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;,,;gio.agosto,eE2

rivista bimestrale fondata da Enzo Paci

direziore: 20116 Milano, via Cutti 8' tel' 8370690
comitato e redazione di appoggio: Gillo Dodles, Franco Fergnani, {Cn9s Heller, Karél Koslk, Oskar Negt, Gajo Peuovi( Fàul Piccone, Luigi Rognoni, Míhóly Vajda segteteid di redazione: Marcello Lorrai amninistrazione: LA NUovA ITALIA EDITRICT, via A. Giacomini Firenze; spedizione in abbonamento postale, gruppo IV

8,

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giorazione

di L.

1.300.

L'

500 in

Registr. del Trib. di Milano n.2232 in data 11.1.1951. Direttore responsabile: Pier Aldo Rovatti. Proprietà: Francesca Romana Paci. - Stampa Sipiel - Milano

PAESAC.GI BENJAMINIANI.
Ptemessa,

1; G.A., Un importante ritrovamento di manoscritti di \lalter Beniamin, 4; PIERRE KLOSSOWSKI, Lettera su \íalter Benjamin, 8; PETER SZONDI, Speranza nel passato. Su V/alter Benjamin, 10; G'A.' Intoduzione a Friedrich Heinle, 26; FRIEDRICH HEINLE, Poesie, l0; GIANNI CARCHIA, Heinle e la "lingua della giovent(r", 42; \7. BENJAMIN, J' SELZ, Carteggio (1932-19)4), 47. Babele: JACQUES DERRIDA, Des tours de Babel, 67; MAURICE BLANCHOT, Sulla raduzione, 98. Metaetica: ANTONELLA MOSCATI, Nota su Rosenzweig e Benjamin, 101; FRANZ ROSENZ\íEIG, L'uomo e il suo sé ovvero metaetíca, 114.
La piccola porta: GIORGIO AGAMBEN, 'il/alter Beniamin e il demonico. Felicità e iedenzione storica nel pensiero di Benjamin, 143; REMO BODEI, Le malattie della tradizione. Dimensioni e paradossi del tempo in Walter Benjamin, 165; ANTONIO PRETE, Un'allegoria d'autunno. Baudelaire e Beniamin, 185; MASSIMO CACCIARI, Necessità dell'Angelo, 203. Materiali: \íOLFGANG KEMP, \flalter Benjamin e la scienza estetica. I: i rapporti tra Benjamin e la Scuola Viennese, 216; VOLFGANG KEMP, \Talter benjamin e la'scienza estetica. II: \íalter Benjamin 9- Aby \larbug,-234; BARBARA KLEINER, Nota bibliografica. Le fasi della ricezione di Benjamin, 26); EDOARDO GREBLO, Nota bibliografica. Benjamin oggi in ItaLia,269.

Des tours de Babel*
di Jacques Denida

Babele: in primo luogo un nome proprio, d'accordo. Ma oggi, quando diciamo Babele, sappiamo di che cosa e di dri stiamo parlando? Se consideriamo la soprawivenza di un testo come un legato, il racconto o il mito della torre di Babele non forma un'immagine qualsiasi. Affermando quanto meno I'inadeguatezza di una lingua rispetto a un'alúa, di un luogo dell'enciclopedia rispetto a un altro, del linguaggio nei confronti di se sresso e del senso, ecc., afferma anche la necessità della rappresentazione, del mito, dei uopi, degli artifici, della traduzione inadeguat^ pet supplirc a ciò c-he la molteplícità ci proibisce. In questo senso esso costituirebbe il mito delI'otigine del mito, la metafora della metafora, il racconto del racconto, la traduzione della traduzione, ecc. Lo sdoppiamento non awemebbe solo nella struttura in un modo particolare (anch'esso qaasi intraducibile, come un nome proprio) e bisognerebbe salvarne l'idioma. La "torre di Babele" non rappresenta soltanto la molteplicità irtiduci bile delle hgo., ma mette in luce un'incompiutezza,l'impossibilità di completare, di totùizzate, di saturare, di finire qualcosa che rinvia allbrdine dell'edificazione, della costtuzione architettonica, del sistema e dell'atchitettura. Questa molteplicità degli idiomi limita non solo una taduzione uveta', una inter-espressione trasparente e adegaata, ma anche un ordine strutturale, una coerenza del constructurn, Yi è, insomma, come un limite interno alla formaJtzzazione, una incompletuza della costruzione. Satebbe facile e fino a un certo punto giustificato, scorgervi la tmduzione di un si-

Non si dovrebbe mai ttascurare il ptoblema relativo alla lingua in cui si pone la questione della lingua e si raduce un discorso sulla uaduzione. In primo luogo: in quale lingua fu costruita e decostruita la torre di Ba' bele? In una lingua all'interno della quale il nome ptoptio di Babele po-

stema

in

decosttuzione.

* Si preferisce lasciare ril titolo in odginale psr fluntenerc úl gioco "des toars" (delle tomi) e "détours" (deviazio'rli) ln.d.t.l.

di patole ta
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taire vuol dire che Babele vuol dire: non si Úatta solamente di un nome proprio, la referenza di un significante puîo a un esistente singolare e - gea questo titolo intraducibil. ma di un nome comune rapportato alla -,nome comune non significa solo confusione, neralità di un senso. Questo per quanto "confusioneo abbia abneno due sensi, ciò di cui Voltaire è consapevole: si tratta sia della confusione delle lingue, sia dello srato di confusione nel quale si ftovano gli architetti davanti alla struttura interrorta, cosicché una certa confusione ha già intziato ad assumere i due sensi del termine 'confusione". Il significato di "confusione" è confuso, o almeno doppio. Ma Voltaire suggerisce ancora una cosa: Babele non vuole soltanto dire confusione nel duplice senso della parola, ma anche il nome del padre, piú precisamente e piú comunemente il nome di Dio come nome di padre. La città porterebbe il nome di Dio padre, e del padre della città che si chiama confusione. Dio, il Dio avrebbe segnato con il suo patronimico uno spazio comunitario, questa città in cui non è piú possibile capirsi. E non è piú possibile capirsi quando c'è solo íl nome proprio, come non è piú possibile capirsi quando non c'è piú nome proprio. Nel dare il suo nome, nel dare tutti i nomi, il padre satebbe all'origine del linguaggio, e
questo potere appartenebbe di diritto a Dio padre. nome di Dio padre sarebbe il nome di questa origine delle lingue. Ma è anche quel Dio che, nel movimento della sua ira (come il Dio di Boehme o di Hegel, quello che esce da se stesso, si determina nella sua finttezza e cosl produce la ste ria), annulla il dono delle lingue, o almeno lo confonde, semina la confusione tra suoi figli e awelena il presente (GiÍt-GiÍt). È anche I'origine

teva anche essere ftadotto, con una certa confusione, con iI termine oconIl gome propdo Babele, in quanto nome proprio, dovrebbe riEanerg intraducibile, ma, per una sorta di confusione asiociativa resa possibile da una sola lirgo", si pensò di poterlo tadurre in questa sressa lingua, con un nome comune che significava ciò che noi ttaductamo con il termine confusione. Cosl Voltaire se ne stupiva nel suo Dizionaúo filosoolo non so perché nel Genesi tico, allavoce "Babele": si dice che Èabele significa confusione. Infatti Ba nelle lirgo. orientali significa padre, e Bel significa Dio; Babele significa la città di Dio, la città sÀta. Gli antichi davano questo nome a tutte le loro capitali. Ma è incontestabile che Babele ryol dirg confusione, sia perché gli architetti furono confusi dopo avere elevato lbpera loro fino a ortanturimila piedi giudaici, sia perché le lingue si confusero, ed evidentemente è da allora che i tedeschi non intendooo pii i cinesi; perché è chiaro, secondo il dottor Bochart, che il cinese è originariamente la stessa lingua che l'alto tedesco". La tranquilla ironia di vol-

fusione".

Il

delle lingue, della molteplicità degli idiomi, di ciò che abitualmente chiamiamo madrelingua. Infatti tutta questa storia presenta filiazioni, generazioni e genealogie: semitiche. Prima della decostruziqne di Babele, la gran68

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de famiglia semitica stava fondando il suo impero (che voleva universale) e la sua lingor, che tentava di impone ugualmente all'universo. Il momento di questo progetto precede immediatamente la decostruzione della torre. Cito due traduzioni {rancesi. Il primo ffaduttore si mantiene abbastan-

Lorris segond, autore della Bibbia segond pubblicara nel 1910, scrivei "Queslr lono i figli di Sem, secondo le loro famiglie, le loro lingue, i loro paesi, le loro nazioni. Queste sono le famiglie dei figli di Noè, iecondo le loro generazioni e le loro nazioni. Da loro sono t"ti i popoli che si sparsero srila t-erra dopo il diluvio. Tutta la terra aveva una-sola lingua e le stesse parole. Poiché erano partiti dallbrigine trovarono una pianura nel paese di Schinear, e vi si srabilirono, dicendosi l,un l,altro: Su! Fabbdchiamo dei mattoni e cuociamoli al fuoco. E il mattone servl loro da pietra e il bitume servl loro da calce. Dissero ancora: orsú! costruiamo una città e una torre la cui cima toccli il cielo, e facciamoci un flome, per non venire dispersi su tutta la laccia della terra...". Non'so come interpretare questa allusione alla sostituzione o alla ffasmutazione dei matedali, il mattone che diventa pieÚa e il bitume che serve da malta. Assomiglia già a una maduzione, a una traduzione della uaduzione. Ma prcccdiamo- e sostituiamo alla prima una seconda traduzione. È quella di Chouraqui, È recente e cerca di essere piú letterale, quasi aerbum pro oerbo, proprio come cicerone (in uno dei suoi primi coniigli al raduttore che si possono leggere nel suo Libellus de optimo generc oratorum) diceva che non si deve mai farc. Ecco: "Ecco i {igli di Shem / per i loro clan, per le loro lirgo" / nelle loro reme, per i loro popoli. / Eico i clan dei figli di Noah per le loro imprese, nei loro popoli: / da questi si dividono i popoli sulla terra, dopo il diluvio. / Ed è tutta la rerra: un solo labbro, uniche parole. / Ed è nel momenro della loro paîtetlza dall'oriente: movano una valle sffetta, / nella terra di Shine'ar. / Vi si stabiliscono. / Dicono, ciascuno al proprio simile: / 'Orsú fabbrichiamo dei mattoni, / ínfiammiamoli alla {iamma'. / Per loro il matone divenne piera, il bitume, malta. / Dicono: 'Orsú costruiamoci una città e una torîe. f La sua cima al cielo. / Costruiamoci un nome, / per non essere dispersi su tutta la faccia della tetîa". Ma che cosa succede? In altri termini, per cJre cosa Dio li punisce dando il suo nome, o piuttosto, poiché non lo dà a niente e a nessuno, proclamando il suo nome, il nome proprio fi "6snfu5ione" che sarà il suo segno e il
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la "letteralità', vale a dire l,imsecondo, piú preoccupato della letteralità (metaforica o piurtosro metonimica), diceì,labbro,, pàiché in ebraico. si de_sigrra con-"labbro" ciò che noi chiamiamo, corì un'aiffa metonimia, "lingua". Per indícare la confusione babelica bisognerà quindi dire molteplicità di labbra e non di lirgo.. A quesro propotito, il primo radumore,
magine ebraicl per "lingua", mentre

