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  • Il problema della «fase intermedia» nel 1924-1926
  • Il secolo americano
  • La crisi dello Stato. Le vie del fascismo
  • L’idea della Costituente

Le alternative del fascismo dinanzi alla crisi non riguardano, ovviamente, solo la
politica interna, ma anche la politica estera. Com’è noto, per Gramsci la prima
non è che una «combinazione» di politica interna e di politica internazionale,
condizionata in definitiva dalla robustezza dell’economia nazionale e dalla
capacità delle classi dirigenti di farne la leva della collocazione del paese nella
gerarchia internazionale94

. Nella situazione del ’30-’32 ricreare le condizioni di
un intervento attivo delle masse vuol dire, quindi, sviluppare un’iniziativa che
condizioni anche la politica estera del fascismo. Sotto questo profilo l’alternativa
che esso ha è fra il rafforzamento della tendenza a fare dell’Italia un fattore di
equilibrio del concerto europeo e una politica di espansione coloniale che
invece potrebbe sconvolgerlo. Le due linee sono entrambe presenti nel
fascismo fin dal 1923 e se la prima presuppone una riforma del capitalismo
italiano che sostenga le ambizioni europee del fascismo, la seconda comporta
invece la conferma della sua fragilità e quindi della subalternità internazionale
del Paese, ribadita pur di preservare gli equilibri interni del compromesso
risorgimentale. Il problema è definito nei suoi termini essenziali fin dalle Tesi di
Lione, nelle quali, dopo aver analizzato la politica economica del fascismo,
Gramsci e Togliatti avevano scritto:

Coronamento di tutta la propaganda ideologica, dell’azione politica ed
economica del fascismo è la tendenza di esso all’«imperialismo». Questa
tendenza è la espressione del bisogno sentito dalle classi dirigenti industriali-
agrarie italiane di trovare fuori del campo nazionale gli elementi per la
risoluzione della crisi della società italiana. Sono in essa i germi di una guerra
che verrà combattuta, in apparenza, per l’espansione italiana ma nella quale in
realtà l’Italia fascista sarà uno strumento nelle mani di uno dei gruppi imperialisti
che si contendono il dominio del mondo95
.

94

Questa concezione è riassunta nel modo più emblematico nel paragrafo 68 del Q. 14 (pp.
1728-1730), scritto nel febbraio 1933.

95

Gramsci, La costruzione del Partito comunista cit., p. 497. Si veda, sul tema, T. Detti, Gramsci
e la politica estera del fascismo. Una polemica del 1926 con «L’Unità», in «Studi Storici», 1975
n.1, pp. 155-181.

44

Sebbene fosse fra le potenze vincitrici della prima guerra mondiale, l’Italia
fascista rivendicava una revisione degli assetti europei di Versailles e
perseguiva una politica di penetrazione economica nell’area danubiana e
balcanica, e di espansione coloniale in Africa. Nell’analisi del Pcd’I l’una e l’altra
ne facevano un «focolaio di guerra» poiché sfidare gli equilibri europei
direttamente o attraverso la politica coloniale comportava il rischio di provocare
una nuova guerra mondiale96

. Nel ’32, completata la conquista della Cirenaica,
il fascismo accelerava la preparazione della guerra di Abissinia. Nel settembre,
citando il discorso di Lord Balfour alla conferenza di Washington (23 dicembre
1921), Gramsci annotava le ragioni geopolitiche per cui, in caso di guerra l’Italia
non poteva che essere subalterna di qualunque alleanza avesse fatto parte97

. Il
4 maggio e il 3 giugno precedenti Dino Grandi, ministro degli Esteri dal 1929,
aveva esposto alla Camera e al Senato le linee strategiche attuali della politica
internazionale del fascismo impostando «la questione Italiana - scrive Gramsci -
come questione mondiale da risolversi necessariamente insieme alle altre che
costituiscono l’espressione politica della crisi generale del dopoguerra,
intensificatasi nel 1929 in modo quasi catastrofico, e cioè: il problema francese
della sicurezza, il problema tedesco della parità di diritti, il problema di un nuovo
assetto degli Stati danubiani e balcanici». In questo scenario la «questione
italiana» si riassume nella legittimazione internazionale di un colonialismo
tardivo, motivato dallo squilibrio fra la pressione demografica e le risorse interne
del Paese e dall’«irrigidirsi» dei rapporti internazionali a causa della chiusura
della valvola dell’emigrazione, del dilagante nazionalismo economico e della
crisi del commercio internazionale. Gramsci confuta aspramente le concezioni
con cui si tenta di giustificare la politica coloniale del fascismo e cioè tanto lo
slogan delle «colonie di popolamento», quanto la tesi che esse possano
contribuire a risolvere la debolezza strutturale del capitalismo italiano. «Non si
ha esempio, egli scrive, nella storia moderna, di colonie di “popolamento”; esse
non sono mai esistite. L’emigrazione e la colonizzazione seguono il flusso dei
capitali investiti nei vari paesi e non viceversa». D’altro canto, la questione
demografica non deriva dalla povertà «naturale» dell’Italia, bensì dalla politica

96

Togliatti, L’Italia fascista, focolaio di guerra (febbraio 1927) e Per comprendere la politica
estera del fascismo italiano (maggio 1933), in Id., Sul fascismo cit., pp. 50-55 e 83-92.

