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Ultimatum Alla Terra

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Published by Alessio Mannucci
"Non distruggere più la Terra o sarete annientati"
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disastri climatici sono in rapido aumento in tutto il mondo. A causa del riscaldamento del pianeta, la frequenza e la violenza degli eventi estremi aumenta e mette a dura prova infrastrutture e
I opere civili. Il tema è stato discusso alla sui cambiamenti climatici Lo studio che certifica l’impennata delle perdite economiche associate ai disastri climatici è stato condotto in

conferenza di Poznan

United Nations Environment Programme), il programma ambientale delle Nazioni Unite, e Munich Re, un colosso delle assicurazioni internazionali.
collaborazione fra l’UNEP ( Se i danni e le vittime provocati dai terremoti sono aumentati del 50%, quelli causati da cicloni, alluvioni e inondazioni sono . Il 2008, viene precisato nel rapporto, è stato in assoluto il secondo anno più gravoso per il sistema assicurativo internazionale dopo il 2005, l’anno in cui la città di New

aumentati del 350%

uragano Katrina, con perdite economiche di oltre 220 miliardi di dollari. Il 2008 ha conosciuto un altro evento simile, il ciclone Nargis che ha colpito il Myanmar (Asia), provocando 84.500 vittime.
Orleans e molte altre zone degli Stati Uniti furono investite dalla furia dell’ Anche se focalizzate sul fronte economico, le conclusioni del rapporto UNEP-Munich Re, sono in linea con quanto previsto nell’ ultimo rapporto scientifico dell’IPCC (

Intergovernmental Panel on

Climate Change), il comitato scientifico sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite: l’inasprirsi
degli eventi estremi è palese e richiede urgenti misure di adattamento e difesa in quasi tutti i Paesi del mondo, con una particolare attenzione a quelli più vulnerabili e popolosi delle fasce tropicali. “Climate risk insurance the buzz in Poznan”, alertnet, 12 dicembre 2008 La crisi finanziaria e l’impennata globale dei prezzi dei generi alimentari ha aggiunto altri 40 milioni di persone che soffrono la fame. In totale, sono circa

1 miliardo le persone denutrite in The state of food

tutto il mondo (quasi tutte nei paesi in via di sviluppo), precisamente 963 milioni.
È quanto afferma «Lo stato dell’insicurezza alimentare nel mondo 2008» (“

insecurity in the world”- SOFI), il rapporto pubblicato dalla FAO che riporta i dati del 2007,
aggiornati dall'agenzia ONU agli ultimi mesi di quest'anno. Popolazione numerosa e progressi relativamente lenti nella riduzione della fame fanno sì che circa due terzi di coloro che soffrono la fame vivano in Asia (583 milioni nel 2007). Nell’Africa sub-sahariana una persona su tre – circa 236 milioni nel 2007 – è cronicamente affamata. Il grosso di questo aumento si è registrato nella Repubblica democratica del Congo, in conseguenza della persistente situazione di conflitto. «L’attuale crisi finanziaria ed economica – avverte l’agenzia dell’ONU – potrebbe far lievitare ulteriormente questa cifra». Secondo il rapporto, anche se i prezzi sono calati dall’inizio dell’anno (come quelli dei principali cereali, calati di oltre il 50%), «la di molti paesi poveri non è affatto finita», ha dichiarato il vicedirettore generale della FAO Hafez Ghanem. Alla base del «drammatico quanto rapido» aumento del numero di affamati cronici c'è l'

crisi alimentare

impennata

dei prezzi

delle materie prime agricole. «I prezzi dei principali cereali - si legge nel rapporto - sono calati di oltre il 50%o rispetto al picco raggiunto agli inizi del 2008 ma rimangono più alti del 20% rispetto all'ottobre 2006». «Bambini, donne in gravidanza e in allattamento sono molto a rischio - ha detto il direttore generale della Fao, Jaques Diouf - i disordini civili che si sono già verificati nei Paesi in via di sviluppo sono il

segnale della disperazione causata dall'aumento dei prezzi alimentari. Gli effetti della crisi saranno più devastanti tra i poveri delle aree urbane e le donne-capo famiglia». La peggiore situazione si registra nell'Africa sub-sahariana, dove circa 236 milioni, soffre cronicamente la fame. Full SOFI 2008 Report “ ”, ecoflazione. Il termine è stato coniato per definire i risultati dello studio di un’azienda di consulenza manageriale che indicano nei cambiamenti climatici le cause dell’aumento di prezzo di numerosi beni di consumo. Secondo il rapporto “

una persona su tre, vale a dire

Ecoflation

di cambiamento climatico, l’ecoflazione potrebbe aggiungersi alle già drammatiche dell’inflazione, colpendo duramente i beni di consumo già nei prossimi cinque/dieci anni.

The Costs of Ecoflation”, del World Resources Institute e A.T. Kearney, nei prossimi anni, in un mondo condizionato sempre più dagli effetti del
conseguenze

Ad esempio, i produttori di beni di immediato consumo, dai cereali allo shampoo, potrebbero assistere impotenti alla riduzione dei loro guadagni dal 13 al 31% fino al 2013, e addirittura dal 19 al 47% entro il 2018. Questa ultima ipotesi si verificherebbe se non fossero prese le adeguate contro-misure, ovvero l’adozione di modalità di produzione sostenibili, compatibili con gli equilibri ambientali. “I si stanno manifestando ora – dice Andrew Aulisi, un membro dell’istituto – con fenomeni come le come ondate di calura, la siccità, gli incendi, le sempre più violente tempeste tropicali, ma non si riflettono ancora sui prezzi al consumo, per il momento sono i governi e la società a pagarne le spese”. Per Aulisi, le cose potrebbero migliorare “se il presidente eletto Barack Obama e il Congresso degli Stati Uniti facessero pressioni per un sistema di tariffe sulle emissioni di diossido di carbonio”. Anche se è improbabile che questo possa succedere prima del termine ultimo, fissato al dicembre 2009, per il raggiungimento di un accordo mondiale sulla lotta al cambiamento climatico. “The Costs of Ecoflation”, atkearney

costi del riscaldamento globale

Meno di due gradi Celsius in più

potrebbero essere sufficienti per provocare lo scioglimento della calotta glaciale della Groenlandia e del mare artico, avverte il WWF. E, di conseguenza, i livelli globali dei mari si alzerebbero di alcuni metri, minacciando in tutto il mondo. Kim Carstensen, responsabile della

decine di milioni di persone

WWF Global Climate Initiative, ha detto a Poznan: "Lo scioglimento dei ghiacci in Artico e in Groenlandia provocherà presto dei pericolosi feedbacks
accelerando e rafforzando il riscaldamento molto più di quanto previsto. Non possiamo più perdere neanche un secondo, occorre subito sviluppare delle strategie per affrontare il problema”. Secondo dati raccolti in India dalla Jawaharlal Nehru University, i stanno ritirando più velocemente di quelli alpini e del Polo

ghiacciai dell'Himalaya si Nord. Potrebbero sparire entro il

2035.
Se si tolgono dal conto le calotte polari, insieme a quelli del vicino Tibet i ghiacciai himalayani costituiscono la maggior parte delle riserve di ghiaccio – cioè di acqua dolce - presenti sul pianeta.

The Tribune, riprendendo l'allarme dell'università indiana, ricorda che

dai ghiacciai himalayani

dipendono i grandi fiumi dell'Asia - Indo, Gange, Bramaputra, Mekong, Yangtze - e che
rappresentano la principale fonte d'acqua dolce per gli uomini e per l'intero ecosistema. Lo scioglimento dei ghiacciai himalayani già ha avuto delle ripercussioni sulla portata di questi fiumi, con effetti sulla

biodiversità e sulla vita delle popolazioni locali.