za lontano da ciò che si vonebbe chiamare

il

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suo sigillo? Li punisce per aver voluto costruire fino all'altezza dei cieli? Per aver voluto giungere fino al punto piú alto, fino all'altissimo? È molto ptobabile; ma, senza dubbio, per aver voluto in questo modo larsi an flotze, sceglierci il proprio nome, costrilire da sé il proprio nome, dunitsi in esso ("affinché non siamo piú dispersi...') come nell'unità di un luogo che è al tempo stesso una lingua e una torre, I'una e l'altta. Li punisce per aver voluto cosl assicurarsi autonomamente una genealogia unica e universale. Infatti il testo della Genesi collega immediatamente, come se si nattasse dello stesso disegno: innalzarc una toffe, cosffuire una città, farsi un nome in una lingua univetsale che sia anche un idioma, e riunire una filiazione: "Dicono: / 'Orsú costruiamo una città e una torre. f La saa vetta: il cielo, / Cosffuiamoci un nome, / per non venire dispersi su tutta la faccia della tera'. YHlÙtrH scende a vedere la città e la totre / che i figli dell'uomo hanno costruito. / YH'ùíH dice: / 'Sí! un solo popolo, un solo labbro pet tutti: / ecco quello che incominciano a Îarcl / Orsú scendiamo! Con{ondiamo le loro labbra, / l'uomo non comprenderà piú il labbro del suo vicino"'. Poi dissemina la stirpe di Sem, e le disseminazione è in questocaso decostruzione: f "Cosi YH\íH I disperde su tutta la faccia della tera. f Smettono di cosuuire la città. / Sulla quale egli ptoclama il suo nome: Bavel, Confusione, / poiché qui YHWH confonde il labbro di tutta latena, / e di qui YH'WH li disperde su tutta la f.accia della terra". Non si deve dunque parlare di una gelosia di Dio? Risentito nei confronti di questo unico nome e di questo unico labbto degli uomini, egli impone il suo nome, il suo nome di padre; con questa imposizione violenta provoca sia la decostruzione della torre sia quella della lingua universale; egli disperde Ia Íilrazione genealogica. Spezza la discendenza. Impone e coîttetnporaneaftîente ptoibisce la traduzione. La impone e la proibisce, vi ci costringe, ma come sotto scacco, dei figli che ormai porteranno il suo nome, il nome che dà alla città. È a partire da un nome propdo di Dio, venuto da Dio, disceso da Dio o dal padre (ed è ben vero che YIfIÙflH, nome impronunciabrle, discende verso la torre), e segnato da lui, che le lingue si dispetdono, si confondono o si moltiplicano, secondo una discendenza che nella sua stessa dispersione viene suggellata dal solo nome che risulterà il

piú fote, dal solo idioma che avrà avuto successo. Ma proprio questo idioma pona in sé il segno della confusione, vuole dire imptopriamente I'imptoprio, cioè Bavel, confusione. La traduzione diventa allora necessa-

tia e impossibile come I'effetto di una lotta per l'apptopriazione del nome, n cerru.i" e proibita nelf intewallo tra due nomi del tutto ptopri. E il no' me ptoprio di Oio (dato da Dio) già si divide nella lingua, quanto basta p.r ,ignifi""re anche, in modo confuso, "confusione". E la guera che dichiara esplode innanzi tutto df interno del suo nome: diviso, bifido, ambivalentg polisemico: Dio decostruisce ("And he 'w'ar", si legge in Fìnne'
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gans Valee, e pottemmo seguire tutta questa storia dal punto di vista di Shem e di Shaun. "He war' non si limita a riunire in questo luogo un numero incalcolabile di legami fonetici e semantici nel contesto immediato e in tutto il libro babelico; la drchianzione di guerra (in inglese) di colui che dice "Io sono colui che sono e che fu cosl lwarf", rendendosi intraducibile nella sua stessa realizzazione alnzeno in quanto si enuncia in piú di una lingua per volta (come minimo inglese e tedesco). Se anche una traduzione infinita ne esaurisse fondo semantico, nadurrebbe ancora in una lingua e perderebbe la molteplicità dello be war. Rimandiamo ad un'altra occasione una lettura meno affrettata di questo he uar e notiamo uno dei limiti delle teode della traduzione: esse trattano troppo spesso passaggi da una lirgou alI'altra e non considerano abbastanza Ia possibilità per alcune lingue di essere implicate in un testo in piú di. due per volta. Come

il

i

tradurre un testo scritto nello stesso tempo in diverse lingue? Come "rendere" l'effetto di pluralità? E se traduciamo in molte lingue contem-

lo chiameremo ancora tradurre? Babele: oggi 1o si percepisce come un nome proprio. Certo, ma nome proprio di che cosa e di chi? Talvolta di un testo narrativo che racconta una storia (mitica, simbolica, allegorica, al momento importa poco), di una storia nella quale il nome proprio, che quindi non è piú il titolo del racconto, indica una torre o una città, ma una toffe o una città che ricevono il loro nome da un awenimento nel corso del quale YIIWH "proclama il suo nome". Ota, questo nome propdo che indica almeno tre eventi e tre cose diverse, ha anche, e qui sta tutta la questione, come nome proprio la funzione di un nome comune. Questa questione racconta, ffa le altre cose, I'origine della confusione tra le lingue, la molteplicità imiducibile degli idiomi, il compito necessario e impossibile della traduzione, la sua necessità corne impossibilità. Generalmente si presta poca attertzione a questo fatto: per lo piú leggiamo questo racconto in ffaduzione. E in questa traduzione, il nome ptoptio conserva un destino singolare, in quanto non è tradotto nella sua apparizione di nome proprio. Ma un nome proptio in quanto tale rimane sempre inmaducibile, per cui si può considerare che esso non appartiene tigorosamente, allo stesso titolo delle altre parole, alla lingua, d sistema della lingua, tradotta o traducente. E tuttavia "Babele", evento in una sola lingua, quella in cui appare per formare un "testo", ha anche un senso comune, una generalità concettuale. Poco importa che ciò accada pet mùzo di un gioco di parole o di una associazioni confusa: "Babele" poteva essere compteso in una lingua con il senso di "confusione". E allora, nello stesso modo in cui Babele è contemporaneamente nome proprio e nome comune, Confusione diventa nome pîoprio e nome comune, I'uno come omonimo dell'al6o, o ancie sinonimo, 111r ron equivalente, poiché non si rischia di confonderli nel loro valore'
pofaneamente,
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Questo vale per il traduttore in aancanza di una soluzione soddisfacente. Il ricorso aiia apposizione e aila maiuscola (*Su cui proclama il suo nome: Bavel, Confusione") non traduce da una lingoa in un'alua. Commenta, spiega, pamÍtasa, ma non ffaduce. Tutt'al piú riproduce con una certa aF prossimazione, e dividendo I'equivoco in due parole là dove la confusione si radunava in potenza, in tutta la sua potenza, nella traduzione interna (per cosl dire) che elabora il nome nella lingua cosiddetta odginale. Infatti nella lingua stessa del racconto originario vi è una traduzione, una specie di tmslazione che offre immediatamente (in modo un po' confuso) I'equivalente semantico del nome propdo che, di per sé, in quanto puro nome proprio, non avrebbe. In realtà questa traduzione infralinguistica si rcalizza immediatamente; non si tratta neppure di un'operazione in senso stretto. Tuttavia, colui che pada nella lingua del Genesi poteva prestare attenzione alI'effetto del nome proprio cancellando l'equivalente concettuale (come "pierre" in "Pierre", e si tratta di due valori o di due funzioni assolutamente eterogenee); a questo punto si sarebbe tentati di affermare in primo luogo che un nome proprio, nel senso "proprio" del termine, non appartiene propriamente alla lingua; non vi appartiene benché e percbé rl suo richiamo la iende possibile (che cosa sarebbe una lingua senza possibilità di chiamate con un nome proprio?); quindi esso non può inscriversi propriamente in una lingua se non lasciandosi tradurre, ci&, interpretdre nel suo equivalente semantico: da quel momento non può essere piú accolto come nome proptio. Il nome "pierre" appartiene alla lingua francese, e la sua traduzione in una lingua straniera dovrebbe conservrre il senso. Ciò non vale nel caso di "Pierre", la cui appartenenza alla lingua francese non è assicurata e comunque non è dello stesso tipo. Peter, in questo senso, non è una Úaduzione di Pierre, piú di quanto Londres non sia una traduzione di London, ecc. In secondo laogo, il soggetto la cui lingua cosiddetta madre sarebbe Ia lingua della Genesi può ben comprendere Babele come "confusione"l in questo caso opera una tfaduzione conlusa del nome proprio nel suo equivalente comune senza aver bisogno di un'altra patola. È come se qui ci fossero due parole, due omonimi di cui uno ha valore di nome proprio e l'altro di nome comune: tra i due una traduzione che può essere valutata in modo molto diverso. Essa appartiene, forse, a quel genere dre Jakobson chiama traduzione infralinguale o dformulazione (reworiling)? Non credo: il "reaording" frgaarda rapporti di uasformazione tra nomi comuni e frasi correnti. Il saggio On Translation (L959) distingue tre forme di traduzione. La uaduzione infralinguale interpreta i segni linguistici per mezzo di altri segni della slessa lingo". Ciò presuppone evidentemente che in ultima istanza si sappia determinare in modo rigoroso l'unità e I'identità di una liogo", la forma definibile dei suoi limiti. In seguito si avrebbe quella che Jakobson c-hiama
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felicemente traduzione "propriamente

prcpone un equivalente definizionale e un'al*a parcla. Egli "uàduce" la priml con un'altra parola: traduzione infralinguale o ùfornurazione, reuording. E anche la terua: Úaduzione interseniotica o irasmutazione. rn questi due casi, la taduzione di "traduzione" è un'interpretazione definizionale. Ma nel caso della raduzione "propriamente deita", della traduzione nel senso corrente, interlinguistico e post-babelico, Jakobson non úaduce, riprende la stessa parola: "la traduzione interlinguale o ffaduzione ptopriamente detta'. Egli suppone che non sia necessario tfadurre: tutti capiscono ciò che questo vuol dire, perclé tutti ne hanno espedenza; si ritiene- che tutti sappiano che cos'è una lingua, il rapporto t"u ,tna lirg.tu e un'altra e sopra*utto I'identità o la differenza a pioposito di lingua. Se yi è una trasparenza che Babele non avrebbe intaccato, è proprio questa, l'esperienza della molteplicità delle liogo. e il senso "propriamente detto'i della parola "traduzione". In rapporto a questa parola, quando si tratta di traduzione "propriamente detta", gli altri usi della parola "traduzioneo sarebbero una traduzione infralinguale e inadeguata, metaforica, insomma, degli arti{ici (des tours ou tourfiures) e della taduzione in senso proprio. Vi sarebbe quindi una Éaduzione in senso proprio e una traduzione in senso figurato. E per nadume I'una nell'alffa, alf interno della stessa liogo, o da una lirgo" all'alua in senso figurato o in senso proprio, ci si inoluerebbe in vie che rivelerebbero ben presto ciò che vi può essere di problematico in questa uipatizione. In breve: nel medesimo istante in cui pronunciamo Babele, scopriamo I'impossibilita di decidere se quesro nome appartiene, propriamente e semplicemente, ad una hngaa. Ed è imFortante che questa indecidibilità provochi una lotta per il nome proprio all'interno di una scena di indebitamento genealogico. Cercando di "farsi un nome", di fondare contemporaneamente una lingua universale e una genealogia unica, i Semiti vogliono ridune il mondo alla ragione, e questa ragione può significare simultaneamente una violenza colonialista (poiché essi universalizzerebbero cosl il loro idioma) e una uasparenza pacifica della mmunità umana. Al conuario, quando Dio impone e oppone loro il proprio nome, rompe la trasparenza nzionale, ma interrompe anche la violenza colonialista o l'impetialismo linguistico. ECli Ii destína alla traduzione e Ii assoggetta alla legge di una traduzione necessaria s imFossibile; con un colpo del suo nome proprio taducibile-inraducibile inaugura una ragione universale (che non sarà piú sottomessa alf impero di una nazione pa*icolare) ma ne
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$e rnterp-reta i segni linguistici per mezzo di un'altra lingo", il che rimanda al medesimo presupposto della traduzione infralinguaÈ. Infine vi sarebzn la ttaduzione intersemiotica o trasmutazione c-he Lterpreta segni lincuistici per mezzo di sistemi di segni non linguistici. peile due fo-rme di traduzione, che non sarebbero taduzioni "própriamente detteo, Jakobson