97

Gramsci, Quaderni del carcere cit., pp. 1999-2000.

45

economica delle sue classi dirigenti, dalla loro incapacità di accrescere la
ricchezza nazionale e di razionalizzare la composizione sociale del Paese:

La ricchezza nazionale è condizionata dalla divisione internazionale del lavoro e
dall’aver saputo scegliere, tra le possibilità che questa divisione offre, la più
razionale e redditizia per ogni paese dato. Si tratta dunque essenzialmente di
«capacità direttiva» della classe economica dominante, del suo spirito di
iniziativa e di organizzazione. Se queste qualità mancano, e l’azienda
economica è fondata essenzialmente sullo sfruttamento di rapina delle classi
lavoratrici e produttrici, nessun accordo internazionale può salvare la situazione

Il problema rinvia all’unificazione economica del paese, avvenuta, secondo
Gramsci, più per spinte internazionali che interne98

. Di conseguenza si era
formato un «blocco storico» nel quale «lo Stato […], intendendo per stato […]
non solo l’amministrazione dei servizi statali, ma anche l’insieme delle classi
che lo compongono e lo dominano […], costa troppo»; e non è possibile
«pensare che, senza un mutamento di questi rapporti interni, la situazione
possa mutare in meglio [se] internazionalmente i rapporti mutassero». Mentre la
discussione sul corporativismo fa emergere con forza il problema di una politica
produttivistica, la politica macroeconomica del regime prosegue secondo le
linee tradizionali: «la politica del debito pubblico […] aumenta continuamente il
peso della passività “demografica”, proprio quando la parte attiva della
popolazione è ristretta dalla disoccupazione e dalla crisi». Al modo in cui Grandi
imposta la «questione italiana» può quindi «essere osservato che la proiezione
nel campo internazionale […] può essere un alibi politico di fronte alle masse
del paese»99

. Tanto nella politica estera, quanto nella politica interna, prevale
l’elemento demagogico, connaturato al fascismo, che nel primo caso alimenta il
rischio di pericolose avventure e nel secondo ne conferma il carattere di
«capitalismo nascente», evidenziato nelle Tesi di Lione. Il corporativismo
sembra quindi non oltrepassare i confini di un’abile «politica culturale»100
.

Tuttavia l’impatto della crisi mondiale può divaricare le componenti del blocco di
potere raggruppatosi intorno al fascismo, e Gramsci pensa a come si

98

Ivi, pp. 132-133: è la celebre nota su La concezione dello Stato secondo la funzione
produttiva delle classi, del maggio 1930.

99

Ivi, pp. 1989-1991.

100

Santomassimo, La terza via fascista n. 7, pp. 101-105.

46

dovrebbero aggiornare gli indirizzi strategici del suo partito. Come già nelle Tesi
di Lione, la sua è una visone di lungo periodo che mira a modificare le basi del
compromesso risorgimentale proiettando le masse operaie e contadine nella
traiettoria di un «nuovo cosmopolitismo». «Il moto politico che condusse
all’unificazione nazionale e alla formazione dello Stato italiano - scrive nella
primavera del ’32 - deve necessariamente sboccare nel nazionalismo e
nell’imperialismo militaristico? Si può sostenere che questo sbocco è
anacronistico e antistorico, egli risponde, cioè artificioso e di non lungo respiro
[…]. L’espansione moderna è di ordine finanziario-capitalistico. Nel presente
italiano l’elemento “uomo” o è “l’uomo capitale” o è “l’uomo lavoro”.
L’espansione italiana può essere solo dell’uomo lavoro». Sotto questo profilo
non solo la classe operaia ma anche le masse contadine sono interessate ad
un mutamento del modello di sviluppo economico e sono le sole classi che
possano inquadrarlo nella prospettiva di un nuovo ordine economico mondiale.
Dalla crisi del ’29 Gramsci ne vede emergere la necessità, avvertita dalle élites
più consapevoli del mondo capitalistico. L’esigenza di superare il contrasto fra il
cosmopolitismo dell’economia e il nazionalismo della politica, non riguarda solo
le economie nazionali, ma anche l’economia mondiale nel suo insieme e i
teorici più radicali del corporativismo, come Ugo Spirito, ne sembrano convinti.
Se come filosofo e teorico dell’economia Gramsci non gli risparmia critiche
feroci, tuttavia prende sul serio il «corporativismo integrale» come un «segno
dei tempi» tanto della situazione italiana, quanto della situazione internazionale:

