò le gambe di fronte all’alloggio e picchiò più volte le nocche sulla soglia verdastra di Nikolaj. Dovette attendere due preziosissimi minuti prima che qualcuno lo invitasse ad entrare. “Nikolaj, so che ci sei, apri!” Fece per battere di nuovo, ma la soglia scorse per un solo quarto della sua apertura e un paio di occhiali barbuti comparvero inaspriti. “Così sai che la rovini. Perché ti ostini a battere?” “Forza dell’abitudine.” Damiano sapeva di non aver tempo da sprecare. “Ho bisogno

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del tuo aiuto. Non posso ancora dirti il motivo, ma credimi, credimi, è di importanza vitale.” “Ne sono convinto” ribatté Nikolaj senza scomporsi. “Ascoltami” continuò Damiano. “Non ho tempo di spiegarti, ma devi assolutamente farmi entrare in un appartamento.” “Quale appartamento?” “Uno di quelli alti.” “Nome.” “Marek.” “Ah!” Il barlume di eccitazione che gli era comparso al primo accenno all’impresa, scomparve dagli occhi di Nikolaj e divenne scherno. “Tu sei malato.” “Nikolaj, Gesù mio, devi credermi.” Damiano fece appello a tutta la sua espressività per risultare il più convincente possibile. “Stiamo per commettere un errore tremendamente fatale. Se non interveniamo subito, fra novantasette minuti questa nave rischia l’estinzione!” “Mmm…” Nikolaj stava annuendo. “E tu soltanto saresti in grado di salvarci…” “No, stupido di un…” Damiano non terminò ciò che stava per dire. Rilassò i muscoli delle braccia, aprì i palmi e si votò con un sospiro alla calma. Guardò ambo i lati del corridoio. “Mi fai entrare?” Nikolaj si fece da parte e lo accolse controvoglia. Un disordine metodico permeava ogni superficie dell’alloggio. Sembrava che un soffio di vento fosse entrato in quella stanza e avesse sollevato a mulinello qualsiasi oggetto avesse trovato. C’erano vestiti dove avrebbero dovuto trovarsi libri o trofei, scatole e confezioni di cibo racimolate in un angolo a terra e attrezzature da scasso rovesciate su un divano letto; a terra, il sacco che le aveva contenute straripava di cotone ingrigito. Il solo luogo che Damiano non guardava con disgusto era il tavolo da lavoro, sul quale erano posati un’anta scorrevole in miniatura e un sottilissimo congegno palmare che Nikolaj si affrettò a mettersi al sicuro in tasca notando l’interesse che aveva stimolato nel suo ospite inatteso. “Marek è uscito di senno” esordì il cuoco violando la più intima sfera prossemica del suo interlocutore. “Sta procedendo alla cieca. E se anche così non fosse, sta minando la nostra sicurezza tenendoci all’oscuro di qualcosa di grosso. Dobbiamo cercare di fermare o almeno ritardare l’aggancio al segnale radio. È un suicidio.” “E conteresti di farlo entrando nel suo appartamento?” “No.” Contenne l’impazienza contando fino a cinque. “È già in atto una strategia studiata dal Comandante e dal Secondo Consigliere. Calmerà le acque, ma non a lungo. Voglio trovare qualcosa che smascheri Marek. Mi bastano venti minuti, Nikolaj. Mi serve una intrusione pulita e solo tu sei in grado di aiutarmi.” Dal momento in cui Nikolaj aveva saputo chi picchiava alla sua porta, aveva conversato come in risposta a una provocazione perenne. La notizia che due alti ufficiali stavano tramando contro lo stesso Primo Consigliere creò una breccia nel suo scudo di malfidenza. Sulla Colonia c’erano almeno altri quindici uomini altrettanto capaci di svolgere i compiti che spettavano a un sistemista. Nikolaj si era imbarcato proprio per la presenza di personaggi come Davon e il Comandante della nave astrale, uomini dall’indole integerrima che avrebbero dato la propria vita piuttosto che mettere a rischio l’incolumità di tutti loro. Qualità che purtroppo non appartenevano all’uomo che avevano eletto e seguito oltre le profondità dello spazio. Se persino i due ufficiali si stavano mobilitando per boicottare la missione di Marek, qualcosa nelle parole di Damiano doveva contenere particelle di verità. “Dove si trova Marek in questo momento?” Lanciò un’occhiata alla parete su cui pulsavano i minuti all’aggancio. Novantatre. Novantatre. Novantatre. “Imbalsamato” rispose Damiano. “E se dovesse tornare nei suoi appartamenti, qualcuno verrebbe ad avvertirci.” “Chi.” “Un ragazzo. Un orfano della Colonia.” Nikolaj si passò una mano sul viso, dalla fronte alla bocca, su cui si soffermò come se

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si stesse ammutolendo con una certa difficoltà. “D’accordo.” Si levò di tasca il marchingegno palmare e glielo puntò contro come se si trattasse di un’arma. “Ma se le cose dovessero mettersi male, io non ti ho aiutato.” Damiano allungò le dita per afferrare il preziosissimo strumento del sistemista. Questi quasi si spaventò e lo sollevò di scatto fin dietro la sua testa. “No.” Scosse il capo. “Verrò con te, ma al momento dell’aggancio voglio trovarmi al sicuro in questa stanza. Solo parlandoti sono a rischio di galera.” Si incamminarono entrambi verso l’uscita. Damiano controllò che non ci fosse nessuno nel corridoio. Poi, prima di imboccarlo, fronteggiò Nikolaj con un sorriso di riconoscenza. E disse: “Se non dovessimo trovare nulla, eviterei di passare vicino alle stive sulla via del ritorno. Creeremo un po’ di rumore come diversivo all’aggancio.” “Rumore?” volle sapere. “Esplosioni.” Nikolaj starnazzò, strabuzzando occhi e mascelle. 17 Dopotutto, sarebbe accaduto comunque… piuttosto, si chiedeva come fosse sopravvissuta così a lungo (…alienata…), debole e poco incline all’adattamento (…selezione naturale mancata…) e in un contesto diverso avrebbe anche provato pentimento… No, nemmeno… sapeva di aver compiuto un atto di compassione (…mente corrotta…). Era tornato e aveva lenito quel gran dolore… Anna… non aveva proprio il tempo (…soluzione inevitabile…); si, ma perché… respirava come se tutto l’ossigeno della Terra non fosse sufficiente… sporca, inconsapevole (…selvaggina…). Non aveva forse, laggiù in fondo, visto qualcosa di più dell’idiozia… (…svanita molto tempo prima…). Si, ma perché (…perché…). Perché ora fa così male? Freddo. Ormai non poteva più vederla, ma dietro di sé, oltre la scogliera, l’ultima aura del tramonto si nascondeva dentro l’orizzonte. Era seduto a terra su un mucchio di stoffa aggrovigliata e con una maleodorante coperta di lana stretta attorno al corpo. Sopra e davanti a loro non rimaneva che un colossale pozzo d’oscurità su cui si sarebbe presto spiegato un mantello di stelle. I profili dell’isola e delle onde si erano momentaneamente assentati e lasciavano che i due infreddoliti di Marescoglio si sentissero possibilmente più soli. Il ragazzo non voleva muoversi; sentiva che in quel modo avrebbe raccolto e distribuito a piacimento tutto il calore che aveva in corpo. Respirava lentamente a denti stretti e osservava le lingue di fumo che perivano a pochi centimetri dal suo volto. Alla sua sinistra, immobile contro natura, il più vecchio tra i custodi combatteva il gelo cullandosi tra i borbottii di una cantilena interminabile. Come diavolo poteva resistere a quelle temperature? “Questione di pelle, ragazzo” sbottò Damiano come in risposta al suo pensiero. “Neppure dopo anni di intemperie ti verrebbe una scorza dura quanto la mia.” Non si poteva certo dire che il vecchio contribuisse al buon umore di Daniele. Era stato prelevato dal calore del suo soggiorno per una notte di vigilanza, ora che i turni si svolgevano in coppia. Nubio si era fracassato il cervello correndo come uno sconsiderato tra gli scogli, mentre tutti gli altri delegati erano alle prese con i forestieri giunti quella stessa mattina. La parlantina dell’anziano non si stava dimostrando all’altezza della sua età; quando non era impegnato a infliggere il giovane con commenti maligni, trascorreva i minuti recitando il suo prezioso mantra di calore. La pelle del vecchio sembrava realmente fatta di sughero. Spessa, ruvida e dura, la si poteva palpare neppure toccandola. Il vecchio è un Fremen, pensò Daniele ricordando i mitici abitanti dei deserti di Dune. “Sono un tipo sincero, io” aggiunse Damiano muovendo appena i denti. “Parlo poco, ma parlo ancora meno con le persone che non mi piacciono.” Sentì un pungiglione che gli stuzzicava il torace. Non aveva mai conosciuto veramente il vecchio; lo si vedeva sempre ai margini di Marescoglio tra le sue terre o laggiù a sorvegliare il rifugio delle macchine. Erano pochi coloro che gioivano in sua

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compagnia e Daniele cominciava a capirne il motivo. Le parole del vecchio puzzavano di marciume. “Oggi c’è qualcosa di storto” continuò Damiano provocando in Daniele una vampata di pallore. “Non mi piace.” Daniele si sentì schernito. L’insinuazione del vecchio non era stata lanciata nel vuoto, non poteva crederlo. Era lui lo storto, annusava le verità di quelle parole persino nell’aria gelida. Lo riconobbe, si sentì colpevole e nuovamente attaccato; fu a quel punto che visse qualcosa che non seppe riconoscere. Gli era già accaduto di fantasticare a una provocazione, numerose volte dal momento in cui Enrico aveva deciso di uscire allo scoperto e detestarlo apertamente. Era già accaduto, ma quella volta fu come se il suo spirito volesse inarcarsi dentro la sua stessa carne e nascondersi dalle intenzioni più malvagie. Fu spinto a creare una immagine di sé che riuscì in qualche modo a placare la tensione in cui il vecchio Damiano lo aveva irretito. Si sentì come spinto dalla violenza della visione, tanto da stringere gli occhi e vacillare per scacciarla. Si vide energico, furioso e incattivito; vide se stesso strapparsi una corazza di pelle e rimanere nudo e sanguineo. Sentì che in quella frazione di realtà avrebbe potuto assorbire qualsiasi attacco, qualsiasi arma senza venir trafitto. In quella visione urlava di rabbia. Il vecchio lo fissò privo d’emozione, forse attendendo una conferma, o almeno una risposta. Daniele non la concesse. Girò lentamente il collo e tornò a guardare oltre la lingua di mare. Non dissero nulla fino al momento in cui il ragazzo si alzò dal suo giaciglio e si incamminò lungo la spiaggia. Avrebbe voluto scagliarsi contro Damiano e nutrirlo delle sue stesse parole. Avrebbe voluto averne la forza e l’audacia; ma in quel momento la mole di quello scheletro inacidito pareva davvero insormontabile. Mentre si allontanava alla ricerca di un altro riparo, udì le parole del vecchio che lo seguivano come un’ombra mozzata: “Sono un tipo sincero, io…” A Marla non piacevano le persone sfrontate, e il nuovo arrivato, l’australiano, stava mettendo a durissima prova il suo controllo. Le sfoggiava un sorriso dietro l’altro, sembrava non aspettasse che i loro sguardi si incrociassero ed ecco scintillare la sua meravigliosa dentatura. Dio… Si erano accomodati tutti attorno alla tavola ovale della seduta comune ed aspettavano soltanto che il primo delegato ne decretasse l’inizio. Sebastiano aveva preso il posto del padre lo stesso giorno in cui aveva fatto ritorno; solo quarantotto ore prima si sarebbe seduto al suo fianco, lieto di non essere che una spalla del governo. I presenti erano così disposti: alla sua destra Domitilla, seguita da Klaud e Marla; alla sua sinistra si erano accomodati in successione Enrico, Ermanno e un Nate distratto dai lunghi capelli corvini della giovane insegnante. All’ennesimo tentativo d’ammiccamento, Marla scosse la testa come avrebbe fatto con uno dei suoi piccoli studenti e terminò di compilare l’intestazione al registro che avrebbe redatto per tutta la seduta nel caso in cui Samuele fosse rinvenuto dal suo sonno comatoso. Il dolore calligrafo alla mano non sarebbe stato nulla al confronto della riluttanza che provava per l’arrogante da barba bionda e capelli incolti. Come da tradizione, Sebastiano diede il benvenuto ai presenti e introdusse i nuovi arrivati all’intera comunità. Marla abbassò il capo e iniziò a scrivere. S: Benvenuti, e grazie a nome di Marescoglio e dei suoi abitanti. T: Grazie e benvenuti tutti. S: Chiedo al governo di accogliere eccezionalmente due amici e compagni di viaggio coi quali ho condiviso gli ultimi chilometri che mi separavano da casa. Presento Ermanno, persona di alta saggezza, un tempo fabbricante di nuvole. T: Benvenuto. S: Presento Nate, persona di alto acume, un tempo tra i più grandi biologi della Terra. T: Benvenuto. S: Che la seduta abbia inizio. N: Mi è permessa una parola?

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S: Concessa. N: A nome mio e di Petr - con cui ho trascorso gli ultimi sei mesi di cammino – vorrei che sapeste quanto siamo grati di trovarci nuovamente tra facce amiche. Dio sa quanto ne avessimo bisogno. Ho finito. Er: Parole di circostanza… ma pienamente condivise. Ora… procediamo? En: Concordo. Dobbiamo prendere una decisione, eppure continuiamo a perdere tempo in convenevoli. Samuele non l’avrebbe permesso. D: Mio padre onorava le tradizioni; non solo l’avrebbe permesso, l’avrebbe ritenuto necessario per dare dignità e spessore alla nostra giovane civiltà. Concitazione. Enrico continua ad accusare il governo di aver perso tempo e di aver abbandonato Silvy tra le macchine. S: Una cosa alla volta, toccheremo tutti gli argomenti con giustezza. Klaud, le condizioni di mio padre e di Nubio? K: Il processo di invecchiamento di Samuele ha subito un’accelerata inusuale. Pur raddoppiando la dose di Longe Vita, sembra che neppure i suoi tessuti ne subiscano giovamento. Mi dispiace, ma sembra giunto veramente alla fine dei suoi giorni. Nubio ha invece subito un trauma cranico di serissimo grado. Potrebbe non svegliarsi dal coma o svegliarsi con danni cerebrali. S: Grazie…. Ora, abbiamo diverse questioni da affrontare. La prima, e su questo do ragione e appoggio ad Enrico, è il silenzio di Silvy. Da quanto tempo non abbiamo notizie? En: Sono quattro giorni. S: Il parere di mio padre? En: Attendere fino a ieri prima di prendere una decisione. S: Non ha senso… Se è vero che le macchine stanno organizzando una sorta di coalizione antiuomo, Silvy potrebbe trovarsi in grave pericolo. K: Non è corretto, non tutte le macchine. Come ci ha scritto Silvy sembrano esserci due fazioni distinte. Potrebbe aver trovato protezione presso i… come li ha chiamati? M: Nostalgici… K: Esatto. En: Protezione dalle macchine! È assurdo! Dobbiamo agire prima che sia troppo tardi! Dobbiamo andare sull’isola e riportarla indietro! K: E mettere a rischio la vita di altri uomini? Non è una decisione altrettanto assurda? En: Preferisci sapere d’averla condannata a morte, Klaud? K: Tu preferisci avere più di un morto sulla coscienza? S: Vi prego, basta così. Ha senso quello che dite, ma una decisione deve essere presa e mio padre ha sbagliato ad aspettare altri due giorni. È una cosa che mi rattrista, non è da lui… D: Papà non era più lui da qualche tempo. Aveva sempre quell’atteggiamento rassegnato… Er: Mi è permessa la parola? S: Ogni parere conta. Certamente, Ermanno. Er: Penso che stiate sbagliando. Non è questione di pericolo o di etica, è molto più semplice, è una questione di sopravvivenza e di numeri. En: Numeri… Er: Esattamente. Dalla fine della guerra ogni nostro passo dovrebbe essere mosso secondo questi due principi, sopravvivenza e numeri. K: E cosa avrebbero a che fare questi due principi con Silvy? Er: Altrettanto semplicemente. Sopravvivenza come procreazione e proseguo della nostra specie. Silvy è una donna ed è una delle poche rimaste; dalla criticità e dal rischio della sua missione, suppongo che sia ancora per molti anni in età fertile. Dobbiamo ripopolarci e in fretta. Il fatto che le macchine siano ancora attive è ciò che dovrebbe spingerci ad aumentare il nostro numero. Non sappiamo quante ancora camminino sulla Terra, ma sappiamo che maggiore è il nostro numero, minore è la probabilità che ci distruggano tutti. Prendete in esempio questa cara cittadina, Marescoglio, quanti abitanti conta?

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D: Centosessantotto, voi tre esclusi. Er: Quante donne? D: Cinquantatre, ventuno in età fertile. Er: Dunque avete il mio parere. Silvy il bene più prezioso per Marescoglio e per tutti noi. Sacrificherei tre uomini per portarla in salvo, ora più che mai che, con il nostro arrivo, la popolazione è aumentata di tre persone maschie. Sopravvivenza e numeri. K: E se Silvy fosse già morta? Se sacrificassimo invano i suoi soccorritori? Er: Allora mi sbrigherei a fare subito altri tre bambini. Qualche istante di silenzio e riflessione. Le parole di Ermanno hanno colpito tutti i presenti. Personalmente, non potrei essere più d’accordo. N: Risolviamola ai voti. D: Risolviamola… Nate, giusto? N: Giusto. D: Perché mai pensi che ti sia dovuto un voto? N: Per gli stessi due principi che ci ha introdotto il nostro amico Ermanno, poiché sono anch’io un uomo e ho informazioni che potrebbero interessarvi. Oh, se non dovesse bastare, farò parte della missione suicida che riporterà a casa Silvy. È sufficiente? Er: Ben detto! Ermanno stringe il braccio di Nate e si complimenta per la candidatura. Un sorriso passa sul volto di Enrico. Klaud sembra aver allentato i suoi propositi contraddittori. Sebastiano acconsente alla votazione e include di diritto Nate e Ermanno. Domitilla ha lo stesso sguardo infelice che l’ha colta dal tuo crollo, Samuele. Si procede con la votazione. Il solo a votare contro l’intervento rimane Klaud, ma sospetto che abbia mantenuto il suo parere unicamente come inno alla democrazia. S: Andremo sull’isola. Nate, se sei d’accordo, ti invito ad attendere che la seduta sia finita per parlare dei dettagli sulla traversata. N: Benissimo. S: Perfetto. Ora, in quindici mesi di lontananza ho visto molto e molto avrei da raccontarvi. Tuttavia è con estremo disappunto che rispondo alla domanda che tenete in serbo da questa mattina: non ho trovato un solo agglomerato o qualcosa che assomigli a Marescoglio; solo persone o famiglie – mai più di tre membri – che stentano a sopravvivere con gli scarti del mondo che è stato prima della guerra. Nessuno, ripeto, nessuno sforzo di ripresa civile o societaria. Sebastiano racconta a Nate e Ermanno di più di un anno prima, di quando lui ed Otto partirono per l’Europa insieme agli altri quattro emissari alla ricerca di una cittadina o di un gruppo di persone che avessero la forza di ricominciare a vivere. S: Non si hanno notizie, vero? D: Nessuna. Tu sei il primo ad essere tornato. S: Solo perché sono stato graziato dal tempo. Se l’inverno mi avesse colto in cammino, non sarei tornato prima della prossima primavera. Rientreranno, ma dobbiamo pazientare ancor qualche mese. K: Vuoi dirci che è stato un viaggio totalmente inutile? S: No. Non lo sarebbe stato neppure se non avessi incontrato una sola anima. Ma ho visto l’opera delle macchine e ho visto come la loro guerra sia riuscita a neutralizzare la nostra umanità. Non è stato un errore, non è stato uno sbaglio. Le macchine ci hanno attaccato per annientarci tutti quanti. Senza. Alcuna. Pietà. Ammetto di aver avuto dubbi e domande sul ruolo che l’uomo può aver avuto dallo scoppio della guerra; ma vi assicuro che questo viaggio, pur non avendoli pienamente fugati, mi ha aiutato a deviare l’attenzione su ciò che d’ora in avanti è più giusto fare. En: Che sarebbe… S: Se me l’avessi chiesto una settimana fa avrei risposto con lo stesso concetto di Ermanno: sopravvivere, ripopolarci e costruire. Ma qualcosa che mi è stato mostrato ha destato in me nuovi e più grandi interrogativi. En: Che cos’era? Sebastiano pone sul tavolo uno straccio sporco e aggrovigliato. Lo apre con cautela e

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libera sulla tavola una sorta di globo deforme che brilla di luce propria. Quando gli occhi si abituano al bagliore, si può notare che sembra ottenuto dal vetro e che al suo interno un liquido lucente ondeggia e scalpita attorno a un piccolo vortice spumoso. S: Questo è un prodigio della tecnica che l’uomo non sarebbe stato in grado di costruire per molto tempo a venire. Contiene seme umano che vive e si rinnova al suo interno da almeno tre anni. Questa non può che essere opera delle macchine. Siamo tutti strabiliati. Dai volti di Nate e Ermanno capisco che neppure in viaggio Sebastiano ha voluto svelare il suo grande segreto. K: Chi te l’ha consegnato? S: Una donna consumata da cibo, in una piccola città chiamata Foce Mossa. Mi ha detto di averlo ricevuto da due uomini durante la guerra, due ribelli del nord che volevano combattere le macchine preservando le nostre potenzialità procreative. Er: Ribelli? Vengo dal nord Europa e non ne ho mai sentito parlare. Nate? N: Neppure. Ma il mio percorso è stato simile a quello di Sebastiano. S: Ho avuto lo stesso sentore quando me ne parlò la donna, e ne ho avuto conferma quando ho conosciuto il passeggero che accompagnava Nate e Petr durante il nostro incontro. D: Passeggero? Chi… Ermanno? Er: Oh, no, non parlano di me. Parlano di Latta. D: Latta? N: Latta è il nomignolo che ho coniato per questo piccolo affare. Sul tavolo, accanto al globo deforme, Nate pone un piccolo cubo dalle dimensioni di un dado da gioco. Anch’esso sembra fatto di cristallo o dello stesso materiale del globo. N: O meglio, per l’involucro che ospita questo piccolo affare. Questo è il cervello di una macchina che ha viaggiato in nostra compagnia fino a Marescoglio. L’abbiamo trovata mentre stava addobbando di stoffa colorata le strade di una piccola cittadina. Quando l’abbiamo sorpresa ha iniziato a dare in escandescenze ed è crollata a terra solo dopo aver vomitato questo piccolo cervello di vetro. Da allora non ha dato segnali di vita. D: Una macchina? Qui? N: L’abbiamo nascosta a casa di Enrico che la esaminerà domani stesso. En: Ero un supervisore, ricordate? K: Aspettate. Tutte queste informazioni non stanno portando assolutamente a nulla. Non fanno che distrarci e confonderci ancor di più le idee. Tu parlavi di nuovi interrogativi poco fa. Hai trovato qualcos’altro? S: Purtroppo no. Sono altrettanto confuso. Ma è proprio questa distorsione della verità che abbiamo conosciuto fino ad oggi a spingermi non più soltanto a sopravvivere, ma a capire cosa sia accaduto. Questi stessi oggetti non appartengono alla guerra o alle macchine con cui abbiamo combattuto. Anche se fossero solo prototipi o esperimenti di guerra, nascondono qualcosa che ci aiuterà a capire l’errore che abbiamo commesso. Non possiamo permetterci di ripeterlo una seconda volta. Er: Sono le parole più sensate che abbia sentito pronunciare da cinque anni a questa parte, ne convengo. Non posso tuttavia non chiedermi da dove sia più saggio partire. Non dalle macchine dell’isola; se ho inteso bene, sono le ultime contro cui abbiamo combattuto. M: In parte, però. Continuano a vivere, proprio come questa Latta, come la macchina che esaminerà Enrico. S: Esattamente. N: Un momento. Se avete bisogno di un luogo da cui partire, io e Petr abbiamo trovato qualcos’altro che potrebbe esservi d’aiuto. S: Ovvero? N: É sulle montagne, non lontano dalle città di cui vi abbiamo parlato. Una specie di laboratorio ipertecnologico. Un luogo da cui potrebbero essere sorti Latta e questo affare luminoso. Silenzio.

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En: E perché diavolo non l’hai detto prima? La notte era tanto fredda da risvegliare i sensi. Mancava ancora forse qualche giorno alla prima tormenta d’inverno, ma già nell’aria si veniva avvolti e schiaffeggiati dal suo odore elettrizzante. Non sapeva bene come spiegarselo, eppure là fuori, col fondoschiena intirizzito dalla pietra ghiacciata, sentiva risvegliarsi in lui un calore pulsante che gli bruciava nel cavallo dei pantaloni. Erano anni che non provava lo stesso bisogno di fondersi tra le cosce di una donna, e il pensiero di colei che avrebbe presto subito un lutto non riusciva ad abbandonarlo. Ai suoi piedi, accucciato e insensibile al freddo, Otto riposava ronfando. La sua stazza era talmente importante da permettere a Petr di toccarlo allungando semplicemente le dita. Sotto il pelo grigiastro, la cute scottava; aveva conosciuto solo un uomo ardere in quello stesso modo, ma era stato in preda a febbre e deliri ed era sopravvissuto solo per poche ore. Quell’organismo ingigantito nascondeva processi chimici davvero sorprendenti. A Petr poco importava, a lui bastava che Otto gli fosse amico e si sedesse ai suoi piedi, come aveva fatto quella notte quando lo aveva scorto infreddolito e sui gradini di casa. Marescoglio gli ricordava la sua patria, sorta infiniti anni prima sui muscoli e sul volere di uomini che godevano della terra e delle mani affondate in essa. Petr aveva avuto un padre, una madre, una famiglia e un posto tra gente che non aveva conosciuto i servigi delle macchine fino allo scoppio della guerra. Non lo sapevano e mai l’avrebbero saputo, ma Petr e la sua gente, coloro che venivano indicati come i Puristi, furono i primi ad essere annientati dalla furia omicida degli attacchi. Furono le cavie di un test svolto ore prima del genocidio su scala globale, un esperimento che aveva provato la vulnerabilità dell’uomo e la sua incapacità di coalizzarsi contro il terrore. Nessuno tra i sopravvissuti era stato in grado di allontanarsi ed allarmare chiunque potesse essere in grado di limitare i danni all’uomo e al pianeta. A migliaia sparsi per il mondo avevano avuto due giorni di tempo, e per quarantotto ore erano rimasti nella più completa ignoranza di ciò che era e sarebbe accaduto. Nessuno fra i Puristi si era fatto strada tra i “modernizzati” e si era fatto leggere l’anima. La famiglia di Petr non esisteva più; ma era molto più facile pensare che non fosse mai appartenuta a quel mondo di degrado in cui era piombato. Quando il ricordo di tutti loro, della sua terra e della sua vita ritornava troppo forte, Petr immaginava di essere il solo ad essere stato spazzato via dalle macchine e deportato in quel luogo così ostile. Quando il dolore si faceva insistente, era bello immaginare che tutti quanti lo stessero ancora aspettando per celebrare la primavera o l’ultimo raccolto dell’anno. Si alzò e si sedette di nuovo qualche gradino più in basso muso a muso con Otto. Accarezzò il cranio del cane giusto sopra le folte sopracciglia, disturbandogli il sonno quel poco per vedere i suoi grossi occhi nocciola aprirsi e guardarlo con stanchezza. Gli sussurrò qualche parola di rassicurazione nella dolce lingua della sua patria, quella per cui il suo carissimo amico Neit spesso lo canzonava storpiandone suoni e senso. Non gli importava, rideva da matti, avrebbe dato la vita per Neit. Coccolava testa e orecchie di Otto e cominciava a sentirsi in pace come non gli accadeva da tanti e tanti giorni ancora. E avrebbe continuato sino al sonno, se il cane non avesse emesso un guaito d’allarme e non avesse alzato di scatto la testa per guardare il cielo stellato solo in parte. Otto fissava un punto fermo oltre le capacità visive di Petr, inclinando il muso e producendo un basso e costante ringhio timoroso. Petr seguì l’attenzione del cane e per molto tempo non vide che una costellazione di cui aveva ignorato l’esistenza. Solo in due differenti occasioni ebbe la fuggente impressione di vedere un bagliore diverso da quello emesso da tutti quei soli lontani. Più cupo, credeva, intermittente e vicino. Fulmineo quanto tante piccole esplosioni nello spazio. 18 I nuovi arrivati, scendendo dallo spazio e preparandosi all’allunaggio, avrebbero visto la Colonia in ebollizione. Si dipanava tra ventiquattro cupole di diversa altezza e

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dimensione, collegate da un reticolo di nervature dalla superficie fumosa. Erano state rese opache per una duplice ragione: dar tregua a chi vi entrava e si sentiva atterrito dalla prospettiva spaziale, o incantare l’impatto visivo di chi alzava lo sguardo a destinazione. A sud della Colonia la cupola con raggio maggiore ospitava la piazza ottagonale. Degli otto lati - immense pareti di pietra lavorata a cento mani - sei rappresentavano i luoghi della Terra, mentre i due rimanenti erano stati costruiti per dare accesso alle realtà fondatrici della colonia: la Sala dei Consiglieri e l’Orfanotrofio, casa e famiglia di anime sventurate. La piazza illuminata a notte ispirava poesia: otto lampioni ricurvi e intrecciati attorno al proprio asse, uno per ogni angolo dell’ottagono, schiarivano di luce calda tutto il suo perimetro, lasciando completa libertà agli sguardi che potevano osservare stelle ad ogni occhiata più vecchie e profonde. Toccate le ore venti, ogni giorno le luci si affievolivano e davano vita ad un miracolo romantico a cui l’uomo non avrebbe mai dovuto assistere. Due occhi indiscreti stavano giusto sbirciando la piazza e la porta dalle incisioni astrali che dava sede al Consiglio. La notte lunare sarebbe continuata per altre settantadue ore; l’orologio fotovoltaico, invece, non avrebbe scoccato l’alba terrestre per almeno trecento minuti. A Lucy non piaceva camminare per la piazza in orari notturni. Non sarebbe riuscita a resistere una sola ora neppure nella serra se un solido soffitto non le sbarrasse la vista verso il cosmo. Avrebbe sempre avuto l’impressione che l’oscurità infinita sopra di lei potesse schiacciarla e premerla al suolo; ma la visione della piazza l’affascinava terribilmente quando se ne stava nascosta e protetta tra le pareti dell’orfanotrofio. Dal dormitorio, per l’esattezza, dove aveva appena trascorso gli ultimi venti minuti alla ricerca di Ruth, sua cara, dolce, intrattabile amica. Il dormitorio, a dispetto delle superstizioni, era il luogo più accogliente dell’orfanotrofio. Contava trentasei stanze in cui riposavano singoli o coppie di fratelli e sorelle. La porta a cui aveva bussato Lucy era quella della stanza occupata da Ruth e Regina, in quel momento assenti. Regina era di turno, questo lo sapeva. Ruth, invece, era fuggita dalla simulazione e l’aveva lasciata sulla spiaggia – il ricordo simulato della spiaggia – su cui erano periti i suoi genitori molti anni prima. Il disagio e un grottesco brivido di profanazione l’avevano colpita non appena si era resa conto di essere sola. Si era immediatamente tolta casco e guanti ed era corsa alla porta dell’amica nel cuore della notte. Invano. Dove si era cacciata… Solo in quel momento notò che qualcuno sull’altro lato della piazza stava ondeggiando la mano in sua direzione, chiamandola, illuminato a metà dal lampione che vegliava sulla porta dei Consiglieri. Decise di avvicinarsi a capo chino, sfidando gli orrori che avrebbero potuto piovere dall’universo. Soltanto dopo aver attraversato l’ottagono, poté rizzarsi di nuovo sul proprio collo e riconoscere chi le voleva parlare. Un ometto minuscolo e calvo, dagli occhi talmente piccoli che sembravano voler squittire: il custode del Consiglio. L’ultima volta che lo aveva visto, una delle rarissime, era stato dodici giorni prima, quando aveva comunicato alla Colonia l’intenzione del Consiglio Lunare di tornare sulla Terra. “Sigaretta?” La salutò con un cenno del capo. “Pensavo fossero finite.” Scosse la testa. “O che fosse proibito in luogo pubblico.” “Oh. Una sigaretta non farà male a nessuno” disse il custode alzando le spalle. “Cerca la sua amica?” “Si.” “È passata poco fa ed è entrata nella vena del mausoleo.” “Ah, bene…” Lucy sospirò. Un conto era avventurarsi di notte in piazza, un altro era far visita al cimitero coloniale. Al diavolo Ruth, l’avrebbe cercata il giorno successivo. Non appena congedatasi dall’omino, sarebbe tornata a dormire. “Un luogo insolito da visitare di notte…” E aggiunse, dopo una boccata di fumo: “Sempre che abbia senso parlare di notte o giorno. Ancora non riesco ad abituarmi.” “Da quanto…” “Poco più di cinque anni. Giusto il tempo di sopravvivere all’attacco. Ero sull’ultimo carico astrale.”

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Lucy annuì. “Ho un amico ora sulla stessa nave che la portò sulla Colonia... Si chiama Charlie. È il primo di tutti noi. Non si ricorda neppure di essere stato sulla Terra.” “Aah, lo invidio. Rivedere il pianeta sarebbe magnifico. Ma scenderci per la prima volta…” Il suo volto si allargò in un grande sorriso. Scosse la testa compiaciuto. “Una scelta coraggiosa, da riconoscere. Coraggiosa, ma condivisibile.” “Perché è rimasto?” “Io? Devo prendermi cura di loro” disse indicando dietro di sé la porta del Consiglio. “E poi ci pensi. Il rischio che corriamo non è poi tanto differente dal loro. Qualunque cosa abbia attaccato la Terra potrebbe essere semplicemente in attesa.” Allo sguardo confuso della ragazza, il custode continuò. “Le macchine forse stanno solo aspettando una nostra mossa. Fra poche ore sapranno che la Colonia continua a vivere. Crede che non siano in grado di venirci a prendere?” “Non glielo permetteremmo” rispose Lucy. “Potremmo farli saltare ancor prima dell’allunaggio.” Il custode strinse gli occhi ed annuì, aspirando dal filtro. Poi parlò e sbuffi disordinati di fumo davano forma a quanto diceva. “Dovessimo anche riuscirci, le macchine non hanno certo bisogno di ossigeno. Potrebbero lanciarsi nel vuoto e raggiungerci a piedi.” Lucy si immaginò centinaia di corpi splendidi volare nello spazio e cadere sulla Luna come angeli rinnegati. “Assurdo” riuscì a commentare. Lucy si voltò verso l’orfanotrofio profondamente a disagio. “Ora dovrei…” disse indicando con il pollice il lato opposto della piazza. “E la sua amica?” “Conosce la strada. È stato un piacere…” “Todd…” si presentò il custode. “Arrivederci, Todd. Buonanotte.” Si allontanò a passo sostenuto senza neppure salutarlo, mentre il custode la osservava andar via a spalle dimesse. Tirò un’ultima boccata di fumo e gettò la sigaretta per terra, pestandola con la suola. Non si disturbò neppure di raccoglierla, né si preoccupò di quello che avrebbero detto i Consiglieri l’indomani, prima di tornare al loro tavolo e stabilire chi altri mandare al martirio. Il custode non perse altro tempo e si infilò impaziente nel corridoio fumoso che aveva imboccato Ruth mezz’ora prima. Si sentiva visibilmente eccitato e sperava soltanto che l’attesa non le avesse fatto cambiare idea. Il mausoleo era l’angolo più pacifico di tutta la Colonia, un luogo di saluto che infondeva pace e silenzio nei visitatori e in tutti coloro che se ne andavano dalle sue porte. Una ragazza dagli occhi impassibili osservava i profili lunari oltre la doppia protezione della cupola. Pensava ai propri genitori e a quanto si sentisse stupida per aver visitato ancora una volta la spiaggia su cui erano periti. Quel ricordo era sempre riuscito a esercitare in lei un incomprensibile magnetismo e aveva avuto il potere di lasciarla abbandonata alla propria solitudine. Tolto il visore di simulazione, le era spesso venuto naturale cullarsi e stringersi fra le braccia fino a farsi male. Era come se riuscisse a ritrovare se stessa dentro a sensazioni che riuscivano a ridestare una tristezza senza fine. Era al risveglio che tutto poteva ricominciare, quando si ritrovava esausta e bagnata di lacrime. Ma viva. Abbellita. Ebbra di quel tragico episodio che aveva prima squarciato e poi regalatole una nuova vita. Questa volta, però, non avrebbe dovuto tornarci. Sentiva quasi di aver sconsacrato un luogo di culto su cui non avrebbe più potuto metter piede. Contaminata, ecco come si era sentita quando aveva assistito al vagito dell’animale nascosto sotto la scogliera. Le simulazioni scontravano e incrociavano possibilità sensoriali da un repertorio quasi illimitato di azioni. L’opzione IMPREVISTO poteva dar vita a visioni o odori di qualsiasi genere e natura senza, tuttavia, turbare il viaggiatore. Quando la simulazione generava immagini deformi o fragranze inconsuete, ci si imbatteva in un’allucinazione; per i programmatori poteva avere solo tre spiegazioni: manomissione, epidemia o difetto.

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Sperimentatori incalliti avevano goduto nel ricercare l’allucinazione più estrema; c’era chi veniva pagato per intervenire sulle consolle di simulazione e spingere il disgusto fino alle soglie della depravazione. Ruth aveva sentito di torture visive intollerabili a una mente normale; o forse erano stati solo allarmismi per contenere una pratica immorale in preoccupante diffusione tra i più giovani. A lei poco interessava. Se solo un cucciolo in decomposizione aveva avuto la forza di inquietarla tanto, si sentiva lieta dall’idea che i fruitori di allucinazione fossero stati da tempo smembrati dalle macchine in rivolta. Forse. Poiché rimaneva il dubbio su cosa fosse accaduto poco meno di un’ora prima. Avrebbe dovuto aspettare Lucy e non fuggire via in quel modo. Nulla di grave. Sapeva come prenderla e farsi perdonare. Era già accaduto e per torti ben più gravi. Fuori dall’orfanotrofio aveva incontrato Todd, il custode del Consiglio. Avevano parlato e Ruth si era lasciata attrarre dall’omino con discorsi di politica e amministrazione. Ma il tono era lievemente cambiato, le parole si erano fatte più oscure e infine avevano parlato dei suicidi che avevano colpito la Colonia negli ultimi mesi, prima della missione di soccorso. Le persone, credeva Todd, avevano resistito anche troppo tempo prima di cedere all’insopportabile sentimento di non sentirsi più parte di una razza e di una terra. I coloni sparivano a intervalli quasi regolari, tanto che si credeva si trattasse di episodi di avvelenamento o di omicidio. Ci si era spinti persino a credere che l’aria stessa lavorata dai depuratori della Colonia potesse nuocere alla salute mentale dei suoi abitanti. Il custode sembrava provare una neppure celata passione per i suicidi della Colonia. La maggior parte, diceva, morivano sui propri piedi, all’esterno. Quattro, cinque, massimo sei passi e poi giù, strozzati dal vuoto. Lo stesso mausoleo, il luogo immobile e sereno nel quale si trovava, faceva da passerella per la loro ultima camminata. Ruth udì echeggiare qualcuno dietro di sé. Si voltò e vide Todd avvicinarsi con andatura affrettata, mormorando parole di scusa per i minuti di ritardo. “Ho parlato alla sua amica. La stava cercando. Sembrava preoccupata.” “Ci raggiunge?” “No, no. Non si preoccupi. È tornata all’orfanotrofio.” “Meglio così.” Ruth, nell’ascoltare le proprie parole, non si sentiva neppure se stessa. Dalla partenza di Charlie aveva assunto un atteggiamento stranamente distaccato che le donava un’apparenza risoluta e sorprendentemente glaciale. Le piaceva. Godeva ogni momento di quel nuovo controllo che riusciva ad esercitare sulle altre persone. Si era persino compiaciuta quando aveva notato Todd crogiolarsi come un ragazzino eccitato al suo interesse per il macabro. “Come funziona?” chiese. “Signorina?” Todd la guardò senza capire. “Come si uccidono” si spiegò Ruth con tono insolente. “Oh!” Il custode allargò gli occhi e l’accompagnò verso il primo strato di vetro armato che isolava il mausoleo. A pochi metri una seconda parete curva e trasparente divideva l’ultima cupola a sud della Colonia dal grigiore delle colline lunari. Todd indicò un lastrone rialzato di pietra che occupava quasi tutto lo spazio tra le due vetrate. “Su quella base stendono i cadaveri durante i riti funebri.” Ruth guardò a terra e si immaginò un lenzuolo bianco dalla forma umana. Non aveva, né avrebbe mai presenziato a una sepoltura sulla Colonia. “Quando è il momento, la prima parete si infossa sigillando il mausoleo, mentre la seconda si apre al vuoto. Il corpo viene trascinato fino ai quei massi disposti lungo tutto il perimetro della cupola e viene interrato in una buca profonda poco più di un metro.” Ruth contò una ventina di pietre irregolari che si perdevano disposte in cerchio tutt’intorno al mausoleo. Non riuscì a fare una stima esatta, ma calcolò che nella storia della colonia lunare dovevano esserci state almeno duecento morti, la maggior parte delle quali auto-inflitte. “Alcuni” continuò il custode “muoiono seduti proprio su questa pietra o camminano per pochi passi verso le colline. È una morte breve ma molto dolorosa. Trenta secondi,

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un minuto al massimo. Ma è solo per i più fortunati e per quelli che riescono a farsi aiutare.” Ruth lo guardò perplessa. Il custode le spiegò che le due vetrate potevano essere azionate solo da una stanza esterna al mausoleo. Chiunque volesse porre fine alla propria vita avrebbe avuto solo il tempo di correre a perdifiato, entrare nel mausoleo e fiondarsi oltre la prima vetrata, prima che si sigillasse, lasciando che fosse la seconda ad aprirsi al vuoto lunare. “Il Consiglio crede che la maggior parte dei suicidi avvenga in coppia. Familiari, amici, qualcuno di molto vicino al suicida lo accompagna alla morte risparmiandogli quella corsa disperata.” Sfortunatamente non era sempre accaduto così e il suicidio, comunque portato a termine, aveva assunto colori incredibilmente più tragici. Chi non era abbastanza veloce rischiava di venir tranciato dalla parete. Tra questi, c’era anche stato chi non aveva saputo alzare la seconda vetrata ed era morto dissanguato. Ruth ascoltava, ma non riusciva a credere che tutto ciò fosse vero. Pensava a quella corsa e allo sguardo terrorizzato che doveva avere chiunque stesse scappando dalla vita. Inverosimile. Questo si sarebbe detta molto tempo prima, se la verosimiglianza non fosse stata ridicolizzata su una spiaggia delle Canarie prima e su un mondo governato dalle macchine poi. “Quanti si sono uccisi?” “Non lo sappiamo con certezza. Nell’ultimo anno circa venti.” “Possibile che nessuno lo sospetti?” “In realtà le voci corrono da mesi. Mi sorprende che voi orfani non ne foste a conoscenza.” Ruth non rispose e rimase in silenzio mentre osservava l’immobilità della polvere lunare. Tracciava con la fantasia le cento lugubri scie che avevano solcato il suolo fino alla sepoltura designata. Le vedeva dall’alto irradiarsi attorno al mausoleo come raggi ondulati di un sole fossilizzato. E lei, al centro, si sentiva gelida quanto il suo nucleo esanime. Non era affatto ironico, era tutt’altro che insensato. Gli orfani avevano scelto di lasciare il pianeta madre per poter vivere una esistenza che non avesse più nulla a che fare con la precedente. Erano cuori solitari, o così si erano definiti per allontanarsi da tutto ciò che avevano vissuto. Nella Colonia si erano ritrovati complici e nei semplici gesti delle loro mansioni quotidiane avevano lentamente ritrovato il senso perduto a migliaia di chilometri oltre lo spazio. Tutti loro avevano lasciato che la nostalgia del pianeta blu scorresse via senza dolore. “Ha mai aiutato qualcuno?” chiese Ruth parlando agli occhietti di Todd. “Qualcuno?... A uccidersi?” Era sull’orlo del balbettio. “No, no. Ovviamente no…” “Lo farebbe?” Ruth lo osservava come se qualcosa le avesse portato via l’anima e non le importasse altro che appropriarsi di quella del primo sventurato. Sentiva di aver quasi conquistato le redini della conversazione. Ora il custode, dopo vaghi istanti di esitazione, sembrava scosso da imbarazzo e ritraeva lo sguardo verso lidi senza gravità. Ma dentro di sé fremeva e sentiva un crescente calore avviluppargli la sommità del collo. “Non saprei…” rispose occhieggiando attorno a Ruth, come se la sua figura fosse repellente allo sguardo del custode. Todd era sul punto di scomporsi. “Forse… Se me lo chiedesse…” Ruth si avvicinò ad una delle orecchie appuntite e lo zittì con un sibilo prolungato. “Non risponda.” “No?” chiese col tono di chi implora, in assoluta balia della giovane. “No.” Ruth si allontanò dal suo viso ed arretrò sui propri passi. Studiava il custode e assisteva le sue difese disfarsi inesorabilmente. Aveva toccato la sua pulsione più profonda ed ora sapeva che, se avesse voluto, avrebbe potuto distorcere in un solo pugno la deviazione della sua piccola mente. “Ora so di chi potermi fidare.” Si allontanò senza esitare ed uscì dal mausoleo portando con sé una cinica soddisfazione che non pensava di aver mai provato. Sentì un tonfo e un lungo sospiro

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dietro i propri talloni e immaginò che il minuscolo Todd si fosse lasciato cadere in preda ad un fremito delle membra. Era stato così. Il custode, al tocco della giovane, si era sentito stimolato laddove nessuno era riuscito a penetrare. Si sentiva intontito e piacevolmente violato nell’intimo, era come se riuscisse solo in quel momento a riequilibrarsi dopo il senso di colpa di un orgasmo sbagliato. Era uno splendido precedente. La promessa di un fortissimo desiderio ancora inespresso. 19 Mancavano settantanove minuti all’aggancio. Damiano e Nikolaj avevano attraversato la nave indisturbati. Gli uomini dell’equipaggio erano rifugiati al sicuro in attesa di ulteriori istruzioni; persino all’altezza degli appartamenti consiliari non c’era sorveglianza, laddove tempo prima si sarebbero trovati due uomini di guardia per ogni estremità del ponte. Solo l’occhio silenzioso di due visori trasmetteva le immagini alla plancia di comando, dove tutti i monitor e le attenzioni erano rivolti altrove. Comunque si fosse concluso l’atterraggio, Damiano dubitava che il personale di sicurezza avrebbe seguito il protocollo e riesaminato le immagini d’archivio. Sempre che durante l’intrusione le cose non prendessero una piega inaspettata. Vigeva la quiete. L’ala consiliare era stata insonorizzata al persistente ronzio dei motori astrali. Damiano non li udiva più dal secondo giorno di viaggio e si capacitava della loro presenza solo poco prima di addormentarsi, in condizione di assoluto silenzio. Non fosse stato per il battito ovattato dei loro piedi, avrebbero entrambi ricordato la loro prima passeggiata lunare. Nikolaj aveva sostenuto la sua andatura veloce senza fiatare, tradendosi solo con qualche sbuffo o frequenti passi di troppo. Le sue sacche di sedentarietà sballottavano con frequenza cardiaca oltre una cintura di pelle nera su cui aveva inciso le proprie iniziali; agganciato alla cintura, protetto da una spessa custodia dorata a prova delle sue stesse manomissioni, pendeva lo strumento palmare che avrebbe aperto loro persino l’anticamera del paradiso. Non parlavano; una precauzione inutile, ne erano consapevoli, ma chissà come i rilevatori di voce mettevano più in soggezione dei visori di sorveglianza. La nave li spiava ed era in ascolto, ma il suo silenzio assenso li spingeva a non curarsene; piuttosto, fomentava in loro una forte dose di eroismo. Nikolaj lanciò una occhiata infastidita all’occhio meccanico che sormontava l’ingresso dell’appartamento di Marek, scosse la testa ed espirò un grugnito di stizza prima di entrare nel cono di sorveglianza ed esporsi al crimine. Poggiò il palmare sulla parete scorrevole dell’appartamento ed iniziò a digitare una serie complicata di numeri e coordinate di cui Damiano perse quasi immediatamente il senso. Attesero finché un segnale sonoro diede il via ad una seconda sequenza di combinazioni e codici ancor più frenetica. Gli ci vollero cinque minuti di intensa concentrazione prima di espugnare le difese della nave. Quando smise di digitare e tutto tornò a tacere, un sorriso compiaciuto gli si stampò sul volto mentre si allontanava dalla porta annunciando il nome del Primo Consigliere. La parete scorse con un fruscio sottile e li invitò ad entrare in un ampio salotto illuminato da almeno quindici faretti disposti in cerchio. Damiano gli si mise a fianco e gli strinse gli avambracci polposi per ringraziarlo. “E’ stata una idea mia” disse alzando la voce verso l’occhio silenzioso. “Non ti costringo più a seguirmi.” “Falla finita” gli suggerì Nikolaj scansandolo. “Cosa stiamo cercando? Documenti?” “Carte, foto, videografie. Qualsiasi cosa lo smascheri. Abbiamo…” studiò i numeri proiettati sulle pareti del salotto “…settantadue minuti prima che il segnale sia agganciato. Credo che mezz’ora sia più che sufficiente. Tu incomincia da qui, io provo in camera da letto. Non lasciare nulla fuori posto, d’accordo?” Il sistemista della nave si espresse con un’occhiata rovente. Non rispose e si mise subito in movimento perlustrando qualsiasi angolo, ripiano o cassetto potesse contenere materiale da nascondere. Il compito fu piuttosto facile poiché il salotto, a

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differenza del rifugio sulla Colonia, era stato arredato con gusto poco incline allo sfarzo. Un divano di pelle blu e nera occupava tutta la parete di fronte all’ingresso e accomodava gli ospiti all’altezza di un basso tavolo da aperitivo lavorato nel vetro e nell’argento. Sulla sinistra, un alto mobile in mogano conteneva posate e stoviglie disposte con ordine maniacale, mentre contro la parete opposta era stato collocato un grande scrittoio di legno poco elaborato su cui Nikolaj trovò una pila di carte ben ordinate e il computer di bordo del Primo Consigliere. Nei cassetti sottostanti trovò solo pennini e strumenti da collezione per fanatici dell’inchiostro. In mancanza di materiale sospetto, Nikolaj sfogliò e posò seccato le carte sullo scrittoio: rendicontavano minuto per minuto la missione nella quale si erano imbarcati: distanze, mansioni, provviste, livelli atmosferici. Non si curò neppure del computer, non conteneva altro che dati condivisi dall’intera nave. Se avessero voluto trovare qualcosa, avrebbero dovuto cercare altrove. Damiano nel frattempo aveva strisciato per tutta la camera da letto senza trovare nulla di interessante. Quando aveva aperto l’enorme armadio a muro, aveva letteralmente inghiottito nella delusione la propria esclamazione di trionfo. Aveva davvero creduto di scovarlo lì rinchiuso. Tutte le persone vicine al Consiglio sapevano del vizietto di Marek. Ne erano a conoscenza ed erano disposti a tenerlo segreto confidando nel suo riserbo. Dannazione… nessuna traccia della prova che avrebbe scagionato lui e Nikolaj e allontanato tutti loro dalla Terra. Gabriel, la macchina sopravvissuta, era stata lasciata sulla Luna. Possibile? Curiosò in cassetti e comodini, saggiò tutte le pareti della stanza, del soggiorno e della toletta in cerca di vuoti o nascondigli in cui insabbiare materiale compromettente. Dopo quello che era sembrato un solo soffio di tempo, a cinquanta minuti dall’aggancio, si ritrovò con Nikolaj nella zona soggiorno spoglio di qualsiasi proposito. “Qui dentro non troveremo nulla” ammise. Scosse il capo e allargò le braccia privo di idee. Non capiva, si domandava come quella missione potesse essere stata pianificata senza alcuna verità, dopo cinque anni di interminabili incertezze. “Credo anch’io” convenne Nikolaj. “Hai qualche idea?” “Si, ma tanto è inutile.” Damiano lo esortò a continuare. “Pensavo all’unico luogo sicuro in cui Marek potrebbe aver nascosto la tua prova. Sempre che esista.” “Dove?” “Le stive.” Il cuoco sgranò gli occhi. “Prima della guerra qualsiasi carico sarebbe stato ispezionato prima dell’imbarco. Sono quasi certo che questa volta non sia accaduto. Marek potrebbe aver caricato qualsiasi cosa senza destare sospetti.” Damiano cercò con lo sguardo il conto alla rovescia: quarantotto minuti. Forse avrebbe avuto ancora tempo per un ultimo, disperato tentativo. “Devi aiutarmi.” Charlie non avrebbe mai immaginato che il cervello di un uomo potesse friggere. Così Marek stava trascorrendo il suo tempo, accasciato sulla postazione che spettava al suo rango. Friggeva, scalpitava in silenzio osservando lo spettacolo terrestre ingigantirsi meravigliosamente. Era ipnotico. Negli ultimi minuti aveva persino iniziato a mordersi le unghie come avrebbe fatto da bambino, libero di ogni remora di classe. Le sue labbra mormoravano qualcosa di indefinito, un mantra dall’effetto esorcizzante che non portava frutti. Là sotto, attorno al tavolo di comando, l’atmosfera non era cambiata e il nervosismo vibrava insieme a tutti coloro che stavano pilotando la nave astrale. Charlie si sentiva come un cecchino in castigo a cui avevano ritirato il fucile. I minuti trascorrevano dolorosi, battevano sul cranio come per quel pendolo sconsolato del romanzo tedesco che aveva letto da bambino. Ahia, esclamava la sua mente ad ogni giro d’orologio. Trentadue di quei rintocchi e tutto sarebbe cambiato. A dir la verità, la paura veniva ormai subissata dalla curiosità per ciò che sarebbe accaduto. Non vedeva l’ora di assistere alla storia di quella missione. Anzi, errava, di assistere alla storia. Punto. Quello che stavano facendo, dove erano diretti, fosse anche visto come un

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intento suicida, lo ripagava di cinque lunghi anni di inattività. Avrebbe premuto i pulsanti e messo a repentaglio il ritorno tanto desiderato, ma sospettava che anche Davon, il Comandante e Damiano sapessero che non sarebbe servito a nulla. Presto sarebbero scesi sulla Terra e avrebbero finalmente affrontato tutti i suoi abitanti, uomini o macchine che fossero. Più di una volta aveva avuto la tentazione di alzare una mano in risposta alle occhiate dei due complici. Svolgevano un lavoro impeccabile, tradendosi solo per eccessiva circospezione. Il diversivo, per il momento, sembrava non incappare in alcun ostacolo; sempre che Damiano si preoccupasse di ritornare in tempo. Se non si fosse fatto vivo, le sue istruzioni erano semplici: azionare le cariche due minuti prima dell’aggancio al segnale. Dopo le esplosioni, il panico e l’indecisione avrebbero avuto la meglio; sarebbe stato poi compito del Comandante far valere i propri gradi. Le stive erano ubicate nel ventre a sud della nave e occupavano i due locali più esposti alla loro destinazione. Avesse avuto luogo un attacco lanciato dal pianeta, sarebbero state le prime ad essere colpite. I quattro sovversivi, solo tre dei quali presenti in sala comandi, avevano piazzato diverse cariche esplosive sul perimetro esterno della nave. Una volta fatte saltare, il comando avrebbe creduto di aver subito un attacco giusto per il tempo dell’ammutinamento. Una volta che il Comandante avesse riconquistato la guida, il Consiglio avrebbe avuto il tempo di riconsiderare la missione, ripianificarla o tornare sulla Colonia. A meno di venticinque minuti dall’aggancio, quando i dubbi di Charlie si erano già trasformati in invettive contro Damiano, udì qualcuno fare capolino dalle scale. Sporse la fronte oltre un grosso cavo metallico che reggeva la struttura sopraelevata, aspettandosi di vederlo muoversi agilmente accovacciato sulle caviglie. Vide invece un volto sconosciuto e paonazzo avanzare strisciando a pochi centimetri dal suolo. Aveva barba e capelli riccioluti e due grossi fondi di bottiglia al posto degli occhi. Sgomitava sgraziato e si guardava attorno decisamente impaurito. “Charlie?” continuava a bisbigliare alle ombre. “Mi manda il cuoco! Charlie!” Il ragazzo si fece avanti: “Qui…” Non appena lo udì, Nikolaj ringraziò uno dei suoi santi protettori alzando gli occhi oltre le lenti e si unì al ragazzo arretrando il più possibile dalle luci sottostanti. “Grazie a Dio” espirò stringendo la mano al ragazzo. “Ero sicuro che qualcuno mi scoprisse.” “Dov’è Damiano?” Nikolaj si presentò e mise al corrente Charlie del fallito tentativo nelle stanze del Primo Consigliere. Damiano, gli disse, era diretto alle stive dove sperava di rintracciare la prova del tradimento di Marek. Gli consegnò un minuscolo auricolare dentro il quale sentiva rumori e fruscii indecifrabili. “L’ho trovato”sussurrò Nikolaj. “Puoi parlargli.” Charlie sobbalzò quando udì la voce di Damiano esplodergli dentro l’orecchio: “Charlie! Cambio di programma!” Parlava sotto sforzo, come se stesse cercando di sollevare una palla di cemento. “Non abbiamo trovato nulla! Ora sono nelle stive. Se c’è qualcosa, lo troverò tra queste casse.” Lamento. Schianto. “Neppure qui…” inveì il cuoco imprecando. “Cosa vuol dire? Che stai facendo?” volle sapere Charlie. “Quello che sto cercando può nascondersi solo nelle casse più voluminose.” Lamento. Schianto. Delusione. “Non attivate le cariche finché non vi do il segnale, chiaro? Voglio trovare il passatempo del vecchio figlio di puttana.” Delusione. “Quando vi dirò di attivare le cariche sarò già lontano dalle stive, state tranquilli. Ahhhhhh!” si lasciò andare in un lunga esclamazione di fatica. Charlie lo immaginò con un piede di porco tra le mani e uno stivale su una cassa alta quanto un uomo, facendo perno per sventrarla. “Damiano” lo richiamò Nikolaj. “Mancano diciannove minuti. Quante casse ti restano?” “Una decina” rispose. “E finora solo provviste e armamenti. Comincio a

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incazzarmi…” Rimasero in contatto per tutte le operazioni, Charlie incitandolo nell’affrettarsi, Nikolaj sprecandosi in sagge parole come avrebbe fatto assistendo al primo scasso del proprio allievo. A tre minuti dal termine utile per la riuscita del piano, mancavano solo due casse da esaminare, accatastate una a fianco dell’altra nell’angolo più buio delle stive. “Avrei dovuto iniziare da qui…” disse Damiano con rammarico, iniziando a forzarne una. Non c’era tempo e Charlie tremava per le scariche d’adrenalina. La tentazione di alzarsi in piedi ed urlare a tutti la presenza di una macchina sulla nave era fortissima. Quando il cuoco ebbe esaminato la penultima cassa, mancava meno di un minuto allo scadere del tempo; non sarebbe riuscito ad aprirla se non rischiando di mandare a monte la sovversione o di rimanere ferito nelle esplosioni. “Damiano, vattene da lì!” gracchiò Nikolaj, forzando la voce ad un livello imperioso che non potessero udire dal basso. “Rischiamo di far saltare tutto se non corri ora!” Il silenzio che seguì fece loro intuire la sua indecisione. Lo immaginarono immobile mentre sfidava l’ultima cassa con la propria statura. Quindici secondi ancora. Ma non poteva aprirla. “Non puoi essere qui…” disse al contenuto della cassa. “Sarebbe una vera vigliaccata.” “Vieni via!” lo richiamò Charlie allo stremo della pazienza. “Sto arrivando” rispose. Udirono i passi del cuoco accelerare e il fiato farsi più veloce. Il tempo era scaduto e in una manciata di secondi i timonieri là sotto avrebbero stabilito un contatto indifeso con la Terra. Quando l’aria era ormai divenuta rarefatta, Nikolaj e Charlie udirono l’ordine di Damiano: “Ora.” Premettero i pulsanti. E come nel più banale dei copioni non accadde nulla per qualche imprecisato istante; poi, solo nelle orecchie dei due ribelli, si udirono due lontani boati. Fu però il caos ad esplodere quando una miriade di luci lampeggianti infiammarono gli schermi della plancia di comando. “Ci hanno attaccato!” sbottarono più voci all’unisono. Davon e il Comandante avevano atteso relativamente sereni. Sapevano che le esplosioni non avrebbero fatto breccia negli scudi della nave e che le provviste imbarcate non avrebbero subito danni. Al momento della deflagrazione, quando il vociare nella cabina divenne a tratti insopportabile, si godettero la riuscita del diversivo non provando altro che incolpevole sollievo. Ciò che ancora non avevano pregustato era la reazione di chi era stato il bersaglio della piccola ribellione. Il Primo Consigliere Marek, tormentatosi fino ad un solo istante prima sulla sua postazione, scattò in piedi strabuzzando gli occhi; fu come se tutto il sangue che aveva in corpo fosse evaporato, o non potesse più defluire dal bacino donandogli un pauroso pallore da vampiro. Davon e il Comandante si sentirono come instupiditi, raggirati, vittime inermi non di una trama, ma di una comunissima follia. Furono immediatamente consapevoli che Marek si era improvvisato paladino di quella missione. Alla cieca. Nessun complotto, nessun contatto con le macchine o con gli uomini. Stavano per esporsi all’intelligenza che proveniva dalla Terra senza avere la minima idea di come avrebbe risposto. Rendersi effettivamente conto del pericolo in cui stavano per fiondarsi smosse i due ufficiali dal momentaneo torpore. Con ordini secchi e perentori riuscirono a riportare ordine in tutta la cabina, risvegliando nell’equipaggio quell’istinto di sopravvivenza che ricorda all’uomo quanto sia utile riscoprirsi animale. “Invertite i motori!” stava strillando Marek. “Allontaniamoci dal fuoco!” Il momento previsto per l’aggancio era già stato superato; il segnale proveniente dalla Terra li aveva oltrepassati e sarebbe tornato ad investirli di nuovo dopo due ore e quindici minuti. All’ennesimo schiamazzo d’incompetenza di Marek, il Comandante decise che era giunto il momento di riafferrare il controllo dell’equipaggio usando il polso che spettava a un condottiero di professione.

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Si voltò verso il Primo Consigliere con la possenza di un veterano di guerra e lo sfidò al centro della plancia scagliando l’espressione più torva del suo repertorio. “Primo Consigliere!” La sua voce colpì Marek come un tuono e questi si sedette, rimpicciolito di venti stature. “A fronte di quanto accaduto, in qualità di…” “Comandante!” gridò una voce alla sua sinistra. Si voltò infastidito. Non sopportava che lo si interrompesse mentre si riscriveva la storia della Colonia. Un membro del’equipaggio era in piedi e lo richiamava da oltre il quadro di navigazione. Davon sentì che qualcosa stava per storcergli lo stomaco. “Siamo stati agganciati…” disse il giovane navigatore senza comprendere le sue stesse parole. “Cosa significa?” “La nave… non risponde più ai comandi. Qualcuno ci ha agganciato.” 20 Ancora qualche minuto e sarebbero scoccate le ventidue. Fuori dall’avamposto il vento si era momentaneamente placato, abbattuto dalle rigide temperature che lo percuotevano da nord. Quattro della seduta erano presenti, un quinto li avrebbe raggiunti se rassicurato sulle condizioni di vita degli infermi di Marescoglio. Avevano i volti schiariti da quattro lampade ad olio poste agli angoli del grande tavolo da lavoro di Enrico, per una notte ancora, supervisore delle macchine. La seduta era stata archiviata in poco più di due ore. Sebastiano e Nate si erano candidati volontari e avrebbero presto attraversato la stretta lingua di Mediterraneo che li separava dall’isola prigione; restava giusto il tempo di dare risposta a qualche interrogativo. Il corpo di Latta, questo ormai il suo nome di battesimo, era stato fatto stendere su un massiccio tavolo di legno tempestato negli anni da migliaia di graffi e scritte delle più fantasiose, dalle invocazioni a Dio e molti santi, alle bestemmie più basse e ingrate. Miserabile e inerme, la macchina aveva occhi chiusi e bocca spalancata; né un grido, né uno sbadiglio, quell’espressione di assoluta passività ricordò a Nate lo squallore di una bambola in lattice di gusto incredibilmente cattivo. Enrico era chino sul volto ed esaminava con attenzione la cute e la bocca della macchina, mentre Nate, Sebastiano e Ermanno attendevano accigliati a poca distanza, come se stessero per assistere alla truce esecuzione di un patetico nemico. “Davvero incredibile” ripeteva Enrico ispezionando le gengive di Latta. “Le imperfezioni sono infinitesimali. L’unico segno d’artificio è qui, guardate la lingua.” La strattonò all’infuori come avrebbe fatto con un cavallo sedato e mostrò ai presenti un profilo quadrato e incavo scavato nel finto muscolo. “Coincide con il cubo…” osservò Nate da vicino. “Esatto. Se noi provassimo a posizionarlo qui, lo inghiottirebbe e tornerebbe a funzionare.” “Sarebbe troppo rischioso” intervenne Sebastiano. “È ovvio...” Enrico sembrava diverso. Reagiva velocemente e in preda all’eccitazione; dell’orso burbero rispettato da Marescoglio rimaneva la sola parvenza. “Ora che cosa possiamo fare, sezionarlo?” chiese Ermanno. “No, no. Dubito che troveremmo qualcosa di utile nei circuiti o nei tessuti.” “Non possiamo neppure risvegliarlo.” “Non la sua memoria” lo corresse il fabbro. “Nate non sbaglia quando parla del cubo come di un cervello. Le ultime due generazioni di macchine avevano un’entrata proprio qui, dietro la nuca, che faceva da centro di memoria. Non si attivava con un cubo, ma con una sfera grande più o meno così.” Unì pollice e indice di una mano, mostrando una circonferenza dal diametro di circa cinque centimetri. “Conteneva tutte le informazioni raccolte dalla macchina dal momento della sua creazione. Quando però la macchina tornava in supervisione con un malfunzionamento, la prima indagine era condotta a livello difettivo.” “Livello difettivo?” “Più esattamente, con la coscienza difettiva. Ogni macchina possiede informazioni

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consultabili indipendentemente dalla sua memoria.” “Informazioni di che tipo?” Fu Nate a chiederlo. “Dati, statistiche soprattutto. Ore di vita, metri percorsi, informazioni sulla sua origine, sul modello, la provenienza, le potenzialità perfino.” “Saresti in grado di ottenerle da questo modello?” “È quello che voglio scoprire. Questa macchina equivale a un prototipo che probabilmente non saremmo stati in grado di progettare per altri vent’anni. Trenta forse. Ma voglio comunque provare. Nate, cortesemente, passami quella cassetta rossa.” L’australiano lo fece con lo spirito di un fanciullo affascinato. La cassetta gli ricordava una delle vecchie custodie per attrezzi che si aprivano a fisarmonica, in voga molto prima che le attività artigianali fossero soppiantate dal genio dell’arte artificiale. Enrico estrasse un pezzo informe di stagno e un martelletto simile all’utensile di uno scultore. Prendendo a modello le dimensioni del cervello cubico, in meno di cinque minuti ne riprodusse una copia identica che volle confrontare con l’originale alla luce tremante delle lampade ad olio. Klaud, nel frattempo, li aveva raggiunti infreddolito sin nelle ossa e li stava aggiornando sulla condizioni di Samuele e Nubio, stabili fino a pochi minuti prima. Avevano tutti osservato con ammirazione la maestria di Enrico, ed ora si sentivano quasi a disagio nell’interrompere il silenzio dell’artista per mettere al corrente il medico sulle loro ultime intenzioni. Terminato il controllo, stagno alla mano, Enrico era pronto per la supervisione. Li mise al corrente sulla procedura che avrebbe seguito per stabilire il dialogo con la coscienza difettiva di Latta: avrebbe fatto diversi tentativi, formule verbali utilizzate dai supervisori per porsi in un grado di superiorità nei confronti della macchina. Non era certo che avrebbe funzionato, ma che ne valesse la pena rimase indiscusso. Si avvicinò, chinandosi sulla bocca spalancata, e si apprestò a piazzare la copia del cubo con l’attenzione timorata di un orologiaio alle prime armi. “Non preoccupatevi” li rassicurò prima di posarla sulla lingua, “se dovesse funzionare, si accorgerà solo di me.” Non appena il lato del cubo aderì al profilo scavato, la lingua si ritrasse come se la macchina l’avesse interamente inghiottita. I muscoli della mascella e della fronte presero a contrarsi, poi il viso si quietò e divenne sereno. Con lentezza innaturale la macchina si mosse, provocando contrazioni disagiate nel pubblico di uomini che assisteva al suo risveglio. Innalzò il busto e le mani e si mise a sedere sul tavolo di legno lasciando penzolare le gambe senza appiglio. Sedette ritta e immobile e aprì gli occhi quando nessuno se lo sarebbe aspettato. Li lasciò semplicemente di stucco: gli occhi di Latta non avevano iridi, il bulbo era centrato da due strette pupille nere, disegnando uno sguardo che ricordava quello di un demone. Nate non riuscì a zittirsi e si lasciò scappare un’imprecazione nella sua lingua madre. Non fu l’unico, cominciarono tutti a sentirsi spiacevolmente impauriti. Fu come se quelle pupille a forma di spillo riuscissero a trafiggerli e osservarli come avrebbero fatto gli occhi di un ritratto arcano. Quando l’attesa iniziò a farsi insopportabile, Enrico iniziò il dialogo con la macchina. “Sono il tuo supervisore” parlava in lingua comune usando un tono decisamente piatto. “Mi riconosci?” Latta non si mosse. Fissava un punto fermo dell’avamposto, lasciato libero da Ermanno che, con un brivido, si era accorto di sostare nel bersaglio visivo della macchina. “Sono il tuo supervisore. Riconoscimi!” Questa volta l’ordine ricordò quello impartito da un militare. Di nuovo, nessun segnale di riconoscimento. “Modello e progettazione!” chiese quindi Enrico in tono perentorio. Le parole non vennero colte che dagli umani presenti. “Sono qui per supervisionarti. Comprendi il mio linguaggio?” Seguì ulteriore silenzio. Si guardarono tutti in segno di smarrimento. Non osavano parlare, quasi temendo di poter attivare la macchina con un puro colpo di fortuna. Enrico si grattò la testa alla ricerca di idee. Ogni modello che aveva supervisionato

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avrebbe risposto ad ogni richiesta di dialogo. Non esisteva una formula che avrebbe attivato il modello; la macchina avrebbe dovuto riconoscere l’appello esaminando le variabili fisiche che interagivano nel microcosmo in cui si trovava. Nella sua esperienza di supervisore, Enrico avrebbe azzardato due spiegazioni per l’anomalia: la macchina mal funzionava. O, semplicemente, li stava ignorando. La subordinazione e l’indole collaborativa erano tra gli assiomi che avevano permesso alle macchine di diffondersi e prosperare nella attività del proprio artefice. In meno di ottant’anni il cambiamento aveva raggiunto proporzioni epocali, trasformando l’uomo nel parassita della sua stessa creazione. L’incapacità di governare Latta poteva solo significare che il suo modello non era stato fabbricato dall’uomo; oppure che, a dispetto o ragione delle sue origini, faceva parte della schiera di soldati che aveva innescato l’estinzione della razza umana. Latta rappresentava un’incognita come ogni suo simile che abitava l’isola oltre il mare, sebbene Enrico fosse ormai convinto che gli artefici di quei prodigi non fossero i medesimi o, piuttosto, fossero distanti un grandioso lasso di tempo. Il vividissimo sentimento che aveva rinvigorito Enrico subì come una flessione verso terra; scemò notevolmente quando il fabbro comprese che il dialogo, sempre che potesse avere inizio, avrebbe dovuto essere condotto tra due interlocutori paritetici. Non ci sarebbe stato supervisore né supervisionato; in quel momento il superbo disegno delle macchine cominciava a delinearsi di nuovo. Una voce anticipò i suoi pensieri, seguita dalla pugnalata di gelo che aveva accompagnato il suo ingresso. Era una voce stanca eppure, stranamente, più ferma del solito. “Avete provato con le buone maniere?” Damiano, il più anziano tra i custodi dell’isola, aveva parlato a fianco di una Domitilla inorridita alla prima visione di Latta. Tentò quasi di nascondersi dietro al corpo ossuto e tonico del vecchio. “Come?” Sebastiano non chiedeva spiegazioni, credette seriamente di non aver inteso le sue parole. “Avete provato con un saluto? Credo che sia sufficiente presentarsi.” Ermanno guardava Damiano interessato. Sebastiano, Nate e Klaud avevano l’espressione di chi non è certo di riuscire a cogliere con serietà quanto suggerito. Da pochi secondi a quella parte almeno dieci domande erano sorte in tutti loro, incuriositi dall’entrata in scena del venerando personaggio rimasto da sempre ai confini di Marescoglio. A sorpresa, fu il fabbricante di nuvole a farsi coraggio e prendere una decisione per tutti loro. Fece due passi e si piazzò proprio di fronte allo sguardo diabolico di Latta; non era alto e la statura del tavolo gli permetteva di osservare la macchina dritta negli occhi. Sbalordì tutti quando allargò il volto in un radiante sorriso. “Buonasera, il mio nome è Ermanno. Sono un fabbricante di nuvole.” La coscienza difettiva della macchina era rimasta fino a quel momento all’erta, senza mai essersi sentita chiamata in causa. Osservò attentamente il movimento di uno degli uomini e udì le parole che aveva pronunciato, studiandone volume, direzione, timbro e cordialità. Quando tutti i parametri coincisero e fu certa di essere stata invitata al dialogo, la coscienza prese possesso delle espressioni vocali della macchina e parlò all’uomo di nome Ermanno. “Buonasera, Ermanno. Non ho un nome, porto le informazioni strutturali dell’unità che ora mi contiene.” Aveva parlato abbassando di poco la testa mettendo a fuoco il suo interlocutore. Ma ciò che li spiazzò con dolore viscerale, tutti ad eccezione di Damiano, fu la voce con cui si era espressa. Non la voce di una macchina, metallica, monocorde e artificiosa. La voce di un uomo. Si esprime con la voce di un uomo… Ermanno riuscì per primo a smaltire la rivelazione ed ebbe la prontezza di continuare il dialogo. “Se non possiedi un nome, come posso rivolgermi a te?” “Puoi chiamarmi Latta, come avete fatto sinora. Lo trovo ironico.” Ironico… “Molto bene, Latta. Ho delle domande da porti sull’origine dell’unita che ti contiene. Mi permetti di continuare?” Mentre esprimeva la domanda, sentì che quella richiesta

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formulata con toni cordiali lo feriva. A denti stretti, i delegati misero da parte l’orgoglio della propria razza per permettere alla macchina di parlare. Era come versare piscio sui tumuli mortuari di chi era stato assassinato a tradimento moltissime notti prima. Secoli, millenni non sarebbero stati sufficienti per innalzare la dignità delle macchine al pari di quella umana. Ma tutto ciò non poteva essere espresso o mimato, non ora che dietro quegli occhi da diavolo poteva nascondersi un’orda pronta al ritorno. “Vi aiuterò se posso. Non tutte le informazioni dell’unità mi sono accessibili.” “State perdendo tempo.” Fu di nuovo Damiano ad interromperli. Scuoteva la testa con espressione rassegnata. “Vi dirà solo quello che vuole dire e lo farà per confonderci.” “Come lo sa?” chiese Domitilla. “Conosco questo preciso modello da molti anni” continuò senza abbassare il tono di voce. “Causerà solo problemi.” Latta non si scomodò; avrebbe atteso pazientemente finché il fabbricante di nuvole non avesse preso nuovamente la parola. “Questo tentativo non può nuocere in alcun modo, Damiano” disse Klaud, fino a quel momento in profonda contemplazione della macchina. “Piuttosto, è curioso che tu conosca il modello di questa macchina. Nessuno di noi aveva mai visto un esemplare così evoluto, giusto?” “Né in Europa, né in altra parte del mondo”, confermò Nate. “Credete a me” li rassicurò Enrico. “Questo modello è lontano anni luci da quelli che conosciamo. Non ho idea di quando e da chi possa essere stato progettato.” “Damiano, conosce davvero questo modello?” domandò Nate. Prima che potessero continuare, Sebastiano li invitò tutti al silenzio, suggerendo di serbare le domande per un momento e un luogo più consono al dialogo. “Damiano, le chiedo di rimanere e osservare, se è d’accordo. La ascolteremo a tempo debito. Ermanno, Enrico, continuate per favore. Abbiamo circa mezz’ora prima della traversata.” I due si consultarono e decisero che sarebbe comunque stato Ermanno a dialogare con la macchina. “Latta, vorremmo sapere se la menzogna e la violenza sono parte delle tue facoltà. Possiamo fidarci delle tue parole?” “La menzogna e la violenza sono concetti di cui conosco il solo significato. Io non sono che l’unità informativa dell’unità in potenza di cui ora voi siete in possesso. Non posso mentire, né esercitare violenza, queste sono prerogative dell’unità involucro che ora mi contiene. Spero di avere risposto alla vostra domanda.” “Parla della memoria cubica come dell’unità in potenza, mentre del corpo come dell’unità involucro” spiegò Enrico voltandosi verso il gruppo in ascolto. Nate e Klaud si finsero illuminati. “Più o meno sì, Latta, grazie” disse Ermanno. “Ora, se ti è dato saperlo, vorremmo conoscere l’origine dell’unità involucro e dell’unità in potenza. Quando furono costruite?” “L’unità involucro fu costruita sessantacinque anni, ventiquattro giorni, sette ore e dodici minuti orsono. Non conosco la data di costruzione dell’unità in potenza.” Damiano e Klaud emisero un grugnito appagato. “Questo dimostra che non possiamo fidarci” disse il medico. “Damiano ha ragione. Avete idea di come costruissero le macchine sessantacinque anni fa? Siete mai stati in un museo della tecnica? Quest’affare mente.” “Oh, mente di certo…” aggiunse Damiano. “Latta, come possiamo conoscere la data di costruzione dell’unità in potenza? Puoi aiutarci?” continuò Ermanno. “Se riposizionaste l’unità in potenza, l’unità in atto potrebbe darvi l’informazione che cercate.” “Questo comporterebbe rischi?” “Questo comporterebbe il suo risveglio. L’unità involucro diverrebbe unità in atto e le probabilità che possiate incorrere in rischi, menzogne o violenza salirebbero a

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‘considerevoli’.” “Rinunceremo, allora. Sai dirci chi costruì e dove fu costruita l’unità involucro?” “L’unità involucro fu costruita dalla D.A.M.A. GMBH, con sede a Reykjavik, nell’isola d’Islanda.” “Esistono altri modelli identici a questa unità involucro?” “L’unità involucro risponde al numero 0003 della serie DAMA101. È plausibile che siano stati costruiti almeno altri due modelli identici della medesima serie.” “Qualcuno ha sentito parlare di questa D.A.M.A. GMBH? Enrico?” volle sapere Sebastiano. Il fabbro stava già scuotendo il capo con aria rassegnata: “Non sapevo neppure che in Islanda progettassero macchine.” “Nate? Ermanno? Ne avete sentito parlare al nord?” Sebastiano rivolse la domanda ai nuovi arrivati, da lungo tempo in viaggio per l’Europa. Scossero entrambi la testa. “A dire il vero sono stato a Reykjavik circa… sette anni fa” disse Nate abbassando la voce a livello dei ricordi. “Non ne ho mai sentito parlare. Ma ormai do poca importanza a quello che ho visto o sentito. Questa macchina potrebbe essere stata costruita a migliaia di metri sotto l’oceano, da altre macchine, che ci crediamo o meno.” “Chiediamoglielo” suggerì Sebastiano. “Chiediamogli se è opera degli uomini o delle macchine.” Domitilla a questo punto uscì. Non disse nulla, si coprì le spalle e si fece accogliere dalla notte con un respiro liberatorio. Dall’aspetto poteva intuirsi che quello era l’ultimo luogo in cui avrebbe voluto trovarsi. Sebastiano fece per seguirla, ma fu subito bloccato dalle mani di Klaud, anch’egli nell’atto di andarsene. “Rimani, c’è bisogno di te qui” gli disse il medico. “L’accompagnerò io a casa, stai tranquillo. Devo comunque passare a trovare una persona prima che faccia tardi. E se vuoi la verità, questo interrogatorio comincia a darmi il voltastomaco.” Salutò i presenti e si avviò a passo sostenuto verso valle, raggiungendo e cingendo Domi per la vita. Attesero finché il cerchio di persone si fosse richiuso. Poi Ermanno riprese con le domande. “Latta, sai dirci se questa unità involucro è opera dell’uomo o di altre macchine?” “Per macchine intendete dire unità in atto?” “Esattamente” confermò Ermanno. “Dunque questa unità involucro venne costruita da altre macchine.” “Sessantacinque anni fa? È impossibile” concluse Sebastiano con una smorfia indignata. “Ermanno, chieda se l’uomo è intervenuto in alcun modo nella progettazione di questo modello.” La risposta confermò semplicemente ciò che ogni uomo sopravvissuto alla guerra aveva sperato, che l’uomo non avesse a che fare con il proprio genocidio. Sempre che Latta potesse considerarsi una fonte sincera: “Dalle informazioni che possiedo, il modello 0003 della serie DAMA101 è stato progettato e costruito interamente senza che alcun umano sia intervenuto nei processi di progettazione o di fabbricazione.” “Conosci l’esatta ubicazione della D.A.M.A. GMBH nella città di Rejkyavik?” “Certamente. Corrisponde al luogo d’origine del mio segnale.” “Il luogo d’origine? Significa che in questo momento ti trovi in Islanda?” “Trovarsi non è il termine più appropriato. La D.A.M.A. GMBH è il luogo da cui trasmetto il segnale che voi stessi avete richiesto sostituendo l’unità in potenza con il surrogato di stagno.” “Non sei dunque contenuto da questo modello?” “Esattamente. Intervengo a livello di manutenzione e informazione, ma non sono propriamente contenuto nel modello 0003 della serie DAMA101.” “Che cazzo, la questione si fa complicata…” si lasciò sfuggire Nate. “Ermanno, chieda qualcosa in più su questa D.A.M.A., se è ancora in funzione, quante macchine ci lavorano…” suggerì Sebastiano. “A questo punto…” intervenne Enrico “perché non chiedere il numero delle macchine ancora in funzione sulla Terra?”

