P. 1
Economia Solidale Cooperazione e Mercato

Economia Solidale Cooperazione e Mercato

|Views: 4|Likes:

More info:

Published by: Nikolay Mosquera Rojas on May 15, 2013
Copyright:Attribution Non-commercial

Availability:

Read on Scribd mobile: iPhone, iPad and Android.
download as PDF, TXT or read online from Scribd
See more
See less

12/29/2013

pdf

text

original

ECONOMIA SOLIDALE, COOPERAZIONE E MERCATO: LE ALTERNATIVE ECONOMICHE POSSIBILI.

Introduzione all’edizione italiana di “Produrre per Vivere” Roberto Burlando1 e Alessio Surian2
1. Dipartimento di Economia, Università di Torino e School of Psychology, University of Exeter, roberto.burlando@unito.it . 2. Dipartimento di Sociologia, Università di Padova.

Sembra sempre più diffusa l’idea che non esistano alternative, non solo e non tanto al capitalismo quanto alle forme di finanziarizzazione e globalizzazione egemonica neoliberiste che questo ha assunto tra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo (in particolare negli ultimi venti – venticinque anni, dopo la svolta neo-liberista e neoconservatrice dei governi Thatcher e Reagan), tanto da aver prodotto quella che, ormai da più parti, è ritenuta una sorta di “subalternità culturale” – ingiustificata e insensata ma innegabile – di parte significativa della sinistra europea1 nei confronti delle teorie e ideologie economiche liberiste2. E tanto da far prendere per buona addirittura la propaganda che scambia la impegnativa libertà di mercato della teoria (neoclassica) della concorrenza perfetta (che richiede rigide condizioni ed esclude ogni potere di mercato da parte delle imprese e che però costituisce l’unica base teorica per le dimostrazioni di ottimalità delle configurazioni di equilibrio di mercato) con la ben diversa (e pressoché opposta) libertà per ciascuno di fare sui mercati quello che vuole, che è solo “far west” e predominio del più forte, senza teoremi a giustificazione né fondate pretese di superiore efficienza o ottimalità. Al contempo, vi è chi evidenzia come neppure in un periodo storico caratterizzato quanto forse mai prima da condizioni prossime all’ideale del “libero mercato” di queste teorizzazioni nessuna delle promesse di soluzione dei problemi economici e sociali avanzate dai suoi sostenitori si stia non solo realizzando, ma neppure avvicinando
Si veda, ad esempio, la Prefazione di B. Bosco al volume di A. Santoro, Le ragioni del pubblico, Punto Rosso, Milano, 2004, (in particolare pag. 13). 2 In particolare nei confronti della “vulgata” dell’economia neoclassica che predica il liberismo – fatto di deregolamentazioni, privatizzazioni e assenza di controllo pubblico in economia – ad ogni costo ed in ogni dove e per far questo pretende di vedere ovunque soggetti economici che sono solo egoisti razionali (le cui azioni porterebbero, nel travisamento ideologico del pensiero di Adam Smith, ad un fantomatico vantaggio per tutti), mercati perfetti (che si auto-regolano e raggiungono equilibri ottimali) e vantaggi di efficienza
1

1

significativamente (Panizza , 2005). Anche chi (come Joseph Stiglitz) è stato ai vertici di istituzioni come la Banca Mondiale3 deve rilevare che "la crisi finanziaria globale è servita non solo a porre in evidenza la debolezza del 'capitalismo American style', ma a mostrare la natura problematica delle istituzioni internazionali che dovrebbero governare la globalizzazione" (Stiglitz, 2001, p.14). Per giustificare tali mancate realizzazioni alcuni sostengono che l’attuale libertà di mercato non è ancora sufficiente e ne invocano un ulteriore incremento, ma pare ovvio che per ottenerne davvero di più occorrerebbe ridurre il peso di tutti gli operatori economici a quello compatibile con le condizioni teoriche della concorrenza perfetta (tante imprese di dimensioni modeste rispetto a quelle del mercato, informazione perfetta e dunque anche egualmente disponibile, assoluta omogeneità del prodotto, libertà di entrata e uscita dal mercato a costi minimi), come coerentemente facevano i monetaristi alla Milton Friedman (sostenitori di ferree legislazioni antitrust e anti-oligopoliste in generale). Dunque o si ritiene possibile ridurre drasticamente almeno il ruolo e peso di tutte le imprese multinazionali (e ancor prima delle grandi finanziarie) e degli Stati che le appoggiano (o che, secondo altre analisi, ne sarebbero l’espressione politica) o qualsiasi prospettiva veramente liberista risulta una illusione (o una diversione), o una utopia, né più né meno di tante altre (sia pur fondate su principi molto diversi, magari anche preferibili sul piano filosofico e/o sociale) condannate sulla base di giudizi di irrealizzabilità. Il credo nel mercato come ordine naturale spontaneo (Hayek 1989) e in un’economia di mercato autoregolatrice davvero non “legge” il XXI secolo e pare piuttosto diventare nel migliore dei casi l’imperativo di un ostinato e anacronistico tentativo di realizzare l’utopia della “deregulation” del XIX secolo (Petrella, 1999, p.23), nel peggiore un mero e strumentale espediente propagandistico. Altrove il curatore (Santos 2003, p.12) ha evidenziato – riprendendo l’osservazione di Franz Hinkelammert (2002) – come il carattere utopico di questa utopia conservatrice consista nella negazione radicale dell’esistenza di alternative all’ordine costituito e si realizzi attraverso il ricorso alla selezione di un unico criterio di efficienza: il mercato nel caso del neoliberismo, anche pretendendo che siano “invisibili” coloro che non sono consumatori solvibili4.

