You are on page 1of 62

numero speciale / marzo 2008

il giornale dell’ Università degli

Studi di Padova

1935-1968
ANNI TRENTA E QUARANTA
Attraverso il regime: dall’incubo razzista alla Liberazione

storia di un giornale universitario

ANNI CINQUANTA
Intrecci e scintille: tra goliardi e politica sfidando le censure

ANNI SESSANTA
Impeto e tensione: gli atenei del mondo si tendono la mano

il giornale dell’ Università degli

Studi di Padova

numero speciale / marzo 2008

Origini di una testAta
di Federico Bernardinello

4

IL BÒ DEL FASCISMO
di Mario Isnenghi

10

Dal Bò alLa “Voce” CHE VIAgGIA Nell’ETERE
di Chiara Saonara

24

LA RINASCITA DEL BO
di Giulio Felisari

29

Il mio Bo’

di Lorenzo Renzi

45

Il ’68 e la scomparsa deL BO’
di Giorgio Roverato

49

Un giornale scomodo
di Francesco Jori

57 

UNA NUOVA STAGIONE PER IL BO
L’8 febbraio 1935 usciva il primo numero di un periodico che per oltre tre decenni avrebbe accompagnato momenti importanti della storia dell’Università di Padova. Il suo nome era “Il Bò”. Portava un accento che, nel tempo, sarebbe divenuto apostrofo, sarebbe sparito, avrebbe lasciato spazio a varianti come “El Bò”, “Il Bove”, “Il Toro”, ma non avrebbe cambiato la natura e l’obiettivo di quella testata: dar voce ai docenti e agli studenti del nostro Ateneo, e osservare, con lo sguardo sincero, appassionato e, a volte, beffardo che da sempre caratterizza l’istituzione universitaria, la vita accademica e gli avvenimenti che ne costituivano lo sfondo. Un’avventura che si sarebbe conclusa nel ’68, superata dall’incalzare di eventi e passioni giovanili che apparivano, forse, troppo impetuosi per essere contenuti nelle colonne di un giornale. Quarant’anni dopo, “Il Bo” (perso l’inutile apostrofo) torna ad essere il giornale dell’Università di Padova. Per la prima uscita si è scelta una formula speciale, adeguata all’occasione: un numero monografico che rievoca le vicende della testata, con gli interventi di sette protagonisti o testimoni autorevoli. Sette articoli che ripercorrono l’appassionante cammino del “Bo” dal 1935 al 1968, intrecciano i ricordi personali con l’orizzonte storico che li cingeva, e sono integrati da approfondimenti, documenti, immagini che contribuiscono a ricostruire le epoche citate. E ci fa molto piacere che una Convenzione dell’Ateneo con la Biblioteca Universitaria e con la Biblioteca civica consenta ora il recupero della collezione completa del “Bo” in versione digitale. Dal prossimo numero, concluso il momento celebrativo, il giornale assumerà la sua veste definitiva, e renderà palese il progetto che ne è alla base. Rispetto a “Progetto Bo”, che a lungo ha costituito un indispensabile spazio di riflessione sull’Ateneo padovano, “Il Bo” nasce come strumento di comunicazione dell’Ateneo con il mondo esterno, oltre che come organo aperto ai grandi temi che toccano il mondo universitario di oggi, con un’attenzione particolare per l’attività che ne è fulcro e motore insieme: la ricerca. Ma “Il Bo” vuole essere e apparire, fin dal formato, prima di tutto come un giornale; e dei giornali, quindi, possedere la regolarità nelle uscite, la leggibilità e il costante rapporto con l’attualità. Per questi motivi, a partire dal prossimo numero “Il Bo” si presenterà come un periodico ricco e articolato, suddiviso in sezioni capaci di illustrare le complessità di un grande Ateneo e dell’attuale politica universitaria; ma in grado, al tempo stesso, di offrire una visuale più ampia che comprenda il territorio che del Bo è cornice, le idee che lo attraversano, le culture che lo definiscono. Verrà dato risalto agli studi e alle ricerche più recenti e significative condotte all’interno dell’Ateneo. L’intento è di offrire un approccio distinto sia dal linguaggio accademico delle riviste di settore che dall’inevitabile approssimazione delle testate non specializzate. Una “terza via” che permetta di presentare alcuni risultati scientifici con precisione e chiarezza, senza per questo rinunciare a raggiungere un pubblico più ampio. “Il Bo” nacque in pieno periodo mussoliniano, espressione del Gruppo Universitario Fascista (così come segretario della Federazione Fascista Padovana era il primo direttore, Agostino Podestà); eppure (come pone in evidenza Francesco Jori nell’ultimo articolo di questo numero) seppe, fin dai primi anni, acquisire caratteri di anticonformismo e autonomia, a volte perfino irriverente, ben rappresentati da un giovane che fu per qualche tempo l’anima del giornale, e che tutto era fuorché fascista: Eugenio Curiel. Allo stesso modo, ci auguriamo che “Il Bo” che oggi si presenta in una nuova veste ai lettori sappia ereditare quello spirito profondamente libero, e la vocazione ad essere tribuna di pensiero e discussione, che furono connaturati a quel foglio.

Vincenzo Milanesi

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

Origini di una testAta
Federico Bernardinello

N

el clima di effervescenza che l’associazionismo universitario padovano

conosceva all’indomani del Primo conflitto mondiale, Il Bò, un effimero foglio uscito nell’estate del 1919 dai torchi della Litotipo (ora Cedam) sotto la gerenza responsabile di Angelo Berti, aveva auspicato invano, nel nome della patria e della solidarietà, la nascita di un’associazione goliardica rappresentativa di tutti gli studenti, “senza distinzione di opinioni politiche o confessionali”1.

zionale – Direzione generale Istruzione superiore – il benestare per l’abbonamento obbligatorio al giornale (L. 5). Questo può essere giustificato dal fatto che il giornale (settimanale) conterrà una pagina ufficiale dell’Università con tutti i comunicati interessanti gli studenti. Tale pagina è particolarmente utile a Padova per mantenere il collegamento con la massa studentesca, in quanto questa è disseminata in una regione vastissima,

così che in caso di bisogno – ciò che avviene molto spesso – non è possibile far giungere tempestivamente e con sicurezza le notizie necessarie 3 .

L

a scelta del titolo cadeva su “Il Bò”, un nome nell’aria già da anni. Il gior-

nale, originariamente concepito come settimanale, ma poi presentatosi come quindicinale, sarebbe dovuto uscire dal 15 ottobre al 15 luglio di ogni anno accade-

progetto di un giornale universitario
Programma
La funzione propria del nostro giornale è dettata dalla particolare missione spirituale e culturale della nostra Università, e di questa deve essere un valido mezzo di realizzazione. La missione che la realtà e la storia impongono all’Università padovana è quellodi propagare il pensiero e la civiltà latina nell’Oriente europeo; il giornale deve essere perciò un agile ed adeguato strumento che collegandoci con i più vivi centri di cultura universitaria degli stati balcanici, slavi e del Mediterraneo orientale, diffonda la conoscenza del pensiero e delle realizzazioni dell’Italia nuova. Accanto a questa funzione, altre ne avrà, e non meno importanti, dipendenti dalle complesse attività dei G.U.F. e della vita universitaria: principalissima la propaganda politica tra i giovani, la preparazione ai Littoriali della Cultura e dell’Arte, l’assistenza scolastica. In tal modo essa servirà a richiamare l’attenzione sulla nostra Università, indicando ai giovani delle tre Venezie l’Università nostra come la loro unica, naturale scuola.

D

ovevano passare quasi tre lustri perché quel nome, Il Bò, destinato a una

storica fortuna, si riaffacciasse nuovamente sulla scena. Nel 1933, infatti, a fascismo ormai saldamente al potere, in occasione della festa delle matricole del 4-6 febbraio, che vedeva a Padova la presenza dell’allora segretario generale del Partito nazionale fascista Achille Starace, il locale Gruppo universitario fascista, in collaborazione con il Tribunato degli studenti, pubblicava El Bò, numero unico dedicato al prestigioso ospite, che però, nel corso delle feriae matricularum, veniva punto alle natiche, forse con un gagliardetto, da uno studente “ubbriaco” – così sarebbe stato definito quattro anni dopo dall’allora segretario del Guf patavino Gustavo Piva2. A distanza di poco più di un anno, nell’estate-autunno del 1934, dopo che Starace aveva vietato non senza conseguenze – almeno a Padova – la festa delle matricole, un gruppo di studenti presentava all’allora rettore dell’ateneo patavino, Carlo Anti, il “Progetto di un giornale universitario”. Anti appuntava su un pezzo di carta i possibili nomi per la testata (“Il Bo”, “VIII Febbraio”, “Sorio VIII Aprile”, “Lo studente di Padova”), sottolineava i primi due, evidenziava “Il Bo” con tre crocette – nome che evidentemente preferiva – e allegava al tutto un promemoria: Occorre ottenere dal Ministero Educazione na-

Schema
Titolo. Non abbiamo ancora deciso; si crede opportuno che il titolo si riferisca all’Università di Padova. Formato. Quello del giornale “Oggi”. Quattro colonne, sei pagine. Prima pagina. Articoli di carattere politico: • Articolo di fondo su problemi di etica fascista, trattati in maniera agile ma seria. • Articolo di osservazioni briose e critiche su alcuni aspetti della vita italiana. • Articolo di agile rassegna di politica estera. Seconda pagina. Destinata soprattutto alla preparazione ai Convegni di studi politici e di dottrina fascista dei Littoriali. Conterrà quindi articoli di dottrina fascista, di storia del Fascismo, di problemi teorici e pratici del Corporativismo. Terza pagina. Articoli di: • critica artistica e problemi generali d’arte • problemi e critica letteraria • recensioni di opere significative straniere, con traduzioni dei passi più interessanti argomenti scientifici • notizie dei trattati e delle opere scientifiche più importanti. Quarta pagina. Dedicata ad accogliere corrispondenze estere e articoli informativi sull’Europa orientale, riguardanti problemi politici, letterari ed universitari. Quinta pagina • Studi coloniali per la preparazione ai Littoriali. • Continuazione degli articoli delle pagine 3 e 4. Sesta pagina • Attività sportiva dei goliardi • Cronache • Storia dell’Università - Notizie sui professori - Rubriche assistenziali.
Archivio storico dell’Università di Padova, Rettorato, A.a. 1942-43, b. pos. 96-107, fasc. “Giornale studenti”, programma e schema di giornale per Carlo Anti, s.l. [ma presumibilmente Padova], s.d. [ma estate-autunno 1934].

NNI TRENTA

ANNI TRENTA 

sotto i redattori del Bò 1935-37. Da sinistra a destra: De Luca, Sella, Cocco (da Il Bo’, febbraio - marzo 1966) sullo sfondo la sede del Guf in basso pannello con la storia edilizia dell’Università, fine anni Trenta. Fototeca dei Consorzi edilizi dell’Università di Padova

mico, per una spesa complessiva di 60.000 lire, da reperire attraverso abbonamenti e contributi della Federazione provinciale fascista, dell’università e dell’allora Scuola d’ingegneria. Stampato dal 1935 al 1936 dallo Stabilimento tipografico editoriale de Il Veneto (Stediv), dal 1937 al 1938 dalla Società cooperativa tipografica, dal 1938 al 1939 dalla Scuola d’arte grafica sordomuti, dal 1939 al 1942 ancora dalla Stediv, nel 1943 dalla Società anonima giornali affini (Saga) e infine, dal 1943 al 1944, nuovamente dalla Stediv, avrebbe variato nel corso degli anni il formato (da quello tabloid a quello ‘lenzuolo’), la foliazione (dalle 12 pagine del 1935 alle 2 – per motivi bellici – del 1936 e del 1944) e la tiratura (dalle 2.500 copie del 1937 e del 1938 alle 3.000 del 1940 – pare tutte vendute – fino alle 5.000 del 1942).

do Goldschmied. Vediamo brevemente chi erano. Facca, friulano, nato a Pordenone nel 1913, era figlio di un agente di commercio. Diplomatosi al Liceo classico Jacopo Stellini di Udine, era approdato nella città del Santo, come studente di Medicina, alla fine del 1931. Passato a Scienze naturali, si sarebbe laureato il 21 ottobre 1936, dopo essere stato volontario in Africa orientale e aver guidato il gruppo dei 51 studenti volontari prescelti per rappresentare l’ateneo patavino nel Battaglione universitario Curtatone e Montanara – battaglione a numero chiuso e nel quale chi aveva già conquistato i gradi nei corsi allievi ufficiali di complemento della Milizia universitaria avrebbe dovuto rinunciarvi –, per il quale avrebbero fatto domanda di arruolamento ben 159 universitari padovani, senza contare gli studenti volontari nei reparti ordinari della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale e dell’esercito, il cui numero, purtroppo, è destinato a rimanere ignoto – tre nomi per tutti: Griffei e Piva, partiti volontari con la milizia (IV divisio-

ne camicie nere 3 gennaio), e Giuseppe Berto, partito volontario con l’esercito (XXV battaglione eritreo). Prima di salpare alla volta dell’Africa, Facca avrebbe scoperto nell’Aula magna del Bo, nel corso di una suggestiva cerimonia in onore degli universitari volontari, un grandioso busto di marmo del Duce, la cui inaugurazione, avrebbe detto, “costituisce per i goliardi il miglior viatico ed il più forte sprone a ben meritare della fiducia [in] loro riposta ed a tutto osare per la maggior grandezza della Patria fascista”4. Geologo, medaglia d’argento della Resistenza toscana per le sue rischiose azioni sull’Appennino e in Veneto, nel dopoguerra Facca sarebbe diventato dirigente dell’Ente nazionale idrocarburi di Enrico Mattei. Braun, nato a Trieste nel 1912, era figlio del direttore della Biblioteca civica del capoluogo giuliano, fratello di Alfonsina, assistente di Glottologia classica e di Grammatica greca e latina all’Università di Padova, e fidanzato (poi marito) di Margherita (Rita) Cajola, a sua volta assistente di Arturo Cronia, docente di Filologia

A

d elaborare il progetto, per conto del Guf, guidato da Giuseppe Griffei, e della federazione fascista, retta da Agostino Podestà, erano stati Gian Carlo Facca (estensore dello stesso), Atto Braun e Gui-

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

slava. Diplomatosi al Liceo classico Dante Alighieri della città redenta, studiava Ingegneria. Laureatosi nel 1939, tenendo contemporaneamente qualche supplenza nei licei, avrebbe insegnato negli istituti tecnici, militando dopo la guerra nel Partito comunista italiano. Anche Goldschmied era triestino. Ebreo, figlio di un facoltoso avvocato, aveva la stessa età di Braun e si era diplomato, come Facca, al Liceo Stellini di Udine. Dopo aver trascorso un anno all’Università di Roma (Facoltà di medicina e chirurgia), si era trasferito all’Università di Padova, iscrivendosi a Giurisprudenza. Si sarebbe laureato il 10 novembre 1937 con una tesi non conformista in Diritto internazionale. Il lavoro, corredato da un’ampia bibliografia in lingua straniera – Goldschmied conosceva bene tedesco, inglese e francese –, al di là dei tecnicismi giuridici si sarebbe rivelata un’appassionata difesa della Società delle nazioni e della Corte permanente dell’Aia. Il saggio risul-

ta ancora più controcorrente se pensiamo al forte clima antisocietario che si sarebbe venuto a creare in Italia, con l’impresa d’Etiopia, per via delle “inique sanzioni”, e al fatto che circa un anno prima della discussione della tesi, l’Italia sarebbe addirittura uscita dalla Società delle nazioni. L’internazionalismo ‘spontaneo’ di Goldschmied nasceva dalla sua identità ebraica, radicata in una cultura cosmopolita e di frontiera qual era quella triestina. Le origini, l’ambiente familiare e la formazione mitteleuropea lo rendevano poco sensibile ai richiami del nazionalismo esasperato e costituzionalmente immune da certa retorica. Se si aggiunge infine che si trattava di un tipo curioso, individualista e poco amante della disciplina, ben si comprende come taluni discorsi propagandistici lo lasciassero del tutto indifferente, quando non critico od ostile. Con Braun formò una coppia affiatata, aperta alla discussione e soprattutto priva di tabù ideologici. Anch’egli, come l’amico, nel dopoguerra avrebbe aderito al Pci, collaborando a Società, la prestigiosa rivista culturale fiancheggiatrice del partito fondata da Romano Bilenchi, Cesare Luporini, Ranuccio Bianchi Bandinelli e Delio Cantimori. (Durante la Seconda guerra mondiale, nei campi di sterminio, avrebbe perso la madre, Ada Frankel, e un fratello, Livio, combattente nelle file della Resistenza). Ruggero Zangrandi (1948), avrebbero ingigantito il ruolo da essi svolto nella nascita del Bò, presentandolo come il frutto di una loro personale attività politica criptoantifascista. In realtà, come vedremo fra breve, il progetto era in cantiere da tempo, ed era stato rinviato solo per espresso intervento di Starace, che, guarda caso, dopo i fatti del febbraio 1934, durante i quali a Padova si era accesa una mini rivolta studentesca contro la sua decisione di sopprimere la festa delle matricole, e il contemporaneo varo, ad aprile, dei Littoriali della cultura e dell’arte, dava ora il suo benestare all’iniziativa. Inoltre, se proprio si vogliono trovare al Bò dei padri putativi, essi vanno ricercati non tanto nei due giovani universitari triestini, quanto piuttosto, da un lato, nel rettore (a conferma della genesi istituzionale del Bò e del ruolo avuto da Anti nella sua nascita, dalla ricerca dei fondi alla scelta del titolo, basterà ricordare che il citato

La campana del BÒ
da Il Bò, 16 settembre 1940

La gioia dell’esempio alle masse sembra non avere ancora conquistato l’animo di coloro che, magari in divisa, in città o in villeggiatura usano ed abusano della macchina di servizio che la fiducia del Fascismo ha loro affidato. Ahimè! quante amarezze nel cuore di noi tapini usi a camminare ad occhi aperti. Ardengo Soffici nel succitato numero di Frontespizio tenta una difesa di Vincenzo Monti. A noi pare che se dal lato artistico la causa può essere buona e non difficile chè i molti meriti letterari del Monti non furon negati da più di un critico, dal lato politico la causa sia sballatissima e non certo perchè “colpa del Monti fu essere grande”. Siamo obiettivi: che bisogno e che ragione c’è perché noi amiamo del Monti il politico ed il patriota? Quali le sue virtù tanto degne di esaltazione? Il coraggio? Il carattere? Una salda concezione della vita politica? Avrà peccato come molti “italiani” dei tempi suoi, ma “girella” lo fu per quanto amasse il solo suo paese. Fra i suoi contemporanei ci sono uomini di ben altra levatura politica degni del nostro ricorso perché ci perdiamo attorno al Monti che non seppe affatto agire neanche come quel tale “il quale nel 1915 fece il suo dovere di cittadino e di soldato seguendo le leggi e le idee dell’Italia liberale” e che oggi noi ci sentiamo in coscienza di accusare (contrariamente all’inesplicabile opinione di Soffici) “di non essere stato fascista e di non aver caldeggiato la conquista abissina e la fondazione dell’Impero”.

NNI TRENTA

D

a qui, però, a parlare di “cellula comunista” costituita dai due a Padova,

con Renato Mieli, studente di Fisica, fin dal 1934, ce ne corre. È molto probabile che la cosiddetta “cellula comunista universitaria” non sia mai effettivamente esistita. Non se ne trova traccia, finora, in alcun documento del Partito comunista d’Italia, nonostante questo partito fosse allora rigidamente centralizzato e ferreamente organizzato. Si tratta, molto probabilmente, di un’invenzione postuma dei suoi protagonisti. Qualche anno dopo la fine della Seconda guerra mondiale, infatti, Braun e Goldschmied, sulla scia del caso Eugenio Curiel e del dibattito scaturito dalla pubblicazione della prima edizione del Lungo viaggio attraverso il fascismo di

ANNI TRENTA 

Gli anni di Curiel
Tono Zancanaro, da Il Bo’, febbraio-marzo 1966

sopra l’Aula magna prima dei lavori del rettore Anti su progetto di Gio Ponti; a sinistra particolare del busto del Duce realizzato in marmo da Paolo Boldrin. Fototeca dei Consorzi edilizi dell’Università di Padova in basso a destra Eugenio Curiel - Giorgio, illustrazione di Tono Zancanaro (1965)

fascicolo archivistico “Giornale studenti” era stato originariamente classificato fra le “Iniziative del Rettorato”), e, dall’altro, in Podestà e in Griffei, visto che, a livello locale, il Guf dipendeva strettamente dalla federazione fascista, della quale costituiva in pratica la sezione universitaria e la longa manus all’interno dell’ateneo. Quanto a Podestà, poi, giova ricordare che la sua nomina a federale, avvenuta il 20 maggio 1934, era stata “accolta con simpatia nella classe goliardica per la ragione che il Comm. Podestà ha coperto un’alta carica nei G.U.F.” . Podestà infatti, oltre ad
5

avendo diretto Il Campanaccio, l’anticonformista organo di stampa del Guf pavese ridotto al silenzio nel 1929. (Presentando il primo numero del Bò, che sarebbe uscito l’8 febbraio 1935, Griffei avrebbe scritto: “La martinella pavese, Il Campanaccio, è divenuto Il Bò che ne riprende le tradizioni battagliere. Non sorge, perciò, risorge. […] E il bronzo del nostro campanone non è meno squillante”6 – “Il Campanaccio” sarebbe anche stata la rubrica più anticonformista del Bò, quella dedicata ai temi corporativi e sindacali). Insomma, Podestà aveva tutte le carte in regola per piacere al mondo gufino padovano e comprendere le sue esigenze, cosa che fece prontamente prima caldeggiando a Roma la nascita del quindicinale (sua la firma in calce alla ricevuta di 5.000 lire stanziate per Il Bò dal Sottosegretariato di Stato per la stampa e la propaganda, il futuro Mi-

Che Eugenio Curiel fosse militante del Partito Comunista Italiano clandestino ovviamente lo seppi qualche anno più tardi, nel luglio del ’39, quando fu arrestato dalla polizia fascista. Particolare, questo, non molto importante, in certo senso, per ciò che vorrei dire, ricordare, sulla figura e personalità di Curiel, direttore di giornale, de Il Bò, il giornale del “guf”, come allora si diceva. Una premessa, comunque, devo assolutamente farla: Curiel dirigeva quel Bò di allora da accanito, combattivo antifascista, anche se il giornale nasceva ovviamente negli uffici del “guf”, sotto il duplice controllo delle gerarchie fasciste padovane, controllo diretto, e di quelle centrali di Roma. E tuttavia a Curiel toccò di dirigere Il Bò anche dopo che il decreto razzista contro gli ebrei gli tolse il posto di insegnante all’Università, impedendogli di svolgere qualsiasi attività legale o ufficiale. Era troppo stimato, aveva reso il giornale un fatto di troppo chiara e forte cultura (giocata sul rasoio della legalità – e qui stava il genio di Curiel – che toccasse e trattasse ogni argomento o tema, da quelli sindacali a quelli studenteschi, o di politica generale), perché i responsabili locali del “guf” e del fascio rinunciassero alla sua opera, che negli ultimi numeri del giornale figurava anonima! Anche se sapeva, Curiel, dove sarebbe arrivato, ormai in fretta, il Fascismo – non solo quello nostrano, si capisce – e considerava quel dato lavoro giornalistico agli sgoccioli, tuttavia fino all’ultimo seppe fare il giornale in modo esplosivo; splendido direi, se non si fosse trattato di materia così drammatica come era la politica di quei giorni. Ché questa è la nota, credo, più singolare del giovane professore di matematica Eugenio Curiel: quella di saper muoversi da maestro fra le materie più disparate, quella di saper utilizzare, attivizzare vorrei dire, anche giovani chiaramente fascisti per fare il giornale, tecnicamente, più antifascista stampato allora in Italia. Aveva collaboratori, è ovvio, e qualcuno, come lui, comunista; altri semplicemente, ma chiaramente, antifascisti. Ma Curiel, sembrava respirare, lottare cioè, sempre nel modo più naturale, semplice e per lui apparentemente facile! – tanta era la sua forza, tanto chiara e limpida e conseguente la sua forte personalità di antifascista, di comunista.

essere molto giovane – non aveva ancora compiuto 29 anni –, proveniva dal fascismo universitario, avendo guidato il Guf di Pavia dal 1926 al 1928 ed essendo stato vicesegretario generale dei Gruppi universitari fascisti nel 1931. Poteva anche vantare una buona esperienza giornalistica,

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

nistero della cultura popolare diretto da Galeazzo Ciano), e poi dirigendolo fino alle soglie del 1936, anno del suo trasferimento ad Arezzo come prefetto (suoi gli editoriali del giornale a firma “Mastro Campanaro”). Con lui Griffei, coetaneo di Podestà, riuscì ad instaurare un rapporto di cordiale e proficua collaborazione, cosa che non gli sarebbe riuscita con il successivo federale, Umberto Lovo.

subito dopo il durissimo j’accuse scagliato a Roma dal segretario del Guf veneziano contro l’ambiente universitario patavino e la sua dirigenza politica, il gruppo della città di San Marco, approfittando dell’evidente momento di sbandamento del Guf padovano e del discredito in cui era caduto presso le gerarchie del partito, aveva inviato ai segretari dei gruppi delle Tre Venezie e della Dalmazia questa lettera: Caro Camerata, Il nostro G.U.F. ha da molto tempo in progetto la fondazione di un giornale politico settimanale quale organo ufficiale dei G.U.F. delle Tre Venezie e della Dalmazia. Detto giornale, oltre allo spazio riservato ai problemi politici e goliardici di generale interesse, dovrebbe portare per ogni Gruppo una pagina la cui direzione sarebbe affidata al G.U.F. stesso al quale si riferisce. Comparirebbero naturalmente nel nostro settimanale tutte le iniziative dei singoli Gruppi: i comunicati su eventuali adunate, gite, manifestazioni, conferenze, concorsi, ecc., il tutto debitamente illustrato in modo da mantenere sempre vivo in ogni singolo iscritto l’interessamento per le iniziative del suo Gruppo tenendo-

Ci occorre al momento, ed al più presto, di sapere se sei disposto a far abbonare i tuoi iscritti, facendoti presente in proposito che per il primo semestre, in decorrenza dal 25 Aprile, il pagamento potrebbe avvenire isolato ma che per il prossimo Anno Fascista, e cioè con il 28 Ottobre 1932 l’abbonamento di L. 10 = annue potrebbe essere incluso nel prezzo della tessera. Attendiamo tuo sollecito riscontro con dettagliate informazioni sugli eventuali abbonamenti (questione vitale e decisiva) pregandoti inoltre di inviarci tutti gli avvertimenti e consigli che tu credi opportuni e che noi accetteremo con vivo interesse. Saluti fascisti 7.

M

a torniamo ora alla genesi del Bò. Come dicevo, l’idea di un giornale universitario era in programma da anni, almeno dal 1931-32. Ecco le prove. Nel marzo del 1932, subito dopo gli incidenti provocati a Venezia, nel corso della locale festa delle matricole, da alcune centinaia di studenti patavini affluiti per l’occasione nella città lagunare, incidenti che avevano provocato la destituzione da parte di Starace dell’allora segretario del Guf padovano Giovanni (Nino) De Losa, e

L

a missiva aveva avuto il sapore della beffa, come aveva fatto subito com-

prendere l’allora federale di Padova, Paolo Boldrin, all’allora vicesegretario generale dei Guf, Giovanni Poli: La cosa mi ha meravigliato per le seguenti ragioni: 1° – analoga proposta era già stata fatta in precedenza dal nostro G.U.F. e rinviata in ottemperanza a precise disposizioni della Segreteria Centrale relative alla limitazione delle pubblicazioni goliardiche al solo Libro e Moschetto. 2° – rivendico al G.U.F. di Padova la precedenza di detta pubblicazione essendo ovvio che l’Ateneo Padovano per tradizioni secolari di

da sinistra l’architetto Gio Ponti di fronte al suo affresco dello scalone del Rettorato. Fototeca dei Consorzi edilizi dell’Università di Padova dall’alto Massimo Campigli, bozzetto per l’affresco dell’atrio del Liviano, 1938; Bruno Saetti, bozzetto per la decorazione della sala di Lauree della Facoltà di Lettere e Filosofia, 1940; Mario Sironi, bozzetto per l’affresco dell’atrio del Liviano, 1938

lo costantemente informato. Riceverai in seguito più dettagliati schiarimenti specialmente sulla formazione delle varie redazioni. Confidiamo pertanto nel tuo spirito di comprensione affinché tu voglia aderire alla nostra proposta.

ANNI TRENTA 

a destra Professori dell’Università di Padova, illustrazioni di Sinòpico. Dall’alto Alfredo Rocco, l’autore del codice penale del 1930; Luigi De Marchi, geografo e senatore del Regno nel 1934; Corrado Gini, statistico e primo presidente dell’Istat nel 1927.

Raoul Chareun (in arte Primo Sinòpico) nasce a Cagliari nel 1889. Tra i protagonisti dell’illustrazione italiana dal primo dopoguerra agli anni Trenta, nel 1911 rifonda Lo Studente di Padova.

studi e di Italianità e per il numero di studenti è di gran lunga superiore all’Istituto Commerciale di Venezia. 3° – il nostro G.U.F. aveva già ultimamente predisposto per la trasformazione dell’attuale Pagina del G.U.F., settimanalmente ospitata su Il Veneto, nel giornale goliardico Il Bò organo dei G.U.F. Triveneti. 4° – l’esperienza dettata dai tre anni di vita della Pagina stessa è garanzia di sicura riuscita dell’iniziativa proposta. Sarà per me cosa gradita che tu stesso interpellando S.E. Starace decida la questione ben vagliando le ragioni da me esposte e assegnando d’autorità la realizzazione dell’iniziativa al nostro G.U.F. Attendo un cortese cenno di riscontro e ti saluto cordialmente. […] P.S. Sono fermamente deciso di potenziare il Gruppo al 100 × 100 8 .

anche se non sarebbero mancati ancora i momenti di difficoltà, come quando, nel 1940, a guerra incominciata, Il Bò, scaduto il contratto che lo legava alla Stediv e privo ormai di copertura finanziaria, sarebbe stato salvato in extremis da Alessandro Pavolini, ministro della Cultura popolare, e dal Duce in persona, con due contributi di 2.000 lire ciascuno, prelevati dai fondi di polizia e concessi al quindicinale padovano “in straordinaria sovvenzione”10.

I

Note
*

l no di Starace era arrivato come una doccia fredda, ma almeno aveva avuto

il merito di bloccare sul nascere anche l’iniziativa veneziana, che avrebbe potuto costituire una seria minaccia all’egemonia triveneta del Guf padovano. “Venezia”, aveva assicurato Poli, “desisterà proposta nuovo periodico essendo vietate nuove pubblicazioni”9 . La sfida era stata soltanto rinviata, e sarebbe stata proprio Venezia a vincerla, tagliando per prima il traguardo con Il Ventuno, fondato da Francesco e Pier Maria Pasinetti nel 1932, ma divenuto organo ufficiale del solo Guf lagunare nel 1933-34, quasi due anni prima della nascita del Bò, a sua volta organo ufficiale del solo Guf patavino. In realtà, le rispettive e contrastanti aspirazioni ad un foglio di coordinamento interregionale per tutti i gruppi del Nord-Est, Dalmazia compresa, erano state entrambe frustrate e ridimensionate dal centralismo staraciano, ma anche minate ab imis dal campanilismo universitario. È evidente infatti che, pur tenendo conto di un probabile no di Starace, un’azione congiunta avrebbe avuto maggiori possibilità di successo di due azioni separate e per di più conflittuali. Era stato comunque un ulteriore segno della gravissima crisi che aveva investito il Guf patavino fra il 1930 e il 1932, da cui si stava ora riprendendo, nel 1934-35, solo grazie all’accorta politica di Podestà e di Griffei,

Per un approfondimento e un ampliamento di quanto trattato nell’articolo, rinvio a Federico Bernardinello, Fra goliardia e inquadramento. Gli universitari padovani negli anni Trenta, in Studenti, università, città nella storia padovana. Atti del convegno. Padova, 6-8 febbraio 1998, a cura di Francesco Piovan - Luciana Sitran Rea, Trieste, Lint, 2001 (Contributi alla storia dell’Università di Padova, 34), pp. 649-691, e a Id., Universitari padovani e fascismo. Organizzazione, politica, cultura, monografia in via di ultimazione. 1 Un fiasco e un progetto, Il Bò, a. I, n. 2, 15 luglio 1919, p. 30. 2 Archivio centrale dello Stato, Roma, Partito nazionale fascista, Direttorio nazionale, Servizi vari, Serie I, b. 381, fasc. “Padova”, lettera di Gustavo Piva a Fernando Mezzasoma [vicesegretario generale dei Gruppi universitari fascisti], Padova, 4 dicembre 1937. 3 Archivio storico dell’Università di Padova, Rettorato, A.a. 1942-43, b. pos. 96-107, fasc. “Giornale studenti”, promemoria di Anti, Padova, s.d. [ma estate-autunno 1934]. 4 La partenza del primo scaglione di goliardi volontari per l’Africa Orientale, Il Gazzettino, 18 ottobre 1935. 5 Archivio di Stato di Padova, Prefettura, Gabinetto, b. 454, informativa del questore al prefetto, Padova, 21 maggio 1934. 6 Il Microbo [Giuseppe Griffei], trafiletto non titolato di presentazione del giornale, Il Bò, a. I, n. 1, 8 febbraio 1935, p. 2. 7 Archivio centrale dello Stato, Roma, Partito nazionale fascista, Direttorio nazionale, Servizi vari, Serie I, b. 361, fasc. “Padova”, s.fasc. “Gruppo”, copia di lettera di Renzo Fano [incaricato dell’Ufficio stampa del Guf di Venezia] ai segretari dei Guf delle Tre Venezie e della Dalmazia, Venezia, 25 marzo 1932. 8 Ivi, lettera di Paolo Boldrin a Giovanni Poli, Padova, 8 aprile 1932. 9 Ivi, copia di telegramma di Poli a Boldrin, s.l. [ma Roma], 11 aprile 1932. 10 Ivi, Ministero della cultura popolare, Gabinetto, b. 253, fasc. “‘Il Bò’”, copia di comunicazione di Celso Luciano [capogabinetto del Ministero della cultura popolare] a Clemente Dalmata Mian [segretario del Guf di Padova e direttore del Bò], Roma, 22 novembre 1940.