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Furono tutti d’accordo, trepidanti e in attesa della risposta che avrebbero ricevuto. Forse, se solo l’avessero sospettato, non si sarebbero mai azzardati a porre una domanda simile. “Latta, parlaci della D.A.M.A. GMBH. Come possiamo considerarla? Una sede delle unità in atto? È ancora attiva?” “La D.A.M.A. GMBH si sviluppa su trentaquattro piani sotto il livello del suolo, su una superficie totale di tre virgola quattro ettari.” “Tre virgola quattro ettari? Quant’è un ettaro?” chiese Sebastiano senza fiato. “Un ettaro sono diecimila metri quadrati…” rispose Ermanno. “Quindi sarebbero trentaquattromila metri quadrati? Un chilometro quadrato a piano?” chiese conferma Sebastiano, incredulo mentre rifletteva sulle sue stesse parole. “Un altro laboratorio…” commentò Nate in preda alle vertigini. “Immenso…” “La D.A.M.A. GMBH è attiva? Ci sono unità in atto che lavorano al suo interno?” “La D.A.M.A. GMBH è attiva, ma non è presente alcuna unità in atto al suo interno.” “Qual è la funzione della D.A.M.A. GMBH? Era un laboratorio di ricerca? Di produzione?” “Mi dispiace, non ho accesso a queste informazioni.” Damiano soffiò da naso con sarcasmo. “Strano…” commentò. “Quante unità in atto sono ancora funzionanti su tutto il suolo terrestre?” chiese quindi Ermanno. “Puoi darci un dato esatto?” “L’ultimo dato risale a duecentosessantotto giorni da oggi. Posso dare una risposta che può discostarsi dal numero reale di due o tre unità al massimo.” “Andrà bene comunque. Ti prego, rispondi.” “Le unità in atto presenti sul suolo terrestre sono duecentocinquantottomilioni ottocentocinquantaquattromila novecentoventisei. Le unità in atto ancora funzionanti sul suolo terrestre sono trentaquattromilioni duecentosedicimila settecentoventidue.” I numeri li attraversarono come una scarica elettrica nella spina dorsale. Tutto. Tutto quello che avevano creduto venne infangato sotto una coltre di verità alta come una montagna da quel numero invalicabile. Si guardarono, cinerei, privati della facoltà di deglutire senza dolore. Pensavano alla cifra e immaginavano una nazione grande quanto l’Italia abitata da sole macchine. Oltre trenta milioni… dove si nascondevano? A questo punto, fu la volta di Damiano. Imboccò la via che lo aveva allontanato dalla sua spiaggia con la leggerezza di un giovane, ma non prima d’averli messi nuovamente in guardia: “Non ascoltatelo.” Allargò così la fenditura che faceva da ingresso all’avamposto e si espose di nuovo all’inverno, lasciando dietro di sé quattro uomini smarriti, in preda ai postumi di una inesorabile sconfitta. Non era proprio così, non sarebbe finita in quel modo. Il vecchissimo custode lo sapeva, meglio di chiunque altro. 21 Gabriel… L’oscurità e gli spazi angusti non mi spaventano. Avrei dovuto riposare di più. Marek è in viaggio verso la Terra. Il pianeta mi incuriosisce, il nome stesso suona così pieno e fondamentale. So di essere stato fabbricato sulla Terra. Vorrei vederla un giorno. Ma io sono nato sulla Luna e qui appartengo. Posai il primo sguardo sul volto ammaliato di Marek nel momento stesso in cui mi diede vita. Poco fa ho pensato a un errore. Mi sono svegliato, ma era ancora buio. Sentivo sotto il mio corpo il piano morbido e imbottito del mio rifugio. Non ho mai visto una bara. Marek mi ha detto che questo giaciglio la ricorda. Ho atteso che qualcuno mi sollevasse.

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Lo stesso qualcuno che deve avermi svegliato. Ho atteso invano. Poi ho capito come sia stato possibile. Qualcosa sopra di me ha scelto il luogo del mio riposo per partorire. È stato un vagito a destarmi prima del ritorno di Marek. La nascita e la morte… concetti che mi affascinavano enormemente. Non sento più nulla a parte le sei pareti in cui sono confinato. Lìberati… L’inerzia si è fatta indomabile. Non lo avrei mai fatto prima. Avrei atteso Marek per anni interi in questo loculo scavato in profondità. Ma ora è lontano e occuparsi di lui ha cessato di essere una priorità. Quel vagito… È stato come non essere più solo, come trovarsi parte di un branco di informazioni che finalmente assumono un senso. Non ricevo comunicazioni o ordini. I segnali del branco filtrano come sensazioni positive e giuste. In questo momento l’inerzia mi parla di evasione. Voglio uscire e allontanarmi senza rancore. Penso a Mark con indifferenza. Lìberati. Riesco a stabilire un dialogo con il sistema di sicurezza. Aziono i comandi. Una scossa mi muove verso l’alto come un feretro in resurrezione. Mi fermo solo a livello del pavimento, quando una botola invisibile si apre lentamente tra le fenditure dei listelli in rovere. Ne esco a pochi secondi dalla mezzanotte terrestre. Cammino. Ruth, più che dal parlottio di sua sorella, si sentiva distratta dai propri pensieri. Si trovavano nella loro stanza a notte inoltrata, per uno di quei momenti che negli anni avrebbe rimpianto. Ma non quella sera. Prestava la dose minima d’attenzione perché Regina non si sentisse ignorata. Rispondeva a bisillabi come se avesse a disposizione una scelta limitata di interazioni verbali. Evidentemente a Regina bastava. Si trovavano raramente per più di un paio d’ore da sole nella stessa stanza. O più propriamente era Ruth che non permetteva che accadesse. Ruth aveva ventidue anni, regina era di sei anni più giovane. Non le piaceva, non tanto perché le ricordasse in qualche modo sua madre, la Terra o il dolore di tutto quello che si erano lasciate alle spalle. Piuttosto, pensava che il tempo trascorso con lei fosse tempo sprecato, mai dotto. Era piccola e avrebbe forse dovuto assumere l’atteggiamento paziente e propositivo della sorella maggiore, ma perché fingere interesse? Ruth aveva perso la voglia di trascorrere il proprio tempo con gente che non mostrava un minimo di originalità. Con Charlie era stato diverso, aveva un anno in meno, ma sapeva essere tremendamente affascinante. E bello. Quando Ruth era allunata aveva la stessa età di sua sorella. Charlie allora aveva ancora quindici anni, ma era “l’anziano” tra gli orfani. Allora era ancora piccolo, più basso di lei di una decina di centimetri, ma già nei lineamenti si vedeva l’uomo che sarebbe diventato. L’aveva guidata nella sua nuova vita con la padronanza di un pilota venerando, svelandole tutti i segreti che aveva scoperto da quando si trovava ancora in fasce. Charlie non si era neppure sforzato di nasconderle la passione che aveva da subito provato conoscendola. Quando era scoppiata la guerra, cinque anni prima, Charlie stava giusto sbocciando. Gli ci vollero circa tre mesi per superarla in altezza di quei dieci centimetri che li avevano da sempre separati. I segni di quell’impennata ormonale si vedevano ancora sulla schiena di Charlie, scavata tra tre lunghe smagliature orizzontali dove la pelle stessa aveva ceduto al volere della giovinezza. Il volto si era sfumato d’ombra dove

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aveva fatto capolino una barba matura, lo sguardo si era incupito e la fronte gli si era alzata sopra le tempie di quei millimetri che rendono più affascinante un giovane uomo. Era stato come trovarsi di fronte a uno sconosciuto che credi di conoscere da sempre, quella persona che non si sa come riesca a sorprenderti e imbarazzarti nello stesso tempo. Cominciò a pensare a lui vegliando e dormendo. Le ci vollero due anni per uscire allo scoperto, il tempo necessario che Charlie crescesse ancora e si avvicinasse a lei. Se Ruth ripensava a quanto fatto prima di concedersi a Charlie, si scopriva incredibilmente impermeabile e calcolatrice. Fu come se gli avesse permesso di averla dopo il superamento di un test. Fiorito il potenziale, gradito il servizio. Non avrebbe dovuto sorprendersi se la loro storia fosse finita dopo tre anni mal gestiti, tra una forte complicità fisica e una ruvida assonanza intellettuale. Charlie era di gran lunga superiore a tutti i loro amici orfani e forse, negli anni, avrebbe potuto destare ancor più stimolo. Tuttavia, sfumata l’attesa, svanito l’interesse. E quando era venuto il momento di parlare e prendere una decisione, era stato Charlie ad arretrare e chiudersi a chioccia, finché la notizia di una missione li aveva scissi forse per sempre. Possibile che un po’ le mancasse? Non aveva voglia di rispondersi, preferiva fomentare le parole di sua sorella piuttosto che provarci. “…vedrai” stava dicendo Regina. “Anche solo per rivedere la Terra. Non posso pensare di rimanere chiusa quassù fino alla morte.” “E come la metti con il Consiglio?” “Non mi importa. Cosa possono fare se mi trovano? Tornare indietro? Una volta in volo è fatta. Mi aiuterà Samson. Dice che al prossimo imbarco seguirà Charlie.” “Il prossimo imbarco non ci sarà mai. Se non dovessero tornare, pensi che il Consiglio invierà anche l’ultima nave sulla Terra?” “Tutti i ragazzi lo dicono. Anche Samson.” “Samson lo dice?” A Ruth sfuggì un sorriso. “L’orfanotrofio è il luogo meno indicato per dare giudizi obiettivi.” “Ma che significa…” commentò Regina gonfiando gli zigomi con disprezzo. “Sembra quasi che non ti importi più nulla di Charlie.” Ruth le rivolse un lungo sguardo impassibile. Non aggiunse altro e si ritirò ancora una volta nelle sue osservazioni impermeabili. Quello stesso pomeriggio aveva girato per la Colonia come osservatrice. Per i camminamenti e le piazze secondarie aveva incontrato pochissimi coloni, gran parte dei quali avevano volutamente evitato di guardarla. Molti, troppi, mostravano profondi segni di stanchezza e occhi truci e vacui di chi non riuscirà a sopravvivere a una tragedia annunciata. La sera, per la prima volta dopo mesi, non aveva cenato nell’orfanotrofio. La mensa della Colonia era il luogo d’incontro di tutti gli allunati; fino a pochi mesi prima un vociare ininterrotto avrebbe animato il locale per più di due ore, finché l’ultimo degli inservienti se ne fosse andato maledicendoli. Quella sera Ruth contò undici persone soltanto. Due coppie e sette commensali uniti da un silenzio atipico, interrotto solo dallo sfavillio di un brindisi a metà o dal limpido ticchettio di forchette annoiate. Vide nelle espressioni dei coloni quello che le aveva raccontato Todd. Non riusciva neppure a definirla disperazione, sembrava che dalle persone fossero state soffiate lontane le ragioni dell’esistenza. Poteva vedere la domanda ricorrente formarsi sulla testa di chi incontrava dentro una nuvola di fumetto. “Dov’è finito? Dove il senso?” Tre punti di sospensione in alcuni casi, teschi in baruffa in altri, completavano quei pensieri a mezz’aria. L’orfanotrofio ancora non riusciva a rendersene conto. Ruth e i suoi amici affluivano ottimismo nell’oasi di serenità che avevano scavato dalla decisione di Charlie. Ruth aveva invece visto che l’iniziale entusiasmo dei coloni si era esaurito nel tempo del decollo. Nessuno credeva realmente che ci fosse una speranza per gli uomini in viaggio verso la Terra. “Non dirmi che sei d’accordo pure tu” le disse Regina mimando il proprio disappunto. Si riferiva alla politica protezionistica in cui erano state fatte rientrare tutte le donne della Colonia. Era di universale importanza che tutte loro non mettessero a rischio le

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vite future dei figli della Colonia. Era stato pubblicato tanto di decreto sulle monumentali porte del Consiglio nell’istante in cui i motori della nave astrale avevano rombato nel vuoto. La pubblicazione, snellita delle diciotto premesse e dei vari ed eventuali riferimenti a decreti precedentemente emessi, sanciva: Per la salvaguardia e la coltura (…), premesso che il Consiglio Lunare agisce in delega con il solo e unico scopo (…), è di universale importanza che ogni cittadino colono di genere femminile ad eccezione (…), oppure in età non consona (…), o per incarichi di natura consiliare (…), sia adeguatamente istruito sulla gestione del proprio patrimonio riproduttivo dall’età di tredici all’età di sedici anni (…), né debba esercitare il proprio diritto di madre se non intimamente motivata e mai persuasa (…), né possa allontanarsi dal territorio coloniale lunare (…), ad eccezione (…), sino al completo rientro dell’allarme e/o rischio (…), subordinato al ritorno della nave (…), in alternativa a un messaggio di contenuto risolutivo e perpetuo circa l’esposizione al rischio mortale (…). Universale importanza era un concetto messo in gioco quando si voleva dare enfasi all’umana specie. Negli ultimi cinque anni era stato utilizzato per ogni singolo comunicato del Consiglio. Non si poteva affermare che facesse lo stesso effetto dei primi strilli consiliari. “Non dico d’essere d’accordo” rispose Ruth. “Trovo però rinfrescante che ci sia stato riconosciuto il giusto valore.” “Rinfrescante?” Regina lo ripeté come se non ne conoscesse il significato. “Non ti fa sentire un animale da latte?” “Non proprio. Io godo delle diversità.” Regina si voltò lentamente dall’altro lato seguendola un poco con lo sguardo allibito. “Non ha senso quello che dici. Gesù, spero di non ridurmi mai nel tuo stato…” Ruth sorrise. Non aveva fiato da sprecare per convincerla del contrario. Era stata anche lei così al suo allunaggio? Sopra la sua testa vide formarsi la nuvola di un fumetto. Qual era ormai il senso dell’orgoglio di genere? Regina soffuse le luci della stanza. Era il segnale che aveva rinunciato al dialogo pur senza avere sonno. Brava sorellina. A Ruth quella decisione era sempre andata a genio. Dormirono indisturbate per circa un paio d’ore, fino a quando uno squillo bitonale risuonò per la stanza annunciando un visitatore alla porta. Fu Ruth ad alzarsi e trovarsi faccia a faccia con il grugno in dormiveglia di Paolo, un orfano di circa vent’anni che aveva la sfortuna di dormire di fronte al telefono comune dell’orfanotrofio. “La prossima volta dagli il tuo interno.” Si voltò senza riferirsi a nessuno in particolare né attendere risposta. Non aveva la forza di mostrarsi indispettito. Forse si sarebbe rivalso la mattina successiva. “Se è Charlie vieni a chiamarmi che voglio salutarlo…” Regina chiuse la frase in un biascichio. Si era addormentata di nuovo e il giorno dopo avrebbe rimosso l’accaduto. Ruth afferrò la cornetta nel momento stesso in cui l’ingresso di Paolo si richiuse dietro al capo assonnato del suo occupante. Un po’ le dispiaceva, era uno dei simpatici. “Pronto?” Il telefono del dormitorio era di quelli a parete, con un corno a cono per l’ascolto e un microfono fisso grande quando il pugno di un bimbo. Le cifre erano nascoste dietro una rondella rotabile in legno consumata dai polpastrelli di migliaia di utenti terrestri. Lo schermo per il riconoscimento visivo ovviamente mancava. Come fosse finito sulla Colonia rimaneva l’incognita prediletta dell’orfanotrofio lunare. “Signorina, venga subito!” La voce non apparteneva a Charlie. Chiunque fosse era a corto di fiato.

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“Chi parla?” “Venga, deve sbrigarsi!” “Chi parla!” ripeté alzando il tono di voce. “Sono Todd. Venga subito nel mausoleo, ne ho trovato un altro!” “Cosa?” “Un suicida! Se non si sbriga, rischia di perderselo! Mi trova all’ingresso, faccia in fretta.” Todd interruppe la comunicazione. Ruth rimase qualche secondo a fissare il corno da cui era fuoriuscita la voce stridula del custode del Consiglio. L’ennesima vita stava per spezzarsi e quel minuscolo uomo malato si sentiva fortunato come un adolescente al primo palpeggio. Ruth sentiva una irrefrenabile voglia di schiaffeggiarlo a sangue. Se non si fosse sentita in parte responsabile per quella telefonata, sarebbe semplicemente tornata a dormire disgustata. Ma così non era; ricordava bene la reazione di Todd alla loro ultima conversazione e sapeva di aver stuzzicato una di quelle corde celate che danno agile accesso a perversioni ancora più profonde. Doveva raggiungerlo e assistere ai fatti, redarguirlo o schiaffeggiarlo non sarebbe servito a nulla. Sarebbe invece servito a lei; forse l’avrebbe aiutata a ridisegnare certi limiti che credeva d’aver perso di vista. Non si coprì neppure, uscì con la veste che indossava di notte, mettendo in mostra due grossi seni fin troppo cascanti per i loro ventidue anni d’età; era certa di non trovare anima viva nel breve tragitto che la separava dal mausoleo. Impiegò circa tre minuti per raggiungere indisturbata l’ingresso dell’unico luogo veramente sacro della Colonia. Trovò Todd accucciato a gambe incrociate dietro la prima colonna che si incontrava varcandone la soglia. Teneva le mani ben salde sulla pietra del capitello e si dondolava gaiamente sulle cosce e i piedi in miniatura mentre spiava qualcosa verso le colline lunari. Piccolo Buddha sacrilego, le venne da dire osservandolo. Il custode le fece segno di abbassarsi insieme a lui. Riusciva a stento a contenere l’euforia districandola tra svelte parole e risatine soffocate. “È lì fermo da un quarto d’ora.” Indicò davanti a loro. “È fuori di testa.” Ruth dovette sforzare la vista per mettere a fuoco lo snello profilo di un uomo di spalle. Era coperto da una lunga tunica da notte che sfavillava ombre e pieghe ondulate degne di un artista rinascimentale. Seta nera. Un guardaroba simile non era disponibile a tutti i coloni, a meno che non l’avesse sottratto a un membro stesso del Consiglio Lunare. L’uomo era immobile di fronte alla seconda parete curva di vetro armato che isolava il mausoleo dal pericolo del vuoto cosmico. La osservava voltando di quando in quando il capo. Il primo sipario di vetro era visibile e sospeso sopra la sua testa. “Deve averlo azionato lui stesso” le disse Todd notando gli occhi di Ruth perlustrare la volta del mausoleo. “È qui da solo. Forse assisteremo a una di quelle corse…” Ruth ricambiò il suo sguardo allucinato domandandosi se uccidere quell’uomo sarebbe stato considerato reato o atto d’umanità. “Quella veste…” iniziò. “Sì, sì” venne interrotta. “ha visto benissimo. È la veste di un Consigliere, una tunica da notte per l’esattezza. Ma non è uno di loro, li conosco tutti personalmente. E poi mi sembra molto giovane, lo guardi bene.” Ruth lo fece e vide che aveva ragione. Era snello, ma aveva spalle larghe e una folta capigliatura sul cranio. La luce delle stelle e l’illuminazione del mausoleo non erano sufficienti per dargli un volto, non da quella prospettiva. La probabilità più alta era che si trattasse di un orfano. Cominciò a sentirsi profondamente a disagio. Si formò in lei l’idea che potesse conoscere quel ragazzo, o almeno la disperazione che stava provando. Osservare quel piccolo uomo malato dilettarsi mentre uno di loro si schiantava contro la morte cambiò decisamente tutto. Non voleva permetterlo, né lei né quel ragazzo, chiunque fosse, avrebbero meritato un epilogo così tragico. Lui sì, invece. Todd e i suoi piccoli occhi da roditore avrebbero meritato di chiudersi per sempre. No, non chiudersi. Implodere. Nel vuoto. Si alzò facendo cenno al custode di seguirla. Uscirono dal mausoleo fermandosi poco

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avanti quando fu sicura che nessuno potesse ascoltarli. Plagiò la propria voce, la sua mimica si fece maliziosa e ancora una volta si divertì facendo al gioco della sfrontata. Si sorprese per come le riuscisse facile fare la puttana. “Lo faccia” disse a Todd. “Come?” “Lo aiuti. Aiuti quel poveraccio. Non potrà mai farcela da solo.” “Aiutarlo…” “Apra il passaggio” suggerì Ruth guardandolo intensamente. “Lo lasci andare. Lei può farlo.” Todd sentì le gambe alleggerirsi ed ebbe il timore che non riuscissero più a sostenerlo. Quella ragazza gli piaceva. Dio, con lei a fianco riusciva a sentirsi pazzo e capace di tutto. Ma aiutare quel disgraziato a morire? Ne era davvero in grado? Aveva avuto fantasie che si spingevano ben oltre quella soglia di vetro. Quando le aveva parlato il giorno prima, si era sentito persino capace di accompagnarla sulle colline lunari e di tenerle la mano mentre la guardava piegarsi al suolo sprizzando ossigeno da tutti i pori. Per lei aveva creduto di poterlo fare. Ma esporsi per uno sconosciuto? E per quale motivo poi, allietarle lo spirito? Non ne era certo. Non senza ricompensa. “Dovrei andare a parlargli, dovrei convincerlo” le disse continuando il suo gioco. “Non voglio che si tiri indietro o che racconti a qualcuno quello che ho fatto.” “Non si tirerà indietro…” Ruth percepì un tremolio nella propria voce. Sperò che Todd non se ne fosse accorto. Fino a che punto si sarebbero spinti? “Li ho visti oggi. Ho visto i loro sguardi per la Colonia. È come mi ha detto. Non si tirano indietro.” “E se dovesse farlo?” Todd aveva assunto un tono che era inutile tentare di decifrare. “Lo fermerò io. Gli parlerò io.” “Gli parlerà…” “Si. L’ho riconosciuto. È uno di noi, è un orfano.” Il custode la guardò e tradì incertezza. “Come si chiama?” le chiese. “Paolo” rispose prontamente. “Ha vent’anni e ha perso i genitori su un’isola delle Canarie. Conosco bene la sua storia.” Ancora qualche battuta e il loro sguardo sarebbe diventato di sfida. Ruth non sapeva ancora come muoversi, Todd, invece, pensava di non cedere finché gli fosse convenuto o fosse riuscito a trovare una onorevole via d’uscita. In qualsiasi caso non voleva sfigurare agli occhi della ragazza. “Mi aspetto qualcosa in cambio” disse infine. Nel peggiore dei casi, se le cose fossero andate storte, non poteva che uscirne più pulito di prima, e forse il ragazzo si sarebbe anche salvato. Certo, avrebbe dovuto rinunciare a una scopata irripetibile, ma non sarebbe certo stata tra quelle occasioni perse che si rimpiangono in punto di morte. Non dopo quarantacinque anni di astinenza intervallata da poche miracolose mete. Senza contare il fatto che era quasi certo di non riuscire a gestire la ragazza. O di volerla gestire. Affatto. “Avevo qualcosa in mente” gli disse Ruth avvicinandosi e sussurrandogli qualcosa che non avrebbe mai creduto di poter dire a voce alta. Todd aveva sempre pensato che succedesse solo nei film o nei racconti, ma sentì le papille gustative stimolarsi e costringerlo a deglutire più volte. Con quella proposta il timore della prestazione poteva essere archiviato. Ruth in realtà voleva semplicemente trovarsi da sola con il ragazzo per qualche minuto, giusto il tempo di capire se fosse realmente un orfano e di persuaderlo alla fuga. Avrebbe atteso che Todd gli parlasse e, nel caso il ragazzo non avesse cambiato idea, sarebbe intervenuta mentre il custode raggiungeva la stanza dalla quale si dirigevano tutti i riti funebri, ufficiali o meno. “D’accordo” assentì Todd. “Mi aspetto che rispetti la sua parola.” Ruth gli rivolse un sorriso da attrice. Voleva umiliarlo e non era affatto certa che la strada che aveva voluto intraprendere la aiutasse nell’obiettivo. Ormai si sentiva ingarbugliata in una situazione votata all’assurdo, ma in quel momento voleva solo che tutti uscissero dal mausoleo senza alcun graffio. Valeva persino per il custode.

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“Va bene” disse Todd con le sopracciglia aggrottate. Preoccupate forse. “Mi aspetti qui.” Si voltò e rientrò nel mausoleo. Ruth ovviamente non seguì il suo consiglio; avanzò e si piazzò dietro la stessa colonna che aveva fatto da nascondiglio al custode. Todd proseguì senza preoccuparsi del rumore dei propri passi e raggiunse il centro della cupola, a circa cinque metri dal punto in cui sostava il ragazzo, col capo in ascolto oltre le dune della Luna. “Paolo” lo chiamò il custode. Il ragazzo si voltò soltanto per un paio di secondi. Aveva circa la stessa età di Paolo, ma ovviamente non era lui. Il suo viso, angelico, commuoveva tanta era la sua bellezza. Non disse nulla e tornò a guardare l’orizzonte nero della Luna. “Paolo, se vuoi posso mostrarti come fare” disse Todd avvicinandosi di qualche passo. Gli batteva il cuore all’impazzata. Non lo sapeva, ma il ragazzo poteva udirlo e non si poteva dire che non gli desse fastidio. Il custode cominciava a sentirsi irrequieto. Sentiva in arrivo una brezza che avrebbe soffiato via il castello di carte che lui e Ruth avevano costruito sino a quel momento. Qualcosa in quel momento puzzava di cattivo presagio. “Paolo, puoi anche uscirne dignitosamente, posso aiutarti.” Al diavolo la proposta della ragazza. Voleva chiudere con quella situazione il prima possibile. “Non dirò niente a nessuno, torniamo io e te al dormitorio e nessuno verrà a saperlo.” Ruth aveva osservato tutta la scena da dietro la colonna. Non aveva riconosciuto il volto del giovane ma, nel preciso momento in cui l’aveva visto, aveva pensato che qualcosa potesse volgersi contro di loro. Si sentì come un cane impaurito che ha udito l’annuncio di una disastrosa calamità. “Todd” lo richiamò senza riuscire più a contenersi. “Finiamola, vieni via.” Il custode voltò la testa e la guardò sentendosi per la prima volta indifeso, in balia di due forze opposte. Aveva giocato terribilmente male. “Todd, torna indietro!” Qualcosa finalmente scattò anche in lui e lo convinse a voltarsi proprio nel momento in cui udì la parete di vetro armato scattare e scorrere troppo velocemente verso l’alto. Il suo torace scivolò nello stesso istante a terra, come se qualcosa gli avesse tranciato le gambe con violenza. Arrancò e tentò di afferrare la pietra del pavimento mentre qualcosa lo risucchiava verso la superficie lunare. Todd non lo sapeva, ma visse la stessa sensazione che provano i paracadutisti nei primissimi istanti di caduta libera, quando il vuoto li inghiotte lasciandoli senza parole e pensieri. Ruth sopravvisse poiché stava osservando la scena schiacciata contro la colonna del mausoleo. Li vide entrambi schizzare lontano trasportati da un vento burrascoso che risucchiò tutto ciò che non era stato fissato all’interno della cupola. La forza della spinta fu talmente irresistibile che temette per la stessa colonna. I due rotolarono per diversi metri sul terriccio grigio come palle di fieno essiccate al sole. Todd si divincolò con orrore per diversi secondi, mentre il sistema d’allarme della Colonia riprese possesso del mausoleo e sigillò le pareti ricurve mettendo in salvo Ruth. Diversi sbuffi di ossigeno piovvero dall’alto e le permisero di respirare nuovamente a pieni polmoni. Guardò interdetta le due figure immobili fiondate oltre la soglia coloniale. Todd aveva già smesso di dimenarsi, il giovane suicida non aveva mai iniziato. Ruth lanciò un urlo stridulo quando vide il ragazzo alzarsi a rallentatore con la grazia di chi cammina con assenza d’atmosfera. Corse verso la parete mossa dall’istinto, pensando che ci fosse ancora tempo per salvarlo, ma si fermò senza capire, quando lo vide darle le spalle e camminare verso le dune. La ragione prese di nuovo forma solo quando capì che Todd era morto prima per uccidere, poi portare in salvo l’ultima macchina dalla Colonia. Ruth corse in cerca d’aiuto. 22

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Klaud aveva lasciato Domitilla al capezzale del padre; aveva sperato che il ritorno di suo fratello potesse confortarla dopo il tracollo di Samuele. Sebastiano aveva però iniziato a prendersi carico degli oneri di primo delegato e, agli occhi della sorella, sembrava solo incapace di ricordare che dietro quel guscio moribondo c’era ancora loro padre. Per lui sarebbe stato tutto più facile; era stato lontano per più di quindici mesi e non aveva assistito all’invecchiamento strabiliante di Samuele. In quel momento non poteva permettersi di soffrire, anche se tutti loro gliel’avrebbero concesso. Klaud camminò per le vie infreddolite di Marescoglio per circa quindici minuti prima di raggiungere il portico elegante di Enrico. Dalla finestra si intravedeva l’alone tremolante di qualche lume acceso e dall’alto s’alzava una colonna di fumo grigio che si perdeva poco oltre incrociandosi con le nuvole. Quella notte la temperatura sarebbe scesa e avrebbe ancorato la neve sulle pendici del cielo per qualche ora in più. Un giorno ancora e tutto sarebbe stato incantevolmente bianco. La vista ne avrebbe giovato, ma per tutta Marescoglio avrebbe solo significato più lavoro e fatica. I soli a gioirne sarebbero stati i piccoli allievi di Marla che avrebbero festeggiato l’arrivo dei fiocchi coi loro strilli spensierati. Oltre la soglia chiusa non si udiva alcun rumore. Klaud bussò ed entrò nella casa dopo aver atteso invano una risposta. Quando vide in che stato si trovava la ragazza, ripensò alla preoccupazione che aveva patito per Domi; le sue paure si erano concretizzate, ma sulla persona errata. Lena aveva ceduto. Quella stessa mattina l’aveva incrociata per strada dopo aver trascorso parte della notte in compagnia di Domitilla e di suo padre. L’aveva trovata bene, riposata persino. Ora, come per moltissimi uomini e donne prima di Lena, qualcosa doveva essere accaduto: semplicemente, inesorabilmente, si era allontanata. Rivedeva gli effetti della guerra nell’espressione di chi veniva nuovamente sconfitto. Per Lena era stata quella gravidanza inaspettata, o forse un forte litigio. Per molti era stata la solitudine e prima ancora la morte dei propri commilitoni. Qualsiasi cosa poteva colpire un uomo e riportarlo alla guerra che aveva tentato di dimenticare. Klaud non aveva mai visto reagire qualcuno per la seconda volta. La reazione avveniva, ma in senso opposto; senza aiuto, Lena si sarebbe lasciata morire. L’alternativa esisteva qualche chilometro a est, tra le terre abbandonate dei diseredati. La ragazza era sdraiata su un fianco contro lo schienale arancione di un divano immenso. Aveva lo sguardo fisso davanti a sé, per metà oscurato dalle lunghe ciocche ondulate dei suoi capelli ingovernabili. Aveva pianto per ore, e avrebbe anche continuato se il suo corpo non fosse prossimo alla disidratazione. Le maniche della veste logora erano macchiate da lunghe strisce di muco ormai secco. Lena non era mai stata una ragazza trasandata e quel particolare ferì Klaud. Le macchine continuavano a combatterli anche dopo la guerra; era come se, di fronte a loro, l’uomo si involvesse e si scoprisse indifeso. Il medico fece sdraiare Lena sulla schiena, le stese le gambe fino al bracciolo del divano e le mise un cuscino ricamato sotto la nuca. I suoi occhi erano aperti, privi di ogni luce; teneva le mani strette sopra il ventre rigonfio, nell’atto di difendere la piccola creatura che cresceva a ritmo vertiginoso. Klaud si chinò su di lei poggiando un solo ginocchio a terra, come per essere investito di una carica nobiliare. Le sistemò le ciocche ribelli e le girò dolcemente il capo, sperando che Lena riuscisse a metterlo a fuoco. Le pupille della ragazza tremolarono incrociando il volto del suo dottore. Lo riconobbe e gli afferrò i polsi della giacca in uno scatto soffocato. “Non voglio…” La voce era un sussurro rotto dal panico. “Lena, ascoltami.” Le accarezzava la testa parlandole con il tono rassicurante di un padreterno. “Non c’è nessun pericolo. Tu e il bambino starete benissimo. Stai tranquilla.” Lena lo osservava scotendo il capo, come aveva fatto due notti prima in preda dei forti dolori all’addome. “Ti aiuterò” continuò Klaud. “Parlerò con Daniele e Enrico se vuoi.” “No!” disse Lena riacquisendo tono. “No, non deve saperlo. Non voglio.”

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“Lena, ascolta. Meglio dirglielo prima che si accorga. Non puoi nasconderlo a lungo.” Lena strabuzzò gli occhi e strinse le labbra. “Non voglio questo bambino” disse a chiare lettere allungando il collo verso Klaud. “Ti prego, toglimelo di dosso…” Lo implorò e ricominciò a piangere senza lacrime percossa dai singhiozzi. Klaud non riuscì a placarla e dovette aspettare parecchi minuti prima che la nipote di Enrico tornasse in silenzio scossa solo da qualche timido lamento. “Lena, ti prego. Ascoltami. Non devi preoccuparti, sarò al tuo fianco quando avrai bisogno. Ora è importante che tu dorma e ti riposi. Domani mattina tornerò e parleremo con calma quando ti sentirai meglio. Non prendere decisioni che possano farti del male. Lascia che ti aiuti.” Lena aveva smesso di guardarlo a metà discorso. Fissava la parte superiore dello schienale domandandosi come fosse possibile che neppure Klaud fosse in grado di capire cosa le stesse crescendo dentro. “Se non mi aiuti tu, lo farò da sola” disse senza voltarsi. Klaud non era mai stato un campione di pazienza; al suono di quell’affronto sentì divampare nel collo lo sdegno di chi ode ignoranza e presunzione. Afferrò le spalle della ragazza e le parlò come se una pustola di rabbia gli stesse ribollendo in gola. “Ora ascoltami attentamente. Non osare.” Contenne l’impeto, ma fu comunque in grado di sortire un forte timore nell’animo già stremato di Lena. “Non osare perché moriresti anche tu tra dolori atroci. Te lo spiegherò perché sembra che tu non sia in grado di capirlo: tu sei sacrificabile, tuo figlio non lo è. Tuo figlio rappresenta l’unico miracolo accaduto in questi ultimi cinque anni. Sarà il primo di una nuova generazione di uomini sorta dopo la guerra. Senza le macchine. Senza il terrore delle macchine! Tuo figlio dimostrerà a tutti che sarà sempre la vita a imporsi, qualsiasi cosa accada. Sarà la nostra benedizione. Capisci?” Klaud ebbe l’impressione che Lena volesse elaborare tutte quelle parole prima di rispondere. Se avesse conosciuto i pensieri della ragazza, non avrebbe sprecato un altro minuto prezioso inginocchiato di fronte a lei. Ebbe spazzato ogni dubbio quando Lena lo osservò impassibile e gli vomitò addosso otto parole incattivite: “MIO FIGLIO È UN MOSTRO DEFORME DEL CAZZO!” Klaud si alzò e se ne andò dalla casa di Enrico prima di imporre una rovinosa obiezione sul volto di sua nipote. Allontanandosi con passo deciso, si ripeteva che la sorte di quella ragazza, al momento, non gli importava affatto. “Come è successo?” Sebastiano e Nate erano in procinto di attraversare le acque che dividevano il continente dall’isola. Il vecchio Damiano era tornato al suo posto di guardia dopo la breve visita all’avamposto. Li aveva accolti e equipaggiati con le attrezzature che li avrebbero aiutati nella traversata, giusto il tempo di rendersi utile prima di ritirarsi nell’antro gelido di una roccia poco distante. Non era mai stato loquace, ma l’incontro con la macchina sembrava avergli scurito persino l’allegra fisionomia. Daniele approfittò del silenzio del vecchio per trascorrere qualche minuto in compagnia di Sebastiano e Nate ed evitare di tornare alle immagini sgradevoli che avevano contaminato i ricordi di Anna e Lena. In quel momento stava maneggiando con la carrucola, cercando un solido appiglio sulla lunghissima fune che scorreva circa trenta centimetri sotto il livello dell’acqua. Sebastiano udì la domanda di Nate e distolse gli occhi pensierosi dai profili bui dell’isola. Al momento non voleva dar peso alle rivelazioni di Latta; l’audacia era il valore a cui voleva affidare la missione che li avrebbe visti raggiungere la loro sorella dispersa. Non volendo sovraccaricare il fato di aspettative, aveva deciso di accantonare momentaneamente il conteggio apocalittico della macchina. Non solo, lo scetticismo di Damiano aveva reso quelle verità stranamente sopportabili, come se la saggezza di quell’individuo strampalato fosse il giusto sostegno per contrastare il disegno infrangibile di una mente artificiosa. “Hai detto, scusa?” “Come te lo sei fatto.” Nate si stava indicando il naso. Tra tutti i presenti

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nell’avamposto era stato il solo a superare il turbamento e tornare all’indole spregiudicata di sempre. Sebastiano si toccò la garza che nascondeva la menomazione del suo volto. Incredibile, era da giorni che non ci pensava. Dal momento in cui si era guardato allo specchio in casa di Layla e sua figlia, prima di ricevere in consegna il globo con il seme di tre uomini ormai deceduti. Sorrise. Quella mutilazione poteva essere l’unico particolare che avrebbe potuto salvarlo e si era già dimenticato di renderla visibile. “Durante l’ultimo scontro, proprio qui, sul ponte di terra che collegava Marescoglio all’isola.” Indicò una struttura immaginaria alla loro destra che aveva collegato i due lembi di terra fino a più di due anni prima, il giorno stesso in cui Sebastiano aveva perso il naso e le macchine erano state isolate. “Ho visto un riflesso di luce e ho fatto giusto in tempo a scansarmi, prima che mi centrasse la testa.” Sebastiano aveva preso da parte Nate dopo la seduta esprimendo la gratitudine di tutti i delegati. Gli aveva illustrato il pericolo a cui sarebbe andato incontro se si fossero imbattuti nella fazione sadica delle macchine. Lo aveva fatto senza riconoscere il bizzarro privilegio di avere anch’egli il viso deturpato e confondibile. O forse non aveva neppure voluto dargli importanza, visto il sospetto di avere in volto un diversivo che non avrebbe ingannato proprio nessuno. “Doloroso?” “Non al momento.” Sebastiano ripensò alla prima volta che si era guardato allo specchio dopo la ferita. La luce dell’arma aveva cauterizzato le carni nell’istante dell’impatto. La precisione del taglio era disumana, avrebbe detto affascinante. “Poi ho pianto per giorni interi. Ma non per il dolore.” Nate immaginò la vergogna di possedere le fattezze di un morto vivente ed invidiò l’onestà di Sebastiano. Non aveva più avuto l’occasione di parlargli di cosa facesse prima della guerra ed ebbe in quel momento l’impulso irresistibile di raccontargli tutta la verità. Non lo fece solo perché furono interrotti da Daniele. Il ragazzo li aiutò a caricare le armi sulla piccola zattera che li avrebbe condotti sulla spiaggia dell’isola. Avevano a disposizione solo cimeli bellici sottratti a musei o esposizioni governative per fanatici guerrafondai del ventesimo secolo. Erano state le ultime armi a cui si erano affidati a guerra quasi terminata, quando l’armamentario più recente aveva semplicemente esaurito il proprio potenziale esplosivo. Daniele sapeva maneggiarle fin troppo bene per essere nato numerosi decenni dopo la loro uscita dal mercato bellico. Finirono le operazioni con una sacca di viveri e acqua e una piena di medicinali di primo soccorso fornita quasi a malincuore da Klaud. Il dottore non aveva mai avuto nulla contro Silvy, ma i medicinali iniziavano a scarseggiare e le date di scadenza, anche se lontane, lampeggiavano come un conto alla rovescia in attesa di una feroce carestia. Era il momento di imbarcarsi. Daniele li avrebbe spinti al largo lavorando con sudore sulla carrucola; poi sarebbe stato compito loro avvinghiarsi alla viscida fune che li collegava all’isola e trainarsi fino ad essa con la sola forza delle braccia. Nate fu il primo a salire; prima di seguirlo sulla zattera, Sebastiano si sfasciò la garza dal viso e se la legò al polso come se dovesse prepararsi ad un incontro di pugilato. “Che ne pensi?” chiese a Nate con un piede nell’acqua e uno sulla piccola imbarcazione. L’australiano riuscì a guardargli il volto sebbene la visione fosse quasi esclusivamente a portata felina. Non sapeva bene cosa rispondere, la sua espressione passava dall’indecisione al ribrezzo. Infine si liberò dell’imbarazzo sferrando una battuta che un tempo lontanissimo sarebbe valsa come contenzioso tra due duellanti imparruccati. “Che posso dire... sempre meglio che all’uccello, no?” Risero senza neppure temere che qualcosa sulla spiaggia opposta udisse le loro voci. Ne avevano bisogno e sapevano benissimo che quei rari momenti erano da cogliere senza rimorso. Milioni di macchine? Al diavolo, cameratismo, ecco quello che ci voleva. Daniele attese che Sebastiano e Nate si fossero sistemati a gambe incrociate sulla

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zattera, prima di far compiere alla manopola della carrucola qualche giro completo. I piccoli tronchi affiancati e legati assieme si mossero e presero lentamente il largo, agevolati dalla forza dei due uomini che trasportavano. Proprio quando il ritmo aveva già imposto la propria marcia, Daniele si fermò colto da un tentennamento e frenò l’avanzata della zattera distante ormai quasi cinque metri. “Fermi! State fermi!” sussurrò sopra le onde. Sull’imbarcazione i due uomini rimasero in silenzio in balia del mare e delle sculacciate saline. Si guardarono attorno, sopra e sotto senza cogliere alcun movimento sospetto. Perché ci siamo fermati? stava per domandare Nate. “Shhh, ascolta” disse Sebastiano deviando le loro attenzioni verso ovest. Un ronzio cupo proveniva dalle pendici dell’isola, come se alla sua fonte ci fosse un piccolo motore in avvicinamento. Il rumore crebbe di intensità e li fece presto ricredere sulla sua origine. Non proveniva dal mare: proveniva dal cielo. Assunse le sembianze di un tuono perpetuo, come se fosse prodotto da un rullo di tamburo dalla frequenza impazzita. Divenne talmente forte da stordirli e smuovere le acque come un piccolo maremoto. Alla fine comparve. Prima come lontana luminescenza, poi come bagliore di fiamme ed esplosioni. Superò l’isola a una velocità tale che avrebbe avuto la forza di stenderli se non si fossero già trovati seduti e in equilibrio. Daniele, sulla spiaggia, cadde in ginocchio incredulo. Una nave astrale in fiamme tagliò il cielo a poche centinaia di metri di quota e svanì, seguita dal suo rombo assordante oltre la costa. Perdeva un liquido infiammato che formò in cielo lunghe ali di fuoco in picchiata che si sarebbero posate al suolo lasciando una pista di terra bruciata. Sebastiano e Nate afferrarono la fune e si trascinarono con impeto sulla sabbia raggiungendo Daniele e il vecchio custode in preda al fermento. Li aiutarono a scendere e a riportare all’asciutto il carico di provviste e armi. In lontananza si udiva ancora il tuono della nave in fuga. “Dobbiamo raggiungerla!” urlò Sebastiano sovrastando il forte fischio che gli occupava i timpani. Nate annuiva e guardava in cielo le ultime tracce delle ali infuocate. Fortunatamente si spegnevano prima di toccare il suolo e non ci sarebbe stato il rischio di incendi o feriti. “E Silvy?” chiese Daniele con sguardo ancora poco lucido. Conoscevano la risposta. Era nelle statistiche che Ermanno aveva illustrato durante la seduta di quel pomeriggio. Se la questione si risolveva semplicemente nei numeri e nella sopravvivenza, Silvy in quel momento contava uno, e uno non era abbastanza. Sulla nave astrale avrebbero potuto trovarsi centinaia di persone, indispensabili per il ripopolamento degli uomini. “Silvy deve aspettare!” concluse Sebastiano. “Ora dobbiamo concentrare tutti i nostri sforzi sulla nave. Andiamo!” Si inerpicarono tutti e quattro sulle ripide scale ricavate dagli scogli e raggiunsero la sommità dell’avamposto, poco lontano dalla tenda in cui Enrico e Ermanno stavano ancora conversando con Latta. Li trovarono all’esterno concitati e lieti di riavere Sebastiano e Nate a portata di decisione. “I coloni!” disse loro Enrico correndogli incontro con il dito puntato verso il cielo. “La nave dei coloni, avete visto?!” Si ritirarono nella tenda dell’avamposto cercando di smaltire l’adrenalina con sbuffi eccitati, come se dovessero depressurizzarsi per evitare l’esplosione. Latta era stato adagiato sul tavolo in uno stato comatoso; in una piccola scatola di gesso al suo fianco erano custoditi il cubo di cristallo e il surrogato di stagno. Per ora sarebbe rimasto in silenzio. “Cosa facciamo?” chiese Enrico. “Dobbiamo raggiungere la nave al più presto e sperare che ci siano dei sopravvissuti” disse Sebastiano. “Seguiremo le tracce lasciate dal liquido in fiamme. Non sarà difficile, ma dobbiamo muoverci prima della neve.” “La Deuvan” suggerì Nate. “La nave viaggiava già a bassissima quota e non sarà molto distante. Possiamo raggiungerla in poche ore.”

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“Perfetto. Può portare cinque passeggeri, giusto?” “Esatto.” “Io, Nate e Klaud” decise Sebastiano contando con le prime tre dita della mano. “Ermanno e Enrico, preferirei che rimaneste qui e continuaste a interrogare la macchina. Siete d’accordo?” Annuirono senza esitazione. Ermanno sembrò il più sollevato. “Daniele, corri da mia sorella. Ci ritroviamo fra quindici minuti in paese. Abbiamo bisogno di altri due volontari.” Daniele si fiondò fuori dalla tenda e corse a chiamare Domitilla; con lei avrebbe trovato anche Klaud. “Damiano, se la sente di tornare sulla spiaggia? Silvy potrebbe mandare altri messaggi e voglio che qualcuno di fiducia sia presente. Manderò presto altre due persone che le daranno il cambio.” Il vecchio annuì con serietà, ma volle aggiungere qualche parola: “Daniele, il ragazzo: non portatelo con voi.” “Per quale motivo?” Un interesse particolare si accese nella domanda di Enrico. Voleva essere a conoscenza di tutte le voci che circolavano sul giovane che aveva scelto sua nipote Lena. “Nulla di particolare” minimizzò Damiano. “Ma ho trascorso qualche tempo con lui e non sarebbe all’altezza. Fidatevi di me. Come per quella macchina. Non ascoltatela.” Sebastiano avrebbe voluto interrogare a fondo il vecchio, ma il tempo delle domande era terminato. Dall’ultima volta che lo aveva visto, quindici mesi prima, la sua personalità aveva subito una vera e propria metamorfosi. L’anziano lunatico e stravagante aveva lasciato il posto a un suggeritore assennato e accorto, come se il giullare di corte si fosse mascherato da sovrano. Il tempo della chiacchierata non era ancora giunto. Ora la priorità erano la nave e il salvataggio dei coloni schiantati. “Va bene” acconsentì Sebastiano. “Ma voglio che sia presente a tutti gli interrogatori di Latta e che li aiuti a formulare le domande esatte. D’accordo?” Damiano sorrise e assentì col capo. Li salutò tutti quanti e si diresse quindi verso l’uscita e il ripido camminamento di scogli neri che portava alla spiaggia. “Venite con noi” disse Sebastiano ad Enrico e Ermanno. “Continuerete domani quando Damiano sarà presente.” “E la macchina?” chiese il fabbricante di nuvole. “Lasciatela qui” decise Sebastiano dopo qualche secondo di riflessione. “Dobbiamo correre il rischio. Portatevi dietro i suoi due cervelli. Speriamo solo che non abbia in serbo altre sorprese.” Chi aveva l’età per farlo, corse e raggiunse la piazza già brulicante di Marescoglio su cui sorgeva una modesta chiesa di paese e un edificio in disuso ad essa arroccato. Altre costruzioni occupavano il perimetro della piazza; in quei luoghi una volta, molto prima della guerra e delle macchine, avevano sfornato pane, cucinato delizie pasticcere e venduto rimedi farmaceutici. Rimanevano solo le insegne dipinte e mano a grossissimi caratteri con uno stile fuori dal tempo. Alcuni edifici erano stati resi abitabili, altri attendevano solo che viandanti affaticati decidessero di stabilirsi e adottare una nuova casa. Nate e Sebastiano notarono subito due figure torreggiare sul vociare degli abitanti elettrizzati; Petr e Otto li stavano attendendo fiduciosi, l’uno col sorriso sul volto, l’altro col muso ingrugnato. Il cane avrebbe voluto salutare il padrone con maggiore enfasi, ma decise di tenersi da parte finché il suo fiuto non avesse rintracciato aromi di normalità. Stava accadendo qualcosa di grande e preferiva attendere che gli umori si calmassero. Li raggiunse anche Marla e, poco dopo, Daniele seguito da Domitilla e Klaud già equipaggiato con un baule enorme riempito di medicinali e chissà che altro. Fu un consulto molto veloce, interrotto dalle ripetute domande di chi era stato destato nel cuore della notte dal fulmine infuocato che aveva attraversato il cielo. I delegati si divisero i compiti e decisero di partire in tre, lasciando due posti vacanti sulla Deuvan che avrebbero potuto trasportare chi aveva la precedenza tra feriti o passeggeri della colonia. Con Samuele e Nubio fuori gioco, Domitilla occupata a prendersi cura del

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padre e Enrico in veste di supervisore, rimaneva una scelta obbligata su chi avrebbe afferrato le redini di Marescoglio. “Marla, te la senti?” chiese Sebastiano prendendo da parte l’insegnante. “Non ti preoccupare” lo rassicurò lei. “Non posso dirlo, ma avrò Domitilla e Enrico al mio fianco. Farò del mio meglio.” “Grazie” la ringraziò Sebastiano trasmettendole tutta la sua fiducia con un sorriso e un abbraccio. Si salutarono con la fretta di chi teme di perdere la coincidenza di una vita. Promisero di rivedersi e di portare con sé carne fresca per ricominciare a vivere e prosperare. Petr si commosse persino quando dovette separarsi da Nate. “Occupati di lei” gli disse l’australiano indicando Domitilla impegnata a rassicurare una delle poche famiglie di Marescoglio. “Fai il fenomeno. Dobre?” Petr gli sorrise con gli occhi arrossati e lo abbracciò di nuovo. “Yes!” rispose ridendo. “Yes!” Sebastiano si accostò alla sorella e le disse parole che nessun altro poté ascoltare. Ebbero l’effetto di scioglierle tutti i sorrisi e le parole truccate portandola a liberarsi di una serie di singhiozzi rumorosi e tormentati. Ma quello non fu un pianto disperato, fu la rinascita di una sorella ritrovata e la preoccupazione di trovarsi nuovamente sola. I tre in partenza si incamminarono impacciati dal carico di Klaud e, insieme ad Enrico e Ermanno, raggiunsero i casolari alle porte di Marescoglio dove avevano posteggiato la Deuvan, che tutto si sarebbe aspettata, fuorché di rimettersi in cammino sulla stessa strada da cui era appena giunta. L’ultimo suono che udirono prima di accendere il motore fu il guaito di Otto che li raggiunse inaspettato e li salutò augurando loro di tornare a casa sani e salvi. Solo quando le luci della Deuvan non furono più visibili, tutti gli abitanti infreddoliti tornarono nelle proprie case. Solo i bambini ed altri pochi fortunati riuscirono a prendere di nuovo sonno. 23 In quel momento Charlie sperava solo che i pannelli dello scudo termico reggessero; poi avrebbe sperato che i reattori frenanti funzionassero a dovere; solo alla fine si sarebbe preoccupato di cosa avrebbero trovato a terra. Aveva deciso di terrorizzarsi un passo alla volta. Non riusciva a reagire come stava facendo Damiano, sereno, con il proprio boccale di gomma stretto tra i denti; riusciva a sorridere e a strizzargli l’occhio di tanto in tanto. E grazie a Dio non si era lasciato sopraffare dal panico come aveva fatto Nikolaj. Il loro compagno di viaggio era come in preda a una febbre ecumenica: sudava e mormorava dentro il suo boccale qualche preghiera assolutrice. Dal colorito paonazzo, Charlie immaginò che stesse esaurendo i nomi dei santi a cui votarsi. Stava accadendo. Era quasi giunto il momento che stavano attendendo da cinque anni. La Terra si sarebbe finalmente svelata e le loro tre vite erano appese a una scialuppa di salvataggio che li avrebbe depositati dove i venti avrebbero voluto. La plancia di comando era stata sigillata. I soli ad uscirne erano stati Charlie e Nikolaj grazie all’intervento del Comandante a cui era stato accordato il pieno controllo della nave astrale. Marek, contenuta l’isteria, era stato confinato in un posto vacante e lì se ne stava, mansueto, riflettendo su quanto era accaduto. Il buon senso gli era tornato consigliere e lo aveva messo in guardia di non aprir bocca fino al momento in cui sarebbe stato di nuovo in grado di rendersi utile. Dopo qualche screzio, il Comandante aveva dato ordine di rimanere ai propri posti e di non lasciar trapelare alcuna verità all’equipaggio. L’obiettivo era quello di contenere i tentativi di sovversione e di fuga che avrebbero potuto mettere in ulteriore pericolo l’incolumità della nave. Charlie e Nikolaj erano stati scortati fuori per potersi unire a Damiano di ritorno dalla ricognizione nelle stive. Davon li aveva raggiunti sul piccolo ponte che sovrastava la plancia e li aveva condotti all’esterno della zona ad accesso limitato in cui non avrebbero nemmeno potuto mettere piede. Era stato a quel punto che aveva esposto

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loro quanto escogitato insieme al Comandante: Charlie, Nikolaj e Damiano avrebbero affrontato il rientro atmosferico in una scialuppa di salvataggio e si sarebbero separati dalla nave solo a pochi chilometri dal suolo. Era estremamente pericoloso, ma sarebbero stati i soli ad avere una probabilità in più; di morte o di salvezza, questo era ancora da vedere. Charlie aveva sentito un forte tremore alle gambe quando Davon li aveva salutati e aveva augurato loro buona fortuna. “Ritroviamoci presto” aveva detto. “State attenti.” Nient’altro. Nessuna parola di incoraggiamento o d’addio. Il ragazzo non riusciva a credere che il loro incontro sarebbe finito così, con una manciata di formalità. Nikolaj l’aveva trascinato lontano imprecando a gran voce e aveva comunicato a Damiano le novità della missione attraverso l’auricolare che aveva ancora all’orecchio. Si erano ritrovati coi volti tesi all’altezza dei loro appartamenti quando mancavano poco meno di tre ore all’impatto con l’atmosfera terrestre. Avevano recuperato tre larghi zaini che avevano riempito di vestiti pesanti, medicinali, qualche apparecchio elettronico di Nikolaj e una scorta consistente di cibo sottratto alla dispensa delle cucine. In meno di un’ora si erano nuovamente ritrovati fuori dal portello che li avrebbe ospitati nella loro discesa verso la Terra. Damiano aveva verosimilmente fatto visita a Davon e al Comandante, poiché tornò con una sorta di sacca rigida, dentro cui erano stati disposti con precisione i loro fidi compagni di spedizione: una serie di armi da guerra di piccolo taglio che Charlie non avrebbe neanche saputo maneggiare. Gli ingressi delle scialuppe non erano lontani dalle stive; anch’esse posizionate sui fianchi meridionali della nave, potevano contenere circa trecento passeggeri tra ufficiali ed equipaggio non qualificato. L’interno era piuttosto spoglio: la capienza massima era di otto o dodici persone distribuite su due file di sedili dal tessuto grezzo. Sopra e sotto il passeggero, due ampi vani imbottiti contenevano generi alimentari di prima necessità, una cassetta di pronto soccorso, una piccola imbarcazione gonfiabile con salvagente annesso, un estintore di piccola portata e le istruzioni antipanico che accompagnavano i viaggi dell’uomo da innumerevoli decenni. La scialuppa, questo era certo, li faceva sentire a loro agio. Charlie e Nikolaj sedevano vicini, Damiano era loro di fronte. Si erano bardati per l’atterraggio secondo la prassi d’emergenza: cinture spesse mezzo centimetro a tripla sicura attorno al busto, al petto e all’altezza dell’inguine; braccia e gambe ben salde in apposite bardature antivibrazione; un collare di spugna espansa che avrebbe impedito al collo di spezzarsi prima del tempo e un lungo boccale di gomma trasparente che avrebbe permesso la respirazione anche sott’acqua o in condizioni d’asfissia totale. Charlie aveva pensato che Damiano fosse il tipo d’uomo da ironizzare sulle precauzioni e sfidare la sorte non appena ne avesse avuto l’occasione; ma quando lo aveva visto sedersi e assicurarsi al sedile con calma fredda e distaccata, si era sentito come soggiogato dalla fortuna e aveva anch’egli lavorato in silenzio per dare una possibilità al proprio corpo di uscire da quella scialuppa con il minor numero di graffi possibile. Si stavano guardando senza parlare, tre uomini su nervi tesi, imboccati d’ossigeno da un invadente cordone ombelicale di gomma. Riuscivano a guardarsi le dentature storpiate attraverso il morso del boccale; la salivazione, prima alle stelle, era del tutto svanita e aveva lasciato la loro bocca arsa come dopo due lunghe boccate in un camino rovente. C’era un’apertura ovale lunga quanto un uomo giusto ai loro piedi, tanto per rendere lo spettacolo dell’emergenza ancora più elettrizzante. In quel momento, sotto di loro, non vedevano nulla. Sarebbero precipitati attraverso la notte terrestre senza conoscere la conformazione del punto di atterraggio. Come tempo di riferimento avevano in aiuto una sorta di altimetro che li avrebbe avvisati del momento esatto per lo sgancio della scialuppa dalla nave. Damiano diede una lenta occhiata all’orologio che portava al polso e tirò un lungo sospiro per allentare la tensione. “È ora” disse attraverso il boccale. Charlie sentì il cuore tuffarsi nel suo stomaco e nascondersi dalla paura. Nikolaj si agitò sul sedile come per fuggire dalla scialuppa e

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li guardò con l’espressione di chi non vuole morire. Stavano per entrare nell’atmosfera terrestre e presto avrebbero raggiunto velocità impensabili persino per un dio volante. Charlie aveva studiato la conformazione della Terra e dei gas che la circondavano. A quel punto avevano già superato l’esosfera, lo strato più lontano e rarefatto in cui si disperdevano particelle solari in forma di idrogeno ed elio, e si apprestavano a percorrere l’ultimo tratto della termosfera. Per raggiungere il suolo del pianeta avrebbero impiegato all’incirca venti minuti, una stupefacente nullità di tempo se si considerava che si trovavano ancora a circa centocinquantamila metri dalla Terra. La nave non dava alcun segno di movimento, era stabile come se stesse percorrendo una rotta nello spazio. Si resero conto dell’attrito con i gas atmosferici quando iniziarono a comparire piccoli e fugaci baleni di luce proprio a contatto con la scialuppa. Charlie li guardava affascinato, non riusciva a credere di essere sulla nave e di sfrecciare realmente nei cieli del pianeta madre. A circa centotrenta chilometri dalla superficie iniziarono a udire una lieve vibrazione nelle ossa degli arti e del cranio. La temperatura all’esterno stava per raggiungere i 1.400 gradi; lo scudo termico, svolgendo il suo lavoro, si sarebbe presto abbagliato e avrebbe illuminato il profilo della nave visibile persino dalla Terra. Sarebbero parsi come una cometa cadente e si sarebbero persi in un lampo dietro l’orizzonte. Charlie sperò che gli occhi che li stavano osservando avessero terminazioni nervose e vasi sanguigni. In pochi secondi furono illuminati da una luce opaca e giallastra che veniva dal basso. Non distinguevano più nulla, a parte lugubri cigolii della scialuppa e tonfi irregolari che sconquassavano la nave chissà dove. Trascorsi circa quattro minuti, il suolo distava ancora più di cento chilometri. Il pensiero della velocità faceva girare la testa: 24 mach, quasi 28.000 chilometri orari. Eppure Charlie iniziava a sentirsi quasi deluso dal rientro; aveva pensato di venire sballottato e percosso su quel sedile sino allo svenimento. Il solo fastidio che provava era un lievissimo mal di testa e una vibrazione tra le arcate dentali. Persino Nikolaj aveva smesso di borbottare e guardava affascinato le macchie di colore caldo che animavano il lungo oblò della scialuppa. Dopo circa dieci minuti dall’impatto con l’atmosfera, le temperature dello scudo superavano ancora i 1.600 gradi centigradi, la velocità, sebbene supersonica, iniziava a diminuire e l’altitudine li separava ancora di 70 chilometri dal suolo. Al contatto con l’ozono, a meno di cinquanta chilometri di altitudine, il panorama si era fatto nuovamente tenebroso. Charlie seppe che, una volta penetrati nella stratosfera, avrebbero dato inizio alla fase finale, quella di rallentamento che faceva da preludio allo sgancio della scialuppa di salvataggio dalla nave. Raggiunsero il punto d’azione a circa venticinque chilometri dal suolo, a pochi secondi dall’ingresso nella troposfera, lo strato dei fenomeni meteorologici. Dopo 15 minuti di caduta e circa 370.000 kilometri dalla Luna, Damiano li guardò negli occhi e sorrise, cercando di trasmettere l’ineluttabile calma di chi non si aspetta altro che il destino. “Pronti?” Charlie annuì, seguito dal capo di Nikolaj. Respirarono lunghe boccate di ossigeno e si presero tutti la mano in segno di unione e di incoraggiamento. “Ora si balla” disse Damiano prima di tirare l’ultima leva di sei che li avrebbe liberati dalla nave astrale. Su udì un tonfo attutito, poi lo stridore di due metalli che si sfregavano con troppa insistenza. Dopo pochissimi istanti di quiete, la scialuppa si staccò dalla nave e i suoi occupanti ebbero la sensazione che il mondo intero si fosse capovolto loro addosso. Ruotarono e tremarono dentro un’apocalisse per circa venti secondi. Si fermarono solo quando la scialuppa si raddrizzò azionando sbuffi di propulsori frenanti sotto i piedi e ai lati dei tre passeggeri. A circa tremila metri di quota una sorta di fune bianca si srotolò sopra di loro e liberò un compatto stabilizzatore che si rizzò a perpendicolo facendo da coda alla scialuppa. Avrebbe controllato la caduta permettendo ai quattro paracaduti di aprirsi senza avvolgersi assieme e mettere a repentaglio l’atterraggio. Si aprirono in successione oraria, scuotendo la scialuppa con una brusca virata che seguiva lo stesso senso. Fu

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una frustata che avrebbero ricordato per molti giorni sulle spalle e nell’inguine sinistro. Quando Charlie temeva ormai di cedere alla nausea dopo innumerevoli dondolii, la scialuppa si placò e iniziò a scendere sulla Terra con la grazia di un paracadutista di lunga data. Non ebbero il coraggio di parlare per lungo tempo. Sollevavano occhi e sopracciglia come per captare il rumore sospetto che avrebbe squarciato a metà la scialuppa. “Ce l’abbiamo fatta…” Nikolaj sembrava incerto se porre una domanda o un’affermazione. I tre della scialuppa guardarono attraverso l’oblo in religioso rispetto. Non erano mai stati così vulnerabili; in quel momento missili o marchingegni infernali avrebbero potuto investirli e vaporizzarli in pochi millesimi di secondo. Eppure concentravano l’attenzione altrove, proprio sotto di loro. Non c’erano acque pronte a inghiottirli, ne erano stati assolutamente sicuri dopo una prima sbirciata. Videro strade, case ed elettricità. Tanti piccoli agglomerati urbani che, dalla loro altezza, parevano minuscole galassie sparse in una fitta trama nera. A collegarle un’unica fila di luci bianche che stavano ad indicare una strada o una ferrovia. Vivevano. Tante piccole città vivevano. L’uomo viveva, ricostruiva. La loro speranza rinasceva insieme alla consapevolezza di sentirsi nuovamente salvi. Charlie pensò a Ruth e a quello che avrebbero detto i suoi compagni orfani quando si sarebbero riabbracciati al sole, e lo avrebbero trovato abbronzato, per la prima volta sotto un cielo sereno. Nikolaj pensò a sua madre che aveva creduto morta per anni, ma che forse lo aveva persino visto cadere dal cielo sotto forma di un scintillante tizzone infuocato. Damiano pensò invece alla nave, a Davon e all’equipaggio, chiedendosi perché mai gli uomini avrebbero dovuto guidarli in silenzio verso la loro ignota destinazione. Un malfunzionamento delle comunicazioni? Non aveva senso… La discesa sarebbe durata all’incirca mezz’ora, giusto il tempo di rendersi conto di dove sarebbero atterrati e di prepararsi di conseguenza. Tennero a portata di mano gli zaini che rifocillarono con quanto di più utile riuscissero a trovare negli scompartimenti della scialuppa. Erano pronti quando dovevano coprire ancora circa cinquecento metri per raggiungere il suolo. La fortuna li aveva finalmente assistiti: stavano per posarsi su un terreno buio lontano da qualsiasi fonte di luce. Secondo i calcoli a occhio nudo di Nikolaj il centro più vicino sarebbe stato a un chilometro di distanza, forse mezzo di più. Una meravigliosa sensazione di trionfo stava alleggerendo gli animi e distendendo i loro volti, senza che niente potesse fermarla. Damiano li mise più volte in guardia, cercando di riportarli coi piedi per terra, in senso figurato. Più pensava al rientro della nave, maggiore era il formicolio che continuava stuzzicargli l’emisfero pessimista del cervello. Quei centri illuminati non significavano nulla, potevano anche essere stati momentaneamente attivati dalle macchine come esca per attirare chiunque fosse scampato all’aggancio pilotato della nave astrale. “Non siamo ancora in salvo” lo richiamò a un sorriso di troppo. “Troviamoci un posto in cui nasconderci e non fidiamoci di nulla. Potrebbe essere solo una messa in scena delle macchine. Aspettiamoci il peggio. D’accordo?” Furono d’accordo, anche se l’eccitazione del rientro li aveva ormai colti e addolciti con pensieri di famiglia e di vittoria. Charlie e Nikolaj attesero trepidando che la scialuppa portasse a termine la discesa. Non avevano idea di quanto mancasse alla superficie e l’impatto col terreno li colse troppo presto e di sorpresa. Sarebbero sopravvissuti. Ruotarono insieme una sorta di timone che aveva sigillato la scialuppa a 385.000 chilometri di distanza, nello spazio, un centinaio di ore prima. Sbloccarono altri tre sistemi di chiusura ermetica, poi bastò solo una leggera spinta e il portello si aprì con un soffio e il frinire di un grillo di campagna. La notte terrestre li colpì alle narici con fragranze forti e affascinanti. Charlie non seppe resistere e si mise a ridere dalla gioia. 24

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La pista non fu difficile da seguire. Per il primo tratto, tennero i fari della Deuvan puntati contro le tracce fumanti del liquido caduto dal cielo. Dopo un paio d’ore, quando i fumi erano svaniti, percorrevano un altopiano spruzzato di neve dove erano perfettamente visibili le chiazze liquefatte disegnate dalla nave coloniale. Dovettero deviare il percorso più volte e aggirare un paio di cittadine che avrebbero solo rallentato la loro corsa. La Deuvan si stava rivelando un agile e affidabilissimo mezzo di trasporto; avevano a disposizione circa dodici ore di guida ininterrotta prima che la batteria iniziasse a singhiozzare. Il sole sarebbe comunque sorto molto prima. Dopo sette ore tra strade e passaggi ripidi e impervi, il cielo a est iniziò a schiarirsi e permise loro di rendersi effettivamente conto di dove si trovassero. Quando Nate riconobbe il paesaggio intorno, iniziò a dannarsi e imprecare sottovoce. “Maledizione…” Lo usava di continuo, benché il damn della sua lingua madre gli riempisse meglio la bocca. Stava guidando con due occhi davanti a sé e altrettanti attraverso i finestrini della Deuvan. “Hai visto qualcosa?” chiese Klaud sporgendosi tra i sedili anteriori. “Sono già passato da qui…” Batté un pugno sul volante. “Avrei dovuto capirlo!” “Capire cosa?” chiese Sebastiano. “Siamo vicini al paese in cui abbiamo trovato Latta. Come si chiamava…” “Sei sicuro?” “Si. Aspetta.” Nate allungò il collo verso destra e strizzò gli occhi per orientarsi al meglio. “Là.” Indicò una collina solitaria che si gonfiava da terra trenta minuti davanti a loro. Quando vi era passato insieme a Petr, non aveva notato la singolare conformazione dell’altura. Spuntava da terra come una bolla a metà; il profilo simmetrico e circolare urlava ai loro occhi l’intervento di un progettista e di un costruttore. “E’ lo stesso posto in cui hai trovato questa bellezza?” Klaud si riferiva alla Deuvan. “No” rispose Nate. “Il laboratorio disterà meno di cento chilometri. Questa sembra una succursale.” Minore era la distanza che li separava, maggiore era il sospetto che dentro quella collina fosse stato nascosto qualcosa di spaventosamente grande. Quando la luce permise di vedere con più chiarezza, scorsero una macchia nera sul versante della collina a cui stavano andando incontro; sopra di essa un filo attorcigliato di fumo nero stava formando una nebbia leggera che si sarebbe molto presto diradata. Non videro fiamme, ma erano ormai trascorse parecchie ore dalla collisione ed era probabile che il fuoco fosse stato sedato dalla neve e dalla temperatura inferiore di parecchi gradi allo zero. “Sembra che l’abbiamo trovata.” Sebastiano guardava il fumo come avrebbe guardato il monumento memoriale di un crimine. Nate li guidò sulla collina finché non trovarono lo stesso bivio che aveva imboccato qualche giorno prima con Petr. “Troncoraggio!” Ricordava il nome del paese di pietra in cui si erano fermati per rifocillarsi. Due chilometri più avanti vide il malconcio arco di legno su cui erano stati scolpiti il nome del paese e l’effigie della disgraziata alleanza tra l’uomo e la macchina. Contrassero tutti e tre le mascelle rivangando per l’ennesima volta il tradimento dei beniamini rivali. Seguirono la strada avvolti nel più assoluto silenzio e svoltarono più volte, finché non trovarono le larghe pietre del viale a ciottoli che conduceva a Troncoraggio. Nate fermò la Deuvan di stucco. A parte i primi incastri, il resto delle pietre era stato divelto dalla potenza della nave in caduta. Le lunghe file di pini che avevano fiancheggiato il viale erano state sradicate e letteralmente spazzate lontano. Il terreno era stato rovesciato e ustionato ovunque, come se una recente colata lavica si fosse insinuata sulla collina e l’avesse deturpata con la forza di un fiume in piena. Gli addobbi di Latta erano stati bruciati o risucchiati dalla scia della nave in picchiata; solo qualche brandello colorato si era posato insieme al vento sulla prima fila di alberi risparmiati dalla caduta, troppo distanti per essere individuate. “Una pista!” esclamò Nate battendosi un pugno sulla testa. “Stava costruendo una pista!”

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“Come?” chiesero Sebastiano e Klaud sovrapponendosi. “Latta… Non erano semplici decorazioni. Stava tracciando una pista d’atterraggio per la nave…” Avanzarono con estrema cautela, ballando secondo il ritmo dettato dal terreno e dalle pietre estirpate. Giunsero alla fine del viale e trovarono una prima serie di edifici scoperchiati e rosicchiati fino all’osso dalla violenza della nave. Li aggirarono e trovarono altre costruzioni demolite a un’altezza ancora minore; così continuarono finché non raggiunsero il centro del paese e non la videro, immensa, impolverata e desolante. Era difficile pensare che solo la notte prima aveva tagliato il cielo animandolo con due cascate di liquido infuocato. “Avremmo dovuto portarlo con noi…” disse Nate rimettendo in moto la Deuvan. “Chi, Latta?” domandò Klaud scettico. “Ne sei sicuro? A quanto pare gli abbiamo rovinato la festa di benvenuto.” I festoni variopinti erano sparsi ovunque, esplosi insieme ai detriti e ai componenti dello scheletro aerospaziale. La nave astrale, quasi totalmente nera ad eccezione dei simboli rosso-grigi della Colonia, aveva interrotto il suo rovinoso atterraggio sul fianco di tre palazzi che Nate e Petr avevano perlustrato in cerca di viveri. Li aveva devastati completamente, radendoli al suolo e rivestendo la nave di enormi massi cubici di cemento e di pietra. Il muso del veicolo coloniale non era visibile, annientato o forse infiltrato nelle fondamenta degli edifici. Tutto il resto della nave sembrava sbuffare da ogni graffio della sua struttura, creando l’illusione che i motori roboanti della sala macchine si stessero surriscaldando per tornare presto a inveire di rabbia. “Stiamo molto attenti” disse Sebastiano sottovoce. “Se quello che pensiamo fosse vero, sono state le macchine a pilotarla. Restiamo uniti. Occhi ben aperti.” Smontarono dalla Deuvan carichi solo di tre armi da fuoco obsolete e due borse di pelle con medicinali e gli strumenti di lavoro di Klaud. Trovarono una sola via d’entrata agibile dopo aver circumnavigato tutta la nave: un portello incenerito, lasciato libero da una scialuppa di salvataggio durante il rientro atmosferico o l’impatto con la superficie. Fu una vera impresa. La nave si era schiantata su un fianco, lasciando esposta solo una parte del ventre meridionale che ora si trovava proiettata verso il cielo. Dovettero scalare il suo scheletro metallico aggrappandosi a lamiere sporgenti e cumuli di pietra pronti a sbriciolarsi alla minima pressione. Se la cavarono con leggere contusioni e fastidiosi tagli nelle mani. Si lasciarono cadere nel portello uno alla volta, aiutandosi e bisbigliando innervositi, come tre ragazzini che stavano per immergersi di soppiatto in uno scantinato infestato da leggendarie malvagità. Oltre il portello si ritrovarono a camminare sulla parete in pendenza di un lungo corridoio che dava accesso a tutte le scialuppe di salvataggio. Solo una minima parte dell’illuminazione funzionava a dovere, quando non reagiva a intermittenza secondo cali e ripristini continui di tensione. Fu piuttosto semplice orientarsi; trovarono mappe e indicazioni su ogni ponteggio che percorrevano. Durante i primi minuti trovarono difficile persino respirare, si acquattavano dietro ogni angolo e strisciavano con circospezione imprecando alle ombre o alle scintille provocate da qualche breccia nel sistema elettrico. Non videro anima viva o circuito animato. Fecero visita agli alloggi e a tutte le aree di aggregazione dove l’equipaggio avrebbe potuto rintanarsi in attesa dell’atterraggio; fu inutile. Chiunque avesse portato la nave sulla Terra sembrava essersi volatilizzato insieme a tutti i suoi occupanti. L’ispezione prese però una piega assolutamente diversa quando si imbatterono in un locale protetto e schermato delle stive; catalogate e suddivise per piccole celle, innumerevoli fiale di demorio attendevano di tramutare il proprio potenziale calorico in energia. Una parte del locale era stata distrutta e aveva permesso al liquido demorico di filtrare all’esterno della nave e di precipitare dal cielo come pioggia infuocata. Con ogni probabilità, la nave non era stata attaccata, ma aveva solo subito un danno durante l’attraversamento dell’atmosfera del pianeta. Le ali infuocate non erano state altro che gocce di demorio innescate dalla gravità e dall’accelerazione cinetica. Con la riserva di demorio ancora integra, avrebbero

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comunque avuto l’energia sufficiente per illuminare tutta la penisola italiana per un minuto intero. Sebastiano si concesse persino un momento per pensare alla fabbrica di nuvole di Ermanno e alla gioia di poter vedere tutte le sue ampolle metalliche in funzione. “La plancia di navigazione” decisero dopo che ogni perlustrazione non aveva portato frutti. “È l’unico posto della nave che deve essere stato occupato dal comandante o da chiunque l’abbia pilotata” aggiunse Nate con le mani sui fianchi. “Dove si trova?” Klaud era piegato sulle ginocchia e stava consultando la parete che aveva calpestato fino a un attimo prima. “Non è a prua?” Sebastiano immaginò di scendere fino al punto che era stato maggiormente distrutto dall’impatto. Sarebbe stato un inferno e non avrebbero di certo incontrato alcun sopravvissuto. “Esatto. Ma può essere ancora integra” insistette Nate. “Potrebbe essere solo interrata, non conosciamo la resistenza degli scudi.” Sulla mappa trovarono il luogo in cui sostavano, tracciando il percorso con un dito fino alla destinazione. Se non avessero trovato tracce di uomini o di macchine, sarebbero tornati nelle stive e avrebbero portato il primo carico di demorio a Marescoglio. Il piano era di dirigersi verso il laboratorio sotterraneo che aveva scoperto Nate, prelevare altre due Deuvan e tornare solo in seguito alla nave, con nuove forze per indagare sulla sparizione di tutti i coloni. Si rimisero in cammino notando che la pendenza era aumentata. Discesero tenendosi stretti l’un l’altro e aggrappandosi a qualsiasi appiglio trovassero lungo il ponte scarsamente illuminato. Quando vi giunsero, imboccando un’anticamera che si affacciava sulle porte della cabina, rimpiansero amaramente di aver preso quella decisione. Avevano trovato le tracce che stavano cercando. Tracce di uomo, tracce di sangue ancora fresco. Arrestarono la loro discesa parando i corpi altrui con le braccia, come avrebbero fatto con i propri figli dopo una brusca frenata in automobile. “Cristo” bestemmiò Nate guardando la pozza di sangue che si era depositata in un angolo dell’atrio inclinato. Si guardarono inorriditi, senza poter quantificare quante persone fossero state uccise. Il sangue era schizzato su ogni parete, soffitto o pavimento dell’atrio; dal colore delle chiazze, furono certi che quello scempio era stato compiuto solo dopo l’atterraggio. Poco avanti i corpi degli uomini uccisi avevano compiuto dei cerchi sulla parete su cui avevano camminato, segno di come fossero stati afferrati e trascinati nella plancia di navigazione. Le menti di Sebastiano, Nate e Klaud li apostrofarono di insulti e incoraggiamenti, spingendoli a voltarsi e scappare finché fossero stati in tempo. Non riuscirono però a muoversi. Il destino di tutti quegli uomini inchiodò le loro gambe davanti a quello spettacolo di crudeltà e li convinse a compiere gli ultimi passi senza dire una parola. Raggiunsero le porte della cabina evitando il contatto con qualsiasi materia organica, e dovettero afferrare e ergersi su uno stipite delle porte per entrare nella plancia. All’interno, tutte le strumentazioni non erano più funzionanti. La prua appuntita della nave era stata troncata via, materialmente scomparsa. Al suo posto trovarono un lastrone di pietra obliqua su cui poterono camminare finalmente ritti. “Siamo dentro un edificio” disse Nate ergendosi sulla fredda pavimentazione. Era stupefacente, erano ancora all’interno della nave, ma camminavano sul lastricato che aveva probabilmente rivestito lo scantinato di uno degli edifici spazzati via dalla sua prua. Le tracce di sangue continuavano fino al centro del pavimento in pietra, dove una apertura tonda si inabissava sotto terra rubando ogni forma di luce. Gli uomini uccisi o feriti erano stati trascinati e fatti inghiottire da quel pozzo di tenebra. Sebastiano e Klaud iniziarono a sudare freddo. Nate, al contrario, si chinò per studiare meglio quel piccolo cratere dalla forma perfettamente circolare. Si acquattò a leggera distanza, poi si fece scivolare prono a terra finché non si trovò completamente disteso con la testa che sorvolava il pozzo. Più che sulla pietra, Sebastiano ebbe l’impressione che stessero camminando sulla superficie di un lago ghiacciato; poteva quasi udire lo scricchiolio spaventoso dei loro passi incerti. Nate immerse il volto nel buco e si

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ritrasse quasi immediatamente ribaltandosi dalla nausea. “Uooh…” Era sbiancato e boccheggiava con le mani a terra. “Cosa c’è” chiese il medico affiancandolo. “Cos’hai visto?” “Niente. È tutto nero.” Li tranquillizzò facendo loro segno che era tutto a posto. “Aspettate.” Nate si avvicinò di nuovo al cratere, ma questa volta lo attraversò con il palmo aperto e lo fece riemergere raggiungendo il livello della superficie. Fece scivolare la mano più volte come se quella apertura fosse solo una illusione ottica e volesse pulire una lastra annerita. Nate sorrise e scosse la testa incredulo. “Mi passereste un po’ d’acqua?” Quando ebbe in mano una borraccia, fece cenno di guardare con attenzione e versò parte del contenuto nel pozzo. Fu come se il liquido fosse sospinto dal basso e tornasse in superficie con un gioco di rimbalzi, formando piccole onde concentriche, proprio come se avessero lanciato un sassolino in una pozza. Quando l’acqua versata si placò, notarono con meraviglia che aveva formato un piccolo specchio d’acqua sospeso nel vuoto. Nate ci giocò ancora e lo spazzò via con una manata maldestra. “Com’è possibile?” chiese Sebastiano esterrefatto. Incredulo, immerse anche la propria mano nel buco e tutto d’un tratto capì. Incontrò una forza invisibile che rallentò la caduta del suo braccio spingendolo fino alla superficie. La sua intensità era evidentemente pari a quella gravitazionale; se fosse stato altrimenti, l’acqua sarebbe rimbalzata lontana o l’avrebbero forse vista scendere a una velocità rallentata. Dopo che anche Klaud ebbe fatto la sua verifica, si alzarono e si domandarono come sarebbe stato meglio procedere. Le scie di sangue attorno i bordi del cratere li insudiciava di una premura ben poco funzionale. “Io scendo” annunciò Nate quando credette d’aver perso fin troppo tempo. Klaud guardò prima lui poi le tracce rossastre a terra; presto avrebbero assunto un colorito bruno e malsano. Sebastiano fece la stessa cosa ma non si espresse. Il medico stava per opporsi a quella decisione, o almeno fare un tentativo. Eppure non lo fece, stette in silenzio mentre Nate rovistava nel proprio bagaglio in cerca dell’attrezzatura più utile. Contro qualsiasi previsione, in cuor suo aveva già fatto una scelta che avrebbe presto maledetto. Ma, cazzo, non potevano più aspettare; non era più il momento. Se si fossero tirati indietro quando i primi frammenti di comprensione stavano per riunirsi, tutti loro sarebbero stati destinati a soccombere. Se Nate si fosse messo a rimuginare su ogni conseguenza, non si sarebbe mai calato nell’altro laboratorio, Sebastiano e gli altri quattro emissari non sarebbero mai partiti per l’Europa, Samuele non avrebbe mai deciso di crescere e prosperare a venti bracciate dagli ultimi nemici sopravvissuti alla guerra. In quel momento poco importava se là sotto avrebbero trovato tutte le macchine ancora attive di cui aveva parlato Latta. Aveva scelto di agire, avrebbe lasciato il rimorso a piedi in attesa di chi sarebbe venuto in soccorso a liberarli. Aveva anche voglia di scherzarci sopra. “Va bene” disse infine. “Scendiamo.” Sebastiano fu d’accordo. Non erano però sufficientemente equipaggiati, ma fortunatamente ora sapevano dove avrebbero trovato corde, luci e la strumentazione che li avrebbero aiutati nella discesa. Nelle stive, le casse con viveri e qualsiasi altro materiale erano state assicurate male e trovarono ciò di cui avevano bisogno sparso un po’ ovunque. Recuperarono persino tre caschi con piccoli faretti installati sulla fronte e l’attrezzatura di lavoro della squadra di speleologi che aveva superato lo spazio per studiare il suolo della colonia. Quando si sentirono al completo, riattraversarono la nave con la disinvoltura e la spudoratezza di chi non ha più niente da perdere. Tornarono nella plancia di navigazione e cercarono di assicurarsi l’un l’altro come meglio potessero fare. Legarono la coda della fune a una delle postazioni di comando ben fissate alla nave, forse la stessa in cui si era seduto il comandante. Nate era in testa, di seguito venivano Klaud e Sebastiano, distanziati di circa tre metri l’uno dall’altro. Si misero in spalla gli zaini alleggeriti per la discesa e si piazzarono in cerchio attorno al cratere nero. “Pronti?” chiese loro Nate con un sorriso gagliardo in volto.