generalizzati che si accompagnano appunto a deregolamentazioni e privatizzazioni anche di produzioni di beni tecnicamente considerati pubblici. 3 E si mantiene nel solco della tradizione neoclassica, sia pur da innovatore, cosa che gli è valsa il premio Nobel per l’economia pochi anni fa. 4 Magari l’intero continente africano, come sottolinea Petrella (1999), p.23 e 24

2

Tuttavia, se l’utopia conservatrice si identifica con la realtà odierna, compito delle utopie critiche è recuperare una capacità di futuro affermando alternative radicalmente democratiche, mettendo in discussione il concetto di mercato oggi prevalente (e dai suoi fautori considerato l’unico) asservito al conformismo ideologico che ne fa il principio regolatore della società nel suo complesso. Vanno appunto in questa direzione le proposte considerate da Santos, ma anche molte iniziative (teoriche e pratiche) sviluppate in Europa da diverse componenti del movimento anti-liberista tra cui, ad esempio quelle discusse nei convegni di Parigi (2002) “Disfare lo sviluppo, rifare il mondo” e di Lione (2003) “Decrescita sostenibile”, documentati in parte anche in Italia (a questo proposito si veda Mauro Bonaiuti, 2004). Le alternative ad una rappresentazione solo normativa della regolazione sociale e le contraddizioni del neoliberismo (per quanto solo accennato, perché sia l’introduzione, sia il volume dedicano ben poco spazio alle critiche e molto alle alternative) sono appunto il punto di partenza del saggio introduttivo (di Boaventura da Sousa Santos e César Rodríguez) al volume, che evidenzia come in questo contesto storico emerga fortemente, ed in molte parti del mondo, la necessità di formulare alternative economiche concrete “che siano al tempo stesso emancipatrici e realizzabili”. Molteplici movimenti lo richiedono e, nel loro “piccolo”, stanno anche provando a farlo – come testimonia la maggior parte dei contributi che compongono il libro. Le iniziative qui descritte cercano di realizzare forme economiche praticabili fuori dai circuiti della tradizionale economia di mercato, ma si scontrano proprio con il potere: quello di mercato, nelle sue diverse forme. Le forme delle alternative praticabili Il curatore del volume (e coordinatore dell’intero progetto di ricerca pubblicato in sette volumi, di cui questo è il secondo) offre un quadro analitico di riferimento per queste diverse iniziative e una serie di meditati suggerimenti per accrescere le possibilità di queste forme economiche alternative concrete di sopravvivere, diffondersi e portare ad un cambiamento significativo, che, del resto, appare sempre più necessario. Il suo primo merito (crono-logico) è quello di sgombrare subito il campo da possibili equivoci esplicitando come, a suo giudizio, “l’alternativa sistemica al capitalismo rappresentata dalle economie socialiste centralizzate non sia percorribile né auspicabile”, e neppure una delle fonti di ispirazione delle iniziative oggetto di indagine, che sono invece riconducibili a tre diversi “filoni”: il cooperativismo, l’economia popolare e solidaria e le 3

diverse forme di quello che viene indicato come lo sviluppo alternativo (e sostenibile) e, infine, il cosiddetto post-sviluppo e la decrescita. Il secondo merito consiste nell’evidenziare, da un lato, come nessuna delle proposte considerate nel volume (e avanzate dai filoni di cui sopra) rappresenti un’alternativa sistemica al capitalismo, ma, dall’altro, come esse tendano anche a produrre effetti dall’elevato contenuto emancipatorio. Tale carattere, dice l’autore, deriva dal loro incarnare “valori e forme organizzative opposti a quelli del capitalismo” (e qui sembra usare il termine per indicare nello specifico appunto la fase definita come globalizzazione egemonica5). Se la dichiarata lontananza da aspettative palingenetiche sistemiche (nella forma di economie centralizzate) appare un passo fondamentale verso un orizzonte di riferimento (e di senso) realistico (si sarebbe tentati di definirlo con un ossimoro un “ideale realistico”) e prospettive pragmaticamente fondate, a qualificarli interviene l’affermazione che elementi centrali di valutazione delle iniziative vanno considerati la loro realizzabilità, anche nel senso esplicito di capacità di sopravvivere nel contesto storico e istituzionale predominante, ed il loro carattere emancipatorio. La rilevanza che assume la dimensione dell’emancipazione (e lo stesso termine “capacità emancipatoria”) in questo quadro teorico suggerisce un approfondimento del suo significato in questo contesto e in relazione al tema della partecipazione, al centro del primo volume della collana “I nuovi manifesti”. Le iniziative così connotate paiono caratterizzate dalla capacità di creare spazi economici in cui predominano i principi dell’uguaglianza, della solidarietà e/o del rispetto dell’ambiente 6 e tendono a produrre sul piano individuale rilevanti cambiamenti nelle condizioni di vita dei partecipanti e su quello
Altrimenti la connotazione utilizzata parrebbe sia connotare il capitalismo come qualcosa di più omogeneo di quanto appaia a molti altri e sia riuscire a definirne dei (dis)valori fondamentali che spesso invece paiono – dal punto di vista analitico purtroppo, perché questo obbliga al confronto con tante specifiche posizioni – elusivi nella diversità delle posizioni e interpretazioni. In un passaggio successivo però si sostanziano questi “disvalori” definendo tre aspetti centrali delle critiche al capitalismo per il suo produrre sistematicamente i) disuguaglianze in termini di risorse e di potere, ii) forme impoverite di socialità basate sul profitto individuale anziché sulla solidarietà (e causate dei rapporti di concorrenza imposti dal mercato capitalistico), iii) uno sfruttamento crescente delle risorse naturali nel mondo, tanto da mettere in pericolo le condizioni fisiche della vita sulla Terra. 6 Lasciando ad altri discettare se questi principi e valori siano o meno compatibili con il capitalismo in senso lato, o con qualche sua forma specifica, ci limitiamo a rilevare il fatto che essi sono in chiara opposizione con le conseguenze emerse dal suo sviluppo storico e tanto più dalla forma che esso ha assunto in questa fase storica. Coerentemente nel testo questi valori sono l’opposto di quanto precedentemente si è criticato del capitalismo. Questi termini trovano ora, nei paesi più industrializzati, una eco significativa nella pratica di marketing (che in genere solo di questo si tratta) adottata da molte iniziative economiche di definirsi etiche o socialmente responsabili, anche quando nei fatti non sono né l’una né l’altra cosa. Si pone dunque un serio problema di valore e significato dei termini e dunque di loro definizione e poi di verifica della corrispondenza delle pratiche alle definizioni. Va rilevato come questo accada anche al di là dei confini dell’economia, con termini universalmente ritenuti di valore positivo, come “democrazia”.
5