detta', la traduzione inteilinguale

i

limita contemporaneamente l'universalità stessa: trasparenza proibita, uni-

Il titolo specifica anche, fin dalla prima patola, il compito lAuÍgabef, la missione alla quale si è (sempre da qualcun altro) destinati, I'impegno, il dovete, il debito, la responsabilità.-Ne emerge già una legge, un'ingiunnone a71a quale il traduttore deve rispondete. Egli deae anche sdebitarsi, e di qualcosa che potrebbg imFlicare una fagha, una caduta, un errore e forse un delitto. Come vedremo, il saggio ha per orizzonte una "ticonciliazione". E tutto ciò in un discorso che moltiplica i motivi genealogici e le piú o meno metaforiche alla trasmissione di un seme famiallusioni - come traduttore nella situazione liare. Il traduttore è indebitato, si rivela del debito; e il suo compito è quello direndere, rendere ciò che deve essere stato dato. Tn le parole che corrispondono al titolo di Berúann (AuÍgabe, ú. dovere, la missione, il compito, il problema, ciò che è assegnato,
t I passi di Benjami" citati irn questo saggio sono stati tradotti dal francese (cft. I'edizione citata da Demida). Una traduzione italiana di Renato Solni, con notevoli divetsiÈ dal testo francese è repedbile in \lalter Benjanin, Axgelus Noaas, Einaudi, Torino 1981, pp. 39-52 ln.d.t.l.
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vocità impossibile. La taduzione divenra la legge, il dovere e il debito, ma dal debito non ci si può piír liberare. Questa insolvenza risulta direttamente segnata nel nome di Babele, che si traduce e contemporaneamente non si traduce, appartiene a una lingua setza appartenervi e s'indebita nei riguardi di se stesso di un debito insolvibile nei riguardi di se sresso come aluo. Tale satebbe I'esito babelico. Quest'esempio singolare, insieme archetipico e allegorico, potrebbe introdurre tutti i prcblemi cosiddetti teorici della traduzione. Tumavia nessuna teotizzazione, dal momento che si produce in una lingua, poffà mai dominate l'esito babelico. Questa è una delle ragioni per le quali in questa sede pteferisco, anzicJré procedere in modo puramente teorico, tentare di úadurre a modo mio la taduzione di un altro testo sulla traduzione. Ciò che ptecede avrebbe dovuto condurmi piuttosto verso un testo precedente di Benjamin, SaIIa lingua in generale e sulla lingua dell'uomo (1916) r, anch'esso tadotto da Maurice de Gandillac nello stesso volume (Mythe et aiolence, Denoèl, 197L).Il tiferimento a Babele è esplicito ed è accompagnato da un discorso sul nome proprio e sulla traduzione. Ma di fronte al carattere a mio parere mappo enigmatico di questo saggio, alla sua ticchezza e alle sue sutdetetminazioni, ho dovuto rinviare questa lettura e limitarmi a Il compito del traduttore. Senza dubbio la difficoltà non diminuisce, ma la sua unità risulta piú evidente, meglio centrata intomo al suo tema. Questo testo sulla ffaduzione è anche la prefazione a una traduzione dei Tableaux Parisiens di Baudelaire, e lo leggo dapprima nella ttaduzione francese di Maurice de Gandillac.Tuttavia, la ttaduzione è veramente, per questo testo, soltanto un tema, e soprattutto è il suo primo tema?

modo analogo con la teruahngaa di questo saggio, il francese di Mallarmé, di cui Benjamin aveva constatato l'inffaducibilità. Ancora una volta: come tradurre un testo scritto in molte litgo. contemporaneamente? Ecco questo passo sull'insolvibile (cito come sempre la traduzione francese, limitandomí a includere qua e 1à il tetmine tedesco che si presta al mio scopo):

dato da fare, dato da rendere), ci sono, fin dall'inizio, Viedergabe, Sìnnwieilergabe,la restituzione, la testituzione del senso. Come interpretare una tale restituzione, anzi un tale pagamento? Si tratterà soltanto di restituzione del senso, e di quale senso in guesto ambito? Conserviamo momentaneamente questo lessico del dono e del debito, e di un debito che potrebbe facilmente dichiararsi insolvibile, donde una specie di "ransfert" amore/odio pet chi si trova nella posizione di ttadurre, obbligato a tradurte, riguardo al testo da tradure (non mi riferisco al firmatatio o all'autore dell'originale), alla lingua e alla scrittura, al legame e all'amote che suggella le noz.ze tra I'autore dell"'originale" e la propria lingua. A metà del saggio, Benjamin afferma che la restituzione potrebbe anche essere impossibile: debito insolvibile alf interno di una scena genealogica. Uno dei temi essenziali del testo è la "parentela" delle lingue in un senso che non è piú tributario della linguistica stotica del XIX secolo, senza esserne del tutto estraneo. Fotse qui siamo indotti a pensare la possibilità stessa di una linguistica storica. Benjamin ha appena citato Mallarmé, 1o cita in francese, dopo aver lasciato nella propria frase una parola latina, che Maurice de Gandillac ha riportato a pié di pagina per far rilevare che con "genio" non traduceva dal tedesco ma dallatrno (ingeniurn).Natutalmente non poteva comportarsi in

"Filosofia e traduzione non sono cose futili come pretendono certi artisti sentimentali. Poiché esiste un ingegno filosofico iI cui carattere piú intimo è la nostalgia di quella lingua che si annuncia nella traduzione:
Les langues imparfaites en cela que plusieurs, manque la supÉme: penser étant écrire sàs accessoires, ni-chu-chotement, mais tacite encore I'im' mortelle parole, |a diversité, sur terre, des idiomes empéche petsonne de proférer i"t 111ott qui, sinon, se trouveraient par une fiappe unique, elle' méme matériellement la vénté. Se la realtà evocata da queste patole di Mallarmé, è rigorosamente applicabile al filosofo, allon[a ttaduzione, con i germi lKeinenf clee di una i"L littgo" .rr" port" con sé, si pone a metà strada fra la creazione lettetaria e |a teoda. La sua opeta ha un minor rilievo, ma non s'imprime meno profondamente nella stofia. Se il compito del traduttofe appafe in questa iuce, le vie della sua tealizzazione rischiano di divenire ancora. piú impenetrabili. Anzi, questo compito cjre consiste nel far maturafe nella traduzione il seme di una lingua para lden sanen reiner sptacbe zur Reife za brin75

genJ, sembr^ del tutto insolubile fdiese Aulgabel ... lscbeint niemals lósbar), non definibile da alcuna soluzione lin keiner Iisang bestimmbarf . Non la si priva fome di ogni base se la riproduzione del senso cessa di essere I'unità di misura?
Benjamin ha dunque rinunciato a tradurre Mallarmé, I'ha lasciato risplendere nel suo testo come l'insegna di un nome proprio; ma questo nome proprio non è del tutto insignificante, e si salda a ciò il cui senso non si lascia traspoffe integralmente in un altro Iinguaggio o in un'altra Ttngua (e Sprache non si taduce con l'una o con l'altra parola senza una qualche perdita). Nel testo di Mallarmé, I'effetto di proprietà intraducibile si lega meno al nome o alla verità come adeguamento che non all'unica rcahzzazione di una fotma performativa. Si pone dunque il problema: 1o spazio della traduzione non inizia forse a ridutsi a partire dal momento in cui la restituzione del senso lViedergabe des Sinnesl cessa di indicarne la misura? Il concetto coffente della traduzione diventa problematico. Esso implicava questo processo di restituzione; il compito lAafgabef tornava a rendere fwiedergebea] ciò che era dato inizialmente, e ciò che era dato era credevano il senso. Ma le cose si complicano quando si cerca di conciquesto quale quello liate valore di restituzione con di matutazione. Su base, su quale teffeno avrà luogo la maturazione, se Ia îestituzione del senso dato non costituisce piú la regola? L'allusione aJTa matutazione di un seme potrebbe assomigliare a una metafora vitalista o genetica,'e potrebbe allora confermare il codice genealogico e parentale che pare dominate questo testo. fn effetti, qui sembra necessario invertire quest'ordine e riconoscete ciò che alffove ho proposto di chiamare "catastrofe metafotica": lungi dal potet capire che cosa significhino "vita" e "famigln" quando ci serviamo di questi valori familiari per parlare di linguaggio e di traduzione, sarà patendo da un pensiero della lingua e della sua nsoprawivenza" in traduzione che potremo accedere al concetto di ciò che vita e famiglia vogliono dire. Quest'inversione è operata intenzionalmente da Benjamin. La sua prefazione (poiché, non dimentidriamolo, questo saggio è una prefazione) si muove incessantemente tra i valori di seme, di vita e soprattutto di "soprawivenza' (iibeileben ha un rapporto essenziale con iibersetzen). Ma quasi all'inizio Benjamin sembta dre comincia con "Analogapfoporre un conffonto o una metafora - sposta tta iibersetzen, ùbertrae improwisamente firtto si mente 2...'
gen, ilberleben:

-

"Come le manifestazioni della vita, senza significare nulla pet if vir/ente, so' no intimamente connesse con lui, cosí la traduzione ptocede dall'originale, certam€nte meno dalla sua vita che dalla sua 'soprawivenza' l.Lîbetle76

ben"f. Infatti la traduzione viene dopo l'originale e caîattetizza, per le
della loro nascita, lo stadio della loro soprawivenza fFortleben, questa volta, la soprawivenza come continuazione della vita piuttosto che come vita post mortenl. È nella loro semplice realtà, senza alcuna metaÍon fin oollig unnetapboriscber Sacbli.cltkeitf che si deve intendete I'idea di vita e di soprawivenza lFortlebenf delle opere d'arte".
Secondo uno schema apparcntemente hegeliano, in un passo molto circo scritto, Beljamin ci induce a pensare alla vita dal punto di vista dello spi rito o della storia e non solo da quello della "corporalità organica". C'è vita nel momento in cui la "soprawivenza" (1o spirito, la storia, le opere) eccede la vita e la morte biologica: "È solo ticonoscendo la vita a tutto ciò di cui si dà storia e che non è soltanto teatro, che si rende gitsúzia a questo concetto di vita. Poiché è a patire dalla storia e non dalla natura [...] che, in ultima istatua, si deve circoscrivere I'ambito della vita. Cosl
nasce

opere importanti cJre non trovano mai un traduttore predestinato all'epoca

peî

base a questa vita piú ampia, quella della storia". Bene per il momento mi limito a questo A cominciare dal titolo jamin definisce L problema, ne! senso di ciò c}e è precisamente ildaanti d sé come un compito, come quello del ffaduttore e non della traduzione (né d'al6a patte, sia detto di sfuggita, anche se !a questione non è trascurabile,

il

filosofo

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compito fAafgabel di capire ogni vita natutale in

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-

della tràduttrice). Benjamin non si riferisce al mmpito o al problema della traduzione. Egli indica il soggetto della gaduzione come soggetto indebitato, obbligato da un dovere, già in una situazione di etede, inscritto come supefstite in una genealogia; come supefstite o agente di soprawivenza. La- soprawivenza àeile opere, non degli autori. Forse la soprawivenza dei nomi di auiori e delle firme, ma non degli autoti. Tale soprawivere è un accrescersi della vita, è piú che una soprawivenza. Ohte i viverc piú a lungo I'opeta vive di piú e meglio, al di sopra dei mezzi delroo aotoi". Il 6aduttore sarebbe dunque un ricevente indebitato, sottomesso al dono e ùl'elatgizione di un originale? Niente affatto. Per molte ragioni tra cui questa: il legame o l'obbligazione del debito non passa tra=un donatore e un donatario ma ffa due testi (due "produzioni" -o due "creazioni"). ciò è chiaro fin dalf inizio della prefazione e, se volessimo isolare alcune tesi, potremmo individuare un po' rapidamente quelle che seguono:

1. Il compito del ffaduttore non si annuncia in seguito a{ una ricezìone. La teoria della traduzione non dipende essenzialmente da una qualche tmria della ticezione, per quanto trrossa invece conffibuirc a renderla possibile e a renderne conto.
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traducibile puro: la versione intmlineare del testo saco sarebbe il modello o l'ideale lUrbildf di ogni rraduzione possibile in generale. Ora, e in ciò consiste Ia seconda tesi, per un testo poetico o per un testo sacro, la comunicazione non è l'essenziale. Questo problema non riguarda direttamente la struttura comunicante del linguaggio, ma piuttosto f ipotesi di un contenuto comunicabile che si distinguerebbe rigorosamenre dall'atto linguistico della comunicazione. Nel 1916, la critica del semiotismo e della "concezione borghese" del linguaggio mirava già a questa disffibuzionei mez,zo, oggetto, destinatano. "Non esiste un contenuto del linguaggio". Ciò che il linguaggio comunica in primo luogo è la sua "comunicabilità" (Sur le langage..., tr. di M. de Gandillac, p. 85). Si dirà dunque che si prelude alla dimensione performativa degli enunciati? In ogni caso ciò invita a gu îdarsi da un possibile errore: isolare contenuti e tesi nel "Compito del traduttoreD, dimenticandosi di tradudo come una firma o una sorta di nome proprio destinato ad assicurarne la soprawivenza come opera.

