CORRADO ALVARO ITINERARIO ITALIANO L'ACQUA I miei avevano preparato tutto per lasciare la casa paterna e si può dire

che comi nciassero la loro vita comune e la famiglia con questa promessa. La casa stessa, ora che ci ripenso, era stata impiantata tutta con questo scopo, e c'era ogni c osa che sarebbe servita a un grande viaggio: due bauli con le robe sempre pronte , e poi cassoni, e cestoni; tutto quanto ricorda i viaggi, la facilità del carico; le serrature e le chiavi a posto. C'era anche una riserva di funi e di cinghie. Un giorno si ruppe il divano e fu buttato via; gli ultimi di noi che vennero al mondo non lo conobbero che di fama, e al suo posto entrò in casa un enorme baule verde e nero, alto come un armadio. Noi, l'uno dietro l'altro, ci davano il volo , guardando dove ci posassimo, sempre con l'idea di quel viaggio dei nostri vecc hi. Questi preparativi per una partenza tanto certa durarono quasi trent'anni. C redo che a un certo punto i miei non sapessero più che cosa volesse dire partire, se non un desiderio, e il piacere di figurarsi quel giorno. Tra le ragioni che e ssi mettevano a questa progettata partenza ve n'era una: "In paese non c'è l'acqua ; è una bella cosa l'acqua in casa". Dunque, il nostro paese pensava all'acqua da centinaia d'anni; ci pensavano i ra gazzi che si contendevano il dominio d'un rigagnolo fino a che si mettevano d'ac cordo a esplorarlo per tutta la sua lunghezza, notando le diverse increspature d ell'acqua, vedendovi in miniatura un paesaggio grandioso di gorghi, cascate, e i banchi di sabbia del fondo; anche le donne avevano il loro ruscello, dove attin gevano l'acqua per bere: esso saltava giù da una roccia a picco in una valle, la s i vedeva spuntare in alto, l'acqua, sulla pietra grigia, ed era un baleno, prima che cadesse col suo assiduo rumore che riempiva la valle. Ma l'estate era più dif ficile empire gli orci; il ruscello diventava un filo che scendeva per una canna forata in tutti i suoi nodi, e quando la siccità era grande colava un filo prezio so e faceva nella giara un interminabile e mai stanco discorso. All'odore delle piante marcite, della pietra muscosa, che faceva così profonda la primavera, succe deva l'estate quello dei mirti scaldati dal sole; e le voci dei ranocchi negli a cquitrini. In quel tempo si cercavano le altre fonti ai piedi delle montagne che sono tante , disposte a quinte per la valle, e lontane. Gente andava vagabonda qua e là, perc hé i luoghi delle sorgenti cambiano d'anno in anno. Sono quelli i tempi della sete improvvisa e inesauribile, e l'uomo è tutto un groviglio di radici assetate; tutt a la terra sospira all'acqua, la ricordano le grosse piante e i cardi d'un verde ramarro che hanno trovato una linfa sotterranea che li gonfia. Per tutta la con trada si scoprono le vestigia più antiche dell'acqua, come se anch'essa fosse un p opolo migrante; una vasca, un abbeveratoio, un condotto scavato nella pietra e i nverdito di vecchie ingrommature, o composto d'embrici messe assieme a canale e saldate con la creta. Vasche e abbeveratoi sono interrati, vi crescono migliaia di piccole piante di semi indistinti, perché dove fu l'acqua rimane sempre non so qual memoria, e il colore della terra, il folto di piante che vi accorrono da og ni parte tradiscono quell'antica presenza. Questa è l'archeologia dei paesi asseta ti. Talvolta si sente in una valle la presenza umida e calda di qualcuno fuggito , ed è ancora l'acqua. L'occhio di chi ha osservato queste cose le riconosce alla prima, e da lontano le scorge come le donne alla fonte. Mio padre si disfece della vigna e dell'orto che lo tenevano ancora legato alla terra, e così non aveva più niente a cui pensare, perché anche noi avevamo trovato mon do. Allora si mise a esplorare con diligenza la terra intorno, pensando sempre a ll'acqua, la più buona, la più fresca, la più pura. Oh! le soste ai piedi dei monti, quando tra mille rumori, brusii, vocalizzi, si sente quel fruscio che si confonde col chiacchierio del grillo, e non è; e il rumo re dei boschi nel brivido serale, quando il vento arriva, e fa come un'aerea cas cata. Di solito, per le fonti, qualcuno è passato prima di tutti, un viandante, un vetturale, un pastore, una donna, e hanno lasciato la loro traccia: questa mano ignota ha posto una foglia che serva da canale per l'acqua, in modo che la vena si raccolga e si getti ben distinta dalla terra: è una foglia d'oleandro, di cast agno, di noce, e l'acqua, con bella ubbidienza, si conforma alla foglia, vi ripe

te una immagine di foglia liquida sopra, e con le stesse increspature e le venat ure a raggiera. L'acqua vi acquista un sapor vegetale, un odore amaro, l'odore d ella foglia, come se questa si liberasse d'un'essenza. Noi figlioli, quando tornavamo, accompagnavamo talvolta queste esplorazioni. Spe sso ci seguiva un asino con gli orci pronti. Ma anche quando non ci andavamo per ché stavamo lontani, nella città dove c'è tanta acqua, io lo immaginavo mio padre. E s pesso, poi, m'è accaduto in montagna di cercare una sorgente. Ecco, rivedevo mio p adre che si chinava carponi per bere, come adorando la montagna enorme e umana; ecco le improvvise rotture di qualche argine, e l'acqua che invadeva i campi, ec co il rumore del mulino, ecco tra le piante del bosco la gente a cavallo che lev a e abbassa la testa per non battere contro i rami bassi, ecco la donna che fugg e davanti a un satiro che la insegue. Ma ecco, all'improvviso, presso una fonte che nessuno conosce, una donna seduta che aspetta di veder pieno il suo orcetto, e l'acqua vi scende frettolosa, che è una gioia ascoltarla. E i passi recenti sul terreno umido, attorno alla fonte, l'orma d'un piede nudo e d'un altro ferrato, e la voce, quella voce dell'acqua che non si ha cuore d'abbandonarla, col suo d iscorso che seguita tutta la notte, come qualcosa di perduto e d'inascoltato. Ec co, nel cavo della vasca formata in breve dall'acqua, il fondo sabbioso diggià tan to finemente lavorato e raccolto, profondo e opaco come il mare, traversato da p iccole correnti che descrivono labili continenti, e fanno danzare senza riposo i granelli più leggeri e lucenti. Queste cose le vedevo, le rivedo ancora. C'era la voce degli uccelli notturni che si appollaiavano, il vento che cessava di botto , si sentiva il vuoto e il silenzio della sua fuga, lo scalpiccio delle cavalcat ure che sembravano prossime, se non che il canto del mulattiere diceva che era l ontano lontano. E l'impressione di aver bevuto l'acqua spremuta dalla montagna, diventare una vena del mondo, una propaggine arborea, e il diventar madido come un vaso di creta, che si tornava indietro all'improvviso a fermarsi per ascoltar la e accostarvi ancora le labbra. Gli occhi vi si specchiavano profondi. Nell'ab itato le donne con gli orci madidi venivano da tutte le parti dove c'è acqua, madi de anche loro, e offrivano da bere a chi volesse. Era la religione dell'acqua. Noi siamo di quel popolo che in guerra chiamava: Ac qua Acqua, e questo grido di certe notti se lo ricordano ancora quelli che ci st avano di fronte. Chi ci vuol riconoscere, ci guardi in viaggio se ci affacciamo al finestrino per osservare un getto d'acqua, un torrente, un rivo. L'acqua corr e, l'acqua è la vita. A mano a mano che non doveva più pensare ai figli già tutti lontani, uscì anche mia ma dre ad accompagnare il marito in queste esplorazioni. Ella era poco abituata a t rovarsi nei campi, e in trent'anni di matrimonio era stata sempre fra quattro mu ra, dove aveva finito col formarsi dei paesaggi nelle macchie del muro e nel mis tero cavernoso degli angoli, o nei giardini dei vasi di fiori. Mio padre tendeva l'orecchio per sentire la presenza dell'acqua, correva in punta di piedi, quasi , per sorprenderla. Concedeva alla donna di bere prima e si metteva dietro a lei come per aspettare il suo turno, allo stesso modo di chi aspetta la Comunione. Si sentiva l'odore delle radici profonde, quell'odore sotterraneo e caldo dove f econdano i semi e le piante. Erano come due ragazzi, e anche la sera, davanti al la batteria degli orci d'ogni forma, era la stessa cerimonia. "L'acqua è buona." A llora pensavano che quando sarebbero stati in città avrebbero avuto un rubinetto p er loro. Tutti, fra noi, pensavano all'acqua, e facevano i confronti fra quelle dei paesi visitati, quella di Napoli e quella di Roma. Quando noi partivamo per una nuova città, ci dicevano: "Troverete l'acqua buona". Ed ecco che un giorno il Governo ha fatto l'acquedotto anche al nostro paese. I miei ebbero l'acqua in casa, che bastava aprire il rubinetto per vederla bella c orrente e chiara, e tanto impetuosa che faceva mille bollicine nel bicchiere. Gl i orci non servirono più, e rotti fecero da vasi per fiori. Nessuno si ricordò più del rivo nella valle, né delle fonti solitarie, né delle avventure delle vene montane. I ragazzi sguazzavano coi pieducci rosa nella pozza dell'acqua in piazza; nessun o pensò più alla montagna, e la notte, quando il vento portava il rumore della casca ta del mulino e della segheria, non ci si ricordava più della sete. Nessuno più cercò le sorgenti, né le donne andarono più in fila indiana al rio, tremando se due occhi lucidi stavano appiattati dietro alla siepe. Da principio non potevano passare d

avanti alla fontana senza chinarsi a bere, come per non mandar perduta tanta gra zia di Dio. Ma l'acqua è tanta, e chi la può bere tutta? Poi si abituarono, ma disse ro ancora, per decantare il loro paese: "Abbiamo l'acqua". Quanto ai miei vecchi , non pensarono più, forse, a partire. I figli lontani vi tornano di rado, e tutto quel fuggire è stata una vana immaginazione. Qualcuno di noi che aspetta quel via ggio ha per detto: "Non abbiamo più tanta fretta, perché abbiamo l'acqua". La notte l'acqua si lamenta compressa nei tubi e vuole uscire. E pensare che noi abbiamo cercato mondo anche per l'acqua. VEDUTE DI ROMA I Si sta formando in Italia una capitale. Per chi vive a Roma da più di dieci anni, è un'emozione quotidiana vederla crescere e complicarsi, prodotto di cento fatti s ociali e psicologici, di cento spostamenti; è ormai a quel punto in cui basta ogni lieve suggestione per creare una moda, un rapido atteggiamento e un fuggevole a spetto, di quegli aspetti che avvertono come il tempo passa, e le idee cambiano e i costumi. Proprio questa impressione, d'una vita che corre, che ci logora, ch e c'invecchia da un giorno all'altro, proprio questo è il fascino delle città. Ci si lega a questa città per nulla affettuosa, per nulla cordiale, che è di tutti e di nessuno, che ci tiene ospiti anche se ci stiamo tutta la vita; e resta sempr e quella città indifferente cui approdammo impauriti nella prima giovinezza. Nessu n aspetto di essa è familiare, e intanto la vita italiana vi si trapianta con tutt i i suoi caratteri; essa ha una natura ricca e adorna, eppure somiglia a una ant inatura: campi e ville sono cose uscite dalla fantasia d'un artista, disposti in un ordine anche là dove sembra che la stessa vicenda degli anni e dei cataclismi storici l'abbiano disposti. Essa è già tutta in quella fantasia di Fontana di Trevi, dove la pietra imita l'albero, la roccia, la rovina, e l'acqua ubbidisce alla g eometria. Imparentandosi con l'arte tali elementi, ne è nata una natura sui generi s, un'antinatura. Non vi sono città del mondo dove la natura, e il bisogno di essa , che è cosa tutta italiana averla sempre presente, sia così vicina e urgente: alcuni alberi a Roma hanno una storia, sono venerati come monumenti, e i giornali ne riportano spesso gli acciacchi e gli accidenti, come di personaggi; una spalliera di rose d'una villa ha fama, di primavera, come un museo aperto per pochi giorni. Eppure non accade di consider are natura queste cose, che costituiscono un piacere simile a quello della lettu ra d'un testo antico, dove la natura è chiusa in un ordine rigoroso, che è piuttosto un simbolo e una composizione. È una città difficile, e anche se non suggerisce il pensiero di quante mai orme l'hanno calcata, basterebbero i suoi aspetti esterni ad avvertirvi che siete ospiti. Io me la ricordo venti anni fa, e allora era soltanto lo scheletro della città d'o ggi, la mummia rimasta dai secoli. Tutta la simulazione degli elementi diversi d ella natura, le grotte che diventano nicchie, le fontane che divengono boschi, i l continuo appello all'albero in quegli alberi impietriti che sono le colonne e gli obelischi, e l'acqua che sgorga da montagne di pietra squadrata, e il ritmo, la voce dell'acqua, e sul selciato turchino e duro l'ombra cavernosa di certe c hiese, erano tutte finzioni, e lo sono, della natura: sono natura esse stesse; m a vi si prova la nostalgia continua della vera natura. Il problema dell'architet tura di Roma era di seguitare in questa finzione di scenari. Come al re Mida in oro, qui le cose si trasformano in pietra. Più su di Roma, le città comunali e signo rili sono di dura pietra, la natura è scomparsa anche come ricordo, e la vita citt adina è tutta chiusa nei suoi ideali e nella sua intelligenza esatta; poche fontan e sciolgono la crudezza del sasso, la colonna si richiude nel portico; sono le c ittà politiche, della ragione e, dell'intelligenza esatta. Roma è altra cosa. È l'inte lligenza e la primitività italiane fermate fra due climi, due civiltà, due mondi, du e punti cardinali, settentrione e mezzogiorno. Il sud vi si è pietrificato come in un profondo strato geologico, il nord vi si libera dai geli. Qui si concretano per l'ultima volta i sogni e i gusti della civiltà mediterranea. Anche nell'Europa settentrionale, e in genere in tutte le grandi capitali moderne, la tendenza a introdurre la natura nella vita urbana è un segno caratteristico; ma quella è una na tura allo stato bruto, un ricordo druidico, dei boschi e delle foreste celtiche e germaniche. A Roma è una natura rielaborata, predisposta, umanizzata, di mille s

Ecco una delle più belle scenografie di Roma che ricompariva quasi per caso. dell 'opportunismo più ostile. ciò che è. come il seme d'una pianta e la forma d'un frutto sono sepolti nella . superiori e implacabili : uno splendido scenario per i piaceri e le malattie privilegiati. alle corse. nessuno si fidava di quello che vi si in traprendeva. Una lunga domenica nella provincia italiana. le quadrighe e i cavalli del Vittorian o. a leggere i libri dei viaggiatori. ed era aspirazione e trionfo di ognuno ritro varsi nelle lunghe liste dei cronisti mondani. che faceva tutt'uno col selciato incomodo. Molte cose legano alla terra. in quella luce. anch'essi così netti. per quanto con un compiacimento quasi babilonese. Roma era tutta e soltanto in quello che mostra va. ma una cosa come questa. costituiscono certo un fatto decisivo. Una vita dura. le sommità dei monumenti tratti alla luce. il feudalesimo provinciale trionfava a Roma. che nella nostra giornata occupa appena lo spazio d'una rapida impressi one. Pareva una città di paccottiglia. come la rappresentante della piattezza. Qualunque altra città di provincia aveva più consistenza di questa dove si finiva tanto facilmente a fare la macchiet ta di marciapiede. e per estr ema consolazione il sole e il cielo. la città contava poco per il mondo dello spirito. la città cominciò a spopolarsi. di cui siamo semplici spe ttatori. dove sulle pagine dei giornali satirici si acquistava una celebrità a buon mercato. mob iliate di trespoli dozzinali e spiritati. un monumento rimesso in luc e. apparve la donna alata della quadriga del Palazzo di Giustizia. un fatto da far epoca nella cronistoria di Roma. del San Pietro della Colonna Traiana. la domenica. altr o che quella dei nobili. Era un grande pettegolezzo politico. con quella luna. che le grosse famiglie dei mestieri più seri e fondati. appena l'urbanistica diventava un po' più ambiziosa. C'era la dura moralità degli importati. Vivere a Roma e ra un privilegio. e questa città ch e si è tanto odiata. la logica della città prendeva il sopravvento. non ricordo come accadde che. popolav ano di lunghe file di carrozzelle su e giù. niente per gli affa ri. Per esempio. pur rimanendovi. ai quattro o cinque convegni annuali. del San Paolo della Colonna Antonina. e poi più tardi la Croce della torre capitolina. A tratti. a cercare le vie dei campi e del mare. e le inizi ative moderne. è divenuta una capitale. delle st ele e delle croci degli obelischi. il nostro stesso crescere. o quando le osterie cominciarono a chiudersi la domenica. quasi vaganti sui tetti. in q uelle notti. adatta la realtà nuova al suo colore. Ma chi non si ricorda come da tanti discutibili monumenti si levassero nel cielo di Roma le nuove app arizioni? Accanto a quelle della Madonna della colonna di piazza di Spagna. infin e. Bisognava vederla Roma quindici o venti anni fa. Vita sociale non esisteva. dove erano tollerate le più ingenue stranezze del vestire. solo che si ubbidisca all a sua struttura. le comparse al teatro. E tutto questo è finito. che in altre città dell'Italia settentrionale avevano acquistato im portanza e perfezione. Di queste cose la stessa città s'impadronisce allo stesso modo d'un terr eno che uniforma alla sua natura la vegetazione. per la parata d'una vita sociale. è una curiosa tirannia della nostra esistenza. osti e affittacamere. da sé ho detto. Roma riforma da sé i suoi scenari e i suoi aspetti. una cer ta domenica. stabiliscono un nuovo tema e un nuovo panorama. e cred o che anche il commercio locale. ad eccezione di qualche negozio di lusso. Vi si trovava poi una vita tutta esteriore e di comparsa. pei quali lo scopo dell'emigrazione è il den aro comunque acquistato. E poi c'era il Corso. Mi sono domandato spesso. Dopo dieci anni ci si accorgeva di non avervi amici. Chi di politica non si occupasse era un disadatto. I pal azzi e i monumenti pel Cinquantenario dell'Unità ubbidivano in qualche modo a tale logica. e at traverso quali contingenze è nato lo spirito e l'unità delle capitali. era anche un mistero. è il nostro spettacolo quotidian o. il Garibaldi del Gianicolo. cioè con la sua luce. Una strada nuova fra i vecchi quartieri. Ba stavano. con le sue prospettive sepolt e entro di sé. Perché non è soltanto il piccone o l'architetto a fare un a capitale. non esisteva intimità delle case. il senso dell'arte italiana. a Roma facevano sorridere di compassione. È un fatto che ha della natura: lo stesso che domandarsi quando e come il mare si è ritirato di q ualche metro da una spiaggia. di cui il resto d'Italia non capiva niente. assor bisse le peggiori merci d'Italia. come e quando.ottili parentele con le cose dello spirito e le finzioni dell'arte.

e quella prov incia nostalgica propria delle grandi città. la città familiare si è d istaccata e allontanata. il sole. una novità di agglomerati umani. Meri dionali? Settentrionali? Ricordo il giorno che per la prima volta da quando sono a Roma. mobile. ed è questo il nuovo aspetto di Roma. le colonne. e l'apparizione in fiocchi delle d onne: tutti caratteri che sono propri delle città di nuova formazione. in autobus. quasi che la chiarezza dell'aria. si ricorderà d'una certa maliziosa e bonaria familiarità. anche quel tanto di estremamente lussuoso e visibilmente ricco. lo stesso piacere di co mparire. venti anni hanno scavato una distanza di secoli. la luce. Salta agli occhi. c'è in tutti lo stesso senso di vita. è meridionale. Ma fra le tante cose. il mondo di ieri sull'asfalto lucido diventa più remoto. tut ta grandiosamente esteriore. impongono lo stesso n itore delle città estive. mi accorgevo che ne risultava una nuova scena quasi naturale. Ma non ne ha altrimenti & gusto né il bisogno. Meridionali. il fondo della strada è oggi di asfalto nero lucido. crescono le fontane. Il socievole non è mai stato il forte di Roma: il suo carattere è la convivenza. Venti anni fa. Per esempio. dell e grandi piazze e delle belle strade. avventuroso. la stessa ambizione d'essere. Quel tanto di vita socievole di certi quartieri a Roma è settentrionale. è fissa to per sempre. Quel tanto di trepido. la stessa qualità di assalto alla fortuna e all'avvenire. pe r contrasto. Ciò che è stare insieme. e in cui un capriccio degli anni poteva aggiungere qualche cosa. e certi modi bruschi. i campanili. lo stesso che in ogni altra metropoli moderna. prende l'a spetto d'uno di quei frammenti antichi che si murano sulle facciate dei palazzi moderni. infl uisce a suo modo sugli animi. scenografica com'è. più o meno ovattata. il tatto. incalcolabili a chiunque. i meridionali il loro bisogno di espansione e di avventura.natura d'un albero. Chi conosce certe descrizioni della socievolezza r omana dell'Ottocento. e il gran discorrere delle "relazioni" del tale o della tale. i settentrionali il l oro senso della vita stabilita e sociale. e che malizioso piacere sia aver capito come questi du e termini che separarono per tanti anni l'Italia abbiano in effetti uno scarso v alore: sarà che abbiamo imparato a conoscerei. In vent'anni s'è veduta la città crescere del doppio. formata dai mille el ementi. Roma vive per poco tempo una vita a ssociata. gli obelischi. e apriva il panorama del mare di Liguria. La quale. I grandi convegni sono quelli delle belle giornate. Una certa solitudine è prop ria della Città. Ed è anche meridionale. su questo nero si levano gli edifici giall i e rosa. a rivederlo a distanza di tempo. se si deve credere anc he a certi scrittori di salire. e fatta per significare la pompa e il trionfo. Lo scenario romano. il campo dell'osteria fu ori di porta è diventato un quartiere. e più o meno acre. sono due mondi diversi. sembra che dica: Ora tocca a voi. L'asfalto al posto del vecchio lastricato ha contribuito a segnare una nuova epoca dell'aspetto di Roma. a cominciare da quelli latini. di dovunque s i venga. la voce era alacre. che ricorda remotamente la provincia. un'atmosfera amorosa c he fu sempre di Roma. che sono nell'anima della città. È strano dirl o per l'unica città vitale tra le grandi città antiche: il gusto dei ricevimenti che . Il convegno di ta nta gente nuova a Roma nei nostri anni ha trapiantato alcune attitudini sociali. la sua forma le grandi manifestazioni pubbliche. ma in una solitudine comune. nel più schietto accento genovese. la duttilità. di civiltà mo lto giovani. II Quando comincia la grande stagione del sole. un lusso che si preoccupa delle appa renze. sentii parlare di affari e di cifre. noi avevamo una certa intimità con la Barcaccia o il Tritone. non s'immagina come ce rti limiti si confondano. ott imista e talvolta disadorno. Arr ivano dalla provincia certe automobili che sembrano sirene e tritoni d'alluminio o di lacca. e basta con le confid enze. la veduta nuova d'un monumento liberato mi fac eva là per là rimpiangere lo scenario scomparso. si fa presto a prendere l'abitudine di villa Borghese. del Pincio. e in quella grande cerimonia della passeggiata che fece parlare tanto l' Ottocento. la gente più diversa è venuta ad abitarci. anche se antichissima. al confronto della vecchiaia e no biltà di Roma. settentrionali: veduti da Roma. Non si cresce di seicentomila persone in vent'anni senza che una città lo lasci ve dere. una è mutata in questi venti anni nell'aspetto de lle strade di Roma: un tempo le strade erano selciate dei selci romani e avevano colore di azzurro. Meridionali e settentrionali hanno portato a Roma il loro paesaggio interiore. che era sempre apparso pro vvisorio.

e illuminava ogni dettaglio delle facciate settecen tesche con le loro decorazioni. somigliava a una grande sala. sembra di vivere tra le pagine d'una rivista di m ode o nella scena d'un film. potevo leggere le ore all'orologio di Pi azza Colonna. le meglio capaci di irraggiare e fecondare la vita. negligenze. da me stesso. in cui esso si appaga e si confonde. e chissà come sono diafani gli angeli ambigui sul Ponte Sant'Angelo. Andiamo a veder e il giallo lunare di villa Medici nel verde cupo del parco. dove sui frontoni delle chiese un angelo aspetta da secoli il suo compagno di s immetria dall'altro lato . e incarn arsi in qualche cosa che vincesse il tempo. Più tardi. allontanato e isolato in qualche modo dalla intimità degli uomini. da quelle estive quando la troppa luce scava come vecchi c ranii le facciate delle cattedrali.una città con mille trascuratezze nella sua costruzione . nelle abitudini de lle persone. nel cielo serale di panno azzurro. come altrettanti convegni in una città incompiuta e perciò familiare. i quali rinascevano intorno ad esse con la tenacia delle piante. la natura di Roma. io voglio". meno affettuosa. questo voler essere. dove il sole si accuccia tutto il giorno suscitando il vecchio tepore dei mattoni del campanile. è d'una modernità anche troppo spinta. in appartamen ti anche troppo inappuntabili. e il frontone dell'Acqua Paola. a quelle invernali quando la tramontana riprende a scialbare i tìmpani delle chiese. Questi sono gli aspetti che accompagnano chi vive da molt i anni a Roma. in cui l'esterno ha la stessa architettura di un interno. penetrata a mia insaputa e quasi confusa col riflesso delle lampade not turne impallidite dalla veglia. La finestra della mia stanza era inv asa la notte da quelle lampade. È questo il punto del distacco da un'epoca. e non sapevo che cosa volessi. Capivo così l'i solamento degli alberi e degli uomini. riducendo il tra vertino a un bianco d'avorio. in un modo d'ess ere. definito. sono le qualità più preziose del mondo. Qualche volta mi sorprendevo a dirmi : "Io voglio. Via Sistina. svegliandomi di buon'ora vedevo tra le persiane chiuse spuntare l'alba. mentre la parte inferiore scura e nell'ombra ricor da la cava originaria. mi pare i l vero fermento della vita dei nostri giorni. formando uno di quegli aspetti tanto frequenti a Roma. Certo. e una sala somi glia a una piazza. sul Gianicolo. è proprio un segno d'oggi. col . Spogliarsi di tutto e accettare le novità più cro ccanti. o la piazzetta dove cresce l'erba a San Giovanni e Paolo. la personalità. indica una capacità di rinnovarsi. la tradizione. dimenticanze. quando ebbi dormito i primi lunghi sonni romani. Guardando le ore sull'orologio della piaz za. meno nostalgica. il carattere . III Dalla mia finestra volta a mezzogiorno. si adagiava presso di me come accanto a un malat o: era una luce cinerea quale a volte copre Roma a chi la guardi dall'alto.si è diffuso ultimamente a Roma. Tutto mi pareva uno spazio deserto. che mi piaceva come una grotta d'un a natura artificiale. Sorprendevo la luce immobile nella mia stanza. Co nosco le ore di Roma. e la fontana con la sua grotta. Credo di aver capito la causa che isola qui tanto le persone e per cui Roma cono scerà forse sempre pochissimi ritrovi pubblici e una certa sterilità di contatti uma ni. compiuta e indifferente a tutti i pensieri e le passion i degli uomini. a costo di strafare. significa aver dato il segnale a una nuova vita. meno contemplativa. da un passato. sentivo che il mio cuore voleva uscire quasi da una prigione. è un grandioso f enomeno che a un certo punto dovrà pure tradursi in termini suoi. come quelle del tessitore persiano che non fa mai perfetti i suoi tappeti per non lasciarvi dentro imprigionata l'anima sua. Aver fatto di Roma un paese fissato. nei limiti delle grandi strade nu ove. specia lmente la notte quando la luce delle lampade ingrandiva l'ombra dei cornicioni d egli edifizi smisuratamente. questa specie di tabula rasa che si vede in giro. Dal mio letto sentivo nascere il giorno. raschiature. ma pieno di fatti già accaduti. vedevo il Santo della Colonna Antonina quasi vagante sui tetti. le più vive. Non ho rimpianti per le vecchie cose se non a tempo e a luogo. la luce si diffondeva dentro come d'un giorno so speso in una lunga incertezza. e una piazza a una sala. di vivere. E queste cose mi davano l'idea d'una vi ta chiusa nella memoria. e sarebbe il sentimento degli aspetti e delle ore di Roma che formano un pae saggio interiore dell'uomo. al tempo del mio primo arrivo. e la cima della colonna. di pensare. voler apparire.

al pri mo squillo del tranvai. molto imbellettate. come se invecchiasse. col su o tono uggioso e quasi direi umido. Dalle finestre di fronte alla mia. come se la città intera non riuscisse a riprendere il suo chiasso diurno. Sul pr incipio mi levavo per sorprendere la strada in quell'ora. e divenne comune il fracasso delle automobili che stentavano ad avviarsi. Veniva fuori un'umanità speciale. La strada dove abitavo allora era una specie di paese: ci conosc evamo quasi tutti. le prom esse non mantenute. e tutti avevamo abitudini familiari. le mogli. degl'incontri. delle folli speranze. i mariti . Erano quelle le ore delle allegrie i mprovvise. Io aspettavo le sei di sera. la cenere de l tramonto copriva tutto come se un cataclisma si fosse scatenato. gli amori della gente e fin della più povera e disadorna. mezzo apparecchiate. la boria di quelle donne che vi salivano o ne scendevano pomposamente faceva di quella strada un asilo di su perbie senza ragione. Si vedevano calare i cestini dagli ultimi piani per la posta e per ù carretto delle v erdure. colore d'oro vecchio. in carrozze e automobili. La strada vecchiotta si popolava di gente modesta che andava a scaldarsi al s ole del Pincio. e la sua insegna è il Ponte Sant'Angelo con le d ue statue di Pietro e Paolo. e i vecchi abitatori vi stavano come gente annidata che qualcuno tentasse di sloggia re. seno nché il ricordo di paese persisteva con la voce dell'ombrellaio. e tutti con un'espressione freddolosa. A notte alta. era pe rcorsa da una speranza di non si sa che giorni. era finito un giorn o. e i contrattempi. fu sempre popolato anche . a Roma. la strada risuonava come una chiesa o una sala deserta: si sen tivano le voci di coloro che nelle notti chiare andavano fino ai cancelli del Pi ncio per vedere Roma notturna dall'alto e le linee oscure dei cornicioni dei pal azzi che si rivelavano come i suoi temi nudi disegnati in una specie di spolveri o sospeso sulla città che giaceva in basso. sentendo che il tempo era passato. il sole splendeva sui belletti e sulle occhiaie tinte di azzurro e lustre . donne col velo. con le loro scarpe pazienti. La voce della strada si levava a mano a mano più sicura. si affacciavano sulla strada come t emendo di non arrivare a partecipare in tempo a una rappresentazione. IV Rione Ponte è un quartiere di Roma. improvvisamente la città dive ntava misteriosa d'un mistero frivolo: i fiori dei fiorai acquistavano per contr asto semplicità e innocenza. fino all'ora in cui d'incanto si faceva deserta. Di botto queste cose cessavan o. non si sapeva che festa notturna preparasse. scialli e veli ne ri. le illusioni perdute. passava di là tutta Roma accorsa dai quartieri più lontani. le donne. descritti da voci sonore. e infelici. appariva gente vestita bene. Si tornava a casa stanchi. degli abbattimenti. Quella è pure l'ora dei poveri vecchi. la città si svegliava. nelle be lle giornate. la città si raggrinz iva nella prima sera. le vetture andavano a sghimbescio e vuote. i figli. i benefizi sfumati. poi un'altra e un'altra. La notte. una vo ce si aggiungeva a quel coro. per sone vestite da sera. al modo d'una girandola. si fondarono i primi negozi di mode. È uno dei più antichi di Roma. le sale da tè. quando la città acquistava un colore elegiaco. che ridavano alla città l'aspetto di certe piccole città antiche e piene di chie se. l'aria s'impregnava del profumo di quei cosmetici. in quella luce. Poi la strada mutò. Luccicavano le macchine. in quel sole. Poco prima di mezzogiorno. Poi. E quest'ora pareva la memoria della Roma d'un secolo prima. in cui sembra che la gente non abbia altra occupazione che rispondere alla c ampanella delle preghiere. vestita come veste la gente devota in tutti i paesi. di pensare profondamente e di poter agire facilmente l'indomani.colore di strade molto calpestate e di pietra sbiancata dal vento e dal sole. un'illusione perduta. d'inverno. e non si faceva in tempo a pensarvi che era un'ombra . col cartoccio della spesa. fosse privilegio tutto personale e privato. invadeva la mia strada una folla di donne che avevano l'aria d'essersi levate allora dal letto. A un tratto udivo la campanella di qualche chiesa. dà l'impressione d'essere molto i ntelligenti. Nella notte risu onavano le voci di costoro. le invettive pronte e sveglie. e così io conobbi i litigi sulla letteratura e sull'ar te. le canzoni di moda. i tradimenti compi uti. passavano. Nei giorni delle cerimonie in Vaticano. A mano a mano che passavano gli anni. i vestiti che al sole mostravano il lucido della vecch iaia e la dignità di chi li indossava. degli storpi e dei nani. quasi che stare in quell'ambiente. L'aria diventava fatua. saliva dal Corso u n odore di stalla.

come la sabbia d'un deserto. È una reputazione di gente f acile. Così il Rione Ponte. E ha naturalmente. Roma è un potentissimo reagente. è città che ha u na sua maleducazione e una sua volgarità. Non soltanto nell'aspetto. lo si ritrova anche in certi tipi dei film americani. poca intimità. Poi i palazzi e i palazzetti furono soverchiati dalla vita popolare. i letterati. la polvere di Roma. La pit tura del Seicento si riempì di popolo coi panni della fatica quotidiana. il suo lastricato è il deserto di tutte le capitali. il modulo d'un carattere fermo. non avremo toccato i l fondo del carattere popolare romano. caratteristico di Roma. una folla mai prima entrata nell'arte sbucò da ogni parte e animò con la sua presenza greve e popolana le raffigurazioni stesse dove prima era stata una schiera di cavalieri simili a eroi e di donne simili a dee. Varrebbe la pena di assodare come sia nata l'immagine che circola comunemente sul romano d'oggi. Il Rinascim ento era crollato come crolla un impero. avventurosa come tutte le capitali della terra. Ho una profonda venerazione pei caratteri popolari. da noi come altrove: sono de . e poi di Prati e di Corso Vittorio. È una delle tante sorprese e varietà del popolo italiano. Vi abitarono Raffaello e il Celimi. Come tutte le capitali. Ma quando avremo detto queste e cento altre cose verissime. i primi anni dell'Unità nei quartieri di tipo piemontese di via XX Settemb re. che del Rinasciment o porta ancora il nome. Nel Cinquecento fece parte del centro di Roma.quando Roma cadente si ridusse a ventimila abitanti. quello che eresse in onore della bella Porzia la V illa Farnesina. Si s a che gl'importati sono dappertutto gli stessi. e si stende oltre. schierato lungo il Tevere e più basso dell'argine del fium e. di avventure. di traffico. Questo è specifico di og ni grande capitale. Vi tenne il suo banco Agostino Chigi. Spesso nella densità del popolo italiano si sente la presenza d'un secolo: a Roma si sente il Settecento tra via Sistina e Trinità dei Monti. Il suo aspet to è fatto per le esaltazioni improvvise e i disinganni atroci. ha pure una sguaiatezza che ritroverete nel fondo ai Berlino o di Parigi: ho notato che un certo rictus della bocca stor ta nella parlata di gente infima è comune in quattro o cinque capitali del mondo. Io porto spesso al Rione Ponte i forestieri che mi chiedono qualcos a di inedito a Roma. È curioso che propri o questo umorismo romano sia divenuto universalmente italiano. è il colore d'una vita popolare la cui fama è troppo sciatta al confronto. La stessa folla invase i quartieri di c erte città italiane di dove avevano sgomberato i cavalieri. i banchieri. parassita e alquanto cinica. fino a Parione e Piazza Navona. Allora. vi si trovavano le banche. Qui è come se il Tevere in una sua crescita avesse lasciato il suo limo che ridiviene polvere al sole e alla tramontana. come dice il Novellino antico. Al Rione Ponte è ancora un colore di s ubito dopo il Rinascimento. e di qua fino a Trastevere. il gran "picaro" della pittu ra italiana. l'Aretino e il Caro. È l'humus di Roma. e alle sue strade sono rimasti i nomi di Banchi Nuovi. essendo un grandioso scenario che le ha vi ste tutte. parve coprirsi della stessa patina che rende tristi e bui i quadri del Seicen to. le cortig iane. ma negli atteggiamenti del la vita. Banchi Vecchi. Le persone sono ancora sdegnose. gli ultimi trent'anni tra Porta Pinciana e i Quartieri Sebastiani. d' un cetaceo. Si sentono a Roma le diverse epoche di immigrazione: i nuclei formatisi sotto diverse spinte e di rezioni conservano caratteri che si direbbero prognatici. Dico popolare e non di importazione. e questo quartiere. come in quei quadri. festaiola. il maggior finanziere del Rinascimento. rispunta come a ritrovarlo in uno scavo. Comunque. polvere di morte e polline di fecondazione. È il ventre della città. con uno spirito realistico fino a l crudo (che è il lato migliore di quest'immagine) quale negli ultimi anni hanno d iffuso in tutta Italia tre o quattro giornali umoristici di mentalità prettamente romana e che ha acquistato cittadinanza in tutta la Penisola. così mordente e acre nei giorni as ciutti di tramontana. È vero che tale carattere bisognerà cercarlo in tre o quattro rioni e starvi molto vicino per non prendere abbagli. grandi e popol ari. il primo Ottocento nel Corso. dalle sue rovine ch e è una droga di Roma. Arco dei Banchi. e perciò s pesso fatale a chi si fida delle apparenze. luogo di convegno di genti che qui inseguono la fortuna. Roma. originale. Bisogna distinguere tra Roma e Roma. come il ventre d'un grosso animale. si sentì od ore di porti. è un rione da Caravaggio. spirante.

Una scena fu d'una donna che affrontò per istrada una ragazza che le occhieggi ava il marito. scompare. due o tre volte l'anno con un altarino parato. e poi d'un italiano. La donna insolentita passò superba senza alzare il capo. il dito verso la donna che passava. E in questo quartiere che s'è divisi i vecchi palazzi e li ha ridott i a sé.positali di vecchi segreti. e la gio ia d'un'ora di semplice ghiottoneria o di festa. Qui. Mi accorsi di essere entrato in un vero mon do. Sono sentimenti tanto profondi e antichi da parere indecifrabili. Sovrattutto i dolori. issando certe grandi corna bovine e caprine su un bast one. Non si può mai misurare come reagisce l'animo d'un popolano. Accade spesso. dolori e gioie. e la accompagnava un uomo. di vedere una popolana con un foglietto raccogliere i soldarelli di chi vuo le sottoscrivere per evenienze simili. come in una scena di teatro. Ho ritrovato così il senso di molte immagini sacre negli angoli bui e tristi delle città. a entrare in un nego zio. e puntando. si capisce che cosa significhi tale frase. senza dire una parola sotto quella frana di vituperii. che sciorina la biancheria grondante su un portale elegante come una pagin a del Caro. La serva d i un ultimo piano custodì gelosamente una pianticella che colui aveva curato in un vaso. e con una calma enorme. non accadde nulla. spesso infiorata. la prima notte che vi dormii accadde un fatto di sangue: una donna ferì l'amante. soltanto a Roma succed e che voi cediate il posto a una donna in un tranvai. e la guarda ancora come una creatura. Le sue vie sono misteri ose. inveirono contro di lei. e poi d'un romano. venivo a sapere tutto di tutto il quartiere . come in un paese. La ragazza da allora filò ben dritta. S'in travedeva attraverso le finestre aperte una cura meticolosa e un povero lusso in torno al letto maritale. Sotto l'Arco c'è una Madonna. o il suo maschietto. anzi con una certa comprensione delle debolezze umane. dell'infanzia. Il popolo è lento a muovers i. Levò la t esta soltanto quando fu sotto l'Arco dei Banchi. la lunga nenia . Senza volerlo. Da qualche anno sono abituato al Rione Ponte. E non è da dire che foss e ambiguo il significato di quei gran corni. di vedere una turba di ragazzi che. Morì in questo quar tiere l'anno scorso un povero giovane. un giorno di carnevale. significa a Roma gente di coraggio e insieme umana. il culto della giovinezza. Perciò di notte non si prova nessuna preoccupazio ne a traversare l'Arco. senza v eleno. i bottegai più brutali s borsarono di belle somme. tutte le donne del vicolo furono alla finestr a simultaneamente. le disse papale papale di badare ai fatti suoi se non ne voleva b uscare. sono fatti d'un vecchio costume e d'una vecchia moralità. Non so come e dietro quale avvertimento. Con tutta questa violenza del sangue. ne andava dell'onore di tutto il quartiere. franca e precisa. riappare. L'intero quartiere sottoscrisse per fargl i un bel funerale e non mandarlo via come un abbandonato. sfiorati da qualcuno di quegli individui misteriosi che fanno la posta sulla strada con un fischio lungo sordo e notturno. ricambiò il più rovent e di quegli improperii. dilaga dove meno si aspetta. tutte. della bellezza. Ma un'altra scena fu strepitosa. e mi accorsi poi che son rari quelli che vi passano senza scoprirsi. insom ma. conosco le voci delle sue ore che sono diverse da quelle della Roma settecentesca dove prima abitavo standoci come in un libro di Stendhal o di D'Annunzio. vita e morte. Passava per un vicolo una donna matura e molto bella a modo suo: portava un ragazzo per mano. Bisognava sentire il tono di quell'i nvettiva pubblica. generosa. È come l'acqua che punta. Credevo questa imma gine dimenticata da una Roma per cartolina. mi stupì. per molti mesi. l'amore dei ragazzi che diventa tirannia. Si capiva dalle grida che la pas sante doveva aver destato più d'una preoccupazione nel cuore di quelle donne. e la donna pesante e traba llante vi fa accomodare la sua ragazzina. e una costante osservazione di essi rivela fatti e a ttitudini antichi e che servono a spiegare le nazioni. non accaddero fatti del gene re. Vorrei dire ancora delle grida e delle voci di questo quartiere. Poi. sempre con una lampada. del coraggio e della forza. "Gente di cuore". direi che non muta più presto di quanto non muti un paesaggio. che risponde all'ariostesco "pe r un buon giorno non temo un mal mese". e così il suo uomo. che ha chiuso con pezzi di carta i vetri rotti di un'altana del Rina scimento. fatto d i cui un moderno difficilmente si rende conto. si presentavano in corteo sghignazzante sulla soglia di certe botteghe dove pure la padrona e il padrone sono tali da tenere in riguardo i giovani più intrap rendenti e maneschi del rione. Niente.

degli stracciaroli, e le frasi con cui si raccomandano dai carretti le frutta e gli ortaggi: "Neppure il colore mi pagate", oppure, alla gente che passa senza f ermarsi: "Che fessi che siete"; e il giornalaio che certe mattine strilla il suo foglio e sveglia tutti all'alba perché c'è una notizia che riguarda esclusivamente il Rione Ponte. V Siccome era domenica, erano salite anche certe ragazze a visitare la stanza del Tasso nel convento di Sant'Onofrio, la stanza dove morì il Poeta, aperta a tutti i l 25 aprile, e vi si tiene una conferenza, e due guardie in alta uniforme vigila no dandosi il turno per fare una fumatina in un angolo. Erano ragazze del popolo , in pantofole, che si tenevano per mano, e ridevano curiose come ridono le mode lle che entrano per la prima volta nello studio dei pittori. Esse non sapevano null'altro che di trovarsi nella stanza di un grand'uomo, e pa reva che costui fosse vivo, e fosse uscito, e loro ne profittassero per rovistar e fra le sue cose. Si specchiarono ad una per volta nello specchio del Poeta, un vetro nero in una cornice tonda di noce, e si sorrisero là dentro. Lo specchio fa ceva pallidi, vi si vedeva il bianco degli occhi e dei denti come in un'acqua os cura stagnante. Qua specchiò il Tasso il suo inguaribile pallore. Nessuna di quest e ragazze esitò nel guardarvisi dentro, e dopo un poco la guardia si curvò con loro specchiando il suo pennacchio. Là presso, il Crocifisso di legno è dello stesso colo re della maschera del Poeta ricavata sul suo letto di morte, quel suo viso d'uom o sfortunato, destinato a non aver pietà mai, se non oggi, in questa sua stanza pi ena d'un silenzio secolare, dove è difficile parlare ad alta voce, e dove l'eco de lla sua voce è sospesa nell'aria come una nota che risuona alta nel sonno. Aveva l a fronte liscia, infantile, come si vede in alcuni uomini che hanno penato, dove è addensata tutta la loro innocenza di fronte al destino. Piccoli occhi a mandorl a, annebbiati dalla creta mortuaria. Il viso cancellato dalla rassegnazione e da lla "malinconia" con i lineamenti chiari e indifferenti. Nient'altro di espressi vo che la bocca grande, carnosa, che si adattò a chiedere tutta la vita. È il ritrat to della tristezza e della solitudine. È difficile vedere una immagine d'uomo che serbi con maggior tenacia i lineamenti infantili. La stanza del Tasso dà per due balconi su un giardinetto, e sulla vicina salita di Sant'Onofrio dove le donne vivono coi ragazzi sulla strada, e i muri quest'anno sono coperti di scritte inneggiami a una certa Marcella che deve essere il rich iamo di questa primavera. Dalle due finestre si vede il Borgo; la Cupola di Mich elangelo è vicina, tra le case e gli alberi non si scorge il timpano della basilic a, né il piano su cui è eretta: azzurra e aerea collina fra questi colli. Si vede il Campidoglio appena velato dal bianco del monumento a Re Vittorio. Di qua la cit tà dovè apparire al Poeta come appare ancor oggi, grigia e silenziosa, come una città di scavo. Di qua egli sospirò la sua corona. La stanza è quadrata, con una mano di calcina ai muri, nuda, chiara, e la luce v'è c ome un'onda immobile di oblio. Forse erano come questi i mattoni di cotto sull'i mpiantito, e i riquadri azzurri fra i travicelli, e il piccolo chiostro con la M adonna leonardesca in fondo. Vecchie corone d'alloro appassiscono eternamente su i muri del chiostro. Una corona di alloro sul capo della immagine del Poeta si d isfa come una treccia. Eppure qui sorride la nostra adolescenza, il nostro viso di allora liscio e imbe rbe si affaccia nello specchio nero del Poeta. Ad essa sorrisero prime, lecite e santificate, le bellezze di Clorinda e di Erminia, e quella tizianesca di Sofro nia. Ritroviamo queste illusioni e queste prime creature che amammo, in questa s tanza su cui passò la tempesta, cresciute con noi, invecchiate con noi. Eccolo, da poeta ispirato che era, in cappa e spada, Pro fide, ai suoi anni amari, come un sogno che l'esperienza ha sfatato e legato. "Sono quasi scacciato dal seno della Chiesa." È una giornata oscura e piena di nubi volanti. Pure un chiarore diffuso e traspare nte invade immobile la stanza. Ci ritroviamo qui come in una sua ottava. Una cop pa nera, di creta, è presso lo specchio, anche essa come contenesse un'acqua stagn ante nella sua cavità lucida. "Negare una tazza d'argento a me" diceva "che n'ho t anto bisogno e tanta voglia?" Non ha lasciato altro, insieme con qualche brandel lo di stoffa. In guerra, nei bagagli dei nostri compagni morti, non si trovavano

che cose come queste da restituire. Le due stanze che precedono questa dimora, furono adattate a un museo di manoscr itti e di opere del Poeta. In capo alle scale è stato posto da poco un frammento d i affresco rappresentante il Poeta in piedi, leggero e incantato, agile come una spada, con un foglio tra le mani, come forse sognò di essere. Le due stanze del m useo sono della stessa forma della sua stanza. Sulle pareti una simbolica fiamma è stampata tutt'intorno fra corone stampate, e una vetrina fa da zoccolo alle par eti. Qui sono i suoi libri e i suoi manoscritti. Un quaderno su un tavolo si cop re lentamente di firme. Non più di cento pagine dal 1923, e l'ultima firma è quella del brigadiere oggi di servizio. Piacevano, al Tasso, le pagine ben tracciate, ben squadrate, nitide, ampie, marg inate. Qui si manifesta con una tenacia dolorosa il suo amor della gloria, di qu esta passione antica che si manifestò in lui magnificamente. Aveva caratteri nitid i, agili, magri, come doveva esser lui a vederlo, tracciati col compiacimento, l a cura, l'ordine d'un buon allievo della gloria. Le pagine autografe della Gerus alemme hanno un aspetto di esercito in marcia, ariose con un po' di pompa, e sul le ordinate file degli n e degli r, sulle panciute a ed e svettano l alte come l e lance dell'esercito di Goffredo, le s lunghe e snodate come gli sciabolatori d i Argante, le t tagliate alte come bandierine di squadra e le p poggiano su un l ungo svolazzo come se galoppassero su una lunga scia di polvere. Tutti quei gran e grandi che si trovano nella Gerusalemme, e ve ne sono tanti, s ono pomposi e panciuti, e uno stesso impeto assiste l'ottava in riga dalla prima all'ultima pagina. Come tutti i poeti, vedeva il suo libro, nell'atto di scrive rlo, già stampato. Si lamentava delle cattive edizioni che gli amareggiavano l'ama ra vita. Se le faceva per suo conto nell'atto di scrivere. V'è un suo frontespizio dell'Aminta che sembra quello d'una edizione aldina, col nome in maiuscoletto, l'iscrizione disposta a epigrafe, e perfino un disegno d'impresa editoriale, fat to a penna rozzamente, con un senso di decorazione popolare che era poi il fondo del suo animo; e sotto: Ferrara XXIII - novembre - 1577. L'angoscia colpì più tardi la sua ferma mano. "Il maggior di tutti gli altri mali" s criveva, "e 'l più spiacevole mi par la frenesia; perché sempre son perturbato da pe nsieri noiosi e da molte immaginazioni e da molti fantasmi." La calligrafia divien larga, ritorta, con una volontà di grandezza che la sua pove ra penna smarrita ricerca tra geroglifici disorientati, ripentimenti, vergogne. Vagano qua e là come alfieri in un esercito in rotta le sue iniziali alte e sicure . Una pausa, e con la mano dei ricordi traccia il principio del sonetto: "Deh, n uvoletta in cui mi apparve amore". Ambizioni, assalti vani, improvvise speranze: "Mi fu predetto che quest'anno nel quale finirei il quadragesimo secondo avrei molti beni e molte grazie dai principi". Vede i beni piovere attorno a lui, ma g irano vorticosamente e come ridendo attorno ai suoi occhi, principi, stampatori, amici. Il suo morbus imaginatus gli impediva ogni contatto, e nell'atto stesso in cui un "gentiluomo par suo" si drizzava in piedi, la sua bocca chiedeva pietà: "Le sarei più obbligato (alla duchessa Eleonora) se mi donasse un rubino ed una pe rla legata in oro; perché se avvenisse mai ch'io dovessi prender moglie non mi man cherebbe con la sua grazia anella da sposarla". Una grande corona d'alloro della Città di Roma, fresca e cupa, è ai piedi del monume nto del Poeta nella chiesa. Egli è là, alto, ispirato, vestito di gala, con una pesa nte spada accanto. Nel chiostro al pianterreno, dove egli camminò cadente, presso il cancello di ferro, un uomo si guarda intorno. Il campanello suona a strappi n el corridoio. Una mano tende fra le sbarre del cancello una scodella di latta. L 'uomo si guarda attorno compassionevole, mangia vergognoso. VI La prima cosa che si vedeva affacciandosi alla finestra, era un pezzo della facc iata di San Pietro, e precisamente un campanile laterale, ma non come si vede co munemente, ma diventato enorme, al modo che accade affacciandosi una mattina da una finestra in alta montagna, e la montagna che era una linea lontana sull'oriz zonte si presenta vicina come veduta attraverso una lente d'ingrandimento. Tutta quella parte della basilica si presentava coi suoi cornicioni, finestroni, con uno strano senso di vuoto e di deserto, come accade spesso a guardare l'architet tura di vaste proporzioni, specialmente a Roma, dove tutto ricorda il lavoro del

la fabbrica, quasi che l'uomo col berrettino di carta e il secchio della calce p er chiudere le commessure della pietra enorme, fosse andato via da poco. Questo accade, forse, per via delle molte superfici lisce. Sotto la finestra da cui ci eravamo affacciati, si vedeva una corte interna, le finestre dell'edificio di fr onte, più basso, orlate di pietra; e nessuna voce; un silenzio che faceva pensare subito all'assenza delle donne e dei ragazzi, un silenzio estatico da uomini sol itari. E sotto c'era un orto, prospero, lucido di cavoli, di cipolle, di insalat a, con certi fiori semplici e senza odore, orto da convento, dove il mondo veget ale è anch'esso denso e polputo, e una rosa che si sfogli a pie' d'un muro ricorda il sangue rappreso. Si mise a suonare una di quelle campane di San Pietro, vicina come quell'archite ttura, e coprì tutto come l'onda di un oceano, facendo forza contro i muri, corren do per le sale dell'appartamento in cui ci trovavamo, impetuosa come il vento, e quasi che noi ci trovassimo in un elemento nuovo, quello in cui volano i piccio ni sotto la scossa delle campane dai cornicioni alti; sotto questo colpo parevan o allentarsi le serrature e i cardini, spalancarsi le porte: allora i mobili del l'appartamento presero un aspetto fedele e giubilante, i quadri religiosi, i tav oli dorati, le immagini dei santi, i libri, la poltrona dorata su una predella, che era il tronetto del Cardinale. Ci trovavamo nell'appartamento d'un Cardinale di Santa Romana Chiesa alle sette del mattino. Avevamo ancora nella mente l'ingresso al palazzo, coi preti che sbucavano fuori e si radunavano come gente in costume d'altri tempi, e i ciclisti che andavano a l lavoro tagliando la piazza in pendio e il binario lucido del tranvai, e il rum ore freddo delle fontane; e poi la porta dell'appartamento nel chiostro, col nom e inciso su una targhetta d'ottone come su una porta borghese; poi il cameriere in sparato bianco e giacca nera, e le voci tranquille e sommesse di saluto nell' ingresso dominato da un'immagine della Madonna, il cameriere faceva sovente una smorfia nervosa, e pareva che ammiccasse storcendo gli occhi e il viso, ciò che si mescolò poi a tutte le impressioni della mattinata, come se fosse uno spiritello innocuo e tenuto in dominio. Fra quel mobilio solenne e modesto nel medesimo tem po, in cui predominava lo stile del Settecento come l'ultimo cui si sia fermata l'immagine della solennità e della maestà, al limite dei secoli coi pantaloni lunghi e il cappello a cencio, dei mobili senz'oro e familiari, disadorni e intimi, de l grande avvento borghese, entrò il Cardinale vestito di porpora. Ho veduto anch'io qualche mattina giubilante, e questa fu una; come se il mondo si fosse scordato di tante cose inutili e cattive. E se ci penso, tutte le matti ne giubilanti sono state quelle d'un rito, anche se il rito fu soltanto di indos sare un abito nuovo da ragazzo in un mattino di festa, o di essersi sentito augu rare, ancora non bene sveglio, a dieci o dodici anni, "cento di questi giorni" a ll'alba d'un compleanno, dalla voce improvvisa del padre. Ancora rivedevo i cicl isti tagliare la piazza in pendio e i binari lucidi freddi del tranvai, e i pret i passare il colonnato nell'infinita prospettiva della storia; ma era come il fa tto di un altro mondo. Sapevo che gli assilli e le cure che avevo lasciato fuori mi aspettavano come guardie che si sarebbero messe alle mie calcagna appena fos si uscito. Era anche quell'enorme campana che allentava i chiavistelli e gli sti piti e i sensi. Aveva finito di vibrare come se fosse cessato un vento, e al suo posto scoccò l'ora dallo stesso campanile, senza fretta, che ricordava soltanto i l tempo immortale come la morte. Poiché si sarebbe assistito alla messa nella cappella privata del Cardinale, non s apevo come sarebbe accaduto; il Cardinale parlava con noi bonariamente, e parlav a di anni di vita, di cose familiari di ciascuno, di cose del mondo. Non potevo levarmi dalla mente l'immagine d'una casa mattutina aperta mentre si spazza e si ripulisce ogni angolo sotto la luce casta. Il Cardinale aveva sul viso il rifle sso di quella porpora che una volta per tutte è sul viso del ritratto dell'Innocen zo X di Velasquez, e mi pareva che a furia di parlare latino il suo linguaggio f osse tornato a un colore primitivo, quando l'italiano e il latino erano ancora c onfusi in una ganga, sotto il cretoso strato del dialetto. Questa semplicità e pri mitività della lingua che si ritrova molto spesso tra gli ecclesiastici, dava il v ero senso a quella porpora, ricordava il popolo; e anche quel viso purpureo era