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

IL BÒ DEL FASCISMO
Mario Isnenghi

C

hi erano veramente le sinistre ombre nere in divisa che il 9 novembre

il giudizio. Anzi, in questi sessant’anni, si sono moltiplicate le testimonianze e i concordi ‘io c’era’2. La messa a punto critica e autocritica che la laboriosa ricostruzione della collezione del Bò torna a consigliare è piuttosto quella sulla natura del giornale, in quella sua fase conclusiva e negli anni che la precedono: un decennio di vita fra la metà degli anni Trenta e la metà degli anni Quaranta e la possibilità quindi di accompagnare in frangenti storici decisivi i mutevoli ‘io’ e i cangianti ‘noi’ di diverse leve di studenti delle Tre Venezie: con un peso e una rappresentatività tra i vari fogli dei Gruppi universitari fascisti che vanno oltre il territorio. È verosimile che nel gruppo di contestatori che in quel rito accademico, più che mai caricato dei sensi di un nuovo inizio, si ergono in divisa a trattenere la maggioranza dei coetanei ormai mentalmente altrove, ci fossero lettori e probabilmente anche autori del Bò. Senza troppo impegnarci in valutazioni di merito che avrebbero richiesto la conoscenza diretta dei numeri del giornale negli anni fascisti, che - forse non senza ragione di opportunità - risultavano invece dispersi o di difficile e frammentario accesso, si riferiva invece ai nostri tempi sottintendere che la giornata del 9 Novembre fosse anche l’esito ultimo di un’opera di infiltrazione e decantazione politica ben riuscita: del giornale degli studenti, Il Bò, ispirato, se non proprio ‘diretto’ da Eugenio Curiel. Non useremo lo spazio per seguire il formarsi e lo svolgersi di questa lusinghevole affabulazione, che tutt’al più ammetteva variabili temporali nella datazione dei primi incontri antifascisti di Curiel, fossero stati coi socialisti o coi comunisti. Cerchiamo di contribuire a ripristinare i fatti3. C’è un numero unico, pupazzettato e goliardico, che si chiama già Il Bò - anzi El Bò - ed esce in data 8 Febbraio 1933, proprio quando il segretario del Partito Starace viene a Padova a farsi punzecchiare il sedere dai goliardi, forse più
sopra Me a son San Gibbon, Tono Zancanaro. La deformità fisica e morale del “Gibbo” rappresenta ferocemente il regime e il suo grottesco eroe; nell’impegno politico di Tono contarono in modo decisivo i suoi rapporti con Ettore Luccini ed Eugenio Curiel

1943 occupano in Aula Magna gli scanni dei Presidi e disturbano la prolusione del Rettore Concetto Marchesi, cercando di impedirla? È da quando eravamo ragazzi - noi stessi studenti del Bo e del Liviano - che quelle sconosciute immagini del Negativo valgono solo come oscuro e impenitente freno al corale imporsi del Positivo, con Rettore, Presidi e una gremita Aula Magna di studenti uniti nell’estasi corporativa dell’Universa universis patavina libertas repentinamente ed ecumenicamente risorgente: una sorta di isola, per così dire, ‘di lotta e di governo’. In realtà, infatti, appena fuori del Palazzo del Bo, in quel Novembre del ’43, incombe la Repubblica Sociale e comandano i Tedeschi. L’anomalia è in quell’autonomia fittizia, è Marchesi, rettore comunista nominato nei 45 giorni e sopravvissuto al ritorno dei fascisti. Fra i presenti al rito inaugurale c’è persino il Ministro dell’Educazione nazionale Bigini, un professore di Diritto pisano, che risiede, a Padova, nello stesso palazzo di via Marsala dove abita Marchesi. È l’incredibile, lunare promiscuità che caratterizza quegli ultimi due anni di guerra, che è anche guerra civile. “Pochi ma buoni” scriverà due mesi dopo Il Bò, partecipe degli orgogli minoritari del fascismo dell’ora estrema . Pochi e
1

NNI TRENTA E QUARANTA

residuali, fantasmi inconsistenti di un’Era Fascista ormai esaurita, apparivano invece - con segni di valore capovolti - ai redattori del Bo’ dei primi anni Sessanta, del tutto negligenti del resto rispetto a quelle figure senza nome, e totalmente immedesimati nel gesto redentore di Marchesi e nel senso di rivelazione collettiva che fulmina il suo pubblico. Su questa sorta di rivelazione collettiva a se stessi e sul carattere di scansione periodizzante di quella grande giornata - destinata a proporsi come un nuovo 8 Febbraio 1848 nell’autocoscienza e nei riti - non c’è ragione di modificare

brilli che antifascisti. Intanto a Venezia i fratelli Francesco e Pier Maria Pasinetti e il locale Guf fanno dal ’32 Il Ventuno 4, a scorno del più titolato Guf patavino; e lo scontro con Starace non giova a riguadagnar terreno5. La collezione ricostituita non presenta in effetti uscite nel 1934. Quando nel 1935 - di nuovo alla data canonica dell’8 Febbraio - il giornale si avvia veramente, ignora il precedente goliardico di due anni prima e si dichiara all’anno I, n.1. Direzione alla casa dello Studente, amministrazione alla casa del Fascio in Riviera Tito Livio, tipografia Stediv (quella del quotidiano cittadino Il Veneto).

ANNI TRENTA E QUARANTA

11

“Mastro Campanaro”. Da Giuseppe Griffei, segretario Guf al suo fianco e successore nella direzione vige austeramente non la persona, ma la funzione, specie, ma non solo in tempo di guerra. Per sapere che è cambiato il Segretario del Guf e automaticamente quindi anche il Direttore del Bò occorre cercare i caratteri piccoli del riferimento burocratico obbligato, in ultima pagina. Qui risulta anche, quando c’è - e c’è per più annate - il nome di chi svolge le funzioni effettive del redattore, che talvolta più pomposamente risulta redattorecapo: il più durevole e meglio capace di dare un’impronta è Esule - anzi, Esulino - Sella. Molto variabile - fra l’anno I, 1935, e l’anno X, 1944 - il numero delle pagine. Decisamente più costante il ritmo delle uscite: per anni si riesce effettivamente a rispettare la cadenza quindicinale, il secondo e il quarto sabato del mese. I loro successori - diciamolo pure - saranno lontani dal riuscirci. 24-25 numeri in un anno fanno giornale, creano una cerchia e un pubblico. Cerchiamo di vedere come. Il primo numero nulla fa per mimetizzare i presupposti rivoluzionari, i calchi ‘comunisti’ e le ansie antiborghesi della nuova pubblicazione, fin dal titolo - A fuoco - e dall’attacco del pezzo di “Mastro Campanaro”, federale e direttore. “Per coloro che sentono tormentosa la necessità di continuare implacabilmente la rivoluzione di ‘ottobre’ fino ai suoi più estremi obbiettivi siamo Pubblicità Manzoni - scelta in grande -, ma quella che poi concretamente si vede, abbastanza folta e continuata, sarà poi sempre quella di alcuni negozi cittadini, cartolerie e librerie in testa. Direttore Agostino Podestà - sbandiera la testata. Non lo farà per nessuno dei successivi segretari del Guf padovano, automaticamente anche direttori; ma Podestà è qualche cosa di più, il giovanissimo segretario non della gioventù universitaria, ma della Federazione fascista padovana, giunto da Pavia nel ’34, dove la sua direzione de Il Campanaccio ha sollevato malumori e cui allude a Padova firmando bravamente i suoi pezzi da contare anche noi. Il concetto di ‘rivoluzione permanente’ affermato dal Duce è stato motivo di grande entusiasmo e fonte di nuove tenaci volontà. Abbiamo definitivamente la certezza che tutti i sistemi di piccoli mondi, nello spirito o nella sostanza, freddi o borghesi, e ritenuti inviolabili dovranno diroccare per virtù del piccone fascista. Distruggere completamente la società borghese sorta dai ruderi della società feudale di cui risente difetti e conseguenze è una necessità (…)”6

ISTRUIRE IL POPOLO
M.F., da Il Bò, 16 maggio 1941

(…) La scuola elementare, con l’obbligo scolastico prolungato fino ai quattordici anni di età, cerca di rimediare a questo inconveniente; ma purtroppo rimane sempre qualche zona lontana, che sfugge al controllo del Comune, e, in pratica, se uno se ne vuole stare a casa a 9 anni, nessuno glielo impedisce. E se mai, i risultati di questo provvedimento si vedranno col tempo. Ma adesso? E poi, la scuola elementare non basta. Si tratta di modificare, sia pur lentamente, tutto l’ambiente; di tentare, direi quasi, una specie di seconda civilizzazione. Conferenze, diffusione di giornali, documentari cinematografici; e soprattutto cercare, in ogni modo, di migliorare le cognizioni sull’uso della lingua italiana. Per loro stessi, ma anche per il nostro prestigio all’estero. E non potrebbero, le fasciste universitarie, dare il loro modesto contributo per iniziare quest’opera di, chiamiamola pure così, redenzione? Non si potrebbe, con la collaborazione dei NUF e con l’opera di alcune universitarie volenterose, fare qualche cosa? (…)

N

ei numeri successivi la penna accalorata del direttore, restando sopra

le righe, prenderà vie politicamente meno eversive. “Per ora la guerra non si fa” - annuncia, dolente, ma vigile, con l’intervento, piazzato come al solito in prima pagina, nel n. 5 del 15 aprile. Sarà, fra breve,

a destra vedute della Casa dello studente Fusinato, già Principe di Piemonte. La Casa venne ultimata nel 1935. Fototeca dei Consorzi edilizi dell’Università di Padova

la guerra d’Etiopia. La ‘campana’ fa la voce grossa, si vede e si fa sentire, ma non esaurisce i toni e gli spa-

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

zi di questo giornale delle origini. Vediamo in pagina nomi allora e poi variamente risonanti: Rinaldo Pellegrini ragiona di Unità dell’Europa (n. 1); Pietro Ferraro di Logica della corporazione (n. 1) e di Masse, studenti e sindacati (n. 2, 23.2.1935); Ettore Luccini, che affronta il Sindacalismo di ieri e di oggi nel n. 2, traduce dal russo e scrive di Diritto privato russo nel n. 5, del 15.4.1935. Il n. 6 (1.5.1935) è dedicato ai Littoriali dell’arte e della cultura. Questi, assieme ai Prelittoriali che selezionano le rappresentanze locali, e assieme ai Littoriali dello sport, campeggeranno dall’inizio alla fine nelle pagine del giornale. Un’opera fra memoria, azione politica e ricostruzio-

ne documentaria, di uno degli ex-giovani dei Littoriali - Ruggero Zangrandi - leggerà nel dopoguerra Il lungo viaggio attraverso il fascismo7 come il costituirsi di una rete politica d’opposizione, fatta di primi della classe che si incontrano e affermano nei Guf, nei giornali dei Guf e ai Littoriali, e sempre più consapevolmente antifascista, pur nell’abile permanere delle ambivalenze, dei recitativi d’epoca e dei doppi giochi. L’enfatizzazione del protagonismo di Curiel rientra in questa finalizzazione politica della memoria. Con l’aggiunta che Curiel nel 1938 viene allontanato per ragioni razziali e il suo nome di reietto viene spietatamente ostentato in una metodica lista di docenti ebrei dell’Università di Padova da colpire e allontanare. Si sbaglierebbe tuttavia a immaginarsi un giornale spezzato in due, colto fino al ’38, rozzo ed incolto dopo il ’38, ovverosia, al limite - secondo vecchi postulati e coordinate interpretative - prima ‘antifascista’, poi ‘fascista’. Fra i pezzi di appoggio ai Littoriali di Roma ce n’è uno su Il convegno di critica letteraria8. Commissione formata da nomi noti: il vicesegretario del partito Arturo Marpicati, Valentino Piccoli, Goffredo Bellonci, Marcello Gallian (assente Massimo Bontempelli). Preme all’articolista salvare un qualche specifico alla letteratura, pur nel quadro delle solidarietà politiche indiscutibili. Intanto i concorrenti si misurano sugli scritti di Mussolini (fra i commissari che li giudicano c’è il curatore dell’edizione Hoepli degli Scritti e discorsi); e di Enrico Corradini, della Voce - si nominano Papini e Prezzolini -, di Marinetti e di Oriani. Sul ‘precursore’ - l’uomo della ‘Vigilia’ che fra poco darà il suo nome al Guf padovano, comparendo quindi nella testata del Bò - si esercita il futuro scrittore Giuseppe Mesirca. Con questo nome ci troviamo di fronte a uno dei dignitosi nomi di lungo corso - Giulio Alessi, Iginio De Luca, Ettore Luccini, Michelangelo Muraro, Lucio Grossato - destinati ad animare le riflessioni culturali nelle pagine interne del giornale: sub specie, appunto, letteraria e anche artistica. Nomi, anche nel dopoguerra, ben noti, della scena cittadina. E non relegabili in un limbo di letteratura e arti, anche perché le occasioni per mettersi alla prova e farsi conoscere passano comunque per gli appuntamenti e gli apparati culturali di regime. Solo nei numeri più coattivamente militari e guerreschi e maggiormente attraversati dai tempi, per es. il Bò rinuncia - anche per il restringimento degli spazi a disposizione - a interagire criticamente con la pittura e con la scultura a Padova; ma le recensioni, gli interventi, le immagini sono scanditi dalle periodiche mostre d’arte di iniziativa sindacale. In realtà, proprio uno dei giovani intellettuali più pensosi, Ettore Luccini9, non si dedica solo ad approfondire questioni filosofiche e a commentare gli scrittori russi10, ma sarà incaricato con Eugenio Curiel di seguire e riferire sistematicamente sulle tematiche del corporativismo. Corporativismo e libertà, già in questo 1935, riassume la relazione del filosofo Ugo Spirito in un convegno corporativo italofrancese. “Ha concluso osservando come rivoluzione francese e rivoluzione fascista siano due tappe dello stesso processo del pensiero moderno, e che attraverso ad esse devono passare tutti coloro che vedono nella libertà ‘il carattere costitutivo del pensiero’.” 11

NNI TRENTA E QUARANTA

SPINTARELLE AI GIOCHI DEL DUCE
Luciana Plastino da Littoriali femminili della Cultura, Il Bò, 15 aprile 1941

(…) E finalmente la classifica. Che porta delusioni per lo più o inattesi trionfi. A questo proposito è strano come in molti casi i giudizi dei commissari siano curiosamente diversi da quelli del pubblico che ascolta: certamente il pubblico (chiamiamo così per definire quelle poche persone che assistono alle prove) è meno competente di chi giudica. E poi il suo giudizio si ritiene non disinteressato e quindi non arriva ad aver vita. Però non sempre questo pubblico è ignorante o cieco o interessato e a volte resta stupito di aver preso delle cantonate così grandi: poveraccio, dopo tutto che cosa è lui? Quando ci sono quattro o cinque persone che ne sanno tanto di più e la cui sentenza è saggia e irriducibile? (…) Però… Ritorna insomma qui il vecchio tema delle raccomandazioni. Il regolamento è severissimo in proposito, minaccia pene, rigori, punizioni eccetera. Il cuore quindi si apre alla fiducia leggendo quanto è scritto su quel foglio ufficiale. Ma quando è venuto il momento buono di applicare ciò che è stato detto, ahimè si vede come le parole – anche se investite di autorità – siano poco consistenti. Liberarsi dunque d’ogni influenza bisognerebbe, di ogni posizione tradizionale, di ogni vanto di diritto poco convincente. Sarà possibile questo? Ogni anno tutti vengono via dai Littoriali dicendo le stesse cose – poi per mesi e mesi i giornali universitari protestano e fanno discussioni, proposte; si versano fiumi di inchiostro… E la volta dopo si è daccapo allo stesso punto. Abbiamo parlato sinceramente se anche in modo un po’ brusco: ma tra camerati e soprattutto tra studenti si può parlare chiaro. (…)

U

n bell’ombrello protettivo, come si vede, all’ombra del quale prospe-

reranno dopo la guerra i recuperi di un Bò tutto e sempre infiltrato e nicodemita.

ANNI TRENTA E QUARANTA

13


sopra aeropittura futurista: In tuffo sulla città (incuneandosi nell’abitato), Tullio Crali, 1939 in alto a destra Cavaliere di Mario Sironi, bozzetto tempera su carta

LA VITA STESSA DEGLI ITALIANI
Mario Sironi da Il Manifesto della pittura murale

Fino alle ambivalenze ci stiamo, e valgono anche per Ugo Spirito; a una lettura salvifica, tutta orientata in senso teleologico, no, vi ostano i testi. C’è la guerra d’Etiopia quando esce un numero straordinario per l’inaugurazione dell’anno accademico 1935-36 e si apre la seconda annata. È subito un giornale diverso, più brusco, più partitico e militaresco. Oggi cominciano le sanzioni: e chi se ne frega?
12

tica storia. Come anche per noi: con il discorso di Marchesi e poi con la medaglia d’oro all’Università antifascista ricominciava un’antica storia. Ognuno - e ogni ciclo storico - ha i suoi miti delle origini. Sotto una foto di gerarchi che montano la guardia in divisa alla Mostra della Rivoluzione fascista, segue l’elenco dei 50 goliardi volontari d’Africa, in ordine alfabetico, aperto dal segretario del Guf Bepi Griffei. Fra i nomi, Gustavo Piva, che sarà un segretario successivo, nell’ora delle leggi razziste. Festosa e goliardica la foto di gruppo in Cortile antico, con caschi levati alti sulla canna dei fucili. Un numero che accumula ed esibisce le marche identitarie dello studente padovano: 1848, interventismo, squadrismo, volontarismo universitario come dimensione dell’anima, prima che della politica. Questo numero zero del 18 novembre offre anche due crona-

Cambiano i caratteri della testata,

campeggiano stentoree in prima pagina le frasi di Mussolini, viene anche riportato il suo discorso di 12 anni prima, gloria dei luoghi, cavallo di battaglia dei momenti epici, più volte riesumato: Il Duce agli studenti di Padova il 1 Giugno 1923. E d’altra parte, Mussolini allora governava da pochi mesi ed era già a Padova. Un privilegio di cui il ‘noi’ universitario patavino non può non far capitale. Lì ricomincia un’an-

Nello Stato Fascista l’arte viene ad avere una funzione educatrice. Essa deve produrre l’ètica del nostro tempo. Deve dare unità di stile e grandezza di linee al vivere comune. L’arte così tornerà a essere quello che fu nei suoi periodi più alti e in seno alle più alte civiltà: un perfetto strumento di governo spirituale. La concezione individuale dell’“arte per l’arte” è superata. Deriva di qui una profonda incompatibilità tra i fini che l’Arte Fascista si propone, e tutte quelle forme d’arte che nascono dall’arbitrio, dalla singolarizzazione, dall’estetica particolare di un gruppo, di un cenacolo, di un’accademia. (...) La pittura murale è pittura sociale per eccellenza. Essa opera sull’immaginazione popolare più direttamente di qualunque altra forma di pittura, e più direttamente ispira le arti minori. L’attuale rifiorire della pittura murale, e soprattutto dell’affresco, facilita l’impostazione del problema dell’Arte Fascista. Infatti: sia la pratica destinazione della pittura murale (edifici pubblici, luoghi comunque che hanno una civica funzione), siano le leggi che la governano, sia il prevalere in essa dell’elemento stilistico su quello emozionale, sia la sua intima associazione con l’architettura, vietano all’artista di cedere all’improvvisazione e ai facili virtuosismi. (...) Per essere consono allo spirito della Rivoluzione, lo stile della Pittura Fascista dovrà essere antico e a un tempo novissimo: dovrà risolutamente respingere la tendenza tuttora predominante di un’arte piccinamente abitudinaria, che poggia sopra un preteso e fondamentalmente falso “buon senso”, e che rispecchia una mentalità né “moderna” né “tradizionale”; dovrà combattere quegli pseudo “ritorni”, che sono estetismo dozzinale e un palese oltraggio al vero sentimento di tradizione. A ogni singolo artista poi, s’impone un problema di ordine morale ...

Il “Manifesto” fu pubblicato su La Colonna nel dicembre del 1933 e firmato anche da Campigli, Carrà e Funi.

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

che briose, della partenza e poi da Tivoli, dove convengono i volontari. Aria da vacanze maschili.
13

I numeri che seguono,

A

nche se la linea ora è un’altra, ostentatamente operativa, e non c’è spa-

duto legislatore. In pratica non bisogna interessarsi di ciò.”

zio per gli indugi della cultura, si coglie un avviso controcorrente: “Quanto prima uscirà l’annunciata antologia di liriche dei goliardi padovani” .
15

del 1935-36, sono di un solo foglio, tutti molto scritti, meno belli da vedere dei precedenti. E anche più burocratici. Il fondo del secondo n. 9 (15 luglio 1936) ,
14

C

he cosa dunque conta davvero? Una “collaborazione tra bianco e nero”

intesa come “il bianco che comanda e pensa, il nero che ubbidisce ed esegue”. E questo è parlar chiaro. Non ho trovato articoli che smentiscano questo brusco decalogo coloniale. L’anno III del quindicinale del Guf Alfredo Oriani inizia questa volta non con l’ 8 Febbraio, ma con l’altra canonica data d’inizio, l’inaugurazione dell’anno accademico - il 715° - che complica e triplica col normale primo gennaio e con il 28 Ottobre dell’Era fascista il calendario di uscita del Bò. Nel primo numero (14.11.1936), Programmi, di B.A., rilancia il corporativismo e la rubrica apposita come nucleo centrale; altri servizi accompagnano cordialmente il lavorio preparatorio del Rettore Carlo Anti18 (presenza discreta e autorevole nel finanziamento, nella scelta del redattore di turno e nelle linee di comportamento del segretario-direttore: non si vede, ma c’è19); lanciano un po’ velleitariamente il tema Per una nuova cultura: di massa20; ma soprattutto propongono un puntiglioso articolo di Lucio Grossato21 in veste di critico d’arte. La Sindacale di Arte a Padova gli suggerisce infatti un intervento franco e ‘cattivo’. Grossato non salva nessuno, né il pubblico padovano - che non esiste -, né le commissioni - che non sanno o non vogliono scegliere -, né gli artisti, chiusi

Finita la guerra d’Etiopia il pacchetto redazionale si rinforza: accanto a Michele Vincieri compare come viceredattore Esulino Sella – uno dei frequentatori dell’Istituto di Filosofia del Diritto, diretto dal prof. Ravà, accanto a Enrico Opocher, Norberto Bobbio, Luccini e altri, e una firma più presente e durevole; ci sono accanto a loro ben tre addetti alla redazione, e non ci saranno in altri periodi: Giulio Alessi, poi poeta e professore , Iginio De
16

Goliardia guerriera, accompagna foto cittadine di reduci, compresa quella del morto che ci è gloriosamente ‘scappato’ – Presente! – e conclude con lo stile intanto invalso in questo Bò atteggiato a pose più gladiatorie e officiose: “Poiché questa è la goliardia d’Italia: la goliardia di Mussolini: gioventù rivoluzionaria plasmata nel crogiuolo del dolore e del sacrificio.”

D

i una retorica raggelata anche Adunata, l’editoriale firmato “Vir” nel

Luca (il futuro editore e storico del Nievo campagnolo), Ugo Mursia (nel dopoguerra fondatore dell’omonima casa editrice)17. In un altro numero speciale, in data 28 luglio, si legge - non firmato - un pezzo illuminante su come devono relazionarsi Il bianco e il nero in territorio coloniale, ora che l’Italia ha il suo Impero. È un “problema vitale” - dice subito l’ignoto estensore. Si potrebbe fare della filosofia, ma parliamo di fatti. “La cosa è presto detta. Bisogna comportarsi come se l’uomo bianco fosse un dio. Non interessa affatto, dal punto di vista pratico dei rapporti quotidiani con i neri, che uno creda nell’uguaglianza potenziale di tutti gli uomini, non interessa affatto che il negro tale abbia scritto delle poesie, e che il negro Caio, deputato dello Stato x, si sia rivelato un ottimo e avve-

numero speciale per la vittoria, 31 maggio 1936: “La giovinezza dei popoli - del nostro, fascista e romano - imporrà la sua vita di pace e di giustizia alle senilità superate di oltre confine. Per questa vita, noi, gioventù goliardica, offriamo noi stessi.”

ANNI TRENTA E QUARANTA

15

nella pagina a sinistra copertina de La difesa della razza del marzo 1939 e articoli del Bò della fine del 1938 sotto sequenze della visita del Duce all’Istituto di Chimica Farmaceutica il 24 settembre 1938. Fototeca dei Consorzi edilizi dell’Università di Padova

in una dimensione autoreferenziale, e per giunta a volte decisamente mediocri. Si fanno nomi e, in una città e un ambiente non grandi, dove ‘tutti si conoscono’, non doveva esser facile affermare questo diritto-dovere alla critica. “(…) Anzitutto di lamentare la solita mancanza di coraggio della commissione giudicatrice, che per amore del quieto vivere s’è abbassata ad accettare opere come l’‘Autoritratto’ di un Pisani, le pitture d’un Brunello o di un Bacchetti. Finché per il timore di scandali e di conseguenze non si avrà il coraggio di scartare simili manifatture, le rassegne d’Arte resteranno sempre un vile compromesso ai danni dello spirito e dell’educazione del pubblico.”

ni formali o tecniche. La sua sofferenza è per la vita e per gli uomini che sono affaticati dal male e dal dolore.”22

I

È

in particolare deluso da Lazzaro, non gli interessa Morato, salva Pendini, si duole che non sia in mostra Amleto Sartori - l’unico scultore valido -, gli piacciono Fasan, Episcopi, Ferro. Non nomina Tono Zancanaro, che costituisce comunque una presenza tutt’altro che occasionale nel Bò, che ne segue e apprezza l’opera e si serve più volte dei suoi disegni per movimentare la pagina. Nel n. 9, del 13.3.1937, Marino Marioli - un altro dei critici d’arte del Bò, recensendo La mostra dei Prelittoriali, se ne dirà “un poco tradito” poiché, “nonostante certe pennellate piene di luce, noi non sentiamo l’autore dei ‘bianco e nero’ già ammirati.” Marioli non ha torto, come sarà impegnativo e fine il giudizio su Tono del ‘tolstoiano’ Ettore Luccini nel quarto numero del 1938: “Tono Zancanaro, oggi, quando come mai l’arte italiana appare imprigionata in un formalismo vuoto di valori spirituali e schiavo dell’artificio, offre a chi vuole intenderlo un’arte che è l’espressione vigorosa di una visione della vita sicura e profonda. La sofferenza che si legge nelle opere di Tono Zancanaro non è quella che tormenta la maggior parte degli artisti moderni e si rivolge tutta alla ricerca di nuove espressio-

l secondo numero dell’anno III (28.11.1936) impagina una delle rare firme femminili, ma il compito precipuo di Clara Foggi sembra quello di asseverare prese di posizione molto tradizionaliste, sulla donna del tempo fascista. Ce ne saranno altri, della stessa autrice o di poche altre, ma occorrerà arrivare a un pezzo di Anna Negri, una nuova firma dell’ora estrema (è il numero del 1943 a cavallo del 25 luglio) per vedere affermato recisamente che Troppe universitarie sono stupide. Lo riconosce come un luogo comune, purtroppo fondato. In troppe, infatti, a mezzo ormai del ’43, continuano a non sentire la guerra. “Mi sento un po’ offesa da quello che ho scritto. Ma vorrei che tutte le ragazze si sentissero offese. Poiché dalle migliori io non vorrei altro. Dalle peggiori voglio solo che stiano zitte”23

guerra mondiale - il Bò invita a collaborare e a discutere. Proporre e mandare i pezzi non meno di otto giorni prima dell’uscita di un numero - avverte. E gli interlocutori non sono solo gli studenti o neo-laureati padovani (si può appartenere al Guf sino ai 28 anni, sono itinerari giovanili abbastanza lunghi), ma tutto un indotto interuniversitario e nazionale di relazioni fra membri dei diversi Guf, giornali dei Guf e partecipanti ai Littoriali. “Il Bò non vuole in nessun modo riuscire giornale ‘di gruppo’, ma palestra vivace di idee, programmi e discussioni, aperta a tutti (…)”.

È

S

ono corso avanti nel tempo. Sei anni ci dividono ancora da quel drammatico finale, del fascismo e del Bò fascista. Con il dibattito a più voci sul corporativismo - un colpo ‘a sinistra’; con l’acquiescenza, anche cruda e qualche volta urlata, alle leggi razziste - un colpo ‘a destra’; e con il giornale cupo e dogmatico ’sdraiato’ sui reiterati atti di fede nella guerra, nel fascismo e poi - sempre più - venuta meno la fiducia negli altri gerarchi, nel Duce, e solo in Lui. Lo spazio ci obbligherà più che mai alla sintesi, sempre meno consentendoci di sostenere la lettura con tutte le citazioni che si potrebbero fare. Fra una guerra e l’altra - tenendo conto che la guerra di Spagna è presente, in chiave di fascismo ‘universale’ e di antibolscevismo24, ma non così assorbente e primaria come la guerra d’Etiopia e la

uno stelloncino - fors’anche precauzionale - premesso a Critica e Pubblico, un intervento di Marco Valsecchi, del Guf di Milano25 (interverrà altre volte) contro uno precedente di Ferdinando De Marzi. Nomi, anche stavolta, di personaggi in formazione poi divenuti noti: critici, scrittori, giornalisti, politici. Da questo punto di vista - spaccato di una classe dirigente in itinere - questi laboratori della gioventù fascista fanno la loro miglior figura. Basta risolversi ad ammettere che presumibilmente, senza la guerra perduta, quelle energie non si sarebbero evolute e disperse in altra direzione. E - a parte lo stacco risolutore del ’43-45 - che non è detto che a ogni stormir di fronda su questioni d’arte o anche di sindacalismo si possa e debba ipotizzare un sottinteso antifascismo. Dobbiamo semplicemente allargare il nostro concetto di ciò che fosse lecito pensare e scrivere, almeno a loro, ai giovani universitari degli anni Trenta, continuando a largheggiare in dichiarazioni e autorappresentazioni fasciste e a lavorare nella elaborazione di un senso comune fascista e di una storia nazionale ormai, irrevocabilmente, fascista. Non solo quando partono per la guerra e la giustificano ed esaltano; o quando, rispetto alle leggi raz-

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

ziste, le uniche argomentazioni che suggeriscono sono apologetiche, preoccupate in particolare di far quadrare fascismo, legislazione sulla razza e cattolicesimo, sfruttando magari parole imbarazzanti dei reverendi padri gesuiti. Anche quando ragionano di ‘Problemi nostri’ .Giornalismo universitario, come fa Gilberto Loverso, ma sono in molti a farlo e in diversi numeri.26 O quando si apre una abbastanza animosa e polemica rubrica sulla stampa, nazionale, e non solo giovanile, tirando qualche colpo anche a Regime fascista, il giornale di Farinacci. Avviene quando ES (che sarà Esulino Sella) nell’ultimo numero del ’36 rilancia la parola d’ordine andare Verso il popolo. “Riprendendo un’idea altra volta sostenuta sul Bò, proponiamo che tutti i sabati, il dopopranzo o in serata o nella mattinata delle domeniche, degli universitari regolarmente si rechino nei paesi della provincia per tenere delle conferenze-conversazioni al popolo delle organizzazioni fasciste, giovanili, sindacali, combattentistiche.”27 l’approfondimento di temi di carattere strategico particolarmente insidiosi ed esposti: “Corporativismo - Questioni professionali riguardanti la sezione laureati - Assistenza”. Gli articoli in materia danno luogo a una rubrica stabile, sempre avendo cura di impaginarci sopra, a presidio e legittimazione, quell’ordine ricevuto dall’alto, sembra volentieri. I nomi di chi vi
in alto colonia di figli della lupa a Igea marina, 1931 a sinistra immagini di economia domestica da La donna nel regime fascista, Marsilio

NNI TRENTA E QUARANTA

derazione dei Lavoratori dell’Industria. Con questo articolo cominciano ad illustrare i problemi e le prospettive dell’attività Confederale.”29

G

A

Cremona si devono risentire e c’è un corsivo corrucciato di Regime fascista

(10.1.XV) a cui il redattore del Bò controreplica con allegra ferocia titolando Sì, ma…però…, alludendo senza infingimenti all’ottusità di Farinacci, alla sua ristretta e ritardata idea di gioventù e al fatto che gli ordini, comunque, li prenderanno dal segretario del Partito e non da lui.
28

scrive sono diversi - Bruno Alfonsi, Bombassei, Francesco Mafera - ma sin dal febbraio 1938 hanno particolare risalto Eugenio Curiel e Ettore Luccini. Proprio questi due futuri comunisti, infatti, ricevono un incarico speciale: “I nostri collaboratori, Eugenio Curiel ed Ettore Luccini, sono stati invitati a Roma dalla Confe-

Ecco infatti confermate le entrature del Bò e la reciproca fiducia dal Foglio di disposizioni, n. 708 del Segretario del P.N.F. che, in data 28 gennaio XV, nel distribuire i compiti alla stampa universitaria, assegna proprio al quindicinale del Guf padovano

razie a questa investitura ufficiale, E. L. - Luccini - potrà nella rubrica “Corporativismo” scrivere di Educazione operaia e mentalità borghese 30, fra l’altro nello stesso numero già citato in cui lodava il Tono Zancanaro più pensoso e più grave, a dimostrazione quindi che non c’è divaricazione fra riflessione politica e sensibilità culturale; e E. C. - Curiel - di L’organizzazione del lavoro e il contributo della classe operaia.31 Oltre che per una apertura su temi rilevanti dell’assetto aziendale, è anche l’occasione per far circolare un lessico non così consueto: “lavoratore”, “controllo dei sistemi di retribuzione”, “controllo del sistema di produzione”, “giustizia sociale”. Qualcuno ha ritenuto di potervi vedere preannunci di antifascismo e persino riaffioramenti di marxismo; ma tutto il contesto d’epoca e il contesto dello stesso giornale che ospita questi pezzi coraggiosi possono tranquillamente essere letti

DEDIZIONE COMPLETA, TOTALITARIA
da Il Gazzettino, 2 ottobre 1935

Il discorso del Duce chiude un ciclo di vicende e inizia un periodo di storia. Venti milioni di Italiani erano nelle strade, spiritualmente entro i confini della grande piazza che all’ombra del Campidoglio prende il nome augurale di Venezia: ma tutta un’altra immensa falange, aggruppata intorno a radio solitarie, nelle montagne e nelle valli, chiusa nelle corsie e nei chioschi, costretta alla febbre delle officine che non ammettono pausa di ritmo, ha ascoltato il discorso del capo. La nazione intera, dal Brennero ai confini della Somalia, ha meditato la parola che ancora una volta ha stritolato i falsi pietismi e fissato, nei corni del dilemma dal quale non si sfugge, la responsabilità. La cronaca non dirà mai abbastanza efficacemente quale risposta abbia dato il popolo alla parola del capo. Dedizione completa, Totalitaria, una Nazione intera disposta a donare al capo, per le fortune della patria, la vita e i beni. Serenamente!

ANNI TRENTA E QUARANTA

17

in basso L’unico nostro maestro, illustrazione da Il Bò dell’8 febbraio 1935

come capaci di aprirsi a una dialettica di posizioni meno ristretta e sclerotizzata. Poi, s’intende, sono gli equilibri esterni che mutano a trascinare nella rovina o viceversa a esaltare le varie potenzialità in sospensione. Saluto al Führer, apertura di prima pagina con testa di bronzo dello stesso, segnalano il 23 aprile ’38 le nuove alleanze . Ne32

guerra mondiale, le ‘infiltrazioni’ effettive siano quelle di ‘veline’ ricevute dall’alto. In una certa misura, questo fare da cassa di risonanza di decisioni di vertice e anche di testi prelevati dichiaratamente da La Difesa della razza , da Regime fascista ,
33 34

hanno ad insegnare a noi”). A pagina 3, la rubrica “La campana del Bo” - da adesso dedicata a questi bassi servizi - è già in grado di elencare, a tutta pagina, facoltà per facoltà, tutti i professori, gli incaricati, gli assistenti ebrei dell’Università di Padova36. Nella stessa pagina, Il Bò - firma non molto usata, e perciò impegnativa e solenne - zittisce i ‘se’ e i ‘ma’ che anche a Padova non mancano: “No! Egregi signori!” - “Questo è un problema di fede” e di “fede cieca”37. D’ora innanzi gli atti di fede del Bò diverranno uno stile, sempre più frequenti, dichiarati e - appunto consapevolmente e gloriosamente mistici e ciechi: in tema di razzismo, di alleanza con la Germania e poi di andamento della guerra, e di Rsi. Intanto va segnalata un’altra punta nella campagna razzista del Guf e del suo giornale: un neretto nel n. 13 (24 settembre) plaude all’arrivo finalmente di un “fascista ariano” alla direzione del quotidiano cittadino, Il Veneto: Franco

da Il Tevere è anche la formula del Bò razzista. Quanto vi aggiunge di suo, ‘padovanizzando’ e rendendo puntigliosamente nominativa la persecuzione degli Ebrei di casa, è però quanto basta a fare di queste pagine le più squallide e incondonabili35. Il primo squillo sinistro si leva precocemente nel n. 11, del 20 agosto: un numero schieratissimo, cattivo, esente da riserve. In prima pagina, le decisioni politiche di vertice; l’annuncio riquadrato in neretto che “Gli ebrei stranieri non sono ammessi nelle scuole italiane”; Cattolicesimo e razzismo, con la chiamata a complice del “dotto padre Brucculieri di Civiltà cattolica in Avvenire d’Italia e sull’Avvenire di Roma” (“in fatto di razzismo i gesuiti

gligente superiorità rispetto alla vecchia Francia ed espresso antagonismo verso l’Inghilterra rapace scorridrice del Mare nostrum erano già gli orizzonti usuali del nazionalismo fascista. In una dogmatica dei precedenti storici che esalta lo scatto volontarista dell’interventismo, si arriverà persino a deplorare l’uscita dalla Triplice Alleanza. Retorica dei popoli giovani, rottura degli iniqui patti di Versailles, nuovo ordine europeo: c’è tutto, anche se il linguaggio burocratico e il diradarsi delle firme lasciano aperto il dubbio che, a mano a mano che ci si avvicina e poi si entra nella

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

Ci Siamo Ritrovati
Mario Boronella da Il Bò, 1 aprile 1943

NNI TRENTA E QUARANTA

Z. è un romagnolo che ha sempre parlato poco. Nei momenti più duri borbottava qualcosa che nessuno riuscì mai a decifrare. Fosse il dialetto, fosse il suo parlare, il fatto è che nessuno sa ancora se Z., quando c’era l’inferno intorno, borbottasse un’imprecazione o si raccomandasse l’anima al Santo del paese. Anche ora che c’incontriamo si limita a sorridere. “Com’è andata?” Porta una mano dietro la spalla e l’altra sotto il cuore: “È andata bene”. Gli è andata bene, a Z. porta-arma tiratore, che si vide portare addosso un australiano mentre si affrettava a disinceppare l’arma e si sentì trapassare dalla baionetta, dalla scapola alle costole. Un compagno mirò giusto con una bomba a mano alla testa dell’australiano, che partì sull’istante. Ma intanto Z. era rimasto a terra, con la baionetta infilzata e attaccato alla baionetta, il fucile, in equilibrio. Si doveva staccare quel brutto trofeo. Allora

si assistette a qualcosa di strano e di impressionante. Z. dirigeva le operazioni: “stacca piano, non così, tira!”. L’altro non se la sentiva a tirare quel fucile e quella baionetta, ad estrarre da un corpo umano palpitante e sanguinante quel lungo e orribile ferro. “Tira per Dio!” gridò ancora Z. E l’altro chiuse gli occhi e diede finalmente lo strattone. Lo portarono via, ed era già dato per spacciato. Non se ne seppe più nulla e in verità nessuno si preoccupò di saper qualcosa di Z. Tanto, doveva essere già di là. Invece eccolo ancora di qua, il nostro Z., porta-arma tiratore. Ha rimesso la divisa ed il brutto che ha passato non è più che un ricordo. Forse quando sarà vecchio e se sarà più loquace, i nipoti riuscirannno a farsi raccontare la storia dell’arma che si inceppa e dell’australiano che lo infilza e poi salta, però, con una bomba a mano in testa.