4

sociale un ampliamento delle aree in cui operano i valori di cui sopra e forme organizzative non capitalistiche. Si ritiene, inoltre, che “il compito delle prassi e del pensiero emancipatori consista nell’ampliare lo spettro delle possibilità attraverso la sperimentazione e la riflessione sulle alternative capaci di rappresentare forme di società più giuste”; queste, guardando oltre l’esistente e mettendo “in discussione la separazione tra realtà e utopia [..] formulano alternative sufficientemente utopiche da costituire una sfida allo status quo e sufficientemente concrete da non poter essere scartate facilmente come impraticabili”. Sembra difficile non concordare ed anche trovare una formula più accattivante, ma pare poi anche difficile utilizzarla – eventualmente – per discriminare tra iniziative. Non è questo, però, secondo l’autore un obiettivo rilevante di questa fase, ed anzi egli utilizza il concetto di “euristica della formazione” – elaborato in tempi precedenti – per evidenziare come occorra valutare le iniziative non tanto in funzione del criterio (definito semplicistico) del loro offrire o meno alternative radicali al capitalismo (che del resto nessuna delle proposte realizzabili rappresenta), bensì del favorire – e col loro successo dare credibilità a – forme sia di organizzazione economica, sia di socialità definite “non capitalistiche” appunto in quanto incorporano valori e forme organizzative a questo estranei, se non opposti. La proposta teorica pare alquanto interessante, specialmente nel contesto della sinistra europea (e italiana in particolare) che all’attuale sudditanza culturale summenzionata affianca, sia pur con alcune rilevanti eccezioni, l’antico vizio di frammentarsi in vari gruppi ciascuno dei quali ritiene di avere una sorta di monopolio dell’unica strategia per l’alternativa vincente, o possibile. Purtroppo rimane il dubbio che – malgrado il senso del suggerimento vada oltre – il problema possa essere spostato sulla valutazione della coerenza e adeguatezza dei comportamenti rispetto ai valori “altri” e quindi al grado di “alterità” possa o debba essere ritenuto adeguato o sufficiente. Pare facile concordare con l’autore sul fatto che “la vera questione è attuare riforme e iniziative che nascano all’interno del sistema capitalistico in cui viviamo, ma che favoriscano e diano credibilità a forme di organizzazione economica e di socialità non capitalistiche” (nel senso prima specificato) e su quello che “molteplici movimenti richiedono di formulare alternative economiche concrete” per cui è “urgente pensare, immaginare, inventare, sperimentare e realizzare delle alternative economiche e sociali”.

5

Dato, poi, che vi è (e come non concordare anche su questo) una grande varietà di iniziative e concezioni economiche alternative, sia pur parziali, la mappa proposta nella introduzione – e documentata in parte nelle analisi specifiche fornite dai diversi saggi – appare come un contributo significativo e importante, anche se parziale, soprattutto in quanto, dati i limiti di spazio, circoscritto agli aspetti produttivi7. Crediamo lo sia in assoluto, ma ci pare che, in particolare per la sinistra europea, sia rilevante confrontarsi con analisi e prospettive che, trovando ispirazione nelle sue stesse tradizioni e radici (a partire dal movimento cooperativo), sono però in grado di offrire un differente punto di vista, quello della “periferia” e “semiperiferia” del mondo industrializzato. Alcune di queste prospettive (considerate solo nella “mappa” introduttiva, ma che potrebbero costituire un ulteriore volume) sono già entrate nel dibattito corrente anti globalizzazione liberista – si pensi, ad esempio, alle traduzioni italiane dei libri di Euclides Mance e di Luis Razeto – e persino ai tentativi di adattarne e implementarne le proposte (in qualche caso questi hanno persino anticipato una approfondita riflessione su di esse ed una valutazione delle rispettive specificità, ma non è detto che questo sia un male). In particolare, si vengono consolidando le esperienze delle Reti e Distretti di economia solidale e delle monete complementari, mentre di altre si sente meno parlare e si ha a disposizione meno materiale. Quello che colpisce maggiormente nelle prospettive ed esperienze latinoamericane delle quali si discute è la loro concretezza, il loro essere risposte immediate, vissute, pragmatiche ad esigenze condivise, progetti messi in pratica su cui poi si costruisce una riflessione che aiuta a farle crescere ulteriormente ed a diffonderle. Anche il successo, almeno in termini di interesse suscitato, pare legato sia ai contenuti valoriali e organizzativi, sia al loro essere esperienze reali, che è possibile imitare, da cui si può partire per realizzare qualcosa di concreto e che – questa pare una novità rilevante di questa fase – coinvolge direttamente gli aspetti materiali delle vite di chi se ne fa promotore. Alla "società di mercato" (Alcaro, 2003, p. 48), autori latinoamericani come Coraggio (2004, p. 257-258) contrappongono come progetto politico la trasformazione dell'economia a partire dalla cosiddetta "economia popolare" come base per la costruzione di un'

Non si intenda questa come una critica. Il curatore stesso evidenzia il nesso fondamentale tra gli aspetti produttivi e gli altri piani economici e sociali, e credo davvero non si potesse chiedere di più ad una ricerca già così ampia e ad un volume, già piuttosto “spesso” e ampio nei contenuti. Però, proprio l’utilità di questa operazione, e il suo successo nel riportare la complessità delle esperienze ad un quadro teorico relativamente semplice nella sua articolazione, mettono in evidenza la necessità di estendere l’analisi ad una gamma ulteriore di esperienze.