“Two degree rise could spark Greenland ice sheet meltdown: WWF”, terradaily, 26 novembre 2008 “Himalayan glaciers may disappear by 2035”, Tribune India, 11 novembre 2008 Un giornalista del Belfast Telegraph ha viaggiato in fra le persone che stanno perdendo raccolti e la possibilità di dissetarsi ai pozzi a causa della risalita dell'acqua salata. Il Bangladesh si trova fra i ghiacci dell'Himalaya che si sciolgono e l’oceano che cresce di livello. L'isola più grande del Bangladesh, Bhola,

Bangladesh

ha perso metà della superficie negli ultimi dieci

anni,

inghiottita dal mare. I grandi fiumi - Gange, Brahmaputra - sono gonfi e tumultuosi per lo scioglimento dei ghiacciai: l'erosione sta aumentando del 40%. La temperatura è cresciuta costantemente, negli ultimi quarant'anni, nel Golfo del Bengala e

gli

uragani sono diventati del 39% più frequenti e più violenti: il 2007 è stato
l'anno record. Le inondazioni provenienti dal mare si sono triplicate negli ultimi vent'anni, e rendono sterile la terra. Il Belfast Telegraph ha anche un'intervista con un climatologo locale, Atiq Rahman, convinto che le previsioni dell’IPCC sull'innalzamento dei mari siamo sottostimate. “Quando i bambini che nascono ora saranno vecchi”, sostiene, “il 70-80% del Bangladesh, compresa la capitale Dacca, non avrà più l'aspetto attuale e

non sarà più terra da abitare”.
“Bangladesh set to disappear under the waves by the end of the century”, Belfast Telegraph, 20 giugno 2008

l´agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR), i cambiamenti climatici potrebbero costringere presto almeno 6 milioni di persone all´anno a lasciare le loro case per cercare
Secondo ospitalità in altri luoghi, soprattutto a causa di catastrofi naturali, inondazioni e tempeste. Una situazione ingovernabile con gli attuali strumenti quella che emerge dalle proiezioni che, secondo l ´UNHCR si basano «su , secondo le quali il cambiamento climatico potrebbe forzare tra i 200 e i 250 milioni di individui a lasciare le loro case entro il 2050». Intervenendo alla conferenza di Poznan, l´Alto Commissario ONU per i rifugiati, L. Craig Johnstone, ha spiegato che «le agenzie umanitarie dovranno aiutare 3 milioni di rifugiati climatici all´anno a sfollare per catastrofi naturali improvvise e si ritroveranno quindi spesso senza risorse dall´oggi al domani». Gli altri 3 milioni di rifugiati climatici saranno se possibile ancora più problematici: la loro sarà una migrazione forzata verso altre terre causata da cambiamenti ambientali progressivi come l´innalzamento del livello del mare e la desertificazione totale. Secondo i dati forniti dall´UNHCR, nel 2007, nel mondo c´erano , 25 milioni dei quali a causa di catastrofi naturali. Secondo Johnstone, «le politiche messe in campo per limitare le emissioni di gas serra e per adattarsi ai cambiamenti climatici non saranno sufficienti a prevenire le catastrofi

stime ottimistiche

67 milioni di profughi

o i conflitti che si innescheranno attorno alle risorse ed alla loro penuria, che colpiranno più duramente le popolazioni dei Paesi poveri». La mappa dell´instabilità mondiale futura ricalca ed amplia quella attuale: tempeste devastanti nelle regioni costiere dell´Asia e dei Caraibi, mentre inondazioni più frequenti e siccità colpiranno sempre più Africa, Asia e America latina. Secondo Johnstone, «le agenzie umanitarie dovranno

moltiplicare per 10 o

20 le loro riserve (di cibo, di medicinali, d´acqua e beni primari) disponibili come stock per le urgenze».
“UN says climate change may uproot 6 mln annually”, Reuters, 8 dicembre 2008

Fumo e smog, cocktail micidiale per l’umanità. Ogni anno muoiono nel mondo 60 milioni di persone, la maggior parte (35 milioni) a causa di malattie croniche complesse a carico
dell’apparato cardiovascolare e respiratorio, tumori, e malattie metaboliche.

Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – World Health Organization (WHO) - effetto serra, anidride carbonica, polveri sottili, sono le nuove piaghe d’Egitto. «Causano 13 mila morti tra i bambini nei primi quattro anni di vita»,
Per l’ dicono gli esperti dell’OMS. Per lo più si tratta di malattie respiratorie.

BPCO (BroncoPneumopatia Cronica Ostruttiva) - Chronic Obstructive Pulmonary Disease (COPD) – che costa 100 miliardi di euro all’anno solo in Europa.
Come la Più di nel mondo sono affette da BPCO: il 4-6% della popolazione. Il 4,5 in Italia, che sale al 10 considerando i soli adulti: 2,6 milioni i malati, 18 mila i morti ogni anno. Quattro milioni nel mondo. Secondo l’OMS, nel 2020 la BPCO sarà la , con 20-30 milioni di vittime. Nonostante l’allarme, il 75% dei pazienti affetti da BPCO non è diagnosticato. In Italia, inoltre, si contano ogni anno circa ospedalieri con una degenza media di circa dieci giorni e le persone in ossigenoterapia indotta da BPCO sono circa 30 mila. Dopo un po’ che compare la malattia arriva la disabilità e la bombola d’ossigeno, portatile o fissa che sia. «Non esistono piani sanitari di prevenzione nonostante l’allerta dell’OMS - dicono Andrea Rossi (Bergamo) e Giuseppe Di Maria (Catania), specialisti in malattie respiratorie - basterebbe fare prevenzione e trattare precocemente i colpiti per ridurre ricoveri, ossigenoterapia, disabilità».

600 milioni di persone

terza causa di morte

130 mila ricoveri

tra 100 e 150 milioni di persone nel mondo soffrono d’asma di cui 180 mila ne muoiono ogni anno. In Italia, l’asma colpisce circa 3 milioni di persone ed è responsabile di più di mille decessi all’anno. Il costo medio annuo per
Non c’è solo la BPCO. Secondo l’OMS, paziente supera gli 800 euro. La malattia è in aumento, anche a livello mondiale, soprattutto nei bambini e nei giovani. L’incidenza dell’asma infantile in Italia è del 9,5% nei bambini e del 10,4% negli adolescenti. Francesco Forastiere,

Un bambino italiano su dieci soffre d’asma bronchiale e un adulto su dieci soffre di BPCO. Che si fa per ridurre questi numeri?». L’ Associazione Italiana Pazienti con BPCO (una Onlus) da anni si batte per il riconoscimento dell’impatto
epidemiologo dell’Asl Roma E, dice: « sociale della malattia. «Siamo ancora in attesa che il ministero del Welfare la riconosca come malattia

cronica e invalidante, cosa che consentirebbe la gratuità di alcune prestazioni essenziali per il controllo della malattia», protesta la presidentessa Mariadelaide Franchi. «La prevenzione resta l’arma migliore per combattere i danni ai nostri polmoni - dice Leonardo Fabbri, università di Modena, presidente uscente della

Società Europea delle Malattie

Polmonari - e anche se la nostra legge antifumo è universalmente riconosciuta fra le migliori (lo ha
sottolineato anche il miliardario sindaco di New York Michael Bloomberg intervenuto a Berlino) il lavoro è ancora lungo. Restano ancora circa 11 milioni di persone nel nostro Paese dipendenti dal tabacco».