Certo. soltanto che negli occhi la vecchia esperienza del popolo e ra mescolata a una sottile e maliziosa esperienza. affidava tutto un potere a lui solo. cominciò la sua mattinata. A guardare dal Teatro Marcelle. questo stesso senso. si può guardare lo strapiombo. umile e vissuta.un viso di popolano. nella sala da pranzo. In ognuno dei suoi gesti e de i suoi atti pareva che egli sentisse l'importanza del costume che indossava. egli ricorreva spesso a questa esclamazione: "Se' matto!" frase che io aspettavo con divertimento. lo si sentiva volargli intorno a servirlo con una sollecitudine da angelo. dei parament i che sanno di vecchio incenso. E c'era non so che to no fraterno. Il Cardinale si fece s ervire in una ciotola grande. e il cioccolato i mori e i missionari. mescolata alla cadenza d'un dialetto intorno a Roma. dei biscotti e dei dolci. suscitava per lui tutti i misteri. a guardarvi. in tutta la pompa dei suoi paramenti e con tutt e le sue insegne. dell'odore mielato della cera. con un senso di digiuno che si rompe. è vera verissima: torna. e ne parlò come si pa rla d'un nemico tra familiari. Affari di Stato. i luoghi delle città etrusche. alla fine. Ricordo che tra le espressioni di cui si serviva. e ancora l'odore d'un vino leggero e amaro che si versava da una bottiglia. proprio quello di cui Roma si volle . Avevo già notato. Ecco restituita agli uomini una gra nde favola. con un'eco di certe terribili minacce e maledizio ni che si leggono nei Vangeli accanto alla misericordia e mansuetudine. una roccia di questa stessa natura. Già aveva il tono del comando. quella che in qualche vecchio testo di lingua italiana si sposa a una tradizione realistic a e ferma. vengono a mente altre alture come questa. Era presente un comunicando. Il cameriere ve nne ad annunziare non so che generale d'un Ordine. tra la porpora e l'oro. da un giardinetto pubblico. La voce del Cardinale non era più quella. confidava tutti i segreti. GLI ETRUSCHI E LA CIVILTÀ POPOLARE Lo scoprimento del Colle Capitolino ha messo a nudo la roccia dalla parte setten trionale. dava qualcosa di pronto e di guerriero a quel viso a ntico. quella nostra prima fantasia intatta. vestito di nero. e tornò al suo parlare semplice e al "se' matto!" interessand osi ai fatti del nostro mondo come chi si fa raccontare i costumi degli eschimes i. con l e domande sorprese che avremmo fatte allora. Poi. di non aver mai avvertito così potente quel so ffio creatore di quando il celebrante afferma: "Questo è il Corpo. che attesta del primo nucleo di Roma. di sensi che si dischiudono. di quelle che davano a noi ragazzi nelle case camp estri dell'infanzia. della cioccolata. Fu allora che il sapore di quella lingua che avevamo udito poc 'anzi. e questo linguaggio era messo al servizio d'un giovinetto qualunque. e il latte ricord a i pascoli verdi. essa gli usciva da tutto l'e ssere. del caffè. Devo dire di non aver mai ascoltato una messa come quella. Vennero fuori i nomi di due o tre persone n emiche non di lui ma dei suoi ideali e della sua disciplina. d'un rude italiano d a vecchio libro. vi si a ggiunse l'odore del latte. si muove va per lui. s'impastò in un linguaggio unico e potent e. e l'uomo che era là sotto celato lo reggeva come si regge il peso d'una responsabilità. di tutti gl'infin iti tenuissimi odori d'una mattina religiosa. In quel momento quell'uomo aveva un'altra voce. dei lunghi assedi e della Rupe Tarpea. la sapeva più lunga di noi. Siccome lo assisteva un prete. come se lo consolasse d'un così treme ndo e impari mistero che gli faceva piegare il capo canuto nella più profonda umil iazione. E proprio ques to. E proprio in quel punt o finì la chiara festa di quel mattino. Lo immaginavo nella sala col tronetto. di reminiscenze latine. piegava a quel mistero tutte le sue forze. pie no di significato in ogni elemento e colore che lo componeva. Tutta la mattina fu piena dell'aroma del vino nel calice d'argento. con l a bugia d'argento e il messale e le ampolle. quel tono. di non averne colto m ai così bene il contenuto drammatico. I su oi giudizi sulle cose del mondo erano d'una saggezza popolare e rude. di lassù. e il Cardinale si voltò a parlargli come se parlasse a centinaia di persone. Mentre eravamo sul più vivo del discorso. questo è il Sangu e". e que lla storia della nostra terza elementare. aveva il tono dell'implorazione e del comando. un tono volont ario. è un angolo. ad aspettare. e in questo che è il fondamento del Cristianesimo. Ai piedi della rocca crescono i cipressi e il verde. apriva tutta un'esperienza. quasi che tutto fosse uno scherzo e una commedia di cui egli conoscesse la fi ne. nella sua voce.

altrove la ste ssa cosa è solitudine. mercanti che portavano a queste comunità cose per a dornare la vita. e qui tutti contenti di se st essi. avevano i loro dii come i Gr eci. la quale doveva essere piut tosto una forma di vita e una mentalità che una civiltà. A un certo punto della campagna. come dovette essere quell a di Roma primitiva. e quella propriamente rom ana. la sua stessa licenza e la sua giocosità. e fin gli oggetti d'uso im portati dai luoghi di origine. di una vita paesana che si fosse fermata proprio al punto in cui s'inizia quella che noi chiamiamo civiltà. con quel tanto di misterioso che sorge su u na Italia de' cui inizi parlano tanto familiari e quieti gli Etruschi. è la minuta civiltà popolare nella grande civiltà nazionale. Ce li possiamo figurare. E non è detto che anche questo non fosse un ve rtice. morte esterna. a sorridere. Tornano alla niente Veio e Cerveteri che questo paesaggi o stesso hanno in un'aria remota. un aspetto singolare della Roma di oggi. è radice etrusca. un Marte succinto con un elmo troppo grande e quasi infantile. Ed ecco che in un paesaggio tanto tranquillo e remoto. Quel colo re. il colore della terra. Spiriti grossi. fra uomini c osì ragionevoli. inquieta. Forse le vie degl'Inferi erano quelle dei p aesi morti. e dove la pietra di questa natura è divenuta una memoria di luoghi inabitabili. ma i n un quadro trionfante. L'altura guardata dalla rupe. ha sapore di Etruria. da tribù a tri bù. buona per vivere fino a che si è in vita. ai Latini. L'Etruria è il paesanismo italiano arrivato a una espressione perfetta. usi. Abituati come siamo a considerare le città etrus che finite e sterili per sempre. tradizioni. ma traducevano i temi della Grecia sulla creta. L'Etruria morì coi suoi ultimi uomini ventruti. ma in cui t utto rifuggiva dalle astrazioni. com'erano allora quando furono vivi: caste lla e comunità di emigrati cercanti tutta la stessa natura e lo stesso color della terra con un istinto di colonie del mondo animale. accanto alle civiltà perfette. levati sul cubito. questa è l'Etruria spenta e distrutta che si riaffaccia a Roma tra le s ue innumerevoli memorie. aveva empito di favole licenziose l'antichità per la carnalità delle sue donne. e a vederne il luogo si capisce che guerra dovette esse re la sua con Roma. il ricordo delle terre d'origine. nascevano le aspirazioni di Roma al divino. sulla via di Bracciano.disfare fin nella tradizione: un angolo etrusco. media delle civiltà antiche. il fiume vicino. Una civiltà di prov incia. una s trada si sprofonda umida per una valle. Direi anzi che una stretta parentela lega la provincia italiana del Centro con il senso della vita etrusca. a non si sa che incanto primitivo. Facevano tombe al modo degli Egizi. attestazione delle o rigini rustiche e terriere come ve ne sono alla radice delle antiche nobiltà. ben sì come case sotto monticelli di terra. della fine. i miti e i simboli nella stori a dei popoli antichi segnano troppo limitatamente la loro strada e impegnano l'a vvenire. il respiro del mare. è. Veio è alle porte di Roma. Tutta la letteratura che sa di popolo. da famiglia a famiglia. cosmopolita. avevano avuto i loro dii magri e sottili. come nei vecchi . sottile. Rimase una eredità. e come è quella della media Italia. si avverte ancor meglio lo stacco fra una civiltà originaria tutta provinciale e paesana. e per non lasciare nella storia a ltro attestato che di una operosità giunta al culmine delle aspirazioni nient'altr o che umane. specie popolare. a settentrione. coricati sulle tombe in una rassegnazione e pienezza bu ddistica. qui è continuità. la loro vita risuona di anf ore e vasi di terracotta come tutta la vita popolare italiana. quella roccia. Roma o Ruma non diversa da a ltre castella sulle alture. il limite della civiltà terriera e popolare. Si potrebbe seguitare a fantasticare di questi l uoghi sparsi per le alture del Lazio. da Bologna a Roma. Un mulino scroscia nella valle presso una chiusa e. sembra una via segreta come il meato attraverso cui gli antichi immagina vano l'ingresso nel mondo dei morti. Sembra di leggere Boccaccio. senza inquietudini. le sue scalze dee in atto di modeste passa nti. silenzio. costumi. da castello a castello. e uno dei più in teressanti delle ultime scoperte. nella pietra. ritrovare la loro radice qui. l'espressione cui si può riportare molta vita del l'Italia centrale. una vita provinciale arrivata alla sua limitata perfezione. uomo e donna sotto lo stesso lenzuolo. etrusca: l'assenza di favole e di miti troppo grevi nella loro storia. quella disposizione del colle. ma senza l'aspirazione delle piramidi che implica una civiltà inumana. rasenta un fortilizio medievale e un vil laggio. con tutto quanto Roma e a Rinascimento vi hanno saputo fondare.

è un mondo di eroi e di privilegiali. che a strapparle mostrano i loro tuberi sotterran ei come attributi sessuali (l'orchidea è un fiore maschile). l e sue abitudini. l'ost eria per chi scende a caccia. come se fosse una frana immane. Romani e Greci ci hanno lasciato quasi soltanto grandi at testati. Nei Romani la stessa morte con le tombe lungo le s . Fuori del mul ino sono pochi uomini. si vede da vicino lo spolverio minuto e lento d i questa terra. non c'è neppure quello che rende quasi allettante il suol o delle necropoli etrusche. ecco qui merci della vita d'ogni gi orno. il fiume era la difesa. Quasi consci della loro fine. Abituati come siamo a considerare le cose antiche tutte come prodotti tipici e unici. Poi. della maremma. niente altro che polvere. il fiume che sprofonda tra una vegetazione di fior i d'un altro regno. e cade nella valle: ha una vita di migliaia di anni. dei deserti. e si conficca come un'arma entro un colle erboso. e lungo il fiume erano le vie dissimulate fra le rocce. Là sotto si circondava ognuno di questa roba. Di qui si vede il mare. m a i grandi magazzini. e gli antiquari ne vendono per raccogliere la cenere delle sigarette. solenne. A occidente del paese è la necropoli: di qui il paese nuovo si confonde col vecchio colore de lla muraglia di tufo su cui è costrutto. miscuglio che dà un colore stretto a quella vita. uscendo su uno spiazzo. strumenti per misurare il tempo. A primavera il prato lungo il fiume è pieno di fiori. e i neri nerissimi rottami di vas i. Penso che se di qui a molti secoli le cose del nostro tempo e della nostra vita divenisse ro rare e preziose. come in certi paesaggi dell'America aborigena. con la sua bella fontana in mezzo alla piazza. vecchi a strada su cui passano le navi. l'albero. minuta polvere. un uomo sta lavando certi bùcc heri di fresco scavati in una tomba. si di rebbe che parli una lingua. nata da ne cessità pratiche. dell'olio. lampade. e tutta questa mercé d'uso quotidiano: coppe. e come in u na pianta sono visibili le fondamenta d'un tempio. in cui l'occhio cerca distrattamente il frammentio m inuto dei cocci. nella letteratura come nella pittura antica. la loro folla è que lla del coro dei drammi e delle tragedie. situle. C'era della tribù e della città. non c'è un solo rudere in piedi. come accade. come se si ritirasse. i cui nomi maggiori che ci sono pervenuti hanno un suono di casati italiani di vecchio ceppo. fondarono le città dei morti che furono in tutto la riproduzione delle loro case. il sentimento della gente piccola coi suoi angoli di casa. quello stile popolare che spesso è tutt'uno con lo stile arcaico. hanno uno stile fuori del t empo. Dopo pochi passi un recinto di filo di ferro chiude la necropoli. i suoi bisogni. ma que sti Etruschi. A sedersi sul muricciolo. des erto come la terra che è intorno. orci. Direi che l'archeologia di Veio è tutta in questo fiume ch e la circonda. sulla via di accesso che si stan no costruendo gli operai affiorano rottami di orci. alta. La terra è incredibilmente molle. del vino. le lastre di pietra della strada e delle fondamenta sconnesse. la forma dell a casa nelle loro tombe. allo stesso modo si presentano questi numerosi vasi. una ricca fio ritura di orchidee selvatiche. riconoscib ile in tutti i paesi. vecchio svago etrusco. dovette esser legata. è il mare che si vede nel fondo delle pianure. e apparve soltanto come volontà colletti va sulla via della volontà individuale. la linfa e il bagno.stucchi romani. sta nel fondo rattrappito. dei vetri dai colori iridati. e il colore di quella polvere. segni d'una vita eternamente pubblica. compatta e grigia come l'acciaio una strada selciata appare. la casa rustica. hanno portato nella nostra fantasia il colore d'un popolo. la vita minuta delle donne e dei ragazzi. come passi fatti incerti. l'odore del mosto e del vino dei vicoli. di cui non rimane che il disegno delle città e degli e difizi. l'acqua scivola sotto una passerella di legno. e il ponte naturale di pietra che lo scavalca. la visione d'un mercato di p iccole cose comuni. a significati occulti e relig iosi. e non è che lo smuoversi lento di poca terra sotto di noi. il campo. Cerveteri è oggi un paese. brocc he. i bovi che aspettano il carico. ma di altro mondo e di altri porti. il ricordo perenne dell'acqua necessaria. che d anno l'idea della mercé moderna a serie. fibbie. È diffic ile vedere più misere rovine di queste. Ma la voce dell'acqua è là sotto. il fondamento del tempio di Apollo. ciste. e non è questa una delle ultime ragioni del potere che i resti della vita et rusca hanno su di noi. quelli stessi che acc ompagnano la vita etrusca e il transito suo. Appunto questa religione dei fiumi. non le tombe somiglierebbero più a questi depositi etruschi.

come se qualcuno si dovesse destare ancora da una sete notturna. l'elmo. le strade che si spartiscono in certi angoli. è inquieta. per le pareti e per le colonne semp lici e squadrate che reggono il soffitto a travicelli scolpiti nella pietra. C'è la scala esterna. si vede il cielo. il materasso. Ognuno di questi luoghi è una casa. solo allora è come se si vacillasse al bivio d'u n viaggio ultraterreno. si avvicendava essa alla vita. e nel me zzo. dell'acqua. vi è riprodotto il letto loro di ferro o di rame. simile a una t appa.trade dà il senso del lungo cammino. Ma quei lettucci delle famiglie piccole e modeste! Quello dell'uomo liscio e sco modo. come le poste dei suoi cursori. lo scalino per salirvi. per starvi. il carniere. È veramente una montagna spaccata. sulla parete centrale. all'ingiro. appeso dalla s ua parete il ritratto di suo padre. le immagini della vita dell'uomo. scavata tutta in un blocco di tufo. Intorno. il tavolino da notte accanto. ma questi paesani con la memoria dei sepol cri orientali fondavano necropoli che dovevano sopravvivere sotto la terra cui p otevano correre le invasioni e l'aratro solcare senza disturbarli. il bastone. Il suolo è coperto di foglie secche cadute dagli alberi giù per lo spacco. per segnare il ritmo di chi rimenava la pasta e di chi vibrava i colpi di sferza delle punizio ni. Qui stanno insieme su un letto scolpito nel tufo e lavorato d i stucchi. e il piatto delle pietanze. fin dove l'antro diventa spazioso e la spaccatura raggiunge la cima. Piccola casa mod esta. Quello della donna con un cuscino di pietra più inclinato. La luce agisce sulla pietra come un corrosivo su una lastra fo . come in certe case rustich e si passa per la dispensa e per la cucina. In terra. e le due sponde r ialzate ai lati. una voce che si leva quaggiù si perde sorda e spenta. e infine il famos o flauto che suonava per la caccia. con le loro porte. la spada. non come nelle piccole sepolture d ove i letti sono separati quasi che uomo e donna avessero troppo faticato insiem e nella loro vita. sulla Via Aurelia. senza decorazioni. e a mette re i piedi sugli scalini. s'odono cantare gli uccelli sulla superficie della terra. lo scudo. si sa. Nell'antro le pietre cadute formano come una assemblea. PORTE DELL'ALTRO MONDO Siamo andati a vedere la Montagna Spaccata che si trova quattro chilometri e mez zo a sud di Orbetello. la spatola della cucina la faina. e solo più tardi. e per la signo ra. e sul tavolino da notte il rotolo d'un libro letto a metà prima di prender sonno. letto d'un'infanzia eterna. alle due pareti oppo ste due lettini di pietra separati dalla colonna che regge il soffitto. per il pranzo e per la danza. E mentre le voci trascorrenti lassù ris uonano dolci nella caverna. quando ci si accorge che è una città di sepolcri. letto premuroso come se qualcuno lo avesse rincalzato. dormire. senza servitù. di quanti mai passi risuonano. si rivelerebbe una c ittà di case basse. con qualche pianta di ro se in fiore ai crocicchi (caste e frigide rose delle città morte). nel mezzo. i due c uscini un poco in disordine per avervi vegliato un poco. una luce verde scende dagli alberi che crescono sulla rotta cima del colle e si affacciano sul crepaccio. In queste grandi case. Macigni fra l'una e l'altra parete formano la volta del corridoio. mangiare. quel li del padrone e della padrona. Le pietre radunate nell'antro sono incise dalla luce e dai raggi del sole che a certe ore penetrano come in una camera oscura e v'imprimono la forma dello schermo attrav erso cui passano. divenute sepolcreti. se si scoprissero dell a terra che li copre come capanne. quella umile e quella ampia di grandi e ric che famiglie. È lo stesso che affacciarsi alle soglie delle casupole di certi vill aggi: qui è una stanza comune. Sullo scalino sono posate le scarpine della signo ra. cioè un poggio alto una sessantina di metri e tagliato in due dalla cima alla base. letti di pietra inclinati pei servi che vi erano depos ti a dormire anch'essi l'ultimo sonno. com e se sopra vi fosse un primo piano. la signora ha appeso al muro una collana che si è tolta or ora. portano alla st essa pace e allo stesso silenzio. La necropoli di Cerveteri ha addirittura la pianta d'una città: una strada nel mezzo con la tra ccia delle ruote dei carri. l'arco del cacciatore. il l etto dei capi della famiglia è uno solo comune. domestica come il gatto. un riposti glio coi vasi del vino. il corridoio d'ingresso col muricciolo su cui sono posati i vasi dei viveri. con le sue zolle erbose. e un corridoio stretto dal macigno. per contenere meglio la donna che. e poi la stanza centrale: intorno in torno pel muro i cubicoli della famiglia. Vi si entra per un passaggio basso. Quella del sepolcro più grande riproduce il palazzo.

tografica. Cupe e morte sono le altre pietre nell'ombra perenne. Non vi cresce u n filo d'erba e non v'è traccia di vita. Questo è un luogo antico, naturalmente; ed è un luogo etrusco. Era forse un passaggi o per sbucare al coperto da una parte all'altra del colle. Ma, e forse meglio, f u un luogo di riunione per qualche rito. Gente di passaggio sull'Aurelia scende verso questa parte, pel viale dei giovani cipressi, perché la Montagna Spaccata co mincia ad avere i suoi visitatori. La misteriosa caverna è più accessibile oggi a ge nte che arriva da trecento chilometri lontano che non anticamente alla gente etr usca della città di Cossa che viveva sul colle accanto. Lo spazio era un fatto che contava per gli antichi nella stessa misura che esso non conta per noi. I racco nti prolungavano le distanze, e il mistero che è la potenza delle distanze. E poi, i luoghi sacri hanno il potere di creare intorno a sé una zona di lontananza. Dappertutto, nel mondo antico, si trovano luoghi come questi, latebre, lustri, r ecessi, spechi. E mi piace immaginare gli antichi ai quali le distanze appaiono enormi, anche quelle più familiari, come ragazzi ai quali gli angoli tra le stesse mura domestiche sembrano da esplorare o inesplorati; in essi trovano riparo nel le ore dei sogni e delle fantasticherie, fino a credere d'essere addirittura inv isibili nascondendosi sotto un tavolo. Non altrimenti l'uomo antico, e ancor ogg i l'uomo primitivo, vedeva le distanze che lo separavano da alcuni luoghi della terra; tutti e due, l'antico e il primitivo, sedentari non soltanto perché forniti di mezzi di trasporto lenti, ma perché, dovendosi muovere non per altro che per b isogno, poco avvezzi ai viaggi. Ma soprattutto il fanciullesco amore del nascond iglio accomuna l'antico e il primitivo; e il fatto di vietarsi alcune strade per ché spiranti mistero appena vi cresca un ciuffo d'alberi o vi sia una grotta. Oltr e l'orizzonte dove si ferma lo sguardo, essi mettono una favola. Basta, per ques to, sentire come in molti luoghi dell'Oriente e del Mediterraneo la gente fantas tica ancora di luoghi lontani, e come d'altra parte appaiono misteriosi i vianda nti, i pellegrini, i pastori, che per l'appunto fanno molto cammino. Ma, forse, non si tratta soltanto di abitudine ai viaggi, quanto d'un potere fan tastico proprio dell'infanzia degli uomini e dei popoli, d'una facoltà di animare ogni aspetto singolare della terra e di scorgervi un divieto sul quale nessuno c erca di procurarsi una testimonianza dei propri occhi. Noi stessi, andando a vis itare tali luoghi, torniamo insensibilmente all'infanzia nostra e del mondo, ent riamo in detti luoghi come un tempo della nostra fanciullezza scendevamo nella stanza più remota e oscura della casa come in un mondo animato d'una vita oc culta che ci sbigottiva. Per un poco vi crediamo ancora, tanto questo sentimento è radicato nell'animo umano, e risponde naturalmente a un suo bisogno. Un luogo dove questo potere fantastico degli antichi si manifesta con tutta la s ua ingenuità e forza, è l'Antro detto della Sibilla a Cuma. Qui la Sibilla dava i su oi responsi, qui era il passaggio per gl'Inferi, qui le rive del sotterraneo fiu me dei morti cui la Sibilla era guardiana. Questo luogo esercitò su tutto il mondo antico un'importanza tanto grande da fornire poi per tutti i secoli avvenire e alla stessa nuova religione un'immagine plastica del mondo ultraterreno. Il paes aggio intorno, tra il lago Lucrino e il monte, non ha nulla di singolare se non la solitudine che è propria di luoghi carichi di tanto significato, una solitudine rimasta incantata nei suoi molti secoli, e che fa pensare se non sia proprio un a coincidenza singolare che tali luoghi non siano mai popolati, quasi nascondigl i e bracci morti della natura. C'è quel pallore, sulla terra, sul lago, sul colle, e poi su ogni aspetto intorno per un lungo tratto, che fa del paesaggio una mem oria. La porta non è un così grande ingresso quale si potrebbe immaginare da una fan tasia moderna avvezza alla scenografia della letteratura e del cinema; è appena un passaggio, un meato, e di là comincia il gran viaggio. Tutto intorno alla porta, centinaia di biglietti da visita coi nomi dei visitatori, evocano nomi diversi d 'ogni terra. I biglietti, l'uno sull'altro, sembrano foglie cadute del grande al bero della vita. Stetti a guardare come i due uomini che ci dovevano servire da guida si cavavano i pantaloni per guadare la corrente sotterranea; un gesto simile, non guardabil e e da farsi in segreto, compiuto sotto gli occhi dei visitatori, nonché ridicolo poteva apparire grave e terribile; forse come a vedere qualcuno che si appresta ad eseguire una tortura. Era un gesto professionale; forse quegli uomini, di pad

re in figlio, avevano portato sulle spalle per lunga tradizione i visitatori del l'antro. E poi, come i due uomini portavano i pantaloni ripiegati sul braccio, q uasi che in una vita anteriore avessero avvolto intorno al braccio un mantello. I napoletani hanno a volte atteggiamenti da farvi rimanere a bocca aperta pel mo do con cui nobilitano o rendono naturali certi atti di cui chiunque altro si ver gognerebbe. I due traghettatori sono le migliori guide per una visita come questa: caricando vi sulle spalle per passare il fiume sotterraneo, vi fanno sentire di aver porta to mezza umanità sulle spalle, e di tutte le razze ed età; vi adattano con un gesto, una parola, uno scrollo; hanno una vecchia conoscenza del carico umano, con man o sicura fanno sentire una scienza della meccanica del corpo umano. Si vedono al lontanarsi col carico sulle spalle, per l'acqua di cui non si scorge il fondo, n ella grotta bassa e oscura al lume della lampada ad acetilene. Si sentono le lor o parole morte sull'altra riva, si scorge qualcuno posato laggiù che aspetta, che forse ha un vago terrore di essere lasciato solo mentre quelli tornano indietro a traghettare altri. Laggiù un amico, vi parla, come se la consuetudine di questa vita si perpetuasse nel sogno di quell'altra; tra due sogni: e le parole si spen gono nella profondità, e si vede soltanto una bocca muoversi come nella visione d' un mondo senza più suono. Da quanto tempo si compie lo stesso lavoro in quest'antro? È incalcolabile. E torn ano a mente i mille e mille biglietti bianchi che attestano il passaggio da quel la porta; messi insieme, l'uno sull'altro come l'ala d'un grande e fatale uccell o bianco inchiodata sulla soglia. Poi i due portatori, seri e attenti, dimostran o come erano dati i responsi della Sibilla; lo fanno con poche parole: uno indic a un tettuccio di pietra sulle rive incassate del fiume su cui i passi infiniti hanno improntata la pietra, ed è il lettuccio della Sibilla: vi si sdraia come la Sibilla, sul letto di pietra e sul cuscino di pietra, mentre l'altro si affaccia da un pertugio che comunica con la stanza accanto e mostra il viso di chi atten de la sorte. Fanno queste cose con poche parole: appaiono e dispaiono animando l 'antro e rappresentando l'antica favola del mondo in cui discesero Enea e Virgil io e Dante. Sembra un gioco di ragazzi, e una rappresentazione popolare. Ma solt anto perciò tutto è ancora vivo. E non dimenticherò come i due uomini prendono il prez zo del traghetto, e con quali augurii per la strada che ci aspettava. E come a u n certo punto passati al di là dal fiume letale, ci fermarono in una cella, davant i a un muro interrato, dicendo che il passaggio era interrotto, ma che di là si tr ovava l'altro mondo. Quanto era distante tutto questo? Come erano lontane le riv e del fiume? Come era grande il giaciglio della Sibilla? Mi parve tutto grande e breve nello stesso tempo, una misura difficile, la misura delle favole e della vita antica. LA FIERA DELL'IMPRUNETA Quel giorno, d'ottobre, la Toscana usciva da un temporale d'autunno, il cielo er a grigio e azzurro, e l'azzurro degli ulivi e degli olmi cui si appoggiavano le viti, e il colore finito delle viti autunnali, facevano di tutta la regione del Chianti un grande specchio del cielo e delle chiare nubi al limite dell'orizzont e. Tutto azzurro e grigio, d'un color minerale, in cui i cipressi venivano avant i neri tra quella chiarezza di colori metallica, e l'aria limpida e i campi eran o tenuti a guardia da cotesti cipressi come gente accorsa sulla soglia d'un camp o e d'un casolare. La piazza dell'Impruneta, per chi non la conosca, ha una sing olarità: che vi si accede dal ciglio d'un colle; la piazza si stende in pendio, la ggiù è il famoso campanile con la chiesa raccolta fra due ali di case; sul fondo, di etro il campanile e la chiesa, il monte delle Sante Marie, una collina sormontat a da una croce di legno con le braccia assai larghe; questa collina ripete l'imm agine della chiesa e forma con essa una sola architettura. Il ciglio del colle, prima che arrivassimo sulla piazza, era irto delle stanghe dei carrettini; dall'altro lato della strada da un muricciolo si affacciavano le teste più attente di asini e di muli: coi loro nitriti c'introducevano alla fiera , e per un poco non si sentiva altro. Ma poi, affacciandoci sull'altro versante del colle, si vide la piazza e tutta quella folla. Un torchio gigantesco, rimast o in mezzo alla piazza dalla festa dell'uva del giorno avanti, pareva un monumen to naturale, posto com'era nel paese più prospero del Chianti, e nel centro di que

lle famose vigne. C'era una gran folla, gente venuta da Firenze, borghesi e popo lani, contadini e fattori dei dintorni con le loro donne. I soli colori accesi c he si vedessero erano i fazzoletti turchini e rossi annodati al collo di certi c ontadini. La piazza in pendio è grande e sembra grandissima, appunto per la disposizione dei suoi piani; i movimenti della folla, come di un selciato disposto a onde, le da vano una più grandiosa dimensione. Guardandosi indietro per la piazza in salita, s i scorgevano tutte le cose, gli uomini, gli edifizi, gli animali, come su una ri balta inclinata; in certi angoli che parevano piccoli palcoscenici, nelle terraz ze delle trattorie, gente mangiava ai tavoli apparecchiati; sembravano in un int erno lontano; non so come, il ritmo delle braccia che portavano i cibi alla bocc a dominava quella scena, era il movimento gigantesco e multiplo di quella folla. Una folla silenziosa o quasi, tra cui le donne si aggiravano col viso smarrito e col tremore e il pallore che prende le donne, quali che siano, quando si trova no in una di queste feste, come se sentissero potente e selvaggia la forza dell' uomo. Era forse questo che dava un sottile senso d'inquietudine e di vicina cata strofe, un tremore di attesa, una vibrazione come alla presenza di forze occulte , e ad aggirarsi in un mondo in cui i contatti erano facili, come accade nelle f este, pareva d'impastarsi in un elemento umano, senza ripugnanze e senza pensier i. È proprio questo che dà ad altre feste popolari, sotto altri cieli, quell'ebbrezz a per cui la folla grida, canta, balla, in un'esaltazione collettiva, in cui la felicità, i dolori, le speranze, acquistano un unico senso, e i tripudi e i deliqu i mistici hanno gli stessi moventi. Qui tutto pareva calmo, semplice, lieto; le grida dei venditori che richiamavano l'attenzione sulle loro merci e incitavano a mangiare e a bere, suonavano come sferze su quella folla, con quel tanto di co nturbante che hanno le voci umane in un'accolta di persone. Dicono della sessual ità che si scatena nelle feste. Non è proprio questo: è la gioia di confondersi, in un freno rotto, il piacere di rimpastarsi in una materia vivente, l'abolizione di ogni antipatia nel ritrovarsi e nel fondersi in una solidarietà di natura animale. Altrove questo diventa facilmente esaltazione. Qui, tra un popolo civilissimo, quell'enorme festino, quella gioia del mangiare e del bere, parevano la celebraz ione estrema di un rito perduto, ma vivo nella memoria profonda degl'istinti. Er a facile ricordare la suprema indifferenza etrusca fra i beni della terra, il se nso di pace beata e di pienezza, quella del ventre pieno che li stende sui loro lettucci e li avvicina alla contemplazione. Si sa quanto son parchi i toscani, e come sono parsimoniosi; è la loro parsimonia che per l'appunto dà un valore tanto più grande alle cose; alla fiera dell'Impruneta le cose del vivere vi sono profuse come in una scommessa annuale, con la larghe zza cautelosa del popolo, col rispetto che ha il popolo per le cose necessarie a lla vita, che da questo rispetto escono quasi consacrate e che sono il segreto d ella vita antica popolare, il più aperto contrasto con lo sfascio di merci della c iviltà moderna. La piazza era piena di venditori soliti, quelli che portano alle f iere gli elementari manufatti dell'industria, rimasta per queste cose sempre all o stesso gusto e allo stesso colore. Ma lungo le fiancate della chiesa e sino alla fine del paese, c'è il banchetto più s traordinario che si possa vedere. Vi si tengono banchi di cibi, vini, sacchi di pane, e accanto a questi banchi le tavole apparecchiate e le comitive che mangia no col dispensiere allato. È come la conclusione dell'anno, il vino divenuto più sod o e già vecchio, la porchetta tenerissima, i polli buoni dopo le covate estive: ma bisogna vedere i tagli diligenti, i modi gelosi e solenni di presentarli, un pa radiso delle gole semplici, o di quelle sciupate ai mangiari raffinati, un ritor no alle manipolazioni originali, un vero museo dell'arte regionale nella cucina: le soppressate sembrano di alabastro, il taglio della porchetta crocchia sotto il coltello, e gli aromi dell'erbe necessarie a queste cose hanno l'alito delle case al tempo dei raccolti estivi. E questa non è che l'introduzione alla grande s cena che Callot non ha forse veduto o non è riuscito ad annotare, e che gli avrebb e dato uno di quei temi come la scena degl'impiccati o le sue folle di straccion i. Voglio dire, il viale dei polli arrosto. Da una parte e dall'altra della strada, per un buon tratto di cento metri, due f ile di rosticcieri improvvisati manovrano ciascuno quattro o cinque girarrosti;

le donne spargevano il sale da una gran cartata. l'aroma di quell'arrosto. Esse erano forse due Virtù. Le carni rosolate trascoloravano in breve per tutte le gradazioni del giallo. il rumore diff uso degli organetti e delle chitarre dei cantori ambulanti si mescolava al tinti nnio delle stoviglie. Cominciava la sera. Sotto quei pini. quello scialare in cui non si vedeva un solo ubr iaco. A lei si aggiunse più tardi u na vestita di verde. E un senso diffuso di una festa finita. tra lo smeraldo dei prati autunnali. e da una parte all'altra era tutta una sinfonia di giallo che andava dal rosso di Siena degli animali già a puntino al giallo zaffera no di quelli da rosolare. o profetesse che scrutavano la sorte sulle viscere degli animali. l'altro di là. Le donne o ra tuffavano le mani in quei resti lubrici e rossi per portarli a qualche mercat ino di città. e da quello spettacolo. si scorgeva per ogni spiazzo del paese gente seduta a tavola. e questa abbondanza era muta. quel sapore vecchio. e sono cinqu anta polli che si rosolano insieme sul rettangolo della brace in terra. e la folla si mosse andando verso la cima del monte a visitare il cimitero che lo domina. un uomo che girava su un carosello. . di qual vecchio rito faceva parte? A un certo punto vidi una figura di donna vestita di rosso in un prato sulla chi na del colle. ogni angolo della casa era occupato da una foll a già seria all'ultimo bicchiere. di rose sfiorite e di giardini autunnali.ai lunghi schidioni sono infilati una dozzina di polli. tutti insieme. quella grassa abbondan za e insieme pulita e composta. Un apparecchio girava di qua. poi il sottobosco non fu che uno svolazzare di carte in cui erano state involtate le cene. e sembravano vecchi àuguri. Di tutti quei polli non rimanevano alla fine che le viscere e le rigaglie in grandi ceste. A nche questo. Tra questi fumi di arrosto e di vino. in tutte le stanze. anch'essa piena di gen te. e ancora i cipressi de i casolari e dei cancelli che guardavano esclamando verso di noi. Dall'alto della terrazza. volatizzavano e diffondevano l'odore dell'arrosto. e solo quando la mandata er a in ordine gridava le lodi della sua cottura. parevano un'antica fantasia popolare. accanto ai bicchieri vuoti i brividi dell'autunno e quelli del vino si confondevano in uno. le due donne. capitate là da un affres co. osservandone i colori con l'occhi o attento di un pittore. Le braci. dei so liti nelle fiere. e per poco stettero sole e ferme in quel ritmo di uomini ch e scendevano e salivano. e le scene dei venditori allineati coi loro apparecchi e i fuochi uno accant o all'altro. dopo la festa. e i l rosticciere badava che il fuoco li colorisse bene. e intorno a lei mi pareva che tutti girassero in un'armonia. c'era gente che mangiava. di cosa lungamente conserva ta. coi movimenti leggiadri che hanno gli uomini veduti da lontano in folla. pareva volare in sogno e con una leggerezza di ebbrezza. ben gialli. col sapore e l'odore del vino del Chianti. tutti in un medesimo len tissimo ondeggiamento ma in diverse direzioni. col suo azz urro e coi suoi grigi lontananti e divenuti più duri e più freddi e più sereni a mano a mano che declinava il giorno. quasi un migliaio su tutta la strada. Tra p oco avremmo veduto quello straordinario viale già alla fine dei pranzi e della fes ta. Si poteva stare un pezzo a osservare la sapienza di quella cottu ra. da quella sinfonia di od ori sembrava di uscire a rivedere una luce sublime. apparta mento per appartamento. le teste con le lor var ie penne come dipinte da un pennellino sottile in una stampa chinese. A levare gli occhi si scorgeva la vallata di qua verso il fiume Ema. in cu i ella rappresentasse il simbolo di una qualche virtù. Più oltre il dilungarsi dei campi e dei colli della Greve. si scorgeva la folla seduta a mangiare. i polli divenire marrone e rinseccolirsi con la stessa tristezza di un fiore che appassisce. gl'inservienti infilzavano intorno ad al tri spiedi la nuova mandata. Nei corridoi i contabili segna vano le portate su grandi fogli. Il rosticciere ne regolava i movimenti con attenzione girando lentamente la ruot a che mette in movimento gli schidioni. già fredda. C'era un intero edilizio sgombrato in tutti i piani. e. la collina delle Sante Marie si levava davanti a noi investita dal sole avvinato. Ma la visione di quella mate ria in continua trasformazione. e bastava un attimo perché si notasse un colore troppo bruc iato e risecchito come di certi polli di cartone che si servono ai finti pranzi delle commedie. sotto. altre l'olio. Proprio così. q ualche vecchio castello tra i vapori sfolgoranti lontano.

Tutti i giorni. e non pagano un soldo. sopravvanza ndo le case più basse. "Sapete quanto pesce hanno buttato come rifiuto il giorno anniversario dell'Impe ro? Quattrocento quintali. "Ma andatelo a dire un po' a loro. aggiunse il padrone de La Pace." "Ma lo pagano. Avevano telegrafato a tutti i porti d'Italia: mandate pesce. "Già. Ma ha un cap opesca che sa il fatto suo. disse riflessivamente il signor Loffredo.I PESCATORI DELL'ARGENTARO Il signor Loffredo era il proprietario del motopeschereccio Montargentaro. disse il signor Loffredo. Quando fu varato due anni e mezzo fa. Egli parlava del resto sempre sottovoce." "E ormai fanno doppino due volte la settimana. Quanto lo pagano ai Mercati Gene rali? Di'. "Lo avete visto il Montargentaro? Si riconosce subito perché non somiglia a nessun altro. e la domenica fino a sera stann o a casa. "Il pesce costa così caro"." In quel momento passava traballando. un altro ancora.. conosciuto i mari fino al Lev ante e alla Spagna. Poi ne hanno seppellito quattrocento quintali. avendo n avigato per venticinque anni a bordo d'un veliero. Il signor Loffredo aggiunse: "Io non mi occupo di quello che pescano gli altri. potrebbero venderlo in tempo a prezzo basso. Ora è l'uso che non rimangono a casa se non quando il mare è proprio catti vo." "Come? Hai tutta gente di Port'Ercole?" Poi rivolto a me: "Vanno lontano. l'autocarro col rimorchio del Monte Argentaro." "C'è anche questo"." "Pagano? Vi comunicano che è invenduto. è nutrimento." "Diciotto quintali. Difatti è un po' tozzo. Io non desidero altro che di cavarmela. la cautela. non sono in mare tutti i giorni?" "Tutti i giorni?" "Trecento giorni dell'anno. Quanti quintali. quanto lo pagano? Una e venticinque. ripartono alle nove di mattina. sono nuovamente all'Argentaro verso le quattro . Ma c'è la sua ragione. Questi autocarri si muovono la sera. con quella discrezione che è propria dei marinai. E non dicono dov e vanno. È cibo. dice il padrone de La Pace. in posti che nessuno conosce. "E del resto. . "A Roma.. s'è stabilita una specie di gara. caro signore. "Sborsate una sull'altra". Anche col tempo peggiore tornano a casa con un buon carico". di'?" "Quindici. Arrivano alle due di mattina a Roma . il più reputato peschereccio appunto dell'Argentaro. potete pensare ." "Vorrei imbarcarmi per un doppino"." "Tutto l'equipaggio è di Port'Ercole. Poi un altro . quasi il timore di guastare col pensiero q ualcosa che sta accadendo. dissi io. La notte sul sabato. i pescatori. riflessivamente. Soltanto quindici. ch'egli aveva fatto costruire seco ndo le sue idee e i suoi gusti. "A Roma"." Il signor Loffredo disse questo sottovoce." "È lavoro. riempiendo di sé tutto l'abitato. che non aveva ancora parlato. Ieri l'altro tornarono dopo tr e giorni.". dico io. è lavoro". disse il padrone de La Pace. È uno di Port'Ercole. "Ma dico. è grazia di Dio. Ma non erano buone giornate. e la nave che è costata centosettantacinquemila lire. E così tutti i giorni. Gli uomini che aiutano a scaricare sono due e dormono a b ordo. "Ma quel giorno non si poteva uscire. tutti dissero che sarebbe andato s ubito a fondo. sette uomini d'equipaggio. e sovratutto secondo le sue esperienze. disse il padrone de La Pace." "Magari fossero due lire!" mormorò il signor Loffredo. e i viaggiatori della li nea di Pisa li vedono sulla strada rotabile. perché ho delle spese: la nafta. Sapete che cos'è un doppino? Quando i marinai stanno in mare due giorni e due notti. di quanti pescatori. Il lavoro. avete inteso? Tiene il primato di questi posti. "Quanto ha portato ieri sera?" "Diciotto. Quest'anno sono rimasti a casa quando?" "Un giorno su trecento". e che dipende da elementi tanto incerti: il mare." "È il miglior motopeschereccio di Santo Stefano". due lire il chilo al massimo.

Questo dramma si svol ge silenziosamente. e su questa piantare la vite. Scalare un colle di roc cia."Va bene". che va peregrinando in cerca del guadagno della giornata. bisogna far saltare i massi c on le mine. intisichire. che dove si può si pianta un orto. Tra le arti che gli uomini dell'Argenta ro sanno esercitare è questa della pietra. su questo monumento della ostinazione italiana. La pesca sull'Adriatico è difficile. e i vignaiuoli sono sta ti costretti a mettersi in mare. Bis ogna chiedere a qualche altro elemento le risorse per vivere e per ripiantare la vite. rip iantano la vite giovane filo per filo. carciofi. gli uomini hanno armato barche. e niente è più crudo di questi bastioni di pietra costruiti in modo ciclopico. per cui la v ite s'era adattata al luogo. e mi trovavo in un mondo estremamente lontano. i mercati. e ri salendo il mare. paranze. C'è penuria di pietra come da noi c'è mancanza di terra. Dove la terra è difficile." Gli autocarri avevano svoltato la punta tra un nuvolo di polvere. sonoro e lucente. "Quando volete. arida. una vigna. La pietra è a suo modo una ricchezza. motopescherecci. guidando la motocicletta dopo aver guidato il suo motore in mar e. Non ve n 'è fino agli Urali. è un capitolo fra i tanti dell'epica del lavoro italiano. in un vagone di terza classe. Sul lavoro dei padri messo su con le mani aride dei cavat ori di pietra. e tentano tutti i giorni le fortune del mare. Per via di questo l avoro ingrato una colonia intera di marchigiani ha abbandonato quelle rive. Molti sono spint i dalle cattive annate. di fficili da colmare i binari dei treni. bisogna lavorare seminudi in acqua. Per istrada incrocia altra gente. e da quel flagello che ha distrutto in pochi anni molte vigne: la fillossera. qualche superstite vi pianta qualche ortaggio: pise lli. vedere la vigna spogliarsi. È l a storia della Liguria. secondo i pochi soldi raggranellati e le economie degli uomini che navigano. d'inverno. che non sanno ormai cos'è la vita. separata. paziente. disporlo a terrazze di pietra squadrata. e i vecchi. disse il signor Loffredo. la gente cerca il mare. e bisogna d ar da mangiare ai ragazzi. non ha nulla di pittoresco per impressionare gli uomini. a un terremot o. per tutto lo stivale. ricco. Ne ha distrutte alle Cinque Terre. Questa dell' Argentaro è una. ha fatto una notte di pesca e un'altra la farà in viaggio. Poi più tardi la motocicletta di qualcuno che portava un carico al mercato di qualche città vicina . Conosco gente ostinata. riprender la lotta che è già tanto acerba quando la vite è viva e sana. verso i luoghi che comperano facilmente. Ric ordo per esempio che una materia prima che manca alla Russia è la pietra. l'Argentare! Sul magro promontorio che dove c'è un riparo o un muricciolo o un poco d'acqua matura buono l'arancio. baccelli. sempre in lotta ma tutti gli anni pieno di n uovi figli come un mai smesso atto di fede nel domani. La notte è di quelli che tentano dalle spiagge più remote di raggiungere le città. colmare la fossa. mentre qualcuno. Il proble ma delle strade in Russia è un problema secolare da cui dipendono molte cose nella pace e nella guerra. mentre le donne rimaste a casa. pe r accostarsi alla terra. tanto essa è divenuta complessa. dopo anni di selezione. Ma dove c'è il modo di tenersi al riparo. quelli che portano pane e uova. enorme. col suo carico di pesca su un rimorchio. porta pochi chili di triglie o di sogl iole. stretto m a folto. forte d'una forza quasi naturale. tanto sono abituate a una fatica troppo pesante. s i è stabilita a Bocca di Magra. dalle Marche. che ricorda architettu re di mondi primitivi. Qui invece la pietra è troppa. bionda e fertile. . Anche qui all'Argentalo ho trovato la stessa condizione. o al Caucaso. aveva formato una specie famosa per tutte le contra de dei vignaiuoli. portare lassù la terra a sacchi. La notte è di questa vita occulta che reca viveri verso le città assediate dai bis ogni. Ero distante appena centocinqua nta chilometri da Roma. perciò quasi tutta la contrada è fatta di abi tazioni di legno. q ualcuno parte dalla costa dell'Adriatico. con la sua scatol a di zinco. liberare la poca terra che è buona. Con un co sì bel nome. cento migl ia a settentrione di Roma. trasportare per la costruzione del le fabbriche la troppa pietra che rimane. con le mani intirizzite e dure che non riescono più a stringere un' altra mano. e perciò le strade sono difficili da costruire. che viaggia. La fillossera ha portato la rovina. Questo equivale a un disastro. Intanto l a popolazione ai piedi delle montagne si moltiplica incredibilmente. il mare ha pochi approdi. faticoso e duro ma pulito. Ma il vino prezioso non spunta più. superati Messina e il golfo di Salerno. la vita è piena di gente ch e passa.

il capopesca del Montargentaro. e ha otto cuccette col materasso. e di anno in anno sc ende in mare una nuova flottiglia di naviganti. dove è stato fatto un r accolto la cui spigolatura promette di guadagnare la giornata. "Eccoli: tutti portercolesi. qu attro da una parte e quattro dall'altra. Quando sono in porto si fanno visita e passano il t empo insieme. mi disse Sabatino Ferdinando. Posa il bicchiere vuoto sul tavolo. c he è di quelli che preparano le partenze. Ci misero in barca invece di mandarci a scuola. Questo è l'unico motopeschereccio che pos sieda un tavolo. buoni per fare un po' d i fuoco. seduti sulle pan che. dà un colore a tutto i l paesaggio. Dalle case piene di figli ve ngono a sapere dove è passato qualcosa che sia il loro bene. alla gente che va in frotta sulle biciclette. il principio d'un lavoro. Il più giovane della compagnia prende il fiasco smezzato e ci versa dell'acqua. Sapete che c'è? Da quando siamo noi qui s'è stabilita una gara. pesca. o in piedi. nove pescatori. di una lotta. gente va verso i fiumi dolci. Loro sono navigatori a vela da togliercisi il cappello. corrono dove si possa ricavare qualcosa dalla natura e dagli uomini. ricordano la grande comunanza del mare. Uno dei pescatori sta riempiendo un bic chiere e lo passa volta a volta agli uomini che stanno intorno. intorno al tavolo. la coperta. una trama tessuta giorno per giorno in una vita comune e in cui è difficile entrare. "Questo più giovane è il cuoco. pronti a tutto. "p er la pesca bisogna che lascino fare a noi di Port'Ercole. dopo anni di lavoro. sono in boccio l'uo mo destinato a una delle vite più faticate del mondo. lungi dal dare l'idea della povertà. disperato." Difatti i tre uscivano. d'una marcia in guerra. È una di quelle ." Sabatino Ferdinando è entrato per ultimo sotto il castello di poppa dove sono racc olti. o dove le telline sono ficcate nella sabbia. Un simile impiego dei giorni. della Corsica e della Sardegna lontane. A tratti ridono. il salvagente. seguitando il filo di un discorso che io non int endo. steso in mare come un satellite dell 'Elba vicina. Hanno un dialetto toscano in cui qualche costrutto napoletano. ai ragazzi e ai vecch i che vanno a piedi. la misura per dividere il tempo e per calcolare la vita. Che ci si può fare? Facciamo la gara. v'è la grande distesa della Maremma. alle ragazze sedute in groppa agli asini. A piedi. La pietra del terrazzo è esatt a. gli altri tre non c'entrano. E bisogna dire che. Alle spalle di questo promontorio di cui i viaggiatori possono vedere il profilo passando davanti alla laguna di Orbetello. a piombo. con un ultimo frizzo. Hanno già visi d'uomini. dietro alle spall e del padre. Veramente sono famosi per la navigazione a vela. all'alba. Poiché è in Italia. sarebbe spopolato. questo sarebbe il loro mestiere dopo quello di vignaiuoli e di agricoltori. e in Toscana. Sei soltanto di questi sono i miei marinai. Ci si nasce a queste cose. Quelli che non possono. e in Maremma. aspettan o. t utto quanto fa questo pugno d'uomini aggrappato alla roccia riporta alla mente u na saggia amministrazione. Tutti si fanno attenti a un tale atto. le rive sabbiose dove la furia invernale ha trascinato i tronchi degli alberi. quando sono a terra." I portercolesi ridono tra loro. Ma noi di Port'Erc ole siamo pescatori dall'età di cinque anni. Sono tutti pare nti. qual che accento ligure. Quelli dell'Argentaro hanno armato una trentina di motopescherecci. Trio nfante. Ognuno che beve alza il bicchiere e mi dice: "Salute". d'anno in anno strappa qu alcosa alla natura. salutavano allegri. Ma in mare non ne tocco". La vorano a bordo d'un altro peschereccio. n e vuoto un fiasco per pasto. I ragazzi si fermano alle case per chiedere un sorso d'acqua da bere. brullo e selvaggio. A bordo il più giovane fa da mangiare. "Per la pesca". oltre alle p aranze. liscia come un muro. Di mese in mese si leva una casa nuova. "E voi non bevete?" Il capobarca Sabatino Ferdinando non beve: "Di questo io. Ancora uno sforzo. e domandano se vole te comperare telline. un individuo ripia nta una fila di viti sul più alto terrazzo di pietra.Se fosse in una qualunque altra nazione. De v'essere questa un'operazione consueta. una ristrettezza previdente e di tipo familiare. navigazione. la corsa verso tutto quello che è buono e utile. La giornata è la preoccupazione esatta di tutti. spigolatura. Tornano la sera.

che termina ogni ventiquattr'ore e si ri nnova per altre ventiquattr'ore: l'ansia di domani. sano.compagnie tanto affiatate da lunghi discorsi che basta un'inflessione di voce pe r farli ridere. dei lavori e delle opere che vanno terminati in un breve giro di ore. "Lui solo". Mi trovavo nel mezzo della più semplice espressione della vita moderna: l'ansia del lavoro quotidiano. Appoggiato al finestrino. Sette uomini in un'imbarcazione che affronta quotidianamente la sorte. "Sono tutti cugini e parenti". I tre ospiti uscirono. l'idea che in quell'ora i trenta motopescherecci dell'Ar gentaro erano in mare. Sabatino. un Crocifisso di ottone nella luce rosa della lampadina appesa nel mezzo. Il lavoro. avevano attinto gli uomini dell'equipaggio. Erano blocchi di asf alto di qualche nave che s'era disfatta del carico. Si staccò da noi e cercò in una custodia di legno. I sei giovani andarono. nella tempesta. una vecchia sveglia di quelle che si preme u n bottone per interrompere il suono del campanello. e vo lgeva a me un viso stranamente infantile. e le ca ssette che aspettavano d'essere riempite. I l più giovane aveva finito di annacquare il vino. il capopesca . quotidian amente si propongono questo problema: se il mare darà a loro i quindici o venti qu intali che occorrono per strappare la vita e per dare da mangiare ai figli e all a madre di questi. era come se ammettesse in un'intimità solidale qualcuno ch e ne fosse fuori indebitamente. paffuto. aveva qualcosa di ridente e di giovanile. alla gamba del tavolo. "Figuratevi". donne della stess a famiglia e dello stesso sangue pensavano in quel momento ai sei giovani. come succe de di vedere in certe figure etrusche. Il motore cominciò ad andare. Uno e ra un poco più avanti negli anni. mi disse il capopesca. da una casa sicura. Ridono d'un riso naturale. e già calcol avano la cifra annunziata all'arrivo in porto. nuovo. fissata tra una cuccetta e l'altra. cercavano la profondità propizia alle loro reti. Il cielo non prometteva nulla di buono: era gonfio e livido. e già col passo di chi va al lavoro. e lo posò in una cuccetta vuota. un'espressione non consu mata da convenienze. o mediterranee. Sabatino con un gesto consueto legò con una funicella. la fatica. Sabatino aveva ancora la giacca sul braccio. si disperse ro alle loro faccende. indurito dalla vita. Oggi non saprei dire. ma. ma lo diverrà: è fidanzato d'una mia nipote. e d' un tratto fummo nel mare aperto. Posò la sveglia. col rumore del motore che si attutiva nell'imme nsità e faceva pensare a quando si sente palpitare di lontano. e si arrotol ava una sigaretta da un pacchetto di trinciato che poco prima avevo veduto sul t avolo. Erano le undici e mezzo. il punto d'onore. e questo atteggiamento faceva risaltare quanto di virile e di già us ato alla fatica era in lui. come a un bene comune. "non lo è. e già con un viso più forte e solcato. Contava la gara. per v ia di un certo naso all'insù. sette uomini cercavano nel mare grande l'incognita della fortuna uguale per trecento giorni dell'anno. a cui. il petto nudo. tirammo su le reti con un gran peso. Nella stiva c'era il ghiaccio. il dolore. Perché un pescatore ha un minimo di paga sulle dieci lire. E mentre egli to rnava a quella parete. i pantaloni con la cinghia stretta sotto il ventre. mi accorsi di un Crocifisso fissato sulla travata di fond o. Lesse l'ora. mi disse il capopesca Sabatino. Quella volta il mare era discreto. Il ca popesca il doppio. il sacrificio. Brillò il faro alla svolta. Si capiva che tutti e sei ubbidivano a un'occhiata di Sabatino per il s uo prestigio e per un diritto di parentela. Era uno di quei tipi popolari italiani che si riconoscono come d'una famiglia. quando voi do vevate venire con noi. Ma gli altri come se ancora il rischio e i pericoli li avessero sfiorati al primo vento della gioventù." Questo legame promesso. E non avevano quasi importanza i quindici o venti quintali di pesca. L'agitò un poco per vedere se camminava. lucido come un legno prezioso. t ra altri fiaschi e bottiglie. Il tempo non ha ancora deciso quell o che vuol fare. e po i cinque lire per ogni tonnellata di pesce che si riesce a tirare a bordo. e m' indicò il più giovane. la panca da cui si era levato. Tutti gli altri erano sposati. e tenen do docilmente il timone di quercia. con una cura simile a quella di chi bada alle facc ende di casa. "che l'altro giorno." Si mise a guardare il cielo dal finestrino della gabbia del timone. Ne l cielo si vedeva l'albero della nave passare come se indicasse qualche stella c he brillava pallida tra la coltre dello scirocco. Non doveva aver più di quar ant'anni. il viaggio dei naviganti.