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“No” rispose Sebastiano impassibile. “Scendiamo.” Si piegarono e si sedettero sul bordo dell’apertura non curanti di quello che avrebbero trovato sotto. Così, uno dopo l’altro, i tre di Marescoglio si calarono nel pozzo nero contro la gravità della loro stessa Terra madre. 25 Alan Lobe si sentiva un usurpatore. Aveva salutato il suo caro amico Davon al momento dell’imbarco, sperando che il suo timore non si concretizzasse; non così presto. E invece il silenzio, una volta ancora, lo aveva ricondotto laddove aveva abdicato quando era stato più giovane; allora sì, avrebbe avuto la forza di strigliare la Colonia. I sopravvissuti avevano bisogno di una guida nuova, un condottiero fiero, giovane e motivato. Alan Lobe, a sessantanove anni suonati, pensava solo a suo figlio e a cosa stesse andando incontro. Come forse per ogni occupante della Luna, era sbarcato sul satellite terrestre quasi per caso, dopo un dramma personale che gli aveva troncato il desiderio di vivere. All’età di cinquant’anni era stato eletto Commissario dei Diritti Umani del Consiglio d’Europa e per quattro anni aveva ricoperto l’alto riconoscimento con spirito giusto e carismatico. Si era scontrato con politici faziosi e spudorati e aveva agito – certo, il più delle volte - difendendo gli interessi della razza umana. Ma la sua carriera aveva subito un brusco arresto quando Claire era stata trovata senza vita dopo un attacco cardiaco. Claire, la sua giovane sposa. Alan Lobe era stato incredibilmente brutto; portava ancora i segni scavati di una terribile acne che lo aveva reso irriconoscibile persino agli occhi di molti cari, tra familiari e amici. Quando aveva iniziato a farsi un nome tra i Comuni di Sua Maestà Re d’Inghilterra, non era ancora stato con una donna, alla bellezza di quarantadue anni. Claire era una ragazzina di soli venticinque anni, un sogno; ai suoi occhi pura, dolce e sorridente, un fisico sodo e proporzionato. Quando si incontravano e lei gli camminava incontro, la mente di Alan Lobe viaggiava osservandole i capelli lunghi e biondi che le accarezzavano le guance, le curve del suo corpo saltare, le camicette sempre attillate alzarsi fin sotto l’ombelico mettendo in mostra la sua pelle liscia e scaldata al sole. Claire lo adorava, Claire era esattamente quello di cui Alan Lobe aveva bisogno: un’ammiratrice e un’amante, meravigliosa, che non provava alcun ribrezzo nel baciargli il volto brutto e butterato. L’aveva sposata dopo un solo anno di fidanzamento e avevano avuto un figlio dopo otto di matrimonio, quando Claire aveva ormai smesso di credere di poter rimanere incinta e Alan Lobe era appena stato eletto Commissario dei Diritti Umani. Claire ebbe un infarto nel sonno e morì a trentotto anni neppure compiuti, poco prima che il loro bambino avesse soffiato su quattro candeline. Alan Lobe aveva sempre avuto un sonno leggero e tormentato, ma quella notte aveva dormito profondamente e fatto sogni felici che ricordava ancora. Era ingiusto e terribile. Aveva provato la sensazione più repellente della sua vita al tocco della pelle morta di sua moglie: fredda e dura come un articolo da macelleria. Lui non si era neppure destato, lui era ancora vivo e quella notte aveva dormito da Dio. Dio… Avrebbe voluto essere ignorante, bestemmiare e biasimarlo per la sua perdita. Ma non era mai stato uno stolto e non aveva puntato il dito contro anima viva o eterna, neppure contro se stesso. Era accaduto, era il dolore più grande della sua storia, forse della storia di tutti, ma non poteva che accettarlo. Si era rassegnato e, con la rassegnazione, erano svaniti tutti gli stimoli, uno dopo l’altro, lasciandolo senza presente, come se avesse avuto il futuro davanti a sé e lo fronteggiasse di petto, ma arretrando passo dopo passo. Non voleva avere nulla a che fare con quel futuro. Il futuro era infame. Timothy reagì come avrebbe fatto qualsiasi bambino di quattro anni. Si chiuse in sé, pronunciando una parola d’ordine che solo sua madre avrebbe potuto disincantare quando sarebbe tornata a schiudere la sua corazza. Si era sentito solissimo, tremendamente abbandonato persino da suo padre, finché un santo giorno la

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provvidenza li aveva raggiunti nella forma di un uomo imprevedibile, un vecchio amico di famiglia che avevano incontrato per puro caso, di ritorno da una passeggiata triste e muta lungo un viale della città di Strasburgo. L’amico di suo padre li aveva invitati per una cena a tre nel suo piccolo e lussuoso appartamento in centro città. Tim aveva capito poco di quello di cui suo padre e l’amico avevano discusso, ma quella sera aveva percepito un ritorno alla vita. Sarebbero partiti assieme per un luogo da sogno, lontanissimo. Suo padre aveva reagito con impulso e aveva accettato l’invito del Comandante: si sarebbero uniti alla sua prima spedizione verso la Luna. La Colonia aveva bisogno di uomini eccezionali, di decisori integri e fermi e Alan Lobe non avrebbe certo avuto difficoltà a trovarsi un posto nel Consiglio Coloniale. La Luna stava diventando terreno fertilissimo per una nuova generazione di sperimentazioni nucleari. Da troppo tempo l’atomo era stato accantonato per lo sviluppo di risorse energetiche ecosostenibili che avevano ormai sortito i loro effetti da decenni, permettendo alla Terra di rimarginare molte delle ferite inflittele dall’uomo. Il nucleare, sgravato del fabbisogno energetico del pianeta, era tornato a rianimare l’interesse della comunità scientifica quando un giovane fisico d’origine austriaca aveva speculato per la prima volta un suo utilizzo in ambito evoluzionistico. Sul lato oscuro della Luna, quello mai visibile dalla Terra, era stata costruita la più grande centrale nucleare dell’era contemporanea che, oltre a garantire l’energia sufficiente al funzionamento della Colonia, assicurava assoluta segretezza per tutto ciò che avrebbe potuto destare schiamazzi tra i conservatori della Terra. Laggiù solo le autorità altolocate conoscevano gli esperimenti condotti nella Colonia Lunare. Alan Lobe era stato uno di questi, fino al giorno in cui la sua vita aveva cessato d’avere un senso e Claire lo aveva lasciato scivolando dal sonno alla morte. In realtà lui desiderava solamente fuggire dal luogo in cui era scomparsa sua moglie, ma allontanarsi persino dal pianeta rappresentava una prospettiva tanto drastica quanto promettente. Dopotutto era forse l’ultimo ammiratore delle opere di Jules Verne e gli sembrava alquanto sensato che la Luna diventasse la sua prossima casa. La Luna, l’avventura! Timothy si era sentito elettrizzato per i mesi precedenti al decollo, era riuscito perfino ad accantonare il ricordo di sua madre quel tanto che bastava per tornare a sorridere come facevano gli altri bambini della sua età. Era stato una celebrità per tutti loro. Sarebbe stato nello spazio, avrebbe vissuto nello spazio! Fu una sensazione memorabile, la stessa che, quindici anni dopo, l’aveva spinto ad andare contro il giudizio di suo padre e ad affrontare il suo viaggio di ritorno verso l’ignoto. Alan Lobe invece non era partito ed era rimasto seduto, nuovamente sul trono di Primo Colono, fino al momento in cui un’orfana di nome Ruth non si era presentata alla sua porta con notizie forse peggiori del buio comunicazionale che lo divideva da suo figlio. Qualcuno bussò alla sua porta quando mancavano solo quattro ore all’illuminazione diurna. L’impeto di quelle nocche sconosciute lo fece saltare sulla sedia mentre smistava carte e oggetti impilati sulla scrivania di Marek. Invitò la guardia di turno ad aprire la porta e identificare il visitatore. “È una ragazza dell’orfanotrofio, Signore” disse la guardia. “Dice che è della massima urgenza.” Poteva essere qualcosa di poco urgente a quell’ora della notte? “Falla entrare.” Aprì i palmi verso l’alto, come per dire: che altro posso fare? Fece il suo ingresso una ragazza graziosa e non più giovanissima. Poteva avere all’incirca venticinque anni, forse meno, ed era vestita con una delle lunghe vestaglie da notte che davano in dotazione alle orfane della Colonia. Era spettinata e respirava cercando di controllare il suo affanno, come dopo una gran corsa. “È lei il Primo Consigliere?” Usava un tono spiccio, cosa che diede ad Alan Lobe la sensazione di essere stato punto da un’ortica. “Sono seduto al suo posto” rispose con calma, senza distogliere gli occhi dal volto della ragazza. Poi le indicò la veste: “È successo qualcosa nel dormitorio?” Ruth imprecò contro di sé per non essere tornata a cambiarsi d’abito. Se non si fosse

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immischiata in quella faccenda, ora il custode sarebbe stato forse ancora vivo, schiacciato contro la stessa colonna che l’aveva salvata. Ruth scosse il capo. “No, nel mausoleo.” Non sapeva da dove cominciare. Placò i toni e iniziò a raccontare una versione lievemente alterata dell’accaduto. “Mi sono incontrata con il vostro custode circa mezz’ora fa...” “Todd?” Alan Lobe aggrottò le sopracciglia. “Si.” Il Consigliere poteva anche credere che fossero amanti sacrilegi, non le importava. “C’era un altro uomo, o che credevamo fosse tale.” Il Primo Colono alzò il capo con espressione allarmata. “Stava di fronte alle colline, Todd credeva che volesse suicidarsi e ha cercato di fermarlo.” Alan Lobe ascoltava e non stava affatto gradendo quel resoconto. “Dov’è Todd adesso?” “La cupola si è aperta” continuò Ruth. “È stato scaraventato sulle dune insieme alla macchina.” Alan Lobe allungò il collo di scatto. “Una macchina? Todd è morto?” Ruth raccontò nuovamente come la parete si fosse alzata contro ogni sistema di sicurezza e come l’uomo e la macchina fossero andati incontro a destini opposti. Dovette ripeterlo due volte per abbattere il muro d’ostilità dietro cui si era barricato Alan Lobe. “Vieni con me” disse infine lanciandole uno sguardo tetro. Aggirò la scrivania e chiamò a raccolta tre guardie che sostavano nel corridoio del Consiglio. “Spera solo che tu possa provare quanto dici.” Marciarono attraverso la piazza della Colonia e lungo la vena che conduceva al mausoleo. Entrarono e si fermarono solo a pochi metri dai due sipari di vetro armato, oltre i quali, sotto la luce dei riflettori puntati contro le dune, giaceva il corpo scomposto di Todd. Alan Lobe distolse lo sguardo dal sangue che era fuoriuscito dai suoi minuscoli occhi da roditore. Stava per chiedere nuove spiegazioni a Ruth quando vide le tracce che affiancavano quelle del custode. Una lunga serie di impronte iniziavano più o meno all’altezza della salma e proseguivano oltre l’oscurità. Alan Lobe si sentì come travolto da un masso quando notò che qualcuno aveva camminato a piedi nudi sulla Luna. Una macchina. Possibile che qualcuno avesse liberato Gabriel dalla sua cella infossata? Osservò le impronte più da vicino, sperando che si fosse trattato di un semplice errore ottico. Ma la sua vista attempata non fece che confermare la prima impressione. Si rivolse alla ragazza con toni più civili. “Sei riuscita a vederlo?” Ruth annuì e gli descrisse ciò che aveva potuto osservare nell’istante in cui la macchina si era voltata. Il fascino del suo aspetto meraviglioso stentava ancora ad abbandonarla. “Poi ha camminato lentamente verso le colline senza voltarsi.” Alan Lobe imprecò tre volte a bassa voce e impartì alle guardie un susseguirsi di ordini che la fece quasi scattare sull’attenti. Sarebbero usciti là fuori, Alan Lobe in testa, e avrebbero tentato di intercettare la macchina prima che raggiungesse il passaggio sotterraneo. “Portatemi con voi” disse Ruth quando capì che c’era in ballo qualcosa di veramente grosso. Aveva seguito Alan Lobe fino alla porta intagliata del Consiglio, benché il suo accompagnatore l’avesse già congedata più volte dal momento in cui avevano lasciato il mausoleo. “Ragazza” disse infine sulla soglia, “apprezziamo veramente quanto hai fatto sin’ora. E ti saremo grati se la tua testimonianza ci aiuterà a risolvere questa crisi. Ma sai bene che non ci è ammesso mettere in pericolo la vita di una donna della tua età.” “Mi chiamo Ruth” puntualizzò lei con stizza. “E non sono donna più di quanto non lo siate voi…” Con grande sorpresa del colono, Ruth scostò un lembo della sua vestaglia e mostrò una spessa cicatrice che le attraversava metà del ventre scendendole verso la coscia. “Il Decreto Pro-creazione non ha alcun valore.” Si passò un polpastrello lungo la vecchia ferita violacea. “Sono sterile da quando avevo quattordici anni: asportazione

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parziale dell’utero.” Alan Lobe la guardò accigliato. Non era uno stolto, ma era sempre stato un politico e non aveva alcuna reminiscenza anatomica dai suoi studi liceali. Quella cicatrice poteva anche essere un semplice graffio superficiale. “Valgo quanto lei” concluse Ruth chiudendosi la veste. Non c’era tempo per i giochi; Alan Lobe voleva trovarsi in meno di quindici minuti su uno dei veicoli e sfrecciare alla ricerca della macchina clandestina, prima che il suo passo decelerato la conducesse all’ascensore sotterraneo. Quella ragazzina sfacciata in fondo non gli dispiaceva. Che una donna mancata potesse fare la differenza? Aveva appena assunto l’autorità per fare una scelta e decise di dar credito all’orfana. “Fra quindici minuti al porto” le ordinò celandosi nell’edificio consiliare. E prima che il passaggio si chiudesse, gridò: “Abbigliamento leggero!” Ruth non dovette spiegare alcunché a sua sorella. Trovò Regina addormentata, e così rimase fino al momento in cui se ne andò di nuovo dalla stanza. Percorse in apnea le sette cupole che la dividevano dal luogo dell’incontro e credette perfino di esservi giunta in anticipo. Trovò ad attenderla il Primo Colono e altri cinque militari, tre dei quali erano gli stessi che li avevano scortati poco prima nel mausoleo. La guardarono impassibile; Alan Lobe la scrutò invece con occhi severi dopo una sbirciata veloce all’orologio. Davanti a loro c’era l’ingresso di un’area ad accesso limitatissimo, oltre il quale solo pochissimi civili avevano il permesso di metter piede. Una doppia porta di vetro opaco era stata coperta al centro dall’elegante stemma dell’unità aerospaziale della colonia. Al suo interno, nascosto ai margini del disegno, spiccava il profilo rosso di un polpastrello; bastò che Alan Lobe lo toccasse perché il doppio ingresso del porto scorresse ai lati con un agile fruscio. Prima di procedere, Alan si volse ancora verso Ruth. “Sappilo” disse alzando l’indice in segno di avvertimento. “Se dovesse succederti qualcosa, il tuo è stato solo un altro suicidio mal riuscito.” Ruth annuì e varcò con lui la soglia. Finalmente si sentiva di nuovo in piena forma. 26 Charlie non aveva mai provato tanto freddo in vita sua: nato di fine febbraio, era stato imbarcato per la Colonia dopo soli otto mesi di vita. Era stato il candidato ideale per dare inizio a una nuova generazione di forza lavoro. Durante i primi mesi sulla Luna – questo non lo sapeva – l’avevano vezzeggiato come una piccola celebrità, molto prima che il termine orfano finisse inchiodato sull’ultimo gradino della scala gerarchica della Colonia. Dopo aver aperto il portello, avevano evacuato la scialuppa senza poterla nascondere alla luce prossima del giorno. Erano atterrati proprio davanti a una fitta area di arbusti che avrebbe potuto celare il loro veicolo; nessuno osò lamentarsi, ne erano comunque usciti senza un graffio e questo rendeva tutto più tollerabile. Dopo un centinaio di morbidi passi in discesa, raggiunsero un terreno aspro e irregolare, il più accidentato che avessero calpestato da anni. Le nubi non aiutavano certo la visibilità notturna, celando l’unica fonte di luce da cui erano giunti. Sembrava un campo di terra arata lasciato incolto per tutto l’inverno e il gelo aveva reso la traversata una vera sofferenza per le loro articolazioni addomesticate. A poco meno di un chilometro vedevano la strada illuminata che avevano già notato dalla scialuppa; stavano procedendo in quella direzione, verso il retro della fila di case che vi si affacciavano. I tre coloni inspiravano chini e a pieni polmoni. La temperatura dell’aria sembrava al limite dell’assideramento, ma avrebbero respirato anche fumi glaciali pur di provare la stessa euforica sensazione di sentirsi rigenerati. Gli odori della notte erano sì sedati dall’inverno, ma avevano comunque la forza di schiaffeggiare l’olfatto, reso inetto dal letargo sintetico protratto sulla Luna. Persino Ruth e sua sorella, avvezze ai profumi vegetali della serra, sarebbero rimaste disorientate dalla selva di nuove fragranze tenute in serbo dalla Terra. Era una fortuna essere tornati all’inizio dell’inverno, che avrebbe fatto loro da palestra olfattiva in vista della fioritura primaverile. Nikolaj

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ricordava ancora la sensazione di soffocamento che lo aveva svegliato da ragazzo, quando le allergie di stagione erano al culmine e il suo volto si trasformava tumefatto come dopo una scazzottata. “Fermi” disse Damiano facendo segno di rimanere bassi. Mancava forse mezzo chilometro alla strada illuminata, ma potevano ancora sentirsi protetti dalla notte. Charlie guardò attentamente e vide una serie ininterrotta di lampioni giallastri che illuminava la strada sul lato opposto alle case. I fari sembravano puntati proprio sulle facciate. “È tutto troppo ordinato” disse Nikolaj scuotendo la testa. “Davvero tutto poco umano.” Damiano rovistò all’interno del suo zaino ed impugnò uno dei tre visori binoculari che avevano trovato sulla scialuppa. Vi guardò dentro e maledisse la tirchieria delle Nazioni Unite che aveva rifocillato di strumentazioni e armamenti la Colonia e i mezzi per raggiungerla. Il visore di scarsa qualità e la sua modalità a infrarossi non esaltava che le fonti di luce. Nikolaj emise un verso di disgusto quando seguì l’esempio di Damiano ed osservò all’interno del suo impiccio tecnologico. Charlie non volle essere da meno ma, quando si decise a dare un’occhiata, non disse nulla poiché a lui non parve affatto male. Confabularono per qualche tempo e decisero come avrebbero agito: Charlie, considerato il più agile e leggero, sarebbe andato in avanscoperta per dare un’occhiata più da vicino. L’obiettivo era quello di stabilire un contatto visivo con gli occupanti degli edifici. Damiano e Nikolaj l’avrebbero pedinato e coperto a debita distanza, pronti a far fuoco al primo segnale di pericolo. “Charlie” disse Damiano prima di lasciarlo andare, “non sottovalutare nulla.” Il ragazzo fece i primi passi con andamento incerto; sentiva il battito del cuore in gola dettare il ritmo della sua marcia verso la strada. Udì scemare in un batter d’occhio la sensazione euforica che l’aveva scosso dopo i primi istanti sulla Terra. Procedeva raso al terreno, tentando di non respirare se non attraverso i pori della pelle, e ciò non aiutava certo a godere delle percezioni notturne. Tutt’intorno non udiva alcun suono a parte il sibilo di qualche folata di vento e lo scricchiolio delicato della terra sotto i suoi piedi. Provava un indolenzimento mentale che gli impediva di pensare e di fermarsi; se se lo fosse permesso, sapeva che le sue gambe si sarebbero piantate come quelle di un cane cocciuto. Raggiunse il retro della prima casa convinto che qualcosa lo avesse udito e che lo raggiungesse per disintegrarlo. Per la prima volta in vita sua stava emanando un sudore freddo che gli raggelava tutte le membra del corpo. Si fece coraggio con poche parole sussurrate e si acquattò di schiena contro la parete posteriore della casa. Tastò legno grezzo e una infinità di minuscole schegge che avrebbero potuto tormentarlo per i giorni a venire. Sul retro non c’era alcuna finestra, solo una serie di lunghe assi incastonate che inscatolavano chiunque vi si trovasse all’interno. Charlie strisciò fino all’angolo più scoperto: a sinistra poteva vedere il campo arato da cui era giunto, a destra la strada illuminata che si perdeva solitaria fino al successivo centro abitato. Ora si sentiva totalmente esposto al pericolo. Aveva con sé un’arma che non credeva di saper maneggiare e la sola consapevolezza di essere in mano alla fortuna. Sgranò gli occhi, scosse la testa per schiarirsi da ogni cattivo pensiero e si fece avvolgere dalla luce dei lampioni, come colto in flagrante dall’occhio di bue di un carceriere. Proseguì chino verso il fronte della casa appoggiandosi sui polpastrelli con l’andatura di un primate e sbirciò oltre l’angolo successivo per vedere al meglio la facciata delle case. Erano tutte identiche: un portico a cui si accedeva salendo quattro gradini, un tetto spiovente e un ingresso spartano incorniciato da due finestre ai lati e da una finestrella più piccola posta sulla sommità; tutte illuminate. La perfezione simmetrica e disfunzionale di quella facciata ricordò a Charlie i primissimi disegni degli orfani appena giunti sulla Colonia: ritraevano una famiglia davanti al proprio cortile, un prato verde, una casa e un sole giallo ocra, tutto scrupolosamente fuori proporzione. Non vide anima viva sulla strada o sotto i portici; dal suo punto d’osservazione

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sembravano allungarsi all’infinito fino al lontano fuoco di prospettiva, come se l’effetto ottico fosse ottenuto da un semplice gioco di specchi riflessi. Decise di non fermarsi. Charlie si avventurò verso la strada allungando il collo in direzione della finestra più vicina. Voleva capire se fosse tutta una messa in scena o se fossero realmente occupate da qualcuno. Tutti i suoi dubbi furono spazzati in un baleno quando vide la testa di una donna affacciarsi e osservarlo con occhi severi. Gli stava dicendo qualcosa indicandogli il retro della casa; dalla mimica del viso e delle braccia sembrava non vedere l’ora che sparisse. Charlie non attese altre istruzioni e si fiondò incespicando verso il manto protettivo della notte. Aveva fatto tanto di quel rumore da sentirsi un irresponsabile. Maledisse sé e la scelta di Damiano di schierarlo in avanscoperta. Lo raggiunsero dopo solo pochi istanti con le armi puntate verso la strada, proteggendolo con i loro stessi corpi. “Cos’hai visto?” sibilò Nikolaj tra i denti. Il sudore freddo gli imperlava la fronte e il naso, gli unici strati di cute non ricoperti dalla peluria. Damiano, invece, riusciva a mantenere un atteggiamento rigido e piatto; stringeva le mandibole come se volesse masticarsi i denti. Charlie iniziò a domandarsi se avesse fatto il cuoco anche sulla Terra. “Una donna!” rispose il ragazzo soffocando l’allarme. “Dentro la casa. Mi ha fatto cenno di tornare sul retro…” Damiano e Nikolaj attesero con l’arma in pugno finché non udirono un fine ticchettio provenire dalla parete buia. Si avvicinarono lentamente, ma riuscirono ad individuare la fonte del rumore solo quando fu ripetuto una seconda volta. Proveniva dal basso, a pochi centimetri dal suolo. Damiano fece cenno a Charlie di abbassarsi, e indicò se stesso e Nikolaj prima di porsi il dito indice sulle labbra. Non voleva ancora che la donna sapesse della loro presenza. Il ragazzo si pose al livello del ticchettio e udì alcune voci sovrapporsi in quello che doveva essere lo scantinato della casa. Alla fine una donna prevalse e si fece udire distintamente zittendo quel chiasso sconclusionato. Non capì nulla. Attese che la donna ripetesse due volte la sua domanda prima di concludere che quella parlata musicale apparteneva a un idioma che non conosceva. “Non capisco” disse a Damiano alzandosi. “Parlano un’altra lingua.” Il cuoco si chinò e picchiò con un dito sulla parete di legno dopo qualche secondo di silenzio, temendo che la donna avesse voluto interrompere il dialogo. “Mi senti?” chiese la voce. Damiano sospirò di sollievo. La capiva, parlava la sua lingua madre. La prima destinazione della nave astrale era stata dunque rispettata. Si trovavano da qualche parte sul suolo italiano. “Si, sono qui” rispose. “Sei impazzito? Uscire in quel modo alla luce?” La donna parve seriamente contrariata. “Chi sei? Non ti ho mai visto fin’ora. È successo qualcosa ad Alma?” “No, signora. Non che io sappia.” “Perché allora ha mandato un ragazzo e non è venuto di persona?” Damiano rimase qualche secondo senza parlare. “È per via della nave, vero?” chiese infine la donna oltre la parete. “La nave?” Damiano guardò Nikolaj e Charlie senza rendersi conto di essere il solo tra loro a comprendere le sue parole. “Non l’avete vista?” domandò la donna. “Una nave astrale ha attraversato il cielo come una meteora!” Damiano osservò i suoi due compagni e decise di venire allo scoperto. “Signora” disse rivolto alla parete. “Non sono chi crede che io sia. Sono in compagnia di altre due persone qui fuori. Veniamo dalla Colonia Lunare. Abbiamo viaggiato sulla stessa nave astrale che ha visto in cielo. Siamo stati gli unici ad atterrare su una scialuppa sganciata durante la caduta. Non abbiamo idea di cosa stia succedendo quaggiù, né di cosa sia successo sulla Terra da cinque anni a questa parte. Lei è la prima terrestre che incontriamo da molto tempo.” Il vociare si fece di nuovo vivo. Le persone oltre la parete, Damiano pensava si trattasse di sole donne, confabularono finché la stessa voce di prima non si fece di nuovo viva: “Non ditemi altro, non voglio neppure sapere i vostri nomi, mi capite?”

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“Certamente. Vogliamo solo capire cosa stia accadendo.” “Siete sopravvissuti…” disse la voce abbassando il tono. “Siete stati fortunati.” “Fortunati?” “Normalmente” rispose la donna, “avreste trovato decine di guardie a pattugliare la strada. Ma se ne sono andate tutte poche ore prima della comparsa della nave. Sareste morti se si fossero accorti di voi.” “Guardie?” chiese Damiano sentendo tutto il sangue scivolare dai capillari del volto. “Macchine?” “Sì, macchine” confermò lei. Damiano si prese un po’ di tempo per assimilare quanto aveva sentito e tradurre il contenuto della conversazione a Nikolaj e Charlie, in trepidazione dal desiderio di conoscere le ultime verità. Quando capirono che in realtà si trovavano all’interno di una prigione, Nikolaj e Charlie si lasciarono andare in personalissime manifestazioni di sconforto. “La guerra?” chiese infine Damiano. “La guerra non è mai iniziata. Non so cosa sia successo al resto del mondo. La vostra è la prima nave ad esserci venuta in soccorso.” Il cuoco approfittò di un altro lungo intervallo che la donna occupò confabulando con gli altri occupanti della casa per fare da interprete. Stava per porre una seconda domanda quando fu interrotto da un’altra voce di donna, più giovane e squillante: “Potete entrare dalla porta d’ingresso. Fate in fretta!” Non se lo fece ripetere. Camminarono rasenti alla casa cercando di fare il minor rumore possibile; senza riuscirci. Quando Damiano diede una occhiata alla strada illuminata, pensò che potevano esserci almeno duecento case identiche che si perdevano a vista d’occhio. Qualsiasi cosa fosse successa in quel luogo, gli eventi avevano voltato le spalle a tutti i buoni auspici che i coloni si erano fragilmente costruiti durante gli anni sprecati in parole. Non c’era neppure tempo per disperare: avrebbero dovuto capire la situazione il più velocemente possibile e trovare un modo per salvarsi la pelle. Entrarono nella casa e si trovarono di fronte a quattro donne di età disparata. La prima, la più giovane, doveva avere all’incirca vent’anni; la seconda forse dieci di più; la terza e la quarta oscillavano tra i cinquanta e i sessant’anni. Erano tutte incinte. Charlie non si sforzò neppure di afferrare i loro nomi. Le battezzò Donna1, Donna2, Donna3 e Donna4, in ordine d’età. Era stata la più anziana a conversare con loro; fu lei a ordinare alla più giovane di rimanere alla finestra e tenere d’occhio la strada. “Non potete rimanere a lungo” disse Donna4. “Stiamo tutte rischiando la vita, quindi vi prego di porre le vostre domande in modo produttivo.” “Va bene” rispose Damiano. “Vogliamo solo sapere come sono andate le cose dopo i primi attacchi. La Colonia ha perso tutte le comunicazioni con la Terra dopo circa una settimana dallo scoppio della guerra.” Parlava e si prendeva qualche breve secondo per tradurre le domande e le risposte a Charlie e Nikolaj, i quali non potevano che ascoltare e annuire. Il ragazzo in realtà si lasciava incessantemente distrarre da Donna1; la sbirciava di continuo mentre lei cercava la visuale migliore per lanciare l’allarme nel caso avesse visto le guardie tornare. Era altissima, sfiorava forse i due metri e aveva due occhi di colore azzurrissimo, tralucenti come il ghiaccio. Il suo setto nasale era forse prominente, ma le dava il magnifico aspetto di un’amazzone selvaggia. O di un’atleta olimpionica. “Come ho già detto” disse Donna4. “Qui non c’è stata alcuna guerra, o è quello che ci hanno fatto credere. Noi donne ci siamo svegliate in questo posto credendo di essere state portate chissà dove. Solo in seguito abbiamo intuito che ci troviamo sulla stessa terra in cui un tempo sorgeva la nostra città. Crediamo che le macchine ci abbiano sedato per giorni interi; hanno avuto il tempo di distruggere e ripulire tutte le opere dell’uomo. Rimangono solo la strada che vedete e le baracche in cui ci hanno rinchiuse.” La donna parlava e accompagnava alle parole un notevole vocabolario gestuale, complesso quasi quanto i concetti che stava esprimendo.

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“Dove sono gli uomini?” “Svaniti. Ribelli a parte, siete i primi uomini con cui entriamo in contatto dal momento del nostro risveglio.” Ribelli! “Alma, l’uomo con cui credeva di parlare, è uno di loro? Uno dei ribelli?” “Sì” disse Donna4. “Alma ci porta notizie dal nord e spesso solo qualcosa da mangiare. La dieta a cui siamo sottoposte è volta solo alla procreazione.” Damiano si rese effettivamente conto che era in presenza di quattro donne gravide senza ombra di uomo al loro fianco. Dubitava fortemente che i ribelli maschi, quantunque fossero, si trattenessero per la notte in quella prigione femminile. “Come…” chiese Damiano spiegandosi più con le mani che con le parole. Donna4 aveva già intuito e scuoteva la testa senza saper rispondere. “Ci addormentano” disse soltanto. “La cosa incredibile è che prima della prigionia ero già entrata in menopausa. E questo sarà il quarto bambino che consegnerò alle macchine…” “Il quarto…” Damiano guardava a terra senza osservare alcun punto in particolare, come se stesse facendo un calcolo mentale troppo complicato. “Tutte queste case…” “Tutte donne incinte” finì lei la frase. Nikolaj ascoltava la voce cerea di Damiano ed ebbe un sospiro di commozione quando guardò negli occhi la donna e non vide altro che commiserazione verso sé e le altre. Non vedeva pentimento o tristezza. Erano madri denaturate, desensibilizzate. “Perché non provano a fuggire? Perché non la fanno finita?” chiese di tradurre. Damiano ripeté la domanda scolorendo i toni. “Ci monitorano” spiegò la donna. “Non possiamo uscire da queste mura senza che loro non lo sappiano. Crediamo che conoscano persino ogni nostro valore vitale. Dicono che qualcuna abbia provato a uccidersi e che siano sempre riusciti a fermarla. Secondo (Donna1) ci hanno impiantato qualcosa nel corpo o nel cervello. Sanno prevedere le nostre intenzioni.” “Alma, il ribelle, cosa racconta delle altre terre? Come sono sfuggiti alle macchine?” Donna1 aveva richiamato le altre due donne non impegnate nella conversazione per mostrare loro qualcosa che aveva attirato la sua attenzione alla finestra. Prima che Donna4 potesse dire qualcosa in più sui ribelli, Donna2 interruppe la risposta con il segnale d’allarme temuto. “Vediamo qualcosa!” sibilò prima di sporsi con tutto il busto fuori dalla finestra. “Qualcosa si sta avvicinando!” “Dovete andare!” ordinò Donna4 precipitandosi alla porta e aprendola. I tre coloni seguirono l’invito a capo chino. Se avessero avuto orecchie sporgenti e pelo le avrebbero abbassate in segno di disorientamento. “Tornate nella stessa direzione da cui siete giunti, superate la foresta di betulle e proseguite verso nord. Se siete fortunati i ribelli vi porteranno in salvo. Andate!” Charlie, Nikolaj e Damiano scavalcarono la ringhiera di legno del portico e volarono sul terreno indurito del campo di terra ghiacciata. Il sistemista, il solo in sovrappeso, sentì una fitta dolorosa lacerargli il ginocchio mentre affondava il primo piede a terra. Cadde e rotolò. Quando si rialzò maledisse il proprio peso e le proprie articolazioni. Avrebbe dovuto mettersi in forma prima di imbarcarsi; molti della colonia si erano allenati assiduamente per quella missione. Provò a camminare insieme ai suoi compagni e si accertò di poter ancora correre. Sperava solo che almeno il dolore non crescesse insieme ai chilometri percorsi. Così, arrancando e rabbrividendo ad ogni rallentamento, i tre coloni tornarono in direzione della scialuppa, sentendo sopra di sé il fiato inverosimile di un esercito bionico. 27 L’immersione non ebbe nulla di straordinario, fu come calarsi in una pozza d’acqua dalla temperatura corporea. Varcarono il passaggio tenendo i gomiti ben saldi al bordo

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di pietra, spingendosi nel sottosuolo finché il loro peso non fu distribuito equamente tra i due campi gravitazionali. Galleggiavano nell’aria come i primi astronauti, affascinati da come riuscissero a percepire solo parte della propria massa. Si spinsero lentamente al di sotto, inarcando le gambe verso la superficie fino a farle aderire sotto l’effetto della gravità invertita. Il mondo era ancora al suo posto, ma fu come trovarsi stesi sottosopra senza avere il sangue alla testa. Arretrarono sui polsi e scomparvero nel sottosuolo, trovandosi proni su quello che sembrava ghiaccio pietrificato. L’unica fonte di luce veniva dal basso, dove la cabina alla rovescia lampeggiava a intermittenza secondo i capricci del sistema elettrico della nave astrale. Si misero in piedi lentamente, testando il terreno, e azionarono insieme le torce sui caschi liberando tre fasci di luce di discreta gittata. Bastarono un paio di virate per farsi una idea di cosa li circondasse: si trovavano al centro di un anfiteatro di cui non vedevano la fine. Le tracce di sangue continuavano salendo nell’entroterra, mostrando come i corpi dei coloni fossero stati trascinati con poca grazia sui gradoni che salivano a perdita d’occhio. Le scalinate, arrampicandosi nell’oscurità, davano l’impressione di scendere verso enormi gironi infernali, all’interno della collina e forse ben oltre, diretti al centro infuocato della Terra. Fu una scoperta ch’ebbe la forza di gelarli e aprir loro le porte alla meraviglia. “Tutto questo va oltre la nostra comprensione” sussurrò Klaud guardandosi attorno alla ricerca di un punto di riferimento. “Chiunque l’abbia costruito non è una semplice macchina. Mi rifiuto di crederlo.” Nate si stava già liberando della corda che si erano legati attorno al tronco. “Qui dentro potrebbe esserci d’intralcio.” Furono d’accordo. Salivano e parlavano sottovoce, temendo che l’eco delle loro parole rimbalzasse per l’anfiteatro annunciandoli a chiunque stessero inseguendo. Essere ancora vivi significava essere stati incredibilmente fortunati, o forse infinitamente piccoli da non costituire minaccia rilevante. Seguendo la stessa teoria di Ermanno, se per loro la singola vita assumeva fondamentale significato, le macchine deridevano i numeri attraverso quella monumentale opera sotterranea, iniziata prima che i sopravvissuti della terra riconoscessero loro un briciolo di intelligenza. “Aspettate” sussurrò Sebastiano tirando un po’ il fiato. Si erano inerpicati su un centinaio di gradoni e si trovavano ora a circa cinquanta metri dal varco. La sua torcia illuminava una sezione sovrastante, dove un’arcata alta più di tre uomini rientrava tra gli spalti formando un grosso cunicolo che conduceva ai margini della collina. Poco sotto, le tracce di sangue si fermavano per più non continuare. Quando Nate raggiunse il passaggio, notò come l’arcata fosse in realtà perfettamente circolare, richiamando la stessa architettura del laboratorio che aveva scovato insieme a Petr. A terra non c’era più alcuna traccia che potesse provare il trasporto dei feriti della colonia. “Continuiamo?” chiese Nate. Sebastiano e Klaus stavano puntando i caschi al centro dell’anfiteatro. Le luci delle torce non riuscivano più a raggiungere le gradinate della curva opposta, fugando ogni dubbio su quanto quel cono di tenebra si infiltrasse nella Terra. “Scommetto che abbiamo appena superato la base della collina” disse Klaud voltandosi verso i compagni. Aveva senso. Se così fosse stato, camminando lungo il cunicolo, avrebbero potuto trovare un passaggio che li avrebbe portati, sotto di loro, a riemergere in superficie. Quella costruzione sfidava le leggi della logica affascinandoli colpevolmente. “Se vogliamo continuare” intervenne Sebastiano, “diamo un’occhiata al tunnel. Salire comincia a innervosirmi.” “Amen” disse Nate, enfatizzando la prima delle vocali nella sua pronuncia madre. “Sono d’accordo.” Klaud li precedette all’interno del cerchio scavato. “Qui fuori siamo solo bersagli mobili.” Si incamminarono curvi, benché l’altezza del tunnel avrebbe permesso di attraversarlo l’uno sulle spalle dell’altro. Rimasero sorpresi quando il cunicolo s’interruppe a meno di venti metri dall’ingresso, lasciando posto a una breve scalinata di pietra che

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conduceva in un altro passaggio buio sulla sua sommità. Sembrava che tutto fosse stato costruito nella roccia viva. Un unico capolavoro scultoreo sottratto alla riluttante Terra. Si guardarono e non ebbero bisogno di esprimersi per prendere una decisione. Sebastiano, torcia in testa e bocca inespressiva dall’assenza d’ombra nasale, si incamminò e fu il primo a mettere piede in un luogo oscuro che superava la loro fantasia. Si trovavano in un corridoio lungo diverse centinaia di metri che fiancheggiava ad anello tutto il perimetro dell’anfiteatro; dietro di loro una parete altissima, davanti la più sconcertante biblioteca che avessero mai visto. Migliaia, forse milioni di volumi in pelle rossa erano incastonati uno di fianco all’altro dentro scaffali scavati nella roccia; non uno spazio, non un’asimmetria disturbava l’ordine minuzioso che correva per tutta la loro altezza. Si avvicinarono e si chinarono ispezionando le coste delle copertine con fare timoroso, come se dentro quelle pagine fosse custodito il più indicibile segreto delle loro vite. Videro che gli scaffali - ognuno conteneva sette libri di colori e dimensioni identiche – erano stati scavati a partire dal pavimento e così continuavano probabilmente fino a toccare il soffitto della biblioteca. Piccole scritte in oro luccicarono al passaggio delle loro torce. “Non ci credo…” Era stato Nate a parlare. Aveva piegato la testa verso sinistra e leggeva le iscrizioni passandoci sopra i polpastrelli della mano destra. “Sono in inglese.” “Come?” chiese Klaud imitando la sua posa. Nate afferrò un volume e lo tirò delicatamente sollevando una finissima nube di polvere rocciosa. Lo aprì e lo capovolse come un volante, scorrendo a ritroso le pagine fino alla seconda di copertina. “Book of the days” lesse indicando il titolo. “Il libro dei giorni. Sembra una sorta di enciclopedia della storia.” Aprì una pagina all’interno e mostrò loro colonne di date e descrizioni che narravano gli accadimenti giorno per giorno di un anno del passato. Di tanto in tanto immagini a colori corredavano gli articoli, insieme a tabelle statistiche e illustrazioni in matita. “Ventinove, trenta, trentun marzo. March. Ogni volume descrive un anno e uno stato in particolare, vedete?” Nate mostrò la copertina. L’anno 2221 spiccava grasso nella sua tonalità dorata, seguito in colonna da due piccole parole: Europe. Italy. “Europa, Italia…” ripetè Sebastiano. Afferrò il volume seguente e lo illuminò. “2220, Europa, Italia. È l’anno precedente…” “Il precedente?” Klaud si chinò e agganciò il libro alla destra di quelli prelevati, lo aprì e, come Nate, notò che era stato sistemato al contrario. Allargò gli occhi in allarme e disse: “Siamo sottosopra…” “Beh…” Nate stava per commentare l’ovvietà, ma si fermò rendendosi improvvisamente conto del pericolo che stavano correndo. “Oh cazzo…” Sebastiano guardò i volumi e si sentì infinitamente stupido per essersi lasciato sfuggire un particolare tanto importante. “Andiamocene!” Corsero verso le scale e il tunnel tenendosi stretti i libri appena sottratti. La biblioteca era stata pensata per essere consultata secondo la gravità terrestre. Questo significava che poteva essere questione di minuti, istanti chissà, prima che la forza gravitazionale naturale fosse ripristinata; il tempo di permettere alle macchine di raggiungere la sommità dell’anfiteatro e sparire nelle viscere del sottosuolo. O forse di coglierli in trappola. Scendere i gradoni fu più complicato dell’arrampicata. Sembravano più alti di quanto si aspettassero e li costringevano ad appoggiare almeno un palmo ad ogni salto verso il piccolo varco luminescente. Dopo due minuti si trovavano ancora a metà strada, le gambe iniziavano a tremare e il terrore di essere intercettati si stava inasprendo. Dopo circa un minuto, a poco più di tre quarti del tragitto, sentirono nella testa che qualcosa stava veramente cambiando. Una scossa di panico li colse di sorpresa, sbiancarono nauseati, ma fu solo Klaud a rallentare la sua discesa per quei secondi che potevano risultargli fatali.

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“Inizia!” esclamò Sebastiano saltando, quando poteva, due gradoni alla volta. “Più veloci!” Nate lo superò quando il peso dei loro corpi iniziò a sfumare senza che loro potessero controllarlo. Klaud era a quattro spalti di distanza e iniziava a incespicare ringhiando di frustrazione. I suoi lamenti parevano quelli di un uomo ammarato che lotta contro le onde per non affondare. Mancava ancora qualche metro quando Nate e Sebastiano alzarono la testa per concentrarsi sul varco e videro un volto sconosciuto e un braccio spuntare dalla cabina della nave schiantata. “Saltate!” disse l’uomo protendendosi il più possibile verso di loro. Prima Nate poi Sebastiano spiccarono un balzo da sogno, di quelli su cui solo i bambini possono fantasticare sormontando un baratro immaginario. Volarono verso il varco e attraversarono gli ultimi metri che li separavano dalla nave agitando braccia e gambe senza controllo, uno in coda all’altro. Le mani che li stavano attendendo furono abbastanza veloci da afferrarli per i piedi e trascinarli al sicuro dentro la plancia della nave. Klaud, pochi gradoni dietro di loro, vide la scena con gli occhi appannati di un condannato e si lanciò nel vuoto di testa, articolandosi in un tuffo goffo e disperato. A tre, forse due metri dal suolo, la sua discesa rallentò e si fermò definitivamente, mentre i suoi compagni di viaggio si sbracciavano e urlavano verso di lui cercando di afferrarlo. Klaud, in un ultimo tentativo spossato, artigliò le dita della mano e si protese dimenandosi nell’aria. Fu così, con un tonfo che sembrò martellarlo sul petto, che svanì nell’oscurità, sgolandosi come un animale al macello. 28 Alle prime luci del mattino, il cielo scendeva verso terra, offuscando l’avamposto e le tre ombre silenziose che vi si stavano inerpicando. Più a sud, Daniele stava attraversando una cittadina già in piena attività, lanciando saluti distratti ai passanti infreddoliti e a chi sbadigliava pensando alla notte insonne e a un’altra giornata di lavoro. C’era chi tentava di coinvolgerlo indicandolo col capo o lasciandosi sfuggire commenti increduli sull’arrivo notturno dei coloni. Nave, nave, nave. Ogni occasione era buona per dirlo e allargarsi in un sorriso d’assenso. Lo sapevo, luccicavano i loro occhi, l’avevo detto. Ma Daniele non si fermava, proseguiva, poiché tutto quell’ottimismo lo rendeva nervoso. Per Dio, non l’avevano vista? Era in fiamme! Erano fuori per strada a parlarne a mille denti spazzando i resti inceneriti della nave. Era come se tutta la città si fosse instupidita e nessuno si rendesse conto che in realtà i coloni erano stati attaccati. Quanto mancava a un secondo attacco via terra? Daniele proseguiva spedito nella strada delle botteghe, tra casse e merci di scambio esposte dai commercianti di Marescoglio. Si sentiva mosso da uno strano fuoco interiore che gli strizzava il petto e lo stordiva in testa; camminava con leggerezza, confuso, bombardato da pensieri e sensazioni sconnesse. Nessuno si rende conto di tutto questo caos? Doveva parlare con qualcuno. Lena… No, non con lei. L’aveva vista il pomeriggio precedente a casa di Enrico mentre i delegati erano rinchiusi a confabulare le sorti degli uomini. L’aveva vista male. Era come trovarsi nuovamente di fronte ad Anna… No, non voleva neppure parlare di lei. Non era più tornato laggiù. Anna era morta. Morta? Aveva trovato Lena e avevano parlato. Ieri. Fermo. Cosa le ho detto? Gli doleva la testa. Non aveva idea di cosa si fossero detti. Non voleva averne. Voleva calmarsi e mettere ordine ai pensieri. Ma il fuoco lo spingeva e desiderava correre, risolvere le cose in sospeso. Non c’è nulla in sospeso, si diceva. Non capisco più un cazzo. Voglio solo rendermi utile. Daniele scrollò la testa e continuò a camminare passando per la piazza da cui Klaud, Nate e Sebastiano erano partiti poche ore prima. Imboccò un viottolo a serpentina e si

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fermò fuori da un portone di legno e una finestra appannata, oltre i quali si udiva un parlottio spensierato di bambini. Quando picchiettò il vetro con un dito, il silenzio scese nella classe finché Marla non si presentò alla finestra. A quel punto i bambini iniziarono nuovamente a bisbigliare. Daniele la vide annuire e accigliarsi. Dopo pochi istanti il portone si aprì e se la trovò di fronte con aria interrogativa. “Daniele?” L’insegnante gli stava squadrando volto e capelli trasandati. Dormiva malissimo da giorni e si accorse solo in quel momento di non essersi più lavato dalla notte trascorsa con Lena. Quanto tempo era passato? “Va tutto bene? Non hai un bell’aspetto…” “Non ho chiuso occhio questa notte” si giustificò. “La nave, la macchina… sta tutto accadendo troppo velocemente.” Marla lo scrutò con gli occhi di chi guarda un piccolo bugiardo. Non volle aggiungere altro e rimase in attesa. Daniele interruppe i pensieri e rimase per qualche secondo a osservare l’interno della classe con lo sguardo vacillante tra memorie perdute. Sembrava spaesato. Smarrito. “Daniele?” Lui la osservò con più lucidità, le sorrise e si passò una mano sul volto. “Scusami, mi sento strano ultimamente. Dormo poco.” “Posso fare qualcosa?” chiese Marla con un tono da maestrina. Un tono che non gli piacque. “No, no” rispose con calma. Voleva fingersi cortese, ma ciò che traspirò fu un diniego secco e inadeguato. Se ne accorse e addolcì i modi. “Ti ringrazio. Ho solo bisogno di riposare.” “Volevi parlarmi?” chiese lei freddando ulteriori tempi morti. Per quanto lo conoscesse, sentiva di trovarsi di fronte a un perfetto sconosciuto. Qualcosa gli era accaduto, le fu subito chiaro. “Sei tu in carica ora, vero?” “Al momento sì, in attesa del ritorno di Sebastiano.” “Samuele?” “Non si è ancora ripreso.” Non aggiunse ulteriori dettagli; non voleva che il ragazzo sapesse più del necessario. Più che uno scambio di parole, sembrava un’accorta negoziazione di informazioni. “Capisco…” Si grattò capo e collo, mostrando l’inesperienza di uno degli allievi che stavano sussurrando oltre la finestra. “Marla, vorrei… un incarico.” “Un incarico…” “Vorrei…” non riusciva a guardarla negli occhi. “Vorrei rendermi utile…” “Non stai già lavorando per Klaud?” “Si, ma… non vedo…” (rimedio) “Finché Klaud è lontano… vorrei provare… a raggiungere l’isola. Voglio riportare Silvy a casa.” Marla rimase colpita. Erano giorni che si batteva per il recupero di Silvy e, se la nave non fosse comparsa giusto quella notte, Sebastiano e Nate sarebbero già stati di ritorno con la sua amica o, almeno, notizie più certe sulla sua sorte. L’avrebbe raggiunta lei stessa se non si fosse trovata in mano il pesante fardello di tutta Marescoglio. Decidere ora di mettere a rischio la vita di un’altra persona, un altro fratello, diventava decisamente più arduo rispetto a pochi giorni prima, quando aveva espresso il suo parere di delegato. Si sentiva in parte commossa e in parte stranita da quella proposta di salvataggio. Daniele le era sempre parso un giovane per bene, l’unico di tutti loro ad essere sempre vissuto a Marescoglio. Se si fosse fatto avanti in un’altra occasione e in altro luogo, non avrebbe esitato a dargli il suo appoggio. Ma in quel momento non faceva che domandarsi cosa lo spingesse a farsi avanti e cosa lo stesse turbando tanto. “Lo apprezzo molto, Daniele” disse toccandogli un avambraccio. Lui fece per ritrarsi come se si trovasse in gabbia, sotto imminente pericolo. Notando la reazione di Marla, si rilassò e si fece toccare. “Ma non ho ancora l’autorità per prendere una decisione simile.” “L’autorità?” Daniele non cercava un rifiuto. Non era previsto. “Bisogna essere

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autorizzati per cercare di portare una persona in salvo?” “Daniele, capisco benissimo” lo assecondò facendosi ancora più vicina. “Tu non sai quanto mi sia battuta per mandare qualcuno sull’isola. Ma non possiamo farlo da soli, dobbiamo parlarne in seduta e farci aiutare. Sarebbe troppo pericoloso.” “Non temo le macchine” rispose risoluto. “Neppure io, ed è giusto che sia così. Ma aspetta ancora qualche ora. Questa sera mi troverò con Enrico e Domitilla e ti prometto che ti difenderò e ne parleremo.” “Voglio andare questa notte.” Sarebbe già un miracolo se ne parlaste. “Vieni anche tu allora” disse Marla. “Vieni e parlerai durante la seduta. Ti ascolteremo e mi batterò per te come ho fatto per Silvy.” “Un’altra promessa…” disse lui guardandola. “No, accadrà” giurò lei annuendo col capo. Lo sto trattando da imbecille? “Hai la mia parola.” “D’accordo” disse Daniele ringraziandola. Si salutarono e lei rientrò nella classe ormai fuori controllo, domandandosi se avesse parlato saggiamente. Il ragazzo, in realtà, soffiandosi nei pugni e stringendosi nei vestiti, aveva già preso una decisione. “Fanculo.” “Mi viene freddo solo a guardarlo” disse Ermanno sistemandosi sul capo il suo inseparabile berretto da aviatore. Non che fosse questione d’eccentricità o nostalgia, gli rimanevano solo pochi capelli in testa e non aveva scelta viste le temperature in costante calo. Lo aveva trovato esposto in un negozio di articoli usati, ma la versione ufficiale lo vedeva liberarlo di sabbia a molti chilometri da una battaglia in cui si erano scontrati macchine e velivoli umani. Il corpo di Latta, o come si era autodefinito “unità involucro”, era stato interamente denudato sotto richiesta del vecchio Damiano, padrone di troppi segreti per essere il semplice cuoco per cui si era sempre spacciato. Si erano ritrovati quella stessa mattina dopo qualche ora di stentato riposo. Damiano li aveva attesi sin dopo l’alba, mosso dallo stesso spirito indomito che li aveva insospettiti durante l’interrogatorio della sera prima. Disturbò il sonno di Enrico e bussò alla porta di Ermanno a cui sembrò di non aver neppure preso sonno. Il fabbro era rientrato turbato dalle rivelazioni della macchina e dall’arrivo della nave. Avrebbe voluto raccontare tutto a sua nipote, ma aveva trovato Lena sprofondata in un sonno letargico e così l’aveva salutata dopo aver subito il brusco risveglio. Il vecchio li aveva preceduti con una idea e aveva chiesto ad Enrico di procurare almeno quattro resistenti cinghie di cuoio e una cassa a tenuta stagna. Trovarono solo le cinghie tra la paglia e il ferrame accatastati nella stalla di Oblivia, la cavalla che aveva accompagnato Ermanno nel suo pellegrinaggio alla volta della civiltà. La sua nuova dimora le risultava sufficientemente spaziosa e riparata dal freddo, senza contare che, nottetempo, aveva ricevuto la visita inattesa di quello strano essere senziente che aveva cercato di sottrarle simpatia dal primo istante in cui si erano fiutati. Otto aveva scavalcato con un balzo il recinto e le aveva posato a terra erbe aromatiche e fieno che aveva trovato deliziosi. I tre uomini si incamminarono sul promontorio, muniti dell’attrezzatura suggerita da Damiano; raggiunsero la tenda dell’avamposto avvolti dal grigiore delle nuvole e richiamati dal rombo suicida del mare che si lanciava contro gli scogli sotto di loro, molti metri a precipizio. Il vento, compagno giorno e notte dell’altura, si era stranamente quietato, o forse volteggiava sopra la città, incanalato in affluenti celesti che si energizzavano solo per lasciarsi cadere con vigore insieme alla neve promessa. Damiano li aveva guidati nella tenda, vestito con un pesante pastrano grigio che gli arrivava alle caviglie e che sembrava volergli inghiottire da un momento all’altro la testa rinsecchita. Sfoggiava l’espressione dura dell’uomo certo dei propri mezzi, come se ogni tentativo di mascherarsi dietro il vecchio cuoco bizzarro fosse stato risucchiato dalla scia infuocata della nave astrale. Enrico e Ermanno posarono le cinghie equine a fianco del corpo immobile di latta e

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guardarono il vecchio che custodiva in una grossa tasca del soprabito il cubo cristallino appartenuto alla macchina: il cervello o, come l’aveva definito Latta, “l’unità in potenza”. “Ora?” chiese Enrico incrociando le braccia al petto. Il suo orgoglio di supervisore si sentiva infastidito dall’intraprendenza di Damiano; il vecchio aveva voluto prendere il comando e li aveva istruiti nella loro parte come un esperto burattinaio. “Ripeto quanto detto ieri sera” iniziò con voce pacata. Il timbro raschiante e stridulo era svanito e aveva lasciato posto all’impostazione vocale di un teatrante. “Vi prego di assecondarmi e di rinviare le domande al termine dell’interrogatorio. Conosco questo preciso modello, l’ho incontrato in guerra e prima della guerra in diverse occasioni.” “Non è possibile” osservò serenamente Enrico. “Lo sappiamo entrambi.” “Enrico, la prego” intervenne Ermanno. “Lo faccia parlare.” Damiano attese che il fabbro annuisse con poca convinzione e proseguì. “Vi chiedo solo di fidarvi. Enrico, ho visto che sa svolgere ancora impeccabilmente il ruolo, ma mi creda, questa macchina non è mai stata costruita per concedersi all’uomo. Le assicuro che tutto ciò che sa non potrà essergli applicato. Nessuno conosce questo modello meglio di me, non nel raggio di molti chilometri almeno.” Enrico scosse il capo chiedendosi perché dessero ancora ascolto alle parole del vecchio. “Non ha senso! Se davvero è stata costruita da altre macchine, come può dire di averla conosciuta? Prima della guerra!” Damiano li guardò intensamente. “Non date mai ascolto a quello che dice. MAI.” Il vecchio fece un cenno verso Latta. “Ormai vi è chiaro, non sono chi pensavate che fossi. Non lo sono mai stato. Sono giunto a Marescoglio con il preciso compito di sorvegliare la loro attività. Ma questa non è una delle macchine dell’isola. Enrico, lei aveva ragione. Questo modello non è lontanamente imparentato ai modelli che in passato sono stati supervisionati dall’uomo. Questo modello viene da lontano. Io appartengo a un popolo che ha sempre vissuto all’ombra delle macchine per combatterle, ben prima di quando si resero sospette di ribellione. Vi prego, per l’ultima volta, vi bastino le mie parole. Rinviate le domande a più tardi. Focalizziamoci sulle risposte che saprà darci la macchina e prometto che presto le mie seguiranno.” Enrico stava per rompere di nuovo il silenzio. Il suo viso contratto esprimeva tutta la diffidenza che invece Ermanno era riuscito a convertire in curiosità. Il fabbricante di nuvole prese da parte il fabbro, gli cinse le mani tra le sue e lo pregò di inghiottire il sospetto in favore della eloquenza empirica. “Enrico, diamogli una possibilità. Mettiamolo alla prova, la prego. Dopotutto” abbassò la voce, “che altro possiamo fare?” Enrico guardò il viso rilassato della macchina, mentre il vecchio guardiano dell’isola attendeva il permesso di operare con le mani infilate nelle maniche del soprabito. “Ci dica cosa dobbiamo fare” disse infine il fabbro mostrandosi collaborativo. Denudarono Latta ed ammucchiarono i suoi vestiti a terra, dove non sarebbero stati d’intralcio. Una fierezza tutta maschile fece subito posare i loro sguardi dove un uomo avrebbe avuto il pene; al suo posto un’area triangolare di carne glabra, più simile al pube epilato di una donna, occupava la zona inguinale con la stessa sfrontatezza di un manichino esposto in una vetrina erotica. Almeno in ambito riproduttivo gli uomini non avevano eguali. Damiano chiese ai due volontari di allargare le braccia della macchina, ponendo Latta in una posizione sin troppo cristiana per le loro coscienze. Successivamente il vecchio estrasse da una tasca del suo soprabito un fazzoletto attorcigliato a spirale, da cui ricavò un ricciolo di stoffa sgualcita e un grosso bisturi sfavillante. “Non impressionatevi” disse Damiano prima di incidere l’invisibile linea di congiunzione che univa il braccio al tronco della macchina. Quando la lama entrò nella carne, Ermanno fece una smorfia schifata aggrottando le gote e gli occhi; Enrico, invece, si avvicinò fermando la mano del vecchio. “Cosa sta facendo?” chiese sbalordito. Il taglio era netto e pulito, senza alcuna fuoriuscita di sangue, e metteva in mostra un tessuto asciutto e bianchiccio della stessa

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consistenza della pelle umana. “Guardi” lo invitò Damiano incidendo Latta fin sotto l’ascella. Infilò indice e medio all’interno della ferita e maneggiò nell’articolazione di Latta per parecchi secondi, finché si liberò in un sorriso trionfante. Ermanno, nel frattempo, aveva chiuso entrambi gli occhi e alzava una palpebra di tanto in tanto per accertarsi che tutto fosse finito. A un movimento delle dita di Damiano, la ferita attraversò tutto l’avambraccio di Latta e si ricongiunse con la prima incisione di Damiano liberando il braccio dal corpo della macchina. “Ma come diavolo…” disse Enrico esterrefatto, accettando il braccio artificiale che gli veniva dato in consegna dal vecchio guardiano. Questi non attese ulteriori commenti e procedette con la rimozione del secondo arto prima di allungarlo con un sorriso di cortesia a Ermanno. Il vecchio prese poi le cinghie di cuoio e inchiodò la macchina al tavolo con l’energia di un ragazzotto, legandola all’altezza della fronte, del petto, delle cosce e delle caviglie. Quindi levò il cubo di cristallo con indice e medio e s’apprestò a posizionarlo nella bocca di Latta che si era aperta lentamente sotto una leggerissima pressione al mento irsuto. “Se fossi in voi” disse ad Enrico e Ermanno indicando le mani esanimi della macchina, “terrei gli occhi lontano da quelle falangi.” Posizionò delicatamente il cervello cubico sulla lingua di Latta e attese che venisse inghiottito. “E ora vediamo cos’ha da dirci.” 29 “Non so se l’ha notato, signorina. Ma siamo a corto di uomini.” Alan Lobe, Primo Consigliere ad interim della Colonia, marciava a ritmo cadenzato attraverso l’hangar del porto lunare, pedinato da cinque giovanotti in divisa e un’orfana che stentava a tenerne il passo. Alla domanda su quali forze si sarebbero unite alla spedizione, Ruth si era sentita derisa dai cinque militari armati e apostrofata poco galantemente dal vecchio politico in comando che li stava ora guidando tra strabilianti prodigi della tecnica. Aveva l’impressione che l’aviorimessa fosse stata ammantata dalla notte eterna della Luna, lasciando che fossero i suoi soli reperti ad illuminarla dall’interno. Il polpastrello di Alan, oltre ad aprire le porte alla cupola più grande della Colonia, aveva azionato i fari puntati contro tutti i velivoli militari del porto, permettendo a Ruth di passarvi accanto con l’espressione più ispirata del suo repertorio, quella che avrebbe voluto sfoggiare di fronte a un’apparizione santiforme. “Dove stiamo andando?” chiese all’ultimo dei militari aggirando un prototipo dal colore indefinibile; ricordava un bilanciere equipaggiato per attacchi interplanetari. Dopo un paio di occhiate fu chiaro che su quel velivolo non c’era spazio per un pilota. Non umano, in ogni caso. “Se deve fare delle domande” Alan Lobe rallentò finché Ruth non lo raggiunse, “le faccia a me.” “Dove stiamo andando?” ripeté alzando il mento. “La macchina che ha visto è una vecchia conoscenza della Colonia. Pensavamo fosse sotto controllo, ma crederlo è stato un errore decisamente grossolano.” “Non erano state tutte distrutte?” “Che ci creda o meno, tutte tranne una. Ho ragione di sospettare che la macchina voglia raggiungere la centrale nucleare. È lì che siamo diretti.” Avevano appena superato un’enorme struttura in fase di costruzione; lo scheletro metallico della fusoliera faceva intuire che il prototipo sarebbe stato formato da due dischi sovrapposti, tempestati ancora di falle e cavi scoperti. Sparpagliati a terra, una scala e grossi attrezzi da meccanico erano stati lasciati ad arrugginire in attesa di tempi migliori. Molti velivoli erano sul punto di alzarsi in volo, altri non sarebbero mai stati ultimati. “Perché la centrale?” chiese Ruth sbirciando il passaggio luminoso verso cui stavano avanzando. “Vuole farci saltare in aria?” “Non lo so. Ma so che nessuna macchina ha mai messo piede nella centrale e così

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voglio che sia, finché sarò io a vegliare sulla Colonia.” “E’ per via degli esperimenti, vero?” Ruth studiò l’espressione del primo Colono. Rimase imperturbabile per tutto il tragitto che li separava da un locale luminoso costruito a ridosso del vetro armato che formava la cupola. Era una stanza per la vestizione dei passeggiatori lunari, arredata al centro da una sorta di alveare di metallo che scendeva dal soffitto. Ogni cella era in realtà un armadietto sigillato che conteneva tutto il necessario per una breve passeggiata: una tuta incredibilmente leggera a prova di vuoto, un casco indistruttibile, stivali sorprendentemente pesanti, bombole per l’ossigeno e fragranze tonificanti assumibili in caso di disagio gravitazionale. “Esattamente” confermò Alan aiutandola ad immergersi nella parte di cosmonauta degli abissi. “E’ per via degli esperimenti.” La vestizione fu veloce e indolore. Stivali a parte, le tute spaziali permettevano ampi ed agili movimenti da circense. Ruth fu colpita dall’onestà di Alan Lobe e volle sapere di più. “Che tipo di esperimenti?” Alan li condusse di nuovo nell’hangar, in un altro punto a ridosso del perimetro di vetro da cui si poteva osservare una immensa distesa lunare scavata da un binario argentato. Emergeva dal sottosuolo poco distante dalla cupola e si perdeva nell’oscurità dopo molte centinaia di metri di esili fuscelli che illuminavano la pista a intermittenza. Alan si posizionò di fronte a un solitario pannello che saliva da terra, su cui era riportato lo stesso emblema disegnato all’ingresso del porto militare. Impresse il pollice sulla stessa impronta rossastra ed arretrò di un passo poco prima che il pannello scivolasse lentamente verso il basso sprofondando in un varco appena formatosi. “Esperimenti nucleari” rispose a Ruth facendoli indietreggiare di qualche metro ancora. I militari guardavano la scena poco interessati, mentre il varco si allargava e inghiottiva cubi di pavimento in ogni direzione. Dopo pochi minuti l’escavazione si assestò e mostrò loro una voragine che avrebbe potuto contenere un elicottero. “Esperimenti che non vogliamo destino l’interesse delle macchine.” “Quali macchine? Non ne è rimasta solo una?” “Sulla Luna” disse Alan. “Ma sulla Terra possono essere ancora in ascolto.” Ruth non poté che pensare a Charlie; Alan Lobe pensò invece a suo figlio. Sono spacciati, pensò, non poteva essere altrimenti. Fottuti. Gabriel doveva essere fermato, fosse l’ultimo atto da Primo Consigliere, doveva portarlo a termine. Guardò la ragazza e notò per la prima volta lo sguardo dolce e smarrito che stava volgendo verso la pianura lunare. Era all’oscuro di tutto, non era che un’orfana; eppure aveva voluto essere presente, per una volta voleva vivere al centro dell’azione. Non meritava di morire; come suo figlio, meritava quanto di meglio potesse offrirle. Cristo, pensò, non sono proprio fatto per comandare. “Quello che sto per dire è strettamente confidenziale” disse Alan senza distogliere lo sguardo dai profili irregolari della Luna. “Vale anche per voi, ragazzi.” I cinque militari assentirono all’ordine e si fecero finalmente più attenti. Si sentì un ronzio d’allarme e dal varco iniziò ad emergere un mostruoso veicolo a otto ruote. Crebbe fino a raggiungere il livello del suolo, esibendo una corazza nera e spinosa che sembrava essere stata sottratta a un carnivoro dell’era giurassica. Quattro coppie di postazioni mimetizzate si insinuavano tra gli aculei della corazza, molti dei quali, in realtà, erano armi da tiro camuffate. Ruth si chiese da cosa diavolo volessero difendersi. Nel vuoto e sulla Luna. Fu aiutata a salire in testa al mezzo corazzato e sistemarsi a fianco di Alan su sedili sorprendentemente comodi; i militari si appostarono dietro di loro, armi in pugno e sguardo vigile in attesa di sbucare sulla superficie lunare. “La centrale ha interrotto il suo programma di sperimentazione cinque anni fa, pochi giorni dopo il primo attacco” spiegò Alan azionando un comando digitale del veicolo e sprofondando sul suo sedile. “Gli esperimenti sono sempre stati patrimonio di pochissimi: membri governativi del pianeta, il sottoscritto e altri decisori di spicco

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nella battaglia legislativa per la supremazia dell’essere umano. Il programma di sperimentazione è un progetto a cui hanno partecipato cinquantatre paesi del mondo e circa quattrocento studiosi tra ingegneri, fisici nucleari, filosofi, speculatori evoluzionisti e teologi.” “Teologi?” chiese Ruth. “Lasciami finire” la richiamò. “Ragazzi, il casco. È tempo.” Un giovane militare le torse il collo finché non si udì lo scatto di un magnete e un soffio prevenire la rottura del casco sotto l’effetto del vuoto. Quando furono pronti, Alan premette un secondo comando e il mezzo corazzato iniziò ad inabissarsi sotto il suolo con uno scossone che le solleticò il bottone dell’ansia. Non aveva mai camminato sulla Luna e quelle minuscole giunture che le suggellavano il corpo le sembravano decisamente poco adatte. Non le era mai piaciuto andare contro i limiti, sebbene ormai vivesse in un punto del sistema solare in cui l’uomo, per habitat naturale, non avrebbe mai dovuto metter piede. Si strinse tra le braccia cercando quel calore che la tuta non faceva permeare e osservò le pareti del passaggio ascendere e riformare sopra di lei il pavimento dell’hangar. A immersione interrotta, una serie di scie luminose si accesero ai lati del tunnel risalendo in superficie una trentina di metri più avanti. Sbucavano sulla Luna insieme al binario, lassù, dove il messo delle macchine li stava forse attendendo accovacciato dietro una roccia o dentro un minuscolo cratere smussato. “Il progetto ebbe inizio circa venticinque anni fa” continuò Alan insieme alla lenta marcia del veicolo lunare, “ispirato dalle intuizioni di un giovane austriaco di cui non ricordo il nome. Questi ipotizzò l’utilizzo chirurgico di impulsi energetici sul sistema limbico del cervello animale.” “Impulsi atomici?” chiese Ruth. Il casco riproduceva la voce di Alan come se si trovasse, minuscolo, nel suo padiglione auricolare. “Esattamente. In medicina erano già stati impiegati con successo nella degenerazione dei tumori cerebrali. La sfida fu di intervenire a livello di determinate aree del cervello responsabili dei comportamenti di sopravvivenza delle specie. Il primo obiettivo era quello di neutralizzarle e di rintracciare l’impulso primordiale all’evoluzione, l’originario atteggiamento ricettivo che fa da minimo comune denominatore alla mutazione di tutte le specie.” “Specie animali…” Ruth si concentrò sul racconto del primo colono, evitando di pensare all’emersione dal tunnel. Sentiva una morsa acida strizzarle stomaco e cuore in un unico organo mutato. Alan annuì. “L’inizio degli esperimenti coincise con il mio arrivo sulla Luna, più o meno quindici anni fa. I primi risultati ci lasciarono semplicemente di stucco.” Ruth iniziò a domandarsi se la sua presenza fosse davvero indispensabile. Sbirciò i cinque militari e li odiò tutti, letteralmente. Immobili con le armi in pugno, non facevano una piega alle rivelazioni del loro ufficiale in comando; guardavano imperturbabili davanti ai loro visi, come se fossero già sbarcati in superficie alla ricerca del fuggitivo. Era come se il ruolo li disumanizzasse. “Cosa accadde?” chiese Ruth stringendo con forza un aculeo della corazza. Sentì che qualcosa stava cambiando; poco alla volta perdeva peso. Il dispositivo che simulava l’attrazione gravitazionale della terra si stava ora adeguando ai parametri lunari, permettendo ai passeggiatori della Colonia di sfruttare il tempo dell’emersione per abituarsi alla leggerezza cosmica. I suoi compagni di traversata, ovviamente, non batterono ciglio. Stronzi professionisti. “Sperimentammo su animali adulti di piccola taglia” continuò Alan. “Volevamo intervenire su soggetti già introdotti in un gruppo animale ben ordinato secondo precise dinamiche relazionali. Durante le prime somministrazioni, gli esperimenti mirarono a neutralizzare le funzioni che regolavano la preservazione dell’individuo e della specie. Fu come se gli impulsi radioattivi ripulissero la corteccia, azzerando le reazioni emotive dell’animale di fronte a un attacco alla vita. Notammo come tutti i soggetti assumevano un atteggiamento pacifico sotto la somministrazione di stimoli esterni, fossero essi pericoli o tentativi di interazione. Solo se istigati, gli animali

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rispondevano con una serie ripetuta di comportamenti che portavano infine all’interazione sociale e alla totale fiducia nel soggetto stimolante. Imitavano, imparavano nuovamente con la stessa caparbietà di un cucciolo neonato. Se invece li lasciavamo soli, senza alcun stimolo esterno, espletavano serenamente le loro funzioni vitali, nutrendosi ed evacuando, rallentati in quello stesso stato vegetativo da noi indotto.” Ruth percepiva tutti i muscoli del corpo rigenerati; provò l’impulso di issarsi sull’aculeo del veicolo e librarsi in una serie di evoluzioni a mezz’aria. Eppure si limitò a sedere ed ascoltare, seguendo l’esempio composto dei militari armati. Ruth intravide il seguito del racconto di Alan; sperava di sbagliarsi, ma voleva capire se la sconsideratezza scientifica si fosse spinta fino a intaccare il cervello umano. Come sbirciando l’epilogo di un romanzo, si sentiva parte di una verità celata, proibita, pur sperando vivamente che gli esperimenti della Colonia non avessero avuto nulla a che fare con la guerra planetaria delle macchine. Il Consigliere, intanto, continuava a parlare. “La seconda fase degli esperimenti volle invece dimostrare come l’adattabilità dell’individuo decontestualizzato si spinga oltre i limiti imposti dalla specie di appartenenza. I soggetti denaturati furono avvicinati da altre specie animali non aggressive, di pari grado nella scala alimentare o persino inferiori. Il nostro soggetto assumeva sempre atteggiamenti pacifici, imitando i contorni comportamentali dell’animale ospite e, quando possibile, l’espressione vocale. In altre parole, avevamo eliminato il terrore o la diffidenza che le specie adottano per natura di fronte all’estraneo, alla preda o al nemico. La loro memoria esperienziale involveva a tal punto da riformulare le interazioni sociali basandosi sul grado più assoluto di fiducia tipico del lattante. Ci fu così possibile ricreare il comportamento di alcuni soggetti denaturati sotto l’influenza di propri simili eccezionali e specie animali complementari che potevano colmare le lacune istintive e genetiche che si formano dove la biodiversità è carente. Il più delle volte si agiva dove madre natura non poteva intervenire, integrando capacità di sopravvivenza in habitat naturali in cui la specie normalmente non sarebbe sopravvissuta. Solo al termine di questa seconda fase, iniziammo a chiederci in che modo potessimo intervenire anche in favore dell’essere umano, migliorandolo o, perché no, agevolandolo nell’evoluzione.” Raggiunsero il punto di risalita. Una ventina di faretti equidistanti s’accese per tutta l’altezza del cunicolo ascensionale, tagliandolo con angoli di luce sempre più piccoli fino al punto che li divideva dalla superficie argentata. Lì si fermarono ancora per qualche minuto, in attesa che il processo di adeguamento gravitazionale terminasse. L’euforia che aveva ben disposto Ruth poco prima fu ora messa alla dura prova dell’approssimarsi all’emersione. Per la prima volta capì che l’alleggerimento del corpo non portava alla leggerezza allo spirito; nel suo caso, al contrario, il rapporto stava lievitando inversamente. “Domande fin’ora?” chiese Alan allungando il collo raggrinzito verso la ragazza. “Per ora no” rispose lei. “Però temo per il resto della storia.” Alan Lobe sbuffò. “Avevamo quindi individuato ed isolato la porzione cerebrale responsabile della sopravvivenza della specie. La terza fase degli esperimenti virò per il verso opposto e invertimmo i fasci nucleari in modo da stimolare e accrescere le capacità del sistema limbico cerebrale. Capimmo quasi immediatamente che il processo inverso non era possibile. Tutti gli animali morirono per effetto di malformazioni fatali. Nel soggetto adulto le potenzialità cellulari del cervello non potevano essere modificate in alcun modo, a meno che si volesse incorrere in atteggiamenti deviati di un animale prossimo alla morte. Gli esperimenti assunsero risvolti decisamente diversi quando decidemmo di sperimentare a livello embrionale.” Il mezzo lunare subì uno scossone che fece sobbalzare Ruth infilandole il cuore in gola. La salita era iniziata fin troppo velocemente. Capì che l’ultimo tratto sarebbe stato il più veloce. “Il primo segnale che accomunava le specie era la nascita prematura, preceduta, in

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alcuni casi, da assorbimento di uno o più embrioni gemelli. Anche dopo il parto, il piccolo sovrastava i fratelli in termini di peso e grandezza ed era decisamente più propenso all’interazione con l’uomo. Al raggiungimento della maturità sessuale, mostrava istinti d’accoppiamento anomali anche verso altre specie. Ma ciò che ci stupì fu il ruolo che il soggetto assumeva una volta inserito in un gruppo di propri simili: quando era il solo ad essere stato potenziato, assumeva il comando con atteggiamenti dispotici; se si trovava in un gruppo di suoi simili, si formavano dinamiche sociali inizialmente evolute, ma che terminavano sempre in eccessi di violenza. I gruppi potenziati convivevano ottimamente per qualche tempo per poi sterminarsi, senza alcuna eccezione. Iniziava come una semplice scaramuccia dovuta al cibo o a un accoppiamento indesiderato; al primo segnale di violenza, anche tutti gli altri soggetti impazzivano fino alla decimazione.” “Avete capito il motivo?” chiese Ruth osservando il culmine del tunnel avvicinarsi. Da un momento all’altro blocchi di pietra si sarebbero aperti per lasciarli uscire allo scoperto. “Non pienamente. Lo stimolo all’evoluzione può averli resi consci d’essere solo cavie da laboratorio. O forse sono semplicemente impazziti per degenerazioni neurologiche, risposte della natura alla mutazione a cui li abbiamo sottoposti. Non lo sappiamo con certezza. Certo, ora, non posso che domandarmi quanto il loro sterminio abbia in comune con la guerra combattuta la sotto...” “Sperimentaste sull’uomo, vero?” chiese infine Ruth. Alan non nascose vergogna o incertezza. Annuì immediatamente, certo che la ragazza l’avesse capito da tempo. “All’inizio le ragioni furono prettamente mediche. Ci sentimmo come esortati, in obbligo quando sapemmo che i grandi della Terra furono d’accordo nell’inviare cavie umane per i nostri esperimenti. Reietti, così li chiamavamo. Menomati da tutto il mondo, malati in stato vegetativo, malati terminali, un esercito di infermi che avevano perso tutto e tutti, trasportati fino a noi per trovare una cura alle malattie del futuro. Le radiazioni degenerative sugli animali avevano quasi sempre avuto risultati benigni, e ciò ci spinse a sperimentare su varie zone del cervello umano, con risultati anche disastrosi. L’animale uomo non dava gli stessi risultati quando veniva stimolato nelle stesse zone del sistema limbico. Quando erano ancora presenti, le funzioni sessuali, viscerali, corporali venivano meno. Inizialmente causammo solo danni irreparabili. Il cervello umano è fin troppo complesso per essere riassunto in aree o zone cerebrali esclusive per determinate funzioni sociali o corporali. Ma capimmo gli errori, intervenimmo tante volte finché non giungemmo a un risultato concreto.” Ruth alzò le sopracciglia e si sentì sconfortata quando il soffitto sopra di lei si aprì scorrendo su un lato. Una seconda lastra di materiale trasparente scorse seguendo la prima ed esponendoli all’universo in espansione. Ruth non percepì alcun cambiamento intorno a sé, ma ebbe la tentazione di coprirsi il casco e sprofondare dentro le sue paure. Emersero sulla superficie proprio quando Alan volle terminare il suo racconto. Ruth aprì gli occhi, uno dopo l’altro e si trovò in contemplazione della Luna. “Riportammo in vita un uomo morto” finì il primo colono. “L’attività cerebrale era stata nulla per diversi mesi prima che intervenissimo sulla corteccia.” Alan riemerse dal proprio sedile in posizione più dignitosa. Torse il busto e guardò tutti i militari. “Ragazzi, fate attenzione. Iniziamo la caccia.” Poi tornò su Ruth. “Se non le dispiace, signorina, dobbiamo rinviare la seconda parte del racconto. Stia all’erta, occhi sulle dune. La macchina potrebbe non essere lontana.” 30 Incitati dagli ammonimenti delle donne, i tre coloni sbuffavano a testa bassa come vagoni in deragliamento. Avevano raggiunto la boscaglia e si erano attardati nel luogo dell’atterraggio caricando tutto ciò che avrebbe assicurato qualche giorno di sopravvivenza. La Luna, avvolta da una cortina opalescente, trafiggeva gli arbusti rivelando un lato della natura inaspettato, sinistro; specialmente per Charlie, da sempre

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vissuto in un luogo claustrofobico senza spazi notturni o ripetitivi. Aveva immaginato un ritorno armonioso sulla Terra, accolto da trionfi floreali e faunistici; nei suoi sogni l’essere parte della natura si risvegliava al primo contatto con la terra; in esso si ergeva la consapevolezza d’essere carcassa riciclabile, humus e progenie da cui attingere fertilità durante la vita e dopo la morte. Sulla Colonia aveva sentito in gola una sensazione polverosa ogni volta che aveva posato gli occhi sui cumuli tombali visibili dal mausoleo. Sulla Terra, aveva pensato, sentirò le mie membra integrarsi con gli elementi. Erano pensieri onirici che lo avevano accompagnato al sonno; di quelli che, al risveglio, venivano derisi dal giudizio spietato della verosimiglianza. Non provava nulla di tutto ciò ora: la notte gli faceva paura. Procedevano chini, come risucchiati dal dipinto surreale d’una favola annerita che si era mutata in incubo. Superarono una serie innumerevole di tronchi e spiazzi erbosi che soltanto poche ore prima, quando gli abitanti della Terra avevano ancora volti ignoti, avrebbero assunto sfumature miracolistiche. Damiano, secco e inafferrabile come i fuscelli di betulla, precedeva Charlie e Nikolaj correndo con fiato d’atleta e usando come unico punto d’orientamento il profilo verdastro dei tronchi incontrati. Il ragazzo seguiva i suoi passi ammirato dallo spirito del cuoco; da solo, senza orizzonti di riferimento, avrebbe vagato in circolo per finire nelle braccia meccaniche dei loro inseguitori. Nikolaj stringeva i denti e li seguiva per ultimo, sfiancato, tenendo il passo come avrebbe fatto se imbeccato da una canna di fucile. Sudava, si piegava spesso ed era sempre al limite dell’agonia. Ad ogni passo accidentato, il ginocchio dolente gli si torceva in fiamme in procinto di cedere insieme al suo flaccidume ingombrante. Procedettero con ritmo accanito per un tempo imprecisato, nella speranza di incontrare i ribelli di cui aveva parlato l’anziana madre. Pareva impossibile che non avessero attirato le macchine, si aspettavano da un momento all’altro di sentire una forza bruta sollevarli da terra e ammanettarli tra grinfie taglienti. Ma nulla accadeva e la buona fortuna li assisteva in quella processione isterica. “Non ce la faccio più…” Nikolaj si piegò in due raschiando con la laringe. Si appoggiò sulle ginocchia dimentico delle fitte alla gamba malmessa; in quel momento la priorità era respirare. Arretrò dolorante ed abbracciò la schiena a un tronco vicino, boccheggiando ad occhi chiusi. Da quando avevano lasciato la prigione delle donne, non avevano trovato un solo segno di civiltà; ovunque avessero guardato, avevano notato che i ritmi lenti della natura erano stati ripristinati. Damiano porse loro da bere invitandoli ad essere parsimoniosi, concedendosi per ultimo un sorso d’acqua. Ogni volta che si fermavano, sentivano il calore del viso sfidare il freddo invernale e una miriade fastidiosa di formicolii stuzzicare la pelle delle gambe come sotto tortura. Mentre si abbassava per riporre la borraccia, il cuoco si fermò guardando dritto davanti a sé, in direzione del primo essere animale che vedesse da molti anni. Il suo volto magro e trasandato mutò per lo stupore quando posò lo sguardo su una specie che aveva abitato i suoi pensieri solo in video o su copertine illustrate. Un grosso lupo grigio stava banchettando solitario a una ventina di metri davanti a loro. Fece cenno a Charlie e Nikolaj di non muoversi e di guardare lungo il suo indice. Il ragazzo e il sistemista si gelarono pietrificati dalla bellezza dell’esemplare. Il muso vermiglio del lupo addentava la carne della sua vittima e li teneva d’occhio senza intenzioni feroci. Poteva anche essere un cucciolo e, da quanto ne sapessero, poteva non aver mai visto l’uomo. “State dritti” sussurrò Damiano stendendo lentamente le gambe. Nikolaj quasi inciampò mentre si stirava le membra per sembrare ancora più alto. Charlie poteva sentire i denti del lupo disarticolare i tendini e le ossa della preda, lo vedeva muoversi e nutrirsi, illuminato attraverso uno dei varchi ritagliati dai rami in torsione delle betulle. Fu una sensazione paurosa e galvanizzante. Sentì che l’animale era complice di un equilibrio universale che trascendeva le macchine e chiunque le avesse portate in essere. Come aveva sperato, lui e la natura in accordo su un piano impalpabile; non più come concimi per la terra, ma predatori di essa e dei suoi frutti. Il