Non è solo il fumo, però. Spesso gli specialisti si trovano di fronte a persone con i polmoni da
fumatori e che in realtà non hanno mai fumato. Ma che hanno la sana abitudine di girare in città a cavallo di una bici. Sana in campagna, una mina in metropoli. Secondo lo specialista Giorgio Walter Canonica, specialista in quel di Genova: «Occorre ridefinire diagnosi e trattamento. Bisogna insistere sulla diagnosi precoce. Una periodica spirometria non costa nulla». La capacità dei particolati di penetrare le strutture e di essere assorbiti dai tessuti umani è fonte di una sempre maggiore preoccupazione.

Physicochemical and Toxicological Profile of Particulate Matter (PM) in Los Angeles during the October 2007 Southern California Wildfires", pubblicato su Environmental Science and Technology, il fumo prodotto dagli
Secondo lo studio " incendi che da qualche anno stanno devastando il Sud della California porrebbe delle gravi minacce alla salute, molto di più di quanto si pensasse finora. Sarebbe la conferma di studi precedenti condotti dall’esperto di inquinamento Constantinos Sioutas della USC Viterbi School of Engineering, che è anche co-direttore del Southern California Particle Center. Per il nuovo studio, Sioutas e colleghi della USC, della University of Wisconsin-Madison e del RIVM (il National Institute of Health and the Environment dei Paesi Bassi) hanno analizzato il particolato prodotto dagli incendi del 2007. "

Gli incendi producono aerosol di dimensioni più

grandi rispetto al particolato ultrafine prodotto dagli ambienti urbani, specie nelle ore di punta del traffico",
dice Sioutas “anche stare al coperto può non essere sufficiente per proteggersi in assenza di aria condizionata o di sistemi che facciano ricircolare l’aria filtrata, perché le particelle generate dal fuoco possono penetrare nelle strutture indoor più facilmente che non le particelle prodotte dalle emissioni degli autoveicoli, per via delle dimensioni più ridotte”. Gli incendi producono . “Servono misure più aggressive come la distribuzione di maschere, ambienti con aria condizionata e la chiusura delle scuole non sicure”, secondo Sioutas. “Where There's Wildfire Smoke, There's Toxicity”, terradaily, 26 novembre 2008 Solo un campione di uva, su 124 prelevati, è privo di residui chimici da pesticidi. È l’allarmante quadro rivelato dall’indagine realizzata dalle organizzazioni aderenti al Greenpeace Germania ( in Italia promossa e curata da Legambiente).

un mix molto pericoloso

Pesticide Action Network e

L’analisi, che ha coinvolto i supermercati delle catene Coop, Esselunga, Metro, Lidl e Carrefour in sette regioni (Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania), nei quali l’uva è stata prelevata nella settimana compresa tra il 9 e il 16 ottobre, ha permessoe di confrontare i dati raccolti in Italia, Francia, Olanda, Germania, Ungheria, per un totale di 124 campioni di uva, dei quali 24 prelevati nel nostro paese.

I risultati complessivi mostrano

un solo campione su 124 analizzati privo di

residui chimici; due campioni contaminati da un pesticida e 121 campioni con residui di due o più
principi chimici tra i quali un’uva francese con ben 16 principi attivi. Tra questi, 3 campioni sono risultati fuorilegge secondo la normativa attuale. Sarebbero stati ben 37 se l’indagine fosse stata fatta nel 2005: la famosa «armonizzazione» dei limiti imposti nei diversi paesi, nei fatti, ha determinato un generale innalzamento dei limiti consentiti. Tra le catene dei supermercati coinvolti, quelle olandesi ottengono i risultati migliori, i tedeschi quelli peggiori e l’Italia si attesta più o meno a metà classifica con luci ed ombre. Particolare il caso della catena Lidl, unico supermercato presente, e quindi preso in considerazione dall’indagine in tutti e 5 i paesi, che mostra una politica di tipo schizofrenico: attenta in alcuni paesi (Germania e Olanda), lassista in altri, tra cui l’Italia, dove l’attenzione ai pesticidi risulta evidentemente minore. Le analisi effettuate sui campioni prelevati in Italia confermano i risultati denunciati da Legambiente ogni anno con l’indagine «

Pesticidi nel Piatto»:

nonostante i passi avanti realizzati dalla nostra

agricoltura negli ultimi anni, sono ancora troppi i prodotti chimici utilizzati: i che, seppur quasi sempre al di sotto dei limiti di legge, destano preoccupazione perché presentano diversi pesticidi. Delle 24 uva analizzate, tutte risultano contaminate. In totale,

campioni contaminati

31 sono i principi attivi diversi

trovati, in misura di 6,6 su ogni campione. Nello specifico, sette campioni sono stati etichettati come «non
raccomandabili» e 17 hanno ricevuto l’etichetta di «attenzione». Nessuno ha ricevuto l’etichetta di «raccomandabile». I campioni prelevati alla Metro in Italia sono risultati mediamente contaminati (etichetta «attenzione»). Alla Esselunga invece sono stati acquistati sia il campione col maggior numero di pesticidi (11 in un campione preso a Milano) che quello segnalato dal laboratorio tedesco incaricato delle analisi dal Pan Europe, per l’altissima concentrazione della sostanza

acrinatrina (4 volte oltre il limite).

Il fatto che solo in un campione di uva prelevato in Italia sia stato rilevato un pesticida (il

carbendazim), compreso tra quelli in via di eliminazione secondo il nuovo regolamento europeo in
discussione in queste settimane a Bruxelles, dimostra l’ipocrisia della tesi sostenuta da Agropharma e Copa/Cogeca (che raggruppa le associazioni di agricoltori) secondo la quale la dei pesticidi più pericolosi influirebbe significativamente sull’aumento del caro-vita con crescita praticamente insostenibile dei prezzi dei prodotti ortofrutticoli.

messa al bando

Sommersi da
È l’incubo

vecchi cavi, monitor in disuso, cellulari inutilizzati, frigoriferi rotti, lavastoviglie arrugginite, televisori abbandonati.

spazzatura elettronica:

14 chili all’anno per abitante, compresi

materiali Rifiuti di

tossici e sostanze chimiche come la plastica in Pvc, piombo, cadmio, e mercurio.
Il volume dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, ufficialmente detti “

Apparecchiature Elettriche” (RAEE), ha raggiunto livelli allarmanti in tutto il mondo. Per affrontare il problema, l’ONU ha lanciato e finanziato il corposo programma “StEP” (Solving the E-waste Problem) che avrà sede a Bonn, in Germania. Il progetto prevede una partnership tra
istituzioni pubbliche e private per l'adozione di obiettivi di recupero dei RAEE e di standard e per la progettazione ecosostenibile delle nuove apparecchiature. Oltre alle principali agenzie dell'ONU, ai governi e

alle università, collaboreranno sedici aziende tra cui le leader del settore Microsoft, Hewlett-Packard e Philips.