2. Lo scopo essenziale della traduzione non è quello di comunicare. Non piú dell'originale. E Benjamin mantiene al riparo da ogni contestazione possibile o minacciosa la dualità rigorosa fra originale e versione, fra iI tradotto e il traducente, ancJre se ne sposta il rapporto. Egli s'interessa alla ttaduzione di testi poetici o saci nei quali si esprimeràbbe tr'essenza stessa della traduzione. Tutto il saggio si svolge tra il poetico e il sacro, pet risalire dal primo al secondo, che indica I'ideale di ogni traduzione, il

3. Se fra il testo ftadotto e il testo traducente vi è un rapporto da "originaleo a versione, esso non potrebbe esserc ruppresentatiao né ri.produttìao. La traduzione non è né un'immagine né una copia.
Una volta prese queste ffe precauzioni (né ricezione, né comunicazione, né rappresentazione), come si costituiscono il debito e la genealogia del traduffore? Oppure, anzitutto di ciò che è da+radurre, del da-radume? Seguiamo il filo di vita o di soprawivenza ovunque esso comunidri con il movimento della parentela. Quando Benjamin rifiuta il punto di vista della ricezione, non è per negarne ogni pertinenza, anzi senza dubbio egli ha contribuito notevolnente alla nascita di una teoria della dcezione in letteratura. Ma, inn412i1stto, egli vuole tornare all'istanza di ciò dre chiama l'"otiginale", non tanto perché essa produca i propri ricettori o Íaduttori, ma in quanto I ricliede, il convoca, li domanda o comanda imponendo la legge. È Ia sffuttura di questa domanda che qui appare dawero in questo caso diciamo singolare. Da dove passa? fn un testo letterario passa attraverso il detto, 'poetico" per essere piú rigorosi essa non - o il tema, E quando, in questo conl'enunciato, il comunicato, il contenuto testo, Benjamin dice ancora "comunicazione" o "enunciazione" lMítteilung, Aussage'J, visibilmente non parla dell'atto ma del contenuto: "Ma dre cosa
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dice unbpera letteraria? Che cosa comunica? Assai poco a chi la comprende. Ciò che essa ha di essenziale non è comunicazione né enunciazione".

La domanda sembra dunque passare, anzi essere formulata dalla forna. "La ffaduzione è una forma", e la legge di questa forma sembra avere la sua prima fonte nell'originale. Questa legge si pone dapprima, ripetiamolo, come una domanda nel senso forte, un'esigenza che delega, convoca, presiede, assegna. E per quel che riguarda questa legge come domanda, possono sorgeîe due questioni essenzialmente diverse. Prima questione: nel complesso dei naduttori può l'opera trovare ogni volta il traduttore che ne sia in qualche modo capace? Seconda questione, e, dice Benjamin, "piú propriamente"; come se tale questione rendesse la precedente piú appropriata (menffe, come vedremo, la modifica completamente): "...nella sua essenza ['opera] sopporta, e se è cosl in conformità alla significazione di questa f6sp4 esige di essere tradotta?o. La tisposta -, a queste due domande non dovrebbe essere della stessa na-

tura o della stessa forma. Problenatica nel ptimo caso, non necessaria (il tîaduttore adatto allbpera può essere ffovato oppure no, ma anche se non si trova, non cambia nulla rispetto alla domanda e alla struttura delf ingiunzione che proviene dall'opera), la risposta è propriamente apodittica nel secondo caso: necessaria, a priori, dimosttabile, assoluta, poiché deriva dalla legge interna dell'originale. Quest'ultimo esige la ttaduzione anche se non vi è alcun uaduttore disponibile in modo da rispondere a quest'ingiunzione che è al tempo stesso domanda e desidetio nella struttura stessa dell'originale. Tale struttura è il rapporto della vita con la soprawivenza. Benjamin paragona l'esigenza dell'almo come traduttore a un momento indimenticabile della propria vita: è vissuto come indimenticabile, è indimenticabile anche se la dimenticanza finisce per sopraffarlo. Sarà stato indimenticabile, è quello il suo significato essenziale, la sua esserza apodittica e solo per caso la dimenticanza accade a questo indimenticabile. L'esi' non è affatto intacgenza dell'indimenticabile che qui è costitutiva - traduzione non sof' Se l'esigenza della cata dalla Íinitezza della memoria. fue aftatto di non essere soddisfatta, ancor meno ne soffre in qualità di struttura stessa dell'opera. In questo senso la dimensione superstite è un a priori e la morte non cambierebbe nulla; non piú dell'esigenza lFor- che attraversa I'opera originale e alla quale solo "un pensiero di derungf Dio" può rispondere o corrisponderc lentsprecbenf . La raduzione, il desiderio di traduzione, non è pensabile serìza questa corrispondenzl con un pensiero di Dio. Nel testo del 1916 che attribuiva già il compito del tra' duttore, il. suo Aufgabe, alTa ristrtosta data al dono delle litgo. e al dono del nome fGabe der Sprache, Gebung des Narnens], Benjamin chiamava
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Dio nel luogo di una co*ispondenza che autotinava, rendeva possibile o garantiva la corrispondenza tra le lingue impegnate'n"ll. t In questo contesto limitato, si trattava anche.dei-mpporti tra "i*ione. il linguaggio delle cose e-il_linguaggio decL uomini, ma il muto^e'f ;*i;;,I-onimo e il nominabile, ma I'assioma valeva senza dubbi" p.r';;"lri*i-uaduzio, "-::: lbggettività di questa taduzione è garantita du Dlio; l;.. di M. de t Gandillac, !. 91). Inizialmente il debito -ri fo.., n"i a questo "ooi"pensiero di Dio".
Debito strano, cjre non lega nessuno a ness'no. se la struttura dellbpera è "soprawivenza", il delig nsri imFegna nei confronti di un pr.r,rnto soggetto-autore del testo originale morto o mortale, il morto del testo - che îappresenta la legge formale nell'imma nei confronti di un'al*a cosa manenza del testo originale. Inoltre il debito non impone di restituire una copia o una buona im-

dre per le parole solidificate cè ancora una post-maturazione". Post-maturazione fNachreife] di organismo vivente o di un seme: "n per le ragioni non si tratta piú solo di una merafora, già delineate. Nella sua stessa essenza, Ia storia della lingua è determinata come "crescita", "santa crescita delle lingue".

rappresentazione fedele allbriginale; quest'ultimo, il superstite, è anch'esso in fase di trasformazione. Lbriginale si dà modificandosi; questo dono non è un oggetto dato, vive e soprawive mutandosi: "Infatti, nella sua soprawivenza, che non meriterebbe questo nome se non si ffattasse di mutamenro e rinnovamento del vivent., lbrigin"L si modifica. An-

rygtt9, una

4. Se debito del traduttore non ts imFegna né con l,autore (morto anche se vivente dal momento che il suo t.rto-hu una struttura d.i soprav, vivenza), né con un modello che bisognerebbe riprodurre o rappresentare,

il

forc9 impegnato àal7'altto prima ancora di essersi iÀp"go"tó egf stesso? Poiché il traduttorc, riguardo alla soprawivenza del tes=to, si iova nella stessa situazione del zuo produttore finito e mortale (il suo "autore"), nori è lui, non è lui stesso in quanto finito e moftale, ad impegnarsi. E cú, atlora? È senza dubbio lui, ma in nome di chi e di che cosa? La quesrione dei nomi propîi in questo caso è essenziale. Là dove l'atto del vivente mortale sembra contarc meno della soprawivenza del testo in traduzione tradotto e Éaducente è necessario che la firma del nome proprio se ne -, cosl facilnente dal distingua e non scompaia conuatto o dal debito. Non dimentichiamo che Babele indica una lotta per la soprawivenza del nome,

.gl q" c9y lo impegna, con chi? Come chiam"rlo, qo.rto .Jr. o qo.rto chi? Qual è il nome proprio se non è quello dell'auÀre finito, morro o mortale del testo? E chi è il uaduttore cre si impepa cosl, c,he si tova

della lingua o delle labbra.
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Dalla sua altsza Babele sorveglia e sorprende costantemente la mia lettura: io taduco, traduco la uaduzione di Maurice de Gandillac da un testo nenjgin che, nella prefazione a una traduzione, cogrie ir pretesto per {i dire a- cie proposito gcm_ rradurtore è impegnato Jo*.*i" di passag- non potebbe gio, elemento essenziale della sua dimostrazióne, cJre esistere taduzione della traduzione. Bisognerà ricordarsene. !'{el ricJrianarmi a questa strana situazione, non voglio soltanto e essenzialmente ridure la mia funzione a quella di un taghetatore o di un passeggero. Nulla è piú serio di una traduzione. Desidero invece far rilevarc che ogni traduttorc si úova nella condizione di parlare della tradunone, in una posizione cjre non risulta per nulla secondaria. Infatti, se la struttura {etlgriginale è contraddistinta dall'esigenza di essere tradoita, ciò dipende dal fatto-che lbriginale, stabilendo la legge, comincia mn-l'indebitarsi ancbe nei confronti del traduttore. L'originale è il primo debitore, il primo postnlante; esso comincia a manifestare urur mancanza e a volere la ftaduzione. Tale pretesa non proviene solamente dai costruttori della torre che vogliono farsi un nome e fondare una lingua universale c.he si autotraduca;
essa impegna anche

pure invitato alla taduzione, non soltanto úa le liogo. diventate improvvisanente molteplici e confuse, ma anzitutto del suo nome, del nomà che ha proclamato, che ha dato, e cJre deve essere tradotto con confusione per essere compreso, per far comprendere che è difficile Úadurlo e qoindi caprdo. Nel momento in cui impone ed oppone la sua legge a quella-della tibú, diventa anche postulante di traduzione. Ancffegli si ritrova indebitato. Non ha ancora smesso di chiedere la uaduzione del proprio nome nel momento in cui lo proibisce. Infatti Babele è inuaducibile. Dio piange sul proprio nome. I1 suo testo è il piú sacro, il piú poetico, il piú originale in quanto egli crea un nome e se lo attribuisce, eppure nella sua foma e nella sua stessa ricchezza manca di qualcosa e vuole, quindi, un traduttore. Come in La lolie du ioar,la legge non comand^ senza pretendere di essere letta, decifr^ta, tadotta. Essa chiede rl translert liibertragung, úbersetzung e úberlebenf . Tl double bind è dentro di essa, è in Dio stesso, e bisogna seguirne rigorosamente le conseguenze: nel sao flonte. Insolvente da una parte e dal7'aLtra, il doppio debito passa tra i nomi. Eccede, a priori, i potatori dei nomi, se con questo termine si indicano i corpi mortali dre svaniscono dietro la sopmwivenza del nome. Ma, come dicevamo, un nome proprio appartiene e non appartiene alla lingua, e, (ora possiamo precisarlo) nemmeno all'insieme del testo da tadure, del
da-uadurre. Il debito non impegna soggetti viventi ma nomi ai margini della lingua o, piú rigorosamente, il natto che lega conEattualmente il rappotto di un soggetto vivente con il suo nome, metrtte quest'ultimo si tiene ai margini
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íl decostruttore della tore:

dando

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suo nome, Dio ha

della lingua. E questa linea sarebbe quella del da-tradurre da una lingua all'altra, da questo limite all'altro del nome proprio. Questo contratto di lingua ma diverse lingue è decisamente strano. Prima di rumo non è quel1o che viene generalmente chiamato cotrtratto linguistico: ciò che gur"ntisc. l'istituzione di una lingua, I'unità del suo sisrema è il contatto soiiale che, sotto questo riguardo, vincola una comunità. D'altra parte si 4mmette generalnente che, per essere valido o per istituire una realtà qualsiasi, un contratto debba aver luogo in una sola liogo, o richiamarsi (per esempio nel caso di trattati diplomatici o comnerciali) a una taducibilità già data e senza residui: la molteplicità delle liogo. deve esservi completamente padroneggiata. Qd, invece, un contratto tra due lirgo. straniere in quanto tali impegna a rendere possibile una taduzione che in seguito autorizzerà,
ogni tipo di contatto nel senso corrente. La hrma di questo singolare conÉ4tto non richiede una scdttura documentata o archiviata, ben presente come traccia o come tratto, e questa circostanza si verifica anche se il suo spazio non rinvia ad alcuna oggettività empirica o matematica. Il topos di questo conuatto è eccezionale, unico, praticamente impensabile sotto la forma della categoria corrente del contratto: in un codice classico 1o si sarebbe detto mascendentale poiché in realtà rende possibile ogni conftatto, in generale, incominciando da ciò c}re viene chiamato il contratto di lirgo" nell'ambito di un solo idioma. Altro nome, forse, per lbrigine delle liogo.. Non l'origine del linguaggio ma delle lirgo" prima del linguaggio, Ie lirgo.. Il contatto di ffaduzione, in questo senso tîascendentale, sarebbe il conttatto stesso, il contratto assoluto, la forma-conffatto del contratto, ciò cJre permette ad un contratto di essere quello c-he è. Allora si potrà dire che la parentela tra le lingue presuppone questo contratto o che gli dà una sua prima collocazione? Riconosciamo qui un procedimento circolare classico, che si è sempre presentato nel momento di intenogarsi sull'origine delle lingue o della società. Benjamin, che parla spesso di parentela ffa le lingue, non lo fa mai da comparatista o da storico delle lingue. Egli si interessa meno alle f"-iCli. delle lingue che a un'a{finità piú essenziale e piú enigmatica, senza peraltro essere certo che essa preceda il tratto o il conffatto del da-tradurre. Forse questa parentela, questa affinità fVeruandscbaîtl, è una specie di alTearza, peî mezzo del contratto di traduzione, in quanto le soprawivenze che essa associa non sono vite naturali, legami di sangue o simbiosi empiricle. "Questo sviluppo che è proprio di una vita originale ed elevata, è determinato da una finalità originale ed elevata. Vita e finalità il loro rapporto in apparenza evidente - si rivela solo quando 1o scopo in vista e che quasi sfugge alla conoscenza, del quale agiscono tutte le singole finalità della vita viene cercato non nella sfera stessa della vita, ma piuttosto in una sfera superiore. Tutti i fenomeni
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fnalizzati della vita, come prre la loro stessa finalità, in ultima analisi non sono finalizzati verso la tita, ma verso l'espressione della sua essenza, verso la rappresentazione fDarstellang] del suo significato. Cosl, in definitiva,la ttaduzione ha per scopo ltspressione del rapporto piú intimo delle
lingue fta loro".

La ttaduzione non aspira a dire questo o quello, a Úasferire tale o talaltro contenuto, a comunicare una certa quantità di senso, ma a ri-marcare I'affinità tra le lingue, ad esibire la propria possibilità. E questo, che vale sia per il testo letterario che per il testo sacro, definisce forse ltssenza del letterario e del sacro, sulla base della loro radice comune. Ho detto ri-marcare l'affinità tra le lingue per indicare il carattere insolito di una "espressione" ("esprimere il rapporto piú intimo tra le lingue") che non è una semplice "presentazione" né semplicemente un'alffa cosa. La traduzione rende presente in un modo solamente "anticipatorio", annunciatore, quasi-profetico, un'affinità che non è mai presente in tale presentazione. Viene da pensare al modo in cui Kant definisce talvolta il rapporto con il sublime: una present^zione inadeguata a ciò che tuttavia si esptime. Qui

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discorso di Benjamin procede attraverso dei cavilli: "È impossibile che essa lla traduzione] possa rivelare questo rappofto nascosto, che trrossa restituirlo lberstellenf; ma può rappresentarlo fdarstellenj realizzandolo in forma embrionale o intensiva. E questa rappresentazione di un significato lDarstellung eines Bedeutetenf mediante il tentativo, il germe della sua restituzione è un modo di rappresentazione del tutto originale, che non

ha equivalenti nell'ambito della vita non-linguistica. Infatti quest'ultima conosce, nelle analogie e nei segni, altri tipi di refetenza fHìndeutang-l oltre alla rcalizzazione intensiva e cioè anticipatoria e annunciativa fuorgreifend, andeutendT. Ma il rapporto cui facciamo riferimento, rapporto intímo fta le lingue, è quello di una conveÌgenza del tutto particolare. Essa consiste nel fatto che le lingue non sono estranee fra loro, ma, a priori, a prescindere da ogni rapporto storico, affini I'una aJ7'altra in ciò che vogliono díre".

Tutto l'enigma di questa parentela si concentra qui. Che cosa vuol dire "ciò c.he vogliono dire'? E che ne è di questa presentazione nella quale niente si presenta secondo la modalità corrente della presenza? Ne va del nome, del simbolo, della vetità, della lettem. Uno dei fondamenti del saggio, come del testo del 1916, è una teotia del nome. Il linguaggio vi è determinato a partire dalla parola e dal pri' vilegio della nominazione. Si tratta dt un'affermazione assai decisa ma an' cle estremamente dimosÍativa: "l'elemento originario del traduttore" è la parola e non la proposizione, l'a*icolazione sintattica. Per rendere I'idea, Èeniamin propone'un'"immagine" curiosa: la proposizione fSatzi sarebbe "il muro davànti alla lingua dell'originale', mentfe la parola, la corrispon83

denza parola per parola, la letteralità fViirtlícltkeìl], ne sarebbe l'natcata". Mentre il muro sostiene nascondendo (è dauanti allbriginale), l'arcata sostiene lasciando passare la luce e facendo vedere l'originale (non siamo lontani du Passages parigini). Questo privilegio della parola sosriene evidentemente quello del nome e con questo la proprietà del nome proprio, posta e possibilità del contratto di traduzione. Esso si rivolge al problema econonico della traduzione, che si tratti dell'economia come legge del proprio o dell'economia come îaplrorto quantitativo (tradurre è forse trasporîe un nome proprio in molte parole, ín una frase o in una descrizione,
ecc.?).

pria crcscita in cui lbriginale si completerà ampliandosi. Questa logica "seminale" si è probabilmente imposta a Benjamin ptoprio attraverso il fatto che la crescita non dà luogo a una qualsiasi forma in una qualsiasi dirczione. La ctescita deve rcalízzare, tiempire, completare (Ergànzang è qui la parola piú ricorrente). E se l'originale tichiede un complemento, ciò deriva dal fatto che in origine non era setza colpa, pieno, completo, totale, identico a se stesso. Caduta ed esilio si presentano fin dall'origine dell'originale da ttadurre. Il raduttore deve tiscattare lerl\senl, assolvete, risolvere cercando di assolvere se stesso dal proprio debito, che in fondo è 1o
stesso e senza fondo.

C'è qualcosa da-tradurte. Esso assegna e contratta da due lati. Impegna ai margini della lingua piú i nomi propri che gli autoril non impegna essenzialmente né a comunicare né a rappresentare, né a mantenere un impegno già firmato, quanto piuttosto a stabilire il contratto e a dar vita al patto, in alfti termini synbolon, in un senso clre Benjamin non indica con questo termine ma senza dubbio sugSerisce, attraverso la metafota delI'anfora; poiché, fin dall'inizio, abbiamo sospettato attraverso I'ammetafora il significato coffente della metafora. Se il traduttore non restituisce né copia un originale è perché questo soprawive e si ttasfotma. La traduzione sarà dunque un momento della pro-

nRiscattare rìella propria lingua questo puro linguag-

gio esiliato nella lingua stranieta, Iiberare questo puro linguaggio pngioniero nellbpera con un atto di uasposizione, questo è il compito del traduttore". La traduzione è una trastrnsizione poetica lUmdichtung]. Comunque, dobbiamo interrogare l'essenza di questo "puro linguaggio", ciò che la traduzione libera. Ma notiamo, per adesso, che questa liberazione implica essa stessa una libertà del traduttore, che non è altro che un rapporto con questo "puro linguaggio"; e la libetazione c-he essa opera, trasgedendo seentualmente i limiti della lingua cJ:e uaduce, tasformandola a sua volta, deve estendere, ingrandire, far crescere il linguaggio. Poiché questa crescita mira a completare, poiché è "simbolo", essa non riproduce ma collega aggíungendo. Di qui questo doppio confronto lVergleichT, wtti questi giri e supplementi metafodci: 1. "Come la tangente tocca la circon84

fetenza di sfuggita e in un solo punto, e come è questo contatto e non il punto dre determina la legge secondo cui la tangente prosegue il suo cammino in linea retta all'infinito, cosl la traduzione tocca l'originale di sfuggita, e solo in un punto infinitamente piccolo del senso, per poi continuare la propria s*ada secondo la legge della fedeltà nella libertà del movimento del linguaggio". Benjamin usa il termine "fuggitivo" lÍIiicbti7\ ogni volta cJre parla del contatto fBeriihrungf tra i corpi di due testi nel corso della
traduzione.

Questo carattere "fuggitivo" è sottolineato almeno in tre riprese, e sempre per situare iI contatto con il senso, il punto infinitamente piccolo del senso che le lingue sfiorano appena ("L'armonia fra le lingue è tanto pro. fonda lsi tratta delle traduzioni di Sofocle da parte di Hólderlin] che il senso è toccato dal vento del linguaggio come da un'arpa eolia"). Che cosa può essere un punto infinitamente piccolo del senso? In che modo valutatlo? La metafora stessa è contemporaneamente la domanda e

la risposta. Ed ecco I'dra metafora, la metamfora, che non riguarda piú l'estensione in linea retta e infinita, ma I'ingtandimento per mezzo di una congiunzione, secondo le linee spezzate del frammento, 2. "Inf.atti come i frammenti di un'anfora, senza esseîe identici fra loro, debbono combaciare nei piú piccoli dettagli perché il tutto possa essere ricostruito, cosí la traduzione, invece di rendersi simile al senso originale, deve piuttosto, in un movimento d'amore e fin nei minimi dettagli, far passate il modo di intendere dell'originale nella propria lingua: cosl, come i cocci sono riconoscibili come frammenti della stessa anÍora, odginale e raduzione sono riconoscibili come frammenti di un linguaggio piú vasto". Accompagnamo questo movimento d'amore, il gesto di questo amare fliebendJ che opera nella traduzione. Non riproduce, non restituisce, non rappresenta e, nell'essenziale, non rende tl senso dellbriginale uanne che in questo punto di contatto o di catezza, infinitamente piccolo, del senso. Esso accresce il corpo delle lingue, pone la littgo" in espansione simbolica; e sebbene vi sia ben poca restituzione da compiere, simbolíco qui vuol dire che il piú grande, il nuovo insieme piú vasto deve ancota ricostituire qual' cosa. Forse non è un tutto, ma un insieme la cui apertura non deve contraddire I'unità. Come la brocca che dà il suo lopos poetico a tante meditazioni sull'oggetto e sulla liogo", da Hdlderlin a Rilke e ad Heidegget, e quest'apettura l'anfota è una con se stessa pur aprendosi al di fuori permette di ricevere apre I'unità, la rende possibile e ne vieta la totalità. Le rappfesenza e dí dare. Se la 6escita del linguaggio deve cosl ricostituire vepuò alla aspirare forse sentafe, se qui si trova il simbolo, la traduzione il ctiterio costituisce dtà? "Verità', safà ancor4 questo il nome di ciò che in un punto infinitamente per valutare una 6aduzione? Giungiamo qui