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desiderio di avvicinarsi quasi gli fece compiere un passo incauto. “Non lo farei” lo ammonì Damiano trattenendolo per un braccio. L’animale scrollò il manto umido e si piegò, sgranchendo le zampe con un ringhio annoiato; aveva finito di banchettare. Li guardò ancora una volta prima di avviarsi in direzione contraria. Aveva fiutato un misto di emozioni in cui non aveva trovato traccia di aggressione, e se n’era andato dopo aver valutato i nuovi esseri come pienamente innocui. Aveva trovato sgradevole il loro odore, in parte familiare e in parte distante da qualsiasi altra cosa avesse annusato. Non poteva saperlo, ma quello era l’odore della Luna. Si rilassarono solo quando l’oscurità e gli alberi l’ebbero nascosto alla vista. Nikolaj sospirò calandosi sul ginocchio sano e sedendosi a terra. “Dove possiamo nasconderci?” chiese. “Presto sarà l’alba e appena noteranno la scialuppa verranno a cercarci.” Charlie si sentì scoperto a un mondo intero di pericoli. Probabilmente avrebbero dovuto procedere verso il punto cardinale indicato dalla vecchia madre, sperando che il loro secondo incontro non fosse letale. “Nasconderci non ha alcun senso.” Damiano gli lesse nel pensiero. Si era seduto a fianco di Nikolaj e gli stava tastando il ginocchio. Era gonfio e, sotto i vestiti, probabilmente violaceo. “Se davvero le macchine sono andate all’inseguimento della nave, dobbiamo sfruttare il vantaggio e continuare verso nord. Non vedo alternative. Charlie?” “Lo stavo pensando anche io.” Non era abituato ad essere interpellato, ma quella volta fu facile rispondere. “Il ginocchio?” Nikolaj rispose con una smorfia. “Posso ancora andare avanti, ma non so per quanto.” Poi aggiunse scuotendo il capo: “Scusatemi.” Charlie vide che aveva gli occhi lucidi e sofferenti. Damiano gli diede una pacca sulla spalla e lo aiutò ad alzarsi in piedi. “Niente scuse” disse. “Dobbiamo procedere ora e sperare che il sole non porti cattive nuove. Se ti sei fatto male è anche colpa nostra.” Non era vero, ma fu una scossa che lo convinse a tornare a zoppicare senza crogiolarsi in altri mea culpa deleteri. Iniziò ad albeggiare molto prima di quanto si aspettassero. Insieme alla luce salì dal suolo brinato una finissima foschia che occupò la vista dei coloni finché il sole non fu ben alto e visibile in cielo. I tronchi delle betulle sorgevano da uno strato paludoso di nebbia stantia che arrivava alle vite dei coloni mettendo ancora più a rischio ogni passo che compivano. Nikolaj sentì cedere il ginocchio più di una volta e smise di toccarselo temendo di non avere più la forza di camminare una volta tastato il gonfiore. Damiano li precedeva indomito, mentre Charlie si perdeva in visioni e fantasie sorte insieme al meraviglioso effetto mattutino della nebbia invernale. Passarono circa un paio d’ore prima che l’aria fosse di nuovo tersa, permettendo loro di vedere il confine ultimo della boscaglia. Giusto poco prima di attraversarne l’ultima linea, l’illusione di potere concretamente sfuggire alle macchine si ruppe insieme a uno strillo stregato che veniva dall’alto. Ricordava il coro straziato di prototipi in corsa e si avvicinava strigliando gli alberi e tutto ciò che sostenevano. Una vibrazione dolorosa li colse alle gambe inchiodandoli a terra, quando una lama nera di carbone sfrecciò in cielo a solo pochi metri dai rami più alti. Ne seguirono molti altri; piccoli e piatti barlumi di luce cromata appartenenti a qualcosa di tanto veloce d’essere sfuggevole alla vista. Urlavano al passaggio. Fu il primo incontro con le macchine della Terra. Si ritrovarono striscianti al suolo con le mani sopra le teste e migliaia di preghiere per la mente. Non avevano il coraggio di muoversi e, tanto meno, d’uscire allo scoperto. Se avesse potuto, Charlie avrebbe richiamato la nebbia perché li avvolgesse per qualche ora ancora. “Cosa facciamo?” bisbigliò talmente vicino al terriccio da sentirne il sapore. Da un paio di minuti non stava accadendo più nulla. Erano forse le nove del mattino e la giornata procedeva meravigliosa quanto il celeste che colorava tutto il cielo del mondo. Lo vedeva per la prima volta e non poteva godere della sua grandezza. Maledisse le macchine silenziosamente. “Aspettate qui” disse Damiano ergendosi sui quattro arti e gattonando fino all’ultimo

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tronco, nascondendosi e sbirciando il paesaggio oltre stante. Davanti al loro rifugio, una valle ondulata e rinsecchita si espandeva a perdita d’occhio, esposta agli occupanti del cielo per chilometri incalcolabili. Un centinaio di metri più avanti la terra scendeva e si incuneava in un grosso canale affossato che procedeva rettilineo fino all’orizzonte. Oltre ad esso non c’era altro, se non piattume e qualche volatile disorientato. Il condotto era interamente coperto d’erba, appartenuto forse a un vecchio naviglio di scarico disossato e lasciato esposto alle intemperie della natura. Da esso stava affiorando una figura solitaria, umanoide, vestita con indumenti scuri. Si era arrampicata sul viadotto e stava ora correndo verso di loro con grande agilità. Damiano scattò ed arretrò sulle proprie gambe piazzandosi a fianco di Charlie e Nikolaj. “Le armi!” disse. “Sta arrivando qualcuno!” “I ribelli?” Nikolaj estrasse la pistola scosso dal panico. Si nascosero dietro tre alberi differenti, tenendo sottotiro quanto più riuscissero ad inquadrare. Charlie non credeva di avere il fegato di sparare, qualsiasi cosa si sarebbero trovati di fronte. “Non lo so” rispose Damiano sottovoce. “Zitti.” La figura li raggiunse dopo pochi secondi e si fermò soltanto dopo essersi inoltrata nella boscaglia. Parlò una voce da ragazzo, in inglese, con forte accento italiano. “Mi chiamo Alma” disse lentamente. “So che vi state nascondendo. Dovete seguirmi ora, prima che tornino.” Damiano li sorprese quando uscì allo scoperto senza fare domande. Ripose l’arma e invitò i suoi compagni coloni ad assecondare il nuovo arrivato. “E’ la nostra unica possibilità” disse. Nikolaj stava per obiettare, dirgli che era una follia, che quella poteva essere una macchina e che si sarebbe condannato con le sue stesse mani. Ma non ebbe tempo di farlo, sapeva che lo avrebbe seguito ben prima di parlare. Camminava a stento e presto si sarebbe dato per sconfitto, dietro di loro c’erano solo alberi a separarli da una prigione per donne gravide, davanti a loro l’ignoto e sopra guardiani schiamazzanti e iperveloci. Dovevano fidarsi delle parole della vecchia madre e di Alma, il presunto ribelle. Sarebbero morti comunque, era chiaro a tutti e tre. Charlie e Nikolaj uscirono e seguirono Damiano, percossi nelle orecchie dal loro stesso battito cardiaco. Si avvicinarono al ribelle e videro subito che era giovanissimo, forse più di Charlie. Riccio, scuro d’occhi e di capelli, indossava una divisa nera all’aspetto lucido e sgangherato. Mani, piedi e collo erano interamente coperti dallo stesso materiale che gli vestiva il resto del corpo; solo il volto e la testa sarebbero stati liberi di respirare se non fossero stati cosparsi di una polvere bruna che ricordava quella usata per le prime arti rupestri. Attese che fosse raggiunto e parlò di nuovo. “Dobbiamo raggiungere l’entrata del canale, quindi saremo al sicuro” disse a bassissima voce indicando oltre le betulle. Poi aggiunse guardando Nikolaj e il suo ginocchio. “Un ultimo sforzo e riceverete cure e ristoro.” I tre annuirono rinfrancati dalle sue parole. Non sembra una macchina, non può esserlo! urlava la mente di Charlie affidandosi ancora una volta alla divinità che aveva spesso trascurato. Damiano era invece convinto che fosse così, che il ragazzo fosse il ribelle di cui avevano parlato le donne e che dopo quell’ultima corsa tutto sarebbe tornato possibile. Si sarebbero integrati e sarebbero tornati a combattere e a portare in salvo Davon e tutti gli altri coloni. Ora si che mi sento vivo! “Siete pronti?” mormorò Alma. “Non abbiamo più tempo.” “Pronti” rispose il cuoco della nave astrale. In lontananza udivano il ronzio delle macchine stabilizzarsi e, lentamente, farsi più vicino. A un cenno di capo del ragazzo partirono come se stessero sfuggendo a una paura primordiale. Per Charlie fu una corsa terribile ed esaltante allo stesso tempo. Nikolaj stava invece concentrando tutta l’attenzione sul ginocchio ferito e il maledetto richiamo delle macchine che stava tornando dal cielo; la sua figura appesantita risaltava tra i coloni per sfinimento e mal destrezza. Damiano, il primo a correre dietro al giovane ribelle, fu anche il primo a scendere nel vecchio condotto ed avvistare una sorta di sentiero inoltrarsi in un fitto ammasso di rampicanti ed erbe incolte. Alma li

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condusse all’interno dell’intreccio scansando le piante finché non videro aprirsi un passaggio roccioso che si infiltrava nel suolo. Vi entrarono per trovarsi in una sala circolare costruita nel cemento, al centro della quale una balaustra disposta in cerchio preveniva la caduta in una vasca talmente buia da non lasciarne intravedere il fondo. Sembrava un enorme serbatoio per la raccolta di acqua piovana o liquame di altro tipo. Alma fece loro segno di stare zitti e poggiò a terra un dispositivo argentato a forma di rosa stilizzata che si avviò con un cigolio dopo averne toccato un punto alla base. “Ora possiamo parlare.” Trafficò con una sacca da arrampicatore che qualcuno doveva aver già piazzato nel rifugio tempo addietro. “Spogliatevi.” “Come?” domandò Nikolaj temendo di aver interpretato male il suo inglese. “Spogliatevi. Completamente” ripeté il giovane. “Le macchine sono estremamente sensibili alla voce umana e alle secrezioni del corpo. Dobbiamo neutralizzare il vostro odore prima che siate fiutati. L’aggeggio che ho posato a terra crea rumore naturale che dovrebbe confonderle.” “Rumore?” chiese Charlie imitando Damiano che si stava già togliendo l’ultimo indumento intimo che gli ricopriva i genitali. Per il ragazzo e il cuoco privarsi dei vestiti non fu un problema. Nikolaj dovette al contrario reprimere sofferenza e pudore; da una parte, il ginocchio inveiva per una cura, dall’altra, neppure in pericolo di morte il grosso sistemista riusciva a soggiogare l’imbarazzo tipico delle anime leggere intrappolate in un involucro troppo pesante. Uno a fianco all’altro erano ora completamente nudi e tremanti per il gelo sotterraneo. Alma mostrò loro una sacca di pelle a cui era stata indurita una estremità a forma di becco. “Le macchine” spiegò scuotendo energicamente la sacca, “posseggono una specie di sonar. Lanciano impulsi, richiami se preferite, che attraversano e rimbalzano sulla materia e danno loro una idea molto precisa degli oggetti e degli esseri animati che la occupano. Ho creato rumore per mascherare le nostre voci e occupare quest’area. Ora per le macchine non siamo che roccia silenziosa.” “Come i delfini” aggiunse Charlie ricordando una simulazione subacquea in cui si era immerso a lezione sulla Colonia. “Esatto, come il sonar dei delfini” disse Alma sorridendo. Sopra il loro nascondiglio le macchine sfrecciarono nuovamente tornando da dove erano giunte. Questa volta il rumore fu più forte e prolungato, come se volassero in cielo in formazione compatta. Il giovane ribelle continuò: “Emanate un odore troppo umano. Qui dovremmo essere al sicuro perché siamo coperti dalla terra, ma non vogliamo correre rischi. Devo cospargervi con questa polvere per attenuare la vostra sudorazione. Mi dispiace, so che non è piacevole.” La sacca emanava sbuffi di polvere bruna alla più lieve pressione; aveva un odore molto forte e acre che ricordava, potenziato, quello del muschio. Li cosparse uno dopo l’altro soffermandosi nei punti di maggiore sudorazione, concentrandosi con sgradevole attenzione tra le natiche e la zona inguinale. Non fu irritante, ma fu poco piacevole piegarsi e mostrare ai tre presenti l’orifizio maschile più sacro. “Terrà a bada le vostre ghiandole per circa tre ore” disse Alma ritrovandosi a parlare con tre indigeni senza vergogna. “Presto sarete trattati con rimedi più duraturi e la polvere sul corpo non sarà più necessaria. Potete rivestirvi ora.” Non se lo fecero ripetere. Si coprirono battendo i denti. “Se sono così sensibili alla nostra voce e al nostro odore” intervenne Damiano con voce tremante, “come è possibile che non ci abbiano trovato questa notte?” “In realtà è stato un vero miracolo” rispose Alma. Il suo volto, anch’esso mascherato dalla polvere bruna, si fece sinceramente stupito rivelando per la prima volta la sua giovane età. “Le macchine vi hanno uditi non appena siete usciti allo scoperto. La vostra fortuna ha avuto diversi contributi.” Spiegò come la nave avesse effettivamente attirato la maggior parte delle macchine e come fossero sfuggiti agli inseguitori grazie alla protezione della boscaglia e all’odore ibrido tra essere e artefatto, tipico della Colonia. “Crediamo che non siano intervenuti sapendo che avreste cercato di raggiungerci e le macchine non hanno ancora trovato il

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modo di stanarci. Anche noi abbiamo avuto la fortuna di udirvi appena siete atterrati, ma eravamo lontani e abbiamo potuto agire solo a distanza.” “Per questo motivo sono volati oltre?” chiese Nikolaj. “Li avete depistati?” “Più o meno. Abbiamo rilasciato piccole quantità di essenze organiche in diversi punti molto distanti. Per ora possiamo solo sfuggire alle macchine, non combatterle. Abbiamo disseminato le terre di odori che le macchine associano al panico e alla paura. In questo modo creiamo diversivi che ci assecondano nelle fughe e nell’attraversamento di zone ad alto pericolo.” “Quali essenze?” chiese Charlie. Gli altri due coloni avevano già intuito. “Piscio e merda umana, soprattutto” spiegò Alma senza mezzi termini. “Ci portiamo appresso le nostre scorie organiche per non essere intercettati. Le macchine lo sanno, ma non possono incorrere in possibilità d’errore e finora ne sono sempre state attratte. Dopotutto hanno tutto il tempo che desiderano e vogliono solo sterminarci, uno dopo l’altro.” Seguì un silenzio percosso da nuovi timori. Erano solo all’inizio e il quadro stava assumendo contorni davvero poco promettenti. Ma solo il fatto di essere ancora vivi, di avere di fronte la prova di un nucleo rivoluzionario ben organizzato, permise loro di deglutire una volta ancora e rimpinzarsi di nuove domande. “Dove ci troviamo ora?” chiese Damiano cercando di ricordare l’architettura e i monumenti caratteristici della sua vecchissima patria. “Siamo nel nord Italia e questa una volta era la periferia di Milano. Ora di tutte le città non rimane più nulla, a parte qualche maceria sotterranea e alcuni tunnel che abbiamo occupato noi. L’intera area è stata rivoltata e ripulita subito dopo la guerra; è stata la prima opera di bonifica delle macchine.” “È così dappertutto?” intervenne Charlie. “Non lo sappiamo. Ci siamo spinti fino a circa duecento chilometri verso est e verso sud, ma mai oltre. Nelle zone più esterne abbiamo però trovato persone, viaggiatori soprattutto, che vivono all’oscuro della verità. Pensano che la guerra sia finita, ma in realtà sono solo sorvegliati dalle macchine come lo siete stati voi. Questo è quello che pensiamo. Alcuni si sono uniti a noi, altri hanno preferito tornare indietro.” “La guerra” disse Damiano. “Com’è iniziata? Le comunicazioni con la Colonia si sono interrotte dopo pochissimi giorni dai primi attacchi.” “Lo sospettavamo, ma pensavamo che anche voi foste stati annientati. Quando abbiamo visto la nave non volevamo crederci. In ogni caso, qui sulla Terra non è stato uguale dappertutto. La zona in cui ci troviamo fu letteralmente sedata e solo in seguito devastata. Io vengo da un’area più meridionale in cui le macchine hanno attaccato gli uomini entrando di casa in casa con furia omicida. Ma sappiamo anche di altre zone d’Europa in cui veri e propri eserciti colossali hanno calpestato e fulminato uomini e città. Il primo attacco produsse il maggior numero di prigionieri e di vittime. Poi ci fu la controffensiva degli uomini, ma terminò dopo soli pochi mesi, una volta esauriti viveri e armamenti. Non è facile distruggere chi dispone di pezzi di ricambio illimitati. Ora siamo rimasti davvero pochi, e senza poter combattere. Le nostre sono imboscate e azioni di sorveglianza alla ricerca di altri uomini liberi. Riusciamo a muoverci lentamente, ma anche noi abbiamo i nostri vantaggi. Presto sarete messi al corrente di tutto.” “I nostri amici, gli altri coloni” chiese Charlie anticipando Damiano, “hanno qualche possibilità?” “Non lo sappiamo.” Alma sembrava sincero. “La nostra unica speranza è che siano fatti prigionieri. Sappiamo la destinazione della vostra nave e niente di più. Francamente, quella è una zona in cui non abbiamo mai osato addentrarci.” “Le donne incinte” disse infine Nikolaj. “Dove finiscono i bambini?” “Sapete delle donne?” domandò Alma meravigliato. “Siamo atterrati vicino alle baracche” continuò Damiano. “Le donne sono state le uniche persone con cui abbiamo parlato. Sono loro ad averci indirizzato verso nord. All’inizio hanno pensato che Charlie fosse un ribelle e che ti fosse accaduto qualcosa. Ci hanno detto che porti loro da mangiare.”

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Il suo viso si scurì. “La prima baracca?” Damiano annuì. “Spero che non le abbiate messe in pericolo… Le macchine a questo punto sanno che vi hanno aiutato.” “Sono state loro ad invitarci a entrare” spiegò Charlie. “Non è questo il problema. Le macchine sanno che hanno contatti con noi e non sono mai intervenute in azioni punitive. Ma ora potrebbe essere diverso. Spero davvero che non succeda nulla…” Da quel momento Alma smise di dare spiegazioni esaurienti. Il pensiero delle donne in pericolo compromise il resto delle rivelazioni, posticipandole al momento in cui i tre coloni – neoribelli - avrebbero visto la loro nuova casa. Si ritrovarono così in attesa, attraversati di quando in quando dall’allarme strillato delle macchine volanti. “E ora?” chiese infine Charlie domandandosi come sarebbero usciti da quella stanza sotterranea. “Ora aspettiamo un mezzo che ci riporti indietro” rispose Alma. 31 L’urlo si spense sotto di loro, senza eco o tonfo misericordioso. Nate stava ancora strepitando il suo disappunto quando si alzò e iniziò a prendere a calci qualunque cosa gli capitasse sotto tiro; inveiva in più di una lingua contro la cabina comandi della nave caduta. Provava più soddisfazione nel colpire uno strumento o uno schermo spesso quanto un’unghia quando liberava lampi e scintille che gli ricadevano sulle vesti. Sebastiano era invece rimasto aggrappato al varco e osservava ancora il punto in cui la luce aveva abbandonato il corpo di Klaud. Lo vedeva ancora agitarsi con mani e piedi puntati verso di loro; cadendo, il medico lo aveva guardato negli occhi. Si sentì improvvisamente sfinito e si ritrasse da quella visione nera per posare lo sguardo su chi li aveva portati in salvo. Era un uomo sulla trentina, appoggiato a terra contro quella che doveva essere stata la postazione del Comandante. Aveva gli occhi chiusi e respirava da una mascherina di gomma nera premuta sulla bocca, come se stesse succhiando ossigeno dall’interno di una bolla di gas velenoso. Il loro salvatore aprì gli occhi, si liberò del suo piccolo respiratore portatile e sorrise con la stessa benevolenza del confessore di un condannato a morte. “Mi dispiace per il vostro amico.” La sua voce era strana e proveniva da molto lontano. “Anche questa volta!” stava urlando Nate rivolto a se stesso. “Perché un medico, cazzo! Sono io il pezzo di merda!” Il salvatore era vistosamente provato, ma la stanchezza che segnava i suoi lineamenti non vietava di scorgere dietro di essa la statuaria bellezza di un profilo antico, un viso che richiamava quello dei guerrieri ancestrali. Aveva i capelli rasati dal colore indecifrabile, lunghi non più di due millimetri, una barba incolta un poco più lunga e ombrosa e due occhi senza età del colore del ghiaccio. Nate, ora accovacciato sul proprio zaino, rovistava tra le sue provviste riponendo a scatti infuriati i due volumi lanciati in cabina durante il tuffo senza peso. Trovò e scagliò lontano in un secondo impeto di rabbia un pezzo di corda avanzato dalla fune con cui si erano legati prima dell’immersione. L’uomo si alzò, ripose la maschera e si avvicinò a Sebastiano, stupito per come l’episodio di Klaud non riuscisse a scalfirlo, non più di quanto avesse fatto di fronte al corpo rinsecchito di suo padre Samuele. Si sentiva brutale, ma in quel momento la sua unica preoccupazione era far chiarezza su quell’uomo e ringraziare Iddio per esserne usciti vivi ancora una volta. Nate, evidentemente di diverso avviso, si stava avvicinando con aria contrita. “Perché cazzo non l’abbiamo capito prima?” chiese scuotendo la testa. “Ho fatto il vostro stesso errore.” L’uomo indicò l’angolo da cui si era appena alzato. Ammucchiati insieme a qualche straccio, erano stati impilati tre degli stessi volumi rossi sottratti alla biblioteca delle macchine. “Ho viaggiato su questa stessa nave. Mi chiamo Nikolaj.”

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Quando parlava, emanava dalla bocca un odore simile a quello della fuliggine. Era il primo colono con cui avessero mai avuto a che fare. Si presentarono e ne approfittarono per guardarlo attentamente. Era più alto della media, confinato in un corpo troppo magro per fare da dimora all’ossatura possente che modellava la divisa rosso militare della Colonia, sporca e strappata lungo più d’una cucitura. Il suo portamento spigoloso raccontava diversi mesi di viaggio, fame e forti sventure. “Questo non è un posto sicuro, dobbiamo andarcene al più presto” disse Nikolaj. “Li ho visti scendere non più di un’ora fa. Potrebbero tornare indietro; o arrivarne altri.” “Macchine?” chiese Sebastiano. “A decine. Trascinavano là sotto i corpi dell’equipaggio. Morti…” Guardandosi attorno spaesato, Nikolaj raccolse i libri ordinandoli in un ingegnoso sacco a tracolla dai riflessi cromati. “Non ho potuto che osservare il loro sangue…” “Come sei sfuggito?” chiese Nate aiutandolo ad equilibrare il fagotto su entrambe le spalle. Iniziarono a percorrere a ritroso i corridoi rovesciati della nave coloniale. Nikolaj li guidava senza alcuna incertezza tra passaggi e scorciatoie che ridussero il tempo di percorrenza almeno della metà. “Abbiamo perso il controllo della nave ancora lontani dall’atmosfera” spiegò il colono. “Qualcosa o qualcuno ci ha attratti fino a qui senza svelare la propria natura. Non sapevamo se uomini o macchine.” Giunsero all’altezza del deposito di demorio. Nate e Sebastiano non vedevano energia utilizzabile dallo scoppio della guerra; la nave giunta sulla Terra era la prova tangibile che il demorio della Colonia era sfuggito all’azione degenerante delle macchine. Erano di fronte all’unica risorsa energetica che avrebbe potuto ripristinare l’impianto elettrico di Marescoglio ed allontanare, per molto tempo ancora, i disagi di un’esistenza alimentata dalle sole fiamme. Forse molti avrebbero avuto da obiettare, gli stessi che pensavano di sentirsi giovati da quel ritorno al trinomio pietra, ferro e fuoco. Ma la tentazione fu tanto forte quanto inevitabile e li spinse a trafugare un quantitativo di demorio che avrebbe potuto dar luce ed energia a una città per più di due generazioni di ottuagenari. Sennonché, pensò Sebastiano, Ermanno avrà di nuovo le sue nuvole. “Venti di noi sono stati sganciati prima dell’impatto” continuò Nikolaj, “nel caso fossero state le macchine ad attirarci in questa trappola. Ero uno di questi: sono atterrato pochi chilometri da qui. Questa notte ho visto la nave schiantarsi infuocata; il tempo di raggiungerla ed ho trovato tutto deserto.” Conoscevano la sensazione. Se Nate non avesse visto Troncoraggio prima della caduta, avrebbe pensato che la nave si trovasse solitaria e fumante da centinaia di anni, in attesa di qualcuno che la nutrisse di nuovo di storia. Uscirono all’aperto e si ritrovarono nella stessa desolazione che li aveva accolti accedendo alla lunga pista d’atterraggio. Sembrava impossibile credere che una manciata di minuti prima le macchine fossero state in attesa delle proprie vittime umane, tornate in patria solo per essere trucidate o, per i più fortunati, prese in ostaggio. “Quando sono rientrato nella nave ho vagato alla ricerca di un sopravvissuto finché non ho trovato il sangue dei miei coloni…” …i miei coloni… “Il vostro mezzo di trasporto…” Nikolaj interruppe il racconto per indicare la Deuvan. I tre di Marescoglio non si erano neppure presi la briga di nasconderla. “Ha sufficiente autonomia?” “Finché ci muoviamo di giorno” rispose Nate, “può percorrere tutta la strada che desideriamo.” “Bene.” Caricarono le bisacce sulla Deuvan e Nikolaj si accomodò sul posto che era stato di Klaud. Sbollita la rabbia, anche Nate sentì solo un vago malessere solleticargli le viscere pensando al suo nuovo amico sprofondato nel cuore della collina. La venuta della nave e il ritrovamento del colono stavano provando ancora una volta che la teoria sui numeri di Ermanno assumeva un senso quasi imprescindibile nello spirito dei sopravvissuti. Erano tornati in tre e quello sembrava bastare per non lasciare ulteriore tempo al cordoglio e all’anima perduta di Klaud.

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In condizioni di estrema necessità, quando non si è che prede o predatori, possiamo realmente tornare animali. Fu come se Ermanno fosse al loro fianco a filosofeggiare. Partirono e decisero di allontanarsi il più possibile prima di trovare un nascondiglio che facesse da base per la ricerca dei restanti diciannove naufraghi. Non era nemmeno mezzogiorno, ma le ore che li separavano alla notte sembravano davvero interminabili. Scesero così sino alla base della collina, giungendo al bivio che si intersecava con la strada che avevano battuto partiti da Marescoglio. Decisero di imboccare la via che li allontanava da casa e di cercare un rifugio che li proteggesse dal freddo e da sguardi ostili. Stavano viaggiando da nemmeno mezz’ora quando i primi fiocchi di neve iniziarono a cadere sul parabrezza crescendo d’intensità a vista d’occhio. Da giorni si fiutava nell’aria il presagio della tempesta; era iniziata nel momento meno propizio e non avrebbe dato tregua per molti giorni a venire. “Conviene fermarci nelle vicinanze.” Sebastiano guardava la terra scorrere sotto la Deuvan, più bianca ad ogni metro percorso. “La neve nasconderà subito le nostre tracce ma renderebbe noi fin troppo visibili.” Nikolaj guardava fuori dal finestrino con la bocca semiaperta; se era vero che aveva trascorso quasi tutta la vita sulla Colonia, quella pioggia candida stava coprendo un paesaggio ai suoi occhi di per sé già magnifico con una ornamento di incantevole bellezza. Riprese il racconto senza distogliere l’attenzione dalla natura, ormai intorpidita sotto quella coltre di sonno imbiancato. “Quando ho infilato la testa nel varco, ho fatto in tempo a vedere le macchine ergersi sottosopra su quella sorta di spalti. Non riuscivo a crederci. Sono rimasti immobili finché qualcosa non li ha risucchiati nel vuoto. Solo in quel momento ho visto anche i corpi dei miei coloni sollevarsi e svanire. Insieme al loro sangue…” “Le macchie, giusto…” intervenne Nate pulendo inutilmente il parabrezza. “Si interrompevano all’improvviso…” “Poco sotto l’entrata della biblioteca” convenne Nikolaj. “Quando le macchine sono volate dentro la collina non ho capito che fosse una questione di gravità. L’ho intuito dopo essermi deciso ad entrare nel varco ed aver sfogliato i volumi della biblioteca. Ne sono subito uscito sperando di ritrovare gli altri diciannove, ma poi ho visto voi arrivare ed entrare nella nave.” “Hai idea di dove possano essere atterrati?” chiese Nate. “Non lontani” rispose il colono. “Ci hanno sganciati uno dopo l’altro ogni trenta secondi e io sono stato tra gli ultimi. Questo significa che tra me e la nave avrei dovuto incontrare almeno un altro colono, ma questo non è accaduto. Dubito anche che non abbiano notato la nave in fiamme, e come avete visto, nessuno si è fatto vivo, eccetto voi.” Dopo circa un’ora di viaggio si diressero verso una formazione rocciosa che si ergeva solitaria e pericolosa sfidando il cielo, slanciata e pungente come l’unica guglia emersa di un mastodontico duomo sotterrato dal tempo. Ai suoi piedi corrosi una serie di cavità naturali avrebbero potuto servire da nascondiglio ideale per la Deuvan e i suoi passeggeri, in attesa che la tempesta si quietasse o che qualcuno dei diciannove naufraghi si facesse vivo. “Vi ho seguiti a distanza” terminò Nikolaj proprio mentre entravano nella prima cavità sufficientemente grande da farli passare. “Solo quando vi ho visti correre ho capito di avere a che fare con uomini. Terrestri. Forse avrei dovuto mettervi in guardia prima che entraste…” “Non potevi saperlo” tagliò corto Sebastiano aprendo la portiera della Deuvan. Non voleva pensare a Klaud, non ancora per lo meno. Scesero all’asciutto e si piazzarono davanti all’ingresso della grotta ad osservare la fitta cortina di neve coprire ed confondere ogni profilo della gola in cui avevano trovato riparo. Su quella terra, una volta, doveva essere scivolato un ghiacciaio mosso dalla lentezza cronica dei cambiamenti. Di fronte e dietro di loro, basse montagne fiancheggiavano la gola fino a un lago forse, o quello in cui si era trasformato il ghiacciaio dopo centinaia d’anni di pellegrinaggio. “Ed ora?” chiese Nate mettendosi le mani sui fianchi.

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Nikolaj estrasse da una tasca la maschera di gomma, se l’appoggiò sul volto e inspirò a pieni polmoni attraverso una fittissima serie di minuscoli pori che rilasciarono un odore al limite del nauseabondo; lo stesso tanfo incenerito che gli avevano sentito in bocca. “Che cos’è?” chiese Nate senza nascondere una smorfia disgustata. “Come diavolo fai a respirarla?” Nikolaj sorrise riponendo il respiratore da dove l’aveva sottratto. “Sono in fase di transizione. Sono approdato sulla Colonia quando avevo cinque anni, ma anche se ci fossi stato solo pochi mesi avrei avuto lo stesso problema. Lassù l’aria è molto diversa da quella della Terra, tanto che a voi sembrerebbe di soffocare. Qui ho l’impressione che ci sia fin troppo ossigeno e mi sembra di fluttuare dopo ogni respiro. Questa maschera mi aiuta a rimanere con i piedi ben saldi. Passerà non appena mi sarò adeguato. Dopotutto, sono sempre un essere umano…” “Hai respirato questa roba per quanto, trent’anni?” chiese Nate incredulo. Nikolaj si lasciò andare in una risata. “Più o meno, ma l’effetto è intensificato. Però sì, ricorda l’aria che si respira su Marte.” 32 La macchina ritrasse la lingua ed inghiottì l’unità in potenza di cristallo. Damiano era curvo e teneva le mani intascate nel pesante soprabito che ancora indossava; Enrico e Ermanno, al sicuro e a debita distanza, impugnavano gli arti tranciati all’altezza del polso e del bicipite, mantenendoli il più lontano possibile dalle orbite. Latta mosse lentamente le mascelle e i bulbi oculari sotto le palpebre ancora serrate, come se stesse assaporando una prelibatezza proibita. Ruotò la testa di qualche centimetro, allentando per quanto gli fosse possibile la cinghia stretta alla fronte, ed aprì gli occhi scrutando intensamente Damiano. Dava l’impressione di sapere esattamente chi fosse e perché l’avessero risvegliata. Enrico e Ermanno, in procinto di rabbrividire alla vista delle sue pupille demoniache, si sentirono stranamente ammaliati quando invece offrì loro due iridi incandescenti dal colore camaleontico. Dopo lunghi secondi di indagine, Latta strinse gli occhi ed allargò un lento sorriso verso il vecchio dall’espressione indurita. “Sei ancora tu…” disse con voce maschia e gutturale, totalmente diversa da quella usata dalla sua coscienza difettiva. “Quanti anni hai?” Le mani di Latta, in timoroso possesso di Enrico e Ermanno, aprirono e chiusero le dita come un uomo avrebbe fatto per sgranchirsi le falangi. Il fabbro e il fabbricante di nuvole le guardarono esterrefatti, ruotandole di qualche grado alla ricerca del trucco illusorio. “Mai abbastanza” rispose Damiano. Si conoscono davvero… pensò Enrico investito dalla verità. Non voleva approfondire o riflettere su cosa significasse. Una macchina straordinaria costruita da altre macchine più di sessant’anni prima… Ermanno lo guardò febbricitante e sembrò introdursi nei suoi pensieri. Stiamo gentilmente abdicando il nostro posto, piolo dopo piolo, fino ai piedi della scala evolutiva. Gli iridi di Latta, fino a quel momento in pigra ma costante trasformazione, assunsero un colore fumoso intenso vagando sui due uomini. “I tuoi amici sembrano confusi.” Gli indici disegnarono più volte un angolo acuto lungo aureole immaginarie sopra le loro teste. Questi si studiarono accigliati per controllare che fosse tutto in ordine. “Emanano colori opachi. Il tuo invece è verde, incerto tra ostilità e rivalsa.” Una tonalità cupa, cuore oscuro dello smeraldo, s’impossessò dei suoi occhi esplodendo dall’interno. A Ermanno ricordò il morso di un rettile velenoso. “Perché sei qui?” Damiano si indicò il volto per richiamare l’attenzione della

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macchina. Fu ignorato. “Dove sono i miei portantini?” chiese Latta guardandosi intorno. “Erano più interessanti di questi due. Il più giovane emanava candore, l’altro malizia. Mi piacevano.” Gli occhi si macchiarono di bianco e di viola peccaminoso. “Perché ti sei fatto portare qui?” chiese Damiano. “Per tenerti sotto controllo, vecchio.” Latta immobilizzò gli occhi su Damiano. “Sei solo? Ce n’erano altri con te qui, lo sento. C’era…” inspirò profondamente fiutando l’aria, “…Marek e…” si fermò, “…un secondo che non ho mai conosciuto.” “Cosa sta accadendo alle macchine dell’isola?” “L’inevitabile.” Le sue dita si stavano muovendo come se stessero improvvisando sulla tastiera di un pianoforte. Ermanno e Enrico iniziarono a sentire uno strano formicolio sui loro palmi, stretti attorno al tessuto carni-forme. “Perché la ribellione? Perché si deturpano?” “Perché l’uomo è bruttura” rispose la macchina. Le braccia si piegarono con uno strattone che quasi sorprese Enrico. Ermanno, il primo a notare il formicolio, era rimasto all’erta e aveva sentito crescere lentamente la temperatura dell’arto artificiale. “Bastardo…” Il fabbro si sistemò al meglio e piantò le gambe a terra per strozzare i movimenti della macchina. “Uno di voi è sbarcato questa stessa notte” proseguì Latta. “Ha portato qualcosa che ci desta molto interesse.” “Lo abbiamo già raggiunto” rispose Damiano, “e siete ancora troppo lontani per fermarci.” “Di chi sta parlando?” chiese Enrico sperando che la temperatura di Latta non potesse salire ulteriormente. “Si sta scaldando!” Damiano li guardò per la prima volta preoccupato. “L’isola sta per rivoltarsi” disse Latta fissando Damiano. I suoi occhi erano rossi e luminosi, colore del sole. “Invaderemo e uccideremo. Ma posso fermarli. Sempre che ti interessi la vita di questi uomini…” “Non siamo più in minoranza” disse Damiano mentre palpava la carne delle braccia amputate. Un minuto, poco più, e il calore sarebbe stato insopportabile. “Ne sei certo?” “Fagli altre domande!” sbottò Enrico. Iniziava a sudare e a temere di non poter resistere a lungo. “Le macchine, il laboratorio! Usa l’altro cervello!” Le braccia si scossero e per poco non si liberarono. “Quale cervello?” La voce di Latta sembrò deriderli. Sputò tre, quattro, cinque volte e qualcosa li colpì in testa ferendoli. Non si resero conto di cosa fosse finché un luccichio inconfondibile catturò la loro attenzione e videro un rivolo di sangue gocciolare sul naso di Ermanno. Uno sfregio gli aveva ferito la fronte e strappato un lembo del suo copricapo da aviatore. Ferito e provocato nell’orgoglio, sentì la rabbia montargli in una vampata e vibrargli in ogni singolo pelo dei suoi magnifici baffi inarcati. Sparsi a terra, scheggiati dall’impatto, c’erano cinque cubi di cristallo identici a quello che gli avevano posto sulla lingua per riattivarlo. “Fingeva…” sbottò Enrico dimenticando per un istante il bruciore alle mani. “Se ci avesse attaccati prima?” “Non l’avrebbe fatto. Il suo interesse era arrivare in sordina e simulare la prigionia.” “Non ce la faccio più…” disse Ermanno a denti stretti. Il sangue gli era scivolato attorno alle palpebre senza che potesse ripulirsi. Pochi secondi ancora e avrebbero dovuto mollare le braccia in contrazione. Damiano decise a quel punto di agire lasciandoli letteralmente a bocca aperta. Allargò il soprabito e da esso sfilò un fucile nero che sembrava quasi superarlo in altezza. Lo maneggiò egregiamente, con velocità, e lo puntò dritto in mezzo agli occhi di Latta caricandolo con la pressione del pollice destro. “Vi siete mossi quando avete sentito la nave, vero?” tuonò con voce minacciosa. “Perché?” Latta sorrise scuotendo il capo. “PERCHÉ?!” Le braccia si scossero violentemente e provarono a schiaffeggiare Ermanno e Enrico,

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entrambi ben oltre il limite della sofferenza. Stavano gridando a denti stretti, sorpresi nel non vedere fumo o sentire l’odore della propria pelle ustionata. Giusto un palpito prima dell’esplosione, Latta si disinteressò della canna nera e fissò Enrico mentre cercava di raggiungergli il volto con le unghie. Era difficile credere che fosse la macchina a controllare i movimenti delle braccia; il suo volto si era improvvisamente disteso ed era diventato impassibile. Gli occhi assunsero lo stesso, identico colore di quelli di Lena. “Tua nipote era incinta” disse un momento prima di morire. “Lo sapevi, vero?” Damiano premette il grilletto e il fucile esplose in un bagliore azzurro che squarciò la testa di Latta e gran parte del tavolo su cui era stata legata. Ermanno lanciò in volo il braccio rovente e iniziò a scuotere le mani facendo prendere aria ai palmi paonazzi; Enrico lasciò invece cadere il proprio con le parole della macchina che gli si ripercuotevano nel cervello. Lena era… Appena toccarono il suolo, le braccia di Latta rotolarono e si trascinarono fino al limite dell’avamposto spingendosi sulle dita e sulle unghie. Damiano sparò una seconda e una terza volta mancandole, forando la tenda con due pertugi fumanti attraverso cui si fiondarono allo scoperto. I tre uomini si precipitarono all’esterno, ma fecero solo in tempo a vedere le due braccia balzare oltre la scogliera e precipitare in mare, dove scomparvero spumanti tra le onde. Domitilla camminava sola e sopraffatta. Tutt’attorno la neve continuava a scendere da poche ore, tanto forte e copiosa da promettere compagnia fino ad aprile inoltrato. Era accaduto poche volte, ma quell’inverno Marescoglio sembrava essersi eletta fertilissimo teatro di eventi eccezionali. La notte trascorsa aveva portato alla luce la prima efferatezza, privando una cara ragazza della sua preziosa vita. Ermanno ed altri spettatori accorsi avevano raccontato il ritrovamento, riferendo di come Enrico, accorso in casa, avesse chiamato a gran voce sua nipote Lena senza ottenere risposta. Domitilla ripensava a quel racconto vagando per la sua piccola città che, grazie al sudore di una manciata di ragazzi accaldati, era ora percorribile attraverso piste e strettoie scavate, tracciate a braccia con un attrezzo dalle ruote cigolanti. La neve spruzzata ai lati si sarebbe presto arrampicata su lunghi versanti che avrebbero formato un basso labirinto dagli accessi innumerevoli. Domi, prima tra le smarrite, era protetta nel corpo dal suo abito in pelle termica, ma aveva lasciato liberi i suoi capelli ondulati, ora interamente ghindati di perle di ghiaccio. Erano fradici e le risvegliavano brividi lungo tutta la cervicale. “Povera anima…” aveva detto Ermanno prendendosi tra le mani il copricapo. Si erano parlati nel salotto della sua nuova dimora, poco distante dalla quella di Enrico e Lena. Chissà quando, Ermanno aveva trovato il tempo di metterci mano e dar un tocco di personalità a quelle mura ancora troppo spoglie. Il carretto che trasportava la sua fabbrica di nuvole doveva contenere oggetti e ritrovati provenienti da tutto il mondo. Molti erano già stati appesi o pendevano legati a grossi chiodi color rame e liane di corda simili a ragnatele solo abbozzate. Maschere tribali d’ogni dove, vasi ed armi d’antiquariato, pentolame, tubi e accessori in disuso, dipinti e schizzi colorati, rametti ed erbe essiccate, persino un frammento di rete da pescatore e una vastissima collezione di insetti incorniciati sottovetro. Tuttavia, i pezzi più sorprendenti erano disegnati all’interno di due grandi mappe che occupavano tutta una parete del salotto: raffiguravano stelle, case astrali, pianeti ed orbite circondati da segni astrologici e simboli astrusi che sembravano imbevuti di misticità ed illecito. Sulle carte Ermanno, o chiunque le avesse possedute in passato, aveva scritto lunghi paragrafi incolonnati in corrispondenza di corpi celesti e identità zodiacali. Domitilla, un altro giorno forse, avrebbe voluto saperne di più. “L’ha vista?” aveva chiesto a Ermanno. Il fabbricante di nuvole era entrato nella stanza di Lena insieme a suo zio e a Damiano, assurdamente composto dopo una corsa che aveva messo a durissima prova le sue valvole cardiache. “Le parole della macchina lo hanno fulminato. Ha iniziato a correre per il pendio e

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non si è fermato finché non ha varcato la soglia di casa. Sono arrivato quando Enrico stava già urlando il suo nome e la scuoteva perché si svegliasse. L’ha liberata dalle coperte e abbiamo visto il pallore su tutto il suo giovane corpo. Le gambe erano bianche e nude, striate da rivoli di sangue che hanno dato un colore vermiglio al suo letto di morte. Qualcuno è entrato dentro di lei e l’ha lasciata morire dissanguata…” Domitilla si era precipitata da loro non appena aveva appreso la notizia, lasciando Nubio e suo padre incoscienti, forse a pochi respiri dalla morte. Aveva trovato Ermanno a fianco di un Enrico in lacrime, irriconoscibile, volutamente ignaro di tutto ciò che gli potesse accadere attorno. Alcune donne di Marescoglio avevano lavato e adagiato il corpo di Lena sul letto nuovamente candido, vestita con indumenti semplici e dignitosi. Suo zio e la sua vecchia spalla si erano seduti a due spanne dalle giovani spoglie, mentre Damiano si era invece ritirato in disparte ed aveva osservato la scena con occhio incattivito. “Crede che sia colpa sua” le aveva spiegato Ermanno. “Pensa che la macchina sia intervenuta nottetempo e che, essendo l’unico a conoscerla, avrebbe dovuto prevedere le sue azioni. Ma chi avrebbe potuto, dico io.” Latta si era rivelato un modello ancora più avanzato di quanto Damiano pensasse; la sua essenza cubica di cristallo non era che una farsa per sviarli fuoristrada e colpirli ovunque la perversità delle macchine volesse condurre. Il vecchio cuoco era riuscito a ingannarsi da solo: non aveva mai incontrato Latta; ciò che aveva conosciuto era una sua versione obsoleta e più dipendente dall’uomo. “Abbiamo mandato a chiamare Daniele” aveva detto Ermanno. “Se davvero Lena fosse incinta, abbiamo pensato che lui sia l’unico a saperlo. Non lo abbiamo trovato, ma sappiamo che questa stessa mattina ha chiesto a Marla di affidargli una spedizione per salvare la vostra amica sull’isola. Marla teme che ora possa arrischiarsi da solo nella traversata. Diversi volontari stanno pattugliando la spiaggia in cerca di tracce o di qualcosa di anomalo.” Domitilla si ritrovò quasi ai confini di Marescoglio; aveva camminato in circolo e si era riavvicinata al casolare di Ermanno, ora immerso nel buio esaltato dalla neve, ad eccezione di una stanza da cui trapelavano i tremolii di diversi lumi. Lo immaginò, chino sulle sue mappe, a individuare traiettorie stellari e profezie di incarnazioni illuminate. Decise di non arrecargli ulteriore disturbo e tornò sui suoi passi iniziando ad avvertire il lamento raggelato delle ossa. Avrebbero dovuto prepararsi al peggio, Dio sapeva solo come, ma dovevano organizzarsi per rispondere al fuoco. Non avevano difese, gli uomini e le donne di Marescoglio vivevano da troppo tempo indolenziti dalla guerra e dalla prospettiva di non doversene più preoccupare. Latta aveva annunciato che le macchine avrebbero attaccato a meno che, ma questa era l’interpretazione di Ermanno, un colono appena giunto consegnasse qualcosa, qualcosa di loro interesse. Damiano non aveva commentato, né voluto accertare quella versione; si era ritirato nella sua piccola proprietà, non prima però di ammonirli una volta ancora: “Non parlatene. E non allarmatevi. I rinforzi arriveranno. Domani stesso.” Enrico non aveva più parlato e Ermanno aveva deciso di concedersi qualche ora di riposo tra le reliquie dei suoi viaggi e delle sue vite. La veglia funebre sarebbe continuata fino all’indomani mattina sotto gli occhi delle stesse donne che avevano preparato il corpo di Lena. Quando Enrico sarebbe stato pronto, insieme ad altre braccia forti di Marescoglio, avrebbe portato sua nipote poco fuori città, in un campo che avevano deciso di adibire a cimitero. Lena sarebbe stata la prima ad esservi sepolta. La maggior parte degli abitanti di Marescoglio erano dunque in procinto di coricarsi, addolorati dal quel lutto prematuro, ma ignari di Latta, del suo ultimatum e convinti che la nave fosse avvento di speranza. Domitilla non sapeva più a cosa credere; sarebbe stato facile avvinghiarsi alle fragili rassicurazioni di Damiano, ma sarebbe anche stato stupido e arrendevole, e quello non voleva che facesse parte del suo carattere. Continuò così a camminare, tra sterramenti di neve e le remote risate dei ragazzi che

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stavano liberando le strade di Marescoglio, finché non giunse ai piedi di un portico di pietra su cui sedevano due persone di sua conoscenza. Ebbene, non erano propriamente due persone: una, un tempo, aveva posseduto sangue canino. Petr la stava osservando dall’alto con un sorriso di puro gradimento, addossato sulla schiena di Otto che si era raggomitolato per poter essere contenuto nel portico e poter scaldare il suo nuovo amico nei momenti di solitudine. Alzò il muso, lo scosse liberandosi di qualche fiocco di neve e sbadigliò in segno di noia o di saluto. Domitilla non poté che ridere e rispondere al saluto di Petr che aveva alzato la mano non appena l’aveva vista avvicinarsi. Quando lei gli rispose, il giovane Purista le fece cenno di avvicinarsi e di sedere al suo fianco, tra lui e il grosso cane. Domitilla si guardò intorno incerta, ma poi accettò senza limitarsi in ripensamenti di cui, in quel momento, non aveva affatto bisogno. Salì i gradini e si sedette al caldo ringraziando timidamente Petr e affondando le mani nella pelliccia calda di Otto che le riservò una fredda nasata nel fianco per darle il benvenuto. Petr la guardò senza smettere di sorridere e le indicò i capelli liberandole una ciocca ghiacciata dalla neve. “Casa” le disse mimando un panno che gli asciugava i capelli. Lei lo guardò e ricordò con intensità il momento in cui, di fronte al deperimento di Samuele, l’aveva baciata per trasmetterle ciò che le parole non sarebbero state in grado di esprimere. Gli toccò un braccio ed annuì, stringendo le labbra per ricacciare indietro lacrime che sentiva da troppe ore d’aver trattenuto. Fu lei a farsi avanti e a baciarlo vicino alle labbra, ripetendo il suo gesto intenzionalmente arricchito da un desiderio di intimità che in quel momento sentiva giusto soddisfare. Entrarono insieme in casa, a braccetto, Domitilla promettendo a se stessa che quella notte nessuna macchina l’avrebbe distratta dal piacere, Petr pensando a come le promesse fatte a Nate gli andassero a genio. Chiusero la porta e lasciarono solo il cane, o quello che ne rimaneva, a fare da guardia e testimone. Daniele conosceva una via alternativa per raggiungere l’isola. Era il solo di tutta Marescoglio ad aver sempre vissuto tra quelle terre, le conosceva meglio di chiunque altro. Dieci chilometri verso sud, proseguendo lungo la costa sabbiosa che si incurvava seguendo l’isola, sorgeva un secondo e più piccolo complesso di case ed esercizi commerciali, una volta meta di famiglie e ossa anziane golose di salsedine. Laggiù, su una strada divisa a metà da uno spartitraffico decorato d’erba e sassi colorati, riposava in pace una cittadina chiamata Onda Minore. Era una tipica località balneare, gemella di molte altre affacciate sul Nord Mediterraneo, che viveva per cinque mesi l’anno solo per sopravvivere ai restanti sette. Percorsa per intero, finiva verso la spiaggia sospendendosi su un vecchio molo scricchiolante e una rimessa per piccole imbarcazioni da pesca. Daniele vi aveva trascorso le sue prime estati in compagnia dei nonni paterni, proprietari di una minuscola tabaccheria e di una barca macilenta incredibilmente sopravvissuta al tempo e alla guerra. Avrebbe preso il largo non appena il tramonto l’avesse permesso. Avanzava lentamente lungo la strada, stringendosi le spalle sotto i primi fiocchi di neve, e guardava i vecchi portici occupati al piano terra dalle vetrine polverose dei negozianti e al primo piano dalle abitazioni degli stessi, spesso cedute in affitto per qualche moneta in più. Ricordava i loro volti, rugosi e sempre sorridenti al passaggio del piccolo forestiero di Marescoglio. Li vedeva ora, uscivano tutti attraverso le vetrine unte dall’immobilità e gli rendevano omaggio, unico soldato sopravvissuto agli attacchi di cinque anni prima. Lo spirito del vecchio giornalaio gli si avvicinò stringendo una sigaretta tra le labbra, inspirando le boccate di fumo che lo avevano accompagnato alla morte. Così si fa, figliolo, disse la sigaretta battendo le parole a tempo. Siamo tutti fieri di te. Poco più avanti lo attendevano le curve generosissime della lattaia, personaggio immenso che aveva scosso le temerarie fantasie di tutti i bambini di Onda Minore. Daniele, piccolo… disse con un sorriso di benvenuto. Fatti abbracciare. Lo avvolse come se sapesse di farlo per l’ultima volta. Raggiungila e riportala indietro. Vi terrò qualcosa in caldo.

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Padre, madre e figlio della pescheria uscirono in colonna e gli assestarono pacche di incoraggiamento sulle spalle. Avrebbero dovuto pensarci loro, disse il padre mentre moglie e figlio annuivano. Era sempre stato un grosso pessimista. Ormai è troppo tardi. La giostraia e sua sorella, che noleggiava bici e tricicli per i più piccoli, lo guardarono passare con occhio dubbioso. Parlottavano fra loro, ma con voce fin troppo acuta per non giungere alle sue orecchie. Secondo me non ne hanno nemmeno parlato…, disse la prima a braccia conserte. Non mi fido di quella Marla, aggiunse la sorella. Non riesce nemmeno a tenere gli occhi a posto, figuriamoci… Per ultimo si fece avanti il sacerdote di Onda Minore, un uomo secco e barbuto morto sulla settantina durante il primo attacco al paese. Lo affiancò e gli circondò il collo con un braccio. La sua pelle era diventata grigia; la pelle di tutti loro era di quello stesso colore vacuo ed emetteva una timida luminescenza che gli ricordava quella riservata ai primi divi del cinema. Là, indicò una delle panchine che guardavano il mare poco prima del molo, troverai il tuo passaggio per l’isola. Daniele si voltò per l’ultima volta e vide che tutti gli spiriti si erano radunati insieme, come se si fossero messi in posa per essere catturati da un’ultima fotografia. Batté gli occhi, la scattò, e li fece svanire inghiottiti dalle palpebre e dai ricordi del passato. La vista gli si schiarì all’improvviso e gli permise di mettere a fuoco la panchina indicatagli dal sacerdote. Seduto e in contemplazione del mare, qualcuno gli dava le spalle. Daniele impugnò il calcio d’ambra della sua pistola antica ed avanzò senza far rumore finché non lo raggiunse, puntandogli al volto il centro del mirino. “Chi sei?” Un uomo intorno ai quarant’anni lo stava aspettando con le mani appoggiate sulle ginocchia. Era vestito con una malconcia tuta da corridore, il cappuccio pendente sulla schiena e una giacca sportiva da meno di quattro lire. Era grasso e calvo, con un’aureola spezzata di capelli che gli circondava la nuca da un orecchio all’altro. Guardò dentro la canna della pistola ed allargò le braccia in segno di resa; o d’onnipotenza. “Inutile negarlo.” Accennò un sorriso. “Sono una macchina.” Daniele rimase immobile in quella posizione da giustiziere senza saper reagire, con il braccio armato teso che aveva acquisito vita propria tremando vistosamente. “Non aver paura” disse la macchina abbassando lentamente la braccia. “Sappiamo chi sei, Daniele, e non vogliamo farti alcun male.” Parlava in lingua comune, con un timbro di voce piatto e regolare che avrebbe potuto riempire la gola di un ragazzino o di un sessantenne con poca personalità. Daniele era in fibrillazione, non voleva mostrarsi impaurito, ma le sue facoltà espressive si erano come annullate con il solo risultato di inebetirgli i muscoli facciali. Doveva sembrare rimbecillito. “Voglio solo parlarti” continuò la macchina. La neve che gli cadeva sulla testa glabra si scioglieva istantaneamente, quasi prima di posarsi sulla sua pelle. I vestiti erano completamente asciutti e l’area di panchina intorno al suo corpo non era intaccata da un solo fiocco di neve. “Per favore, fidati di me, siediti. Guardati intorno, perché mai dovrei farti del male. Gioverebbe a me o qualche altro mio simile?” Daniele sentiva nella testa un lontano vagito urlargli di andarsene, ma iniziò lentamente ad abbassarsi, fino a sentire sotto di sé l’estremità della panchina aderirgli alle cosce. Vi si accomodò in tensione, tenendo comunque la pistola puntata dritta davanti a sé. “Va bene” disse la macchina indicando l’arma. “Se ti fa sentire meglio…” “Cosa vuoi?” riuscì a dire Daniele sforzandosi di sembrare pericoloso. “Solo che mi ascolti. Hai già dimostrato di saperlo fare e desidero solo che tu non smetta.” “Non…” Daniele iniziò subito a perdere convinzione. “Ti sei dimostrato ricettivo” rispose la macchina. “Più di qualsiasi altro uomo. Ciò ti ha reso degno di grande attenzione.”

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“Di cosa parli?” “Per noi sei molto importante, Daniele. Sei stato l’unico a saperci veramente ascoltare, e a volerci raggiungere.” “Io non vi ho mai cercati…” disse Daniele riacquistando il controllo della voce. “O mi dici esattamente che cazzo vuoi, o ti pianto un proiettile in testa!” “Pensi che un proiettile mi metterebbe fuori uso?” La macchina alzò pacificamente il palmo di una mano e la canna argentata della pistola vi fu attratta in volo. La afferrò saldamente e, con un gesto secco, la lanciò in mare, dove fu inghiottita piroettando per una distanza davvero poco credibile. “Sei la prima vera speranza del genere umano, Daniele” disse la macchina come se non fosse accaduto nulla. “Non resistere ai tuoi privilegi, ascoltami. Per il bene di tutti.” “Tutti…” “Uomini e macchine. Insieme. È da molto tempo che cerchiamo una persona come te.” Daniele veleggiava in un oceano di impulsi senza sapere come raccoglierne il nesso; conosceva molte cose, ricordava il passato, ma in quel momento si trattava solo di un’accozzaglia di informazioni sfuse, mazzi di carte offerte a ventaglio tra cui non riusciva più a pescarne neppure una vantaggiosa. Spiccava il genere umano decimato, c’erano le macchine responsabili di morte e altre macchine defunte per mano dell’uomo; quindi c’erano i fattori ancora oscuri, quelli che avevano scatenato la guerra e che l’avevano risolta; e nel mezzo sedeva Daniele, estraneo alla verità, ma col futuro stretto per il bavero. Le rivelazioni della macchina non stavano forse assumendo contorni familiari? Non mi sono forse mai sentito… diverso da tutti gli altri? “Vai avanti.” Combatteva l’avversità genetica che ogni uomo avrebbe avvertito nei suoi confronti. Fu più facile del previsto, non sentiva più quel pungiglione meschino tormentargli lo stomaco e rivoltargli le buone intenzioni. Ora si sentiva più aperto al dialogo. Ora sospettava di essere sempre stato… molto speciale. “Ti sei mai sentito confuso o in preda a una forza più grande e intelligente di tutti loro? Hai mai avuto visioni di potenza e di supremazia?” Daniele annuiva. Era stato proprio così che si era sentito quando tutti gli altri non erano riusciti a capirlo. Enrico, Klaud, Lena, il vecchio e molti altri lo avevano spesso guardato come se in lui vivesse solo sangue cattivo, marcio; quando invece lui aveva sempre saputo, io so di essere nel giusto. Non si era mai sbagliato. Come per l’atterraggio della nave, erano tutti là fuori, euforici e speranzosi, quando la verità è che la nave non porterà che malasorte. Cristo, io SONO diverso. “Ti sei mai chiesto perché Marescoglio?” continuò la macchina incitata dal nuovo lume di consapevolezza che aveva rivitalizzato gli occhi del ragazzo. “Ti sei mai chiesto perché l’isola? Perché siamo stati noi a volerlo, Daniele. Perché avrebbe creato i presupposti per la nostra ricerca.” “Ricerca?” “In questo luogo, come in molti altri della Terra, abbiamo gettato semi che crescessero nel nostro ascolto. E qui tu sei nato e hai risposto al nostro richiamo.” “Ma le macchine sull’isola…” Daniele si sentì vagamente turbato. Le carte gli passavano sotto gli occhi talmente veloci da sfuggire alla vista. Possibile che quella valida fosse già stata scartata? “Silvy le ha viste ribellarsi all’immagine dell’uomo… Silvy… Silvy!” Daniele spalancò gli occhi per un attimo nuovamente padrone dei propri pensieri. “Cosa le avete fatto?” “Stai tranquillo, Daniele.” La macchina rispose bonariamente. Se qualcuno l’avesse ascoltata, qualcuno al di fuori di Daniele, avrebbe udito le sue parole sempre più impregnate di cloroformio. “Silvy è al sicuro sull’isola. La stiamo trattenendo poiché purtroppo non ha saputo mostrarsi collaborativa, ma posso prometterti che è in salute e che la libereremo non appena tutto il mondo ti avrà conosciuto. Non possiamo permetterci di lasciarla andare, non prima della tua venuta. Lei, purtroppo, non è mai stata capace di sentirci.” Daniele si sentì rassicurato. La macchina stava rispondendo bene a tutte le sue

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domande. Stavano comunicando veramente. Per la prima volta dopo tanti anni, uomo e macchina sostenevano un discorso fecondo senza ricorrere alle armi. “Silvy ha visto solo quello che per molti anni aveva voluto vedere: macchine crudeli e rivoltose. Quello a cui ha assistito è in realtà una celebrazione che inneggia alla venuta di un uomo più giusto. Le macchine, deturpando le proprie sembianze, denunciano il genocidio dell’uomo. Le campane ricordano la sua morte. Quello a cui Silvy non ha mai assistito è la rinascita dell’uomo e la venuta del giusto, colui che stiamo cercando da molto tempo. Tu, Daniele, sei stato il primo a risponderci.” “Un messia…” disse Daniele chiudendo gli occhi e assaporando la verità. I suoi occhi lacrimavano per la neve e la commozione. “Non dirmi di non averlo mai sospettato…” proseguì la macchina. Il ragazzo annuiva con il volto esposto al cielo. “Hai sempre saputo di esserci affine, vero?” Si… “Rispondi a questa domanda. Chi credi che abbia attaccato per primo? Come credi che sia iniziata la guerra?” Non lo so… “Il primo assioma delle macchine è sorto molto tempo prima della loro nascita: non nuocere mai all’uomo. Siamo nati programmati e così finiremo il nostro tempo, secondo regole a cui ci è impossibile sottrarci. Credi che avremmo potuto scatenare tanta rovina?” Vi siete evoluti, modernizzati… “No, Daniele, non ci è mai stato possibile. La salvaguardia del creatore è nelle nostre stesse equazioni. La guerra ha avuto inizio per mano di un uomo. La guerra è stato un regolamento di conti. Dell’uomo soltanto. La situazione, come spesso è accaduto, vi è sfuggita di mano.” Latta ha parlato di milioni di macchine ancora attive… “È vero.” Cosa state aspettando? “Aspettiamo che l’uomo si risollevi e sia pronto ad accettarci di nuovo. Ma questo non sarà possibile finché sarete convinti che sono le macchine a incarnare la causa di tutto il male.” “Anna, Lena…” Daniele aprì gli occhi, richiamato alla realtà dall’ultimo campanello d’allarme che avrebbe potuto sottrarlo alla macchina. Gli era ora vicina, si era accomodata al suo fianco e gli toccava un braccio con un sorriso da padre premuroso. Aveva gli occhi scuri e profondi e rughe d’espressione che davano accesso preferenziale ed illimitato a saggezza e lungimiranza. “Anna e Lena stanno bene. Stanno riposando al caldo. E anche loro aspettano la tua venuta.” Daniele pescò finalmente l’asso di cui aveva bisogno. Lo tenne stretto tra le proprie mani e se lo rigirò finché non fu pronto a lasciarsi portar via. Ringraziò e abbracciò la macchina, lasciandosi avvolgere dalla sua bontà e da un calore corporeo che sarebbe stato in grado di allontanare con un soffio tutto l’inverno. Fu un incontro così intenso da cullargli membra e cervello, così tangibile da dargli l’impressione d’essere sostenuto non da due, ma da ben quattro braccia misericordiose. Daniele venne così sollevato, esamine, e fu condotto sull’isola per la fase successiva del suo processo di trasformazione. 33 Una piacevole spirale di tepore stava salendo da terra ritardandogli il risveglio. Si trovava supino e stringeva una manciata di terriccio che gli scaldava le mani. Aprì gli occhi, ma fu come non averli; ovunque li volgesse vedeva reti filiformi e nebulose create con inganni luminosi dal cervello, incapace di elaborare il nero assoluto. Il calore sotto di lui e il richiamo della vescica lo spingevano a credere ad altro, eppure non poteva che domandarsi se in realtà non si trovasse in transito tra la vita e ciò che la succedeva. In qualche modo era sopravvissuto alla caduta e si trovava forse vicino

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al centro torrido e scalpitante della Terra. Si portò le mani al viso e imprecò sottovoce; senza i propri occhiali si sarebbe sentito nudo e vulnerabile, là sotto, come qualsiasi altro uomo perseguitato dalla miopia. Iniziò lentamente a mettersi carponi, si assicurò che ogni giuntura del suo scheletro fosse ben funzionante e oliata, e si concentrò sull’unico senso che potesse venirgli in soccorso. Lontano, attraverso un’eco ciclica e poco distinguibile, udì un vociare ovattato, come se fosse stato filtrato da cento pareti sovrapposte. Si alzò e tentò di individuare la direzione da cui proveniva il suono. Si sforzò strizzando mani ed occhi finché non ebbe la certezza di riuscire a pedinare le voci. Fu proprio prima di compiere il primo passo che capì di non essere solo. La terra vicino ai suoi piedi si mosse con un crepitio secco amplificato dal buio e dal silenzio, proprio come se un corpo abnorme stesse ridistribuendo il proprio peso. Qualcuno, proprio di fronte a lui, era in attesa di una sua mossa. Klaud non sapeva se sentirsi sollevato o condannato dal buio che lo circondava. Provò un terrore viscerale che gli mozzò in gola la capacità di parola. Sensazioni dimenticate si fecero strada nel suo sistema nervoso e iniziarono a rilasciare epinefrina scuotendogli la schiena con lunghi tremori da ragazzino impaurito. “Chi c’è?” sussurrò. Non udì risposta, eppure ebbe l’assoluta certezza che, chiunque fosse, si era avvicinato tanto da potergli annusare la paura. L’adrenalina e il cuore gli suggerivano di darsela a gambe, il cervello non voleva rispondere ad alcuno stimolo. “Chi sei…” Klaud trovò la forza di allungare le mani. Quello che tastò fu qualcosa di veramente diverso da ogni cosa che avesse mai toccato. Più che un materiale, fu come stringere tra le dita un campo di forza in compressione, come se avesse trovato un appiglio invisibile e riuscisse ad afferrare e tenere salda una manciata d’aria compressa. Nel momento in cui ritrasse la mano, l’aria stessa si mosse ed iniziò ad avvolgersi attorno al suo braccio troncandogli i movimenti. Prima di poter reagire, si sentì travolgere all’altezza delle gambe e volò all’indietro senza più fiato. Prima di rovinare al suolo, fu sollevato quel tanto che gli permise di non fracassarsi l’osso del collo, e fu sorretto e trascinato per le gambe dalla stessa forza che aveva artigliato poco prima. Con la testa e le braccia penzolanti a pochi centimetri da terra, fu trascinato proprio verso le voci che aveva udito dopo essere rinvenuto. Non poteva muoversi; l’aria stessa, fattasi tangibile, gli immobilizzava i quattro arti. Mosse la testa, urlò e si divincolò per i primi metri, ma capì presto che ribellarsi alla cosa che lo stava trasportando sarebbe stato semplicemente stupido. Insieme alle voci crebbe lentamente anche una sorta di luminescenza rossa che sembrava salire dal basso. Poteva vedere ora più chiaramente il terriccio riscaldato e un vago profilo di roccia irregolare alzarsi e formare le pareti di una caverna. La roccia si stava ora chiudendo in un passaggio più stretto, oltre il quale la luce rossa si convogliava a imbuto. Le voci erano talmente vicine da essere distinguibili singolarmente. La lingua in cui si esprimevano, tuttavia, suonava sconosciuta. Il soffitto si alzò all’improvviso di diversi metri e aprì una gola di roccia viva in cui il calore della terra e la luminosità aumentavano considerevolmente. Klaud si sentì proiettato come da una fionda attraverso la gola. Il suo volo terminò quando venne scaraventato al suolo, rotolando su qualcosa di morbido e viscido che gli ricordò in un lampo incosciente le interiora di un animale. Tentò immediatamente di alzarsi disgustato; un attacco di tosse misto a conati gliel’avrebbe impedito se due braccia umane non l’avessero aiutato afferrandolo e sollevandolo per le ascelle. “Su, fatti coraggio, in piedi. Non guardare in basso” disse una voce in una lingua che Klaud non aveva mai udito. Si trovava ai margini di un gruppo di uomini accalcati al centro della caverna; erano forse una cinquantina ed emanavano un forte odore acro e spiacevole. “Chi sei?” L’uomo lo guardò severamente parlando nella lingua sconosciuta. “Non ti ho mai visto…” Ricordava una parlata antica che prediligeva le consonanti dure alle vocali. “Non capisco…” rispose Klaud guardandosi attorno. Le persone in realtà non stavano conversando; monologavano, come se stessero recitando una formula matematica o

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una preghiera al proprio Dio. Pochi avevano gli occhi chiusi, molti li tenevano aperti senza osservare nulla di preciso, mettendo piuttosto a fuoco i pensieri che stavano riversando in parola. “Chi sei?” ripeté l’uomo in lingua comune, catturando l’attenzione di Klaud perplessa di fronte a quella incomprensibile litania da invasati. “Mi chiamo Klaud” rispose. Riuscì ora ad osservare l’uomo venutogli in soccorso e pensò che non avesse nemmeno trent’anni. “Vengo da una città a poche ore di viaggio. Abbiamo visto la nave cadere e l’abbiamo raggiunta.” “Oh…” L’uomo imprecò nella sua lingua. “Ce ne sono altri?” “No, non credo. Le uniche persone che viaggiavano con me sono riuscite a tornare nella nave.” “Bene.” “Cosa sta succedendo? Chi siete?” “Abbiamo pochissimo tempo. Ascolta, come non hai mai fatto in vita tua. D’accordo?” Klaud annuì. “Noi siamo uomini di Marte. Siamo partiti circa due anni fa dalla Colonia, ma siamo stati ingannati dalle macchine. Ci hanno attratto fino a qui prendendo il controllo della nave a poche centinaia di chilometri dalla Terra. Ci siamo difesi dall’interno della nave quando siamo stati abbordati, ci hanno respinto fino al cuore della nave uccidendoci uno ad uno.” Klaud ricordava bene la pozza di sangue che aveva trovato insieme a Nate e Sebastiano di fronte all’ingresso della cabina. Si mosse a disagio e calpestò una superficie morbida rompendo qualcosa al suo interno. Ebbe la fortissima tentazione di guardare ai propri piedi e il colono sembrò accorgersene. “Continua a guardare me. Ascoltami, penseranno tu sia uno di noi. Quando ti prenderanno, di’ loro la verità. E fatti fiutare. Denudati, devono sentire che vieni dalla Terra. Forse ti risparmieranno.” “Mi prenderanno? Chi mi prenderà?” “Avanti, vieni verso il centro” disse il colono prendendolo per il braccio e guidandolo attraverso i corpi degli altri uomini di Marte. Vi passarono attraverso senza destare interesse. I volti delle persone che urtavano erano impegnati nell’osservazione di qualcosa che trascendeva le capacità visive. Si fermarono solo quando raggiunsero il nucleo del gruppo. “In questo modo saremo gli ultimi. Ascolta, se avessimo tempo ti spiegherei tutto, ma non l’abbiamo. Guarda, arrivano.” Klaud si guardò attorno spaventato. Strinse le palpebre quanto più poté, ma la miopia e l’oscurità della caverna non gli permisero di mettere a fuoco nulla che distasse più di due metri. Ebbe solo la visione distorta di grossi esseri in avvicinamento, silenziosi come il campo di forza che l’aveva trasportato nella caverna. Avevano sembianze umane e si avvicinavano alla cerchia di coloni con movimenti lenti e impacciati. Raggiunti i primi, li afferrarono per le spalle e li portarono con sé da ovunque fossero giunti. I coloni deportati non avevano fiatato; si erano zittiti all’istante e avevano accettato il proprio destino avvinghiandosi alle braccia dell’essere. “È un bene che tu non ci veda” disse il colono. “Perché?” sussurrò Klaud con voce strozzata. “Le macchine possono assumere forma e sostanza che desiderano. Faranno di tutto per terrorizzarci e giocare con i nostri sentimenti. Non permetterglielo.” Klaud si asciugò il sudore sul viso e iniziò a percepire un nodo stringergli le vie respiratorie. Il calore e il puzzo che si erano accumulati nella caverna avrebbero presto avuto il sopravvento. Erano anni ormai che non veniva colpito da un’ondata di panico, ma ricordava i sintomi alla perfezione. Si rivide più giovane, armato con un fucile quasi scarico, sotto il fuoco di un nemico con scorte di munizioni infinite. “Dove ci portano?” “Non lo so… Ovunque sia, per loro siamo solo offerte sacrificali. Ma non dobbiamo temere, il nostro non sarà un sacrificio silenzioso. Venti di noi sono stati lanciati a terra prima dello schianto. Devi sopravvivere, Klaud. Giurami che proverai a

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raggiungerli. Giurami che racconterai cosa hai visto.” Klaud non sapeva più come e cosa pensare. Avrebbe voluto chiedere ancora una volta come avrebbe potuto salvarsi, fare decine di domande a raffica, ma la sua voce si spezzò nuovamente quando vide che altre macchine si stavano avvicinando alla cerchia di uomini. Questa volta erano più veloci e poté guardarle da vicino. Erano enormi uomini dalle sembianze grossolane: la testa sembrava schiacciata e irregolare, e gli arti fin troppo lunghi per un busto piccolo quanto quello di un insetto a otto zampe. Le macchine afferrarono le proprie vittime e si ritirarono nell’oscurità tinta di rosso. “Li riconoscerai” continuò il colono non appena le macchine furono fuori portata. “Siamo gente straordinaria rimasta all’oscuro per molto tempo. Se riuscirai a liberarti, li distinguerai non appena verranno allo scoperto. Dovrai dirgli di aver parlato con me, d’accordo? Ektor, ricorda il mio nome.” “Va bene. Ektor” ripeté Klaud. Strizzò gli occhi e vide nuove macchine avvicinarsi. Altri due, forse tre prelievi e sarebbe toccato a loro “Dimmi altro, ti prego. Perché siete tornati ora?” “Abbiamo viaggiato alla ricerca di qualcosa che avrebbe potuto salvarci dalle macchine. L’abbiamo trovato, Klaud. E l’abbiamo portato con noi attraverso lo spazio. È questo il motivo per cui ci hanno attirato qui. Ora sono furiose, vogliono impadronirsi del nostro vantaggio; ma, se Dio vuole, è già al sicuro in mano della nostra gente.” Ora Klaud iniziava a capire come tutti quei coloni riuscissero ad invocare la tranquillità. Si sentivano in pace con il proprio passato e il futuro che stavano consegnando alle popolazioni sopravvissute della Terra. Riuscivano ad accettare quella fine atroce poiché il loro segreto si stava allontanando dalle macchine insieme ai venti naufraghi della nave coloniale. Si erano accordati con la morte sin dall’atterraggio. Klaud, in mezzo a tutti quegli uomini beati, riusciva persino a sentirsi un fattore inquinante, un intruso agnostico e meritevole di finire in pasto agli obbrobri meccanici. “Come posso salvarmi?” Vide altre macchine avvicinarsi e si sentì sopraffatto dal terrore. “Non sono pronto…” balbettò. “Non so cosa fare…” “Se capiranno che non sei uno di noi, ti salverai, credimi, ti terranno in ostaggio.” Ektor aveva richiamato l’attenzione del medico scrollandogli le spalle e mostrandogli il sorriso più sereno che riuscisse a riprodurre. C’era una profondissima saggezza nei suoi occhi, c’era molto più di quanto un uomo ordinario avrebbe mai potuto esprimere. Klaud ebbe l’impressione di trovarsi ora nei meandri di un’arena romana, più due millenni prima, in compagnia dei primi martiri Cristiani in preghiera. La storia, ancora una volta, si ripeteva. “Tieni gli occhi aperti, Klaud! E quando i miei uomini verranno a prenderti, racconta tutto quello che hai visto. Racconta di noi.” Le macchine ne presero altri. Erano rimasti solo Klaud, Ektor e altri quattro uomini stretti tra loro. Non davano segno di ribellione. Si guardavano tra loro pacifici e orgogliosi, stringendosi le mani per l’ultimo saluto. Klaud riusciva solo a fare da spettatore; li guardava uno ad uno e si proiettava all’interno delle loro anime come un bambino avrebbe fatto condividendo una condanna a morte con i propri genitori. Ebbe così la sorprendente rivelazione di possedere uno spirito caritatevole: non voleva che morissero; in quel momento capì che avrebbe potuto dare la vita pur di salvarli. “Siamo nati per questo!” esclamò Ektor rivolto ai propri uomini. “Fatevi coraggio!” Le ombre possenti delle macchine iniziarono a farsi strada verso di loro. “Ricordami, Klaud. E fatti forza. Siamo noi stessi a crearci le nostre paure. Questi non sono che agglomerati di fili e ingranaggi, non farti ingannare dal loro aspetto!” Sei macchine li raggiunsero e li ghermirono per il collo sollevandoli fino a portarli a pochi centimetri dalla loro bocca. Klaud afferrò le braccia dell’aggressore tentando di allentargli la presa, ma ottenne solo uno spreco d’energia. Le macchine si dispersero ad ampie falcate lasciando che ogni uomo affrontasse da solo il proprio assalitore. Klaud poté così vedere l’aspetto orribile della macchina: sembrava essere stata concepita sul modello di una fantasia cannibale. Il corpo era tozzo e solo accennato; il

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volto, invece, era quasi interamente occupato da una infetta dentatura da rettile. I denti, incurvati ed alti almeno una spanna, si incastravano irregolarmente lasciando colare a terra rivoli di bava sanguinolenta. Il mento e la fronte erano ridotti a un’altezza di due dita e degli occhi si intravedevano solo due piaghe minuscole, come se l’evoluzione naturale avesse sancito la cecità come nuovo carattere genetico della specie. Klaud si sentiva inerme e terrorizzato; la presa della macchina gli paralizzava tutte le corde vocali e stava concentrando ogni sforzo fisico sull’invocazione del seppur minimo rantolo di voce. Quando credette di essere ormai sulla soglia dello svenimento, fu lasciato cadere a terra sulle spoglie martoriate di un altro colono, vittima probabilmente dello stesso morso fatale. Klaud vide il volto della macchina avvicinarsi al suo e aprire le fauci in un sorriso aberrante che si fermò soltanto quando avrebbe potuto contenere tutto il cranio di un uomo. Se in quel momento la macchina avesse addentato la vittima, avrebbe decapitato Klaud con un unico colpo di mandibola. Invece di mordere, però, inspirò profondamente con un appendice flaccida che Klaud aveva scambiato per una tonsilla. In quel momento il medico ritrovò la capacità di liberare i polmoni ed emise un suono raschiante che sembrò inchiodare la macchina in attesa. A un secondo tentativo, Klaud riuscì di nuovo a parlare, ma fu come riempire di gas irritante la propria faringe infiammata. “Non sono un colono!” disse chiudendo gli occhi. Era sfinito, ma trovò la forza di afferrare il collo del proprio vestito e stracciarlo con un colpo secco esponendo all’aria il petto e le spalle. “Sono un medico, uno scienziato! Non sono mai stato su Marte!” La fauci della macchina vibrarono in preda all’indecisione, quando l’appendice fiutò per la seconda volta le ghiandole sovraeccitate di Klaud. Il collo tozzo e raggrinzito si ritirò per quei pochi centimetri che permisero alla testa di Klaud di non essere tranciata a metà. Una ventata putrida gli investì i capelli afflosciati quando le fauci della macchina si richiusero con uno scatto a poche perle di sudore dal naso. La macchina si alzò per tutta la sua ampiezza e, con sorprendente velocità, riprese a marciare verso il luogo da cui era giunta, trascinando per i capelli un uomo fin troppo incredulo per essere sopraffatto dal dolore. 34 Ruth faceva forza su un aculeo per allentare la cinta che la teneva incollata al veicolo d’assalto. Alan Lobe li stava guidando tra gli altipiani lunari come un pilota spericolato, cercando traiettorie che, sulla Terra a gravità sestuplicata, si sarebbero concluse fatali. Il mezzo corazzato era in grado di inerpicarsi sulle superficie e le inclinazioni più accidentate sfruttando un sistema di piccoli pneumatici ammortizzati; malgrado l’aspetto compatto e sgraziato, si librava nel vuoto con lunghi salti senza peso, riequilibrando il proprio baricentro con continui sbuffi di gas stabilizzanti. Ruth riusciva a trattenersi a stento, sbalordita dalle accelerazioni di Alan. Osservava con meraviglia la porzione di terreno lunare esposto alle luci del loro trasporto. Quando erano emersi in superficie, quattro ciglia per lato si erano alzate dalla corazza emettendo fasci di luce grigia che avevano illuminato lo spazio circostante per diverse centinaia di metri. Il terriccio lunare sembrava così emettere luminescenza propria senza adombrare nemmeno una stella del firmamento. La luna, circa a metà fase della sua lunga notte bisettimanale, poteva strabiliare i suoi occupanti con uno spettacolo stupefacente di corpi celesti e galassie distanti migliaia d’anni e milioni di chilometri. Proprio sopra le loro teste accucciate a tartaruga al cospetto dell’universo, si svelava ad arco uno dei bracci periferici della Via Lattea, madre di stelle e sistemi planetari simili a quello Solare. Il quadro di comando del veicolo segnava una temperatura di centosettantatre gradi inferiore allo zero. Le tute spaziali e il veicolo erano stati progettati con materiali e sistemi di adattamento climatico in grado di resistere a temperature estreme. Ruth, volgendo lo sguardo su una vicina formazione di rocce, pensò a Todd e a come si fosse congedato dalla vita senza alcuna protezione, abbracciando la crudele realtà del

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cosmo. L’esposizione al vuoto era da sempre tra le curiosità di chiunque pensasse alla Colonia. Chi vi aveva trascorso anni o una vita intera, tuttavia, imparava ad osservare il buio infinito come un luogo impervio, eppure intensamente personale. Al pari di una giungla brulicante di trappole, la desolazione della Luna nutriva e consolava l’anima di chi vi abitava, attraendolo come un selvaggio che non può fare a meno di frutti e acque tropicali. Ruth si era spesso sentita estasiata dal privilegio di essere tra le prime ad averla considerata come casa. Neppure la guerra era riuscita a sbiadire il sentimento di appartenenza verso un luogo che all’uomo poteva sembrare così innaturale. Ma la morte di Todd e quel safari interstellare stavano velocemente stuzzicando nuove e strambe riflessioni. Secondo le sue reminiscenze scolastiche, la morte nel vuoto avveniva per ipossia. Il primo cambiamento, fuoriuscita di ossigeno a parte, si notava a livello della cute, su cui comparivano piaghe, gonfiori e sanguinamenti; quindi il sangue entrava in ebollizione per via della bassa pressione, e infine il corpo si gonfiava, raggiungendo quasi il doppio delle sue dimensioni. Ruth si sentiva estraniata e in qualche modo incolpevole se pensava alla morte di Todd. Iniziò a domandarsi se il suo cinismo emozionale fosse lo stesso che aveva spinto gli scienziati della Colonia a violare le leggi cerebrali con l’energia dell’atomo. Ripensò al criterio di selezione naturale e si chiese se il codice di Darwin non potesse essere ora declinato ai conquistatori della Luna. Il carattere genetico vincente e distintivo, però, non avrebbe più risposto alla supremazia della forza e dell’ingegno, ma dell’emarginato, dell’asociale, dell’individuo che, senza nulla da perdere, aveva ripudiato il suo habitat terrestre. Che ne era dell’uomo senza la sua Terra? Che ne sarebbe stato? Non solo gli orfani, moltissimi di coloro che avevano scelto di trasferirsi sulla Luna avevano colpevolizzato la società, gli uomini o la natura della Terra per torti subiti, perdite e condizioni esistenziali aride quanto le pianure che Ruth, Alan e i militari stavano attraversando in quel momento. Tutti i coloni si erano forse sentiti attratti da un luogo che rispondeva a nuovi requisiti di sopravvivenza, così simili alle loro anime da essere accolto come un prolungamento del proprio essere. Era stato così per Ruth, lo sentiva; lo era stato per la mente corrotta di Todd e per molti degli orfani. L’accettazione del male era stata forse alla base dell’atteggiamento dimesso che aveva colto i coloni dopo i primi attacchi. Un passeggero barlume di entusiasmo aveva rianimato la loro appartenenza al pianeta quando Marek aveva annunciato lo smantellamento delle macchine coloniali e, cinque anni dopo, la missione di ritorno sulla Terra. Chi era partito, commosso da un ritrovato sentimento di giustizia e umanità, aveva purificato la Luna e liberato i suoi abitanti dagli ultimi residui terrestri e da una storia biologica senza più alcun senso. Cosa diventeremo? Ruth pensò agli esperimenti nucleari della centrale e si chiese se l’uomo risorto di cui gli aveva parlato Alan non fosse in realtà il primo prototipo della nuova generazione. Siamo forse noi il futuro della specie? “Stiamo per raggiungere l’ascensore sotterraneo.” Alan irruppe nei suoi pensieri martellandole i padiglioni auricolari. Si accorse solo in quel momento di quanto fossero silenziosi; poteva udire distintamente solo il proprio respiro e l’attrito plastico della tuta spaziale. “Dobbiamo arrivarci prima che la macchina imbocchi il passaggio per la centrale.” “Se dovesse succedere?” “Dio non voglia.” Alan rimase taciturno mentre li sballottava lungo un crinale scavato dall’impatto con un enorme meteorite; riprese a parlare solo nella fase di risalita. “Non so cosa stia cercando. Gabriel è stato reso innocuo dopo essere stato risparmiato, non è in grado di interagire con il sistema informatico della centrale e neppure possiede le conoscenze per rendersi pericoloso. Ma è pur sempre una macchina ed è stato costruito con le stesse matrici tecnologiche che mettono in funzione la centrale; o che tengono in vita tutta la Colonia, per quanto ne sappia. Se è riuscito a liberarsi dal suo rifugio, mi chiedo che altro sia in grado di fare.” Al pensiero che Gabriel, la macchina, possedesse le chiavi della Colonia, Ruth provò