La tendenza rappresentata dallo Spirito e dagli altri del suo gruppo - scrive nel
marzo del 1932 - è un «segno dei tempi». La rivendicazione di una «economia
secondo un piano» e non solo nel terreno nazionale, ma su scala mondiale è
interessante di per sé, anche se la sua giustificazione sia puramente verbale. È
«segno dei tempi»; è l’espressione ancora «utopistica» di condizioni in via di
sviluppo che, esse, rivendicano l’«economia secondo un piano»101

Non le avventure coloniali, bensì l’inserimento in questa prospettiva
risponderebbe all’interesse dell’Italia. Ma il suo protagonista non è «l’uomo-
capitale», è «l’uomo-lavoro»: «il popolo italiano è quel popolo che
“nazionalmente” è più interessato a una moderna forma di cosmopolitismo». La

101

Gramsci, Quaderni del carcere cit., p. 1077.

47

nazione italiana è rappresentata davvero solo dal «popolo lavoratore» e dai
«suoi intellettuali». «Non solo l’operaio ma il contadino e specialmente il
contadino meridionale». La prospettiva, dunque, è un cosmopolitismo di tipo
nuovo:

Il cosmopolitismo tradizionale italiano dovrebbe diventare un cosmopolitismo di
tipo moderno cioè tale da assicurare le condizioni migliori di sviluppo all’uomo-
lavoro italiano, in qualsiasi parte del mondo egli si trovi. Non il cittadino del
mondo in quanto civis romanus o in quanto cattolico, ma in quanto produttore di
civiltà.

In tal senso «si può sostenere che la tradizione italiana si continua
dialetticamente nel popolo lavoratore» e consiste nel «collaborare a ricostruire il
mondo economicamente in modo unitario […] non per dominarlo
egemonicamente e appropriarsi del frutto del lavoro altrui, ma per esistere e
svilupparsi appunto come popolo italiano102

».
Che per trasformare la struttura della società italiana fosse necessario cogliere
un nesso internazionale favorevole non era una novità, bensì un elemento
originario della strategia gramsciana formulato con chiarezza, come abbiamo
visto, fin dal ’24. Se, però, allora egli pensava in termini di rapida dissoluzione
del fascismo e attualità della rivoluzione mondiale, nove anni dopo la situazione
era completamente mutata. Tanto a livello internazionale, quanto in Italia,
dominava una «rivoluzione passiva» e l’auspicato concorso dell’Italia alla
ricostruzione unitaria dell’economia mondiale avrebbe dovuto inserirsi in un
processo internazionale guidato dalle élites capitalistiche più avanzate. Non si
trattava dunque di accumulare le forze per la rivoluzione proletaria, ma di saper
prevedere e cogliere i passaggi più auspicabili di tale eventuale percorso per
farvi intervenire le masse operaie e contadine. La previsione più ottimistica su
cui Gramsci basa le sue ipotesi politiche è che, per impulso degli Stati Uniti, il
processo di globalizzazione dell’economia mondiale venga ripristinato. In tal
caso si sarebbe sviluppata anche la sua «regionalizzazione» e l’Europa ne
avrebbe potuto essere il polo più importante. A queste previsioni il proletariato
internazionale avrebbe dovuto uniformare i suoi indirizzi e quello italiano agire
efficacemente perché l’Italia contribuisse alla «regionalizzazione» dell’economia

102

Ivi, pp. 1987-1988.

48

europea. Nel celebre par. 68 del Q. 14 (febbraio 1933), unico luogo dei
Quaderni in cui Gramsci faccia riferimento esplicito a Stalin, con evidente
richiamo alla critica dell’ottobre ’26 alla sua visione del «socialismo in un solo
paese» egli riprende il tema della «nazionalizzazione» dei partiti comunisti in
termini innovativi. Riafferma, in polemica con Trockij, che il teatro della lotta per
l’egemonia è quello della politica nazionale («il punto di partenza è “nazionale”
ed è da questo punto di partenza che bisogna prendere le mosse») e riprende il
tema dell’egemonia facendo riferimento alle Due tattiche, come aveva fatto
nella biografia di Lenin nel marzo ’24; ma, riconoscendo il nucleo di verità della
teoria della «rivoluzione permanente», ribadisce che la prospettiva del
proletariato «è internazionale e non può essere che tale», onde, nella
«ricognizione nazionale» è decisivo stabilire la «combinazione» di politica
interna e politica estera che il proletariato deve far propria («occorre studiare
esattamente la combinazione di forze nazionali che la classe internazionale
dovrà dirigere e sviluppare secondo la prospettiva e le direttive internazionali.
La classe dirigente è tale solo se interpreterà esattamente questa
combinazione, di cui essa stessa è componente e in quanto tale appunto può
dare al movimento un certo indirizzo in certe prospettive»), e precisa:

Una classe internazionale [il proletariato, ndr.] in quanto guida strati sociali
strettamente nazionali (intellettuali) e anzi spesso meno ancora che nazionali,
particolaristi e municipalisti (i contadini), deve «nazionalizzarsi», in un certo
senso, e questo senso non è d’altronde molto stretto, perché prima che si
formino le condizioni di un’economia secondo un piano mondiale, è necessario
attraversare fasi molteplici in cui le combinazioni regionali (di gruppi di nazioni)
possono essere varie103
.