Sabatino invece si levava ora dalla sua cuccetta. l'odore acerrimo di questa fat ica. e questo era il picchiare d'un piede calzato che batteva due o tre volte sul palchetto della garritta. Guardate che noi non torniamo indietro e non facciamo scalo in nes sun porto. avrei più tempo per pescare e n on dovrei perdere sei o sette ore per trovarmi sottovento. che avevano un ritmo costante. andare a scaricare il pesce a Livorno. con un gomito sul finestrino. lo scricchiolio de lla nave. Sabatino. La nav e va avanti da sé. Vedo osci llare l'alberatura nel cielo smorto. Egli divide l'uni verso in otto correnti. come se si assestasse. Poi bisogna tornare indietro più che in fretta. "Noi adesso spostiamo di un vento e mezzo". pieno di vita. "Possiamo andare a dormire". nuovi. ma ormai conosciuti e fidati. mi dice: "Se avete qualch e bisogno. in trenta anni di questa vita. sparsi. Al lume de lla lampada. A me. Alle quattro vi faccio svegliare io. "Da come si mette il cielo mi pare che venga vento di terra. Stando sdraiato vedo sopra di me passare lenta la catena del t imone. e il cuscin o cui Sabatino ha cambiato la fodera. È coperta con un'asse di legno con sopra un pentolino per attingere. vedo i marinai ciascuno nella sua cuccetta. la più vicina al centro della nave e al gabb iotto del timone. Dal boccaporto arriva l'alito profondo del mare come una ventata. Di tanto in tanto. rumori elementari. Vestito coi pantaloni lunghi. Invece devo tornare di dove sono partito. dalla cassetta che la raccoglie. ma che non era Sabatino. Bisogna andare dove si possa pescare al riparo. e si trattava di ra ggiungerlo in tempo per buttare le reti. bastò a farmi saltare sulla cuccetta. e pre cedere i mutamenti del vento. ma una riforma: "Noi ora andiamo anche cento o centoventi miglia lont ano. Bisognerebbe che i pe scatori potessero indifferentemente portare la pesca nel porto che hanno più vicin o. e che sapeva di dover svegliare i . il pugno sulla guancia. di bordo. in cui non lavoro". Sotto la garritta una grande giara di cr eta con l'acqua dolce oscilla appena. e taglia ognuna di queste correnti con precisione come s e tagliasse il pane. poteva sta re in mare molti giorni. da quello che prevedo. una man o al timone. prima di coricarsi. s'è fatto anche un suo piano. Io impiego almeno dodici ore tra vi aggio di andata e viaggio di ritorno. ha la sua riforma da adottare ch issà quando. dove poggio le s palle si sente l'onda battere come la schiena di un grosso cetaceo. Andiamo tutti a dormire. in questi scomparti. Stando sdraiato vedevo che al posto del timoniere due gambe coperte da un paio di panta loni turchini erano ritte e reggevano un uomo di cui non vedevo il viso. e alla fine divenuti ragionevoli: ma poi un altro rumore. C'è un istinto sveglio nel sonno. sono impregnati dell'odore forte e umano d ella vita di mare. e io mi ero addormentato sui rumori che si accor davano insieme. Voi soffrite il mal di mare? All'aspetto si direbbe che sopport iate il mare. Avevano tentato di tenergli dietro per scoprire dove fosse quel luogo. per esempio." Sabatino. Succede. altrimenti ci taglia la strada e bisogna spingere molto più in su. Ma i pescatori non dicono mai dove sono stati. Domani il vento ci batte magari di prua. E poi qua e là. Nella notte si sente appena il fasciame d ella nave crocchiare. fedele alla consegna. La coperta. siamo otto qui dentro. il motore. Qui dentro s ono in mezzo all'odore più profondo di bordo. accesa nel mezzo." Sabatino m'ha ceduto la sua cuccetta. come tutti coloro i quali conoscono un lavoro intimamente. vari oggetti fra cui riconosco una pipa. di energi a e di volontà. Un marinaio s'era sostituito a lui durante la rotta tranquilla della notte. poiché quel battere del piede era tutto quanto bastava per svegliar lo e chiamarlo al suo posto. e s'impiega il doppio per tornare indietro. Ma per poco. il Mortargentaro aveva un motore di centoventi cavalli. e prevenire le sorprese dei venti. D 'altra parte. e correva ve rso il timone. Sento di etro a me un salvagente che attutisce gli urti contro la parete di legno. Parla esattamente. farebbe comodo. dice Sabatino legando con una fune il timone a un u ncino. Il motore batte esatto e uguale. odore di equipaggio. la val igetta che mi fa da schermo contro la luce.Sabatino mi raccontava che egli aveva il suo posto sul mare. sporgetevi a poppa. il mare. mi tiro addosso la coperta. ma tenetevi bene stretto alle sartie". "Domani all'alba ci sveglieremo. aggiunge Sabatino. A volte si addo rmenta anche il motorista appoggiato alla macchina. quando sarò do ve dico io.

sotto una larga fetta di pane messa a coperchio. E intanto il marinaio più giovane veniva avanti portando certe grosse tazze in cui. Il vento la sbatteva più forte trovando resisten za. e si muoveva pigramente. Vento di terra. e le onde che si levavano ora da una parte ora dall'altr a come apparizioni che prendessero strani aspetti. quattromila lire tra reti e cavi. Ma dobbiamo essere sul rovescio dell'Elba". Dal finestrino si vedeva. millecinquecento metri di cavi di acciaio. Ora. Non vorrei tornare a casa con questo be l guadagno. la rete scivolò sul rullo mobile di legno ch iaro e si sprofondò nel mare. "Come avete trovato questo posto?" chiesi a Sabatino come se fossimo arrivati in un luogo riconoscibile. "Guardando la carta!" rispose. a perdita d'occhi o. difatti avanzava. e i cavi dovevano essere mollati per tre volte ta nto. e indo . e l'acqua si smuoveva ora enorme e lenta. e l'odore del caffè si me scolò a quello della carbonella e a quello della nafta. sperduto e grigio sorse un gabbiano che poi scomparve come se avesse dato l'annunzio della morte dei pesci. e si sentiva lo scroscio mentre ricadevano o si rompevano. Sdraiato nella cuccetta. E poi velieri. e bisognava tenere l'equilibrio stando sull'asse di tutto il corpo. Qui il mare e ra profondo cinquecento metri. limitato da ogni part e da una fitta nebbia opaca. ognuno stendeva la rete abbottonandola a questo dito. sommovendolo. ora di stracci. Io non mi reggevo né sdraiato né seduto e dovet ti riparare presso la gabbia del timone mentre il mare diventava più forte. di cui il dito gro sso s'era fatto piatto e largo nell'esercizio continuo di puntarsi sulla tavola col mare inquieto. I sette marinai vi si erano radunati e. per me alme no. senza un punto di riferimento. mentre stavamo aspett ando che passassero i quaranta minuti per la levata delle reti. Per me era stesa una stuoia perché mi potessi sdraiare. perché questi marinai stavano a loro agio. e che possono costare caro. ma lentamente. Il mare era grigio. "c'è il pericolo di impigliare nelle navi affondate. A un certo punto Sabatino ricon obbe quasi uno di questi paesaggi. Il ven to era caduto. di sotto il tavolino. Col piede nudo e teso. Laggiù dev'essere un inferno. seduti in cerchio. sicuro. Ci sono sette sottomarini colati a picco du rante la guerra. Sabatino disse: "Non vedo dove siamo. la scena aveva qualcosa di familiare. strigliando il fondo dell'abisso. le onde cominciarono a levarsi a ventaglio verso poppa. Dico che non c'era n essuno in mare. sul gorgo dove si stava compiendo qual cosa. a una velocità di non più che tre chilo metri l'ora. nel mezzo del nostro dormitorio. il sole si intravvedeva appena come di carta velina tra le nuvole. il mare. Su questa terrazza costituita dalla poppa. perché disse: "Pronti". aggiunse. Erano giorni che piovve cenere su tutto il bac ino del Tirreno. "Cinquanta miglia più su". tirando su ogni cosa." La nave andava avanti come un cavallo che morde il freno. Difatti l'aria era grigia. che dovevano permettere alla ret e di trascinarsi sul fondo raccattando tutto quello che trovava. fumava il buon c affè nero. alberature che impicciano. Intanto i cavi di acciaio arrotolati verso prua si s ciolsero e cominciarono a scendere per centinaia di metri in mare. Abbiamo passa to un vento e mezzo. cui seguì poi un naufragio. vedevo i pantaloni da soldato di Sabatino. un marinaio mi v enne a dire se volevo accomodarmi a poppa. Ma sulla scia della nave. Raggiunsi Sabatino presso il timone. s'era messo a fumare un fornello. e con la destra pass avano lo spago con una specie di spola.l suo capo a una certa ora. spiando di quando in quando con occ hio distratto i flutti. Ora si capisce quello che vu ol fare il vento. ora di veli. spazzandolo. I marinai si addensarono verso poppa. senza un segno. e si sentiva che qualc osa ci imbrigliava alle profondità. sotto una raffica di vento che lo s batteva come si sbatte un liquido in un secchio. Ora la nave pareva tenuta alla briglia da questi millecinquecento metri di funi e dall'acqua che doveva a quell'ora gonfiare il sacco e tenerlo aperto sulla vita cieca dell a profondità. lontano si stendeva una coltre di nubi come un grande eccetera sullo spazio. come se uscisse da una diga. riparavano le reti la cerate dalla pesca dei giorni passati. nuovo ed energico. Non so quanto durò questa occupazione. Se fossimo dove ci trovavamo stanotte non potremmo regger i l mare. abitabile. Nello stesso tempo. di animali curiosi. tenevan le dita della mano sinistra infilate nei buchi della rete. il mare dava colpi forti.

"Vado più avanti". Uno palpitava. Devo saltare ancora mezzo vento. tirava su il carico. e da qualche rottura si vedevano spenzolare i tentacoli viscidi di qualche piovra. poi a un tratto la nave si impigliò come se toccasse l'acqua ormai sol tanto con la poppa. che là per là. e tutto palpitava co me nato alla creazione. A un tratto. il sacco si sciolse. Uno che io conosco ci capitò una volta. arrestano i pescatori. Si saltava. gridando. si aprì come un velario. Sabatino. Non ci si può avvici nare a più di cinque miglia dalla costa. Ecco il sacco sugli otto uomini adunati. Non guardavo e non vedevo che il cielo. Un ma rinaio aveva fatto scorrere la rete su un argano che si sporgeva. erano soffuse di bruma alla base. sotto i colpi del mare che in quello s quilibrio del peso diventavano enormi. bianca come uno scrigno di perle. Se faccio in tempo: prima che il mare si faccia impraticabile da questa parte. ai palombi. un altro aveva l a testa a martello. "Sono appena cinque quintali". Ma niente altro. come spuntate dal nulla. alle sartie. come per un'apparizione. mentre tutto mi traballava intorno. E nello stesso momento. la barca era come un enorme animale che volteggia sse sul luogo d'una preda. mentre la rete si abbassava. Quel viluppo mi pareva incredibilmente nudo. come liberato da un fr eno che lo aveva piegato in una sola direzione. disponendo ciascuna qualità nella sua cassetta. e una pioggi a che mi parve rosa come un getto di fiori. tornò al timone e puntò nuovament e verso nord." Raggiunsi la coper ta traballando. Su di esso un enorme granchio. E così appe so mi sentivo levitare. lo stormo dei gabbiani si posarono l'un o dopo l'altro sulla scia dove galleggiava qualche relitto di pesci sventrati e mozzi. che era sceso a considerare la pesca. Il sacco si sciolse. mi parvero riprodur re. sciolta dalla briglia della lunga rete. agli scorfani. disse Sabatino. mentre le sommi tà si levavano in un cielo ugualmente grigio e brumoso. le o nde s'incontravano a grandi blocchi spalancando abissi per ricolmarli e riaprirl i. mi disse Sabatino." L'imbarcazione. e riponendoli poi nella stiva tra il ghiaccio . "Quella è la Serra della Corsica. il sacco chiuso della rete. una testa grande come il petto d'un uomo. certi mostri ciechi. le funi si arrotolarono di nu ovo. vincendo la resistenza delle onde. disse Sabatino. Per sfuggire all'arr . rigurgitava e si sommoveva. con un mante llo che pareva di panno turchino intorno a un corpo da uccello. e un altro sembrava un topo. e come decisi a demolire tutto. ma la bussola oscillava forte sulla sua sospensione. I marinai seduti a poppa facevano lo scarto dei pesci. "Se volete vedere". Uno di loro slegò il nodo che aveva fatto. Egli regolava il timone come avrebbe guid ato un cavallo in un maneggio. Questa rete rim ase un momento sospesa nel cielo." Il giglio araldico della bussola segnava fisso il nord. mostru oso dei pesci si accumulò e si sparse. Gli argani si misero a girare. accanto ai merl uzzi. uno stormo di una cinquantina di gabbiani venne avanti da poppa come una raggiera. e la bolla d'acqua sul quadrante si stravolgeva vio lentamente. Ora che il vento accennava a cadere. alle lucerne. "andate in coperta. alcune code vibravano. si profilarono a sinistra grandi montag ne in una fila di cime uguali. forme umane. come ho detto. Quando le cose si mettono a questo modo è un affare serio. spuntato dal nulla. Stavo appeso. I gendarmi sequestrano le navi straniere che vi capitano. in un mondo abissale cieco e lento. Come colpito da una lama. ai dentici. Si per de molto tempo. L'acqua colava come un umo re vitale. "La Corsica!" disse Sabatino. e la nave riprende va con violenza e con uno strappo vittorioso il suo viaggio. e il riscatto dell'imbarcazione costa mo lte migliaia di lire. si mise stupidamente a minacciare con le pinze che portava come due altri animali attaccati a lui. Dopo aver inseguito un tratto la nave. il mare. Mi tenevo alle sartie quasi appeso tra gli sbandamenti della nave che. con le pinze lunghe quanto un braccio. alle sogliole. Il mucchio lubrico. e portava da t ribordo. il motore a rrotolava ora i millecinquecento metri di funi che aveva mollato. e turchina come un mucchio d'armi. si rovesciò sul ponte. "e torno più tardi a buttare la rete sullo stesso posto. Il gruppo dei marinai s'era levato in piedi a poppa. come un braccio gigantesco. si mise ad andare più lest a.vinavo ogni suo gesto e atteggiamento. Nel mucchio palpitavano. "Andiamo avanti e torniamo qui fra cinque ore.

Ma non vi preoc cupate di me". Ma a bordo tutto era elementare. mi diss e Sabatino. si mette controcorrente: il mare ven iva in su come se premesse verso un punto in cui le acque erano più calme. la nave costituiva un'altra dimensione di vita.esto si buttò coi suoi uomini in una barchetta e approdò alla Capraia. Egli tirava fuori da un r ipostiglio certe tazze fonde e vi posava grandi fette di pane che tagliava compa . si legge il bollettino del tempo a uso dei navi ganti". si sprofondava e si risollevava. so tto di noi. nello stomaco. piegandosi sui pantaloni da soldato. il cimitero dei sottomarini. Rispose: "Certo. Io cercavo di reggermi in eq uilibrio sul plancito. Po i. alla radio. mentre seralmente un uomo. Avevamo avuto una rotta sempre su un ritmo dell'imbarcazione che oscillava sul suo asse . con l'aiuto della scienza. altrimenti arrivate a stasera coi polsi rotti. mi parve. Laggiù. ma credo di poterla significare assomig liando me in quel momento a una stella marina. Si vedono i fanali e i fasci di luce delle automobili". piegato sulle ginocchia. "Voi mangiate?" mi chiese il cuciniere. e per un giorno la settimana rimane sse ormeggiata." Si accor se dal mio viso che stavo male. era. Sabatino. Alla fine riuscii a scivolare dentro la cuccetta. Anche Sabatino si regolava secondo il suo istinto e l'esp erienza. con le cinque punte formate dalle estremità e dalla testa: avrei potuto poggiare. mi diceva: "Tenetevi forte. ma ora il fasciame non scricchiolava più. La nave andava avanti per quella solitudine con lo stesso stupore di chi la solcò per primo. era un blocco compatto. Non avevo provato mai un'impressione simile. e buttava nella pentola certi pesci spellati che avevo visto la sera avanti in un secchio. mentre il mot opeschereccio andava alla deriva. Il cuciniere disse: "Eh. al modo dei canguri. si distinguono le case. verso la Capraia. dove avevo sentito battere l'onda la notte prima. e il centro della mia vita s'era trasfe rito stranamente nel mezzo. con i suoi ogget ti e le sue consuetudini. in una grande folla. Levò gli occhi e mi disse: "State male?". Io dissi in un ridicolo barlume di convenienza: "Mi dispia ce. poi aggiunse: "Nelle sere chiare si vedono i paesi sulle spiagge. mi accorsi che un modo per tenersi in un certo equilibrio era di andare avanti a balzelloni. ma ora la nave cominciò a picchiare di prua. Come sapeva tutte queste cose Sabatino? Egli reg olava la sua rotta sulla bussola e sulla vecchia sveglia. Mi ripetè soltanto che non s arebbe tornato indietro prima del giorno e dell'ora fissati. Sabatino si pu ntava forte stendendo le braccia e formando con tutta la persona una croce. nel fondo del mare. Risposi di no. "ma non fate troppa forza. la sveglia. come se le avessero dato un gran pugno da sotto. Per quan to toccasse il porto tre volte la settimana. i giacigli e il vasellame. Andando av anti somigliava a chi. e anche qui intorno c'erano velieri. Ma mi sentii preda d'una forza troppo grande. Gli dissi: "La sera. fece un salto. Dopo qualche secondo che mi parve lunghissimo. Sabatino s'era messo al riparo di questi monti come chi si sposti per evitare la corrente d'una finestra aperta." Sabatino stette un poco a contemplare le grandi e serene montagne. quasi che asse per asse tutta quella m ateria inanimata si fosse rinsaldata al modo dei blocchi umani contro il pericol o. altr imenti vi fate male". Non aveva denari per riscattarlo e lo lasciò ai gendarmi. Scesi per la scaletta nel ridotto delle cuccette . con questi mari si sta male anche noi". e le mie facoltà di orientamento mi sfuggivano. credendo che dopo due o tre balzi avrei potuto stabilirne i movimenti e regolare su di essi i miei. Il marinaio più giovane stava accendendo il fuoco sotto il fornello del cacciucco. sull'una e sull'altra d i queste cinque punte indifferentemente. e si prendeva cinque o sei ore di sosta prima di tornare là dove sapeva di dover pescare. e io mi senti i scagliato contro il soffitto della garritta dove era il limone. Per quanto abbia navigato non ho mai sentito un mare simile. La nave tornò sulla sua rotta cercando il luogo che conosceva Sabatino. Sabatino in questo mome nto fuggiva la bufera spingendosi verso nord. "Tenetevi fermo". mi ritrovai con le spalle allo scafo. traeva il suo oro scopo esatto e senza pena sul tempo e lo stato del mare. sarebbe comodo". disse Sabatino.

gr ida. roba da nulla. raccolse intorno a sé gli altri cinque uomini dell 'equipaggio. vidi che al posto del timoniere si trovavano ora due persone. Stando sdraiato. vedevo i marinai l'uno a ccanto all'altro aspettare di vedermi scendere. avrebbero dichiarato la cif ra dei quintali pescati. e uscivano sul boccaporto. vi sbarchiamo lì. mi rispose la voce di Sabatino. e ormai sbattevo senza più forza nella scatola della cuccetta. Molti hanno fatto naufragio pur d i non tornare". legata nel mezzo della tavola. per ogni chiodo ne fece pi antare due. quando fu costruita. Dal punto dove stavo. e una reciproca premura troppo n aturale per sembrare affettuosa." Doveva essere passato molto tempo. Ancora sedici ore di mare peggio di questo . accorciava stranamente le ore. Le ondate li avvolgevan o e li trascinavano con loro. scrosciava s ul castello di prua. Uno era saltato sullo specchio d 'acqua staccando una barchetta presso un veliero e si accostava a me per traghet tarmi. giunti al porto e scendendo dall'imbarcazione." "È andata bene?" "Quattro quintali. senza a ver l'aria di farsi posto e di cedersi qualche cosa o di contendersela: c'era un a disciplina e una giustizia in ogni loro atto. cavavano da un ripostiglio i pantaloni. un'altra. e per ogni travata una doppia tr avata. i suoi uomini stavano intenti alla voce spaventosa del mare . a girare il vento . tutti eravamo preda di un elemento più forte di tutte le forze umane. "Peccato ". Ve lo consiglio. "che io non posso saggiare di codesto buon piatto. la passò s otto l'asse del tavolo. al motoris ta. con gli occhi aperti. canti. a giudicare dal tempo che stette assente. in una giornata come quella. L'onda si mise a spazzare con un rumore di pioggia uguale il ponte. senza ranc ore né risentimento. mi disse Sabatino. qualche centinaio d'uomini st avano in mare. d ue paia di gambe. Nel barlume di coscienza che mi rimaneva.tte e sottili da una pagnotta. A quell'ora. ruggiti. è meglio che ve le risparmiate. Gli altri mi strinsero la mano l'uno dopo l'altro. dissi. Mangiavano allungando la mano e il cucchiaio ordinatamente. Se volete. fermandola con una mano. "Eccoli". disse il marinaio lavando i piatti con diligenza in un secchio. pensavo." Ora che stavamo entrando in porto all'isola del Giglio. "Soltanto". for mava tutto un tempo. "noi non sappiamo che mare avremo da quelle parti . siccome passiamo dietro l'isola del Gig lio. Aprii gli occhi e chiesi: "D ove sono i marinai?". mi pareva di viaggiare in una grande bolla d 'acqua. "Non si torna neppure se il mare è peggio di così. accecati e grondanti. la riempì con quanto era rima sto nella pentola e la posò sulla tavola. quello in cui. L'odore di quel pasto era molto buono. La zuppiera. poi tirò fuori una grande zuppiera con due manici. il mio ridicolo cappello di feltro. ascoltando la traversia del mare." Egli parlò tranquillo. "E quando si pesca di nuovo?" "Abbiamo pescato. aspettando il solo momento che contava nella loro vita. Vi versò la zuppa e ne portò una prima a Sabatino che stava al timone. e assicurò poi l'altro capo all'altro manico. Scendevo con la mia ridicola valigetta. e a un tratto mi pareva di sentire che l'elica non toccava l'acqua e che il motore batteva a vuoto. Un marinaio che entrava allora prese una funicella. mentre stavamo al timone: "La nave è fatta bene. Non ci sarà da stare allegri. quattro braccia che facevano forza sul timone. difatti. l'annodò a un manico della zuppiera. Ora si va verso Montecristo. risentivo le parole che mi aveva detto Sabatino un certo momento. e suoni come di sassi squillanti che si urtassero tutto intorno. nelle loro cu ccette. e tutto quello che è di metallo è rame. L'armatore. mentre scorgevo nello scroscio enorme e continuo i marinai legati a una fune. Chissà che cosa faran no gli altri motopescherecci con questo tempo!" Una voce replicò: "Non tornano ind ietro. e me . lavoravano a mettere al sicu ro i barili della nafta in coperta e a legare e a proteggere gli oggetti che il mare s'era ostinato a strappare. perché la monotonia di quei rumori. Erano sdraiati. Nessuno torna indietro". la giac ca e il cappuccio d'incerata. Gli altri marin ai entrarono l'uno dopo l'altro.

Andavano essi di porta in porta. Dovranno andare sempre più lontano. fa questo lavoro. Quelli sono signori. e di tratto in tratto vi accostavano la lingua a leccare il buon sapore del sale. E capii che tra le altre preoccupazioni." La donnina andava più in là a sentire un'altra canzone. poiché gli uomini navigavano. Il Montargentaro si allontanava. come fanno pure i canzonieri francesi. sul porto. Sabatino mi disse l'ultima parola: "Se vedete il signor Loffredo . una borgata della montagn a. e vocabolar isti come il prof. Le donne frugavano tra quei piselli. Vogliamo i fores . poi lasciavano andare e rimanevano pensierose a guarda re il mare. ma un parlare ad aita voce in cadenza. e usciva odore di cucina da tutte le c ase. un viaggiatore borghese avrebbe avuto tanta premura intorno a lui. È una canzoncina d'improvvisatori della Montagna Pistoiese.canterò benin benino. e poi come entravano e uscivano nella bufera a testa bassa tra gl i scrosci dell'acqua. il giorno dell'Anime del Purgatorio. li facev ano scorrere tra le mani. dissi io. la portavano nel pugno. Se mi date un po' di ciccia . e tra poco non ci sarà più pesce. Policarpo Petrocchi. Veramente il Petrocchi era nato a Castello. mattoni. hanno la rete con gli argani. Ravvolta in un pezzo di carta gialla. dieci lire se gli va bene. raccoglitori della parlata spontanea come il Giuliani. e pensavano alla spesa della mattina. che vergogna!" diceva la donna. Uno di questi motopescherecci. come chi per seminare rivolta la terra. fra i quali molti ripassando il Ponte non hanno più cittadinanza di qua. che non sapevan o di lettere. cantando a questo modo . "Bravi pescatori". li riconoscevo come s'erano accostati al mio giaciglio. quasi tutte donne. e non era proprio un canto. Il resto lo faremo sotto Montecristo". cemento. poiché arriverete col postale prima di noi. queste reti rivangano il nutrimento dei pesci. Io sbarcavo come un naufrago. recentemente. diceva la filastrocca. fece una retata di naselli piccoli come un dito mignolo. e io devo pagarti i piselli diciotto soldi il chilo. Altro che caffè. Scarica e car ica calce." "Ma". Conos cevano di fama l'equipaggio del Montargentaro. Siccome mezzogiorno avanzava. forse. ma quelli di là d'Arno. è una fila di case disposta a semicerchio. e sull e coste inospitali della Calabria. d'ottobre. qualcuno tornava a casa dall'aver pes cato un piattello di pesci. DALLA MONTAGNA ALLA MAREMMA "Se mi date un po' di vino . ment re l'oste mi serviva un'alice con olio e aceto e un bicchier di vino. noi: quando si andava verso la costa della Sicilia. "Non vogliamo case affumicate. "smovendo il fondo del mare. " Il mio figliolo è su un veliero sulle coste della Sardegna. e fui la novità di quella giornata.ntre ciascuno di loro mi stringeva la mano. tutti pesciolini cui non si dà il tempo di crescere. la galletta e una sarda salata era la nostra razione. La barchetta mi posò sulla riva. ed erano i poeti popolari a cantarla. certe bambine vennero alla spicciolata in bottega a comprare una sarda sala ta. Il Giglio. Conservatore in fatto di lingua. E allora i pesci trovano cib o più facilmente. un bravo figliolo che conservava il guardaroba della sua mamma che nessuno dovev a toccare. Gli abitanti. "Che vergogna. io pensavo che in nessun altro paese del mondo. al tempo della pesca a vela. è un mese. dicevano. guadagna nove. Il fatto curioso è che il primo parlare che si fece della montagna pistoiese fu de i linguaioli. I pescatori presso le botteghe s'informarono di me e di come ero arrivato. dicendo ch e questo era un sovrano rimedio contro il mal di mare. Spazzano il mare con le lunghe reti. Le case erano di cannicci affumicati. disse filosoficamente un marinaio d'una tartana. il Petrocchi fu invece progressista per quanto riguarda la sua montagna. e la montagna pistoiese uno dei luoghi inesplorati d'Italia. Vendeva i pis elli a diciotto soldi il chilo. ma hanno il motore.s i farà un po' più massiccia". Rivedendoli in viso uno per uno. "bra vi. ditegli che fino a questo momento ab biamo riempito trentasei cassette. Tartane e velieri sono in secco. al punto che il suo vocabolario non registra i modi neppur di Firenze. erano fuori dalle c ase. e poi hanno il caffè alla ma ttina. autore del famoso vocabolario italiano." "Anche questa è una teoria". e di cui qualcuno della generazione di mezzo ricorderà le descrizion i dell'abate Giuliani. Una donna con un viso antico si mise a leticare con una vecchina che portava da soglia a soglia una sporta di piselli. avevano avuto anc he quella d'un estraneo che s'era voluto imbarcare e che soffriva fino a perdere la conoscenza. almeno nelle antologie di scuola.

la tromba di un'automobile suona alla svolta alternata di strisce b . Trattati da amici. È vienuto il professore. diceva. ho male". Va' a piglia' la legna giù nella stalla. un tappetino d'incerata sul tavolo. sick. il passo delle guardie presso le dimore dei signori di Londra. spende tutto il suo per restaurare la chiesa e il cimitero. versi. e ricorda l'umanità vi va avida e potente dell'emigrazione di quarant'anni fa. ma non toller ano sopracciò. dicono. Ognuno ha il suo modo d'intendere la razza e la discendenza. lo fa ancora. e dai suoi mutamenti si misuravano gli anni che sono passati. e rifà il verso del birraio tedesco. La lingua è la pat ria. che scaricava il barile di birra nella sua casetta in Pensilvania. E oggi. ma abituata. che ridono della vecchia lingua e delle capanne affumicate d'un tempo. come un veterano i suoi compagni di marcia. e fece arrivare tolette e cassettoni. Eppure ella ha girato Parigi. una strada mod erna. Fece preparare per primo a una sua nipote due stanze per un cert o signor Pupilli di Milano che fu il primo villeggiante della montagna pistoiese . Gli cocerò du' ova". Ma già ai piedi della montagna. anche il prete scrive. Il ricordo di questi versi. Ohi . Quando parla di essere stata male e di non averlo potu to dire nella sua lingua. Londra. Ce n'è uno che ha tutto un poema sulla guerra. la noia degl'inglesi. sbattuta di qua e di là. Si sente suonare una campa na. di ogni regione d'Italia. per tre quarti della sua vita fra stranieri. E i questuanti dell'anime del Pu rgatorio seguitavano: "E per l'ova che mi date . nella montagna pistoiese. C'è fra noi una vecchia donna. E dietro i vetri incrinati c'è un bravo prete che mangia sì e no una pappa. in terra d'America. gioventù!" Non ricorda che gioventù. con due parole ne disegna il carattere. per la quale quarant'anni di emigrazione dopo dieci anni di vita di carbonai sono rappresentati da una casa pulita. Ella mastica un po' d'in glese e di francese. che contrastano dandosi un tema e rispondendosi in ottave. compongono poemi a memoria. e qualche soldo da parte. e rifà il suo stesso verso di quando era malata e le pareva di non riuscire a dir tutto in inglese: "I am sick. e sotto a ciascun nome il paese. l'America: ricorda le cimici di un albergo di Parigi. nel loro dado di cemento tinto di turchino.tieri". curata. mentre il marito era al lavoro nella miniera di carbone. Le macchine vanno e vengono. la parlata era a questo modo: "Ora mi viesto. La ve cchia con cui sto parlando.ra gazzine coi vostri amatori . Ora l 'infilo la gonnella e viengo giù. sul campanile è cresciuto un ornello alto sei metri che è l'orologio del luogo e che fiorisce a primavera lassù. sui cui margini sono trapiantati in bell'ordine i gin epri. si discuteva ancora di lingua tra boscaio li e carbonai. le tendine dietro i vet ri della porta.coronato di rose e di fiori . e secondo quello che sentono dire . un orologio "germanese" che batte forte e sicuro da trentacinque anni.pregherò per le galline . Tutti attorno ridono. Dice dei meridionali: "Sono buoni. batte un'incudine. sorvegliata. Una strada tra le più belle d'Italia corre tra Pistola e l'Abetone. come li chiamano qui berneschi. come questa: "Il bel mese di maggio ritorna . Ella ricorda i compagni di strada . Gioventù. lascia intravedere il dramma della vita familiare ital iana. ohi. C'è ancora brava gente di qua e di là da una strada modernissima e li scia. le donne in costume da sciatrici non finiscon o di stupirsi dei loro fianchi stretti dalla cintura. ed è curioso che fra toscani i tempi che passano si riconoscono spesso alle parlate. Qua rant'anni fa nella montagna. e di que i modi. e il ve rso del meridionale italiano bracciante. avevo letto il manifesto annunziante una gara poetica in cui i nomi dei competitori erano scritti come siamo abituat i a vedere quelli degli attori dei manifesti dei teatri. A volte non sanno neppur leggere. ed è lei a rifare il verso di quella parlata. ho male.le vi siano riguardate". dei loro seni sotto il giacchetto. e ha il diritto di dire che la lingua s'è corrotta praticando i fore stieri e leggendo i giornali: tutto il contrario di quello che dicono questi vec chi. dei loro piccoli piedi n egli scarponi. a esprimersi più per gesti che per parole. Ce ne sono. di questi poeti popolari. gente ingenua.che da volpi e da faine . è ancora vivo nella mente di costei. sono solidali fino al sacrifìcio. a costo di tutto. Più sopra c'è una chiesetta di pietra col campa nile pendente. Questo accadeva verso il 1890. ricorda ancora qualcuna delle strofe volate un tempo .alla porta veniteci aprì". del loro ventre sotto le b rache alla marinaia. un ingrandimento fotografico del temp o giovane. Spesso sono boscaioli e carbonai. si sente il crollo d'un ramo tagliato nel bosco spoglio d ei castagni. in una borgata.

Dove sono gli uomini? Li aspettano. più di trecento uomini. Ognuno d eve prendere con le sue mani il suo pezzo. a pensarci. alla quale si può ridurre molta della nostra storia. la Calabria. Vanno. la Sardegna. in Francia. che entra veloce nel vivo del paesaggio. Venne il tempo delle miniere. Soltanto una formazione familiare. coi gomiti levati sul banco troppo alto. La famiglia. all'apparenza molto semplice. si fanno la capanna di zolle. capace ancora di ridere e di r icordare i vecchi tempi. rappresenta un enorme afflusso di popoli tra i pericoli di un'odissea. Ecco che cosa as pettano le donne inginocchiate con gomiti troppo alti sul banco. vestite di nero. Non c'è atteggiamento italiano. banditi di strada e profittatori e venditori di carne umana. finito il lavoro. Una volta. come dicono qui. per San Giovanni. antica come il mondo. ogni compagnia è di quattro o cinque pers one. per tenere i piedi caldi. dice: "Con le macchine hanno rovinato tutto il mondo". e la banca non esisteva. questa costruzione su cui è tutto l'assalto del popolo italiano da anni. Certo. altr imenti. e li distribuisce in giro. secondo l'ordine. Partono ancora il giorno dopo i Santi. il guadagno vien meno. Non soltanto. conoscono la Francia: straviati. in chiesa: gli uomini lontani da anni all'estero. Nella chiesa non ci sono che donne. veloce. Però mai come nella vita italiana questi fatto ri sono decisivi. la cintura di cuoio nero che stringe loro i fianchi è l'unica loro e leganza mentre stanno in ginocchio. do po trent'anni di assenza". dai boschi. in Australia. Il guadagno si spartisce alla fine della stagione. Il l avoro italiano non trasformò soltanto la capanna affumicata in un dado di cemento. quella buon a e quella cattiva. la testa piccola sullo sviluppo eno rme del tronco largo. in tutta Italia e fuori: conoscono la Maremma. a questo travaglio. e torna no il 24 di giugno. un tempo. Il mondo divenuto piccolo e praticab ile. ge neralmente una cinquantina di compagnie. la compagnia si disperd e. là stende il tovagliolo per mangiarci. a una banca. ottant a compagnie di carbonai. il mondo moderno della strada e di pa ssaggio. la Co rsica. a queste delusioni. cari i figli. Li arruola un padrone che viene dai boschi della Maremma o della Sardegna. e s pesso. taglia la polenta o il cacio. Questa è la salute del carbonaio. La partenza è piena di promesse. il mestiere è quello del carbonaio. ma arricchì e alimentò categorie intere di persone per le cui mani passava cotesto lavoro come l'oro. . come andavano . che non riesce a fermarsi per vedersi. dice il vecchio con cui sto parlando. e che è tutto un altro mondo. che non nasce da que sta responsabilità. in questo torrente umano. le speranze diventavano spine .ianche e nere. Piantato sui pi edi grandi e con le punte aperte. poi tre uomini e un garzoncino. RIOMAGGIORE Suona bene il rivo di Riomaggiore e fa più allegria che il nome stesso del paese. Dietro a queste spine. il capoccia gli domanda: "Perché hai saltato? Tu non devi saltare ". E soltanto una tecnica precis a. e non deve saltare. dava e dà loro diritto alla vita. tutta la persona aperta nell'atto di vibrare u no strumento di lavoro o di gettare un peso. cioè del tempo non controllato. senza sole. furono mandati a una città lontana cento chilometri. in mezzo alla capanna c'è il fuoco acceso. Se l'altro non ubbidisce. il capoccia fa le p arti del cibo. la lavorazione va all'aria. lasciando ancora a ntica la vita. Un tempo l'acquisto dei generi era obbligatorio presso i padroni delle macchie che davano il granoturco e il formaggio a prezzi esorbitanti. che cosa sarebbe una partenza? Quando arrivano sul posto. alla maniera che chiamano "a b uon Gesù". tutta la sua salute. in Sila o in Corsica. ma che implica una famili arità con gli elementi. ma cinque sono già troppe. Nella montagna pistoiese. D ove il carbonaio siede. ogni compagnia ha un capoccia. rappresentava una garanzia di difesa dai pericoli. in Maremma. Se salta. ma il nucleo familiare è la formazione di combat timento dell'italiano: il panorama delle prime lotte del popolo italiano. fondamentale è la famiglia. prima della protezione sindacale. Il garzoncino è un ragazzo di sedici o diciassette anni. guai. è piena di speranza. e quelli che torneranno ancora di qui a sei m esi. p er tutti i popoli del mondo la donna è importante e per essa si torna a casa. "Mia madre morì sei mesi dopo che io ero tornato. Cocitori e carbonai si formano in compagnie. e la sua gioventù di dieci anni da carbonaio. divennero minatori in A merica. quest'uomo di settant'anni. cominciarono le partenz e per l'America e per la Francia. Ogni compagnia ha la capanna. Il capoccia è il padre della compagnia. la casa.

la natura delle piante e i sistemi degli uomini. un pergolato si stende su un diligente intreccio di fili per tutto il corso dell'acqua. chiusa tra i monti e il mare. M'accadde in Maremma. Qui il mare batte profondo e cupo tempestando contro la roccia. e lo riempie della sua presenza. l'uomo ha comi nciato la sua ascensione. Me la indicò tra i filari come un personaggio. Basta guardare come l'opera dei campi è bella dove è nata la nostra arte. E anche qui era cominciato il lavoro per cui giustamente va famosa la contrada del le Cinque Terre: la scalata della vite alla montagna. nemico e intrattabile. le scale e i ponticelli danno ingr esso alle case brune e rosa a ridosso del monte sull'altra sponda. un tempo celebre in tutta Europa. Son dive rsi i vini che vi si producono. Lo so. Al contrario di quella arborea dell'I talia meridionale che confonde la cima con l'olmo e il pioppo cui s'appoggia. Il mare qui è molto inospitale. che si stende tra valli e monti per tutt o il massiccio che precede La Spezia. raccolta come una bestia sul suo nato. è riconoscibile tra mille come è riconoscibile la vite di questa cont rada. per il paese folt o nella valle in pendio. il rosa delle abitazioni. continuamente all'assalto della terra. Questi luoghi e colori amò il pitto re Telemaco Signorini. Qui risuona il rivo che ho detto. gli scogli lo chiudon o. è un massicc io con cinque paesi che da secoli hanno dato la scalata al monte portando la vit e sino alla vetta. Anche qui in Maremma la vite era piegata sul filo in modo da frondeggiare contro il salino del vento e riparare il grappo lo. Così è nelle Cinque Terre. quando viaggiatori e naviganti portavano da terre lontane le piante utili e buone. Stretta tra monte e mare. Forse l'att itudine italiana alle arti ha inizio nel suo contadino e nel suo lavoratore di t erre. Questa è la regione della Liguria famosa pel suo vino. mi disse indicandomi il colle "è un sistema da Cinque Terre. E naturalmente uno dei più diligenti. Come nei racconti dell'infanzia. e dicono il sito dei luoghi. e. un nome dritto c ome uno sparo. avvicina le con trade in una consuetudine primitiva di rapporti che passano i monti e le regioni . qualche barchino in sec co attesta una piccola vita di pescatori. per un sottopassaggio tra le gole di mac igno si raggiunge l'abitato. Dunque. una terrazza sull'altra come una scalinata c omposta pietra per pietra e colmata di terra palata per palata. Il maremmano conosceva di fama la regione. il mare non ha risparmiato neppure un pugno di terra. forse il p iù stretto fra i paesi italiani. Il treno dà accesso al luogo per una stazione tra due gallerie." Questa celebrità contadina . e mi r accontò come e quando l'aveva avuta. I colli sono nudi d'alberi. e la strettezza a un'armonia addirittura formale. si accordano in quella luce che è densa come in tutte le valli. presso gli arch i e le caverne vuote. dal primo gradino formato dallo scoglio che rattiene l'onda. mi piacciono i contadini che parlano di regioni remote. spesso là dal mare. tra una spall etta e l'altra del rivo incassato in un letto di pietra. e lava sempre la roccia ch e regge sicura la montagna. La valle sale ripida verso settentrione incontro ad altre valli che solcano la r egione aspra delle Cinque Terre. nascono dallo strapiombo sul mare . Scavalcando il rivo.suona chiaro nel suo letto di pietra per la valle chiusa in cui si raduna l'abit ato. sfocia in breve nel mare per un delta largo di pietra che è un difficile approdo. scendendo giù dalle Cinque Terre. la contrada delle Cinque Terre. anzi aveva una vite di questa contrada fra le sue. Questa è sul mare la porta stretta d'uno strettissimo paese. È un lavoro di gen erazioni: un incalcolabile numero di gesti per assestare la pietra della moricci . scompare sotto le case fatte a cavalcavia. chiusa tra il mare e la parete verticale di pietra bruna. "E questo". fra gente che lavora a regola di mestiere. uno famoso si chiama Sciacchetrà. Né da destra né d a sinistra nel breve arco dell'approdo si scorge la costa. La s tessa natura del terreno ha costretto il contadino a un ordine architettonico. Parlano guardando l'orizzonte. ancora s'immaginano le distanze come nei tempi dei tempi. un disegno di fili di f erro regge i tralci della vite. di dire a un vignaiuolo de l mio viaggio. è un'opera dell'in gegno italiano come tanti altri luoghi di una Italia troppo stretta. Il colore crudo della pietra. su cui si leva qualche abitazione alta e scarna. Passo dietro passo ha costruito per tutti i colli e mo nti attorno un sistema di terrazze. apre gli orizzonti. umide di colaticci. il verde della vite. quello big io del muro nudo. sono famosi quei di là.

q uasi un ricordo della città costruita nel sasso. anche perché dettato dalla somiglianza del terreno dovunque siano sbarcati: si sono dovuti sempre arrampicate. Ricordo. Come in una grandiosa scena di teatro. quand'uno è costretto in poco spazio. porsi tra monte e mare. libe ro. Il viottolo gira per le pendici fino alla prossima valle.a. ugualmente impraticabile come la valle stretta. Per uno spazio di otto miglia in lungo e in largo. versarvi la terra trasportata dalle donne cofano dietro cofano. qu el tanto di ciclopico che l'architettura genovese ha portato fino alla Crimea. qualche agave. i monti delle Cinque Terre si levano col sistema loro di terrazze innumer evoli. in una brumosa matti na di primavera. ma li comprende tutti. qualche pianta smagrita dal libeccio. scalette strettissime per la china rendono praticabile quest'opera e raggiungono le case solitarie tra i vigneti sulla cima del monte. e poi il tralcio frondoso è adagiato in modo da riparare dal vento bruci ato del mare il segreto dove il grappolo matura. nelle più antiche chiese geno vesi la cupola è tutt'uno col campanile. dall'altro lo strapiombo sul mare. e alla svolta un viottolo a mezza costa del monte. rendeva lieta la brigata dei giovani che andava su e giù pel sentiero or nato di qualche panchina. non gravita intorno ad essi. fino a settecento metri di al tezza. anche la passeggiata di Riomaggiore è ang usta. dove pure il suolo è crudo e ha bisogno di piante tenaci. e t utti i suoi monumenti sono schierati lungo lo scoglio cui è aggrappata. si potrebbero tradurre in suono: un sibilo lungo echeggiante da valle a valle nella solitudine in cui rompe preciso lo schioccare della forbi ce del potatore. La buona vite cui basta poco terreno. da un lato la parete scoscesa del colle coronato di viti. il mare grande. l'acciottolio della zappa. non s'è fermata a una stagione della propria vita né a un tempo né a un costume. il miracolo di chi vi camminò sopra. della pietra d'una volta. che fa ricordare. una galleria nella roccia. un nastro di strada davan ti alla stazione. e non è strano che molt i viaggiatori li abbiano sfiorati senza capirli. verdi. La trovai seguendo una compagnia di ragazze e di giovanotti vestiti a fest a. COLORI DI GENOVA Il carattere e la struttura di Genova sono fra i più gelosi. o in una cupola gigantesca. In una lotta così esatta con la strettura. De ve rimanere assai poco. fortunatamente non fu mandata a effetto. Questa un iformità dello stile dei genovesi è il loro carattere più vecchio. e si stende in un fondo compatto il tonfo uniforme del mare. e lo stesso aspetto dei magazzini che si vedono ancora oggi a Costantinopoli. del panoramico. senza più sp azio di quello che la città concede a una qualunque abitazione. la cui importanza sta nella sua continuità di vita e d'animo. piantarvi la vite. S i può immaginare quale fosse Genova nel suo tempo comunale mettendo insieme i rico rdi genovesi disseminati nel Mediterraneo fino al Mar Nero: la pietra scabra. e sotto il mantello di qualche trasmigratore è stata portata come un esemplare fidato oltre la stretta catena delle Cinque Terre. sotto il muro del Sette e Ottocento. Era come voler mettere ordine i n un blocco unito atteggiato nella sua architettura dalla natura e dal tempo. dal Castellaccio. Dal punto più alto della città. Poiché Genova offre monumenti ill ustri quasi per caso. e pareva una passeggiata intorno al bastione d'una fortezza. Un passaggio tra pietre. è dive nuta famosa. delicata come una donna dei paesi del sole. L'idea che balenò qu alche anno fa. forse non si riguadagnerebbe il carattere antico. Questo sentimento di spazio. si può st udiare bene la struttura di Genova. tarchiata e nocchiuta come un vecchi o italico resistente al lavoro. dove il salino pure minaccia le piante. tentativo fedele d'una scalinata celeste. La vecchia ebbrezza del vino no n ha una storia più faticosa di questa da cui son nati e hanno prosperato cinque p aesi. costruiti come fortilizi. hanno il movime nto d'una spirale. dal muro a strisce bianche e nere dell'anno Mille fino al palazzo floreale della Borsa. l'ultima torre genovese del Bosforo che di lontano risponde al tronco della torre di Galata. di riscoprire quello che poteva rimanere di Genova medievale e co munale. Tra le fratte e i pini marittimi ci si ritro . la torre domina cilindrica come un silo. In tutto quello che è architettura genovese v'è un'estetica del perpendicolare. è piantata nel mezzo della chiesa dove soli tamente si leva la cupola. intrecciarvi sopra il filo di ferro in modo che la montagna tutta e le alt re son coperte da questa ragnatela su cui ogni anno si stende il tralcio nuovo e si lega. si perderebbe quello nu ovo che è singolare. ridenti.

poi le strade che dividono questi edifizi sfogano da una pa rte e dall'altra su un panorama di tetti più bassi. Dai pianerottoli. all'improvviso. quasi irreale. cor nicioni. una razza unica cui è difficile assegnare altro ceppo che il mare. un orto. e il cubo monotono della casa moderna che richiama alla memoria città orizzontali. archi. i grattacieli del porto di N uova York. Dovendo pro fittare di tutti i capricci del terreno. edifizi stretti e alti. si respira il forte odore del porto. e sulla ripa di Genova si allineano i grattacieli come li poteva concepire il Sette e l'Ottocento. ques ti edifizi si puntellano l'uno con l'altro.. Questo mi parve curioso a Porto d'Ischia. muraglioni. lastricato nel mezzo di mattoni rossi disposti per taglio. V'è un senso di vicinanza nelle facciate strette e nelle finestre vicine. Hanno vivi colori.va come quei gruppi che nelle vecchie carte panoramiche siedono fra gli svolazzi del titolo: un bimbo raccatta sassi. di semplice lusso. nella luce de lla sera. se ne vedono lungo la costa del Tirreno. come si vede. fin dove. e viene a mente come in un altro porto l ontano lo stesso odore si mescoli alla nebbia e al fumo del carbone. è sospeso in alto come a una gru. i colori li distinguono. rifanno aspetti di vita simili fra loro. tempo del teatro e delle grandi fortune marinare. lontano. scorre per i pendii come un fiume. Così il parallelepipedo della casa prende un colore teatrale. A un certo punto l'architettura piemontese si fa sentire. con la bizzarria degli edifizi intorno a cui corre e serpeggia la medesima strada che li tocca al pian terreno e giran do li sovrasta all'ultimo. più oltre appare una strada. tra casa e casa a un tratto appare il mar e. bugnature. solo qu alche cupola emerge come su uno specchio. Dal più alto al più basso. fin verso Amalfi. edifizi che da una parte son di sette piani. Dovunque vadano. v'è una forma di costruzione. traversando un po nte. ma una grande città costruita tutta a questo modo diventa un capolavoro. in alt o. un gruppo di scolari ripete la lezione per gli esami: "Quand o si determina il rialzo dei prezzi. ne è una capitale. il rosso e il rosa sono i colori delle loro c ase. ma in Liguria tutto questo è svolto in grande. ma decorate spesso di false prospettive. si scorge il qua rtiere sottostante con le sue convergenze di scale. Genova si configura nelle forme più diver se. sembra precipitare in disordine negli avvallamenti. come per un vago odore o ric ordo o suono. dando il senso di un'altura resa prati cabile in cui alla fine ogni accidenza del terreno è sfruttata a scopi di architet tura. torri castelli e fortezze ricordano i mag azzini. che a certe ore.. Essa appartiene all'internazionale dei paesi marini . e questi ricordano quelli. di sette o otto piani. anche la più modesta.". Ho detto che Genova ha in sé il tema di molti luoghi e di tutte le città marinare de l Mediterraneo. finestre con gente affacciata. Paesi arrampicati sul declivio del monte. bastioni. vi ricordate di cento altri luoghi diversi. le rotonde dei muraglioni ch . con un'uscita sotto e una sopra. e più su s embrano di un piano solo. A Genova e in Liguria si trova poi una forma di città e di abitazione che ne lla costiera napoletana è appena accennata: la casa altissima lungo i porti e gli approdi. Esiste nel profondo de lla vita del Mediterraneo. come i n quella piazza e chiesa Carignano. L'ardesia grigia e azzurra dei tetti de lla città forma un lastrico compatto che si alza e si abbassa a seconda del terren o. una ragazza col suo cane segue l'entrata d elle navi in porto. La ristrettezza dello spazio impone dovunque le sue necessità. un modo di abitare che si s omigliano nei luoghi più diversi del Mediterraneo: forse per questo a chi viaggia sembra che i vecchi luoghi sul mare siano stati sotto un solo impero. tra la gente migliore. perde il senso del volume e non è più che colore e illusione di scena. un vicolo stretto fra due mur iccioli. V'è qualcosa della nave nel loro disporre i paesi. superfici lisce. è difficile scorgere una strada o la facciata d'una costruzione. quando lo vidi la prima volta. leggero. sul cielo. Anche sulla costiera di Amalfi l'architettura popolare si adatta alla monta gna colle sue scale lunghe come viottoli. la città non è più che un'ultima casa bassa. queste decorazioni danno l'impressione di scenari del Settecento. Che ci sia una spianata e si allineano quattro o cinque enormi cubi da città m odernissima e piana. al punto da ricordare un'altra curiosità architettonica. che ricorda vecchie città del nord. o che proprio la loro scelta cada su terre difficili per la necessità di abitare gli approdi. stranissima al primo vedere: sembrano enormi vocabolari allineati. sul mare. le finestre lunghissime e stret te. ma senza quasi dislivelli repentini. tutto dipinto. i tetti sembran o quasi aiutarsi a salire. Stando a Genova.

intima come una casa. quello che sovrast a la chiesa dello stesso nome. da questo impiego d'un tema antico. edifiz i contenuti fra altri edifizi come in una custodia: la chiesa di San Matteo. la strada è coperta. le piante odorose che condiscono la cucina genovese. Quello che avevo veduto il giorno prendeva senso da questa memori a notturna. tutt'uno i popo li e le civiltà. uscendo dagli ascensori che trivellano la roccia. c ome se entrasse da finestre in un luogo chiuso. in Piazza Sarzano. E mi pareva di sentirlo cantare. può dire se non è la medesima impr essione che dà Genova nella sua parte più vecchia. un acquedotto divenuto modello d'un'architettura sacra. menta. il sole vi si fa strada a fette. l'ho sognata. con un forcone divenuto lancia tiene a bada il diavolo serpente ai suoi pie di. quest'angelo dal viso né adulto né giovane. riassunto delle cucine del Me diterraneo. il peso della città intero. come si sente il peso d'una roccia e d'una grotta su l mare. d'un canto antico e primaverile. sempre o quasi sempre a livello di una strada più alta. e l'Italia il punto di convegno di tutte le favole. c ol viso di tutti gli adolescenti dell'arte primitiva. là è il più vecchio colore d i Genova. il giallo e il rosso.e arginano uno sprone del monte e formano un nuovo principio di strade. Dove lo spazio si restringe. Chi s'è trovato qualche volta in un palcoscenic o su cui è disposta la scena di una strada. e il senso di ritrovo di ragazzi di sera chiass osa. in cui la luce filtra con un colore marino. a triangoli. Basta che si apra una piazza su una dimensione sufficiente del terre no. meglio. e ad aggirarvisi prova l'impressione d i esser fuori e nello stesso tempo in un interno. ma meg lio. porta un gran mondo nel pu gno. una galleria coperta. danno in grandi stanze profonde. più si sale e più si chi ude il lastricato dei tetti. È come un grande palazzo diviso . perché la vecchia piazza pop olare italiana. non si scorge aperto che un quartiere per volta. raggiungono il pianerottolo. Qui si ha il senso della vecchia città. Cento altre chiese e palazzi di Genova sono tra gr andi edifizi che sembrano coprire cotesti monumenti quasi col loro stesso tetto. quando tutto è morto e tutto ricomincia. Piazzette nelle piazze. è un arcangelo dal viso di contadino adolescente. Sul grigio pan orama dei tetti. . Vi sono edifizi dove le scale seguono nell'interno la pendenza del monte. strade c he ricominciano sempre daccapo. Sugli spiazzi elevati tra i muraglioni appaiono d'improvviso. In breve. Da lle luci sfolgoranti dei luoghi alti si passa a luci di acquario. dagli spiragli fra casa e casa. Ora. tanto che è causa di c ontinuo stupore vedere aprirsi in questa incredibile dimensione porte e androni. diventò un gran sim bolo. interni. le religioni tutt'una. nel portico schiacciato . veniva su da quelle annunciazioni improvvise con cui il popolo a un certo punto ridà l'avvio all'arte . un'umanità indaffarata. il mondo trascors o era un grande deposito di favole umane. È difficile dominare la città. come i contadini e i pastori all'alba. ma nello stesso tempo sembra di aggirarsi in un interno. dritte. Si è sicuri di percorrere una strad a. quest'angelo mi appariva come la resurrezione d'un mondo sulle rovine di quello vecchio. giovane. come se nel sogno potessi ravvisarla e c apirla meglio. come succede a chi va in montagna. cortiletti. di piccoli monumenti arcaici imprigionati tra costruzioni del Sette e dell 'Ottocento come è raro vedere altrove: la misura antica contenuta nella popolosità e smisuratezza moderne. le terrazze delle case. o il palazzo Doria. Gl'interni sono la continuazione della vita della strada. di mercato settimanale. c'è una pennellata di verde. come è il popolo. come l'architettura di questi luoghi imparò dagli ac quedotti romani. fino a Sotto Ripa dove si sente. del la Spina. quasi vie naturali che immettano in un regno di natura sulla cima di u n monte. MEMORIA DI LUCCA Ho veduto Lucca e poi. dall'alto del timpano della chiesa a più o rdini di colonne sovrapposte. e ogni cosa si rivelava con l'improvvisa facilità con cui i sogni apro no il senso della verità. ricciuto e paffuto guarda il mondo. così accade di sentire leggendo un verso classico magro e t emprato nella sovrabbondanza di una prosa recente. Raramente accade di sognare una cit tà. lunghe . tutto quello che avevo veduto il giorno si legava a lui. in ombra. quello che essa possiede in modo unico. ma questo a me accadeva naturalmente. più in alto di quanto si pens i. molto in alto. ed egli. Mi riapparve l'Arcangelo San Michele. bolognese o napoletana o lombarda. appaia coi suoi colori stinti e tenaci. come nel Sestiere di Porteria. il giardinetto col basilico. i vestiti all'ul tima moda.

e una scritta dice pressappoco: "Questa è la forma del famoso labirinto di Creta". C atone ed Ezechiele. un disegno s ulla pietra c'informa del Labirinto. varietà. aprile a cavallo e un fiore tra le dita. e tuttavia avev a trovato il tono giusto. trova r parentele ed echi nei mondi scomparsi. d'una discendenza e d'una storia anche nelle passioni dell'uomo. Lucca è rimasta a quella fioritura. che lo abbraccia tutto e vi si riconosce. anche le operazioni quotidiane. Una civiltà rimasta interna. un'architettura ferma pressappoco al tempo di Dante. guai a lei se si arrende. una civiltà nata dalla più stretta aderenza all'uomo e alla natura. allo stesso modo il Cristianesimo si servì della Bibbia. lo stesso sen timento del mondo ch'ebbe Dante. non aver vissuto invano. quella in cui la c iviltà italiana era naturalmente l'erede d'ogni cosa che avesse senso umano. Lucca è una città che ha il segreto di molti fatti italiani.Infine. una sola epoca. morire. che dalla assoluta contemplazione di essi tocca le magg . è ricorda to alle soglie della nuova religione come è alle soglie del viaggio dantesco. Tutto questo è chiar o e vivo a Lucca. quella che allo stesso modo si riallacciò alla paganità e che dai monumenti superstiti trasse i motivi per le sue nuove costruzioni. non cercò di superare se stessa. come un mondo di passioni e di fatti fermi sui qu ali si ricalcava ogni altro avvenimento: la necessità. Lucca non mi apparve come una di quelle città dove l'arte ha la sua parabo la tra crescere. eguagliandole a se s tessa. la vecchia religione non è altro che un regno non ancora toccato dalla grazia e sta alle soglie della fede come il labirinto inciso sulla colonna del Duomo di Lucca . Essa coincide con le qualità più profonde e naturali dello spirito u mano che nell'arte si vuol sublimare. tra la Deposizione dalla Croce e la Carità d i San Martino ricorda i dodici mesi dell'anno. la grandezza del mondo nuovo era tutta nel fatto che potesse assomigli are ai grandi temi antichi. ingrandire. diventa un fat to coloniale. ma piuttosto una città al punto più alto del geni o popolare. comunale. Questa è la posizione dell'italiano nel mondo umano. d'essere universali e civili. creando su gli antichi i nuovi miti. è la sua predestinazione. e alla fondazione d'una chiesa non trovava stra no ricordare le favole pagane. era il mondo nuovo che al suo nascer e ricordava i drammi dell'umanità. Tutto vi assume un colore di mitologia. ma perché qui ma ggiormente è il colore e l'ingegno del tempo suo. quando si conquista intera potrà tardare il giorno della sua gloria. Esso è qua come nell'opera di Dante. Non sembra di leggere an cora Dante? Non è lui il gran costruttore di cattedrali. cioè la capacità di assorbire molte cose del mondo senza lasciarsene turbare. traversie dell'uscita d'Israele e favole d'Ercole e di Minosse. Lucca trovò queste cose a l primo stadio della sua ispirazione. il segno del potere degli italiani a ridurre il mondo alla loro misura? Civiltà difficile a tutti. questo. infine. ottobre sul tino. dopo averla visitata. e l'architettura lo stesso. chiusa talvolta come un'entità particolare e lo cale. dicembre tra i boschi a caccia. di esser cittadini del mondo universale. Su una colonna del portico del Duomo. costumi. essa il par agone migliore. novembre all'aratro. terriera. C'è la stessa audacia. da cui nacque la stessa architettura romana del Rinasc imento. gennaio con la conocchia. Il mondo era stato fondato per sempre con gli antichi: v'era un sol modo di atte ggiare le passioni. paesi. che non cerca l'universalità in una misura com une che si accetta o si dimentica. aboli va le distanze. era il nuovo. e nei nuovi sentimenti la grandezza di quelli vecchi. s'ha l'impressione di aver visitato quell'umanità. la cui v italità può rimanere più o meno nascosta. i libri d i quel tempo. per cui esiste una sola stagione. sulla soglia delle cattedrali ricorda l'a ntichità e le favole perenni del mondo. quando questo era un modo di vivere e di c redere. marzo alla potatura. col disegno d'un acquedotto costruiva una chiesa. Dante qui m'era vivo presso la sua casa di Gentucca più che in ogni altro l uogo della Toscana. e non soltanto perché qui amò una donna di carne. ma che vive della propria tipicità. dopo di che quasi non costruì più c hiese né palazzi né torri né santi. e in questa contaminazione. quando mescolò l'antichità al tempo suo. Virgilio e Davide. ad aprire. febbrai o all'amo. ma lo schema della bellezza e dell'armonia nell'arte sarà sempre suo. È un m odo. riducendole al suo senso. i fatti umani avevano un sol corso e una determinazione quas i fatali. differenze. il mondo antico è come il presentimento del mondo nuovo. aveva un solo accento e nuovissimo sempre per cantar e queste cose. il medioevo italiano ne compì la parabola facendo lo stesso per la romanità e per l'antichità mediterranea: profeti ebraici e grandi poeti romani. maturare.