Le rughe intorno agli occhi
I. è un lucano molto giovane, ma con molta guerra combattuta. E’ biondo, ben piantato, si vede che è un ragazzo forte. Però ha intorno agli occhi tante piccole rughe. Lo sguardo è chiaro, quasi fanciullesco; ha una faccia rosea da adolescente, è sempre il primo

a mettersi in fila per il rancio. Lavora, non si stanca e non si lagna mai. E’ insomma, malgrado il suo servizio non breve, il soldato che rimane sempre una recluta nel fisico e nello spirito. Ma, dicevamo, attorno agli occhi ha tante piccole rughe. Osservate il soldato che ha combattuto e sofferto. Gli vedrete quella lieve ragnatela intorno agli occhi, quella lieve increspatura della pelle. Vuol dire che ha visto tante cose, che ha tenuto più aperti che chiusi gli occhi. I. ha tenuto gli occhi aperti fra le nevi della Grecia e le sabbie dell’Africa. Ferito una prima volta da bersagliere, ferito una seconda volta da ardito, ora parla della sorte che l’attende se per la terza volta si presenterà in combattimento. Ma lo fa senza posa, senza tinte forti. Faceva il contadino prima di essere chiamato alle armi e si è mantenuto semplice e sincero. Un giorno gli dissero: “Va’ a vedere che cosa fa quel carro armato”. Ci andò e ritornò con due prigionieri. Come se gli avessero detto, quando lavorava la terra: “Va’ a vedere che cosa c’è in quella cascina”. E lui fosse andato a vedere e fosse ritornato con un paio di pecore che si erano sperdute.

Mantovani, “vecchio camerata del Guf” e un anno prima direttore responsabile dello stesso Bò.38 Nel n. 14 (1.10.1938) ci si prende beffe di Uno di quegli ariani che stanno dietro le persiane: il solito ‘pietismo!’. Nel n. 16 (15 novembre) Sport giudaico suggerisce di fare come a Trieste, dove le associazioni sportive hanno provveduto a cacciare i loro Giudei dalle liste degli iscritti. E a Padova, che si aspetta? Si devono ancora vedere - al Tennis, alla Canottieri, al maneggio - non solo Giudei che si divertono, ma addirittura inservienti ariani al servizio di Giudei? Naturalmente queste polemiche hanno l’effetto boomerang di neanche fingere una unanimità di consensi attorno ai provvedimenti. Duce a noi! (n. 13), Dal Suo genio sta nascendo la nuova Europa (n. 14): dalla venuta di Mussolini a Padova, con il famoso discorso in Prato della Valle, si moltiplicano i titoli e le prime pagine ispirate a un vero e proprio ‘ducismo’, che di lì a poco procederà in strettissima simbiosi con quello che si potrebbe chiamare ‘guerrismo’. Guerra come valore in sé, espressione di Potenza

e di giovinezza, in cui dimensione esistenziale e politica, pubblico e privato, interferiscono e si saldano. Posto questo e, a monte, la “fede”, che per giunta ha da essere “cieca”, si capisce che non si dia luogo a indugi ragionativi. Molto più confacenti titoli come questi, che si succedono già dai primi del ’39: Guerra aspirazione dei giovani39; Evviva la guerra!, prima pagina del numero dell’entrata in guerra, corredata di monumento al Gattamelata, fondo dal titolo Vincere!; e titoli in stile quali Guerra rivoluzionaria, Italia guerriera in piedi!, Grazie 40; Duce, noi ti salutiamo!, editoriale del n. 22 bis (16.10.1940), accompagnato da un cubitale Duce!Duce!Duce! e L’eroe Mussolini; La gioventù della nuova Europa/ esalta nel Duce il fascismo rinnovatore/in una memorabile giornata di fede e di entusiasmo guerriero, a firma una volta tanto del segretario-direttore41, in occasione di un’altra visita a Padova di Mussolini Princeps juventutis, come la denomina la didascalia della foto -, il 10 ottobre XVIII.

Miracolo che, in tanta ostentazione ducista, ci si ricordi una volta che l’Italia si regge ancora a monarchia, in un titolo augurale del n. 18, 1.8.1940, Saluto al Re Vittorioso. Superstiti, e in questo contesto un po’ lunari raccontini42 e saggi eruditi - magari sulle poesie di un Frescobaldi o un centenario del Tasso - si intravedono a tratti nel magma convulso di quest’epica dell’immediato. C’è persino la proiezione in una memoria, che la guerra rende come remota e in realtà è di soli due o tre anni prima, Storia nostra, che indugia con malinconia carezzevole a ricordare come erano nati il gruppo e il libro de I poeti del Bò. Sembra Gozzano, ma è uno di loro, Bortolo Pento43. In una vetrina dei giovani così vistosamente intenta a recitare la parte del combattentismo, inutile attendersi messe in discussione. La fede non discute e, men che meno, si discute la fede. Quindi, la

ANNI TRENTA E QUARANTA

19

sotto Gino Boccasile, manifesti di propaganda della Repubblica Sociale Italiana. Istituto Veneto per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea nella pagina a sinistra la parola d’ordine lanciata in prima pagina del Bò del 25 dicembre del 1941 in basso immagini della campagna di Russia 1942-1943: da sinistra, batteria in marcia verso le nuove linee nel dicembre ’42; il comandante del Conegliano, tenente colonello Rossotto; i corpi abbandonati durante la ritirata

guerra sui vari fronti può andare come vuole: Il Bò o la vede comunque andar bene, o la rimuove e la tace, oppure prende la strada orgogliosa e minoritaria del Pochi ma buoni, che caratterizzerà la compiaciuta autoselezione elitista del ’43 e del ’44. Come atteggiamento mentale, ciò che resta visibile del gruppo del Bò disperso dalle circostanze di una incipiente diaspora appare già idealmente incline al clima della Repubblica Sociale. Una serie di categorie metapolitiche - i disfattisti, gli imboscati della storia, i vili, gli opportunisti, gli attendisti - sono predisposte a rientrare in azione quando l’andamento della guerra fa slittare all’indietro i rapporti di forza politici; e - sulle ceneri del regime maggioritario e del gregariato di massa - si reinnescano i meccanismi minoritari delle origini volontariste, interventiste e squadriste. Come si farà l’epurazione? - si domanda minaccioso il nuovo capo-redattore Enzo Pezzato appena un anno prima della resa . Ancora
44

un’estrema posa gladiatoria nell’articolo non firmato - Popoli vinti. Il riferimento in atto è ai Francesi, ma quel destino incombe ormai su altri. Una scrittura dura, virilista, spietata - potremmo spingerci a dirla anti-cristiana - in cui i “forti” si corrono incontro e si misurano fra loro passando sul corpo del vinto, “ignorandolo, senza degnarlo di un calcio di avvertimento.”45 Avvolti dai fumi di una filosofia idealista sempre meno in contatto con i dati empirici, ci si autoconvince che la volontà politica - la volontà di vincere - sia destinata come sempre a prevalere sull’inerzia dei meri fatti: “la guerra non è mai decisa da una superiorità di forze materiali e meccaniche”(…) “la vittoria è decisa dal fattore ideale e spirituale di un popolo, come nel ’18 in Italia e oggi nel caso della Germania e del Giappone.”

nario Ottavio Dinale - ‘Farinata’, che sarà uno dei sodali del Duce nel crepuscolo del Garda. Si usa come precedente la prima guerra mondiale: i capi dell’Intervento si erano dispersi nelle trincee, combattevano, e la guerra ristagnava; torna a fare la guida politica Mussolini e la riprende in pugno46. Il penultimo numero prima della caduta di Mussolini - reca la data del 16 giugno - ci offre ancora tre spie a cui fatico a rinunciare: Guido Pallotta uomo ed eroe, dove l’ex-segretario del Guf ed ex-direttore Clemente D. Mian - firmando di persona, forse proprio perché non più figura istituzionale - parla con trepida ammirazione dell’esponente della Scuola di Mistica fascista, definendolo il Filippo Corridoni della generazione attuale; O con noi o contro di noi, si ritiri la tessera a chi in pubblico non porta bene in evidenza il distintivo, sono finiti i tempi dell’opportunismo tesserato; Cari ragazzi, una malinconica visita al Liceo “Tito Livio” da parte di uno zoppicante reduce di Russia (tema, il crollo e la ritirata dal fronte orien-

nel penultimo numero del 1942 si azzarda

Q

uesta volta Il Bò fa da sponda a un articolo di Edgardo Sulis su Augu-

stea, la rivista dell’ex-sindacalista rivoluzio-

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

Mussolini e il discorso di Padova
Benito Mussolini 24 settembre 1938
Camerati! A Gorizia io dissi che, pur essendovi una schiarita all’orizzonte, ogni ottimismo per quanto concerne la situazione europea doveva essere considerato prematuro. A Treviso annunciai che il Primo Ministro britannico stava pilotando la navicella della pace verso il porto, ma non dissi che vi sarebbe arrivato. Oggi aggiungo che la situazione ha gli aspetti di questa giornata: stamattina era molto grigia, fra poco potrebbe spuntare il sole. Pareva che con l’accettazione da parte di Praga del piano cosiddetto franco-inglese di Londra, si potesse considerare avviata la situazione all’epilogo. Ma è accaduto quello che accade sovente nei regimi cosiddetti democratici. Il Governo che, avendo accettato quel piano aveva l’obbligo morale di restare in carica per farlo applicare, si è viceversa dimesso; il suo posto è stato occupato da un generale che tutti dichiarano molto, troppo amico di Mosca. Il primo atto di questo nuovo Governo è stata la proclamazione della mobilitazione generale.

NNI TRENTA E QUARANTA

Davanti a questo fatto che si aggiunge al regime di terrore che i Cechi hanno instaurato nei territori dei Sudeti, la Germania ha dato una prova suprema di moderazione; ha mandato le proprie richieste a Praga ed ha dato tempo sino al primo ottobre per avere risposta. Ci sono, dunque, esattamente sei giorni di tempo perché i governanti di Praga ritrovino la via della saggezza. Perché sarebbe veramente assurdo, e aggiungo criminale, che milioni di europei dovessero scagliarsi gli uni contro gli altri semplicemente per mantenere la signoria del signor Benes su otto razze diverse. Ma sarebbe grave, gravissimo errore dare una falsa interpretazione a questo atteggiamento longanime della Germania. Gli è che in regime di democrazia domina l’irresponsabilità, perché ognuno pensa di scaricare la responsabilità sul partito opposto, sul suo vicino. Nei regimi così detti totalitari questo slittamento di responsabilità è impossibile. Il problema, ora che è posto innanzi alla coscienza dei popoli, deve essere risolto in maniera integrale e definitiva. C’è il tempo per questa soluzione, e se un conflitto dovesse comunque scoppiare c’è la possibilità di localizzarlo. Ma accade in questi giorni che partiti e tendenze più o meno imperanti nei paesi dell’Occidente, ritengono che questo sia il momento opportuno per fare i conti con gli Stati totali-

tari. In questo caso questi partiti e tendenze non si troveranno di fronte a due Paesi, ma a due Paesi che formeranno un blocco solo. Se in Italia ci fossero aliquote di quelli che io chiamo gli uomini che stanno perennemente dietro alla persiana, quelli che io chiamo moralmente i borghesi, dichiaro che saranno immediatamente messi fuori di combattimento. Da questa Padova che vide venti anni or sono, quasi in questi giorni, conchiudersi quello che era stato un urto secolare e fatale di due popoli e di due concezioni; da questa Padova che, attraverso il suo glorioso Ateneo, fu per secoli il propugnacolo del più ardente patriottismo; da questa Padova che vive nel clima dell’Impero, e che io considero una delle più dinamiche città d’Italia; da questa Padova che mi ha oggi presentato le forze del Regime, in uno schieramento che io posso chiamare senza retorica semplicemente formidabile, io non sento il bisogno di mortificare il popolo italiano raccomandandogli di mantenere, anche nei prossimi giorni, l’imperturbabile calma di cui ha dato prova sin qui: io so che ognuno di voi, e tutti voi, siete pronti a qualsiasi evento (La folla prorompe in una altissima, prolungata ovazione). Questa vostra risposta, questo vostro oceanico grido, è stato in questo momento udito dal mondo. E con voi ha risposto l’intero popolo italiano.

tale, qui come altrove largamente rimosso): il giovane tenente non avrà molti più anni dei suoi ascoltatori e magari è lui pure un frutto di quello stesso Istituto, ma quello che si manifesta è un baratro di incomunicabilità, che il giornale non sa leggere se non attraverso l’amara accusa a quei viziati ragazzi bene “coltivati fra carte e libri male assimilati, gonfi di liberopensierismo.”47 In questi smarrimenti, esplode il 25 luglio. Il n. 32 esce con una doppia data, proprio a cavallo della giornata fatidica, 16 luglio1 agosto 1943: è l’ultimo Bò che in testata faccia riferimento al Guf e a quel nome di

‘spirito della vigilia’ e di ‘precursore’, Alfredo Oriani, che intendeva immettere il fascismo in un processo rigenerativo di lungo periodo, la rivolta nazionale, per dirla con uno dei titoli-parole d’ordine dei romanzi politici dell’intellettuale romagnolo. La prima replica è Durare - titolo di un’apertura che prosegue poi nel sommario - per salvare quella nuova civiltà per cui i popoli d’Italia operano, combattono e soffrono da più di tremila anni, in posizione di spalla, la prima impagina Luigi Villani, Gli Eroi del Risorgimento e al centro Etica del lavoro, di Enrico Negri, una delle firme ritornanti dei tempi ultimi, per

riflessioni filosofico-politiche più staccate dalla cronaca. Si ospita anche - presenza d’eccezione - il Rettore ormai uscente, Carlo Anti, con il suo discorso del 18 luglio in Aula Magna. Fedele alla sua storia di intellettuale militante nazional-fascista, Anti ricorda che il duce “ci riscattò dalla disgregante ignominia socialista”; che per la prima volta nei secoli l’Italia non è solo il campo delle guerre altrui, ma un soggetto nazionale attivo di storia; che i nemici vorrebbero svilire l’idea di Roma e si sforzano ora di scindere e distinguere fra Italiani e Fascisti.

ANNI TRENTA E QUARANTA

21

L’appello agli studenti di Marchesi
Concetto Marchesi 9 dicembre 1943
Studenti dell’Università di Padova! Sono rimasto a capo della vostra Università finché speravo di mantenerla immune dall’offesa fascista e dalla minaccia germanica; fino a che speravo di difendervi da servitù politiche e militari e di proteggere con la mia fede pubblicamente professata la vostra fede costretta al silenzio e al segreto. Tale proposito mi ha fatto resistere, contro il malessere che sempre più mi invadeva nel restare a un posto che ai lontani e agli estranei poteva apparire di pacifica convivenza mentre era un posto di ininterrotto combattimento. Oggi il dovere mi chiama altrove. Oggi non è più possibile sperare che l’Università resti asilo indisturbato di libere coscienze operose, mentre lo straniero preme alle porte dei nostri istituti e l’ordine di un governo che - per la defezione di un vecchio complice - ardisce chiamarsi repubblicano vorrebbe convertire la gioventù universitaria in una milizia di mercenari e di sgherri massacratori. Nel giorno inaugurale dell’anno accademico avete veduto un manipolo di questi sciagurati, violatori dell’Aula Magna, travolti sotto la im-

mensa ondata del vostro irrefrenabile sdegno. Ed io, o giovani studenti, ho atteso questo giorno in cui avreste riconsacrato il vostro tempio per più di vent’anni profanato; e benedico il destino di avermi dato la gioia di una così solenne comunione con l’anima vostra. Ma quelli, che per un ventennio hanno vilipeso ogni onorevole cosa e mentito e calunniato, hanno tramutato in vanteria la disfatta e nei loro annunci mendaci hanno soffocato il vostro grido e si sono appropriata la vostra parola. Studenti: non posso lasciare l’ufficio del Rettore dell’Università di Padova senza rivolgervi un ultimo appello. Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra patria. Traditi dalla frode, dalla violenza, dall’ignavia, dalla servilità criminosa, voi insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell’Italia e costituire il popolo italiano. Non frugate nelle memorie o nei nascondigli del passato i soli responsabili di episodi delittuosi; dietro ai sicari c’è tutta una moltitudine che quei delitti ha voluto e ha coperto con il silenzio e la codarda rassegnazione; c’è tutta la classe dirigente italiana sospinta dalla inettitudine e dalla colpa verso la sua totale rovina. Studenti: mi allontano da voi con la speranza di ritornare a voi maestro e compagno, dopo la fraternità di una lotta assieme combattuta. Per la fede che vi illumina, per lo sdegno che vi accende, non lasciate che l’oppressore disponga della vostra vita, fate risorgere i vostri

battaglioni, liberate l’Italia dalla schiavitù e dall’ignominia, aggiungete al labaro della vostra Università la gloria di una nuova più grande decorazione in questa battaglia suprema per la giustizia e per la pace nel mondo.

Gli ultimi sei numeri - usciti in tempo di guerra, di sfide ravvicinate e di uno scontro politico armato che arriva all’attentato allo studio del direttore - meriterebbero di essere seguiti più, e non meno analiticamente. Viceversa, ‘motus in fine velocior’. Come tutti i giornali, Il Bò ha in quel frangente fra gli altri problemi quello della carta, esce quindi quando può e con poche pagine, 4, anche solo 2, cioè un unico foglio; sussultorio anche il rapporto con le tipografie, la S.A.G.A. con il n. 1, del 5.12.1943, di nuovo la S.T.E.D.I.V. con il n. 6, del 25 aprile: ma non del 1945, del 1944. Non muta invece il nome del direttore responsabile, che è dall’inizio alla fine dell’ultima annata il giovane docente di Legge Mario Ferraboschi, seguìto - dopo una pausa non solo estiva - agli 8 numeri dal gennaio all’agosto del ’43 usciti con direttore Guido Baccaglini e redattore capo Enzo Pezzato. Non si tratta del capitano che affonda da solo con la sua nave che cola a picco; contrariamente a ciò che si usa dire e che spesso in effetti avviene nei giornali del ’43-45 - che ‘chi si firma è perduto’ - quella dell’ultimo direttore

non è l’unica firma ed anzi le firme che compaiono in questo Bò dell’ora estrema sono relativamente folte. Non per questo appare fuori luogo quella nota eroica, testimoniale, solo che va estesa a un gruppo. Sarà anche un complesso da ‘ragazzi della via Pal’, sappiamo del resto che questo voler essere pugnaci e irriducibili proprio quando e perché tutti gli altri ‘mollano’ è un fattore caratterizzante di coloro che, sessant’anni dopo, appaiono ancora cristallizzati come i ‘ragazzi di Salò’. Quando, dopo tre mesi, nel dicembre ’43, Il Bò torna ad uscire, ha tolto dalla testata il riferimento al Guf e inalbera invece l’Universa universis patavina libertas. Un riquadro in prima pagina chiama alla collaborazione. “Ci si permette di parlare! Approfittiamone, ne verrà certo qualche cosa di buono.” Un po’ anodino: chi permette a chi? Venga a scriverci chiunque - si precisa - alla “sola condizione di non sperare che la rinascita dell’Italia provenga dalla vittoria del nemico”. Molto schierato con la Rsi l’editoriale di Mario Ferraboschi, che però, non solo nel titolo - Considerazioni - pretende di colloquia-

sopra Concetto Marchesi durante il discorso di inaugurazione dell’anno accademico il 9 novembre 1943, dall’Archivio dell’Istituto Veneto per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea nella pagina a sinistra il discorso di Padova del 24 settembre 1938 in un fotomontaggio celebrativo apparso sul Bò dell’1 ottobre 1938

re anche con chi non la pensa allo stesso modo. Nei 45 giorni, a suo dire, il Paese è tornato indietro e i partiti politici appena riemersi hanno già mostrato di che sono capaci. Inutile poi gridare ‘Viva l’Italia libera!’ o ‘Fratelli d’Italia’ - e qui forse i messaggi si indirizzano precipuamente ai coetanei ormai dell’altra sponda che, nell’ateneo di Egidio Meneghetti, inclinano al partito d’azione: questi sono proprio i princìpi del Fascismo, che ha voluto liberare l’Italia dal dominio dell’Inghilterra nel Mediterraneo. Meglio, guardando all’estero, farsi alleati i Tedeschi, cioè il popolo di Kant e della chimica, di Goethe e di Bismarck. Sono temi ritornanti. Il n. 3 apre il 1944 (6 gennaio) con la retorica minoritaria, eroicizzante, del Pochi ma buoni di Renato Cappellato; Pecore o leoni?, nello stesso stile, di Mario Bonfanti;

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

in basso manifesto canadese di propaganda

NNI TRENTA E QUARANTA

i tentativi di rilancio di Toni Ghedini, che in Uomini nuovi sostiene che i gerarchi han fallito e non resta che il Duce. Al “camerata Bonfanti”, che grida al tradimento e ripete “per la milionesima volta: o con noi o contro di noi”, una nota di redazione replica più sobriamente che, se “per quanto in forma un po’ esplosiva, chiede insomma di accelerare i tempi della rivoluzione sociale”, al Bò sono d’accordo con lui. E qui non ci sono “tedescofili” o “anglofili”, “ci teniamo a precisare che noi siamo italofili”48. La sensazione che ci si parli anche fra interlocutori che si conoscono personalmente, all’interno di un microcosmo generazionale e ambientale sottoposto a tensioni inusitate, ma con un fondo comune49, si accentua con Piccola polemica: un pubblico scambio di messaggi fra ‘Uno per tutti’ e ‘I camerati del Bo’. Lo studente, che dice di riconoscere “onesta la posizione del Bò ”, invita però a “mollare la pregiudiziale fascista”. Dal giornale gli rispondono che l’ultima speranza di salvare l’Italia sta proprio in Mussolini e nella continuazione della guerra. “Ecco perché noi ci attacchiamo ad essa con la fede della disperazione. Perderemo? Perderemo i posti, i beni e forse la vita? Non importa, avremo perso tutto per l’Italia.” Il n. 4 (22 gennaio) ha due pezzi salienti: Responsabilità, in cui Ferraboschi attacca un’“intellettualità offesa” che ha riportato in Italia odio e discordia, soffiando sul fuoco della sconfitta, agitando “la frusta bandiera di un ormai superato liberalismo franco-inglese e il sanguinante vessillo di un comunismo ebraico-russo”. Lo spunto nasce dalla comparsa sui muri dell’Università di una scritta “Morte all’Italia!”. Ghedini vuole scrivere Parole franche sui rapporti fra italiani e tedeschi, ripristinandone la realtà di “alleati traditi”. Il n. 5 manca nella collezione, ma si sostiene nel n. 6 essere esistito. Era il numero preparato per l’8 Febbraio 1944 e nella notte fra il 6 e il 7 il dialogo a distanza si interrompe, dalle parole si passa alle armi e una bomba esplode nello studio del direttore. L’attacco dei nemici de Il Bò viene raccontato dal giornale due mesi e mezzo dopo, nell’ultimo numero, che esce come n. 6 con la data del 25 aprile 1944. La prima pagina riproduce la lacera bandiera di Curtatone e Montanara. Un riquadro parla di Gentile, che a chi l’ha ammazzato fa più paura da morto che da vivo. Un pezzo

di Toni Ghedini - “volontario alle armi” reca per irridente titolo Della libertà e stigmatizza “Il gesto balcanico compiuto nel nostro Ateneo (che) non è coraggio, ma solo torpido terrorismo.” La scelta pro-tedesca giunge qui al punto - contraddicendo tutta la storia di cui il fascismo e il giornale si sono fatti eredi e portatori - di deplorare “l’errore grave commesso dall’Italia quando ha lasciato la Triplice Alleanza.” A questo punto ci si potrebbe però chiedere che cosa sventoli a fare - impaginato proprio lì accanto - il simbolo del volontarismo universitario ‘anti-tedesco’. Quest’ultimo grido strozzato del Bò è a un solo foglio e però trova lo stesso lo spazio per un Torquato Tasso studente a Padova, di Cesare Cimegotto, che può apparire un riempitivo o forse un’estrema asserzione nostalgica dell’umanesimo in tempi calamitosi: i quali però brutalmente affiorano anche all’interno dell’oasi con un riquadro siffatto: “Chi ci ha imposto la guerra? La documentazione la troverete in G. Preziosi, Giudaismobolscevismo-plutocrazia-massoneria, Mondadori, Milano”50.

ANNI TRENTA E QUARANTA

23

al centro alcuni esempi di giornali aviolanciati dagli Alleati nelle ultime fasi di guerra, Istituto Veneto per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea

1 Renato Cappellato, Pochi ma buoni,” Il Bò, n. 3, 6.1.1944. 2 Citerò qui l’ultima testimonianza d’epoca, riemersa solo nel 2007, di una studentessa di Lettere di Montagnana presente quel giorno in Aula Magna e letteralmente rapita: Maria Carazzolo, il cui diario inedito è stato pubblicato a cura di Francesco Selmin, Più forte della paura. Diario di guerra e dopoguerra (1938-1947), con una introduzione di Ferdinando Camon, Verona, Cierre, 2007, pp. 129-32. 3 Lo faccio muovendomi dall’interno dei testi stessi del Bò. Il lettore troverà altri elementi di informazione sui tempi e i modi della nascita nel contributo di Federico Bernardinello, cui rinvio. 4 Mario Isnenghi, La stampa, in Storia di Venezia. L’Ottocento e il Novecento, a cura di Mario Isnenghi e Stuart Woolf, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 2002, pp. 1977-79. Su Francesco Pasinetti, laureato nella Facoltà di Lettere di Padova con lo storico dell’arte Giuseppe Fiocco, cfr. La scoperta del cinema. Francesco Pasinetti e la prima tesi di laurea sulla storia del cinema, a cura di Maurizio Reberschak, Roma, Istituto Luce, 2002. 5 Ca’ Foscari, con due sole Facoltà, sarà nel 1936 sede dei Littoriali; la grande Padova non li avrà mai. 6 Scruto con disagio quel demolitore “piccone fascista”. Una generazione dopo si chiamava proprio così - Il piccone - un giornalino ciclostilato che uscì per due o tre numeri fra gli studenti e le studentesse del Liviano. Nell’ispirarci al piccone visibile in un punto dell’affresco di Campigli nel grande atrio della nostra Facoltà, ignoravamo l’imbarazzante precedente. 7 Ruggero Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, Milano, Feltrinelli, 1962. 8 Di Carlo Perucci. 9 Della vasta, simpatetica bibliografia che periodicamente ancor oggi continua a rianimarne la figura di intellettuale e di professore al Liceo “Tito Livio” (muore nel 1978), ci limitiamo a citare la raccolta di scritti e testimonianze Ettore Luccini .Umanità cultura politica, con prefazione di Francesco Loperfido, Vicenza, Neri Pozza, 1984; e il volumetto Ettore Luccini. Umanità politica cultura. Presentazione del volume a Treviso e a Padova, Ferrara, Corbo, 1987, con interventi e testimonianze di grande rilievo: “Fa pensare - scrive Francesco Loperfido in apertura - che su un ‘intellettuale di base’ come qualcuno lo ha definito si soffermino alcuni grandi intellettuali.”

Note

10 Di recente è stata pubblicata la sua tesi di laurea in Giurisprudenza, nel 1933: Il pensiero filosofico di Tolstoi e le sue applicazioni ai problemi sociali e giuridici, a cura di Franca Tessari, prefazione di Francesco Loperfido, Padova, Il Poligrafo, 2003. 11 Il Bò, n. 6, 1.5.1935 (non firmato). 12 Aggiunto alla testata. 13 Dal Battaglione universitario, firmato “Camicia Nera scelta Gian Carlo Facca”; Leonardo Martinelli, Impressioni del volontario. Il primo, Facca, geologo di Pordenone, risulta essere l’estensore del programma di un giornale studentesco, ancora senza nome, elaborato con i triestini Atto Braun e Guido Goldschmidt e presentato con successo al Rettore Carlo Anti nell’estate-autunno 1934. Il futuro politico dei tre giovani dieci anni dopo partigiano e comunista - contribuirà a colorare di rosso, retroattivamente, tutto il lungo viaggio del Bò e dei suoi redattori e collaboratori. Cfr. Bernardinello, cit. 14 C’era stato un primo n. 9, di un solo foglio, in data 4.5.1936. 15 N. 0, cit. 16 Giulio Alessi, Le poesie, a cura di Iginio De Luca e Vittorio Zaccaria, Milano, Mursia, 1986. 17 N. speciale del 31.5.1936. 18 Per il Museo Storico dell’Università. 19 Mario Isnenghi, Rettori fascisti e rettori partigiani. Documenti di vita universitaria a Padova fra regime e dopoguerra, in “Venetica. Rivista di storia delle Venezie”, n. 8, luglio-dicembre 1987. 20 Di Gerardo Zampagliene. 21 Molte delle copie che si sono salvate sono quelle a suo tempo inviate al futuro dirigente amministrativo. 22 E.L., Artisti del G.U.F., Il Bò, n. 4, 19.2.1938. 23 Il Bò, n. 32, 16.7/1.8.1943. 24 La formula giornalistica “Lettere da…” viene usata sia per delle “Lettere dall’impero”, come nel n. 9 del 13.3.1937, Per il nostro prestigio”, di S. Berretta jr., sia per delle “Lettere dalla Spagna”, come nel n. 10 del 27.3.1937, Da Granada al fruente di Malaga, di Enzo Ferrajoli. La copertura della guerra d’Etiopia è comunque più capillare di quella della guerra di Spagna. 25 Il Bò, n. 2, 28.11.1936. 26 N. 2, 28.11.1936. Pietro Ferraro, Giornalismo universitario, n. 4, 26.12.1936. In particolare quando il redattore è Esule Sella, c’è in generale attenzione e una rubrica specifica di commento alla stampa, non solo, anche se soprattutto dei giovani. In una testimonianza di qualche anno fa lo stesso Sella informa che l’estensore di queste note critiche era fino al 1937 Marcello Merlo, di Roma,

che si firma “Sander”, e successivamente Eugenio Curiel, sino alla radiazione razzista. Sta in Eugenio Curiel nella cultura e nella storia d’Italia. Atti della giornata di studio, Padova 23 febbraio 1995, a cura di Lino Scalco, Padova, Editoriale Programma, 1997, pp. 226-29. Si veda anche la vivida testimonianza di Teo Ducci, lo specialista di cinema e radio nel Guf, nel Bò e nei Littoriali, e un’altra delle amputazioni brutali del 1938 (pp. 232-4). 27 N. 4, 26.12.1936. 28 N. 6, 23.1.1937. 29 E.C., Corporativismo. Visita alla C.F.L.I., n. 3, 5.2.1938. 30 Ivi. 31 N. 5, 5.3.1938. 32 N. 8. 33 Conoscere gli ebrei di Telesio Interlandi, riprodotto in prima pagina dal n. 12 del Bò, 2.9.1938. 34 Una commedia che deve finire, un fondo polemico con l’Osservatore Romano e con certe riserve cattoliche. Il Bò, n. 17, 30.11.1938. 35 Per il contesto, cfr. gli atti della Giornata dell’Università italiana nel 50° anniversario della Liberazione (Padova, 29 maggio 1995), L’Università dalle leggi razziali alla Resistenza, a cura di Angelo Ventura, Padova, Cleup, 1996. 36 Lo firma N.M. e da questo stesso numero fa la sua comparsa come redattore capo il “Dott. Fernando Marcassa”. Il direttore rimane Gustavo Piva, la cui relazione per l’apertura dell’anno accademico verrà preventivamente censurata nei suoi eccessi razzisti dallo stesso fascistissimo Rettore. Cfr. Mario Isnenghi, Rettori fascisti e rettori partigiani. Documenti di vita universitaria a Padova fra Regime e dopoguerra cit. 37 “Il Bò, Due parole a certi giovani studiosi”, Il Bò, n. 11, 20.8.1938. 38 Lo risulta nel n. 13 dell’1.8.1937. 39 Di Renzo Pandolfo, apre il n. 1 della quinta annata, 1.1.1939: “‘Audacia’ deve essere la nostra sfida a tutta una civiltà che deve morire.” 40 N. 15, 16.6.1940. 41 G.P., Gustavo Piva. 42 Ce ne sono del ‘littore’ Michelangelo Muraro. 43 N. 8, 6.2.1941. 44 N. 20, 16.9.1942. Enzo Pezzato è un nome di rilievo nella costellazione del Bò. Littore accanto a Luigi Meneghello nel maggio 1940, è un personaggio del suo immaginario, un suo alter-ego rimasto fascista, passato a Milano a dirigere Repubblica fascista e fucilato nell’aprile ’45. Cfr. Meneghello, Fiori italiani, Milano, Rizzoli, 1976, pp.14749; e Mario Isnenghi, L’ala troskista dei badogliani, Anti-eroi. Prospettive e retrospettive sui ‘Piccoli maestri’ di Luigi Meneghello, Bergamo, Lubrina, 1987, in particolare le pp. 88-91. 45 Popoli vinti, Il Bò, n. 23 (senza data): il n. 22 porta la data dell’1.11.1942, il n. 24 del 20.12.1942. 46 La vittoria si chiama rivoluzione. Mussolini e il conflitto del ’15-’18, Il Bò, n. 25, 1.1.1943. 47 N. 31, 16.6.1943. 48 Minime (non firmato), Il Bò, n. 3, 6.1.1944. 49 Uno spaccato consimile lo avevo esplorato nel microgiornalismo fascista e antifascista di studenti e docenti marchigiani: Verso una stampa postfascista. Episodi di giornalismo marchigiano (194344), in Linea Gotica. Eserciti, popolazioni, partigiani, a cura di Giorgio Rochat, Enzo Santarelli, Paolo Sorcinelli, Milano, Angeli, 1986. 50 Per qualche notizia sul dopo-Bò, Mario Isnenghi, Un giornale del 1945-46: “Università”, in Montagne e veneti nel secondo dopoguerra, a cura di Ferruccio Vendramini, Verona, Bertani, 1988. Oltre che di Università, si parla del risorto Il Bò e di 1945-46, ritrovando nomi noti e una nuova gioventù.