Questo nuovo approccio al nesso nazionale-internazionale non è poi così
singolare; anche i sostenitori del «corporativismo integrale» avevano
l’ambizione di tracciare una via valida non solo per l’Italia, ma per l’Europa104
.

Il Rapporto di Gennaro analizzato nel capitolo precedente conferma che, come
già aveva testimoniato Athos Lisa, quello che Gramsci apprezzava della
«svolta» era la decisione di infiltrare i sindacati fascisti per orientare in senso
conflittuale le manifestazioni di disagio o di aperto scontento operaio che in essi

103

Vedi nota 98.

104

Santomassimo, La terza via fascista cit., capitoli 4 e 5.

49

affioravano. L’indirizzo a cui Gramsci pensa, al riguardo, è chiaramente
tracciato fin dalla prima percezione delle alternative del corporativismo. I
comunisti avrebbero dovuto cercare d’influenzare le discussioni interne ai
sindacati fascisti favorendo le innovazioni tecniche e organizzative di tipo
«americano» perché questo avrebbe potuto condizionare l’evoluzione del
sistema corporativo in senso produttivistico e al tempo stesso accrescere il
peso degli operai della grande industria. È significativo che egli richiami in
proposito l’esperienza dell’«Ordine Nuovo», la consideri emblematica del fatto
che storicamente fossero stati gli operai, in Italia, «i portatori delle nuove e più
moderne esigenze industriali», e ricordi che Agnelli l’aveva capito, tanto da
tentare di «assorbire l’Ordine Nuovo e la sua scuola nel complesso Fiat»105
.

Nella primavera del 1933, commentando il dibattito fra i difensori del ruolo
insopprimibile dei sindacati nell’ordinamento corporativo (Rossoni e Bottai per
tutti) e i sostenitori della «corporazione proprietaria» (Spirito, Volpicelli e i
collaboratori della rivista “Nuovi studi di diritto, economia e politica”, da essi
diretta) Gramsci adombra la possibilità di contrapporre al «corporativismo di
Stato» del fascismo una forma di «corporativismo societario» aperta alla
crescente influenza della classe operaia106

. Infatti, riconosce giusta “l’intuizione”
di Ugo Spirito che, ove mai il «classismo» fosse davvero «superato dal
corporativismo [o] da una forma qualsiasi di economia regolata e
programmatica, le vecchie forme sindacali nate sul terreno del classismo
[dovrebbero] essere aggiornate, ciò che potrebbe anche voler dire assorbite
dalla corporazione […]. Se si parte dal punto di vista della produzione e non da
quello della lotta per la distribuzione del reddito, egli prosegue, è evidente che il
terreno sindacale deve essere completamente mutato». Tuttavia la soluzione
non può essere quella proposta dallo Spirito (la soppressione dei sindacati)
perché bloccherebbe l’evoluzione dei processi lavorativi, impedendo le
innovazioni tecnologiche e produttive che pure si vorrebbero favorire. «La
soluzione rappresentata dai delegati di reparto eletti dalle squadre di
lavorazione, scrive Gramsci rievocando l’esperienza torinese del ’19-‘20, per cui

105

Gramsci, Quaderni del carcere cit., p. 2156.

106

Sulla contrapposizione fra il «corporativismo di Stato» e il «corporativismo societario» cfr. Ph.
C. Schmitter, Ancora il secolo del corporativismo?, in A. Maraffi (a cura di), La società neo-
corporativa, Il Mulino, Bologna 1983, pp. 45-86.

50

nel complesso rappresentativo tutti i mestieri hanno un rilievo, pare sia finora la
migliore trovata. È possibile infatti riunire i delegati per mestieri nelle questioni
tecniche e l’insieme dei delegati sulle questioni produttive»107