7

6

"economia del lavoro", in quanto diritto e condizione materiale, che veda protagonisti i legami sociali, il rispetto degli equilibri ecologici e l'iniziativa dello Stato. Tuttavia, se la concretezza è un pregio sia per chi ha necessità, immediate e durevoli, di vita sia per chi è vissuto di dibattiti senza riuscire a vederli tradursi in progetti concreti, la possibile rinuncia ad inquadrare le cose in una prospettiva più ampia costituirebbe un limite ed una debolezza. Diviene dunque rilevante articolare ulteriormente il quadro delle esperienze e riflessioni “altre” e cercare di definirne le connessioni ed i rapporti con il resto del presente e con le prospettive di evoluzione del sistema nel quale viviamo e che con le pratiche oggetto di indagine cerchiamo appunto di “influenzare”. In questa direzione va un’altra riflessione significativa, che Santos e Rodriguez traggono dalla considerazione delle analisi sulle esperienze di “socialismo di mercato” (da Ward a Estrin e Le Grand), e che riguarda proprio il ruolo del mercato: “il dibattito su modelli ed esperimenti concreti che combinino i vantaggi del mercato, da un lato, e quelli della produzione solidale, dall’altro, costituisce oggi uno dei principali fulcri nella creazione di alternative ai modelli economici convenzionali [..] ha dato nuovo impulso alla riflessione ed agli esperimenti che cercano di combinare l’associazionismo e il socialismo senza ricorrere a forme impraticabili di pianificazione centralizzata.” La tesi fondamentale del socialismo di mercato è, infatti, che la via praticabile e adeguata per perseguire i fini socialisti della solidarietà e dell’uguaglianza consiste in una combinazione tra meccanismi di mercato e pianificazione economica, in cui ai primi spetta un ruolo dominante (Estrin e Le Grand, 1989). In quest’ottica il mercato è considerato semplicemente un meccanismo (ma non uno qualunque, bensì il più efficiente che si conosca una volta che ne si conoscono e rispettano i limiti anziché farne un deus ex machina buono in ogni circostanza) per coordinare scelte economiche decentrate, e non esiste una relazione necessaria tra mercato e capitalismo. Storicamente il capitalismo ha utilizzato ampiamente il meccanismo di mercato, modellandolo ai suoi interessi e generando disuguaglianza ed alienazione, ma questi effetti sono dovuti all’utilizzo, non allo strumento. Certo queste opinioni sono in controtendenza rispetto alle letture di alcune iniziative che si oppongono alla globalizzazione neoliberista, ma l’invito a distinguere tra lo strumento e il suo utilizzo è di quelli da non lasciar cadere, tanto più che nel caso trova diverse “sponde” in analisi sviluppate in ambiti disciplinari diversi, quali quelle “filosofiche” sui limiti etici ai mercati (Anderson , Burlando 2001), quelle sociologiche sulla “architettura” degli stessi e quelle dell’economia sperimentale sulle proprietà e sui diversi equilibri prodotti da diverse 7

regole di funzionamento – di cui sono fatti e che si possono cambiare – alle diverse forme di mercato riconosciute già dalla teoria economica neoclassica. Due aspetti generali di questo quadro attengono alle dimensioni culturale e politica ed in particolare al tema della democrazia in questi ambiti. Entrambi sono considerati nel primo della serie di volumi, appropriatamente titolato “Democratizzare la democrazia”, ma merita considerarli anche nel quadro del contesto economico. Infatti l’aspetto della implementazione concreta della democrazia è fondamentale anche in ambito economico e nella articolazione con le istituzioni, sociali e politiche, locali. Non a caso, anche nel contesto italiano, si registra un significativo interesse reciproco tra le iniziative dell’economia (e finanza) solidale e/o “etica” (ma quante precisazioni sarebbero necessarie al riguardo!) e quelle delle “nuove” forme di democrazia partecipativa, in particolare le esperienze della Rete dei Nuovi Municipi. Dal punto di vista economico, sembra diffondersi in queste reti la consapevolezza che ipotesi locali di sganciamento dal mercato mondiale non debbano necessariamente guardare a processi di chiusura autarchica, pur mirando a ridurre la dipendenza dai meccanismi, sempre più elitari nella loro gestione, che generano l’acuirsi delle ingiustizie sociali. Si tratta di gruppi che si propongono di agire nel quotidiano, ma anche di riflettere (fare mente locale) e aprirsi, costruendo cantieri e intrecciando reti (Saroldi, 2003; Biolghini 2004). L’esperienza recente mostra come la ricerca di consolidare produzione e consumo critico passi attraverso riflessioni condivise, dalla costituzione dei distretti di economia solidale (DES) al dibattito (da noi, a differenza che in America latina, per ora ancora molto teorico8 e probabilmente più ampio che approfondito) sulle monete locali. Molteplici sono poi le interazioni tra aspetti economici e culturali della democrazia. Oltre all’ovvio (tranne, va da sé, che per i molti italiani che non gli attribuiscono alcun peso nelle proprie scelte elettorali) problema della proprietà e concentrazione dei mezzi di informazione di massa, un aspetto che sta diventando progressivamente più rilevante nella consapevolezza di molti riguarda lo statuto della scienza. Da un lato è in discussione la mancata realizzazione delle promesse (di progresso, pace, libertà, razionalità e benessere generalizzato) sulle quali si era fondato il primato epistemologico della conoscenza scientifica, che comincia ora ad apparire a molti nei paesi della periferia e semiperiferia del mondo (questa è l’espressione utilizzata dagli autori) piuttosto come una ideologia “che ha legittimato la subordinazione all’imperialismo occidentale” e nel cui nome sono state
Una interessante, anche se necessariamente limitata, eccezione è quella dell’ “EcoAspromonte”, promossa nell’omonimo parco dal presidente dell’ente (nel settembre 2004), il sociologo economico Tonino Perna.
8