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

Dal Bò alLa “Voce” CHE VIAgGIA Nell’ETERE
Chiara Saonara

N

o, il rettore della Liberazione, Egidio Meneghetti, non poteva proprio

trovare desiderabile la ripresa delle pubblicazioni del Bò. “Anima e braccio della Resistenza veneta” – sono parole di Bobbio – Meneghetti non poteva che opporsi. I motivi dell’ostilità non mancavano: nato come organo del Gruppo universitario fascista, il Guf, Il Bò era stato la creatura prediletta di Anti, che oltre a finanziarlo cospicuamente, più di quanto qualsiasi università italiana facesse con i periodici dei Guf, premurosamente si preoccupava, persino a guerra iniziata, di cercare inserzioni pubblicitarie e ‘sponsor’ nei grandi industriali del Veneto, da Marzotto a Cini, vantando la diffusione non irrilevante del giornale. Sentinella avanzata della propaganda fascista, Il Bò aveva sempre puntualmente ed enfaticamente sottolineato tutte le iniziative e le mosse del regime; ma, soprattutto, si era distinto per una instancabile, violenta, aggressiva e volgare campagna antisemita, subito prima e dopo la legislazione antiebraica del 1938, vantando primogeniture nella individuazione degli ebrei come nemici interni dell’Italia fascista. Meneghetti si era impegnato, fin dall’estate del 1945, a collaborare con la Commissione di epurazione – sia quella interna all’Università, sia poi con quella nazionale. Apertamente e fortemente schierato per l’epurazione dai ranghi dell’Università del rettore Anti, non poteva certo ritenere opportuna la ripresa del giornale che delle idee fasciste era stato un tale portabandiera. Non tutti condividevano questa posizione, nemmeno all’interno del mondo resistenziale. Contro la posizione di Meneghetti si schierò subito Ennio Ronchitelli, che militava come il rettore nel partito d’Azione. Lo scontro fra il rettore e la maggioranza

NNI quaranta

degli studenti all’assemblea studentesca, di cui Ronchitelli era tribuno ‘pro tempore’, fu aspro. Dalla cronaca apparsa il 30 ottobre 1945 in Libera tribuna, uno dei giornali che uscivano allora in città, sappiamo che Meneghetti ricordò, come uno dei fatti ‘esemplari’ della Resistenza padovana e in special modo universitaria, l’attentato – di cui era stato parte lo stesso Ronchitelli – all’ufficio del direttore del giornale, e sosteneva la necessità di un mutamento. Gli studenti insistevano per il mantenimento del nome, lo stesso del palazzo più rappresentativo dell’università, sede del rettorato. In Senato accademico, il 31 ottobre, il rettore ribadì la sua ostilità, confermata dalla decisione di non contribuire in nessun modo all’uscita del giornale: che invece uscì con il primo numero datato 6 novembre 1945, a ridosso della solenne inaugurazione del 12 novembre, alla presenza del generale Dunlop, ‘governatore’ alleato per le Venezie, e di Ferruccio Parri, già presidente del Cln Alta Italia e allora presidente del

ANNI quaranta

25

nella pagina a sinistra dall’alto immagini di stampa clandestina: particolare di una cedola di prestito del Comitato di liberazione nazionale; dettaglio della copertina del n. 14 di Fratelli d’Italia (periodico del Cln Veneto), numero dedicato alla strage di Villamarzana; la prima traduzione del libro di Hermann Rauschning Confidenze di Hitler clandestinizzato con la sovracoperta de Le avventure di Pinocchio. Vi collaborò Egidio Meneghetti. Le xilografie delle copertine sono di Amleto Sartori

vasto pubblico di studenti e non solo: la radio. Lo aveva detto fin dal primo Senato presieduto da lui, appena eletto: era suo desiderio “appoggiare l’istituzione di una radio dell’Università di Padova: il materiale è già disponibile e la concessione non dovrebbe essere negata, nella considerazione che non si ha intenzione di chiedere nessun contributo all’Ente radiofonico nazionale”.

sommità dello scalone delle segreterie”, come scrisse Meneghetti a Gaetano Pietra, direttore dell’istituto di Statistica, con toni suasivi diretti ad ammorbidire, a cose fatte, l’avvenuta occupazione del locale in questione in assenza del direttore. A sovrintendere l’attività della radio venne costituito un Comitato di vigilanza, di cui fecero parte eminenti docenti: oltre al prorettore Efisio Mameli, Enrico Mario Viora per Giurisprudenza, Manara Valgimigli per Lettere e filosofia, Franco Flarer per Medicina e chirurgia, Giuseppe Gola – che era stato rettore dal dicembre 1943 all’aprile 1945 – per Scienze matematiche, fisiche e naturali, Ettore Scimemi per Ingegneria. La gestione delle apparecchiature necessarie alle trasmissioni portò subito a un vivace scontro in Senato accademico: era stato deciso di affidare tutto all’istituto di Elettrotecnica, con il preciso impegno di mettere il materiale a disposizione di qualsiasi altro istituto ne avesse necessità, ma si oppose fieramente l’istituto di Fisica, che ospitava l’apparecchio di trasmissione. La discussione che ne seguì, su proprietà, competenze, responsabilità, diede modo al rettore di chiarire che “il materiale radio ricevuto dall’Università, non è materiale abbandonato dai tedeschi e privo di proprietario, ma fu conquistato dagli studenti patrioti e risulta di proprietà del Cln di Padova e del ministero dell’Aeronautica, i quali lo potrebbero chiedere in restituzione”, e di precisare che “le autorità accademiche competenti hanno già deciso che il materiale in parola non sia smembrato, non solo, ma che esso sia riparato e valorizzato e posto al servizio di tutti gli istituti interessati”. Intanto era stato inviato a tutti i docenti, aiuti e assistenti un caldo invito a collaborare alla radio. Si ricordava che l’ateneo padovano era l’unico in Italia ad offrire questo servizio, e che ne avrebbe perciò tratto “vantaggi, diretti e indiretti, morali e non soltanto morali”. Era un impegno notevole, le trasmissioni previste sarebbero state quotidiane, della durata di un’ora, divisa in tre parti: “la prima, destinata specialmente agli studenti, darà notizie universitarie; la seconda comprenderà un notiziario culturale, recensioni, frammenti di musica classica, ecc.; la terza sarà riservata a conversazioni di divulgazione

Consiglio dei ministri, che appuntò al gonfalone dell’Università di Padova la medaglia d’oro al valor militare per il contributo dato da studenti, docenti e personale universitario alla Resistenza, con la motivazione dettata da Concetto Marchesi e scolpita alla base dell’elenco dei caduti nell’atrio del palazzo del Bo. Meneghetti dunque, anche se invano, si oppose; appoggiò invece e sostenne una nuova rivista, che si presentava come “organo ufficiale della goliardia padovana”, un “quindicinale di Scienza politica e arte” che si sarebbe chiamato 1945-1946. Il nome sembra già prefigurare una durata breve: il periodico uscì solo agli inizi del 1946, e forse per non più di quattro volte. Lo dirigeva un piccolo gruppo di studenti, che per i loro precedenti resistenziali dovevano godere la più ampia fiducia di Meneghetti: Gianfranco De Bosio, regista del teatro dell’Università, Gianni Dogo, uno dei responsabili di Radio Università, e Sandro Disertori. Tutti e tre avrebbero avuto una brillante carriera nelle rispettive professioni – regista teatrale, medico e cattedratico di fama, pubblicista -, ma il tentativo di dare vita a una rivista davvero alternativa al Bò non decollò; e forse non è estraneo a questo fallimento l’avvio di una terza rivista, Università, sostenuta economicamente da Libero Marzetto, stampata da Giovanni Zanocco e diretta da Franco Cingano. I problemi del dopoguerra non sono soltanto ideologici o politici, sono soprattutto economici: trovare la carta, la tipografia disposta ad accettare rischi, trovare pubblicità e abbonamenti non era davvero facile quando altre erano le priorità del vivere quotidiano, quando i collegamenti erano ancora complicati, e la mobilità personale tutta da riconquistare. Anche queste difficoltà, ben presenti a Meneghetti, che da presidente del Cln regionale fino al luglio 1945 aveva dovuto affrontarle, lo spinsero a farsi sostenitore di un altro mezzo per raggiungere un più

S

ubito dopo la liberazione, agli inizi di maggio, era cominciata a cura di “un

gruppo di attivi e intraprendenti studenti” la trasmissione di notiziari e comunicati delle autorità alleate e di musica, con l’autorizzazione del comando regionale alleato. Tra la fine di maggio e l’inizio di giugno Concetto Marchesi, nominato Commissario dell’Università in attesa dell’elezione del rettore, sollecitava il generale Dunlop a intervenire per impedire il termine delle trasmissioni, o il passaggio della concessione a una radio di Venezia, sottolineando che “di tale stazione, tipicamente universitaria per i fini che si propone e per i programmi che trasmette, l’Università si vale come mezzo di diffusione della propria attività accademica e culturale”. Alle richieste di Marchesi facevano seguito quelle di Meneghetti, prima tramite incontri diretti col governatore alleato, poi per iscritto: il 3 settembre chiedeva a Dunlop di intervenire presso il Quartier generale alleato perché potessero partire le trasmissioni da Padova, ribadendo che si sarebbe trattato esclusivamente “di comunicazioni utili agli studenti (orari di esami, recensioni di libri ecc.) e brevi conferenze di cultura tenute da insegnanti di questa Università”. Nel frattempo aveva provveduto a procurare del materiale adeguato chiedendone al colonnello dell’Aeronautica Calzavara, in servizio in città, e aveva scritto ad Alberto Cosattini, un trevigiano suo compagno nel Pda e nella Resistenza, allora alla segreteria della Presidenza del consiglio, perché, anche per mezzo di Parri, intercedesse con l’Eiar per ottenere la concessione d’uso della lunghezza d’onda necessaria alla radio universitaria. Finalmente quanto serviva arrivò: l’apparecchio di trasmissione venne sistemato in un locale dell’istituto di Fisica, mentre “per il microfono i tecnici hanno trovato molto opportuna una stanzetta del tuo istituto che si trova alla

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

scientifica, della durata di quindici minuti”. L’invito precisava le modalità della lettura al microfono, che poteva essere fatta dagli stessi autori o da “un provetto annunciatore”, chiedeva che si trattasse di divulgazione colta, ma non specialistica, in modo da poter essere goduta da un pubblico “di cultura buona, ma non specifica”, accennava a un compenso per ogni conferenza: appare chiaro il desiderio che la radio dell’università destasse l’attenzione non solo degli studenti o dei docenti dell’università, ma di un pubblico più ampio, desideroso di informazioni e spinto da interessi culturali. Qualche giorno più tardi, la stessa Commissione che aveva firmato questo invito lo allargava, inviandolo a titolo personale “ai più illustri maestri di tutte le Università italiane, agli scrittori e agli eminenti studiosi di ogni disciplina”.

I

l giorno successivo alla solenne inaugurazione del 724° anno accademico

Questa radio è nata dalla cospirazione e dalla liberazione ed è frutto delle lotte di noi universitari. Molti di noi, nel periodo clandestino hanno usato la radio per gli scopi che voi tutti conoscete. Si sono appassionati a questi meravigliosi strumenti dominatori dell’etere; durante la liberazione si sono impadroniti, combattendo, di stazioni radio tedesche e subito qui, a Padova, le hanno fatte funzionare di loro iniziativa, senza permessi, senza autorizzazioni, se volete anche senza sufficiente organizzazione, ma con un fervore, una fede, una tenacia [...]. È la radio di noi universitari, che si propone di parlare agli universitari, agli studenti [...] ma non solo agli studenti di ora, ma anche a quelli che

l’attaccamento per la scienza [...] l’epoca della bomba atomica è pure quella degli antimoniali, dei sulfamidici, della penicillina. Vi sono scoperte scientifiche che l’umanità può rivolgere contro se stessa in una specie di orrenda perversione [...] ma vi sono anche scoperte che nessuna perversione può far impiegare con scopi malefici, e queste sono soprattutto le scoperte della biologia e della medicina. Comunque signore e signori cortesi, voi qui sentirete parlare da persone che hanno compiuta conoscenza di bomba atomica e di penicillina e di sulfamidici e di tanti altri argomenti. Per esempio nella corrente settimana uno psichiatra sottile e coltissimo, il prof. Belloni, della cattedra di Neurologia, vi parlerà del coraggio e della paura; un botanico illustre, accademico pontificio e già rettore della nostra Università [si tratta del prof. Gola, n.d.a.] vi darà interessanti notizie sull’impiego delle piante come indici meteorologici; un giurista giovane e alacre, il prof. Quadri, parlerà di internazionalismo e di universalismo, nuove speranze e nuove visioni dell’umanità e della cultura del diritto; il prof. Giovanardi, cultore d’igiene e di batteriologia e particolarmente studioso dei modi migliori per combattere e prevenire i morbi infettivi, vi dirà di un elemento di attualità, il vaiolo, che in tanti pavidi ha suscitato tremori ingiustificati. E speriamo che presto questa radio sia il-

il rettore Meneghetti inaugurava il primo “anno accademico radiofonico” della Voce dell’Università di Padova – questo il nome della radio e del Bollettino che la accompagnava – elencandone le trasmissioni – con una conversazione dai toni, per il personaggio, insolitamente briosi: vi si percepisce la felicità di essere riusciti in una impresa non facile. “Signore e signori, buon giorno ed, eventualmente, buon appetito. Vi porgo il saluto dell’Università di Padova che [...] oggi inaugura il suo primo anno accademico radiofonico. [...]

NNI quaranta

CONCETTO MARCHESI ALLA COSTITUENTE

furono figli dell’Università di Padova [...] e a tutte le persone che amano la cultura e la scienza [...]. Siamo tutti persuasi della necessità di rivolgerci a un pubblico ampio, con forme e concetti che possano veramente interessarlo. Molti di noi hanno già esperienza radiofonica come parlatori alla radio; tutti l’abbiamo poi come ascoltatori e bene conosciamo quanto sia facile e comodo togliere con un giro di interruttore la parola a un conferenziere inutile e noioso; per alcuni nostri studenti lontani, altre volte costretti dalla disciplina scolastica all’ascoltazione nell’aula dell’insegnante, questa potrà essere anche una allegra vendetta. [...] Bisogna rivivere le conoscenze e rivivere anche l’interesse e

Martedì 25 giugno 1946 è il giorno della prima seduta dell’Assemblea. Tra i suoi banchi siede anche Concetto Marchesi, eletto nelle liste del Partito Comunista. L’ex rettore, che condivise la lotta per la liberazione con Meneghetti e Franceschini, sarà uno dei padri dell’articolo 33 della Costituzione e l’estensore della “Relazione sui principi costituzionali riguardanti la cultura e la scuola”. Vi si legge: L’arte e la scienza sono al servizio dell’umanità. Esse accrescono libertà allo spirito ma di libertà hanno innanzi tutto bisogno: e non possono degnamente e utilmente operare se costrette a fini determinati e condizionati.

ANNI quaranta

27

DALL’URI ALLA RAI 30 ANNI IN ASCOLTO

a sinistra manifesti elettorali per le elezioni della Costituente in basso lancio pubblicitario dell’Eiar; la stazione radiofonica di Prato Smeraldo nel 1939

luminata oltre che dalla luce della scienza dal sorriso dell’arte; speriamo che Manara Valgimigli vi faccia udire il suo perfetto italiano, le sue mirabili traduzioni che sono anche interpretazioni e che stupendamente portano tra di noi vive e palpitanti le visioni poetiche della più antica Grecia; speriamo che presto Diego Valeri ci reciti alcune delle sue poesie limpide, preziose. [...]” Dichiarati gli intenti, le trasmissioni vennero presto effettuate sia ad onde corte che ad onde medie, che venivano ascoltate anche all’estero; gli Alleati fornivano, oltre ai notiziari di loro competenza, dischi di musica classica, e chiesero collaborazioni per la radio inglese: il generale Dunlop vi tenne un discorso rivolto “alle genti venete” alla fine di novembre: arrivarono le sperate collaborazioni anche da docenti di altre università. Ma l’attività più intensa di Meneghetti, una volta avviata la radio, e lasciatala alle cure della Commissione di vigilanza e di un ristretto ma competente gruppo di studenti, fu quella di difenderla dalle pressioni che vennero, dapprima per controllarla, poi per chiuderla, dall’appena nata Rai e dal ministero delle Poste e telecomunicazioni. Nel 1947 la situazione politica, interna e internazionale, era profondamente mutata: la vita di Radio Università ne seguì con chiarezza l’andamento. La Rai “con i suoi criteri monopolistici e mi-

crocefalici” sollevava difficoltà in merito alle trasmissioni che Padova trasmetteva in America. Meneghetti pregò il sindaco di Padova di aiutare l’Università, perché “una risoluzione a favore dell’Università non reca proprio nessun danno, in nessun modo e a nessuna persona”; scrisse al ministro Gonella di interporre i suoi buoni uffici col collega delle telecomunicazioni, perché nel momento delle trasmissioni da Padova non ce n’era nessun’altra sulla stessa lunghezza d’onda, e perché “nella recente riunione internazionale di Combloux è stato da tutti riconosciuto che l’attività radiofonica universitaria padovana è senza dubbio la prima di tutta l’Europa, paragonabile solo a quella di talune università americane, per esempio la Columbia University”. Per mantenere alto il livello della trasmissioni, ed estenderne la portata, Meneghetti cercava del buon materiale, possibilmente a buon prezzo: si rivolse a due compagni di lotta, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, antifascisti condannati a confino e prigione, europeisti e federalisti convinti, autori del “Manifesto di Ventotene” che precisava il programma del più avanzato movimento federalista europeo. Dopo la guerra, Spinelli e Rossi erano impiegati entrambi nell’Azienda rilievo alienazione residuati (Arar), e a loro si rivolse il rettore, chiedendo se fosse possibile acquistare o ottenere comunque in concessione “sta-

La storia della radio in Italia inizia con un quartetto di Haydn. È il 6 ottobre 1924, e l’URI, Unione Radiofonica Italiana, trasmette il concerto di inaugurazione delle trasmissioni. L’unica sede è a Roma, nel quartiere Parioli: negli anni successivi apriranno anche gli studi di Milano, Napoli e Torino. È del 1928 la trasformazione dell’URI, società esclusivista della concessione radiofonica, in ente pubblico: nasce l’EIAR, Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche. Il fascismo promuove, a fini propagandistici, la diffusione del nuovo mezzo, con apparecchi a prezzo ridotto. Il primo passo in questa direzione è mosso nel 1933 con Radio Rurale, ricevitore a prezzo fisso destinato a scuole e istituzioni. Nel frattempo il servizio radiofonico oltrepassa i confini nazionali: nel 1935 hanno inizio le trasmissioni per l’estremo oriente e l’America del Nord. Del 1939 è il progetto Radio Balilla, accordo tra diverse case produttrici per un modello dai componenti semplici ed economici. Con la guerra, la radio potenzia la sua funzione di informazione (e disinformazione): ai notiziari di regime si contrappone un sempre più diffuso ascolto delle emittenti alleate o nemiche, come Radio Londra e Radio Mosca. L’EIAR, intanto, riflette la spaccatura della nazione: tutto il Paese ascolta l’annuncio delle dimissioni di Mussolini; dopo l’8 settembre, alcune strutture vengono acquisite dalla Repubblica Sociale, mentre al centro-sud Radio Roma, Radio Napoli e Radio Bari sono la voce dell’Italia liberata. Nel 1944 l’EIAR viene sostituita dalla RAI (Radio Audizioni Italia), che in pochi anni riesce a ricostruire la rete di trasmettitori danneggiati nel periodo bellico. Il biennio 1950-51 vede una radicale riforma della programmazione: nascono i tre Programmi (canali) nazionali, tra i quali il Terzo Programma avrà una marcata connotazione musicale e culturale. Profondamente innovativo è anche il notiziario del Secondo Programma, “Radiosera”, con una successione di numerose notizie brevi, cui si accompagnano rubriche di approfondimento come “Ciak”, con Lello Bersani, sull’attualità cinematografica. Sul modello straniero di musica non stop e notizie, nasce il “Notturno dall’Italia”. La radiofonia italiana è quindi in piena evoluzione quando, nel 1954, una colossale novità rischia di travolgerla: l’inizio delle trasmissioni televisive. Radio Audizioni Italia diventa RAI – Radiotelevisione italiana. La radio, per sopravvivere, dovrà cambiare di nuovo.

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

LA RADIO RITORNA AL BO

zioni complete trasportabili, dotate di tutti gli accessori” che giacevano inutilizzate nei campi di raccolta dell’Arar, perché riteneva “veramente esasperante e avvilente che un istituto come l’Università di Padova non possa impiegare questo materiale prezioso, per scopi di cultura, di pace, di scambi internazionali”. La Rai insisteva però nell’esigere il monopolio dell’etere: si arrivò a un compromesso che permetteva alla radio padovana di trasmettere per 15 minuti ogni giorno, spostando i programmi ad onde corte attraverso la stazione Rai di Busto Arsizio. Ma nel settembre del 1948 la Rai intervenne di nuovo, proponendo una ulteriore diminuzione dei tempi, soprattutto sottolineando che i collaboratori della radio dovevano essere soltanto i docenti dell’Università di Padova, e che dovevano limitarsi a trattare “argomenti di carattere culturale, non politico, svolti in maniera divulgativa e accessibile al vasto pubblico della radio”: insomma, un controllo della radio nazionale su radio università. Il 1948, si sa, segna una svolta nella vita politica italiana. Meneghetti non era più rettore, ma prevedeva – lo disse il nuovo rettore, Aldo Ferrabino, al Senato accademico nel settembre – la possibilità di agitazioni studentesche se le trasmissioni fossero state soppresse. Non era più il tempo di essere ottimisti sul futuro: Radio università continuò le sue trasmissioni, sempre più diradate, fino al 14 marzo del 1950. Poi chiuse. Il Congedo firmato da Meneghetti e stampato sul decimo e ultimo numero de La Voce dell’Università di Padova - Bollettino delle radio diffusioni dà la misura di tutta l’amarezza e la disillusione. Meneghetti indicava nella continuità dell’Eiar “mutata solamente nel nome” il vero motivo delle crescenti ostilità verso la radio: “a mano a mano che il passato dalle rovine provocate si ricostituiva, le restrizioni e le imposizioni aumentavano e l’attività diveniva ingrata fatica e, specie per la diminuzione del tempo di trasmissione, si riduceva progressivamente”. I dati sull’attività svolta, puntigliosamente precisati, davano la misura dello sforzo dei collaboratori: “nell’anno accademico 1945-46 furono trasmesse 349 conversazioni da 133 collaboratori; le trasmissioni erano giornaliere e duravano mezz’ora; nell’anno accademico 1946-47

la mezz’ora di trasmissione fu spostata dalle 19.30 alle 14.28: le trasmissioni furono 392, con 244 collaboratori; nell’anno accademico 1947-48 le trasmissioni furono ridotte a un quarto d’ora giornaliero, il loro numero fu di 281, con 167 collaboratori; nel 1948-49 le trasmissioni, ridotte a 10 minuti, si tenevano solamente a giorni alterni, le conversazioni furono 75, i collaboratori 49, nell’anno accademico 194950 (novembre-marzo) le trasmissioni furono 56 e i collaboratori 38”. Negli ultimi tempi, i collaboratori dovevano recarsi a Venezia per trasmettere, e a volte anche senza preavviso la trasmissione universitaria era sostituita da altre. Molti erano stati i collaboratori, di ogni tendenza, e diversi uomini di governo, da Parri a De Gasperi, avevano dimostrato il loro appoggio alla radio, ma non era bastato, e lì era “il punto dolente: piccole minoranze, finanziariamente potenti, possono prevalere non soltanto su istituti culturali e scientifici, ma anche su gruppi politici dirigenti”. Era necessaria una riforma che desse la misura del cambiamento, della novità, ma non sembrava affatto imminente, e quindi, concludeva Meneghetti, “si dica chiaramente, nel momento del congedo, che indirizzo, spirito, gusto, cultura di questa Università sono in aperto contrasto con quelli a cui si ispira da molti anni l’attività dell’ente radiofonico italiano”. Non ci furono agitazioni né proteste. Un telegramma da Roma comunicò al rettore la fine delle trasmissioni della Voce dell’Università di Padova: la stagione della radio ‘libera’ era, per il momento, finita.

NNI quaranta

Dopo l’invenzione del transistor e l’avvento di internet si riaccende a Padova quel mezzo libero e liberatorio che è la radio. Migliaia sono le emittenti radiofoniche oggi ascoltabili sul web, anche il nostro ateneo ne avrà una: Radio Bue. Meneghetti “ieri” cercava di comunicare al di là della comunità universitaria, di parlare del mondo col mondo sulle onde medie e corte. I promotori della radio universitaria patavina “2008 edition” cercano di rimanere fedeli a quest’idea, godendo di facilitazioni tecnologiche che allora non esistevano e che permettono di impostare una programmazione degna della prima illustre edizione. Dopo una fase iniziale di riflessione e sperimentazione, iniziata nel 2002 da alcuni studenti di Comunicazione in un’aula universitaria del Liviano, si disegna la linea editoriale della nuova web radio: “colta, facile e internazionale”, com’era allora. Internazionalità, cultura e scienza fondano, prima di tutto, l’obiettivo della nuova emittente universitaria; musica non mainstream e multilinguismo segnano la sua identità giovane e studentesca. Una rigorosa selezione musicale di generi (indipendente, alternativo, emergente) e un jingle tradotto in tutte le lingue del mondo caratterizza il sound con cui si vuole inaugurare questa nuova stagione della radio. Radio Bue ha in programma di avviare trasmissioni in diverse lingue straniere e scambi di programmi con le altre college radio del globo, un obiettivo da raggiungere per sfruttare a pieno la peculiarità della piattaforma internet (essere ascoltabile da un pubblico potenzialmente mondiale) e l’esplosione di socialità giovanile che travalica i confini geografici nazionali. In cinque anni le radio universitarie italiane sono diventate venti e una decina d’esse si è riunita nel network Raduni, l’associazione nazionale degli operatori radiofonici universitari. Più di 200 sono le web radio censite dalla SIAE nel 2006, ma la web radio universitaria presenta una caratteristica che vorrebbe renderla unica: favorisce lo scambio di saperi di cui le istituzioni universitarie sono depositarie da secoli.

LE COLLEGE RADIO
La “radio universitaria” nasce negli Stati Uniti negli anni 30. La trasmissione per onde elettromagnetiche è una tecnologia ancora in fase di sviluppo, e costosa, quindi l’emissione sfrutta una sorta di rete cablata all’interno delle residenze dei campus universitari (modalità carrier current). La prima radio di questo tipo è la WBRU7 (questo il suo nome a partire dal 1945), nata nel 1936 a opera di George Abraham in seno alla Brown University e trasferitasi in FM dal 1966. Sono infatti gli anni 60 il periodo d’oro in cui fiorisce il maggior numero di stazioni universitarie statunitensi. Questo preciso momento storico, iniziato già a partire dalla seconda metà degli anni 50, rappresenta per tutte le radio del mondo un momento di svolta: è l’avvento del Rock.

NOTA Per maggiori informazioni sul rettore della liberazione, si veda il mio Egidio Meneghetti scienziato e patriota combattente per la libertà, Padova, Cleup, 2003; per i giornali studenteschi cui ci si riferisce, M. Isnenghi, Un giornale del 1945-46: “Università”, in Montagne e veneti nel secondo dopoguerra, a cura di F. Vendramini, Verona, Bertani, 1988.

ANNI CINQUANTA

29

LA RINASCITA DEL BO
Giulio Felisari
Preambolo
1945 e, come tale, gerente responsabile del primo numero del Bo del secondo dopoguerra del novembre 1945. Il giornale riprendeva la testata di quello che fu forse il foglio studentesco più interessante, e oggi più citato, degli Anni Trenta, testimone dei Littoriali del Fascio ma, nello stesso tempo, degli anni della fronda antifascista che fornì ampio materiale a Ruggero Zangrandi, collaboratore della prima fase del Bò, per il suo Lungo viaggio attraverso il fascismo. Pur esulando quel periodo del giornale dal compito affidatomi, ho voluto consultare il numero “gestito” da Ennio Ronchitelli per farne il punto di partenza cronologico vero e proprio della riedizione del Bo e tracciarne brevemente un sommario, a dimostrazione di come nel 1951, solo sei anni dopo, fossero mutati in gran parte i temi dibattuti nel foglio studentesco. L’indice di quel numero - in formato di cm 50 x 70, il classico mezzo elefante, stampato da una delle più note tipografie di Padova, la Garangola, sulla grossolana carta del dopoguerra - era prevalentemente politico, se non ideologico, e ciò appare comprensibile data la voglia di esprimersi finalmente senza censure. Un titolo per tutti Democrazia, e non sappiamo cos’è, o essa vacilla ancor prima di nascere, a firma di Silvano Bonivento, dove è esplicito il timore, ad appena sette mesi dalla fine della guerra e della dittatura, che la democrazia non potesse attecchire.
sotto la prima pagina del Bo del 5 dicembre 1952

G

li anni ’50 o, meglio, con più precisione quelli dal 1951 al 1959, sono

forse i più interessanti per coloro che vogliono occuparsi del Bo, il periodico degli studenti dell’Università di Padova e, parallelamente, della storia del movimento studentesco padovano di allora. Pur conoscendo la difficoltà della ricerca, ho accolto con entusiasmo la proposta di dare la mia testimonianza di quel periodo. L’occasione mi consente di rivivere una stagione della mia vita che ha lasciato in me un profondo segno: dal mio impegno quasi a tempo pieno per almeno quattro anni nella politica universitaria e nel Bo (ne sono stato direttore di sei numeri nel 1958 e di due nel 1959) è derivata la mia scelta professionale nell’editoria e l’amicizia con studenti da considerare allora l’élite del movimento studentesco padovano, e non solo. E che si trattasse di una élite ho avuto conferma successivamente, di fronte alle prestigiose carriere professionali di molti di loro, divenuti insigni docenti universitari, professionisti o imprenditori di alto livello. Una delle prime persone di cui sono andato alla ricerca è stato l’avv. Ennio Ronchitelli, stretto collaboratore del prof. Egidio Meneghetti, Capo della Resistenza padovana e primo Rettore del dopoguerra, con cui condivise la dura prigionia nel Palazzo Giusti in balia della famigerata banda Carità, ma anche Tribuno degli studenti nel

Ma anche un altro tema sembra dominante per gli studenti di allora, data anche la numerosa presenza di studenti giuliani a Padova, e rimarrà vivo almeno sino al 1954, quello della Venezia Giulia e di Trieste occupate dai titini, quasi a riaffermare uno spirito patriottico non sopito. Spazio viene tuttavia dato anche a un tema che diverrà costante, come vedremo, agli inizi degli anni ’50 e oltre. Mi riferisco all’articolo di un non precisato goliarda sul ritorno alla Goliardia. E infine si entra nel dibattito di quei giorni, Parlando di epurazione, e su alcuni scottanti problemi per la vita quotidiana degli studenti, vivi ancor oggi, Il problema degli alloggi.

La ricerca

L

a mia ricerca, o testimonianza, come detto, va dal 1951 al 1959 ed inizia con l’esame del n. 1, anno I, del 1 maggio 1951, direttore responsabile Giorgio de Pantz, periodicità dichiarata quindicinale.1 Un elenco dei direttori dal 1951 al 1959 si compone con: Giorgio de Pantz (1951), Emilio Sanna (1952-53). A conclusione dell’intenso ciclo della direzione Sanna, avviene una nuova registrazione della testata in data 16.12.53; subentra per un numero 1, Anno V , Nuova Serie del dicembre 1953, Tito Cortese, veneziano. Gigi Montobbio (1954); V. Bressan, E. Sanna

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

in basso vignette tratte da Universa Universis Patavina Libertas, numero unico del novembre 1953

e Angelo Ventura che prepararono il n. 9 dell’ottobre 1954; Antonio (Toni) Negri (1956); Gino Tessari (1957), a parte la sua lunga presenza, protrattasi sino a molte annate degli anni ’60, come direttore responsabile in quanto nessuno dei direttori effettivi si era preoccupato di affrontare il piccolo iter burocratico di una nuova registrazione; Giulio Felisari (1958 più due numeri del 1959), Michele Sernini (1959 e qualche numero del 1960). Altri di transizione, il n. 1 del 1958, diretto da Stefano Reggiani, e due numeri unici: Il Bove in data 31.10.55 diretto da Pierangelo Fioretto e il Toro, con direzione di Enrico Coccolo, in data 16.11.55. L’1.1.56 e il 15.1.56, è la volta di altri 2 numeri unici, Il Nuovo Bo con direzione di Toni Negri, evidentemente per consentirgli, nel frattempo, la registrazione. Negri firmerà poi tutti i numeri successivi del 1956, ad eccezione del n. 7, del novembre, quando gli subentrò Gino Tessari. Va precisato che la nomina a direttore proveniva, sino al 1955, dall’Interfacoltà, sostituita poi dal Consiglio di Tribunato, e votata dall’Assemblea. Parallelamente all’Interfacoltà, che curava sindacalmente gli interessi degli studenti, agiva con finalità goliardiche il Tribunato con a capo il Tribuno, questo sino alla fine del ’55. I direttori erano comunque esponenti dei Gruppi universitari (Intesa democratica, Unione goliardica, Tradizionalisti, ecc.) e la loro nomina era frutto di un accordo

tra i Gruppi, con valutazione anche della loro esperienza e cultura. Va ricordato innanzitutto che gli anni del giornale presi in esame sono stati cruciali per la rappresentanza degli studenti padovani, sia quella tradizionale goliardica che quella democratica e, conseguentemente, per i rapporti con le Autorità Accademiche. Da aggiungere che in sede nazionale uno dei temi più dibattuti era quello della riforma della Scuola, e dell’Università in particolare, problemi che si trascinano ancor oggi, dopo cinquant’anni, senza trovare soddisfacenti soluzioni. Già dalla fine degli anni ’40 molti studenti trovavano superata la sopravvivenza della goliardia scapigliata, quella, per intenderci romanticamente descritta in Addio giovinezza da Nino Oxilia (1916) e cercavano altre forme più rispondenti alle esigenze di un mondo profondamente cambiato in seguito alla guerra e alla situazione del Paese. Vent’anni di dittatura, una pesantissima sconfitta militare, condizioni sociali ed economiche che non lasciavano prevedere il boom della fine degli Anni Cinquanta, apparivano incompatibili con la spensieratezza, il disimpegno e il rappresentante degli studenti, il Tribuno, eletto a botte. Scrivere del Bo di quegli anni significa scrivere, sia pur sommariamente, anche la storia dell’Organismo Rappresentativo studentesco, essendo il giornale Organo degli Studenti dell’Università di Padova, e riflettendo i loro problemi, ma anche gli slanci

ideali di una politica alta, non partitica. Il Bo era prevalentemente occupato da comunicati dell’attività dei Centri Universitari, da resoconti di assemblee, interventi di rappresentanti di Facoltà sul piano degli studi e degli appelli d’esame, mozioni dei gruppi universitari e i loro programmi in occasione delle elezioni per l’Assemblea di Tribunato e quindi, del Tribuno. Ampio spazio il giornale dedicava alla triennale elezione del Rettore, all’inaugurazione dell’anno accademico, al Diritto allo studio e alla riforma della Scuola. Ma spazio veniva anche dato alle Lettere dei lettori, sia pure spesso occasionali e non molto frequenti, e ad alcune rubriche fisse, di taglio satirico “Cortile vecchio”, “Foglietti”, “Canton del Gallo”, di lettura più leggera. Interessanti erano alcuni interventi di professori, molto spesso dei più prestigiosi: Diego Valeri, Egidio Meneghetti, V. Arangio Ruiz, F. Calamandrei, ma anche Alberto Savinio, A. Carlo Jemolo, Rinaldo Pellegrini, Adriano Buzzati Traverso, alcune volte con lettere, altre volte riportati da giornali e riviste. Un capitolo interessante, da poter dedicare a questa breve storia, è certamente l’apporto al giornale dato da alcuni studentivignettisti, a commento di avvenimenti, situazioni, personaggi. I più noti sono stati Enzo Bandelloni (in arte Bandi), studente di ingegneria e poi docente nella stessa Facoltà, ricercatissimo disegnatore di

NNI CINQUANTA

ANNI CINQUANTA

31

papiri, cui deve aggiungersi Luigi (Gigi) Montobbio, anch’egli autore di papiri e di vignette dal segno caratteristico, oltre che direttore del giornale nel 1954, infine Toto La Rosa, avviato ad una bella carriera di notaio, ma vignettista dal segno inequivocabile e dalla battuta icastica, ancor oggi presente in una nota rivista padovana; e poi Uto, alias Umberto Tonellato.

tivo presentato dal Consiglio di Tribunato. Mediamente al Bo venivano conferite circa 1.000.000 di lire, mentre altri proventi venivano dalla pubblicità, raccolta da uno o due produttori pagati a percentuale sugli affari conclusi. Gli inserzionisti erano piuttosto numerosi: librerie, ristoranti, banche, cartolerie, negozi di occhiali, ma anche scuole di danza, una macchina che inteneriva la carne (!), bruciatori a nafta… Il Bo, prendendo come base il 1957-58, aveva una tiratura di 10.000 copie e veniva spedito gratuitamente, in abbonamento postale, al domicilio di ciascun iscritto, con l’indirizzo stampigliato dalla Segreteria dell’Università. Non è stato Il Bo degli anni ’50 un foglio di dibattito culturale in senso stretto o di evasione goliardica, sia pure in presenza di non pochi articoli su cinema, teatro, musica, letteratura e arte. Non si può nemmeno definire un foglio sindacale, termine non gradito dalla generazione di studenti impegnati nella politica universitaria, che davano preferenza al compito culturale cioè “far

Non si è ancora tagliato il cordone ombelicale con la tradizione goliardica, ma non si è neppure sciolta la diffidenza nei confronti della democrazia universitaria, per il timore di una sua sudditanza ai partiti, confondendo quindi politica con partitocrazia. Nonostante lo sforzo dell’avanguardia studentesca, che per comodità di linguaggio chiamerei riformista, di impegnare gli studenti in un progetto di riforma culturale delle istituzioni studentesche (Tribuno, Tribunato, Organismo Rappresentativo, elezioni democratiche, abbandono dei tradizionali riti goliardici da relegare al folclore), con l’obbiettivo di promuovere la riforma della Scuola, reclamando però la propria autonomia dai partiti e da pressioni esterne al mondo universitario, persisteva ancora una visione della Rappresentanza orientata a svolgere un’azione di carattere prevalentemente sindacale. Tutelare cioè gli interessi immediati degli studenti: appelli di esami, piani di studio, alloggi, borse di studio, organizzazione del tempo libero. I numeri del 1951 e in parte quelli del 1952 riflettono questo dibattito interno alla Rappresentanza, con la classica divisione “pro” e “contro” sulla necessità di un nuovo Statuto che regolasse le attività del Tribunato-Interfacoltà, sulle regole per delle elezioni a suffragio universale, sugli obbiettivi da raggiungere (passaggio da Interfacoltà a Tribunato-O.R.). Ad accelerare l’ordine del giorno di questa riforma è un fatto che potremmo definire traumatico per la Goliardia tradizionale. Durante l’inaugurazione dell’anno accademico 1951-52, alla presenza dell’on. Antonio Segni, allora Ministro della P.I., gli studenti che affollavano l’Aula Magna del Bo, inscenarono una manifestazione, da altri definita gazzarra, fischiando ininterrottamente il discorso del Ministro, tanto da indurlo a rinunciarvi. La reazione delle Autorità Accademiche, in particolare del Rettore, fu molto dura. Il primo provvedimento fu quello di non concedere più l’aula di Anatomia della Facoltà di Medicina per la tradizionale elezione a botte, o a spintoni, del Tribuno.4 Lo studente di medicina Renzo Testolin, in quella data, era il Tribuno in scadenza di mandato, mentre non c’erano le regole e il luogo per l’elezione del successore. Testolin, quindi, è passato alla storia della

Il giornale

A

ccanto alle vignette, come commento all’attualità, venivano spesso pubblica-

te delle fotografie di avvenimenti, a corredo dei relativi articoli, e fotogrammi di film che illustravano i programmi del CUC. Come veniva finanziato il giornale? Ogni anno, con la ripartizione dei fondi provenienti dalla Legge Ermini del 1951, le famose 1.000 lire versate da ogni iscritto con le tasse da riconoscere all’O.R. per le sue attività assistenziali e sportive, l’Assemblea di Tribunato deliberava sul bilancio preven-

A COLLOQUIO CON GLI STUDENTI
Guido Piovene da Viaggio in Italia, 1957

sentire ad ogni membro della comunità universitaria questa sua vocazione intellettuale e umana” (testuale da un articolo di Gaetano Crepaldi su Il Toro, numero unico del 15.11.1955 in attesa del nuovo Bo).