. Questo significa
arricchire la funzione del sindacato nella duplice direzione di attore della
redistribuzione dei redditi e protagonista di una ricomposizione delle mansioni in
fabbrica in posizione dialettica ma cooperativa con il management, in chiave
produttivistica: è una prospettiva incompatibile con il sindacalismo coatto e il
“corporativismo di Stato” fascisti, che individua negli operai e nei managers i
protagonisti della «riforma industriale». Una versione del «corporativismo
societario» basata sulla rimodulazione dell’«autonomia industriale» e
dell’«iniziativa storica» della classe operaia della grande impresa.
Come abbiamo visto, una svolta «produttivista» dell’economia italiana
richiederebbe sia la «riforma industriale», sia la «riforma agraria», ovvero
l’intervento simultaneo nella crisi delle masse operaie e contadine. Ciò
presuppone l’eliminazione del fascismo e il ripristino della democrazia. Questa
è la prospettiva adombrata nella parola d’ordine della Costituente. Specificarne i
contenuti in base ai Quaderni del carcere vuol dire, in definitiva, inquadrarla
nell’elaborazione della teoria dell’egemonia. Non è tema da svolgere
compiutamente in questa sede. Per chiarire le differenze fra la Costituente del
1930-1932 e l’Assemblea Repubblicana del 1924-1926 ci pare sufficiente
l’analisi della crisi, dell’«americanismo» e del fascismo che fin qui abbiamo a
grandi linee ricostruito. “Guerra di posizione”, “rivoluzione passiva”, “egemonia”
scandiscono un mutamento di paradigma che riflette i cambiamenti della
situazione mondiale. Il tema all’ordine del giorno in Italia non è la preparazione
della rivoluzione proletaria. La costruzione del «socialismo in un paese solo»
procede avendo accantonato, se non fatto cadere definitivamente, la
prospettiva della «rivoluzione mondiale». La scena internazionale è polarizzata
dalla crisi economica e dall’emergere dell’egemonia americana. Il fascismo si
può combattere prendendo atto della sua forza. Esso si è compenetrato a tal
punto con l’economia, la società e lo Stato, che può essere sfidato solo
strategicamente, inserendosi nelle divisioni che attraversano il blocco
dominante e facendo leva sulla sua incapacità di risolvere la «questione

107

Gramsci, Quaderni del carcere cit., pp. 1796-1798.

51

italiana» e la crisi dello Stato. La Costituente del 1930-1932 non è, quindi, la
ripresa della «politica del periodo Matteotti». Proviamo a definirla rileggendo il
Rapporto di Athos Lisa alla luce dei Quaderni e soffermandoci sulle poche note
in cui il tema è esplicitamente toccato.
Come tutte le testimonianze attestano, interpellato sulla strategia del partito
Gramsci non dichiarava mai ai compagni che essa era sbagliata. Sviluppava,
invece, le sue analisi e illustrava l’idea del «cazzotto nell’occhio» formulandola
in un linguaggio che essi potessero far proprio. Ciò comportava renderla
compatibile con la retorica della transizione in cui essi si erano formati. Se la
politica del «terzo periodo» postulava la ripresa imminente dell’onda
rivoluzionaria e prospettava una lotta ravvicinata per il potere, Gramsci ribatteva
che i rapporti di forza e le condizioni in cui i pochi militanti comunisti erano
costretti a lottare non consentivano di concepire in termini ravvicinati
l’abbattimento del fascismo e la conquista del potere. Ma certo non poteva
contestare l’idea della «rivoluzione proletaria» e della «dittatura del proletariato»
perché li avrebbe disorientati e disarmati. Il Rapporto di Athos Lisa deve essere
quindi riletto tenendo conto di queste condizionalità e cercando di distinguere le
idee che rimandano all’elaborazione dei Quaderni da quelle adattate alla
mentalità dei militanti comunisti a cui Gramsci si rivolgeva. La prima cosa da
annotare è che la Costituente, a differenza dell’Assemblea repubblicana, non è
iscritta nella prospettiva di una transizione successiva alla caduta del fascismo,
bensì come piattaforma unitaria di tutti i partiti antifascisti per sviluppare la lotta
contro il fascismo al potere. Già solo per questo, la Costituente doveva risultare
indigesta almeno ai compagni di cultura politica più elementare del “collettivo” di
Turi. Ma ancora più distanti dalla loro mentalità dovevano risultare gli obiettivi
della Costituente: sebbene Gramsci ribadisse che essa era un «mezzo» e non
un «fine» (che doveva essere utilizzata per «svalutare tutti i progetti di riforma
pacifica» dei partiti intermedi, «dimostrando alla classe lavoratrice italiana come
la sola soluzione politica in Italia [risiedesse] nella rivoluzione proletaria»),
anche dalla testimonianza di Athos Lisa traspare che la «transizione»
adombrata non era quella del ’24-’26: nella situazione creata dal
consolidamento del fascismo si trattava di sbloccare la lotta politica e di
affermare l’ egemonia del proletariato (il partito «deve far sua prima degli altri

52

partiti in lotta contro il fascismo la parola d’ordine della “Costituente”») non per
la conquista del potere ma nella lotta per la democrazia:

La “Costituente” rappresenta la forma di organizzazione nel seno della quale
possono essere poste le rivendicazioni più sentite della classe lavoratrice, nel
seno della quale può e deve svolgersi, a mezzo dei propri rappresentanti,
l’azione del partito108
.