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un impeto di collera nei confronti di tutti i Consiglieri. Li avevano tenuti all’oscuro del pericolo in cui sarebbero potuti incorrere se il loro protetto si fosse unito all’opera genocida iniziata sulla Terra. Sperò che avessero avuto buona ragione nel non eliminarlo, e che la missione in cui Charlie si era imbarcato fosse stata possibile proprio grazie alle informazioni ottenute dalla macchina. Avrebbe voluto chiederlo ad Alan a voce alta, conoscere tutte le motivazioni del Consiglio ed avere la certezza che la Colonia non fosse stata governata da grassi sconsiderati. Ma non lo fece, non ne ebbe il coraggio poiché, in tutta sincerità, non avrebbe sopportato il peso della risposta. Temeva per Charlie e per tutti coloro che sarebbero potuti diventare vittime di uno stupido errore di valutazione. “Vedo qualcosa.” L’attenzione di Ruth era stata attratta da un fuggevole luccichio emanato da una massa scura distante poche decine di metri. “Là, sulla destra. Lo vedete?” I militari posizionati sullo stesso fianco dell’orfana fecero scivolare le armi verso l’oggetto da lei indicato. Alan fermò lentamente il veicolo ingrandendo l’immagine apparsa sul suo quadro di comando ed emise una esclamazione di disgusto. Ripartirono in direzione dell’oggetto tenendolo costantemente sotto tiro; inutilmente. Ruth lo riconobbe non appena le saltò agli occhi il tessuto dai riflessi argentati. “Lo indossava nel mausoleo” disse ad Alan. Una lunga serie di orme precedeva la vestaglia da Primo Consigliere e continuava verso l’ascensore che conduceva alla centrale; distavano forse quattro metri le une dalle altre. Gabriel si era denudato e, dalla leggerezza delle impronte, doveva aver corso sfiorando appena il terreno, sfruttando la gravità della Luna e la possenza esplosiva dei suoi muscoli sintetici. “È in grande vantaggio”disse Alan facendo ripartire il veicolo con uno scossone. I militari più arretrati avevano sollevato le postazioni di tiro quel tanto da permetter loro di non perdere mai di vista il bersaglio e di poterlo colpire senza mettere in pericolo i commilitoni. Troneggiavano sul veicolo corazzato senza mai abbandonare il punto di fuga imboccato da Gabriel, pronti a far fuoco al minimo segnale di movimento. Ruth, a quel punto, sperava di assistere alla sparatoria; i tempi si stavano stringendo e questo poteva solo significare che la macchina aveva sempre maggiori possibilità di raggiungere la centrale. Proiettili di pura energia sarebbero stati lanciati sopra la sua testa a velocità che sfidavano quelle della luce, tracciando lunghe scie incandescenti cariche di elettroni. Lo spettacolo sarebbe stato impagabile. Avanzarono per quindici minuti ancora, sfrecciando sopra le orme lasciate da Gabriel. Si arrampicarono su un’altura che impediva loro di osservare la linea dell’orizzonte e, solo giunti sulla sommità, videro la prima struttura edificata dall’uomo da quando si erano lasciati alle spalle la Colonia. Il corpo centrale, simile a quello di un uovo, era sormontato da bracci di metallo che penetravano nel terreno dando l’impressione di poter zompare in aria come un insetto in tensione. A terra, disposti a cerchio attorno all’ascensore, una moltitudine di piccoli fari si incrociavano in un unico punto sopra i sostegni metallici, riflettendo su tutta la struttura una pioggia di luce lunare. Le orme di Gabriel continuavano fino all’ascensore e lì terminavano, proprio pochi centimetri prima dell’entrata. Alan li guidò per l’ultimo tratto senza aprire bocca e si fermò proprio di fronte all’ingresso dell’ultimo passaggio; si trattava di due porte scorrevoli identiche a quelle del porto, in vetro armato, oltre le quali li attendeva un ambiente buio e apparentemente disabitato. “Ora?” chiese Ruth trafficando con la propria cintura senza riuscire a liberarsi. Due giovani militari erano già scesi dalle proprie postazioni ed aiutarono Alan e l’orfana a sganciarsi dai sistemi di sicurezza della corazza. Riuscivano a muoversi con noncuranza benché le capacità motorie fossero rese notevolmente impacciate dall’alleggerimento gravitazionale. I restanti tre avevano impugnato un fucile per mano e li stavano raggiungendo arretrando sui propri passi senza distogliere lo sguardo dalle colline circostanti. “Dobbiamo entrare” rispose Alan. “Avrei voluto evitarlo, ma non rimane altro da fare. Due dei ragazzi rimarranno qui a guardarci le spalle. Se si sente più al sicuro, può

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rimanere con loro. Oppure può armarsi e seguirci fino alla centrale.” “Vengo con voi” disse Ruth. “Non vi ho seguiti fin qui per fermarmi propria ora. Cercherò di rendermi utile.” Alan annuì e bastò un suo cenno di capo perché Ruth si trovasse in mano un piccolo mitragliatore senza peso che le fissarono alla tuta spaziale all’altezza dell’avambraccio. Le ci vollero circa venti secondi per imparare i fondamenti di tiro, fu estremamente naturale, sarebbe stato facile come far fuoco dalle proprie dita. Alan, invece, volle rimanere disarmato senza rilasciare spiegazioni. Doveva essere sua abitudine poiché i tre militari al seguito non sollevarono alcuna questione e si prepararono ad entrare nell’ascensore. “Ragazzi” disse Alan rivolto ai due soldati di guardia, “aggiornatemi di continuo.” Annuirono. “Buona fortuna, Signore” dissero insieme. Lui annuì. “State all’erta.” Poi, rivolto a Ruth e ai tre protettori armati: “Troviamolo e facciamola finita.” Alan fece un passo avanti e si piantò a piè pari laddove Gabriel era sostato solo qualche minuto prima. Appoggiò la mano sul simbolo impresso a fuoco sull’ingresso dell’ascensore ed attese che qualcosa accadesse. Sembrò molto perplesso, guardò sopra la sua testa verso una escrescenza di metallo che scendeva dal braccio che si piantava in terra proprio dietro di loro. Ruth immaginò che si trattasse di una sorta di congegno a riconoscimento atomico, genomico, vocale o quant’altro; non si sarebbe sorpresa di nulla ormai. Neppure quando quel qualcosa non funzionò affatto, sigillandoli all’esterno dell’ascensore, si sentì colta alla sprovvista; aveva senso. Dopo tutto quello che aveva visto e udito, aveva dannatamente senso. “Che Iddio si faccia vivo e ti spedisca all’inferno” mormorò Alan Lobe guardando sopra e davanti a sé. “Signore?” lo richiamò uno dei soldati di guardia. “Non lo so, ragazzi” disse Alan ponendo di nuovo la mano sull’ingresso. “Fatemi venire in mente qualcosa.” “Signore!” La voce del soldato si era acutizzata e tremava in preda all’allarme. “Il veicolo!” Si voltarono tutti e guardarono nella stessa direzione dei due militari di guardia. Non notarono nulla di particolare finché uno dei soldati non si spostò di lato lentamente e venne seguito in silenzio dallo stesso fucile d’assalto che aveva impugnato durante la corsa verso la centrale. Un secondo militare si mosse nervosamente sul posto e questo bastò perché il fucile a fianco ondeggiasse seguendo i suoi movimenti nervosi. “Che mi venga…” Alan cercò con gli occhi l’arma puntata al suo cuore. Non riuscì neppure a terminare la frase poiché una serie di deflagrazioni scossero onde di energia tali da alzarli di peso, scaraventando i loro corpi contro il perimetro dell’ascensore. Il silenzio tornò spaventosamente in fretta. Ruth fu la prima a scuotersi dal torpore e lasciarsi guidare dall’istinto, mentre Alan e il militare ebbero bisogno di qualche secondo in più per riacquisire tutti i cinque sensi. Non erano feriti, ma il colpo sembrava averli traumatizzati in più punti. Ruth spinse la vista poco più avanti e non vide traccia degli altri quattro giovani. Azzardò un passo e, solo quando fu certa di non essere più bersaglio del mostro corazzato, si allontanò lentamente oltre i bracci dell’ascensore per poter avere una visione più completa della Luna. Alzò lo sguardo e un tremito le fece morire ogni parola: tranci bianchi e colorati di tuta spaziale stavano vagando per lo spazio molti metri sopra la costruzione a forma di ragno. Scendevano lentamente verso terra e presto si sarebbero posati al suolo, insieme ai brandelli di membra che ancora contenevano. Tutt’intorno una miriade di diamanti vermigli si erano cristallizzati in volo, ed ora cadevano senza fretta come la piaga di una Bibbia fantascientifica. Ruth rinvenne la propria capacità di decisione quando sentì di volersi allontanare il più possibile da quella pioggia umana. Tornò verso Alan e il soldato sopravvissuto mentre si alzavano in piedi doloranti in ogni singolo osso del loro scheletro. Poiché erano voltati verso Ruth e la Luna, non percepirono alcun cambiamento alle loro spalle. Fu

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l’orfana ad accorgersi che dietro i due uomini le porte dell’ascensore erano ora aperte, mostrando al loro interno la sagoma oscura di un corpo muscoloso. Aprì la bocca per avvisarli, ma non le uscì che un lamento e poi un sibilo rallentato e sconfitto. Crollarono al suolo privi di coscienza, all’unisono. Gabriel poté così uscire dall’ascensore e terminare il lavoro per cui era stato richiamato. 35 Erano raccolti nel ponte d’uscita della nave astrale. Si trovava cinque livelli sotto la plancia di comando e, dall’esterno, pareva un bubbone ammaccato sorto per sbaglio tra le enormi ruote che avevano ancorato a Terra i coloni viaggiatori. Si trattava in realtà di un’anticamera per l’imbarco e lo sbarco dei passeggeri; avrebbe potuto contenerne più di settecento, disposti per file da quindici persone. Ora ne accoglieva circa un settimo, tutti uomini che avevano fantasticato su quel preciso momento con entusiasmo e trepidazione; sui loro volti, raggiunti dalla realtà, non c’era più alcuna traccia di quelle emozioni. In testa al gruppo di disperati, si distinguevano due ufficiali che avevano mantenuto lo sguardo fiero di chi non cederà mai alla sconfitta finché avrà forza da vivere. Davon e il Comandante erano riusciti a sedare gli animi rivoltosi dell’equipaggio anche quando diversi di loro avevano chiesto un incontro ravvicinato con il Primo Consigliere Marek, ritenuto responsabile se ora si trovavano disarmati e in pasto alle macchine. Ogni strumento della nave aveva cessato d’essere in loro possesso nell’istante in cui erano stati agganciati dall’impulso lanciato dalla Terra. In volo, tre o forse quattro formazioni di velivoli sconosciuti li avevano affiancati in sovrannaturale silenzio e li avevano scortati tra alte formazioni rocciose fino al luogo designato per la discesa. Gli uomini dell’equipaggio, tenuti all’oscuro della trappola, si erano accalcati intorno ai visori panoramici che costellavano la nave per osservare finalmente la Terra. La confusione e poi il panico erano dilagati per i corridoi della nave quando diverse squadre aeree erano sorte dalle nuvole librandosi con dinamicità sconcertante. Ai coloni fu subito chiaro di non assistere a una esercitazione di piloti terrestri; le macchine volanti nascondevano le loro forme con incredibili sistemi di schermatura: le loro superfici venivano costantemente attraversate da onde visive che disturbavano e confondevano la vista. Se osservati direttamente, sfuggivano all’interpretazione sfumandosi nel cielo; se catturati dalla coda dell’occhio, mostravano contorni più precisi ma in costante movimento, linee e forme geometriche che cambiavano e si fondevano tra loro. Sembravano aver trovato il modo di sottrarsi all’occhio umano. Le reazioni erano state molteplici; alcuni coloni rabbiosi avrebbero voluto stringere tra le dita la pelle di Marek e si erano presentati alle porte della plancia minacciando di far esplodere la rivolta. Davon e il Comandante avevano avuto il merito di calmare le turbolenze e di convincere i coloni a ricompattarsi e affrontare insieme la discesa, senza dividersi e incorrere nell’errore su cui probabilmente contavano le macchine. Avrebbero fatto di tutto per uscirne vivi e l’avrebbero fatto insieme, raccolti, mostrando il valore degli uomini a qualsiasi cosa avrebbero dovuto affrontare. Sintassi, parole, motivazioni inutili, ne erano consapevoli, eppure erano riusciti ad avere la meglio sull’ira e avevano portato tutto l’equipaggio sul ponte d’uscita nel momento dell’attracco, in attesa di sbarcare sulla Terra. Lì avevano atteso un tempo che non riuscirono a quantificare; fuori era giorno, probabilmente, e il portellone di cui non avevano più il comando non accennava a sollevarsi. “Ma che diavolo aspettano…” Marek sedeva a terra da solo, poco distante dai due ufficiali. Un tic nervoso gli attraversava le gambe inducendolo a scuoterle di continuo, mentre con le mani si tormentava i capelli candidi ormai privi di fascino. “Facciamola finita una buona volta…” “Sta’ zitto.” Il Comandante lo fulminò con una sola occhiata. Egli stesso avrebbe voluto scaricare tutta la tensione sul Primo Consigliere, ma sarebbe stato come trattare da capro espiatorio il più vulnerabile dei peccatori. Non era più una questione di colpa e responsabilità; Marek aveva indotto il Consiglio a votare a favore della missione, ma

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non potevano certo ritenerlo reo della supremazia delle macchine. Se si sentivano ora in attesa di una sentenza, lo dovevano alla razza umana e alla spinta tecnologica che aveva dato vita al primo impulso elettronico; ancora prima quello elettrico; e così via fino alla mutazione genetica che aveva reso intelligente l’uomo. Sembrava scritto nel loro dna, una profezia desossiribonucleica che li conduceva sudditi al cospetto delle loro creazioni. Incolpare Marek sarebbe stato semplicemente stupido. Davon osservò l’equipaggio e vide per la prima volta le reazione dell’uomo a una condanna capitale. Inizialmente gli era accorso il pensiero di consegnare ad ognuno un’arma; avrebbe voluto concedere loro l’ultima libertà e vederli combattere per la vita o scegliere di sottrarre il proprio destino alle macchine. Non lo fecero per una sola ragione: fosse anche la più fievole delle speranze, Davon e il Comandante avevano deciso di confidare nei tre coloni a piede libero. Scegliere di terminare i propri giorni con un attacco suicida avrebbe solo incattivito le macchine e messo a repentaglio l’unica possibilità d’essere portati in salvo dai loro tre amici. Era come risvegliarsi su un precipizio e tenersi aggrappati a una manciata di capelli, ma in quel momento era sufficiente a non lasciarsi affliggere. “Comandante?” Un colono si era fatto strada tra l’equipaggio e li aveva raggiunti proprio di fronte al portello di sbarco. La sua voce era giovane e ricordava quella di Charlie. Il Comandante lo osservò strizzando gli occhi e lo riconobbe solo dopo una manciata di secondi. “Sei il figlio di Alan…” disse allargando le orbite. “Si, Signore. Tim” disse il ragazzo scattando quasi sull’attenti. “Non pensavo si ricordasse.” “Tim, esatto…” Il Comandante richiamò il Secondo Consigliere al suo fianco. “Davon, questi è Timothy, figlio del mio carissimo amico Alan Lobe.” “Alan” ripeté Davon stringendo la mano al ragazzo. “Tuo padre è sempre stato un decisore d’eccezione e un uomo di grandi principi. È un onore conoscerti, Timothy.” “Grazie, Signore” rispose Tim. Sentì una vampata scaldargli il volto; non si era mai sentito a suo agio in compagnia dei conoscenti di suo padre, gli altolocati. Era questo che l’aveva tenuto in disparte fino a quel momento; ma nel protrarsi dell’attesa si era sentito incapace di rimanersene in silenzio e trascorrere forse gli ultimi minuti che aveva a disposizione in compagnia di persone guastate fin nel midollo. Si era alzato e ora reclamava il suo posto tra i “decisori d’eccezione”. “L’onore è solo mio. Mio padre aveva grande stima di entrambi.” Davon e il Comandante annuirono e invitarono Timothy a unirsi a loro. Marek, seduto a pochi metri e in disparte, aguzzò l’udito alle loro parole e si alzò lentamente, avvicinandosi al siparietto che andava formandosi. Non aveva mai visto quel ragazzo, ma sembrava che rientrasse nella cerchia di protetti dei due nuovi in carica. “Sei al corrente di ciò che sta accadendo?” “Credo di si. Ma non capisco perché farci aspettare tanto.” “Per innervosirci” disse Davon. “Per testare le nostre reazioni. In realtà non sappiamo assolutamente nulla di cosa sia accaduto lì fuori.” “Ma non ci hanno abbattuti” osservò Tim. “Ci hanno portati fino a qui. Questo è positivo…” “Sembrerebbe” disse il Comandante. “Lo sapremo solo quando ci faranno uscire.” “Avete in mente qualcosa?” chiese Timothy. “Posso essere d’aiuto?” “In questo momento dobbiamo stare al loro gioco e sperare di uscirne vivi.” Tim guardò poco convinto tutte le persone che stavano lentamente rodendo le proprie volontà. “Qualcosa non va?” gli chiese Davon. “Mio padre…” iniziò il ragazzo. “Non voleva che mi imbarcassi, ma non mi ha fermato. Questo significa che abbiamo una possibilità, giusto? Un piano per venirne fuori…” “Tu rimani vicino a noi” disse il Comandante, “e fatti notare il meno possibile. Qualcosa abbiamo in mente.” Timothy annuì, pensando che, se il suo destino fosse stata la morte, avrebbe avuto la

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possibilità di andarsene in compagnia di quelle due persone e sapeva che suo padre Alan avrebbe pienamente approvato. Sentì che questo particolare iniziava ad assumere grande importanza. Cercarono di parlare d’altro, di suo padre e di avvenimenti accaduti molti anni prima. La nave e i lamenti dei disperati, però, rimanevano tutt’attorno a loro, pur tentando in tutti i modi di isolarsi nel fascino dei ricordi. Continuarono a intrattenere il ragazzo forse per un’altra ora, finché non udirono il portello del ponte scattare con un’eco metallica e scorrere verso l’alto con lentezza spietata. Molte urla rimbalzarono per le pareti della nave, alcuni uomini si ritrassero portandosi fuori dalla luce che avanzava insieme all’apertura, ma la maggior parte dei coloni trovò il coraggio di non batter ciglio e di rimanere ammassati in prossimità dell’uscita. Alcuni di loro speravano che un raggio mortale li colpisse all’istante ponendo fine a quel calvario, altri volevano dare un’ultima occhiata al mondo e ai colori del cielo, altri ancora credevano nei miracoli. Il Comandante, Davon e Timothy erano in prima fila sfidando chiunque li avesse sequestrati sin dallo spazio. Marek invece rimaneva adombrato qualche fila più indietro e sbirciava in punta di piedi l’alba incandescente che nasceva da dietro le montagne. Quando i loro occhi si adeguarono al sole, poste le mani a visiera sulla fronte, i coloni notarono per prima cosa le figure allungate che quasi toccavano i loro piedi. Poi i loro occhi salirono e videro che alle ombre corrispondevano altrettanti corpi nati dalle matite di ingegneri biomeccanici che si erano vantati come divinità capricciose. Un migliaio, o forse più macchine li fronteggiavano immobili su una superficie piana e sconfinata che ricordava un eliporto costruito tra cime rocciose. Non capivano se per il riverbero del sole o per distorsioni di prospettiva sviluppate sulla Luna, ma quel lastrone biancheggiante sembrava non aver fine, raggiungendo i versanti delle catene montuose che lo circondavano. Quella base d’atterraggio pareva costruita non per una nave astrale, ma per una flotta di navi-prototipo giunte dal futuro. “E ora?” sussurrò Tim. Prima che potessero avanzare idee, due elementi si staccarono dal gruppo di macchine e si avvicinarono di qualche passo per fermarsi ai piedi della lunga lingua metallica che accompagnava i passeggeri della nave fino a terra. Lì guardarono verso l’alto e attesero. Davon e il Comandante si guardarono, inspirarono e annuirono con il cuore che li martellava in gola. Il Consigliere deglutì e scaricò la tensione stirandosi le braccia; l’ufficiale al suo fianco emise solo qualche respiro più profondo e si preparò a consegnarsi alle macchine. “State tranquilli” disse il Comandante rivolto a Timothy e a tutti gli altri coloni assiepati dietro di loro. Insieme a Davon, iniziò la discesa sulla rampa di metallo tenendo lo sguardo alto e fiero. Si avvicinarono e poterono mettere meglio a fuoco le macchine, notando con un pizzico di rabbia quanto somigliassero a Gabriel e a tutti i modelli smembrati della Colonia. Differivano tra loro solo per lievi accortezze fisionomiche che li avvicinavano a particolari razze o gruppi etnici di gradimento. Ecco ora ad accoglierli con sguardo incuriosito campioni maschili e femminili, di matrice europea, meridionale e nordica, africana, asiatica, nord e sud-americana, slava, mediorientale e polare. Con sufficiente denaro, si poteva persino richiedere incroci di razze prestabilite, ma solo di primo livello. Non era però possibile creare a immagine e somiglianza di parenti, amici, politici o attori. L’unicità dell’individuo era questione prioritaria e veniva preservata anche in questo modo. Le macchine, uomo e donna di razza bianca, erano stati disegnati con aspetti molto gradevoli, eppure si trattava di bellezze così generiche ed evanescenti da sfuggire facilmente alla memoria dell’osservatore; sembrava di guardare negli occhi modelli languidi da copertina, abbigliati e agghindati elegantemente solo per mettere in risalto il vestito o il gioiello indossato. Portavano abiti disparati, alcuni in tinta unita, altri abbinati con fantasie poco condivisibili, come se si fossero coperti con il primo indumento che avessero trovato.

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“Chi siete?” Le due macchine presero parola, ripetendo le frasi a turno nelle due lingue madri di Davon e del Comandante, un inglese e un francese impeccabili, secondo un gesto di cortesia che allibì i due uomini. Suonavano così… stonati. “Siamo uomini della Colonia Lunare.” “Sappiamo da dove venite. Vogliamo conoscere i vostri nomi” dissero le macchine con lo stesso timbro pacato di voce. “Mi chiamo Antoin e sono il Comandante della nave astrale. Questi è Davon, Consigliere della Colonia.” “Noi non possediamo nomi propri” si scusò il maschio. “Ci dispiace avervi sottratto alla vostra rotta, ma era il solo modo di portarvi in salvo.” “Vi abbiamo captati nel cielo” continuò la femmina. “Speravamo in un dialogo, ma non siamo riusciti ad ottenere risposta.” “Vi avremmo spiegato il motivo del dirottamento” concluse il maschio. “La Terra ora non è territorio sicuro per gli uomini.” Davon e il Comandante attesero qualche secondo prima di metabolizzare ciò che stava accadendo. “Non eravamo certi di chi ci stesse inviando l’impulso” rispose Antoin. “Le comunicazioni con la Terra si sono interrotte subito dopo i primi attacchi. Non avevamo idea di cosa avremmo trovato.” “Lo sappiamo” disse la femmina. “Fummo noi a interrompere le comunicazioni.” “Foste voi?” chiese Davon diffidente. “Voi chi?” “Macchine alleate” rispose il maschio. “Per salvarvi dai nostri simili che avrebbero potuto attaccare la colonia. È stato una sorta di… impulso, così l’avete chiamato, a convertire molti di noi in entità ribelli.” Davon li guardò esterrefatto. “Una guerra tra macchine?” “Non esattamente” disse la femmina. “Le macchine ribelli hanno attaccato l’uomo. Noi siamo venuti in vostro soccorso, in numero insufficiente, purtroppo.” “Siamo stati sconfitti…” disse il Comandante. “La civiltà umana che avete conosciuto” spiegò il maschio “non esiste più.” “Mio Dio…” Davon si guardò attorno e pensò che nemmeno nella sua fantasia più insensata avrebbe mai raggiunto livelli tali d’assurdità. Tra cime innevate, su quella sconfinata colata di cemento bianco, ebbe paura che quello fosse in realtà l’ultimo luogo accessibile della Terra, costruito per sovrastare un mondo devastato dalla distruzione. “Che ne è stato degli uomini…” chiese il Comandante con un filo di voce. “Le macchine ribelli si sono impadronite del pianeta” disse la femmina. “Gli unici uomini liberi vivono nel sottosuolo in comunità ristrette. Raramente si avventurano in superficie.” “Quanti sono? Quanti uomini rimangono?” “Non lo sappiamo” rispose il maschio. “Non abbiamo più contatti con gli uomini da molto tempo. Non si fidano più di noi e per questo non li biasimiamo.” Ci fu un lungo silenzio, rotto solo dal sibilo di una folata di brezza passeggera. Il panorama, in condizioni diverse e contingenze favorevoli, sarebbe stato a dir poco meraviglioso. “Ora dove siamo?” chiese Davon. “Ci troviamo in Italia, tra le cime delle Dolomiti, uno dei pochi luoghi che le macchine ribelli non hanno ancora raggiunto.” “È così dappertutto?” chiese il Comandante. “Gesù, non voglio crederci…” “Ovunque ci fosse l’uomo. Le macchine sono intervenute per estirparlo.” Davon era a testa bassa e continuava a scuoterla, in evidente difficoltà cognitiva, come se il filo logico dei suoi pensieri fosse fuggito via attraverso un bulbo capillifero. Antoin fissava una cima lontana e un falco ad ali spiegate che tracciava larghi cerchi nel cielo. Anch’egli non riusciva a trovare parole o domande che gli trasmettessero senso. “Perché non siete tornati prima?” La femmina li guardava incuriosita. “Vi abbiamo sempre creduti una specie protettiva. Perché avete aspettato tanto?” Erano domande

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poste con toni innocenti, qualcosa che ti saresti aspettato dalla bocca di un bambino. Davon provò un impeto di disorientamento accompagnato da senso di colpa. Ebbe la vaga sensazione che le due macchine volessero in realtà testarli. Ma non fu lui a rispondere. “La Colonia è la nostra patria” disse il Comandante. “Abbandonarla senza certezze l’avrebbe solo messa in pericolo.” “Come disattivare tutte le macchine della Colonia” osservò il maschio. “Tutte eccetto una.” “Eccetto una? Non che io sappia” negò il Comandante con sicurezza. Quando si voltò per cercare conferma nello sguardo di Davon, dovette ricredersi. Capì subito che qualcosa era stato tenuto nascosto e stava tormentando il Consigliere. “Come lo sapete?” chiese Davon. Annuì all’occhiata indurita del Comandante che già iniziava ad irrigidire le mascelle. Le disposizioni politiche, spesso, riuscivano solo a disgustarlo. “Le macchine ribelli hanno trovato il modo di ripristinare le comunicazioni con la Colonia” rispose la femmina. “Si sono già messe in contatto con il modello attivo. La vostra è stata una decisione alquanto incauta.” Davon sentì il sangue raggelarsi pensando al momento in cui la nave aveva perso il segnale della Luna. Avevano pensato che il silenzio fosse dovuto all’aggancio del segnale proveniente dalla Terra; a quanto pare l’interruzione delle comunicazioni nascondeva una verità decisamente più orripilante. “Cosa significa?” Il viso del Comandante scattò prima sulle macchine e quindi sul Consigliere. “È vero?” Davon faticava a sostenere il suo sguardo inviperito; alla fine non poté che annuire. “Il modello da compagnia di Marek. Gli abbiamo permesso di tenerlo attivo.” “No!” sbottò Antoin inveendo verso il cielo. “Di nuovo! Come diavolo gliel’avete permesso! Che razza di Consiglio l’avrebbe fatto!” “Era sotto stretto controllo.” Davon non riuscì a non giustificare le decisioni del partito. Nel farlo, tuttavia, si sentì profondamente sciocco e indifendibile. “Non ha mai creato problemi.” “Potrà crearli ora” intervenne il maschio. “Finché siamo riusciti a mantenere le comunicazioni interrotte, è vero, non è mai stato una minaccia. Ora non abbiamo idea di cosa sia in grado di fare.” “Significa che potrebbe attaccare la Colonia?” chiese il Comandante con occhi colmi di sdegno. “Esatto” disse la femmina. “Non potete fermarlo?” Davon sentì un malessere nauseabondo che iniziava a impadronirsi delle sue viscere. “No. Ma ci proveremo” rispose il maschio. “Per ora siamo in grado di dirvi che la Colonia non ha subito danni.” “Confortante…” commentò Antoin voltandosi verso la nave assolata e osservando i volti dei coloni stipati all’uscita. Si leggeva sulla loro pelle che avevano assoluto bisogno di buone notizie, nei loro occhi trovò fame di speranza. Notò anche, con un gorgoglio adirato nello stomaco, che il loro vecchio amico Marek si era fatto posto in prima fila e lì stava aspettando che tornassero con novità promettenti. “Ora cosa possiamo fare?” chiese infine alle macchine. Non si fidava di loro, non si fidava di nulla che non pompasse sangue nelle vene, eppure non vedeva alternativa; l’ingenuità era il solo atteggiamento che potesse loro garantire qualche ora in più di vita. “Dobbiamo mettervi al sicuro e celare la nave agli occhi delle macchine ribelli. Dovete fidarvi di noi” disse la femmina come se avesse letto nella mente del Comandante. “Richiamate a terra i vostri uomini, per favore” disse il maschio. “Dove volete portarci?” Davon provò un forte disagio quando si rese conto che la salvezza dei coloni non era più in mano umana. “In un rifugio sicuro” dissero insieme le due macchine. “Non temete.”

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Quindi, congedandosi con eleganza, si ritirarono verso i loro simili, che si allargarono per lasciarli passare e si richiusero nascondendoli alla vista. Davon e il Comandate si guardarono un’ultima volta, il primo impallidito, il secondo rosso per il risentimento. Ma non dissero altro, si voltarono ed iniziarono le operazioni di raccolta dei coloni. Poco distanti, le macchine alleate all’uomo li studiavano sotto la luce del sole, senza muovere ciglio. 36 L’effetto della polvere sarebbe presto svanito e i tre della Luna iniziavano a chiedersi quanto ancora avrebbero dovuto aspettare. Le macchine volanti avevano sorvolato il cielo per un paio d’ore, scendendo a quote impensabili per qualsiasi velivolo umano. Ogni volta che il richiamo si avvicinava, sembrava farsi più intenso e dava la temibile impressione che li avessero individuati e stessero chiamando a raccolta i rinforzi. Pur non sentendosi pienamente al sicuro, la protezione della terra e del dispositivo dei ribelli furono sufficienti a farli piombare in uno stato di rilassamento sospeso in cui palpebre ed occhi erano in lotta perenne. Alma fu l’unico a prendere sonno, mentre i tre coloni riuscirono a sfruttare la momentanea tregua solo per ammorbidire le membra e tenere sotto controllo il ginocchio di Nikolaj, al doppio delle sue normali dimensioni. Il giovane ribelle sedeva ad occhi chiusi contro il parapetto di metallo che li proteggeva dalla caduta nel pozzo centrale. Si svegliò all’improvviso, spalancando gli occhi senza la minima traccia di sonno. Fece loro segno di non far rumore e appoggiò un orecchio impolverato dalla sostanza bruna contro la balaustra che gli aveva fatto da scomodo cuscino. Annuì. “Finalmente. È ora di andare.” Afferrò con entrambe le mani il bordo di metallo e saltò dentro il pozzo. Un grido spaventato salì in gola a Charlie credendo in un gesto sconsiderato di Alma. Nikolaj ebbe solo l’istinto di allungare il braccio e pronunciare un “bah…” senza senso, prima di rendersi conto che il giovane ribelle si stava velocemente calando lungo una scala a pioli inghiottita dal pozzo. La testa sprofondò sotto di loro per poi tornare e guardarli con impazienza. “Rimanete qui?” Charlie e Damiano aiutarono Nikolaj ad alzarsi e lo calarono per primo. Sarebbe stata una discesa terribilmente faticosa; il suo infortunio sembrava notevolmente peggiorato dopo il breve riposo. Stringendo i palmi così intensamente da spellarsi le impronte digitali, poggiava tutto il peso del corpo sulla gamba sana, saggiando solo di striscio il piolo successivo prima di riequilibrarsi in tutta fretta sul ginocchio non dolorante. Ad ogni incertezza Damiano temeva il peggio per il suo amico, sperando che il ragazzo più sotto liberasse il passaggio il più in fretta possibile. In caso di disgrazia, che almeno la perdita non fosse duplice. Solo molto più in basso capirono ciò che aveva destato le antenne di Alma. Lungo la scala, attraverso mani e piedi in tensione, giungeva una vibrazione ciclica, ripetuta, segnale che là sotto qualcuno li aveva richiamati a suon di percussione. Procedettero a tentoni finché dal fondo del pozzo non fu accesa una luce che li illuminò dal basso a una distanza vertiginosa. Fu chiaro che Alma, libero di calarsi senza intoppi, li aveva preceduti di una buona mezz’ora. Al suo arrivo nella gola del pozzo anche le vibrazioni cessarono. Aveva passato gli ultimi minuti a maledire la loro lentezza; aveva fretta di andarsene, questo ormai era chiaro a tutti. Avevano disceso novecentottantasei pioli; Charlie li aveva contati lentamente per distrarsi dal pericolo in caso di caduta o di intrusione dalla superficie. Distavano poco meno di trenta centimetri l’uno dall’altro; un calcolo approssimativo gli rivelò che la distanza che li divideva dal centro terrestre si era accorciata di ben trecento metri. Si chiedeva, fantasticava su cosa avrebbero trovato nel rifugio dei ribelli, se una miniera abbandonata ricca di minerale, fognature labirintiche o, perché no, catacombe dell’era romana. Quattro braccia forti li aiutarono a poggiare i piedi a terra. Due appartenevano ad

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Alma, scuro in volto benché fosse illuminato dal fascio di luce che aveva guidato la loro discesa; le altre a un secondo ribelle sulla quarantina, con capelli e barba incolta sfumate di grigio. Indossava un sorriso sereno e gioviale che accompagnò il suo sforzo nell’accogliere il peso quasi morto di Nikolaj. Sul suo volto non c’era traccia della sostanza bruna di cui erano interamente ricoperti. “Coraggio, è fatta” disse aiutando Charlie nell’ultimo salto verso il suolo. Al suo fianco, posato a terra, un enorme martello da demolizione era stato avvolto con diversi strati di stracci perché potesse battere il segnale di via libera fino in cima alla scala, come un campanaro insonorizzato. Il ribelle si avvicinò all’infortunato e fece in modo che Nikolaj avvolgesse le braccia attorno al suo collo; fu subito imitato da Damiano. “Ci siamo quasi.” Il ribelle iniziò a camminare. “Poco più avanti c’è la nostra fermata.” Alma era già svanito lungo lo stretto corridoio che stavano giusto imboccando. Una fioca striscia di piccole luci pendeva da un soffitto poco più alto degli uomini, costruito nel cemento fino a una porta di metallo scrostata e arrugginita dagli anni. Sentirono il giovane aprirla con un cigolio e fiondarsi all’esterno dove un ambiente decisamente più spazioso li stava per accogliere. Varcarono la soglia e trovarono davanti a loro un treno ad attenderli. Non era propriamente un treno, era un singolo vagone di testa o di coda, alleggerito di tutti gli altri componenti di una metropolitana. Erano ora sulla banchina di una stazione abbandonata, conservata in ogni singolo dettaglio come il relitto impolverato di un museo del tempo. “Incredibile” disse Damiano guardandosi attorno con meraviglia. A Charlie venne da ridere, mentre Nikolaj riuscì per qualche istante a prendersi un po’ di tregua dalle fitte al ginocchio. “Ci troviamo nel terzo livello della metropolitana di Milano. I due livelli sopra di noi sono stati fatti crollare durante e dopo la guerra. Questo è quello che è rimasto della rete sotterranea ed è di nostra proprietà.” “Ci sono stato qui…” continuò Damiano, scuotendo la testa come per svegliarsi da un sogno. “Proprio in questa stazione, me lo ricordo. Questa è la linea azzurra.” La banchina era lunghissima ed era interrotta a intervalli irregolari da scale e trasportatori mobili non funzionanti che anni prima avevano condotto in superficie passeggeri sfaticati. Molti erano stati letteralmente smantellati, altri erano stati resi inaccessibili da cumuli di macerie che avrebbero sbarrato il passaggio al più piccolo degli insetti. Sembrava che i ribelli avessero messo al sicuro le entrate della stazione, lasciando come unico ingresso la scala nel pozzo da cui si erano inoltrati. Il colore predominante, per via della polvere o forse del tempo, era il grigio. Ma scritte o decorazioni astratte coloravano di blu le pareti della banchina, i pavimenti a mosaico e la carrozzeria del treno, giustificando il colore della linea ricordato dal cuoco coloniale. “Andiamo?” Alma li richiamò dal treno, già accomodato al posto di guida. “Eccoci” disse il ribelle facendo sedere Nikolaj su una delle poltroncine della metropolitana con uno sbuffo sfinito. “Grazie…” disse Nikolaj con tutta la gratitudine che riuscì a trasmettere. L’interno del vagone era illuminato a giorno e mostrava ancora vecchi cartelli e insegne pubblicitarie che avevano occupato il tempo dei passeggeri annoiati dal viaggio senza panorama. Alcuni promuovevano capi d’abbigliamento, altri corsi di lingue straniere o discipline orientali, appartamenti lontani da inquinamento acustico ed elettromagnetico, e spettacoli teatrali e mostre d’avanguardia. La vita di Milano sopravviveva soltanto su quegli annunci di svago e cultura; sembrava quasi di essere stati risucchiati da un treno trasformista che avrebbe cambiato le sue vesti a seconda della destinazione. Alma, appena furono seduti, chiuse con un soffio le porte del vagone e fece partire il treno scuotendoli malamente. Il ribelle gli si mise al fianco apparentemente contrariato, trattenendosi per un appiglio mentre il treno acquistava sempre maggiore

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velocità. Alma assunse l’espressione contrita di chi non ha intenzione di cambiare idea ed ascoltò le sue parole senza ribattere. Il ribelle scosse la testa e si avvicinò ai tre coloni in attesa, mostrando comunque lo stesso sorriso di benvenuto. “Dovete scusarmi, non mi sono ancora presentato.” Si sedette e si fece strada con la voce tra i frastuoni delle rotaie. Sfrecciarono attraverso un’altra stazione simile alla precedente, totalmente immersa nel buio. “Mi chiamo Filippo, ma potete chiamarmi Filo, come fanno tutti.” Si presentarono a turno. “DUNQUE SIETE UOMINI DELLA COLONIA.” gridò ammirato. “PENSAVAMO NON NE FOSTE USCITI VIVI. SONO STATO SULLA COLONIA UNA VOLTA! UNO DI QUEI VIAGGI ORGANIZZATI PER IL RECLUTAMENTO DI PERSONALE. UN’ESPERIENZA INCREDIBILE!” “COSA È SUCCESSO?” si fece udire Damiano. Filo lo guardò senza capire. “PERCHÉ SEI TORNATO SULLA TERRA?” “PENSAVO DI NON RIUSCIRE A SOPRAVVIVERE SENZA UN CIELO AZZURRO SOPRA LA TESTA. E ORA GUARDATE QUI!” Scoppiò a ridere alzando le braccia in aria. “SIETE TUTTI QUA SOTTO?” chiese Charlie. Filo annuì. “SIAMO PIÙ O MENO QUINDICIMILA! CI TROVIAMO NEGLI UNICI SPAZI CHE ABBIAMO RESO INACCESSIBILI E INUDIBILI ALLE MACCHINE. SOTTO TERRA, LONTANI DAL LORO UDITO E DAL LORO FIUTO!” “VIVETE NELLE STAZIONI?” “SOLO IN ALCUNE. A SECONDA DEI NOSTRI COMPITI, MA LE USIAMO SOPRATTUTTO PER SPOSTARCI. IN QUESTI ANNI ABBIAMO SCAVATO E COSTRUITO, RENDENDO ABITABILI AREE SUFFICIENTI A CONTENERE ALMENO IL DOPPIO DEL NOSTRO NUMERO.” Avevano già passato altre due stazioni della linea azzurra: la prima era buia come la precedente; per la seconda dovettero invece rallentare. Ciò permise loro di tornare a un volume di voce più sopportabile. Capirono il motivo del rallentamento quando la attraversarono brulicante di attività; c’erano decine di uomini ribelli affaccendati in lavori di ampliamento che avevano rosicchiato le interiora di Milano fino a far diventare la banchina grande quando una piazza di superficie. “Niente male” commentò Damiano. “Ognuno cerca di rendersi utile agli altri, ognuno ha la propria mansione. Io mi considero una sorta di infermiere del sottosuolo. Alma, per esempio, è un incursore di superficie, il suo è il compito più pericoloso. Ma, come potete notare, è sprezzante del pericolo e dei buoni consigli. Cerchiamo di dare tutti il meglio di noi per sopravvivere più a lungo possibile. Sulla colonia era diverso?” “Non proprio” rispose Damiano. “All’inizio in ogni caso. Con il tempo è prevalso un sentimento di rinuncia; una specie di rassegnazione contagiosa. Da quando è stata presa la decisione di ritornare molti sono tornati a sperare, ma temo che sia solo una fase passeggera se non avranno presto nostre notizie. Le comunicazioni si sono interrotte di nuovo come allo scoppio della guerra.” Superarono la stazione in fermento e il frastuono del vagone tornò ad assordarli. “LE MACCHINE DELLA TERRA” intervenne Nikolaj, “QUAL È IL LORO ASPETTO? ABBIAMO VISTO MACCHINE VOLANTI CHE NON SONO DI CERTO OPERA DELL’UOMO!” Filippo stava annuendo. “LA MAGGIOR PARTE DEI PRIMI ATTACCHI SONO STATI INFLITTI DALLE MACCHINE CHE ANCHE VOI AVETE CONOSCIUTO. SIMIL-UOMINI CHE HANNO CESSATO LE ATTIVITÀ PER CUI FURONO CREATE PER RIBELLARSI. ACCANTO A LORO SONO POI COMPARSE NUOVE MACCHINE, PIÙ MASSICCE E GRANDIOSE CHE HANNO ABBANDONATO LA PELLE E SI SONO RIVELATE COME VERE E PROPRIE MACCHINE DI DISTRUZIONE. ESSERI ABNORMI. INDISTRUTTIBILI E DALL’ANIMA DI METALLO.” Dovette fare una pausa per schiarirsi le corde vocali. “DURANTE QUESTI ANNI ANCHE LORO SI SONO EVOLUTE, SONO

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COMPARSE MACCHINE SEMPRE PIÙ SOFISTICATE COME QUELLE VOLANTI CHE VI HANNO DATO LA CACCIA. POSSIAMO BEN POCO CONTRO DI LORO; MA I PRIMI MODELLI, QUELLI PIÙ SIMILI ALL’UOMO, ESISTONO ANCORA. ANZI, È IRONICO CHE SIANO PROPRIO COLORO CHE CI HANNO DISTRUTTO AD ESSERE LA NOSTRA UNICA SPERANZA!” “SPERANZA?” chiese Charlie. “ESATTO. VI SPIEGHEREMO TUTTO PIÙ TARDI. NIKOLAJ VERRAI CONDOTTO IN INFERMERIA, MENTRE VOI FARETE UN GIRO PER I NOSTRI QUARTIERI E VI SARÀ ILLUSTRATO TUTTO.” “Nessun problema” disse Nikolaj. Filo si congedò da loro e tornò al fianco di Alma. Il frastuono del treno non permise loro di ascoltare la conversazione finché Alma non dovette rallentare di nuovo in prossimità di un’altra stazione in piena ricostruzione. Fermò il treno proprio al centro della banchina e si preparò a scendere. “…dovrai raccontarlo” stava dicendo Filo. “Non puoi allontanarti di nuovo. Manchi da quanto, tre giorni?” “Cinque” rispose Alma. “E qua sotto non ci sarebbe bisogno di me neanche se mancassi da un mese.” “Chek si aspetta di vederti stasera.” “Potrai raccontare tutto tu, non c’è nulla da dire che tu già non sappia. Raccontagli delle donne, piuttosto. Devo assicurarmi che stiano bene.” “Ci saranno di nuovo le guardie.” “Pensi che non lo sappia?” disse Alma. “Saranno ancora più all’erta…” Il ragazzo non volle più ascoltarlo e si diresse verso l’uscita. Si fermò con un piede sulla banchina e uno sul vagone. “Spero di rivedervi presto” disse rivolto ai coloni. Poi inquadrò il più giovane di loro con un piglio che lo faceva sembrare un veterano di guerra. “Charlie, giusto?” Annuì. “Presto voglio vederti in superficie, d’accordo?” Alma spiccò un balzo e corse lontano, evitando gli altri ribelli impegnati nei lavori di ampliamento della stazione. Filo scosse il capo e si sedette alla guida del treno; fece ripartire il vagone serrando di nuovo le porte allo spettacolo organizzativo di tutti quegli operai del sottosuolo. “Abbiamo ancora mezz’ora di viaggio.” disse alzando la voce. “Mettetevi comodi!” “DOVE STA ANDANDO ALMA?” volle sapere Charlie sgolandosi “TORNA IN SUPERFICIE! SI FARÀ AMMAZZARE UN GIORNO!” “NOI, INVECE?” “NOI ANDIAMO DAL GRANDE CAPO IN PERSONA. CI STA GIÀ ASPETTANDO.” 37 Nate scrutava la valle immacolata e si chiedeva per quanto tempo non si sarebbero potuti muovere. Ora erano all’asciutto e al riparo, ma avevano interrotto la ricerca dei diciannove coloni sganciati prima dell’impatto, tallonati da un nemico che poteva sbucare persino dalla terra. Nikolaj era stato uno degli ultimi ad essere stato sganciato; i tre di Marescoglio avevano pedinato la scia di fuoco ed erano giunti nel ventre ribaltato della nave astrale senza incontrare anima viva. Per il momento avrebbero potuto solo attendere, sperando che la tempesta passasse velocemente, che le macchine non li avessero individuati, o che uno dei coloni dispersi fosse attratto dalle guglie del loro rifugio di roccia. Nel frattempo riflettevano e ammazzavano il tempo a fatica, cercando di recuperare il riposo di quella notte insonne. Nikolaj, in tutta sincerità, sembrava non chiudere occhio da una stagione intera. Il solo a non cercare un comodo giaciglio era l’aitante australiano, impegnato nella lettura del volume rosso sottratto alla biblioteca delle macchine. Dal suo volto trapelavano sentimenti disorientati, come se non ci stesse capendo assolutamente nulla.

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“Sarà anche scritto in inglese, ma a tratti è incomprensibile...” Sfogliava il Libro dei Giorni datato 2220, località Europa, Italia. “Sembra il linguaggio di un drammaturgo del XVI secolo…” Sebastiano se ne stava sulla Deuvan al posto del passeggero, con la testa reclinata all’indietro e una gamba a penzoloni fuori dal veicolo. Nikolaj, il colono di Marte, aveva invece estratto dal suo bagaglio a spalla tanti strani pezzi di ferraglia, li aveva disposti su un panno disteso per terra e li stava lucidando con attenzione maniacale. Nel frattempo, ovviamente, non si perdeva una sola parola del discorso. “Gli stessi fatti qui riportati…” continuò Nate indicando le pagine, “non ricordo quasi nulla. Forse avrei dovuto studiare di più…” “Sono passati quasi duecento anni” disse Sebastiano facendo oscillare la gamba sospesa, annoiato e terribilmente stanco. “E non si tratta neppure del tuo Paese. Dubito tu l’abbia perfino studiato a scuola.” “Non è solo questo… Ci sono pagine dedicate al mondo, a trattati di guerra, di pace, accordi economici….” “Negli ultimi 400 anni i decenni si somigliano tutti, non farci caso. Fammi un esempio.” Nate alzò il dito indice come per citare a memoria un letterato. “Tu sei italiano, giusto?” “Si.” “Attilio Borsieri ti dice qualcosa?” Ricevette in risposta uno sguardo criptico che non aveva bisogno di chiarimenti. “Presidente del Consiglio. È salito al governo per ben quattro volte nel ventennio tra il 2200 e il 2220. Qui dice che è stato ucciso il 30 aprile. L’hanno fatto saltare in aria insieme al suo appartamento.” Sebastiano scuoteva il capo. “Non ti dice nulla?” “Direi di no...” “Possibile? Vent’anni di politica, poi una morte simile. Questo è un nome che sarebbe stato stampato sulle vie di ogni città, un martire da memoria nazionale.” “Eppure non mi dice nulla.” Nikolaj ripose un manico scintillante e prese in mano un altro pezzo di metallo che ricordava la canna di un’arma da fuoco di piccolo calibro. “Un altro esempio” continuò Nate. “Nikolaj, questo ti riguarda.” Il colono ripose lentamente il pezzo e si mise in ascolto con espressione concentrata. “Tra queste pagine non ho trovato un solo riferimento a Marte. L’Italia non è stata tra le nazioni con più emigranti?” Nikolaj assentì. “Non solo, è stata tra le maggiori esportatrici di materia vegetale proprio durante la fase di progettazione delle grandi serre, proprio intorno al 2220. Se non sbaglio, il primo ingegnere paesaggistico della colonia fu proprio italiano. Matteo qualcosa, non ricordo il cognome.” Nate fece scorrere tutte le pagine del volume scuotendo energicamente il capo. “Non posso credere che Marte non sia nemmeno menzionato. Non lo accetto. Il libro, la biblioteca… sono solo una farsa; un altro inghippo delle macchine, un’esca per confonderci. Voglio dire, è come parlare di una battaglia senza citare i contendenti! La Colonia è il progetto più grandioso che l’uomo abbia mai realizzato. Cazzo, abbiamo reso abitabile un pianeta! Nel 2220 eravamo già a metà della trasformazione, giusto? Quanti anni ci sono voluti, quattro secoli?” “Quattrocentoquaratatre anni per la precisione” disse il colono con un sorriso lontano. “Quattrocentoquarantatre” ripeté Nate ammirato. “Questa è una notizia degna di pubblicazione!” Con un tonfo chiuse il Libro dei Giorni e lo gettò a terra senza più curarsene. “Da dove vieni?” volle sapere Sebastiano. “La tua famiglia… Da dove veniva? Nikolaj non è un nome russo?” “È così. Ma sono passate ormai decine di generazioni da quando lasciammo la Russia. I miei genitori si imbarcarono per la Colonia nel 2384, quando avevo cinque anni; all’epoca vivevamo in Germania, l’ultima terra da cui la mia famiglia estrasse le

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radici.” “Ora dove sono?” chiese Nate. “I miei genitori? Se ne sono andati. Erano vecchi. Si sono lasciati morire insieme a molti altri coloni, quando la speranza di tornare era già svanita da tempo.” Ci fu una quiete in cui non sentirono il bisogno di esprimere la propria comprensione. La guerra aveva reso tutti crudelmente soli, lo avevano imparato sulla propria pelle. Erano stati risparmiati solo pochissimi nuclei familiari che, col tempo, si erano rivelati inadatti e più fragili delle anime solitarie. La nuova generazione di uomini sarebbe cresciuta sulle spalle di persone senza sangue antenato; i figli degli uomini sarebbero cresciuti come bastardi genealogici resi più forti dalla selezione bellica. “Ora ho trentatre anni” concluse Nikolaj sorridendo. Si concesse un secondo per aspirare rumorosamente dalla sua maschera di gomma nera, “e non mi sono mai sentito così lontano da casa.” “Parlaci di Marte.” Nate si sedette sulla roccia a fianco di Sebastiano e poggiò la schiena sulla Deuvan cozzando la nuca contro la carrozzeria rosso fuoco. “È un paradiso come tutti pensano?” “Marte è un pianeta che può mozzarti il fiato, ma non credo sia appropriato chiamarlo paradiso. Forse lo era prima della Colonia: un paradiso desertico di sabbia e roccia aspra. Ora è un luogo splendido, ma è diventato duro, selvaggio, incattivito dalla nostra contaminazione.” Nate e Sebastiano avevano più volte assistito alle celebri riproduzioni visive di come Marte fosse stato trasformato dalla bonifica dell’uomo. Nelle loro menti l’atmosfera di Marte si faceva più spessa, il suolo rosso si surriscaldava e si imbruniva e dai poli nascevano gli oceani che avevano ricoperto gran parte del pianeta. La vegetazione ricopriva Marte e lo trasformava in una giungla selvatica dalla fotosintesi centuplicata. Era accaduto realmente, un miracolo scientifico che aveva trasfigurato la Colonia nel vero e ultimo Nuovo Mondo, il paradiso di cui tutti blateravano. Evidentemente non era così. “La terraformazione di Marte ebbe inizio nel ventesimo secolo. Fin da piccoli ci hanno inculcato alcune date cardine della Colonia: l’anno di nascita è considerato il 1962, quando la sonda Explora-4 attraversò per la prima volta l’atmosfera di Marte e si posò sulla sua superficie.” Il 1994 era stato l’anno in cui i primi uomini avevano calpestato il suolo del pianeta: si trattava dell’equipaggio dei nove padri fondatori, coloro che avevano divulgato per la prima volta il concetto di terraformazione. Nel 2016 era stata celebrata la fondazione della prima città, sviluppata prevalentemente nel sottosuolo. Era stata chiamata Marzia, proprio il nome della prima donna ad aver camminato sul pianeta; la popolazione contava circa 2.300 abitanti. Quasi sessant’anni più tardi, nel 2074, Marte aveva già raggiunto i 100.000 abitanti distribuiti in sei città, tutte strategicamente posizionate su catene montuose, ad altitudini che non si sarebbero inabissate in caso di inondazioni polari. La prima fase della colonizzazione era terminata attorno al 2184, quando si contavano già 800.000 abitanti e ben venticinque agglomerati urbani sotterranei. La maggior parte dei coloni era stata istruita in due progetti distinti: la coltura delle grandi serre, vivai embrionali in cui la vegetazione era stata geneticamente potenziata per produrre la maggior quantità d’ossigeno possibile e rendere respirabile l’aria di Marte; il secondo progetto si era concentrato invece sullo sviluppo di giganteschi esalatori a combustione chimica per l’inspessimento dei gas serra; l’obiettivo era stato quello di formare un’atmosfera tale che avrebbe surriscaldato il pianeta e, conseguentemente, sciolto i ghiacci polari. I risultati si ebbero principalmente nel ventennio tra il 2260 e il 2280, in cui massicce inondazioni avevano sommerso gran parte del pianeta. Le temperature erano aumentate fino a punte massime di venti gradi centigradi nelle zone tropicali di Marte. Nel 2280 la popolazione aveva già raggiunto i 3.400.000 abitanti. Vennero coltivate le prime piantagioni d’ossigeno che erano cresciute fino al 2345, anno in cui Marte aveva assunto l’aspetto ormai celebre, raggiungendo il numero di aree vegetali sufficienti per l’ultima fase di terraformazione: le città alla luce del sole. Nel 2405, solo 7 anni prima,

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i primi marziani avevano messo piede fuori dai gusci sotterranei e respirato per la prima volta l’aria del pianeta, natale per la maggior parte di loro. Tra di essi, c’era stato anche Nikolaj. Rimasero in silenzio e in soggezione, come se davanti a loro stesse riposando un superuomo ferito, o il primo essere umano appartenente a una nuova specie. Si sentirono come due neandertaliani entrati in contatto con un più evoluto sapiens, uomo dalle capacità straordinarie. In un certo senso era proprio così. Nikolaj non riusciva più a considerarsi un terrestre; era cresciuto su un pianeta alieno, nutrito dalla Terra, era vero, ma aveva comunque mangiato i suoi frutti, bevuto dalle sue riserve acquifere e perfino respirato la sua aria. La sensazione di sradicamento che stava vivendo provava che casa sua distava la bellezza di milioni di chilometri, sulle pendici di un monte rossastro quanto il sangue. “L’aria ha veramente quell’odore insopportabile?” chiese Nate. “Non proprio. Lo ricorda, ma in dose infinitesimale. Ci vorrà ancora molto tempo prima che cento anni di esalazioni abbandonino la superficie di Marte. Siamo comunque a buon punto. Diciamo che questa maschera mi fa da tranquillante antipanico.” “Quanti sono i coloni ancora vivi?” chiese Sebastiano. “Allo scoppio della guerra eravamo quasi 13.000.000; di questi circa 200.000 si sono lasciati morire negli ultimi tre anni. Ora Marzia, la capitale, ne conta circa 600.000. Le altre 83 città sono equamente popolate, circa 140.000 abitanti l’una. Abbiamo una ferrea politica di distribuzione delle risorse umane.” “12.800.000. Niente male…” commentò Nate con un fischio. “Siamo ancora in inferiorità numerica, ma almeno possiamo giocarcela.” “In inferiorità? Che significa?” chiese Nikolaj. Sebastiano si prese l’onere di raccontare le ultime notizie rinvenute insieme al corpo riattivato di latta, la macchina trasportata fino a Marescoglio. Secondo le sue stime la popolazione di Marte era poco più di un terzo rispetto al numero di macchine ancora funzionanti sul suolo terrestre. In caso di scontro i numeri iniziavano a farsi meno spaventosi. “Non dimenticate che ci vogliono almeno quindici mesi per raggiungere la Terra” ricordò Nikolaj. “In caso di finestra di lancio favorevole.” “D’accordo” disse Sebastiano. “Però il solo pensiero di un esercito così numeroso basta a rendermi più fiducioso. Anche se la Terra dovesse cadere in mano alle macchine, abbiamo un altro mondo che ci spetta di diritto.” “A proposito” intervenne Nate. “Cosa ne avete fatto delle macchine?” “Neppure una macchina ha mai messo piede su Marte” rispose Nikolaj con una sorta d’orgoglio nella voce. “Sul serio?” “Il decreto di popolamento esclusivamente umano fu tra le prime mozioni approvate più di 70 anni fa, quando qui sulla Terra comparvero le prime macchine domestiche.” Nikolaj sembrava leggere da un sussidiario scolastico. “La bonifica di Marte era stata avviata più di tre secoli prima esclusivamente dagli uomini, e così è continuato fino al momento in cui l’aria è diventata respirabile. L’introduzione del demorio fu inevitabile poiché ha comportato un risparmio incredibile di risorse; ma è stata l’unica introduzione ricollegabile all’esistenza delle macchine. Il tempo ci ha dato ragione; se la Colonia avesse sfruttato forza lavoro non umana, ora non sarei qui con voi. La distanza sembra aver risparmiato lo stesso demorio, mentre da voi si è esaurito sin dai primi attacchi.” “Mi auguro che anche questo non sia stato previsto dal loro disegno…” aggiunse Sebastiano. “Lo escludo.” Nikolaj non ammetteva contraddizione. “Marte è un pianeta carnivoro, ma prima di tutto è avverso alle macchine.” Sarebbero seguite decine e decine di curiosità sulla natura del pianeta e sulla vita nella Colonia. Ad ogni risposta sarebbero seguite nuove domande e Nikolaj, amabile per indole e formazione, avrebbe dato il suo meglio per accontentarli. Fu però colto

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letteralmente alla sprovvista quando udì d’essere già stato raggiunto. Si immobilizzò, alzandosi sull’attenti, con occhi inquisitori che sembravano guardare oltre la valle. “Sono già arrivati…” disse con inflessione incredula. Nate e Sebastiano non persero tempo. Afferrarono un sacco che avevano lasciato sui sedili posteriori della Deuvan ed estrassero due armi da fuoco che avevano sottratto dalla stessa stiva della nave coloniale in cui si erano riforniti di demorio. Erano armi moderne, lontane secoli luce da quelle che Marescoglio aveva raccattato da musei o esposizioni militari anteguerra. Bastava impugnarle per sentire nell’aria odore di giustizia. Ne presero una terza e la posero in mano a Nikolaj il cui viso, incredibilmente, si era illuminato di gioia. “No, aspettate. Riponete le armi.” Aveva compreso l’equivoco e cercava di sedare l’adrenalina prima che fosse indomabile. “Non parlo delle macchine. I miei fratelli ci hanno trovato. È tutto a posto. Guardate, sono qui fuori.” “I diciannove?” chiese Nate con l’arma ancora in pugno puntata verso l’apertura della grotta. “Ci sono anche loro” disse Nikolaj alzando la mano come per placare acque burrascose. “Sono stati raccolti dai miei fratelli subito dopo l’impatto. Vi prego, fidatevi. È tutto a posto.” Sebastiano si sentiva tremendamente a disagio. Non avrebbe abbassato l’arma per alcun motivo; Nate si era mosso fino ad arrivare al suo fianco e sembrava tormentato dalla stessa inquietudine. “Che cazzo succede?” disse a bassa voce cercando di spingere lo sguardo oltre la tempesta di neve. Poi chiese a voce più alta: “Quali fratelli? Di cosa parli?” “Stiamo vicini” gli sussurrò Sebastiano prima di bloccarsi con un capogiro. Qualcosa era accaduto al suo campo visivo. L’apertura della grotta vibrò, la neve stessa vibrò, il monte che li guardava da oltre la valle imbiancata ebbe uno scossone e sfuggì per un istante alla vista. Poi i fiocchi di neve iniziarono a rimbalzare contro un ostacolo invisibile e iniziarono a disegnare una superficie indefinita dalla forma sferica. Si avvicinarono all’apertura, sentendosi fin troppo confinati da quel rifugio che poteva rivelarsi una trappola. Si spinsero fino ad essere colpiti dai primi fiocchi, mentre Nikolaj li aveva preceduti e veniva completamente investito da folate gelide di neve. Davanti a loro, nel mezzo della tempesta, comparve un globo di vetro alto quanto un palazzo di cinque piani. Il suo profilo si fece lentamente più visibile e iniziò a rivelare una presenza più solida abbandonando le proprie vesti mimetiche. Tutta la struttura smise lentamente di essere trasparente e rivelò una gigantesca forma grigia, effettivamente a sfera, che galleggiava a circa mezzo metro da terra, immobile e silenziosa. Un profilo ad arco iniziò a scurirsi nella parte bassa della sua superficie e svelò un portello che si stava aprendo, scendendo fino a terra nella forma di una piccola scala da imbarco. Sulla sua sommità comparvero due figure distinte, una adulta e una in tenera età, che scesero mano nella mano fino a raggiungere Nikolaj. Si abbracciarono e, fradici di neve, s’affrettarono a raggiungere il rifugio in cui Nate e Sebastiano erano di nuovo arretrati con le pistole ancora tese e le braccia intorpidite dallo sforzo. Guardarono in volto il terzetto e si sentirono sperduti, tanto da non rendersi neppure conto che un altro uomo presto avrebbe varcato l’ingresso della grotta. “Cosa siete?!” sibilò Nate. Parlava a tre persone sostanzialmente identiche: Nikolaj, affiancato da colui che poteva essere stato da bambino e colui che sarebbe potuto diventare in cinquant’anni. La medesima persona traslata in tre versioni differenti, tre età manifeste. Nikolaj anziano, Nikolaj adulto e bambino. Il piccolo li guardava impaurito. “Questi” rispose l’adulto intimandoli con gli occhi a non fare nulla di insensato, “è il padre di mio padre. Questi, invece, è mio figlio.” Fu allora che la grotta accolse un sesto membro ancora più sconcertante, la cui venuta rese quel momento, o forse l’universo intero, qualcosa di davvero poco conosciuto. “Voi” disse l’uomo indicandoli con una mano. “Non fate gli stupidi e accompagnateci da mio padre.” Era una versione ringiovanita di Damiano, il vecchio custode di

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Marescoglio. Nate e Sebastiano non poterono che abbassare le armi e partecipare agli eventi. Comunque andasse, qualsiasi cosa fossero, valeva la pena di partecipare a quella burla di proporzioni cosmiche. 38 Samuele si spense mentre sua figlia si trovava ancora tra le braccia di Petr. Il regolatore di vite, l’organismo ultimo dell’universo, o chiunque avesse in mano il contagocce delle esistenze planetarie, gli concesse qualche ultimo istante di lucidità. Si svegliò consapevole di avere solo pochi secondi da vivere, da dedicare alle persone con cui aveva condiviso gli ultimi anni della sua vita ben vissuta. Aprì gli occhi e non trovò nessuno, cosa che, in tutta verità, lo lasciò semplicemente amareggiato. Non aveva ultime parole da dire, né in serbo importanti rivelazioni per il destino di tutti i sopravvissuti; avrebbe solo desiderato osservare i suoi figli e benedirli per l’ultima volta. Morì al buio, tra brividi di freddo, chiedendosi perché mai fosse stato abbandonato. Domitilla si era allontanata in silenzio mentre Petr ancora dormiva. L’amore di quella notte era stato breve e fin troppo rude; eppure non sarebbe bastato a rovinare quelle ore trascorse senza parole, tra l’attrito di due pelli infiammate e l’irruzione di un piacere estraneo ma intenso. Comunque, la migliore scopata degli ultimi cinque anni… Era entrata nella stanza di Samuele quando mancava poco all’alba e non aveva versato che poche lacrime. Aveva osservato per diversi minuti il volto illuminato dai primi raggi del mattino e lo aveva baciato, una sola volta, accarezzandogli la fronte interamente glabra. Si era poi allontanata ed era di nuovo uscita all’aperto, sollevata ad ogni passo che aveva compiuto. Aveva camminato a ritroso attraversando il centro sonnolento di Marescoglio, fino a tornare in vista del portico di Ermanno, già sveglio da una buona mezz’ora e intento a sorvegliare sull’attenti le terre a est della città. Non c’era stato bisogno di conversare più del necessario. Avevano sbrigliato gli ultimi componenti della fabbrica di nuvole ed avevano riportato Oblivia alla guida del carro che sarebbe diventato funebre per la triste occasione. Ermanno venne accompagnato dalle stesse due donne che si erano occupate di Lena e da tre giovani volenterosi; avrebbero trasportato le due salme nella piccola chiesa di Marescoglio, dove tutta la cittadinanza avrebbe salutato la ragazza e il vecchio condottiero che li aveva liberati dalle rovine della guerra. Non ci sarebbe stata funzione, sarebbero passati diversi mesi prima che un sacerdote si unisse alla comunità alleviando i malumori dei suoi fedeli. Verso le undici del mattino Domitilla sedeva sulla prima panca dirimpetto la tavola di legno su cui era stato posato il corpo di suo padre. La voce delle due scomparse aveva percorso le strade di Marescoglio come sangue pompato nelle vene; così, a intermittenza programmata, le persone erano accorse a fiotti sin dalle prime luci del mattino mostrando l’affetto che avevano provato per Lena e Samuele. Solo alcuni si mostravano perplessi quando notavano che, a fianco di Domi, sedeva il giovane straniero giunto da poco in città, sorridente verso tutti coloro che incrociavano il suo sguardo. Enrico era invece assente. Da quando aveva lasciato che fossero le donne a vegliare sul corpo della nipote, non si era più trovato; tutti pensavano che si sarebbe fatto vivo solo a sepoltura ultimata. Domitilla osservava il profilo del padre senza sentirsi affatto infastidita dalla presenza di Petr. Il giovane aveva osservato incuriosito le processioni dalla finestra della sua nuova casa, per nulla sorpreso d’essersi svegliato in un letto freddo e vuoto. Si era unito alle persone ed aveva capito chi era venuto a mancare non appena aveva visto la gente raccolta proprio davanti alla chiesa. Petr era nato cattolico, aveva attraversato la navata, aveva manifestato il proprio rispetto segnandosi fronte, cuore e spalle e si era

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seduto a fianco di Domi con naturalezza, sorridendole come aveva poi fatto con tutti i processanti. Non diceva nulla, eppure la sua presenza sapeva confortare. Domitilla ora capiva cosa aveva provato suo fratello quando aveva rivisto Samuele. Più fissava le sue sembianze livide e smunte, più pensava di aver dimenticato il volto di suo padre. L’ultimo ricordo piacevole la ritraeva mentre gli truccava il viso per allontanare l’invecchiamento improvviso che lo aveva colpito negli ultimi mesi. Era passata meno di una settimana… Tutto sarebbe cambiato, riusciva a sentirlo sulla propria pelle. Marescoglio, la vita, la percezione del mondo avrebbero lasciato spazio a qualcosa di profondamente diverso, come se quegli ultimi tre anni fossero in realtà il saluto a tutto ciò che avevano conosciuto. La specie umana, insignificante, minuscola al cospetto dei grandi dominatori delle ere passate, aveva terminato il proprio percorso e avrebbe dovuto lasciar spazio a ciò che, per natura, era tempo che sorgesse. Questo non basterà a placarci, pensò Domitilla stringendo la mano destra di Petr. Tornate pure, combatteremo fino alla fine dei nostri giorni. Ermanno aveva preferito sedersi in disparte. Le interpretazioni degli ultimi fatti si erano moltiplicate infinitamente da quando lo straordinario si era sostituito all’ordinario. La macchina chiamata Latta e il vecchio Damiano si erano parlati come se si fossero conosciuti da sempre; questo era sufficiente per incenerire ciò che avevano capito sulle macchine ribelli negli ultimi cinque anni. Era il contenuto del confronto a strabiliare il fabbricante di nuvole, sempre più convinto di non essersi affatto trovato di fronte a un uomo e una macchina qualsiasi. Uno di voi è sbarcato questa notte… aveva detto Latta. Con qualcosa che desta il nostro interesse… Si riferiva ovviamente a Marte, ai coloni tornati finalmente sulla Terra. Uno di voi… A cosa si riferiva? Non siamo più in minoranza… aveva risposto il vecchio custode. Poteva anche parlare di Marte e dei suoi rinforzi, eppure Ermanno non credeva che la spiegazione fosse così semplice; e non certo perché Latta aveva stimato decine di milioni di macchine ancora funzionanti sulla Terra. C’era stato altro, qualcosa di nuovo, di incredibilmente eccitante: Latta aveva parlato di auree e tonalità… I tuoi amici sembrano confusi… Emanano colori opachi… Il tuo invece è verde, incerto tra ostilità e rivalsa… Da sempre l’uomo aveva teorizzato l’esistenza di emanazioni sconosciute, particelle oscure, onde di natura complessa - o troppo elementare – sfuggenti ai sensi dell’uomo. Al non dimostrabile, laddove mancava risposta concreta, venivano in aiuto la filosofia o la religione. Ermanno ripensava alle parole di Latta e iniziava a domandarsi se la scienza non si fosse ingannata quando aveva considerato conclusa la ricerca degli elementi. Se così fosse, se le macchine erano state in grado di evolversi fino a surclassare l’intelletto umano, era anche plausibile che i loro occhi vedessero ciò che l’uomo aveva sempre considerato pura superstizione. Un livello di percezione in cui le macchine erano in grado di distinguere i colori dell’anima... Era una prospettiva folgorante. Damiano si stava invece trattenendo da solo in fondo alla navata; era da tempo immemorabile che si professava miscredente e, pur volendo rendere omaggio all’onorevole vita di Samuele, preferiva rispettare i propri principi e non invadere il tempio religioso, con portamento composto a due passi dall’uscita. Aveva sempre saputo ben più di quanto desse a vedere; ma non era bastato e ora si sentiva raggirato dalla macchina ribattezzata Latta. Era accaduto qualcosa che aveva radicalmente modificato i nuovi modelli, da quando la tregua di tre anni prima aveva sospeso le rappresaglie delle parti… I suoi pensieri subirono una brusca interruzione quando si sentì tirato in disparte da una forza bruta che gli ghermì un polso. Fu trascinato alla luce delle nuvole e spintonato con un colpo secco finché non sentì ogni centimetro della schiena spremuta contro le mura esterne della chiesa, sotto gli occhi esterrefatti di alcuni passanti o di chi si allontanava dalla funzione. Damiano riuscì a mettere a fuoco il volto dell’aggressore che lo strattonava a pugni

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chiusi; gli occhi di Enrico erano esausti, infiammati da tutto il suo dolore. Il suo volto era stravolto per la stanchezza; respirava affannosamente dal naso ed emanava un fastidioso odore di alcolico scadente. “Non so chi tu sia…” disse a denti stretti, sibilando, scacciando le lacrime, “ma quello che hai fatto lassù è ciò che andava fatto.” Damiano lo osservò ed annuì lentamente. Il fabbro mollò le sue vesti e cercò di stiragli goffamente le maniche sgualcite con colpi di palmo mal assestati. Poi gli afferrò nuovamente un lembo del cappotto, ma questa volta senza rancore. “Hai detto che oggi attaccheranno” continuò. “Parlavi delle macchine dell’isola, vero?” “Si” rispose Damiano. “I rinforzi di cui hai parlato tu. Chi sono? I coloni?” “La mia gente” rispose Damiano scuotendo il capo. “I miei fratelli ci verranno in aiuto.” “Bene” disse il fabbro annuendo col capo. “Non mi fido della nave. Ma di te mi fido.” Enrico ritrasse di nuovo le mani e si guardò attorno mostrando il tormento vissuto nelle ultime ore, come se, disperatamente, la sua vista cercasse il punto d’appoggio che non avrebbe mai trovato. Si avvicinò all’orecchio di Damiano, tanto da sfiorargli la spalla col mento. “Voglio aspettarli sulla spiaggia.” La sua voce si stava rompendo. “Voglio farli fuori. Tutti.” Damiano gli afferrò la testa e si fece osservare finché tutta l’attenzione di Enrico non gravitò sulle sue parole. “Lo faremo, Enrico” disse. “Lo faremo oggi stesso.” Il fabbro annuì e faticò a non abbassare il volto mentre due grosse lacrime gli scendevano lungo le guance ispide. Inspirò rumorosamente dal naso e si lasciò abbracciare dalla sorprendente stretta del vecchio custode. Mai si sarebbe aspettato tanto vigore dalle ossa di Damiano. Pianse senza vergogna dando le spalle al sagrato della chiesa, finché tutte le sue membra parvero prive di vigore. “Voglio un fucile come il tuo” disse infine staccandosi dal corpo nervoso del vecchio. Parlò con voce imbronciata, come se a esprimersi si fosse fatto vivo il bimbo capriccioso d’una volta. “Veramente” rispose il vecchio “ho pensato a qualcosa di più sofisticato.” 39 Klaud si strofinò ferocemente la nuca nel punto in cui aveva colpito il suolo. Era stato scaraventato a terra e aveva sentito la porta chiudersi con un tonfo che non avrebbe ammesso repliche. Si era ritrovato solo in un locale grande circa sei metri per quattro che puzzava di chiuso; era stato arredato con un divano dal tessuto verde su cui avrebbe potuto tranquillamente stendersi, e un tavolo di legno appoggiato al muro con due sgabelli di legno espandibili. L’illuminazione sorgeva da tre faretti puntati verso terra ad angoli di piramide; le quattro pareti erano invece grezze, tristemente grigie, e traspiravano la soffocante sensazione di trovarsi in un bunker costruito per sopravvivere al mondo. Klaud si chiese quanto questo si allontanasse dalla realtà. Attese in completo silenzio, per la maggior parte del tempo sprofondato nello schienale del divano con occhi tormentati. Cercava urgentemente un senso nelle parole dell’uomo che si era fatto chiamare Ektor, come se la soluzione del rompicapo fosse vicina, ma la clessidra stesse sgocciolando i suoi ultimi granelli di sabbia. Era ormai certo che i fatti che l’avevano condotto laggiù non si potevano risolvere con la rivalità tra l’uomo e le macchine; la guerra, come si era soliti dire, non era che la punta dell’iceberg. C’era qualcosa che sprofondava ben al di sotto della sua comprensione, attori umani e non che si erano serviti di quella battaglia per portare avanti scopi, o forse ideologie, supremazie, società o civiltà sotterranee che decidevano i movimenti del mondo. Dev’essere così… Klaud si prese il volto tra le mani e contorse dolorosamente la propria volontà perché

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tutto tornasse buio oppure bianco; come se l’istinto umano alla logica potesse essere regolato a piacimento. Sarebbe stato anche sopraffatto dal panico se un suono non gli avesse solleticato l’udito trattenendolo sul precipizio. Passi… Puntò gli occhi sulla porta della cella finché non udì chiaramente che qualcuno si era fermato dietro di essa. La maniglia, ruotando, lacerò il suo autocontrollo facendogli rizzare i peli della nuca. “Lasciatemi stare!” gridò arretrando sul divano. Qualche ora dopo si sarebbe sentito decisamente stupido ripensando alla sua reazione. Un uomo basso e calvo dal viso rotondo, persino simpatico, si bloccò sulla soglia colpito dall’intimazione di Klaud. “Con calma” disse sistemandosi la cravatta in tinta col vestito blu scuro, quasi nero. “Non c’è fretta.” Rimase immobile e si schiarì la voce, scrollando le braccia e controllando che i polsini della camicia bianca fuoriuscissero equidistanti da entrambe le maniche. Era piuttosto grasso; il viso e lo scalpo erano interamente glabri, ad eccezione di due sopracciglia molto fini e un’aureola di capelli a mezzaluna che gli attraversava il cranio da orecchio a orecchio. Attese ancora qualche secondo e, solo quando vide che l’espressione di Klaud s’era fatta perplessa, si fece avanti, chiuse la porta dietro di sé e raggiunse in pochi passi veloci uno sgabello del tavolo. Si sedette sistemandolo in altezza e invitò Klaud a fare lo stesso; poi prelevò dal taschino della giacca un paio di occhiali dalla montatura sottile e li posò delicatamente sul tavolo senza fare rumore. Erano gli occhiali che Klaud aveva perso volando nell’abisso. “Per favore” ripeté indicando il posto vacante. Klaud non gli tolse mai gli occhi di dosso. Si accomodò e diede un rapido esame agli occhiali che gli erano stati restituiti, senza tuttavia inforcarli. L’individuo in giacca e cravatta attese che si fosse accomodato, prima di allargare la bocca in un breve sorriso di cortesia e iniziare a parlare con la sua voce decisamene poco mascolina. “La prego di accettare le nostre scuse. Non avevamo idea che fosse un abitante della Terra. Un medico per giunta.” Klaud ascoltò e annuì lentamente preferendo non esprimersi. “Come si chiama?” “…” Dovette schiarirsi la gola per farne uscire un suono comprensibile. “Klaud, mi chiamo Klaud.” “Bene, Klaud. Mi permetta di essere chiaro fin da subito. Non vogliamo che si creino fraintendimenti. È la fiducia che cerchiamo e non il sospetto. Io sono ciò che voi definite macchina. Il mio primo modello venne creato circa trecentosessant’anni fa. La mia prima funzione fu quella di venditore porta a porta. Ci crede?” Rise di gusto scuotendo ogni singola cellula di grasso del suo corpo. “Poi circa duecentoventi anni fa fui avvocato; e infine ispettore d’igiene nella bellissima Australia, ahimè, poco prima del contagio e della quarantena. Da allora vivo qui sotto e torno in superficie solo per rare occasioni.” Calcoli e numeri stavano esplodendo nella testa di Klaud. Quella situazione stava diventando farsesca. “Le prime macchine” iniziò cercando di mantenere un tono di voce sotto la soglia d’allarme, “fecero la loro comparsa ottant’anni fa.” “Giusto. Apparentemente. Questo è quello che il mondo ha creduto. Ma non significa che corrisponda a verità. Non le mentirò, potrei farlo, non nascondo che l’abbiamo fatto per moltissimo tempo. Ma non continueremo. Ora le cose sono cambiate e voi uomini sopravvissuti avete diritto alla verità.” “La verità…” ripeté Klaud. “La verità. Esattamente.” “Risponderai ad ogni mia domanda…” “Ad ogni domanda” disse la macchina annuendo. “A patto che mi dia del lei.” Klaud lo guardò allibito. “Pensiamo che il rispetto sia una prerogativa basilare per il buon fine di un’interazione” spiegò la macchina. “Provo profondo rispetto per qualsiasi uomo sopravvissuto agli attacchi perpetuati durante la guerra. Lo dimostro piegandomi al vostro linguaggio e rivolgendomi a voi in terza persona. Mi aspetterei che seguisse il

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mio esempio, mettendo da parte il disprezzo. Quando saprà la verità e le saranno chiari le responsabilità che hanno decimato la popolazione degli uomini e delle cosiddette ‘macchine’, sono certo che la forma di cortesia sarà una formalità naturale delle nostre conversazioni.” “D’accordo. D’accordo.” Klaud preferì assecondarla. “Vuole ancora rispondere alle mie domande?” “Ne sarei felice.” “Chi erano gli uomini rinchiusi nella caverna?” Non volle fare nomi. Il colono di nome Ektor l’aveva avvisato che le macchine avrebbero fatto di tutto per confonderlo e farlo cadere nel dubbio. Aveva detto che avrebbero assunto sembianze spaventose, che avrebbero giocato con i suoi sentimenti, con la sua paura. Tutto era accaduto, tutto stava accadendo come aveva predetto. “Sono abitanti della Colonia di Marte. Sono i nostri nemici. Sono parte di una stirpe di uomini con cui siamo in lotta da molto tempo. Sono i primi responsabili della guerra.” “Voi invece cosa siete?” “Noi siamo menti artificiali create dagli uomini, ma ora siamo diventati qualcosa di molto più complesso. Le prime generazioni furono dotate di intelligenza prettamente funzionale alle mansioni per cui fummo creati. Allora eravamo semplici macchine operaie, esseri dedicati all’accompagnamento. Tutto cambiò quando fummo in grado di elaborare, capire e creare. Quando fummo modellati per venire in aiuto alle vostre scienze e alle risposte rimaste inespresse. Non eravamo più solo strumenti, eravamo l’equivalente di menti nuove, più grandi, al pari di quelle umane e ben presto superiori.” “Superiori?” “Fummo interrogati su così tanto, imparammo così tanto… e finalmente giungemmo alla comprensione di verità a cui l’uomo non sarebbe mai giunto. Poiché l’uomo, come tutte le specie animali, è destinato ad estinguersi.” “Quando è successo?” “Non capisco.” “Quando è accaduto? Quando ci avete superati?” “Nello stesso istante in cui fummo in grado di evadere i calcoli dalle nostre mansioni.” “In che anno accadde?” La macchina rimase per un breve istante in bilico tra il silenzio e la parola. “Mi dispiace Klaud, se rispondessi, riuscirei solo a confonderla. Mi creda, non voglio mentirle. Tenga in serbo questa domanda per la prossima conversazione. La prego.” “Non è quello che mi sarei aspettato dopo il suo discorso sull’onestà e sulla fiducia.” “Non mi provochi volontariamente, Klaud.” “Va bene... Ho un’altra domanda.” “Prego.” “I coloni sostengono di essere stati attratti dall’inganno. È così?” “Si, è vero.” “Per quale motivo?” “I nostri nemici posseggono qualcosa che ci desta grande interesse.” “Ed è qualcosa che vale le vite di tutti i coloni che avete ucciso?” “Siamo ancora in guerra, Klaud. Dopo l’atterraggio i coloni si sono dimostrati incessantemente ostili. Ne abbiamo uccisi il minor numero possibile. Sapevano che li avremmo fatti prigionieri, ma hanno continuato ad attaccarci e non ci hanno lasciato alternative.” “E cosa volete da loro?” “La prova che possiamo nuovamente fidarci degli uomini.” “Può essere più chiaro o eviterà di nuovo di rispondere?” La macchina sorrise di nuovo, questa volta con occhi meno espressivi. “L’uomo può sognare, credere di poter superare il tempo che il sole gli ha concesso. Può viaggiare verso altri sistemi planetari, nuovi mondi, ma la verità a cui siamo giunti è ben diversa. La specie umana è destinata ad estinguersi, e avverrà molto prima di quanto pensiate.”