Gli studenti eleggevano una specie di principe, a Padova detto tribuno, che aveva tra l’altro il diritto di parlare nell’aula magna all’inaugurazione dell’anno scolastico. Nella secolare storia dell’università di Padova il tribuno fu eletto con sistemi diversi che non è il caso di elencare, ma quello prevalso dopo la guerra fu l’elezione “a botte”. Secondo questa tradizione ripristinata i candidati erano scelti tra gli studenti del terzo anno di medicina, con la barba, che non avessero ancora dato l’esame di anatomia. Se un candidato non aveva la barba, era invitato in tempo a farsela crescere. Nelle prime ore del giorno delle elezioni le fazioni invadevano la sala di anatomia cercando di occupare le posizioni strategiche, per esempio i posti più alti e dai quali si può balzare sulla testa degli avversari. Avvenuto lo schieramento, si dava inizio alla battaglia un po’ prima delle undici. I diversi campioni, protetti dal quadrato dei partigiani, erano spinti con violenza verso la cattedra; risultava tribuno quello che il professore trovava in piedi sulla cattedra, alle undici e un quarto, quando entrava per la lezione. Avere dalla propria parte una squadra di rugby decideva del risultato. Ma fazioni di diversa origine snaturarono l’elezione. Nell’ultima si introdussero individui estranei, chi dice pugilisti, chi dice facchini, e alcuni contendenti se ne andarono con la testa rotta. Vi furono altri incidenti sgradevoli. La polizia per tradizione non interviene a Padova nelle faccende studentesche, e gli studenti difendono il privilegio di garantire l’ordine con le loro forze. Il rettore abolì elezioni e tribuno; dopo lunghe diatribe, esso riapparirà, ma sarà eletto a schede.

Dal 1951 al 1955

R

iprendendo il discorso dal n. 1 nuova serie del 1951, nella cui prima pagi-

na spicca il Saluto del Rettore agli Studenti, il Rettore, prof. Guido Ferro, docente a Ingegneria di Costruzioni Marittime, in quell’anno al suo terzo mandato (verrà poi riconfermato per altre tre volte), si esprime con calore.2 Il Rettore vede il giornale come “palestra aperta a ogni sereno dibattito riguardante gli studi universitari e l’alta cultura”, quasi invitando a circoscrivere l’ambito del giornale. A questo messaggio fece tuttavia eco il fondo di presentazione della nuova serie del Bo, a firma della Redazione.
3

Va precisato che questa impostazione dei contenuti del giornale, espressa dal n. 1 del ’51, rappresenta la concezione di una rappresentanza studentesca non ancora ben definita, lontana non poco dall’assestamento raggiunto solo tre-quattro anni dopo. Rispetto a quanto da noi scritto qualche riga sopra, la contraddizione è solo temporale…

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

Storia segreta del Bo
da il Bo, luglio e agosto 1953
luglio 1953 (…) La prima grana scoppiò nel giugno dello scorso anno. Ci arrivò in redazione un articolo sui Corsi di Bressanone, nel quale si rivelavano le vere ragioni dell’iniziativa. (continua) agosto 1953 Si trattava cioè di attirare gli studenti altoatesini, che ora si recano a Innsbruck, verso il Sud (e non era una scoperta perché lo sapevano tutti); ma si metteva anche in rilievo la sostanziale ingiustizia dei Corsi perché, in parole povere, si permetteva ai pochi studenti che avevano i mezzi e il tempo per recarsi a Bressanone, di dare – attraverso eufemistici colloqui – esami a ripetizione, confortati dalla prevedibile magnanimità dei professori che, notoriamente, in vacanza diventano miti. Supposizione che i fatti dovevano confermare. (Quest’anno anche la Facoltà di Medicina gode di questa bazza – e naturalmente le altre facoltà protestano. Perché non portare addirittura l’Università di Padova al completo a Bressanone, visto che l’idillico clima di montagna si confà tanto a studenti e professori?). Poiché la sfera di influenza del Rettorato è piuttosto vasta, lassù si venne a sapere che sarebbe apparso sul “Bò” tale articolo. Con un seguito di telefonate perentorie, l’ex Tribuno Renzo Testolin e l’ex amministratore del CUS, Prosciutto, vennero convocati d’urgenza dal Rettore, dal quale si presero la più solenne lavata di capo della loro vita. Il Testolin scese – come riferirono testimoni oculari – pallido e disfatto. “Mai presa tanta carne in vita mia” disse nel suo simpatico dialetto. Il Rettore aveva perso la bussola, l’aveva strapazzato per bene, aveva chiamato in causa i morti per la Patria e imposto la soppressione dell’articolo incriminato, formulando oscure minacce. Tra l’altro, parlando del direttore del “Bò” ebbe a dire: “Quello direttore? Ma che vada a piantare carote!”. In una agitata seduta notturna, dopo discussioni estenuanti, dopo una spietata autocritica, dopo esserci flaggellati a vicenda i posteriori, prevalse l’idea che probabilmente la pubblicazione dell’articolo avrebbe nuociuto al buon nome dell’Italia all’estero, (…) decidemmo di sopprimere l’articolo. Quell’estate andai a piantare carote, ma avevo un gran peso sullo stomaco. Tra una carota e l’altra, feci nuovamente l’esame di coscienza e dovetti riconoscere che ero davvero un cattivo direttore, altrimenti avrei pubblicato egualmente l’articolo, sfidando l’ira di Giove.

Goliardia padovana come ultimo Tribuno eletto a botte. Verrà sostituito pro tempore dal suo vice Fabio Gasperini, studente di legge. Si aprirà quindi un periodo di reggenza, (1953-54), affidata poi ad un altro studente di legge, Gianfranco Bonomi e, quale presidente dell’Assemblea costituente, allo studente di scienze Agostino Parise. Il Tribunato democraticamente eletto avrà come suo primo Tribuno, a fine 1955, lo studente di medicina Luigi Amaducci. Questo avvenimento comporterà, per almeno tre anni, un difficile rapporto tra il Rettore e la rappresentanza studentesca, con il polemico rifiuto degli studenti a presenziare all’inaugurazione di quegli Anni Accademici, dato che il loro ingresso veniva limitato nel numero e condizionato dal possesso di un invito nominativo con le loro generalità anagrafiche. Ritornando ad alcuni interessanti articoli del n. 1/51, dobbiamo segnalare una dura presa di posizione studentesca nei confronti del disegno di Legge Ermini, definito inaccettabile dal Bo, in quanto faceva prevedere un consistente aumento delle tasse d’iscrizione all’Università e contro il quale veniva lanciata una raccolta di firme per il referendum abrogativo. La pagina culturale era piuttosto ricca: un racconto di E. Sanna sulla morte del padre, Il privilegiato, un breve saggio di Aldo Apicella, Anche D.H. Lawrence lasciò un testamento e a firma di Sam (?) Einstein l’ha detto, Dio non gioca a scacchi, per continuare con una poesia di Nietzsche su Venezia e un articolo di Franco Fayenz, che divente-

rà in seguito uno dei maggiori esperti di jazz in Italia, Jazz e pregiudizi. Nella rubrica Tribuna libera si dibattono temi di carattere politico-universitario, come Esigenza di una riforma dei nostri Organismi Rappresentativi a firma di C. Delaini e G. Altieri, dove si auspica la costituzione di un’assemblea elettiva annuale. L’annata 1951 vede pubblicato un solo altro numero, il 2 del 15.05, dove in prima pagina campeggia il fondo con il titolo Tempo di crisi. L’articolo si riferisce all’agitazione dei professori che rischia di far saltare la sessione estiva di esami. Viene pubblicato un ricordo di Manlio Rossi, Tribuno nel 1949-50, tenente pilota precipitato con il suo aereo nei pressi di Brindisi. Nella rubrica della Cultura, Sandro Zanotto, con un futuro di poeta e scrittore, recensisce la mostra del Caravaggio in corso a Milano con il titolo Un successo che rimarrà nella memoria, mentre Piero Tortolina, studente di ingegneria, appassionato collezionista di pizze di film, tanto da formare un’eccezionale cineteca, scrive il breve saggio Personalità e linguaggio di Ford. Il 1952 si apre con un numero unico dedicato all’8 febbraio, con la testata in rosso. È un numero scontato nei contenuti: Gigi Montobbio, che a fine ’53 sostituirà Sanna nella direzione, con la Solita storia denuncia la stanchezza della ricorrenza goliardica, mentre D.H.A.P. (Apicella?) con Addio 8 Febbraio descrive con crepuscolare rimpianto la festa. Interessante, e importante per l’eccezionalità dell’autore, è l’intervento di Alberto Savi-

nio, fratello di De Chirico, in forma di lettera intitolata Saviniana, datata Roma 31.1.52, dove il multiforme artista incita i giovani a cercare “l’universo autentico, quello che è oggi, non quello idealizzato dall’Università: oggi è sconfortante, spaventoso, ma vivo e nostro”. Il n. 1 dell’Anno II (1952), direttore responsabile De Pantz, che passa quindi la direzione effettiva a Emilio Sanna, annuncia in prima pagina un programma ambizioso: uscita mensile e puntuale, ad eccezione dei tre mesi estivi, per mirare a diventare, con 12 numeri l’anno successivo, giornale di cultura e di formazione. Viene riportato il dibattito tenutosi a Torino nel marzo, sul Convegno della stampa universitaria, organizzato da Ateneo. Angelo Ventura torna sull’argomento, allora d’attualità, della contestazione del progetto di legge Ermini che potrà creare problemi di bilancio all’Università e, a causa del forte aumento delle tasse di iscrizione, trasformarla in un privilegio per pochi. Nel n. 2, del giugno 1952, è interessante l’inchiesta condotta dal prof. Rinaldo Pellegrini sulla Sessuologia e i relativi problemi degli studenti, mentre tiene banco il clamoroso processo per i brogli all’Università, che resta nei memoriali come “lo scandalo dei libretti universitari”. Val la pena di ricordarlo!5 Il n. 3 del giugno si apre con il popolarissimo prof. Morandini, docente di Geografia e esploratore in Patagonia, che firma il fondo sul I anno dei Corsi di Bressanone. Una polemica viene aperta nei confronti dell’U.G.I., acronimo dell’Unione Goliardi-

NNI CINQUANTA

ANNI CINQUANTA

33

nella pagina a sinistra le copertine del Bo del luglio e dell’agosto 1953 in basso la prima pagina del Bo del 5 aprile 1953

ca Italiana che, dall’anonimo autore dell’articolo, viene sciolto in UGI, Unione Goliardi Invecchiati, dopo che due esponenti nazionali del gruppo laico, Stanzani e Iannuzzi, hanno proposto l’eliminazione del cappello goliardico e altre “buffonate” del genere. Siamo al n. 1 dell’Anno III della nuova serie, anno 1953. Il giornale, nel fondo intitolato Scienza amara, rivela la profonda delusione dei giovani che pensavano di trovare nell’università possibilità di ricerca. A parte questo allarmante articolo, il numero è in gran parte dedicato alla riforma del Tribunato: si sottolinea il dualismo tra Interfacoltà e Tribunato (goliardico). Entro novembre è comunque annunciata la convocazione dell’Assemblea costituente che dovrà varare il nuovo statuto. Emilio Sanna è stato il direttore del Bo che più di altri è riuscito ad amalgamare una redazione efficiente, grazie anche alla sua durata, circa 20 numeri (dal n. 1 del ’52 alla fine del ’53). La sua direzione è stata

caratterizzata da una polemica a distanza con il Rettore Ferro (bersagliato spesso da vignette di Bandi e Montobbio).6 Il giornale verrà puntualmente pubblicato ogni mese, sino al n. 8 con il formato tradizionale. Con il n. 9, come vedremo, si inaugura il formato rivista, con intenti più culturali. Il n. 5 apre con una protesta per l’insufficienza di sale di ritrovo per gli studenti, e con il Ricordo di E. Curiel, mitico direttore del Bò degli anni ’30 e medaglia d’oro della Resistenza, a firma di V. Calò. Ma la notizia più clamorosa è l’intervento dell’on. Andreotti, allora sottosegretario della Presidenza del Consiglio con delega allo Spettacolo, che vieta al CUC di proiettare il film di Dreyer Dies irae, che Piero Tortolina commenta scandalizzato. Per la pagina della cultura E. Sanna si occupa del Caso Pavese, allora autore di culto, mentre F. Fayenz continua i suoi begli articoli sul jazz, Jazz e colori.

Il n. 7 è un numero molto denso di interventi sulla riforma dello statuto e sulla rappresentanza in genere: A. Ventura se la prende con I figli di papà, gli studenti nostalgici della goliardia che insabbiano la riforma. Vanni Bressan si domanda Aderire all’UNURI ? Decisione che lascia, almeno per il momento, perplessi molti degli studenti impegnati nella rappresentanza, che considerano l’UNURI, l’organismo che rappresenta in sede nazionale i vari O.R., troppo politicizzato. Ottimo giornalista, Sanna affronta, sempre nel n. 7/53, Lo scandalo del Meridione, il terribile disagio dell’università del Sud, mentre una pausa culturale viene offerta dal resoconto della conferenza del prof. Sergio Bettini su Picasso e la critica. Viene infine data notizia della costituzio-

CENSURA AL CENTRO CINEMATOGRAFICO

Sabato 14 marzo 1953: al cinema “La Quirinetta” si prepara la proiezione del giorno successivo. E’ in corso la rassegna del CCU, il centro cinematografico degli studenti dell’Università di Padova, che propone un film uscito dieci anni prima, ma già un classico: “Dies Irae” di Carl Theodor Dreyer. Ambientato in un villaggio danese del Seicento, racconta la cecità e l’oscurantismo che portano la comunità luterana a condannare al rogo una donna, amante del suo figliastro, accusata di stregoneria. La pellicola, un atto d’accusa contro l’ignoranza e il fanatismo (e non priva di riferimenti all’occupazione nazista), è in programma per il giorno successivo, domenica. Ma alle 18.30 (come racconta Piero Tortolina, “Il Bo” n. 5) un fonogramma da Roma giunge, attraverso il Questore, al direttore del cinema: la proiezione viene vietata “senza alcuna motivazione”. Secondo la Questura il film non può uscire perché manca l’autorizzazione preventiva. Ma il provvedimento assume tinte molto più politiche, leggendo la firma dell’autore del fonogramma: il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega allo Spettacolo, Giulio Andreotti. Una circolare del ’52 (stessa provenienza) impone ai cineclub, in effetti, di preavvertire Palazzo Chigi e la Prefettura locale nel caso siano in programma film privi del visto di censura, come appunto il capolavoro danese. Ma, spiega “Il Bo”, per “Dies Irae” la disposizione era stata rispettata. Il clamore, domenica 15 marzo, è grande. Ignari della novità, gli spettatori contestano. Nei giorni successivi, gli organismi direttivi del CCU chiedono l’immediata revoca del divieto. Più felpato si dimostra il Consiglio di Tribunato, che, guardandosi bene dal protestare, si limita a chiedere una velleitaria “giustificazione del provvedimento” a Palazzo Chigi. L’episodio, significativo del clima dell’epoca, sembra forse eccessivo ai suoi stessi artefici, e pochi giorni dopo, domenica 29 marzo, il centro cinematografico può proiettare senza fastidi un nuovo film senza visto di censura: “Un palmo di terra” di Frigyes Bán (1948).

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

ne a Padova (maggio 1953) della sezione dell’Unione Goliardica Italiana, come abbiamo visto e vedremo, uno dei gruppi, assieme al GDIU (Intesa Democratica), assertori della necessità della riforma in senso democratico dell’O.R.. Il manifesto dell’UGI, che riprende quello famoso dei princípi della Goliardia, credo meriti di essere ricordato.
7

rico del Tribunato, con cui rispondere a un referendum che indichi come dovrà venire eletto il Tribuno: ancora “a botte”, e poi affiancato dal segretario dell’Interfacoltà, o con elezione diretta a suffragio universale. Interessante l’intervento di Sanna che riprende l’argomento della stampa universitaria dibattuto nel Convegno di Torino del 1953, da cui sono emerse le diverse impostazioni date ai periodici studenteschi nelle varie sedi. A differenza di quanto fino allora realizzato dal Bo, (invio gratuito, ricorso alla pubblicità per sopperire alla scarsità di mezzi, diffusione anche nelle fabbriche e stimolo alla lettura di tutti gli studenti, non di una élite), gli altri periodici hanno invece avuto una diffusione a pagamento e il sostegno economico direttamente dalla loro Università.
9

dizione e di mimo, con l’insegnamento di Jacques Lecoq, che è protagonista di alcune memorabili stagioni al Teatro Ruzante. La bella storia del C.U.T. si conclude nel 1953, quando il teatro Ruzante è messo a disposizione degli altri Centri universitari. Mentre si celebra il II anno dei corsi estivi di Bressanone, esce sulla rivista la seconda puntata della Storia segreta del Bo (non riferita al periodico ma alla sede delle Autorità Accademiche). L’articolo svela le ragioni “patriottiche” della scelta di Bressanone e il conseguente intervento del Rettore (Guido Ferro) perché non venisse pubblicato. Cosa che avvenne. Da qui i rapporti tesi del Rettorato con il Tribunato o, meglio, con Sanna. Va ricordato ancora un “ritratto” del popolare gestore del bar del Bo, Adolfo Sacchetto, che per anni vide passare nel suo locale generazioni di studenti, lasciandolo poi in “eredità” a Marietto, che all’epoca era il suo ragazzo di bottega. Le pagine culturali si segnalano per il sondaggio sui film preferiti dai Veneti, che vede al primo posto il feuilleton I figli di nessuno, mentre al Festival del Cinema di Venezia trionfa I vitelloni di Fellini. Universa Universis Patavina Libertas è il motto dell’Ateneo patavino, preso a prestito per intitolare il numero unico pubblicato in occasione dell’inaugurazione del 732° anno accademico 1953-54, quale supplemento del Bo nel novembre 1953, con direzione del Tribuno uscente Fabio

Con il n. 9 del ’53, Il Bo si presenta con una nuova serie, Organo del Consiglio del Tribunato degli Studenti, e una nuova veste grafico-editoriale, come detto in precedenza. Si trasforma in una rivista mensile, e si propone in due distinte parti: la prima, che tratta i problemi della rappresentanza studentesca e dell’università, la seconda, che affronta alcuni temi culturali, spesso legati all’attività dei Centri universitari. Nell’editoriale di questo numero, firmato dalla Redazione e dal titolo Come Diogene stiamo andando pazientemente in cerca della formula giusta…, viene esposto il programma della nuova serie. Il progetto è ambizioso,
8

Nella parte culturale di questo primo numero della rivista, Ludovico Zorzi inizia la sua riscoperta del Ruzzante con una Lettura del grande pavano, mentre Luigi Nardo si occupa della novità cinematografica della “terza dimensione” nel film, che giudica però negativamente ai fini artistici. Nell’agosto 1953 viene pubblicato il n. 10, e va qui segnalata la breve storia del C.U.T., Centro Teatrale Universitario, fondato nel 1945 da Gianfranco De Bosio, con il sostegno dell’allora Rettore Meneghetti e la collaborazione dei professori Valeri, Valgimigli, Brunelli e Prugnetti. De Bosio, già laureato, frequenta a Parigi a spese dell’Università, la scuola di teatro fondata dal grande attore Jean-Louis Barrault: corsi di

pur con il timore di appiattirsi, e non reggere il confronto, con le molte altre riviste di cultura. Ma l’intento è anche quello di mantenere “il tono, la spregiudicatezza, il coraggio un po’ picaresco del vecchio bruttissimo Bo”. La redazione si augura quindi che la rivista venga letta, anche se la serie precedente aveva rotto certi schemi e, pur “bruttissima”, era letta da molti. La rivista propone ancora in prima pagina l’annuncio che al prossimo numero verrà unita una cartolina, con affrancatura a ca-

NNI CINQUANTA

VIETATO BACIARE
Pietro Buttitta da Il Bove, 31 ottobre 1955

Basta con le sconcerie, castità, castità! (…) La nobile schiera dei moralisti ha scoperto che per mettere fine a tutto è necessario smettere di baciarsi al cinema (…); per dimostrare che si vogliono fare le cose con tutta la serietà confacentesi alla gravità del problema, sin da ora agenti specializzati vigileranno perché alle coppiette che vanno al cinema sia impedito ad ogni costo di baciarsi. Infine i nostri benemeriti moralisti pensano che per essere noi Italiani i naturali depositari della civiltà latina non possiamo ridurci al livello dei barbari Inglesi, dei selvaggi Francesi e dei primitivi Baltici che si baciano senza ritegno in pubblico. (…) in Italia non c’è posto dove noi giovani, se innamorati, siamo autorizzati a baciarci, tranne naturalmente a casa nostra. Ai giardini pubblici è proibito, per le strade e nei campi pure; avevamo il cinema per sfogare, nella maniera più casta, le nostre giovanili passioni, ora questa possibilità ci è tolta. (…) non è per esibizionismo che noi giovani andiamo di questo tempo a baciarci al cinema; ma perché a casa non si può e non tanto per la opposizione dei genitori, quanto perché non essendo tutti forniti di case in cui sia possibile appartarsi, non riteniamo di poterci baciare in presenza di bambini e di caste zie nubili che potrebbero averne un grave danno psicologico. (…) Proponiamo che lo Stato faccia costruire piccoli locali magari in legno, dove pagando una certa quota, da fissarsi sentito il parere delle categorie interessate, sia permesso alle coppiette di incontrarsi per scambiarsi castissimi baci. Per avere maggiore sicurezza sulla castità degli incontri, potrebbero essere installati in ogni cabina occhi magici che in caso di eccessi azionassero un sistema di suoneria capace di richiamare l’attenzione del personale addetto alla sorveglianza. Detto personale sceltissimo, senza cadere in eccessi, potrebbe indurre alla moderazione i tipi troppo focosi con ammonimenti morali e, nei casi più preoccupanti, con letture di brani di scelti autori di opere sulla castità prematrimoniale. (…) Se poi i moralisti facendo la lotta al bacio volevano giungere alla abolizione completa di questo particolare modo di manifestare il sentimento amoroso, avrebbero fatto bene a dirlo subito, noi invece di prendere la cosa scherzosamente e di perder tempo a scrivere articoli saremmo già intenti ad organizzare la rivoluzione bacista.

ANNI CINQUANTA
sotto Fausto Coppi in un’illustrazione di Paolo Ongaro Il campionissimo fu protagonista anche della cronaca scandalistica degli anni Cinquanta per la sua relazione extraconiugale con Giulia Occhini, divenuta famosa con il soprannome di “Dama Bianca”. Entrambi già sposati, vennero duramente attaccati dall’opinione pubblica e il Papa Pio XII condannò apertamente la loro relazione. Furono processati e condannati per adulterio nel 1955

35

Gasperini. Questi ringrazia Emilio Sanna per il lavoro svolto nei due anni di direzione del giornale, che lascia ora, raggiunta la laurea. Viene ricordato il decennale della Resistenza, 1943-1953.

Si rendono noti i risultati del referendum sulle modalità dell’elezione del Tribuno: le risposte sono state numericamente alquanto deludenti (720) raffrontate agli aventi diritto (circa 10.000 studenti). Hanno riportato 500 voti a favore la vota-

zione “a schede”, 200 l’elezione “a botte”, 9 per un’assemblea costituente, 2 nulle. Va detto che le cartoline di risposta dovevano essere affrancate dal destinatario, cosa che non avvenne. Da qui forse l’altissima astensione. In ogni caso il risultato dava indicazioni utili sull’atteggiamento futuro degli studenti. Il n. 2 del 1953, sostituito dal numero unico sopra citato (la numerazione comincia a partire dal nuovo anno accademico), viene diretto da Luigi (Gigi) Montobbio. La rivista ospita una polemica lettera di Sanna che rifiuta i ringraziamenti del Tribuno Fabio Gasperini, citato nel numero precedente, in quanto si è sentito estromesso dalla direzione, in modo brusco con l’accusa di inefficienza, propaganda politica e maleducazione, causa dei rapporti incrinati con il Rettore. Gli risponde Gasperini ribaltando le accuse. Tiene banco comunque l’inaugurazione dell’anno accademico che non vede presenti in Aula Magna gli studenti dopo i fattacci dell’anno prima. Gli studenti rimangono fuori dal palazzo del Bo e inaugurano a modo loro l’anno accademico indicendo una manifestazione a favore del ritorno di Trieste all’Italia, mentre il Tribuno definisce “impiegati dello Stato, da noi pagati”, il Rettore e i due ministri presenti in Aula Magna, gli on. Segni e Merlin. C’è una novità nella veste grafica della rivista a partire dal n. 3: la copertina viene illustrata dal ritratto di Francesco Petrarca, un affresco nella Sala dei Giganti al Liviano per commemorare il 650° anno dalla sua nascita, le riproduzioni di vedute di Padova (Prato della Valle, il Santo, il Salone, ecc…). Il numero risente dei gusti letterari del direttore: abbondano gli articoli culturali rispetto a quelli dedicati in precedenza ai temi della Rappresentanza, che sono la pubblicazione del nuovo Statuto del Tribunato e il bilancio dell’attività dell’Interfacoltà a cura di Ferdi Cavalli, mentre Gasperini dà l’addio alla sua carica di reggente. Il n. 4, del febbraio 1954, pubblica i programmi dei Gruppi universitari per le imminenti elezioni dell’Assemblea costituente, dopo che un referendum ha bocciato lo statuto. I gruppi che si contenderanno i seggi sono: GDIU (di ispirazione cattolica), l’UGI (che raggruppa gli studenti che si riferiscono ai partiti laici

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

liberali, repubblicani, socialdemocratici e, solo più tardi, socialisti), CUDI (comunisti), S. Marco (di espressione missina) e gli Indipendenti, goliardi tradizionalisti. Il numero apre a un dibattito sulla filosofia, stimolato da un articolo del prof. Antonio Toniolo Sulla inutilità della filosofia, pubblicato nel Bo del dicembre 1953, mentre con una lettera al giornale Giacomo Casarotto, nel decennale della morte di Giovanni Gentile, auspica un ricordo del filosofo ucciso dai Gap partigiani. Il n. 5 del marzo 1954 è prevalentemente occupato dai risultati delle elezioni per l’Assemblea costituente: totale dei votanti 3.708, GDIU (Intesa) voti 1.975, AGI (Goliardi Indipendenti) 991, UGI 785, S. Marco 352, CUDI 219. Va sottolineata l’alta affluenza alle urne, quasi il 40% degli aventi diritto (gli iscritti all’Ateneo padovano erano ancora circa 10.000) e la netta vittoria del GDIU che conquista la maggioranza assoluta con quasi il 54% dei voti. Commentano le elezioni e le prospettive dell’Assemblea Tito Cortese Funzione della Costituente, e A. V. Prima seduta della Costituente. Viene eletto presidente dell’Assemblea lo studente di Scienze Agostino Parise, espresso dal GDIU, che assume anche l’incarico di Tribuno reggente.

Il n. 9 del 1 ottobre 1954, segna la conclusione della direzione di Gigi Montobbio. Curano il numero Sanna, Vanni Bressan e Angelo Ventura. Sanna scrive un’ampia lettera dove dà ragione del suo operato nella direzione quasi biennale del Bo10. C’è un vuoto dopo il n. 9 del ’54, probabilmente dovuto a difficoltà di assetto dell’O. R. colmato provvisoriamente dall’edizione “straordinaria” de “Il Bo – 8 Febbraio”, uscita per la ricorrenza goliardica a cura del Comitato “8 Febbraio” e diretta da uno dei Duchi del Bo, Giampiero Bozzolato.
11

giurista Carlo Arturo Jemolo, dal titolo Studenti al governo dell’Università, che propone: “Vadano agli studenti pieni poteri, ma si riconosca il diritto di elettore a chi ha 27 di media e sia in regola con gli esami…” . È evidentemente un numero di contestazione dell’Istituzione Università com’è, che accoglie anche l’articolo di Carlo Primi Identità sbagliata: università uguale cultura. Il 16.11.1955 esce l’altro citato numero unico Il Toro, diretto da Enrico Coccolo. Il tono è qui più pacato. Gaetano Crepaldi, che si laurea nel frattempo in medicina con la lode, ribadisce che “politica universitaria vuol dire interessarci unicamente dei problemi delle università (…) a prescindere da ogni considerazione partitica”, ribadendo così una opinione già espressa. Si annunciano le nuove elezioni per l’Assemblea di Tribunato.

NNI CINQUANTA

Il giornale riprende le pubblicazioni come numero unico con la testata provvisoria de Il Bove il 31.10.1955, con la direzione di Pierangelo Fioretto. Alcuni interventi
12

sembra vogliano raffreddare gli entusiasmi per il nuovo assetto della Rappresentanza: a firma di Vanni Garone si nota “un penoso distacco; pochi sono coloro che vedono nell’O.R. una scuola di democrazia”; e ancora “è innegabile che tra studenti e Interfacoltà v’è un penoso distacco”. Le responsabilità sono da dividere tra gli OO.RR. che non hanno saputo proporsi nei casi importanti e gli studenti che non sono portati alla vita associativa. Questo è il commento di Garone. È interessante la ripresa di un articolo del

Dal 1956 al 1959

C

on data 1 gennaio 1956, viene pubblicato un altro numero unico, Il Bo’

nuovo con la direzione di Antonio Negri, più noto con il diminutivo Toni, con cui lo nomineremo in seguito. Toni Negri è un laureando in filosofia e milita nel GDIU ma è pressoché alla vigilia di una conversione a sinistra: un anno dopo entrerà nel

ANNI CINQUANTA

37

nella pagina a sinistra l’invito al voto domina la prima pagina del Toro, numero unico del 1955

PSI, divenendone consigliere comunale a Padova. Quando per la scissione della sinistra interna del PSI, divenuto all’epoca PSU, il partito si divide in due partiti (l’altro è il PSIUP), Negri lascia e si avvicina ai Quaderni Rossi del genovese Raniero Panzeri, elaborando però un proprio progetto politico, “operaista”, sino alla fondazione di Classe Operaia. Ci siamo dilungati in questa biografia, data l’eccezionalità della vicenda, che contraddice il giudizio che si può dare della sua direzione del giornale: molto attenta alle vicende del Tribunato che, come diremo più avanti, ha avuto la sua sistemazione definitiva, almeno fino all’esplosione sessantottina; appello alla collaborazione degli studenti che appartenevano per la maggior parte alla cosiddetta “intellighenzia”; attenzione all’aspetto formativo del giornale: chi lo leggeva sistematicamente e attentamente ne traeva profitto ai fini di una condivisione del progetto democratico della Rappresentanza. L’importanza di questo numero unico, al di là della nostra digressione, sta nel fatto che esso comunica l’avvenuta elezione del nuovo Tribuno da parte dell’Assemblea, formata dal voto appena espresso in base allo Statuto approvato dalla Costituente dell’aprile 1954. Anche se il numero dei votanti è stato sensibilmente inferiore a quello registrato in occasione della Costituente (2.085 contro 3.722), con la maggioranza assoluta conquistata ancora dall’Intesa (GDIU), l’avvio del nuovo Tribunato promette una gestione al riparo dalle contestazioni sulla sua democraticità e anche Il Bo riceve un indirizzo chiaro. Tribuno è Luigi Amaducci, studente di medicina, che diventerà ordinario di Biologia all’Università di Firenze. Importante, tra l’altro, è la parte del suo programma dedicata al giornale la cui illustrazione è affidata alla Redazione.13 Gianfranco Poggi che, laureatosi in legge, diventerà sociologo con cattedra, inizialmente, all’Università di Edimburgo, affronta in una prima puntata La tesi di laurea: i problemi dell’impostazione metodologica. Fonti, letteratura e schedatura. Enrico Berti, rappresentante di Facoltà per il corso di Filosofia, laureatosi in Filosofia farà una rapidissima carriera universitaria sino a diventare, nel tempo, uno dei più noti filosofi italiani e presidente della SFI (Soc.