Lisa ricorda che a sostegno della sua proposta Gramsci citava il primo punto
del programma di governo dei bolscevichi, che comprendeva la Costituente109
.
Ci pare illuminante il modo in cui Gramsci ne aveva scritto il 17 novembre del
1917: tre anni di guerra avevano immesso le masse italiane nella “vita sociale”
e nella “lotta politica”. L’esigenza di inserirle nella vita dello Stato era sempre
più avvertita e per il dopoguerra Gramsci formulava l’idea di una Costituente
che, secondo l’esempio russo, stabilisse le «condizioni nuove in cui borghesia e
proletariato devono proseguire la lotta di classe, fino a quando la realtà
economica sia diventata tale da permettere l’avvento del socialismo». La
Costituente corrispondeva all’obiettivo di rifondare le basi della vita nazionale in
modo riformistico: «Si tratterebbe di arrivare alla Costituente e alla esatta
discriminazione delle forze sociali senza passare attraverso la rivoluzione»110
.
Ci sembrano gli stessi termini in cui Gramsci riprende il tema nei Quaderni. Egli
parla esplicitamente di Costituente in due luoghi e in entrambi fa riferimento al
1919. Il primo è il par. 83 del Q. 8 scritto nel marzo del ’32, in cui commenta il
discorso pronunciato da Giolitti a Dronero il 12 ottobre 1919. In quell’occasione
lo statista piemontese, con l’evidente proposito di allargare l’interlocuzione con i
popolari e i socialisti riformisti, aveva formulato la proposta di riformare l’articolo
5 dello Statuto per attribuire al Parlamento il potere di decidere la guerra. La
riforma l’avrebbe dovuta fare il Parlamento stesso, assumendo una funzione
costituente. Gramsci obiettava che questo era un modo per svuotare la
proposta della Costituente - agitata, in quell’anno, come abbiamo visto, da
quasi tutte le forze politiche - facendo del Parlamento il luogo d’un nuovo

108

Lisa, Memorie cit., pp. 87-88. Oltre le testimonianze di Lisa, di Scucchia e di Ceresa prese in
considerazione nel testo, altre testimonianze importanti, sul tema della Costituente, sono quelle
di Giovanni Lai e Bruno Tosin, consultabili in Paulesu Quercioli (a cura di), Gramsci vivo cit., pp.
203-209 e 226-230.

109

Lisa, Memorie cit., p. 89.

110

Gramsci, La città futura 1917-1918, a cura di S. Caprifoglio, Einaudi, Torino 1982, p. 445.

53

compromesso fra le classi dirigenti tradizionali anziché quello del loro
rinnovamento. Il punto da sottolineare è che, per avere effettivamente questo
ruolo, secondo Gramsci la Costituente doveva scaturire da una effettiva
«agitazione politica popolare»:

I giolittiani vogliono una Costituente senza la Costituente, senza cioè l’azione
politica popolare che è legata alla convocazione di una Costituente: vogliono
che il normale Parlamento funzioni come una Costituente ridotta ai minimi
termini, edulcorata, addomesticata111
.

Due mesi dopo dedicava al tema una riflessione più approfondita, elencando i
motivi per cui le elezioni politiche del 1919 avevano avuto il valore di una
Costituente. Il suffragio universale maschile e la legge elettorale avevano
obbligato i partiti «a raggrupparsi»: «in tutto il territorio, per la prima volta, si
presentano gli stessi partiti con gli stessi (all’ingrosso) programmi […]. In uno
stesso giorno, tutta la parte più attiva del popolo si pone le stesse quistioni e
cerca di risolverle nella sua coscienza storico-politica». Era venuto così alla
luce un «complesso di elementi unificatori» del popolo-nazione, primo fra tutti la
consapevolezza, maturata dalle «grandi masse» attraverso l’esperienza della
guerra, «dell’importanza che ha anche per il destino di ogni singolo individuo la
costruzione dell’apparato governativo oltre all’aver posto una serie di problemi
concreti, generali e particolari, che riflettevano l’unità popolare-nazionale».
Perciò, conclude Gramsci, «si può affermare che le elezioni del 1919 ebbero
per il popolo un carattere di Costituente»112
.
Nella rielaborazione del Q. 19 il titolo del paragrafo si intitola, significativamente,

Momenti di vita intensamente collettiva e unitaria nello sviluppo nazionale del
popolo italiano. Gli esempi riportati ci pare chiariscano bastevolmente l’idea
della Costituente del 1930-1932. Il fascismo, ormai costituitosi in «regime», si
combatte rimuovendo la «polverizzazione» e l’inerzia politica forzata delle
masse. Il terreno dello scontro è riformistico, non rivoluzionario, democratico,
non “proletario”. Se il proletariato vuole riattivare le condizioni della lotta per il
socialismo, deve battersi per rimuovere l’occupazione politico-militare del
territorio nazionale perpetrata dal fascismo. La sua ricomposizione politica è

111

Gramsci, Quaderni dal carcere cit., p. 989.

112

Ivi, pp. 2004-2005.