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pictolo ai limiti della traduzione. L'intraducibile puro e il traducibile - l'uno nell'altro, puro passano ed è la verità, "nel senso materialeo. La parola "verità" compare piú di una volta nel Conpito del traduttorei non bisogna interpretarla affrettatamente. Non si tratta della verità di una traduzione in quanto conforme o fedele al suo modello: lbriginale. Né, a maggior ragione, si trata del punto di vista dellbriginale o anche delTa traduzione, di qualche adeguamento della lingua al senso o alla realtà, vale a dne a77a rappresentazione di qualcosa. Allora che cosa si vuole intendere con il nome di verità? E sarà qualcosa di veramente nuovo? Ripartiamo dal "simbolico". Riprendiamo la metamfora o l'ammetafora: una traduzione sposa l'originale quando i due frammenti collegati, benché estremamente diversi, si completano per formaîe una lingua piú grande, nel corso di una soprawivenza che li modifica entambi. Infatti la lingua madre del traduttore, come abbiamo già osservato, vi si altera egualmente. Questa è pedomeno la mia interprctazione, la mia traduzione, il mio "compito del traduttore". Si tatta di ciò che ho chiamato conrratto di traduzione: imene o contratto di matrimonio con promessa di produrre un bambino il cui seme darà luogo a una storia *, crescita. Contratto di ma" " nella ffaduzione I'originale trimonio come seminario. Secondo Benjamin, si amplia, cresce piuttosto che riprodursi, e, aggiungerei, cfesce come un bambino, il proprio, senza dubbio, ma con la forua di parlare da solo, che fa di un bambino qualcosa di diverso da un prodotto assoggettato alla legge della riproduzione. Questa promessa si riferisce ad un regno contempotaneamente "promesso e proibito, dove le lingue si riconcilieranno e si reaEzzetanrrc",

Questa è I'osservazione piú babelica di un'analisi della scittura sacra come modello e limite di ogni scrittura, in ogni caso di ogni Dichtung nel suo essete-da-tradure. sacro e I'essere-da-Úadurre non possono essere pensati separatamente. Si producono l'un I'altro lungo lo stesso limite.

Il

impedisce all'impegno di aver luogo e di venir atchiviato. Una ttaduzione c,he grong., che giunge a promettefe la ticonciliazione, a parlame, a desideratla o a f.at desiderare, una tale traduzione è un awenimento fafo e considerevole. Ancora due domande prima di awicinarci ulteriotmente alla verità. In che cosa consiste l'intoccabile, se c'è? E petché questa metafora o ammetafora di Beniamin mi fa pensare all'ímene, o piú chiaramente al vestito

duzione. Vi è dell'intoccabile e in questo senso la riconciliazione è soltanto promessa. Ma una promessa non è nulla, non è solamente indicata da ciò clre le manca grct teoTir"atsi. In quanto promessa, la traduzione è già un avvenimento, la krma decisiva di un contratto. Il fatto che esso sia onorato

Questo regno non viene mai raggiunto, toccato

o

calpestato dalla tta-

o meno non

nuziale? 86

1.. Il sempre intatto, l'intangibile, f intoccabile lunberiihrbar], è ciò che affascina e orienta il lavoro del traduttote. Vuole toccare I'intoccabile, ciò che rimane del testo quando se ne è estratto il senso comunicabile (punto di contatto, si ricordi, infinitamente piccolo), quando si è trasmesso ciò che si può trasmettere, ossia insegnare: ed è quello che sto facendo qui, a paniMautice de Gandillac, sapendo che un resto intocre da e grazie a cabile del testo di Benjamin rimarrà intatto, anch'esso, al tetmine dell'operazione. Intatto e vetgine malgrado la fatica della raduzione, ed e{ficiente e pertinente il piú possibile. Qui la pertinenza non ha alcun potere. Si poÚebbe dire, per quanto questa proposizione possa sembrare del tutto assurda, che i.l testo sarà ancora piú vergine dopo il passaggio del traduttore, e f imene, segno di verginità, sarà ancora piú geloso di esso dopo che I'altro

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-

conttatto, sarà stato firmato e il matrimonio consumato. La completezza simbolica non si sarà rcahzzata fino in fondo e tuttavia la promessa di matrimonio satà stata mantenuta, e questo è il compito del traduttore, in ciò che ha di esuemamente acuto e di insostituibile. E poi? In che cosa consiste l'intoccabile? Riesaminiamo le metafore o le ammetafote, le Ilbertragungen, cioè traduzioni e metaforc della uaduzione, traduzion ftJbersetzangenf di traduzione o metafore di metafote. Riesaminiamo tutti questi passi di Benjamin. La prima figura che incontriamo è quella del frutto e della buccia, del nocciolo e della scotza lKern, Frucbt, Scbalef . In ultima istanza essa descrive la distinzione alla quale
imene,

il

Benjamin non vorrà mai rinunciare né del resto dedicare qualche domanda. Vi si ticonosce un nocciolo (lbriginale in quanto tale) per I f.atto che lo si può di nuovo ffadurte e ritradutte. Una traduzione, in quanto tale, non è in grado di farlo. Solo un nocciolo, poiché rcsiste alla traduzione che esso magnetizza, può offrirsi ad una nuova operazione ffaduttrice senza lasciarsi esaurire. Infatti il rapporto del contenuto con la lingua, o, per cosl dire, del fondo con la forma, del significato con il significante, ha qui poca importanza (tn questo contesto Benjamin oppone contenuto, Gehalt, à littg" o linguaggio, Sprache\; differisce dal testo otiginale alla taduzione. Nel ptimo, l unità è cosl serrata, stretta, aderente, come tra il frut' to e la buccia, la scorza o la pelle. Non che siano inseparabili: bisogna poterle distinguere esternamente, ma appartengono ad un tutto organico e non è privo di senso il fatto che qui la metafora sia vegetale e naturale, o naturalista: "Esso [l'originale in tmduzione] non raggiunge mai completamente questo fegno, ma ptoptio qui si 6ova ciò che fa in modo che tradurre sia piú c,he iomunicare. Questo nocciolo essenziale può essete definito piú piecisamente come cíò che nella traduzione non è a sua volta traducibile. Infatti, pef quanto si possa estfarfe ciò che è comunicazione pet Úadurlo, resterà t"*pr" I'intoccabile vetso cui si otienta il lavoto del vero traduttore. Esso non si può trasmettefe come la parola creanice dellbrigi87

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qo.uo .h. ,ron è nella traduzione, ancorl traducibile, non è il contenuto Àa q.resta adetenza tî^ il contenuto e la lingua, tÎa il frutto e la buccia. Tutto ciò può sembrare strano o incoerente lcome potrebbe un nocciolo trovarsi tri il frutto e la buccia?). Senza dubbio è nicessario pensare al nocciolo come ad un'unità fo*e e centrale che tiene il frutto uniio alla buccia e a se stesso; e soprattutto è necessario pensare che al centro del frutto il nocciolo è "intoccabile", fuori portata e invisibile. Il nocciolo sarebbe la prima metafora di ciò che costituisce I'unità dei due termini nella ,econàa. Ma ve nè una tetz^, e questa volta non è di provenienza naturale. Riguarda il rapporto tra contenuto e lingua nella ffaduzione e non piú nell,originale. Questo rapporto è diverso e non credo di cedere a un artificio insiitendo su questa differenza per dire che è esattamente quella tra I'artificio e la natura. Ma che cosa nota Benjamin, come di sfuggita, per comodità retodca o pedagogica? che "il linguaggio della traduzione àwolge il suo contenuto come un manrello dalle ampie pieghe. Poiché esso significa un linguaggio superiore a se stesso e cosl, in rapporto al proprio contenuto, resta inadeguato, forzato, estraneo". È una bellissima tràd.rrion , bianco ermellino, incoronazione, scetfto e andatura maestosa. Il re ha veramente un corpo (e qui non è il testo originale, ma ciò che costituisce il contenuto del testo tradotto), ma questo corpo è solamente promesso, annunciato e dissimulato dalla traduzione. L'abito calza ma non serra abbastattza snettamente la persona regale. Non è una debolezza: la miglior traduzione ass66iglix a questo manto regale. Essa dmane separata dal corpo al quale tuttavia si unisce, sposandolo senza sposado. Indubbiamente si può ricamare su questo manto, 5 'lla riecessità di questa tJbertragung, di questa traduzione metaforica della traduzione. Ad esempio si può oppome questa merafora a quella della scolza e del nocciolo come si potrebbe opporre la tecnica alla n4tuîa. Un indumento non è naturale, è utr tessuto e perfino, alÚa metafora della metafora, un testo; e questo testo artificiale appare per l,appunto dal lato del contatto simbolico. Se il testo originale è una domanda di traduzi.one, il frutto, a meno che non si tratti del nocciolo, esige qui di diventare il re, o f imperatore che indosserà gli abiti nuovi: sotto le ampie pieghe, in weiten Falten, si indovinerà che è nudo. Senza dubbio il manto e le pieghe pîoteggono il rc dal freddo e dalle intemperie; ma sono prima di tutto, come il suo scettro, la visibilità insigne della legge. Sono l'indizio del potere e del potere di fare la legge. Tuttavia se ne deduce c.he ciò che
essenziale,

f1 rytorica

il

nale (iibertragbay uie das Dicbteruofi des originals),poiché il rapporto tra cgnlenuto_: tiogrqgro è completament" -dio.tro o.llbri;i"ft e nella traduzione. Nellbriginale contenuó e finguaggio formano .ri'orri a a.r.rminata simile a quella t"a il frutto e la scorza;. scortecciamo un po, di piú di questa sequenza. Non è sicuro che il "nocciolo" erlsenziaL

il

I

"frutto" indichino la stessa cosa. Il nocciolo

e

88

manto, cioè il corpo del re (non dite al quale una traduzione otganina la lingua, forma pieghe, modella forme, ctrce odi, trapunta e ricama. Ma sempte flutnrante a qualche distanza dal contenutoz. conta è quello che succede sotto
immerliafamente

il fallo), intorno

il

2. In modo piú o meno stretto il manto sposa il corpo del re, ma per ciò che succede sotto il manto, è difficile separare il re dalla coppia reale. È ptoprio questa coppia di sposi (il corpo del re e il suo vestito, il contenuto e la lingua, il re e la regina) che fa la legge e garantisce ogni contratto a partire da questo primo contratto. Per questo ho pensato ad una veste nuziale. Benjamin, comè noto, non spinge le cose nel senso in cui le traduco io,leggendo sempre già in taduzione. Piú o meno fedelmente mi sono preso qualche libertà con il contenuto dell'originale, e con la sua litgo", e poi con lbdginale cJre ora, per me, è ancrhe la taduzione di Maurice de Gandillac. Ho aggiunto un manto all'altro e questo fluttua ancoîa di piú; ma non è questo il destino di ogni traduzione? Sempre che una traduzione intenda amivare da qualche parte.
Malgrado la distinzione ra le due metafore,la scorza e il manto (il manto regale, poiché I'ha chiamato "regale" mentre altd avrebbero potuto limitarsi a dire manto), malgrado I'opposizione fia natufa e arte, emerge nei due casi I'unità di contenuto e lingua, unità naturale in un caso, unità simbolica nell'almo. Solo che nella traduzione I'unità si riferisce ad un'unità (metaforicamente) piú "natutaleol essa promette una lingua o un linguaggio piú otiginali e quasi sublimi, sublimi nella misuta smisutata in cui la promessa stessa, cioè la traduzione, vi rimane inadeguata lanangemessenl, violenta e forzata lgeualtigf e smaniera ltrenilJ. Questa "tottura" rende inutile, " impedisce " addirittura ogw lJ b ertragun g, ogni trasmissione, come indica chiaramente la traduzione francese: anche la patola, come la trasmissione, gioca con lo spostamento transfetenziale o metaforico. E la parcla ubertragang titoma di nuovo nelle frasi seguenti: se la traduzione "ttapianta" I'originale su un altro teffeno di lingua, "ironicamente" piú definitivo, ciò awiene in quanto non si riqsciîebbe piú a spostarlo di là con un altto " transfert" ltlbertragungl ma soltanto ad "erigerlo" lerbobenf ót nuovo sul posto "con altte componenti". Non esiste traduzione

nll compidella traduzione: ecco I'assioma senza il quale non esisterebbe to del traduttore". Se vi pervenisse vi pervertebbe, e questo non deve accadete df intoccabile delf intoccabile, vale a dire a ciò che garantisce all'originale che rcsterà in ogni modo lbdginale.