800 mila tonnellate di RAEE, di cui ne sono state raccolte 108 mila. Nello stesso periodo, in l’Europa ne ha prodotte 8-12 milioni di tonnellate. Mentre l’ONU stima tra i 20 e i 50 milioni le tonnellate di rifiuti hi-tech prodotti nel mondo: più del 5% di tutti i rifiuti solidi
L’Italia, nel 2006 ha prodotto ben urbani generati nell’intero pianeta. A farla da padrone, in futuro, saranno sempre più computer, tastiere, cellulari, che vengono consumati selvaggiamente. Si tratta di un fenomeno inarrestabile. Secondo l'ONU, nei prossimi 5 anni, i paesi in via di sviluppo triplicheranno la produzione di RAEE. Greenpeace ha calcolato che nel 2010 saranno oltre immessi sul mercato globale (mentre erano 183 milioni nel 2004). Nei paesi industrializzati, la vita media di un computer è calata dai 6 anni del 1997, ai 2 del 2005. Per non parlare dei cellulari: se nel 2004 ne sono stati venduti 674 milioni esemplari nel mondo, negli ultimi 12 mesi, solo in Italia ne sono stati venduti oltre 20 milioni, per una vita media di 4 mesi. Tanto che in ogni famiglia

710 milioni i nuovi computer

rimangono abbandonati nei

cassetti dai 2 ai 4 cellulari.
Ma non basta. A questi prodotti vanno infatti aggiunti grandi e piccoli elettrodomestici, apparecchiature di illuminazione, giocattoli ed apparecchiature per lo sport e per il tempo libero, dispositivi medici e molto altro. Ma che fine fa questa enorme massa di spazzatura elettronica? Oggi si raccolgono in modo separato

meno di 2 kg di RAEE pro-capite all'anno in Italia, contro una media europea di 5 kg
ed una produzione di rifiuti elettronici di circa 14 kg per abitante. Greenpeace stima che il 75% dei rifiuti europei seguano " ". La percentuale sale all'8090% nel caso di RAEE prodotti negli Stati Uniti. Scarti che fuggono al controllo delle autorità competenti per ricomparire come d'incanto in

flussi nascosti

discariche incontrollate

in Africa, Ghana in primis, oppure in

riciclatori clandestini in Asia. Dove i lavoratori, spesso bambini, sono esposti ai rischi legati al

cocktail

di composti chimici
rudimentale e senza protezioni.

che questi rifiuti contengono e sprigionano quando trattati in modo

Sempre secondo Greenpeace, la società più attenta agli aspetti ecologici del proprio prodotto risulta essere la Nokia, col punteggio, però, di appena 6.9 punti su 10, seguita da Sony Ericsson, Toshiba e Samsung (5.9). Agli ultimi posti si trovano Nintendo (0,8), Microsoft (2,9), Lenovo (3,7) e Philips (4,1). E in mezzo altri colossi del calibro di Motorola (5,3), Panasonic (5,1), Acer e Dell (4,7), Hp (4,5), e Apple (4,3). Qualcosa per fortuna si sta muovendo. In Italia, il

Banco Informatico Tecnologico e

Biomedico (BITeB) mira a raccogliere attrezzature d'ufficio come pc, monitor, e stampanti, usati
ma funzionanti, per poi donarli a scuole, università, opere sociali, istituti di formazione in paesi in via di sviluppo e in Italia. "Unici requisiti sono che il destinatario sia una onlus, e che dimostri di non essere in grado di acquistare esemplari nuovi", dice il presidente Stefano Sala, che aggiunge "in Italia ogni anno viene smaltito un milione di pc di cui il 10% sono ancora funzionanti, forse lenti, non aggiornatissimi, ma basta rinnovarli, reinstallare il sistema operativo e il gioco è fatto. Mandarli al macero sarebbe un vero spreco". Da agosto, Banco Informatico si occupa anche di cellulari, non importa che funzionino. Quelli che non funzionano vengono spediti ad un'azienda belga leader in Europa nel recupero di telefoni cellulari dismessi, la , che ne estrarrà e separerà i metalli riutizzabili. In cambio, il Banco riceverà un contributo economico non superiore ai 5 euro per ogni pezzo raccolto.

Ecosol

Un'azienda belga, la , ha lanciato il sito Brainscape.eu, a cui hanno aderito l'ong italiana Coopi e quella internazionale Medici senza Frontiere che invitano ad inviare cellulari dismessi. Brainscape devolverà un contributo economico alle due non-profit per ogni esemplare. C’è poi la pratica del “ ”, di recuperare cioè vecchio hardware, mettendo insieme anche pezzi di computer diversi, e installare software libero sul sistema come il sistema operativo GNU/Linux. “Incubo spazzatura elettronica”, Repubblica, 8 dicembre 2008

Brainscape Nv trashware

Lasius neglectus ha lo stesso aspetto della formica, in grado di provocare disastri nei giardini.

comunissima formica nera. Ma è una

super

L'invasione delle formiche straniere in Gran Bretagna potrebbe risultare una rovina per prati, aiuole e piante. Non solo: rischia di spazzare via le formiche inglesi, il cui danno al giardinaggio è in proporzione assai minore. Da dove venga esattamente, il famelico esercito di minuscoli forestieri, non è chiaro. Secondo una ricerca finanziata dall'Unione Europea e pubblicata dalla rivista scientifica online Bcm Biology, si tratta di una specie euroasiatica, originaria della regione del mar Nero. I primi esemplari sono stati individuati nel 1990 a Budapest: da allora, hanno marciato trionfalmente attraverso l'Europa, fino ad arrivare al canale della Manica e ad attraversarlo, minacciando anche la verde Inghilterra. mangiando i cavi. I ricercatori hanno localizzato colonie di super formiche in quattordici località da un capo all'altro d'Europa, da Varsavia in Polonia sino a Bayramic in Turchia, così come in Belgio, Francia, Spagna, Germania e anche in Italia. La diffusione iniziale è probabilmente imputabile a un'involontaria introduzione da parte dell'uomo, che magari l'ha portata con sé, dentro uno zaino o a bordo di un'automobile, di ritorno da un viaggio nel mar Nero. Ed è verosimile che in modo analogo, sfruttando un "passaggio", la micidiale formica sia arrivata in Gran Bretagna. Di “super-poteri” ne ha in abbondanza: prospera in ambienti urbani, anziché in habitat naturali; tende ad essere molto aggressiva nei confronti delle specie native, sterminando gli insetti e perfino i ragni che incontra sul suo cammino; riesce a sopravvivere sottozero, perciò il suo raggio d'azione potrebbe potenzialmente estendersi dal Giappone fino alle Highlands della Scozia; crea formicai da dieci a cento volte più grandi della norma; la regina, che non può volare, resta sempre sottoterra, dove intrattiene una vivace vita sessuale. L'Europa, conclude il rapporto dei ricercatori, è stata attraversata altre volte da insetti invasivi di ogni genere, ma a quanto pare mai da una specie come questa. “INVASION: SUPER INSECTS THAT EAT WIRES”, Daily Star, 4 dicembre 2008 Il processo di sta procedendo più rapidamente di quanto stimato finora. Lo sostengono ricercatori dell'Università di Chicago in base ai risultati di uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences. Secondo la ricerca, l’aumento di acidità è correlato con l’aumento dei livelli atmosferici di CO2, unico parametro, tra i tanti considerati dai ricercatori, “che mostra un cambiamento costante corrispondente”, ha detto J. Timothy Wootton, principale autore dello studio. L’aumento dell’acidità minaccia l’esistenza capacità dell’oceano di assorbire la CO2.

Sono guidate dai campi

magnetici creati dalle prese elettriche e sul Continente hanno già causato diversi danni alle centrali

acidificazione degli oceani

di molti organismi marini e potrebbe ridurre la

Scogliendosi in acqua, la CO2 atmosferica forma acido carbonico, aumentando l'acidità: durante il giorno, i livelli diminuiscono grazie alla fotosintesi attuata dalle alghe, per poi riaumentare durante la notte. I ricercatori da molto tempo mettono in guardia sulla possibile correlazione tra l’aumento dei livelli di CO2 atmosferica e l’acidità marina, ma finora non c’erano evidenze scientifiche. Il nuovo studio si è basato su

più di 24.000 misurazioni del pH oceanico nell’arco di otto anni, il primo dettagliato
insieme di dati sulle variazioni del pH marino lungo le coste delle latitudini temperate, che corrispondono siti più produttivi per l’allevamento di pesci. "L’acidità dai modelli e da altri studi”, ha commentato Wootton, "questo incremento avrà gravi conseguenze sulla catena alimentare marina e suggerisce che i valori di cui tenere conto saranno molto più elevati di quanto ritenuto finora, almeno per alcune aree dell’oceano”. Condotto presso l’isola di Tatoosh, situata nell’Oceano Pacifico al largo delle coste dello stato di Washington, lo studio ha documentato anche le conseguenze del fenomeno su alcune specie marine. “Il numero di molluschi e di cirripedi è diminuito notevolmente, mentre le popolazioni dotate di un guscio o uno scheletro costituito da carbonato di calcio, che , rischiano di fare una brutta fine”, ha commentato Catherine Pfister, professoressa associata di Ecologia e Evoluzione, coautrice dello studio. L’aumento di acidità dell’oceano potrebbe interferire con molti processi biologici cruciali, danneggiando seriamente

è aumentata 10 volte più velocemente di quanto previsto

si scioglie con l’aumento dell’acidità

le barriere coralline o la vita dei crostacei.