Mi parve questo. chiuso nella sua cappella come in un antro sibillino. egli trema ad atteggiarle la veste: là dove le gambe si stendono. il quale cert o la immaginò più che ritirarla. andando di chiesa in chiesa. Là presso giace colei che fu chiamata fino a ieri Ilaria del Carretto. è lo sviluppo delle industrie in paesi v ecchi. ma si avvolge dal piede sinistro al piede destro confondendo lo stampo del corpo. fragilità. EMPOLI. Santi in contemplazione. quando un nuov o accento dell'arte nasce nel mondo. forse in quel solo punto gli fu lecito contemplarla . i Santi dal mantello turchino e g iallo. i capelli ben pettinati. e un medesimo pudore. e anziché sopraffare il vecchio colore d'una vecchia vita. Dietro a questi le vecchie tavo le delle Madonne tra putti nudi. Si capisce come ad ognuno di questi accenti qualsiasi pellegrino abbia trovato l'accento d'una nuova gioventù. tutto nell'atto più bello dei fatti umani che è il principio . angeli né tristi né lieti reggono la ghirlanda intorno al suo sarcofago. e pare di leggere in quegli angeli l'attenzione dell'artista. la veste è drappeggiata come una c oltre di pudore. Perché non si vedono i piedi? La veste è tirata sui piedi come il lino d elle antiche statue sacerdotali. il principio d'un nuovo canto. non ne delinea la struttura carnale. da noi lo dà lo spettacolo perenne della vita che vuol vincere il tempo. soltanto la s ua fine è l'episodio più importante del suo passaggio sulla terra. come raggi che sfiorano il centro d ella sua vita di madre. non segue la lunghezza delle gambe. Il cane ai suoi piedi leva il muso interrogativo. Ma all 'alba. col giglio fiorito. annullamento. Il pudore dell'artista si confonde col suo pudore. notai che ai piedi delle vecchie ta vole degli altari erano state erette altre immagini più moderne. Q uel senso di sbigottimento che nel settentrione è dato dalle infinite Danze Macabr e. ebbe figli. Lungi dallo sfigurarvi. I VETRI Uno dei fatti più nuovi dell'Italia d'oggi. Solo in questo punto della morte fu affidata a un artista. Amò. della forza. IL POPOLO. La gloria è la gran droga italiana. la piccola scena di un attimo. Giusto il Santo Volto col suo terribile aspetto. è sospesa come sul pun to di dormire o di annegare. È composta come in un sonetto del Petrarca. al contrario dell'arte italiana che dà per misura l'uomo. il segno più ermetico. "Morte immortale". donano all'ambiente e a l paese. l'occhio di chi non ha veduto nulla. che non è dei meno interessanti: egli porta sempre qualcosa dell'artigiano. e i grandi paesaggi. che si domandano quale simbolo chiuda. lo fanno risal tare meglio. È un a ttimo. L'occhio n on si sazia mai di percorrere questi punti dove è il segreto d'una vita e di un'ar te. Antich i poeti. e per esempio in Toscana. Chiunque è passato di qui è venuto a visitare Ilar ia. un a donna per cui s'è compiuto il miracolo della morte immortale. ognuno che è entrato qui s'è seduto sul banco lungo la parete a guardarla. Ed eccola sospesa nella fantasia degli uom ini. e forse soltanto sogguarda le pieghe de lla veste che convergono al seno e al petto. a un tratto. cari alle oleografie. il compendio di tutto lo sforzo i taliano. tutta lei è la testimonianza d'un ingegno che da un fatto naturale. leggerezza. sulle ginocchia rigid e che sole attestano la pesantezza della morte. dice in greco una lapide del Duomo di Lucca. fu sposa. Sorride? Pensa? Vede entro di sé? Ha l'occhio come un fiore chiuso e mai sboccia to.iori altezze: è un antropomorfismo con cui non ha nulla da fare gran parte dell'ar te moderna che taglia agli uomini i legami con l'originarietà per farne manichini di idee e di religioni che rinnegano l'uomo qual è e volendolo elevare lo umiliano . Tutto è composto nell'atto della vita e della grazia. C'è il sapore di cen ere di tutta la poesia italiana. non più grandi d'un metro quadrato. che dalla esattezza della verità trae qualcosa di attonito. Prima di tutto c'è lo spettacolo di come l'italiano si trasforma a co ntatto con la vita organizzata e collettiva. a Lucca. dalla rapprese ntazione d'un breve attimo umano ricava i misteri profondi. eccolo che ancora una volta ricorda la fant asia tra popolare e classica italiana. e poi la nascita dell'industrialismo in I . nelle solite cornici dorate: la Madonna dal profilo emaciato e dalle grandi lacrime tonde che paion di vetro. come il lino dei pontefici in trono. del la gioventù. al gran Jacopo. Porta una ghirlanda s ulla testa. antiche pietre. È un fatto che i santi di allora nessuno più li prega. e sembrerebbe uno di quegli adolescenti pag ani se la sua non fosse l'adolescenza perpetua delle spose di un tempo. tutta Lucca ve lo ricorda. Ma poi. come una visita di dovere. Tra i frammenti sparsi nel muse o di Lucca v'indicano lo stemma d'Ilaria.

Mi domandò se fossi venuto a E mpoli per lavorare. di vec chi caffè. di vecchi vasi. Si starebbe delle ore qua in mezzo. fatti di botteghe sotto i portici. Al tempo del gr ande artigianato e delle vecchie corporazioni. e sott o un calice di marmo grondante acqua. E poi le merci sulla strada. Il tramonto rosso e il perdersi del fiume nel piano ricordano il mare. Aspettavo qualcuno per domandarglielo". col fare filosofico dei "ciaba" di tutti i paesi del mondo. In mancanza d'altro. C'è un modo di disporre e di mostrare le cose del vivere che ha della compos izione. è u n meritato riposo. che ritrovi in qual che modo la sua attitudine naturale. queste osterie a ogni passo che spengono l'arsura della strada polv erosa. D'estate i vetrai son chiusi. Di sera sono aperte le finestre. perché quella funzione torni in pieno. mi disse. perché Empoli ha almeno una quin dicina di fabbriche di vetri. con lo stesso color verde che ha a Firenze. come era considerato il lavoro industriale. la tendenza è la stessa.talia non è quella cosa nuova e strana che s'è creduta per un pezzo. Il popo lo intorno a questi nuclei formò i suoi. e l'atteggiamento di chi tira i due capi dello spago nelle braccia u n po' discoste. E che dire di quest'insegna che porta scritto "Bazar fantastico"? Empoli è in piano. saputo che venivo da Roma: "Oh". Gl' impresari cambiano. e ho sempre pen sato se corre più il Tevere o l'Arno. e la vita si riannoda al vecchio filo. I carrettini dei fiaschi da impagliare sono fermi davanti alle porte. La razza vuol p ur dire. Ci s'imbatte a un certo p unto nell'Arno. una colonia estiva. e questo lavoro senza volto. e riacquistano il vecchio prestigio dell'infanzia. le insegne e le merci. Ecco che cosa può pensare un uomo solitario sulla spalletta d'un fiume. qua ndo era ancora fresco. il contado. Sulla s palletta del fiume c'era un uomo seduto a guardare. poi divennero i musei di quel lavoro. le donne cuciono sui balconi. a prender aria. d'insegne che avevano portato qualche cosa di artis ticamente popolare nello zinco verniciato. I rag azzi giocavano in piazza. Si dilungano laggiù i quartieri degli operai. a vederne alcuni ancora aperti. come altrove "tout fini t par des chansons". Non sa ranno più i palazzi dell'Arte d'un tempo. e i richiami delle trippe e della zampa. ma si to rse il muso davanti ai fumaioli delle fabbriche. ma non di più lontano. ma sono arrivato in tempo. "venite pe r l'appunto da Roma: come corre il Tevere? Io ci manco dal 1885. Su un banco del fiume all'asciutto giocano i ragazzi . i mer cati. Perf ino i prodotti a serie dei magazzini sembrano appesi a un albero di cuccagna. è già la nudità moderna che ricorda la camera da letto. e la polvere. gli steccati gialli di qualche cam po sportivo. Non è più la nudità d'un tempo. sarà una torre. e nulla è tanto eterogeneo che non entri in quest'atmosfera che è pur dura e di lotta. il popolo s'è fatto la sua decorazione per la vita quotidiana. un cam po di gioco. Mi chiese anch e notizie di Prato. Qualche cosa però non era andato perduto. in Italia tutto si concluderebbe in architettura e in arte. la sua lotta. una fo ntana ricorda la munificenza d'un signore che dotò la città d'acqua potabile. le città ebbero centri nati da quel l'assetto. e si correrebbe non so quanto al ric hiamo di questo vino dal sapore di vecchie rose. come se tutto questo fosse l'annunzio d'una fiera e d'un Luna Park. A Empoli mi accadde di pensare a queste cose davanti al suo vecchio Duomo. il grande nuovo articolo che preparava una vetreria era uno spet . Nacquero perciò tanti monumenti senza scopo. ci sono i santi agli angoli. Basta tuttavia che la società si organizzi su un dato schema. e cioè la capac ità del lavoro a crearsi i suoi monumenti e le sue testimonianze come l'avevano av uta un tempo i tintori o i lanieri. vi si attardavano donne coi bambini in braccio. questo m ercato quotidiano che ricorda da vicino la vita. di tutto il mangiare semplice. I fuori porta si vedono dalle sue strade dritte tra balenii di biciclette che si confondono con quelli delle foglie degli olmi prese da un lung o tremito come se pullulassero. che imitavano nell'apparenza le vecchie logge e i vecchi palazzi d'arte. giacché viaggiavo. riprende il suo vecchio potere. quattro donne di marmo sorridono nude. E non era più l'Italia quella div enuta soltanto agricola e che aveva abbandonato ogni ambizione civile. perché in conclusione. Per chi detesta la spocchia di certa vita moderna tutta nel parere quel che non si è. In quella venne avanti un ciabattino. noi l'Italia fummo abituati a c onsiderarla così: si rimpiansero i più abili artefici e artigiani d'Europa. di mescite di vino. e poi. e il contadino nei campi contigui non ha finito mai di lavorare. i manifesti che laggiù sono più larghi e coloriti.

i cestini da viaggio. accompagna la vita. questo pupazzo. crollano monumenti di pietra. Ma in un altro magazzino chiuso. d i travi e d'assi. il bicchiere dell'osteria. il gruppo degl i operai sta raccolto in mezzo. tra i potenti ventilatori e le finestre. va si e lampade. fra solitudine e solitudine. si disperde perfino la traccia della pianta d'una città. che è tutto dire per un'operazione delle più faticose. le rotture in casa e il nuovo rifornimento di vetri. Su una tavola disegnata al modo dei campi di gioco. a migliaia. È un lavoro che ha il carattere del lavoro comune come una scuola. questo vaso. viaggia. Questo un gran m agazzino di tali manifatture: c'erano rose. Oggi escono da ognun a di queste fabbriche trentamila pezzi di vetro comune al giorno. Ma forse in questo contrasto sta tutto il fascin o di questo spettacolo. aprivano bocche mostruose o sembravano pezzi d'anatomia. ci sono i depositi delle damigiane e dei fiaschi nudi . tant'è vero che ogni esemplare è uniforme. abituati come siamo ad essere circondati di cose non fragili. a perdita d'occhio. sembrava avessero da fare con un mondo infantile o nano. con tutti i toni del verde. E si scorgevano vecchie forme. per generazione. antichissime. altre oliere da trespo lo. Ancora una volta penso per esempio a una grandinata su ques ti vetri. Sembra un grande concerto che non arriva a esprimersi altro che in fo rme rotonde. e su questo tema. Soli e insieme. Il soffitto è altissimo. della nostra infanzia. i fiaschi si levano a pareti sotto le tettoie. su una tabella. separati da muriccioli tra magazzini confinanti. A un certo punto vien quasi il panico di quella estrema deperibilità. erano disposti i giocatori. C'è la solitudine del lavoro individuale e insieme un colore di vecchia comunità intenta a un lavoro che ha perfino del gioco. gli ornamenti dei salotti. S'immagina quanti esemplari. ripetute all'i nfinito da tanti anni e secoli. come d'un'antica fabbrica o d'un'antica chiesa. paiono delle bambine con la testina e il collaretto. s'infiamma a mano a mano che prende più aria. È come se concertassero degli strumenti. mentre dall'altra parte le bottiglie striminzite e verdi da un quarto di litro fanno un altro suono di . e in circolo ognuno si dispone co n la sua canna. una coinci denza di linee e un gioco di rette ripetendo il ritmo convergente delle assi del soffitto. Appeso in basso a una lung a canna si gonfia come una nota profonda il bottiglione. dell a vita. e questo bicchiere. si ferma in qua lche angolo ignorato. di alcuni n on rimane che un ricordo vago. il ritmo del le canne lunghe disegna fra uomo e uomo. la maglia di colore. Paiono orti di grosse zucche. o veduti in qualche museo. E i vasi per fiori. eppure esistono vetri di mille e duemila anni di vita diseppelliti dall a terra dove hanno dormito per secoli. coi loro turaccioli. all'infinito. o di paesi visitati. la bottiglia della camera d'albergo. e trecento di vetro artistico. È un m ondo assai precario. ricordo d'una civiltà. ognuno col suo grumo incandescente che p assa attraverso tutti i colori e le forme. col gesso. nasce come un frutto duro e verde. Fuori. e il naso e lo stemma della loro squadra erano le cose più rilevanti. a momenti quelle oliere che sono come due sacchetti legati sembrano una famiglia immensa di fratelli siamesi. Dev'esser la stessa l'emi ssione del fiato. fiori e frutti di tutti i colori. ognuno di quegli oggetti ricordava un amb iente. le bottiglie.tacolo di partita di calcio. che si fosse moltiplicato allo stesso modo degli animali. C'erano violente simpatie e antipatie. si colora come una bolla. quegli oggetti che noi consideriamo come presenze e forme nelle case. Ecco cose fatte per con sumarsi. dietro l'ispirazione d'un artigiano ignoto che t rovò quella prima misura all'emissione del fiato nella canna. la testa di vetro bianco. si sono rotti per uno che ha varcato il tempo. Passano i tempi. e gli ospedali. pressappoco come quella cornetta del jazz che pare riesca a stento a gonfiare una palla di gomma ficcata nel padiglione. e le razze diverse erano i diversi colori d'ognuno sotto le stesse forme. i comodini da notte. e fra l'uno e l'altro n on v'è che un'oscillazione media di venti grammi di peso. La fragilità del vetro è una cosa di cui bisogna ricordarsi ad ogni mo mento. gli operai che limavano gli orli dei vetri con le macchine. dura in qualche lembo di terra. A un tratto questa di vetro mi se mbra come un'umanità: corre il mondo. il forno del ve tro è come un gran calamaio cui attingono tutti. le avide bevute notturne nel bicchiere trovato a tas toni. forme che furono dei Fenici. le oliere all'infinito. sono scritti gli evviva e gli abbasso delle passioni quotidi ane degli operai. qui acqui stano quasi aspetti di tribù.

il ragazzo vi aggiunge il piedino. rimane un attimo lungo in quello straordinario atteggiamento c he ricorda la sofferenza di un parto immane. dà uno squa rcio atterrito. U . quando si sarà diradata la nube di fumo. nella profondità si fuser o. una di quelle grosse mine da qualche q uintale d'esplosivo. da quegl'indizi che non tradiscono mai il suo occhio esperto che ha con la pietra la stessa confiden za del contadino verso le piante e la terra. di laceramenti dell'aria. e s omiglia a una di quelle giornate d'artiglieria in guerra con la sua sinfonia di schegge. che ogni masso è inclinato dalla parte della levata del sole. Questa stessa musica. ancor molle. dalla direzione delle f enditure del masso intuisce il metodo di cavarlo. come s e fosse stato disposto con ordine in una scatola. e bisogna purgarlo. e dove la materia era meno compa tta la incrinarono col loro peso. Il marmo è il risultato del lavoro di secoli. spesso egli si serv e degli stessi metodi che servirono ai romani. Furono come correnti troppo dense. che ha il privilegio d'u n piccolo inserviente. la portentosa musica del marmo che chi non l'ha udita non può figurarsela. come una pianta che vedesse ingrandire enormemente un frutto. Raramente accade di ammirar tanto l'uomo come in questo rapporto con la pietra. L'esperienza gli dice che ogni masso giace nella montagna in forma di rombo pressappoco come una forma tombale . dal globo alla coppa. in cui conta la razza. il ragazzo gli sta attorno c ome in uno di quegli esercizi perfetti di acrobazia che vediamo sui palcoscenici . Una macchia troppo forte di nero. come un riepilogo rapido di tutta un a discendenza di volumi geometrici. e che nessuna pr eparazione scientifica può eguagliare. altrimenti egli sa che il marmo si cava pazientemente. più o meno intensa. altrove le piante incarbonite macchiarono trop po il marmo. di scoppi. Per un pezzo la vallata risuona del rotolare dei massi e dei detri ti.questa musica acuto. si consolidarono. il ragazzo vi salda un ornamento. poi le montagne sorte dagli abissi marini compressero questi blocchi. e da q uesto connubio della vita marina e vegetale nacque il marmo. egli vedrà forse scoperti i blocchi ch e giudicherà con un'occhiata dal colore. gravitare. le cime dei monti into rno sono gremite di spettatori accorsi da ogni parte. l'esperienza. perché raramente egli ricorre al le grosse mine. sta quasi da parte un lavoratore di fino. Il quale passa nelle sue mani attraverso tutte le forme. accompagna la vita dei cavatori nelle va lli bianche. A volte. dalla conformazione. nella sua forma. E intorno tutto un coro è intento a sentir oscillare. si vela tuonando in un nembo di fumo e di polvere. da un masso considerevole. queste sommità erano coperte dal mare: miliardi di conchiglie si impas tarono alle materie organiche trascinate dalle correnti. al piatto. A tratti. IL MARMO Quando scoppia una mina sui monti Apuani. si vede la montagna gonfiarsi come un petto forte sotto un respiro poderoso. una lapide come lo chiamano. i ragazzi portano al forno della tempera i recipienti finiti in cui alegg ia ancora l'ultima fiammella e fa sprizzare scintille dal bastone. La scienza del cavatore è lunga come la vita di questa pietra. in cima a un bastone bruciacc hiato. ripetend o nelle venature del marmo le ramificazioni delle piante. crolla poi come una nube. si amalgamarono. di cui non si sente a tratti che lo sgrigliolio dello stac co del vetro. Sono questi gl'incerti del cavatore. se ne trae soltanto un piccolo blocco. che dallo scoppio giudica l'importanza dell'operazione. l'alta pressione le formò in blocchi. È questo uno dei più stretti rapporti d ell'uomo con gli elementi. Dal colore d'una superficie indovina quello che c'è sotto. Le bottiglie stanno nel forno a indurire e sembrano pani. e solo quando si ripromette la scoperta d'un banco considerevole . si lacera come un cratere. marmorizzarsi s otto il suo fiato le grandi bolle verdi. l'aiuto d'un compasso di legno per le misure e per aprire e regolare le corolle del vetro. e questo è appena il principio della sua scienza. In quest a orchestra di forme. egli ha trovato la di rezione del pelo del masso come per un tessuto. Fra p oco. o dalla parte di t ramontana. o del principio di quei metodi. In qualche luogo è il propri etario della cava. una striscia di quarzo più accentuata minacciano la durabilità del masso. lo stesso soffiatore è compreso di quel volume che nasce al s uo fiato. Gli alberi incarboniti traversarono la superficie candida. il ragazz o stacca il dippiù. I giornali avranno annunziato lo spettacolo. o strati di quarzo più compatti resero più fragile la superficie del mi nerale.

Con uno strumento così pesante non oltrepassano d' un millimetro il segno. Di marmo si vestono cose definitive. Il cavato re conosce la sua cava come la sua casa. la gloria. Con un braccio di meno diverrà guardiano. da Pietrasanta. lo si scava da tremila anni. Sono occhi a for ma di virgola. e uno d i loro disse in modo d'essere inteso: "Costui è troppo presuntuoso. fino a quando può. dà una luce speciale a ogni cosa. come d'un minerale fuso e rappreso. una delle cose più solenni che la natura e l'uomo abbia no messo insieme. bianca e gelida di questo minerale dovunque ricorda il lusso. Perciò la cava di marmo è un fatto personale. A lui non inse gneremo nulla di quello che sappiamo". in quest'operazione la pi etra diventa qualcosa di elastico. ha il colore d'una grotta montana. i depositi di marmo. promosso capocava si rassegnerà male a non avere il suo bl occo da purgare e da squadrare. una lastra che fa da scalino malfermo a una casupola. Lungo la strada l'insolita presenza d'una pietra così preziosa. di settant'anni. è il mondo sopravvissuto che parla attraverso il marmo. si aggiung eranno poi quelli dei secoli avvenire. Miliardi di tonnellate di scheggioni si s ono accumulati in queste valli mutandone di dieci in dieci anni la fisionomia. Per chi la veda dal mare. Gli occhi dei cavatori sono quasi interamente chiusi. Questi danno i l colore bianco di neve alle valli tra cui formano una immensa corrente perenne. Anche l'uomo. .na volta venne quassù un ingegnere fresco di studi e di poca esperienza. tutto di marmo anche internamente. i detriti si sono aggiunti ai detriti. tagliano come con un coltello. ma vi è qualcosa di vaporoso e di sfumato. le ombre vi si adagiano den se come di velluto. ed è questo i l presentimento di quell'implacabile polvere che colma tutte le valli. meno che in un tondo. di straordinariamente duttile. il marmo lentamente riprende il colore d'acciaio delle sue montagne. voleva fa re e disfare a suo modo. in ci ma a tutti i tempi. distingue il suo pezzo di marmo tra mil le. gli spiazzi pieni di l astre e di blocchi. tra esse s'aprono tre valli bianche. la montagna differisce da ogni altra che la circonda: sono quattro cuspidi di pietra. Ma. statue e colonne. ed essendo capocava non s'è rassegnato a guardare il lavoro degli altri: i suoi padro ni lo sorprendevano con la mazza nel pugno. non ha mai voluto andare in pensione. in esso sono sepolti secoli interi. dimenticando la loro civ iltà di fornaciai. Ne ho conosciuto uno. e sarà difficile che non si ecciti al pensiero d'u na mina. Due vecchi cavatori si scambiarono un'occhiata. le cime son o scabre. Dove è uno che nel mondo vuol lasciar memoria di sé. riflette su Carrara quel colore lattescente in cui le ore passano come davanti a uno schermo frapposto a l sole. Sono venticinque le vittime annuali di quest'opera. il duomo di Carrara . in cui è rifugiata la pupilla. i secoli spenti che vogliono per essa sopravvivere. la pr esenza. là è il blocco e l a lastra di marmo. Ho detto tremila anni di escavazione. i riquadri di marmo delle por te e delle finestre rustiche. colonne. d ai residui di blocchi da cui furono cavati gli stipiti del Pantheon sino a quell i dei lavandini di cucina. con cui seguono i dife tti e le incrinature del masso. Io l'ho visto sc alpellare in non so quanti luoghi del mondo. un lastricato di marmo davanti a un'osteria. la morte. sono arrivate in capo al mondo. con cui danno colpi che hanno la precisione d'un taglio. Non è questo l'ultimo sentimento che accompagna chi visiti ques to immane mondo di pietra. si vedono gli effetti dei contraccolpi e gli spostamenti nei mille atomi che la compongono. il cava tore resta con la sua pietra. come l'arte e l'artigianato. che adoperavano la creta. la luce le tempra come l'acciaio. dove l'orbita è più fonda sotto la fronte. rimangono qui i detriti di tremila anni di scavo. Gli Et ruschi. il sole a diverse ore vi stampa in finite gradazioni. Ma se tutte queste cose. Già lungo il percorso. templi. perché da palmo a palmo la montagna è diversa e il minerale assume diverse confi gurazioni. quella mazza del peso di otto chili. La valle bianca sembra colma d'una neve in una stagione in c ui le cime siano disgelate. infine. Sono tremila anni di statue. a un materiale cui si affida la memoria degli uomini. qui usavano il marmo. imbianca lontanamente le strade. danno quello sgomento che è un carattere di questa pietra. que l confuso pensare a un fatto definitivo. vecchio ch iederà ancora di servire.

squadrato. fra le altre. da secoli. è già un lavoro salire quest'erta di dove si s corgono le grotte profonde e solide delle cave in un panorama da Purgatorio dant esco. Non si vede che la pietra su cui s'impara a stare in equilibrio. che sta intorno a loro. rabbuffata. sono l'elemento fluido di questi luoghi. Da questi scheggioni di marmo rifiutati cavano appena una tazza. ondosa. alta. e contrappunta il rombo dei de triti. mostra quasi un'immagi ne sepolta dentro. e si dan no a squadrarlo. impercettibilme nte. rifugi di cavatori e osterie. il terreno è coperto di quest o materiale. come se si cammi nasse per una tastiera. che sembrano grilli. come di tuoni. di rovina . che preme la valle da tutte le parti. una statua che si potesse vedere dal mare. villaggi di cavatori. scavano già sotto la cima in cui la pietra si atteggia a statua . rigido. esso va avanti come un fiume. fitta. Michelangelo diceva: "Io ne cavo via il dippiù". Sono cinquecento cave a compiere nelle tre vallate questo lavoro quotidiano. Alcuni operai abitano villaggi vicini. ha il ritmo d'una pioggia calma. sospesa. i suoi detriti. si ha l'impressione d'un fiume gelato e miracolosamente praticabile. le diverse onde del marmo voglion congiungersi in fondo alla valle. I cavatori isolati. in breve sono incrinate dai ced imenti del terreno. Lentamente.È quanto rimane delle mine. d'un bianco cavato ieri. gli scoppi delle mine. un vaso di fiori. Dall'alto delle cave. In molti punti hanno quasi r aggiunto la sommità. ab bagliante. a dieci centimetri l'ora. correnti. in un interminabile lavo ro. fra tanti detriti. per sfuggire a questa corrente. delle squadrature dei blocchi. trovano qualche blocco più grande. Si cammina su un elemento incerto. il lungo lamento del filo elicoidale che taglia gl i immani blocchi delle cave. i detriti per la china diventano velocis simi. rumore di questi poveri spigolatori del marmo. ogni cava ha un suo versante che scarica. Essi sono detti comunemente "spartani". nel bianco indistinto dei detriti si disti nguono quelle forme uscite appena dalla sbozzatura. una delle più difficili e delle più importanti d el cavatore. radicata nel monte. e quello fresco. si levano su dalle cave le lisce pareti del marmo compatto. cambia d 'anno in anno l'aspetto dei luoghi. e spesso trovano di quel mar mo egregio che sembra una neve densa e posata quando si unge d'azzurro. fra tanto rovini o. La montagna dove stavano compressi è scomparsa sotto di loro. spinte. così fantasticò qualcuno. tavole gi gantesche di bianco o di nero. tra marmo e marmo. attraverso nuovi moti. di questi indipendenti dalle grandi famiglie delle cave. su cui la fantasia leggerebbe chissà che immagini p rigioniere. Altri vengono dalle marine a piedi. alla corrente di marmo si mile a un'onda immobile. sembra che la stessa montagna rovini. un mortaio. i massi rotolano con un fragore lungo. le scariche accompagnano chi sale per l'erta dove sull'ammasso delle pietre i passi dell'uomo hanno formato un viotto lo. sot to la minaccia dei detriti che rotolano a valle. hanno sepolto perfino alcune ca ve. Lungo. Dopo un poco si distingue il marmo calcinato dal tempo. solleva la strada del fondo valle ogni anno a una più forte inclinazione. sui bianchi abissi gli uom ini sganciano il carrello e lo rovesciano gridando dall'alto se qualcuno passi. Dal l'alto delle terrazze. qualche . Il blocco di marmo intero. disposte come celle d'un apiar io nel monte. La lotta coi detriti è. sembra che seguano una corrente. è la montagna che cammina. qua e là. dà l a vertigine. di crolli. abbaglia come la neve. quasi campestre. anch'esse composte di detriti. per liberarsi dalla loro invasione i cavatori scavano sempre più in alto. i rombi. minaccia di seppellire le cave. Il cumulo dei detriti non ha mai un assetto stabile. Li sbozzano sul posto. Queste hanno dovuto cercar sempre un più alto gradino della montagna per sottrarsi al peso del materiale di scarto: formano pel monte come giganteschi scalini. un grappolo di rose. o le case costruite in prossimità del lavoro. il moto di esso è così fatale e sicuro che le casupole piantate nella v alle o sul pendio. si accumulano all'immensa distesa dei blocchi bianchi. E sopra questo mare di pietra bianca. alto. di trenta e trentacinque metri di altezza. dolce. fino a oltre mille metri. La musica degli scalpelli in fondo alla valle. e le valanghe nuove che scendono d all'alto. Il bianco immenso è intorno. incombe sulle cave stesse. so tto di loro. sembra venire avanti e sommergere i rifugi e l'osteria dove cresce gracile in quel bianco un garofano. È questione di vita o di morte delle cave. pietra per pietra è sotto il passo una lunga musica minerale.

una parentela riunisce tutte queste fatiche. sui carri dalle ruote formidabili. Il masso. il blocco slittava per una ventina di metri. Forse si salverà. tornò indietro. con lo stesso metodo con cui spost ano le travi saponate sotto i grandi blocchi. Quando vi passai. escono dal muro compatto e fanno da scala alla sommità per quando si seguiterà a innalzare contro l'incombente marea di detriti. Sono i bollettini quotidiani della folla. e così sicuri e fermi che altri blocchi sporgen ti.straordinario ciuffo di fiori o erbe azzurre. come in liberi portabandiera della fatica umana.doveva dire. Il carico. è la vertigine. perché non precipitasse per la china. Già i muri dei villaggi. e sopra. e poi la valle bianca. Già questa corrente bianca che sembra di veder muovere. vedevo scendere una "carica" di blocchi per la lizza ripidissima. sciv olava lentamente su altre assi insaponate come i falanghi su cui si mettono in s ecco le barche. dai buoi magri che appaiati a decine aspettano l'enorme carico dei blocchi squadrati. una dozzina. bollettini dello spirito della giornata. le filovie passano sopra coi loro carichi di sabbia. Il capo lizza. raggiunta la sommità. stavano intorno al carico badando a to gliere di dietro le assi a mano a mano che il blocco avanzava. per il trasporto al p iano dei blocchi cavati e squadrati. che. ricomponendosi più avanti a s eguitare sino a che l'hanno portata al piano. Tra questi baluardi corre o è contenuto il f iume dei sassi. quello con cui gli uomini si danno la voce per lo sforzo comune. incorniciano la parte superiore d elle cave. etnische. e accanto: "Forza Binda!". là dove il suolo è minuta polvere bianca macinata dal passo degli uomini . formano camminamenti sulle strade p raticabili. di arrivare primo. fece appen a in tempo a buttarsi da una parte. fanno da trincea dove lo scarico dei detriti minaccia di straripare. . evviva e abbasso. e corre anche una strada ripida. era trattenuto da corde d'acciaio che un uomo mollava gradatamente dall'alto. Ho sentito anche qui un canto. il solo canto delle cave. intorno. pietra su pietra. hanno costruito formidabili baluardi co n le stesse schegge del marmo. assai in alto. È un "oh" più lungo di quello dei pescatori alla rete. u na goccia di sangue su un ciottolo di marmo. Per contenere la massa dei detriti nel suo continuo moto verso il basso. Eppure. perché arrivavano contemporaneamente al traguardo. si ruppe. con v ittime umane. piccolo davanti al masso pauroso. e per evitare che ne siano troncati l'uomo del canapo li lubrifica con olio minerale. Sentenze. gli spezzò un braccio e le costole. costruirsi un riparo e un confine. e non sono questi gli ultimi elementi che ricordano la vita di guerra. il lavoro secolare de i muri di riparo. i lizzatori gareggiano a chi arriva prima col suo carico a valle. La montagna è trattenuta da questi muri. A voltarsi indietro. srotolandole da un gruppo di pali di legno infissi a un blocco di cemento. intorno a un blocco. esclamazioni. Forza. gli uomini. tesa da quattordici metri. L'altro giorno accadde che la corda d 'acciaio. all'attri to del filo elicoidale nel masso. Spesso sono intaccati come da un taglio per lo sforzo delle corde. tutto parlava dei due corridori ciclisti allora in gara . dai carri. la più antica fatica dell'uomo. la manifestazione d'uno spirito colle ttivo. la lizza. Era l'alba. Dove l' erta è più faticosa. Ho visto. Il capo lizza sta va. fu come un proietti le. una mano al mattino ha scritto: "Forza Bind a". d'una ventina di tonnellate. colpì l'uomo del piro. l e mura pelasgiche. sul gradino più alto. epigrammi su un masso ca vato male. delle case sparse. senza fare altre vittime. Talvolta è accaduto qualche scontro fra questi carichi. Questi pali son detti "piri". i bloc chi portati al piano mostrano di queste iscrizioni. la fatica di lottare e di vincere . nei tempi di gran lavoro. Il viottolo gira per la china con una sapienza d'orientamento. legato e fornito sotto di alcune assi. I lizzatori. risolvo no problemi difficili di pendenze. disposti a ventaglio. Muraglia dietro muraglia ricordano il Colosseo. davanti al suo blocco che precipitava. serve a tagliare la montagna di marmo. sorreggono le piattaforme delle cave stesse. Trenta uomini si mettono pel ripido sentiero e si passano la vittima. e in uno di questi campioni è compendiato lo sforzo degli ope rai. uomo! . per le diverse strade di lizzatura. coronano le sommità come fortezze. sotto. poi tutt'intorno le cave con le lapidi immani su cu i è la storia lenta del taglio del filo elicoidale come una rigatura su un foglio di musica. al posto più rischioso. venti tonnellate. capolavori di tecnica che seguono le accidenze del terreno. sempre al riparo dalla corrente dei detriti buttat a dall'alto.

le cave non abbiano più dato materiale per le costruzioni. discendenze. vere spoglie del tempo e della fatica. Il ragazzo passa di quando in quando colla cassetta degli scalpelli. Il ragazzo li arrota sulla pietra dura. orti. quella che fu fondata dai contemplatori solitari. Più tardi le mie id ee mutarono. che porta ancora in sé il ricordo delle fortezze sui monti. Ho veduto il loro pane e il companatico. che quasi ogni atteggiamento dello spi rito ha un legame e un richiamo. e forse un 'idea più ridente. dopo il seic ento. cipressi. di rapporti e di classi. dai ricchi ugualmente solitari. Il fabbro li ritempra. e da regione a regione quasi di razze. la civiltà basata sui doveri e sui diritti del chiuso circolo familiare. Ultimamente a Montepulciano. tanto da sembrare che. in quel clima si svolsero i termini di quella civiltà italiana che ancor oggi ha per base la famiglia. delle lotte fra le gent i delle vallate confinanti. si dice ancor oggi di chi merita ogni attenzione. che non hanno più nulla del tessuto. Ve un'epoca del macigno nella vita italiana. Il concetto dei clan si temperò. nella provincia italia na del centro queste esigenze primitive delle abitazioni di pietra si mescolaron o a quelle delle arti e del lusso. Fu un a civiltà puramente sociale. giardini. Così. i d . dove nello stesso tempo è presente una cultura e una c iviltà come d'un tempo fiorito sui monti e sui luoghi alti. si gira nella città di pietra della provincia it aliana. alla sua civiltà moltiplicata per centinaia di lu oghi e genti. da rivelazione a rivelazione. E s'è spiegato tutto. Tutta la civiltà politica italiana fu poi per lungo t empo una questione di famiglie e di gruppi. che dopo un poco si rompono e scottano nel pugno. "Ha famiglia. ognuna coi suoi maestri g randi e piccoli che in civiltà meno ricche sarebbero ognuno un capostipite e un ma estro. da essa provenne l'assetto civile di poi. per cui essere artisti originali fra noi è legato a tanti sottintesi. alla storia del paese italiano. una specie d'epoca mon tanara. d'un grande scultore esistito prima di Donatelle. dell'Angelo Annunziatore e della Vergine. i soprassalti della montagna ai colpi di mina e alle scariche. una civiltà politica. due sculture di le gno. che non è classico. i luoghi che non avevo veduto li chiudevo con la fantasia nelle più facili reminiscenze. nella cava. e tale è ancora il colore di quella vita. vecchie giacche di velluto consunto. Gli operai guardano il loro blocco. oggi il posto di quegli scenari naturali della mia immaginazione è oc cupato dalle città di pietra: la natura si è allargata e diradata. ricordi. olivi. La vita italiana ebbe in tal mod o alle origini una civiltà di tipo patriarcale. e come tagliano la pagnotta. la vita civile trionfando si ammantava del co lore della primitiva barbarie. e come si appartano solitari a consumare la loro colazione. come un medico gua rda un malato. alla sua torre. prima di lavorarlo. dovette essere un gran giorno quello in cui gl'intonachi colorati fecero la loro apparizione. Di lassù si vede il mare. ridotte in sacrestia e poi messe in onore nelle navate della cattedrale. hanno fatto ricordare a più d'un visitator e la mano d'un grande maestro. di cui è difficile stabilire la gerarchia. che avevano formato i clan delle società primitive. e non mi riesce q uasi di vedere un uomo pei campi senza pensare al suo campanile. È il colore inconfondibile dell'Italia antica. e in questo scenario ge nerico immaginavo qualche opera d'arte solitaria e miracolosa. Ricomincia la musica degli scalpelli. l'unità familiare . che da paese a paese formarono barriere quasi d i nazioni. col primitivismo dei montanari e il loro potere di contemplazione. l'acqua arriva nei tubi sospesi attraverso le valli. Se altrove rimangono d'una vita remota i dolmen e i nuraghi. sopravvivevano con lo stesso significato e la stessa funzione.una modulazione graduata. una specie di Sassetta della scultura: e di lui non se ne conosce pur il nome. Lassù. che ha l a natura d'un privilegio. incessante di questo enorme sforzo umano. come fu sempre quella degli abitanti delle montagne in nuclei caratteristici. delle acropoli. ha figli". In essa le famiglie. quasi ancora lottando. e i doveri di questo nucleo e i suoi diritti. in quell'isolamento della vita da cui nacquero i motivi che resero tan to difficile e lunga la sua unità. LE CITTÀ DI PIETRA Quando conoscevo meno bene l'Italia ne avevo tutt'altra idea da oggi. ma che nella nostra fanno disperare addirittura dell'arte come se tutti g li accenti fossero stati detti. maturata però in un clima dove il se nso politico era già perfetto. Ho veduto le giacche appese dei cavatori. fresca. il lamento del filo elicoid ale.

Pietre d'ogni natura. del dolore. delle sue lotte. da quella più dura a quella più friabile. la maestà una forma sola di apparire. senza pur conos cersi: quasi che il decoro. e in mol ti di cotesti esemplari. att raverso figure vedute e rappresentate. Quanto all'architettura di queste città. e riproducono in forme locali le creazioni dei centri maggiori. palazzi all'astratto dominio e potere. al modo stesso che nella pittura vi fu quasi un solo modo di raffigurare gli atteggiamenti dello stupore. L'arte antica sarebbe dunque stata simbolica e fantastica . della sua vocazione. in cui non sai dove cominci l'ingenuità popolare e dove p oi quella grande forza d'un concetto quasi religioso. fantasie sul po tere e sulla forza. tutto è dura e arida pietra. e le loro costruzioni furono quasi simboli e concetti. La quale fece come chi diventi attore eg li stesso e rintracci le forme con cui si possono atteggiare le persone e i sent imenti. mett endo intenzioni in ogni dettaglio. che assume a momenti l'aspetto d 'una gigantesca costruzione in una cava di macigno. Ma nelle città antiche. la natura entra come un lusso e un correttivo. la pompa. rappresen ta quell'evasione che un tempo era funzione specifica dell'arte. in cui la natura porta soltanto turbamento e squilib rio. allo stesso mo do della bellezza. o meglio. che dà il tono unico dell'arte italiana. Fu questo già un fatto etrusco. della sua impenetrabilità. Per questa limitazione. lo fu poi di tutta l'età di mezz o. mentre i pagani attribuivano agli dei i loro sentimenti in forme perfettissime. raffigurativi. e in questo ambiente. gl'italiani non soltanto i se ntimenti. talvolta dei suoi squilibri. che si ritrova in ogni maggior arti sta come una determinante della personalità. il costume. per ché l'arte è una realtà fittizia. p ietra le facciate e le statue. c'era un compiacimento in cui la fede e la curiosità facevano tutt'uno. Senza contare c he noi oggi molte cose. narrativi. ma immaginando gli artisti. pietra sono le strade. e preannunzi gli stili che s i dovevano sviluppare. avessero un linguaggio unico. e al più avrebbero dato freddi risultati come quelli che vennero dipoi. Ultimamente in una di queste città mi aggiravo con questi pensieri. A tal punto che per molto tempo esaurirono il tema. della beatitudine. i pensieri degli uomini si s ono chiusi per sempre nei concetti civili. ma la perfeziona. per esempio gli antichi edifizi e rovine. la razza. pe r questo assetto quasi antinaturale in seno alla stessa natura spesso ricca e fi orente. in un tal ordine per cui il popolano italiano ha in sé tutte le possibilità della vita civile. E quale pietra.iritti prevalenti delle grandi famiglie si diffusero in ogni pur umile aggregato familiare. e le sue raffigura zioni sono come ricordi lontani d'una vita naturale ridotta a modello. quasi il sogno delle cose che voleva rappresentare. rompe i rapporti con l a natura. e cominciarono le discendenze delle famiglie ar tigiane. e uno stupore di tale mimetismo. Un simile aggregato nelle sue forme originali dovette essere adattissimo allo sviluppo delle arti. fa a meno di ogni altra creazione che ritiene spuria. Se c'è un fatto sociale profondo che distingue ancor oggi l'Italia nel novero delle società moderne è appunto questo. Anche le arti si composero in gruppi di famiglie. un a specie di antropomorfismo di nuovo genere. d'essere composta di tanti microcosm i familiari. dei suoi trionfi. intelligenza. L'uomo crede a se stesso. Il fatto è questo: che da città a città si ritrovano quasi gli stessi ideali costruttivi. il popolo ha gl'impulsi di ascensione e di perfettibilità della sua razza. pietra i selciati. Fu questa ispirazione popolare. poiché gli architetti antichi non fecero altro che monumenti alla potenza come concetto astratto. Nelle città antiche non si trova un solo spazio di verde e respirabile. Le prospettive si form ano da sé come le prospettive sociali: la potenza e la forza hanno spazio e altezz a. fu un fatto romano. la potenza come un ideale. è il segreto della vita italiana. la potenza. un occhio acuto può scoprire quasi l'anticipazione di molte forme nate più tardi. della sua qualità. non si tratta soltanto di modelli classic i ripresi e riecheggiati. meglio ancora ne simula l'ordine. ciò che sarebbe andato poco oltre. spesso creano sulla stessa linea di questi. costruirono quasi sognando. li consideriam o come natura. i gregari stanno in basso. Entrato n el concetto dell'arte. Al contrario oggi. quasi rintracciando un mito. Sarebbe bastat . che le opere portano nomi qu asi del tutto sconosciuti. ma gli atteggiamenti. e cioè. le città si chiudono di fronte alla natura e ai più straordinari panorami perché tutto spira vit a civile e umana. ornamentali. C'è un grandioso mimetismo i n fondo a tutta l'arte italiana illustre.

o entrare in una chiesa per rivedere il popolo stesso nelle immagini sacre. In carretto. la più mossa ch'io conosca. o se i visi di quel popolo hanno dato umanità ai santi. rammemorava gli aspetti lasciati alle soglie della vita contemplativa? In uno dei riquadri della predella è raffigu rato come due angeli soccorressero i domenicani che mancavano di pane: si vede u n piccolo refettorio. E le chie se gigantesche le quali hanno finito ad assumere l'aspetto medesimo d'una roccia . Non è soltanto una strada di transito . pur senza straordinarie prospettive: nient'altro che due parallele attraverso ca se sparse e campi. corta al barbazzale. della gara. come un fatto credibile. prima d'Imola. fa un ben curioso effetto. Per vedere qualcosa di vicino alla natura. Eppure v'è un passare continuo di veicoli. All'imbr unire non è raro incontrarvi. il loro assetto. fino a quando s'apre come un delta nella imminenz . guardano come se vi guardasse la natura. Altre regioni sono difficili da esplorare. e l'unica vista che si apriva dall'al to non per mirare la valle. Ma è viva. Ma questo pare svolgersi sen za stupore alcuno. Volteggiano nella stalla come duttili spade. al trotto. Là come gli amici più vecchi dell'uomo i n cammino. Non so se questa situazione sia un segreto delle arti antiche. della vittoria in una bes tia. di là d'una grata buia gl'inni delle monache sembravano parlassero a noi che ascoltavamo. LA VIA EMILIA L'uomo se ne andava in bicicletta. pei campi. con l'altra stringeva la briglia del cavallo. e nel novero delle possibilità. il cavallo era bianco. su l mare. nelle mura della città di pietra. si ritrovano in fondo alla strada. una via dove si sentono gli uomini coi loro pen sieri. ma anche di là il figliolo la caccia. che entrano nel mare come i cavalli del sole. È una strada che la meccanica ha restituito alla originale funzione di arteria centrale. è un ambiente. e due angeli li servono nei loro panni argentei e con le loro ali. il loro costume. e dietro a loro era la storia dell e violenze e delle ambizioni che era costata l'affermazione di quella umanità. oppure sul filo d'una m emoria felice. qua nelle loro stalle dove non fanno che mangiare coi loro piccoli. si sentiva il fruscio lungo della bicicletta e il ton fo regolare degli zoccoli. nei grandi prati degli allevamenti. di questa basta percorrere la sua strada vitale per averne un'idea. una grillaia di biciclette. tanto pareva impossibile che quelle armonie di accenti sorgess ero per dileguarsi nel silenzio più sordo. la madre gliela la scia e va a quella di lui. ma prima sulla strada. in bicicletta. rari colli. da Bologna a Rimini. in automobile. al p unto da non saper distinguere se l'arte ha dato a quelle fisionomie una nobiltà. con una mano teneva il manubrio. C'e ra una zona di silenzio in cui risuonavano le voci dei conventi. come d'una troppo forte ispirazione: lo stesso s enso di pena e di sbigottimento che si prova davanti ai ragazzi prodigio che pen sano cose più grandi di loro. come se andassero per un parco. ai calessi. traversa paesi in piano che vi convergono tu tti come alla via centrale d'una grande città. andammo a visitare una tavola dell'An gelico. Questo gruppo me lo ricorderò co me se lo avessi veduto dipinto. I cavalli animano della loro presenza la Via Emi lia. Ero a Cortona. La Via Emilia. anche se alla fine i colli e i monti impro vvisi danno coi loro castelli un lato insospettato d'un carattere ch'era parso t anto facile. il cavallo teneva dietro alla bicicletta al trotto. Presentono la vigili a della corsa come una ballerina la vigilia della sua grande serata. o a una chiesa più in bas so. ma una via familiare: vi si legge la vita di due regioni. come se si confidassero. Anche questo aveva dell'arte. un cardinale che va a piedi col segre tario a lato che gli legge qualcosa. i l figliolo vuol mettere il muso nella mangiatoia della madre. Aveva l'Angelico coscienza di quello che faceva. Ha un malizioso e ironi co avvertimento. ma per guardare al cimitero. I nomi dei passati signori del luogo risuonavano da palazzo a palazzo come di esploratori travolti tutti ne lla medesima distanza e nel medesimo viaggio. stanno ferm i e seri dietro la mezza porta su cui è scritto il loro nome. Vedere questo sentimento dell'attesa. ai carrettini. e i suoni dei nostri passi sul selciato. viaggiare sulla Via Emil ia è mettersi in rapporto con un popolo. le loro abitudini. i commensali nelle tonache bianche e nere. C'è qualcosa di conturbante in questa inquietudine animale tra gli uomini affannati al più picc olo sintomo d'una bestia che non può parlare come chi non riesca a dire quanto sof fre.

le ragazze di quelle che il giorno hanno da fare con le be stie e l'opre della campagna e che affondano le vanghe nella terra con le loro p oderose strutture di corpi. le città in piano. Le biciclette stavano in cerchio sul prato. i casolari sparsi. e siccome tutto è necessario. Tutto era vacanza e riposo. lo fecero un poco girare attorno . mi sono domandato più volte di . dall'uomo che lavora alla donna che regge. v'assicuro che sembra un signore. S'aprono improvvisi panorami sugli argini dei magri fiumi dove una fila di piopp i e una proda creano qualcosa di appartato. i ballabili della radio parevano divenuti agresti. gl'improvvisi chiari del volto e gli zigomi forti che sono come d ue punti di luce. parlare con la stessa am mirazione d'una gran quercia o platano a qualche chilometro di distanza. Ed è tuttavia una delle contrade p iù prospere d'Italia. In uno di questi luoghi io visitai un famoso toro di Romagna come si v isita un monumento. animali. come altrove si guarda uno spettacolo. È un'umanità che ha la terra dura. alcune a coppie . e che. Qua e là. mentre arrivava an cora qualche automobile da Imola o da Bologna. ne ho viste alcune portare maz zi di fiori di campo e frutta. manubrio co ntro manubrio come i cavalli o i cammelli in cerchio muso a muso. Una scena d'una chiarezza e d'un realismo ben stretti. le ragazze col loro vestituccio da sera erano scese e ballavano nella sala. donne vengono avanti tra i filari de gli alberi argentini. di sabato. Tanto i cavalieri che le dame era no gente del contado. lo stagno per l 'acqua delle bestie. Altrove potrebbe sembrar provinciale . il loro portico. per le borgate. A internarsi nei campi. e la scena la si poteva immaginare in una contrada as sai più lontana dove convergono genti che hanno da fare con una vita attuale e pre cisa. alla bestia che serve : c'è una gratitudine nella fatica comune.delle contadine che ballano col vestito da sera un po' scollato s ulla pelle brunita dal sole. A ognuno il suo. Ho sentito. che al trove. il lavoro duro. illuminata in un gran prato. si trova il raduno d'una vita alacre. E poi. al beri. coi campanelli argentini delle biciclette. dove la terra f a una ruga o il torrentello una valletta. e un cane ai suoi piedi mangiava quello che la mano dell'oper atore buttava via. Vi si cercherebbe inutilmente quel tanto di decorativo di al tre regioni meno ricche e più felici. si teneva gran ballo. nude le braccia che sanno l'angolo forte della vang a. in alto sui magri colli raccolgono in grandi vasche l'acqua invernale per dissetare d'estate le bestie. gli uomini da una parte contemplavano la nera bestia giudicando della sua bellezza e della sua potenza. e t utto questo non riusciva a diventare borghese o comune. ma delle loro vesti e in qualcosa di loro. In una sosta a coteste case c'era un veterinario che castra va certe maialine. alle soste davanti alle botteghe dei meccanici. tutto è forza. il loro campanile. ma di cose necessarie: il cane legat o al lungo filo di ferro su cui scorre la sua catena. chissà che colore avrebbe avuto. ma c'era un'ammirazione come verso un capolavoro dell'uom o. Qui era soltanto un'eco di vita del mondo grande. o le sere di festa i loro ves titi da festa. dovunque vadano. raccolgono un poco quella vita fuggente. È tutto ordine. portano l'eco ultima della vita civile. Le bic iclette alle porte della città sono come telai fermi. e in una casa solitaria. uomini. con la loro torre. la stalla. Lo fecero uscire sul prato. sono i grandi concentratori d'una energia diramata agli estremi dell'orizzonte. negli stessi luoghi. sempre intenta a qualcosa. E non so s e con la medesima naturalezza. e discorrono mentre il pedale dipana la strada. sembra si as petti continuamente l'arrivo d'una gara. e quel che d'azzurro che non è soltanto del cielo. la solidarietà di questi uomini con gli animali. tra la scuola e la bottega che talvolta formano tutto il centro d'un villaggio sparso. Uno degli spettatori mi disse: "E poi. appesi al manubrio. o del mare ch e già imminente trema nell'aria. Le case dove si trovano fanno un paesaggio. Arano con talvolta tre o quattro coppie di buoi per aprire la terra. all'ombra del pioppo.a del mare. la sua bellezza è di tutt'altro genere dall'us uale. nella casa del Dopolavoro d'un piccolo comune di case spars e. quasi domandandomi che me ne paresse. mettiamo in Ispagna. la malinconia urbana era una fantasia nostalgica. e la bellezza un continuo richiamo alla forza e a ll'utilità. tant o fa con delicatezza". in basso cercano ass ai profonda l'acqua per gli uomini e pei campi. A una t erra che richiede così grandi sforzi ci vogliono cose robuste. Una sera. Qui era tutto nel rea le. C'è una gerarchia dall'u omo alla terra.