8

distrutte molte scienze e conoscenze alternative. Dall’altro lato anche nei paesi industrializzati ci si chiede sempre più spesso chi – in una vera democrazia – dovrebbe decidere che cosa è scienza e quali dovrebbero essere gli obiettivi di questa, visto che le varie comunità scientifiche sono sempre più subordinate ai poteri economici, che di certo ne influenzano le direzioni di ricerca attraverso finanziamenti alquanto selettivi e inducendo gestioni che definiscono sulla base dei loro interessi anche le carriere. Spesso questi finanziamenti paiono orientati a perseguire interessi soltanto privati ed immediati (per quanto altrimenti propagandati), ma progressivamente assumono forme ancora più pervasive, fino a tradursi in vere e proprie forme di dittatura pseudo-culturale (operanti anche attraverso istituzioni “culturali” quali fondazioni, università e think thank 9 vari). Sul tema del rapporto tra scienza e politica (e dunque governance) vanno registrate riflessioni innovative anche in sede di Commissione Europea, ed in particolare la proposta di un paradigma definito di “scienza post-normale” (Funtowicz, Funtowicz e Ravetz 1990) che, a partire dal precedente riconoscimento dell’esistenza di molteplici forme di conoscenza e di razionalità e del problema di accertarne la qualità e di farle dialogare, aggiunge il riconoscimento che in molte situazioni attuali sono caratterizzate da un elevato grado di incertezza fondamentale (tale tanto più in quanto diversi approcci “scientifici” ne valutano le caratteristiche in modo assai differente) e che esistono varie ipotesi alternative legate a diversi sistemi di valori.

Funzioni della scienza e delle teorie economiche La stessa teoria economica viene sempre più spesso ridotta alla sola versione neoclassica e questa, a sua volta, viene depurata dei suoi contenuti “problematici”10 e poi utilizzata come una forma ideologica ed uno strumento, spesso usato oppressivamente, di

Attualmente è in atto un processo di notevole trasformazione dei sistemi Universitari, la cui sola considerazione richiederebbe un volume delle stesse dimensioni di quello che qui introduciamo. A questo tema Santos ha dedicato un breve scritto, A universidade no século XXI. Para uma reforma democratica e emancipatoria da Universidade, Cortez, San Paolo, 2004. Le proposte di costituzione di Università alternative, libere dai condizionamenti dei “poteri forti” e orientate al “bene comune” o alla “condivisione della conoscenza” (in opposizione alla sua progressiva privatizzazione a fini competitivi e di potere) si stanno moltiplicando, e non solo in Europa, a testimonianza di come il problema si sempre più avvertito come significativo. Infine, al ruolo delle fondazioni private (più o meno culturali, si pensi alla statunitense Heritage Foundation solo per fare un esempio) nella diffusione dell’ideologia neo-conservatrice sono ormai state dedicate varie analisi e persino trasmissioni televisive. 10 Su questo tema la bibliografia è amplissima. Per alcuni cenni si rinvia a Sen 1977, Daly e Cobb 1989, Heap 1989, Heap. et al. 1992, Hausmann 1992.

9

9

potere, nonché il veicolo fondamentale di quello che è stato definito “il pensiero unico”. Siamo di fronte ad un paradosso. Da un lato si definisce la ragione scientifica come operante seguendo una logica che si vuole indipendente da interessi di parte al fine di formulare leggi (ma anche ipotesi di ricerca) indipendenti dal tornaconto di singole persone o gruppi. Dall’altro, e ciò nonostante, l’esperienza mostra come la certificazione delle conoscenze scientifiche sia stata affidata a “persone che avevano interessi consolidati nel potere della scienza e che ne erano oltretutto dipendenti per la propria sopravvivenza (…) agli antipodi del funzionamento democratico” (Alvares 1998, p. 99). Alcune analisi definiscono ormai l’economia (neoclassica) come una religione, anzi come la nuova forma di religione predominante nel XXI° secolo11. A tale religione Santos, Meneses e Ariscaldo Nunes (2004, p.83) contrappongono un pluralismo epistemologico, posizione decisamente distante dal relativismo e orientata alla democratizzazione della scienza, sia attraverso una rilettura dell’impostazione per paradigmi cara a Kuhn, evidenziando come coesistano diverse tradizioni nei processi di elaborazione teorica, sia nel ripensare le relazioni fra comunità scientifica e cittadinanza attiva, mettendo a fuoco le competenze cognitive utili a quest’ultima. Come ricorda Coraggio (2004, p.13), “il problema più grave viene da quella parte di realtà che è stata ignorata dalle descrizioni e che, tuttavia, costituisce un aspetto fondamentale dei processi nei quali si intendono introdurre cambiamenti”. In questa prospettiva Santos, Meneses e Ariscaldo Nunes (2004, p.84) affermano la necessità di favorire la transizione dalla “monocoltura del sapere scientifico” alla “ecologia dei saperi”. Si tratta di passare da una concezione della scienza in chiave regolativa, che concepisce le conoscenze come una evoluzione dal disordine dell’ignoranza all’ordine del sapere, ad un’idea di scienza emancipatoria, descritta da Santos (2000) come ermeneutica dell’ignoranza in quanto stato di colonialismo e dei saperi in quanto pratica costruttiva della solidarietà, tassello fondamentale – ma non unico o predominante – all’interno della costellazione dei saperi orientati all’emancipazione sociale. Finanza, sviluppo locale e non-violenza