“Ocean Growing More Acidic Faster Than Once Thought; Increasing Acidity Threatens Sea Life”, ScienceDaily, 26 novembre 2008 Salmoni, trote, steelhead: tre specie che in California (non solo) fornirà loro i giusti habitat.

rischiano l’estinzione se non si

Sono in tutto venti le specie che rischiano un rapido declino. “I nostri pesci hanno bisogno di acque più fredde e più pulite per poter sopravvivere”, dice Peter Moyle, professore di Biologia Conservativa alla University of California di Davis, uno dei maggiori esperti di salmone, “

ma le dighe spesso

bloccano l’accesso.

Se perdiamo queste specie si avrà un peggioramento dei fiumi e degli affluenti”, che costituiscono fonti di acqua potabile per le persone. Una specie, la trota “bull”, è già scomparsa, a causa delle dighe costruite sul fiume Sacramento e sul McCloud Reservoir. Il gruppo , che ha commissionato lo studio, chiede al governatore della California, Arnold Schwarzenegger, che siano presi provvedimenti per fornire ai pesci l’acqua e l’habitat di cui hanno bisogno. ”California fish face extinction”, Upi.com, 20 novembre 2008 Una ricerca condotta da scienziati della University of Toronto Scarborough (UTSC), pubblicata su Nature Geoscience, mostra come il riscaldamento globale sta

The California Trout

cambiando la materia organica

dei terreni.
"La terra contiene più del doppio dell’ammontare di carbone presente in atmosfera", dice Myrna J. Simpson, principale autrice dello studio, professoressa associata di Chimica Ambientale alla UTSC.

I componenti organici sono importanti perché rendono il terreno fertile e in grado di supportare la vita vegetale. Inoltre, trattengono l’acqua prevenendo l’erosione. I processi naturali di decomposizione forniscono alle piante e ai microbi la fonte di energia e l’acqua di cui necessitano per crescere. Le temperature più calde stanno però i e di conseguenza l’ammontare di CO2 trasferita in atmosfera. "Da una prospettiva agricola, la perdita di carbone dal terreno modificherà la fertilità e faciliterà l’erosione", dice la Simpson, “prendiamo ad esempio tutto il carbone imprigionato nel permafrost artico. Dobbiamo ancora scoprire cosa succederà quando i microbi diventeranno più attivi per via del riscaldamento". A tutt’oggi, non si sa ancora molto della composizione molecolare dei terreni. In parte perché, da una prospettiva chimica, è difficile analizzare tutte le componenti, tra cui batteri, funghi, materiali giovani e vecchi. Il team della Simpson ha usato una (Nuclear Magnetic Resonance - NMR) per ottenere una visione dettagliata della struttura molecolare e della reattività. Nel corso di un periodo test di 14 mesi, il team ha analizzato la vari campioni.

accelerando questi process

Risonanza Nucleare Magnetica

composizione molecolare di

“Global Warming Is Changing Organic Matter In Soil: Atmosphere Could Change As A Result”, ScienceDaily, 28 novembre 2008 Secondo il (CCPI) a cura di German Watch, il rapporto internazionale che valuta la qualità degli interventi per la riduzione dei gas serra nei Paesi industrializzati ed emergenti, realizzato con la collaborazione di Legambiente, l’Italia occupa il 44esimo posto nella classifica dei 57 paesi con le minori emissioni di CO2 (che insieme producono oltre il 90% dei gas serra a livello mondiale). Lo studio, che si sofferma sugli interventi positivi e strutturali di ogni singola nazione nel campo del riscaldamento globale, mette in testa il terzetto composto da Svezia, Germania e Francia, in quarta e quinta posizione, a sorpresa, India e Brasile, e nelle ultime posizioni Arabia Saudita, Canada e USA. L’Italia - che perde terreno rispetto alla scorso anno in cui si era classificata al 41esimo posto - precede di poco paesi come la Polonia e la Cina e ha le medesime performance negative del Giappone.

Climate Change Performance Index

Una performance disastrosa - sottolinea Legambiente - che rispecchia il cronico ritardo del nostro Paese nel raggiungimento degli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto». A spingerci così in
« basso in questa graduatoria, sono l’assenza di una strategia complessiva per abbattere le emissioni di CO2, una politica energetica che punta sull’aumento dell’uso del carbone e il deficit nei trasporti a basse emissioni. A 11 anni dalla firma del Protocollo di Kyoto, l’Italia è uno dei Paesi europei dove i gas serra sono cresciuti rispetto ai livelli del 1990 (+9,9%), nonostante il trattato internazione imponga un taglio del 6,5%. «A salvare l’Italia dagli ultimissimi posti della classifica - ha sottolineato Legambiente - le poche ma importanti misure adottate in questi anni, come il per la promozione del fotovoltaico o gli incentivi del 55% per l’efficienza energetica. Misure che paradossalmente sono proprio quelle finite nel mirino dell’attuale governo, che dopo aver eliminato l’obbligo della certificazione energetica degli edifici, ha tagliato il 55% ». Climate Change Performance Index 2008 Le emissioni totali di gas serra -

conto energia

prodotto (MMTCO2e), facendo registrare un aumento dell’ 1,4% rispetto al 2006. In generale, le emissioni sono

GreenHouse Gas (GHG) - in America nel 2007 hanno 7,282 milioni di tonnellate metriche equivalenti di CO2

aumentate dell’1,7% rispetto al 2006 e del 16,7% in più rispetto al 1990. Lo ha reso noto un rapporto dell’

Energy Information Administration (EIA).

Nello specifico: 6,022 milioni di tonnelate metriche di CO2 (l’82.6% delle emissioni totali); 700 MMTCO2e di metano (il 9.6% del totale); 384 MMTCO2e di ossidi di azoto (il 5.3% del totale); 177 MMTCO 2e di idrofluorocarburi (HFCs), perfluorocarboni (PFCs) e esafluoruro di zolfo (SF 6) (il 2.4% del totale). Le emissioni americane derivanti dal consumo di energia e dai processi industriali sono cresciute ad una media annuale dello 1.1% dal 1990 al 2006. Il

peggioramento delle condizioni

climatiche (con maggiori picchi sia di caldo che di freddo) e l’aumento di produzione elettrica a base di
carbone a causa dalla minore disponibilità di energia idroelettrica, hanno contribuito ad incrementarle. Le emissioni di metano sono cresciute dell’1.9%, quelle degli ossidi di azoto del 2.2%, quelle di HFCs, PFCs e SF6, il gruppo chiamato “

high-GWP gases” (high global warming potential

gases)

per via della loro capacità di intrappolare il calore, del 3.3%.