Talvolta qualcosa si ferma. come in un trattato degli istinti. è la strada. p are che volino e i piccoli imparino a volare. si può d ire che. E sono belli i sabato sera sull'ai a. l'italiano all'estero ricerca i t ermini della cultura nazionale come i soli nei quali si possa rispecchiare. La notte si sente la lunga e incessante vicenda dei carri. È una vita vagant e come quella del polline dei fiori. Ripr ende. forse sono gli stessi luog hi d'un tempo trasformati pei cavalli d'acciaio d'oggi. reggendoli con un braccio sul manubrio della bi cicletta. e quindi al progresso e alla bellezza dell'universale. nella polemica co ntinua con la nuova vita. Seguo da anni la polemica d'una ce rta comunità regionale dell'America del Sud. Nei giorni di lavoro. Così. cioè una cultura. m entre in certa borghesia italiana il fatto della cultura si fa sempre più genere d i importazione. una civiltà degli uomin i tutti e non d'una sola categoria d'uomini. i bambini. si dividono le famiglie. e vediamo che cosa significherebbe un'unità lin guistica. Sotto la spinta del biso gno. In quest'estrem a fase di vita civile. si fissano nuo vamente e si riuniscono davanti al sorriso della fortuna. Al punto cui sono i dialetti italiani oggi. stride. non rapp resentano oggi che una curiosità e un impaccio. Appaiono i grandi convogli notturni dei grossi trasporti che vanno lontano. le comunità rimaste in un paese italiano sono in un certo senso più evol ute e hanno assorbito assai più dalla vita moderna: il nucleo emigrato conserva le sue abitudini e tradizioni sotto la stretta della lontananza. a Forlì. danzare. Qualcuno va a piedi lungo il m argine della strada. partono. Si capisce che ogni ora va vissut a come un compenso dell'uomo. e i panni svolazzanti. Nella pratica dell'emigrazione e dell'espansione. Pare che una gran de porta si chiuda sull'orizzonte e per il piano. ritrovarsi con altre creature. ma che non ha rotto i suoi veli. andare incontro all' amato. secondo lui. e le conquiste sono così dure ch e fanno un solco nella vita più immediata. forse perché questa è una civil tà nata coi problemi più gravi dell'esistenza presi d'assalto. quasi direi di colonizzazione. Il sole s'infila per la lunga strada col suo color rosso come in un corridoio. Si legg e chiaramente la funzione vitale dell'uomo in una specie di rappresentazione sen za ipocrisie. È bello stare insieme. è la vita. sembra si facciano rapire. la veste. al paragone d'una comunità italiana fissatasi a Nuova York mettiamo quara nt'anni fa. mentre la comunità rimasta in patria si adegua alla real tà viva dei tempi. e si capisce che badano a non sci upare nulla delle loro acconciature pei ritrovi festivi.dove venga quel colore di certi angoli di città a Imola. e con un ormai poverissimo vocabolario veramente arcaico e veramente locale. . quasi fra le sue braccia. Ma for se l'ora più bella della Via Emilia è la sera. dove le botteghe di rifornimento per le biciclette e le macchine hanno un colore d'arri vo equivalente a quello dei vecchi alberghi di posta. Il nucleo emigrato con serva gelosamente il tipo di vita anteriore al suo distacco dalla patria. un male. e la terra è tutta una cosa ordinata. e ch e gli diano diritto di sedere fra popoli civili. Le donne si compongono c ontinuamente sul sellino. i bisogni l'hanno temprata. emigrano. Immaginiamo una s ocietà italiana interamente evoluta. È un incontro assai semplice. penetrati profondamente di linguaggio nazionale. Si dorme quasi sulla sicurezza di questo ritmo. e contro di esso la valanga dei veicol i torna col rombo di una tempesta fuggendo la notte imminente. i capelli. Mi diceva qualcuno che in Emilia e in Romagna la nuova generazione si esprime se mpre meno nel suo dialetto. Lotte e rivolte hanno fatto misurar e il peso della vita. e vado notando che essa polemica tend e a ravvivare in detta comunità il senso della patria svolgendosi quasi del tutto intorno agli uomini più o meno grandi che la regione di questa comunità ha dato alla cultura nazionale. È un grande ordine naturale. le gambe nude. è appa rso chiaro sempre che i popoli più colti e più legati alla lingua nazionale non hann o ceduto alla nazionalizzazione. e solo nella notte abbandonata ci si accorge che vi sono de i viandanti. o hanno costituito addirittura un impero lingui stico che è quanto a dire morale e in moltissimi casi politico. Altre. che è come il respiro e il battito di un organismo. Sì. I fattori che dissociano la vita sono quelli economici. il fazzoletto nero sul capo. v'è l'incanto di una primitività. e ciò sarebbe. i giovanotti col fiore tra le dita hanno accompagnato la ragazza dal centro d ella borgata. queste stesse don ne portano i ragazzi. cercano ventura. a Cesena. precipita. sedute davanti a l ciclista.

negli usi. Immaginiamo che duri ancora un pezzo questo fenomeno. nel limite delle sue condizioni. ma più del disagio morale in una st ruttura sociale oppressiva e di troppi privilegi: basta osservare la storia dell 'Italia meridionale nei primi quarant'anni della vita nazionale italiana. nelle tradizioni. significa voler differenze di classi e di caste. particolarmente di giovani contadini. perché l'imitazione esteriore è causa di uno squilibrio totale delle qualità femminili. Quello che accade nella trasformazione dei dialetti i quali tendono sempre più a confondersi con la madre lingua. Pretendere usi e costumi che stabilisc ono una differenza. È una ricerca di individualità voler vestire in campagna come tutti gli altri. il nostro urtò sempre alle dif ficoltà d'una vita collettiva e unificata. che vuol star bene sulla sua terra. e per le donne del contado piacere come piacciono le donne della città. Esiste inv ece qui un adeguamento alla vita moderna. In pochi mesi si sono ripopolate le stalle. gerarchico ma non s ervile.Siamo in un tempo di grandi mutamenti che di giorno in giorno incidono nell'aspe tto e nella mentalità del nostro paese. il cui influsso non è stato ancora abbastanza conside rato fra noi. I vecchi bronto lano. tale evoluzione si fo nda su un terreno di tradizioni locali. Là dentro. In un angolo. Egualitario. due innamorati si dicevano qualcosa di molto serio. che consiste nel superare di continuo l o schema delle categorie. dunque. tutti oss ervavano la festa del protettore degli animali. Ma è soltanto un'unificazione del costume che rende fisse le categorie umane e che determina il minor numero di s postamenti e d'inquietudini. progredita tutta sullo stesso piano e t utta mossa dai medesimi impulsi. ma col senso della sua personalità. alla ricerca di un lavoro di operai. L' emigrazione è un prodotto del disagio materiale. sempre sulla linea di questo paese egualitario. che è il grande colonizz atore e livellatore moderno. Il problema della vita italiana è sempre consistito n ella mancanza di una società. Quando. il contadino col suo abito da festa di buona stoffa e di buon ta glio mi fece entrare nella stalla. E questo è il sol o modo per tenerlo legato alla sua terra e alle sue occupazioni tradizionali. Poi i prodotti agricoli aumentarono di prezzo. incluse quelle più intime e fisiologiche. accade neg li animi. e vedremo che la vita familiare subirà in città profonde modificazioni. Il contadino che m'ha accolto sulla soglia della sua stalla. non è per niente ridicolo o vano. e grandi nella nebbia gl i uomini che apparivano e sparivano alla svolta della strada. Il popolo i taliano non è fatto per queste cose. il basso prezzo del bestiame e delle d errate li spingeva a inurbarsi. il contadino che da anni ormai non riusciva più a comperare il bestiame da allevare in partecip azione coi padroni. e gli uomini che andavano attorn o alle bestie. e pur rimanendo contadino e operaio avere gl'interessi e i bisogni di chiunque altro. i ragazzi che giocavano coi biscottini della festa. una unificazione del costume. In queste campagne. Non filavano neppure la canapa lucente e leggera nella conocc hia di canna. una maggior proprietà. che è poi il carattere dell'italiano in genere. ed è ricorso perfino ad alcuni metodi di allevamento moderni che hanno dato per risultato l'aumento del peso del bestiame. i profili degli alberi e delle viti ingigantiti. e le donne se dute a discorrere. Il cinematografo. Negli anni scorsi vi fu una certa emigrazione dalla campagna emiliana verso la c ittà. Paese d'individualisti. s'inc ontrano meno che a Roma ragazze che vogliono somigliare a Jean Harlow o a Greta Garbo. le cose più serie del mondo presso i vitelli con le zampe ancora troppo grosse e c . e che h a stabilito uno dei nuclei più compatti del vivere sociale. in pochi mesi è ridivenuto proprietario. ha in queste regioni poca presa. Qui ab biamo invece gente che si trova bene sulla sua terra difficile ma grata. La ripresa agricola e dell'interesse agricolo ha prodotto qu i come in ogni altra parte d'Italia un fenomeno che si fa sentire nella città: è ces sata anche l'emigrazione delle ragazze che dalla campagna andavano a servire nei centri urbani. La nebbia di fuori entrava a buffi per lo spo rtellino praticato nell'uscio: al di là si vedeva la campagna addormentata nell'in verno. forse unico. Il segreto stesso della sua fortuna è in un suo atteggiamento particolare. vestito da festa perché è Sant'Antonio abate protettore degli animali. Quasi tutti quelli che emigrarono dalle campagne sono finiti male. qualcuno si domanda dove andremo a finire. Sotto i portici di Bologna. fenomeno ripugnante. vestito di buona st offa e di buon taglio. vi ritrovai tutta la famiglia raccolta nel bu on tepore e in quel vivo ruminare.

lo sposo porta i mobili della stanza da letto e la cucina. entro la strettura del v ecchio pudore. Le si mette accanto e cammina con lei per un poco . Le famiglie che s imparentano s'incontrano il giorno in cui è stabilito il matrimonio. ella venne avanti e mi disse che difatti i tori non le facevano nulla. sono qui a prendere il voi". e questo era il suo vanto. non un modo di ballare e di puntare i pugni sui fianchi. le s ere della spannocchiatura. rossi in viso. né i profili taglienti del Rinascimento che a mano a mano d ivengono obesi. e vi fa come una ripet izione dei suoi doveri di madre e di sposa: aiuta i lavori. La sposa rimane nella casa materna otto giorni. quando mi fecero notare questa sua v irtù. un costume è u n modo di pensare. Ella entra a far parte d'una nuova famiglia. Da quando sono in mezzo ai contadini e a chi lavora non sento parlare d'altro. poco più alti della siepe che divide i campi. ma acquistano qualcosa di equivoco. alla funzione della sera. e dividendosi non ha più le braccia suffici enti per condurre il terreno. né le teste arr icciate del medio evo. o con quelle parole che nessuno ha mai scrit to. o il ballo del Dopolavoro. come si dice. Una donna adult a. sol perché è colorito ma che non dice più nulla al cuore di nessuno. Ubbidienza.ol pelame di latte sfrangiato come i primi capelli degl'infanti. bada ai bambini. tanto comuni e piene di senso. col fazzoletto rosso sulla testa. e i fatti della vita non cu lminano in altra parola. o le sere d'inverno nella stalla dove le famiglie passano la stagione cruda in cui la terra riposa e i buo i seguitano a ruminare. che vanno al loro ballo del sabato sera. Ella entra e dice all a madre: "Mamma. A questi vecchi tutti debbono obb edire. Ho veduto più volte balli folclorist ici. il Fegato che si trovava ra ffigurato presso gli etruschi. né scudi né armature né elmi erano. Tutti. Gli stessi costumi che in tali circostanze indossano i giovani. sembrano d'un guardaroba teatrale. qualcosa che non sia soltanto un atteggiamento. col passo uguale che va sulla strada molle. le ragazze in costume col viso imbrattato di belletto. Non c'era più da chiedersi se i mutamenti del vestito e una diversa concezione del la vita avessero distrutto una tradizione. ho sempre veduto a tali spettacoli. Mi f a più piacere vedere le ragazze di qui che vogliono vestire come le signore delle città. una nuova stirpe come si dice qui. vi provano i l fastidio che danno le cose false e senza più significato. ubbidienza. e così gli usi e le tradizioni. dopo essersi acc ertato d'essere ricambiato va in chiesa. E poi. La madre dice allora alla figlia. Bisogna d iffidare di chi vuol richiamare in vita tutto quanto è colorito. Il ragazzo che ha adocchiata la sua bella e che vuole sposarla. come se ella portasse un potere naturale. Un piatt o del pranzo di nozze è il fegato di bue. della vecchia riservatezza. sotto il comando dell'ascendente più vecchio che al sabato divide tra i suoi fami liari il denaro per gli svaghi della domenica. si affa cciava dalle vignette tutto un altro mondo da quelli prima veduti. e i movimenti che essi fanno non sono più quelli d'un tempo. Poi ci sono tante maniere d'incontrarsi. Ma già la ragazza. il famoso Fegato di Volterra. Quando esce la sua bella. p erché il modo di muoversi d'oggi è un altro. il marito verrà a riprendersela. e dopo la cer imonia aspetta fuori della porta. voltata una certa pagina. dei sentimenti veri e connaturali. "va a prendere il voi". un costume bisogna saperlo portare. e nello stesso tempo sospettare ch e qualcosa della loro vera e profonda vita antica sia rimasto in esse. sbriga le faccende. si aggirava senza paura tra quattro tori le gati all'anello. altrimenti la stirpe si divide. sotto quei panni da museo. dandole del voi che poi le darà sempre perché ella è divenuta sposa e sarà madre: "Accom odatevi". La sposa provvede alla biancheria della casa e al vestito di nozze dello sposo. E vorrei immaginare la scena che si svolge otto giorni dopo il matrimonio. Mi domando di dove venga questo piatto r ituale e mi viene a mente qualcosa di molto lontano. col cuore in tumul to. spesso camminano e camminano senza sapersi dire una parola. che cos'è la tradizione? Niente altro che il culto delle cose vere. Insomma . ma un'altra umanità vestita di panno . E zitti. ha detto ai suoi parenti che ella si è promessa. Questo è il segno che la vuole. otto giorni dopo. le si mette accanto. fino a quando. e me ne è venuta un'im pressione di malinconia. spesso i gio vani sembrano in maschera. con la smoderatezza delle persone mascherate. TORINO E L'ARCHITETTURA Nel libro di storia delle nostre prime scuole. quando la sposa torna in casa della madre e.

Se la villa rinasceva in Francia sulle ceneri della villa italiana del Cinquecento. un punto non accettano. anche nella tras figurazione e gloria che se ne fece in Vaticano il suo arguto e realistico viso di piemontese rimase immutato tra la gloria degli angeli. degli amministratori. Così il Piemonte entrò nella nostra fantasia di non piemontesi. e le epoche. Primitivi e cinquecentisti. il mondo pareva rivestirsi in borghese. strade dritte e grandi viali. sono proprio g enti delle vallate. profezie di gente in cappa. la politica diviene economia e amministrazione. mentre i capelli corti scoprivano le fronti dri tte da ragionatori: in una grande storia di santi. nell'argenteria. alla quale si potevano contare i bottoni di metallo sulla giubba. L'arte grande e aulica ha finito di corrompersi. soltanto Garibaldi ricordava ancora il viso e il co stume antico dei Camilli o dei Giovanni dalle Bande Nere. lamenti. sia idealizza2Ìone o adulazione cortigianesca. apostolo. delle strade. tramandò la sua strut tura fino a Vienna. a Riga. e uomini di qui. I tempi si corri spondono. ma precisamente quella che nella storia d'Italia ricomincia va. uno stile che si chiama Ve cchia Torino. come ogni altra arte minore. l 'arroccamento della città moderna nasceva a Torino. entrano nella categoria dei servi di Dio all o stesso modo dei Cavour o dei Vittorio Emanuele servitori della patria da uomin i moderni e da borghesi. g uerrieri. Solo uomini. all'Altes Wien. e le tendenze civili. dopo predicazioni. le influenze del Rinascimento. disadorna. quando l'arte piemontese risen te. lo stesso. i grandi movimenti rivoluzionari si coagulano in patrie. nasce l'industria. delle prospett ive. Due santi. Piazze squadrate come piazze d'ar mi. occhiali a stanghetta. e non più con visi i deali. di donne virili e bruciate della stessa febbre troppo divina o troppo umana degli uomini. ma una fedeltà a quello che cotesto tipo signific a: ed è realismo. né apollinei né angelicali né eroizzati. ma di vicini di casa. Un'impressione come di elementi noti che avesser o cambiato posto. nel mobilio. in lucco. legislatori. accostandomi al Piemonte. accettando in Piemonte la cifra in voga nell 'arte italiana. a Potsdam. una generazione nuova in pantaloni lunghi. nascono le capitali moderne e monarchiche . a Torino si dedica a erigere palazzi e abitazioni per la nuova civil tà dei re. costruita come espressione d'una monarchia militare. a sistemare piazze e fontane intorno a lle chiese. Prete. in corazza. quasi che. fede nell'opera dell'uomo. Più tardi. don Bosco e il Cottolengo. perfino in quel Palaz zo dell'Ammiragliato. i palazzoni cadevano in rovina. appelli. avesse alla fine raccolto l'appello di ben tredici secoli. eroi. profeti. era il Piemonte che bucava la pagina coi suoi re e i suoi ministri. senza infatuazioni né depressioni. Che siano legislatori o santi. Imparenta queste città non soltanto la nascita sotto la volontà d'una monarchia mili . non hanno operato altro che nell'umano. Tutto ciò mi pare nella valutazione dell'arte piemontese un punto che scopre non s oltanto una fedeltà al tipo umano. in cima a tutta l'idealizzazione o convenzione rinascimentale ecco un viso da montanaro. è il r icordo della Mole Antonelliana. ed è la trasfigurazione delle sembianze um ane. Torino. a Pietroburgo. Non conosco nulla che stoni ta nto quanto quella scultura che rappresenta Vittorio Amedeo n in effigie di Apoll o. spesso ai conf ini della favola. tra uomini e tra borghesi: e non è raro trovare nei loro accenti e nella loro fede una punta di scetticismo o di bonaria ironia. Una razza fino a quel momento sconosciuta. gli zigomi da montanari. d'una città visitata in sogno. il Barocco riso rge a Roma. come accade nell'arte francese. degli eserciti. in tonaca. comune. e non rimane che l'arte per l'uomo. ma è intento a rinnovar chiese. poi santo. quella prima impressione si schiarì. e che sta accanto al Vieux Paris. c'erano. le città a scacchiera come un campo trincerato. Proprio a Pietroburgo ebbi l'i mpressione che sia la città d'Europa più somigliante a Torino. Esiste nell'antiquaria. reale. E don Bosco? Ha lo stesso viso. improvvisi delle architetture. tutti del medesimo stampo. nuova. gentiluomini travesti ti. segui tai a vederli in ogni manifestazione della vita e dell'arte piemontese: santi. e non. con la sua cupola e la sua freccia puntata nel cielo. a Praga. a Varsavia. I baffi grandi e le barbe non nascondevano i nasi a scarpa. ma con gli elementi d'un'a ltra città e gli echi. Quei visi di tutti i giorni entrati nella storia.. invece delle ce late. ecco il Cavaliere col cranio da alpigiano sullo sfondo dei salotti rococò. In tutto il resto d'Ita lia s'era già finito di costruire.

ci sembra di aver veduto. Nell'Europa centrale. Dove ? Quando? In un sogno anteriore a noi. sembrò che per caso l'arte alla sua nascita scoprisse di colpo le leggi superiori dell'armonia e della composizione. Guarirli e Castellamonte. ch e impronta di sé il palazzo tedesco del tempo di Federico e di là va a Varsavia. che costruì nell'Ottocento le chiese del Cremlino riandando sempre al modello barocco. in cui sono legati al medesimo atteggiamento i miniaturisti indiani. e ce lo faran no riconoscere solo a vederlo riprodotto. il sodo del muro tra c olonna e colonna è a colori vivi. A molti. i disegnatori cinesi. in quel cielo boreale. div iene il tipo di costruzione dell'influsso germanico sul Baltico. Questi riconoscimenti improvvisi. che tutti insieme empiono del loro ricordo esattamente il quadro nuovo. attraverso le letture e gli aspetti naturali . piccola di fronte alla formazione dell'Impero austr ungarico e dell'Impero russo. da Santa Sofia alla chiesa dell'Assunzione di Mosca. ma ostinatamente ribadi te su un'ispirazione tutta propria. Vi sono città e luoghi che. E intanto quest o tipo di architettura aveva conosciuto il Rinascimento italiano attraverso l'am mirazione che ne nutriva Francesco I. nell'architettura russa. l'uomo ha l'impressione d'aver già veduto e di conoscere. con i Rastelli e gli altri architetti italiani che lavorarono in Russia. s'influenzavano a vicenda. Due temi di architettura torinesi mi paiono gra ndissimi e imitatissimi: il Palazzo Carignano e la Piazza San Carlo. fare uno sforzo pe r ritrovare il nome della città e della nazione in cui ci aggiriamo. Si potrebbe tenere lo stesso discorso per la pittura dei primitivi. dei Juvara. Non b isogna dimenticare che. in una piazza o in una strada di città nuova. Noi. fino al Baltico. o dai pochi elementi artistici con cui noi facciamo primamente conoscenza. Esistono ben pochi luoghi di città di carattere tanto forte da assorbirci interamente e da form are quella dimensione unica in cui sia impossibile ogni evasione. Le arti minori vi sono di riflesso. il mobilio e la decorazione. nella vita e n ella memoria dei nostri avi che vi furono. dei Castellamonte . A me. e per questo la scuola di Nij ni. Solo che lassù. e in un padiglione del Louvre c'è tutta la vecchia civiltà architettonica della Francia. basta a dar la chiave a tutto un mondo c ostruttivo. è cur ioso vedere la galanteria francese dei Boucher e dei Fragonard diventare scontro sa e sanguigna alla maniera montanara nei pannelli decorativi di certi palazzi t orinesi. dove non ero mai stato. gli artisti più lontani si conoscevano. si va nel Settecento dal vecchi o schema tartaro che già qualche italiano aveva tradotto in termini rinascimentali al Barocco italiano. nascono da una somma di elementi a noi familiari. rosa arancione e malva. scorgendone l'immagine. si potrebbe quasi credere. Così per le città. g l'iconisti russi. e in quel tempo Juvara e Castellamonte avevano già fatto la loro parte a Torino. Così un bosco o una dolomite ci avranno già suggerito l'idea del Duomo di Milano. ma respirante in un clima vivo e attuale. e a Torino rimane lo sca bro e brusco colore del mattone. e che qua come là furono architetti italiani a lavorare. che spesso degenerarono. quasi che coi caratteri aviti noi ere ditassimo la memoria dei luoghi veduti dagli occhi materni e paterni. per altri paesi e contr ade. sarebbe uno studio interessante rintracciare i rapporti dei Guarirli. sia pure attraverso un tralignamento o una trasformazione in un'archit ettura spaesata e divenuta popolaresca. San Marco apre le porte della conoscenza di tutto il nord e il sud messi assieme. la suggestione . Bisogna dire che vi fu una stagione unica della grande architettura. e la provenienza di quell'architetto italiano Gonzago di cui parla Glinka. essa nacque in Grecia e in Italia. dell'unica grande epoca della pittura russa.tare. i pittori italiani. Tali elementi parenti sparsi nel mondo formarono una sol a famiglia e partorirono a loro volta altri schemi. Una di queste impronte. accadrà la stessa cosa. ma il f atto è che in un tempo. raga zzo. come se noi ci rico rdassimo subitamente un paese visitato oscuramente nell'infanzia. per Atene l'Eretteo. ma serbarono qualcuno dei caratteri primitivi. Per Roma bastano le tre colonne del tempio di Castore e Polluce. e assurte perciò a uno stile riconosciuto. Ed ecco da quali elementi vaganti per cui non esistono frontiere. n ello stesso clima di allora. parve d'aver conosciuto l'Alhambra. reputato da noi di difficilissimi rapporti. ricorda Gaddi e l'Angelico. conosciuta u na volta. appena buttai g li occhi su una cartolina che la rappresentava. possiamo perdere il senso del luogo e pensare di trovarci a mille miglia di là. le città ricordano Torino.

ci chiudono da tutte le parti. e per esem pio la fontana di piazza Pretoria a Palermo non sembra dissimile da quella d'un parco fiorentino o dai gruppi che si trovano a piazza Navona. a me. e dove in Calabria e in Sicilia si sveglia l'ar chitettura dopo il Rinascimento. Noi stessi. stanno ad essi come satelliti a un pianeta. ma che intanto sono uniche. svolgono i temi maggiori con una libertà e una fantasia tanto sveglie. quella del Cremlino. che non ammettono altri ricordi. mentre in basso nelle incr ostazioni di nero si sente l'umidore dell'acqua. e anche senza che noi c onosciamo la storia del luogo esse ne raccontano gl'ideali. e noi italiani lo sappiamo. Ma mentre le colonie delle grandi architetture permettono di evadere. dei palazzi spagnoleggianti. il colore della vita che espresse cotesti ideali di scenari umani. tanto sono divenute aereamente chiare. la piazza del Palazzo Gonzaga a Mantova. ad Amsterdam. scende fino al sud. dove gli archi hanno forma di chiglia. per dirne alcune. dove vi siano vie d'acqua. Le grandi civiltà dell'arte hanno bis ogno d'una gran forza per rinascere alla storia. e di là penso alle mie cure. La piazza della Loggia di Brescia. quella dei Mercanti a Milano. sino a parere bizzarra. stende le sue Colonie fino a Cipro e a Costantino poli. lo stesso linguaggio c he vi si parla mi tocca appena. quella del Duomo di Lucca. di Santa Sofìa a Costantinopoli. La virtù che hanno molti di questi luoghi. a ricordare altri luoghi. piazza del Popolo. non mi ricordo quasi l'aspetto degli uomini e il colore della vita. e la fantasia anziché andare vagando ad altri aspet ti. A un certo punto la grande arch itettura è prossima alla natura. come è la p iazza del Palio. senza raggiungere l'imperiosità di questi. Son queste le città prepotenti. dalle dantesche labbra strette. di pensare e di agire come se mi trovassi in un altro mondo. al Cremlino di Mosca. e con accordi che la stessa architettura maggiore non conosce. tropicali con le loro strane membra. Esse sono concluse a tal punto. parliamo di Granata o del Partenone come d'astri solitari e disa bitati intorno a cui la vita sia interrotta. u n appoggio cui siamo abituati. attratt i nell'orbita di città fra le più prepotenti del mondo. risale il corso del tempo. e cost ituisce la matrice d'altre città molte. quella di San Pietro. il luogo. l'ultima nostra sollecitudine sarà l'uomo. quella di Assisi. la piazza Cas tello di Torino. ride col riso carnoso del Mediterraneo. i passaggi obbligati. delle case d'una campagna malfida che divenivano difese. In luoghi come questi. davanti a Palaz zo Vecchio non c'è possibilità di evasione. perché laggiù si mescola a l ricordo delle torri e dei fortilizi mediterranei. formano paesaggi obbligati tan to tipici. a Mantova e a Bergamo. L'Italia ha in sé molte capitali di tali regni. ma l'Umbria.di luoghi come questi è tale. la civiltà costruttiva della pietra ha quel tema e lo riecheggia in modi infiniti. E che cos'è la Firenze rinascimentale se non la capitale delle città di pietra? È imminente la pietra azzurra del monte Céceri di cui il campanile di Fiesole è la prima catasta. uno scalino su cui siamo soliti posare il piede. e non so quante altre. qu ella davanti al Palazzo d'Inverno a Pietroburgo. venendo i n Italia. D ietro ad essa non v'è la sola Toscana. le colonne del Palazzo Ducale basta scorgerle di lontano obliquamente dalla piazza San Marco per avere l'impressione dell'acqua in cui s embrano affondare fino a mezzo. riprende più in su. ma questa è la più difficile. i costumi. Questo spiega perché molti stranieri. il loro carattere tanto imperioso. Vi sono luoghi che. e il rigore di Firenze . e all'estero la piazza Vendôme. che è Italia ma remotissima. arriva ai margini della civiltà costruttrice del mattone che è l'Emilia e la Romagna. come non c'è di fronte a piazza Navona. che ci sembrerà di essere entrati in un altro regno. tornando di Spag na o di Grecia. sulla linea d ella grande architettura. si siano quasi sempre occupali pochissimo della vita italiana. come a fatti da ritrovare uscendo da quell'astro fulgente dove l'architettura stessa è impregn ata degli elementi in cui essa crebbe come un prodotto naturale. e molte piazze di Viterbo. altro che per le f igure tra marine. quella di Perugia. di mescolare insieme il nobile col comune . che hanno per qua lche aspetto parenti in molte città del mondo. e sulle sommità degli edifici del Sansovino è il col ore del vento. Mi accade solitamente. che in altre piazze simili che le ricordano sembra manchi qualcosa. la più esigente. fluviali. Po iché questi sono i fatti tipici dell'architettura. la riecheggia Palazzo Vecchio. quando mi trovo a Venezia. quella di Volterra. alla mia casa. Un capo luogo di questi regni è Venezia. la vita. il vecchio centro di Bergamo.

al lato di Palazz o Venezia. avere la rivelazione della sua essenza. Vi sono le città dei mercanti. ma quella colonna n apoleonica di pretto tipo romano. ma per la folla che mareggia nelle grandi arterie. ai mondi parenti. Noi abbiamo in noi quasi naturalmente la logica delle vecchie città. pieni di sparizioni e di apparizioni. Vi sono strade che noi p ercorriamo la prima volta. dei traffici. tra riposo e movimento. Così vi sono le città nate d all'accrescimento enorme della popolazione e dalla necessità di tenere a bada non più un individuo o un partito. Credo che in ogni città si trovi uno di questi nodi intricati. e non è più per l'uomo che vi appariva su una strada stretta. la folla. il nuovo protagonista della storia del mondo. Chi sa più mettere un muro ciec o e una casa modesta tra nobili edifici come nella piazza del Mercato di Mantova . Quartieri come questi danno l'idea che i punti di riferim ento si spostino stranamente. a Roma. le vie Montenapoleone e Bo rgonuovo a Milano. Vi si vedrebbe come i te mi di questa siano assai pochi. Se non temessi di semplificar troppo. gerarchia. senza soste. all'Oriente. piccola scena dove egli era nello stesso tempo bersag lio e spettacolo. ed è i nteressante notare come il filo della nostra fantasia si svolga e si annodi pass ando attraverso suggestioni diverse. La piazza Vendôme di Parigi non sareb be neppur tipica. senz a piazze. è bene buttarcisi subito in mezzo. A cercare di queste parentele v'è da scrivere un trattato di architettura. ordine. le sue leggi immutabili: ritmo. o molto più giù alla Chiesa Nuova. vi si estesero l e grandi arterie. dei porti.e quotidiano. senza quelle curve che un tempo bastavano a d are tutto un sapore alle città vecchie. e che ci conducono naturalmente verso le piazze con l a certezza del filo d'una corrente che porta al mare. Nelle vecchie città vi sono perfino delle licenze. hanno luoghi e passaggi e curve simiglianti. con tut te le licenze che si può prendere uno che architetto non è. Con le nuove strade nasce il potere delle polizie. nel suo bronzo ricorda il cannone napoleonico e tutta un'epoca e un materiale d'armi. dritte e uguali. curva. diversissima da oggi c he ha bisogno di enormi spazi. E a leggere la storia che corrisponde all'epoca di queste strade la si trova piena d'imboscate. direi che i modelli grandissimi dell'architettur a ci portano nella profondità del tempo. i cui quartieri corrispondono come corrispondono nella vita dei popoli gli strumenti stessi del la ricchezza. d'ins eguimenti attraverso dedali di strade. Con questo v'è tutto un fatto sentimentale. o in quella del Comune di Bergamo alta? È un'espressione scaltrissimo di potenza pubblica e di buona vita privata. quando l' architettura era nelle prospettive. senza neppur vicoli tra casa e casa. è spesso d'un seducentissimo effetto. e su cui si basa tutto il colore d'un'urba nistica. alle grandi correnti della civiltà. quasi improvvise correnti d'aria. quartieri che hanno del misterioso e dove si svolsero nella mente dei romanzieri gl'intrichi dei lor o libri avventurosi. percorrerla a piedi. compensi tra vuo to e pieno. Chi vuoi conoscere una di queste trappole . ma una folla: questo tipo di città fu iniziato a Pari gi con gli sventramenti di Napoleone III ma proviene da Torino. i parenti minori di questi modelli ci fan no vagare nello spazio. quasi che gli agenti dell'ordine debbano dominarle con un'occhiata. arruffati labirinti di strade. Essi sono quanto rimane dei misteri delle città vecc hie. Poiché le città vecchie corris pondono a una data ben fissa della storia della società. Per entrare subito in contatto con una città nuova. come sono simiglianti gl'ideali delle classi che hanno fatto le civiltà. o nella piazza della Loggia a Brescia. a rischio di per dercisi. CASALE Vi sono città in piano che seguono la squadratura del solco e del campo: è la manier . in pendio. per esempio. tra la piazza de lla Minerva e Navona: bisogna sia praticissimo per non perdere l'orientamento e non trovarsi volta a volta a sboccare dove meno se lo aspetta. Così l a piazza di Brescia ricorda Venezia e la Loggia è già oltre. ricordi d i città visitate sotto altro cielo e spesso lontanissime. la fantasia di quell'architettura che in poco diventava profonda. ed è interessante ritrovare lo stesso schema e lo stesso ideale costrut tivo nelle città operaie della Russia dove la città non è più che un immenso viale. Così nacquero i grandi b oulevards. e così Manto va. nelle false distanze. densa e com patta. faccia a Roma il quartiere che si estende dietro il Pantheon. e Bergamo a un Rinascimento che s'è spinto nel punto più settentrionale d'Italia rimanendone meravigliosamente puro. tanto si sente vicino il modello italiano. e che fa tanto caratteristiche.

Così è Casale. e su questo è cresciuta una città signorile: le belle fattorie che nella campagna aperta fanno ombra. l'aspetto della foglia e del graspo. Rinascimento e Barocco elaborano a Casale il medesimo mattone e ne cavano effetti ognuno a suo modo: l'uno un effetto di massa. colonne e capitelli. e inventato una natura artificiale. fu anzi una chiesa fortificata al modo di quella di Vercelli. Si direbb e che gli architetti. riunione di più case in aperta campagna. Ultimamente. le torri sono di venute colore del ferro. e tu tto vi è estremamente urbano e civile. Tanto è vero che in architettura non si può proscrivere nulla in nome della stretta ragione. nelle chi ese costruite in istile funzionale. Casale si svolge a chiocciola intorno al suo centro. Ne ll'architettura più tarda. Alla fine il mattone è il colore stes so della città. gli edifizi di mattoni coi loro scabri ornamen ti acquistano risalto nel grigiore della strada che si confonde lontano coi verd i pallidi dei giunchi. i ricordi di quelle torri sono riapparsi com e decorazione. casale. Ogni ingegno locale ha lavorato a modo suo con un materiale tanto uniforme e di una plastica difficile. Al modo del vino dei suoi colli. una fattoria da racconto. non soltanto nella squadratura della torre. il vento ha stinto certe sommità di facciate sino al rosa antico. con tut te le varietà di tinte d'un campo di gerani. rompendo ogn i rapporto con l'uniformità del piano. Immagino: da casolare. Nei cortili l'oc . Il suo modello sarebbe insomma l a fattoria. come un solo blocco di marmo o d i pietra. verso l'infinito. A Casale gli edifizi hanno spesso due uscite su due strade parallele. Ci si accorge da vicin o che quei due campanili sono anch'essi due torri. l'argento dei pioppi. danno l'idea della immensa fede e pazienza dell' uomo. non trovando appigli esterni per variare le loro costruzio ni. Siamo poco dopo il Mille. riparano dal vento e dal gelo. del gotico e del Rinascimento. abbiano eretto questi palazzi come altrettante variazioni per scenari intern i. S'immagina facilmen te che il centro siano quei due campanili e quella torre. quali angoli di natura e immagini di vita rustica. girano come un ragionamento intorno a un tema. queste torri si assottig liano. e del Duomo di Arles e di Saint-Nectaire in Francia . della sua diligenza e delle sue qualità d'invenzione. Esso ricor da la vite e l'uva. ci si accorgerà che è profonda e vasta nel suo interno come una ricca fat toria. vedere apparire sull'orizzonte queste città di cotto. da romanzo. Casale è la grande signorile fattoria della pianura padana. sui ricordi di questa chiesa si può immaginare qual era la vita in questi centr i della pianura non ancora prospera. Fra l'una e l'altra. sofisticata. e punt eggiati dal grigio della calce. tra affreschi. Ed è un sentiment o speciale. fontane. Il mattone. Tutti quei mattoni posati l'uno sull'altro. scalinati nel fregio. saranno ancora per u n paio di secoli il ricordo di quelle chiese fortificate. Quando la si sarà ben visitata. Ho cercato inutilmente di dove prenda il suo nome Casale. Lungo le strade che tagliano a raggiera il cerchio del centro. Hanno qualcosa di carnale. l'altro di scena e di colore. e tutto insieme fa un vino nobile e importante. ma a rrotondati nella colonna. non ha perduto quel senso. Le architetture salgon o al cielo accompagnate dal sentimento di questo ritmo sonoro dei mattoni posati l'uno sull'altro. è stato trattato qui come se i diversi architetti avessero avuto davanti agli occhi l'effetto che può produrre un cumulo di mattoni considerati nell'insieme. il sapore dell'acino legnoso. l'odore del pampano. colonne. frescura. Alla fine. si avranno dieci sentimenti diversi. C'era una comunità di fedeli sulla pianura e una chies a. ariosa e riparata: bisogni che dà la pianura. l'effetto è d'un materiale d ivenuto prezioso. diventano motivi ornamentali. l'umore dolce della polpa nella buccia forte e densa . Le sue strade vanno come passaggi d'una gra nde fortezza. è la città. Il Duomo fu la prima fortezza di questa città fortificata sino all'Ottocento. la corte è vasta. infestata dalle acque e dalle invasioni. di pieno.a più semplice di risolvere il problema. si allontanano ve rso la pianura. sono appena un ricordo della primitiva funz ione: tutte le cuspidi ai lati delle facciate delle chiese. Quando si saranno visitate dieci città padane costruite di matto ne. Spesso l'effetto è quello spoglio e nudo di certe strutture di monumenti romani di cui è rimasta l'ossatura di cotto. nelle più difficili combinazioni. da stampa antica. che è l'elemento costruttivo della pianura. queste città danno l'idea dell'infinito e n on del finito. sfrangiati nel capitello. piet re.

m a la piazza delle città di pianura in genere. Allora uno immagina: 180. Sono composte di pochi elemen ti: un vecchio palazzo da una parte. verso i loro paesi i n Lombardia e in Emilia. vive nell'ombra dei suoi cortili luminosi come in una natura fatta art ificialmente. i finestrini erano invasi. ragazze per la maggior parte. i canti d'amore e i canti patriottici fanno tutto un fragore. qualcosa vacilla nella memoria in piazze come queste. gestire. una fila di c ase basse sul fondo chiaro e non lastricato della piazza dove la polvere d'estat e e la neve d'inverno ricordano la pianura. anche se sono tutt e ugualmente rosa le bocche che chiamano strillano cantano ridono. Si apre i l capitolo grande della donna che. nel fitto delle vecchie città tartare e mongoli che. a mano a mano che si scende lungo il corso de l Po. Non è soltanto la piazza padana. IL TRENO DELLE MONDINE Per due giorni. sono una lacuna e uno strappo nel ra gionamento rigoroso della città ben costruita. In questo sistema chiuso. tutti i ginocchi andavano avanti con uno scatto uguale. un riparo ombroso. Casale è un mond o intimo. Di questo tempo tutta la zona delle risaie nella valle padana respira la donna: diecine di migliaia di ragazze. facevano un gran muro di donne. con tu tti i visi le stirpi e le semenze della valle padana. il suo tono. si ap rono d'un tratto piazze bianche enormi con una modesta cornice architettonica in torno: sono le piazze in cui la pianura prende il sopravvento. qui si potrebbe essere ugualmente a Piacenza o a Ferrara o a Bologna. ha del coro. e a quello non meno femminile della Rave nna bizantina. decorate come i p alchi dei teatri settecenteschi. contenersi.chio ritrova quello che cercherebbe invano nella pianura. Da campo a campo ques to spettacolo anima grandi distese in cui l'acqua dorme liscia. ciascuna con la sua grazia.000 donne. Questo significa la pianura padana durante i lavori de lle risaie: centottantamila donne. lo scros cio degli oricalchi d'una banda. r idono. Nel treno delle mondine i corridoi. anche sotto i copricapo da fiera e da veglione. verdi. Tutto vi acquista colo re e movimento. Le avevo viste piegate sui ginocchi nudi.000 monda riso. sicuro. e hanno il loro infinito. fino alla metà di luglio. una tenera macchina umana che si muove puntualmente in un ritmo di gambe e di braccia nude. i sedili. un'al tra si trova dietro il Palazzo Farnese a Piacenza. Davanti alla pianura spalancata. e non so quante volte tanti figli domani. i nastri scarlatti. Sotto il tiro della stampa che si rovescia da Milano e d a Torino. gridano. tanto costume. le finestre si aprono sui cortili come logge barocche. la s ua personalità. cantano.000 che lavorano ai trapianti nelle risaie. e nello stesso tempo vasto e spazioso di Casale. le braccia n ude a cercare. fino a ricongiungersi all 'imperio femminile dell'antica Venezia. le piazze dei mer cati e delle caserme. occupa tanta storia e tanta vita. le ruote affondano nell'acqua. all'ombra dei grandi cappelli. altrettanti uomini che le amano. è compiuto da queste centot tantamila donne. ed è fatica. turchini. i ca valli a ogni passo si schizzano il muso paziente. Il lavoro grande. nella grigia atmosfera delle stazioni squillano i nastri scarlatti con le scritte sui cappelli. Sul riquadro destinato ai tra pianti. di fidanzate. Erano treni speciali composti soltanto di donne. si spalancano di questi spiazzi che paiono tanto più strani quanto più le città s ono fatte con la strettura rigorosa d'un tempo. e i mazze tti del riso verde si accumulavano accanto a loro. una fattoria alpina. quali li avr ebbe disegnati uno scenografo per un ballo di corte. vien fatto di ricordare qualche luog o simile in città dell'Oriente dove. o un muro di vecchio mattone. avanzare nell'acqua. i treni hanno trasportato 60. questa. i mazzetti del riso buttati giù dall'uomo sul carro punteggiano regolarmente la superficie liscia e grigia col l oro verde intenso. con lo sfondo d'un muro di mattoni. anche l'ingresso che sale lievemente in pendio e che basta a dar moto a tutta la scena. paziente. queste donne hanno imparato a vestirsi. c'è il seme di qua si un milione di persone. Qui si capisc e qualcosa dell'Italia. passava il carro tirato dai cavalli. di spose. Si capisc . di innamorate. Spesso il cortile sembra a sua volta un esterno di quell i che si dispongono in teatro per figurare una strada o la scena d'una piazza ra ccolta. una valletta. da Vercelli e da Mortara. ai fine strini una testa sull'altra. delle 180. grandi e deser te. i cappelli di carta colorata. A Casale è la piazza del Mercato e quella intorno alla Fortezza.

s enza i problemi e senza le complicazioni tanto cari al puritanismo. quale si vede nei giornali e al cinema. e senza certi avvenimenti che fecero rientrare tante grandi cose italiane. occupò fino all'Ottocento e che sta per riprendere oggi. rammentavano tanto la fragilità della donna: l'inno che cantavano. ritoccate con garbo. e rivela il fenomeno che è capo di tutta la biologia italiana: l'impulso verso la generazione che si impresse con la violenza d'un fenomeno naturale nei momenti delle riprese della nostra storia. Questo era il feno meno più forte della vita italiana. raddoppiò la popolazione negli ultimi cinquant'anni. le valigette. sembrava intonato con le unghie e coi capelli. nelle classi medie. Ecco un treno di mondine che sembra vadano a marito: ben vestite. come ho detto. Quanto più i paesi sono arretra ti e sotto il peso di pregiudizi secolari. e si capisce che la letteratura nostra abbia d urato tutto il Cinquecento a descriverlo. Il fatto della donna che lavora s'è posto in tutta Europa e in tutto il mondo civi le. e che sia divenuta poi la letteratura amorosa per eccellenza. un migliaio di gambe nude un poco strette o un poco discoste ai ginocchi. E d'altro canto. Tra l e cassette. ai margini della Romagna e nella Romagna stessa. non s'è mai visto come nel mondo attuale un così gran numero di donne che si annoiano e si sentono inutili quasi fossero scad ute dagli ideali umani. In questa folla un occhio esperto può leggere l'appartenenza a una regione: il vestito un poco teatrale dell'emiliana (non per nulla l'Emilia è il paese dell'Opera). a un uomo che l'aveva offesa manda un cartello di sfida per fare acerba vendetta. Tutte in massa arrampicate ai finestrini vogliono p iacere.e l'irrefrenabile spinta civile del popolo di questa pianura che consuma tra l'A lpi e l'Appennino due terzi dei fogli e dei libri stampati della penisola. Ho visto alcune folle di donne in vari paesi del mondo. i regni femminili e add irittura matriarcali si sono sviluppati lungo il Po. Per eguagliarsi a questi ideali hanno tentato di eguagli arsi agli uomini. Que . Infatuazioni. sembra un bivacco. a Mantova. cortigiana di Venezia. perché storicamente il femminismo italiano del Rinascimento non pensò mai di agguagliarsi all'uomo. ricordano il mondo civile pulito e ben vestito. abbastanza feroce. Ma in Italia. a Venezia. E si vede nelle rivoluzioni più elementari come il primo fatto che impressiona la donna è il vestito. ben pet tinate. le terrazziere. assorbì le invasioni. a causa della prevalenza femminile viva fra noi da molti secoli. tanto più forte è la spinta della donna v erso il lavoro: la donna si dà al lavoro come allo strumento più rivoluzionario dell a nostra epoca. Dapprincipio l'i ntonaco delle pareti e la carta tinta di rosso servirono di cipria e di belletto . credo che una folla come questa sia tra le più evolute. a uscio chiuso e senza padrini. la donna avrebbe occupato naturalmente ben altro pos to da quello che. Nel nome del rossetto. E i giornali r iportano spesso la stranezza delle ariete che cambiano addirittura sesso e diven tano uomini. nell'Oriente. il femmi nismo data da almeno tre secoli. Forse perché. Mi torna a mente Veronica Franco. che morì lasciando la sua sostanza in favore di donne che si volessero redimere. la quale. le rivoltelle battevano sulle cosce tonde. e quello quasi virile della lombarda. i seni tremav ano a ogni passo e facevano ondeggiare la schiera. uno dei fatti de l tempo attuale è la donna che lavora fuori di casa. Si dice che la letteratura italiana di quel tempo è per la maggior parte letteratu ra amorosa ed erotica. Che una di costoro si fa ccia sul marciapiede. le sole di cui possa disporre. voglio dire nell'Italia che fu rinascimentale e comunale. la pettinatura. Essa mise sempre in chiaro i rapporti tra uomo e donna. nella Mongolia. Penso che altrove vidi un battaglione militare di donne: in maglietta at tillata quasi da bagno. in Russia ci sono le minatrici. Nella Turchia appena svelata. ma con le ar mi femminili. anche quelle che vivevano da secoli nella capanna accanto allo streg one e facevano tutt'uno con l'immobilità e l'infinità della steppa. pur notevole. e qualcosa ne è rimasto nel l'ordine familiare. popolò il Rinascimento. ma fu una rivelazione delle qualità positive e più femminili della donna. si sono mossi eserciti di donne dall'interno dell'Asia. a Ferrara. Penso che in Italia dove la donna lavora fuori di casa. i fagotti. il fenomeno è tutto particolare. delle calze di seta. la figura. l a piega e il taglio dei capelli. ed ecco che la veste alla moda. si moltiplicò in t re secoli. e insomma la somiglianza a que l tipo unico che è la donna oggi. la calzatura.

sbassati dai Gonzaga. che spuntava qua e là come un mostro o come qualcosa di più che un uomo. i finti tonti occupano molto pos to nella vita italiana di allora. I poeti del tempo di Shakespeare trovarono il fatto loro in questo impulso del sa ngue. e poi custodita. Le quattro mura del palazzo si ritrovano dap pertutto fra le Alpi e l'Appennino. lady Chatterley. fecero un'enorme impressione nel mondo. i buffoni e i furbi. e gli energumeni. fino al parricidio per ambizione. e un'opera pubblica gigantesca: la terra bonificata. gl'ingannat i. quasi che col sangue si costruisse il destino vitale d'una nazione. In quel tem po si formò il tipo fisico dell'italiano: quei nasi forti. cercavano di cavarsela pel rotto della cuffia. L'Europa all ora risonò della lussuria italiana che non era se non questo impulso. mentre palmo a palmo più giù la si strappava e la si strappa ancora al mare e ai fiumi. SABBIONETA I novellieri italiani del Rinascimento. cominciata verso il Mille. terminata c inquecento anni dopo. Non c'è quasi delitto che essi non contemplino con relativa indifferenz a. psicanalisti. Forse bisogna considerare quel tempo. i vi olenti. Ci appare quel tempo come un dramma a un solo protagonista. le bocche risolute. triste o fortunato. Le quattro mura erano l'incubatrice di questa civiltà. organizzerei carovane di puritani. Che Gian Francesco Gonzaga corresse armato per Mantova di notte e volesse venire alla mischia con quanti incontrava. nel la spersa pianura. sono gli scemi. e non tant o come segno delle quattro mura domestiche. in un tempo in cui le civiltà si sviluppavano in piccoli focolai locali. Se ne accors e nuovamente molto più tardi. Bisogna ri cordarsi che i Bonaccolsi. come se visitassimo un regno istintivo e pieno di richiami del sangue. quasi che tutto accadesse in un mondo astra le. freudisti. a tratti la più errante. e che talvolta ci si stupisce di non vederle sormontare un costume sontuoso o guerriero. quando un altro inglese. è uno s cherzo tra i minori. di amante. E da allora l'italiano ha il genio. sui poggi. Il fatto è che ancora oggi l'italiano può portare una uniforme facendone qualcosa di individuale. all'orecchio del Principe attent o cui tutto era riferito nella più attiva ed elegante lingua d'Europa. ris coprendo in Italia quello che in Italia c'era sempre stato: la donna nella sua f unzione di figlia. ma quel poco che fa veramente grande l'uomo. come uno di q uei periodi in cui i popoli si rifanno corporalmente. bisogna dire che si tratta d'un is tinto che dice tutta la personalità dell'italiano. riecheggiavano in una vita tutta istintiva l'antico desiderio di grandez za. E come in un'eco ingigantita. Il muro è tutto. C'è molto inutile sangue in quella vita. a vedere i treni delle mondine nelle stazioni della pianura pad ana. solitarie e dirute sui fiumi. ci raccontano del loro tempo con una incredibi le facilità. e il Bandelle che è il testimone della vit a nella pianura padana di allora. Da Bertoldo a Gonnella. tale solidarietà v itale e naturale fra uomo e donna italiani ci turba ancora nelle tragedie elisab ettiane. Ma qualcosa ribolliva. che se fosse stato adoperato a fare l'It alia avrebbe dato altri risultati.sto e mille altri racconti del genere. la malattia e l'amore della casa. di madre. e ci ha tramandato una grande opera. Se si pen sa che questo amore delle quattro mura viene da una razza che ha avuto storicame nte la vita più scomoda. pose una miccia a l puritanismo anglo-sassone e sconvolse non soltanto i cervelli delle donne. E questo era il Principe. Accanto ai violenti e ai pazzi. spesso gli mancava poco alla grandezza. Ognuno di quei personaggi era a modo suo un uomo. atteggiarla a costume. truccata da scienza e da psico logia. Quanto a me. Le cose più leggere erano le beffe. ma il fatto che egli ha costruito un a casa dove che sia. Ce ne rimane lo stesso una grande civiltà privata. Il popolo lottava con gli elementi. i Principi creavano in un lembo di terra le più spiccate civiltà locali. e lo portarono sulla scena. seguitavano ad abitare il loro palazzo di fronte al palazzo degli usurpatori o vincitori che fossero. e mondi interi tra le quattro mura delle loro fortifica zioni e dei palazzi. A legger e i racconti dei viaggiatori italiani che in quel tempo cercavano mondo e le mer aviglie dei popoli nuovi e le loro ricchezze e i prodotti pare di sentirle rison are nelle vaste sale di quella civiltà domestica. di padrona reggjtrice della casa. con tutta la sua crudeltà. rendendo abitabile dove si trova. . le bazze ostinate che si ritrovano ancora oggi in viso al primo che passa per le no stre strade. Venne fuori in Europa un'emancipazione di nuovo genere. Lawrence.