11

Si vedano ad esempio Nelson, R.H. Stackhouse, M.L., Economics as Religion: from Samuelson to Chicago and Beyond, Pennsylvania State University Press, 2001 e Dussel, E. Chiavacci, E Petrella R., Economia come teologia?, l'altrapagina, Città di Castello (PG), 2000

10

Il curatore del volume dichiara che la scelta di raccogliere contributi focalizzando l'attenzione solo sugli aspetti produttivi dipende dalla mancanza di spazio e dal volersi concentrare su di un’area tematica per volta, e afferma la centralità, per le possibilità di sviluppo di iniziative economiche democratiche, delle relazioni tra questa e altre in cui si articola la costituzione economica della società. Tra questa merita evidenziare il ruolo della finanza, e la diversità centrale tra la sua forma attuale e quella denominata etica (o socialmente responsabile), che aiuta a gettare luce poi su alcuni altri temi. La descrizione più immediata della logica della finanza attuale – che si sta imponendo in tutti gli ambiti (si è descritto il fenomeno come un processo di finanziarizzazione dell’economia, che è stato parte di quello della globalizzazione liberista) – viene, paradossalmente, non da ponderosi volumi tecnici o filosofici bensì da alcuni film americani di qualche anno fa12. Questa logica è quella del guadagno immediato senza alcuna preoccupazione, e neppure attenzione, per tutte le altre conseguenze delle operazioni realizzate. Non per quelle finanziarie di orizzonte appena più lungo e, dunque, tanto meno per quelle sociali o ambientali, o anche industriali13. Al contrario la finanza etica mette al centro della valutazione del proprio operare le conseguenze dei progetti che finanzia: conseguenze economiche e non, poiché l’economia è qui considerata non come un fine in sé bensì come un importante strumento per realizzare i molteplici obiettivi che la vita propone agli uomini nella sua essenza di esperienza multidimensionale. Un tema che nel volume viene appena sfiorato (nel saggio sull’India) è quello dello sviluppo locale autocentrato che, tanto più nel contesto indiano e attraverso l’uso del termine swadeshi, richiama anche l’approccio economico gandhiano14. Anche se questo, almeno per ora, sembra essere da noi più un richiamo ideale (ma le esperienze dei villaggi gandhiani in India meriterebbero di essere ben altrimenti documentate e studiate e così le potenzialità di questo approccio, Diwan 2001) che una prospettiva concreta, le sue implicazioni in termini di critica al sistema economico attuale ed alla teoria economica
12

Il più famoso di questi è, a nostro parere, Pretty Woman, nel quale Richard Gere fa la parte del capitalista finanziario (che poi per amore si ravvede, ma pare che questo capiti di rado nella realtà della finanza) che cerca di sottrarre ad un capitalista industriale una impresa di costruzione di navi. La morale (socio-economca) del film è espressa dalla brava ragazza (anche se temporaneamente dirottata sulla prostituzione) Julia Roberts, che afferma di essere migliore del suo temporaneo (ma il lieto fine renderà questa condizione assai lunga) compagno perché il costo delle sue scelte ricade su se stessa mentre il costo di quelle di lui si “scarica” su migliaia di persone (che con il burbero capitalista industriale potrebbero invece continuare a lavorare e mantenere le famiglie, mandare i bambini a scuola etc.). 13 Alcuni psicoanalisti definiscono i comportamenti che hanno esclusivamente un orizzonte immediato e individuale come succubi di una logica di morte, dato che questa rappresenta la condizione che può indurre a non considerare le conseguenze sulla vita, propria e altrui, delle proprie azioni. 14 Sull’economia gandhiana si rinvia in generale ai lavori di Romesh Diwan ed a Burlando 2004 b.