54

parte della ricomposizione unitaria del popolo-nazione, che, fin quando è
«occupato» e soggiogato dal fascismo, è anche «polverizzato», reso localistico
e spoliticizzato. L’unità proletaria è l’alleanza di operai e contadini. Già per il
proletariato industriale contrapporre efficacemente la prospettiva del
«corporativismo societario» al «corporativismo di Stato» presuppone il ripristino
e il pieno funzionamento della democrazia. A maggior ragione essa è
necessaria per sviluppare l’alleanza con i contadini e aprire il varco al loro
intervento nella vita politica da protagonisti. Riforma industriale e riforma agraria
stanno assieme e non si possono conseguire senza l’intervento simultaneo
delle masse operaie e contadine. Se si aggiunge che la “quistione contadina” in
Italia è (anche) una questione territoriale, appare evidente che la parola
d’ordine della lotta di classe contro il fascismo non possa essere che la
Costituente. Essa è concepita come l’atto di nascita della nazione democratica
e, nell’agitazione delle forze antifasciste, costituisce la semina che la prepara.
Non è il varco della rivoluzione proletaria non solo perché questa non è
all’ordine del giorno, ma perché «rivoluzione passiva» e «guerra di posizione»
registrano una mutamento morfologico della politica: la lotta politica è lotta per
l’«egemonia»; la lotta al fascismo si conduce con i dispositivi della «guerra di
posizione»; il terreno in cui essa può esplicarsi come lotta per l’egemonia è il
terreno della democrazia che si sviluppa.

Epilogo

In un colloquio con Paolo Spriano dell’aprile 1967 Sraffa testimoniò che anche
nel 1935, a Formia, Gramsci aveva insistito sulla parola d’ordine della
Costituente113

e a quel colloquio aveva fatto riferimento Spriano senza tuttavia
citarlo nel secondo volume della Storia del Partito comunista italiano. Alla fine
del 1970, nel terzo volume, egli pubblicò una lettera di Montagnana a Togliatti,
del 27 aprile 1937, nella quale era scritto:

113

Spriano, Gli ultimi anni di Gramsci in un colloquio con Piero Sraffa, in “Il Contemporaneo”,
supplemento mensile di «Rinascita», 14 aprile 1967.

55

Parlando con p. ho appreso che l’amico ha formulato stavolta in modo più netto
la sua antica idea dell’Assemblea costituente. Ha detto che «il fronte popolare
in Italia è l’Assemblea costituente»114
.

Interpellato ancora una volta da Spriano, Sraffa aveva confermato che anche in
questo caso era stato lui il messaggero della «raccomandazione» al partito e
che Gramsci gliela aveva affidata durante il loro ultimo colloquio, avvenuto nella
clinica Quisisana il 25 marzo 1937115

. In un primo momento Spriano aveva
individuato erroneamente in Grieco l’autore della lettera a Togliatti. Che invece
fosse Montagnana lo chiarì sette anni dopo in Gramsci in carcere e il partito.
Qui cercò anche di precisare meglio il significato della Costituente alla luce
delle discussioni che si erano svolte nell’Ufficio politico del partito fra il ’35 e il
’37. Studiando le carte Sraffa, nel 1998, ritrovai la prima stesura del colloquio
dell’aprile 1967 e, fra le correzioni che Sraffa aveva apportato al resoconto di
Spriano, la più significativa riguardava proprio la Costituente. Spriano aveva
scritto che, secondo il ricordo di Sraffa, «anche a Formia nel 1934-1935
Gramsci insisteva sulla parola d’ordine della Costituente come quella che
avrebbe meglio consentito un’azione politica efficace del partito all’indomani
della caduta del fascismo». Sraffa aveva corretto il testo di suo pugno,
precisando che quella parola d’ordine riguardava la lotta al regime fascista
presente, non quella che si sarebbe aperta dopo la sua caduta116

. La
precisazione suggerisce una evidente discontinuità con le parole d’ordine
«transitorie» del ’24-‘26. Ma non fu questo il senso in cui Spriano provò ad
approfondirla né nel terzo volume della Storia, né in Gramsci in carcere e il
partito. Nella versione pubblicata del colloquio con Sraffa il riferimento al ’35
cade e resta invece quello al ’37. Ma la visita di Sraffa a Formia nel gennaio del
’35 c’era stata ed è plausibile che Gramsci gli avesse chiesto già allora di
«raccomandare» al partito la parola d’ordine della Costituente. Lo si ricava dalla
discussione svoltasi nel Comitato centrale del Pcd’I a fine ottobre 1935 e dalla
corrispondenza di Togliatti con Grieco, dello stesso periodo. Siamo subito dopo
l’inizio della guerra d’Abissinia e pochi mesi dopo il VII Congresso

114

Spriano, Storia del Partito comunista italiano, vol. III, I fronti popolari, Stalin, la guerra, Torino

1970, p. 150.

115

Ivi, nota 1.

116

G. Vacca, Sraffa come fonte di notizie per la biografia di Gramsci, in M. Pivetti (a cura di),
Piero Sraffa. Contributi per una biografia intellettuale, Carocci Editore, Roma, 2000, p. 63.