L'altro personaggio. Sabbioneta. Non so se tutto attorno a questi edifizi un tempo esis tessero altri palazzi. ci hanno tramandato la più splendida civiltà privata e la più mi serabile tradizione pubblica. tras cinati in basso da un demone violento. per un teatro tragico italiano.Un Gonzaga. è affidato a due vecchi contadi ni che vi tengono una stanzetta col fornello. che nel 1681 vendeva Casale ai Francesi. Viene incontro. Ma st arci come ospiti decaduti perché non si trovano altri locali no. circondati dai più savi e fini e gloriosi uomini del loro temp o. in un villaggio di co ntadini. si trova nella chiesa delle Gra zie. vestiti di stoffa. Il teatro è ora un cinematografo col telone sul palcoscenico. alle porte di quella Mantova sempre più nuova nel tempo. e Federigo Gonzaga. E il più bello è entrare sotto le volte del palazzo. e i visi sono quelli d'un mondo imbalsamato. se Shakespeare non ha già fatto tutto. un tavolino stecchito sulle sue quattro zampe a pomini. ma egli già aveva ucciso con un cal cio all'inguine il suo figliolo. che fu chiamata la Nuova Atene. e le stoffe sono divenute q . Tutto ricorda amore. un colore di villaggio. tra i putti che gonfiano le gote su un fondo nubiloso raffigurando i v enti. E grandi come a Mantova. in un angolo qualunque della pianura lombarda. un mondo artificiale vario e ricco. L'uomo ha agito qui come agisce la natura. e gli impiegati registrano gli atti dello stato civile fra i travagli di Ulisse e le avventure di Diana figlia di Giove e della Luna. non ne rimane traccia. e Carlo V. e no n erano neppure abbastanza grandi per questo. di Ulisse. Tutto questo fa f reddo e tristezza. la galle ria degli Antichi. un o dei più bei teatri a scena fissa della Rinascenza. e andò a consumarne il prezzo al carnevale di Venezia. dalle nicchie dove è collocata su diversi piani . ma che. Vesp asiano uccise la prima moglie per infedeltà. mentre sulle sedie impagliate i contadini leggono il giornale. di Diana. il desco. I Gonzaga finirono con Ferdinando Carlo. affrescate e intagliat e. e i carciofi crescevano sull'umo del Colosseo. e il suo segreto lo conobbe soltanto il m arito. in sopravveste nera. un a serie di figure di principi animati dalle più alte nobili e pure ambizioni. Credo che la popolazione di contad ini di allora fosse molto simile a quella d'oggi. il letto. e il teatro olimpico dello Scamozzi. il coro di questa tragedia. e l'uomo fu qui invece infelicissimo. Ma bisogna dire che è una delle più strane avventure entrare in una sala ricca e grandiosa dal cui soffitto pendono. registra gli atti municipali. La chiesa che era un mausoleo di Vespasiano Gonza ga è ridivenuta una chiesina di villaggio. la torre. Non è certo la stessa cosa. il palazzo con giardino. il castello. Non una villa. Anche questo è un luog o unico in Europa. Un decreto del senato veneziano proibiva ai nobili di accostarsi a que ll'uomo che si aggirava mascherato. tutta una turba del Quattro e Cinquecento. gioia di vivere. pr oviene dal ripetersi infinito dei miti di Diana Apollo e Venere che dalla forza del significato originario cadono nell'allusivo e nell'equivoco. i ricordi non sono gli stessi. quasi che la pianura vasta avesse qu i un argine. Proviene forse da tanti sogni ambiziosi e senza vera grandezz a e da uno scenario che serviva soltanto a uno solo perché si chiamava Gonzaga. e questa unica perpetuità dell'u omo della terra ha conferito a questa città stranissima. con a capo un papa. colti e raffinati. e tra i miti di Galatea. perché incontrandol o a cavallo non lo aveva salutato. poiché essi non v idero altro che la grande e irrimediabile infelicità di uomini come Vespasiano Gon zaga. dove una pacifica i mpiegata. il C onnestabile di Borbone. si ostinò a fondare una dimora principesca. Se si ha da organizzare uno sp ettacolo simile. i periodi di Roma decaduta in cu i i pastori erano tornati a popolare le pendici del Palatino sulle colonne abbat tute. È forse l'unico angol o d'Italia che ricordi l'Italia dell'Ottocento. ma un palazzo. C 'è ancora. la terza moglie vide morire Vespasiano. è meglio allora affrontarlo in grande e creare allora un curioso e unico villaggio modello in cui i bambini imparano l'alfabeto sotto i cassetton i dorati a zecchino. i fili nudi delle lampade elettriche e i piattini di smalto. Sono di legno e di cera. il suo erede sperato e amato. Avevano fatto della storia la loro biografia. si trova un armadio per l'archi vio. non agendo sulla realtà dei loro popoli e riducendo tutto a un dramma p ersonale e familiare. una natura fatta ad arte dove l a stessa natura è uniforme. e che teneva una scuderia di donne grasse. il teatro. ma in una lotta indoma bile con se stessi. la sua seconda moglie si chiuse in un convento tre anni dopo il matrimonio.

in un lavoro infinitamente ostinato su un tema di poche note. un ronzio. ritratti in grandezza naturale. Ma lo strumento che a un tratto diviene parte dell'uomo. Uno con una fune al collo. appena spiccato dal patibol o. e che chiamavano perciò comunemente il mago (perché noi moderni attribuiamo ancora alcunché di magia ai procedimenti degli antichi).Col grave sasso che pendea dal collo . e doveva essere un semplice linguaggio. da variazione a variazione. ci fanno ascendere con loro quell'atmosfera rarefatta della grande altitu dine e solitudine in cui si abbraccia l'inconoscibile e l'inesprimibile. tra il petto e il cranio. conquistato attraverso una pazien za e una tecnica che alla fine divengono la scala celeste verso l'ispirazione. di Amati. dal le crudeltà e dalle guerre. dei loro strumenti a corda. tra l'altro. nei quadri e nelle pale d'altare. in atto di preghiera. s ovrani e poveri diavoli. cioè in qualche cosa che diviene part e dell'uomo. capace com'è di purificare ed esaltare l'uomo o di diventargli complice e mezzana lasciva: questo strumento è stato ricre ato nel Seicento a Cremona. del Guarnieri. Se riusciranno a sfrattarli . formano un teatro grandioso. di Stradiva ri.Quando Maria chiamai fui risanato". diviene tutt'uno con l'uomo.Perché allor fu i dalle tue braccia accolto". Sempre nei quadri del Cinquecento. In una cappella a parte è la tomba del più perfetto ma estro di creanze del Rinascimento: Baldesar Castiglione. poiché gli antichi si contentavano di tali rumori che erano poco più su delle voci della natura. tutt'al p iù un canterello come d'uno che mugoli a bocca chiusa. Nelle loro nicchie. da sviluppo a sviluppo. dalle condanne. Sembr a che i frati che custodiscono il convento non vogliono sapere più di questo teatr o picaresco ed errabondo sostenuto dalle colonne di legno. la ricetta della sonorità mai più raggiunt a dei violini dell'Amati. lo suonano ai piedi della Madonna in gloria. di Guarnieri del Gesù. Un tecnico moderno di mia conoscenza. dello Stradivari. ha una voce più umana e s convolge la musica fino a renderla quell'arte che Tolstoi trovò diabolica e pensò di proscrivere. Alla nascita di questo strumento c'è fatalmente qualcosa di stregonesco che si per petua per due secoli. I VIOLINI DI CREMONA Fino a tutto il Cinquecento. avventurieri e saracini. Senza di questo non si sarebbe avuta. compos ti di gusci di frutta e d'animali e di crani d'uomini. E già nella sua consistenza è il mistero. crudele e miserabile di quel tempo. cosparse di ex voto c ome gli scogli del mare sono decorati di conchiglie. dai pericoli. in atto di morire e di risuscitare. Guerrieri e condannati a morte.Un de' membri che al corpo er a sostegno . dice in versi. che induce il cuore a compiacersi delle sue passioni. La grande riforma musicale consiste in questo: nella trasformazione dello strumento a corda in istrumento da braccio. il violino lo suo nano gli angeli.Vergine benedett a ti chiamai . si vedranno carri pieni di questi personaggi grandi e oscuri riattraversare le grandi strade della pianura.Leggier divenni e non rimasi offeso". v ecchi profeti brandiscono violoncelli per cantare le lodi del Signore. sbucano dalle pestilenze e dagli orrori. come accade di tutte le scoperte che sorpassano i limiti d ell'uomo. Un po' più armonico era il suono del liuto prim a dell'avvento dei maestri cremonesi. che crea tut ta un'umanità di patiti della melodia. da Monteverdi in poi. il mist ero stesso del ritmo e dell'armonia del mondo. portano costumi di Spagna e di Germania. com e se ne contentavano i primitivi: basta vedere gli strani liuti d'Africa. Puntato al sommo del petto. che perse tutta la sua vita a ricercare le lavorazioni degli antichi. senza riuscire a trovar le p arole. e dall'Africa. Un altro con una pietra al coll o sorge da un pozzo sotto gli occhi del carnefice e si esprime: "Fuor d'esto poz zo uscii libero e sciolto . e che era uno stridio. Fin qui la musica non ha lo stesso senso che per noi moderni. approdano dalla Turchia. e pare di udirne i l gracile timbro: non è più il suono che i Greci paragonarono. quella schiera di musicisti da concerto che. durò tu tta la sua vita a rinvenire. egli credette che i m . la sua voce è umana come talvolta g li uomini vorrebbero cantare o implorare o gridare. al canto delle cicale. come è scritto in un cartiglio: "Dalla fune onde in alto era sospeso . nei loro palchetti. Un soldato con una gamba di legno dice: "Nella guerra crudel mi fu troncato . ringraziano la Vergine Maria di averli scampati dalla peste del 1399. che insomma introduce anche nella musica co ncetti morali come in tutte le altre arti. esso ha la forma del torso umano.ualcosa di mortuario. era un frinire.

Nel Ferrarese viene fuori uno scrittore come il Monti. Forse è quel viso che orna la parte alta del manico d'una sua cetra. voglio dire proprio il muscolo che fa da cuore. curioso di t utte le novità. come per un irraggiungibile virtuosismo. Stradivari già lo conosceva il diavolo. Girò l'Europa con un segretario che pare fosse il diavol o in persona. Davanti alla tomba scoperchiata. Del quale si sa che ebbe successivamente due mogli.aestri cremonesi trattassero il legno con l'ambra sciogliendola con una loro ric etta che poi andò perduta. di quei violini tascabili. Gli angeli non suo nano più violini ai piedi della Madonna in gloria. l'aggettivo grande è il più significativo: grandi palaz zi. un viso femminile ridente con due gemme p er occhi. o c hissà per quale motivo più reale. fornendo strumenti musicali ai grandi e alle Corti del suo tempo. grandi torri. guadagnò un milione di lire (siamo alla fine del Seicento ). "dispera to come un canto d'angeli scacciati dal cielo perché si sono innamorali delle donn e della terra". Sono le contrade che hanno costruito i palazzi di Mantova e di Ferrara. lo strumento è profano: tanto che m'ha sempre stupito sentirlo qualche volta in chiesa accanto all'organo. alla maniera antic a. altro cremonese allievo di Stradivari. il sortilegio del violino. grandi frutta. un ignoto venuto da Milano afferra u n teschio e pronunziando il nome di Stradivari se lo porta via. Ma sul manico non c'è più nessuna corda. al modo del cuore nostro quando non vi spira più né amore né gioia né sofferenza. Sì. Vedo apparire Paganini. il più magniloquente e insieme il più ortodosso della l etteratura italiana. con quel suono disperato di cui ci parla tutta una letteratura. Fino a Milano. attraverso il suo str umento: abito nero e corpetto nero. forse lo stesso che sulla testatura del violino dettò a Tartini il f amoso trillo. e la migliore. come colpito e bruciato dalla fiamma d'un genio infernale. Così accadde di Stradivari. grandi coltivazioni. In ultimo lasciò perfino il suo cuore a qualcuno. L'Ottocento non ha finito ancora di stupirsi della voce del violino di Cremona: Tolstoi vede ancora Satana nella Sonata a Kreutzer. Perché il vio lino ha pure questo di supremamente umano: non suonato per un pezzo deperisce e muore. ai frutti più madornali. ma non più di quanti ne nacquero fino all'Ot tocento. è vero c he si trattava di cerimonie nuziali. C'è un enigma nella vita di Stradivari. Q uando si abbandonano alla fantasia toccano il gigantesco e il capriccioso. e con lui la leggenda si rinforza: egli uccise. Niente altro. e nelle f alde nasconde forse una "pochette". che essi confidano soltanto all'arte. che appartiene al municipio di Genova. disse la leggenda. e di come amministrò abilmente il suo denaro. La fantasia d ei contemporanei non trova altra spiegazione alla figura di Paganini se non una sua alleanza col diavolo. gl'inviati dei potenti d'Europa aspettavano più mesi a Cr emona che il maestro consegnasse gli strumenti richiesti. e lo si trova in una boccia d'alcole nella . la seconda a cinquant'anni. indifferente ai suoi concittadini per qualche stranezza del carattere. e in tutto undici figli. morì portandosi anch'egli il suo segreto. la sua amante infedele. le code della giacca fino a terra. Uno strumento del Guarnieri usò Paganini. Di Stradivari rimane la tes timonianza che allogò i suoi figli molto bene. lavorò parte della sua vita in prigione do ve era stato rinchiuso per avere ucciso uno della sua stessa arte. intorno ad altri che praticarono il magico strumento. ma visse os curo. le sue molecole si disgregano. poi demolita con la demolizione della chiesa del 1868. LO SPIRITO DELLA PIANURA C'è uno spirito italiano proprio della pianura: facile ad accendersi. e annerito come gli era. e nello stesso tempo capace della più stretta regola e ortodossia. il viso pallido inco rniciato dai lunghi capelli cupi: intona il suo pezzo strabiliante sulla corda d el sol. Non si sa dove il mago di mia conoscenza fosse arrivato con le sue ricerche. Di Stradivari no n rimane neppure un ritratto. quelle che me ttono l'impegno più assoluto al bestiame più bello. Guarnieri del Gesù. è piuttosto l 'ombra. alle più gr osse verdure. Paganini ha le br accia allungate smisuratamente dal violino e dall'archetto. Lo strumento di Paganini. Destino dei grandi uomini di scostare con la loro presenza quanto la loro opera invita a conoscerli esprimendo una parte di loro. non più sotto l'azione delle vibrazioni. Egli s'era poi fatto u na tomba in San Domenico a Cremona. fu in carcere e fece un patto col diavolo per uscire libero e per diventare il più grande violinista d'Europa. E chissà poi se uno strumento simile ha ancora una voce.

e non è detto che il capitano d'industria o il padrone di un allevamento o d'un campo modello non portino nella loro funzione qualcosa che somiglia da vicino a l senso di assoluto che domina un filosofo nell'indagine del vero e del bene. presso il Duomo di Fe rrara. del suo viaggio ve rso l'esilio. nell'assolu to. Ma le città sono piene d'uomini. Una commissione di trevigiani contadini è andata a saggiare la terra e il r egime delle piogge in Abissinia. Queste lapidi imprecanti. di critica alle cos e comunali. as sai prima delle leggi. e la terra un elemento dell a vita urbana e la causa stessa del suo fiorire. l'uomo ha bisogno di agire.Biblioteca dell'Università di Ferrara. il padre Bartoli era ferrarese. e appena q uel tanto di terra che si stende là dove il Po si impaluda. ma l'annunzio di come una signo rina ferrarese aveva lasciato gli studi letterari per darsi alla chimica. fin dal tempo dei Greci. annunziando c he gli astronomi sono stupidi. I vers i mi pare fossero in terzine. Perché c'è un'ispirazione. Ma nella pianura padana c'è ormai più poco da conquistare. e che nel Risorgimento porta questo suo anelito fino a ricongiungersi con l'azione del Piemonte: l'Italia centrale cerca l'uomo nel regno di Dio. la pianura tra Roma e il C irceo. per una somma relativa mente modesta. quella settentrionale considera l'uomo nel finito e ab itabile mondo. o me ne vo: che vale lo stesso". E poi c'è l'Ariosto. in una piazza di Ferrara. T ra i più potenti limitatori delle nascite al tempo nostro. della sua necessità e fatalità. col Polesine. fatti per altre generazioni e che non si riesce a ridurre ad appartamentini moderni. primissima in Europa e ultima vo ce dei Greci fino a noi. e Ferrara più di o gni altra. proprio l'appartamentino distrusse in Turchia non soltant o la poligamia. Non si immagina che cosa abbia combinato nel mondo ques ta necessità urbana degli ultimi cinquanta anni. altrimenti agisce contro di sé e il su o nucleo civile. senza accorgersi che i tizzi ardenti gli stanno per bruciare i piedi. Ma sempre con un piede legato alla tradizione e al rigore tosca ni. e al punto da suggerire il pensiero che. E poi. Il quale Savonarola sta ancora in piedi. domina su tutto uno s pirito urbano. che non è soltanto toscana e fiorentina. Anche il cattolicismo prende qui forma di organizzazione. e il futurismo. C'è l'Italia meridionale che indaga sull'uomo nel creato. il Ferrarese la campagna tra Roma e il mare. la moda raggiunse l'Oriente e. Dove non c'è vento di idee nuove che non abbia suscitato uragani. E a Milano un astronomo che copriva di scritte i muri. mentre là presso le lunette del Duomo sono le immagini più vicine all a concezione di Dante della vita ultraterrena. E questo dà il senso del presente e dell'avvenire italiani. A Ferrara si possono ancora avere. Se parliamo di reazione. ma anche le grandi famiglie. S otto una vita semplicissima. e la lotta è sempre quella. inneggiami. col braccio teso. E sono padane la scienza dell'anatomia. l'elettricità. e che la terra non è tonda ma piana e fermissima. nella vita per tanti versi misteriosa di quell'età. dicono assai de lla vita d'una città che ha sempre tutto sulla punta della lingua. che non si trattasse soltanto di figurazioni di miti e favole antiche. in Dante. È la pianura. l'Opera è padana. annunzianti. per tutta la piazza della Cattedrale. Su una palizzat a. quel Bartoli che a nche in punto di morte ebbe uno scrupolo grammaticale e disse: "Me ne vado. E b ruciano anche le lapidi. leggevo un cartello stampato che pareva composto in versi. Non era la pubblicità d'un nuovo prodotto. vi sia ancora qualcosa di inesplorato nei dipinti e nell e decorazioni allegoriche di cui signori e principi si circondavano. nell'infinito. La provincia di Trevis o colonizzò lo Stato di San Paolo del Brasile. di deprecazione c ontro i preti. ma medievale e padana. millenaria intorno alla terra. Ora. alcune zone della Sardegna e. Ma ricordo a Bologna un tipo di vecchio signore in tuba che vendeva pittorescamente certi suoi fogli stampati. come è padano il romanticismo. ma che sotto vi pull ulasse uno spirito simile a quello che si trova nei misteri orfici e pitagorici . c'è un potere d'infatuazione per tutto quanto è assolut o. ampio e avventuroso come un bel palazzo padano. grandi appartamenti di quelli che non si sa come dividere. il più devoto alla tradizione letteraria fino alla bigotteria. In fondo. bisogna annoverare le c ase piccole. l'economia politica. ininterrottamente. I grandi palazzi sono pieni di tutto quanto nella vita medievale e rinascimental e è simbolico. l'appartamentino di due stanze e cucina venuto di moda dopo l'Ottoc ento e con l'urbanesimo. Ai due estremi della pianura padana si rispondono la testa esatta di don Bosco e quella bollente del Savonarola.

della antichità: insomma. Il peccatore interessa più vivamente del fedele le religioni di tutto il mondo. quasi gotica. spunta un tenerissimo inno cente il quale. credo. Si trova nei pittori ferraresi una simbologia aperta e chiara come quella del Dosso. che mondo astratto. mentre le sole firme di quelle altre due traggono tanta gente curiosa in pellegrinaggio? La sto ria non sarebbe dunque se non il racconto degli errori umani. come per Lucrezia ha fatto Maria Bellonci. ed è San Luigi. anche a volerla intendere realisticamente . non veniva forse da questa Ferrara marcata nel più intimo da quell'arte e da que lla concezione della vita? Grande e vasta Ferrara. in calce a un biglietto che chiede dieci ducati d'oro "per una certa s pesa la quale habiamo fatto". nella fantasia e nei sensi. Parisina sarebbe soltanto una sventurata. e ve n'è una coperta. e fuori di questo è silenzio. a Ferrara ebbe tre figli . a Ferrara. quasi tutta aste. si fece costruire a Bourges. stretta in se stes sa. già dai poeti d'am ore durante gli anni di Dante. E il Sa vonarola. e l'imp ressione che ebbi in quel palazzo di Bourges si riproduce davanti agli affreschi del Palazzo Schifanoia a Ferrara. Ma d'altra parte. i biglietti f irmati da Parisina e da Lucrezia Borgia. Quella di Parisina. i quali adoperavano la parola Amore. A ogni modo. le corti padane diedero schiere di gentilissime e virtuosissime per cui. È un a mia ipotesi. LA BASSA La terra nella pianura padana rende oggi sui trentacinque per ogni quintale. La ebbe forse quella Olimpia Mo rato ferrarese. Avrà mentito il cardinale. a significare Fede. è quel santo che parve avere n el sangue per un'esperienza di razza l'orrore del peccato. Parisina. e lasciandoci a ogni modo una poesia di formule dottrinali che il Rossetti e Pascoli e Luigi Valli hanno tentato di decifrare in base appun to a un linguaggio che sospettavano iniziatico. è una firma minuta. senza nessuna conoscenza del mondo. non più quella baccante che ancora adolescente as sisteva a orge immonde col padre premiando i vincitori. come seguitando in una interminabile pianura. un vero e proprio culto. un suo palazzo secondo la moda della Rinascenza nostr a. la scrittura virile. l'impeto di vita del Rinasc imento. che ci possa spiegare i segreti di questa città che più di ogni altra serba nell'animo. come una grata di prigione. perseguitato com'era dall'odio più furente verso l'arte del Rinascimento . nella Biblioteca dell'Università. qua nto. Ci si aggira inseguendo un segreto come in un labirinto ariostesco. non si fremerà davanti alla ciocca di capelli biondi che si conserva di Lucrezia a Brera. Un signo re francese del Rinascimento. ma pare proprio certo che essere capitata a Ferrara ed entrare in tutto un mondo istintivamente prolifico abbia fatto di le i proprio una cauta signora. nessun'altra terra d'Italia. Quello di Lucrezia è una lista di spese p er lavori di artigiani. e non se ne parlerà più. Lucrezia. forse fino a trovare que lla Circe del Dosso. la firma è grande e larga. È come visitare un mondo segnato di quanto nell'uomo sta fra intuizioni e terror i: il peccato. quella del Cossa. e tutto lo sbigottimento d'incontrarsi coi mostri che ognuno di noi chiude a doppia chiave entro di sé. Lallemant. e al terzo il cardinale Bembo augurava di "essere eziandio della materna virtù s uccessore". e Lucrezia. dalle strade che portano lontano e quasi infinite. Questo signor Lallemant è sicuro p ortasse dall'Italia tutta una simbologia pittorica di natura iniziatica. almeno nella seconda parte della sua vita. se raccogliessi mo le lettere virili. Naturalmente sono andato a vedere. È una vena na scosta che circola in tutta la vita italiana fino alla Riforma. accanto alle donne come Isabella Gonzaga. Forse perché meglio del giust o conosce la verità essendo con essa in contrasto e guerra? Guardiamo la storia de i Gonzaga: dopo una storia tutt'altro che edificante. ed essa entrerà nel novero delle oneste donne che non hanno storia. trasportandovi gli stessi simboli come li aveva veduti in Italia. Tutto questo non è sol tanto decorazione o allegoria. Da decenni ormai gli storici s i affannano a togliere ogni colpa dalla vita di queste due donne. oltre la palude e il mare. la morte. non troveremmo che rari curiosi. e senza risult ato. nel centro geografico della Francia. una filosofia segreta. A vedere nell'ultimo tratto del Po come . le passioni. pur nella rappresentazione che i l Cossa fa della vita di Borso d'Este. togliete queste favole. per esempio. fuggiasca in Franconia perché aveva abbracciato la Riforma e di cu i si possono leggere le oneste lettere in qualche vecchio libro.

al punto che si riconosce dappertutto che gent e vi ha messo mano. a occidente della città. ma ogni palmo di terra fu un lavoro di adattamento e un'impresa. un borgo chiuso fra le mura d'un villaggio medievale di contadini fortificato. nel Mantovano i campi sono rilevati. Gli argini so no alti. stanno nelle depressioni del terreno. qualche silo risponde all e torri che tra il fiume e le gore verdastre dominano le fattorie e i villaggi f ino ai dintorni di Mantova. come per una disgrazia che toccasse il pane di ognun o. per molti secoli. Prosciugato il campo comincia l'arsura. nel Polesine. svoltare nell'infinito piano come una vecchia strada. appena strappata dalle acque è fiacca e nera. Altre donne salivano e scendevano alle stazioni. Veniva dal lavoro verso Vercelli. e l'eterna promessa di questi argini che invitano a guar dare di là. Al m odo di tante altre donne. mi chiese di aiutarla a caricare sul tr eno certi suoi fagotti. e una rete a bila ncia da capo d'una lunga asta. verdi. Canapai e seminati a pioppeti promettono che di là tro verete chissà che aspetti. fra due rive arruffate di giunch i. e non vedeva l'ora di scorgere sulla pianura le mura del suo villa ggio. l'architettura d'una fila d'alberi dritta che fa da frangivento. come da onda a onda. Da trenino a trenino tanta gente corre la pianura: le donne coi fazzoletti attorno al capo. anche se la conformazione del terreno sia delle più uniformi. i ragazzi all 'ombra delle fratte tra le acacie e i pioppi. eccolo verso l'ultimo diviso in canali dritti e uniformi. Questa è terra di creazione recente. A un certo punto si v ede un piano allagato dalle piogge: i covoni di grano facevano pietà nell'acqua. Nel Ferrarese. con que lla confidenza che esse hanno dell'uomo. è ancora visibile la separazione della terra dalle acque. e quando fui salito volle discorrere. corre nei canali del Po. l'ars ura è nell'aria. le signore scendevano. e invece è un campo appena arato con le sue motte di terr a grandi e lucide della lama dell'aratro. Non c'è ac qua. chi ha un po' d'occhio riconosce alla prima. con quelle cappe bianche che tornano su sem pre nuove. con le figlie donnine piccine. Si fermavano le macchine di pa ssaggio. dove tra Maccarese Ostia e il Circeo s'è avuta un'emigrazione di contadini di varie regioni. poi. come nell'architet tura e nel modo di disporre una città. quella che luccica da tutte le parti. perché. e tornava a casa sua. i personaggi che possono diventare nella fantasia le ceppaie nocchiute che tirano a ogni nodo un virgulto dritto e lucido. alti nel mezzo e declinanti ai lati. Dopo aver visto il Po trascorrere solitario sotto i lunghi ponti. e non quell a d'oggi soltanto. e anche dove è passata più d'una generazione di agricoltori. i contadini con le braccia lunghe sui fianchi a guardare quella maledizione c he non capivano perché fosse capitata a loro. Ognuno vi r ifà il suo paesaggio natale. t utti fermi e zitti attorno. abbondanti. il mare arriva fin qui e tiene tutto sotto il suo dominio. La pianura folta lascia appena disti nguere gli abitati. ne parlava con confidenza. è salmastra.si strappa la terra fino al mare. e anche i villa ggi. con le braccia robuste in avanti. talvol ta più bassa dell'argine. e di là è una nuova promessa a guardare oltre. l'aratr o la rivoltola di continuo per anni. correva in lungo e in largo la terra distesa dove ci f osse bisogno. Conosceva bene la terra e i lavori. il gra no era in mezzo all'acqua sporca. Ognuno ha il s uo modo. e nessuno ci poteva far nul la. si capisce quello che è costato in sette secoli bonificare la pianura. che danno l'idea della prontezza al lavoro. per mantenere i coltivi all'asciutto sgrondando i soverchi umori del te rreno. e nella B assa. Questi campi padani sono quello che più ricorda la presenza dell'uomo. Anche nella Bassa sono arrivati ad avere i trentacinque per ogni quintale. seminata di conchiglie. Una di queste donne. e non si sa come ci si sentiva colpevoli. si macinano alla fine a furia di arare. Si aspetta che il . e il contatto con lo sterile mare. Nient'altro. La te rra. come un cristiano. C'è una tecnica della terra. Capii in quel tratto la nostalgia della gente della pianura. e il salino. lungo gli argini a distanza una capanna di sarracchi. Intorno a Roma. a Montagnana . Montagnana. e il contadino pensa che tutt o sommato anche quello è concime. spartirsi alle secche sabbiose. di dove ess i vennero: marchigiani o veneri o padani o della Bassa ferrarese. ma di molte generazioni. Ora i campi so no felici. Fino a Mantova la terra ne serba ancora il ricordo. stagna poco più giù. Non c'era il minim o equivoco. e nei loro discorsi si veniva a sapere tutto della vita attorno. più giù è storia d'oggi: a Piacenza i campi sono adagiati fra alti argini.

Di ogni cosa sentiva il sapore. buse. dieci o quindici." L'uomo grosso e fort e che mangiava accanto a me nell'osteria d'un villaggio. Gli rispose una risata. i libri dei nostri narratori de i buoni secoli. poiché la locanda era pi ena. Più che par lare. L'uomo non ci credeva. non fece che mangiare patate. è quel popolo bollente. della lice nza del Rinascimento. e permett e le colture di colore. sono proprio l'a cqua e la strada. Qui. la barbabietola delle terre asci utte è roba per le bestie. Uno della tavolata gli fa: "O dillo che faresti se fossi un gran signore. pa esaggi d'una Venezia minore. vanti l 'arte e la decorazione di tutti i tempi. E quello: "Se fossi proprio un gran signore. poi. e come per mettersele bene nell'animo. Poi stette zitto. fossati. e i paesi sembrano là a portata di mano. ciò che è il tratto di molti popoli della pi anura. ma un signore come dico io.. fra cui mi trovavo. la contrada tra Venezia e Ra venna asciuga tutto l'umore dei fiumi della valle padana. io se fossi un signore. dopo anni di aratura. l'uomo del pozzo. Raramente ho veduto uomo fatto di terra come era lui." ripeteva tra un bo ccone e l'altro. se ne circonda il campo d'una corrente continua che lo manterrà fresco. come le barbabietole. questo era il suo pensiero. si fa stretta.. Le ragazze dell'o ste andavano attorno a servire le tavole e a preparare gli alloggi per la notte: non so quante fossero. Mancare d'acqua significa. e oggi si direbbe di surrealista. cioè i lampi in mare non annunziano tempesta. Tra canali. e ogni volta che chiamava se ne present ava una nuova sempre più piccola. e così le angurie. rifugiate su strisce di terra come su pontili. i c anoni. Non sono emiliani: manca ad essi degli emiliani quel certo la scito clericale che la natura degli emiliani è riuscita a rendere duttilità e morbid ezza. sono dappertutto. e che h a dato quanto di più strano. il grano . Questo. il granone e poca altra roba: è l'acqua che fa la terra di due sapori. e poi daccapo. per piover bene. la segregazione da tutta un'umanità e dagl'interessi di questa. bracci morti. ma erano molte..". Dove. capace di tutti gli eccessi e di tutti i rigori. ragazze e donne. è rimasto un colore amoroso e generativo. Ma senz'acqua non sono possibili che le colture bianche. L'oste seduto acca nto a me era servito dalle sue figliole. i fitti. e poi barbabietol e. metafisico. A pensarci bene. Di questo ha notizie. Alla fine lo disse: "Se fossi un gran signore da cavarmi tutti i capricci. ara e ara. prende nerbo. vidi che i letti e i divani. d'una specie di oscuro e ribollente istinto vitale. e un'altra meteorologica: lampo non mangia barca. e dal mare. vorrei avere un pozzo artesiano (diceva 'artigiano') nel cortile di casa mia".. Sì. erano fitti di ragazzi addormentati. Gli dissero: "Ce ne sono di pozzi artesiani. C'è l'internazionale del contadino. ce ne sono anche a Comacchio". Disse ancora poche sentenze: il pesce è buono quanto più la testa è lontana dalla coda. che sbucano da tutte le parti. quello levò gli occhi dal piatto: veniva dalle terre salate di più giù. non riusciva a terminar e questa frase.. Gli altri attorno fantasticavano ancora sui raccolti. un fiume pull ulante di vita. "Io. e un'altra molto semplice all'apparenza: per p iovere bisogna che tuoni. diversivi. cioè. Vi si trovano vecchie città come Chioggia e Comacchio. Poi ma sticò: "Be'. e quello che rende la terra più giù o più su. resi praticabili dalla ostinata volontà dell'uomo. per questo impegno sempre assoluto. e que llo d'una fantasia fuori d'ogni limite.. ed è dove la terra è buona. dovendo traversare le stanze vicine alla mia per uscire. si è fissata una civiltà artistica fatta d'emulazione. dritta quanto è lunga la striscia . sentendo ch e io venivo da Roma. s'illuminò tutto: "Ci sono molte fontane a Roma". vorrei avere un pozzo artesiano". più che licenziosi sono pieni di ragazze e di donne. e nelle loro idee sono assoluti fino all'ultimo e oltre: questi sono i ferraresi. e che quando possono sfogano in una lunga strada. e non è un capri ccio da milionario. Era l'ora di an dare a letto. I fatti che formano profonde differenze e distanze in campagna. non sono romagnoli: i romagnoli hanno il senso esclusivo del gruppo familiare con tutte le qualità che questo gruppo richiede. è sciolta e fiacca. Lo spettacolo e l'idea dei ragazzi dov eva accompagnarmi per tutto il resto del viaggio. fra due estremi d'un conformismo tutto regola e rigore. È la sterilità che dà mistero e lontananza alle terre sterili.consorzio distribuisca l'acqua per l'irrigazione. di feticismo delle forme più nobili fino al capriccio. Al mattino. fantasticava: la terra appena riscattata dalle acque. fi no al fanatismo. per mille ragioni. Ora.

chissà. L'Isola Sacra. lagune. Un altro particolare. alla spagnola. o forse si erano già spenti quando nelle altre colonie etrusche comincia vano le importazioni. ricacc iati dal prosciugarsi della terra che ne mutò la vegetazione. e poi tedesche erano mescolate tra le altre. e dall'altra parte si trova il cana le. Le chiesi che dialetto parlasse . in molti punti allora deserti c'è l'uomo con la vigna che produce il vino nero e profondo ammantato di sonno. Gli ultimi elefanti del Lazio. Anche i bragozzi a vela che corrono lungo il canale di Comacchio sul filo della corrente e del vento non sono molto diversi dai prim i modelli di navigazione: son appena un guscio. E alle foci dei fiumi gli antichi mettevano i l uoghi d'incontro per le anime che dovevano sbarcare di là. In mezzo alle acque stesse. la sabbia accumulata negli ultimi s ecoli. Quando alla fine raggiungono il mare. Dovunque si sente il lavorio del vent o e del mare. I bracci in cui si divide il P o. le sue parole erano di tremila anni. fa rilevare la prua che vi guarda in facc . e se ne possono trovare le memorie nel palazzo di Lodovico il Moro a Ferrara. L'uomo lo chiamava "hombr e". attraverso canali. Ventimila anni fa videro le grandi belve e ve n'erano anche stille foci del Tevere. m'accorsi che il suo linguaggio era una mescolanza di parole c he capivo. le tracce della sua storia. c 'era molto passato del luogo. fanno lunghi giri tra sabbie e lagune. Nel discorso dell'ostessa. e gli altri fiumi che vi sfociano. Ma che cosa non rappresentavano le foci dei fiumi. e insieme dell'eterno. I tre quarti delle parole che diceva erano di lingu e note. Tutto intorno dà l'idea del mutabile. dovettero avere rarissimo traffico. presso O stia. Contrariamente alla natura et rusca. e anche su questo fondo sottomarino la corrente incide il suo corso: anco ra per due o tre chilometri la corrente del fiume dura fluendo su un letto sotto marino. che arrostiva con piacere una sogliola sulla brace. un quadrato di vela si gonfia ap peso per due lembi a un bastone. Si dorme in un'atmosfera gonfia di umori e sembra di dover mettere le radici. la vela pare un drappo antico. sotto monticelli di terra che arieggiano a piramidi. del dominio degli elementi. l'uomo seduto co i suoi pesci e le sue verdure a poppa. cercano lungamente il mare. Tutta l'opera dell'uomo per questa vasta distesa consiste nel rend erla praticabile da un punto all'altro. a cinque o dieci metri di profondità. A Comacchio. già non lo si riconosc e. questa comunità di Spina s'era stabilita nel piano. In genere l'ingresso alle case è un androne che seguita fino alla parte opposta. e depressioni più basse del livello marino. sono scarsissimi i vasi importati dalla Grecia. Una c ittà etrusca era nelle valli di Comacchio. si rifugiarono e mor irono all'incontro fra Tevere e Aniene. ma un buon quarto era incomprensibile. i tedeschi e gli spagnoli: mille anni di storia. e del dialetto ferrarese. tra gl'insabbiamenti. Questi etruschi di Spina dovettero essere d'una civiltà molto chiusa. sentendo parlar e la mia ostessa. A riscont rare il terreno con una carta topografica di venti anni fa. la loro architettura. i contatti con gli sla vi. l'uomo vi sbarcò al modo stesso dei pesci che cercano acque più dolci e più temperate per generare. e in camere che riproducono le stanze dei vivi. ma l'etrusco nessuno è riuscito finora a decifrarlo.di terra su cui posano. del provvisorio. Tutta la contrada delle foci del Po dà il senso di questo svolgimento dei secoli. per dire no diceva "nié" secondo le lingue slave. vi trovano. dal Reno al Brenta. e mi rispose: "L'etrusco". come dimostrò ai geologi un cimitero di os sa trovato in quella confluenza. Alle foci dei fiumi si sviluppò anticamente la vita. forse e ra anche etrusco. Uomini e donne lavorano alla terra emersa negli ultimi due o tremila anni. e non all'altra maniera egiziana dei ricchi. alla Spina. sono come gallerie praticabili e sottopassaggi contro il vento e il caldo. seppelliva i suoi morti alla maniera egizia dei poveri. era uno di questi approdi: le anime in attesa della barca fatale vi si agg iravano per più giorni. e mentre sembra che debbano risolversi in questa gran fluidità di elementi. e se poi c'era veramente qu alcosa di etrusco. quello che di qui a qualche secolo sarà un banco di terra emersa e che un contadino tenterà ancora di riscattare dal mare. parole france si. ma che dovevo raccapezzare da varie lingue. e alle foci si ebbero i primi fatti di creazione della vita umana. come velo su velo. I ponti sui canali ne proseguono la strada. nella sabbia. stretta e locale: fra i ricordi del m useo. l 'acqua vi forma i suoi canali.

tutta un'atmosfera di fumo e di cibo. vi ve ngono incontro e poi si rigirano. si trovavano da miglio a miglio case coloniche. Poi. Erano presso di noi le chiatte con le loro cerate affungate. non più che figure incappucciate. di stagni. e ci trovammo su una chiatta. gl i asini. non si scorge l'acqua ma il verde dei canneti e dei campi. Le barche dei t raghetti più lontani erano abbandonate nell'acqua battuta dalla pioggia a scrosci. e una piattaforma asciutta di mattoni. mucchi di grosse angurie prospe ravano come un primo getto della terra. sconfinata. La macchina slittava nel fango attaccaticcio. una chiatta porta all'altra riva le macchine. con un timone enorme manovr ato da un uomo piccolissimo. a Tolle. allontanatesi uggiolando il temporale. nella prateria. verde. sono le chiatte e i caicchi ch e vengono su dal mare infilando gl'invisibili canali. e laggiù una fil a di pini si rifletteva su un'altra riva immobile. e inv ece il fiume stagnava pigro a una svolta. Andando ver so l'intrico delle foci. fino a Goro. Dai foss i saltavano ragazzi e bimbe. che era un'aia e che si trovava a distanze ricorrenti. dove il Po nasce. si fermava davanti a un banco di sabbi a e faceva un lungo giro che bisognava seguire per gli acquitrini e i ponticelli buttati tra fosso e fosso. agli sbocchi dei canali. Da vicino mostrano il loro d isegno a spicchio di luna. Da canale a canale. le donne dietro i vetri della stanza a terreno. aranci one e oro. a mano a mano che il cielo si rasserenava. come giganti ammantellati. a una svolta. al riparo d'un padiglione di canne e di vimini. parevano prodi giose conquiste dell'uomo. avvertivamo il caldo della nostra vita. dal mare. ci si accorge che queste vele percorrono un canale. al Monviso. Donne e b imbe sbucavano dal bosco portando chissà a chi il pranzo legato in una salvietta. finché trovammo un ragazzo che. i discorsi dei cacciato ri. Nell'intrico delle acque il paesaggio lagunare diventava lontano. come lassù. le biciclette. il vino. gli uomini ancora in sella. I GRANDI SCENARI DI MANTOVA A Mantova fu l'osteria. Nell'ar ia freddosa sembrava di trovarsi in un fondiglio umido sotto il livello della te rra. pare. La contrada è delle più piovose. alto a prua come a poppa. e sul limite dell'orizzonte una vela grandissima r icorda i mulini a vento delle pianure rasate della Prussia. sulle onde v erdi e teatrali dell'Adriatico. svoltano. alla Pila. Dalle case solitarie qua e là sui fossi. Tutta la distesa è per un tratto questo falotico rigi rarsi di vele incappucciate. la stalla. e solo più tardi. l'acqua cop riva tutto come un velario. sono lontane. il pollaio. bigia. ci toccava an dare a zig zag per non ribaltarsi nei fossi coperti di muffa e di vegetazione a fior d'acqua. Correvo per un sentiero. lontano da casa. qualcun o ci accennava di lontano la strada. uno degli spettacoli più curiosi del mond o. sotto i mantelli. le case attorniate dai canni cci delle riserve di pesca sparivano tra l'opaco grigiore della pioggia. sulla distesa rasata della terra. e tra il luccichio dell'acqua che si apriva un varco nel la duna sentii l'imperturbabile scrollo del mare. poi pio vve a scrosci. gli occhi dell'ostessa. si scoprì nel grigio folgorante l 'abbazia di Pomposa. cercando la foce del fiume. e sembra di navigare su un'isola. con tante creature. era tutto il senso della vita. il conduttore al volano. dal canale. covavamo il tepore d el respiro e del sangue. dietro. si allontanano. e nel mezzo degli stagni. e nell'umidità. il bosco si animava d'una vita primitiva e spensierata. umide e aggrondate. Ai lati del canale si stende la laguna che è colore ro sa. le vele si rigirano. Pareva a cento passi. Dietro l'abbazia di Pomposa i paesi agricoli levavano trionfanti sull'immensità tortuosa i loro campanili e i s ilos. l'umid ità penetrava dovunque. si girano. e tra questo eterno popolo i discorsi . tutti fissi in questa sospensione di moto. Su questo verd e si affacciano grandi vele.ia come un cigno navigante. Su un campo grigio e appena rasciutto dalla melma salmastra. dal nembo. e il forno. si sono presentate le grandi vele latine. Al traghetto. di deserti salati e di boschi favolosi dove i daini sp iavano puliti e teneri tra gli alberi grondanti. Ravvolgendo il loro m antello di vecchia porpora. raso terra. la pista sabbiosa interrava le ruote dell'auto. vengono avanti in volo. In quel caos di acque. e un tronco d'albero scheggiato dall'accetta. Scendeva la sera. ci guidò pel bosco della Mesola. coi vestiti a ttaccati dalla pioggia. correndo sui piedi di fumo. dagli stagni. di tavole sconnesse e di tronchi d'albero.

Fu un tema caratteristico della nostra letteratura ne gli ultimi anni. intorno a sé. fantasia. quelle cui spettava l'ordine e la vita pratica. non avevo veduto in fronte a non so quante osterie e trattorie l'immagine di Ga ribaldi a cavallo col suo mantello svolazzante? Opera ed eroi mi apparvero l'esp ressione sopravvissuta dell'ispirazione popolare. e quando sentii che in quell'osteri a si parlava di teatro d'opera mi parve la cosa più naturale del mondo. il crollo dei grandi scenari. le donne virili. queste donne hanno l'ordine e la responsabilità. di gi ardini intristiti. Ma Isabella. di palazzi polverosi. ai quali partecipavan o l'ostessa dal suo banco. da d'Annunzio in poi. Ques to è un lato del popolo che a Mantova mi colpì subito. d ei grandi scenari deserti: un sentimento dominante di d'Annunzio. io sott o gli occhi dell'ostessa mi sentivo quasi al riparo. di poca forza: un gran de umor della terra. Qui si trovano le forti donne coi forti pensieri. d'un popolo che intorno a sé non vedeva se non la morte dei grandi sogni. ma a Mantova in mod o chiarissimo. quelle che capiscono l'uomo e a guardarvi vi fanno rico rdare della maternità sovrana. indebitata per l'eleganza e la vita ornata e insieme caritat evole. che è la stessa dove il popolo esiste ancora nella sua espressi one originale. lotte. A ritrova re questa città si ritrova un'epoca di letteratura. e ognuno che cap itasse nella sala. Del resto. La prese nza della donna e in quella veste e figura dà l'impressione di trovarsi in una soc ietà di tipo antico. di cui si conosceva perfino il numero delle camicie (d uecento). nelle regioni vicine a questa. m'incantava: amante delle arti e insieme pratica. Nell'al to dei loro occhi svegli. la creazione è sua. Anche tra i Gonzaga l'elemento maggiore fu Isabella. Il dialetto che si parlava là dentro somigliava all'emiliano. fu un modo di vedere le cose passate . erano le regolatrici. Una volta furono le favole dei paladini e dei santi. s'impiccioliscono più che ingrandire. gioca e fu ma. In un ambiente siffatto tutto quello che è civile acqui sta un tono più grande. è ancora quella che vi ha tenuto sulle ginocchia. al sommo di questa espressione civile. quel sentimento sepolcrale delle cose. E tutto a Mantova parla un grande linguaggio. Si potrebbe compilare un'antologia di città abbandonate.eterni sul teatro dell'opera. le passioni m aiuscole cui si scaldano i cuori degli uomini raccolti insieme dall'inverno. e non in un mondo sfatto dove diventa nemica armata di inquietudini romantiche. dove f . deperiscono. Qui esse guardavano i lor o uomini quasi come ragazzi. quella febbre che aveva preso gli scrittori di pochi anni prima della guerra con le pallide eroine agguantisi in luoghi dello stesso tipo. Per un pezzo rimasi ad ascoltare i discorsi di quest'osteria. oggi le passioni rotondamente cantate e i grandi cavalier i dell'umanità. Si ritrova nella letteratura italiana. fa l'arte e la guerra. in Inghilterra come in Francia. padrone e spose. si consumano. i principi col popolo. aspro. Ed ecco una delle fonti più cospicue di tale ispirazione: Mantova. e preoccupata di rendere giusti. sono riportati su un terreno facile e senza stupore. L'uomo ha pensieri. che faceva collezione di vestiti e mandava le trote agli amici. che dopo di lui ciascuno ha veduto. la cuoca affacciandosi dalla cucina. il vino che è com e una linfa vivificatrice dei luoghi bassi. che non avendo altra epopea da vivere ne vissero una amo rosa. quella parlata lu nga da cui le cose e i pensieri escono con un color familiare. castelli e palazzi. inquietudini. di labirinti smessi. denso. dei sogni antichi abbandonati. a Cipro e a Micene. Mantova è scritta tutta a caratteri maiuscoli. e chi entrava a chiedere un bicchier di vino. come se non foste uscito mai dall'infanzia. un sentimento delle cose che finiscono. questo stesso sentimento è penetrato nelle letterature degli a ltri paesi. di fontane ingrommate. è suo il diritto alle cose alte e all'ozio. e mi ricordai della forza del le donne del popolo come di una storia di matriarcato. a Tarquinia e ad Assisi. Esiste proprio una scissione fra modernità e popolo. nella Romagna e nel Venet o. Ben più. È un lato caratteri stico di quegli scrittori svegliati dalle trombe garibaldine e ritrovatisi poi t ra le tombe. La donna nelle società semplici è sempre una virago. e tra questi scenari crollati si riflettono negli specchi opachi eroi ed eroin e destati fra i furori. il quale è rimas to all'arte antica dove le passioni non erano importanti se non grandemente viss ute. invidia d elle donne del suo tempo. È lo stesso dappertutto dove c'è popolo in Italia. Proprio in virtù di queste differenze il mondo degli uomini appare forte e vivo. ha il suo regno accanto a quello dell'uomo. nella stessa confidenza che avevo provato altrove. torri. con le sue passioni grandi e sonore.

e la presenza nera del castello co i piedi nell'acqua alle mie spalle. Che gran sonno in quella straordin aria città. come un elemento vivo in lotta con la grandiosità dell'acqua. Il mercato con le osterie intorno è vegliato dalla figura di Virgilio in un bassorilievo medievale. gli alberi lontani annuvola . detta del Paradiso perché di là si vede la pianura. andando a dormire in un albergo. la pioggia suonava interminabile. dico una gran dezza di passioni umane. Una reggia così vasta che divenne spesso. nella sua storia . Mi ricordavo che una macchi a d'umido. A tratti. Il battere delle mantelline dei ciclisti era come l'ombra d'un'ala. ma non c'è un sol o appartamento. Per chi voglia dire di conoscere l'Italia. specialmente con quel vino nero. gli scenari d'una grandezza passata. e in quell'o mbra luccicante che confondeva terra. Nella chiesa le candele accese e le donne oranti facevano un calore piacevole. La città comunale è pressappoco tutta qui. tanto c he Isabella abitò stanze dal soffitto più basso. seduto a un banco. e questo mi ripo rtava ancora nell'acqua. e ugualmente stanze di passaggio. e tutto è fatto per la rappresentazione. che svolge il suo libr o: è il Virgilio che non ha ancora imbracciato la tromba epica. Di questo castello ricordavo un cortile dove l'umidità ha messo una fungosità verde e rasata come il verderame. Ma ne aveva una con le finestre sul Min cio. la distesa ind istinta della pianura. il bottone del campanello. la Piazza delle Erbe. la capitale d'un'in tera letteratura. ch e cos'era stato! Un vagare di sorpresa in sorpresa. Qui.ossero le grandi cose finite. M a a uscire. il Virgilio delle comari e degli agricoltori. palazzi. Mantova è il più importante di cotesti luoghi. castelli. una caserma. Mantova fu prima una città comunale. E sentivo di d ormire sulla pianura distesa. il ponte che dal Castello di C orte traversa l'allagamento del Mincio. fino al 1917 che vide là dentro accantonati un reggimento inglese e uno francese i quali vi accesero anche dei bei falò per scaldarsi sotto le ampie volte decorate. sentivo correre fresche sorgenti e fontane. come in certi piccoli appartamenti moderni dove tutte l e stanze sono salotti e la sera divengono tutte stanze da letto. il termosifone. non furono grandi principi se non per il fasto e l'ornatezza delle loro corti. e la Reggia. sono cinquecento stanze la Reggia. dominati la notte da un lampione scialbo. e i vicoli stessi in un bellissimo ordin e. tra una torre e un palazzo. acqua e cielo. in cui il caso ha il rigore d'una logica. E non mi usciv a di mente quell'ora serale al ponte San Giorgio. Mantova è un punto importante. che era una specie di casa di campagna dove si andava a passare un'ora tra le stanze decorate e i giardini. tra una facciat a di terracotta e un muro scabro. vi fa un gran freddo. pareva aver dato una piega a un cornicione come d'un foglio accartocciato. monumenti. da meraviglia a meraviglia: la spiegazione di tante cose. piazze. mi stupii di trovarvi una stanza bianca. i riflessi dell'acqua. bello quanto una striscia istoriat a da qualche grande scultore. quasi a una presenza sottile al modo stesso dell'aria. che è un padiglione e un chiosco gigantesco. Lo dovettero di ventare anche queste cinquecento stanze della Reggia di Mantova. Sì. con una delle più belle piazze che sia dato ved ere in Italia. per esempio le sere che vi passò Lodovico il Moro in visita presso la sorella Isabella. di questi vecchi muri compatti e nudi su cui l 'azione del tempo ha descritto un lavoro suo. questo muro di Mantova è uno dei più belli. i cicli sti che scivolano via sotto la pioggia sottile nei loro mantelli. come se dormissi in terra. un capolavoro del t empo e della natura. Ma tra il Pal azzo del Te. A momenti tutte le architetture che avevo visto il giorno . sulla facciata della chiesa di San Pietro. rivestite di legni preziosi e intar siati. Vecchi muri ciechi di tutta Italia. una sola camera che si possano chiudere a chiave. nel sonno. Era come un grande umore che mi copriva e mi lavava. si ritrova il più straordinario sogno di grandezza che sia dato osservare. Gli eroi in giacchetta nera vivevano le rovine come una droga eccitante. dormivo come sotto il velo d'un'acqua corrente come accade in certe dissolvenze del cinema. a quanto mi pare. mi parevano miraggi. E tutto quel giorno. dove la fantasia legge una storia senza immagini e senza parole precise. con un se guito di mille signori. E quale grandezza poi? I Gonzaga. e vi dovette fare sempre freddo. l 'acqua calda e fredda nella bacinella di porcellana. Mantova è un mondo. con la sua barriera sulle acque. e sembrava di stare al riparo. Sono quattordici grandi sale nel Palazzo del Te .

che a Roma non si trova nulla di simile. che pare or dell'uno or dell'altra. quadri e statue. in cui non par di vedere altro che uomini spazzati via d'incanto con tutt i i loro costumi. penetrata in un palagio in festa. tutto quello che avevamo lasciato di ansie e affari alle nostre spalle sembrò il fatto d'una vita doppia e d'un atteggiamento. rumore di un nuovo lavoro in una città .ti. scesi nella pianura del Po. ci smarriamo nei meandri della cittadina antica. le vicende delle loro strade. le acque che circondano quasi il castello. tutta questa rappresentanza di sale che si percorrono oggi con u na guida per non perdersi. No. Giulio Romano. un letto da campo del Settecento è il solo mob ile che abbiate incontrato in quella passeggiata interminabile. che parevano non aver più fretta. così freddo e corretto a Roma. perché tutto questo svanisse d'incanto. che son servite da bivacco a tutti gli eserciti stranieri. e le loro smorfie di orrore sono convenzional i ed educate come per darsi un contegno di fronte al pubblico degli eleganti vis itatori. È vero. Ci ritrovammo in folla alla funicolare della Città Alta. gli affreschi dei gig anti in cui crollano montagne e massi su certe figure ciclopiche che non riescon o tuttavia a mostrarsi spaventate. dei Papi. Amore e Psiche che si baciano e hanno un s olo naso in comune. quelli che passavano sulla strada. la Sala degli Arazzi. e a momenti costu mi d'un tempo quale si addensava ancora fra colonna e colonna e fra torre e torr e. SENTIMENTO CIVILE DI BERGAMO A Bergamo s'arrivò in un treno gremito. Le città alte e antiche hanno una logica tutta loro: i dislivelli della loro st ruttura. quasi non bastasse. sono una delle curiosità del mondo. Basta poco perché s'abbia l'impressione d'un'apparizione. ma bastò che si scendesse tutti alla piazza del Mercato delle Scarpe. e un passante o un gruppo di persone in fondo a una strada acquistano una evidenza straordinaria e ricordano all'improvviso altra vita. in cui la luce d'un'alba. Si capisce la differenza fra vita antica e vita moderna solo a tener conto di queste cose. senza lasciar traccia: risuonano ancora di loro. Quella mattina di Bergamo è una delle mie più belle. che dominano tutta una stanza. C'era un suono d'organo in qual che chiesa. obbligando a un modo d'essere tutto diverso da quello nostro quotidiano nelle città sulle aperte pianure. tutte persone indaffarate con le loro bors e. le vuote e spoglie sale. È proprio un altro mo ndo. c'è d a rifare tutto il cammino percorso dalla civiltà. come dice la guida. sono un ca rattere imperioso della vita antica. un letto coperto. nobili ed eleganti. E qu esti cavalli affrescati alle pareti. Poi il fitto grandinare dei tagliapietre. dalla porta d'una chiesa. È vero che a Roma non si trova neppure il sentimento di uno splendore così de serto. un malinconicamente bel paradiso. ognuno si trovò quasi in una remota abitudine. da cui le invasioni hanno asportato mobili e arazzi. musiche. tutto questo non è più vivo e non è neppur morto. E la guida vi di ce: "Qui dormì Napoleone. Sono suoi. amic i e nemici. delle loro pa role. non rivela altro che spett ri in tutti i convitati. e mi ricorda una pagina del Romanticismo. e i suoi mutamenti a seconda dei luoghi che si scelse come abitazione. le officine della pianura lombarda. Folla della città. la Sala delle C ariatidi. in una vita lenta e addolcita. e si entrass e nell'aria della città medievale. sul filo di queste impressioni. e dall'arco d'un por tico. di questa partico lare conformazione in cui gli uomini facevano scena e bersaglio solo a camminare per una strada di città antica. furono apparizioni curiose. nel Palazzo del Te. e sentivo soltanto una chitarra in qualche stanza chiusa o in qualche corte. balli. Le impressioni meccani che della vita quotidiana. A ripensarci. la Sala da Ballo. le prospettive ch'esse creano. dello Zodiaco. donne e uomin i. i Gonzaga non erano grandi. i cavalli di Apollo che vi galoppano addosso da qualunque parte li osserviate. dei Duchi. come se raccontando le storie della corte pontificia le amplific asse fino alla chiacchiera. a ogni soffitto e a ogni svolt a i giuochi delle prospettive vi attraggono: una croce che mentre si cammina par e allungare le braccia da ogni parte. vi portò un a sua retorica. che nell'intrico delle strade e dei vicoli dileguava mentre lo cerca vo. Si cammina e si cammina. le ore di tut te le chiese parvero lunghe. Fu il sogno più spropositato del Rinascime nto e. occupava i nostri pensieri. altri costumi. il movimento di M ilano di cui eravamo ancora una lontana vibrazione. Fino a che in una stanza grandiosa e nuda. e ci si domanda a quali sogni servirono questi i mmensi scenari. che trasformò anche la cappella in camera da bagno".

una cosa ancora intendevano. Rinascimento con puri accenti e Comune dotato d i forza gigantesca. i cortili. Da queste cose la campagna acquista un color nuovo. di amore e di culto della potenza e dell'unità civile. le sfingi della fontana nel mezzo della piazza hanno facce di gatto. e a un tratto non vi sono per la città altri rumori se non i due passi che s'inseguono. una traduzione per genti lontane che non si preoccup ano degli scandali di Corte e che nella distanza loro hanno posto tutto nel mede simo olimpo. e oggi clericalism o settentrionale. si appr opriò la sagrestia della chiesa di Santa Maria Maggiore per erigervi il suo monume nto funebre. anc he la religione tenesse più fortificate le sue posizioni. e le porte verdi. con la scala esterna larga come un invit o al popolo che ascendeva. che fu un punto estremo della penisola. le pia nte che si affacciano dai vecchi giardini. al modo stesso delle fedi che splendono maggiormente ai margini delle loro comunità. Forse queste genti lontane.anticamente fondata. tutte verdi. o con le croci grandi sproporzionate. E poi. ed è naturale che dove c'è un'a ltura dominante il piano si sia soffermato l'etrusco. Una forte e rigogliosa pianura in cu i le colonne di fumo delle fabbriche reggono la volta nebbiosa del cielo. Ma poi fu romana e venezia na. polenta con gli uccelli". come se in questo. Un numero enorme di appa renze scolpite e dipinte occupa breve spazio. in questo labirinto di pensieri di ieri. cui il solo f atto d'essere stati reggitori dell'Impero del mondo dava diritto a una specie di santità. il cordone rosso d'un campanello sulla targhetta di smalto d'un professionista. Siamo allo sbocco delle valli per cui scesero le invasioni. e la s critta cubitale d'un'officina è sepolta come una lapide tra i ricami delle verzure . i passi di qualcuno sulla strada opposta che si dilungan o come in una chiesa. di Berg amo. come ora ne risuonano le più vecchie città d'Italia quasi si ri fondassero: erano gli operai al Palazzo della Ragione. che avevano smarrito l'unità romana. Una tradizione dice che Bergamo fosse prima etrusca. gli atri raccolti col sentimento d'una vecchia pace. streghe e visi di Cesari. e gli uccelletti infilati in uno stecco in mo do da stare in fila ad ali aperte sulla nuvoletta della polenta sembravano canta re anch'essi lietamente l'osanna di tutta la scultura animata di Bergamo alta. E poi il crepitio d 'un girarrosto che faceva spiccare il cartello d'una trattoria: "Specialità bergam asche. imbracato nette armature. ma dei Romani e del Rinasci mento rimane un estremo brillare come se. come se avesse superato in se stessa la natura. ed erano i prodigi dell'arte. il più antico palazzo comun ale d'Italia. virtù teologali e peccati mortali. l'im provviso aprirsi di terrazze sulla pianura. È la romanità al suo stato di favola e di potenza. il gatto venuto a miagolarmi attorno mi sembrò una di quelle sfingi della fontana della piazza. Così è la romanità di Bergamo. quando andai a far colazione in una trattoria dal vecchio nome. È la romanità come visse n el Rinascimento. in cui vivono tutti insieme putti e sirene . In un trionfo così t otale delle sembianze umane e divine. come dicono. sempre le stesse come se anche per le piante esistesse un'epoca e uno stile. la sua facoltà di tramandar . con le scritte Divus Julius e Divus Traianus. e sono donne uscite da una fantasia che le accomunava con le belve. Qui la romanità vive nella facciata della cappella Colleoni dove i bassorilievi portano Cesari coronati e s antificati. questa si most rasse coi più accesi colori. il modo d'i ncurvarsi delle strade. e come la fine di una resistenza. Vi si avvicendano popolo e intelligenza esa tta. Ed è questo lo stesso impulso d'un Colleoni che. i putti roman tici sembrano feticci di un'arte elementare con le ossessioni medievali del diav olo. dialetto e alto linguaggio. ricordi di Venezia e richiami di Firenze. nel luogo di un'antica difesa. Degli Etruschi non v'è che la memoria topografica. ai confini d'una civiltà. con le tele luttuose dei ragni. Il nucleo d'una città antica è come una strofe che si rifà a memoria. formano uno spettacolo che vi fa pensare d'esser e alle porte d'una civiltà. i suoi aspetti sono fissi nel nostro spirito che vi si orienta quasi istintivamente: i lunghi muri che circondano un giardino e fanno di fronte al palazzo architettonico un aspetto immutabile d'un'armonia conosciuta. quella stessa che poi uscì a Mantova dal pennello del Mantegna ch e non si peritava di raffigurare come divini anche Ottone e Galba. le sfingi ornamentali e i simboli scolpiti in pietra più dura per le arcate del Palazzo della Ragione. in una luce immobile e in un riposo di vecchio albergo. Qua e là le chiese vicine e lontane. con le statue dei santi sui campanili. le grate e i cancelli che non si aprono da tempo.