2 Nel testo francese, tenear, cjrrè I'idea goggiacente dolla metafota, ciò che viene ve! oolato dalla espressione metaforica tn'd.t.l'

89

dato originario di ogni contrarto di traduzione (nel seÀo quasi madi cui parlavamo precedentemenre), Benjamin ripete il fondamento del diritto. Cosl {acendo, egli esprime la possibilità di un diritto del. le opere e di un diritto d'aurore, possibilità su cui il diritto positivo pretende di fondarsi. Quest'ultimo crolla di fronte alla minima contestazione di una frontiera rigorosa tra I'originale e la versione, o meglio ua l'identità a sé e l'integrità dell'originale. Ciò che Benjamin dice di quesro rapporro tra originale e traduzione può essere rintracciato, tradotto in una lingua di legno, ma semanticamente riprodotto con grande fedeltà, in tutti i trattati giuridici riguardanti il diritto positivo delle traduzioni. Ciò si verifica sia cJre si tratti dei pdncipi generali della differenza oúginale/traduzione (la seconda essendo "derivata" dal primo), sia delle traduzioni di traduzioni. Si dice che la traduzione di una naduzione è "derivata' dall'originale e non dalla prima traduzione. Ecco ora alcuni estîatti dal diritto francege; ma, sotto questo aspetto, non pafe esistere alcuna opposizione tra esso e alti diritti occidentali (rimane il fatto che uno studio di diritto comparato
me
scendentalc

Questo fatto nsn è privo di rapporti con Ia verità. Essa va al di là di ognt tJbertragang e dt ogttr iJbersetz*ng possrbili. Non è la corrispondenza rappresentativa úa I'originale e la traduzione e neppure I'adeguaminto primario ffa l'originale e qualche oggetto o significazione esterna ad esso. La verità sarebbe piuttosto úlinguaggio p*ro nel quale il senso e la lettera non si dissociano piú. se un tale luogo, l'aver-luogò di tale evento fosse intovabile, non si poÚebbe píú, neanche teoricamente, distinguere tra un originale e una traduzione. Mantenendo questa distinzione ad ogni costo, co-

il

dovrebbe conceînere anche

la

traduzione dei testi

separazione simbolizzantef simbolnzato organizza tutto il suo saggio. Dunque, in che cosa questo sistema di opposizioni è indispensabile a tale diritto? Petché, a partire dalla distinzione tra I'originale e la traduzione, solo esso permette di riconoscere una qualche originalità alTa traduzione. Questbriginalità è determinata come odginalità delT'espressioae, e questo è uno dei frequenti filosofemi classici alla base di questo diritto. Senza dubbio l'esptessione è opposta al contenuto, e la traduzione, che si ritiene non in-

dremo, queste proposizioni fanno riferimento alla polarità espressione/ espresso, significante/significato, forma/fondo. All'inizio Benjamin affermava anche che la ttadtzione è una forma, e la

di diritto). Come

ve-

tervenga sul contenuto, dwe essere originale soltanto attraverso la lingua cone espressionel ma I'espressione viene anche opposta a ciò che i giuristi francesi chiamano conposizione dell'odginale. In genetale la composizione è posta dal lato della forma; qui, tuttavia, la forma d'espressione nella quale si può riconoscere al traduttore una certa otiginalità e a questo titolo un diritto d'autore-uaduttore, è soltanto la forma di espressione linguistica, la scelta delle parole nella lingua ecc. Cito il testo di Claude Colombet, Pro90

priété littéraire et artistique3, da cui estraggo solo poche righe, in conformità alla legge dell'L1 matzo t957, ricordara all'inizio del libro. Questa legge " autorizza analisi e brevi citazior.i soltanto a scopo di esempio o d'illusttazione", poiché "ogni rappresentazione o riproduzione integrale o parziale, fatta senza il consenso dell'autore o degli aventi diîitto o aventi causa, è illecita", costituendo "quindi una contraffazione sanzianata dagli articoh 425 e seguenti del Codice Penale" (p. 5a). Le traduzioni sono opere originali solamente nell'espressione. Restrizione dawero paradossale: la pieÚa angolare dei diritti d'autore è che in realtà soltanto la forma può essere oggetto di proprietà e non le idee, i temi, i contenuti, che sono proprietà

comune e universale a. Una prima conseguenza è positiva, dal momento che proprio questa forma definisce I'originalità della taduzione; un'altra conseguenza potrebbe risultare però disasffosa, poicJré condurrebbe all'abolizione di ciò che distingue l'originale dalla traduúone se, ad esclusione dell'espressione, si ri{à ad una distinzione di fondo. A meno che il valore di composizione, per quanto poco rigoroso, non imanga come indice del fatto che Úa originale e traduzione il rapporto non è né di espressione, né di contenuto, ma di qualcosa al di là di queste opposizioni. Se consideriamo il disagio talvolta comico nella sua casistica che i giuristi incontrano nel ttarre conseguenze da assiomi del tipo "Il diritto d'autore non protegge le idee; ma queste possono essere protette, talvolta indirettamente, da altri muzí oltte che dalla legge dell'l.l. marzo 1957", op. cit., p. 21, si può va-

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lutare meglio la storicità e la fragilità concettuale di questa assiomatica. L'articolo 4 della legge pone le traduzioni tra le opere protette; infatti è sempre stata riconosciuta I'originalità del traduttore nella scelta delle espressioni per rendere nel miglior modo possibile in una lingua il senso di un testo in un'altra lingua. Come dice M. Savatier "I1 genio di ogni lingua dà all'opem tradotta una fisionomia propria; e il traduttore non è un semplice operaio. Egli partecipa direttamente a una creazione derivata dí cui è tesponsabile". Effettivamentela tradtzione non è il risultato di un processo automatico: attraverso le scelte che'opera tra molte parole e molte espressioni, il traduttorc compie un'opera dello spirito; ma, evidentemente, egli non dovrebbe modificare la composizione dell'opera tadotta, poiché è tenuto al dspetto di quest'opem. IJtiJizzando altri termini, Desbois dice la stessa cosa con qualche ulteriore precisazione: "Le opere deriuate cbe sono originali nell'espressione". Non è necessario che I'opera presa in considerazione, per essere relatiaanente originale (il corsivo è di Desbois), porti I'impronta di una petF.A. Dalloz, t Cfr, tutto i
3

t976.

le droit il'atteur,

primo capitolo

di

queeto kbto, L'absence de protection des ídées par

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pensiero mostra, atuaverso la possibilità di una scelta, che il compito del traduttore permette il manifeshrsi della personalità. (Le droit d'auteur en Frunce s). Si può notare, comunque, che il compito del traduttorc, conhnato nel duello delle lingue.(mai piú di due), si limita a dar luogo a uno 'sforzo cteativo" (sforzo e tendenza piuttosto che compimento, lavoro artigianale piuttosto che esecuzione artistica), e quando il Úaduttore "creai è come un pittore che copia il suo modello (pamgone assurdo per piú di un motivo, come dovrebbe essere evidente). In ogni caso, si noti il ;icorrere della parola "compito" in quanto intteccia tutte le significazioni in una rete, sempre con la stessa interpretazione valutativa: dovere, debito, tassa, canone, imposta, onere ereditario e di successione, obbligo nobiliare, fatica pef metà cteativa, compito senza fine, incompiutezza essenziale, come se il pîesunto creatore dell'originale non fosse anch'egli indebitato, tassato, obbligato da un altro testo, come se non fosse un ffaduttore a priori. Fra il diritto uascendentale (come Beniamin ripete) e il diritto positivo che viene espresso cosl fatimsamente e tdvolta cosl volgarmente nei Úattati sui diritti d'autore o sui diritti delle opere, si presenta un'analogia crhe trova conferma, ad esempio, in ciò c5e riguarda la nozione di derivazione e le Úaduzioni di taduzione: queste ultime sono sempre derivate dall'odginale e non da uaduzioni preredenti. Ecco unbsservazione di Desbois: "Anche quando an&à a cercaîe consiglio e ispirazione in una maduzione precedente, il Úaduttore non rinuncerà ad un apporto personale. Non rifiuteremmo Ia qualta d'autore di unbpera derivata, in rapporto a tradu-

sonalità sia nella composizione e nell'espressione, sia negii adattamenti. "lo sufficiente dre I'aurore, pur seguendo puntualm.nt" wiluppo di ynbpera ch9 sià esiste, abbia rcalizzato un atto personale nell'espressione: l'articolo 4 1o affesta, poicJré, in un elenco non èsaustivo delle opere derivate, pone te traduzionl al posto d'onore. "Traduftore, úaditorC, dicono yolentieri gli italiani, con una boutade che, come ogni medaglia ha il suo diritto e il suo rovescio: se ci sono cattivi taduttoi che mòltipli.ano gli etroti, altri sono irtati gtazie alla perfezione del loro compito. Il rischio di un errore o di un'imperfezione ha come contropartita la prospettiva di una vetsione autentica, che implica una perfetta conoscerìza delle due lingue, un'abbondanza di scelte accorte, e perciò uno sforzo creativo. La consultazione di un dizionario può appagrire solo i candidati mediooi all'esame di maturità: il traduttore coscienzioso e competente ,,mette del suo" e crea ogm cosa come il pittore dre fa la copia di un modello. La verifica di questa conclusione ci viene oÍfefia quando paragoniamo piú raduzioni di un solo ed unico testo: ognuna potrà essere diversa dalle alffe senza per questo contenere un effore; la vadetà dei modi di espressione di uno stesso

È

I
92

Dalloa, 1978.

binatod, che rendono la sua opem diversa dalle produzioni precedenti. Egli ha compiuto un atto creativo, poiché la sua uaduzione riflette una forma nuova, deriva da confronti e da scelte- A nostro parere il traduttore conserva i suoi meriti benché sia srato condo*o dalle sue riflessioni allo stesso risultato di un precursore, di cui per ipotesi avrebbe ignorato il lavoto: lungi dal costituire un plago, Ia sua replica involontaria poterebbe il segno della sua personalità, presenterebbe una 'novità soggettiva' che richiederebbe protezione. Le due versioni, svolte alfinsaputa I'una dell'al1u:a, hanno dato luogo separatamente e isolatamente a manifestazioni di personalità. La second.e sarà un'opera deriuata direttamente dall'opera tradotta e non dalla prirno traduzione" (op. cit., p. 41. I1 corsivo è
mio).