“U.S. Greenhouse Gas Emissions Still Increasing”, ScienceDaily, (5 dicembre 2008) Anche a livello globale, secondo le Nazioni Unite, che hanno monitorato le emissioni di gas serra di 41 Paesi industrializzati, Il

le emissioni sono in continuo aumento.
dell’UNFCCC (

Segretariato

United Nations Framework Convention on

Climate Change) ha illustrato gli ultimi dati disponibili secondo cui le emissioni sono aumentate del
2,3% - 403 MMTCO2e - dal 2000 al 2006. Il maggiore aumento è stato registrato per i Paesi con economia in transizione, con un incremento del 7,4% tra il 2000 e il 2006. Praticamente, i paesi industrializzati che si erano impegnati a tagliare le proprie emissioni, soprattutto di CO2,

invece di diminuirle le stanno aumentando.

Il divario nei 16 anni presi in considerazione è dovuto in gran parte alla crisi economica seguita al disfacimento del blocco sovietico nel corso degli anni Novanta, che si è tradotto in un declino di circa 2 miliardi di tonnellate metriche di CO2 equivalenti, mentre, a partire dal 2000, il recupero delle economie dei paesi dell’ex Unione Sovietica ha portato ad un aumento di 258 MMTCO2e. Le nazioni europee più industrializzate, così come la Cina e gli USA (che non hanno sottoscritto il protocollo di Kyoto), stanno alzando costantemente i livelli di emissioni dal 1990 – in totale siamo a + 403 MMTCO2e rispetto ai livelli del 2000. Questo quandro inquietante si riferisce a statistiche vecchie di tre anni, la situazione reale al momento è

sicuramente peggiore.
Il Regno Unito e il Principato di Monaco sono gli unici due paesi europei che sono in linea con i propri obiettivi di riduzione (rispettivamente il 12,5% e l’8% entro il 2012). L’Austria, invece, che dovrebbe ridurre le prorprie emisioni del 13%, rispetto ai livelli del 1990, entro i prossimi 10 anni, è salita a +15%. In Oriente, il Giappone emette più del 6% rispetto al 1990, a dispetto della promessa fatta nel 2002 di giungere ad una riduzione del 6% entro il 2012. Anche i paesi che potevano emettere più emissioni secondo gli accordi relativi al Protocollo di Kyoto, hanno

quasi raddoppiato la loro crescita consentita.

L’Irlanda, per esempio, ha aumentato le proprie emissioni di quasi il 26% mentre gli accordi prevedevano che non salissero più del 13%.

Se si continuerà a superare i limiti imposti dal protocollo, nel 2012 saranno sospese tutte le contrattazioni relative alle quote di emissioni consentite. “From Bad to Worse: Latest Figures on Global Greenhouse Gas Emissions”, Scientific American, 17 novembre 2008 Macchine di cantiere, macchine agricole e forestali, piccoli apparecchi per il giardinaggio e il tempo libero:è il

offroad" che emette circa 880 tonnellate di particolato fine, 12.700 tonnellate di ossidi d'azoto e 6500 tonnellate di idrocarburi all'anno, come mostra il rapporto pubblicato dall' Ufficio Federale dell'Ambiente (UFAM).
cosiddetto settore " I calcoli, realizzati per otto settori (edilizia, industria, agricoltura, selvicoltura, giardinaggio/tempo libero, navigazione, ferrovia, esercito), partono dal 1980 e includono stime fino al 2020, con particolare attenzione al 2005. Per la (PM) e gli (NOx), le due fonti di emissioni principali sono l'agricoltura (soprattutto i trattori e i transporter) e le macchine da cantiere (soprattutto gli escavatori idraulici e le pale caricatrici). Anche l'industria (soprattutto i carrelli elevatori a forca e i veicoli per la preparazione di piste) provoca comunque una quota rilevante di emissioni offroad. Per gli (HC) e il (CO), una larga quota delle emissioni è generata dalle macchine agricole nonché dagli apparecchi per la cura del giardino e la selvicoltura. Ciò è dovuto soprattutto al frequente uso di apparecchi a benzina a due tempi nell'agricoltura (motoseghe, falciatrici ecc.), nell'ambito del giardinaggio/tempo libero (motoseghe e tosaerba) e nella selvicoltura (motoseghe). Proporzionalmente, le emissioni di monossido di carbonio, idrocarburi, ossidi d'azoto e articolato, nel settore offroad sono superiori a quelle del traffico stradale: benché consumi solo l'8% dell'energia totale (offroad + strada), l’offroad produce tra il 19% (monossido di carbonio) e il 39% (particolato) delle emissioni complessive di inquinanti. Il motivo è da ricercare, da un lato, nelle prescrizioni sui gas di scarico, meno severe e introdotte più tardi, dall'altro, nel minor avanzamento della tecnica di riduzione delle emissioni delle macchine e degli apparecchi. Il rapporto evidenzia che oltre alle emissioni di HC dei piccoli apparecchi, occorre tagliare urgentemente in particolare le emissioni di particolato dell'agricoltura. Se per le macchine da cantiere la dotazione di serie e il post-equipaggiamento con filtri antiparticolato sono già avanzati, grazie alle prescrizioni in vigore dal 2002 con la direttiva Aria Cantieri e dal 2009 con l'ordinanza contro l'inquinamento atmosferico modificata dal Consiglio Federale, per i trattori agricoli il progresso tecnico è solo all'inizio. Nell'ambito del giardinaggio e del tempo libero, l'UFAM raccomanda di utilizzare apparecchi con motori elettrici. Se ciò non è possibile, le emissioni di HC possono essere ridotte con l'uso di

massa di particolato

ossidi d'azoto

idrocarburi

monossido di carbonio

benzina

alchilata.
Oggi l'UFAM è attiva anche su Internet con uno strumento elettronico che consente un calcolo semplice delle emissioni di inquinanti atmosferici. Un rapporto di Greenpeace intitolato " " – “Il vero costo del carbone” – presentato a Poznan, oltre a fornire un reportage dei danni fatti dalla filiera del carbone in vari posti del mondo, con la collaborazione dell’istituto indipendente olandese nascosti di questo combustibile fossile.

The true cost of coal

CE Delft, tenta di quantificare i costi gravi impatti

Il carbone è considerato la fonte energetica più economica, ma nel suo prezzo di mercato sono compresi solo i costi legati all’estrazione, al trasporto e alle tasse, non i costi esterni connessi ai

per l’ambiente e per la salute. Innanzitutto, ci sono le emissioni di gas serra e i relativi
effetti sul riscaldamento globale (il carbone è responsabile del 41% delle emissioni mondiali di gas serra e del 72% di quelle per la produzione di elettricità), ma i costi del carbone - sottolinea il documento - sono molti altri: deforestazione, distruzione di interi ecosistemi, contaminazione di suoli e acque (le centrali a carbone sono la prima fonte al mondo di dispersione di mercurio), violazione di diritti umani sia dei lavoratori che delle comunità che vivono nei pressi delle miniere, delle centrali e dei siti di stoccaggio. Impatti che si tramutano in danni monetizzabili, come malattie respiratorie, incidenti nelle miniere, piogge acide, inquinamento di acque e suoli, perdita di produttività di terreni agricoli, cambiamenti climatici e altro ancora. Per il solo 2007, il rapporto calcola : gli impatti sulla salute lungo tutta la filiera del minerale costano circa 1 miliardo, mentre il grosso dei costi esterni, 355 miliardi, è dovuto alle emissioni di gas serra. “Una cifra – sottolinea Greenpeace - che ancora . Considera, infatti, solo i danni per cui esistono dati affidabili a scala mondiale - cioè cambiamenti climatici, impatti sulla salute umana e incidenti nella lavorazione - mentre non tiene conto di altre voci come l’inquinamento, le violazioni dei diritti umani, la distruzione di ecosistemi”. Ciò che è evidente è che il mondo, per gli effetti collaterali di questa fonte energetica definita "economica", ha perso in dieci anni una cifra pari a circa sei volte quanto è costato agli Stati Uniti salvare le proprie istituzioni finanziarie dalla crisi. Mentre in Cina, dove si fa ricorso al carbone per i due terzi del fabbisogno energetico nazionale, i costi esterni del carbone sono pari a 7 punti di PIL. Ad aggravare il tutto c'è il fatto che la quota del carbone nel mix elettrico mondiale è in continua crescita: aumentata del 30% dal 1999 al 2006, mentre se le tutte le centrali in progettazione al momento attuale venissero realizzate da qui al 2030, crescerebbe di un altro 60%, vanificando in pratica ogni sforzo per ridurre le emissioni di CO2 (le 150 centrali che quattro anni fa si sarebbero dovute costruire negli USA -

costi pari a 356 miliardi di euro sottostima i costi reali

più CO2 di quanta ne devono ridurre i paesi che hanno firmato il Protocollo di Kyoto tutti assieme).
progetti per ora ancora fermi - avrebbero emesso The True Cost of Coal (pdf)