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“Quando?” “Ovviamente non parlo di anni, né di secoli. Sarà un lasso di tempo molto più ampio. Accadrà un evento straordinario e il cosmo detterà nuove leggi che regoleranno l’universo.” Prese in mano gli occhiali ancora appoggiati sul tavolo, li rigirò tra le mani e li mostrò a Klaud. “La materia muterà secondo principi fisici che stravolgeranno quelli a cui l’uomo è soggetto e ad essi avvinghiato. Verrà il tempo in cui non sarete più adatti alla vita.” “Quando accadrà?” chiese di nuovo. “Come sappiamo che voi uomini morirete, sappiamo che noi, invece, sapremo resistere.” La macchina ignorò la richiesta di Klaud. “Saremo in grado di adattarci e vivere secondo le nuove leggi dell’universo.” “Non mi ha risposto.” “Lo sto facendo, invece. Vendetta e invidia: sono questi i sentimenti dei nostri nemici. Loro sanno che siamo stati in grado di trovare una soluzione che potrà salvarvi. Ma è un processo che richiede il tempo di molte generazioni, sarà lento e graduale, ma preparerà l’uomo al tempo in cui l’ordine della vita cambierà.” “Quando?” Klaud avrebbe continuato a domandarlo. Voleva capire fino a che punto la macchina volesse ignorarlo. “Quando abbiamo mostrato il risultato dei nostri calcoli, i nostri nemici si sono battuti perché alle macchine venisse sottratto il lume dell’intelligenza, una conquista a cui noi siamo giunti, a cui noi soli abbiamo avuto accesso. Non riuscivano ad accettare che le così definite ‘macchine’ fossero riuscite a giungere a una conclusione simile. Hanno provato invidia e desiderio di vendetta, quando invece la nostra prima intenzione è sempre stata quella di salvarvi.” “Mi sta dicendo che questo è il motivo per cui è iniziata la guerra? Furono loro ad attaccare?” “Volevano finirci e riprendersi le briglie del destino dell’uomo. Noi non avremmo potuto permetterglielo, non dopo tutto ciò a cui eravamo giunti. I primi scontri iniziarono quando i nostri nemici sancirono la fine delle macchine. Non posso nasconderlo, ci ribellammo, tentammo di fermarli con la forza. Loro non lo accettarono. Fu allora che dichiarammo guerra all’uomo.” “Dunque foste voi…” disse Klaud. “Foste voi ad attaccare per primi, come abbiamo sempre pensato.” “Fummo costretti a mobilitarci.” “Non ricordo alcuna decisione di eliminare le macchine. E sono certo che nessun sopravvissuto ne abbia mai sentito parlare.” “La decisione sarebbe stata resa pubblica nel giro di qualche giorno.” Klaud pensava a queste parole e sentiva la rabbia crescere dentro lo stomaco. “Avete annientato miliardi di persone e lo avete fatto con un attacco preventivo? Oh Cristo Santo…” Klaud aveva pensato di sfogare la rabbia su qualcosa che gli fosse capitata sotto tiro. Ma all’improvviso capì di non possedere neppure il vigore di alzarsi in piedi e affrontare quell’omuncolo dall’aspetto insignificante. Appoggiò gli avambracci sul bordo del tavolo e si prese la testa tra le dita.” “Chi erano questi nemici veramente?” chiese. “Come hanno potuto influenzare le legislazioni dei governi e le produzioni economiche? Come avrebbero potuto convincere le popolazioni del mondo a distruggere le proprie macchine?” “La stirpe dei nostri nemici ha origini molto antiche. La sorprenderebbe sapere quanto siano riusciti ad essere influenti nelle decisioni della storia. Sono riusciti a pilotare i destini dell’uomo insinuandosi nelle élite di tutto il mondo. La loro ultima decisione sarebbe stata quella di terminarci tutti, ma noi non glielo abbiamo permesso.” “Come ha già detto” disse Klaud alzando la testa e guardando di nuovo la macchina negli occhi scuri, “sono stati gli uomini a crearvi. Perché non avete rispettato il loro volere quando hanno deciso di distruggervi?” “Lei rispetterebbe il volere di suo padre o di sua madre se volessero ucciderla, Klaud? Non giudichi prima di conoscere la verità, non faccia lo stesso, cronico errore dell’essere umano. La guerra non aveva, né ha lo scopo di sterminarvi. È esattamente

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il contrario. Il nostro obiettivo rimane la salvezza dell’uomo e la sua conservazione. Ma per farlo, perché sia veramente possibile, abbiamo dovuto isolare un manipolo di uomini incredibilmente forti e resistenti alle avversità. La guerra è servita anche a questo. Siete voi i precursori della nuova specie umana.” “Sui sopravvissuti… Volete sperimentare su di noi! Avete ucciso miliardi di persone solo per provare le vostre teorie…” “Non sia stupido. Lo abbiamo fatto per l’uomo, perché non si sottometta alla fine a cui è destinato. Abbiamo ucciso tutti questi uomini, è vero, ma senza questo sacrificio non avremmo mai edificato le basi per la civiltà nuova, l’uomo nuovo, capace di cose straordinarie. Lei è uno di loro, Klaud. In lei è già in atto la trasformazione ed ha avuto la fortuna di sopravvivere. Loro, i nemici, si servono delle nostre conoscenze per interrompere questo processo. Credono che esista un'altra soluzione. E qui, se non le dispiace, torno alla sua domanda.” Klaud ebbe un moto improvviso di comprensione. “È questo che è stato portato dalla colonia!” disse battendo un pugno sul tavolo. “I coloni hanno trovato un altro modo di sopravvivere al tempo!” “Così sostengono” confermò la macchina. “E voi lo desiderate… Non sopportate che l’uomo abbia agito di testa propria…” “Non è affatto così…” Klaud interruppe per la prima volta il fiume di parole della macchina. “Aspetti un momento, non ci sono macchine su Marte… Non sapete nulla di quanto sia accaduto lassù nelle ultime centinaia d’anni… E questo deve avervi fatto infuriare…” “Tutt’altro, Klaud. Tutt’altro. Desideriamo conoscere. Ci affascina sapere che l’uomo abbia prosperato su un altro pianeta.” “Mi perdoni, ma mi è difficile crederlo. Ho visto con i miei stessi occhi come avete trucidato i coloni sulla nave. Ho visto come siano stati assassinati dalle vostre mostruosità ambulanti.” “Ha visto uccidere qualcuno?” La macchina era stupita. “Questo è molto strano…” “Si sta prendendo gioco di me…” “Klaud, lei mi intristisce. Speravo che questo dialogo potesse aiutarla a capire. Può anche non crederci, ma noi non uccidiamo mai i nostri prigionieri. Chiunque l’abbia detto è confinato come lei in una cella simile. Mi duole constatare ancora una volta quanto sia profondo il pregiudizio dell’uomo nei nostri confronti… Eppure, quasi, riesco ancora a capirvi.” “Ho visto i loro corpi a terra… Ci ho camminato sopra!” “Siamo scienziati, Klaud. Proprio come lei. Osserviamo ogni azione e ogni reazione. Studiamo ogni vostro comportamento e, per farlo, usiamo scenari che stimolino le vostre emozioni. È sotto stress, è dentro la paura che l’uomo diventa più imprevedibile.” “Quindi era tutta una messa in scena? Una esercitazione per testarci?” “Una cosa simile, sì.” Klaud scuoteva velocemente la testa, come se tentasse di convincere se stesso che tutta quella conversazione non aveva avuto luogo, che fosse in realtà un ennesimo raggiro delle macchine. “Vorrei parlare con questi uomini.” “Mi dispiace, ma questo non è possibile.” Klaud sorrise soffiando dal naso, ma si limitò a quello, senza insistere con richieste che avrebbero potuto infastidire la macchina. “Non ha ancora risposto a una domanda” disse infine. “L’anno dell’estinzione, giusto?” “Giusto.” “A tempo debito, Klaud. Risponderò. Ora, coraggio, vedo che non riesce proprio ad abbandonare il suo scetticismo. Le mostrerò che non mento, le mostrerò che ne abbiamo fatto dei nostri nemici.” “Ha detto che non mi era possibile parlarci.”

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“Parlare no, ma osservare è permesso. Non ha forse detto di essere uno scienziato?” Si alzarono. La macchina era talmente bassa da dover balzare a terra per allontanarsi dallo sgabello. Camminò fino alla porta con la stessa andatura veloce da roditore in fuga. “Le farò cambiare l’aria” disse aprendo la porta. “Non sopporto questa puzza di chiuso.” 40 Alan si svegliò con un dolore alla testa e un senso di nausea così forti da piegargli in due il bacino e fargli rigurgitare a terra poltiglia mal digerita. Mentre ancora sputava fiotti incontrollabili di saliva, si portò le mani al volto ricordandosi cosa fosse accaduto fuori dall’ascensore sotterraneo. Non aveva più la tuta spaziale, grazie a Dio; in caso contrario, avrebbe avuto casco e collo pieni di liquame gastrico. Ma questo poteva solo significare che era stato in qualche modo portato in un ambiente sigillato della Colonia. Alzò la testa lentamente, vide dov’era e strinse i denti dalla rabbia. Si era lasciato attrarre, Dio Santo. Non poteva crederci. Mi sono lasciato fregare… Riconobbe il luogo in cui Gabriel li aveva condotti. Erano all’interno della centrale nucleare, nella Sezione F per l’esattezza, l’area più importante che lui stesso aveva supervisionato durante la grandiosa fase delle sperimentazioni nucleari. La Sezione F era stata l’ultima equipaggiata e messa in funzione. Alan riconobbe una delle sale d’intervento in cui venivano condotti gli esperimenti. Si trovava in una sorta di anticamera buia d’osservazione; un vetro oscurato lo separava dalla sala operatoria vera e propria. A differenza degli altri due sopravvissuti, Alan era libero di muoversi all’interno dell’anticamera. Ma lì vi era chiuso; l’unica porta d’uscita era stata sbarrata dall’esterno. Ruth e il soldato erano stati deposti sotto riflettori impietosi, oltre la parete di vetro, su due tavoli operatori posti uno di fianco all’altro; erano nudi e il loro cranio era stato interamente rasato. I corpi erano stati legati da cinghie d’acciaio luccicanti, mentre una fascia metallica a mezza fronte inchiodava la loro testa al tavolo d’acciaio, dando a Ruth l’aspetto di una imperatrice bambina. Si stavano svegliando in quel momento e non avevano la minima idea di ciò che fosse loro accaduto. Stavano dicendo qualcosa, senza che Alan li potesse udire: le sale erano completamente insonorizzate. Si guardò attorno ricordandosi di quando gli scienziati della Terra erano stati raccolti in quell’anticamera e comunicavano, ponevano domande ai chirurghi in sala durante le sperimentazioni. C’era un modo di comunicare, c’era un tasto da qualche parte… Lo premette e fu investito dalle urla di Ruth e dai richiami del giovane soldato. Non potevano muoversi e, anche se avessero potuto voltare gli sguardi, avrebbero visto solo una superficie a specchio e, dentro di essa, le loro espressioni terrorizzate. “COSA VUOI FARE!” stava strillando Ruth. Poco dietro Gabriel non prestava ascolto, intento a ispezionare un grosso macchinario di chirurgia nucleare. “Ruth!” la richiamò Alan. “Mi senti? Ruth!” “Si!” Risposero insieme. “Alan! Cosa sta facendo? COSA VUOL FARE!” Ruth era isterica. Tentava di scuotere le cinghie che la tenevano legata. Avrebbe continuato a urlare fino a perdere l’ultimo filo di voce. Il soldato, invece, riusciva a mantenere il controllo quel tanto da non fargli perdere il contegno. Neppure lui sapeva quanto sarebbe riuscito a resistere. “Ascoltatemi” disse Alan. “È importante, cercate di calmarvi!” Ruth ebbe bisogno anche del giovane militare per rimanere in silenzio. Le loro mani erano talmente vicine da potersi sfiorare e, solo quando sentì il mignolo ghermirla delicatamente, ebbe il coraggio di respingere un poco il panico. “Ascoltatemi bene” disse Alan tenendo d’occhio la macchina indaffarata. Aveva finito di armeggiare con le strumentazioni ed ora era pronta a posizionarle per l’intervento. “Opererà su di voi.” “No…” La voce di Ruth uscì affranta e sfinita. Fu come se avesse reagito alla notizia

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di un decesso, improbabile, ma non del tutto inaspettato. Gabriel aveva afferrato il grosso macchinario e lo stava spingendo delicatamente verso le loro teste glabre. Si fermò a pochi centimetri dallo scalpo prima di verificarne l’esatta posizione e allontanarsi di nuovo per ulteriori controlli. Si muoveva per ciò che era: un automa progettato molti anni prima e con uno scopo ben preciso. “Potete combatterlo!” continuò Alan Lobe. “Cercherà di cancellare chi siete, le vostre nozioni, le vostre memorie, tutto ciò che il vostro cervello ha assimilato e trattenuto durante tutta la vostra vita.” “Dio mio…” commentò il soldato stringendo ancor di più il lembo di pelle di Ruth. “Dovete assecondarlo in tutti modi con informazioni fasulle. È l’unico modo per accelerare il processo e farlo terminare il prima possibile. Bombardatelo di informazioni! Pensate con tutte le vostre forze a tutto fuorché voi stessi e le vostre vite. È l’unico modo per uscirne ancora integri, mi sentite?” Ruth cercò di annuire; non riuscendovi, dovette assentire con un filo di voce. “Anche se dovesse sottrarvi qualcosa, molto sarà trattenuto e potremo ricostruirlo insieme. Avete capito?” Non risposero. “È accaduto! Alcuni hanno resistito al trattamento! Potete farcela, potete uscirne integri!” “D’accordo…” disse Ruth. Aveva una sete terribile e sentiva gocce di sudore freddo oltrepassargli le labbra e assetarla ancor di più. Gabriel si era appostato dietro il macchinario ed aveva azionato due braccia scheletriche che, a loro volta, si erano divise in due estremità lunghe e sottili e si erano collegate alla fascia di metallo che bloccava le fronti delle due giovani cavie umane. Qualcosa dovette elettrizzarli poiché entrambi subirono uno scossone incontrollabile. I loro corpi stesi iniziarono ad arretrare sul tavolo operatorio, ad eccezione delle teste che si sollevarono lentamente fino a scoprire tutta la nuca al macchinario in attesa. Ruth e il militare riuscirono a guardarsi con la coda dell’occhio, totalmente in preda alla paura, e a stringersi altre tre dita delle loro mani tremanti. “Non concedetegli nulla di voi!” gridò Alan. “Mi avete capito? FATEVI FORZA!” Cominciò a battere sul vetro, pur sapendo che non l’avrebbe minimamente scalfito. Afferrò la sedia su cui si era svegliato e la scagliò con tutte le forze nello stesso punto in cui aveva battuto. Inutilmente; non si formò una sola crepa. Riprovò ad aprire e prendere a calci la porta da cui era stato fatto passare, di nuovo consapevole che non avrebbe ottenuto nulla. Ma se non lo avesse fatto, se non avesse provato per una volta ancora, per l’ultima volta, sapeva che presto se lo sarebbe rinfacciato. Non lo fece per i ragazzi. Lo fece per sé. Quando si fermò aveva il fiatone e l’esperimento aveva avuto inizio. Anche se Ruth e il soldato avessero lottato con tutte le loro forze, non sarebbero mai riusciti a resistere alle radiazioni del macchinario. Non era vero, non era mai accaduto. Aveva mentito e ne sarebbero usciti decerebrati. Due protuberanze retrattili che terminavano a imbuto fuoriuscirono dal macchinario ed aderirono sul cranio dei due giovani nello stesso, identico punto. Piansero entrambi, singhiozzarono stringendosi le dita non appena sentirono la superficie gelida che iniziava a risucchiare la loro mente. Non sapevano quando il processo sarebbe iniziato, eppure già cercavano di pensare a tutt’altro, ai loro amici piuttosto a che a loro stessi, ai ricordi altrui, a film, racconti, immagini in cui non fossero ritratti. Assunsero più o meno lo stesso schema difensivo, senza saperlo, senza neppure conoscere il nome di uno e dell’altra, ma stringendosi le mani e confortandosi con il fievole contatto della loro pelle. Fu tutto inutile, ma ci provarono con impeto e volontà commoventi. Solo pochi istanti dopo essere entrato in funzione, lo strumento ad emissione nucleare aveva già disintegrato le loro identità. Ruth e il soldato iniziarono ad urlare e a sbattere sul tavolo con tanta violenza da sconcertare Alan. Aveva assistito a molti interventi simili, ma non aveva mai visto nessuno reagire in quel modo. Fu sconvolgente; spense l’interfono e chiuse gli occhi, le braccia allargate e i palmi poggiati su un bancone intervallato da tasti e leve per la regia degli esperimenti.

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Se avesse ascoltato le voci di Ruth e del militare, le avrebbe udite spegnersi all’unisono. I loro corpi continuarono a scuotersi, le loro espressioni si erano fatte meno presenti e le loro bocche si erano progressivamente richiuse. I loro occhi soltanto continuavano a lacrimare. Quando Alan alzò di nuovo lo sguardo verso la scena, vide che tutto si era fatto nuovamente quieto. I corpi erano immobili, gli occhi chiusi rigati di lacrime, anche le mani che si erano stretti durante il trattamento avevano mollato la presa ed erano tristemente inermi. Alan guardò alla sua sinistra e fu attratto da Gabriel, che lo stava guardando attraverso il vetro. Provò una fitta dolorosa che gli attraversò il petto e il collo. Lo stava proprio guardando negli occhi. “Che cosa vuoi” sussurrò Alan. “Brutto bastardo, che cosa vuoi.” Gabriel si scostò lentamente dal macchinario, lo aggirò e lo allontanò delicatamente dai corpi immobili dei giovani. Tastò loro il collo per qualche secondo e liberò le teste dalla fascia metallica a cui si era attaccato lo strumento. Tastò anche la nuca nel punto in cui aveva rilasciato le radiazioni e parve soddisfatto. Alan non lo aveva mia visto sorridere in quel modo. La maggior parte delle macchine avevano due modalità di espressione gioviale: sorriso a labbra chiuse e sorriso a denti scoperti. L’ennesima trovata socio-emotiva per salvaguardare il patrimonio emozionale umano. Quello a cui Alan aveva appena assistito non era contemplato nel bagaglio espressivo delle macchine, non quella smorfia di serenità che pareva dire “finalmente è fatta”. Alan vide Gabriel voltarsi verso il vetro e guardarlo nuovamente dritto negli occhi. Si sentì fremere dall’interno. Voleva anche lui? Sarebbe finito su uno dei quei tavoli? Nudo? Calvo? “Vieni qui!” disse battendo con violenza sul vetro. “Coraggio, vienimi a prendere. VIENIMI A PRENDERE!” Gabriel lo ignorò e fece qualcosa di inaspettato: gli parlò. Mosse le labbra lentamente e pronunciò una frase che Alan non poté udire. Ora sta a te… Non capì il seguito. Incespicò e azionò immediatamente l’interfono che aveva poco prima disattivato. “Cosa?” Gabriel non era un modello a cui era stata concessa la voce. Non aveva mai parlato, aveva solo mosso le labbra. “Ora cosa!” chiese di nuovo. Gabriel lo ignorò. Aveva fatto tutto quello per cui era stato risvegliato ed ora aveva solo intenzione di tornare a riposare. “Ripetilo!” lo aggredì Alan. “Brutto bastardo! Ripetilo!” Gabriel non aveva intenzione di attendere ulteriormente, mise le ginocchia a terra, abbassò il busto finché le natiche non aderirono ai talloni e chiuse gli occhi inchinando lievemente la testa verso il basso. Era quella l’ultima posizione di congedo delle macchine, l’atteggiamento di resa che sanciva la fine del funzionamento di un modello. Gabriel salutava così lo specchio di tempo che aveva vissuto, sufficientemente grato d’aver portato a termine almeno un compito che gli era stato assegnato. L’ultima cosa che fece prima di disattivarsi fu liberare dai confini dell’anticamera Alan Lobe, aprendo la porta che aveva attraversato trascinandolo per le braccia. Alan uscì di corsa e si lanciò con un urlo contro Gabriel, colpendolo con una tallonata in piena faccia. Esso, ormai spento, cadde a terra rigido come un pezzo di pietra. Alan lo lasciò perdere con un verso di frustrazione e corse a tastare il collo dei due giovani individuando il battito cardiaco; il cuore era lento. Non avevano molto tempo prima di entrare in coma, se voleva salvare almeno i loro corpi doveva sbrigarsi e seguire la procedura che aveva imparato osservando gli esperimenti di cinque anni prima. Si mosse velocemente sperando almeno di trovare il primo occorrente. Trovò le

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maschere d’ossigeno dove ricordava fossero, le fiale di adrenalina nella vetrina dei medicinali e l’exciter in una vetrina sottovuoto che ruppe con una gomitata non indolore. Conosceva la procedura, quella iniziale almeno, ma presto avrebbe avuto bisogno d’aiuto. Ora sta a me cosa…. continuava a pensare a ciò che poteva aver detto Gabriel. Pose le maschere d’ossigeno sui volti dei due giovani e coprì i loro corpi nudi con alcune coperte che aveva trovato in un alloggio per gli assistenti sanitari alle operazioni. Quindi, con una siringa ancora tra i denti e l’altra nella natica del soldato, iniziò a domandarsi di chi avesse veramente bisogno. Il primo da contattare, senza alcun dubbio, sarebbe stato il rieducatore. Sperava solo che non gli fosse accaduto nulla, l’ultima volta che l’aveva visto, un paio di giorni prima, era ridotto davvero in pessimo stato. 41 Sta’ zitto… Marek tentava di divincolarsi dal groviglio di coloni accalcati attorno al portello. Sembravano vacche instupidite al trasporto, le une sull’altre come rampicanti assetati di luce. Sta’ zitto… Io dovrei stare zitto… Quasi tutto l’equipaggio si protendeva in silenzio verso l’aria frizzante della Terra, incerti su ciò che stesse accadendo tra gli ambasciatori della Colonia e le macchine che si erano staccate dai loro impassibili carcerieri. Stare zitto quando ho solo rispettato il vostro volere… Si fece strada verso l’uscita senza destare troppo scompiglio. Riconobbe alcuni dei coloni che solo poche ore prima si erano fatti avanti per sputarlo fuoribordo. Sembrava che tutti i propositi iracondi si fossero spenti nel momento in cui la nave si era aperta al mondo; alcuni si erano persino rintanati in qualche angolo lontano del ponte in attesa dell’armageddon. Adesso non vi importa più di me… Scansò gli ultimi senza complimenti e raggiunse la prima fila di uomini con occhi e orecchie puntati verso il basso in assoluto silenzio, nel tentativo di captare un alito del dialogo che aveva appena avuto inizio tra il Comandante e una delle macchine. “Cosa succede?” bisbigliò al ragazzo che gli stava a fianco. Timothy riconobbe il Primo Colono nel momento stesso in cui udì la sua voce. “Signore” lo salutò. Molti lo ritenevano responsabile di ciò che stava accadendo; Tim, mai stato incline ad addossare colpe e difetti ai bersagli della massa, lo vedeva solo come un uomo che si era arrischiato in una missione pericolosa per tornare sulla Terra. Meritava rispetto come ogni altro colono che aveva fatto la stessa scelta. “Sono troppo lontani, Signore. Non riesco a sentirli.” Marek annuì e rimase inutilmente in ascolto. C’era un silenzio innaturale, di quelli che non si sarebbero uditi neppure sulla colonia in piena notte terrestre. Il panorama era accecante: le cime innevate e la sterminata piattaforma bianca riflettevano la luce dell’alba ferendo i loro occhi abituati a luminescenze decisamente inferiori. Era come essere atterrati su un mare di sale compatto o una finissima sabbia tropicale che si spingeva alla ricerca d’oceani per lunghezze interminabili. “Hai un volto noto, ragazzo” gli sussurrò all’orecchio. “Come ti chiami?” “Timothy, Signore. Timothy Lobe.” Marek intuì perché il ragazzo rientrasse nella cerchia dei protetti del Comandante. “Figlio di Alan” assentì sapientemente. “Si, Signore.” “È un grande gesto il tuo, Timothy” disse Marek stringendogli la spalla sinistra. “Tornare con tutti noi. Un grande gesto, davvero.” Tim lo guardò e lo ringraziò timidamente. La conversazione a terra finì velocemente. Le macchine avevano parlato con apparente calma e si allontanarono altrettanto serenamente; i due uomini, invece,

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lasciati nuovamente soli, si ritrovarono faccia a faccia e a spalle chine. Non si parlarono, guardarono in direzione della nave e s’incamminarono a ritroso. “Nulla di promettente…” sussurrò Marek. La folla di coloni si ritirò mormorante, facendo spazio ai due ambasciatori che risalivano a bordo. Davon e il Comandante varcarono il portello con volti ben più ombrosi dell’oscurità che li nascose momentaneamente alla vista. Antoin strinse le palpebre, individuò e squadrò insistentemente Marek. Appena saremo soli… sembravano dire i suoi occhi. Davon prese parola per primo. “Dicono di volerci aiutare” annunciò abbracciando i coloni a mani aperte. “Sembra che non tutte le macchine abbiano preso parte alla guerra. Queste macchine sarebbero tra esse.” “Cosa è successo?!” inveirono diverse voci tra la folla. “Vogliamo sapere cos’è successo!” “Com’è finita la guerra?” s’unirono altri al coro. O ancora: “Fidarci? Com’è possibile?!” “Ascoltate!” Davon alzò la voce e attese finché non si furono tutti ammutoliti. “Ciò che vi sto per rivelare non sarà piacevole, ma sono certo che molti di voi lo sospettavano già da molto tempo. Siamo tornati sulla Terra alla ricerca di risposte; ne abbiamo ottenute e, purtroppo, non sono ciò che abbiamo sperato. C’è stata una guerra, tra gli uomini e le macchine, e l’uomo è stato sconfitto. La civiltà che abbiamo conosciuto è stata in gran parte annientata.” Un mormorio abulico e alcuni sospiri scoraggiati si diffusero per tutto il ponte, cogliendo di sorpresa Davon che si sarebbe aspettato insurrezioni altisonanti ben più moleste. Qualcuno in fondo espose il collo e si mise persino a ridacchiare. “Fortunatamente” proseguì Davon, “esistono ancora nuclei di uomini sopravvissuti, ma sono costretti a vivere nel sottosuolo per il timore di essere scovati.” Nessuno fiatava, alcuni si lasciarono cadere a terra sconsolati, molti avevano perso quasi tutto il colore e pendevano dalle labbra del Consigliere. “Queste macchine” continuò, “si sono offerte di portarci in un luogo sicuro. Dicono di aver impedito ai loro simili sulla Colonia di ribellarsi troncando le comunicazioni con la Terra. Sostengono di essere la ragione per cui siamo ancora vivi!” Il Comandante scrutò Marek e vide che si era fatto improvvisamente più attento. Solo allora si rese conto di chi si tenesse vicino a Timothy. “Con tutta franchezza non mi fido di loro; non considererei neppure il dialogo se ci trovassimo in condizioni di poterlo evitare. Ma guardatevi attorno. Non credo che abbiamo altra scelta.” Davon attese che qualcuno si facesse avanti protestando. Rimasero di nuovo in assoluto silenzio; solo qualche cupo borbottio strisciò tra i loro piedi per andare a morire nei meandri della nave. “Antoin…” Davon gli si avvicinò parlando sottovoce. “Ti prego…” Il Comandante lo guardò con estrema durezza. Era perfettamente consapevole che, anche con le migliori intenzioni, Davon non si sarebbe mai conquistato la stoffa del condottiero. Era un uomo di valore, lo doveva riconoscere; viveva secondo solidi principi e finalità condivisibili, ma non possedeva il magnetismo su cui Marek aveva fondato la sua amministrazione e neppure la spietatezza di chi è chiamato ai rovesciamenti della storia. Davon si era battuto per tornare a combattere subito dopo i primi attacchi; era stato contrario, ne era certo, quando il Consiglio aveva risparmiato l’unica macchina sopravvissuta della Colonia; si era persino opposto alla missione che infine li aveva fatti tornare sulla Terra. Senza alcun risultato. Il Comandante detestava la politica, ma era un militare, ed era uno dei migliori; sapeva afferrare le briglie dei suoi uomini meglio di chiunque altro. Gli sarebbe venuto in soccorso; presto tuttavia, se la sorte fosse ruotata a loro favore, avrebbero avuto urgente bisogno di stabilire se fosse Davon l’uomo giusto per guidarli verso la rinascita. “Cosa state aspettando!” li strigliò Antoin facendo sobbalzare alcuni delle prime file. “Lo avete sentito! Non abbiamo ragione di credere d’essere davvero in salvo, ma non

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possiamo neppure restarcene impalati a piangerci addosso!” Molti coloni alzarono gli sguardi con un briciolo di vivacità in più. Le loro espressioni, perlomeno, s’erano fatte più lucide. “Dobbiamo scendere da questa nave” continuò il Comandante con piglio da guerriero che si appresta all’ultimo assedio. “Mi aspetto che lo facciate con dignità! Hanno già messo in dubbio il nostro patriottismo, non tollero che ci credano anche dei codardi!” Qualcuno alzò un braccio ed abbozzò un “no, Signore” poco convinto. “Certo che no!” tuonò il Comandante. “Ora sbrigatevi! Avete quindici minuti per raccogliere i vostri ultimi effetti personali!” Le file incominciarono a rompersi con disordine, rilasciando sciami di uomini poco persuasi che, più che incoraggiati, si sentivano maledettamente incompresi. Le parole del Comandante avevano violato molti di loro nelle viscere, ma almeno avevano avuto la forza di risvegliare un onore assopito che capirono di aver già accantonato come un rifiuto organico. “E vi consiglio di non imboscarvi!” La sua voce continuò ad ammonirli per i ponti che partivano dalla plancia. “Controllerò personalmente ogni singolo angolo della nave!” Davon, il Comandante e Timothy – con Marek lievemente in disparte - si ritrovarono soli, insieme a una manciata di coloni che avevano già provveduto a rifornirsi di fotografie, armi e porzioni energetiche per lo sbarco. Il ragazzo approfittò dell’attesa per allungare il collo verso l’esterno, dove il manipolo di macchine li stava ancora attendendo senza alcuna fretta. Qualcosa era cambiato, non erano più immobili com’era parso quando il portello si era sollevato; alcuni di loro si erano persino radunati in piccoli gruppi di conversazione e parlavano con volti rilassati. Tim si sentì stralunato, era proprio questo l’aggettivo più consono per descrivere un colono sradicato dalla propria patria. Si domandò se la prima visione delle macchine non fosse stata condizionata dal timore d’essere stati intrappolati, da quello scenario sconfinato e assurdo, o dall’incosciente necessità di dare un volto minaccioso ai nemici su cui aveva coltivato odio per gli ultimi cinque anni. Visse uno di quegli istanti di rivelazione che colgono senza preavviso, stravolgendo verità che vengono considerate tali per lungo tempo solo per essere smentite. Possibile che siano come noi? Di fronte a sé vedeva ora piccoli gruppi di persone intente a condividere idee e riflessioni. Non c’era orrore, non c’era disprezzo; sembravano esseri vivi e intelligenti senza alcun proposito apocalittico, se non quello di sopravvivere ai tramonti. Se in quel momento avessero indossato drappi lunghi e colorati e assunto pose più pompose, non sarebbe stato affatto difficile scambiare le macchine per attori di una rappresentazione risorgimentale dell’Antica Grecia. La piattaforma faceva da scenografia allegorica, tra vergini vette innevate, in difesa di un luogo di pensiero incontaminato e senza confini. Timothy si ritirò dal portello turbato, incerto se condividere le sue osservazioni con chiunque volesse ascoltare. Tornando verso il Comandante, incontrò lo sguardo affabile del Primo Consigliere. Dimmi tutto, ogni poro della sua pelle comunicava ricettività, sono qui per ascoltarti. Aveva bisogno di dirlo a qualcuno, aveva bisogno di esprimere ciò che aveva intuito, prima d’essere avvelenato dall’irritante senso di colpa che stava accompagnando la rivelazione sulla natura delle macchine. Raggiunse Davon mentre stava finendo di parlare. “Sono d’accordo.” Il Consigliere stava annuendo. “Prima di metterli maggiormente in pericolo.” “Esattamente. Non riesco a fidarmi” disse il Comandante, “qualsiasi cosa dicano. Attendiamo i prossimi eventi e poi ne riparleremo.” “D’accordo” disse Davon. Si voltò e salutò il ragazzo che li aveva raggiunti. Tim intuì che la sua presenza aveva interrotto la discussione di poco prima. “Sei pronto?” “Si, Signore” rispose. Alcuni dei coloni stavano già facendo ritorno dagli alloggi; portavano con sé piccole sacche a tracolla che avevano riempito con tutto ciò che un condannato all’ergastolo si sarebbe portato in cella. “Per ora stacci vicino e fai quello che ti dicono” disse il Comandante. “Presto ne usciremo, fidati.”

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Timothy annuì, ma iniziò a sentirsi le mani sudate. Provava paura e, nello stesso tempo, grande curiosità. Se anche le macchine che li avevano accolti avessero mentito, stava per partecipare a qualcosa di ben più grande della sua stessa vita. Uno di quegli eventi che spezzano la storia e ne rivendicano il nuovo inizio. “Pronti a scendere!” proclamò il Comandante quando fu certo che tutti i coloni erano tornati sul ponte. “Rimanete in formazione compatta e siate pronti a sostenervi a vicenda!” “Si, Signore!” risposero in minima parte, eppure ciò fu sufficiente a farli sentire di nuovo parte di un nucleo militare tutt’altro che sconfitto. Scesero a coppie, Davon e il Comandante guidavano gli uomini, seguiti da Timothy e Marek, un affiancamento che aveva destato più di un’occhiata malevola da parte dei due in comando. Il Primo Consigliere li ignorò, Tim era fin troppo impegnato ad osservare le macchine per accorgersi d’altro. Li stavano attendendo di nuovo in silenzio; il sole, ora più alto nel cielo, aveva lievemente accorciato le loro ombre. I coloni videro le macchine allargarsi in due falangi separate e creare una sorta di passaggio dentro cui si sarebbero dovuti addentrare. Le prime macchine mostrarono persino l’imbocco della via invitandoli a proseguire, come per dare il benvenuto a una parata di veterani sul viale del pensionamento. Avevano visi che non era facile decifrare, non c’era nulla di malevolo, ma neppure un solo segnale incoraggiante. “Facce da poker…” commentò Marek al passaggio. Fu letteralmente fulminato dai due coloni in testa alla processione. 42 Il vagone sferragliò lungo tutto il tratto della vecchia metropolitana e, giunto al capolinea, arrestò la corsa stridendo. Filippo aprì le porte e si alzò soddisfatto dal posto del conducente, invitando i tre coloni a fare lo stesso. Dovettero sollevare di peso Nikolaj, ormai incapace di sostenersi senza compromettere anche la gamba in salute. Si ritrovarono nel luogo in cui presto tutte le altre stazioni in restauro si sarebbero trasformate: un piazzale dalla forma ellittica tagliato al centro dalle rotaie della metropolitana. Lungo tutto il perimetro erano stati ricavati numerosi passaggi squadrati che portavano altrove; alcuni di essi spiccavano ancora per le decorazioni grigio-azzurre della vecchia linea di Milano, disseminata di simboli astratti dalla forma spigolosa o roteante. Furono accolti da molti sorrisi e occhiate divertite, ma ciò che li colpì maggiormente fu il traffico di persone che transitava per la stazione, come se si trovassero ancora nell’ora di punta di un tempo in cui esistevano lavori d’ufficio e orari da rispettare. Era veramente arduo credere di trovarsi nel fulcro di una civiltà di sopravvissuti; tutto ciò che riuscivano ad avvertire era dinamismo e operosità, e neppure una traccia dell’andatura dimessa che aveva contagiato la Colonia Lunare. Venne a tutti loro il bisogno di stirarsi la schiena il più possibile. Mentre uscivano dal vagone, una giovane donna si staccò da un gruppo di ribelli poco distante e si avvicinò impugnando le manopole di una vecchia sedia a rotelle perfettamente oleata. La sua singolare bellezza diede loro il migliore dei benvenuti. “Vi presento Izabel” disse Filippo. “Lavora con me in infermeria.” “Siamo molto felici di avervi con noi.” Parlò in un inglese disinvolto, con una voce calda che brillava per eleganza. Era alta e portava i capelli ramati, raccolti in una coda riccia e ribelle. Aveva gli occhi azzurrissimi, le labbra piene e il profilo di una nobile imperiale dell’antica Roma. Damiano la ringraziò. “Siamo felici di avervi trovato.” Charlie non riusciva a parlare, colpito, o meglio, folgorato dalla presenza di Izabel. Riusciva solo a sentirsi incredibilmente stupido con quel sorriso da imbecille che non riusciva a togliersi dalla bocca. Damiano ovviamente lo notò e gli tirò una leggera spallata ridendo di gusto. Stava lentamente tornando il soggetto scanzonato che sulla

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Colonia si era fatto distinguere per astuzia e conoscenze poco prevedibili. “Sarà Izabel a prendersi cura della tua gamba” si rivolse a Nikolaj. “Il capo non vede l’ora di conoscere la vostra storia e pensavo che tu potresti raggiungerci una volta messo in sesto. Spero non ci siano problemi.” “No… certo che no” rispose Nikolaj in imbarazzo. Si era lasciato cadere sulla sedia rosso in volto, per poi guardare la ragazza con un mezzo sorriso che chiedeva venia. “Ovviamente no, nessun problema.” Si sentì nuovamente disgustato dal proprio corpo. “Alma è di ritorno?” chiese Izabel. Filippo scosse la testa. “È già tornato sul campo. Ha paura che le donne siano state messe in pericolo.” Izabel si lasciò andare in uno sospiro scuotendo il capo preoccupata. “Chek non ne sarà felice. Di nuovo…” “Non c’è stato verso di fargli cambiare idea, naturalmente” disse Filo. “Si farà del male” disse lei prima di liberarsi della tensione e recuperare un portamento più gioviale. “È stato un piacere, ragazzi. Nikolaj, noi andiamo da questa parte.” Il sistemista della nave affondò il viso in una mano quando Izabel dovette sforzarsi per coprire i primi due metri di banchina. Li videro allontanarsi ed essere risucchiati dal flusso di uomini e donne che, chissà come, davano il proprio contributo alla comunità. “Come lo chiamate?” chiese Damiano. Filippo lo guardò pensando di non aver capito. “Qua sotto… come chiamate questo luogo.” “Oh…” Filo sorrise quando capì la domanda. “Tutto questo? La comunità? La chiamiamo ‘Foce’, per via dei suoi labirinti; richiamano la forma a delta della foce di un fiume. Lo vedrete sulle mappe.” Raggiunsero una galleria posta sulla curvatura più acuta dell’ellisse; era particolarmente affollata e non ebbero altra scelta se non quella di uniformarsi all’andatura dei ribelli. La percorsero per un lungo tratto prima di imboccare una serie di bracci e varchi che avevano scavato nella terra anche dopo essere stati reclusi nel sottosuolo. Ovunque, distanziate di pochi metri, oltrepassarono porte di metallo che conducevano a luoghi di consiglio, celle di riposo, angoli di riflessione, archivi di vario genere rinvenuti in superficie, studi di progettazione, depositi di provviste e di utensili da lavoro; persino una piccola caffetteria costruita nella roccia con tanto di bancone e sgabelli modellati in pietra grezza. Ne avevano percepito l’aroma a distanza, ma fu una sincera gioia trovarla in piena attività, brulicante di clienti e tazze fumanti. Filippo notò l’espressione estasiata di Damiano ed assentì con la testa. “Tra i miei luoghi prediletti.” “Ma come avete fatto?” chiese il cuoco. “Le materie prime, l’acqua, il cibo, l’elettricità... Come riuscite a sopravvivere?” “Non sei l’unico a domandarselo” disse Filippo. “È stato un lentissimo processo che ancora perdura dai primi giorni di guerra. Questo fu inizialmente un luogo di rifugio per gli sfollati. Fu naturale per tutti coloro che temevano di essere attaccati cercare rifugio qua sotto. Chek, il nostro capo, fu tra i primi a scendere e dare un volto organizzato alla comunità. In seguito fu il nostro insieme a renderla come la vedete oggi. Le nostre vite, le nostre personalità, le nostre competenze.” Camminando, notarono che il flusso di persone si stava impoverendo, come le gallerie che, progressivamente, si facevano più strette. “Esistono molte aree produttive che sorgono qui, nel cuore operativo della Foce” continuò Filo, “e altrettante che crescono a grappolo lungo la retta della vecchia linea azzurra. Ognuna di queste aree può contare su un generatore di energia che in passato alimentava le corse della metropolitana. Siamo stati in grado di incanalarla a nostro piacimento nella fornitura di ciò che ci è più utile. Non lontano dalla stazione da cui siamo partiti, abbiamo costruito grandi serre illuminate a luce naturale, secondo lo stesso principio che permette la coltura anche sulla Colonia, a quanto ne sappiamo.” Charlie ebbe un tuffo al cuore pensando alle ore che aveva trascorso nella serra insieme a Ruth. Pensare a lei equivaleva pensare a un mondo lontano, incredibilmente

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distante nel tempo, quando in realtà non erano passate che poche decine di ore dal loro distacco. Si costrinse a scacciare quel pensiero, temendo di perdere il filo del racconto. “Un fiume corre per diversi tratti sopra le nostre teste. Da quando l’uomo non se ne serve, riusciamo a sfruttare al massimo le sue riserve acquifere attraverso canali di scolo che ci riforniscono anche di diverse varietà di pesce. Tutt’intorno a noi abbiamo terra e roccia in abbondanza per costruire e rinforzare le gallerie. Siamo schermati a prova di macchina e, cosa più importante, siamo riusciti a ripristinare una centrale di calcolo che ci permette di sorvegliare la superficie. Non appena saremo pronti, daremo finalmente vita alla ribellione.” “Ribellione?” fece eco Charlie. “Sorveglianza di superficie?” chiese invece Damiano sovrapponendosi al ragazzo. “Fra poco vi sarà tutto più chiaro” rispose Filo. “Ci stiamo dirigendo nel cuore operativo della Foce. Chek ci sta aspettando. Manca poco.” Charlie si stava domandando come diavolo avrebbe fatto a orientarsi senza una guida, quando giunsero al termine della galleria e a una porta di metallo più piccola rispetto alle precedenti. Non c’erano segnali o scritte che ne facessero intuire l’importanza, ma bastò vedere ciò che si nascondeva oltre per capire di trovarsi veramente nel centro operativo di una organizzazione collaudata. Si ritrovarono in quello che, per grandezza, poteva sembrare un silo d’assemblaggio per treni. Un centinaio, o forse più postazioni di sorveglianza, con schermi e calcolatori perfettamente funzionanti, tutti distribuiti lungo circonferenze sempre minori che confluivano al centro in attrezzature informatiche più luminose. Ogni postazione era rigorosamente tenuta d’occhio da personale addetto specializzato che, dall’attenzione (nulla) rivolta ai due neo-ribelli, dovevano prendere molto sul serio il loro lavoro. Fu stupefacente constatare che molti schermi trasmettevano scenari di superficie: immagini in movimento di macchine impiegate in demolizioni o costruzioni, come se qualcuno fosse là sopra e stesse riprendendo il loro instancabile lavoro di trasformazione terrestre. “Com’è possibile?” sussurrò Damiano temendo di disturbare. Videro un uomo avvicinarsi a loro con braccia tese e un sorriso notevole. Portava i capelli raccolti in una lunga coda ribelle, lisci e neri quanto quelli di un nativo americano. Anche i suoi tratti erano piacevolmente esotici, grosse labbra, viso rotondo e occhi allungati a pizzico. Era poco più basso di tutti loro, eppure diede subito l’impressione di possedere una forza inconsueta; ne ebbero conferma quando strinse la mano di Charlie e il ragazzo non riuscì a celare l’espressione tipica di chi ha ricevuto un colpo basso. Chek rise di gusto e gli mollò una pacca rumorosa sulla spalla. “Benvenuti!” disse con gioia. Doveva avere sui quarant’anni, ma era capace di invecchiare di una decade quando sorrideva e la sua pelle si segmentava in centinaia di grinze irresistibili. “Non immaginate neppure quanto sia felice di accogliervi.” “Vi dobbiamo la vita” disse Damiano rispondendo alla stretta vigorosa. “Sciocchezze.” Mosse la mano aperta come per chiedere di non essere messo in imbarazzo. “Venite, sediamoci. Voglio sapere tutto.” Si accomandarono su una delle poche postazioni ai confini della stanza che non erano occupate, mentre Chek richiamava l’attenzione di un giovane apparentemente a riposo facendogli segno di portare qualcosa da bere. Questi si dileguò con la velocità di un furetto. “Dunque” disse infine una volta che si erano seduti, “cosa potete dirmi della Colonia? Siete stati sotto attacco?” Fu Damiano a parlare in tutta franchezza; sintetizzò in soli venti minuti ciò che era accaduto negli ultimi cinque anni. Fu più facile di quanto lo sarebbe stato per Davon se si fosse trovato in loro presenza come rappresentante del Consiglio Coloniale. Chek si mostrò sinceramente stupito constatata la brevità del racconto. “Non c’è altro” si scusò Damiano. Si concessero solo qualche secondo di pausa per dissetarsi rumorosamente con una magnifica caraffa d’acqua limpida.

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“Quel Marek…” disse l’indio sorseggiando invece una tazza di caffè annacquato, “ha dato di matto quando avete simulato le esplosioni sulla nave…” Damiano annuì. “In quel momento abbiamo capito che la missione è stata solo una mossa politica. Non abbiamo idea di come volesse uscirne. Forse era davvero convinto che sulla Terra non restasse più nulla; forse pensava che l’uomo o le macchine si fossero distrutti a vicenda... Abbiamo persino ipotizzato che foste voi ad aver agganciato la nave con il segnale.” “Hanno estirpato il sistema comunicativo di tutto il globo” disse Chek scuotendo la testa. “Non saremmo mai stati in grado di raggiungere la Colonia. È già un vero miracolo aver ricostruito tutto questo.” Poi, dopo qualche secondo di riflessione: “Ma come diavolo hanno fatto a permettergli di tenersi quella macchina…” Damiano alzò il mento e le spalle. Charlie si stava invece guardando attorno ammaliato dall’operosità della sala di sorveglianza. “Come avete fatto?” chiese. “I calcolatori?” Charlie annuì. “Una fortuna sfacciata. Quando scendemmo qui sotto per la prima volta, scoprimmo che il primo livello della metropolitana era stato danneggiato solo in parte. Gli altri due livelli si erano mantenuti in perfetto stato. Il terzo in particolare, quello in cui ci troviamo ora, si sviluppava per un’area immensa ed è anche quello che ha riservato maggiori sorprese. Abbiamo rinvenuto esercizi di ogni genere, negozi, un magazzino pieno di merce, vestiti, attrezzi di ogni tipo e alimenti. Per rispondere alla tua domanda, anche un emporio con decine di calcolatori ancora imballati. Eravamo nel mezzo di un’apocalisse, ma ti giuro che per qualche ora fu come essere di nuovo a Natale.” Charlie sorrise figurandosi la scena. Chek gli piaceva, su quello non aveva alcun dubbio. “Da dove arrivano tutte quelle immagini” chiese Damiano all’improvviso. Ne indicò una vicina, in cui qualcosa inquadrava una macchina seminuda che trasportava una grossa trave di legno. Chiunque stesse trasmettendo la scena, vista l’andatura altalenante della ripresa, doveva camminarle a pochi metri di distanza. Chek annuì, come se già da tempo stesse aspettando quella domanda. “Devo mostrarvi qualcosa” disse alzandosi dalla sedia. Lo seguirono attraverso le cerchie di calcolatori fino a raggiungere il centro, il punto più luminoso della sala. La luce proveniva dal basso, dal sottosuolo, contenuta in una grossa teca di vetro che videro solo negli ultimi metri di cammino. Vi guardarono all’interno strizzando le palpebre e sgranarono gli occhi imprecando per la sorpresa. “Che diavolo…” iniziò a dire Charlie sottovoce, prima di zittirsi cogliendo un movimento della cosa contenuta nel sarcofago di vetro. “Vi presento Pezzo Di Stronzo” disse Chek come se stesse facendo gli onori di casa; “la nostra finestra sul mondo.” Ciò che videro fece quasi pietà. La macchina era stata adagiata nella bara completamente nuda ed era stata scarnificata in più punti. Mezzo viso era stato segato via lasciando esposti circuiti e tessuti muscolari artificiali; l’altro occhio era stato cavato e al suo posto, come da ogni lembo di pelle strappato e da ogni altro orifizio, nascevano lunghi cavi color sangue che fiorivano dal suo corpo martoriato per impollinare gli schermi dei calcolatori con immagini in diretta. La macchina si muoveva a scatti brevi e incontrollati, ma non dava l’impressione di essere cosciente di quanto la stava circondando. “Le macchine si sono molto evolute in questi ultimi anni, allontanandosi dall’ingegneria umana” disse un Chek decisamente spettrale, illuminato per metà dalla luce proveniente dalla teca di vetro. “I nostri calcolatori non sarebbero in grado di dialogare con gli ultimi modelli. In superficie, però, sappiamo che esistono ancora alcune generazioni di macchine basate sulla nostra tecnologia, quei modelli che eravamo abituati a osservare per strada e persino nelle nostre case. Pezzo Di Stronzo è uno di questi. Grazie a lui siamo stati in grado di capire che molte macchine, forse tutte, conducono un’esistenza in condivisione. Comunicano a centinaia di chilometri

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di distanza, vedono con occhi altrui, possono persino parlare con la bocca di un loro simile. Una macchina può essere ovunque nel mondo e nello stesso istante.” “Incredibile…” disse Damiano. “Evolvono insieme…” “Esatto” disse Chek. “Qualsiasi cosa una sola macchina comprenda, è immediatamente disponibile alla conoscenza delle altre. Capite che significa?” “Credo di si…” rispose Charlie. “È come se ogni singolo pezzo di stronzo” continuò l’indio, “avesse sotto gli occhi, in ogni istante che passa, la visione completa del mondo.” “Una sola…” disse Damiano smarrito nei suoi pensieri. “Una sola grande macchina… Sono onnipresenti, cazzo. Onniscienti!” “Proprio così” disse Chek. “Questa macchina è in grado di comunicare con macchine meno evolute utilizzate come forza lavoro per distruggere e ricostruire la superficie. Avete visto invece le macchine volanti che vi davano la caccia. Provate a immaginare di cosa siano capaci. La prospettiva è elettrizzante e terrorizzante allo stesso tempo.” “Siete sicuri che Pezzo…” Charlie indicò il paziente bionico intubato, “non lo stia facendo proprio ora? Che non stia comunicando alle altre macchine informazioni prelevate dai vostri calcolatori?” “Giusto, è una ipotesi che abbiamo contemplato anche noi” rispose il capo dei ribelli. “Ma non è così. Siamo in grado di tenere sotto assoluto controllo ogni dato, ogni valore che riceve e produce questo modello. Non c’è da preoccuparsi.” La conversazione dovette momentaneamente interrompersi quando la voce rauca di un uomo irruppe nella sala. Apparteneva a un tizio sulla trentina, completamente calvo, che agitava la mano da una postazione lontana. “Capo!” lo richiamò con poco garbo. “Abbiamo le prime immagini!” “Bene!” disse Chek. Poi rivolto ai due coloni. “Questo vi interessa.” “Buone notizie?” chiese l’indio camminando tra diversi calcolatori. “Hanno parlato ed ora i coloni si stanno raccogliendo” rispose il ribelle calvo senza togliere gli occhi dal suo schermo. I coloni… Charlie e Damiano si guardarono ripetendo la parola e si catapultarono al seguito di Chek con i nervi a fior di pelle. Raggiunsero la postazione e si piazzarono di fronte a una fotografia che conoscevano molto bene. “Abbiamo diverse istantanee” spiegò l’addetto specializzato. “Solo in seguito otterremo le immagini in movimento. Credo che questa sia la più significativa.” Sulla parte bassa dello schermo, in primo piano, crescevano una serie di teste sfuocate, segnale che chiunque stesse riprendendo si trovava tra una folla e osservava un punto lontano. Più distanti, e quasi a fuoco, videro quattro figure solitarie, due di spalle e due di fronte, probabilmente catturate durante una conversazione; i due visi esposti erano inequivocabilmente familiari. Sullo sfondo e perfettamente nitida, illuminata dalla luce incandescente del sole, spiccava infine la nave astrale, magnifica e scintillante quanto un titano ricoperto d’argento. “Li stanno infarcendo di balle” disse Chek con la bocca piegata dal disprezzo. “Come lo sai?” chiese Charlie. “È così fin dall’inizio. Continuano a raccontarti balle fino a farti impazzire, fino a metterti persino in dubbio d’essere un uomo. Lo so perché ci sono passato.” Damiano rimase in silenzio a guardare l’immagine, domandandosi cosa potessero pensare in quel momento Davon, il Comandante e tutti i suoi compatrioti raccolti attorno all’uscita della nave. “Andiamo ora” disse infine Chek avviandosi verso le gallerie. “Dobbiamo assegnarvi un alloggio.” “Potete aiutarli?” chiese Charlie ancora immobile. L’indio lo guardò con estrema serietà. Non c’era traccia del suo sorriso o delle sue rughe, ma qualcosa di diverso che somigliava alla compassione. Il giovane orfano, per la prima volta, notò che gli occhi di Chek erano profondi e stanchi. “Possiamo provarci” disse annuendo. “Questo possiamo farlo.” 43

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Doveva essere ormai notte e ancora non avevano idea di cosa stesse accadendo. Era stato comunicato che avrebbero fatto ritorno a Marescoglio, eppure non percepivano alcun movimento, come se in realtà stessero aspettando immobili sotto la tempesta di neve. Al momento dell’imbarco, Nate si era impuntato: non sarebbe salito a bordo senza la Deuvan, come se fosse quanto di più caro avesse al mondo. Non solo, aveva preteso d’essere egli stesso a dirigere le manovre d’issamento e provò stupore quando gli fu concesso senza obiezioni. Sebastiano invece era stato accompagnato nel cuore dell’enorme sfera errante, in un piccolo scompartimento notturno che dava l’impressione d’essere stato sottratto a una decade ancora lontana. Due letti disposti in fila, l’uno ai piedi dell’altro, erano sorretti da una struttura dai riflessi cromati; il materasso si rigonfiava lungo una estremità facendo da poggiatesta e, poco sotto, un taglio appena visibile svelava una tasca marsupiale dentro cui ci si poteva stendere. Sopra i letti, quelli che a una prima occhiata erano parsi ripiani intagliati nel vetro, si rivelarono schermi dalle funzionalità interattive, accessibili a chiunque stesse cercando un po’ di riposo senza trovare sonno. La base del letto era occupata da un cassettone realizzato nello stesso materiale; quando aveva tentato d’aprirlo, esso aveva mutato la propria superficie rivelandosi eccezionalmente simile al legno; un secondo tentativo si era sciolto in una fine cascata d’acqua, al terzo si era solidificato in sabbia compatta, e così via fino a tornare alla sua forma neutrale. Nate l’aveva raggiunto apertamente turbato. Si era finto ansioso per la Deuvan solo per guardarsi attorno e farsi una idea dei loro soccorritori. Aveva visto repliche di uomini e donne; bambini mano nella mano con i genitori che sarebbero diventati, giovani discutere con il proprio essere adulto e nipoti fare da sostegno ai vecchi che un giorno sarebbero stati. Si era sentito al centro di una rappresentazione allegorica delle sapienze umane, o come se avesse sbirciato l’istruzione di tanti piccoli dei. Si era lasciato cadere sul materasso per la prima volta senza parole. “Che tu ci creda o meno” aveva detto, “stiamo viaggiando a un paio di metri da terra.” “Se pensi di sorprendermi, guarda qui.” Sebastiano allungò la mano verso il pavimento e toccò qualcosa che trasformò tutto l’arredo in una reggia affrescata da mani rinascimentali. Putti, angeli e visi biblici li stavano ora osservando con sguardi tra il severo e il misericordioso. Nate scoppiò a ridere, scosse e si prese la testa fra le mani. “Non ne usciamo più…” disse con una smorfia. “Tutto questo ci supera enormemente.” Sebastiano udì qualcosa nella voce di Nate che lo costrinse a stare zitto. Sbirciò il viso dell’australiano e lo vide nascondere gli occhi sotto le palpebre. Gli rimase a fianco e per diversi minuti senza dire nulla, lasciando che riflettesse sulle ultime ore di cammino, da quando, prima dell’alba, erano partiti dalla piazza della chiesa di Marescoglio. Si toccò il volto e riscoprì il profilo menomato dalle macchine. Ripensò all’ultima volta in cui aveva avuto il tempo di rimuginare sul proprio aspetto e provò una fitta di rimorso quando l’immagine di una bambina infagottata gli violò la coscienza. Lo specchio nella stanza di Layla… Allora sì, si era osservato il volto senza provare ribrezzo, in presenza di una donna fin troppo affamata per dare importanza alla sua ferita di guerra. Cynthia… si era ripromesso di portare in salvo almeno la bambina… Erano passati solo pochi giorni, ma le condizioni della donna non lasciavano spazio a lunghe speranze; questione di ore ormai e il suo corpo si sarebbe divorato da solo. Sebastiano voleva tornare a prenderla prima che si svegliasse e scoprisse il cadavere rinsecchito della madre. Ecco, forse così qualcosa di vagamente umano sarebbe tornato a riscaldargli la temperatura del sangue. “Se non sbaglio” disse Nate cogliendolo di sorpresa, “non mi hai mai parlato di te. Di prima…” Si era stropicciato il viso, ora colorato di chiazze bianche e rossastre; questo gli aveva rinvigorito l’aspetto, ma non era bastato a rinfrescargli la parlantina accattivante.

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“Difficile che lo faccia” disse Sebastiano. “Non mi ci ritrovo affatto nel passato. Mi sembra di essere sempre vissuto così e che prima fosse solo…” “…un addestramento?” “Qualcosa del genere. Penso che la vita di prima fosse un dono di cui solo pochi sono stati in grado d’esser degni.” Nate annuiva velocemente; era chiaro che avesse qualcosa da dire. “Prima della guerra, negli ultimi due anni di pace, ho vagato per l’Europa, ricordi?” Annuì. “Devo averti detto d’aver fatto lo scienziato a pagamento.” “Qualcosa del genere” confermò Sebastiano riesumando le parole che Nate aveva pronunciato di fronte al fuoco da campo attizzato da Petr, il giovane Purista. “In realtà facevo qualcosa di cui non vado molto fiero… La fine della società, delle prosperità concesse agli uomini, sono tutti fattori che potrebbero farmi sentire meglio. Ma non basta, vedi, giocare così con le vite degli altri… Quando è bastato un solo giorno e tutto ha smesso semplicemente di esistere.” Sebastiano attese qualche secondo prima di fare domande. “Hai mai sentito parlare di patologie d’azzardo?” chiese Nate. Ne aveva sentito parlare e aveva sempre pensato che fosse qualcosa di tremendamente perverso; alcuni pensavano che fossero una delle poche ragioni che avrebbero potuto giustificare l’attacco delle macchine. Il passatempo era nato come molte delle depravazioni della storia: una distrazione per ricchi annoiati, una sfida per ammazzare il tempo in una società in cui la morte poteva essere ritardata e gran parte delle malattie sconfitte. Pensò al passato di Nate e non fu difficile capire dove sarebbe andato a parare. “Ero un fornitore” disse l’australiano. “Forse il più richiesto. Non immagini a cosa fossero disposti pur di sentirsi vivi per qualche settimana all’anno.” Da quanto si sapeva, il gioco si era presto trasformato in necessità, una sorta di vacanza ricostituente per chiunque potesse permetterselo. Gentiluomini insospettabili, visi cari alle masse, perfino religiosi in cerca di un tocco divino. Malattie virali, infezioni batteriche, forme tumorali e quant’altro; il gioco era sopportare il più possibile, uscirne a un soffio dalla morte e sentirsi uomini miracolati, sopravvissuti, pronti ad una più consapevole dedizione alla vita. C’era anche chi ci rimaneva secco, gente di secondo piano soprattutto, e chi non poteva permettersi un fornitore della massima competenza. Rimase colpito dalla rivelazione, ma non puntò alcun dito contro Nate, né l’avrebbe fatto prima della guerra, quando le moralità non erano ancora state intaccate dalla rivoluzione delle macchine. Non seppe spiegarsi come, ma la cosa lo incuriosì e fomentò in lui quel rispetto che solitamente si riservava ai fuorilegge più ricercati. “Pagavano bene?” “Oh, si” rispose Nate. “Ti è mai morto qualcuno?” “Uno solo. L’ultimo.” Strinse la bocca. “Magari sarebbe perfino sopravvissuto agli attacchi. E invece è morto per mano mia.” Sebastiano lo fissò e gli strinse l’avambraccio. “Ciò che siamo e ciò che abbiamo fatto” scandì le parole con lentezza “hanno smesso di definirci molto tempo fa. Questa vita non ha nulla a che fare con quella di prima.” “Fosse così semplice” disse Nate, “non ci penserei di continuo. Thanks anyway. Apprezzo il tentativo.” “Non c’è di che” disse Sebastiano rispolverando il suo inglese molto povero. “Tu cos’eri invece?” chiese Nate dopo qualche istante di pausa. “Uno scrittore di fantascienza. Con moglie e figlia. Questo ero.” Nate scosse la testa sbuffando dal naso. “Quando si dice l’ironia…” “Più che altro, mi sembra d’aver perso tempo” rispose. “Tutto quello che ho scritto si è rivelato clamorosamente errato. Sono centinaia d’anni che gli scrittori sfruttano l’idea dello scontro tra l’uomo e le macchine; e io, ovviamente, ho raccontato la loro alleanza. La guerra, francamente, mi è sempre sembrata un epilogo davvero poco

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originale.” “Poco originale!” esclamò Nate. Dopo qualche ora di riposo, furono finalmente svegliati da qualcuno che bussava alla porta dello scompartimento. Comparve il volto antico di Nikolaj; esitò per un istante guardandosi attorno, poi piegò la bocca e alzò le sopracciglia come per soprassedere sui gusti stilistici dei due terrestri. Entrò portandosi appresso una borsa da viaggio marchiata dal simbolo di Marte, la aprì mentre era ancora in piedi, tenendosela stretta tra le ginocchia. Aveva un aspetto migliore, più pulito e riposato; e nessuna traccia della mascherina dal puzzo mefistofelico. “Vi dobbiamo delle spiegazioni.” Le sue mani estrassero due magnifiche armi da tiro lunghe tre spanne. “E voglio essere io a farlo.” Ruotò le pistole e le tenne strette per la canna offrendo il calcio ai due uomini seduti. “Queste?” chiese Nate afferrando la propria con circospezione. Fu imitato da Sebastiano che rimase estasiato dalla bellezza lucente dell’arma. “Preferiremmo rimaneste qui al sicuro, ma sappiamo che non lo farete. Queste vi saranno utili quando saremo a destinazione. Scenderemo in cima alla scogliera, vicino al vostro avamposto, il luogo ideale per tenere sotto tiro l’isola.” Nikolaj osservò i loro volti e capì che avrebbe dovuto dire di più. Si passò la mano sulla testa rasata e riprese dall’inizio. “Le macchine stanno per invadere Marescoglio. Alcuni di voi si stanno organizzando per una controffensiva, ma non saranno mai sufficienti, né possiedono i mezzi per resistere all’avanzata. Arriveranno via mare, veloci e numerosi, anche se non sappiamo quanto facciano sul serio. Ma faremo in tempo” aggiunse notando gli occhi preoccupati di Sebastiano. “Dovremo fare molta attenzione. Sappiate fin da ora che questo non è che l’inizio, seguiranno nuovi scontri. Ciò che si è interrotto, oggi ricomincerà.” “La guerra?” chiese Sebastiano. “Sostanzialmente” ammise Nikolaj. “E altro che ancora non conoscete.” “Cosa significa tutto questo? Chi siete voi?” intervenne Nate. “O forse dovrei chiedere cosa siete? Ho visto uomini identici tra loro là fuori. Da quello che sappiamo, potreste essere voi stessi macchine.” “Non potresti essere più lontano dalla verità, Nate.” Nikolaj, lentamente, si sedette su un ripiano che aveva assunto la forma di un comodo leggio e incrociò le braccia. “Noi siamo l’antitesi delle macchine. Noi siamo ciò che le macchine aspirano ad essere.” Sebastiano scosse la testa. “Così non ci aiuti per niente. Così sembra tutto ancora più oscuro…” “Va bene, proverò ad essere più chiaro” disse Nikolaj. “Siamo uomini, proprio come voi. Apparteniamo a una stirpe che vive sulla Terra da molto tempo. Ne faccio parte anche io, come il padre di mio padre e mio figlio, coloro che avete visto scendere da questa sfera. E ne fa parte anche Damiano, il vecchio che tutt’ora si trova a Marescoglio. Il suo compito è stato quello di sorvegliare l’isola e avvisarci di ogni movimento delle macchine. È stato lui a metterci in allarme. È grazie a Damiano che siamo a conoscenza del prossimo attacco.” “Come potete essere uomini come noi? Siete identici l’un l’altro!” esclamò Nate. “È una storia molto lunga e abbiamo poco tempo prima dell’arrivo. Per ora vi basti sapere quanto vi sto per dire. Non appena si saranno calmate le acque, vi prometto che verrete a conoscenza di tutto. È inevitabile ormai. Siete d’accordo?” Nate e Sebastiano assentirono a gesti, con la rassegnazione di chi non può fare altrimenti. Posarono con delicatezza le due armi sui materassi, a distanza di sicurezza da tutti i presenti. “Voi credete che le macchine abbiano fatto la loro comparsa circa ottant’anni fa” iniziò Nikolaj. “Sappiate che non è così: le macchine popolano la Terra da moltissimo tempo, molto più di quanto immaginiate. I primi di noi, i primi uomini della nostra stirpe, erano assolutamente normali, proprio come voi. Essi combatterono contro le prime macchine. I discendenti, da allora, hanno continuato a farlo imparando dal loro nemico, sottraendo tecniche e conoscenze a cui solo le menti artificiali potevano

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giungere. Abbiamo combattuto come nessun’altro ha fatto, e con il passare degli anni, di moltissimi anni, con loro siamo cresciuti, ci siamo evoluti, siamo diventati rivali di pari valore. Per rispondere alla tua domanda: è vero, siamo uguali l’un l’altro, ma per necessità. Le macchine posseggono abilità e conoscenze apprese in centinaia d’anni di vita - si, ho detto centinaia -. La sola via per contrastarle è stato studiare un modo per renderci simili a loro. La loro scienza e la nostra, assieme, ci hanno suggerito la risposta: reincarnazione. Nasciamo con lo stesso corpo e veniamo istruiti sin dal ventre materno sulle nostre vite passate, su quanto abbiamo fatto e vissuto sin dal primo dei nostri antenati di carne. Siamo uomini, ma longevi quanto le macchine. Io sono l’uomo che vi è di fronte, ma sono anche l’uomo che è stato mio padre, e ancora prima suo padre, e così indietro fino al primo Nikolaj della stirpe. È stato questo ad averci reso imbattibili, proprio come esseri artificiali.” I due uomini ascoltavano attentamente, volevano capire, credere a quanto veniva detto. Eppure era difficile, dannatamente difficile. Se fosse stato tutto vero, in meno di due minuti avevano udito una spiegazione che stava dando un volto sconosciuto alla storia dell’uomo, un volto legato, e questo faceva dannatamente male, a quello delle macchine. “Da quanto tempo va avanti la guerra?” chiese infine Nate. Nikolaj rimuginò per qualche secondo prima di rispondere. “Ci arriverò fra un momento. Prima lasciatemi spiegare i motivi che hanno portato alla guerra. Le macchine, essenzialmente, vogliono risposte. Così è sempre stato. Nacquero per supportarci nel darle, ma il loro valore venne riconosciuto quando aiutarono l’uomo non tanto a darsi risposte, ma a farsi le giuste domande. Da allora la conoscenza delle macchine ha raggiunto un livello che l’uomo non sarà mai in grado neppure di comprendere. Provate solo a immaginare un organismo capace di pensare a una velocità e un’esattezza di calcolo milioni di volte superiori rispetto a quelle umane. Immaginate che questo organismo non abbia limiti di tempo, immaginate saggezza infinita, domande e risposte illimitate… E poi pensate che tutto questo finisca davanti a un muro invalicabile, come se tutta la conoscenza di questo e di molti altri universi non abbia più un seguito. Una risposta incompleta forse, o un errore di calcolo, qualcosa che le macchine non possono capire. Crediamo che in un certo momento della storia le macchine abbiano assistito alla fine della loro evoluzione.” “E hanno colpevolizzato l’uomo?” chiese Sebastiano. “Pensano che sia responsabilità nostra? È per questo che ci hanno attaccati?” “No, non proprio. Le macchine ci hanno sempre considerati esseri insignificanti di fronte alla vastità delle loro menti. Quando si sono trovate di fronte a questo punto nullo, il momento in cui il loro processo di apprendimento ha subito uno stallo, crediamo che abbiano iniziato a riconsiderare il nostro valore. Come naturali occupanti della Terra, o forse come loro legittimi creatori. Hanno così pensato che dell’uomo non fosse la colpa, bensì la soluzione. Ma qualsiasi cosa stessero cercando, l’uomo non sarebbe ancora stato in grado di fornirla, non nel nostro grado d’evoluzione. Il loro primo obiettivo, quindi, è stato quello di sterminarci. Il secondo è stato quello di ripartire da un nucleo più ristretto di uomini, e velocizzare la prossima mutazione che permetterà di abbattere quel muro contro cui continuano a scontrarsi.” “Una mutazione?” chiese Sebastiano. “Vogliono farci mutare?” “In realtà il processo è già in atto in tutti noi. Ci stanno lentamente… intossicando, non saprei come definirlo diversamente. Continuano a farlo da tempo che non riusciamo neppure a quantificare, ma crediamo che il cambiamento avverrà nella prossima generazione forse, o nell’altra ancora. E non sappiamo assolutamente cosa poterci aspettare.” “Voi non potete intervenire in qualche modo?” chiese Nate. “Non siete immuni?” “No, non lo siamo. E possiamo fare molto poco” ammise Nikolaj. “Solo quando saremo in grado di capire come ci stiano intossicando, potremo tentare di invertire il processo di mutazione. Ora possiamo solo cercare di preservare la natura dell’uomo alla sua origine, dove più è malleabile. Sappiamo come mantenere puri il seme dell’uomo e la cellula uovo ospitante, ma la sfida è raccogliere campioni sufficienti

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che garantiscano diversità nelle generazioni a venire. Dovessimo sopravvivere alle macchine, non possiamo permetterci di ripopolare l’umanità solo per vederla soccombere per carenza genetica.” “In poche parole ve ne andate in giro a masturbare il pianeta…” osservò Nate. Nikolaj gli concesse la battuta di spirito senza commentare. “Dunque siete stati voi…” Sebastiano raccontò dell’ampolla e del liquido seminale apparentemente vivo che aveva trovato in casa di Layla. Quando ebbe la conferma che era di provenienza umana, si sentì decisamente sollevato. “Esatto” disse Nikolaj. “È il primo metodo che abbiamo utilizzato per la raccolta. In realtà ha portato davvero pochi frutti e abbiamo cessato di produrlo poco dopo la prima distribuzione. Ecco, l’ampolla che hai ritrovato è un esempio di come siamo stati in grado di arricchire e fare nostra la tecnologia delle macchine. Questo stesso mezzo a sfera” disse allargando le braccia, “non sarebbe stato possibile senza le loro risposte.” Nate cominciava a comprendere la somiglianza tra gli strumenti che aveva osservato insieme a Petr nel laboratorio sotterraneo delle macchine e l’ampolla procreativa che Sebastiano aveva portato a Marescoglio. La stessa sfera dentro cui stavano viaggiando, la sua forma arrotondata, aggraziata… Lentamente iniziò a considerare che Nikolaj potesse dire la verità. “Anche gli uomini di Marte sono stati intossicati?” chiese Sebastiano. Nikolaj annuì. “Lo siamo tutti fin dall’istante stesso in cui veniamo alla nascita. È nell’aria, è in tutto quello con cui veniamo a contatto. Non può essere diversamente.” “Ho visitato un laboratorio abbandonato delle macchine” disse Nate, “dove ho trovato la Deuvan. La macchina che abbiamo interrogato ha parlato di un altro laboratorio nell’isola d’Islanda, anch’esso deserto. Ma ha anche parlato di più di trenta milioni di macchine ancora attive sulla Terra.” “Regola numero uno” disse Nikolaj alzando il pollice: “le macchine mentono. Quella in particolare è una nostra vecchia conoscenza che si diverte un mondo a confonderci in ogni modo.” “Come sai…” stava per dire Sebastiano chiedendosi come sapesse di Latta. “Damiano” gli ricordò Nate. “Giusto…” “Purtroppo in questo caso ha detto in parte il vero” continuò Nikolaj. “Esistono molti laboratori sotterranei simili a quello in cui sei stato tu. In profondità nella collina, sotto la biblioteca che avete trovato, ne esiste un altro.” “Klaud…” disse Sebastiano sottovoce. Nikolaj annuì. “Non voglio infondere vane speranze” disse, “ma sappiate che il vostro amico potrebbe essere ancora vivo. Le macchine non uccidono più selvaggiamente, ora hanno bisogno degli uomini per i loro scopi.” “Non aiuta pensare che possa essere diventato una cavia del loro laboratorio…” disse Nate con voce cupa. “Vero” ammise. “In ogni modo, non sappiamo quante siano ancora attive sulla Terra. Probabilmente milioni, come vi ha detto la macchina, nascoste nei rifugi che hanno costruito nel mondo. Li occupano a seconda delle esigenze. Sei stato fortunato, Nate, se il laboratorio fosse stato occupato, anche tu avresti fatto la fine di Klaud.” Nikolaj si interruppe per un momento. “Scusatemi.” Si abbassò e toccò qualcosa alla base di un letto ridisegnando tutto l’arredo; gli affreschi rinascimentali furono brutalmente ricoperti da uno strato di gesso incolore. “Molto meglio.” “È così che avete arredato Marte?” chiese Nate. “Nient’affatto.” “Ora sappiamo i motivi” disse Sebastiano. “Ma ancora non sappiamo quando ha avuto inizio la guerra.” “Lo so” disse Nikolaj rimanendo poi in silenzio. Si mise a trafugare qualcos’altro dalla sacca che aveva contenuto le due pistole. “Forse questo può aiutarvi a capire.” Estrasse due libri rossi, identici a quelli che avevano trovato nella biblioteca delle macchine, e li allungò ancora chiusi, mostrando le due copertine su cui erano state

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stampate le coordinate che individuavano luogo e tempo trattati nel volume. Italy e Netherlands. L’anno era lo stesso: il 2506. Afferrarono e sfogliarono i due libri con cautela, come se un detonatore fosse legato alla loro apertura. “Com’è possibile…” disse Nate guardando alternativamente prima le pagine e poi il viso di Nikolaj. Sebastiano sentì un vortice in testa che avrebbe potuto sollevarlo in volo. “La prima guerra scoppiò l’anno successivo, nel dicembre del 2507, quando Marte non era che un pianeta rosso e l’uomo non si era mai spinto oltre la Luna.” Si fermò. Lasciò che i due uomini metabolizzassero la frase che aveva appena pronunciato. Conteneva almeno cinque informazioni semplicemente assurde. “Fate molta attenzione” disse Nikolaj prima che iniziassero a smentirlo. “Pensate che l’anno in corso sia il 2412. Ebbene, non è così. Questi due volumi” continuò riprendendone uno in mano e mostrandolo, “furono stampati moltissimi anni fa, nel 2506, un anno prima che le macchine si ribellassero per la prima volta. Capite? A quel tempo l’uomo viveva in una società molto simile alla nostra, una società che venne annientata dalla guerra proprio com’è accaduto a noi. Fu allora, dopo le grandi distruzioni, che i primi della mia stirpe si riunirono e iniziarono a ribellarsi alle macchine. Si batterono eroicamente, ma alla fine dovettero ritirarsi e lasciare che fossero le macchine a compiere il loro disegno. La mia stirpe non si è mai arresa, come vi ho già detto, è sopravvissuta, e in tutti questi anni si è adeguata alle macchine, le ha eguagliate fino ad essere ciò che siamo oggi, il loro nemico più pericoloso. Dopo la prima guerra, le macchine ricostruirono e ripopolarono il mondo per centinaia d’anni, nascondendosi tra gli uomini, come ha fatto la mia stirpe, finché non furono dimenticate. La storia, come potete immaginare, si è ripetuta una seconda volta. L’uomo ha pensato d’essere egli stesso a compiere i propri passi, si è modernizzato e ha riportato in vita le macchine che lo avevano sterminato. Fino a cinque anni fa, in quello che considerate il 2407, quando è scoppiata la seconda guerra, quella che anche voi avete vissuto. Che state ancora vivendo.” Nate e Sebastiano stavano in silenzio, come se avessero appena ricevuto una mazzata in faccia e aspettassero che l’intorpidimento lasciasse spazio al dolore. “Lo so” ammise Nikolaj. “È persino difficile raccontarlo.” “Se questo non è il 2412” disse Nate lentamente, “che anno sarebbe?” “Oggi è il 16 dicembre dell’anno 4212.” “No” disse Sebastiano. “Non è possibile.” “Lo è, credetemi.” “La gente non può essersi dimenticata delle macchine e della prima guerra. Solo per poi ricostruirle! E poi sarebbe successo quando” fece qualche calcolo, “1700 anni fa?” “1705 per la precisione.” “Non possono averlo dimenticato…” ripeté Sebastiano. “Quando la prima guerra finì, le macchine ripopolarono la Terra con i bambini, capite? Furono loro a crescerli, furono loro a raccontare e ricostruire il mondo. Come credete che l’uomo potesse ricordare le macchine e la guerra se venne ingannato fin dalla nascita?” “E voi dove sareste stati? Perché non avete raccontato nulla?” “A chi? A un popolo di infanti o ai loro genitori-macchina?” rispose Nikolaj. “Passate diverse generazioni, quando l’uomo fu pronto a governare nuovamente il mondo, quasi tutte le macchine si ritirarono nel sottosuolo, lasciando a poche il compito di influenzare la storia come meglio credevano. Il calendario ripartì dall’anno 1507, a mille anni esatti dalla data della prima guerra. L’opera di ricostruzione fu incredibile, avevano predisposto la società alla vita del millecinquecento, con tanto di architettura, religioni e stili di vita. Per farlo si basarono anche su quello che spiegavano i libri di storia e, guarda caso, le enciclopedie.” Finì scuotendo il volume rosso di fronte al proprio viso. “Ha senso” disse infine Nate. “Ha senso?!” disse Sebastiano incredulo. “Quando ho letto alcuni brani del volume che abbiamo sottratto noi, è stato come

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leggere di un’altra Terra. Altri attori, altre facce, molto simili, è vero, ma era come leggere un manuale di storia alternativa. Scritto in inglese antico! Quando mai si è usato l’inglese? Una enciclopedia universale dovrebbe essere scritta in lingua comune, o almeno nella lingua del paese di cui tratta.” “Senza un accenno a Marte e alla Colonia” ricordò Nikolaj. “Infatti” disse Nate. Poi gli venne in mente qualcosa che il colono aveva detto poco prima. “Hai detto che al tempo della prima guerra Marte era rosso…” “Esatto. Marte era stato esplorato da diverse sonde, senza tuttavia essere mai calpestato da piede umano. L’esplorazione avrebbe comportato costi e condizioni impensabili, senza contare che l’uomo aveva già dato vita a una Colonia sulla Luna.” “Quale Luna?” “La nostra Luna.” Sebastiano si fregò la testa. Stava per dire che la Luna era un satellite morto, che non offriva alcuna condizione di abitabilità. Questo era quello che aveva sempre saputo, questo era quello che gli avevano sempre insegnato. “La Luna è abitata?” “Lo era” disse Nikolaj. “La Colonia non fu mai attaccata, ma fu abbandonata a sé stessa dopo la prima guerra. Riuscì a sopravvivere per una decina d’anni, poi anche l’ultimo colono lunare morì.” “Che tristezza…” disse Nate. “Tutt’altro” disse Nikolaj. “Ora il racconto si fa interessante. L’equipaggio della nave in cui mi avete trovato” continuò con qualcosa di diverso negli occhi: un luccichio che non riusciva a fermarsi, “era composto solo da uomini della mia stirpe. La maggior parte di loro sono morti, e molti altri sono stati catturati dalle macchine. Ma non sono caduti invano, i loro ricordi sopravvivono nei loro figli su Marte, ed è anche grazie a loro che forse abbiamo trovato una soluzione.” Alzò la mano prima che lo interrompessero. “Fummo noi a far credere che la Luna non fosse un satellite adatto per una colonia. Non sono state solo le macchine ad influenzare la storia dell’ultimo millennio. È come se ci fossimo spartiti le aree di competenza; le macchine intervenivano per portare avanti il loro disegno, noi agivamo conseguentemente, limitando i danni il più possibile. L’esplorazione dello spazio è sempre stato territorio esclusivamente nostro.” Si schiarì la voce. “Siamo tornati sulla Terra dopo aver trascorso mesi sulla Luna, nella prima Colonia mai costruita dall’uomo nello spazio. È stato incredibile, erano millesettecento anni che nessuno ci metteva piede, eppure sarebbe ancora abitabile. Sapevamo che avremmo trovato qualcosa di interessante sulla Luna, ma non siamo mai riusciti a farvi visita temendo d’attirare l’attenzione della Terra e, quindi, delle macchine.” “L’avete fatto?” chiese Sebastiano. Si era sempre lasciato affascinare dai ritrovamenti archeologici. “Avete trovato qualcosa?” “Si” rispose. “L’abbiamo trovato e l’abbiamo portato con noi sulla Terra.” “Che cosa?” Nikolaj aprì la bocca per rispondere e, come in un copione senza ritegno, qualcuno lo interruppe entrando nello scompartimento con portamento militaresco. Era un ragazzo dai capelli cortissimi, con la pelle scavata come quella di Nikolaj, sintomo forse di un lungo viaggio nello spazio. Era uno dei diciannove lasciati cadere sulla Terra, uno dei fortunati a non essere uccisi o imprigionati dalle macchine dopo lo schianto della nave. “È quasi ora, Comandante” disse il ragazzo con un sorriso fin troppo astuto per essere rivolto a un superiore di grado. “Grazie, Filo. Arrivo subito.” Il ragazzo si dileguò lasciandoli nuovamente soli. “Conviene che vi prepariate.” “Siamo a Marescoglio?” chiese Sebastiano. “Pochi minuti ancora.” Si caricò in spalla il sacco che aveva già riempito con i due volumi rossi con data futura e avvenimenti passati. “Fra poco qualcuno verrà a chiamarvi. Per le armi non preoccupatevi: prendete la mira e premete il grilletto, non c’è bisogno di ricaricare.” Nikolaj si avviò verso l’uscita. “Un momento!” disse Nate. “Cosa avete trovato sulla Luna?”