zioni precedenti, a coluí 6ls si limilasse a scegliere, fra le numerose versioni già pubblicate, quella secondo lui piú adeguata allbriginale: passando da una aJl'ùtra, prendendo un passo da questa e uno da quella, egli creerebbe unbpera nuova per il fatto stesso di atiTizzarc procedimenti com-

sta promessa, evento propriamente simbolico cJre collega, accoppia, unisce

Qual è il rapporto fra questo diritto e la verità? La taduzione promette un regno alla riconciliazione delle lingue. Que-

in matrimonio due lingue come le due parti di un tutto piú grande, richiede ut'a lingua della verità fSpraclte der Waltrbeit]. Non una lingua vera, adeguorta 4 qualche contenuto esterno, ma una vera lingua, una lingua la cui verità si riferisca solo a se stessa. Si ttatterebbe della verità come autenticità, verità di atto o di evento che apparterrebbe all'originale piuttosto che alla taduzione, anche se lbriginale è già in una situazione di domanda o di debito. E se ci fosse una tale autenticità e una taLe forza di evento in ciò che corrent€mente chiamiamo ftaduzione, sarebbe perché essa si produrrebbe in qualche modo come opera originale. Ci satebbe allota un modo originale e inaugurale di indebitarsi: sarebbe il luogo e la data di ciò che viene chiamato un originale, un'opera. Pet tradurre adeguatamente ciò che Benjamin intende quando parla di "lingo. della verità", è forse necessario ascoltare ciò che egli dice normalmente del "senso intenzionale" o del "modo intenzionale" flntention der Meinung, Art des Meinensf. Come ricorda Maurice de Gandillac, queste categorie provengono (sono ptese a prestito) dalla scolastica di Brentano e Husserl. Esse svolgono un ruolo imtrnrtante, anche se non sempre cliaro, neL Compito del traduttore. Che cosa s'intende con il concetto di intenzione fMeìnenf? Riptendiamo dal punto della traduzione in cui sembra annunciarsi una parentela tta le liogo., al di là di ogni somiglianza tra un originale e la sua riproduzione, e indipendentemente da ogni filiazione storica. Peraho la parentela non ímplica necessariamente la somiglianza. Ciò detto, talasciando lbrigine

It

Solo il modo dell'intenzione assegna il compito della traduzione. Ogni 'cosao, nella sua presunta identità (ad esempio il pane stesso), è intesa secondo modi diversi in ogni lirgo" e in ogni testo di ogni lingua. È tra questi modi che la traduzione deve cercare, produrre o riprcdurre, una complementarità o un'"amonia". E dal momento c:he completare o complementare non corrisponde ad alc,una totalità mondana, i1 valore d'armonia si adatta a questa sistemazione, a ciò che qui potremo c-hiamare l'accordo delle lingue. Tale accordo, annunciandolo piuttosto che presentandolo, lascia
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la possibilità dell'origine in un in generale, nello stesso modo in cui lo fanno un Rousseau o un Hussed in contesti e modi analoghi. Benjamin lo dice esplicitamenre: "il concetto di origine lAbstannangsbegrilll îrTlane indispensabile" per un accesso veramente rigoroso a qu.ita parentela o a quesra afÍimtà tra le lingue. Dove cercare allora questa airinita originaria? La vediamo annunciarsi in un piegamento, in un ripiegamento e in uno spiegamento delle intenzioni. Per muzo di ogni lingo" si intende qualcosa che è la stessa e che tuttavia nessuna lingo" può raggiungere separatamente. Esse pretendono e si ripromettono di raggiungerla solo impiegando e spiegando insieme i loro modi intenzionali, "il turto dei loro modi intenzionali complementari". Questo spiegamento verso il tutto è un ripiegamento poiché ciò che cerca di raggiungere è "il linguaggio puto" fd.ie reine Spracbef o la pura lingua. Ciò che si intende con quesra cooperazione delle lirgo. e dei modi intenzionali non rrascende la lingua, non è una realtà che esse investirebbero da ogni lato come una torre che esse tenterebbero di accerdriare. No, il loro vero scopo, individuale e comune, nella traduzione, è la lirgo" stessa come awenimento babelico, una lingua che non è la lingua universale nel senso di Leibniz, una lingua che non è nemmeno una lingua naturale, ma l'essere lirgou della lingua, die reine Spracbe, la lingua o il linguaggio in qaanto tali, questa unità senza alcuna identità in sé, la quale fa in modo che vi siano delle lingue e che esse siano lingue. Queste lingue entrano in contatto reciproco nella Úaduzione in una maniera inedita. Esse si completano, dice Benjamin; ma non esiste nulla che possa rappresentaîe questa completezza, o questa complementarità simbolica. Tale singolarità (non rappresentabile da alcuna cosa al mondo) deriva, senza dubhio dal modo intenzionale o da ciò che Benjamin cerca di tradurre nel linguaggio scolastico-fenomenologico. All'interno dello stesso modo intenzionale bisogna distinguere rigorosamente ua ciò che è oggetto di intenzione, I'inteso ldas Gemeintef e rI modo dell'inrenzione fdie Art des Meinensf .Il compito del taduttore, dal momento in cui prende visione del contatto delle lingue e della sperrinza della "pum lingua", esclude o lascia tra parentesi "l'inteso".
esclude
senso completamente diverso, un'origine

storica

o naturale, Benjamin non

rizuonate Í1 puro linguaggio e l'essere-lingua della lingo". Finché esso non il puro linguaggio rimane nascosto, celato laerborgenl, mufato nell intimità nottuma del nnocciolo". Solo una taduzione può farlo venite alla luce. Venfue alla luce e soprattutto sviluppare, far crescere. Sempre attenendosi allo stesso motivo (rn apparcnza organicista o vitalista), si direbbe allora clre ogni lingua è come attoÍnzata nella sua solitudine, magta, bloccata nella sua crescita, inferma. Gnzie alla Úaduzione, in altre parole a questa zupplementarita finguistica pet mezzo della quale una lingua dà all'altra ciò cl:e le manca, e in modo armonioso, quest'incrocio delle lingue assicura la crescita delle lingue, e anche la "santa crescita delle lingue" fino alla "fine messianica della storia". Tutto ciò è annunciato nel processo di tmduzione, attraveîso l"'etema soprawivenza delle lirgn." lan ewigen Fortleben der Sprachenf o la "dnascita lAafleben] infinita delle lingue". Qo.-

ha luogo,

sta perpetua reviviscenza, questa costante rigenerazione

per mezzo della ffaduzione, non è tanto una rivelazione, la rivelazione stessa, quanto un'annunciazione, un'alleafiza e una pfomessa. Qui il codice religioso è essenziale. I1 testo sacro indica il limite, il modello puro, anche se inaccessibile, della traducibilità pura, I'ideale a partire dal quale si pouà pensare, valutare, misurare la raduzione essenziale, cioè la traduzione poetica. La traduzione, in quanto santa ctescita delle hgr., annuncia sicuramente la fine messianica; ma il segno di questa fine e di questa crescita non è "presente" fgegenuàrtìg] che nella "consapevolezza di questa distanza" nell'Entfernang, l'allontanamento che ci mette in relazione con essa. Possiamo conoscere questo allontanamento, esserne a conoscenza o presentirlo, ma non possiamo vincetlo. Eppure esso ci mette in contatto con questa "lingua della vetità" che è il "vero linguaggio" [so isl dìese Sprache der'Wahrbeit- die uabre Spracbe]. E questo contatto awiene per mezzo di un "presentimento", in un modo "intenso" che rcnde ptesente ciò che è assente, cJre lascia venire la separazione come separazione, fort: da, PoÚemmo dire che la *aduzione è esperienza, ciò che viene tradotto come ciò che viene provato: l'esperienza è traduzione' Il da-tradurre del testo saco, la sua pura traducibilità, ecco ciò che darà in ultina istanza la misura ideale di ogni traduzione. Il testo sacto assegna il suo compito al maduttote, ed è sacro in quanto si annuncia come ttasferibile, semplicemente trasferibile, da-6adurre; e ciò non sempre vuol dire traducibile nel senso comune che abbiamo scaftato fin dall'inizio. Forse qui si dowebbe distinguere ta il tasferibile e il ttaducibile. La tmsfetibilità pura e semplice è quella del testo sacro nel quale il senso e la letterdità non si distinguono piú in quanto formano il corpo di un evento unico, insostituibile, non tasfetibile, "materialmente la verità". Mai l'appello alla 6aduzione, al debito, al compito, all'assegnazione sono píú utgenti' Non
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lFort- e AufJebeni

c'è piú nulla di trasfetibile, fiu a causa di questa indistinzione del senso e della letteralirà ÍlViiîtlicbkeitl, í rasferibile puro può annunciarsi, darsi, presentarsi, lasciarsi tradurre in quanto intraducibile. Da questo limite, al tempo stesso intemo ed esterno, il traduttore riceve tutti i segni dell'allontanamento fEntfernung] che 1o guidano nel suo percorso infinito, al bordo dell'abisso, della follia e del silenzio le ultime opere di Hólderlin - "da abisso in abisso"; e quecome taduzioni di Sofocle, il crollo del senso sto pericolo non è quello dell'incidente, ma la trasferibilità, la legge della raduzione, il da-tradurre come legge, I'ordine dato, lbrdine ricevuto e la follia attende dai due lati. Ed essendo impossibile I'approccio al tesro saco clre pure Io ordina, la colpevolezza infinrta vi assolve immediata-

È ciò che ormai porta il nome di Babele: la legge imposta dal nome di Dio che al tempo stesso vi ordina e vi proibisce di tradune mostandovi e sottraendovi íl limite. Ma non si ttatta soltanto della sítuazione babelica, né soltanto di una scena o di una struttura. È anche 1o statuto e l'evento del testo babelico, del testo del Genesi (testo unico sotto questo aspetto) come testo sacro. Esso deriva dalla legge che racconta e traduce in modo esemplare. Esso istituisce la legge di cui parla, e d'abisso in abisso decostruisce la torre, e ogni tour, i tours di ogni genere, con un ritmo costante. Ciò che succede in un testo sacro, è I'evento di un pas de sens, E quest'evento è anche quello a partire dal quale si può pensare il testo poetico o letterario che tende a riscattaîe il sacro petduto e a ftadurvisi come nel suo modello. Pas-de-sens non significa povertà ma un non-senso che sia esso stesso senso, al di fuod di una "letteralità". Ed è qui che si tova il saco. Esso si afÍida alla traduzíone che a sua volta si abbandona al sacro. Il sacro non sarebbe nulla senza di essa ed essa non esisterebbe senza di lui in quanto sono inseparabili. Nel testo sacîo "il senso ha smesso di essere la linea di divisione fta il flusso del linguaggio e il flusso della rivelazione". Esso è il testo assoluto poicJré nel suo accadere non comunica niente, non dice nulla che abbia un senso al di fuori di quest'evento stesso, il quale si confonde perfettamente con I'atto di linguagio, per esempio con la profezía. Esso è letteralmente la lettetarità della sua lingua, il "puro lingo"ggio". E poiché nessun senso come tale si lascia staccate, Úasferire, ffasportare, tradume in un'altra lirgo", esso esige immediatamente la ffaduzione che sembra rifiutare. Vi è soltanto la lettera, ed è la verità del linguaggio puto, la vetità come linguaggio puto. Questa legge non sarebbe una costrizione esterna; essa accorda una Iibertà alla letterarità. Nello stesso evento, la lettera cessa di opprimere dal momento che non è piú il corpo esterno o il coîsetto del senso. Essa si naduce andre da sé, ed è in questo rapporto del corpo sacro con se stesso c-he si trova impegnato il compito del ttaduttore. Tale situazione, pet quan96

mente.

to radicale, non esclude i gradi, la virtualità, f intervallo e 1o spazio intermedio, lafatica infinita pet raggiungere ciò dre è tuttavia passato, già dato,
anche qui, tra le righe, già firmato.

Come tradurreste una firma? E come ve ne asteneste, sia che si ffatti di Iaweh, di Babele o di Benjamin quando firma vicino alla sua ultima parola? Ma alTalettera, e tra le righe, è di nuovo la firma di Maurice de Gandillac che cito infine ponendo Ia nia ultima domanda: si può citare una firma? "Infatti, a un ceîto livello, tutte le grandi scritture, ma sopmttutto la Scrittura santa, contengono tîa le righe la loro 6aduzione virtuale. La versione interlineare del testo sacto è il modello o f ideale di ogni traduzione".
neduzione

di

Stefano Rosso

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