56

dell’Internazionale. Togliatti suggerisce di applicare la politica di Fronte
popolare sviluppando la linea, già consolidata, dell’infiltrazione delle
organizzazioni di massa del «regime» per collegarsi alla «opposizione fascista
al fascismo». Fra i partiti antifascisti era molto diffuso il convincimento che la
guerra d’Etiopia avrebbe incrinato il consenso al fascismo e i comunisti - che
tuttavia non sopravalutavano le possibilità di una sua crisi - sostenevano la
necessità di estendere l’opposizione antifascista a quella che prevedibilmente si
sarebbe coagulata all’interno del fascismo stesso.
Scrivendo, da Mosca, all’Ufficio politico del partito Togliatti escludeva che, a tal
fine, la parola d’ordine dell’Assemblea costituente fosse utile: «Anche la parola
d’ordine della Costituente oggi non mobilità né organizza le masse e non vale la
pena di sciuparla per organizzare i diversi capi e gruppetti di emigrati». Sono gli
stessi argomenti che lo avevano visto tiepido sul patto di unità di azione con i
socialisti, nel ’34, in base alle conclusioni raggiunte nell’analisi del fascismo
degli anni Trenta. Nella discussione del Comitato centrale la Costituente non
venne nominata; ma la lettera di Togliatti è la prova della sua presenza nella
riflessione e nei dibattiti del gruppo dirigente. Cosa ancora più importante, essa
dimostra che quella parola d’ordine, rifiutata sulla base di valutazioni
congiunturali e non strategiche o di principio, era collegata alla lotta al regime
fascista presente e non alla competizione che si sarebbe potuta sviluppare fra i
partiti antifascisti dopo la sua caduta117
.
Saranno espliciti, invece, i riferimenti a Gramsci nel 1937, quando, alla vigilia
del rinnovo del patto di unità di azione, la Costituente divenne oggetto di
dibattito con i socialisti. Come abbiamo visto, interrogando Togliatti sull’ultimo
messaggio di Gramsci, Montagnana affermava che egli aveva «formulato in
modo più netto la sua antica idea della Costituente» perché l’aveva collegata al
Fronte popolare. Spriano osserva che ora, diversamente dal ’35, il dibattito sulla
Costituente è legittimato e, sebbene nessuno citi Gramsci espressamente,
nell’Ufficio politico del luglio ’37 la sua proposta è discussa con vari accenti e
sfumature. Egli ritiene che il nesso fra Costituente e Fronte popolare, suggerito
dallo stesso Gramsci, dimostri il maturare di una visione più ampia della «fase
intermedia» e il ricongiungimento, dopo il VII Congresso del Comintern e

117

Spriano, Storia del Partito comunista italiano cit., pp. 50-53.

57

l’esperienza dei governi di Fronte popolare in Francia e in Spagna, del pensiero
di Gramsci con quello di Togliatti e dell’Ufficio politico del partito. Nella sua
ricostruzione l’analisi della Costituente si conclude, quindi, con la riaffermazione
del suo carattere di parola d’ordine «transitoria» che, malgrado gli sviluppi
originati dalla virata antifascista del ’35, restava quello degli anni Venti118
.

La correlazione con i Quaderni, che abbiamo ricostruito nell’essenziale,
suggerisce, invece, un’altra chiave di lettura. Quando Gramsci afferma che «il
fronte popolare in Italia è la Costituente» a noi pare che egli intenda sottolineare
l’insufficienza di una formula nata per sbarrare la strada al fascismo in paesi in
cui esso non era al potere, in una realtà in cui il fascismo era invece
solidamente installato da quindici anni. D’altro canto, anche Togliatti, nei mesi
precedenti il VII Congresso, aveva criticato il carattere difensivo e la povertà
programmatica del Fronte popolare in Francia, e agli inizi del ’37 le difficoltà dei
governi di Fronte popolare crescevano tanto in Francia quanto in Spagna, dove
da sei mesi infuriava la guerra civile. Alla luce dei Quaderni, la proposta della
Costituente sembra dunque rivolta ad emancipare la lotta per la democrazia
dalle aporie della «fase intermedia». Il nesso «guerra di posizione» -
«egemonia» riassume una concezione della lotta per il potere definitivamente
affrancata dal modello bolscevico. Se si vuole, è una ricerca parallela a quella
sviluppata da Dimitrov119

e da Togliatti nel 1936, culminata nel saggio Sulle
particolarità della rivoluzione spagnola, in cui venivano abbozzati i caratteri di
«una democrazia di nuovo tipo». Ma, sia con la teoria dell’egemonia sviluppata
nei Quaderni, sia con la concezione della «democrazia di nuovo tipo», siamo
oltre i confini della «fase intermedia» e delle parole d’ordine «transitorie»120
.

118

Spriano, Gramsci in carcere e il partito cit., pp. 90-99.

119

Cl. Natoli, Fascismo Democrazia Socialismo. Comunisti e socialisti tra le due guerre, Franco
Angeli, Milano 2000, pp. 139-154.

120

Vacca, La lezione del fascismo cit., pp. CXXIX-CXLVIII.

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