giovedì 11 aprile 2013

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U: CULTURE
GIANNI SOFRI

AINDURRECALVINOADAFFRONTAREILTEMADIUN’ANTOLOGIA SCOLASTICA FURONO ANCHE, A PARERE DI CHI SCRIVE, considerazioni che gli vennero sugge-

rite da suoi scambi di informazioni e di opinioni con la casa editrice e con insegnanti, e che riguardavano la particolare situazione storica dello strumento didattico «antologia» nelle scuole medie italiane. In quegli anni, non molto lontani dall’introduzione della scuola media unificata, e fortemente segnati dall’impegno politico, che avrebbe poi trovato nel ’68 il suo coronamento, l'antologia tendeva ad assumere forme e contenuti e impostazioni particolari. Sopravviveva, sì, la cosiddetta «bella pagina» che aveva dominato le letture dei decenni precedenti, da Panzini a Cecchi; ma, accanto ad essa, cresceva e si affermava la tendenza a fare dell’antologia quasi un’enciclopedia. Il valore letterario dei brani perdeva importanza rispetto ai contenuti. I quali dovevano introdurre il ragazzo in un mondo in evoluzione, sostanzialmente ottimista per i risultati dell’ormai avvenuta ricostruzione post-bellica. Un aspetto di questo ottimismo era rappresentato dalla costruzione di una sorta di pantheon dei «buoni»: un pantheon che raccoglieva insieme Kennedy e Krusciov, Giovanni XXIII e Che Guevara. Più che il valore letterario, insomma, contava il messaggio, in nome di una concezione dell’impegno superficiale e sostanzialmente moralistica. Un secondo carattere che cominciava ad avanzare nelle antologie (ma che avrebbe trionfato soprattutto in anni successivi) consisteva nell’ambizione di trasformare ogni studente (poco importa se dodicenne o giù di lì) in una specie di critico letterario in erba, invitato a smontare i meccanismi del testo che gli veniva presentato, a coglierne la struttura e le astuzie. Assai meno, invece, a godere del piacere in sé della lettura. All’opposto, le idee di Calvino sull’antologia, in diverso modo e misura condivise dalla casa editrice e dai collaboratori, andavano in primo luogo in direzione di una scelta di testi che permettessero la riscoperta del piacere della lettura (e non era certo casuale il titolo scelto per l’antologia), senza che questo fosse sopraffatto da una quantità preponderante e incontrollata di note. Quando il lavoro si avvicinava al termine io scrissi un abbozzo di una Nota dell’Editore che fungesse da presentazione del primo volume, e lo mandai a tutti i collaboratori. Se ricordo bene la nota venne sostanzialmente approvata, con poche correzioni. Calvino propose, scrivendomi il 31 dicembre del ’68, di aggiungere: «Si è voluto fare un’antologia divertente che rappresenti agli occhi dei ragazzi il piacere del leggere. Da ciò la ricca scelta di racconti d’avventura, di science-fiction, di racconti umoristici». Una frase che passerà nella Nota dell’Editore con le stesse identiche parole. In un’altra lettera, del 5 novembre dello stesso anno, Calvino si era detto invece spaventato dalla mole delle note. Ne aveva approfittato per scrivere una vera e propria splendida lezione sull’arte delle note (che riproduciamo in parte qui accanto). La pagina che ho citato mi pare straordinaria perché testimonia del gusto di Calvino per la semplicità e della sua avversione per le parole e le spiegazioni inutili. Nelle brevi introduzioni ai singoli brani, più ancora che nelle note, Calvino aveva uno stile essenziale, sobrio, concreto: caratteri che tanto più saltavano agli occhi quando si aveva il privilegio di lavorare con lui. A me questo capitò quando, verso la fine del lavoro, e fattisi i tempi sempre più ansiosamente urgenti, Calvino mi suggerì di andare a lavorare, con un bel plico di bozze, per tre giorni a Sanremo, nella sua casa. Offrendomi un’ospitalità quanto mai gradevole nei momenti in cui ci si concedeva le pause comandate: perché quando si lavorava, invece, non c’era distrazione che tenesse. Si lavorava sul serio, quasi gomito a gomito, dividendosi il lavoro di revisione (e spesso di riscrittura) dei cappelli introduttivi e delle note. Questo lavorare «alla pari» era sentito da me come una sfida e ce la mettevo tutta, senza per questo riuscire sempre ad evitare, alla fine, le sue impietose correzioni. Ma nell’insieme fu una grande esperienza, che io vissi con vera gioia, e che mi illudo mi abbia insegnato delle cose, un po’ come tutto il periodo trascorso a contatto con Calvino (anche se quei tre giorni ne furono veramente il momento culminante).