Filosofica Italiana), invita alla discussione sui Problemi di Facoltà. Una pagina intera è dedicata al Congresso degli OO.RR. italiani convenuti a Genova dove, per Padova, hanno partecipato il Tribuno e Gaetano Crepaldi: vengono riportate le mozioni, sulla riforma della Scuola, sull’esame di Stato e sugli esami di febbraio. Al primo numero della direzione Negri, il sopraccitato “numero unico” dell’1 gennaio, segue un altro numero unico con la testata Il nuovo Bo, sempre per le ragioni burocratiche della registrazione. Il giornale è decisamente speciale per il concorso eccellente di collaboratori, il fior fiore di studenti cui arriderà un brillante futuro. Esordisce Roberto (Bobe) Riccoboni con Note sul progetto Malagodi che prevede il riconoscimento giuridico degli OO.RR., in particolare della Rappresentanza nazionale degli stessi (l’UNURI). Riccoboni è all’epoca un esponente della Gioventù Liberale e in seguito avvocato civilista di grido. Assieme ad Alberto Schön e Alberto Limentani, compagni di classe al Liceo Tito Livio di Padova, ha formato un “trio” che interveniva spesso sul giornale studentesco La Pesa. Schön diventerà un noto psicanalista, con frequenti interventi sul Bo mentre Limentani, allievo di G.F. Folena, avrà la cattedra di Filologia Romanza a Lettere e sarà un assiduo collaboratore del Bo’ con i suoi Foglietti e con le colte recensioni di romanzi di autori contemporanei. Ma vanno citati ancora Paolo Ceccarelli, studente di Architettura allo IUAV di Venezia, figlio del grande chirurgo Galeno, che scrive su Cultura Popolare a Padova; diventerà poi Preside dello IUAV e Rettore della nuova Facoltà di Architettura di Ferrara alla cui fondazione darà determinante contributo; Laura (Lula) Balbo, che recensisce un libro del prof. L. Caiani sui problemi dell’Università italiana; più tardi, la Balbo diventerà una sociologa di fama internazionale e ministro delle Pari Opportunità nel Governo D’Alema (19982000). La direzione di Toni Negri, dopo due numeri unici, esce con un numero speciale, dedicato alle Feriae matricularum dell’8 febbraio 1956. Il fondo, a firma del direttore (A.N.), è la celebrazione ufficiale di tale ricorrenza, cedendo in parte ai fasti della goliardia che fu, ma è soprattutto la cele-

COME E PERCHÉ SI VOTA
da Il Toro del 15 novembre 1955

L’Università di Padova non avrà più un Tribuno eletto secondo la tradizione, bensì un Tribuno eletto a voti da un’Assemblea, espressione di tutti gli universitari patavini. Ultimo Tribuno “a botte” uscito vittorioso dalla classica lotta nell’Aula di Anatomia Umana rimane Renzo Testolin. Anche noi, avversari dichiarati di tale sistema, non possiamo non rivolgere un ricordo, sfumato dalla malinconia delle cose passate, a questo periodo strettamente goliardico dell’Organismo Rappresentativo. La crisi del Tribuno “a botte” ha scosso dalle fondamenta tutto un mondo di tradizioni e di usanze che anacronisticamente sussisteva nella nostra Università. Oggi l’esigenza di un Tribunato forte e rappresentativo, tale da poter incidere effettivamente nella vita universitaria nella tutela degli interessi di studio, delle necessità culturali ed economiche degli studenti, ha portato l’Assemblea Costituente eletta dagli studenti patavini a formulare il nuovo Statuto della Goliardia. (…) Tale sistema elettorale, complesso a prima vista, è semplicissimo, poiché elimina le elezioni separate per l’Assemblea, il Consiglio di Facoltà e il Tribuno stesso. (…) A questa Assemblea egli dà mandato di scegliere il Tribuno, non più figura coreografica e barbuta da parata, bensì capo di un Organismo Rappresentativo riassumente nella sua persona le funzioni di Presidente dell’Assemblea, di Segretario di Giunta e delle Facoltà. (…) Da tutto ciò appare evidente la funzione essenziale e centrale dell’Assemblea del Tribunato, esprimente tutte le funzioni e i compiti della Rappresentanza. Di qui l’invito a tutti gli studenti affinchè partecipino nella totalità e con responsabilità all’elezione di tale Organismo, condizione prima per la funzionalità e la vitalità della vera goliardia.

brazione di un avvenimento eccezionale. “L’8 febbraio 1956 cade nel 734° anno accademico – scrive Negri – (…) poche settimane fa il Tribuno, parlando di fronte al Magnifico Rettore e al Senato Accademico, lo ha dichiarato aperto. In questa occasione il Tribunato è stato ufficialmente riconosciuto dall’Autorità Accademica. Con questo riconoscimento, ottenuto grazie alla lunga, seria opera della Rappresentanza, gli studenti tutti escono dalla condizione di minorità (…). L’8 febbraio 1956 segna perciò una tappa decisiva nel cammino degli studenti verso l’autogoverno della loro università ”. Due pagine intere sono occupate dalla cronaca di questo eccezionale avvenimento, con il testo integrale del discorso del Tribuno Amaducci. Finalmente il 29 febbraio 1956 Negri inaugura con il n. 1 della sua direzione, Il Bo senza appellativi, riprendendo il motivo grafico della testata già usato nel Bo’

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

dedicato all’8 febbraio. Si tratta di mezza colonna verticale dove è inserito un particolare di Guernica, il celebre quadro di Picasso, che rappresenta una testa di toro che assiste inorridito alla strage perpetrata dai bombardieri tedeschi nella cittadina spagnola durante la guerra civile, nell’aprile del ’37. Quella testata rimarrà poi, in dimensioni più ridotte anche sulle successive annate del giornale studentesco. L’esordio è un po’ povero, trattandosi di un giornale di 4 pagine, sia pure con un paio di articoli interessanti: quello di Beppe di Palma I manovali dell’Università, è necessario rivalutare la figura il lavoro e la funzione dell’assistente. L’Assemblea approva lo statuto del CUC; il vice Tribuno Giorgio Vanzo si domanda “… a chi interessa l’8 febbraio”, dopo averne seguito l’organizzazione e lo svolgimento. Il commento è molto amaro dato il deludente risultato su tutti i fronti. Con la direzione di T. Negri viene varata un’altra serie che si rifà al Bò degli anni ’30, numerandola come XXI. Si riscopre così la continuità con il giornale che fu di Eugenio Curiel. Il Bo dal n. 3 del ’56 prende tuttavia un’impostazione più sindacale nei numerosi articoli dedicati prevalentemente al lavoro dell’Assemblea, le cui relazioni sono affidate a Fabio Pasti e al già citato Enrico Berti, con momenti meno cronachistici e più monografici. Ad esempio una pagina intera viene dedicata alla Casa dello Studente: dall’albergo al college considerato l’unico mezzo attuale per fondare una comunità universitaria. C’è anche un contentino ai Goliardi Tradizionalisti, con la cronaca della visita al Bo di Miss America e di Miss Italia, Toccare per credere… a firma di T.T., Toni Tonzig, leader del gruppo e vice Tribuno.

Del n. 5/56 la pagina 2 è interamente dedicata al CUS: relazione sulla sua attività e un articolo di Negri che chiede il chiarimento dei rapporti Tribunato-CUS, in seguito alla “querelle” che, almeno dal ’51, li oppone. Il CUS non vuole infatti essere sottoposto al Tribunato che rivendica invece la sua unitarietà. Il problema verrà risolto nel 1958. Con il n. 7 del novembre 1956 inizia la direzione del Bo di Gino Tessari, studente di chimica che diventerà ordinario di Chimica Organica a Urbino. Tessari, che è anche presidente del GDIU, resta nel solco tracciato dalla direzione Negri. Questi dà l’addio alla direzione del giornale con un testo alto di moralità e umanità di fronte ai fatti di Ungheria, di Cipro, di Algeri.14 Il giornale riporta anche la solidarietà espressa dal Senato Accademico “alle Università di Ungheria, ai loro studenti, ai loro professori, sempre memore dei suoi figli caduti per la stessa causa, dai moti del 1848 all’insurrezione del 1945”, cui si unisce l’Assemblea del Tribunato che “esprime la sua commossa solidarietà con gli studenti e con gli operai ungheresi, insorti per un insopprimibile bisogno di libertà, e il suo sdegno per la feroce repressione condotta dall’esercito sovietico (…)” Vengono indette dal Tribuno le elezioni per l’Assemblea di Tribunato dal 27 novembre al 3 dicembre, in un momento particolarmente delicato per la rappresentanza degli studenti delle università italiane. Il Ministero della Pubblica Istruzione ha inviato alle Università la circolare 4800 che impone ai loro Consigli di Amministrazione di suddividere in varie voci i fondi dell’O.R., determinando l’entità della cifra per ciascuna di esse. È un’autentica bomba, come la definisce il neo direttore Tessari nell’articolo La circolare Rossi (dal nome del ministro che l’ha emanata) o del paternalismo; se applicata lederebbe l’autonomia decisionale dell’O.R. regolarmente eletto con il riconoscimento delle Autorità Accademiche. Si profilano legittime manifestazioni di opposizione. Anche l’Intesa (GDIU), presieduta da Tessari, fa il bilancio di un anno di lavoro e pone le basi per quello futuro in preparazione della prossima campagna elettorale. A loro volta Parlano i Tradizionalisti che, nell’articolo a firma di Toni Tonzig annunciano “la nostra lotta per una autonomia nell’Università”.

NNI CINQUANTA

ANNI CINQUANTA

39

nella pagina a sinistra Guernica di Pablo Picasso (1937) e un particolare della testata del Bo’ ispirata al dipinto. Il giornale modificherà più volte la testata ma l’associazione con questa immagine simbolo durerà fino agli ultimi numeri del 1968 a sinistra Budapest, ottobre-novembre 1956 La folla davanti all’ex ufficio centrale della Szabad Nép (il giornale del partito comunista) e il “volo” della prima edizione di Függetlenség (Indipendenza). Foto di Erich Lessing, Magnum Photos/Contrasto

UNGHERIA, 1956
È l’alba del 4 novembre 1956 quando le truppe sovietiche iniziano dalle periferie a dirigersi verso il centro di Budapest. Le cifre della repressione sono ancora oggi sconosciute nella loro esattezza: si parla di tremila morti tra la popolazione civile, mentre duecentomila esuli avrebbero lasciato l’Ungheria per i paesi del blocco occidentale. Alcuni di loro arriveranno a Padova; l’ateneo patavino è tra le prime istituzioni a muoversi: il rettore Guido Ferro, d’accordo con il tribunato degli studenti, manda subito due camion a Vienna, dove si sta ammassando la maggior parte dei profughi. Portano viveri e coperte, tornano con a bordo venti studenti, ai quali sarà garantito vitto, alloggio e iscrizione all’Università.

Anche gli altri gruppi universitari si propongono in vista delle imminenti elezioni: l’UGI invoca la Democrazia universitaria per il reale sviluppo della Rappresentanza, è il programma firmato da Gianfranco Schininà, presidente dell’ UGI di Padova; mentre Pino della Frattina del S. Marco chiede Una nuova rappresentanza in quanto, a suo giudizio, gli OO.RR. non interpretano i bisogni degli studenti. Felisari polemizza invece in Vita democratica e comunitaria nell’Università con quanti sono ancora nostalgici della goliardia vecchia maniera e cercano di dimostrare l’inutilità per gli studenti di organizzarsi democraticamente. In particolare l’articolo citato polemizza con il FUAN, l’organizzazione universitaria neofascista cui aderisce a Padova il S. Marco, che attacca la democrazia universitaria in quanto “democrazia”. In previsione dell’8 febbraio 1957 viene pubblicato il n. 1 dell’Anno XXII; è l’ultimo della direzione di Gino Tessari, il quale esterna nella prima pagina una profonda riflessione sulla imminente festa goliardica, in forma di Lettera ai lettori.
15

È ancora vivo il dibattito sul contestatissimo “esame di Stato”, che viene affrontato in un lungo articolo che ne distrugge le premesse, mentre in prima pagina viene pubblicata la mozione, a firma FelisariTessari, che propone all’UNURI di farsi carico della raccolta di 500.000 firme per indire il referendum abrogativo. Si cita inoltre, prima di chiudere l’annata 1956, il supplemento al n. 6 di quell’anno, un fascicolo dedicato all’Inchiesta sui laureati in lettere e in medicina dell’Università di Padova nel 1947. Nel gennaio 1958 viene pubblicato il n. 1 dell’Anno XXIII, per l’ennesima nuova serie. Direttore ne è Stefano Reggiani che, con il n. 2, passerà poi la mano a Felisari. Appare, e lo sarà per molti numeri ancora, anche nel corso degli Anni ’60, come responsabile Gino Tessari, per le ragioni già dette. Mi corre quasi l’obbligo di citare il mio fondo di quel numero, che è prevalentemente dedicato alle imminenti elezioni per l’Assemblea di Tribunato, in quanto riporta un brano importante di un artico-

lo del prof. Adriano Buzzati Traverso, che insegna a Milano ed è fratello del più noto Dino, giornalista e scrittore bellunese, pubblicato sul Giorno diretto allora da G. Baldacci e molto diffuso tra l’intellighenzia studentesca.16 Il redattore plaude, invitando gli studenti, in occasione dell’imminente voto, a rendersi conto della validità delle posizioni dell’O.R. Alla sbarra l’esame di Stato è un altro articolo sul tema dominante di quell’anno, dopo l’introduzione dell’esame, ritenuto, a ragione, un inutile strumento burocratico e, in quanto tale, contestato anche dai professori, Rettore in testa. Dal n. 2 del marzo 1958, anno XXIII, sempre direttore responsabile G. Tessari, inizia la direzione di Giulio Felisari, nominato dal nuovo consiglio di Tribunato. Un fatto nuovo è il fondo di esordio di Felisari - che dirigerà poi i restanti numeri del ’58 (3-6) e 1-2 del ’59 - commento ai risultati delle elezioni da poco conclusesi. Il fatto nuovo riassume due fatti: il primo è l’alto numero di votanti (3.202, quasi 1.000 in più delle precedenti elezioni, e circa il

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

A OVEST
Toni Agostini da Il Bo’, 15 dicembre 1954

Gli studenti spagnoli sono sempre dei cordiali amiconi. Simpatici, forse un po’ troppo espansivi, ti stordiscono con la loro compagnia fanciullescamente rumorosa. Sono sempre in subbuglio, pronti ad andare a letto alle ore più strane, ma nemici dichiarati delle levate mattutine. Pronti a stonare in qualunque canto, ma vivi e ritmici in ogni ballo. Per le ragazze è tutto un altro discorso. Hanno tutte, dico tutte, occhi meravigliosi, dotati di una triste e lucente espressione d’arabe, che mai sanno sorridere. (…) E come tutti gli spagnoli, forse più di tutti, i nostri colleghi d’oltre Pirenei conoscono ed amano un’arte tutta loro: l’arte di saper perdere il tempo. Dico perdere, non buttar via: ossia lasciarlo scorrere così, tra le mani, in maniera che lasci una sola immagine di sé: una non-traccia, una assenza assoluta di rimpianto e di desiderio che ritorni. Sono più di 50.000 gli studenti che frequentano le dodici Università del Paese. (…) Una chitarra, poche musiche ed un cantar sommesso. Non è retorica, o ricerca di un facile folclore. E’ l’impressione di una realtà. Lo studente spagnolo è come una persona di una certa età che, arrivata ad avere una discreta posizione, vive bene nel suo guscio, senza preoccupazione alcuna. Per loro non c’è il problema di inserirsi in una qualche struttura sociale: si lascia passare il tempo, si cursa la facoltà che si è scelta, e poi, una volta laureati, o ci si inserisce nell’attività paterna o si continua a studiare per presentarsi alle oposiciones (concorsi di Stato) per ottenere questo o quel posto. (…) Di politica non si parla, non perché non se ne possa parlare – si può anche dir male di Franco, un po’ sottovoce, se si vuole – ma perché non serve, è senza scopo, senza alcuna “applicazione” pratica. A dir il vero, non ci sono molti Falangisti fra gli studenti – anzi sono pochi – ma non si è di alcuna altra idea, di alcuna altra opinione, si lascia scorrere il tempo fra le dita, così, senza traccia, anche in questo campo.

sopra il paginone “europeo” del Bo’, 15 dicembre 1954

NNI CINQUANTA

40% degli iscritti) un risultato di tutto rispetto che dà maggiore credibilità e forza rappresentativa al Tribunato. La seconda novità, anch’essa importante che riequilibra i rapporti di forza tra i gruppi universitari presentatisi all’elettorato, è la perdita della maggioranza assoluta della GDIU, che aveva fino allora monopolizzato il Tribunato, sia pure con aperture agli altri Gruppi. Questo risultato porterà l’UGI al governo del Tribunato assieme al GDIU, con altro peso rispetto alla precedente Giunta. L’UGI appoggerà l’elezione a Tribuno di Paolo Benciolini, studente di medicina (ora cattedratico di Medicina legale a Padova)17. Il fatto nuovo è anche che Intesa e UGI sono antesignani in Italia di una giunta, qualificabile di centro-sinistra, che anticipa di cinque anni la formula adottata dal Governo nazionale del 1963. Per quanto riguarda Il Bo, l’impegno è per una periodicità più regolare e una veste grafica più dignitosa, palestra di libero dibattito per gli studenti. Passando ad altro articolo, sempre di Fe-

lisari, sull’esame di Stato, con il titolo Vittoria amara, l’autore chiarisce che non si tratta della recensione del film di Nicholas Ray allora sugli schermi con il medesimo titolo, ma “dell’abilitazione provvisoria” che soddisfa provvisoriamente, appunto, gli studenti ma che non risolve i problemi di fondo del contestato esame. Tutto sarà rinviato a settembre. Va citata, come fatto di costume, una bella foto dell’americana Gloria Davy, la splendida cantante nera che furoreggiava allora per bellezza e doti canore: una breve nota firmata da Pino (Bottacin) ironizza sulla presenza massiccia di professori al concerto, pur affollatissimo, tenutosi alla Sala dei Giganti del Liviano, domandandosi se questi fossero stati richiamati, superando pregiudizi di razza, più dalle doti fisiche della bella Gloria che dalle pure notevolissime doti canore di soprano. Il n. 3/58 dell’aprile-maggio, si presenta corposo di 12 pagine (è stata scelta la periodicità bimestrale), ed esce alla vigilia delle elezioni del Parlamento Nazionale

della III legislatura repubblicana. Il Bo ne prende spunto con il fondo firmato G.F. (Giulio Felisari) intitolato 25 Maggio dove ci si riferisce a un’inchiesta commissionata alla doxa dal settimanale L’Espresso. L’inchiesta-sondaggio riguardava l’opinione degli elettori sui più importanti problemi che travagliavano l’Italia e che si sarebbe dovuto affrontare (risolvere?) nella imminente legislatura. Nessuna domanda riguarda la Scuola. Meraviglia viene espressa nell’articolo per il fatto che un settimanale, pur sensibile ai problemi sociali, non avesse tenuto conto che, all’epoca, esistevano in Italia ben 5.000.000 di analfabeti o semianalfabeti. Il Tribuno Benciolini, in prima pagina, ribadisce su Compiti e limiti del movimento studentesco, i princípi cui si ispira la rappresentanza studentesca, soprattutto incentrata sulla “autonomia” da condizionamenti esterni, di partiti o altro, mirata com’è a operare all’interno dell’Università e delle sue strutture. Spicca poi una lettera di Lajos Pinter, se-

ANNI CINQUANTA

41

A EST
Vincenzo Calò da Il Bo’, 15 dicembre 1954
per l’8 febbraio, quasi un nuovo Centro). Michele Sernini, che subentrerà alla direzione di Felisari a partire dal n. 3 del ’59, recensisce la raccolta di saggi di Guido Calogero Scuola sotto inchiesta, dove una proposta dell’autore fa scalpore: Calogero propone che vengano multati i professori assenteisti (10.000 lire per ogni lezione “saltata”), affrontando però anche temi cruciali, quali la laicità della scuola e la necessità di riforme. Un libro attuale ancor oggi. Due studenti, che avranno un brillante futuro, Lorenzo Renzi, allievo di G.F. Folena e attualmente ordinario di Filologia romanza a Padova, e Giuliano Scabia, pirotecnico affabulatore al DAMS di Bologna, autore di libri di culto quali MammaNane oca, curano un’intera pagina, con il vistoso titolo Povera e nuda vai Filosofia. È un’inchiesta sull’insegnamento della Filosofia alla Facoltà appunto di Lettere e Filosofia. Sottotitoli Come la vorremmo, elegia del sillogismo, e Com’è ora, la Riforma Gentile del 1923. Viene ripresa la lettera indirizzata dal Tribuno al Magnifico per chiedere il ritiro del provvedimento sulle firme di frequenza: Una spinosa questione come la definisce la nota che accompagna la pubblicazione della lettera, con un’aggiunta: le firme come figurine preziose. Il fondo firmato da Felisari nel n. 5, anno XXIII del settembre-ottobre 1958, intitolato L’elezione del Rettore, ordinaria amministrazione?, commenta la conferma del prof. Ferro, per la quarta volta, a Magnifico Rettore.18 Un fatto importante per il Tribunato guadagna un ampio spazio in prima e seconda pagina: si tratta della positiva conclusione di una annosa diatriba fra Tribunato e CUS, che stabilisce l’accordo e accetta di sottoporre il bilancio delle sole attività sportive (non agonistiche) al controllo dell’Assemblea, che destina 2.500.000 all’anno al suo finanziamento, a parte eventuali ritocchi. Ma il giornale non poteva dimenticare un avvenimento che cambiò profondamente il costume e i cui effetti sono discussi oggi quasi quotidianamente. Ci riferiamo alla “fatale” Legge Merlin e alla conseguente chiusura delle case di tolleranza il 20 settembre 1958. Il Bo intervenne sull’argomento con un mio articolo

Nell’Unione Sovietica lo studente è considerato un lavoratore che si specializza e pertanto riceve uno stipendio, oltre a non pagare tasse e ad avere vitto ed alloggio gratuiti se proviene da città dove l’Università non c’è. (…) Un’altra via per giungere all’Università è quella che parte direttamente dai campi e dalle officine, dove corsi serali e per corrispondenza permettono a qualsiasi lavoratore che ne abbia voglia, giovane o anziano che sia, di sostenere gli esami di ammissione, continuando poi a percepire lo stipendio dall’azienda in cui lavorava per il periodo di frequenza all’Università. Lo stipendio dello studente varia, aumentando, dalle “matricole” agli “anziani” e dalle facoltà più facili a quelle più impegnative. Inoltre in uno stesso corso il più alto stipendio lo riceve naturalmente chi prende i voti migliori ed il massimo chi, oltre all’ottimo profitto, si dedica anche ad “attività sociali”, vale a dire circoli ricreativi, club, associazioni culturali, seminari di ricerca, conferenze ecc. (…) In ogni gruppo gli studenti più bravi dedicano una parte del loro tempo ad aiutare i ritardatari, e si comprende come, con questo sistema, siano veramente pochissimi quelli che falliscono agli esami finali, perdendo diritto, per l’anno successivo, allo stipendio (si potrà frequentare i corsi a proprie spese). (…) Alcune notizie infine sull’Università Lomonosov di Mosca, mi pare la più grande del mondo e senza dubbio la più bella dell’Unione. E’ alta 317 metri, con 32 piani e 110 ascensori; oltre a 2000 laboratori scientifici, a centinaia di aule, palestre, cinema, teatri, piscine coperte, palestre, biblioteche, ospita 6000 stanze per studenti (…). E’ dunque il regno di bengodi l’Università sovietica? Niente affatto. Se anche assicura a qualsiasi giovane, sia esso figlio di operai o contadini o impiegati, la possibilità di studiare, se gli toglie le preoccupazioni economiche, se lo fornisce di un’attrezzatura scientifica invidiabile per studiare e specializzarsi, richiede tuttavia allo studente uno sforzo ed un’applicazione continua nello studio veramente notevole.

gretario nazionale degli studenti ungheresi presenti in Italia, qui rifugiatisi in fuga dal loro Paese in seguito alla rivolta anticomunista del novembre 1956. Lajos, studente di medicina, poi ottimo odontoiatra, rivolge un ringraziamento a quanti hanno contribuito (professori, studenti, associazioni e autorità) a costituire un fondo per il sostentamento degli studenti ungheresi esuli, che però ora sta esaurendosi, e annuncia la fondazione di un club italo-ungherese a fini culturali, per la reciproca conoscenza. Un particolare ringraziamento Lajos rivolge al prof. Angelo Bianchi, che per conto del Rettore ha seguito, non certo burocraticamente, l’assistenza ai giovani esuli. In una garbata lettera al Rettore, Paolo Benciolini spiega le ragioni della forte protesta studentesca per la riduzione da tre a due degli appelli d’esame decretata dal Senato Accademico. Le altre pagine del giornale sono dedicate all’attività dei Centri, in particolare al CRUE, con un articolo sui campi di la-

voro, allora frequentati da molti studenti, definiti da Giorgio Lolli “croce e delizia: sono campi siberiani per chi ama le comodità, sono weekend per chi si adatta…” Il vice Tribuno Galeazzo Brancalion dà della “maleducata” a Miss America, cui doveva essere conferita la matricola ad honorem, non essendosi lei nemmeno presentata, mentre il quasi-medico Enzo Semini si lamenta, con l’articolo Freud in aula di studio, della separazione “sessuale” nelle aule di studio e nelle mense. Di qua i maschi, di là le femmine, e il commento visivo viene lasciato alla foto di una Brigitte Bardot imbronciata, segregata dietro le sponde di un letto antico. Il n. 4 del giugno 1958 dovrebbe essere un numero estivo, ma non si sente l’aria di imminenti vacanze. I vari e numerosi interventi sono infatti tutti incentrati sulla vita del Tribunato (un consuntivo di tre mesi di Assemblea viene steso da Felisari, che fa soprattutto il punto sui Centri, tra cui sembra una novità il progetto di costituire una struttura permanente

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

che non rinnego, nonostante il dibattito attuale consideri quella legge esiziale, vista l’insopportabile diffusione della prostituzione di strada e il suo delittuoso sfruttamento con la riduzione in schiavitù di migliaia di giovani donne, pressoché tutte straniere. In Addio Norma, dal nome della più famosa tenutaria di Padova, stigmatizzavo innanzi tutto, forse ironicamente, la mancanza di stile del Governo sulla scelta della data: la coincidenza con la “breccia di Porta Pia” e la conquista di Roma ad opera dei Bersaglieri di Lamarmora (ricordiamo, 20 settembre 1870), poteva forse essere evitata.19 Il n. 1 gennaio del 1959, anno XXIV pone, nel fondo d’apertura, l’inaugurazione del 737° anno accademico. Lo firma G. Felisari, che ne ricava un quadro allarmato e allarmante della situazione dell’Università italiana. Il cauto ottimismo, espresso dal Rettore nella sua relazione inaugurale, appare superato dagli avvenimenti di dicembre. Assistenti e Professori incaricati hanno proclamato uno sciopero duro, che può compromettere il regolare svolgimento dell’anno accademico.20 Dopo cinquant’anni lascio a chi legge il commento! Pur tuttavia un fatto nuovo, questo sì rassicurante, va ricordato di quell’inaugurazione: dopo anni di polemica assenza dall’Aula Magna, gli studenti vi sono ritornati.21 Soltanto il canto della Vispa Teresa e Canto della mosca hanno ravvivato alla fine l’ambiente. Di questo numero meritano di venire ricordati il dissacrante intervento di Aldo Bardusco sulla caduta di un mito: Elegia goliardica; e la forte presa di posizione di Enzo Semini, incaricato del Diritto allo studio, sulla deprimente statistica che solo l’1% degli studenti è assistito gratuitamente, per cui impone un perentorio titolo al suo articolo: Si attui il diritto allo studio. Vorrei ricordare poi, una presa di posizione che testimonia la costante attenzione del Bo’ di quegli anni, di fronte a certe decisioni della Magistratura o del Governo che rispecchiavano una ancora diffusa mentalità codina. Mi riferisco al grottesco episodio del sequestro, su tutto il territorio nazionale, della Rivista Italia domani che aveva pubblicato il Nudo coricato di Modigliani esposto alla Mostra di Palazzo Reale a Milano, senza coprirne le cosiddette pudenda. Il provvedimento era stato preso dalla Procura di Genova sulla base dell’art. 528 del Codice Penale, ritenendolo pubblicazione oscena. Il Bo’ pubblicò l’immagine del quadro su tre colonne, avendo tuttavia la “prudenza” di apporre delle pecette sulle parti compromettenti. L’ultimo numero diretto da Felisari è il n. 2 del febbraio 1959. Il giornale si apre con il titolo a piena pagina Elezioni, si vota per il rinnovo dell’Assemblea di Tribunato, ed è pertanto quasi interamente dedicato alla campagna elettorale dei Gruppi studenteschi. Dei tre restanti numeri del 1959, da noi presi in esame (n. 3, 4, 5), diretti da Michele Sernini, studente di Legge, ugino, che diverrà docente di Sociologia e di Pianificazione urbana inizialmente all’IUAV e poi cattedratico alla Facoltà di Architettura di Reggio Calabria, va detto che si tratta di numeri piuttosto smilzi, quattro pagine, con pochi argomenti affrontati, ma approfonditi. Sul n. 3 vengono pure pubblicati i risultati delle elezioni alle quali hanno votato 3.144 studenti, pari al 35% degli iscritti, in leggero calo rispetto alle precedenti elezioni che avevano toccato quasi il 40%. Giancarlo Zizola, che qualche anno più tardi diventerà uno dei più qualificati vaticanisti della stampa italiana e autore di saggi, inizia un’inchiesta sugli studenti francesi della “nouvelle France”, intitolandola Le sardine della Sorbona, che concluderà con altre due puntate nei numeri successivi riferendosi all’affollamento della prestigiosa università parigina. Nel n. 4, nell’articolo di fondo, Michele Sernini relaziona sull’VIII Congresso dell’UNURI svoltosi a Cattolica, dove si sarebbe dovuto stendere un consuntivo di dieci anni di rappresentanza nazionale. Ma il giudizio di Sernini è piuttosto negativo: il dibattito ha invece portato alla luce le difficoltà interne dei singoli Gruppi presenti in Giunta e in particolare dell’UGI, tallonata dai molti ex ugini confluiti nell’AGI (Associazione Goliardi Indipendenti). Orio Caldiron, fresco segretario politico dell’UGI - diventerà anni dopo Presidente dell’Istituto Luce a Roma - affronta su quattro colonne del giornale la “Riforma

NNI CINQUANTA

in alto le pecette della censura a Modigliani fanno notizia nel Bo’ dell’1 gennaio 1959 a sinistra La polemica sulla cessione del Collegio Pratense nel numero di ottobre - novembre 1959

ANNI CINQUANTA

43

della Facoltà di Lettere”, relazionando sul dibattito tenutosi al Ruzante aperto dal prof. Dal Pra. In ultima pagina il Tribuno Anesi, cattolico, stigmatizza il ventilato finanziamento statale al Collegio Mazza, mentre languono i mezzi per istituire colleges statali e affronta anche la questione del Collegio Pratense che sta per essere ceduto dal Comune di Padova al Demanio militare, grave questione che verrà ripresa in modo molto più diffuso sul numero successivo. Il n. 5, dell’ottobre-novembre ’59, annuncia con certezza la cessione al Demanio militare del Collegio Pratense, situato in via Cesarotti, parallela alla Basilica del Santo. Il collegio, fondato nel XIV secolo dalla nobile famiglia Prata, era stato richiesto fin dal 1939 dall’Università di Padova, per destinarlo a collegio e ne aveva ottenuto una prelazione. Il circostanziato articolo pubblicato in prima pagina porta la prestigiosa firma del prof. Egidio Meneghetti, primo Rettore del dopoguerra, ed è concesso al Bo’ dalla Rivista socialista Progresso Veneto. Meneghetti fa la storia dei rapporti Università-Enti locali (Comune e Provincia di Padova) da cui risulta il buon diritto dell’Ateneo a far valere la sua prelazione: ma la decisione del Comune era già stata presa. Il Tribunato fa affiggere in città un manifesto di protesta al riguardo, mentre Sernini, nel fondo da lui firmato e intitolato Università e campanili, interviene sulla proliferazione di sedi universitarie nel Veneto (a partire da Verona) a danno di Padova e della miglior organizzazione degli studi universitari, specialmente in un Paese come l’Italia scarso di mezzi. Conclusioni

Crediamo quindi che fosse doveroso tener fede all’assunto iniziale: la pur concisa storia di Il Bo non avrebbe potuto prescindere dal soggetto di cui si interessava, cioè il movimento studentesco padovano, da cogliere nel passaggio dalla goliardia tradizionale a un organismo rappresentativo eletto democraticamente, con tutte le implicazioni del caso. E non si poteva prescindere, a nostro avviso, dal ricordare i protagonisti di questo movimento, ne fossero avversari o fautori, con brevi cenni biografici che ne hanno evidenziato la notevole qualità intellettuale. Dopo gli anni ’50 cruciali, come già detto, per Il Bo e la nostra rappresentanza studentesca, ha iniziato a soffiare il vento della contestazione giovanile, alla rincorsa di una mitica palingenesi che ci ha fatto scavalcare forse il Vecchio Mondo, facendoci perdere tuttavia quello che faticosamente avevamo costruito in dieci anni di costante impegno e la speranza di una società migliore.

Note

S

iamo giunti alla conclusione di questo lungo articolo, che forse sfonda lo spa-

zio che gli era stato assegnato, ma a dieci anni di un giornale, ancorché studentesco, con la pubblicazione di oltre 40 numeri e, in più, testimonianza costante, anche se non sempre puntuale, di una università in trasformazione, nei suoi dirigenti, nei suoi ordinamenti, soprattutto nei suoi studenti, in un mondo profondamente cambiato, dopo una guerra che ha lasciato pesanti strascichi nella politica, nella società, nell’economia e nel costume, abbiamo dedicato un esame approfondito.

1 Va subito sottolineato che si tratta del n. 1 dell’anno I, cioè di una nuova serie che segna una discontinuità, almeno formale, con le annate precedenti. Non so dare ragione di questo salto, se si è voluto affermare una rottura con il passato (quello fascista o quello degli anni post bellici sino al ’50), pur mantenendo il titolo della testata, o se si è trattato di una semplice esigenza burocratica. La discontinuità della numerazione delle annate pur nella persistenza della testata – a parte, come vedremo, alcuni numeri unici pubblicati per lo più in occasione della ricorrenza goliardica dell’8 Febbraio – è un elemento costante della storia del Bo. A questo aggiungasi un frequente cambio, pressoché annuale della direzione, con eccezione di Emilio Sanna che resse il giornale quasi per 2 anni dalla fine del 1952 alla fine del 1953 e con una ripresa assieme ad altri, di cui sotto, nel 1954. 2 “Sono lieto che la pubblicazione di un giornale universitario mi offra l’occasione di rivolgere il più cordiale saluto a tutti gli studenti dell’Università di Padova. Esprimo la certezza che il giornale sarà una palestra aperta a ogni sereno dibattito riguardante gli studi universitari e l’alta cultura e che i goliardi daranno prova della loro maturità, affinando la loro preparazione per i compiti che li attendono. Il mio augurio è che a essi arrida, oggi e domani, il miglior successo, a vantaggio dei singoli e della Nazione”. 3 “… le finalità del giornale, dopo le difficoltà della ripresa, sono: essere la “viva voce” degli studenti; trattare ampiamente tutti i loro problemi; il giornale sarà fatto da studenti per gli studenti; si daranno soprattutto notizie di carattere “sindacale”; unitamente al notiziario delle Facoltà, si darà largo margine all’informazione culturale e sportiva; Il Bo sarà un giornale serio ma non austero, mantenendo viva la tradizione goliardica (di cui si nota già la crisi). Soprattutto Il Bo sarà apolitico, la politica rimarrà fuori dai portoni del Bo”. 4 Diveniva Tribuno il candidato che, al momento dell’ingresso in aula del professore di Ana-

tomia, rimaneva in piedi sulla cattedra, avendo i suoi supporter spinto di sotto il concorrente. Di solito il candidato più accreditato era lo studente sostenuto dai colleghi giocatori del Petrarca Rugby, che faceva capo al Collegio Antonianum. 5 Nell’anno accademico 1946-47 risultano duplicati 1140 libretti su cui sono stati inseriti i voti positivi di esami mai sostenuti, grazie alla complicità di alcuni impiegati della Segreteria del Bo. I possessori di questi libretti si sono quindi trasferiti in altre sedi universitarie, ivi laureandosi, con tanta fatica risparmiata! 6 Ne è la prova il titolo a tutta pagina nel n. 2/53 In quale lingua dobbiamo dirlo? Magnifico ci siamo anche noi; forte richiesta di decisioni autonome da ogni intervento dall’alto sulla scelta del futuro della rappresentanza studentesca: Solo gli studenti hanno diritto e capacità di modificare le loro istituzioni. Il periodo era caldo, dopo la contestazione studentesca in Aula Magna che aveva privato, come conseguenza, la goliardia della tradizionale elezione del Tribuno; la Rappresentanza non aveva ancora definito il suo nuovo assetto, contrapponendosi i nostalgici della goliardia tradizionale e i fautori del nuovo, in attesa dell’Assemblea costituente. 7 “Goliardia è cultura e intelligenza, è amore per la libertà e coscienza della propria responsabilità di fronte alla Scuola d’oggi e alla professione di domani, è culto dello spirito che genera un particolare modo di intendere la vita alla luce dell’assoluta libertà di critica, senza pregiudizio alcuno, di fronte a uomini e istituti, è infine culto delle antichissime tradizioni che portarono nel mondo il nome delle nostre libere università di scolari”. 8 “… Il Bo non deve limitarsi a circolare entro il nostro ristretto ambito ma, deve uscire dall’università, andare tra le mani della gente comune, del professionista e dell’operaio, perché solo con uno stabile e continuo rapporto con il mondo esterno noi prenderemo coscienza dei compiti che ci attendono nella società e potremo riportare l’università a quella funzione di guida culturale che le compete e le è essenziale. La migliore veste grafica è essenziale in questo senso”. 9 “Il Bo deve quindi aspirare a essere una polifonia, portare a compimento l’elaborazione di una nuova cultura, cui arrivare poco a poco…in tal modo la cultura non sarebbe solo produzione degli unti del Signore ma di tutti gli universitari”. 10 Sanna si è trovato a dirigere il giornale in un periodo turbolento della goliardia padovana, innesta una polemica piuttosto dura con le Autorità Accademiche, tanto da far pensare che la sua rimozione dalla direzione (di cui dà spiegazioni il Tribuno uscente Gasperini, come sopra detto) sia finalizzata a calmare le acque nei rapporti con il Rettorato. Era stato anche un momento di contrapposizioni vivaci fra l’ala riformista della rappresentanza studentesca (che porterà l’anno dopo alla Costituente e alla definitiva sistemazione delle modalità delle elezioni dell’Assemblea e del Tribuno) e quella più legata alla goliardia tradizionale, espressa dal gruppo degli Indipendenti. Va comunque riconosciuto a Sanna di aver dato stabilizzazione al giornale dotandolo anche di un “progetto”. 11 È un numero tipicamente in linea con la festa dell’8 febbraio, allora molto sentita dagli studenti. Gli articoli sono quasi tutti firmati con pseudonimi, anche se i contenuti non appaiono censurabili. Un articolo per tutti, Franca May, ovverosia delle macrocoscie, accompagnato dalla probante foto della protagonista, ballerina di rivista già studentessa di chimica. Firma l’intervista Sergio Tommasoni, il più beffardo dei goliardi del tempo. 12 Anche se si tratta di una diversa testata, come sarà pure per il prossimo Il Toro, ce ne occupiamo considerando che essi costituiscono una prosecuzione del Bo, diversamente denominati per ragioni burocratiche (ma siamo sempre nell’ambito della famiglia dei bovini…).