Campagna per la Riforma della Banca Mondiale (CRBM) insieme a membri di Friends of the Earth International, hanno tenuto un'azione davanti alla sede
Membri della della Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico di Poznan per denunciare come la Banca Mondiale stia utilizzando la delicata questione delle foreste quale strumento per

favorire il mercato

dei crediti di carbonio, continuando a garantire il suo sostegno al carbone e ai combustibili fossili. Cutting Corners” - delle ong FERN (Forests and the European Union Resource Network) e Forest Peoples Programme (FPP), la Banca mondiale sta facendo pressione sulle diverse delegazioni presenti a Poznan perché la “Forest Carbon Partnership Facility” divenga il meccanismo di riferimento per finanziare il programma REDD (Reducing Emissions from Deforestation in Developing Countries), cercando di far rientrare anche le foreste nel mare magnum del
Secondo un rapporto – “ mercato dei crediti di carbonio di cui hanno finora beneficiato la stessa Banca assieme ai grandi inquinatori privati. Dal 1999 ad oggi, la maggior parte del portfolio di crediti di carbonio (tra il 75 e l'85%) gestito alla Banca Mondiale ha finanziato industrie nel settore chimico, del ferro, dell'acciaio e del carbone, mentre meno del 10% dei fondi a disposizione è stato investito in progetti di energie rinnovabili.

L'iniziativa della Banca è stata fortemente contestata dai rappresentanti delle organizzazioni dei popoli indigeni e delle comunità locali che vivono e dipendono dalle foreste, rimasti esclusi dalla preparazione di queste iniziative che, puntando a una mercificazione delle foreste, mettono a rischio la loro esistenza e minacciano alcuni degli ecosistemi più ricchi di biodiversità ancora esistenti. La Banca Mondiale è uno dei principali finanziatori dell'estrazione di combustibili fossili nei paesi più poveri e causa di nel Sud del Mondo. Non può finanziare la devastazione della Foresta Amazzonica e allo stesso tempo gestire la finanza globale per il clima. Marcial Arias, nel corso del Forum on Climate Change organizzato dall’

devastazione ambientale

International

Indigenous Peoples, ha chiesto la sospensione di tutte le attività relative alla REDD e al mercato
dei crediti finché non vengano consultati anche i popoli indigeni che abitano le regioni interessate. La CRBM, unendosi alle centinaia di organizzazioni di tutto il mondo che chiedono che la Banca Mondiale rimanga fuori dai negoziati sul clima, chiede che sia istituito un meccanismo indipendente dai banchieri di Washington che, consultando i popoli indigeni, le comunità locali e la società civile, metta a disposizione i fondi per gli interventi necessari per l'adattamento e la mitigazione degli impatti derivati dal cambiamento climatico. Si parla miliardi di dollari all'anno che dovranno essere messi a disposizione in buona parte dai governi dei paesi che più hanno contribuito, e contribuiscono, al cambiamento climatico, tra cui l'Italia, a favore di quei Paesi che già oggi sono colpiti dagli impatti devastanti derivati dal surriscaldamento del pianeta. “indigenous leader calls for suspension of REDD activities”, REDD-Monitor “Cutting Corners” (pdf)

distruzione della foresta amazzonica brasiliana ha ripreso a crescere dopo quattro anni di relativa frenata. Nei primi 7 mesi del 2008, si sono persi quasi 12.000 km/q, una
La perdita del 4% superiore rispetto a quella dello stesso periodo del 2007. La causa principale di questo ulteriore aggravamento della situazione è costituita dal degli alberi operato dagli agricoltori della regione, che a loro volta si dicono travolti da una gravissima crisi economica. Il legname è poi venduto clandestinamente mentre le nuove terre coltivabili sono utilizzate soprattutto per la produzione di soia. Il Brasile è divenuto una delle maggiori superpotenze mondiali dell'agricoltura ed ormai alcune grandi imprese agricole stanno soppiantando le piccole produzioni. Se per i piccoli produttori il taglio degli alberi è talora l'unica salvezza economica di breve periodo, per le ricchissime grandi aziende agricole della regione si tratta essenzialmente di aumentare i propri profitti.

taglio illegale

sfruttare intensivamente ogni centimetro di terra per

Il governo centrale brasiliano dice di voler adottare nuove misure importanti per fermare questa nuova escalation nella deforestazione, ma sono spesso le autorità locali che tendono a chiudere un occhio. Gli stati in cui il fenomeno è più massiccio restano quello settentrionale di Parà, dove sono stati rasi al suolo

5.180 chilometri quadrati di selva,

e quello centrale di Mato Grosso, terra di grandi allevatori e produttori di soia, che ne ha persi 3.259. Dopo il picco toccato tra l'agosto 2003 e il luglio 2004 (27.423 chilometri quadrati disboscati), la deforestazione era calata del 59% prima della nuova ripresa. "Il problema - ha detto Paulo Moutinho, dell'Istituto per le Ricerche Ambientali dell'Amazzonia - è che non esiste ancora un sistema economico che valorizzi la foresta così com'è e possa competere con le attività a scopo di lucro che la distruggono ogni anno: soia, bestiame, estrazione illegale di legname e minerali".

“Amazon deforestation up almost 4.0 percent”, Physorg, 28 novembre 2008 Il 22 novembre, attivisti di Greenpeace, vestiti da barbari, ed alla guida di automobili tedesche, hanno “invaso” il Circo Massimo guidati da un finto Berlusconi vestito da Nerone. A sbarrare loro la strada hanno trovato un altro gruppo di attivisti, nei panni di cittadini romani, con due striscioni su cui era scritto: “Quo vadis Berlusconi?”, e “Vade retro CO2! Inquinatores non prevalebunt!”, ovvero !Dove vai Berlusconi?”, e !Vai indietro CO2. Gli inquinatori non prevarranno”. La scelta del Circo Massimo per protestare contro la posizione del governo Berlusconi e delle case automobilistiche non è casuale: dal Circo Massimo partì il grande incendio di Roma del 64 dC. Secondo molti storici sarebbe stato scatenato dallo stesso imperatore Nerone. Un accordo globale, da chiudersi a dicembre 2009, per arrivare ad un “