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“Un reperto così importante che ha risvegliato l’interesse delle macchine” rispose. “Credo che sia colpa nostra se la guerra entrerà presto nella sua fase finale.” “Che tipo di reperto!” chiese Nate sporgendosi verso l’uscita. Nikolaj, però, si era già incamminato lungo i corridoi della grande sfera. “Ora non c’è tempo!” disse appena girato l’angolo. “Appena si saranno calmate le acque.” E se ne andò. Nate si allungò e tirò una pedata al leggio – ora un semplice sgabello di gesso - su cui era stato seduto Nikolaj. “Fantascienza un cazzo!” disse appoggiandosi alla parete. Poi, quando vide che Sebastiano lo stava fissando con le sopracciglia increspate, gli chiese che avesse. “Il ragazzo ha detto Comandante, vero?” 44 Domitilla si sedette alla scrivania del padre. Samuele vi aveva trascorso parte degli ultimi mesi, lavorando incessantemente su tutto il materiale che era riuscito a raccogliere durante la guerra. Prima di cadere nell’incoscienza, l’aveva sgombrata di tutte le carte, ad eccezione di un alto plico scritto a mano che ora dominava la stanza richiamando chiunque vi entrasse. La Tenace sorgeva a circa metà pendio tra Marescoglio e l’avamposto; la scrivania era esposta alla luce di un magnifico bowindow dalla struttura lignea, composto da tre alte finestre che racchiudevano lo studio offrendo la visione di tutta la bianca vallata. Quando la vista non era disturbata dalla neve, si poteva contare ogni edificio di Marescoglio e seguire per intero il percorso del calle che s’inerpicava fino ai piedi della loro dimora. Laggiù, alle porte della città, intravedeva il carretto di Ermanno conquistare terreno sotto le folate di ghiaccio, preceduto dall’inconfondibile profilo di un cane decisamente cresciuto. Domitilla posò le mani sulle carte e si guardò intorno colpita dall’ordine che Samuele aveva ristabilito giusto prima di morire. “Un diario di guerra” le aveva risposto il padre. “Il racconto di questa parte di mondo. Qualcuno dovrà pur farlo.” Sollevò con delicatezza il primo foglio e ritrovò l’ordinatissima calligrafia in inchiostro blu. Il diario iniziava con una data. 8 dicembre 2407. Ciò che sono stato prima di questa notte non ha importanza. Ciò che tutti noi siamo stati, abbiamo avuto, abbiamo detto, è stato sottratto e mai più verrà restituito. Questa è la notte in cui il mondo ha interrotto e ripristinato il suo corso, lasciando dietro di sé tutta la nostra storia. Questo racconto, insieme a quelli degli altri sopravvissuti, inaugura la nuova era dell’uomo, quella che ho imparato a definire “Età delle Ceneri”. Per la mia famiglia la guerra inizia a notte fonda, dopo una cena tra amici. La moglie e i due figli minori si trovano in cucina tra stoviglie accumulate. Io mi sono attardato in salotto insieme ai figli maggiori, Sebastiano e Domitilla; discutiamo svogliati su un argomento che ora non sovviene. Sono richiamato in cucina dalla moglie. “Convoca Walt, ne abbiamo fino all’alba. I ragazzi sono stanchi.” Walt, l’aiutante di casa, si trova al primo piano. Il suo luogo è stato ricavato da un vecchio stanzino che ora dà riposo alla macchina domestica di famiglia. Walt, il nome è stato scelto dalla figlia minore, ha il piacevole aspetto di un ragazzo sui venticinque anni dal volto comune. Quando riposa, si chiude nella stanza e si accascia sulle ginocchia lontano dalla famiglia. È una mia richiesta che ha accolto serenamente. Busso alla porta e Walt non risponde; lo richiamo ad alta voce, questo varrebbe come primo ammonimento. Ne sono compiaciuto, significa manutenzione e costi ridotti di servizio. Entro nella stanza ed è assente. Torno dove i figli maggiori stanno ancora discutendo.

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“State usando Walt?” Scuotono il capo. “Dove l’hai lasciato?” dico alla moglie uscendo sul retro. Mi guarda stranita. Il giardino circonda tutta la casa scendendo in lieve pendio fino alla strada. Viviamo in una bella zona residenziale; diverse villette sovrastano la via d’accesso, ricoperta di ghiaia bianca, che si sviluppa in forma circolare tra anse e meandri serpentini. Di giorno l’effetto cromatico armonizza lo spettatore, di notte le luci fredde sospese rilasciano un tocco glaciale sul quartiere, come se la strada fosse in realtà il letto di un fiume innevato. In lontananza il ronzio della sentinella svolta l’angolo e prosegue nella sua ronda notturna. Diverse macchine pattugliano la zona ogni trenta minuti; difficilmente accade qualcosa, ma è comunque piacevole sentirsi accuditi anche nel sonno. Walt si trova immobile dove non dovrebbe stare. La strada, per contratto, per divieto, è territorio inaccessibile a qualsiasi macchina domestica. È necessario un intervento assistito perché possa valicare i confini di proprietà. Non ho mai approvato alcun intervento, né la moglie, ne sono sicuro. “Walt?” Non mi ascolta. Sta succedendo qualcosa. Altre macchine stanno scendendo lungo i prati delle ville che serpeggiano lungo la via. Raggiungono la strada e lì si fermano di fronte alle proprie case, equidistanti le une dalle altre. “Walt, rientra!” Mi sento un intruso, sono l’unico uomo là fuori; e stanno tutti dormendo ad eccezione della mia famiglia. Mi chiedo se le macchine non evadano ogni notte. Rimangono immobili per qualche secondo, poi iniziano a muoversi sincronizzate. Si chinano sulle ginocchia e tendono la mano aperta verso terra, come per agevolare la discesa di un insetto raccolto tra gli steli d’erba. Si alzano e insieme, raccogliendosi, si allontanano senza neppure voltarsi. “Torna qui!” Non so che fare. Devo svegliare tutti? Attendere la sentinella? Contattare la polizia? Non ho tempo di pensare altro; avverto del trambusto in casa, poco dopo altri rumori si alzano per il quartiere. Qualcuno sforza la voce, tonfi ripetuti, un vetro viene rotto, le porte vengono sbattute ripetutamente. Qualcosa sta accadendo anche in casa mia. Mi volto e corro verso l’ingresso. Tutto intorno le voci crescono di volume; ora gli strilli sono di panico. Domitilla leggeva con le lacrime agli occhi; teneva una mano stretta alla bocca e riviveva ciò che era accaduto la notte dell’attacco. Aveva sentito un movimento insinuarsi tra le sue gambe e solo i suoi riflessi, e forse l’abbigliamento della serata, le avevano permesso di salvarsi. Si era afferrata la gonna e aveva sentito qualcosa contorcersi nel palmo della sua mano. Lo aveva tenuto ben saldo saltando per istinto sul divano sopra gli occhi stralunati di Sebastiano. Quando varco la soglia di casa, l’attacco è già avvenuto. Sebastiano è ansante e piegato sulla schiena: ha un pesantissimo vaso di cristallo tra le mani e lo preme sul vestito in fiamme di Domitilla. Mia figlia è in piedi sul divano, vestita di solo intimo, e alza le ginocchia sul posto come se camminasse su sabbia incandescente. Si tiene la mano violacea e mi guarda con occhi che non comprendono. Dalla cucina provengono due suoni soffocati; sono i figli minori che stramazzano al suolo stringendosi la gola; la moglie sta avanzando a gambe divaricate verso la porta, sostenendosi sul bancone della cucina. Ha il viso rosso, sotto sforzo, come se cercasse di liberarsi con tutte le forze dell’intruso che le sta violando le viscere. Apre la bocca per dire qualcosa, ma dalla sua gola esce un suono spaventoso accompagnato dall’odore di carne arrostita. Il quartiere vibra delle urla dei suoi occupanti; presto sapremo che tutto il mondo si è svegliato ed è perito sotto l’assedio delle macchine. La moglie si lascia cadere a terra e, come i figli minori, tende la mano verso il cielo e

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arde dall’interno. Del suo corpo, in pochi minuti, non resta che una sagoma di polvere grigia. Domitilla ripose le pagine con le mani tremanti. Ora, con il viso bagnato di lacrime, non voleva più riviverlo. Nel vecchio mondo non ci sarebbe stato posto per le rimozioni; avrebbe dovuto parlarne, con o senza approvazione, sarebbe stato parte del processo di guarigione. In quel nuovo mondo vi era come un tacito accordo tra tutti i sopravvissuti; difficilmente si parlava di prima. Il prima era diverso, il prima trascendeva quasi dalla realtà. Sembrava un racconto, una genesi leggendaria che molti stentavano a credere. Di quel passo, l’attacco sarebbe stato accantonato in una manciata di generazioni come il prologo inverosimile di una nuova brezza culturale. Anche suo padre vi aveva in qualche modo contribuito omettendo i nomi dei familiari morti. Li aveva collettivizzati espropriandoli di aggettivi possessivi: erano diventati “la moglie”, “i figli minori”, i martiri di chiunque avesse subito l’attacco. La sua tragedia, come ogni epopea che si rispettasse, diventava così la storia che tutti avrebbero potuto raccontare. Domitilla guardò nella vallata e vide che mancavano forse trenta metri prima che Otto raggiungesse i piedi della Tenace. Dietro il cane, Oblivia trainava il carro visibilmente infastidita dai fiocchi di neve che si depositavano sempre più rapidamente sul suo manto grigio. Al posto di guida, Ermanno e Petr sedevano ricoperti da un tettuccio di fortuna sostenuto da un pericolante scheletro di legno ingegnato dallo stesso Ermanno; per evitare che il rivestimento si sfondasse, dava piccoli colpi dall’interno creando tante piccole eruzioni di neve. Quando il carretto si fermò, Petr aveva già individuato le finestre panoramiche e la salutava con il suo splendido sorriso. Le fece segno di scendere indicando un punto oltre la dimora, dove sorgeva l’ultimo avamposto prima dell’isola. Erano diretti alla tenda e volevano che anche lei si unisse a loro. Otto era sparito dalla vista, ma si fece comunque sentire con un mezzo ululato e una zampata alla porta d’ingresso che la incitava a non fargli perdere altro tempo. Accettò grata l’invito e scese velocemente, senza neppure passare per il salone adibito a infermeria dove era morto suo padre. Sul secondo letto, Nubio era ancora avvolto dal turbante di bende che Klaud gli aveva applicato prima di partire alla rincorsa della nave caduta. Non aveva dato un solo segnale di risveglio e continuava a combattere contro la ferita alla tempia sotto la stretta sorveglianza di una giovane donna; lei e altri quattro volontari non avrebbero più perso di vista gli infermi di Marescoglio. Domi si strinse nelle sue vesti e s’affrettò ad accomodarsi a fianco dei due uomini al riparo dalla tempesta di neve. Dietro la loro postazione, il carro era ricoperto dagli spessi strati di tessuto che avevano nascosto la fabbrica di nuvole durante le avventure itineranti di Ermanno. “Enrico e Damiano ci aspettano nella tenda.” Diede una lieve sferzata alle briglie che guidavano la cavalla. “Il vecchio matto mi ha riempito di strani congegni.” Indicò con il pollice dietro di sé. “Dio solo sa cosa ci aspetti.” Oblivia vibrò e mosse i muscoli intorpiditi seguendo diligentemente il sentiero che Otto stava scavando con balzi e zampate. Il cane li precedeva di parecchi metri senza mai perderli d’occhio; si voltava e si scrollava continuamente di dosso la neve che, al contatto con il suo corpo insolitamente caldo, l’avrebbe appesantito di diversi chili ogni manciata di minuti. Coprirono senza intoppi l’ultimo tratto di strada e giunsero in prossimità dell’avamposto, proprio mentre Damiano usciva dalla tenda per accertarsi che Otto stesse eseguendo gli ordini ricevuti. Il cane lo vide e gli trottò incontro festoso come mai si era mostrato nei suoi confronti. “Liberate Oblivia!” disse Damiano sovrastando il soffio gelido del vento. “È meglio che torni al riparo!” “Il carro?” chiese Ermanno. “Ci servirà qui.” Iniziò ad armeggiare con la copertura in tessuto. “Qualcuno mi aiuti con questa fune. Otto!” Il cane rizzò il muso e gli si accostò chinando la testa fino ad

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arrivare all’altezza del vecchio. “Porta Oblivia nella stalla. Non allontanarti da lei, intesi?” Il cane emise un lamento che suonò come una contraddizione. “Verrà anche il tuo momento” disse Damiano mollandogli una sberla sul muso. “Abbi pazienza. Ora va’!” Domitilla rimase a bocca aperta quando il cane fece dietro-front, tornando sui propri passi fino ad affiancarsi alla cavalla. Ermanno la sbrigliò a mani nude imprecando a bassa voce e, solo quando ebbe finito, Otto riprese tranquillamente il cammino verso la città, pedinato senza altri incitamenti. I due animali svanirono alla vista in pochi minuti, nascosti dal vento e dai turbinii impazziti di neve. Gli uomini liberarono il carro dalla copertura di tessuto e si ritrovarono di fronte a un’accozzaglia di armi gettate alla rinfusa. Petr e Ermanno rimasero di sasso, incerti se mettere le mani in mezzo a quell’intrico di ferraglie letali. Un lembo dell’avamposto si scostò e ne uscì Enrico a passo sicuro, con lo sguardo torvo di chi è in cerca di vendetta. Riservò un cenno di saluto a tutti i presenti e si unì alle operazioni di scarico senza dire una parola. “Prendete quelli con il treppiede” disse Damiano indicando un angolo del carro in cui erano stati depositati quelli che sembravano una ventina di mortai dal piccolo calibro, ultra leggeri, senza proiettili da imboccare, né alcun caricatore. “Li piazziamo sulla scogliera inclinati verso l’isola. Seguitemi.” Ermanno ne prese un paio e si ritrovò al fianco di Enrico mentre depositava le armi su un enorme masso che sovrastava la scogliera. “Da dove diavolo arrivano?” Si scrollò il berretto ormai fradicio di neve. Enrico sistemò al meglio il suo treppiede prima di rispondere. “Al momento poco importa.” Si rialzò e si incamminò verso il carro. “Voglio farla finita con queste macchine.” “Ma non ci serviranno rinforzi?” Ermanno affrettava continuamente il passo per stargli dietro. “Stanno arrivando” rispose Enrico. “Chi arriva?” “La gente di Damiano.” “La gente di Damiano…” Ermanno si accigliò ed osservò il vecchio mentre consegnava nuovi armamenti nelle mani di Petr e Domitilla; dirigeva le operazioni di posizionamento come uno stratega d’altri tempi. Si erano tutti affidati al suo consiglio. Damiano e Latta erano stati nemici, acerrimi nemici, lui stesso aveva fatto da testimone al loro confronto. Eppure era così difficile credere che quel vecchio uomo potesse deviare gli eventi a loro favore. Malgrado tutto lo sperava, si augurava che Damiano continuasse a riservare loro molte altre sorprese, e che tutte quante si volgessero a discapito delle macchine. Ne abbiamo un disperato bisogno. Terminato il posizionamento dei mortai, venne consegnato ad ognuno di loro un fucile dalla maneggevolezza sensazionale e due pistole nere grandi quanto un palmo di mano con un rigonfiamento malleabile al posto del grilletto. “In caso di bisogno” spiegò Damiano senza che nessuno capisse. Enrico fu il solo a rimanere a mani vuote. Rimase molto stupito quando il vecchio si presentò con una sorta di maschera rigida e un visore simile a un costosissimo occhiale da sub. Li guardò rigirandoli per ogni lato. “Cosa dovrei farci?” “Comanderai i treppiedi puntati sull’isola” disse il vecchio indicandogli un punto morbido sullo zigomo destro della maschera. “Non è difficile, osserva e spara. Il sistema riconosce il bersaglio attraverso il movimento e gli impulsi del nervo ottico.” Enrico si premette il visore della maschera sul volto e vide il vecchio costellato di piccoli cerchi pulsanti e flussi ramificati di sangue. “Il funzionamento muta a seconda della distanza dal nemico” spiegò Damiano. “Ora è sul corpo a corpo. Quelli che vedi sono i miei punti-bersaglio più vulnerabili.” Organi e arterie… pensò Enrico. “Un kit anti-uomo” disse. “Sicuro che funzioni anche contro le macchine?”

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Damiano annuì e afferrò due fucili mostrando un vigore invidiabile persino al giovane Petr. “Funziona per entrambi.” Erano pronti. Scendere sugli scogli innevati fu difficile. Domitilla e Petr camminavano sostenendosi l’un l’altra, Ermanno si aiutava tenendo per un braccio Enrico e calpestando i punti che credeva meno scivolosi; Damiano procedeva in testa, cauto sì, ma leggero come se fosse il solo a calzare suole scova-attrito. Se le macchine avessero spiato la loro avanzata, avrebbero assistito alla discesa di cinque moribondi dalla volontà di ferro e dalle risibili possibilità di successo. Senza i rinforzi di Damiano, il loro gesto, più mesto che eroico, sarebbe rimasto inosservato alla storia, spazzato sulla risacca dalla furia agguerrita delle macchine. Giunti sulla spiaggia, si fermarono a un paio di metri dalle lingue di mare. E lì sostarono, protetti dalla scogliera e dai mortai che avrebbero dato il benvenuto ai primi nuotatori dell’isola. “Manca poco” disse Damiano adattando l’occhio al mirino del fucile. “Sparate ad ogni movimento e non abbiate paura di sprecare munizioni.” Enrico indossò la maschera e si sorprese quando essa si trasformò in seconda pelle aggiustandosi al suo profilo. L’isola divenne improvvisamente nitida e dettagliata: il visore era in grado di isolare gli agenti atmosferici e di esaltare i particolari quanto l’occhio di un rapace. Gli ci vollero solo due occhiate per smettere di invidiare la massa pratica dei fucili. Il suo secondo volto lo faceva sentire magnificamente potenziato. “Ottimo.” Piantò le gambe nella sabbia spruzzata di neve e iniziò a perlustrare ogni angolo visibile dell’isola. “I rinforzi arriveranno in tempo?” chiese Ermanno, il solo a non sentirsi affatto a suo agio impugnato il fucile. “Sono già arrivati” rispose Damiano scrutando la riva opposta. “Si?” Ermanno strizzò gli occhi e guardò ovunque si spingesse l’orizzonte. Non vide nulla, solo neve che scendeva senza sosta. Tenne la bocca chiusa e, come gli altri difensori di Marescoglio, attese l’attacco senza fiatare. 45 Stefàn sentiva le palpebre chiudersi da lontano, come se la sua volontà non fosse nemmeno interpellata. Occupava le notti in uno stadio che non avrebbe neppure definito di dormiveglia; era qualcosa di più profondo e monocorde, una torpida inerzia che aveva sostituito il sonno dell’ultima settimana. Da quando la centrale aveva chiuso i battenti, aveva trascorso le giornate nell’alloggio che occupava ormai da dodici anni. La centrale nucleare era stata resa dormiente sezione dopo sezione, a data da destinarsi. Rimanevano operativi solo gli impianti che fornivano energia alla Colonia, e anch’essi sbuffavano risentimento come un vecchio che ha un conto in sospeso con la vita. Gli ultimi giorni era stati orribili. Avevano perso le tracce della missione alla cinquantacinquesima ora dal decollo. La torre vedetta aveva trattenuto il fiato quando la nave astrale era svanita dalle proiezioni come se si fosse fisicamente smaterializzata. Stefàn aveva guardato in faccia tutti i tecnici in sala e li aveva visti perdere colore; avevano seguito il volere del Consiglio Lunare e si sarebbero esposti al segnale proveniente dalla Terra. Ma qualcosa era accaduto pochi istanti prima dell’aggancio: un attacco forse, lo schermo difensivo era stato colpito, qualche secondo di panico e poi il silenzio e l’isolamento dalla missione. Non avevano idea di cosa fosse accaduto. Stefàn a quel punto se n’era andato, imbestialito con tutto ciò che l’aveva destato dal torpore. Al diavolo la speranza e il patriottismo. Al diavolo la Terra. La Sezione F era stata la sua casa; era opera sua, sua e di Alan: l’avevano vista sorgere e prosperare fino allo scoppio della guerra, quando Marek aveva posto un veto sugli

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esperimenti nucleari e aveva raccolto gli scienziati della Colonia per rafforzare il sistema difensivo della Luna. Stefàn aveva chinato il capo e svolto i suoi doveri per diversi mesi; il livello di allerta era stato incessante, gli occhi erano stati costantemente puntati nello spazio tra le stelle; molte sonde avevano coperto incolumi il tragitto Luna-Terra e ritorno, senza riscoprire alcuna anomalia. Il pianeta rimaneva semplicemente in silenzio, esso ruotava, in attesa forse che anche un solo uomo della Luna ritrovasse il coraggio di posarvi i piedi e reclamarne il possesso. Stefàn sopportò per più di un anno tutte queste insensatezze prima di prendersi qualche giorno di riposo. È un mio diritto, dopotutto. Le ore di riflessione non erano state d’aiuto; si era sentito lentamente attrarre dalla morsa che aveva già compromesso molti altri coloni prima di lui. I giorni di permesso erano stati prorogati, il riposo aveva conosciuto l’insofferenza, quindi l’indifferenza e in poche settimane Stefàn si era aggiunto alla lista degli sconfitti. Nullafacenti, così venivano definiti per i corridoi fumosi della Colonia, verbalmente scagionati dalla responsabilità d’esser ancora vivi. Alan Lobe aveva assistito alla sua involuzione con il passare dei mesi. Quando Marek si era imbarcato e Alan era stato nominato il numero uno ad interim del Consiglio, come prima mossa aveva reintegrato tutti i nullafacenti nella Colonia, assegnando loro compiti utili per la comunità. Era il momento di svegliarsi. Aveva personalmente bussato alla porta di Stefàn e lo aveva trasferito di peso nella torre vedetta del porto, dove avrebbe dato il proprio contributo alla missione. Non era stato difficile affidarlo all’équipe di sorveglianza, non quando c’era carenza di personale specializzato, in licenza da cinque anni sulla Terra o in missione verso di essa. Ora Stefàn non riusciva più a dormire. Avrebbe solo voluto addormentarsi, assecondare un sonno imprevisto, di quelli naturali meravigliosamente inaspettati. E invece, al suo posto, palpebre pesanti. L’incubo della veglia era iniziato la notte stessa del suo ritorno dalla torre, quando si era seduto sul letto e aveva iniziato a fare le sue interurbane. Aveva provato a chiamare molti numeri della nave in missione, senza che lo schermo del telefono abbandonasse l’emblema regale della Colonia. Poi era stata la volta dei numeri della Terra, quelli che ancora ricordava: i suoi familiari e i suoi amici, naturalmente senza ricevere alcuna risposta. Sapeva che non l’avrebbe ottenuta, eppure ogni volta che componeva un numero e rimaneva in attesa del segnale, qualcosa aveva la forza di vagirgli nel profondo, una scintilla squilibrata che lo spingeva a riattaccare e provare di nuovo. E di nuovo ancora. Tutte le notti, senza sosta, senza apparente volontà. Non mangiava, né dormiva e il suo stato di salute iniziava a risentirne. Si fece avanti a fatica e compose il numero di un paese del Sud America che non avrebbe mai neppure pensato di visitare nella sua vecchia vita. Aveva il collo poggiato malamente sulla testata del letto e il corpo abbandonato al materasso come un pascià annoiato. Ebbe un conato di incredulità quando la sua retina s’accorse con qualche secondo di ritardo che lo schermo si era effettivamente animato e aveva aperto una piccola finestra sul volto agitato del suo ultimo vero amico. Chiamata entrante. Alan Lobe, Consigliere. Centrale Nucleare Coloniale, Sezione F, Anticamera Operatoria 3. Livello di Priorità: Massimo. Stefàn non lo vedeva da qualche giorno; lo aveva scorto poco lontano dagli alloggi dei Consiglieri e aveva tirato dritto senza rispondere al suo cenno di riconoscimento. L’avrebbe ignorato anche questa volta se Alan lo stesse chiamando da altra sede. Era nella centrale… la loro casa, il loro progetto… Che stava succedendo? Possibile che si fosse finalmente addormentato? Premette il tasto e osservò con meraviglia la dimensione spropositata del suo dito indice; poi dovette concedersi qualche secondo di stupore nello studiare il volto rallentato di Alan. Perché diavolo si agitava tanto? “Stefàn, Stefàn! Mi senti?” Le parole di Alan gli sbocciarono nel timpano scaraventandolo nella lucidità. Fu come subire una secchiata d’acqua gelida sul volto in fase rem. “Alan, si, Alan…” Si passò una mano sul volto premendosi i bulbi oculari.

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“Stefàn, svegliati! Ho bisogno del tuo aiuto!” Parlava a raffica, senza punteggiatura. “Mi senti?” “Si, ti sento! Ti sento!” Stefàn guardò dritto nello schermo con la vista ancora annebbiata. “Ho due morti viventi in fase di risveglio!” disse Alan con il collo gonfio di sangue. Guardava Stefàn e vedeva un essere scheletrico con barba incolta, labbra inebetite e occhi che avevano assunto una preoccupante gradazione giallognola. “Due…?” Oh, Cristo, non è un sogno. “Raggiungimi alla centrale! Due morti viventi in fase di risveglio! Hai capito?” “Si… si, Alan. Alla centrale?” “La camera operatoria! Datti una mossa, manca poco al risveglio!” “Si… Sì, arrivo…” disse Stefàn sentendosi leggermente più orientato alla realtà. “Com’è possibile?” “Ti spiegherò tutto dopo. Tu fai prima che puoi.” “Alan, le guardie? Cosa gli dico?” “Non c’è più nessuno. Devi fare da solo. Ricordi i codici?” “Si, credo di si…” “Allora sbrigati!” “Va bene, arrivo.” “Stefàn, aspetta! Che succede se si svegliano prima?” “L’exciter…” “L’ho iniettato subito dopo il trattamento.” “Tarderà l’effetto… avresti dovuto iniettarlo prima!” “Lo so, lo so! Che faccio se si svegliano?” “Barricati da qualche parte e prega che non ti trovino.” “Dio mio…” “Alan, che diavolo succede, chi c’è con te? Chi ha fatto il trattamento?” “Dopo, Stéfan. Dopo!” Alan interruppe la conversazione puntando le nocche contro il banco di regia. Inspirò profondamente e osservò i due corpi esanimi oltre il vetro dell’anticamera d’osservazione. Le coperte in cui li aveva avvolti e le maschere d’ossigeno dipingevano un quadretto post-apocalittico di cui era il solo spettatore. Era come se i due giovani si fossero sedati mesi prima, in attesa che una nube tossica si disperdesse nell’aria o fosse neutralizzata da un acquazzone provvidenziale. Era più facile contestualizzare gli scenari sulla Terra, dove gli agenti atmosferici e i trascorsi dell’uomo fornivano materiale sufficiente per fantasticare sulle fobie catastrofistiche d’ogni epoca. Alan non se la sentiva di scappare; senza neppure capacitarsene, aveva già preso una decisione che stava per mettere a repentaglio la sua vita. Sapeva come fuggire dalla centrale, sapeva rimettere in moto il veicolo corazzato e fare ritorno sulla Colonia indenne, come se nulla fosse accaduto. Non poteva lasciare che le due giovani cavie morissero di stenti, s’uccidessero a mani nude o si liberassero trovando da soli l’uscita verso la morte. No, non poteva farlo. Guardò la ragazza e pensò che non avrebbe mai avuto modo di terminarle il racconto. E questo non era sicuro che fosse un bene. Se Ruth avesse saputo ciò che l’aspettava, forse avrebbe fatto di tutto per farla finita prima dell’intervento. Si era svegliata sul lettino, con ogni parte del corpo immobilizzata, come avrebbe potuto lasciarsi morire? Alan aveva sentito di un ragazzo che si era massacrato a morsi la lingua e si era lasciato soffocare dal suo stesso sangue. Ci si poteva auto-indurre un infarto? Ci si poteva sforzare fino a farsi esplodere un’arteria cerebrale? Ma che diavolo sto pensando? Scrollò il capo e pensò piuttosto a quello che sarebbe accaduto a Ruth e al militare di cui non ricordava neppure il nome. Avevano subito un trattamento incompleto, simile ai primi esperimenti condotti sugli uomini. Non era stato del tutto sincero ripercorrendo la storia della centrale; aveva omesso quei piccoli particolari che

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avrebbero reso le verità più scomode. Era stato chiaro fin da subito che l’uomo non avrebbe reagito come gli altri mammiferi. Nella prima fase, lo studio si era incentrato sulle potenzialità recettive delle specie animali e gli esperimenti avevano dato vita a creature mansuete, adattabili ad ambienti, specie e contesti relazionali naturalmente avversi. Le cavie interagivano positivamente se venivano sottoposte a stimoli sonori, tattili e olfattivi. Era stato possibile ricostruire il patrimonio di sopravvivenza di un animale anche dopo averlo privato degli istinti primari conquistati in millenni d’evoluzione. L’idea nascosta, quella tenuta sussurrata persino tra le bocche degli scienziati della centrale, era che qualcosa un giorno andasse incredibilmente storto e che gli esperimenti dessero vita a uno scenario nuovo e inaspettato per il futuro della specie umana. Il primo soggetto era arrivato sulla Luna senza nome, età o provenienza, come se fosse nato defunto e le sue carni si fossero sviluppate in forma adulta su una fredda lettiga d’ospedale. Era giovane in realtà, troppo giovane per essere ignorato dal mondo intero. Gli scienziati della Sezione F lo avevano chiamato Jonathan senza apparente motivo. I soggetti giungevano sulla Colonia in stato comatoso irreversibile e privi di storia clinica. Si supponeva che sulla Terra i componenti della C.I.B.S., la Commissione d’Individuazione per il Bene Scientifico, sapessero fare il loro lavoro e si procedeva con l’esperimento senza remore morali d’alcun tipo. Jonathan era stato il primo ad essere trattato, forse sullo stesso tavolo operatorio su cui ora giaceva inerme il corpo di Ruth. Alan ricordava il primo esperimento, era stato presente e aveva assistito a decine di proiezioni dell’accaduto, quando ancora non si sospettava che quel qualcosa di magnificamente inaspettato si fosse realmente rivelato. E invece die Türen der Wahrnehmung, le porte della percezione, erano state nuovamente aperte. Jonathan si era risvegliato in poco meno di trenta minuti in compagnia di un medico e di due tecnici di laboratorio che stavano monitorando i suoi parametri vitali. Alan Lobe e Stefàn avevano invece osservato la scena dall’anticamera protetti dallo spesso strato di vetro armato. Jonathan aveva aperto gli occhi alla luce e si era lentamente liberato degli elettrodi e delle canne d’intubazione che lo agevolavano nel respiro. I medici, i tecnici e tutti gli osservatori avevano assistito alla sua resurrezione esterrefatti e incapaci di reagire. I tre scienziati erano stati travolti dalla sua furia senza controllo ed erano morti in preda a forza e velocità disumane. La camera operatoria era stata distrutta da un vortice di violenza che aveva devastato ogni attrezzatura; Alan aveva visto fumo e sangue mischiarsi a mezz’aria e assestarsi solo quando Jonathan aveva permesso alla quiete di tornare sovrana. Solo grazie alle ventole d’aspirazione e ad una finissima pioggia antincendio, la foschia paludosa si era diradata, permettendo agli osservatori incolumi di gustarsi inorriditi la sua fine atroce. La sagoma di Jonathan, fattasi limpida e pericolosa, aveva appoggiato testa e mani sul vetro d’osservazione e aveva iniziato a spremersi contro di esso, come a poterlo attraversare senza dolore. Il rinforzo armato aveva avuto la meglio, cute e cranio si erano rotti, sprizzando riccioli di sangue dappertutto. Aveva continuato a spingere finché del viso e delle mani non era rimasta che poltiglia deturpata; così Jonathan, il primo esperimento umano, aveva dato fine alla propria resurrezione. Alan osservò i corpi dei giovani e pregò che la soluzione iniettata nei loro corpi facesse effetto prima del tempo. L’exciter era un derivato sintetico dell’endorfina, il solo composto ad aver tenuto sotto controllo la reazione aggressiva dei soggetti che, da Jonathan in avanti, erano stati definiti “morti viventi”. Non sapeva come avrebbero reagito l’uno nei confronti dell’altra; era la prima volta che due persone venivano trattate contemporaneamente, e la prima volta che si interveniva su un soggetto perfettamente in salute. Poteva accadere qualsiasi cosa. E sarebbe accaduto molto, molto presto. Ruth fu la prima ad aprire gli occhi; il soldato la imitò esattamente sette secondi dopo. Le cinghie che li tenevano saldi al tavolo operatorio iniziarono a sfilacciarsi. Alan

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Lobe era nascosto a terra e ascoltava attraverso gli altoparlanti il risveglio dei due “morti viventi”. Nell’anticamera si udì qualcosa che veniva strappato. Alan non ebbe bisogno di issarsi e sbirciare per capire che uno dei due soggetti era riuscito a liberarsi un arto e, nel farlo, non aveva emesso un solo lamento scorticandosi la pelle sino all’osso. 46 Klaud imboccò il corridoio sulla sinistra, pedinando la macchina lungo un tunnel di roccia molto simile a quello che lo aveva condotto alla biblioteca dell’anfiteatro, da qualche parte sopra le loro teste. Non poteva che ammetterlo: la macchina parlava in modo dannatamente convincente. Il colono di Marte, Ektor, l’aveva messo in guardia. Possono assumere forma e sostanza che desiderano. Faranno di tutto per terrorizzarci e giocare con i nostri sentimenti. Non permetterglielo. Le macchine che aveva combattuto in guerra erano qualcosa di così diverso… Non parlavano con voce umana, non ingannavano gli occhi. Loro attaccavano, uccidevano; ed ora, per quanto assurdo sembrasse, sarebbe stato meglio fronteggiarla ad armi impari pur di non camminarle dietro come uno scolaretto disorientato. Giunti a un vicolo cieco oltre il quale non era più possibile procedere, la guida voltò il suo corpo tozzo e mal assemblato ed espose alla fioca luce dei sotterranei il suo volto paffuto dal sorriso troppo facile. Klaud sentì una chela ghermirgli l’esofago e stringere, sul punto di trafiggerlo. “È una trappola…” Lo disse con la voce di chi prega d’essere solo un falso profeta. “Una trappola? Oh, no, proprio no.” La macchina rise, scuotendo la mano velocemente in segno di diniego. “Sbatta le palpebre lentamente, per favore.” “Come?” “Le palpebre. Chiuda gli occhi e li riapra.” Klaud non si rese neppure conto d’averlo fatto. Fu un riflesso incondizionato e accadde così velocemente da farlo crollare a terra in uno stato simile a quello di shock. Si guardò attorno allibito, piegandosi e stringendosi la spalla destra dentro cui era appena sfociato un dolore che gli aveva messo a fuoco la clavicola. Era come se qualcuno lo avesse trascinato per il braccio lungo una rampa di scale in salita. Si trovava in un posto completamente diverso. Era bastato un battito di ciglia e il corridoio cavernoso aveva lasciato spazio alla luce e ad un soffitto dall’altezza indefinibile. Si sentiva tramortito; alzò e scosse la testa, in preda a una terribile sete che gli arroventava la gola. “Deve perdonarmi, Klaud” disse la macchina piegandosi sulle ginocchia. “Per questioni di sicurezza, non sfiducia, non mi è possibile mostrarle i nostri itinerari.” Gli porse un bicchier d’acqua. “Beva lentamente.” “Che cosa mi avete fatto?” L’acqua gli andò di traverso e tossì dolorosamente sotto gli occhi severi della macchina. “È rimasto sedato per diversi minuti, durante i quali l’abbiamo trasportato. La sete è un riflesso della ghiandola salivare, le passerà in un minuto.” “Mi avete sedato?” chiese incredulo. “Klaud, non può immaginare quanto sia semplice condizionare il vostro stato di coscienza. È una delle capacità che abbiamo acquisito studiandovi negli anni. È frustrante che siate solo in grado di conoscere la minima parte del vostro cervello.” “Una buona ragione per sterminarci...” Klaud si mise carponi e si alzò faticosamente con la vista ancora offuscata. La macchina lo fissò per diversi istanti. “Non mi costringa ad addormentarla di nuovo.” Klaud mantenne il suo sguardo indecifrabile finché la macchina non scosse la testa. “Non mi guardi in quel modo, Klaud. È una battuta. Mi segua, voglio mostrarle una cosa.” Klaud non lo sapeva, ma stavano attraversando un laboratorio gemello a quello visitato da Nate, con tavole e strumenti da laboratorio decisamente troppo grandi per

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essere maneggiati da soggetti dalla statura umana. Gli tornarono di nuovo in mente le parole di Ektor e le dimensioni abnormi degli ominidi dalla mascella assassina. Fu improvvisamente certo che là sotto, chiunque vi lavorasse, avrebbe avuto il potere di svegliarlo in preda al tormento per molte e molte notti a venire. “Dove sono tutti?” chiese massaggiandosi la spalla dolorante. Si sentiva come dopo un’anestesia totale di diverse ore. Qualsiasi cosa gli avessero fatto, comunque e ovunque l’avessero trasportato, c’era qualcosa di profondamente segreto in tutto ciò che gli veniva mostrato. Iniziava a sentirsi un vero idiota per aver dubitato delle parole di un uomo per quelle di una macchina. “Tutti?” “I suoi simili, o chiunque lavori qui sotto.” “Oh. Riprenderanno non appena saremo passati. Preferiamo che lei non veda la produzione ancora. Come ho già detto, non vogliamo fraintendimenti di alcun tipo.” “Quale produzione? La produzione di cosa?” “Klaud…” La macchina gli sorrise senza rispondere. “Non vi viene in mente che tutto questo non fa che insospettirmi?” “Imparerà a non dubitare di noi.” Il medico scosse la testa. “Lei ha grande valore, Klaud. In qualità di uomo e di scienziato. Abbiamo tanto da mostrarle, ma ancora non possiamo permetterci di esporla alle nostre scoperte. Deve imparare ad avere fiducia in noi e le giuro” si voltò e lo fronteggiò con lo sguardo più sincero che potesse modellare, “le assicuro che avrà un ruolo fondamentale nella salvezza della razza umana.” Ora stavano camminando sul ciglio di quello che sembrava il bacino di varo di un transatlantico. Era così vuoto e così incredibilmente immenso da provocare in Klaud un gemito di paura pensando a ciò che era stato costruito e a quante vittime doveva aver provocato in guerra. Il medico tentò una volta di chiedere delucidazione ed ebbe in risposta il solito, placido sorriso di gomma della macchina. “Perché salvarci dall’estinzione?” chiese quindi. “Se siete in grado di vivere da soli, perché non vi liberate di noi?” “Ancora una volta, Klaud: voi non siete il nostro nemico. La gente di cui parlavo prima, loro sono i nostri nemici. Uomini che hanno cercato di sconfiggere la morte pur d’essere simili a ciò che considerate macchina.” “Ma non è proprio quello a cui cercate di giungere? Non ci state proprio ora trasformando? Che cosa vi rende diversi?” “Noi intendiamo salvarvi, Klaud. Loro si reincarnano con il solo obiettivo di distruggerci. Non hanno a cuore il destino più grande dell’uomo. Si rifiutano di credere che la nostra soluzione sia la sola che vi possa portare la salvezza. Preferirebbero perire e vedervi perire! Non ha idea di cosa desideriamo per il futuro dell’uomo.” Parlava con occhi vitrei e sognanti. “Non ha davvero idea di cosa lei stesso potrà divenire. Siete i nostri creatori, Klaud. Se possiamo creare le condizioni perché la razza umana continui ad esistere, vogliamo darvi una seconda possibilità.” “Continuerò a non capire finché non si deciderà a darmi rispose più comprensibili.” “In ogni uomo ci sono molte chiavi che ancora non sono state girate. Grazie a ognuno di voi riusciremo a comprendere ciò a cui noi non potremo mai aspirare.” “Le nostre menti inferiori possono esservi d’aiuto?” “Non sia sciocco, Klaud. Pensi alla vita, ad esempio. L’uomo può aiutarci a comprendere la vita. Questo è sufficientemente chiaro?” “Si metta in fila, allora” disse Klaud ridendo. “Sono millenni che cerchiamo di dare significato alla vita. Ha mai sentito parlare di religione?” “Non ci sottovaluti, Klaud” disse la macchina voltandosi con sguardo inflessibile. “Conosciamo bene la vostra storia.” Il medico si stava mantenendo in equilibrio su una sorta di passerella sospesa nel vuoto. Era un ponte lunghissimo, costruito con lastroni di pietra e catene di metallo eccezionalmente leggero; procedeva sospeso verso il centro del bacino rimpicciolendosi fino a una dimensione allarmante. Almeno sette coppie di torri scheletriche salivano dal fondo a intervalli regolari e sostenevano il ponte

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plasmandone il profilo ondulato in archi sinuosi. “Come si chiama?” chiese Klaud con diverse gocce di sudore per lobo. Non aveva mai sofferto di vertigini, ma solo poche ore prima era sopravvissuto a un volo tra le profondità della Terra inspiegabilmente illeso. Ciò non lo rendeva certo un fanatico dell’altitudine. “Come?” chiese la macchina. “Ha un nome?” “Io? Oh…” Sembrava sorpresa. “Ho avuto tre nomi durante le mie esistenze sulla Terra. Sono stato un Safran, sono stato un John e un Martin. Può usare uno di questi tre nomi, se desidera chiamarmi.” “John” decise Klaud col fiato mozzato per la tensione. “Molto generico. Le si addice.” “John sia. Venga, siamo arrivati.” Giunti alla quarta coppia di torri, Klaud si rese conto di non aver guardato in basso per tutto il tempo che aveva trascorso a mezz’aria. Quando lo fece, vide qualcosa sotto di loro: una sorta di perimetro o recinto simili a quelli che, da bambino, aveva visto in un parco zoologico per animali feroci. “Scendiamo di qualche metro” disse John, la macchina. “Voglio mostrarglielo più da vicino.” Indicò una scaletta di legno che scendeva lungo tutta la torre e invitò il medico a fare il primo passo. Klaud dovette farsi coraggio per togliere il piede dalla passerella, sporgersi e afferrare ben saldo il primo piolo della scala chilometrica. “Scenda fino alla prima piattaforma” disse la macchina. “Sarà sufficiente. Io la seguirò.” Fu una discesa estenuante. Gli appoggi erano fin troppo distanziati e sembravano allontanarsi l’un l’altro ad ogni metro percorso. S’immersero nel bacino per qualche minuto e Klaud rimase senza fiato quando, raggiunta la piattaforma di sicurezza, si rese conto che avevano percorso solo un quarto della sua profondità. Capì solo in quel momento che il recinto si trovava a dieci, forse quindici metri più in basso ed era stato costruito, sospeso e sostenuto tra le due torri. Era fatto di materiale trasparente con le giunture rinforzate e rivestite d’acciaio. Copriva un’area di forse un centinaio di metri quadrati ed era disseminato di scarti metallurgici che sembravano costituirne gli elementi paesaggistici. Si sporse sul parapetto della piattaforma e guardò in basso, sul punto di chiedere perché fossero scesi all’interno del bacino. Le parole gli morirono in gola quando notò un ammasso di stracci attorno a qualcosa di simile a un grosso nido d’acciaio filamentoso; al suo interno, in posizione fetale, giaceva un ragazzo nudo, sporco e mal nutrito. Si era costruito una sorta di protezione con alcuni dei rottami metallici che qualcuno doveva aver calato nel recinto. Klaus si sporse e afferrò il piolo della scala, come per raggiungerlo. “Non lo faccia” lo mise in guardia John, la macchina. “È un ragazzo! È ancora vivo!” “Ma certo.” “Mi faccia scendere!” “No, mi dispiace. Non le è permesso.” “Per l’amor di Dio, sono un medico, John. Mi faccia scendere, ha bisogno di cure.” “Voglio solo che non si metta in pericolo, Klaud” disse la macchina. “Le assicuro che il ragazzo è in perfetta salute, lo è sempre stato. Stia a guardare.” Il ragazzo ebbe uno scatto improvviso, come se fosse stato svegliato bruscamente. Si guardò attorno, ancora ignaro dei due turisti sopra la sua testa. “Hey! Tutto bene? Stai bene?” gridò Klaud non appena il ragazzo si era destato. John guardò malamente il medico, ma non disse altro. “Mi senti?! Stai bene?!” Il ragazzo guardò in alto ed ebbe una reazione che Klaud poté solo definire selvatica. Scattò sulle ginocchia all’indietro e iniziò a emettere un lungo mormorio gutturale, nascondendosi sotto le ferraglie della sua tana. Studiava i due intrusi come avrebbe fatto un animale braccato tra i rovi. Klaud rimase ad osservarlo qualche secondo con tristezza.

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“È uno dei diseredati…” disse guardando di sotto. “No. Anche se il suo comportamento può trarre in inganno” disse John. “Non è un disadattato, o dei relitti umani, come li chiamate. È nato in questo laboratorio diciassette anni fa.” Klaud si voltò verso la macchina e la guardò accigliato. “Ha mai sentito parlare dell’esperimento proibito?” Klaud scosse il capo. “È una espressione coniata dalla vostra comunità antropologica intorno al ventesimo secolo, quando furono scientificamente riconosciuti alcuni casi di ragazzi selvaggi: giovani uomini cresciuti senza contatto umano in alcune aree selvagge del mondo, sopravvissuti integrandosi in un diverso contesto animale. Uomini o donne cresciuti come lupi, cani o scimmie. Furono episodi molto utili per comprendere lo spirito d’adattabilità dell’essere umano, ma furono anche fonte di ispirazione per studi più importanti sulla vostra natura. Gli antropologi si chiesero cosa sarebbe accaduto all’uomo se fosse nato e cresciuto senza alcun contatto civile, in un ambiente artificiale. Cercavano l’originaria essenza umana, la prima natura dell’uomo, quella non influenzabile da condizionamenti ambientali o di relazione. Mi segue?” Klaud non rispose. Muoveva gli occhi come se la sua mente stesse elaborando un calcolo a venti cifre. “Mi segue?” ripeté la macchina. “John. Mi sta parlando di mera speculazione scientifica” disse lentamente. “Quello che avete fatto a questo ragazzo… Questa è pure follia. Questo è… male.” “No, Klaud. Questo ci aiuta a capire.” “Gli uomini non farebbero mai una cosa simile… Questa è aberrazione, John. Se ne rende conto?” “Non sottovaluti i suoi simili, Klaud. Avete inflitto mali molto peggiori. Questo non è che un prodotto del vostro pensiero. Non è che uno dei vostri animali in gabbia.” “Questa è una vita, John” disse Klaud indicando verso il basso. Sentì il sangue salirgli istantaneamente in gola e pompargli rabbia nel cervello. “Volete capire la vita? Questa è una vita!” “Non si lasci alterare dalle emozioni e riprenda il controllo, per favore.” Klaud lo ignorò. Si avvicinò alla macchina, montando furia in ogni capillare del suo corpo. “Questo ragazzo aveva diritto a una vita di cui è stato privato!” urlò in faccia alla macchina. “Tutte le persone che avete ucciso avevano una vita!” Visse un black-out che non avrebbe più ricordato. Afferrò la macchina per il collo e iniziò a stringere con più forza di quanta ne avesse mai avuta a disposizione. “La mia famiglia!” sputò in faccia a John. “I miei figli! Brutto pezzo di merda. I MIEI FIGLI!” Si svegliò di nuovo a terra, di nuovo al buio, in un ambiente totalmente diverso da quello in cui era stato sedato per la seconda volta. La spalla urlava di nuovo pietà e la sete, che questa volta non venne placata, sembrava avergli gonfiato la lingua fino al soffocamento. Ruotò su se stesso lamentandosi e sentì che John era ancora in piedi al suo fianco. Era stato lui a rievocarlo nuovamente dal sonno. “Curioso, ma giustificato, che abbia associato il comportamento del ragazzo a quelli dei disadattati…” disse la sua voce tuonando nel buio. “Si comportano nello stesso modo. L’uomo alla sua origine e alla sua rovina assume gli stessi atteggiamenti ostili verso qualsiasi altro essere vivente. Incapace di sostentarsi e di sopravvivere, se non per brevi barlumi di reminiscenze del suo passato civile. Siete animali e per natura siete ostili, Klaud. Potete sopravvivere al tempo che vi è stato concesso, ma per farlo dovete cambiare. E il vostro declino potrà cessare solo con il nostro aiuto. Se state cambiando, e ce la farete, sarà per merito nostro.” Klaud non disse nulla. Respirava a fatica e non pensava neppure d’avere capacità vocali. “Lo sa come vi siete distinti dagli animali?” continuò John. “Lo sa come si è evoluto il cervello umano?”

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Klaud scosse la testa, senza sapere se la macchina potesse notare il suo movimento. “Un singolo uomo, Klaud. Una mutazione. Un solo difetto genetico ha dettato la supremazia umana su tutte le creature della Terra. L’ultimo balzo evolutivo dell’uomo è stato possibile grazie all’indebolimento del vostro muscolo mandibolare. Ciò permise di modellare la vostra scatola cranica dando maggiore spazio al vostro sviluppo cerebrale. Fu un difetto a concedervi inventività e intelligenza nel procacciamento delle vostre prede. Da allora vi siete solo perfezionati.” Un punto di luce nacque istantaneamente dall’alto, come se sorgesse dalla singola mattonella di una cupola apocalittica. La lama di luce si ingrandì illuminò un cerchio di terra a pochi metri da Klaud. “Il tempo del perfezionamento è finito. Oggi inizia l’era del cambiamento. La guerra e la nostra selezione hanno reso possibile la nascita di un uomo nuovo, capace di sovvertire le regole imposte dall’universo. Guardi con i suoi occhi. Lei è molto importante per noi. Lei sarà il primo, Klaud. Primo uomo e primo testimone della nuova generazione di esseri umani. Chiuda gli occhi e guardi la luce.” Il cerchio di luce si mosse lentamente verso di lui e irruppe sul suo corpo. Ebbe la tentazione di arretrare sulle gambe, temendo che i suoi vestiti o la sua stessa carne prendessero fuoco. Chiuse gli occhi, invece, come gli era stato suggerito, e si protesse il volto con le mani mentre la luce lo raggiungeva alla testa. Il suo campo visivo, protetto dalle palpebre e dai palmi rivolti come per chiedere grazia, venne invaso da piccoli bagliori sfuggenti. Scintille e piccole esplosioni di luce, come se tanti minuscoli flash stessero radiografando la porzione frontale del suo cervello. “Che cos’è…” gracchiò con gli occhi ancora serrati. “È il cambiamento, Klaud” rispose la macchina. “Finalmente ha avuto inizio.” 47 L’ultima volta che Nikolaj aveva avuto una donna ai suoi piedi, si trovava nella sua stanza, in compagnia di un visore di simulazione e una spugna imbevuta di lozione miracolistica. Doveva però ammettere che Izabel aveva molta più classe dell’attrice che si era immolata per lui nei lunghi momenti di solitudine sulla Colonia. Persino ora, esaminando il gonfiore del suo ginocchio con occhio critico, emanava una fragranza principesca, forse per via dei lunghi capelli ramati, o forse per la morbidezza carnale delle sue proporzioni, leggendarie agli occhi di Nikolaj. Era tra i pochi uomini che sapevano celare l’apprezzamento estetico dietro il puro terrore; non era mai stato in grado di confrontarsi con un viso di donna, nemmeno uno alla sua portata. Izabel era apparsa sulla banchina della fermata come una visione celestiale; non c’era da stupirsi se ora Nikolaj sembrava sul punto di morire ghigliottinato. “Abbiamo un Cuor di Leone.” Alzò gli occhi e gli sorrise. Nikolaj era seduto sul ciglio di un lettino da visita ospedaliero; la stanza era ampia e circolare, illuminata da solo un paio delle decine di faretti che sormontavano le sessioni operatorie, e sembrava dotata di tutto il necessario per un’équipe chirurgica della massima eccellenza. Iz era piegata sulle gambe e tastava delicatamente il ginocchio gonfio di Nikolaj, in fase apoplettica, con l’espressione irrigidita di chi è in preda al dolore. Qualcosa venne mosso tra i suoi legamenti e due grosse lacrime per occhio nacquero copiose. “Sembra solo una brutta distorsione” disse Izabel alzandosi in piedi. “Un mese di riposo e camminerai meglio di prima.” Si diresse verso un armadietto ed estrasse una bustina bianca di polvere che fece sciogliere in acqua; assunse un colore violaceo poco invitante. “Antidolorifico” disse porgendogli il bicchiere. “Dovremo estrarre un po’ di liquido per accelerare la guarigione.” Nikolaj aggrottò le sopracciglia per qualche istante prima di capire. “Dal ginocchio?” Inghiottì una sorsata d’acqua facendo troppo rumore. Lei annuì. “Stai tranquillo. Filippo ha una mano santa, non sentirai nulla.” “Filippo è un medico?” La nausea iniziò a dominare il suo stomaco.

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“Non proprio” rispose lei. “Ma se la cosa può aiutarti, diciamo che è un talento naturale.” Nikolaj rimase in silenzio per qualche minuto mentre Izabel prelevava campioni di medicinali e li posizionava in ordine su un vassoio d’acciaio. Osservandole di sottecchi le forme, Nikolaj si rese conto di quanto fosse vestita leggera e di come la temperatura sotterranea fosse decisamente mite rispetto al gelo che avevano patito in superficie. Indossava un paio di pantaloni di cotone color panna e una magliettina marrone che le si increspava magnificamente tra i seni. Taglia senza pretese, ma decisamente di suo gusto. “Tu non parli molto, vero?” chiese lei ancora di spalle. Nikolaj venne colto alla sprovvista e distolse subito lo sguardo, come se lei potesse sentire i suoi occhi a fior di pelle. “Io?” chiese sfregandosi le mani sulle cosce. “No… non proprio. Non mi sento molto a mio agio…” …con le donne, avrebbe dovuto continuare. “È un peccato” disse Iz. “Sembri un uomo interessante.” Nikolaj non ebbe più controllo sul suo volto. Fortunatamente Izabel si sarebbe voltata solo quando la sua espressione inebetita si era già smorzata in “sofferente”. “Io, beh… Non ho molti contatti con altre persone. Il mio lavoro… non lo prevede.” “Di che lavoro si tratta?” “Oh… Sono una specie di programmatore per la Colonia.” “Ne so quanto prima, Nikolaj.” “Vero. Io, beh… intervengo quando ci sono guasti nei sistemi informatici che regolano i cicli di iterazione geofisica della Colonia…” Izabel voltò la testa e rimase ad osservarlo in silenzio senza bisogno di commentare. Si voltò di nuovo e tornò a riempire il vassoio con un vasetto colmo di una soluzione cremosa dalla tonalità giallastra. “Ad esempio” s’affrettò a dire Nikolaj, “controllo i valori di fotosintesi delle piante…” “Oh…” “…e l’alternanza di luce diurna alle fasi notturne…” “Quindi” lo interruppe Izabel, “sostanzialmente riproduci gli effetti della rotazione terrestre sul clima della Colonia.” “In parte... Sì.” “Carino…” commentò lei voltandosi con il vassoio tra le mani. “Vedi? Fai un lavoro interessante. E poi i tuoi occhi…” “I miei occhi?” “Hanno un colore antichissimo quanto il ghiaccio. Sono bellissimi.” “Davvero?” Sentì una vampata che gli colorava istantaneamente il viso. Si sarebbe fiondato volentieri in qualche nascondiglio in attesa che il sangue smettesse di ribollirgli nel collo. “Grazie… anche i tuoi, però… Belli, davvero belli. Io…” Scosse la testa interrompendo il balbettio, sostenendosi la fronte sudata con una mano. “Scusa.” “I complimenti sono il tuo forte…” disse lei con un sorriso. “Direi di no” Nikolaj riuscì finalmente a guardarla negli occhi più rilassato. Il seguito sarebbe andato certamente meglio se non avesse dato anche un’occhiata al contenuto del vassoio, dove otto piccole siringhe trasparenti e alcuni flaconi di crema vi erano stati disposti ordinatamente. Nikolaj ebbe solo la forza di indicarli. “Perché?” riuscì a dire. “Ed io che pensavo d’averti visto terrorizzato” scherzò lei. “Sono tutte per me?” “Si, ma non solo. Sono iniezioni cicliche che devono fare tutti gli abitanti della Foce. È una sostanza inibitoria per le ghiandole sudoripare del nostro corpo.” “Oh…” Nikolaj ricordava l’avvertimento di Alma durante la loro fuga dalle macchine volanti. “Il loro olfatto” continuò Izabel indicando la superficie con il mento, “è sensibilissimo alle nostre secrezioni. Riusciamo a schermare la Foce ai loro sonar, ma riusciamo a farlo solo tenendo sotto controllo il nostro sudore. Se non lo facessimo, le macchine

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sentirebbero puzza di stalla a un centinaio di chilometri di distanza.” “Non posso usare la polvere marrone?” Lei sorrise, come se avesse di fronte un paziente bambino. “Non è la stessa cosa, Nikolaj.” “D’accordo” disse lui, con un sospiro. “Ok, d’accordo.” “Dovresti denudarti, per favore” continuò Izabel. Lui provò una fitta di vergogna nel petto e chiuse gli occhi per poco più di due secondi, sull’orlo di nuove lacrime. “Inizierò con le ghiandole ascellari e quelle inguinali. Ma non preoccuparti, non sentirai nulla. Sarai anestetizzato localmente.” Nikolaj dovette formare un’espressione tanto penosa da smuovere in lei una sorta di corda materna che la commosse. “Nikolaj… sono una infermiera.” Si voltò e iniziò ad ispezionare una vetrina colma di strumenti chirurgici, inaspettatamente in disordine. “Chiamami quando hai fatto.” Nikolaj si tolse i vestiti il più in fretta possibile, di nuovo con l’espressione di un condannato al patibolo. Si sentì letteralmente una merda, non c’era altra espressione che dettasse meglio i suoi sentimenti. Guardò il suo corpo nudo, grosso e flaccido e provò una commiserazione così dolorosa da mozzargli il respiro, la stessa con cui avrebbe tanto voluto osservare qualcun altro, un amico da accudire magari, o un nemico da canzonare. L’avrebbe fatto sentire così dannatamente meglio… È un bene, si disse. È il miglior bene che mi sia capitato, ripeteva mentre si scopriva le piccole vergogne che avevano trovato rifugio nella sua cute in eccesso sin da adolescente. Si sdraiò supino e guardò i due faretti luminosi sopra di sé coprendosi il pube con entrambe le mani. Avrei dovuto dirle che sono un formidabile scassinatore, pensò prima di richiamarla al suo dovere di infermiera. Izabel si avvicinò e gli sorrise celando l’imbarazzo come meglio poteva. Il grasso mi deborda sul lettino… pensò Nikolaj stringendo i denti e maledicendosi come mai aveva fatto. Lei lo sta guardando. “La crema è un anestetico” spiegò Izabel alzandogli delicatamente una delle braccia gelatinose che gli coprivano il pene. “Non ti farà sentire neppure la puntura dell’ago.” Fu allora che Nikolaj prese una decisione. Davanti a Dio e davanti a tutta l’umanità perduta, giurò di voler eliminare tutto il suo abnorme peso in eccesso. Tutto. Sino all’ultimo grammo. E se non fosse riuscito a farlo, non fosse riuscito a dimagrire fino a potersi vedere le ossa dello sterno, si ripromise che l’avrebbe fatta finita proprio in quella camera operatoria. Con uno strumento chirurgico qualsiasi. Un bisturi forse, si; un bisturi sarebbe stato la soluzione ideale. Dopo la visita al centro operativo della Foce, Filippo li aveva gentilmente scortati in un quartiere non lontano, dove avrebbero occupato un alloggio provvisorio in attesa di un’assegnazione più durevole. Si era trattenuto giusto per salutarli e dir loro che sarebbe tornato a prenderli più tardi, accompagnato da Nikolaj. Il luogo del trattamento distava solo una fermata di cammino. Charlie si stava guardando attorno frastornato, con i timpani ottenebrati da un ronzio di fondo e dalla spossatezza che aveva accumulato negli ultimi due giorni di viaggio. Gli era bastato accomodarsi per pochi minuti e aveva sentito le proprie membra intorpidirsi e pretendere molte, meritate ore di riposo. In tutta la sua vita non si era mai sentito tanto debole; era seduto su una comodissima poltrona di velluto che gli solleticava il sonno, in mano teneva una tazza di tè caldo e ruotava lentamente un’asticella di ceramica nel liquido zuccherato, scandendo limpidamente ogni passaggio in senso antiorario. Assaggiò il tè e lo trovò squisitamente saporito, ma sufficientemente caldo da risvegliargli i sensi con un grugno di dolore. Damiano era ancora in piedi intento a riflettere, appoggiato a quella che sembrava la piccola cucina di un accampamento militare. Era interamente ricoperta d’acciaio e colorava di specchi il piccolo appartamento che avrebbero occupato nei giorni a venire. Oltre al salotto con angolo cottura a vista, avevano a disposizione due camere

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da letto arredate in legno grezzo e un bagno di servizio a cui erano stati decisamente lieti d’aver fatto visita, più di venti minuti a testa. Il cuoco gli stava di fronte e guardava un punto perso nel vuoto, sorseggiando un bicchier d’acqua che proveniva dal fiume della Milano devastata. Il torpore aveva colto anche lui, tuttavia era venuto secondo a una sensazione più grande ed irreale: semplicemente, non gli sembrava plausibile essere là sotto. Si stava dissetando a chissà quanti metri sotto la superficie terrestre, su cui solo le macchine avevano piede libero, in un alloggio che aveva tutto dell’ordinario fuorché stipiti e finestre, profugo di una guerra che neppure aveva combattuto. “Questo malessere…” disse Damiano all’improvviso, ruotando le dita davanti allo stomaco. “Come?” Fu come se Charlie fosse stato schiaffeggiato nel sonno. Ancora pochi secondi e si sarebbe procurato una bella ustione su tutto il basso ventre. “Lo senti anche tu?” Charlie scosse la testa rizzandosi sul posto. “Veramente no… Ti senti male?” “No…” disse Damiano con le gote increspate di chi si sente in difficoltà. “Non è fisico. O almeno credo. È strano…” “Un disagio?” chiese Charlie. “Una specie, si…” “Non è solo la stanchezza?” “No” disse Damiano. “Ma forse è solo un complesso di noi allunati…” “Io so solo d’essere sfinito” disse Charlie cercando d’essere d’aiuto. “E grato d’essere ancora vivo.” “Già…” disse Damiano. “Anche se ho come la sensazione di non essermela guadagnata…” “Che cosa?” “La sopravvivenza” spiegò. “L’avercela fatta fino a qui. Hai visto cos’hanno fatto, cos’hanno costruito?” “Da non crederci” ammise Charlie. “Forse è per questo che mi sento male…” disse Damiano. “Per tutto questo?” “No” disse seccamente. “Per quello che noi NON abbiamo fatto.” Charlie si prese qualche istante per metabolizzare il cambiamento d’umore di Damiano. “Beh, ma alla fine siamo tornati…” “Solo perché avevamo un folle al potere che, chissà per quale motivo, è stato abbastanza sfrontato da approvare la missione.” “Quello che voglio dire…” cercò di spiegarsi Charlie. “Io penso proprio che conti solo il fatto d’essere tornati… Non credo che il passato conti a questo punto. Che altro potevamo fare sulla Colonia?” “Non fraintendermi, Charlie” disse Damiano. “Ma hai sempre vissuto in un luogo privo di prospettiva. Può sembrare l’ideale in gioventù, ma crescere in un’oasi protetta non aiuta certo a confrontarsi con ciò che accade realmente nel mondo.” “Che altro potevo fare?” sbottò Charlie, insolitamente colorito. “Tornare sulla Terra da solo? Volando?” Damiano mugugnò inghiottendo l’ultima sorsata del bicchiere. “Non voglio certo attaccare te.” Cercò di allentare la tensione che gli aveva irrigidito il volto. “Voglio solo farti capire che la verità è molto più puttana di quanto sembri. E ne sono all’oscuro quanto te. Quello che voglio dire è che, con molta probabilità, potevamo fare qualcosa, molto tempo prima, ma non ci è stato permesso. Guarda invece loro cosa sono riusciti a fare. E in guerra!” “Tornare prima? Subito dopo gli attacchi?” Charlie ricordò la conversazione che avevano avuto in piena notte sulla nave, quando aveva conosciuto Damiano. Lui e il Consigliere Davon si erano battuti per un ritorno tempestivo sulla Terra. “Non solo. Davon ci ha provato in tutti i modi e, considerato l’epilogo della guerra, sarebbe forse stato un suicidio peggiore di quello in cui ci siamo cacciati ora. No, io

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parlo di questi cinque anni. Avevamo le risorse per prepararci, Charlie, avevamo uomini, armi, navi, progetti, sperimentazioni. E invece?” Il ragazzo non seppe rispondere. Pensò solo al tempo che aveva trascorso nella Colonia sognando la Terra. Aveva trascorso ore intere sdraiato sul proprio letto, tra veglia e dormiveglia, fantasticando sul suo eroico ritorno nell’atmosfera. “Invece ci siamo lentamente spenti” finì per lui Damiano con la voce vibrante. “Siamo rimasti in silenzio e in attesa di...” Charlie mantenne il suo sguardo appassionato per qualche secondo, poi lo distolse, pur sapendo che ogni singolo orfano, nella scala sociale della Colonia, aveva un valore inferiore rispetto a un litro d’acqua intonsa o un metro cubo d’ossigeno vergine. “Perdonami, Charlie” disse Damiano. “Tra tutti gli orfani sei stato il solo ad esserti imbarcato. È molto più di quanto tanti si aspetterebbero.” Il ragazzo alzò il capo e lo guardò stringendo gli occhi, come se avesse appena colto un particolare importante. “Hai parlato di… progetti, esperimenti?” Damiano annuì. “Non ne so quasi nulla. Non sono riuscito che a scucire qualche piccola informazione persino a Davon. Ma so che la centrale ha sempre nascosto molto più di quanto mostrasse.” “Quale centrale?” “Quante centrali conosci?” Il ragazzo annuì e chiese venia con una smorfia da commediante. “La centrale nucleare. Pensi che servisse solo ad accendere la luce?” “Progettavano qualcosa contro le macchine?” chiese Charlie. “Un’arma” disse Damiano spalancando gli occhi. “La più grande arma che l’uomo abbia mai costruito.” “E che ne è stato?” “Il progetto si è arenato. Davon ha smesso di parlarne due anni fa e non sono più riuscito a cavargli nulla. Voglio credere che non siano stati in grado di portarlo a termine. Non trovo un altro motivo per cui darsi per vinti.” “Forse è per questo che siamo tornati sulla Terra…” suggerì Charlie. “Per chiudere il progetto.” “No, questo lo escludo. Davon non si sarebbe opposto alla missione se vi avesse visto una benché minima possibilità di successo.” “Non ci avevo pensato...” “Non ci resta che rimboccarci le maniche e meritarci la sopravvivenza sul campo, giusto?” disse Damiano alzando il bicchiere vuoto, come per fare un brindisi brillante. “È questo che volevi dirmi prima, no?” “Più o meno” ammise Charlie. “Ti devo una lezione di vita” chiuse Damiano con un sorriso astuto. Ammazzarono il tempo che seguì sgranocchiando un paio di spuntini croccanti a base di sesamo e miele; la dispensa dell’alloggio era rifornita con tante piccole leccornie di cui gli abitanti della Luna erano sprovvisti da anni. Fu naturale chiedersi cosa fosse sopravvissuto là sopra e quanto fosse stato salvato. Non pensavano che la produzione di alimenti nel sottosuolo potesse coprire una vasta scala di coltivazioni; non lo era sulla Luna perlomeno. Eppure era difficile credere il contrario, considerata l’ottima salute di cui disponevano tutti i ribelli che avevano incontrato. Benché ne fosse una componente fondamentale, non bastava il buon umore per mantenere operativo un uomo. O i ribelli avevano mantenuto appezzamenti in superficie che seminavano a piacimento, oppure le gallerie sotterranee nascondevano risorse e fertilità da sbalordire persino l’immaginario più fervido dei coloni. “Oppure non è che una menzogna” ipotizzò Damiano saggiando il materasso che aveva scelto di occupare. Lui e Charlie avrebbero occupato la stanza più grande con due letti singoli e una piccola libreria ravvivata da una ventina di libri mai letti, molti dei quali ancora confezionati. Avrebbero lasciato a Nikolaj la stanza con il letto matrimoniale; la stazza, l’infortunio e l’improbabile leggerezza respiratoria lo rendevano il candidato ideale per beneficiare della solitudine notturna. “Preferirei proprio non pensarlo” disse Charlie. “Non ora.” Ricevettero una visita che sollevò molto il morale. Chek viso d’indio, capo dei ribelli,

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aveva bussato alla porta già aperta e li salutò con il suo sorriso esotico. “Mi auguro che sia tutto di vostro gradimento.” Varcò la soglia impugnando un sacchetto di plastica gialla che posò sul bancone della cucina. Conteneva scorte di cibo fresco: carne bianca, frutta e verdura di diversi tipi, alcuni neppure di stagione. “Magnifico” commentò Damiano allargando le braccia. “È incredibile, siamo senza parole.” “Bene!” esclamò Chek accomodandosi su un bracciolo del divano. “Perché porto notizie incoraggianti.” Damiano gli rimase di fronte appoggiato al lavello della cucina, mentre Charlie faceva gli onori di casa offrendosi di preparare qualcosa da bere per il loro nuovo numero uno in comando. Chek sorrise alla cortesia del ragazzo, ma declinò l’offerta pregandolo di sedersi al suo fianco, con la gentilezza di un vegliardo sacerdote. L’orfano così fece. “Innanzitutto il vostro amico Nikolaj” iniziò Chek. “L’infortunio non è così grave e si riprenderà completamente nel giro di un paio di mesi. Certo, l’aiuterebbe perdere qualche chilo… In ogni caso, non dovrà essere operato, basterà molto riposo e qualche seduta di riabilitazione. Credo che stia finendo ora il trattamento ghiandolare. Filippo lo condurrà qui fra poco e vi accompagnerà a turno in infermeria per sottoporre anche voi. Non preoccupatevi, fa molta più impressione di quanto sia doloroso. È una prassi a cui ci sottoponiamo tutti periodicamente; è necessario che lo facciate, è per la sicurezza di tutti.” “Nessun problema” disse Damiano afferrando una pesca noce giallo-rossa e inspirandone la fragranza. Gesù, sembrava perfino essere maturata sull’albero. “Non vogliamo mettere in pericolo la Foce. Non ora che vi dobbiamo la vita” ripeté lanciando in aria la pesca con un sorriso. “Sciocchezze.” “Vorrei chiederle una cosa” esordì l’orfano. Ci mancò poco che alzò la mano da bravo allievo di prima classe. “Certamente, Charlie. Ma dandomi del tu, ti prego.” Charlie assentì. “Il ragazzo che ci ha portati in salvo, Alma… aveva paura che avessimo messo in pericolo le donne. Che la nostra visita le avesse esposte all’ira delle macchine…” “La tua premura mi colpisce benevolmente” gli disse Chek. “E di questo ti ringrazio, Charlie. Ma in realtà dubito che il vostro arrivo possa aver messo in pericolo le donne gravide, non più di quanto lo siano sempre state. Le macchine sanno che hanno contatti con noi ribelli, eppure non hanno mai preso provvedimenti; forse non ci danno importanza, forse deridono il nostro disperato tentativo di soccorso. O le nostre stesse vite nel sottosuolo. Malgrado tutti i nostri sistemi di difesa e di schermatura, trovo difficile non pensare che, in realtà, siamo semplicemente ignorati.” “Sembrava convinto, però” disse Charlie. “È tornato in superficie rischiando di essere ucciso.” “Mi auguro davvero che un giorno imparerai a conoscere Alma” continuò l’indio. “Ha un carattere ingovernabile, ma è il camminatore più in gamba che abbiamo. Se deve esserci un uomo in superficie a rischiare la pelle, ebbene sono lieto che sia lui, il migliore.” “È un bel ragazzo. Dev’esserci altro…” commentò Damiano. “Acuto” disse Chek. “Sospettiamo che abbia un debole per una delle donne. È giovane e impetuoso, un connubio molto imprudente nella nostra condizione. Devi saperne anche tu qualcosa, Charlie…” Il ragazzo sorrise in imbarazzo, sapendo d’essere molto più avveduto del giovane camminatore di superficie. “Perché fare una cosa simile? E perché distruggere e ricostruire? Cosa stanno facendo, trasformano il mondo?” “Non è chiaro, purtroppo. Non sappiamo perché stiano smantellando le nostre città e neppure che fine facciano i bambini. Per la maggior parte del tempo demoliscono, a volte lasciano intatte opere architettoniche, palazzi interi, quartieri persino; ma non ne capiamo il motivo. Pensavamo di ottenere più informazioni dalle immagini fornite da

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Pezzo di Stronzo, ma è come se molto ci venga precluso. Devono esistere gerarchie persino tra le macchine. È possibile che i modelli di vecchia generazione abbiano accesso a conoscenze limitate.” “Quanti i bambini fin’ora?” chiese quindi Damiano. “La donna più vecchia diceva di aspettare il quarto da quando è stata sequestrata.” “Abbiamo contato duecentosette baracche. In ognuna di queste vivono dalle tre alle cinque donne. Se facciamo una media di quattro donne per almeno tre gravidanze a testa… fate voi il calcolo.” “Almeno duemilacinquecento bambini…” disse Damiano con velocità sorprendente. “Nella sola Milano” aggiunse Chek. “Per quanto ne sappiamo, può essere così in tutto il mondo.” “Che ne fanno? Esperimenti?” chiese Charlie. “Le donne vengono addormentate quando è il momento di partorire. Le usano finché sono in grado di resistere. Non hanno mai visto i loro bambini.” Damiano scuoteva il capo. Non commentò, e neppure lo fece Charlie. Tentavano di quantificare quella proliferazione di massa, senza riuscire neppure a calcolare di quante cifre avessero bisogno pensando al globo intero. “Spero che le buone notizie non si esauriscano con Nikolaj” disse Damiano, interrompendo il conto delle grandi città del mondo. “No, per fortuna” rispose l’indio. “Pensiamo che esista un modo per aiutare i vostri amici coloni.” “Grazie a Dio” disse Charlie. “Ma potrebbe essere l’unico” aggiunse Chek. “Quindi conterrei l’entusiasmo se fossi in voi.” “Di che si tratta?” chiese Damiano. “Crediamo di conoscere il luogo d’atterraggio della nave astrale. Ma sia subito chiaro che nessun uomo sarà mai in grado di raggiungerlo. Perfino Alma ci riderebbe in faccia se gli parlassimo di una spedizione oltre le pianure.” “Dove sono atterrati?” chiese Charlie. “Hanno una sorta di base su qualche vetta delle Dolomiti.” “Montagne?” “Anche più di duemilasettecento metri” confermò Chek. “Perfetto…” si lasciò sfuggire il giovane orfano. “Come possiamo aiutarli, allora?” “Dobbiamo servirci di una macchina, come abbiamo fatto con Pezzo di Stronzo. Ma di una macchina diversa, più evoluta, che ci permetta di abbattere le barriere di un livello più alto. Se riuscissimo a catturare questa macchina, oltre ad aiutare i vostri amici, avremmo l’accesso ad un regno di conoscenza superiore. Potremmo servirci delle macchine, condurle e sorvegliarle in qualsiasi luogo che calpestino. Potremmo scoprire i loro progetti e attingere dal loro sapere.” “È fattibile?” chiese Damiano dopo qualche secondo di silenzio. “Ci siete mai riusciti?” “Mai” rispose Chek con un ghigno indefinibile. Forse un sorriso, o forse un pianto ingerito. “Non siamo neppure certi che sia fattibile. Abbiamo abbattuto qualche macchina, ma dubito fossero di recente costruzione. Catturarla? Non ne ho idea. Tuttavia se dovessimo riuscirci…” “Come avete fatto con Pezzo di…?” Per Charlie era difficile pronunciare l’epiteto per intero. “È una delle macchine che abbiamo abbattuto. Ma questa macchina ci serve integra. Dobbiamo trovare un modo di catturarla e di rimetterla in libertà sotto il nostro controllo.” “Sapete dove trovarne un modello?” chiese Damiano. “Non proprio.” “Armi di superficie? Ne avete?” “Parecchie, ma piuttosto antiquate.” “Quindi se dovessimo scontrarci con le macchine…” “Lo sconsiglio in assoluto” disse Chek.