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

NNI CINQUANTA

Il fondo si scusa con i lettori, “Ritorno, dopo varie peripezie”; Il Bo torna a comparire. Il testo è ironico e scherzoso: “…Il Bo ha riposato, senza darsi cruccio di essere puntuale. Il Bo ha fatto quindi, meditando, esami di coscienza”. 13 “Il Bo è al servizio degli studenti, rappresentati nell’Assemblea di Tribunato, e vuole essere termine di collegamento tra quest’ultima e la base studentesca. Vuole costituire la testimonianza concreta, di fronte a chiunque, delle ragioni d’essere, delle identità e dell’azione della Rappresentanza. Il Bo dovrà assumere una fondamentale funzione di presenza ed essere valido strumento dell’auto-governo degli studenti nella loro Università. Se riusciremo ad instaurare l’auspicato dialogo con i Docenti, avremo fatto cosa utile alla classe studentesca; se riusciremo a rendere di comune coscienza i termini culturali della nostra azione sindacale con le conseguenze relative sul piano della nostra formazione, avremo fatto cosa utile alla comunità. Non siamo pieni di presunzione né amiamo un discorso carico di vuote astrazioni: vogliamo solo ritrovare nell’Università un significato alla nostra cultura, che sappiamo sarà per noi valida solo quando noi tutti avremo partecipato, sul piano della leale e paritetica collaborazione, a costruirla. I nostri maestri non debbono usare verghe pedagogiche, ma camminare tra noi come padri intelligenti. Cercheremo di fare uscire il giornale con regolarità e con la maggior frequenza possibile: anche con questa assidua presenza Il Bo assolverà la sua funzione. Il Consiglio di Tribunato costituisce il Consiglio di Amministrazione del giornale Il Bo. Nomina il Direttore del giornale”. 14 Scrive Negri: “… in un mondo che obbliga a muoversi nell’intrico dei rapporti di forza e di interesse, abbiamo scoperto l’ansia generosa dei combattenti della libertà, e mentre i nostri padri e i nostri maestri troppo poco ci parlano di ciò che fratelli e compagni hanno pur fatto, anche qui, nelle nostre città, nelle nostre Università, ad onore di una bandiera, nel dolore abbiamo compreso l’universale valore della ribellione per amore, perché l’uomo non uccida l’uomo”. 15 Lettera ai lettori. “Così ci giunge un altro 8 febbraio – esordisce Tessari – in cui per l’ennesima volta saremo chiamati a verificare come questi siano divenuti stanchi epigoni di una tradizione già illustre”. Il lungo articolo continua nella disanima dissacrante di un rito ormai frusto e falso, nell’illusione che il gaudeamus igitur e qualche goliardata bastino a farci uscire dalle difficoltà quotidiane: “manca in ciascuno di noi una radicata convinzione, siamo troppo poco preoccupati dei nostri ideali che troppe volte accettiamo solo per stanco conformismo… senza contare che la composizione sociale dell’università è notevolmente mutata e nella comunità universitaria sono entrati preoccupazioni e problemi nuovi: povertà attuale e incerto futuro professionale”. 16 “Per la prima volta, dopo anni di travaglio, di crisi, di progressivo peggioramento delle nostre università, una importante categoria del nostro Paese ha rivolto al Governo richieste precise e di ampiezza sufficiente per avviare a soluzione il tragico problema della nostra istruzione superiore e della ricerca scientifica. Gli studenti hanno fatto ciò attraverso la Giunta del loro Ente rappresentativo nazionale, l’UNURI;” e continua “…la notizia è consolante perché ci dà motivo di constatare come le giovani generazioni sono coscienti di questo essenziale problema della vita del Paese. La notizia è al tempo stesso deprimente per noi professori…che dobbiamo riconoscere che i nostri allievi stanno più di noi all’altezza delle attuali esigenze”. 17 Nel suo programma, illustrato in sei colonne del giornale, Benciolini ribadisce che

l’O.R. “non si pone certo come organo puramente sindacale né come ufficio tecnico informativo assistenziale, ma piuttosto come preciso strumento della partecipazione degli studenti ai problemi dell’Università e della sua vita comunitaria”. 18 “L’ordinaria amministrazione”, scrive Felisari, “non si riferisce al fatto che, per la quarta volta consecutiva il prof. Ferro venga insediato nella prestigiosa carica, anzi gli si riconoscono le grandi benemerenze acquisite nel corso dei suoi mandati e di essere la persona più adatta a reggere le sorti dell’Ateneo. Crediamo invece – continua l’articolo di fondo – sia doveroso da parte nostra non calare il silenzio su quello che avremmo voluto scrivere il giorno dopo l’elezione (avvenuta tre mesi fa). È un aspetto del costume universitario che andrebbe riformato e che tocca da vicino anche gli studenti. Il D.L. Lgt del 7.09.1944 ha conferito al Corpo Accademico l’elezione del Rettore, abolendo così la norma fascista che riservava tale alto compito al Re. Ma un avvenimento così importante per la vita dell’Università si è man mano ridotto a una prassi di una elezione come puro adempimento burocratico, da liquidare alle spicce.” L’elezione, di cui l’articolo parla, durò si e no due ore, senza dibattito, senza confronto tra vari candidati pur in presenza dei molti problemi che avevano travagliato la vita dell’Università nei tre anni appena conclusi. L’indicazione del prof. Ferro era già stabilita e i 62 professori sono saliti in Rettorato solo per confermarla. Una nota, a margine dell’articolo, è che “di questo rilevante avvenimento si è dato poco risalto, rifuggendo da ogni pubblicità, quasi che tutto dovesse svolgersi nell’atmosfera di un conclave. E la Stampa padovana, di solito attenta alla nomina di un nuovo brigadiere dei Carabinieri, ha coperto la notizia con una foto del Magnifico vecchia di anni”. 19 “Non vorremmo però essere maliziosi – scrissi allora – doveva o no la Legge Merlin entrare in vigore dopo tre mesi dalla sua approvazione? Fatto il conto, i tre mesi cadevano il giorno 20. Fatale coincidenza”. Ma non era questo però il mio obiettivo: “Non vogliamo confonderci con i tenutari e i lenoni – scrivevo – pur non essendo dei visi pallidi né degli evangelisti, seguaci di La Pira e Dossetti, come Montanelli si compiace di definire i fautori della Legge Merlin. Ci schieriamo dalla parte degli abolizionisti per chiare ragioni… Noi crediamo che la via verso il progresso civile sia più spedita se sgomberata dai postriboli. Questo Stato che rilascia patentini di ruffiano dietro versamento di 200.000 lire… che esige il consenso dei genitori per il matrimonio della figlia minorenne ma permette che una donna si possa prostituire nei bordelli a 18 anni (la maggiore età a quella data era ancora stabilita a 21 anni), schedandola e ponendola ai margini della società”, e continuavo “… Questo Stato al cinema e ad altri spettacoli ti tratta come un minorenne morboso, cui bisogna evitare la visione di Abbe Lane che balla il chacha-cha o di Brigitte Bardot in bikini. Se ti coglie sulla panchina di un parco pubblico a baciare la tua ragazza, ti appioppa una multa di 5.000 lire; se arrivano le Folies Bergères e accennano a qualche numero di spogliarello, i vescovi protestano e il Governo fa sospendere lo spettacolo. Ma che un diciottenne, quindi minorenne, possa entrare in un bordello come entrerebbe in un bar, con solo l’espediente burocratico di esibire il documento di identità, non scandalizza nessuno. Nemmeno i vescovi”.

20 “… Lo stesso Piano Decennale varato dal Presidente del Consiglio Fanfani, dopo aver tutti abbagliato, oppositori compresi, col luccichio dorato dei 1390 miliardi di lire e dopo essere stato presentato come la riforma più attesa “dalle mamme e dai giovani d’Italia”, sta raccogliendo le prime, pesanti critiche. Si cita un passo del discorso del Rettore: “… l’Università ha bisogno non più tanto di belle parole o di rosee prospettive, ma di interventi immediati che, sulla base della certa disponibilità delle fonti finanziarie, sappiano contemperare l’unità dei criteri informatori con l’adattabilità alle differenti strutturazioni e ai differenti ambienti…”. “Parole sante Magnifico”, è il commento dell’articolo, “che di cuore abbiamo applaudito. Ma La ascolteranno mai questi governanti …o dovremmo sopportare per quanti anni ancora di vedere delusa la nostra aspettativa e mortificata la speranza?” 21 In quest’occasione il loro comportamento “…è stato sin troppo corretto – continua l’articolo – applausi anziché fischi all’ingresso in Aula del Senato Accademico, applausi al Rettore, a sottolineare i passi del suo discorso più importanti e condivisibili; non aeroplanini di carta a solcare la dorata atmosfera dell’Aula Magna; né un frizzo alle citazioni dello stronzio 90, da parte del prof. Ugo Croatto, docente di Chimica cui era stata affidata la prolusione”.

ANNI SESSANTA

45

Il mio Bo’
Lorenzo Renzi
in basso presentazione delle liste in vista delle elezioni sul Bo’ del febbraio 1960

S

ono stato direttore del Bo’ nel corso di tutto il 1961. Il mio nome appare sotto

imponeva allora (e che è oggi così spesso dileggiata, un po’ a ragione, un po’ forse anche a torto). Impegno, naturalmente, di Sinistra. Il contesto generale era sempre quello della guerra fredda, ma in Italia il periodo del gelo maggiore era passato, e già si parlava di Centro Sinistra, una formula che, distaccando i Socialisti di Nenni dai Comunisti, metteva fine all’opposizione frontale dei due blocchi: democristiani contro socialcomunisti. Come ha ricostruito in questa stessa sede, Giorgio Roverato, al Tribunato di Padova la collaborazione tra Centro e Sinistra si era imposto precocemente, in armonia con quanto era avvenuto in sede nazionale nell’UNURI (la associazione degli studenti universitari). Il governo studentesco a Padova era costituito così dai due gruppi alleati dell’Intesa (cattolica, che aveva la maggioranza) e dell’UGI (Unione goliardica, di sinistra). All’opposizione, c’erano tre gruppi, Alleanza Tricolore, guidata da Giulio de Rénoche, San Marco, con Franco Freda, e la Rorida Begonia (sì, Rorida Begonia!), che aveva raccolto l’eredità dell’AGI (Goliardi Indipendenti). Tra i compagni dell’UGI padovano, ricordo, un po’ alla rinfusa, nella sola Facoltà di Lettere, l’autorevolissimo Mario Isnenghi, Orio Caldiron, Giangaetano Bartolomei e i più giovani

Silvio Lanaro e Umberto Curi: è gente che ha fatto brillantissime carriere nell’Università (Caldiron nel mondo della critica cinematografica). Nella vicina Facoltà di Magistero appariva anche l’unico comunista della compagnia, Mario Quaranta, che diventerà un importante studioso di filosofia e professore al Liceo Classico Tito Livio di Padova (per varie vicende nazionali, la presenza attiva di Comunisti negli organismi universitari, era molto scarsa, mentre il Partito Comunista, come si sa, aveva un larghissimo seguito nella realtà politica del paese). Ma l’Interfacoltà, o piuttosto Tribunato, come si chiamava a Padova, era un luogo d’incontro di studenti di diverse Facoltà, e così ho conosciuto e frequentato allora il brillantissimo Gianni De Michelis, che studiava Chimica, futuro ministro degli Esteri e esponente di grande spicco del Socialismo di Craxi, poi coinvolto in Tangentopoli, Franco Luxardo, imprenditore, Giulio Felisari e Giorgio Villella, editori, e molti altri. Quanto a me, alla Facoltà di Lettere di Padova, al Liviano, ero stato prima eletto rappresentante dell’UGI in Tribunato (fungendo anche un anno da rappresentante di Facoltà), per diventare poi, come dicevo, direttore del Bo’.

l’immagine di Picasso raffigurante il bue di Guernica in cinque numeri (gennaio, marzo, maggio, giugno, dicembre). Credo quindi che nel periodo della mia direzione, sotto il Tribunato di Renzo Carli, la rivista abbia avuto una vita regolare, almeno per quanto riguarda la scadenza, cosa non sempre sicura allora. Se ripenso a quei tempi, molti ricordi mi si affollano, molti dei quali incerti e sbiaditi, a dire la verità. La stessa immagine che ho di me stesso a quel tempo è piuttosto incerta. Ero una persona che si affacciava allora alla vita, riservato e entusiasta allo stesso tempo. Certamente poco maturo per la mia età. Ero già stato preso, comunque, da quella grande passione per la cultura, soprattutto letteraria, passione che era nata in me al Liceo e maturata irrevocabilmente alla Facoltà di Lettere di Padova sotto l’influenza di alcuni ottimi professori e al contatto con coetanei studenti che presentavano più o meno la mia stessa sindrome. Come questi miei compagni di Facoltà, non volevo ritirarmi nella torre d’avorio, ma pensavo che la mia vocazione intellettuale dovesse estendersi alla politica. La formula era quella dell’impegno, traduzione del francese engagement, che si

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

Chi ha ricostruito la storia del movimento studentesco in quegli anni, come già nel 1969, in piena palingenesi sessantottina, Franco Catalano nel suo documentatissimo, anche se partigiano, I movimenti studenteschi e la scuola in Italia 1938-1968 (Milano, Il Saggiatore, 1969), ha messo giustamente in rilevo che la politica studentesca di quegli anni si era immediatamente politicizzata in senso stretto (sfuggendo in gran parte all’altra possibile vocazione, quella sindacale). Catalano ha anche notato che la piccola politica universitaria aveva finito per fornire molti quadri alla grande politica nazionale, soprattutto alla Sinistra (da Paolo Ungari a Achille Occhetto, a Bettino Craxi, a Marco Pannella), come pure al grande giornalismo e all’accademia, come abbiamo visto nel caso padovano. La storia dei Congressi nazionali dell’UNURI, tenuti ogni anno in una nuova sede, e più di una volta anche a Padova, è una storia di scissioni e ricomposizioni, di alleanze e rotture, che, vista a distanza, può sembrare, e forse era, una storia di ambizioni di leadership e un gioco di piccoli politici che si preparano a diventare grandi. Ma si potrebbe anche dire che è il gioco della democrazia parlamentare, e basta, con le sue luci e le sue ombre. Questo gioco, con le sue raffinatezze e perfino squisitezze concettuali, contrasta con il grande incendio assemblearistico del ’68 e degli anni seguenti, in cui si provarono le delizie delle democrazia diretta.

Di tutta questa storia, Padova offriva un piccolo spicchio tutt’altro che insignificante, e il Bo’, compresa l’annata 1961, un piccolo spicchio dello spicchio. Tribuno. Il nuovo Statuto della Goliardia

S

NNI SESSANTA

foglio le annate del Bo’ dal primo Dopoguerra al mio anno, il 1961, e agli anni immediatamente seguenti. I primi numeri portano chiari il marchio, e, direi, il sobrio pathos, della rinascita della democrazia dopo il Fascismo. Ci si muoveva ancora incerti. Può sembrare singolare, ma solo a chi non conosce Padova, che l’alternativa sembrasse allora tra Goliardia e politica universitaria. Sì, la goliardia, quella che culminava allora nel grande rito della Caccia alle matricole, nei papiri, nei mantelli e nei berretti colorati (un repertorio di origine, sembra, non medievale, ma tedesca ottocentesca, che presenta ancora oggi a Padova, diversamente che nel resto d’Italia, una certa vitalità). Un episodio cruciale di questo contrasto è la fine della nomina del Tribuno “a botte” e l’inizio della sua elezione democratica, episodio chiave riportato dal Bo’ del 15 novembre 1955. Questa vicenda è stata rievocata nei dettagli dal grande scrittore e giornalista vicentino Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia del 1957. Fino al 1955 (ma a partire da quando non si sa…) i gruppi rivali spingevano il loro candidato verso la cattedra dell’aula di Anatomia Umana. Lo studente che il professore di questa materia avrebbe trovato sulla cattedra al momento del suo ingresso in aula, era, per un anno, capo della Goliardia,

patavina, preparato da un’Assemblea costituente e pubblicato nello stesso numero del Bo’, aboliva questa pratica e stabiliva l’elezione del Tribuno da parte degli studenti rappresentanti dei vari gruppi (cioè partitini) eletti nelle Facoltà. Così a Padova l’organismo rappresentativo assumeva i nomi e i panni della vecchia goliardia, ma partecipava dello spirito della nuova vita politica. Il mio Bo’, nel 1961, riflette una situazione di stabilità del sistema, consolidatosi, pur attraverso le trasformazioni a cui ho accennato, dall’anno zero che era stato il 1955, e non ancora presago della catastrofe del 1968. Il 1961 era equidistante tra queste due date: erano passati sei anni dal 1955, sette ne mancavano al ’68. Credo che il 1961 e gli anni vicini siano stati degli anni fattivi. Certamente in quell’anno è stata inaugurata la nuova sede dei Centri universitari in via Prati 7 (oggi trasferiti in nuove sedi). Se ricostruisco bene, si trattava del Centro d’Arte, che si occupava dei concerti di musica classica, del CUS, centro sportivo, del CUC, centro cinematografico, dell’Ufficio Dispense, del Crue che si occupava del turismo e delle vacanze all’estero. La nuova sede dei Centri era costituita dal piano terra di un edificio modesto, fabbricato da poco, che interrompeva tra l’altro la delicata trama

ANNI SESSANTA

47

da sinistra la pubblicità della Vespa a tutta pagina in un numero del Bo’ di metà anni Sessanta e la Polifonica Vitaliano Lenguazza, espressione “musicale” della goliardia patavina, in una foto da Vitaliano Lenguazza e il suo tempo


delle vecchie facciate popolari padovane della via. Il Fascismo aveva fatto costruire a Padova un grandissimo architetto, Gio Ponti, più tardi l’Università sarebbe tornata a chiamare grandi nomi e avrebbe eseguito splendidi restauri. Ma allora erano tempi così, era il modesto, pratico e spesso mediocre Dopoguerra. In quell’occasione, come direttore del Bo’, assieme al Tribuno e agli altri piccoli ministri del Tribunato, sono stato ricevuto dal Magnifico Rettore. Il rettore era il sempiterno Guido Ferro (1949-1968), professore di Costruzioni marittime. Si informò su chi si occupasse delle pulizie. Il Tribuno Carli fece il nome, noto al Rettore, della Mafalda. Mi sono fatto allora l’idea che, accanto alle orazioni che si tenevano nel parlamentino del Tribunato nel vecchio Cinema Ruzante (ora rinnovato), esistesse anche una politica delle cose, e che qualcuno se ne occupasse con la diligenza e l’umiltà necessarie. Quanto al giornale Il Bo’, che mi era stato affidato, il difficile era mantenerne la puntualità, ma questo, come ho già detto, mi era più o meno riuscito. Cosa metterci dentro? questa era una grossa questione. Si pensi che il giornale veniva spedito gratuitamente a tutti gli studenti iscritti, come pure i Bollettini che contenevano, tra l’altro, i programmi dei corsi. Sono obiettivi che sembrerebbero irrealizzabili oggi. Ma allora queste cose parevano ovvie. Non mi ricordo che il problema di cosa mettere nel giornale turbasse i miei sonni di ventenne, come avrebbe dovuto. Sfogliando le copie rilegate alla Biblioteca Universitarie, vedo che il giornale riportava, comunque, le notizie fondamentali sulla vita dell’organismo rappresentativo stesso, per esempio, come negli anni precedenti e successivi, i dati sulle elezioni in corso. Per il resto… Vediamo un po’. Nel 1961 erano morti due grandi rettori, il più importante rettore del Fascismo, Carlo Anti, e quello che, con Concetto Marchesi, aveva rappresentato l’Antifascismo militante dell’Università di Padova, Egidio Meneghetti. A quest’ultimo era stato dato molto rilievo nel numero 4 del Bo’. Appariva una sua grande fotografia con, in didascalia, l’annuncio della scomparsa, mentre nelle pagine interne commemoravano Meneghetti due articoli, uno di uno studente (Orio Caldiron) e uno di un professore, Massimiliano Aloisi, docente di Patologia generale, una delle maggiori figure della scienza padovana del Novecento. Nessuna fotografia, invece, per Anti, ma solo un breve testo, di cui credo di essere stato l’autore, in cui, con autocensura certo eccessiva, non erano nemmeno citati gli anni di rettorato di Anti. Non si ricavava così che Anti era stato il grande rettore del Bo fascista, una figura maestosa e controversa, come ha poi ricostruito magistralmente Angelo Ventura. Quasi a compenso di un atto mancato nel ’61, vorrei ricordare qui brevemente almeno che aveva realizzato la ristrutturazione completa del Palazzo del Bo, comprendente lo splendido scalone di Gio Ponti, il retorico cortile nuovo ma anche i locali modernisti del Rettorato, e che aveva fatto costruire il Liviano, sempre da Gio Ponti, con i magnifici affreschi di Massimo Campigli, e aveva commissionato al Bo e al Liviano due statue al maggiore scultore del tempo, Arturo Martini. Per venire più in generale al mio contributo personale al Bo’, questo era consistito in una più accentuata caratterizzazione culturale del giornale e anche nell’eliminazione, non so più se conscia o inconscia, dei residui goliardici del passato (vignette dall’umorismo un po’ grasso, doppi sensi, qualche foto di grazie femminili, nei limiti

LA POLIFONICA
da Vitaliano Lenguazza e il suo tempo Servizi Grafici Editoriali, 1998

In realtà nessuno sa quando nacque Vitaliano Lenguazza. Non il mese, non l’anno; tantomeno alcuno potrà affermare di aver notizia certa della sua morte. Perché il tempo di Vitaliano Lenguazza non si legge sul quadrante o nel calendario, ma si scandisce con le date della storia. Né vi è certezza sull’origine del nome, e tuttavia mai suono simboleggiò così perfettamente il personaggio. Vitaliano come VITA, Vitaliano come ITALIA, come a gridar alto lo spirito vitale delle nostre genti (e fu sempre lo spirito, più che la forza, a rappresentare nel tempo i valori d’Italia); ma anche, al contempo, Lenguazza, segno dello sberleffo davanti ad ogni prepotente, del dileggio della norma aridamente costituita, della scanzonatura che dà appunto un senso ed un valore alla vita dell’italiano (da cui, si osservi, per contrazione: Vitaliano).

concessi a quel tempo in cui nemmeno si sognava la liberazione sessuale). Probabilmente era stata una mia iniziativa anche quella di aprire, nel n. 4, un’inchiesta sul tema: “Come vediamo il Risorgimento”, in occasione del centenario dell’unità d’Italia (1861-1961). Rispondevano Giulio de Rénoche, Antonio Negri, Ennio di Nolfo, Gianfranco Ferrarese e io stesso. Tra le altre cose che mi sembrano notevoli, c’è, nel n. 3, un articolo di Guariente (Tino) Guarienti, diventato poi un importante avvocato penalista a Verona, che auspicava l’apertura dell’Università ai diplomati tecnici, un fatto che qualche anno dopo si sarebbe realizzato. Tra le cose che oggi mi piacciono di meno alcuni articoli nettamente ideologici, che avevano il chiaro scopo di superare quello che allora si chiamava il “limite universitario”. Erano a firma mia e di alcuni miei amici, peraltro molto colti e bravi. Riconosco, con dispiacere, la mia penna (mi è sempre piaciuto disegnare) e la mia idea in una vignetta che rappresenta un pupazzo supino con un coltello nella pancia, la cui didascalia conteneva una citazione del ministro Bosco: “L’Università non è in decadenza, ma in crisi di sviluppo”. È un esempio di quell’estremismo mentale che si è poi sviluppato largamente nel Sessantotto e anni successivi, e del quale io mostravo già

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

a sinistra in monopattino lungo “Il muro” nella Berlino del 1963 Foto di Thomas Hoepker, Magnum Photos/Contrasto


dei sintomi. Il Bo’, sotto la mia direzione, ospitava comunque anche interventi di avversari politici di destra, come mostrano le firme di Leo Favrin del Gruppo San Marco e di Paolo Cadrobbi (poi medico pediatra e presidente dell’ARPAV veneto). Nel n. 4 compare perfino un elogio della Goliardia (a firma P.V.), per la quale i politici come me non avevano al tempo nessuna simpatia. Nemmeno, a torto, per gli spiritosissimi testi della Rorida Begonia, collegata alla storica banda Vitaliano Lenguazza, che appaiono qua e là, ma piuttosto raramente, nel Bo’ di quegli anni. Se avete fatto attenzione, è uscito qualche nome grosso. Ne sottolineo due: Antonio Negri, detto Toni, e, ricordato prima, Franco Freda. Li ho conosciuti tutti e due molto superficialmente, e non posso dire niente di interessante di loro. Erano due uomini che avrebbero fatto parlare di sé nel futuro immediato. Intanto stavano tranquilli nel limbo rassicurante del 1961. sistente, a quei nuovi rivolgimenti politici. Sedevo in assemblea permanente. Per fortuna, forse anche per merito dell’età (avevo trent’anni) ho evitato i peggiori eccessi, ma non sempre, devo riconoscerlo, mi sono dissociato dalle assurdità e dall’utopismo, praticate per fortuna soprattutto solo a parole, del tempo. In una forma o nell’altra la frenesia aveva attaccato quasi tutti. Era la contestazione generale! Chi restava in disparte, del resto, si escludeva da un movimento vitale, si ritrovava solo, e, immagino, malinconico. E respingeva, credo, non solo la parte cattiva ma anche quella buona del Sessantotto, che credo ci sia stata. Certo, ben presto ci sarebbe stato anche chi sarebbe passato agli abusi e alla violenza. Mi sono dissociato per tempo da questi sviluppi: ero diventato rapidamente professore, il più giovane della Facoltà, e come segretario del Consiglio di Facoltà affiancavo il valoroso Preside Oddone Longo, ferito da quegli Autonomi che aveva avuto il coraggio di cacciare dalla Facoltà. Dopo la crisi del Sessantotto, durata in realtà diversi anni, il mondo del vecchio Tribunato e del giornale Il Bo’ non potevano certo tornare più così com’erano. Erano legati tra l’altro a un’Università costituita da poche sedi, pochi professori e pochi studenti (molti dei quali, peraltro studenti lavoratori). Tuttavia credo che la politica universitaria di quel tempo, che ho vissuto con scarsa consapevolezza, siano stati per anni una cosa credibile e un’esperienza democratica sostanzialmente positiva. Note

Il muro
Claudio Magris da L’infinito viaggiare, Mondadori, 2005

P

assa il 1961. Mi laureo sostenendo una tesi con un grande maestro, Gianfran-

(…) A Berlino la provvisorietà si è cristallizzata in un’eternità sbilenca, nella smorfia di un tic ripetuto. Dalla fine della Seconda guerra mondiale sono passati quarantadue anni: un periodo lungo il doppio del fascismo, quasi il quadruplo del nazismo, un’epoca equivalente a quella in cui, nella storia di Francia, cadeva la monarchia, trionfava e tramontava la Rivoluzione, Napoleone conquistava e perdeva l’Europa, tornavano e venivano di nuovo cacciati i Borboni. Oggi a Berlino gli aerei della Lufthansa, la compagnia di linea tedesco-occidentale, non possono atterrare; soldati americani, inglesi, francesi e russi nati vent’anni dopo la fine della guerra montano la guardia come se fossero arrivati ieri sulle rovine del Terzo Reich. Nel frattempo cambia la geografia politica di interi continenti, cadono dèi secolari, mutano costumi e valori, si profilano trasformazioni antropologiche radicali, laboratori e apprendisti stregoni promettono o minacciano nuove specie viventi, uomini-scimmia, quantità a piacere di creature identiche prodotte per la clonazione, l’estinzione dell’homo sapiens, il ritorno del dinosauro. Lo statuto stabilmente provvisorio di Berlino, che protrae indefinitamente il 1945, mostra come l’unica eternità che ci sia oggi accessibile è il blocco permanente del momentaneo e del casuale, un motore inceppato che continua a stridere, la puntina di un giradischi che striscia incessantemente perché ci si è dimenticati di premere un bottone (…) 26 luglio 1987

co Folena. Nel 1962 ero a Vienna, lettore di italiano, realizzando due dei miei più grandi desideri: fare l’esperienza di un’Università di lingua tedesca e cominciare a insegnare. Negli anni di Vienna e, poi, in quelli trascorsi a Bucarest e in servizio militare, la vita del Tribunato, che allora mi aveva tanto preso, scompariva di colpo. Ero proiettato in nuovo mondo. Quando sono tornato a Padova era il 1968. Addio Tribunato, addio Bo’ ! Divento assistente in una Padova in subbuglio. Devo confessare di avere partecipato, come as-

1 Angelo Ventura, Carlo Anti rettore magnifico, in Carlo Anti. Giornate di studio nel centenario della nascita, Verona-Padova-Venezia, 6-8 marzo 1990, Trieste, Lint, 1992, pp. 155-222. 2 Sull’edilizia universitaria a Padova al tempo di Anti, vedi Vittorio Dal Piaz, Il “cantiere università” durante il rettorato di Carlo Anti, nello stesso volume, pp. 241-285. Sugli affreschi del Liviano si può leggere la affascinante microstoria di Lionello Puppi, Campigli al Liviano, in Massimo Campigli, catalogo della mostra di Padova, Palazzo della Ragione, a cura di B. Mantura, P. Rosazza-Ferraris, Electa, Milano, 1994

ANNI SESSANTA

49

Il ’68 e la scomparsa deL BO’
Giorgio Roverato
Premessa

S

comprendere lo sconcerto di chi scrive nell’imbattersi – molti anni dopo – in una pubblicazione commercial-studentesca intitolata nello stesso modo, dato che il Registro Periodici del Tribunale di Padova non poteva negare la registrazione, con nuovo proprietario, di una testata inattiva da oltre un ventennio. Fortunatamente l’iniziativa editorial-commercial-studentesca non ebbe successo. E diventata “libera” la testata, il nostro Ateneo – peraltro già da me sollecitato ancor quando essa non era “libera”, il che avrebbe comportato una transazione di acquisto non compatibile con i vincoli di bilancio – ha provveduto a registrarla a suo nome, con una sensibilità che mira al recupero di una memoria antica. Il Bo’ e il ‘68 Fatta questa premessa, cercherò ora di riannodare le fila di ciò che significò negli anni Sessanta l’“Organo degli studenti dell’Università di Padova”, come recitava la sua manchette. Però ancora sul filo del ricordo personale… Io arrivai all’Università nel novembre del 1966, ma del Bo’ avevo già una certa conoscenza, dato che mia sorella – studentessa a Lettere – ogni tanto ne portava a casa qualche numero. In realtà quel giornale non le interessava molto, ma io – sedicenne, e già attivo sia in un network di un giornale studentesco vicentino che nella redazione del “giornalino” del Liceo Classico che frequentavo – ne trassi molteplici spunti, soprattutto dal punto della grafica, ardua poi a far tradurre dalla tipografia locale alla quale ci rivolgevamo. Ma anche a proposito dei contenuti, dato che sia sul giornale-network che su quello locale cominciammo a discutere (non già di “ria destra nel mondo diviso in ‘blocchi’, alla vigilia della crisi missilistica di Cuba, la paura del conflitto nucleare diventa oggetto di film a effetti speciali, come il giapponese The last war del 1961.

crivere dell’ultimo decennio del Bo’ (in verità l’accento della testata è in-

congruo, ma così essa fu registrata) mi dà un qualche imbarazzo, dato che ho fatto parte delle sue ultime Redazioni e che ne ho seguito le vicende che portarono alla scomparsa della testata. Ma anche mi dà un qualche orgoglio, dato che la sua fine, legata alla decomposizione degli Organismi Rappresentativi Studenteschi padovani, coincise con il dono della testata all’Istituto Veneto per la Storia della Resistenza, custode della memoria della Medaglia d’oro al V.M. di cui il nostro Ateneo fu insignito per merito di non pochi docenti, e di tanti, tantissimi studenti, che alla Resistenza contro il nazi-fascismo dedicarono il loro impegno, e non poche volte la vita. Alla redazione che del Bo’ curò gli ultimi due numeri-pirata (vale a dire quelli sottratti a un controllo istituzionale, quello degli Organismi Rappresentativi, che la rivolta studentesca del 1968 fece scomparire), sembrò che scelta migliore non potesse esserci. Donavamo una testata gloriosa, che è parte tra le più importanti del giornalismo universitario italiano, ad una Istituzione – depositaria di un archivio rilevante sulla Storia della Resistenza veneta – che, forse ingenuamente, ritenevamo potesse utilizzare il giornale cospirativo che fu di Eugenio Curiel per divulgare non solo gli inventari dei ricchi materiali da questa conservati, ma anche per ricordare con saggi mirati la nobile vicenda resistenziale dell’Ateneo. Non fu così. La testata non fu mai utilizzata, e quindi venne meno il diritto proprietario a tale Istituto ceduto. E dato che ho iniziato con una sorta di ricordo, è facile

forma”, come Il Bo’ andava proponendo a livello universitario) del profilo dei nostri programmi scolastici: ad es., perché la storia doveva fermarsi alla prima guerra mondiale, o al massimo all’inizio del secondo e più tragico conflitto saltando a pie pari il fascismo? Come dire che il leggere la testata universitaria padovana mi diede un primo impatto sia con i problemi interni al mio Liceo, peraltro uno dei migliori del vicentino, che con i più generali problemi di una diversa forma di insegnamento. Ciò che mi tornò utile poi all’Università, quando divenni involontariamente uno dei tanti protagonisti della rivolta studentesca. Sì, questo primo numero del “nuovo” Il Bo’ esce proprio nel quarantesimo anniversario del 1968: con le luci ed ombre che quella data ideologicamente evoca. E con un apparato mediatico, già ve ne sono le prime avvisaglie, pronto a “sparare” ad alzo zero sui contenuti delle lotte studen-

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

tesche di quel periodo. E tali avvisaglie declinano fin d’ora il refrain che caratterizzerà le “celebrazioni-contro”: ovvero il 1968 interpretato come matrice dell’eversione e del terrorismo degli anni a venire. No, non sono d’accordo, e voglio dirlo qui. Il 1968 fu uno straordinario momento di

liberazione delle intelligenze, conculcate da una Università baronal-burocratica, ed alla fin fine inefficiente e “stupida”! La rivolta studentesca, “quella” rivolta, ed al di là delle volgarizzazioni successive, mirava al “merito”, che il sistema baronal-feudale non riconosceva. E non fu un caso che i leader studenteschi dell’epoca fossero, da noi come altrove in Europa, gli studenti con i curricula migliori. Fu una rottura, “igienica” innanzitutto. Come fu “igienico” (ricordo un caso nella mia

sigle organizzative degli studenti italiani) – sosteneva in un editoriale titolato Alla ricerca di una alternativa che «La formazione dei quadri di una classe dirigente che per serietà, capacità tecnica e impegno politico, rappresenti l’antitesi della tradizionale classe dirigente avvocatesca e letterata propria della storia politica del nostro paese, è il problema e l’impegno massimo di uomini legati alla nostra volontà democratica», dal Gobetti di Energie Nuove e de La rivoluzione liberale al Gramsci dei Quaderni, e già prima del Salvemini de l’Unità. Come dire che l’autore poneva il problema di come l’Università fosse di fatto il luogo topico della formazione della classe dirigente, in una visione di fatto “classista”, anche se non ideologicamente posta come tale. Ebbene, se andassimo a rileggere i nomi dei Tribuni, ovvero il vertice degli Organismi Rappresentativi Studenteschi a partire dal dopoguerra, nonché il succedersi dei componenti della Redazione del Bo’, ci accorgeremmo come l’auspicio (tutto politico) di Isnenghi abbia poi trovato riscontro nei fatti: tra questi, oggi noi ritroviamo molti ed apprezzati docenti universitari, uomini politici, giornalisti di rango, direttori di musei ed istituzioni culturali, editori… Come dire che Il Bo’, e comunque le Organizzazioni Rappresentative, furono di fatto una “palestra” di vita. Una “palestra”, si badi bene, che partiva dal basso, e con scarsa capacità dei partiti politici di influirvi, anche se a tali partiti – l’UGI per i partiti della sinistra, e l’INTESA per la Democrazia Cristiana – facevano riferimento ideale. Ma nulla di più. La struttura di vertice degli Organismi Rappresentativi Studenteschi fu a maggior ragione una “palestra”: nella misura in cui al loro interno, prima ancora che nella vita politica nazionale, nacque – già sul finire degli anni Cinquanta – una intesa tra l’impostazione cattolica di vasti strati delle organizzazioni studentesche e quelle di si-

Ghebru Woldeghiorghis studente etiopico alla Facoltà di Ingegneria, Il Bo’ aprile 1960
Nel Sudafrica, la gente viene ammazzata perché chiede semplicemente e pacificamente il riconoscimento dei più elementari diritti dell’uomo. Classificati in razze, secondo criteri quali “il colore della pelle, la forma del naso e le rassomiglianze dei capelli”, i negri vivono confinati come bestie prive di dignità in riserve dalle quali è vietato uscire senza autorizzazione e dove il lavoro, il modo di vivere e persino il nutrimento vengono determinati da funzionari governativi, sulla base di affermazioni quali “i negri sono di razza inferiore, creati per servire il padrone bianco, indiscusso signore della terra e giudice supremo della vita e della morte del negro” (cfr. “Africa”, di John Gunther, ed.Garzanti). Tutto ciò richiama alla mente della parte migliore dell’umanità i momenti altrettanto tragici della storia nazista, cui le imprese dei teorici dell’ “Apartheid”, insulto all’intelligenza umana, appoggiati dalla Chiesa Riformata Olandese, non hanno nulla da invidiare. Gli Africani degli altri Paesi non possono non sentirsi moralmente solidali con i fratelli dell’Unione, per quella comunità di destino e di storia che ha sempre accompagnato la loro azione di emancipazione dal colonialismo più deteriore. Contemporaneamente, sollecitano dagli Europei una dimostrazione tangibile di condanna dei razzisti Sudafricani che, per quanto si dicano difensori della civiltà occidentale, non sono in effetti che il frutto deteriore di questa civiltà. Sta agli Europei ribadire coerentemente che le frequenti enunciazioni di principî di Giustizia e di Eguaglianza non conoscono barriere di colore, di razza o di religione, altrimenti anch’essi diventano corresponsabili di queste stragi. Gli Africani sono certi che i loro fratelli conquisteranno tutti i sacrosanti diritti umani, ma è anche tragicamente probabile che tali diritti, più che dati dai razzisti, saranno presi dagli Africani col sangue.