Di questo tipo è Milano. poco amante del rischio e delle novità. primi voli verso la classicità del Rinascimento. una forma di cointeressenza. capitani e soldati. un cost ume. Non s o se questo sia giustificato dalla storia in particolare di Bergamo. E non soltanto il popolo enorme di figure adunate in tanto breve spazio fa impre ssione a Bergamo. di esprimersi. e più sotto risponde la natura con la sua conformazione diversa. che impercettibilmente muta da luogo a luogo. un modo d'essere. attaccati alle mode delle merci di maggior consumo. È. le guerre trovano i loro naturali fautori. e dove la popolazione stessa è prima di tutto produttrice e consumatrice dei prodot ti stessi. un'aria di frontiera dell'ar te. sono i caratteri della Città Alta. le lotte per la vita. E anche il paesag gio veduto dai punti più alti è la stessa cosa: il castello di Venezia ha il colore aggrondato che si trova fino agli estremi limiti del dominio veneziano in Orient e. il loro potere è in una serie di sforzi concordi. è uno schema più elastico ma anche più antico di vita sociale. verso un assetto borghese tendo no tutte le partì che le compongono. che hanno veduto moltiplicar si la loro popolazione. Tenebra e luce. più che un'immagine. med ioevo pesante e gigantesco. ma il mezzo attraverso cui la società conquista la sua pie na espressione. la capacità di espandersi e di riprodursi. il punto in cui l'arte italiana si fonde coi temi venuti dal settentrione. e l'estrema grandezza e gloria dei monumenti. il denaro diviene un mezzo vitale che ne sostituisce ogni altro. I colori delle volte e delle lunette sono tra le cose che si ricordano d i Bergamo come se si fosse visitato un paesaggio. forma città dall'aspetto particolare. una delle mescolanze più istruttive. è una r epubblica di tecnici in cui le classi non sono che specializzazioni e differenzi azioni di attitudini al lavoro. timorosa. una città commerciale vive già della continua ascesa dei suoi bisogni e della capacità di consumo dei suoi stes si abitanti. il modello naturale di quell' economia vagheggiata da Ford nell'assetto delle sue fabbriche. ai bisogni di una giorna ta e d'una stagione. hanno dell'ideale popolare e d ella rimembranza di arti che si aprono sotto cieli più felici. questa. e quelli can cellati dal tempo sulle facciate di alcuni edifizi. con una serie di azion i e reazioni di cui si può difficilmente stabilire la natura e il ritmo. dove il grigio e l'azzurro d i Venezia salgono dagli affreschi scoloriti con una nettezza di colori d'alta mo ntagna. dove batte il sole le finestre coi fiori. Lentamente. un concetto. le conquiste del benessere. Una città industriale ha magnati e lavoratori. una vigna giù pe r il colle. acquistano un senso che supera le necessità elementari. . Una città i ndustriale suppone un'espansione nazionale e mondiale. U n fatto è certo: il primo monumento del Rinascimento lombardo è a Bergamo. non è più il cosiddetto vile denaro.e la storia ai posteri. LE ORE AMBROSIANE Si parla di Milano in Italia in vari modi ma una cosa è certa: che le parole Milan o e milanese indicano. i giardini con una vegetazione che diresti meridiona le. e lo stes so denaro ha una spinta che in altre società ebbero idee e ideali. in cui il produtt ore è ugualmente consumatore. in cui l'uno regge l'altro e tutti insieme si tengono in equilibr io. Esistono città che sono empori nazionali e mondiali. Una città commerciale ha una diversa complessità. ma qui ho s entito un punto di confluenza di molte ispirazioni. e ve ne sono cresciute i ntorno a nuclei formatisi per diverse combinazioni. poiché tutto è movimento. le rivoluzioni politiche e artistiche. porta in sé tutte le spinte verso l'ascensione. e quindi verso una forma di vita apparentemen te gelosa. Di questo la nostra civiltà ha più di un esemplare impressionante: è una massa disposta verticalmente. in cui i bisogni creano l'organismo e l'organismo i bisogni. In città come queste vivono grandi nuclei collettivi. Questo secondo modo d'essere. di altre regioni. Ma non è vero. Qui le r iforme. la pianura con la sua verde abbondanza più sotto e. per le case che gu ardano dall'alto del colle. trasformazione. ha scarsi elementi tecnici e porta in sé nuclei in perpetuo movimento e trasformazio ne. Città come coteste sono il centro più forte della borghesia. e un sentimento di altre terre. Questo fu l'ultimo appello italiano alla gloria anche quando mancò una vera grandezza. nella creazione di bisogni compl essi: questo è il terreno più adatto alla formazione di quella moderna borghesia che solo in apparenza è materialista ma è pur capace di slanci e di vibrazioni morali a ltissimi. ma i colori festosi dei dipinti delle sue chiese. gli sforzi collettivi. la cui efficenza è in rapporto diretto con tale aumento.

di costituire il pubblico più attento. s i riconosce quel colore tutto speciale di Milano di cui gli stranieri parlano co n una viva impressione delle differenze. a ffaristica. Se poi v'è qualcosa di falso nel gusto che generalmente è detto milanese. Questo riferimento l'ho trovato in germe nelle pagine di Stendhal su Milano. Lo stesso colore lo ritrovo oggi. Ma a scendervi da B erlino. della durata. pur ponendo questa città fra quelle della media Europa. ma alla fine il lavoro stesso è divent ato un termine sacro. altrettanto facilmente si disfano dei loro prediletti di una stagione. spinta in avanti e culto delle forme di vita proprie senza infatuazioni di sorta. costume divengono effimeri. mercantile. gli uomini in questo clima si orientano: sarà che le cose parlano un linguaggio rudim entale. piaciuto l oro da giovane. lotta. È questo il carattere più crudele delle civiltà moderne. un concetto. e da quella che aspira a un assetto borghese. la sua fedeltà e la sua memoria lunga. ed è il solo aspetto che l'assomigli a ai paesi materialisti. Vi hanno acquistato anzi le stesse doti di entusiasmo. i m ilanesi si sono ricordati di un loro artista credo più che settantenne. per esempio. Dato per certo che sia costituita dalla società più borghese e più posata. proprio questo è un carattere notevole: essa apre a ognuno il senso della sua vita. Chi è entrato nelle loro grazie sa rà sempre poi salutato al suo passaggio. e tutte queste divers e qualità non vi si trovano per nulla isolate. la naturalezza. senso antico e familiare della vita. ha conservato agli uomini i doni della semplicità e il co lore d'una vita naturale e senza ipocrisie. dalla Sicilia al Veneto. bisogna dire che questo paese. La memoria corta è propria delle collettività moderne. da ogni diversa formazione. Ultimamente. ne costituiscono ormai il fondo. pel loro culto delle conquiste umane individuali. sotto un'apparente brutalità. della costanza. e perfino d'una certa gloria e d'una certa nobiltà di discendenza. la credulità. e si pensi all'immagine che ce ne viene da Rembrandt o d a Hals. arte. più curioso. invidiabilissima. Ma accettandovi una volta si ricorderà sempre di voi. nei felici paesi degli scarsi bisogni. a . l a fedeltà. e gente che nel suo paese ha il lavo ro nel conto d'una condanna. e con qu este il vecchio scetticismo italiano ha un punto in comune. ricchezza. un mito. Migliaia di persone d'ogni parte d'Italia. Il fatto è questo: arrivando da qualsiasi regione. È difficile arrivare a queste conclus ioni venendo a Milano dalle città nostre dell'Italia centrale. E questo sentimento della c ollettività è un altro carattere tipico di tale società. ultimi balua rdi dell'antica saggezza. facile a tutti: benessere. un colore probabilmente sopravvissuto a un assetto di socie tà quale fu quello della borghesia dei Comuni. gloria e fortuna e ricchezza improvvise. una delle più caratteristiche d'Italia e dell'Europa intera. dovendo provvedere a certi lavori pel teatro della Scala. La differenza è tutta qui: Milano conserva in grado eminente alcune qualità che paio no fuggite alle società moderne. si scorgono i caratteri. l'Olanda commerciale. se qualche volta alcune lotte artistiche e letterarie e sin politiche in Italia hanno assu nto un carattere di netta opposizione a Milano. io credo. o ne davano fin o a ieri. Ho parlato di fedeltà. Si affida facilmente e lascia fare a coloro che ha scelto per guide. e volentie ri diviene un atomo del grande aggregato collettivo. e cioè da città commerciali moderne. qui entra in un ordine e in una disciplina. in brev'ora persone e modi declinano. quanto. è difficile entrare nei s uoi gusti e nelle sue abitudini. più disposto ad ammirare e a fare da spettatore. sa rà che questa vita. certi nomi fra di loro divengono addiritt ura magici. conquista. e significa che dall'Ottocento restò in questa città un sens o uguale e continuo. una vera assemblea popolare italiana: è il popolo italiano in una delle sue invenzioni più a perte. superamento dei bisogni. È un paese che conosce il significat o del lavoro. Di Milano.Si pensi a quello che fu l'Olanda del Cinque e Seicento. onorato e ricordato da vecchio. e se le civiltà d'oggi danno. Senza queste qualità fondamentali non si spiegherebbe la formazione di Mi lano e la sua espressione quotidiana. amore delle arti. I personaggi della sua vita si possono contare a decenni di esistenza e di voga. Una raccolta simile di gente vi ha creato strade come il Corso B uenos Aires. gusto. e sono la semplicità. di piacere di vivere e di agire. e quella. dell a vita ornata. e m i pare che non si potrebbe trovare a questa città un più adatto paragone. quando le danno. e non tanto pel valore che essi vi annettono.

ha avuto spesso dei cattivi servigi dagli organi che dovevano guidare la sua grande curiosità e la sua grandissima capacità di acquisto. i modelli d egli stivaletti delle massaie di provincia. Vi si trovano ancora gli ombrelli larghi e colorati dei contadini. questi s ono stati impari al popolo che dovevano guidare e si sono preoccupati spesso più d i servirlo che di interpretarlo. i balc oni lunghi che nell'interno formano il passaggio da porta a porta. perché si rammemorino lunghe storie lo ntane e s'animino scene del più bel romanticismo italiano. deserto. Più oltre è la campagna in disord ine come se presentisse l'arrivo dei nuovi sconvolgimenti per le nuove fondament a. raffigurata in un cartello alto qualche metro. co me se Porta Venezia non si schiudesse pochi metri più oltre sul centro di una città curiosa e febbrile. del govern o intellettuale che ha avuto per qualche tempo. di vecchia città. Il Corso Buenos Aires all'alba. come agavi meccaniche. della conquista che si rinnova. un po' retorico. Una donna. sulla via profonda. i cartelli di pubblicità vi parlano un nuovo linguaggio. è la profonda dimensione della vita urban a dove si ritrovano fatalmente le regioni sbarcate da poco nella città. come se gli anni passassero inutilmen te. un po' romanticamente borghese. una dura speranza della vi ta. Spesso. nell'atto in cui è passata. il sapore del lavoro che comincia. la chiatta sulle acque ondeg gia aspettando di partire sul filo della corrente. i suoi informatori. questo è un aspetto della sua credulità. quelli dove una trovata ingegnos a nella distribuzione e nell'organizzazione delle vendite fa parlare le famiglie la sera al desco. È una strada come ve ne sono in vicinanza dei grandi porti. O i lattai mattutini. e vi confluiscono le strade d'una be n più remota Milano. quella del primo nucleo. dove i negozi ridono già alle prime illusioni del lusso e del benessere. Si osservi come proprio Milano ebbe fra le città italiane i primi esemplari di un'architettura e d'una decorazione moderne perfin o nei bar e nei caffè. i cibi speciali di una regione remota . La via del ventre della cit tà. Tali oggetti sono qui spaesati da un borgo lontano: vi si può studiare la moda che passa. l'osteria ancora rustica sul Nav iglio grigio parla di pace e di rifugio domenicale. si dissolve lontano nella nebbi a della periferia. il simbolo delle illusioni facili della città. Ma dall'altra parte esiste l'altro polo: Via Torino. o il grigio colore dei portici del Duomo la mattina. come l'idolo d'u n nuovo fanatismo. e i pali della energia elettrica vi mettono i loro fiori di porcellana. grigio. diventano un esercito. Qui c'è ancora una forte tristezza. e per essi il tr anvai ancora notturno col suo lume scialbo intona il primo inno. La periferia di Milano ha un modo di comporsi tutto proprio. sono come i forieri dell'alba. quando dalla periferia al centro è tutto uguale colore e un medesimo . i lavoratori a squadre spuntano all'improvviso sul selciato d 'acciaio. la via degli inurbati da tempo. coi tappeti "vera imitazione". dove la facciata d'un cinema si può dipinger e tutta d'una vernice rossa con una corona regale e uno scettro d'argento.perto a tutte le suggestioni moderne. e si pensi che se mausolei e sarcofaghi di tipo equivoco in festano la sua edilizia moderna. della prima chiesa ambrosiana. È qui che la città si dip inge del colore festoso delle prime conquiste. fu un bene talvolta usato improvvidamente. Qualcuno non s'è ancora dimenticato dei fiori alla finestra e dei garofani. sensibile a tutte le correnti nuove che traversano il mondo dell'Europa contine ntale. dei p alazzi storici. vi sorg ono qualche volta i campioni dell'architettura più appariscente accanto a un negoz io che ricorda i vini di un paese lontano. un po' operisti co. grande emporio di libri e di opere d'arte. e vi si trovano ancora le più ingenue insegne. la vita di ques ta strada s'apre profonda e misteriosa con le sue case dalle ampie corti. i suoi maestri spirituali. e vi spuntano anche i primi desideri degli agi. E basta un angolo sopravvissuto. Il prestigio di cui hanno goduto certi organismi della sua vita pubblica. sta alta nel cielo brumoso. la via della vecchia Milano. Alcuni neg ozi vi acquistano un colore di vecchie botteghe di provincia. Sorgono qui le vecchie chiese d'una vecchia devozione. come d'una delle quotidiane meraviglie della città. i maga zzini che seguono la moda di quelli del centro. un cancello che separi dal movi mento una chiesetta appiattata fra le case. Le cose del mondo grande vi hanno una strana risonanza. proclama le qualità d'un cosmetico. di quelli che costituiscono il fondo della cit tà da qualche centinaio d'anni. Accanto alla cascin a sorge la casa nuova della città che si allarga. le mille fami glie che vi abitano come in un chiostro.

coi fischi infreddati dei t reni nella nebbia. ha rinunziato alle illusioni della vita idilliac a. davanti alla campagna fradicia di un autunno. che alegg ia sulla città laboriosa. il correre della gente verso la città. la loro morale. col secchiello della minestra. le biciclette le aspettano da stazione a stazione. I vaporetti scivolano fuori da una stazione nera in un cortile. dell'emozione d'un perpetuo assalto. come se corressero in aiuto alla città assediata dai bis ogni che chiama col lamento lungo del suo movimento. es sa si avvicina alla città. le donne vanno come al loro soccorso. la scalza pa stora che si ferma a cogliere un frutto dimenticato dall'estate su una siepe. allontanandomi su un tranvai mattutino l ungo il corso Vercelli. i papiri e le muse d'una corrente mediterranea. là dove le cascine si dilungano per la campagna irrigata. e sul filo di questo nome risognavo i paesi del sole. Le maestre ri empiono il trenino con le loro chiacchiere mattutine. C'è un senso di pianura bassa e umida. e la contadina sulla soglia della sua casa sembra spiare la valanga uman a che avanza. La campagna è qua intorno ed è già re mota. con una trama di fili multicolori alla ruota di dietro. Ma anche il contadino dei campi verrebbe voglia di chiamar lo operaio. questa natura di sobborghi che sembra tanto distante dalla libera e sovrana natura. La periferia vive tutta in una specie di assalto perpetuo. la città da una parte la invade. e questo viavai di spose e di figliole in ciabatte h a un'espressione di vita forte. I cortili delle cascine coi paperi e i tacchini. suggerisce un sentimento vergine d'incontro e di ritrovamenti. in attesa d'una fatica nuova. quel chias so. Più volte ho voluto rivedere queste cose. qualcosa di olandese. quel riposo dalle fatiche. quel ritrovarsi gen ti diverse accomunate dalla medesima disciplina. O i gridi dei fagiani negli allevamenti. è uno spettacolo sempre nuovo e dram matico. un c artello col nome di una strada: Via Aretusa. i grandi viali si aprono in immense piazze vuote pronte per l'avanzata di domani. Propri o queste cose lasciano un rimpianto nuovo nell'atto in cui le viviamo e non ce n e siamo ancora allontanati. Già la città si affaccia fin qua.tono di vita: i primi risvegli dei negozi. il loro modo di vivere e di considerare le cose. le partenze mattutine fra chiacchiere e voci e racconti di sogni. immerso com'è in una natura trattata scientificamente. pantanose. gialle. fino a che l'inno del lavoro si scatena come un ruggito. col giornale ancora umido comprato alla bianca luce della lampada ad acetilene. e il sole brilla roseo attraverso le nebbie come per le vetrate del Duomo. o già pensierosi del lavoro avven ire. l'afrore dell'alcole c he scuote i risvegli. e i visi degli uomini di fatica assorti. le risaie tosate. la città svegliata come verso una l otta. i campi che ingialliscono dei colori dell'autunno settentrionale che altrove sembrano fantasie di pittori romantici. qu esto spettacolo è sempre nuovo e non riesce mai a diventarmi familiare. con le loro voci lunghe e concilianti. Ricordo su una scarpata. Per me che ho veduto nell'infanzia il libero lavoro della gente di pochi bisogni . Proprio in queste ore il centro della città è a rumore. c'è quasi un calore nuovo e un a solidarietà avventurosa alle fermate del tranvai dove quel movimento. l'acqua che trascorre come un velo sulle marcite. Così si forma la nuova sensibilità dei popoli urbani. gli alberghi enormi con le loro cupole f ormano prospettive che ricordano il barocco di altre piazze in città secolari e as sodate. È una natura posta alle soglie della città come un'officina anch'essa. le luci ancora accese. Eccoli che all' ora della colazione mangiano nel loro pentolino lungo l'argine. che tutta q uesta gente corrente viva di bisogni creati per avere il piacere di muoversi e d i agitarsi. i loro colori meravigliosi nelle gabbie delle corti umide o nei bo schi e nelle bandite. e gli scolaretti in grembiulino che poi seguiranno il fruscio della bicicletta come il fruscio d'una gonna. Mi pare sempre che tutto questo agitarsi sia un gioco. la nebbia che sta a fior di te rra come un'acqua sottile e impalpabile. le prime voci. il complesso sentimento della individualità in una collettività che ha . verso l'albero del bene e del male. ne forma il fascino e insieme le dona quella nuova e vag a sessualità da cui sono nate le inquiete filosofie moderne. parla un linguaggio pieno d'ill usioni. col giornale in mano. muovendosi contro gli uomini in bicicletta con ferri e spranghe ed assi e ceste. e questo non ha nulla del riposo della vita dei campi. o come una buona bestia. i bambini che saltano nel meticcio col si llabario.

sovrastrutture. il loro speciale odore e colore. e pare che p er vederlo meglio alcuni romiti si siano incantati a contemplarlo dalle serene f inestre. dalle Alpi al Golfo di Salerno. luoghi dove è una vibrazione affascinante di vita. fattorie. chi dirà la storia di tant e ragazze che arrivano in cerca di lavoro e che dormono nel così detto "letto in f amiglia". tra i più naturali. Hanno fatto ore di cammi no per rincasare nella stanzuccia a terreno del villaggio. ricerca di piaceri e conquiste materiali. ciò che rende tanto vago il paesaggio. Movimento e riposo. Sono categorie costrette dal lavoro e dalla coabitazione a trascorrere gran parte della giornata fuori di casa. gli strati di cui è formata questa società. da cui si riconosce la casa toscana cresciuta lentamente e che ha finito col formare un complesso tipico di casa popolare. i contadini tornano agli abitati sui monti e sui colli. anche se meno comuni. borgate. ballatoi. Ammirano la macchina urbana come se fosse un paesaggio: una luminaria come una pubblicità di nuovo genere. a percorrerla per lungo. il sens o dell'individualità. la rendono profonda e allettante e le dann o quel particolare tremito inquieto che assale le persone più posate. Fra l'uno e l'altro regno. silenzi improvvisi e valanghe di rumori. gradazio ni diverse di attitudini. la sua filosofia. dai terrazzi. un'iscrizione luminosa come una nuova architettura. e due o tre generazioni con un'abitudine secolare alla terra. la mensa che ha assunto l'aspetto d'u n grande servizio pubblico. Tali fluttuazion i aggiungono alla città un ritmo nuovo. pare molto popolata e quasi senza soluzione tra paesi. Mentre tutta Italia. il fascio di legna. a profitto talvolta di altri più coscienti. Si pensi soltanto alle profonde modificazioni che subisce in una simile società il sentimento dell'amore o dei rapporti fra i sessi. e metodi di vita. dov e si può leggere la lotta e l'assalto. Non ho detto dei luoghi dove si mangia. il ques to è il colore mai smentito della vita milanese. la casa colonica diventa un rifugio in campagna fino a scomparire del tutto. con la donna. i gr andi ristoranti economici che vanno dalle dieci alle tre lire e cinquanta. suggerendo q . e nuove combinazioni di concetti morali. volte. Si può dire che il resto d'Italia da Salerno in giù non abbia un abitato rusti co: la malaria e la poca sicurezza della vita sconsigliavano fino a ieri ogni so litudine in campagna durante la notte. quel p ittoresco agglomerato di aggetti.bisogno d'una disciplina di ferro. E con questo mi preme di stabilire sov ratutto: che appunto per una certa capacità d'infatuazione naturale dei milanesi. Alcuni concetti tradizion ali vi sono aboliti. più forti. circondati d'orti felici tra la pietra e la lava. La sera. in alto sullo sprone dei monti o dominante su una roccia il suo pezzo di terra strappato alla montagna. la naturalezza che impressionò i vi sitatori stranieri d'un secolo fa. Per esempio. come da secoli. case coloniche. Nell'Italia centrale è la vecchia casuccia d i campagna che reca nella sua struttura i segni della conquista terriera. Creati i bisogni e le necessità civili. città. si trova la casa di campagna napoletana. scale. questo strato forma una categoria grandiosa di uomini e di donne non anco fissati nella macchina urbana. E anche il loro riposo e le loro soste sono spettacoli interessanti. cioè dietro a un paravento nella stanza da pranzo o nella stessa stanza della padrona di casa di cui sono ospiti? È l'individuo in lotta per la conquista della sua indipendenza e della sua solitudine. le attrazioni e le antipatie. La città mobile si arresta la sera a guardare la successione di proiezioni luminose davanti a un a bottega. Si capisce alla fine come l'arte di vendere e di commerciare abbia i suoi canoni. cortil i. la lo ro folla. più sani. la sua tecnica. esso è uno dei popoli più aderenti alla propria personalità. l'asino. civ ili. LA MARCA ALL'OMBRA DEI PALAZZI Uno degli aspetti più interessanti dell'Italia. di animi. sita nei luoghi più impe nsati. la lotta vi assume forme più attraenti che n ella natura libera dei campi e dei boschi. Scendendo per la Penisola. dagli archi. si traversano regioni per centinaia di chilometri senza incontrare una cas a colonica. A nord è la vasta cascina che contiene un mondo. è la casa c olonica. miseria e ricchezza. Non si può capire il senso d'una città come Milano se non si tiene conto di queste forme di vita. per quanto oggi la facilità delle comunicaz ioni e il risanamento di quasi tutta la contrada abbiano trasformato la vita soc iale. e domani ne faranno a ltrettanto per raggiungere il lavoro. e che questo sia una scienza altr ettanto complessa quanto quelle liberali.

il cotto. quatti quatti. diedero quell'aspetto a tutta la Marca interna dove. della nazione più folt a del mondo. La conquista della terra per pa rte dei contadini delle Marche fu un'opera lunga. come più prospere. ciò che dà a certe strade sul mare da noi qualcosa di esoticamente moderno. e all'ombra di essi una popolazione tutta operosa che lavora ancora ai ferri battuti e che ha imparato bene i vecchi mestieri. naturalmente. E poi: "Ora che lavori. sui colli che salgono e scendono con un ritmo uguale. I pacifici conquistatori non avevano neppure arnesi di lavoro. nel pae saggio dolce e aspro. sotto un cielo dolce luminoso e un poco freddoloso di cui non si scordò mai Raffaello. vallate. le abitazioni si ampliarono. artigiano. gli uomini e gli animali lasciavano all'imbrun ire la casa per raggiungere la borgata vicina. Tra lo squillo dell'incudine e il raschio della pialla che è il suono di molti paesi qui. Appena il meridionale potè farsi una casa coi soldi dell'America. monotono e inesauribile. ma dalle abitudini e dalle tradizioni. col balcone che sporge in fuori nel cen tro della costruzione. da Salerno in giù. fabbri e falegnami. esatto. piani. "Se tu coltivi questo pezzo di terra t i fornisco gli utensili. I padr oni delle terre fecero ad essi buon viso. Mi raccontava un proprietario calabrese di avere una volta istituito una prima c asa colonica nella sua tenuta. dell'epoca delle novissime fortune della borghesia. alle borgate e alle città annidate tra le gole e sui monti. di qua e di là dalla strada. I paesi sono quasi t utti di mattoni. Così nacque la mezzadria. da poggio a poggio sugli scrimoli dei colli e dei monti tutti col loro profilo a mucchio e a pigna culminanti nella chiesa col suo campanile a freccia. Era sicuro che i contadini la abitassero perché ved eva un lumicino rischiarare la finestra tutte le sere spegnendosi a un'ora di no tte. Prima fu di mota e quasi un attendamento sulla terra non ancora dissod ata. Ritrovo queste f ile di case anche sulla costa delle Marche. sulle soglie delle porte o nelle stanze a terreno le donne lavorano i loro pizzi e ric ami. popolata appena trent'anni fa di vagabondi. Pregiudizi lenti a scomparire non più dalla fantasia. si popolaron o di famiglie e di animali. succedono spazi interminabili. Vi sono coste intere su cui si allinea no case senza interruzione. un cielo intenso e rinascimentale. sono come tutte le abitaz ioni nate dall'emigrazione. un palazzetto sett ecentesco. Fu uno sconfinamento al sovrappiù d'una popolazione che trovava terre non sue ma t rascurate.uell'idea che stupisce ogni volta che vi si torna da fuori. a entr are nei paesi." Bene. montagne. avevano abituati anche i polli a seguirli dritti e zitti in questa trasmigrazione quotidiana. Nelle Marche non c'è niente di quel pittoresco che incuriosisce il visitatore. l'embri one del vecchio abituro di mota rispunta ancora. Appena qualche pagliaio e qual che rifugio sotto un mucchio di pietre rammentano la presenza dei guardiani al t empo dei raccolti. cittadino. un senso di terr e lontane e di semplici fortune che cercano una boccata d'aria. istinto di difesa e di diffidenza verso la nott e. Appena un poco in alto. una chiesa romani ca. Vecchi terrori della solitudine. La casa colonica delle Marche ha la sua storia. ottimamente col tivati e senza quasi traccia di abitazione umana. Eppure. si domina il panorama col sentimento di trovarsi fra gente molto diligente. e per esso lasciava una casa comoda e ariosa in campagna. in un ettaro di terra. a due piani. ti do le sementi". diligente come la terra in Toscan a e in Romagna. il mattone è messo anche di taglio per lastricare. ma intanto si entra subito in rapporto con questa regione come se si fosse penetrat . Le Marche ha nno un colore tutto loro in Italia. quando l'agricoltura italiana non era arrivata alla sua perfezione d'oggi. sul cocuzzolo del colle cretoso gli abitati sono dello stesso elemento: vengono fuori le più bel le intonazioni di rosso. buoni cos truttori con l'unico elemento che offra il paese. vive spesso una famigliola . si scopre sempre una traccia di vecchia nobiltà. Ora la proprietà è molto spartita. come deve essere nei villaggi operai di America. Nacque spontanea come un fiore e rrabondo. e il mattone dà un senso di diligenza umana. questa famigliola abitava nel villaggio una specie di sottoscala. La luce che rischia rava tutte le sere il vetro della finestra era un mozzicone di candela che si co nsumava solo tutte le sere. che è un miracolo di diligenza. tra casa e casa. Bene. preferì la marina e le terre della marina. Scoprì poi che.

e tutto ciò dal suo angolo di prov incia. del gruppo di ragazze che in una stanza a terreno dietro la finestrella stanno intor no alla macchina da cucire. propriamente artigiani e individuali. quello stesso che anima violentemente il panorama del vicino Abruzzo. Inutilmente se ne cercherebbero gl i echi in Leopardi. separa i vec chi palazzi dalla vita popolare. con una certa bruschezza e un certo orgo glio di persone abituate secolarmente alla dolce e dolorosa tirannia familiare. il suo rapporto stretto con la sua terra. è un poco la storia di molti marchigiani. ma più palazzi. ragazzo solitario. Qui non è il palazzo s olitario tra la chiesa e la torre. come in quella poesia. Esse levano gli occhi al sorriso. Qui non c'è un solo accento di colore locale. . e non un fatto specifico del più grande poeta lirico italiano e di uno dei nostri ma ggiori pensatori.i in un cantiere di quelli all'antica. d oveva avere la medesima impressione di colui che oggi da uno di questi balconi o sserva una donna che lavora tra le amiche nel suo pianterreno intorno alla lampa da. vi si intuisce una vita familiare molto chiusa e gelosa . il coro sereno nella sua inquietudine. in lui come nella sua gr ande famiglia regionale. che ha improntato di sé l'artigianato e il complesso familiare con caratteri n on tanto facili da penetrare. simili ad altrettante tappe nel giro i nfinito da altura ad altura. se pittoresco può dirsi. che hanno radunato nelle vecchie case i vecchi libri. Dentro i palazzi. Tutta la sua poesia ris uona dell'alacre voce di questi mestieri. e sebbene egli fosse c ittadino dell'Italia grande e universale e dell'universo ottocentesco. i vecchi orgogli e le vecchie tirannie familiar i. che è nelle Marche molto vivo e che ultimamente molte scuole professionali hanno ribadito nel suo assetto. Ci si sente la Marca papale. la stessa vita d'un tempo e la vicenda familiare di allora: padri imperiosi come si conviene a una razza teocr atica. i vecchi mobili. Una divisione vecchia come la costituzione della società marchigiana. Ma pure. e visitata la città di Recanati. All'ombra di essi vive un'umani tà ben limitata nei suoi confini e certa dei suoi confini. Chiuso nella sua stanza . Bisogna ricordare che la storia dei rapporti di Leopardi con la sua famiglia. un focolare marchigiano. Quando Leopardi si affacciava al balcone per guardare la Nerina o la Silvia. caso piuttosto raro nella nostra letteratura. il padre rigido. non si trova un solo accento popolaresco. Leopardi intuì. quando ebbi veduto tre o quattro di queste borgate e cittadine lungo lo schienale dei colli. la madre com'era sua madre. Domina il medesimo silenzio fra questo coro di rumori e brusii della fatica umana. o quasi. Ne rappresent erebbe in sommo grado l'ingegno naturalmente cittadino. il nodo familiare s tretto da non lasciare quasi respiro. una febbre di conoscere e di essere nella v ita civile di là dal monte. Orb ene. Leopardi rappresenterebbe la biografia modello del marchigiano. insomma un a nobiltà provinciale di cui sono arrivati nella grande tradizione italiana gli ec hi. e pure vi si intuisce uno stretto rapporto. l'improvviso tur bamento dell'aria che si riempie di voci di ragazzi. o d'un canto. un tranquillo sorriso. egli è tutt avia lo specchio di quella mente cittadina che è proprio marchigiana. o del suono d ell'ora. rappresentano essi la vita nella sua s olitudine. nella sua biblioteca sotto gli occhi del padre severo che lo sorvegliava dal s uo tavolo. è la sua intimità. Si dice comunemente che il marchigiano sia esatto. questo è pure il solo pittoresco leopardiano. Per quanto Giacomo non abbia legato l'opera sua alla sua regio ne. le fortune matur ate discretamente all'ombra della Chiesa. della tessitrice. e nel medesimo tempo quel rimanere legati a certi cara tteri della regione che sono esclusivi. molti segreti del mondo grande che n on aveva ancora visitato. e tutto il pittoresco si riduce alla visione del fabbro. e del mondo avvenire. Ho cercato i nutilmente. e forse troppo. mi accorsi che quell o che dà un senso alle Marche è il tipo di vita dedicata ai semplici mestieri umani. per quanto dalla regione natal e egli appaia il più distaccato fra i nostri poeti moderni. una vita signorile sepolta negli anni e rimasta ferma e orgogliosa. meglio. È un paese che sta sulle sue. di quello che rende avventurose tante regioni nostre. che sarebbe inesplicabile se non si tenesse conto dell'ingegno tutto citt adino delle Marche. come se gli accenti egu alitari che hanno dominato tanta parte del nostro tempo non vi fossero pervenuti . la sorella amica. com e fra gente libera e che conosce il valore della gerarchia. giovani che pensano al mondo grande fuori dell'infinito digradare e risal ire dei colli fino all'ultimo monte. insomma. È l'artigianato.

la giovine era tutta dedicata a costei. Fuori è l'incanto semplice della vita piena d'una felicità inconsapevole. Prima che nascondessero il viso.Quel fuggire la propria terra che era proprio di Leopardi. La sua poesia. biondastr a. aveva un uguale tono di preghiera. erano salite due donne. è chiaro. colorire. come vidi poi a una fermata quando ella abbassò il lembo dello scial le. e rimpiangerla di con tinuo. Basta ricordare di certi canti leopardiani e di molti suoi appunti in prosa il senso che acquistano le voci dei ragazzi. se gna in calce ai suoi scritti la data ricordando il giorno. Così avvo lte. che si domanda che sia la vita. avevo veduto che una er a giovane e l'altra matura. senza selvatichezza. che v i rimanda da paese e da monte a monte come un'eco. è ancora la storia di molti marchigiani. e la sua terra lo spiega. Vi sono dialetti che serbano nella loro struttura un tono li turgico. Guardavano gli altri come se sentissero di appartenere a una grande famigli a. e sarebbe chiarissimo se si dicesse che il suo svagare. e la persuadeva ad appoggiarsi alla sua sp alla contro i balzi dell'autobus. il creato. ha il rilievo fermo di un mondo fermo. venerdì dell'Addolorata". e guardava tutto dall'alto di questa certezza. ordinato. è tutto ne l fondo popolare abruzzese. la bocca stretta dalle r ughe: aveva l'aria di chi abbia parlato d'una sua grande miseria di dolore a un personaggio onnipotente che le avesse detto di stare tranquilla. LE SERPI. di cui si coprivano con un lembo la testa contro gli odori dell'autobus. ma alacre e viva. Ma non vorrei definire l'Abruzzo sullo schema di d'Annunzio. è sempre l eopardiano. L'ho detto. come tutta la Marca interna. Dove suonano le campane a vespro. come un contadino dei suoi luoghi: "29 marzo. grande. Ma che d'Annunzio abbia portato nell'arte sua molte cose radicate profondamente nel suo popolo. in una composizione inalterabile da coro. l'affacciarsi di una donna. Questo era il s uo segreto. Parlavano di là sotto con una monodia come se ne leggono in d'Annunzio. se mai un autore ha nel sangue la sua origine. anche questa specie di virago si tirò lo scialle sulla testa. una scala contro un muro illuminato dalla luce di certe sere. un mazzo di fiori: questo accompag namento della vita di tutti i giorni come una nostalgia e un rimpianto di non si sa quale vita intima e felice nei suoi trasalimenti e nelle sue voci. come se la macchina portasse due simulacri coperti. la discreta feli cità di vivere in un mondo chiaro. La più vecchia. e quest'acce nto desto e urbano. in un gesto molto nobile. parlavano. cosparsa di una peluria virile colore del rame. rivolto tutto alle cose reali. Piano pi ano sentivo che parlavano di sotto lo scialle che le copriva. con la loro voce profon da. Così il suo senso delle cose e il suo balzo continuo n . piena soltanto dell'esperta tristezza della donna matura che le stava acca nto. che può parere anche troppo som messo. un telaio. storditi ma pronti. come in chiesa. le accomodav a il lembo dello scialle sulla testa. Erano state a Lore to in pellegrinaggio. e Dio. tanto sommessa. così agli uomini. IL LUPO E LE VERGINI D'ABRUZZO Nell'autobus che mi portava dal mare alla montagna. e tornarvi. son cose proprio di lui. coi loro sci alli e i loro fagotti di tela bianca. il suo fantasticare. in un mondo uguale di abitudi ni e di atteggiamenti. Poi entrò un'altra donna con uno scialle color tabacco. le strade si riempiono di gente del con tado. Voglio dire che Leopardi. veduto at traverso una secolare ombra di grandi stanze vegliate dai ritratti arcigni degli avi. e con quell'armonia che è propria dei luoghi dove ognuno è li mitato nella sua attitudine e mestiere. incantarsi su sequenze interminabili di parole. La più giovane era più se rena. Discorrevano dunque tra di loro con quel tono di lunga preghiera. Così parlano nelle loro case. acc anto a certi oggetti. una specie di stampo irsuto e selvatico come se ne trovano nel profondo del popolo. quella che parla con la divinità. è animata di queste visioni. così a D io. Il racconto che se ne facevano l'una e l'altra voce. nella s ua fuga ed evasione da questo mondo è proprio il personaggio che delle Marche ha s erbato la memoria eterna come possono essere eterni gli accenti dei poeti. fra gente vestita alla cittadina. e il ricordo degli aspetti di questa vita. esatto. Anch'essa parlava allo st esso modo. e ripartire. Mi pareva re citassero dei mottetti. nel dramma patetico dell'intimità familiare. uniforme. e lo stesso Leopardi. Non mostravano nessuna timidezza. domanda e risposta. una lucerna. aveva due occhi colore del caffè. Non c'era che l'impressione dei loro grandi scialli neri.

lo stesso complesso del peccato e del ser pente tentatore. le quali mostravano i capelli ancora troppo corti per poterli avvolgere intorno alla testa. pittura. trasformata in una dimora neoclassica. architettura. incantatori. a fatti supremi. e non importa se a Pescara la sua casa fu. nella sua parte popolare. Ovi dio e d'Annunzio. coi loro sguardi acerbi e le bocche sigillate e proterve. a complessi originarii. come aprendo due ali nere felpate. sono penetrati del medesimo scrupolo del linguaggio elegante. le forz e occulte e nemiche dell'uomo. Appena ieri si è celebrata la festa delle vergini. Ab ituati secolarmente a definire la posizione dell'uomo di fronte alle forze della natura. Nelle feste ch e cominciano di primavera. sotto la coloritura del suo linguaggio. scultura. Ma abituati alle cose ornate. Accade sempre nella vita popolare abruzzese che i fatti acquistino un significat o superiore. sono intrecciati a forma di monile al collo delle giovani donne e dei giovani dai visi estatici. ma piena di un impeto primitivo. un ricercatore di espressioni esatte. il lupo. appena svegli alla civiltà. In tutti i loro discorsi c'è un a ricerca di questa esattezza di espressione. e anche tro ppo. si misero a parlare con le donne dello scialle. M ille mediatori. Insomma. L'Abruzzo è ancora legato. e i santi si confondevano con essi. esorcisti. E domani si celebrerà la festa dei talami. fino a quando anche nell a mia mente queste trecce si impressero piene di strani sensi. Le bimbe sedettero sul predellino dell'autobus come sulla soglia d'una ca sa. potere propiziato rio dell'innocenza e della verginità. coi balconi inginocchiati. che si potrebbero definire brevemente: il serpente. si orientano subito in quelle della civiltà. prima che le strade d'oggi vi portassero tutta la no vità del mondo attuale. la violenza della natura. coronate di fiori. L'attenzione di que ste donne si puntò sulle trecce delle bimbe. quasi che egli foss e nato nell'architettura di Gardone e non in una casuccia marina appena intonaca ta. e i modi di rigirarle e di appun tarle. I loro discorsi erano una lunga enumerazione. e non impor ta se poi vien fuori una parola soltanto colorita. un lungo dire la stessa cosa. E la fantasia e il linguaggio dei due poeti abruzzesi lontani nei secoli ma parenti per ispirazione naturale. Le donne dello scialle co nsideravano come usano queste trecce nelle città. Il senso dell'animo abruzzese è contenuto nei termini di vita e mo . Lo stesso d'Annunzio fu. C'è qualcosa di molto più antico della paganità. Si direbbe che la fantasi a abruzzese riproduca di continuo le immagini della vita amplificandole e riempi endole dei significati più occulti. attanagliato dalle tentazioni più oscure nei suoi recessi. tenevano rapporti con l'incono scibile. ornati di nastrini verdi e rossi. lui vivente ancora e die tro suo suggerimento. alle orecchie e ai p olsi.el favoloso. la stessa ricchezza di enumerazione del loro popolo. nei suoi paesi solitari sui cocuzzoli dei monti o nelle valli. Le donne posarono le braccia coperte dallo scialle sulla spalliera davanti. lo st esso compiacimento delle similitudini. anche questi sono spariti. il serpente col suo linguaggio tentatore. il suo significato terreno e ultraterreno. lo scatenamento dei sensi. insomma l'ultimo degli scrittori puristi. E poi quella del lupo. le fanciulle ornate di or i e di amuleti. le trecce delle bambine. c'è una sensitività naturale di gente che annette a tutte le cose un se nso esoterico. e poi la verginità. Poi. due bimbe della città salirono a curiosare sul predellino. rozza. i serpenti appena svegli strisciano in un cerchio di persone. rimasto a una civiltà ch iusa e impervia. Quando il mio autobus sostò a Chieti. e il loro rovescio. Si può immaginare questo popolo. e la pietra che un tem po era soltanto nello scalino della porta. Sono proverbialmente pratici . stregoni. dettato da un istinto sicuro. Terrore delle forze della natura ch e soverchiano l'uomo. in una solitudine in cui tutto acquista lunghissime risonanze. La stessa arte abruzzese partecipa di queste cose. serbano un certo ornamento nel loro modo di espr imersi. presso un abruzzese anche di media cultura si può notare una cura particol are del linguaggio significativo. Le forme illustri che qui son o pervenute. n ei suoi boschi. della parola più efficace ed esatta. intervento delle forze occulte e divine. il senso dell'u omo e della vita torna in questi uomini esatto. sono state riprodotte con una fant asia popolare. del potere di rendere miti e favole apparentandole con la natura in una fantasia del medesimo colore. ora fa qui un gran lusso morto dapper tutto. la ca stità. ecco il complesso tipico abruzzese. e infine lo stesso potere di celebrare quello che è fortunato: ca ntori di fasti.

ed è il sol o personaggio non reale della scena. un simulacro. Il marit o siede. e questo suono non si ode che in Abruzzo. moglie e marito. Le quali si chinaron o su di essa. A sentire ch e la donna si è rivolta al Santo.rte. si sono divise le parti. del riparatore di armoniche. Di questi giorni si recita a Pretoro lo spettacolo del Lupo. Le ascoltai tutta una mattina. Tanto che poi gli abruzzesi immessi ne lla vita urbana hanno un potere reale di capire e di orientarsi. lo stesso d'Annunzio non è riuscito mai a correggere il suo accento dialettale. due uomini poiché come nell'uso antico le donne non fanno teatro. e nei grandi avvenimenti della vita. S'erano ritirati il prete e il chierico. quella mistica c he pure tra i popoli più realistici della terra. è la stessa immagine che è stata portata la mat tina in processione. la folla si dispone ad anfiteatro davanti a un palcoscenico di assi. non è misticismo. Seguivano quattro ragazzi che tenevano leggera su due fasce bianche una bara bianca. Tutto umano. La chiesa era deserta. e che ha calzato un paio di guanti con tre dita). Al suono della campana. Dietro veniva un gruppo di giovani donne. le mani fugaci e pro nte. Precedevano il prete e il crocifero. nascita. un b imbo di quattro anni. come i vecchi toscani. mangia e beve. lo addenta alle fasce e se lo porta via. e spesso la sua eleganz a era tipicamente provinciale non senza sospetto di pacchianeria. ma una creatura incorr uttibile. che poi si fermarono sull'orlo della bara bianca. atteggiare. frettolose come i colpi dell'incudine. La donna torna alle sue faccende di casa. carnale. ogn una con una sua idea. Quelle mani diligenti ed espert e si muovevano su di lui ad accomodare. fino a quando si abbattevano con la testa ciondoloni fuori del carretto. vidi sbucare sulla strada un piccolo corteo. La donna ringrazia il Santo. Le b estie erano legate e giacevano l'una sull'altra. Il marito fatto sicuro della divina protezione prende a calci il lupo. Le campane d'Abruzzo fanno uno squillo acuto come quello dell'incudine. cercavano di levare la testa di sopra al cumulo dei morti. Quello vestito da donna recita in falset to. Questi solch i di dolore innocente passano tra l'indifferenza di tutti con la fatalità che hann o i dolori sotto il cielo alto e chiaro del sud. chi di lato. Lungo il declivio d el paese. magari con quel tanto di pastorale che rimane attaccato a ognuno di essi. quelle di sopra. Intanto è rincasato il marito. il risveglio dei nudi istinti nella grande estate arrabbiata sotto la sferza del s ole. Quelle di sotto erano tramortit e o già morte. e tornarono con le mani piene di caramelle e di confetti. i visi si chinarono a bac . Passavano i carretti carichi di agnelli per la Pasqua. sanguin anti e digiune. La donna se ne accorge . matrimonio. e quatto quatto rimette il bimbo nella culla. Grandi ri sate del pubblico. La rappresentazione dura un quarto d'ora. Un bimbo vagisce nella culla. Poiché tutta la tradizione abruzzese è fondata sull'uomo. A tratti veniva da un nego zio il sospiro di un'armonica. E strascinare la lingua sul pa vimento dei santuari. coronarsi di serpenti. poi esce. e portato a i culmini del fantastico e del simbolico. Intorno alla bara bianca era affaccendato il gruppo delle ragazze. chi nella tasc a del vestituccio. Non immagino neppure una mistica abruzzese. Sono terribili scon giuri per placare l'ignoto che è intorno all'uomo. Questa contro le bestie è la crud eltà meridionale. scosse da un brivido terribile e continuo. vestite di verde e di rosa. D ue contadini. sconfitta e vittoria. introduce un grano di pazzia. l'animo loro è tutto nella vittoria dell'u omo in quanto tale. disposti a modo di foglie intorno a un ramett o verde. la scoperchiarono. morte. A tratti era un lung o belato di agnelli. col risveglio dei serpi a primavera. chi gliela posava sul cuscino. Entrarono in chiesa. nella piazza di Guardiagrele. Non si accorge che il lupo è entrato (è un altro contadino rivestito d'una pelle di lupo . E poi nelle m ani del morticino ponevano quei confetti e quei rametti. e invoca il Santo. verginità e lussuria. si misero diligenti a raccomodargli un velo. qualcosa di pasta dolce. la pazzia dei toccati da Dio. La donna gli parla e invoca la sua protezione. si dispera. Il lupo va carponi verso la culla del bimbo. La moglie sta preparando il desinare. e quelle caramelle. ornare. Il Santo appare in forma di immagine. e guardarono il morticino che era là dentro. La vita abruzzese culmina nelle grandi feste dell'anno. il lupo torna indietro. di quei confetti co me di Pasqua combinano in Abruzzo. Poco dopo le ragazze uscirono in frott a. non pareva più che fosse un bimbo morto.

a Napoli è la vita coi suoi atteggiamenti fermi a un tempo ch e non è di ieri né d'oggi. e giganteschi candelieri di marmo fanno da ornamento alle piazze. quel tanto che in alc uni quartieri di Napoli è inaspettatamente duro e cupo come una prigione. e nello stesso tempo troppo grevi e forti perché non vi si insin ui il sospetto d'una certa ironia o esagerazione. come un' eterna campagna mediterranea. Altrove il veicolo e la macchina confondono e limitano l'uomo. questo è accaduto ai primordi delle città italiane. costituisce la storia morale di questo popolo: un colle vi div enta fortezza e insieme è una montagna abitata. neppur tristi. Non c'è che a Napoli un'architettura monumentale così estranea alla terra. Qui nella scala sociale. Dico che solamente l'uomo stretto parente della natura riesce a costruire aspett i di città di pietra terribile. tanto che il barocco spag nuolo porta qui tutti i suoi caratteri di tetraggine e d'isolamento. e poi lo stesso corteo uscì dalla chiesa. E poi. a Napoli è un carattere naturale tra i più raffinati cittadini. e torna a mente quanto scrive Stendhal: che le sole fortune distingu ono in Italia un uomo dall'altro. non la nascita o la categoria sociale. è invece qualcosa come un sentimento e uno stato d'animo.iare l'oggetto delle loro cure. rimane invenzione degli uomini o segno delle loro ambizioni e dei loro timori. la sua storia. a Na poli un tranvai e una carrozza carichi di gente danno l'idea della folla che si serve della macchina come un tempo del ciuco o del cavallo. fu gittata una manciata di confetti che rimbalzò sul legno bianco della cas sa e crepitò in terra. e in nessun luogo è tanto facile come qui vedere il c onvento e il palazzo che somigliano a prigioni. con caratteri comuni. e spesso da tutt'altro genio che non q uello napoletano. vi ha formato i depositi sociali composti d'un a vera e propria razza. che oggi è un atteggiamento delle società eleganti e un curioso segn o dei tempi. al contrario. o. l'idea del mare. si assiste al sorprendente ripetersi di tipi con caratt eri comuni. dal pugno di una di quelle ragazze. vi concorre la luce. Sarà effetto dell'aria e della luce che vi si stende specchiata dal mare. palazzi che sem . come fissati a un punto che non è nuovo né antico ma di sempr e. A Napoli l'uomo ha avuto se coli per adattarsi e per posarsi. e l'archite ttura dove è più allettante simula non so che ordine popolare che è poi un'ordine mora le. Certe donne si curvarono a raccattare i confetti. con la faci lità dei napoletani di interpellarsi e di porgersi l'aiuto l'un l'altro. i portoni spropositati vi reggono spesso abitazioni strettissime. è durissima pietra e non riesce mai a formare un paesaggio e un mondo puramente architettonico. e non della macchina che domina l'uomo: v'è sempre l'idea della gita più che della costrizione metropoli tana. In nessun altro paese si ha l'impressione come qui che veicoli. spesso lavorata fino al vaniloquio. e la campanella ripres e a battere. È ancora qualcosa che rimane della vecchia Italia. a renderla ostile. in una strettissima parentela. risponde al fondamentale pessimismo napoletano. che isola uomini e cose in un'armonia che fu già il fondamento di un'arte felice e di pieno equilibrio. ma materne e fra terne. d el cielo. Certi rag azzi coi capelli arruffati e il berretto tra le mani guardavano storditi. la sua architettura. meglio. ac cadde ed è ancor vivo a Napoli. la media d'una civiltà che è metropolitana e paesana. un'evasione festiva. Dicevo prima dell'importanza dell'uomo rispetto alla natura e all'architettura. come con un giocattolo poco serio. al suo sentimento dell e classi nella storia. le sue attitudini che vi parlano ch iaro al primo passo. fanatico perfino. altrove è la città. ma intanto esse sono solidali. importata anch'essa. sono altrettanti terrori di una storia in cui tutto si è confuso in un med esimo sentimento. perché non c'è luogo come questo dove i limiti delle classi s iano segnati da ogni cosa. automobili carro zze tranvai. Forse non v'è nessuna sproporzione fra lo scenario e l'uomo. Quando il corteo fu sulla piazza. CIVILTÀ DI NAPOLI A Napoli quello che mi colpisce è l'importanza dell'uomo su tutte le cose. come in una figurazio ne popolare. La pietra. scenari di muro compatto rosa e giallo sono come una prigione urbana. siano minori di proporzioni che altrove. La cas sa fu chiusa come le ragazze avrebbero chiuso la madia di casa. che regge come certi muri apparentemente decrepiti i gra ndi edifizi storici. ma a Napoli l'architettura n on ha un predominio schiacciante come nel settentrione. in modo che l'uomo vi sta dentro enorme come in una figurazione primitiva e. non senza dare l'ultimo tocco al velo. E il gu sto del plebeo.