11

prevalente e le sue proposte costruttive (Diwan e Lutz, 1985, Diwan 1997) ben si integrano con le prospettive presentate nel volume. In particolare l’economia gandhiana può fornire a queste sia una cornice, ampia e aperta, nella quale articolare gli approfondimenti specifici proposti da vari filoni di indagine sia una prospettiva nettamente non violenta in ambito economico. Con le analisi presentate nel volume condivide anche il riconoscimento fondamentale della rilevanza della scala (dimensione) delle iniziative produttive15 e la prospettiva emancipatoria (in particolare nelle elaborazioni sul concetto chiave di lavoro autodiretto) e il presentarsi come possibile alternativa radicale (utopia perseguibile) ma anche come percorso per una trasformazione progressiva e non violenta, che definisce i suoi passi futuri sulla base delle condizioni (materiali e non solo) e dei valori conquistati di volte in volta. A questi aspetti l’economia gandhiana aggiunge poi la capacità di articolare una visione della complessità umana e sociale che parte dal riconoscimento delle differenze personali (non solo di gusti ma anche di valori, di fasi di vita e fasi di sviluppo) e considera il loro riflettersi in diverse forme di interazione sociale. Nel saggio introduttivo Santos e Rodriguez si soffermano in particolare sul concetto di swadeshi, elaborato da Gandhi, e che è considerato appunto il “cuore” dell’economia gandhiana. Gandhi muoveva dal riconoscimento che “esiste quanto basta per soddisfare le necessità di tutti, ma non per soddisfare la cupidigia di tutti” e dunque da una posizione anticonsumista e antimaterialista16 per quanto riguarda i valori e gli stili di vita. Con il concetto di swadeshi egli estese questo approccio anche all’ambito della produzione; infatti swadeshi significa, in senso stretto, autonomia economica locale e punta sull’idea di “servire i vicini immediati prima degli altri” e di usare “le cose prodotte intorno a noi prima di quelle prodotte in luoghi più remoti”. Le logiche conseguenze di tali premesse (e degli altri punti fermi dell’approccio economico gandhiano, il lavoro autodiretto come servizio alla comunità di appartenenza, il non sfruttamento, l’uguaglianza dei doveri e poi dei diritti, il superamento del materialismo col collegato illimitato desiderio di possesso e la gestione fiduciaria) sono l’orientamento all’utilizzo di tecnologie ad alto contenuto locale e soggette ad un controllo democratico e popolare, e dunque verso dimensioni degli impianti produttivi e degli insediamenti umani in genere limitate, e ad una tipologia e livello di produzioni correlate agli effettivi bisogni delle popolazioni.
15

Un testo piuttosto famoso che ha messo in evidenza anche in Occidente questi aspetti è “Piccolo è bello” di Fritz Schumacher. Colà invero l’autore parla di economia buddista, ma tra questa e quella gandhiana vi sono fortissime consonanze. 16 Per una rassegna delle recenti analisi sul materialismo si rinvia al quinto capitolo (pag. 177 –79) di Webley et al., Psicologia economica della vita quotidiana, Il Mulino, Bologna, 2004

12

Queste considerazioni si collegano, ovviamente, anche alle proposte – considerate successivamente nel volume – di modelli alternativi (e sostenibili) di sviluppo e di decrescita. Terminologicamente i due filoni sono chiaramente contrapposti e tra gli autori del secondo molti ritengono che il concetto di sviluppo sostenibile sia un ossimoro, una contraddizione logicamente insostenibile fintantoché si confondono sviluppo e crescita economica. Secondo H. Daly l’unico tipo di sviluppo sostenibile è lo “sviluppo senza crescita, un miglioramento qualitativo della base fisica economica, mantenuta in uno stato stazionario [..] entro le capacità di rigenerazione e assimilazione dell’ecosistema” (Daly, 1996, pag.193). Del resto il semplice utilizzo di un indicatore economico più attento a questi aspetti17 evidenzia come in molti paesi industrializzati dagli anni ‘80 il benessere realizzato stia diminuendo, a fronte invece di (modesti) incrementi del tradizionale indicatore economico di performance, il prodotto interno lordo. Entrambi gli approcci summenzionati evidenziano la necessità di trattare l’economia come un aspetto della società (e della vita umana) e di subordinare i fini economici alla protezione di beni e valori più ampi18, superiori. Il primo non rifiuta l’idea della crescita economica, e propone invece di limitarla e subordinarla (ad imperativi non economici), orientandola ad uno sviluppo dal basso che punti sulla dimensione locale (e generalmente attraverso iniziative collettive, costituite da imprese ed organizzazioni economiche popolari a proprietà e gestione solidale). Il secondo invece (specie nelle versioni europee più recenti19 non direttamente considerate dai curatori), critica fortemente non solo la possibilità di ulteriore crescita economica ma anche la mistificazione di questo concetto in quelli prima di sviluppo e poi di sviluppo sostenibile, che dominano ormai l’immaginario collettivo nascondendo nel consenso così accumulato la loro realtà di slogan privi di sostanza. I curatori del volume considerano pregi e limiti di entrambi gli approcci, evidenziando poi la necessità di coniugare l’attenzione da essi posta sulla dimensione locale con una visione ampia e universalista (definito “localismo cosmopolita”), dimensioni entrambe necessarie per l’elaborazione di un paradigma davvero democratico, ma anche ecologico, solidaristico e antiproduttivista (nel senso di avverso alla crescita economica distruttiva dell’ambiente e delle relazioni umane e sociali).

17

Come il Genuine Progress Index (GPI), indicatore del progresso genuino, che pure non può sostituire la considerazione – sempre più ovviamente necessaria – di una molteplicità di indicatori per cogliere la multidimensionalità dello sviluppo a differenza della monodimensionalità della crescita. 18 Su questo punto e per una critica da questa prospettiva alla teoria tradizionale si rinvia a Burlando 2004a. 19 Si vedano ad esempio Latouche 2003 e 2004 e Bonaiuti 2004.

13

Quel che pare non completamente esplicitato nell’introduzione è la necessità di adoperare anche in questo caso un approccio inclusivo e integrare molte delle considerazioni dei due approcci, muovendo però dal riconoscimento dell’importanza sempre più pervasiva dell’immaginario collettivo e di quanto facilmente questo sia manipolabile e manipolato. In un periodo in cui viene definito intervento a favore della pace e della democrazia una guerra preventiva basata su supposizioni infondate occorre sia far chiarezza su cosa si intenda davvero per democrazia e per pace sia “resistere” al rischio forte di perdita di senso (e di valori) che le continue mistificazioni di un potere prepotente e arrogante indubbiamente inducono. Anche per questo alcune delle tesi che concludono l’introduzione di Santos e Rodriguez paiono particolarmente rilevanti, dall’affermazione che il potenziale emancipatorio delle alternative produttive dipende in larga misura dall’integrazione che esse riescono a stabilire tra processi di trasformazione economica e processi culturali, sociali e politici al riconoscimento che il loro successo dipende dal loro inserimento in reti di collaborazione e di mutuo sostegno e che la radicalizzazione della democrazia partecipativa e quella della democrazia economica sono due facce della stessa medaglia. Ci piace terminare questo breve excursus da un lato ammettendo che avremmo voluto leggere ancora di più su questi temi e trovare esemplificazioni anche di altre alternative considerate nella “mappa” introduttive e dall’altro ricordando, con i curatori, come le alternative di cui disponiamo implichino trasformazioni graduali, che creano spazi di solidarietà all’interno ed ai margini del sistema capitalistico, e trasformazioni fondamentali delle condizioni di vita, per coloro che vi prendono parte. Il che non le rende certo più facili.