Facoltà) costringere i docenti assenteisti – che delegavano le lezioni ad assistenti preoccupati della loro futura carriera – a presentarsi in aula ed a dar ragione delle loro assenze; con penose giustificazioni che evidenziavano conflitti di interesse che leggi successive superarono con una distinta disciplina tra tempo pieno e tempo parziale della docenza, dove il tempo parziale andò a regolamentare libera professione e consulenze extraprofessionali. Fosse solo questo, il ’68 studentesco già avrebbe un merito. Ma fu di più: liberò energie, senso di responsabilità dei docenti non strutturati, orgoglio di competenze. In una parola, modernizzò, anche se non del tutto, un sistema anchilosato. Violenza e terrorismo arrivarono dopo. E con l’Università ebbero un rapporto molto mediato, e comunque con scarsa connessione alle lotte studentesche del ’68. Il Bo’ degli anni Sessanta Fatta questa digressione, ritorno al tema. Scorrendo la raccolta, purtroppo non completa, conservata presso l’Archivio Storico del nostro Ateneo, colpisce una affermazione del 1961 di Mario Isnenghi, oggi ordinario di Storia contemporanea nella veneziana Ca’ Foscari, il quale – scrivendo dei congressi nazionali di quell’anno dell’UGI-Unione Goliardica Italiana (formazione che raggruppava studenti di orientamento socialista e comunista), dell’INTESA (studenti cattolici), e dell’UNURI (la Rappresentanza di tutte le

NNI SESSANTA

ANNI SESSANTA

51

da sinistra gli anni Sessanta nei titoli del Bo’ del 5 aprile 1960, del marzo - aprile 1967, del gennaio 1968 e di quello ‘clandestino’ del primo semestre del 1969 in basso la riscoperta della canzone popolare nelle copertine di alcuni dischi del 1967-1968

nistra. Come dire che il “centro-sinistra”, anche se allargato alla componente comunista dell’UGI, nacque nelle Università prima che nel governo nazionale. Sì, davvero, come nella previsione di Isnenghi, negli Atenei si andava formando, almeno in nuce, un primo nucleo di nuova classe dirigente, quella che poi avrebbe informato una lunga stagione della Repubblica negli anni a venire. Ma ritorniamo alle tematiche che Il Bo’ affrontò in quegli anni. Tre sono i temi che dall’inizio degli anni Sessanta occupano le pagine del giornale. Il primo riguardò – e non poteva essere altrimenti, direttamente impattando sulle aspettative degli studenti – il problema della riforma degli studi universitari. Il governo, o meglio il Ministero della Pubblica Istruzione, nel quale era allora incardinata l’Università, cominciò sul finire degli anni Cinquanta ad occuparsi, invero in modo un po’ parcellizzato, di interventi normativi su alcuni corsi di laurea. Già nel n. 2 del 1960 il discorso programmatico del nuovo Tribuno Furio Bouquet, intitolato Le urgenze della scuola italiana, metteva in luce alcuni punti critici, di cui i percorsi formativi universitari erano solo l’ultimo

tassello di un cahier de doléances lungo e particolareggiato. A questo intervento seguiva (e poi negli anni molti altri rincararono la dose) un lungo articolo intitolato Urgono le riforme, che – a proposito del riordino dei piani di studio di Lettere, Filosofia e Magistero, allora all’ordine del giorno – criticava il “metodo burocratico, centralistico, ed evasivo della cornice generale, delle garanzie giuridiche ed economiche entro cui ogni riforma di singola facoltà deve trovare il suo inserimento”. Da lì specificando, in una primigenia rivendicazione dell’autonomia universitaria, che “questi riordinamenti […avrebbero dovuto] investire direttamente la competenza dei Consigli di Facoltà, cosa che finora non si fa, in barba ad ogni principio di autonomia culturale dell’Università”. Veniva in tal modo invocato un principio “alto”, che poi trovò applicazione molto più tardi grazie alla Conferenza Universitaria dei Rettori Italiani, e – soprattutto – con la costituzione, seppur con ruolo soltanto consultivo, del Consiglio Nazionale Universitario. E tuttavia questa rivendicazione, oggi ovvia, partì dagli studenti, e non dagli organismi accademici… Il che contrasta con le posizioni del Rettorato

e delle Presidenze di Facoltà non solo di quegli anni, ma anche del ’68, che ad ogni rivendicazione o proposta studentesca rispondevano più o meno così: “Voi, cari studenti, siete di passaggio. L’Istituzione siamo noi, e noi ne siamo i responsabili”. Come dire, che gli studenti non potevano avere voce in capitolo, perché “transeunti”. Vedendo quanti redattori del Bo’ divennero poi docenti, assumendo a vario titolo anche ruoli rilevanti, verrebbe quanto meno da avanzare dubbi sulla percezione della realtà delle autorità accademiche dell’epoca. Ma non è questo il punto, quanto quello che sul versante dell’autonomia dell’Università quale libera istituzione furono più perspicaci i redattori del giornale studentesco. Che, peraltro, avanzavano in sede locale la rivendicazione – già propria dell’UNURI, anche se giuridicamente improponibile – di una parte-

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

arlington, 1967

r st illu

az io ne

di

Om a

rC arr aro

parigi, 1968

sopra Arlington, Virginia. Jan Rose Kasmir faccia a faccia con la Guardia Nazionale durante la manifestazione contro la guerra nel Vietnam. Foto Marc Riboud, Magnum Photos/Contrasto Parigi, assemblea alla Sorbona, 13-14 maggio. Foto Guy Le Querrec, Magnum Photos/Contrasto

vazioni che esso comportò, fu tiepido. E probabilmente non per responsabilità di Guido Ferro come persona, ma per il clima complessivo del periodo. Se ne ritrova traccia fin dal numero 3 del maggio 1960 (ma poi, nel 1964 uscì un numero speciale dedicato al 20° della Liberazione), dove il foglio studentesco pubblicò un articolo dal titolo Desistenza, nel quale veniva duramente criticato il fatto che nessun docente avesse voluto aderire alla richiesta del Tribunato di ricordare – nel quindicesimo anniversario, il 28 aprile, della resa tedesca a Padova – il rilevante contributo dell’Università di Padova, Medaglia d’oro della Resistenza, alla lotta di Liberazione. L’articolo sosteneva che “[…] Uno dopo l’altro, i vari docenti universitari esponenti della Resistenza [avevano declinato] l’invito, lodando l’iniziativa, ma adducendo motivi di ‘buon gusto’, per non dover

parlare di se stessi”, e si interrogava se ciò non fosse l’esito della delusione per la fine della spinta rinnovatrice e sociale di cui la Resistenza era stata portatrice. E duramente concludeva: “Noi abbiamo bisogno di Maestri. I giovani hanno bisogno che non si ritraggano dal loro compito naturale di Maestri coloro che ne hanno la funzione e ne sono più degni: noi chiediamo loro di voler continuare ad esserlo, di non sottrarsi, di restare responsabili verso di noi, garanti per l’avvenire”. Era una critica, ancor oggi condivisibile, che mirava all’essenza stessa dell’insegnamento universitario: intesa (e qui non può non venire alla mente Concetto Marchesi, il Rettore che zittì la teppaglia fascista il giorno dell’inaugurazione dell’anno accademico nel novembre del 1943) come l’estrinsecazione del motto stesso dell’Ateneo patavino, che – nelle parole Universa Universis Patavina

cipazione di rappresentanze studentesche sia nei Consigli di Facoltà che nel Consiglio di Amministrazione degli Atenei. Già nel maggio del 1960 il giornale vi dedicava una acuta argomentazione sotto il titolo La rappresentanza e il frutto proibito, intendendo per esso il voler entrare nelle stanze di comando dell’Ateneo, quanto meno una bestemmia per il ristretto numero dei professori ordinari dell’epoca. Il secondo tema di interesse del Bo’ fu la Resistenza. Non è dubbio che su questo argomento il Rettorato Ferro, il più lungo nella vita ultracentenaria della nostra Università, e nonostante le notevoli inno-

ANNI SESSANTA

53

milano, 1968

praga, 1968

sopra a destra Milano, manifestazione comunista. Foto Ferdinando Scianna, Magnum Photos/Contrasto Praga, l’invasione delle truppe del Patto di Varsavia nell’agosto 1968. Foto Josef Koudelka, Magnum Photos/Contrasto

Il Movimento Studentesco e gli “amici” della Cecoslovacchia
da Il Bo’ numero 2, 1968
Mentre il nostro giornale andava in macchina la situazione politica e militare cecoslovacca è precipitata. Gli studenti della Cecoslovacchia sono in prima linea nella battaglia in corso per difendere l’indipendenza e l’autonomia nazionale. L’intervento militare dell’URSS e delle altre democrazie popolari aggrava ulteriormente la crisi della sistemazione mondiale uscita dagli accordi stabiliti fra USA, Inghilterra e URSS alla fine della seconda guerra mondiale. Mai come in questo momento è apparso evidente il rapporto che unisce le situazioni di politica interna che si sono create nei paesi delle due aree di influenza e la politica estera delle due superpotenze. Sia L’URSS che gli USA difendono strenuamente i gruppi dirigenti che esse hanno posto alla direzione dei paesi europei o di altri continenti nel corso di questi vent’anni. (….) Ovviamente i vecchi arnesi della guerra fredda che hanno servito così bene l’URSS e gli USA sono contro qualsiasi cambiamento dei rapporti esistenti. Coloro che in Italia hanno attaccato la battaglia del movimento studentesco per la riforma dell’Università, per la liberazione dell’Università dal vecchio personale culturale strettamente legato al personale politico della guerra fredda, naturalmente si sono precipitati in difesa del movimento cecoslovacco tentando di utilizzare i fatti cecoslovacchi in funzione dei loro interessi italiani. Ma questo tentativo non può impedire a nessuno di vedere che le agitazioni universitarie che si sviluppano in Europa hanno questo in comune: il rifiuto degli equilibri stabilitisi nei singoli paesi in funzione delle aree di influenza dell’URSS e degli USA. Gli avvenimenti cecoslovacchi, sui quali interverremo ancora nel nostro giornale, ne siamo certi, lo dimostreranno.

Libertas – rivendica la pienezza della libertà intellettuale. Negli anni a venire, il richiamo alla Resistenza come riscatto civile comparirà a più riprese nella testata, con l’orgoglio – non sempre visibile nelle celebrazioni accademiche – di quella Medaglia d’oro al V.M. che ancor oggi testimonia del sacrificio di molti studenti caduti per la libertà. Il terzo argomento che ricorre negli anni Sessanta, e forse è il più sentito, riguarda il tema della “Rappresentanza” studentesca, vale a dire la capacità degli Organismi elettivi degli Studenti di interpretare al meglio gli interessi della base da cui essi venivano eletti. A partire dalla constatazione della

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

bassa affluenza alle urne. Pur se non nelle dimensioni attuali, esisteva anche allora il fenomeno del “pendolarismo”, e/o comunque quello di una scarsa frequenza alle lezioni, che impediva di fatto alla maggioranza degli studenti di vivere l’Università come una autentica comunità. Così, se il giornale rivendicava una autentica, ed “alta”, riforma dell’istruzione universitaria, non esitava a mettere in discussione la stessa forma dell’organizzazione elettiva degli studenti. Fino alla riforma che l’Assemblea di Tribunato varò, non senza contrasti, sul finire del 1965. Dalla nascita degli organismi rappresentativi, nel dopoguerra, la struttura consisteva in una Assemblea di Tribunato eletta dagli studenti sulla base di liste dove le varie componenti “politiche” indicavano i loro candidati. L’innovazione del 1965 fu quella di spostare il baricentro del sistema sulle Facoltà. Le Assemblee di Facoltà dapprima dovevano eleggere, sulla base di mozioni programmatiche, i Consigli studenteschi di Facoltà, i quali poi designavano – a seconda del loro peso percentuale in Ateneo – i propri rappresentanti in seno all’Assemblea di Tribunato. Questa poi eleggeva il Consiglio di Tribunato ed il Tribuno, sulla base del programma presentato dai vari candidati. L’obbiettivo della riforma era di sollecitare una più vasta adesione della base elettorale, e di togliere all’Organismo Rappresentativo quanto di elitario (e di voto di fatto ristretto) il vecchio meccanismo alimentava. Fu una riforma purtroppo incompiuta, perché – se è vero che essa dava voce ad una platea più vasta – il rapporto tra O.R. ed autorità accademiche rimase frammentario,

in verità più per sordità accademica che non per colpa dei vertici studenteschi. Di fatto, l’O.R. studentesco era una presenza, a Padova come altrove, fastidiosa, anche se riconosciuta giuridicamente, dato che la sua attività era finanziata con una piccola, piccolissima parte delle tasse universitarie (quando mi iscrissi io all’Università era di 1.000 lire, e tale rimase fino alla decomposizione dell’O.R.). La testata Con tali risorse il Tribunato finanziava la sua attività, ma anche, e soprattutto Il Bo’. Esso ebbe negli anni Sessanta una periodicità variabile: se in teoria la testata era bimestrale, il più delle volte uscì rapsodicamente, finendo per attestarsi su due, al massimo tre numeri all’anno. A volte soccorreva la pubblicità, ma mai tale da autofinanziare la pubblicazione, salvo rarissimi numeri, ad esempio nel corso del 1965 quando le inserzioni furono più numerose, soprattutto di librerie universitarie o di negozi con cui avevano a che fare gli studenti. Anche la foliazione variò in modo discontinuo, dalle 4 alle 6, alle 8 e – in qualche occasione importante – alle 12 pagine. Come dire che ogni suo numero fu una “avventura”, anche perché non sempre le Redazioni ad esso preposte funzionavano a dovere. E non poche volte era il Direttore pro tempore a farsi carico del singolo numero, il che scatenò non poche polemiche all’interno dell’Assemblea di Tribunato. Tale Assemblea era una sorta di “parlamentino”, con le tensioni che naturalmente si creano all’interno di un orga-

nismo rappresentativo in cui si confrontano una maggioranza ed una minoranza. Qualche dato editoriale può essere utile. Da un lato va segnalata la distinzione tra Direzione responsabile e Direzione politica. Facendo riferimento al decennio di interesse, la prima fu fino al 1965 di Gino Tessari, un noto giornalista professionista cittadino. Dal 1966, e fino all’ultimo numero “istituzionale” del gennaio 1968, fu di Roberto De Prà, già redattore capo della testata nel triennio 1963-65, divenuto nel frattempo giornalista pubblicista. La direzione politica fu invece più variegata: nel 1960 si alternarono Michele Sernini e Gianumberto Ferraro, nel 1961 subentrò Lorenzo Renzi, nel 1962 Giulio Felisari (poi a capo di una variegata attività editoriale, e per certi versi preziosa) e Renato Maggiori, nel 1963 Ugo Trivellato (successivamente Tribuno, ed oggi ordinario nella Facoltà di Statistica), nel 1964 Mario Mancini, nel 1965-66 lo stesso Roberto De Prà che (in attesa di una nuova registrazione della testata) firmò il numero del dicembre di quell’anno come pro manuscripto, nel 1967 Marco Dogo (ora ordinario di Storia dell’Europa orientale all’Università di Trieste) e per il numero del gennaio 1968 Sebastiano Bagnara (ora ordinario di Psicologia cognitiva al Politecnico di Milano). Stampava il giornale, a prezzi stracciati, la Tipografia Poligrafica Moderna, sita in via S. Maria Iconia, legata in qualche modo (non so indicare la natura giuridica di tale rapporto) alla Casa Editrice Marsilio, nata a Padova in quegli anni e più tardi migrata a Venezia, ma ancor oggi uno degli editori più stimolanti, pur se di dimensioni limi-

NNI SESSANTA

ANNI SESSANTA

55

nelle due pagine sequenze apparse sul numero 1 del Bo’ del 1968 dedicate alle occupazioni e alle manifestazioni studentesche del dicembre ’67 in basso a destra particolare della copertina dello stesso numero.

tate, del nostro panorama editoriale. Del resto, negli ultimi anni, l’Amministrazione del giornale (il che equivaleva alla gestione della pubblicità), fu situata proprio presso la Marsilio, allora ubicata in via S. Eufemia, un indirizzo “storico” per l’intellettualità democratica padovana dell’epoca. L’epilogo Come finì la storia del Bo’ ? Beh, fu travolto dalla decomposizione dell’O.R., esito naturale del movimento studentesco che nacque nelle facoltà “dal basso”, con forme di organizzazione spontanee e, sostanzialmente, “anarchiche”. E come forma di rigetto rispetto all’O.R., incapace ormai di rappresentare la base studentesca. Ma morì anche perché il Rettorato subito bloccò i fondi che lo alimentavano, vale a dire quelle mille lire che ogni studente versava per il funzionamento dell’O.R. tramite le tasse universitarie. Si trattò di una scelta quasi obbligata, ma in realtà incongrua in una situazione in movimento. Le assemblee di facoltà si dotarono presto di un organo di coordinamento. Nacque così il Comitato Interfacoltà, che fungeva da supplente alla decaduta struttura del Tribunato. Si trattava di una organizzazione “leggera”. Ne era Segretario Giorgio Caniglia, all’epoca (se non ricordo male) studente di Fisica, Vice Segretario chi scrive, e poi tre “Sindaci” (non mi rammento il perché di tale denominazione) nelle persone di Giannina Longobardi, Umber-

to Picchiura, ed Emilio Vesce (poi coinvolto nel processo cd. del “7 aprile”, ed indi parlamentare del Partito Radicale). A me spettò di riannodare il rapporto con il Rettorato, vale a dire con chi allora lo guidava, il prof. Guido Ferro. Ebbi con lui diversi incontri nel suo Istituto di Idraulica, ma le mie (scarse) doti diplomatiche non sortirono alcun effetto; il mandato che avevo era di ottenere almeno le risorse per continuare la pubblicazione del giornale. Fu tutto inutile, anche se il Rettore non manifestò obiezioni ideologiche, solo opponendo problemi di legittimità, che anche allora non mi apparvero irrilevanti. La vita del Comitato Interfacoltà, che doveva essere solo un organismo di coordinamento e di raccordo tra le Assemblee di Facoltà, non fu comunque semplice. Tra i contrasti che lì emersero, vi fu un tentativo, da parte di Vesce, che faceva riferimento al movimento di Potere Operaio, e quindi al prof. Negri, ordinario di Dottrina dello Stato nella mia facoltà (Scienze politiche), tentò di acquisire la proprietà del Bo’. Non essendo il Tribunato una persona giuridica, la titolarità della testata era in capo al Tribuno pro

tempore. Che, ovviamente, anche se decaduto in seguito all’esplosione del Movimento Studentesco, non volle cederla. Non per egoismo personale, ma perché giustamente non riteneva – essendone solo il proprietario formale – che essa potesse ceduta. In fin dei conti essa apparteneva alla comunità universitaria in quanto tale, e come tale andava preservata. Fu così che un nucleo della Redazione che aveva firmato l’ultimo numero (Gennaio 1968) decise, in accordo con la proprietà giuridica della testata, di riprenderne la pubblicazione. Fu un’avventura. La pubblicazione avveniva al di fuori di qualsiasi “copertura” politica, e segnava anche una frattura (poi ricomposta) con lo stesso Comitato Interfacoltà, e con risorse – a parte due inserzioni pubblicitarie – personali. I due numeri “pirata” sono del 1968. Il primo numero, segnato I semestre, vedeva accanto alla testata la seguente (lunga) manchette: “L’evidente scorrettezza formale della pubblicazione di questo numero del Bo’ è superata solo dalla scorrettezza sostanziale insita nel comportamento di coloro che, per inerzia o cosciente rifiuto, hanno omesso di sollecitare le Assemblee ad un giudizio sulla for-

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

mazione di un giornale degli studenti, all’interno di un più generale discorso sugli strumenti organizzativi di un movimento studentesco realmente di massa e non monopolizzato da c.d. ‘avanguardie’, tali solo per investiture di Mao, di qualche cattedratico furbo e trasformista, o degli ultimi squallidi ed antistorici rottami di un passato regime. Contro le eventuali critiche circa l’uso abusivo di fondi dell’Interfacoltà [che non ci furono, annotazione personale] o la pretesa recezione di finanziamenti esterni, critiche che ovviamente ci aspettiamo dagli habituées di tali operazioni, intendiamo dimostrare come un minimo di capacità organizzativa e di interessamento (vedi pubblicità), nonché un rigoroso controllo anche delle minime spese, rendano possibile, sul piano politico, quel prezioso interscambio di idee ed esperienze, che possa essere perseguito anche in questa forma”. Frasi ovviamente polemiche, scritte di pugno da chi aveva assunto la direzione responsabile del foglio, il veneziano Salvatore Zacchello, studente fuori corso di Giurisprudenza, a me caro – oltre che per la sua amicizia – per il lucido impegno politico e civile che sempre manifestò fino alla sua prematura scomparsa. Il secondo, segnato II semestre, presentava una manchette più breve, che evidenziava la sostanziale ricomposizione della frattura che la pubblicazione del primo numero aveva aperto nel Comitato Interfacoltà, e di fatto ‘copriva’ i responsabili della precedente forzatura editoriale. Essa recitava: “In attesa che, a norma di Statuto, le Assemblee di Facoltà si pronuncino sul futuro del Bo’, il Comitato Interfacoltà degli studenti dell’Università di Padova ha dato mandato ad un comitato redazionale di curare la pubblicazione di questo numero. Gli articoli non impegnano politicamente l’Interfacoltà, ma devono essere considerati come altrettanti ipotesi di lavoro, su cui ci si augura si possa aprire una proficua e costruttiva discussione”. Di cosa si occupò questo giornale quasi ‘clandestino’? Delle tematiche del ’68, che ben si avvertono scorrendo i titoli, a partire dal lungo editoriale del primo numero Opposizione studentesca alla ristrutturazione neo-oligarchica dell’Università per arrivare a quello del secondo numero intitolato La scuola: punto di crisi dello
in alto il manifesto dell’occupazione di Palazzo Campana pubblicato sul Bo’

schieramento capitalistico, senza contare gli interventi di attualità (l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, ad esempio), i problemi dell’Interfacoltà, il braccio di ferro con il Rettore per il blocco dei fondi studenteschi, od un mini-saggio intitolato Monopartitismo perfetto, feroce critica al Bipartitismo imperfetto del sociologo Giorgio Galli. Quasi tutti gli interventi erano firmati con pseudonimi (il mio era G. Pierre), e non con i nomi dei redattori. Prudenza cospirativa, verrebbe da dire… L’auspicio della manchette del secondo numero non ebbe ovviamente seguito, stante il venir delle (labili) condizioni che avevano consentito all’Interfacoltà di sopravvivere per poco meno di un anno. Finì così anche Il Bo’, (inutilmente) donato, come ho ricordato, all’Istituto Veneto per la Storia della Resistenza. Si apre ora una storia nuova. La testata è in mani sicure, che sapranno – ne sono certo – far rivivere quei valori identitari, quelli della Universa Universis Patavina Libertas, che sottendono tutta la storia di quanti a Il Bo’ generosamente dedicarono tempo e fatica.

NOTA A MARGINE. Avendo già ricordato i due Direttori responsabili degli anni Sessanta, ed i rispettivi Direttori politici, mi pare corretto fare menzione anche delle Redazioni che si susseguirono fino al 1968. Può apparire un arido elenco di nomi, ma a me appare doveroso ricordarli, dato che sono parte di una storia comune. Redazione 1960: Giancarlo Zizola (vicedirettore), Vittorio Caldiron, Marcello De Cristofaro, Mario Isnenghi, Carlo Montiglio, Giorgio Tinazzi. Redazione 1961: Tullia Chiarioni, Marcello De Cristofaro, Gianfranco Ferrarese, Guariente Guarienti, Mario Isnenghi, Silvio Lanaro (segretario di Redazione), Erasmo Leso (redattore capo), Anco Marzio Metterle, Raffaello Vergani. Redazione 1962: a cura dell’Ufficio del Consiglio di Tribunato. Redazione 1963: Roberto De Prà (redattore capo), Mario Mancini, Antonio Melis, Alberto Mioni, Piero Pellizzari, Andrea Tomiolo, Nicolò Toppan, Fulvio Zuliani. Redazione 1964: Roberto De Prà (redattore capo), Sandro D’Odorico, Giancarlo Fava, Rossana Freda (segretaria di Redazione), Gianni Parenzo, Giorgio Segato, Mario Tonello, Nicolò Gabriele Toppan. Redazione 1965: Paolo di Benedetto, Marco Dogo, Francesco Jori, Guido Paglia, Giuliano Zoso. Collaboratore: Dario Maretto. Redazione 1967: Cesare Cornoldi, Paolo Di Benedetto, Arturo Tosi. Collaboratori: Maurizio Angelini, Corrado Medici. Redazione gennaio 1968: Marco Trabucchi (vice direttore), Cesare Cornoldi, Paolo Di Benedetto, Marco Dogo, Ivano Paccagnella, Umberto Picchiura, Giorgio Roverato, Arturo Tosi. Redazione I e II semestre 1968: Sebastiano Bagnara, Marco Dogo, Ivano Paccagnella, Umberto Picchiura, Giorgio Roverato.

NNI SESSANTA

57

Un giornale scomodo
Francesco Jori

R

aramente un prodotto è stato più detestato e contestato del giornale

un caso che nell’Inghilterra settecentesca, alla faccia della lezione di Locke sulla libertà di pensiero, molti giornalisti finissero in galera. Nel suo piccolo, Il Bo’ lo è stato. La rivisitazione storica che viene fatta della sua prima trentina d’anni di vita, in questo primo numero di una nuova serie, lo dimostra con buona evidenza, specie per il periodo post-bellico, riflettendo la vivacità di un ateneo che, è bene ricordarlo, nasce da uno strappo istituzionale clamoroso per l’epoca, quello dalla casa-madre di Bologna, e si ispira ad un motto che fa perno sull’universalità della libertà. Tra contestazione e goliardia, registrano le cronache della testata, viene sonoramente fischiato in aula magna un ministro della Pubblica Istruzione come Antonio Segni, e viene insignito di un fiasco nel cortile del Bo un presidente della Repubblica come Giu-

seppe Saragat: cui l’omaggio peraltro non dovette risultare sgradito. Nei primi anni Cinquanta, il giornale si fa promotore di una raccolta di firme per un referendum abrogativo della legge Ermini, che prevedeva tra l’altro (nihil sub sole novum, segnalava già l’Ecclesiaste) un aumento delle tasse universitarie. I suoi caustici vignettisti graffiano impetuosamente i potenti dell’epoca, rettore incluso: che poi a ben vedere, nel caso specifico, sarebbe stato pure l’editore di riferimento... In occasione dell’apertura di un anno accademico, a due ministri presenti e allo stesso mitico ventennale rettore Guido Ferro viene fatto presente che in fondo sono “impiegati dello Stato da noi pagati”. Insomma, un giornale per nulla paludato e reverenziale, sulle cui colonne compaiono d’altra parte le firme di studenti che diventeranno famosi nei loro campi,

(inclusi ovviamente i suoi confezionatori, cioè i giornalisti); e non solo nell’attuale deriva dell’informazione-spettacolo a partire dalla sua variante trash, leggi pattumiera, ma fin dalla sua nascita, o quanto meno dal suo ingresso a inizio Ottocento nella fase della riproducibilità su larga scala e quindi della diffusione di massa. Se per Hegel, rara avis, era la preghiera laica del mattino, ha rappresentato invece il diavolo per Nietzsche e Kierkegaard, Baudelaire e Balzac, Kraus e Tolstoj, Alfieri e Collodi. Già: perfino, non a caso, l’autore di Pinocchio, per il quale la stampa era “molte tonnellate di parole per pochi chili di pane”. Forse perché scomodo, com’è o come dovrebbe essere nella sua funzione di “watch-dog”, cane da guardia del potere nella sua matrice anglosassone; e non è

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

da Diego Valeri a Carlo Arturo Jemolo, di alunni destinati a diventare autorevoli cattedratici, e di universitari che andranno poi a far parte della classe dirigente non solo padovana, con ruoli anche di prestigio. Un giornale in definitiva che riflette la vivacità di una vita accademica sempre intensa, nelle sue luci e nelle sue ombre. Succede in epoca fascista, dove Il Bò viene tenuto a battesimo come organo ufficiale del Guf, il gruppo universitario del fascio, e quindi come strumento della propaganda del regime all’interno dell’accademia: ne sanno qualcosa le natiche del potente gerarca Achille Starace, sorrette da robuste spalle ma in realtà punzecchiate da mani malandrine di mordaci studenti, peraltro “forse più brilli che antifascisti”, come annota Mario Isnenghi nel suo contributo a questo numero. Succede nel trapasso alla democrazia e alla repubblica, con un protagonista sia accademico che giornalistico, tra Bo e Il Bo’, come Egidio Meneghetti. E succede nel dopoguerra, con la nascita degli organismi rappresentativi studenteschi, tra Rorida Begonia e sigle quali Intesa e Ugi, tra goliardia e impegno. Con una vivacità a volte confusa ma sempre vitale, che trova eco sulle colonne del giornale con inchieste, interviste, approfondimenti, polemiche. Attraverso gli articoli che si susseguono negli anni, insomma, è possibile ripercorrere la vita dell’ateneo, ritrovandovi spunti singolari: dalla presenza di opposti protagonisti delle derive estremistiche più radicali, come Toni Negri (che del Bo’ è stato anche direttore) e Franco Freda, a scelte anticipatorie di scenari nazionali, come il primo esperimento ante-litteram di centrosinistra verificatosi a fine anni Cinquanta negli organismi rappresentativi dell’ateneo, palestra per molti studenti di impegno civile e politico. E con una sostanziale autonomia delle varie sigle universitarie dai rispettivi partiti di riferimento. Per chi ha avuto modo di vivere tutto ciò lavorando dentro le sempre volatili ed effimere ma comunque attivissime e passionali redazioni del giornale, si è trattato di un’esperienza stimolante come poche: lo si può cogliere dalle testimonianze in prima persona ospitate in questo numero speciale, e che appartengono alle varie fasi della testata. Perché in un’università già di suo immersa nei fermenti, nelle speranze

e nelle tensioni di un Paese storicamente condannato a essere insieme un caso atipico e un’eterna incompiuta, “fare il giornale” ha significato un piccolo ma importante valore aggiunto: consistente nella possibilità di dare voce e spazio a idee e stimoli, di raccoglierli dai protagonisti più impegnati per farne partecipe una platea più ampia, in modo che non rimanesse solo spettatrice passiva, o peggio ancora inerte massa di manovra. Lo si è visto soprattutto nella fase terminale della testata, quella che ha condotto al ’68; e dove l’università (non solo italiana: si pensi alle spinte del maggio francese all’insegna del “siate ragionevoli, chiedete l’impossibile”) è diventata uno dei luoghi-simbolo della protesta contro una classe dirigente sempre più lontana dal Paese reale, di un potere sempre più impegnato a difendere se stesso, di un’autorità sempre più autoritaria e sempre meno autorevole; insomma, di una leadership autoreferenziale. E non è un caso che il ’68 segni a Padova la fine, contestualmente, degli organismi rappresentativi e del giornale: una fase si chiude, una lunghissima stagione tramonta, e come sempre accade nei grandi rivolgimenti, dopo nulla potrà più essere lo stesso. Resta da cogliere, nella vita del Bo’, una singolare costante di precarietà che non ne pregiudica peraltro la continuità. Dal primo numero del 1935 all’ultimo del 1968, direttori, redattori e collaboratori si avvicendano in modo vorticoso; la periodicità ricorda quella autoironicamente garantita da vecchi effimeri fogli periferici (“esce quando può”); la chiusura in tipografia di ogni singolo numero avviene sul filo di lana, spesso sollecitando o scongiurando all’articolista di più facile penna un intervento-tampone in extremis per supplire all’intellettuale che l’ha data buca malgrado i ripetuti solleciti. Precari, anzi di più, sono pure i momenti della nascita e della morte: un’estemporanea pubblicazione con la testata Il Bò appare nel 1919, all’indomani della Grande Guerra, ma si riduce a una singolare una tantum; due anni prima della partenza ufficiale del 1935 spunta un’altra una tantum ma stavolta declinata in dialetto, El Bò; e nel 1968, prima della chiusura definitiva, il giornale esce con due numeri dichiaratamente pirata, tentando una disperata quanto inuti-

le resistenza: morirà strangolato per tanti motivi, non ultimo il taglio dei già risibili fondi fin lì assegnati dall’ateneo. A ripercorrerne le tappe, a risivitarne le vicende, soprattutto a rileggerne i pluridecennali contenuti, questo multiforme Bo’ può apparire improvvisato, spontaneistico, frammentato, velleitario. Ma forse proprio questo va annoverato tra i suoi pregi, perché riflette una passione civile, una tensione ideale, una voglia di esserci, sempre rinnovate nelle generazioni che si sono succedute: tre ingredienti che fanno parte integrante di un percorso educativo e di crescita, non meno delle materie proprie della formazione accademica. Titoli, foto, testi, tagli, impostazioni, scelte editoriali potranno oggi apparire dilettanteschi, a fronte di esperienze magari più autorevoli; ma non bisogna mai dimenticare che sono stati dei dilettanti a costruire l’Arca di Noè, e dei professionisti a varare il Titanic. Quel giornale è morto al buio, inconsapevole che fosse arrivata la fine, anzi intenzionato a rimanere a pieno titolo sulla breccia, come dimostrano le parole del suo ultimo numero: dove si segnalava che gli articoli pubblicati erano da considerare “come ipotesi di lavoro, su cui ci si augura si possa aprire una proficua e costruttiva discussione”. È calato invece un quarantennale silenzio, dal quale oggi l’Università di Padova decide di sottrarlo, per restituirlo a un ruolo di stimolo e a un luogo di incontro e confronto, dove possa tornare a svilupparsi quella “proficua e costruttiva discussione” invano auspicata nel remoto ’68. La patavina libertas su cui si fonda la sua secolare storia è stata d’altra parte garantita dal ruolo e dallo spazio universalmente garantiti di area franca delle idee. Che possono e devono esprimersi anche attraverso un giornale. E che non devono ridursi, soprattutto, alla concezione che ne aveva donna Prassede. La quale, ci spiega Manzoni, con esse “si regolava come dicono che si deve far con gli amici: n’aveva poche, ma a quelle poche era molto affezionata; e tra le poche, ve n’era per disgrazia molte delle storte, e non erano quelle che le fossero meno care”. Perciò questo giornale si augura di poter contare su molti e critici amici.

59

ANNI TRENTA E QUARANTA foto grande Il Bò del 23 dicembre 1941 da sinistra Il Bò del 24 settembre 1938 e del 16 settembre 1940

il giornale dell’Università degli

Studi di Padova

ANNI CINQUANTA foto grande Il Bo dell’8 febbraio 1952 da sinistra Il Bo’ dell’8 febbraio 1956 e il supplemento mensile al Bo del novembre 1953

61

ANNI SESSANTA foto grande Il Bo’ del gennaio 1968 da sinistra Il Bo’ del II semestre 1968; Il Bo’ del febbraio-marzo 1966

il giornale dell’ Università degli

Studi di Padova fotografie Magnum Photos/Contrasto Fototeca dei Consorzi edilizi dell’Università di Padova Istituto Veneto per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea Archivio dell’Università di Padova

direttore Gianni Riccamboni direttore responsabile Giorgio Tinazzi progetto editoriale, grafico e realizzazione Servizio Pubbliche Relazioni redazione Francesco Ambrosio, Giuseppe Barbieri, Saveria Chemotti, Armando Gennaro, Luca Illetterati, Gualtiero Pisent, Franco Viola in copertina Parigi, maggio 1968. © Bruno Barbey Magnum Photos/Contrasto segreteria di redazione Marco Milan marco.milan@unipd.it / tel. 0498273066 www.unipd.it

Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097 del 30 luglio 2007 Finito di stampare nel mese di febbraio 2008 presso Chinchio industrie grafiche - Padova