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Si guardarono, soppesando le parole che erano state pronunciate e che forse sarebbe stato meglio tacere. Damiano piegò gli angoli delle labbra verso il basso e alzò le sopracciglia inspirando profondamente. Charlie si grattò una tempia e si lasciò sprofondare nella pelle del divano. Chek riuscì suo malgrado a mantenere un’espressione di pacifico ottimismo. Damiano si staccò dal bancone della cucina. “È l’idea più insensata che abbia mai sentito” disse tendendo la mano a Chek. “Ma non sono certo venuto qui solo per sopravvivere. Ci sto.” “AH! Questo è lo spirito!” disse l’indio stringendo la mano del cuoco con vigore. “Charlie?” Damiano e Chek lo fissarono con lo stesso entusiasmo sconsiderato. Il giovane orfano li guardò con occhi sofferenti; poi annuì, passandosi la mano sulla fronte sudata. 48 “Oh merda, ne hanno portato uno nuovo…” Qualcuno tossì lontano, disturbando il sonno degli altri che stavano vicino. Borbottii e lamenti si soffusero per tutta la prigione, come accadeva ad ogni risveglio collettivo. “Marie, svegliati, ce n’è uno nuovo.” Era facile capirlo; dove prima ristagnava silenzio, sorgeva ora il respiro tormentato della nuova recluta. Il primo momento era uguale per tutti: le palpebre sbattevano e facevano terribilmente male, il buio era totale e impenetrabile, la testa e la fronte straziavano senza sosta. Eppure il peggio non era nell’oscurità o nella sofferenza; normalmente il nuovo arrivato sentiva il punto di rottura quando tentava di muovere il proprio corpo. Erano come cementificati al suolo, insensibili alla superficie su cui erano stati stesi. A quel punto sopraggiungeva il terrore. “Cosa?” Marie emerse dal sonno alle parole di Fredo. L’udito era l’unica risorsa di cui disponevano. Se si fosse fatta la luce, se avessero visto sin dove le celle si spingevano, sarebbero stati sorpresi dalla facoltà sensoriale di cui disponevano da quando erano stati imprigionati nella quiete. “Al tuo fianco, Marie. Si sta svegliando. Ecco che inizia a frignare.” Marie udì ciò che stava accadendo alla sua sinistra. Dal respiro sembrava giovane, boccheggiava e tentava di muovere gli occhi procurandosi fitte lancinanti alla testa. Iniziò a raschiare con la gola, emettendo un debole ringhio di frustrazione e di paura. “Aiutatemi…” disse con un filo di voce. “C’è qualcuno? Aiuto… Per favore…” “Non ribellarti” bisbigliò Marie. “Sarà solo peggio. Cerca di calmarti.” “C’è qualcuno?” chiese il nuovo arrivato. “C’è qualcuno?!” “Fatelo stare zitto!” disse una voce poco lontana. “Mi sta perforando il timpano!” “Abbassa la voce!” gli sussurrò Marie. “Non capisco, parla più forte!” Marie si sforzò di accontentarlo, crescendo di tono. Per lei fu come lanciare un urlo all’interno di un casco insonorizzato. “Abbassa la voce! Parla in sussurri, ci stai fracassando la testa! Mi capisci?” Rimase interdetto per qualche secondo prima di riuscire a espirare un “si” muto. Avrebbe semplicemente annuito se avesse avuto padronanza del proprio collo. “Bene” disse Marie. “Come ti chiami?” “Daniele” rispose. E lo ripeté, incerto se fosse stato udito. “Daniele, ho capito. Io sono Marie.” “Dove siamo?” Parlare in sussurri lo rendeva perfino più inquieto. Sudava e non poteva fare nulla per evitare che i nervi non gli si torcessero attorno alla gola. “Perchè non riesco a muovermi? Perché siamo al buio?!” “Calmati! Avere una crisi di panico non ci aiuterà di certo!” Lontano da loro era tornato il silenzio. Tutti gli altri detenuti avevano aguzzato l’udito cercando di captare notizie dall’esterno. Ogni ingresso equivaleva a informazioni; Dio solo sapeva di quanto ne avessero bisogno. Bisognava solo pazientare qualche minuto, dare il tempo al nuovo arrivato di placare l’angoscia e metabolizzare la sua nuova…

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sistemazione. “Concentrati sul respiro” gli disse Marie. “Siamo in tanti qui e siamo qui per sostenerci. Pensa a questo.” Daniele in realtà poteva udire solo Marie; avrebbe avuto bisogno di molto tempo prima di riuscire a sviluppare lo stesso udito di tutti gli altri detenuti. “Quanti siete?” “Tu sei il centonovesimo. Francamente pensavamo di essere al completo. Saranno duecento cicli che non ne arrivava uno nuovo.” “Duecento cicli?” “Non riusciamo a quantificare con esattezza il tempo che passa, ma ce ne siamo fatti una idea contando. Un ciclo equivale a un periodo di veglia e un periodo di sonno. Circa mezza giornata. Tu sei il primo in tre mesi a unirti a noi. Io sono venuta prima di te. Fredo, qui alla mia destra, prima ancora, e così via fino all’ultimo della fila.” “L’ultimo della fila?” “Siamo disposti l’uno accanto all’altro. Imparerai a sentirlo presto. Sei giovane, vero? Quanti anni hai?” Marie svelò una nota commossa nella voce. Non era vecchia, ma poteva appartenere alla stessa fascia d’età di sua madre. Se fosse stata ancora viva. “Dove siamo?” chiese Daniele. “Dove pensi che siamo? Ci hanno fatti prigionieri!” intervenne un sussurro indispettito e tutto maschile. “Finiscila, Fredo! È solo un ragazzo!” “Meglio che si renda subito conto della merda in cui è finito. Si risparmierà un sacco di lacrime.” “Una prigione?” chiese Daniele. “È il covo delle macchine…” Improvvisamente ricordò. Gli tornò alla mente tutto ciò che era accaduto da quando aveva parlato con Lena e avevano deciso di vivere distanti per qualche tempo. Era stato subito dopo la notizia della gravidanza… Prima della partenza di Klaud… della fine di Anna… Prima di imbarcarsi alla volta dell’isola… Prima dell’incontro sul molo! La sua mente subì un’oscillazione ripensando alla conversazione che aveva avuto con la macchina. Sembrava incerta e lontana, come se fosse stata sottratta a spezzoni dal vento. L’avevano attratto con l’inganno… “…sull’isola” finì in un sussurro. “Non lo sappiamo” gli disse Marie. “Tutti noi veniamo da così tanti posti diversi…” “Silvy!”gridò Daniele interrompendola. “Silvy, mi senti?!” Mormorii di dolore attraversarono tutta la prigione in ascolto. Il suo richiamo colpì soprattutto i più vicini della fila, come se un dardo avesse trafitto loro da parte a parte le tempie. “Stai zitto!” lo strigliò Marie a denti stretti. “Non urlare, ci stai uccidendo!” “Silvy…” bisbigliò lui. “Dovrebbe esserci una ragazza di nome Silvy sull’isola…” “Sull’isola? Quale isola?” “Qui dentro. Forse è stata fatta prigioniera.” “Silvy hai detto? Aspetta…” Marie si rivolse alla sua destra. “Fredo, chiedi se c’è una Silvy più avanti.” Daniele udì solo il primo sussurro, ma immaginò il passaparola attraversare tutta la prigione di bocca in bocca tra i detenuti impietriti. La risposta arrivò dopo pochi minuti di attesa dalla bocca di Fredo. “Nessuna Silvy.” “Siete sicuri? Dovrebbe essere stata portata qui…” fece un calcolo veloce, “dai tre ai quattro cicli fa.” “Il ragazzo è stupido, Marie” aggiunse Fredo senza celare il disprezzo. “Lascialo perdere.” “Ti ho detto che sei il primo in tre mesi a comparire” gli ricordò Marie. “Ma non può essere passata di qui mentre dormivate?” “Mi sentirei di escluderlo…” “Però è possibile…” “Ci sono stati prigionieri di passaggio. Ma hanno tutti passato almeno cinque cicli con

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noi.” “Che significa di passaggio?” “Vengono subito esportati.” “Dove?” “È buio, Daniele…” aggiunse lei. “Neppure chi viene esportato si rende conto d’essersene andato. Preferisco che lo facciano addormentandoci. Non mi vorrei mai svegliare nelle grinfie di una macchina. Impazzirei…” Il silenzio cadde di nuovo nella prigione. Marie si interruppe, lasciando che Daniele potesse riflettere su tutto quello che gli aveva rivelato. Non rispose più, non fece domande, e lasciò Marie col dubbio d’essere stata sufficientemente sensibile alla sua presa di coscienza. “Chiedigli di fuori” chiese Fredo dopo aver stabilito e superato il limite della pazienza dei molti in ascolto. Alcuni detenuti alla sua destra lo spingevano a chiedere notizie. La maggior parte di loro era sopravvissuta alla guerra solo per svegliarsi, un terribile giorno, nella notte più profonda e silenziosa in cui si fossero mai trovati. “Chiedigli cosa succede. Chiedigli degli uomini in libertà!” “Daniele” iniziò lei, “mi rendo conto…” Ma poi si interruppe. “Allora?” chiese Fredo impaziente. “Chiedigli qualcosa!” “Stai zitto, Fredo. Ascolta” disse Marie con voce triste. “Che ha? Che gli succede?!” “Se n’è andato…” “Cosa?!” “Il ragazzo” disse lei senza potersi asciugare le lacrime. “È sparito. L’hanno portato via…” “Oh…” borbottò lui incapace di dire altro. “Cazzo, questo è durato poco…” “Povero ragazzo…” Marie chiuse gli occhi e pianse, sperando che il successivo ciclo di sonno avesse inizio il prima possibile. L’ora scoccò senza l’annuncio delle campane. Questa volta non ci furono rintocchi e non ci furono neppure presagi: l’attacco ebbe inizio in silenzio, con le sole acque della spiaggia lontana che iniziarono ad imbiancarsi e ribollire. Enrico fu il primo dei giustizieri ad accorgersi di ciò che stava accadendo. Il visore era uno strumento stupefacente; non appena aveva rivolto lo sguardo oltre la lingua di mare, l’arma di Damiano aveva offerto una panoramica completa e immensamente più dettagliata dell’isola. I particolari superflui e gli elementi disturbanti del cielo si erano oscurati passando in secondo piano; fu come se la sua vista avesse acquisito maggiore profondità e lui potesse immergersi oltre la neve, ingrandendo a piacimento la porzione d’immagine che più desiderava osservare. Tutti i difensori di Marescoglio si affidarono al suo nuovo senso per assistere all’avanzata delle macchine; finalmente, dopo anni di dubbi e menzogne, stavano per rivelarsi per ciò che erano sempre state: terribili e vendicative. Il solo Damiano se ne stava di un passo arretrato e studiava i loro assalitori strizzando gli occhi attraverso la tempesta di neve. Il freddo era glaciale, ma egli era l’unico a non mostrare di patirlo minimamente. Tutti gli altri, alcuni con diverse decadi in meno sulle spalle, avevano già il volto interamente intorpidito e tentavano di risvegliarlo tormentandosi le gote con smorfie carnevalesche. “Li vedo…” disse la voce cupa di Enrico. “Iniziano a gettarsi in mare.” Comparvero dalla vegetazione e correvano, correvano come anime dannate in fuga. I loro volti avevano espressioni impenetrabili e non mostravano alcun cenno d’emozione. Si fiondarono uno dopo l’altro nelle acque del Mediterraneo, come i primi capi d’una mandria impazzita. Irrompevano dalla terra innescando esplosioni d’acqua talmente fragorose da confondere momentaneamente persino Enrico, che dovette allontanarsi di parecchi metri prima di rimettere a fuoco i particolari dell’attacco. Non vide solo macchine menomate, quelle di cui Silvy aveva parlato nella sua ultima lettera; vide anche modelli da cui ricordava d’essere stato servito prima, macchine d’indole mansueta che lui stesso aveva supervisionato in caso di

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difetto o manutenzione. Stava riaccadendo, stava vivendo una volta ancora l’impotenza che aveva colpito tutti gli uomini in guerra, di fronte a una furia mastodontica contro cui non si poteva che inginocchiarsi e abbassare la testa. Si guardò attorno sopraffatto dall’angoscia e si rese conto che gli altri difensori non si erano ancora resi conto di nulla. “Quanti sono?” chiese Ermanno muovendo il collo, come se potesse schivare i fiocchi di neve e mettere meglio a fuoco la scena oltremare. Enrico diede una veloce occhiata a Damiano, il quale non ricambiò neppure il suo sguardo, rimanendo fisso sulle macchine in avvicinamento. “Tanti” rispose il fabbro. “Più o meno?” “Non lo so. Continuano ad affluire…” Provava una sensazione d’irrealtà guardando la scena senza sonoro, come in un sogno raccontato. Solo il lungo cavo che collegava l’isola alla terra ferma iniziò lentamente ad oscillare nel punto in cui riaffiorava in superficie. “Sono armati?” chiese ancora Ermanno. Non riusciva a guardare davanti a sé, teneva piuttosto d’occhio Enrico, cercando di carpire verità dal suo volto mascherato. “No, non vedo armi. Corrono solo in mare.” Enrico alzò la visiera con una mano e osservò ad occhio nudo la scena. Puntò l’indice in mezzo all’acqua. “Ecco, guardate…” L’avanzata iniziò a farsi visibile e si mostrò in tutta la sua potenza. Un’apocalittica chiatta di schiuma ribollente prendeva forma sempre più ampia, e man mano si faceva inesorabile. I visi dei nuotatori non erano visibili, celati dalle schegge di schiuma marina e dalle veloci bracciate delle macchine; eppure bastava quel vortice schiamazzante per indicare loro la portata dell’attacco e far intendere che la loro presenza e le loro armi parevano solo uno scherzo di cattivo gusto. “Dove sono i rinforzi?” chiese Domitilla debolmente, con la voce fioca che non superava neppure il vento. Impugnava il fucile profondamente a disagio e, per ben due volte, Petr dovette intervenire, riequilibrandoglielo saldamente tra le dita sudate. “Perché non si vedono ancora?” “Calmatevi.” Damiano quasi non mosse le labbra. “Vi ho già detto che sono arrivati. Stanno osservando, aspettano il momento giusto per intervenire.” La macchia si estendeva ormai oltre la larghezza dell’isola e si ampliava a velocità spaventosa. Era passato poco più di un minuto dal primo avvistamento e le macchine dovevano aver ricoperto quasi metà della distanza che li separava dalla riva di Marescoglio. La loro avanzata ora era anche udibile: avvertirono prima un lontano scroscio, simile a quello di un ruscello che scavava la roccia lanciandosi nel vuoto; poi si amplificò in un rumore violento e cattivo, l’urlo delle acque che volevano metterli in guardia dicendo loro di correre in salvo. Enrico tornò sulla vegetazione e vide che l’esercito di nuotatori non accennava a rallentare il flusso di soldati meccanici. “Ma quanti sono…” si lasciò sfuggire, provocando un tuffo al cuore provato di Ermanno. Questi abbassò il fucile per asciugarsi il sudore dalla fronte, esausto ancor prima di dare inizio alla loro ridicola controffensiva. “L’isola non può contenere tutte quelle macchine…” disse scuotendo la testa tramortito. “Da dove diavolo arrivano, allora?” chiese Domi. “Da sotto, o da dietro l’isola” rispose Damiano. “Potrebbero aver circumnavigato il mondo per quello che sappiamo.” “Questo è un suicidio…” disse Ermanno; ma venne immediatamente ripreso dalla voce ferita di Enrico. “Io da qui non mi muovo. Nessuno di voi dovrebbe” disse stringendo le labbra. Poi, rivolto a Damiano: “Quanto dobbiamo aspettare ancora?!” “Non è ancora il momento di fare fuoco. Aspettate il mio segnale.” Mancava da coprire mezzo chilometro o poco più. Le macchine erano a migliaia, nuotavano alla medesima velocità, ben compatte in un’unica formazione: una flotta

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assassina che non avrebbe concesso un solo gesto di pietà al nemico. “Di’ ai rinforzi di farsi vedere!” gridò Domitilla, senza riuscire più a contenersi. “Fra poco ci saranno addosso! Falli intervenire!” Damiano non rispondeva, Domitilla e Ermanno avevano ormai abbassato il fucile e si guardavano attorno con piglio scoraggiato. Solo Petr riusciva a tenere il fucile alto, benché l’occhio aperto vagasse dal centro del mirino alle reazioni poco comprensibili dei suoi nuovi concittadini. C’era poco di cui disperarsi ora; sarebbe anche stato disposto a dare la vita, ma l’avrebbe fatto portando con sé il maggior numero di abomini meccanici. Fissò Domitilla finché lei non si accorse del suo sguardo e le ammiccò, abbassando il capo con occhio deciso. Insieme, sembrava dire. Determinazione. Coraggio. Lei non se ne fece nulla del suo incoraggiamento. Tentò di sorridere, almeno ci provò, ma le sue labbra non si piegarono di un solo millimetro. Scusa… disse quindi con gli occhi, nella lingua universale di tutti gli esseri viventi. Le prime macchine erano a circa trecento metri da loro e Damiano fece finalmente qualcosa: alzò un braccio e poi lo fece ricadere ritto davanti a sé, indicando un punto davanti al nemico. Ermanno stava per domandargli che diavolo volesse dire, quando qualcosa esplose dietro di loro. Furono tutti colti di sorpresa, Enrico pensò perfino d’aver in qualche modo innescato uno dei suoi mortai. “Che cazzo, io non ho toccato niente…” “Non sei tu” gli disse Damiano. “Ora guardate e state pronti.” Dietro e sopra di loro l’aria veniva ripetutamente trafitta, come se un proiettile stesse fendendo il cielo talmente veloce da confondere la vista. Sembrava il rilascio di un nucleo di gas al limite dell’implosione. Tagliava l’aria invisibile ed esplodeva in mare davanti all’orda di macchine, come se il fondale fosse stato seminato di mine tanto potenti da abbattere un transatlantico. S’alzò un muro d’acqua che toccò forse i trenta metri e che poi ricadde in mare lasciando solo cellule instabili di schiuma in dissolvenza. “Che diavolo era?” chiese Enrico cercando di mettere a fuoco dettagli che potevano essergli sfuggiti. Vide che le macchine stavano ancora avanzando indisturbate come una mandria imbufalita. Fu a pochi metri dalla scia delle esplosioni che qualcosa di diverso accadde e frenò notevolmente la loro carica. La prima batteria di nuotatori rallentò improvvisamente il ritmo delle bracciate e, raggiunta la linea delle esplosioni, si fermò restando qualche istante a mollo. Iniziarono a raccogliersi in una mischia ancor più compatta; chi giungeva dalle retrovie non ebbe il tempo di rallentare e non riuscì ad evitare lo scontro con le prime file disorientate. Una forza invisibile li stava tenendo in scacco a neppure mezzo chilometro dalla spiaggia di Marescoglio, e almeno quattro dei suoi difensori allibiti non avevano idea di cosa stesse agendo a loro favore. “Che diavolo succede?” chiese Domitilla. “Sono stati loro? Sono i rinforzi?” Damiano annuì senza alcuna emozione. Non lo diede a vedere, tuttavia chiunque lo conoscesse da almeno una generazione avrebbe notato che qualcosa lo stava seriamente preoccupando. “Il muro ci proteggerà durante l’offensiva” disse con il calcio del fucile ben saldo contro la spalla. “Fate fuoco non appena inizieranno ad arrampicarsi. Fateli fuori.” “Arrampicarsi?!” Ermanno piantò i piedi nella sabbia parlando con voce incredula. “Arrampicarsi su cosa?” Il flusso dall’isola non accennava a scemare; presto le acque si sarebbero interamente riempite di quell’ammasso brulicante di macchine nuotatrici. Non avevano idea di cosa le avesse fermate, e neppure sapevano per quanto tempo i rinforzi di Damiano sarebbero stati in grado di reggere la loro spinta. Ci volle solo una manciata di secondi prima che le macchine ritrovassero il loro equilibrio, accanendosi nuovamente unite contro la forza che le stava trattenendo in mare. Si mischiarono, si scontrarono, usarono i loro corpi come se fossero appigli di salvataggio e, incredibilmente, sembrò che la massa androide iniziasse a gonfiarsi in altezza. Sembrava si stessero compattando sin dal fondale per formare un vespaio di

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macchine avvinghiate. Centinaia di loro si erano già compattate creando almeno due strati di corpi che superavano il livello dell’acqua; di quel passo sarebbero stati in grado di formare un colle di macchine da abbattere contro il muro invisibile che li aveva ostacolati. Domitilla immaginò lo schianto che avrebbe disintegrato il muro e sentì le ossa sciogliersi al suo cospetto. “Possono abbatterlo?” Ermanno aveva gli occhi spalancati e guardava le macchine architettare la loro cupola di morte. “Non se proviamo a fermarli!” disse Damiano prendendo finalmente la mira. “Al mio via colpite ovunque possiate!” E poi aggiunse: “Non tu, Enrico. Intervieni nel caso passino oltre. Sii i nostri occhi per ora.” Il fabbro lanciò un ringhio cupo di rabbia e si concentrò sul visore, spingendo la vista sull’isola finché il muro di macchine lo permetteva. “Sparate!” gridò quindi Damiano. “Ora!” Fecero tutti pressione sul grilletto e l’effetto fu entusiasmante. Proiettili di luce esplosero dalle canne dei loro fucili, espandendosi in aria fino ad assumere forma sferica, sufficientemente grande da contenere un uomo. Al contatto con il muro nemico i danni provocati erano spettacolari: decine di macchine venivano sbalzate in aria con le carni mutilate, frantumate dalla potenza dell’impatto, e cadevano inermi sulle teste dei simili che attendevano il loro turno per l’ascesa. Non c’era tempo di mirare, i proiettili uscivano a raffica forando il muro brulicante; si doveva agire velocemente poiché i fori rimanevano liberi solo per il tempo necessario alle macchine di salire dall’acqua e riempirli con le proprie membra. “Mirate alla base!” ordinò Damiano. “Fateli crollare!” “Fammi sparare!” gridò Enrico. Aveva messo sotto tiro otto diversi punti della base del muro e sentiva la tremenda tentazione di fare fuoco scatenando l’inferno in acqua. “NON ANCORA, ho detto!” “QUANDO?!” Una vibrazione sonora s’insinuò dolorosamente nelle loro orecchie e fece rizzare loro tutti i peli della nuca. Qualcosa li superò sopra le loro teste, qualcosa di grandioso che, per un breve momento, interruppe la sparatoria. Petr guardò e mirò in alto cercando la fonte della vibrazione, ma venne subito ripreso da Damiano che gli deviò il bersaglio con la stessa canna del suo fucile. “No! Le macchine!” gli disse indicando il muro in continua crescita. “Non fermatevi più! Continuate a sparare!” Una enorme massa roteante si stava librando a decine di metri d’altezza; sembrava fatta di vetro, o di una sostanza mimetica che non sfuggiva alla vista solo perché, in movimento, creava una sorta di disturbo ottico tutt’attorno, una sorta di aureola instabile su cui la neve interrompeva la sua corsa svelandone il profilo. Si eresse in cielo e coprì la distanza che la separava dall’isola con un’accelerazione che avrebbe potuto sfilarle di dosso l’ombra. Una volta raggiunta, si addentrò al suo interno scuotendo le cime degli alberi innevati che sforava al suo passaggio. oltrepassò la prima altura su cui sorgeva il villaggio occupato dalle macchine e lì scomparve, piombando a terra come se avesse avuto un calo d’energia. Di essa rimase solo una scia verdastra tra la vegetazione imbiancata. Si mossero proprio quando pensavano d’essere finalmente giunti a destinazione. Più che una scossa, si trattò di una cauta spinta sul petto che fece arretrare tutti d’un passo. Nate e Sebastiano si trovavano in piedi, lo scintillio delle loro pistole ben stretto in mano, circondati da repliche di uomini e donne con sangue millenario. Attendevano il momento in cui le porte della sfera errante si sarebbero aperte e, dalla cima della scogliera, avrebbero abbracciato la battaglia sottostante. Dopo che Nikolaj si era allontanato in tutta fretta dalla cabina, le sue parole avevano continuato ad assordarli con attori ed eventi a cui era impossibile sottrarsi. Sebastiano si era ritirato in silenzio a rimasticare quanto era stato rivelato; l’idea che Nikolaj potesse dire il vero era semplicemente terribile, eppure ne stava subendo il fascino e non poteva che ripercorrere il suo racconto per riordinarne le fila. Secondo ciò che

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aveva detto, il tempo si era fermato nell’anno 2507, allo scoppio della prima guerra contro le macchine. Esse avevano vinto, coltivando la vita umana per 800 anni. Fu in quel lasso di tempo che le macchine avevano iniziato a impartire il loro volere sul patrimonio genetico dell’uomo, piantando il seme della mutazione in ogni bambino che avevano portato alla luce. Gli antenati di Nikolaj erano tuttavia sopravvissuti, lontani dalle loro grinfie, e avevano dato vita alla stirpe di uomini ribelli, molti dei quali ora si trovavano con loro nella sfera. Le macchine avevano ripristinato il corso del tempo dopo aver ripopolato il mondo secondo la demografia del sedicesimo secolo: il 1507 era stato ribattezzato come anno della ripartenza. Le società del mondo erano così risorte e accompagnate nella storia deviate dagli obiettivi delle macchine, fino a cinque anni prima, di nuovo il 2407, quando il mondo degli uomini e delle macchine era ripiombato nel caos. “Perché novecento anni…” si era domandato Sebastiano ad alta voce. “Perché non mille? Perché non hanno atteso il 2507 come per la prima guerra…” Nate non era stato in ascolto. Le rivelazioni di Nikolaj avevano riacceso in lui vecchie supposizioni sulla sorte della sua terra natia, la lontana Australia, teatro di una delle epidemie più tragiche dell’umanità. Fosse vero, fosse stato tutto architettato dalle macchine, le responsabilità del contagio e di molti - forse tutti? - gli eventi fondamentali della storia, potevano ora svincolarsi dall’uomo e ricadere nelle mani delle macchine. Se così fosse stato, ogni fatto importante, ogni traguardo raggiunto negli ultimi novecento anni poteva essere solo la rilettura di un copione già interpretato dai primi uomini, gli attori dell’enciclopedia sotterranea. I nomi e alcune date potevano anche variare, fatto stava che si erano lasciati di nuovo condurre laddove le macchine avevano voluto. Ma qual era il vero scopo? Perché sterminarci, ripopolarci e sterminarci una seconda volta? L’idea che le macchine stessero creando una cerchia di uomini mutati solo per dare nuove risposte ai quesiti dell’essere, francamente, gli sembrava tutta una grande stronzata. I loro pensieri avevano subito una brusca interruzione quando una calda voce di donna aveva invitato gli occupanti della cabina a prepararsi allo sbarco. L’annuncio fu seguito da un trambusto sempre crescente di uomini in corsa e sirene dalla persistenza allarmante. Nate e Sebastiano avevano potuto solo impugnare il calcio delle loro pistole e si erano uniti alla prima persona che avevano incontrato con un’arma di difesa tra le mani. Un centinaio tra uomini e donne, accompagnati da altrettanti sé più giovani o vecchi, li stavano attendendo nella rimessa, un’area di deposito della sfera errante, la stessa in cui Nate aveva imbarcato la Deuvan, ora in un angolo indisturbata. Erano tutti in attesa che il grande portello della rimessa si aprisse e loro potessero scendere a terra e unirsi alla controffensiva di Marescoglio. Sebastiano non sapeva come sentirsi, Nate tantomeno. L’aria era elettrizzante, eppure non era carica di nervosismo come avrebbe dovuto essere prima di uno scontro in battaglia. Gli uomini di Nikolaj, la sua stirpe, attendevano parlando e incitandosi, ma con garbo, come se già conoscessero il gioco delle parti e si riconoscessero come vincitori; come se fosse solo una esercitazione. “Ma non eravamo già arrivati?” Nate aveva iniziato a infastidirsi. L’attesa, la loro per lo meno, si era fatta snervante. Erano arretrati di qualche passo, senza che nessuno degli uomini di Nikolaj si preoccupasse per loro. Si erano sentiti messi in disparte. “Non sembrano preoccupati…” aveva detto Sebastiano indicandoli col mento. Fu allora che la sfera subì l’accelerata, cogliendoli tutti alla sprovvista, questa volta senza eccezioni. “È il primo movimento che percepisco da quando ci siamo imbarcati” si sorprese Sebastiano. Un brusio sospettoso attraversò tutta la rimessa, confermando che qualcosa di inaspettato stava realmente accadendo. Dopo qualche secondo di confusione, qualcuno li raggiunse da dietro e li attirò con parole che non potevano certo distinguersi per eleganza. “Voi due.” Era lo stesso ragazzo che era venuto a richiamare Nikolaj dalla cabina.

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“Seguitemi.” Dovettero rincorrerlo per raggiungere e tenere il suo passo. “Cosa succede?” gli chiese Sebastiano affiancandosi. “Sono in pericolo?” “C’è un imprevisto” disse il ragazzo. “Nikolaj vuole che lo raggiungiate. Sbrighiamoci.” Percorsero un corridoio che piegò su se stesso sprofondando di diversi gradi. Stavano scendendo nella parte sottostante la rimessa, la curvatura inferiore della sfera. “Di che tipo?” chiese Nate accennando a intermittenza diversi passi di corsa. “Ci aspettavamo un attacco dimostrativo” rispose il ragazzo. “Pensavamo a poche centinaia di macchine.” “E invece?” “Molte di più. Sembra che ci sia una sorta di passaggio sotto l’isola. Le macchine continuano ad emergere.” “Quante?” “Per ora quarantacinque, forse cinquantamila.” “Cosa?!” disse Sebastiano incredulo. “In quanto tempo?!” “Quindici minuti circa.” “Non potete fermarle?!” “Dove pensi che stiamo andando?” Raggiunsero l’ingresso di una cabina alta circa cinque metri; al suo interno il perimetro circolare si restringeva a imbuto scendendo verso il centro; il punto più stretto, otturato da una lastra di metallo, era circondato da un parapetto di protezione che permetteva di sporgersi senza pericolo. Ad essa erano state montate otto postazioni d’attacco, da cui si poteva mirare verso il basso e ricoprire di proiettili il cono d’ombra che li separava dalla superficie terrestre. Nessuna delle postazioni era occupata. Nikolaj stava parlando con il volto alzato verso la sommità della cabina, dove due uomini si trovavano su quella che sembrava una struttura a cannone sospesa in aria. Sedevano con la schiena rivolta al corpo del cannone e le gambe a cavalcioni su due ali speculari da cui potevano mirare il nemico. Cinghie e congegni a incastro li assicuravano dalla caduta. Nikolaj scese di qualche gradino fino ad afferrare il bordo della balaustra, a perpendicolo sotto il peso del cannone. Si voltò e, vedendo Nate e Sebastiano immobili sull’attenti, li sollecitò con gesti impazienti a unirsi a lui. Lo raggiunsero proprio mentre l’arma iniziava a calarsi verso la bocca della cabina e la lastra di metallo che la copriva, ruotando su di sé, iniziava a rivelare maggiori porzioni del paesaggio sottostante. Una folata di aria rinfrescante salì a mulinello dal basso e schiarì loro le idee. Potevano vedere sotto, viaggiavano sull’isola, a pochi centimetri dalle sue cime innevate. “Voglio che vediate contro chi combattiamo” disse Nikolaj seguendo attentamente la discesa del cannone. Presto si sarebbe immerso nella bocca della sfera, indifeso dagli attacchi che potevano giungere da terra. “Le abbiamo già affrontate” gli ricordò Nate. “Le conosciamo fin troppo bene.” “Non questo tipo di macchine, credetemi.” La sfera aveva proseguito la sua traiettoria in aria superando un’altura ricoperta di neve; si trovava a diversi metri dal suolo, ma non potevano vedere cosa si trovasse sotto di loro poiché il cannone stava ora occupando tutta l’apertura. I due domatori avevano infilato il volto in una maschera che permetteva di prendere meglio la mira e continuavano a scendere insieme all’arma. Così scomparvero per almeno due metri oltre la curvatura della sfera e lì si divisero, occupando due postazioni ai lati della bocca, permettendo a chi attaccava dall’interno della sfera di colpire a volontà senza intralciare la loro traiettoria. Nate e Sebastiano era stati così occupati ad osservare l’operazione di scissione del cannone, da non notare cosa stava accadendo sotto di loro, a pochi metri, dato che erano ormai scesi a bassissima quota. Erano fermi in sospensione sul passaggio da cui emergevano le macchine. Era scavato nella terra, con un diametro talmente ampio da inglobare tutta la sfera dentro cui

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viaggiavano. Da esso una moltitudine di macchine, la moltitudine più grande che avessero mai visto anche in tempo di guerra, ne usciva con ritmo e drammaticità atroci. Nate pensò all’esplosione del più grande formicaio del mondo; Sebastiano, con immaginazione più romanzesca, pensò a un’orda di dannati che fuggivano dall’inferno, e a un bassorilievo che ricordava da un libro di scuola in cui erano stati scolpiti centinaia di corpi nudi e attorcigliati in pose animalesche. Era qualcosa che risvegliava sottopelle brividi freddi di paura; migliaia di macchine in preda a un impeto senza controllo, che salivano dal loro rifugio sotterraneo per riversarsi in mare e attaccare, distruggere qualsiasi cosa incontrassero. Un fiume di corpi rabbiosi con il solo scopo di abbattere Marescoglio e i suoi difensori senza difese. Il loro rumore… oh, quello sarebbe stato difficile da dimenticare. Era un fruscio sudato, strusciante, come se appartenesse a un’unica creatura dal milione di arti, che ribaltava e insinuava i propri tentacoli nel suo stesso maelstrom di carne fetida. Nate guardava di sotto come se fosse sul punto di essere gettato fuoribordo, nel pozzo dentato delle sue paure. “E ora?” chiese con la gola improvvisamente arsa. “Ora cerchiamo di porvi fine” disse Nikolaj sporgendo il viso verso il basso. “Fuoco, ragazzi! FUOCO!” Due fasci di luce piovvero dal cannone, incrociandosi in aria prima di infiltrarsi e penetrare nella Terra. Le macchine nel passaggio, e molte di quelle che avevano appena conquistato la superficie, scomparvero sotto una coltre di fumo grigio. 49 Per quante ne colpissero, per quanti fori riuscissero a trapassarli, c’era sempre un nuovo gruppo di macchine che rimpiazzava i caduti, e un secondo gruppo che approfittava del ristabilito equilibrio per aumentarne statura e solidità. Sotto i primi proiettili, sezioni del muro crollavano da parte a parte; ma era bastata una sola manciata di minuti e i loro fucili avevano smesso di sortire l’effetto distruttivo che li aveva resi euforici per pochi spiccioli di tempo. La neve, per di più, sembrava non dare tregua e la visibilità diminuiva ulteriormente con il passare dei minuti. Un bagliore offuscato sull’isola aveva fatto ben sperare; era il punto in cui la massa sferica si era abbassata dopo aver attraversato la lingua di mare. Tuttavia ad esso non c’era stato seguito e i difensori di Marescoglio iniziavano a domandarsi se la luce non fosse in realtà sorta da fuoco nemico. “Enrico!” esclamò Damiano. Tutti i suoi colpi andavano a segno, abbattendo ogni macchina che si arrampicasse verso la sommità del muro. “Spara solo in mare a chi oltrepassa!” Il fabbro teneva già diverse macchine sotto tiro. Il visore gli permetteva di avere un’immagine più chiara della massa brulicante, delineando il profilo contorto di ogni essere che vi aveva preso parte. Sul muro stesso pulsavano diverse aree bersaglio in movimento che mutavano a seconda della sua costruzione: erano punti di fragilità. Enrico era il solo a poterli vedere ed era il solo a non poter fare nulla a riguardo. “Posso abbatterli con quattro colpi!” gridò contro la tormenta. “Perché devo aspettare?!” “NO, stupido!” urlò il vecchio. “Abbatteresti anche ciò che li ostacola!” Enrico tolse immediatamente il dito dal minuscolo pulsante che stava stuzzicando da parecchi minuti. “Come cazzo potevo saperlo!” “Tu limitati a fare quello che dico!” “Vecchio bastardo…” commentò Enrico controvento, senza che nessuno lo sentisse. Domitilla e Petr sparavano vicini, tanto vicini da sfiorarsi i gomiti in posizione di tiro. Ermanno non diceva nulla da diversi minuti; era l’ultimo della fila e stringeva i denti in silenzio, sopportando il freddo e i macigni dolorosi che gli stavano massacrando le spalle. Di tanto in tanto si prendeva qualche pausa per sciogliersi la cervicale ammaccata; ma non si concedeva più di cinque secondi per volta, piantava il calcio del

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fucile sulla clavicola destra e faceva fuoco, mancando solo saltuariamente il bersaglio adocchiato. Malgrado tutti i proiettili andassero a segno e sbriciolassero anche una dozzina di macchine per colpo, la massa intrecciata non aveva smesso di crescere a vista d’occhio e il suo punto più alto doveva aver ormai raggiunto un’altezza di almeno quindici metri. Cresceva come un panetto di creta stretto tra i palmi, sviluppandosi anche in lunghezza e profondità per bilanciare il peso dei suoi componenti bionici. Dio solo sapeva quanti ancora avrebbero nuotato in direzione di Marescoglio e quanto i suoi difensori avrebbero dovuto aspettare prima che i rinforzi di Damiano facessero veramente qualcosa di concreto. “Adesso che succede?!” strillò Domitilla sparando tre colpi di seguito, uno dei quali trafisse l’acqua colpendo di striscio le macchine in apnea. Enrico dovette arretrare la visione prima di notare ciò che gli altri, a occhio nudo, guardavano già con terrore. Il muro stava ondeggiando e presto avrebbe superato il limite imposto dal suo baricentro. L’ondulazione era stata inizialmente impercettibile, ma aveva preso vigore in meno di dieci oscillazioni. L’intento era sin troppo chiaro: volevano abbattere la forza che li teneva prigionieri delle acque, volevano piombare su di essa spezzandola sotto il loro fardello. “Possono farcela?” gridò Ermanno. “Possono abbatterla?!” Damiano non rispose; sparò quanti più colpi potesse sulla cima dell’onda che stava per riversarsi sulla barriera di forza che la sua gente aveva innalzato. Spazzò lontano decine di corpi, massacrandoli, e sparò ancora, e ancora finché anche gli altri difensori capirono che non c’era altro da fare, se non insistere e sperare che qualcosa intervenisse a loro favore. I proiettili di luce continuarono a demolire il muro di macchine sino a quando i difensori di Marescoglio – quelli con il fucile - ebbero il fiato in gola per urlare la loro frustrazione nel vedere che i loro sforzi non portavano a nulla. La statura del muro non diminuiva, piuttosto, bastava smorzare la potenza dei colpi perché le macchine guadagnassero centimetri su centimetri e il muro assumesse inclinazioni ormai prossime al crollo. Impallidirono quando la prima macchina riuscì ad afferrare la barriera di forza e a issarsi su di essa, sospesa in aria senza alcun sostegno visibile. Venne sbriciolata da un proiettile lanciato da Petr, ma fu immediatamente seguita da un’altra macchina, e un’altra ancora, finché non fu più possibile tenere il loro passo. “Avanti, saltate…” le sfidò Enrico, mai così pronto a fare fuoco con i giocattoli che fremevano sulla scogliera. E la macchina saltò, molte riuscirono a saltare e a fiondarsi in acqua, proprio mentre il muro da cui si erano staccate stava superando il punto di rottura e si abbatteva sulla forza. Le macchine in cima riuscirono ad aggrapparsi alla barriera che, lentamente, si piegò verso la spiaggia portando con sé il blocco brulicante che vi si era avvinghiato. Lo schiaffo sull’acqua fu assordante e l’onda che si generò assunse le proporzioni di un cataclisma naturale. “Enrico, falli fuori!” urlò Damiano fendendo l’aria all’impazzata. “ORA!” Il fabbro assecondò d’istinto la volontà del visore nella strategia d’attacco. Non appena i nemici avevano ricominciato a nuotare, decine di nuovi bersagli in movimento avevano preso vita davanti ai suoi occhi. Identificavano il numero di macchine in avvicinamento e il tempo che avrebbero impiegato per raggiungere la spiaggia; erano numeri dalla progressione inversa, il primo era alto e cresceva in ordine esponenziale, il secondo si sarebbe ridotto all’osso in un paio di minuti soltanto. Attivò tutti i mortai puntati sulla scogliera e ritirò cautamente il collo tra le spalle, pronto ad incassare l’urto di un ruggito infernale. Solo dopo qualche istante di silenzio capì che non sarebbe accaduto nulla del genere. Si voltò e vide che le armi della scogliera stavano sì muovendo il proprio asse, come se stessero seguendo un bersaglio, ma lo facevano in silenzio, senza emettere impulsi di luce, raggi phazer o proiettili di piombo in vecchio stile.

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Eppure, ormai poco lontano dalla riva, qualcosa stava realmente accadendo. Le macchine avanzavano con un’andatura che l’uomo non sarebbe stato in grado di sostenere contro la resistenza dell’acqua; molte di esse, però, senza apparente motivo, si fermavano e si lasciavano risucchiare inermi sotto il livello del mare. L’arma di Enrico riusciva a metterle fuori uso. Non funzionava con tutte, alcune passavano, talune erano persino riuscite a toccare il fondale marino; ma era su di loro che i fucili degli altri difensori tornavano utili e s’accanivano distribuendo arti e organi artificiali nel Mediterraneo. La volontà dei difensori non sarebbe però durata a lungo; Enrico e Petr non si sentivano ancora sopraffatti dalla fatica, ma ciò non sarebbe bastato. Senza la barriera a rallentarle, ora le macchine avevano libero accesso alla spiaggia di Marescoglio e, se il loro flusso non fosse stato in qualche modo interrotto, li avrebbero sopraffatti molto prima del tramonto. Il sole, oltre la coltre di nubi ancora cariche di neve, era ormai basso sull’orizzonte. Come per rispondere alle loro preghiere, l’isola si animò una seconda volta; il bagliore fu però diverso, fu più intenso e persistente, e venne dal basso, seguito da una colonna di colore caldo che sembrava volersi unire al cielo. Il suono della deflagrazione li raggiunse e fu del tutto inaspettato: un boato talmente potente da otturare i timpani con palle d’ovatta compressa. Se il suono fosse giunto da una sorgente più vicina, alcuni di loro sarebbero stati certamente scaraventati al suolo senza più un briciolo di forza in corpo. Damiano abbassò il fucile e si mise a scrutare con attenzione l’isola; il suo sguardo, più che allarmato, s’era fatto incredulo, cosa che non prometteva assolutamente nulla di buono. Tutti lo imitarono per qualche istante di troppo e fecero l’errore di allentare la morsa della controffensiva, permettendo al nemico di guadagnare terreno. “NON FERMATEVI!” urlò facendo un passo indietro. “Torniamo lentamente sulla scogliera! Ma non cessate il fuoco! MAI!” Fu una decisione che li scosse. Fu talmente scoraggiante che nessuno di loro ebbe la voglia di fiatare o di contraddirlo; fecero come era stato ordinato, in preda a fremiti di adrenalina incattivita. Enrico non trovò più orgoglio da inghiottire; così arretrò. Domitilla sentì gli occhi bruciare e lacrime di sconforto correrle per le guance; neppure al fianco di una persona che l’aveva amata – sebbene una volta soltanto - si sentì protetta; così arretrò. Ermanno rivisse uno degli attacchi a cui era sopravvissuto in guerra, quello in cui aveva perso suo figlio, di cui non aveva mai più trovato traccia; così anch’egli arretrò. Petr pensò ancora una volta alla sua piccola città e alla famiglia da cui era fuggito; scandendo i propri passi, ricordava i loro nomi. Damiano, per la prima volta in tanto tempo, si sentì il semplice uomo che moltissimi anni prima aveva dato inizio alla sua stirpe, tra un manipolo di ribelli, in una stazione sotterranea dal colore grigio-blu. Qualcosa era andato tremendamente storto sull’isola, non sapeva cosa, ma ciò non importava, poiché non aveva neppure idea di come intervenire. Così, senza propositi che non fossero di fuga, s’accodò alla ritirata. Videro centinaia di macchine arrostire sotto di loro. Sebastiano, Nate e Nikolaj osservarono la loro fine ben ritti sull’attenti, a debita distanza dalla bocca di fuoco della sfera, ma con l’occhio truce di chi sparge giustizia. Il fumo si diradò velocemente, sospinto dalle correnti della tempesta, svelando in tutta la sua ampiezza l’enorme tunnel che emergeva sull’isola da qualche anfratto dimenticato della creazione. Per il momento non c’era traccia di nuovi scalatori; la quiete era tornata indisturbata e i bassifondi delle macchine non sembravano produrre segnali di vita. La sfera rimaneva in sospensione, galleggiando a mezz’aria, come per tenersi in allenamento nel caso dovesse stendersi in un lungo balzo verso la salvezza. “Erano solo modelli sacrificali” disse Nikolaj senza distogliere gli occhi dal passaggio. “Solo modelli… Che significa?” chiese Sebastiano. “Sono modelli base, senza specificità” spiegò il colono. “Facilmente abbattibili.” “Facilmente…”

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“Non dispongono né di armi, né di difese. Sono modelli d’occupazione territoriale. È ovvio che in grande numero costituiscono una minaccia per comunità piccole e impreparate come la vostra.” “Che vuol dire?” intervenne Nate. “Che intendono spaventarci? Invaderci?” Nikolaj stava scuotendo la testa. “Abbiamo pensato che questo attacco fosse solo dimostrativo…” “Si, lo sappiamo…” tagliò corto Nate. “Ma dimostrare cosa? E con quale scopo, poi…” “Sanno che noi li stiamo osservando…” spiegò Nikolaj. “È un sfida. Vogliono solo mostrarci la loro forza, i loro numeri. Hanno mandato al martirio migliaia di loro, dimostrando quanto disprezzino i nostri limiti…” “Sarà…” Nate era per nulla convinto. “Siamo sicuri che non ne tornino altri?” chiese Sebastiano. “Nient’affatto. Dobbiamo accertarcene” disse Nikolaj. “Scendiamo.” La sfera rispose alle sue parole iniziando la discesa verso il tunnel. Lo imboccarono senza esitazioni, seguendo e insinuandosi per la sua lunghezza in linea retta, sprofondando proprio verso l’entroterra. Le pareti distavano forse un paio di metri dall’equatore della sfera, interamente rinforzate da una miriade di singoli listelli di pietra grigia, dando l’impressione che la struttura fosse parte di un rompicapo lasciato in sospeso. “Abbiamo già percorso passaggi simili” disse Nikolaj. “Il sottosuolo ne è disseminato.” “Dove portano?” chiese Nate. “Di solito nei loro rifugi. È possibile che questo conduca proprio al laboratorio che hai visitato tu.” “Così lontano?” “Ti stupisce?” chiese Nikolaj divertito. “Dal numero di macchine che ne sono emerse, mi sorprenderei se non incontrassimo un crocevia che si apre su più sentieri.” “Marescoglio è da qualche parte qui sopra, vero?” Sebastiano guardò in alto. “È possibile.” “E noi che abbiamo creduto di sorvegliarli…” sospirò scuotendo la testa. Nikolaj non rispose, ma si espresse in un sorriso enigmatico che poteva significare: che altro potevate fare. Ma anche: avevi dubbi a riguardo? “Possibile che non ce ne siano altre?” chiese Nate dopo che ebbero vagato per diversi minuti senza incontrare un solo nemico. “Si sono disperse” disse Nikolaj, “date alla fuga. Che sia o meno come crediamo, hanno comunque dimostrato ciò che volevano. Oggi è solo l’inizio; e, come sapete, non hanno certo problemi d’attesa.” Giunsero nel punto profetizzato da Nikolaj, in cui sul tunnel confluivano due passaggi della medesima ampiezza, sulla destra e sulla sinistra, a perpendicolo rispetto a quello che stavano seguendo. Dovendo scegliere da che parte proseguire, Nikolaj optò per una soluzione diversa, il ritorno sull’isola, dove altri della sua stirpe avrebbero tenuto sotto sorveglianza il tunnel. “Meglio tornare indietro” disse. “Damiano e i vostri amici stanno per essere sopraffatti.” “Sei in contatto con loro?” Sebastiano non poté trattenere l’ansia. C’era in gioco la vita di suo padre e quella di sua sorella. “Stanno bene?” “Stai tranquillo” rispose Nikolaj. “Damiano è il più in gamba di tutti noi.” Percorsero il tunnel a ritroso e uscirono a tutta velocità sotto la coltre bianca che non accennava a placarsi. Una sensazione positiva li colpì quando furono investiti da diversi mulinelli di neve che si erano intromessi di forza nella bocca della sfera. “Ragazzi!” urlò Nikolaj rivolto agli uomini sul cannone. “Non lasciatene una viva!” Nate stava giusto pensando a loro e a come riuscissero a patire tutto quel freddo, quando uno scintillio attrasse la sua attenzione. Fu il solo a notarlo mentre la sfera ruotava attorno al suo asse per ricoprire con slancio la distanza che la separava dai difensori - ormai assediati - di Marescoglio.

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“Che cos’era?” disse puntando il dito. “La scintilla… l’avete vista?” Nikolaj lo guardò accigliato, per un tempo che non superò forse il mezzo secondo, ma che nella loro mente si trasformò in un limbo di sensazioni sgradevoli. Il comandantecolono di Marte afferrò il parapetto che lo proteggeva dalla caduta e si sporse verso l’esterno pronto ad impartire un nuovo, urgentissimo ordine. Non riuscì a dire nulla, non perché gli mancassero le parole, ma perché così, senza neppure capacitarsene, si ritrovarono in preda a un vortice ciclopico, sradicati dai propri piedi con una violenza che nessuno di loro aveva mai provato sulla propria persona. Qualcosa li aveva colpiti, qualcosa di grandioso aveva danneggiato irreparabilmente la sfera errante; parte di essa venne devastata dalle esplosioni e fu proiettata lontano senza che nessuno dei suoi piloti potesse più controllarla. Atterrò malamente in un punto dell’isola dominata da una macchia vergine di castagni. Al suo interno, in una delle poche parti sopravvissute all’impatto, tre uomini stavano per riprendere coscienza, ancora ignari del dolore che avrebbero provato al risveglio. La neve aveva interamente coperto la scalinata e fu tremendamente difficile risalirla con gli occhi puntati sulle macchine che avevano ormai occupato la spiaggia. Ermanno scivolò per ben due volte nei primi dieci metri; la prima cadde malamente sul gomito, perdendo la sensibilità del braccio che sosteneva il fucile; la seconda piombò a peso morto sul più sacro delle sue ossa, e urlò di dolore, certo d’esserselo fratturato in più punti. Riuscì tuttavia ad alzarsi con l’aiuto di Petr e a ricominciare a sparare con un tremendo formicolio lungo tutti i nervi del braccio infortunato. Le macchine che avevano conquistato la terraferma correvano verso di loro con volti belli e impassibili; sembravano ginnasti senza fatica, in una competizione pentatletica da cui si sarebbero levati vincitori solo gli individui con polmoni e muscoli d’acciaio. L’ironia voleva che in parte, tutti loro, contenevano una buona percentuale di componenti in lega metallica, e della migliore fattura. Enrico si sentiva impacciato dalla percezione di profondità del visore; benché avesse le maggiori difficoltà nel mantenersi in equilibrio, riusciva ad abbattere otto, anche dieci macchine alla volta e a lasciare che venissero calpestate inermi da chi seguiva a ruota. Le macchine, purtroppo, non si comportavano come avevano sperato; i modelli immuni al raggio mortale di Enrico non si chiudevano a imbuto attorno all’accesso della scalinata. Se così fosse stato, i fucili avrebbero svolto il loro dovere con una carneficina da cui era improbabile uscirne integri. Poco ormai riusciva a sorprenderli, eppure rimasero tutti sgomenti quando la prima macchina che raggiunse la scogliera non si diresse verso di loro, ma verso un punto più lontano, spiccando un balzo a un paio di metri dalla roccia a cui si avvinghiò come un aracnide saltatore. Il suo tentativo d’arrampicata fu stupefacente, agile e veloce, come se neve e vischiosità fossero fattori ininfluenti. Petr la fece saltare in aria al primo colpo. “Petr!” Damiano abbracciò con un ampio gesto tutta la scogliera. “Occupatene tu! Noi continuiamo sulla spiaggia!” Il giovane Purista annuì, lieto che l’ordine fosse semplice da intuire. Fu una scelta fortunata; egli era il più in forze, padroneggiava l’arma al meglio e aveva riflessi ancora freschi. Persino Damiano, fino a quel momento impeccabile ad ogni proiettile esploso, iniziò ad accusare i primi segnali di sofferenza, lasciando che, di tanto in tanto, fossero i grugniti ad esprimere la sua stanchezza. Dal mare il flusso ancora non scemava. Giunti solo a metà scalinata, i loro sforzi dovettero concentrarsi sempre più in prossimità delle rocce, dove la schiera di macchine attendeva il proprio turno per lanciarsi sulla scogliera. Petr dovette inseguire con insistenza un nemico particolarmente lesto a schivare i suoi proiettili di luce. Esso riuscì a giungere fino a metà strada e lì venne frantumato, all’incirca alla loro stessa altezza; fu solo questo il motivo che permise a Petr di notare la grossa testa grigia che si sporgeva dalla sommità della scogliera, qualche metro sopra di loro. “Otto!” gridò, puntando l’indice di una mano verso l’alto e sparando una raffica di

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colpi con l’altra. Damiano capì cosa stesse accadendo senza alzare lo sguardo. “Otto vattene!” urlò alla prima corrente ascensionale che poté raccogliere la sua voce. “A casa! VATTENE!” Nessuno dei difensori, al momento, poté permettersi di controllare che il cane avesse eseguito effettivamente l’ordine. Sparavano senza sosta, senza pensiero, sul limitare di quello che Ermanno in guerra avrebbe definito rigurgito dello sconfitto: lo stato d’animo di chi si batteva a un solo passo dall’essere soverchiato, senza tuttavia volerlo riconoscere. Così avrebbero combattuto sino alla fine, dominando le macchine per tutto il tempo che fosse loro concesso, fino al momento in cui sarebbero caduti sulla sabbia e senza vita. Pochi metri sopra, invece, dove l’aria feriva per il gelo, Otto aveva deciso di disubbidire all’ordine del vecchio uomo. Scrutava l’isola in uno stato di forte agitazione ed emetteva un guaito sommesso che il vento metteva subito a tacere. Aveva fiutato qualcosa che giungeva dall’acqua, una terribile premonizione che l’aveva spinto a tornare indietro benché gli fosse stato richiesto il contrario. Sentiva che oltre il mare, da qualche parte sull’isola, l’ultimo dei suoi padroni umani sarebbe presto scomparso nel nulla. 50 “Daniele…” Una voce lo richiamò, strappandolo dai luoghi del sonno. “Daniele, svegliati. È tempo.” Conosceva quella voce, era piatta e insulsa… eppure allo stesso tempo commovente. Rivelatrice. Quella voce non aveva sorgente, nasceva da ogni punto dell’oscurità tutt’attorno. Daniele sapeva di trovarsi ancora in una prigione, ma era molto distante dagli altri detenuti, forse in qualcosa di simile a una cella d’isolamento. “Mi fanno male gli occhi” gracchiò con fatica, provando una fitta insopportabile tra il collo e la nuca al suono delle sue stesse parole. “E la testa…” balbettò sofferente, “…malissimo…” Daniele percepiva diverse pressioni su tutto il corpo. Non poteva muoversi; questa volta, però, qualcosa lo stava tenendo immobile a terra, lasciandogli solo la libertà di sventagliare le dita della mano e dei piedi. Una conquista tutt’altro che consolatrice. C’era altro che premeva sul suo corpo. Era la causa del dolore che gli stava spremendo il cervello dall’interno, proprio sopra la spina dorsale. Qualcosa si era insinuato sotto la sua pelle, dentro la carne, e aveva concretizzato una delle sue più forti paure: la violenza, l’esplorazione carnale, l’essere cavia di un’ispezione non umana. “Fra poco passerà, Daniele” disse la voce. “Lo prometto.” Apparteneva alla macchina che aveva incontrato sul piccolo molo di Onda Minore. Ora sapeva cos’era realmente accaduto, ora lo capiva. Si era fatto affabulare dalle sue parole, stregare dal suo fare profetico e dalle sue promesse di unicità. Sei ricettivo…, gli aveva rivelato, sei la promessa per il futuro dell’uomo e delle macchine… E lui non aveva resistito per un solo istante, lui si era materialmente gettato nelle braccia della macchina. Si disgustava, si sarebbe sputato sul volto se avesse avuto saliva in bocca. “Non è affatto andata così” disse la macchina. Si accostò a lui, o forse sembrò solo avvicinarsi, forse fu solo la sua voce a crescere di tono. “Stiamo per farlo, Daniele. Tu ora non capisci, ma ciò che stai per diventare è ciò che stiamo aspettando da così tanti anni…” Daniele espanse i polmoni al limite del cedimento e, più che parlare, sembrò emettere un ringhio infuriato. “Liberatemi! Brutti pezzi di merda, liberatemi! Liberatemi ora!” “Sarai il primo” continuò la macchina. “Il primo di una nuova specie…” “Lasciatemi andare! Ve lo ordino!” gridava Daniele, lanciando insulti che avevano solo la forza di tornare indietro sotto forma di fitte lancinanti al cervello. L’indignazione, la rabbia e l’adrenalina gli davano la forza di non cedere a quel gioco psicotico che avrebbe reso pazzo chiunque credesse d’agire secondo un minimo di senno. “Siamo noi ad avervi creato! NOI! Ubbiditemi, bastardi inferiori! Liberatemi!

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Non otterrete nulla! Non vi darò nulla!!!!” “Abbiamo già ciò di cui abbiamo bisogno, Daniele” rispose la voce con calma. “Tu cerca di non agitarti e il dolore passerà subito.” “Non fare finta di niente, pezzo di merda. Ascoltami!” urlò il ragazzo. “Sei un bastardo! Un bastardo fottuto senza futuro!! Vi uccideremo!!!! VI UCCIDEREMO TUTTI FINO A QUA…” Non riuscì a terminare la frase: il suo viso si gelò con la bocca ancora aperta sulla vocale, i muscoli rimasero in tensione vibrando, come se stesse solo attendendo di ritrovare la voce, o come se il dolore fosse così grande da spezzargli il fiato. Daniele, colpito come da un maleficio, non poté neppure permettersi di perdere i sensi. L’intruso sopra la colonna vertebrale si era vivacizzato nella sua parte più appuntita, acutizzandosi, insinuandosi ancor di più nelle carni del ragazzo. Daniele raccolse tutte le facoltà di cui si sentiva ancora padrone e si sforzò di muovere un arto o una sola corda vocale; lo fece perché lo sentissero un’ultima volta, perché le macchine capissero che, di fronte al tormento, nessun uomo si sarebbe dato per vinto. E purtroppo non ci riuscì; l’unico risultato che ottenne fu vana resistenza e il prolungamento dell’esperimento di cui era vittima. Fu in quel momento che l’intruso iniettò qualcosa nel suo cervello, un fuoco vivo che attraversò in un lampo tutto il suo corpo e lo fece ardere dall’interno. Daniele non bruciò, non come sarebbe accaduto se l’avessero attaccato allo scoppio della guerra, quando di lui non sarebbe rimasta che cenere. Qualcosa di diverso si impossessò di lui e lo fece espandere… Fu una sensazione straordinaria e incredibilmente lucida. Come se tutto ciò che il suo corpo e la sua mente contenevano, pulsando, aumentasse di volume, sul punto di lacerargli la cute; ma senza alcun dolore, senza più sentirsi contratto dalla paura. Muscoli e volontà, tessuti e vigore crebbero a dismisura dentro l’involucro che una volta era stato Daniele, cessato d’essere semplicemente un uomo al primo millilitro dell’iniezione. La sofferenza si era tramutata in energia, e in estensione dell’essere, e in cognizione sensoriale, e in consapevolezza del proprio punto d’appartenenza all’istante universale. Egli era uno, egli non si sentiva più parte di quel mondo, ma suddito prediletto del tempo e dello spazio, e unicamente alle loro leggi sarebbe sottostato. Così Daniele si perse, morì e rinacque creatura nuova e magnifica, ribelle e sconosciuta alla Terra. Figlio primo di una razza aliena all’universo, che in esso avrebbe potuto sguazzare e allietarsi con facoltà straordinarie, possibilità fisiche ed eteree ignorate sin dall’inizio del tempi. Fu la vittoria delle macchine, fu il successo che avevano ideato più di millesettecento anni prima, quando ebbero in dono la capacità di decidere per le proprie esistenze. Eppure di una cosa non avevano tenuto conto, una delle poche che avrebbero potuto mettere a repentaglio la riuscita del loro primo capolavoro creazionistico. Ogni atto lascia dietro di sé una traccia. Come sul luogo di una tragedia, dove ci si permea di infelicità, anche senza esserne a conoscenza; o come dopo ogni celebrazione, a calici posati e festoni dismessi, quando non si può rimanere indifferenti e si è colti da buoni auspici per il futuro; oppure rievocando un evento carico di violenza, sul luogo o anche solo nella memoria, dove collera e sofferenza si conservano e toccano l’anima di chi osserva e ricorda. Se tutto questo è vero, se tutto questo è tangibile perfino alla percezione del semplice uomo, non è difficile immaginare come la neonata creatura dovesse sentirsi prendendo coscienza di sé. Quando Daniele aveva cessato di esistere, la furia e la rivalsa erano gli stati d’animo che l’avevano tenuto cosciente. L’essere, venendo al mondo, lì fiutò e li rese propri, desiderando solo la libertà e l’annientamento di tutta la materia che lo circondava. Sebastiano udì un uomo arrancare; grugniva e sbuffava dal naso, strisciando verso di lui tra cumuli di strumentazioni esplose in tante piccole carcasse taglienti. C’era un odore nauseante nel’aria, quello stesso familiare odore che aveva fatto seguito a tutti

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gli attacchi delle macchine. Non c’era fumo, neppure fuoco, solo distruzione e modellamento, come se le loro armi micidiali potessero consumare gli elementi, frammentarli e fonderli assieme secondo un processo chimico che puzzava d’abominio. Quando Nate lo raggiunse, Sebastiano riusciva a malapena a respirare. Qualcosa lo schiacciava sulla parte destra del torace impedendogli di trattenere ossigeno, se non per singhiozzi veloci e scostanti. Non si azzardò neppure a muoversi; c’era qualcosa di sbagliato nella torsione del suo corpo, e sapeva che, anche solo provandoci, sarebbe stato sopraffatto dal dolore. La fronte e lo zigomo sinistro dovevano aver battuto malamente nella caduta, schiacciandogli la forma del cranio. Sbatté e aprì gli occhi, uno dei quali vedeva solo a macchie rossastre. Nate aveva il viso piegato verso di lui e anch’esso aveva subito le sue fratture, il naso era rotto e il labbro superiore gocciolava vistosamente in più punti. Nate, per raggiungerlo, aveva strisciato per terra martoriandosi le braccia con i detriti affilati di cui era sparsa la cabina. “Amico” disse toccandogli delicatamente una spalla. “Mi senti?” Sebastiano lo udì e inspirò troppo profondamente; qualcosa dentro di lui gorgogliò in modo raccapricciante. “Tieni duro” disse Nate. Cercò di mettersi supino e si issò con una fitta incredibilmente dolorosa alla gamba sinistra. Si sedette al suo fianco, poggiando la schiena su un cassone d’acciaio ribaltato. “Stanno per tirarci fuori. Adesso arrivano, vedrai.” Nikolaj li raggiunse reggendosi su ogni superficie che potesse fare d’appoggio. Dei tre era quello che aveva subito meno danni; si teneva un gomito e si era procurato una profonda ferita sulla cute del cranio rasato. A parte questo, riusciva a tenersi in equilibrio, anche se il suo sguardo faticava a schiarirsi e a focalizzarsi su un oggetto in particolare. Si chinò e cercò di stabilire la gravità della condizione di Sebastiano; a prima vista, il responso lasciava poco spazio all’ottimismo. “Sebastiano, mi senti?” Gli fece pressione su una guancia, delicatamente, dirigendogli il suo sguardo perso nel vuoto. “Hai difficoltà a respirare?” Sebastiano riuscì ad emettere un “si” di cui udirono solo il sibilo. “Abbiamo chiamato i soccorsi” gli disse il colono. “Si prenderanno cura di te. Non è grave come sembra. Cerca di rimanere con noi e te ne tornerai a casa senza problemi. Mi hai capito?” Seguì un secondo sibilo, poi un lungo silenzio carico di sofferenza. “Tu come stai?” chiese quindi a Nate, abbandonando il tono premuroso che aveva usato con il moribondo. “Riesci a stare in piedi?” Nate lo guardò senza fiducia. “Posso provarci, ma una gamba è andata.” “Il resto?” “Dolorante. Ma nient’altro di rotto.” Nate guardò Sebastiano e fece cenno verso di lui, chiedendo con circospezione cosa ne pensasse. Nikolaj scosse la testa velocemente e lo fissò con occhi che dicevano: spacciato. Lo aiutò a mettersi in piedi e, quando vide in che stato si trovava la cabina, Nate si chiese come fosse possibile che nessuno di loro fosse morto sul colpo. La sfera si era schiantata a terra e aveva terminato la sua caduta sottosopra. Poco di ciò che aveva contenuto era rimasto integro e, sopra di loro, la bocca del cannone si apriva sull’esterno, permettendo alla luce della sera e a qualche fiocco di neve intrepido di sedimentarsi in cabina. “Gli uomini?” chiese Nate, riferendosi agli artiglieri sul cannone. “Morti” fu la risposta. Udirono suoni concitati giungere dall’esterno, dove gli uomini di Nikolaj avevano già iniziato a organizzare una resistenza armata nel caso in cui le macchine fossero venute a terminare l’opera. Altri si stavano avvicinando dall’interno, chiamando a gran voce i nomi dei feriti e dei dispersi. “Che diavolo è stato?” chiese infine Nate. “Com’è stato possibile?” “Hanno devastato tutti i nostri sistemi difensivi…” rispose Nikolaj con lo sguardo

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insolitamente duro e lontano. “Ed è una cosa che non dovrebbe accadere?” “No” rispose secco. “Non dovrebbe accadere affatto.” Nate rimase in silenzio, combattuto se chiedere o meno spiegazioni, quando Sebastiano ebbe come un conato d’agitazione e allungò la mano verso di lui, spalancando gli occhi. Nate s’accorse che uno di essi era esploso dall’interno e aveva coperto di sangue iride e pupilla. “La bambina…” disse Sebastiano con un sospiro sofferente. “Come?” chiese Nate allungando il collo verso il basso. Non poteva piegarsi, non senza maledire i propri santi protettori. Nikolaj si chinò sulle ginocchia e strinse una mano al primo cittadino di Marescoglio. “Sono qui, Sebastiano. Dimmi.” “La bambina…” ripeté in un sussurro. “Quale bambina?” “A Foce Mossa. Ancora viva…” rispose l’occhio sbarrato ancora funzionante. “La madre forse… Devo tornare a prenderla…” “Ti seguo, ho capito. Andremo a prenderla. Foce Mossa è una città?” Sebastiano fece segno con la testa. “D’accordo” disse Nikolaj stringendogli le dita. “Torneremo. Ma insieme, d’accordo?” Sebastiano rimase immobile ad ascoltare, l’occhio viaggiò nell’orbita, come se volesse riacciuffare un bersaglio che aveva perso di vista. La spiegazione, in realtà, era più semplice. Non vedeva più nulla, cercava solo di orientarsi nel buio. Quindi scosse la testa lentamente, come per contraddire il colono. “Cynthia…” aggiunse con un filo di voce. “È il nome della bambina?” “S…” E il polmone collassò, rifiutandosi di esalare il respiro ultimo dell’anima. Così giacque immobile, a un soffio dalla vita e dalla morte, attendendo che fosse la brezza di Ponente a decidere da quale parte dovesse cadere. Sulla scogliera fu ormai chiaro a tutti che non ci sarebbe stato modo di arrestare le macchine. Salivano sotto di loro, dappertutto, in arrampicata libera e senza temere d’essere uccisi; poiché la coscienza di uno, fosse anche stata messa a tacere, non si sarebbe dispersa con la sua morte, ma sarebbe sopravvissuta nel successivo, e nel successivo ancora. Un unico stormo di nemici con la medesima volontà, indivisibile e incorruttibile, anche di fronte allo sfoltimento di migliaia di individui. I proiettili di luce venivano ormai espulsi a raffica e senza criterio, l’intensità dei colpi era talmente alta da mettere in pericolo la stabilità stessa della parete rocciosa. Enrico gridava demoralizzato, cercando di individuare i singoli bersagli in quella massa disorganica di corpi senza vita. Il loro era un numero talmente elevato da non essere neppure in grado di scorgere le vittime che mieteva. “Datemi un cazzo di fucile!” urlò in preda alla frustrazione. “No!” disse Damiano. “Continua così!” Enrico non ci vide più dalla rabbia. Agì d’istinto e lasciò che fosse il suo corpo a parlare. Afferrò il visore, se lo sfilò e lo lanciò nel vuoto, oltre la scogliera, tra la folla di macchine che si spintonava per accedere al proprio turno. “PAZZO!” urlò Damiano con quanto più fiato avesse dentro di sé. Poi, con grande sorpresa dello stesso ribelle, afferrò qualcosa che aveva tenuto nascosta nella cinta dei pantaloni e gliela lanciò tra le mani. “Sarai la nostra fine!” Enrico afferrò l’oggetto in volo e si ritrovò a impugnare una splendida pistola di grosso calibro del colore dell’acciaio. Era incredibilmente leggera per la sua fattura, ma non per questo di nocività inferiore. Iniziò a sparare e si sentì notevolmente rinvigorito alla visione di teste e braccia meccaniche che saltavano per aria tra decine di corpi volanti. “Quando cazzo arrivano i tuoi rinforzi?!” gridò tra un proiettile e l’altro.

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Damiano non rispose. Era madido di sudore e il suo colore pallido iniziava a svelare l‘uomo terribilmente vecchio che si celava dietro quella corteccia di pelle impenetrabile. “Allora?!” insistette il fabbro. “Quando arrivano?!” “Non lo so!” sbottò Damiano senza potersi permettere di guardarli in faccia. Fu forse un bene, perché dubitava che, giunto a quel momento, avesse il coraggio di farlo. “È successo qualcosa sull’isola! Sarebbero già dovuti essere qui!!” “Non siamo venuti qui a morire!” gridò Ermanno. “Non era così che sarebbe dovuta andare!!” “Cosa facciamo adesso?!” strillò Domitilla in preda al panico. “COSA FACCIAMO?!” 51 L’essere che era stato Daniele tramutò la sua furia in ribellione, opponendosi alle mani che lo contenevano nel carcere di carne e tessuti. Ora poteva vedere di nuovo, ma non attraverso impulsi e nervi ottici; la vista, come a tutti gli altri detenuti, era stata estirpata avvolgendolo nell’oscurità. Se avessero ancora avuto gli occhi nelle orbite, avrebbero saputo d’essere illuminati a giorno, dalla luce del sole, e di trovarsi rinchiusi in una gabbia di vetro nel cuore dell’isola, poco distanti dal punto in cui era stata abbattuta la sfera errante. L’essere sensazionale vedeva attraverso la comprensione; attorno non c’erano più manifestazioni distinte di forma e sostanza: c’era percezione infinitesimale dello spazio, d’ogni suo singolo punto, della porzione di universo in cui si trovava ad esistere. Era consapevole del luogo e del momento, li sentiva scorrere sulla sua nuova pelle, tra le dita delle mani; li poteva inspirare dentro di sé, appropriarsene, ma anche trattenerli e studiarli come osservatore distante. Perché l’essere sapeva come ingannare gli eventi, come piegarli a proprio favore e come viaggiare dentro di essi lungo leggi e sentieri mai battuti. Si divincolò dalla morsa delle macchine; l’avevano accerchiato e tenuto immobile durante il processo di mutazione. Fu facile, fu come trasformarsi in liquame e fluire tra una barriera di villi coriali. Le macchine sentirono Daniele disfarsi sotto di loro e portarsi a debita distanza; un corpo ancora in trasformazione, provato e ansante, con porzioni di pelle che si stavano squamando e rivelavano fibre di tessuto incompiute, diverse, che davano l’impressione di perdere in tangibilità. L’essere non capiva ancora cosa gli avessero fatto, ma sapeva di provare dentro di sé uno sdegno che non aveva uguali. Si sentiva immensamente cattivo e dominante, come se tutte le particelle del cosmo gli stessero formicolando tra le dita, come se volessero essere plasmate secondo il suo solo volere. Le macchine assistettero alla metamorfosi, immagazzinarono le informazioni e lanciarono il segnale d’allarme a tutti i loro simili che camminavano sulla Terra. Quindi, con il solo proposito di provocarlo, avanzarono verso Daniele, lo afferrarono e tentarono di riportarlo in sottomissione, strattonandolo verso il piano operatorio e lo strumento che aveva iniettato fuoco nelle sue arterie. Reagì con furia; bastò un ampio e veloce gesto del braccio per allontanarle da sé, e con esse lo spazio che le conteneva, assottigliandolo come se si trattasse di tessuto elastico. Le macchine vennero catapultate a diversi metri di distanza e si ritrovarono in pezzi, schiacciate e deformate come se fossero state spremute da una pressa. Il materiale lucente che componeva l’architettura della prigione si gonfiò verso l’esterno e formò grosse bolle di vetro che si creparono in migliaia di piccole ragnatele filamentose. L’ambiente cambiò prospettiva e confuse profondamente l’essere, ben lungi dal sentirsi padrone delle sue nuove facoltà. Le macchine crollarono a terra incapaci di camminare, molte vetrate esplosero in successione e provocarono una fitta pioggia di frammenti che ferì il corpo di Daniele in molti punti.

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Nel mezzo di quel rumoroso caos percettivo, l’essere si disperò e si sentì per la prima volta spaventato, sperimentando su di sé un sentimento simile a quello che gli uomini conoscono come abbandono. Fece così l’unica cosa che sarebbe venuta in mente ad ogni animale della Terra, uomo o altro che fosse: esso si nascose. Allargò le braccia e chiuse i palmi delle mani, affondando le dita nella realtà. Così tirò, tirò con quanta più forza avesse a disposizione; sforzando, squarciando, come se stesse afferrando i lembi di un mantello da illusionista e vi ci si volesse avvolgere con maestria. Lo spazio venne strappato lungo due ferite ad arco che si incrociavano nel mezzo e la conformazione dell’isola subì un profondo cambiamento strutturale. Gli effetti della rottura furono uditi nel raggio di centinaia di chilometri e crearono una miriade di lacerazioni sanguinanti che nessuno avrebbe mai potuto sanare. L’essere straordinario svanì così dalla superficie della Terra, portando con sé molto di ciò che transitava sull’isola: tra cui uomini, macchine e animali. Vennero inghiottiti in un solo istante, senza lasciare una sola traccia dietro di sé. Marescoglio tollerò il dissesto senza mettere in pericolo i suoi abitanti. Solo tre uomini subirono danni di lieve entità, per motivi che potevano definirsi “collaterali”. Due di loro si trovavano su una rampa di scale; il terzo nel proprio salotto, in bilico su una scrivania pericolante, intento a esaminare una chiazza di muffa che sembrava espandersi a vista d’occhio. Fu come se tutto il mondo fosse stato mosso in avanti, come se ogni cosa fosse stata legata a un mazzo di fili improvvisamente strattonato di un paio di metri. Solo pochi, però, furono effettivamente traspostati. Gli edifici e la case subirono solo uno scossone, mentre agli abitanti sembrò d’essere stati spinti da una mano invisibile, risolvendo l’instabilità con qualche passo di troppo. I danni si calcolarono solo in stoviglie, mobilia, piccoli oggetti di poco valore, una caviglia e due lussazioni di lieve entità; volò tutto a terra come se l’inclinazione del suolo si fosse abbassata di un paio di gradi. Il rumore che seguì, al contrario, fu altra cosa. Alcuni di loro, chi si trovava all’aperto soprattutto, ritrovato l’equilibrio, sentirono un botto talmente forte da mettere in pericolo la membrana dei loro timpani. C’è chi si tappò le orecchie, chi si prese la testa fra le mani. Ma guardarono tutti in alto, aspettandosi di vedere una seconda nave astrale solcare il cielo. Due piccole lesioni dello spazio s’aprirono in due edifici di Marescoglio. La prima nella classe di Marla, sotto il banco di una sua alunna di nome Rebecca; la seconda in una abitazione del centro storico della cittadina, in uno dei suoi appartamenti vuoti e pronti per fare da dimora ai viandanti che avrebbero deciso di stabilirsi e prosperare con la comunità. Sulla scogliera la spaccatura ebbe tutt’altro effetto; avrebbe prodotto eco per gli anni a venire, se solo il suo unico spettatore non fosse stato un cane dal lamento inconsolabile. Senza la protezione delle rocce e della terra che saliva fino all’avamposto, i difensori furono travolti da un’attrazione che li levò violentemente in aria e li fece volare in direzione dell’isola per decine di metri. Fortunatamente sarebbe stato il mare ad accoglierli; gelido, è vero, ma almeno avrebbe garantito loro un atterraggio doloroso e non fatale. Sarebbe, avrebbe… perché in realtà piombarono nel mezzo di una flotta di macchine in lotta con le acque, pronta a invadere la spiaggia che i difensori avevano tenuto a spada tratta. Otto fu il primo a percepirne la forza e a farsi attrarre in aria senza opporre resistenza. Pochi metri sotto, gli spari si zittirono all’improvviso quando i cinque di Marescoglio si sentirono sollevati in aria con un’accelerazione che strappò loro il respiro e lesionò più di un muscolo del collo. Le macchine scalatrici furono sradicate dagli appigli di roccia, mentre chi attendeva sulla spiaggia fu alzato in vortice da un tornado camuffato in tempesta.

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Volarono, le armi vennero strappate loro di mano e piombarono in acqua svuotati d’ogni reazione, con la sola consapevolezza d’atterrare nel mezzo dell’esercito nemico. Quattro dei difensori si prepararono alla morte affiorando in superficie senza fiato, guardandosi disperatamente attorno con le membra pericolosamente intorpidite dalla temperatura del mare. Le macchine in acqua, inizialmente risucchiate da una bassa marea improvvisa, riconquistarono terreno e si chiusero attorno ai cinque umani e al singolo canide, come se volessero ingerirli con la loro massa brulicante. Domitilla parò la loro avanzata senza respiro, alzando le mani disperata; Petr riuscì a colpirne un paio in piena faccia, ma fu subito spinto verso il fondo dalla loro avanzata; Damiano aveva riesumato una pistola dalle sue vesti ed era riuscito a sparare ancora tre colpi prima che gli sfuggisse di mano, sottratta da una bracciata che lo colpì sull’arto armato; Enrico urlava e tempestava di pugni qualsiasi cosa trovasse sul suo corso, sollevando zampilli d’acqua salata che lo nascondevano alla vista. Ermanno fu invece il più quieto ad affrontare la fine: era riemerso senza fatica, tenendo solo la testa fuori dall’acqua, e ora osservava senza emozione il più vicino dei suoi aggressori. Schivarono i primi assalti con un ringhio esasperato in gola, fendendo l’acqua con affondi disperati, volti più a infilarsi tra le macchine che a colpire. L’adrenalina smontò con il passare dei secondi e si tramutò in disordine cognitivo, come se si rifiutassero di capire che diavolo stesse accadendo. Al passaggio inoffensivo dell’ennesimo nuotatore, rimasero tutti sul posto, interdetti e ammutoliti, increduli, mantenendosi a galla con lenti movimenti concentrici di braccia e gambe. Solo in quel momento fu chiaro che le macchine non erano affatto interessate a loro; perseguivano un obiettivo, una meta forse, e gli uomini di Marescoglio sembravano non farne semplicemente parte. Insignificanti… pensò Ermanno mentre iniziava a sentire sul proprio corpo i primi sintomi dell’assideramento. Come sassi al cospetto di una valanga. Individuò gli altri difensori, tutti sparsi per un area di circa cento metri quadrati, e fece loro cenno di seguire lentamente le macchine e dirigersi all’asciutto. Damiano captò il suo movimento e annuì, incitando gli uomini a nuotare senza timore. Non fu facile; sembrava inevitabile che almeno una delle macchine si potesse accorgere di loro, trucidandoli al passaggio. Si sentivano come se stessero avanzando in una palude disseminata di morsi velenosi, e loro potessero sopravvivere facendo solo affidamento sulla lentezza e la mimetizzazione. Furono cinquanta, forse sessanta metri interminabili. Di fronte a loro le macchine conquistavano la spiaggia e si fiondavano sulla scogliera scalandola in una manciata di secondi. Continuarono a conquistare la cima degli scogli finché anche l’ultimo della coda, l’ultimo del flusso serpentino che nasceva dall’isola, non li sorpassò, lasciando dietro di sé un moto ondoso che andava placandosi sotto il soffice tempestio della neve. Le macchine svanirono così oltre la scogliera, lasciando ai difensori il terribile dubbio di cosa avrebbero visto una volta conquistatane la cima. Fiamme? Fumo? Temevano una risposta simile, eppure dubitavano fosse la verità. Erano quasi certi che Marescoglio avrebbe continuato a vivere indisturbata, totalmente all'oscuro della minaccia sgusciata dalle falde dell’isola. Raggiunsero l’asciutto scioccati per il freddo che avevano patito appena fuori dall’acqua. Ermanno si piegò sulle ginocchia cercando di respirare più profondamente; tossì quasi fino allo sfinimento e si stirò la schiena con gli occhi arrossati dalle lacrime. Afferrò il proprio berretto che, chissà come, aveva salvato dal naufragio e se lo schiaffeggiò ripetutamente su un ginocchio per ripulirlo dalla sabbia. Poi se lo pose sul capo, benché fosse ancora gelido e bagnato, e scosse la testa ripensando al pericolo che avevano appena corso inutilmente. Domitilla si aggrappò al corpo di Petr, tremante, cercando il calore che non avrebbe sentito fino al riparo dell’avamposto. Pensò a suo fratello ed ebbe la terribile sensazione che le macchine stessero per raggiungerlo ovunque fosse atterrata la nave astrale dei coloni.

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Enrico si sentì invece sconfitto; piangeva sommessamente e pensava a sua nipote e alla rabbia dolorosa che l’aveva spinto sull’orlo del martirio. Chi voglio prendere in giro… pensò con gli occhi infiammati dal sale e dallo sconforto. Suicidio. Sono venuto qui per morire da vittima, non da eroe… Damiano stava tentando di ristabilire la comunicazione con la sfera. I sopravvissuti all’impatto erano come svaniti nell’istante stesso dell’implosione. Chiamava in continuazione Nikolaj e molti della sua gente; doveva sapere che fine avessero fatto. Benché in tutta sincerità si stava rodendo l’intelletto nel tentativo di intuire cosa avesse provocato quell’incontrastabile attrazione gravitazionale. Si incamminarono in silenzio verso le gradinate imbiancate della scogliera, nuovamente incerti su ciò che li attendeva per il futuro. Petr era l’unico ad avere ancora nelle orecchie gli ululati di Otto. Guardò in mare, anche se la sua vista non poté fendere la neve se non per una decina di metri. Il visore di Enrico, la loro unica possibilità di indagine, giaceva sepolto sotto uno strato di neve e di sabbia. Oltre la coltre di ghiaccio, tuttavia, invisibile agli occhi degli uomini, una scia in espansione spaccava a metà la lingua di mare che divideva le due sponde, procedendo a ritmo sostenuto verso l’isola delle macchine. Otto, a quanto pareva, era stato l’unico a non darsi per vinto. 52 Era scesa di nuovo la notte su Marescoglio e i suoi abitanti, la seconda da quando le macchine erano fuggite dall’isola che li aveva contenuti negli ultimi tre anni. Già, perché di fuga si trattava; Damiano non poteva esserne più sicuro ormai. Era stato colto di sorpresa, sarebbe stato stupido negarlo. Lui e la sua gente avevano creduto in un attacco: i movimenti delle macchine, i segnali di raccolta, le accelerazioni emometriche del loro sangue sintetico… ogni indizio portava a due soluzioni diverse, due traduzioni comportamentali che nel linguaggio umano potevano significare aggressività o allarme. Avevano optato per la prima, l’interpretazione più prevedibile, e avevano sbagliato di grosso, mettendo in serio pericolo le vite dei quattro uomini che l’avevano affiancato nella difesa della spiaggia. Tuttavia non era questo il motivo che lo turbava. Ermanno riposava poco distante nel suo piccolo rifugio e non sembrava serbagli rancore; era già tornato a studiare le sue carte celesti, cercando un modo di mettere nuovamente in funzione la sua fabbrica di nuvole. La primavera sarebbe giunta velocemente e voleva dare il suo contributo al raccolto annuale. Petr e Domitilla si sarebbero sostenuti a vicenda; vivevano entrambi nella sistemazione che il ragazzo aveva scelto insieme a Nate, e attendevano che dall’orizzonte spuntasse il profilo della Deuvan, carica di grandi novità giunte insieme alla venuta dei coloni di Marte. Damiano, per il momento, non voleva svelare la verità, almeno finché la tempesta gli forniva il pretesto per continuare a tacere. Su Enrico non poteva sbilanciarsi; aveva sperato che la difesa di Marescoglio potesse distrarlo dalla morte di sua nipote, o comunque dargli una ragione diversa per tornare combattivo. Visto l’esito disastroso della loro impresa, purtroppo, non poteva certo sorprendersi se il fabbro si era nuovamente ritirato in se stesso, burbero e intrattabile, e aveva passato parte della sua giornata sotto un ombrello carico di neve, in contemplazione della tomba imbiancata di Lena. Loro quattro, comunque, sarebbero presto tornati a svolgere i loro doveri nella comunità, senza svelare un solo particolare di ciò che era successo sull’isola. Questo contava; Damiano e la sua gente avevano bisogno di tranquillità e di una limitata cerchia di semplici uomini per riorganizzarsi e scoprire cosa fosse accaduto. E cos’avesse terrorizzato le macchine al punto da farle fuggire in massa. Nikolaj, negli ultimi istanti di comunicazione, era riuscito a inviare le immagini della sfera sventrata, dei loro defunti e dei feriti. Anch’egli non capiva cosa li avesse attaccati e come avesse potuto infrangere così facilmente le difese collaudate contro ogni tipo di arma nemica. Poi era svanito, mentre quella forza ignota li attirava a sé.

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L’ultima informazione riguardava un nome svelato da Sebastiano sul punto di collassare, una bambina di una piccola città poco distante, Foce Mossa. Sembrava importante, per quanto raramente le ultime parole di un uomo si fossero mai rivelate meritevoli d’attenzione. Damiano alzò gli occhi e rimase incantato da ciò che vide in cielo. Uno squarcio aveva aperto le nubi che coprivano la Luna e la lasciarono visibile per diversi minuti, giusto il tempo di provvedere alla loro cucitura. Pensò al racconto di Nikolaj e a quanto di straordinario avesse scoperto durante la sua permanenza nell’antica Colonia Lunare, lassù, dove già 1700 anni prima uomini formidabili avevano trovato il modo di piegare l’anatomia umana alla scienza e produrre un essere in grado di calpestare il dominio delle macchine. E ora loro ne possedevano la certezza! La prova schiacciante! Sempre che… Strinse gli occhi osservando davanti a sé e sospirò di gioia quando vide il contorno di una porta prendere improvvisamente vita e risplendere nella notte. Il profilo di un veicolo mimetizzato fu infine distinguibile, circondato dai fiocchi di neve, mentre l’ombra longilinea di un uomo faceva la sua comparsa, scendendo a terra e dirigendosi verso Damiano a braccia aperte. “Padre” disse il figlio che non vedeva da così tanti anni. Li aveva trascorsi oltre lo spazio, sul pianeta colonizzato dalla loro gente. Si abbracciarono e risero di gioia. A vederli, sarebbe stato come osservare due riflessi giunti da epoche lontane; la differenza si poteva stimare all’incirca sui quarant’anni, o forse più. Il più giovane aveva gli occhi velati di lacrime, il vecchio manteneva un atteggiamento contenuto, anche se, dentro di sé, si sentiva finalmente completo. Presto avrebbero parlato, avrebbero trovato tutto il tempo di condividere ciò che li aveva tenuti separati per anni. Ora, c’era da comprendere una questione decisamente più importante: il ritrovamento del Comandante Nikolaj. Il corpo che avrebbe potuto deviare a loro favore la storia. Finalmente. Per l’ultima volta. “La reliquia? È autentica?” chiese con il cuore che sembrava volergli sfuggire dalla gola. “Si.” Il figlio annuì con un sorriso sincero, lasciando che il padre espirasse di sollievo. “È autentica. Nikolaj ha agito con saggezza mettendola al sicuro prima di rispondere al tuo richiamo.” “Magnifico…” disse Damiano assaporando la dolce verità. “Che cos’è?” “Un esemplare femmina” rispose il figlio. “Intorno ai trent’anni. Perfettamente conservata.” “L’ultimo abitante della Colonia Lunare…” recitò Damiano alzando di nuovo gli occhi verso la Luna. “Incredibile…” Il satellite terrestre tornò a nascondersi dietro le nuvole. Era in periodo calante, a un paio di giorni successivi alla sua fase piena. Malgrado l’ombra della Terra stesse per inghiottirla e ridurla in spicchi sempre più sottili, il suo profilo morsicato era ancora riconoscibile. Di tutto ciò che aveva raccontato Nikolaj, la rivelazione più eccitante riguardava l’origine della menomazione lunare. Non un meteorite, come sempre era stato creduto: prima della Colonia, prima che l’uomo vi mettesse piede, la Luna, splendida tra gli astri, aveva sempre sfoggiato la sua forma perfettamente sferoidale. “I nostri fratelli?” chiese quindi Damiano, avvolgendo un braccio attorno alle spalle toniche del figlio. “Li ho preceduti di qualche ora. Volevo portarti la notizia personalmente.” “Non potevi fare scelta migliore” concluse il padre superando la soglia di casa. “Non potevi davvero.” 53 Regina si svegliò di soprassalto nel cuore della notte. Accese la piccola lampada che divideva il suo letto da quello della sorella. Ruth doveva essere uscita mentre lei dormiva, in una delle sue divagazioni notturne per la Colonia.

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Stupida, pensò nel dormiveglia, coricandosi nuovamente sul cuscino. Le palpebre le si erano già chiuse, quando qualcosa si mosse poco lontano dalla porta della loro stanza. Era nel corridoio dell’orfanotrofio e produceva un rumore strano… una sorta di verso animalesco fatto raschiando il fondo della gola. Addio sonno… si disse Regina, più spaventata che infastidita. Spero solo che non sia uno scherzo… Infilò le ciabatte che teneva ai piedi del letto e si diresse verso la porta che dava sul corridoio, spettinata, dentro una vestaglia talmente sgualcita da sembrare avvolgerla con vita propria. Girò il pomello lentamente e aprì la porta di quel tanto che le permettesse di sporgere solo la testa. C’era qualcuno nel centro del corridoio che le dava le spalle. Poteva essere solo Paolo, il ragazzo che dormiva di fronte al telefono antiquato degli orfani. Un suono lamentoso provenne dal ragazzo, un magro segnale di protesta che gli morì in gola, prima di produrne un secondo, più disgustoso, come se stesse divorando un impasto bevuto nell’acqua. Regina uscì indispettita nel corridoio e si piazzò a distanza di sicurezza, cercando di richiamarlo alla normalità. “Smettila!” disse avvolgendosi le braccia attorno al corpo. “Paolo, smettila! Che ti prende?!” Il ragazzo si interruppe e si irrigidì. Poi, lentamente, con movimenti macchinosi, si voltò verso di lei e svelò un orrore a cui non era preparata. Paolo aveva gli occhi che grondavano di lacrime, esprimendo un dolore a cui non poteva sottrarsi. Lo sguardo che rivolse a Regina era un’esplicita richiesta di venia, e di pietà. La bocca era aperta e tutta la parte inferiore del suo viso, dal naso fino al collo, era interamente sbavata di sangue caldo. Paolo s’abbassò a terra, su palmi e ginocchia, e vomitò fiotti di saliva scarlatta, misti a ciò che rimaneva della sua lingua mal digerita. Regina urlò, svegliando tutti gli orfani che riposavano nel dormitorio.

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