Riferimenti bibliografici Alcaro M., Economia totale e mondo della vita. Il liberismo nell'era della biopolitica, manifestolibri, Roma, 2003 Alvares C., Scienza, in Sachs W. (a cura di), Dizionario dello sviluppo cit., 1998 Anderson E., 1993. Value in ethics and economics. Cambridge (Ma): Harvard University Press. Anderson E., 1990. The ethical limitations of the market. Economics and Philosophy, 6 Biolghini D., Progetti ed esperienze di Distretti di Economia Solidale, articolo presentato alla Scuola Estiva Aspromonte, Settembre, 2004 Bonaiuti M., 2004, Obiettivo decrescita, Bologna, EMI Bonaiuti M., 2001, La teoria bioeconomica. La nuova economia di N. Georgescu-Roegen, Roma, Carocci 14

Burlando R., 2005, Etica ed economia, in G.Martignetti (a cura di), Atlante del XXI secolo, Utet, Torino, 2005 Burlando R., On ethics and economics – For a solidarity based economy, Trends, Bruxelles, Council of Europe, 2004a Burlando R., Ethics, Economics and Gandhian Economics, Atti del convegno Iarep-Sabe, Philadelphia, luglio 2004b Burlando R., Values, Ethics and Ecology in Economics, in World Futures, 56, 2001 Coraggio J.L., La Gente o el Capital. Desarrollo local y economia del trabajo, Abya-Yala, Quito, 2004 Daly, H.E., Cobb, J.B. jr, For the common good, Beacon Press, Boston, 1989. Diwan R., “Relational Wealth and The Quality of Life.” Journal of Socio-Economics, 2001 Diwan R., Gandhian Economics: an Empirical Perspective, in World Futures, v. 56, 1° Diwan R., “Gandhian Economics: Enoughness as Real Wealth”, in Schroyer, Trent, (ed), A World That Works: Building Blocks for a Just and Sustaiable Society, pp.86 - 91, The Bootstrap Press. A Toes Book, New York, 1997, Diwan R., e M Lutz, (a cura di), Essays in Gandhian Economics, Gandhi Peace Foundation, New Delhi, and Intermediate Technology Development Project, New York, 1985. Funtowicz S., Post Normal Science, Science and governance under Conditions of complexity, in www.alba.jrc.it/kam-pages/publications.html Funtowicz S.O., e Ravetz J.R., Uncertainty and Quality in Science for Policy, Kluwer, Dordrecht, 1990 Hargreaves Heap, S.P., Rationality in economics, Blackwell, Oxford, 1989 Hargreaves Heap, S.P. et al., The theory of choice, Blackwell, Oxford, 1992 Hausmann, D., The inexact and separate science of economics, Cambridge University Press, Cambridge, 1992. Hayek F.A., Legge, legislazione e libertà, Il Saggiatore, Milano, 1989 Latouche S., Giustizia senza limiti, Torino, Bollati Boringhieri, 2003 Latouche S., La sfida di Minerva. Razionalità occidentale e ragione mediterranea, Torino, Bollati Boringhieri, 2000 Latouche S., L'Altra Africa. Tra dono e mercato, Torino, Bollati Boringhieri, 2000. Mance E., La rivoluzione delle reti, EMI, Bologna, 2003 Panizza R., L’evoluzione del sistema capitalistico nel corso del XXI secolo: le previsioni degli economisti, in G. Martignetti (a cura di) Atlante del XXI secolo, Utet, Torino, 2005 Petrella R., Mondializzazione e sviluppo sostenibile, in Sommaruga Bodeo L. (a cura di), Per un'economia di equità nella dignità, pp.21 - 36, FCE, Milano, 1999 Razeto L., Le imprese alternative, EMI, Bologna, 2003 Razeto L., Le dieci strade dell’economia solidale, EMI, Bologna, 2003 Sachs W. (a cura di), Dizionario dello sviluppo, EGA, Torino, 1998 Santos, B. Sousa, A crítica da razão indolente: contra o desperdício da experiência, Afrontamento, Porto, 2000 Santos, B. Sousa (a cura di), Conhecimento Prudente para uma Vida Decente, Afrontamento, Porto, 2000 Afrontamento, Porto, 2003 Santos, B. Sousa (a cura di), Semear outras soluções. Os caminhos da biodiversidade e dos conhecimentos rivais, Afrontamento, Porto, 2004 Santos, B. Sousa (a cura di), Trabalhar o mundo. Os caminhos do novo internacionalismo operário, Afrontamento, Porto, 2004 Saroldi A., Costruire economie solidali, EMI, Bologna, 2003 15

Sen, A., Rational fools: a critique of the behavioural foundations of economic theory. Philosophy and Public Affairs, 6, 1977 Stiglitz J., In un mondo imperfetto, Donzelli, Roma, 2001

16

You're Reading a Free Preview

Download
scribd
/*********** DO NOT ALTER ANYTHING BELOW THIS LINE ! ************/ var s_code=s.t();if(s_code)document.write(s_code)//-->