pianeta a carbonio

zero”.
È l’ambizioso obiettivo (una utopia?) del WWF che ha lanciato la mappa per vincere i cambiamenti climatici, superare la crisi economica e assicurarsi un futuro pulito. L'Italia ha immense potenzialità nel . Usando lo 0,5 della superficie italiana (equivalente ai tetti esistenti) per installare pannelli fotovoltaici potremmo produrre, con la tecnologia attuale, circa 200 TWh l'anno, equivalente ai 2/3 del fabbisogno elettrico del paese. Sviluppo del Conto energia e altri sistemi di incentivazione potrebbero superare gli elevati costi di produzione; l'80% del mercato del solare termico è rappresentato da Germania, Grecia e Austria. La Germania ha . In Italia appena 1.160.000 metri quadri; attualmente gli usi termici, che costituiscono complessivamente il 92% di tutti gli usi finali domestici ed il 54,2 % dei consumi totali, vengono soddisfatti da fonti di energia non rinnovabile (gasolio e metano). “Essential reading for low-carbon lifestyle”, WWF, 1 dicembre 2008 “GREENPEACE: Emperor Berlusconi fiddles as the climate burns”, 7thspace, 22 novembre 2008 “ ”, di Chris Goodall, illustra come i cambiamenti climatici possono essere gestiti adottando le giuste sorgenti di energia e le nuove tecnologie. 1. offre il potenziale per fornire più del 30% della elettricità globale richiesta. È vero che il vento non soffia costantemente ma si possono sviluppare modi migliori di immagazzinare l’energia generata. Inoltre, invece che usarla solo localmente, la si può distribuire tra stati e nazioni. 2. sarebbe sufficiente da sola a fornire più dell’energia necessaria ad alimentare il mondo intero, bisogna solo trovare modi più efficaci di sfruttarla. Gli attuali pannelli solari sono relativamente inefficaci, ma aumentando gli investimenti nella ricerca sulle celle solari si produrranno modelli migliori per cattura re l’energia a costi ridotti. 3. offrono un alto potenziale per la generazione di energia pulita, ma gli sforzi per riuscire a sfruttarlo son oostacolati dalla difficoltà di progettare dispositivi in grado di tollerare le dure condizioni oceaniche. Ciononostante, si stanno testando delle boe in grado di sfruttare l’energia generata da onde subacquee di 50 metri mentre la prima turbina su scala commerciale in grado di sfruttare le maree distribuisce elettricità alla rete nazionale inglese.

fotovoltaico

8.500.000 metri quadri di pannelli installati

Ten Technologies to Save the Planet L’energia eolica

L’energia solare

Onde, maree, correnti

4. Lo spreco di calore ammonta al 40% dell’energia prodotta dalle centrali. Un modo per evitarlo sarebbe quello di portare i generatori nelle case, installando gli ambienti e l’acqua.

microgeneratori domestici per riscaldare PassivHaus

5. Invece di costruire nuove abitazioni a “carbone zero””, si potrebbero ridurre le emissioni di gas serra domestiche rinnovando gli edifici già esistenti. Il movimento in Germania punta a ridurre le emissioni domestiche dell’ 80-90% mediante misure come l’installazione di muri e finestre isolanti e l’utilizzo di migliori metodi di ventilazione che non disperdono il calore.

veicoli elettrici hanno una cattiva reputazione in termini di stile e velocità, ma le macchine elettriche sportive, come la Tesla Roadster, possono essere molto attraenti, anche grazie alla Movie
6. I Camera in dotazione. Sebbene al momento non siano certo economiche, i prezzi sono destinati a scendere parallelamente allo sviluppo di nuove e migliori batterie. Recenti ricerche suggeriscono che i veicoli elettrici potranno anche servire come depositi di energia a motore spento. 7. I sono quasi universalmente considerati una cattiva idea, perché incoraggiano la deforestazione e diminuiscono le riserve alimentari. Ma la prossima generazione di biocombustibili ottenuti dagli scarti della produzione agricola potrebbe dimostrarsi una valida alternativa. Usando nuove tecniche per il trattamento della cellulosa potranno essere utilizzati anche gli scarti del legname e magari si comincerà ad investire nel settore capitale di ventura. 8. Siccome la crescita delle fonti rinnovabili non potrà comunque soddisfare la domanda mondiale di elettricità, trovare modi efficaci per catturare e depositare la CO2 prodotta dale centrali di energia è una delle sfide più importanti da vincere. La ricerca in questo campo sta già sviluppando nuove promettenti tecnologie. 9. Un modo per sequestrare il carbone è rappresentato dal “ ”, un carbone agricolo fatto con i resti dei raccolti bruciati in assenza di aria. Il biochar è eccezionalmente stabile, può essere immagazzinato sottoterra per centinaia di anni senza rilasciare carbone in atmosfera e migliora la fertilità del terreno. 10. Le stufe a , alimentate da metano rilasciato da rifiuti organici, che altrimenti sarebbe rilasciato in atmosfera, possono essere un’altra soluzione. La Cina è già impegnata a promuovere largamente le tecnologie basate sul biogas. “Ten ways to save the world”, newscientist, 02 December 2008

biocombustibili

biochar

biogas

Lilypad”, la stravagante idea di Vincent Callebaut per fronteggiare l'innalzamento del livello dei mari, una sorta di arca di Noé ecologica che sfrutta l'energia solare nella parte emersa - dotata
C’è poi “ anche di giardini e oasi - per alimentare buona parte della struttura, immersa invece sott'acqua. Liplypad sarà in grado di ospitare circa 50 mila persone, di produrre ossigeno ed elettricità, riciclare l'anidride carbonica e i rifiuti, purificare l'acqua, ma soprattutto di garantire l'autosufficienza alimentare dei suoi abitanti grazie a un sistema di produzione agricola interno e di acquacoltura. “Noah's Ark of the 21st century”, The Sun, 2 dicembre 2008 ”

Non distruggere più la Terra o sarete annientati”.

Un alieno “ecologista”, in compagnia di una “sentinella” robot, sbarca con il suo disco volante a Washington per dare un'ultima possibilità al genere umano. Il comando americano, per nulla intimorito, decide di rispondere con il fuoco, chiamando a raccolta i migliori scienziati del paese e tutto l’arsenale militare. Toccherà ad una giovane ricercatrice e al suo figliastro convincere l'alieno a non spazzare via l’umanità…

"Non è necessaria un’invasione aliena per capire che bisogna cambiare rotta. Il pianeta ci sta avvertendo – dice Keanu Reeves, protagonista della pellicola - servirebbe proprio un alieno come quello che interpreto nel film per salvarci da noi stessi". “ ” rivisita “ ”, il classico di fantascienza diretto da Robert Wise nel ’51. Il regista Scott Derrickson, sottolinea come il film sia il tentativo "di aggiornare la storia tenendo conto delle odierne problematiche ambientali, senza per questo tradire gli elementi progressisti dell’originale, dalla tuta spaziale alla figura dell’alieno, che avevano già sovvertito la tradizionale iconografia della science fiction". "Se nell’originale - dice Reeves - l’alieno si mostrava docile all’inizio e temibile alla fine, qui succede esattamente il contrario”. LINKS Energy Information Administration report US EPA - High GWP Gases UFAM - Pubblicazioni Pesticide Action Network WHO | Chronic Obstructive Pulmonary Disease (COPD) Associazione Italiana Pazienti BPCO StEP - Solving the E-Waste Problem Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche - Wikipedia Banco Informatico Brainscape Trashware - Wikipedia FERN Forest Peoples Programme (FPP) Reducing Emissions from Deforestation in Developing Countries (REDD) pdf REDD-Monitor CRBM -Campagna per la Riforma della Banca Mondiale California Trout The State of Food Insecurity in the world (SOFI) UNHCR - Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati CCPI - Climate Change Performance Index Passivhaus Institut

Ultimatum alla Terra

The Day the Earth Stood Still

Tesla Roadster - Wikipedia “Pollution causes 40 percent of deaths worldwide”, Cornell University, 3 agosto 2007

ECO APOCALYPSE 2022 i SOPRAVVISSUTI E VENNE IL GIORNO APOCALISSE MAYA COSMOGENESIS GLI ULTIMI TEMPI POST LIST

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