La rivoluzione di Calvino
Le antologie pensate per la scuola come vero piacere per la lettura

Sopra Italo Calvino, nella foto a sinistra Gianni Sofri

Ma a che servono le note?
ITALO CALVINO

M

i pare che non possiamo dare per un breve brano una massa di note più lunga del brano. Se tante note sono indispensabili vuol dire che il brano è stato scelto male e va eliminato. Ma sono davvero indispensabili? Non ho mai visto un’antologia così annotata. Spaventiamo i ragazzi e i professori. Mi pare che molte di queste note sono inutili perché spiegano parole le più comuni (perfino pala) o ripetono quasi con le stesse parole il testo; e in altri

casi sono molto più complicate del testo, ingenerano confusione. Per esempio, una nota come questa (Meneghello, 9): stadera: bilancia in cui il peso dell’oggetto viene equilibrato con un metodo che tien conto di fondamentali leggi meccaniche. Non solo rende difficile una parola che fa parte del linguaggio e dell’esperienza popolari quotidiane ma è antieducativa perché sostituisce un termine preciso con concetti vaghi che non voglion dire nulla. Se proprio si vuole mettere una nota a stadera si dica: bilancia come quelle usate dai fruttivendoli al mercato.

Il timore reverenziale mi avrebbe forse paralizzato, se non avessi trovato subito in Calvino una qualità che ho sempre apprezzato molto, e cioè una visione artigianale della letteratura, e del lavoro culturale in genere (...). Ma Calvino era Calvino soprattutto, forse, nella scelta degli autori. Le sue conoscenze e il suo gusto, la sua straordinaria esperienza di lettore e di redattore da Einaudi gli permisero di svecchiare l’indice dell’antologia: uno strumento che tendeva a riprodursi sempre uguale. Lo stesso Calvino, del resto, dopo un momento iniziale nel quale aveva, credo, sperato di cavarsela a buon mercato, si era reso conto delle difficoltà di operare scelte adeguate e innovative. Aveva parlato nelle sue lettere, già nel ’67, di «un dannato lavoro», di un lavoro assai duro a meno che non ci si contentasse di «fare quello che mi pare facciano tutti gli autori di antologie, cioè antologizzare le antologie già antologizzate». Calvino si rifiutò di imitare questo genere di suoi precursori. La qual cosa non gli impedì certo di reintrodurre autori classici (da Tolstoj a Stevenson, da Machiavelli a Cechov, e naturalmente i grandi poeti della tradizione italiana).

IL LIBRO

Oggi la presentazione a Bologna
DEL FARE LIBRI. MEZZO SECOLO DA ZANICHELLI

Gianni Sofri
pagine 184 euro 13,00

Zanichelli
Pubblichiamo un'anticipazione del libro di Gianni Sofri Del fare libri. Mezzo secolo da Zanichelli. È la storia degli ultimi 50 anni della casa editrice raccontata da chi l'ha vissuta da dentro. Presentazione oggi alle 18 a Bologna alla libreria Coop Ambasciatori alla presenza del sindaco Merola. Con l'autore Irene Enriques, Alessandra Francucci, Enrico Poli, Michele Smargiassi.

Del Robinson Crusoe, del Don Chisciotte, delle Confessioni di un italiano volle presentare una sintesi fatta di brani scelti tra loro collegati, come invito e avviamento al romanzo. Ma soprattutto, l’operazione che caratterizzava questa antologia sul piano delle scelte consisteva nell’introduzione di una serie di autori che mai, o assai raramente, erano entrati a far parte del canone delle antologie scolastiche. Ricordiamone alcuni, sia pure in disordine: Potocki, Saki, Dylan Thomas, Proust, Bierce, London, Sillitoe, Šklovskij. Autori, per lo più, che corrispondevano alle personali preferenze di Calvino: la cui impronta si vede soprattutto in quella che era certamente la sezione dell’antologia da lui preferita, quella che si chiamava (si chiama) Osservare e descrivere. «Sarà la più originale dell’antologia », aveva scritto a Insolera e a me nel maggio del ’68. Qui, in effetti, l’impronta di Calvino è fortissima. Una serie di brani (per lo più brevi, soprattutto nel primo volume) provengono sia da letterature classiche, come è il caso di Lucrezio o di Cesare, sia da autori modernissimi. Insegnano a guardare con attenzione e a descrivere con precisione giochi e oggetti, ambienti e azioni e pensieri. Si va dalla minuziosa descrizione di un pomodoro tagliato in quattro di Robbe-Grillet alla descrizione di come si schiera un esercito in battaglia di Machiavelli. Nel primo volume, il pezzo forte di questa sezione è rappresentato da tre brani (il sapone, il carbone, la patata) di Francis Ponge, l’autore del Partito preso delle cose, amatissimo da Calvino, che ne curò personalmente la traduzione e l’adattamento per l’antologia. Mi rendo anche conto, ripensando a quell’esperienza a tanta distanza di tempo, che il suo ricordo mi provoca una certa malinconia, e come il senso di una mia inadeguatezza, per non aver saputo contribuire di più a che La lettura fosse alla fine, un po’ di più di quanto sia stato, un «vero» libro di Calvino (lo era, comunque, in tante sue parti). Ma non vorrei essere frainteso. A opera uscita, mentre qui in redazione aspettavamo ancora a tirare un sospiro di sollievo, Calvino la sfogliava quasi entusiasta: «i tre volumi – scriveva proprio a me il 26 aprile del ’69 – mi paiono una bellezza, e ne sono più che soddisfatto».

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