Per la prima volta. Sono là i Rembrandt. Anzi. Fu costui uno degli ultimi Pulcinella della gran pulcinelleria bianca e nera. nei vagabondi di Caravaggio. motteggiava con atroce forza il suo destino. e ch e s'era fatte tante comode virtù. ornati di f rutta. In un mondo che si adorna tanto facilmente degl i appellativi di meccanico. il suo schema. con una leggerezza incauta. La natura di Napoli è lontana da quello che di solito intendiamo qua ndo diciamo campo. sole e aria e veduta sono qui al sommo dei pensier i di tutti. il genovese Magnasco e il veneziano Tiepolo. e la cucina. e senso del diritto e della giustizia. senza più l'intervento del Cielo. con que l gusto degli elementi diversi disposti opportunamente. che è un vero lusso. avevano già carpito al suo na scere questa nuova famiglia e ridevole mitologia: Pulcinella e Pulcinellino. Gli stranieri vi corrono come a non si sa che bizzarra varietà. senza decadenze né imbarbarimenti. e civiltà antica. caratteri insospettati uscir fuori. Nei paesi a civiltà antica la resistenza a un tempo duro come questo è un fatto aiutato da un'esperienza secolare delle cris i di civiltà. Nei tetri banchetti d'ombre del Magnasco. Due artisti di altri due splendidi paesi. e senza più il coraggio della fuga ne l divino. Bisogna conoscere la campagna che si stende da Napoli a Salerno per re ndersi conto come essa abbia il suo ordine. il suo ritmo. come in un mo dello d'architettura. Sì. nell'epica pulcinellesca del Tiepolo. e le civiltà in fama di raffin ate mostrare non si sa che stupida barbarie. monte. uguali i riti. Lo stile vi s'è mantenuto in un rapporto originale. forse. Si notino a Napoli gl'infiniti chioschi dove non si vende che acqua. o la frutta stessa nei piccoli mercati. Pulcinella che nasce da un uovo covato da una gal lina faraona tra una famiglia di Pulcinelli. che è un carattere d'oggi. È proprio questo il tempo in cui si misura cosa voglia dire civiltà. e vedo ragazze e carrozze". e pur tra le fortezze e i vecchi androni più scuri grida l'invito alla bellezza delle derrate. Pulcinella in riposo fra capre cani e pastorelli d'Arcadia che sono poi tutti della stessa famiglia pulcinellesca. i Goya. ella si rivolgeva alla sua vita reale. gaia e funebre. Il comico Altavilla. Basta vedere insieme una scelta di queste raffigurazioni per rendersi conto che quella fu un'evasione dell'arte italiana come lo era stata la grande pittura dei guerrieri e degli eroi. prodighe a tutti. ma con un sentimento dell'ari a e della luce che troveremo più agitato andando più giù nell'Italia meridionale. che è il prodotto d'una ci viltà complessa come il gusto toscano dei poderi. de lla ricchezza. i Callot. Pul cinella che suona la chitarra. gli atteggiamenti sono rimasti gli stessi. L'occhio vuole la sua parte. N apoli non s'è scordata la natura. il segno palese del benessere. della potenza. C he era poi il destino di gran parte d'Italia. solo che i protagonisti sono altri. E bisogna essere meridionale per capirlo bene. Ma l'Italia non fece mai del poverismo o del populismo. Sei e Settecento furono in Europa quasi la riscossa let teraria e pittorica dei poveri e dei derelitti e dei vagabondi. a uno spettacolo puramente visivo. Si d irebbe che in un ambiente d'aria e di luce buone per tutti. mare. La quale essenza si può misurare meglio in questi tempi in cui stanno crollando tutti i convenzionalismi cui si era affidata una società nel pieno benessere.brano case di campagna perduti nella grande città. anche. attore del San Carlino verso il 1855. La terra vi fornisce un vino aspro. c'è un mondo pudico che non ama mettere in piazza i suoi segreti e i suoi dolori. che è un'altra nota di questi sapori. ar ia e luce diventino la conquista più importante. formano il motore di questa civiltà. pochi hanno capito l'essenza estremamente libera e intelligente di questo paese . e ne scrivono. questa città da un pezzo ha conosciuto i piaceri delle evasioni nella natura. con cui Napol i. come se la bellezza fosse tutto. è un modo di dire mer idionale. q uasi tutta tendente a certi sapori acidi che sono assai nel gusto delle donne e dei ragazzi. l'epica delle di fferenze sociali che improvvisamente invadevano una storia nuova e non più europea né universale. nelle figure della nuova società popolare che animano le scene del Piazzetta. diceva: "Quando sono triste mi metto a letto. La campagna napoletana è il segno d'una disposizione dell'animo fermata in una stagione classica. e quindi delle creature più vicine agli elementi originali della crea zione. L'interpretazione che ne diedero i . caduta in un'epoca sventurata. Al primo segno di malessere vediamo virtù e conven zioni crollare.

cavaliere e pitocco. abbandonò l'Università pe r darsi alla letteratura. e cioè un intrico di passioni in una città fatta per le apparizioni singolari e che nel suo ventre formicola di tutte le passioni . flagellata. grandi portoni. Sposato e con quattro figli. ignuda. la giovane sposa. ma è noto e amico ai meridionali. romanziere napoletano vissuto tra il 1819 e il 1891. l'ombra. il ponte dal quale le povere donne tradite e offese si buttavano credendo che non fosse peccato cadere da tanta luminosa altezza. Con un'opera assidua. calvo. e poi la donna nei momenti trionfanti della sua vita. il suo manto celeste. Come al crollo dell'Impero romano. dalla più abietta alla più sublime. delle conchiglie. furono genovesi. coi misteri. Questo nome dirà poco ai s ettentrionali. coronata di spine. imparò ingle se e francese. diet ro il compenso di due lire la puntata che negli ultimi anni gli fu elevato a cin que. una città adatta agli scrittori di romanzi co me si intendeva il romanzo allora. Pulcinella si metteva il naso di cartone e il berretto bianco a do minare lo spazio che avevano dominato i guerrieri e i santi. Ma l a cosa era forte. Questo sviluppo della città. Scriveva anche aspettando i signo . Siccome aveva la mania delle cravatte. E in Napoli la Ve rgine madre diventava la Madre Dolorosa che. de Kock. e dal 1875 li pubblicò tutti in appendice nel giornale "Roma". mentre lacrime di gelo le solcava no le gote e un pugnale dall'impugnatura simile a quella d'una sciabola le trapa ssava il seno. Ho trovato ancora qualcuno che si ricorda di Mastriani. È un peccato che Francesco Mastriani. e tanto che nuovamente si sparse per il mondo come una risata tonante. Intanto. Anziché mostrare le sue piaghe. sul Foro e su tanti monumenti romani aveva fatto l'umanità mi nuta in tanti secoli. alle dimore. dei celenterati nel fondo del mare. era l'immagine della sofferenza virile e non più della grazia celeste e d ella intercessione femminile. Napoli fu dominata da questa immagine piaga ta.viaggiatori superficiali in Italia è nota. che ricorda il lavoro dei protozoi. Montepin. e trasformato architettura. Questa immagine popolò i vicoli più oscuri. egli si vantava di possederne sessanta. con barba e baffi alla Napoleone DI. tra la regalità d'un'antica porpora e la veste dell'infanzia. la vita abi ssale di un popolo addensatesi in modo incontrollabile aveva dato l'assalto alle strade. la moglie di ligente gliene ritagliava in ogni straccio e in ogni residuo di vestito o di sto ffa. l'Italia mise la maschera. abitò tutta la vita in quel quartiere di Sanità simile a una valle oscura nella città. gli antri più mis teriosi. e facendo ad essi da guida nelle ore libere. dove si erano vedute le mani g iunte della Vergine. la maschera popolare saliva le scene e parlav a la verità che soltanto ai buffoni è consentito dire. Mastriani scrisse cento sette romanzi. e dove che fosse scriveva. Portava in tasca una boccettina d'i nchiostro. Si dovette impiegare alla Dogana. Si sa che la divinità più vicina agl'italiani era stata sempre la Vergine. il bambino ignudo e ricco di grazie. tendeva al cielo e ai fedeli la mano con un fazzoletto di pizzo. ai palazzi. Era celebre nel popolino. lo stesso lavo ro che sul Colosseo. in un meandro di tane e di sotterranei. e nel golfo più ridente del mondo si addensava una città misteriosa come Londra del Settecento e Parigi dell'Ottocento. Ma la dolce Toscana aveva finito di parlare. Napoli diventa un mondo complesso e inestricabile. specie a quelli nati nei paesi do ve i libri di Mastriani arrivano con Ponson du Terrail. Qualcuno lo indi cava come "l'autore dei romanzi di Mastriani". il suo addensarsi e il suo complicarsi al punto che un giorno si sarebbe dovuto rompere col piccone . quando tali monumenti erano abitati. la malinconia delle valli. la pred iletta del Ciclo. vestita di nero. sormontate da un ponte che ne sbarra il cielo nella luce di Capodi monte. veneziani e napoletani i nuovi de scrittori di quella rovina le cui macerie richiesero tutti i secoli seguenti per lo sgombero. era signore e servo . e che dà l'immagine d'un costume dissueto. oppure vestita dalla cintola in giù con una veste scarlatta a pieghe del tipo di quella che copre il Volto Santo di Luc ca. va sti cortili e palazzi. Studente di medicina. Circostanza curiosa. e qui. e finì con l'influire anche fra noi. indossava un vecchio vestito nero e un gilè bianco. non fosse un uomo di genio. seguendo le c omitive degli stranieri. Era stupefacente osservare quello che era accaduto di un androne di casa patrizia. si sostituì l'immagine del Crocifisso. era nuovissimo fenomeno in Italia. Picco lo di statura. agli angoli delle strade. la madre. E che mescolanza di profano e di sacro.

avvent urosità di Napoli. Nasce così anche in Franci a.rini cui dava lezioni di lingua e di grammatica oltre che di inglese e di france se. almeno fino al tempo di Mastriani. un mondo molteplice e avventuroso. Di solito. Aveva dei meridionali la facile im pressionabilità verso i problemi filosofici e sociali. davanti alle sue invenzioni non ci prende alcu n dubbio che quanto egli racconta si possa svolgere a Napoli: di ciò gli diamo cre dito illimitato. Verga . Lo stesso Pulcinella era la maschera del buon senso e del realismo. venditori d i carne umana. e fu la profondità. Sanità. senza invidia e senza desideri malsani. quando chinò il capo sui suoi fogli. quello che formò poi la sua tradizione sociale: la Serao. e la Serao lo considerò come un precursore. basta il nome di Napoli per evocare. di donne che abbandonano il frutto della loro colpa e che lo ritrovano dopo molti anni nell'a biezione. Di Giacomo. e le maschere sono la sua aria vitale. uno dei suoi fantasmi è il padrone di casa. Stretta nel cerchio della realtà. anche quando scherza. Fra gli a ltri. vizio. Alle origini del teatro moderno c'è la m aschera che di quando in quando rispunta. essendo i suoi scherzi sempre intorno alla realtà e a una realtà precisa. ognuno legge in questa città secondo il suo cuore e il suo sentimento. Faceva anche brindisi in rima. essa pensa sempre alla stessa cosa e non mira che al suo scopo. in una lingua tra accademica e dialettale. staccandosi da una tradizione in costume. sollecitato dal primo libro che gli capitava sottocchi o. assumeva un costume anch'esso. tanto che i su oi romanzi si possono considerare una lunga digressione su problemi sociali. Peccato che non fosse u n artista e che non riuscisse a cucire insieme i suoi personaggi. per arrotondare il magro bilancio familiare. virtù. assassini. e che. Vicaria. densità. In genere. dirigeva bene le quadriglie nei balli familiari. non la supera e non la trasforma e non ne evade. Ma anche oggi che la vita italiana s'è fatta complessa. cantava e suonava. e poi mezzani. era un comples so di società provinciali in città di provincia. e non soltanto in Italia. int ramezzata da brevi descrizioni di caratteri e di passioni che non riescono mai a mettersi in movimento con quella illusione di vita che è propria dei romanzieri. tutta l'organizzazione intorno alla colpa e al delitto. ossessione del popolino napol etano come del povero romanziere. Tanto che proprio da fatti come questi nasce in Italia. di ricchi e di str anieri che portano di colpo una povera fanciulla del popolo e una traviata al ma trimonio. trattandosi d'una società c on caratteri familiari. Descriveva alla brava la vita di lusso. ma che aveva intuito oscuramente il genio naturale dell'Italia meridi onale. e questa è una prova dell'animo suo. Chiaia. Nel gennaio del 1891. Un fatto però vide molto bene Francesco Mastriani. usciva "Il Paese della Cuccagna" di Matilde Serao. a meno che non accetti le comode e generiche definizioni che se ne sono date da gente estranea e superficiale la quale scambiò la filosofia del vivere con la spensieratezza. E tanto che il giudizio cor rente su Napoli è diverso da persona a persona. di personaggi che muoiono e risuscitano perché il pubblico reclamava al giornale nuove puntate del romanzo. la commedia borghese. I suoi roman zi sono storie complicate di donne cadute nella colpa per bisogno. La maschera è d'una enorme serietà. il risalire dal particolare al generale. vedeva al modo del comico Altavilla ragazze e carrozze dal fondo della sua mi seria. g li arbitrii della fantasia possono essere assai pochi. poiché nella sua fantasia si confondevano i suoi casi personali e quelli del l'umanità. il carattere con la maschera. la letteratura sulle città italiane è aperta e chiara. Era l'epica della vita quotidiana. accada fra Bor go Loreto. Non appare per nulla grat uito nella sua opera numerosa e disordinata che un intrico di personaggi e di av venture. e il ridurre il generale a un particolare. di figli spurii che ritrovano i fratelli legittimi. Fa ridere perché non evita un solo urto con la realtà. tendenza: è l'uomo che si occupa d ell'umano. La maschera è estremamente seria. Uno di que gli umili precursori di cui riesciremmo appena a mettere insieme cento pagine d' antologia. eroica e favolosa e classicizzante. quelli che visitano Napoli si fermano agli aspetti più appariscenti del . La maschera vuol dire carattere e vita di tutti i giorni in una passione. Con una fantasia sbrigliata. il realismo con la buffoneria. Ma. alla fantasia di chi v'è p assato una volta. era il personaggio moderno che. di smarrimenti e di ritrovamenti. Egli trovò nella sua città la dimensione fantastica e il mistero ch e sono stati sempre la qualità più attraente d'un romanzo. di strade e di luoghi. Lotta e si dibatte intorno ad essa. ladri.

altre persone parlavano allo stesso modo. Piccole cose. Una solidarietà siffatta rende testimone c iascuno della sorte dell'altro. cioè a cenni. se non proprio la manifestazione di una gran de vitalità. un fuoco. Esiste in tutta l'Italia meridionale un significato a parte per la parola " comodità". il padrone. Percorrevo in carrozzella i paesi alle falde del Vesuvio. con la bocca. e non da strada a strada. sta in cotesta pratica di vita rivolta assi duamente al mondo sensibile. una grattugia. ci si accorgerà troppo tardi e a nostre spese che si tratta d'un vero fetente. gran parte della letteratura. da tutto quello che di vario e alacre si può rovesciare sulla strada d'un paese vesuviano. ammiccare. quale possono produrre seco li di vita difficile e un'esperienza vasta come la storia. Ora. grida di mercanti ambulanti. cioè l'uomo capace di cattive azioni. E che cosa è di meglio ogni migliore vita civile? Cotesta tregua la osserverà meglio chi si troverà di fronte alla vita del popolo min uto che. cioè da uomo. un movimento. significava farsi vivo. saluti. bisogna pensare che l'origine di questo sentimento. raccolto in densi quartieri. e siccome la vita è quello che è. mai smesso dal tempo dei greci. un fornello. un . al suo tessere di gesti la vita quotidiana. Il cavallo trottava con la vivacità d'un meridionale. E quell o che i napoletani chiamano "fetente". cosa che alla fine esclude l'odio verso i fortunati. popolare o meno. una bellezza. e invece è tutto un modo e una rete di rapporti di cui è fatta quella vit a. eloquentissim o nella vita e nell'arte napoletane. alla sua nobiltà. che la rendono meno grave e la consolano: comodità è un balcone assolato. del cielo. ai suoi conoscenti da quartiere a quartiere. si rivela subito al primo colpo d'occhio. Certo. e l'intimità che tale sentimento porta nella vita di tutti i giorni. e il gesto d'un vicino e il lampo d'un paio d'o cchi di donna. o che di colui avrebbe avuto bisogno. e sapeva che la generosa bestia era tenuta bene. a distanza. e quasi disponendo in comune delle risorse di ciasc uno. con la mano. il cocchiere si voltava di quando in quando a raccontarmi la storia d'un altro suo cavallo che gli era stato requisito. e disporne in comune implica un mondo di rapporti e di discorsi e di interessi solidali. fino a Torre del Gr eco. napoletana. alla realtà. pietosa e legata del mondo. da un pu nto all'altro della strada. tintinnio di carr etti colmi di verdure. ed è difficile indovinarne lo scopo. lo andava a trovare al reggimento in una città vicina. a gente la più diversa che incontravamo lungo il viaggio. La strada era un avvenimento: organetti che suonavano e l'armonia era subito travolta e ripresa volubilmente da un vocio di monelli. mettono fuori i loro mille balconi. cioè l'odio sociale. Questo è l'aspetto più evidente della solidarietà napoletana. E questo complesso di rapporti mobile e diffuso come quello delle api e degli uccelli. ma da paese a paese. viste di profilo. mentre spesso. La stessa cosa notai poi andando in carrozzella a Na poli. alla spensieratezza che sembra emanare sempre da tutto q uello che è vivace e naturale. se l'era presa il colonnello. accennare a una sol idarietà con gli uguali. il loro piacere degli oggetti. E sui bal coni. uno scrollo. una pentol a. cui allo stesso modo bastava un tremito. egois ta.la città. Questo discors o era interrotto di continuo da un rapido occhieggiare del cocchiere all'ingiro. Nel suo senso migliore. sorridere. ecco che gioia e dolore di ciascuno si comunicano a tu tti. coi superiori. con gl'inferiori. coi conos centi: insomma. Qui si vive collettivamente. con le spalle. un lampo. da case troppo alte e uniformi che. e il colore di un'ora. Queste non sono forme oziose e non sono ossequio servile. tanto che mol ti non gliene attribuiscono alcuno. la vita napoletana popo lare è una tragedia fra uomini. cenni col capo. Il cocchiere non faceva che salutare. che non lo poteva dimenticare. un ziro d'olio. Ma se vorremo capire il senso della realtà dei napoletani . delle forme e d ei colori. complesso forse unico. Ciò che può diventare anche un vezzo. accennare. Comodità sono gli oggetti che servono ad alleviare la fatica quotidiana. del mare. d'un uomo livellato dalla vita moderna. è sotto il segno della più stretta solidarietà. si tratta d'una mobilità estrema. a Napoli queste comodità sono qualche volta il bene comune d'interi gruppi umani. con tutta la gente di cui presto o tardi avrebbe avuto bisogno c olui. con le sue feste e il suo carico di dolore. Una tale solidarietà fa sì che non si troverà mai un napoletano che si umilii a un altro uomo ma gli parlerà da uguale. imbrogliatore. che se le prestano e ridanno . con gli amici. e l'amore dei beni che vengono dall'industria umana come dalla natura. cant a delle ore di gioia e delle ore di dolore. Per questo. della città più soccorrevole .

ne descrive i rumori. d a Positano a Maiori. intorno a un melone d'inverno. Del resto. il paese dei devoti delle miracolose M adonne. in tutte le forme. patetiche. anche quando sembra che lo dimentichi. Quale che sia la sua occupazione. Le case sono spaziose e cir condate di orti e giardini a terrazze. questo p opolo. vi sono riti che sopravvivono a Napoli perché son o legati ad essi alcuni benefizi. Molti si sono fermati a questo carattere esteriore. Morte e vita. e il grande protegge il piccolo d agli assalti del mare. E da questa seri età proviene la soppravvivenza di vecchi riti e vecchie feste. uno grande e uno piccolo. perché una cosa è indubitabile: che a Napoli la gente non sia vera. non lo p erderà di vista un momento. di quanta proverbiale ingegnosità. strane. tutto quello che pare disusato. gioia e dolore. A ogni punto più minaccioso la Madonna col Bambino ha la sua nicc hia. La gente di questi luoghi. vivacità alla vita. e rinca sando la sera. d i colore azzurro come sono le piante sulla pietra. le case sospese sull'orlo dei precipizi e i massi fermi sul punto di un a immane rovina. e li chiede come v anno chiesti. Ogni commessura della roccia ha le sue piante erranti. perciò la montagna sembra viva. giardini sospesi in alto. absidi come di cattedrali. tanto che una certa lentezza napoletana è dovuta pro prio a questo impegno. dove i venti del mare sono capricciosi. con che teatralità sono disposti una dozzina di fich idindia per dritto. si sia dimenticato un istante dello scopo della sua giornata e de l fine che vuol raggiungere. portichetti. o come il venditore di fuochi artificiali. un patetico troppo semplice. In tutto il pittoresco napoletano v'è un senso stretto della ne cessità. la Madonna e il Bambino. e la fede del popol o napoletano. grotte e caverne. volte e nicchie. le strade tagliate a picco nella roccia. i sibili. queste figure di pietra . Sulla roccia e in pieno sole cresce il capelvenere e difende disperatamente il suo verde e le venature b ionde delle sue foglie. In genere. incoraggiando a comperare un r azzo o una girandola. Vuoi c onvincere. sotto una luce bianca ad acet ilene. e il piccone e la mina ha nno messo alla luce del sole decorazioni di stalattiti. e la necessità conserva in vita a Napoli tutto quello che è morto o che è vuoto formalismo altrove: la necessità. sono le frasi più comuni nelle canzonette. separate l'una dall'altra con un sentimen . con cupole. È facile dire che a Napoli c'è gaiezza e spensieratezza. ma sa ranno pur sempre nuove nella realtà popolare di questo paese il cui nome è volato in tutto il mondo a significare tante cose curiose. possono diventare maniera stucchevole. senza g uardarne l'intima ragione: così è venuta fuori la leggenda di Napoli. più oltre l'ulivo ha lo stesso colore. coi piedi ben piantati sulla terra. Il popolo chiama. E la persuasione è l'arte napoletana per eccellenza. carattere. di vitalità e di verità richieda questa vita. uscendo di casa la mattina. L'uomo qui è dominato dal fatto di riuscire a ogni costo a strappare quello che vuole strappare alla vita. alla minuzia con cui ognuno compie il suo più umile lavoro. un'umanissima arte . talvolta le piante che sbucano da ogni interstizio del ma sso fanno sulla sommità di tali simulacri naturali una corona d'erbe e di fiori se lvaggi con una simmetria meravigliosa. sopravvissuto ad altro tempo.motivo facile. o per amore del pittoresco e della rappresentazione. ma perché risponde a ncora a uno scopo. PAESAGGI NAPOLETANI Venivo dalle valli della costa di Amalfi. Il crinale delle rocce forma anch'esso profili di creature. Questo dà un colo re tanto forte alla vita napoletana. ma una fra tutte: l'uomo in una densità e pienezza e verità di vita. solo movente delle azioni umane. lungo la strada. come è facile parlare del dol ce far niente napoletano. e vi si metterà con tutte le sue risorse. Ma se per un i stante si sarà entrati nel cuore del popolo napoletano. un orto napoletano dice la cura. reale. e il senso della forma di. di quanta virtù civile sia capac e quando gli sia chiesta. Il fatto è che ogni napoletano è combinato proprio in tutt 'altra maniera. di vecchia architettura amalfitana . qui è vivo non per abitudine e pigrizia come s i crede. e ogni paese ha la sua perché questo è un tema di quella famosissima strada. il benefizio. ci si spiegherà che somma di forza. Egli aspetta dal cielo la grazia. È come se fossero alimentati dalla salsedine. Mi fermo a guardare la cura della decorazione nei p iù piccoli venditori ambulanti. egli pone una tal e attenzione a quello che fa. anche se gli scogli che si drizzano sulla riva o stanno isolati tra le onde o sono a due a due. vec chio. e che dà forza. e che non ve n'è uno il quale. abita paesi nobilissimi. il volo. Si aprono nella montagna. l'effetto. al suo pittoresco.

e mostrano ancor oggi certi disegni di caminetti. contro le intemperie. Per valicare il passo di Monte Sant'Angelo. al livello della terrazza. Questi so no per la montagna scoscesa i loro orti e uliveti famosi. all e piante e ai frutti. di alt ane. E gente diversa da ogni altra della regio ne. il mare divenne deserto. all'albero. S'immagina che gente del popolo. in lugli o e in agosto si vedono le arance attaccate all'albero. prima che i mo delli bastardi dell'architettura comune penetrino fin là. e all'arrivo di qualche antiquario accorto. All'orto. che hanno un gusto inimitabile. Il sole in queste valli scompare prima della sua ora. e fra di loro non si sente mai dire di quei drammi sentimentali che scoppia no sovente nei climi morbidi. dove seguitarono l'altra loro attitudine naturale. La terra. una delizia settecentesca che la padrona di casa v'invita a guardare. e dall'alto fanno un panorama di bagni romani. di balconcini. I ve lieri tornavano a Positano carichi di mobili comperati a Genova. strappata a palmo a palmo alla montagna e alla roccia. Mi pa re certo che la consuetudine invalsa in alcune città dell'Europa settentrionale. ed ha . Qui stavano gran signori. La loro casa ha l'orto. colorano la casa di du e colori spesso. Fino a qualche anno fa. ho detto. Ho veduto certi mulini loro. o turchi che è forse lo stesso. La strada di Amalfi e di Sorrento non era ancora aperta. i q uali coi commerci adottavano le mode e le eleganze vedute nei paesi ricchi. d i tingere i palazzi di due colori. al cortile e alla terrazza sacrifica no lo spazio altrimenti adatto a ingrandire l'abitazione. alle prime piogge di settemb re si seminano gli ortaggi che altrove vanno a primavera. sono taciturni e pratici. rimasto più intatto che ad Amalfi. le donne sono anch'esse da fatica. col giardino ric co. essi si fecero palazzi e ville. Sono architetti nati. una decorazione di stucco alle finestre. pe r una porta aperta in un vicolo. A terreno sono le stanze della vita comune. con un sapiente sfruttamento del terreno. che sono la traduzione di tante cose ricche e illustri in uno stile del luogo che rammemo rava fantasticando le cose visitate. il cammino più facile era il mare. quelle di abitazione. perfino di cucine. e le loro case le fanno con logica. ma complicato con quello originale del luogo. gli armatori abb andonarono le loro ville e i palazzi. I te tti sono a cupole lisce. conobbero i commerci del Mediterraneo occidentale insieme con la lor grande amica. Vi portano su. Perché sono architetti e agricoltori nati. sopra. rimasta nel paese dopo la parten za d'una razza di signori. abbia occupato le case loro. è buona. capolav ori di architettura popolare che sarebbe opportuno difendere con le leggi stesse che difendono il paesaggio e i monumenti illustri. Essi sono la nobiltà del popol o. quando non possono altro. i limoni sono il frutto di tutto l'anno. alt ri emigrarono in America. alcuni quartieri abbandonati crollarono. ed è la seconda semina d ell'annata. sia nata in queste contrade che i settentrion ali conoscono a meraviglia. con un tale senso di costruttori che il funzionalismo moderno ha in loro dei precursori. Venne la navigazione a vapore. la sabbia del mare. che li divide dal versante di Castellammare. hanno della vir ago. e dentro di un bellissimo bianco in cui la luce grande della co ntrada fa l'atmosfera d'un bagno vitale. dicendo orgogl iosa che è un mobile di famiglia. Nello stile del paese. il cortile davanti al portico. si prendeva una sedia e quattro portatori per tre ore di cammino. è pur sempre quello settecentesco. sul portico la terrazza. e magari con le due stanze superior i sprofondate. fra tante cose comuni. La gente. È un'antica c orporazione naturale che nessuno ha ancora pensato a ricostruire. avevano commerc i con Genova cui fornivano legni e uomini. Ed è così. e dove la rocc ia fa imbuto la circondano di una mora di sassi.to d'indipendenza e di solitudine che ci si domanda da quale razza sia venuto. Il Settecento dovette essere il periodo delle maggiori fortune di questa contrad a. e alle cinque la valle è imm ersa nell'ombra uguale e pur tanto chiara che d'estate dura due o tre ore. questi pa esi erano ricchi di bei mobili settecenteschi. Erano città fiorenti e prospere al tempo della navigazione a vela. l'indimenticabile chiarità del Mezzogiorn o. S i vede spesso gente povera uscire da palazzetti del Settecento. Si può dire che la terra la trasportino col fazzoletto. composti di cilindri e di cubi di muratura sovra pposti che ricordano le nude forme della moderna architettura monumentale. un mobile illustre. alcuni si diedero alla pesca. Il tema di quell'architettura. le rose fioriscono senza stagioni. e ancor oggi capita di vedere.

per proporsi solt . e si ferma sulla strada come un torrente rappreso. e a queste colombe che si vedono bianchissime volare all'improvviso come innalzate da un'improvvisa tempesta. osservando case come queste. È facile dire che Tasso il sentimento dei suoi orti e dei suoi giardini. Vigne e agrumeti formano un profondo bosco. col verde luminoso degli aranci. i fiori che si aprono al principio dei suoi madrigali. della sua luce. M a passata la sella di Sorrento. di fiori. li rinnova. Il rosa e il grigi o riprendono il loro dominio. che sembra u n plastico. com e l'uomo non pensa alla morte. come si sente raccontare di c ontrade favolose più a sud. A Sorrento la vitalità del popolo. La natura ha un'armonia così gr ande che vi si può scoprire un tema uguale e universale per tutto. La terra è d'oro. e gli orti dis posti come in una geometria. è come se quel lu me abbagliante lo posassero in terra. E le colombe che volano nelle sue liriche . v'è da giurare che occhi di migliaia d'anni e gli stessi occhi di Virgilio ed Orazio li abbiano veduti semp re gli stessi. rosa e viola. la chioma dell'arancio. della sua aria. E i fiori sgargianti. il colore. l'arancio ha la chioma irta e tutta fiammelle. e si rivedono i vapori che velano le cose. La vite è alta e forma viali d' ombra. Le strade dei paesi lungo la costa di Sorrento si aprono col loro Settecento div enuto popolare. e gli stessi atteggiamenti degli agricoltori. sullo sgargiante de lla terra napoletana. nell'ombra dei giardini ragazzi e bambine. e i suoi canti agresti. coi carrettini di verdur a e di vino. si ricorda dell'eruzioni. di cui sfuggono quasi le dimensioni reali. e quasi nelle profondità di stanze lussuose. e tronca. Non ci credono. di pozzi. li sconvolge. Ho detto che in questa costiera non esistono gradaz ioni di luce. È una luce immensa che si mette in lotta con gli organis mi. e tutta la sua pastorelleria. al contrario dell'arancio greve e tondo della Sicilia. la vita vi si snoda intorno senza fatica apparente. Ma basta valicare il passo di Sorrento per trovarvi una natura diversa. popolari. così facili ad abbandonarsi fra di loro e a baciarsi in pubblico nell'atto di dirsi qualcosa all'orecchio. e vi vengono incontro le ombre vivide. sono segni che si riconoscono. quale si vede nell'Europa del nord. rischiaranti tanto soavemente il suo poema. che hanno un timbro miracolosamente salvo da ogni convenz ionalità. V'è una delicatezza di scavo. e la propaggine della scala.del lungo crepuscolo. somigliano a questi. ciò che influisce anche sui sentimenti. vi mettono una fiammella. vi riporta a qualcosa di immortale. E anche le mollezze e i piaceri dei suoi giardin i incantati appartengono a quest'ozio. La loro razza è tutt'altra. Sui muriccioli le bambine coi grandi o cchi e la carnagione calda sembrano conoscere la felicità segreta del mondo natura le. li avesse da un a reminiscenza di questi suoi luoghi. i c hiari e gli scuri. o non ci pensano. il pino gracile ha qualcosa del fiore dell'agave. La terza è quel la alle falde del Vesuvio. felice dei suoi orti. Quelli che vivono sulle falde del Vesuvio non credono al Vesuvio. E non ci sono che i napoletani. le labbra. verso la punta della Campanella. E questa è la seconda zona. di asini bendati intorno al pozzo. I paesi sono ch iari come le pietre d'un letto di torrente all'asciutto. da Pompei a Napoli. Qui gli orti felici si stendono in tutto il loro lusso naturale. capricciosa alle soglie del Barocco. Si può dire. Non lo chiaman o neppur Vesuvio. Il sole è tanto vibrato che a chi non sia abituato dà strani e pur piacevoli disturbi. secondo l'abitudine delle ragazze di Nap oli. di estatico. bizzar ri. e l'incombente Vesuvio colore di rosa. con una lunga scala esterna che quasi fa da ancora sulla terra. che sono la tr aduzione architettonica del vulcano che le domina. e gli occhi. Alle finestre le donne. E tutto questo popolo d i verdure. tutta opposta all'idea che di solito ci si fa. lo chiamano la Montagna. il Settecento che attecchì qui e ricorda i buoni affari e l'agiate zza d'un secolo ornato e intraprendente. una gracilità da paes aggio antico. chi li ha veduti una volta li distingue fra mille. Il pi no napoletano. la natura della vite di questa contrada. si passa dal sole sfolgorante alla fosforescenza del crepuscolo di tre ore. al trotterello facile dell'asino piccolo. e perfino i loro ca ppelli e i loro vestiti rustici. e l'uomo si sente scintilla dell'immenso creato. checché ne pensino i pittori. gli strumenti rustici che si se ntono nelle sue selve. e quella precisamente che va sotto il nome di napoletana. A Sorrento le ragazze ab bracciate parlano ridenti e si baciano. li abbia tratti da qui. questi colori tutti napoletani. La casa diviene bassa.

il cagnuolo accucciato. e sul grigio i tronchi scortecciati e dipinti di bianco degli alberi. Ma se accadesse? Se la Montagna si scatenasse? La lava avanza lentissimamente. e la vite gracile è divenuta robusta e più abbondante. delle nostalgie campestri di Virgil io e di Orazio. si affaccia alla memoria. una p ioggia di lapilli neri ha concimato la vigna. In basso in questo grigio che ho detto. E si accomoda perché l'uomo pensa ad accomodarlo. sulle colonne di calce mozze. come nell'uomo che combatte si fa strada la coscienza primitiva della difesa e dell'offesa. E poi i peschi. Un giorno. Immemorabilmente questa terra di continuo cancellata e risorta r iproduce quell'ordine. In una natura arida come questa. l'ordine degli orti. e il bianco rico rda le vesti. san no che le parole evocano spesso i fatti e i fantasmi. Se bisogna abbandonare la casa. i magri cavoli verdeblù. In un paese di aspetti e di fatti antichi come l'Italia. sulla cenere grigia e molle che serba l'impronta lucente della v anga e della zappa. stanno donn e e bambini. Ma intanto. era un modo romano che conteneva lo stesso esplicito divi eto del "non te ne incaricare" napoletano. e non altro. E gli alberi acquistano sul terreno chiaro cadenze di persone." "Lo è. La metà del mondo d'oggi si guasta i nervi e perde troppo presto la vita per pensare alle cose che gli accadranno. Non te ne incaricare. per il tremolare rosato dei peschi. e dell'equilibrio naturale del mondo secondo cui tutto si accomoda. i n definitiva. non vuole. i fiori diventano enormi. s'è vista a volte dividersi la corrente incandescente davanti a un vigneto. Tutto in torno è creato con gli elementi del Vesuvio e i muriccioli e le mura. tengono ancora prigionieri i vecchi spiriti del paganesimo. Anche ora l'ultima parola non è detta. Tutto quello che s'è taciuto per anni. i piselli alti appena due palmi. ma nell 'ordine del campo. stacca tanti passi quanti gliene contende la lava. delle cento e più specie che prosperano sulle rocce basaltiche coperte d'uno strato di cenere di pochi palmi. che è quanto basta a render buono un campo. è saggio. questo l embo di terra col suo sapor di cenere. col suo pensiero e con la sua fantasia. e i buffi vasi di creta. che rappresentano facce umane. l'uomo co n le masserizie e i figliuoli già sul carretto non crede fino all'ultimo di dovers ene proprio andare. perenne e prospera. d'un millesimo la fatalità e la catastrofe. per anni non pensato. Sperare fino all'ultimo. e non sarà de tta mai. gli aranci. significa. una antichità di og ni attimo.anto i problemi immediati della vita. e piegati dal vento i tronchi sembrano umani. i mandor li. degli affreschi di Pompei. Nei cortili profondi e ombrosi. è d'un colore vivo e quasi umido. come i numeri del lotto. In un patio tra mura d'un bianco di latte dove la bocca nera del forno sta da un canto. il terreno offre infinite combinazioni alla massa mostruos a. In alcune di queste contrade hanno abolito la stazione dei carabin ieri. G li uomini la guardano avanzare. tra cui il risentirsi delle prime foglie verdi è come il rinverdire d'una capigliatura di vecchio personaggio di favola. Dove la cenere è appena rimossa. molte specie di vitigni. Guarda la dil igenza dei solchi. serba l'antico in nessuna pietra. Il vino è colore violetto e amaranto. "Questa dev'essere gente fatta in un modo diverso da ogni altra. Un'antichità vivente. L'ultima capitale di questa saggezza è Na poli. è longevo. ordine degli stucchi di vita agreste nel museo de lle Terme a Roma. dei capricci della sorte. la pianticella propizia della ruta. i suoi frutteti. un gallo nero su una sedia.. nei patio. volere sino all'ultimo: sotto l'apparente disinteresse è una manifes tazione di volontà. La guardano. non ha affrettato. sono venute fuo ri da semi erranti. Questo si chi ama tenere tutta spalancata la porta dell'inatteso. difatti. Non si tratta d'indifferenza. negli androni. e neppure di non voler vedere. È lo stesso. Questo è a ntico. e le cupole delle abitazioni impostate e saldate come le pareti d'un orcio. E sarà troppo tar di per capire che non ne valeva la pena. i l problema dell'ora. prima." . La primavera è sosp esa nell'aria. i legumi e gli ortaggi. se la lav a si ferma egli si ferma. Egli ha pia ntato i suoi orti e le sue vigne. le case. "Fai q uel che stai facendo". con sopra questi vel i rosa. e uno per volta. Non s'è mai sentito dire d'un delitto o d'un furto. Non ci pensare. i cannicci che coprono le chiome degli a ranci carichi. e che quando accadranno si presenteranno sotto un aspetto diverso da quello immaginato. i giardini. Fino all'ultimo egli non crede. il problema del giorno. Una scienza primitiva e un pregiudizio rimasto nel popolo.

e così un ragazzo che vendeva certe arance appena staccate dall'a lbero. Ancora sotto l'orlo dei cratere. Nel deserto di lava. è molle. cantata tante volte sul mare d'argento. Con una fantasia stracca e disordinata. un essere vivo e romito: un gufo. in vista de lla colonna di fumo gialla e rosea. sol perché gli occhi umani vi cercano una forma. Ma non è pr oprio il deserto.sopra sono ricresciuti gli orti e le abitazioni. in quella solitudine disperata in cui la montagna pareva soffrire senza tregua né rimedio tutti i dolori della terra. d'un regno infantile. Ma non è così tutta la vita? Fino a quando il gigante non dà uno scrollo. guardando un mare dall'alto. allo stesso modo che. Vedono l 'Italia come fosse caduta dal cielo. di violetti . È una materia sorda che acquista una forma sol perché è materia. Si scorge un ciuffo d'erbacce secche e ci si domanda in quale mai stagione rinverdì. No. La montagna emana un tenue calore. avevamo lasciato le ultime case piantate ai limiti dell a lava. un rumore più elementare. sostenuto dalle macerie di pietre .Dai loro cortili e dai loro patio. poco più oltre. sonoro di pie tra arida. discutevamo che rumore facesse. il vulcano vomitò certi stracci incandescenti di lava. d'un colore di zolfo. Suonavano la chitarra. Più sopra c'è il bosco dei pini. È quell o. e dagli sguardi assortiti di tan ti occhi bianchi e neri. nudità decapitate e mutilate. Usciti dall'ombra propizia dei cortili bianchi. e non dico la bellezza di quella forma e di quel colore del frutto in quell'informe e tra quei colori da chimici. con la loro forma di cubo come un'affermazione semplice e costruttiva di fronte alla natura tondeggiante della montagna. i campanil i rosa. A questo punto. Non si pensava che fossero posteggiatori. E quella canzone. Come se stesse per soffocare. Salendo. Si spalanca sotto gli occhi la valle infernale. Alla fine viene in mente l'immagine d i quel girone dantesco in cui si trovano quei "due tuffati in uno stereo". cordami rappresi in cerchio. Sembra di in travedere in queste macchie quello che si trova nella profondità della terra. la cenere nel pugno di una mano è pesante: ha il colore d'una brace che cova un fuoco non ancora spento. Intorno a quella convulsione le fumarole esili e bianche fi orivano incensando. se ne scorgono gli scuri degli sc ogli e i chiari dei banchi di sabbia. gli stranieri non guardano agli uomini. In una di queste macchie è Pompei. di gialli. segn ava lo stacco tra la vita e la morte. guardano stupiti noi che guardiamo quell'anti ca semenza d'uomini. lassù in cima. coi suoi profondi recessi. un verde che pareva il miraggio d'u n bosco tenerissimo. simili a macchie d'inchiostro le tracce delle antiche eruzioni si spando no nella pianura . stringendo la fo rma esatta delle chitarre. Quando si accorgeranno che l'hanno costruit a gli uomini? Oh. apparizi oni avventurose. riaperto oggi. Il mondo abitato è lontano. gli uomini. case pencolassero come le vele in mare. il viottolo aperto ieri. all'informe della lava che prem e da tutte le parti in un mare rappreso. tra le illusioni dell'uomo e il nulla. come se li avesse messi là in un suo canto streg ato l'Ariosto. Il Vesuvio in questi giorni è attivo. da vivente. la massa di cenere preme da tutte le parti. Il Vesuvio e la chitarra. muffito di sterili bianchi. Di solito. Ne ho incontrati fin sotto il cratere del Vesuvio. in vista del Vesuvio lontano e benigno come un totem. nella realtà. apparvero i due suonat ori di chitarra. D'un'onda immane che si abbatte su una spiaggia mentre la riecheggiano scogli e caverne. ma personaggi. il deserto di lava rifà l e immagini che si leggono in tutti gli elementi disordinati e lubrici: stracci e panni luridi. pareva a tratti che su quell'onda i dad i bianchi delle . col real ismo dei carnai. e terna condannata ai dolori del parto. umani. si levò battendo le ali una creatura di quei luoghi. comincia il deserto. che si posarono e si spens ero tra il verde minerale del cono eruttivo. I COSTRUTTORI DEL GARGANO . Se ne intravedono le case bianche. da animale. il Vesuvio e le arance d'oro. mentre piccoli uomini sul ciglio dell'altr o versante si profilavano nel cielo con l'aria assorta della gente agli spettaco li. Cantavano e suonavano "Ohi Mari". di muffa. di ingrommatura. portata lassù. in una natura tutta minerale. Ma più oltre. D'una porta che si chiuda violentemente suscitando echi profondi e rimbombi in una casa vuot a e spaziosa. dopo qualche orticello in cui gli ortaggi diventano nani. tra la cenere rosea e l'infernale stereo.

in rapporto all'altezza degli edifici. la bisogna del pane. quello che era il deserto appare un bastione di pietrame. si scorgono poi i tetti. si d ovrebbe presentare con camini della grandezza delle Torri di Bologna o del campa nile di Pisa. di lanterne. si va prima per un pendio sul m are. Poche volte la fatica umana dà uno sbigottiment o simile. in una ruga. E si capisce per quelli che hanno da celebrare una potenza e da attestare una forza. a torrione. Angelo. e non qui soltanto. di olivi e di pini d'Aleppo. In fondo alla valle. da quando il Gargano finì di essere un feudo regio co i suoi boschi profondi dell'interno. con gli occhi di fuoco di notte. Si capisce d'essere capitati entro un'opera tra le più ingegnose degli uomini e. è una immane opera di muri a secco che sostengono le terrazze degli olivi . posa per un attimo lo sguardo su di voi. Ci si accorge subito di trovarsi fra gente dura e gelosa. La vigna è ancora nuda . Questi camini dicono tutto: il vento che tira. di vecchi casolari. sopra. delle vigne. qualche albero si leva. ma su tutti i poggi e i monti intorno. alla fi ne. una macchia verde descrive la sua pac e. che neppure il matrimonio accade senza dramma. nell'autobus. Tanto du ra. i viottoli serpeggianti e le strade tortuose rifanno un movimento con corde. Gli stessi comignoli che si sono veduti prima. per due giorni. Ma s'immagina difficilmente un gruppo di pastori e di contadini che porti una p reoccupazione architettonica nella sua abitazione. Sulla cima di qualche poggio sta come un fossile un edifi cio bianco. l'occhio si abitua a discernere nient'altro che questa immane pa zienza. dove il vento non arriva. Una donna. se una città moderna dovesse avere i suoi co mignoli delle proporzioni di questi. a quanto pare. dalle valli asciutte al le cime. Tutto qui è molto importante. Non avevo mai veduto un pane di questa posta. sull'intero promontorio. i mandorli già verdi con qualche vecchio fiocco fiorito. e non se ne scorge l'abitazione. chiuso come un minatore. bianchi come la pietra. fuori. quella cioè che ha costruito l'enorme monumento dei bastioni delle sue montagne. g li ulivi alleggeriti sono gracili e ai loro piedi il grano è d'un colore nuovo. che coprono il monte come un tetto. Tutta la terra atto rno è lavorata come una miniera. se non vecchie. è rigato a llo stesso modo dalle correnti: tutto è sullo stesso disegno. Da Manfredonia a Monte S. Da una casa esce un tale con un'asse sulla testa. questo vortice diventa più grandioso e più complicato a m ano a mano che si risale il monte. a turbante. In una piega del terreno. una borgata è disposta in riga su quattro o cinque file. Una scritta all'ingresso della città avverte che qui si tocca il quaranta per mille della natalità. nel suo forno. si pensa alla natura di questi uomini. Si scorge bensì la porta incardinata nel masso. in una valle. a elmo. Che un contrasto qualun . nel suo rifugi o di montagna. Non vi guarderà mai più. di poche case sparse tra i campi di olivi e di mandorli. le case basse d isposte in riga sulla cima. A parte la donna dell'autobus. arriva verde di grano proprio fino alla striscia del mare turchino. tinta di bianco come tutta la pietra che si vede. seguendo il disegno delle terrazze che la sovrastano per la montagna. quanto basta a una famiglia di cinque o sei persone. con due occhi di fuoco di notte. Come lo s catenarsi d'una girandola. dei mandorli. e un filo di fumo annunzia che qualcuno è vivo là sotto. del grano. Un movimento a spirale avvolge monte die tro monte. questi comignoli sproposi tati. L'uomo ha spesso bisogno di un atto di forza anche in ciò. Ma salendo per la strada bianca. e sopra ci sono due pani di dieci o dodici chili ciascuno. di campa nili. e. di qui. La montagna è una pietraia deserta là davanti. la quota più alta d'Italia. A un certo punto. non ho veduto qu i altre donne. colore della polvere. il freddo d'inverno . della stessa for ma. simile all'avvolgers i di certe conchiglie. e spioventi come gli embrici d'un tetto. Il lavoro parla per gli abitanti. il mare che sembra levarsi inclinato sulla linea dell'orizzonte. c ome succede. Qua e là nelle valli. Una tale opera dei campi è sta ta compiuta in settant'anni. e si misura dove e come il vento la tormenta. spuntano certi enormi comignoli. figurano come le cuspi di di una lontana città turrita e bianca. Un lembo di t erra miracolosamente in piena. prendono forma sopra al ciglio roccioso del monte. annunziano la città di Monte Sant'A ngelo. ma non c'è traccia d'uomo se non questi enormi camini dalla forma di torri.Vi sono popoli che hanno un talento istintivo e storico per l'architettura. Tutto quello che si scorge.

per la povera condizione degli sposi che non possono redigere lunghe note di be ni e di oggetti di corredo da far leggere solennemente per bocca del notaio dava nti al vicinato. Appena il romanico glorioso fece illustre la Puglia. un s ibilo sordo come dei grilli d'estate. di prospettive. egli si chiude la porta alle spalle e diventa signore dell'ama ta. che essi chiamano pagliai anc he certi rifugi di montagna costruiti di pietra a forma di capanna. dove gli uomini ripetono sempre la medesima storia e nascono forti. È noto che di là. Pensano gli amici a preparar e una lauta cena ai due fuggiaschi. Le impronte di quei piedi e di quelle mani sono come una lunga eco delle sessant amila persone che passano qui ogni anno. cui la donna. e che per avvent ura ami un altro. e che neppure nell'emigrazione scordano le loro attitudini. per avventura. che fino a quel giorno non è riuscito a parl are alla sua sospirata se non stando sulla soglia della porta. Ed è una caverna il famoso santuario di S. strisciando lungo il mu ro fino alla porta di casa sua. in modo che la più modesta cas uccia ha questo egregio frontespizio. al modo degli uccelli e delle fiere. portici. e la fanciulla rifugiata ai piedi del letto. Quella del ratto è una vecchia usanza illirica. a Positano. sull'altra sponda de ll'Adriatico. vanno a informarsi se tutto sia andato bene. La mattina dopo. prendendo il posto di Apollo che qui aveva un tempio. e suscita nei crudi inverni i racconti delle streghe. Non esiste da noi un documento che metta sotto gli occhi l'arte di costruire una casa come fanno qui. Qui è rimasto l'uso nel suo vigore primitivo. . Poiché egli lasciò l'impronta del suo piede nudo. m a per quello che sanno fare ricercati in tutto il Tavoliere. e dei ratti in campagna. Tutto finirà ugualmente col matrimonio. e un buon letto. a cui corre. Michele Arcangelo che pare sia apparso qui per la pri ma volta alla adorazione dei fedeli. Arte di fare scale. ad Amalfi. si affac cia dietro i vetri o sulla porta. In molti luoghi. che lo prenda un dubbio sui se ntimenti della donna amata. anche al prete e al medico quando sarà l'ora. i pellegrini di tutta l a regione e delle regioni vicine tracciano sui muri e sulle scale del santuario l'impronta della loro mano e il loro nome. le madri d ei due sposi per amore e per forza. come è quella che ci propone stabilimenti balneari e palagi tutti del medesimo stile. E poi i figli. i carabinieri sanno che tutto finirà col pranzo di nozze. muratori e imprenditori di lavori stradali e di costruzioni. tante invenzioni preziose d'architettura.que coi parenti della sua bella si faccia strada. Han no il genio dell'architettura come in altri. non vadano proposte a modello d'una moderna architettura povera di idee e pretenziosa. il ratto è buonissim o rimedio che dispensa da tante malagevoli formalità. I loro avi d ella preistoria abitavano qui in caverne che si vedono ancora. ci si può chiedere se. quadrate e rettangolari. se è fuori. passaggi. negati a ogni forma d'industria. e quando i suoi compagni con l'inganno e con la forza hanno condotto fuori la vecchia. è ancora la caverna primiti va sormontata da un comignolo e chiusa da una di queste facciate. quest i montanari trasportarono sulle loro abitazioni il modello delle facciate di que lle chiese. ma con quale cuore? E si tratta proprio d'un richiamo d'amore. Il letto è molto alto. in un'ora in cui ella è sola con la madre. adattate già mirabi lmente ad abitazione. di variarle infinitamente. quest'uomo spalleggiato dai suoi compagni si presenta nella casa di lei. per un buon grande pane sicuro. con la madre muta testimone. prima della celebrazione. non più molti. dove sono scavate nella roccia le gabbie per i torchi. e adattandole. dove i pani sono grandi come la lun a piena. non soltanto popolare. crescono intraprendenti contadini pastori e artigiani. se vuoi rispondere. È tanta la vocazione di questi di Monte Sant'Angelo. le assi sono sostenute da due alti trespoli. Il ra tto può capitare anche a una donna sorda al richiamo dell'amante. paesi d'Italia. Arte di legare gli uomini ai loro luoghi. e per salirvi ci vuole una scaletta o una sedia. o nel co rso d'una festa. dove sono di pietra anche gli ammostatoi. dove il vento è chiamato lucifero. e l'uomo. a cava llo. di risolvere problemi di pendenz e. A ogni denunzia di colpi di questo genere. il rituale del matrimonio comporta anche un ratto simulato. rimanen do carpentieri. e da far portare alle comari nelle canestre. a Ischia. Spesso. dove si lavora fino a settant'anni e si campa spesso fino a cent o. le grandi famiglie che servono pe r il lavoro della montagna. e dava nti alla loro città costruita mirabilmente sullo scrimolo del monte e su due valli .

questa regione tiene al sommo del suo carattere il sens o del diritto e del torto. albero. distinguere. il suo carattere. delle sp iagge. Non si potrebbe essere più giusti. v'è la Toscana do ve la natura non è che l'introduzione all'architettura e la sua più bella introduzio ne. perciò esso è tra i più facili a diventare ingiusto e prepotente sapendo di esserlo. spartire giu sto e ingiusto. e tale sentimento è il patriottismo. e diciamo p ure la sua cavalleria e il suo talento filosofia). attraverso terrem oti. vanno al fondo delle cose e delle parole trovandovi la s uprema imbecillità. Certo non è più bella Egina davanti ad Atene. non conosce neppure il pe rché di questo suo attaccamento. la violen za: eppure. Vi sono altri e più bei paesaggi che danno il senso della trionfante presenza dell'uomo. il passato. poiché era u n uomo di lettere. Una scheggia del masso. il cocuzzolo accanto pela . e non sa bene se nem ica o amica. Courier tornò tre volte al campo spogliato dei suoi panni. E nelle sue favole popolari. non trovate che torri di giustizia e castelli di utopia. dei colli. con tutto quanto è insondabile in questa affez ione. Quale sia la tradizione dei calabresi è difficile dirlo. basta per dargli colore. Ancora pietra. Per quanto egl i si soffermi poco sul paesaggio. essa è tutta nell'atteggiarsi dei monti. uomo. franamenti. Uno di questi luoghi è Tiriolo. Francesco da Paol a. mi offre una reliquia. la pietra. e la Colonna di Giunone Lacinia sul mare di Croto ne. ha resistito. gli sciocchi mitici sono sciocchi filosofici che dis tinguono. o il panorama di Corigli ano Calabro. il colore di quella guerriglia: le bande defilate sui costoni dei monti. è difficile amarle -. giacché percorreva la Magna Grecia con la spada e un Virgilio: il tribunale ebbe un occhio di riguardo per lui. come se l'uomo li avesse ridotti in suo po tere e resi soggetti. il senso delle cose. il paese sul colle addensato come un mucchio di semi o un armento. poiché per esse abbiamo tenuto fede alla nostra tradizione.e lo so. e l'attitudine a giudicare. il sopruso. parlano a lui con accenti de l suo sangue. Guardate i suoi campioni: Gioacchino da Fiore. l'uomo vive in mezzo alla natura ancora sottomesso. che sono la chiara immagine della sua storia e delle sue a bitudini: c'è nella Lombardia dei canali la geometria di Leonardo. e in ogni cuore d'uomo. Ci penso spe sso. con lo stesso struggimento che dà l'atteggiarsi d'una figura familiare terri bile e alta ma cara come è in Calabria la paternità. pietra. l'arrivo improvviso nei paesi dell'altopiano (chi arrivava primo sparava). e gli offrì di scegliersi lui stesso la morte che meno gli disp iacesse. Questa è proprio la Calabria con la sua natura. Da secoli noi amiamo la verità come gli aspetti della nostra terra. è la stessa natura che prende atteggiamenti d'archite ttura. Chi ama queste cose . quello che. e quando ru ppe in mare e la tempesta lo portò sino a Scilla. come press o una bestia di cui non conosce la forza ma che sa potente. Da noi essa fu sempre quotidiana anche con la natura. In ogni terra è la lotta fra giusto e ingiusto. CALABRIA Se dovessi citare uno scrittore che ha capito la Calabria parlerei di Paul-Louis Courier che venne da noi con le truppe napoleoniche del Massena. nelle sue lettere. forse per ciò. Sono pochi i paesi d'Italia c he abbiano conosciuto meglio della Calabria l'ingiustizia. Figurarsi la discussione. Un tema divenuto chiariss imo e dominante di questa regione povera di grandi memorie archeologiche perdute in cento flagelli naturali. Tomaso Campanella. interpretano. Poiché il calabrese s'innamora come pochi delle grandi idee e delle idee universal i. Ma in Calabria siamo ancora al primo balzare dell'uomo nella sua abitazione terrena tra mille forze nemiche. persona colta a quanto pare. E i tribunali rustici. la grandezza umana. e ai greci vecchi e nuovi trema il cuore a scorgerla di lontano. l'opera dell'uomo che fa tutt'uno con essa. e lo spettacolo degli invasori c he tra il vino e le cose saccheggiate li schiantava di colpo la perniciosa. i boschi con g l'impiccati agli alberi da cui qualcuno si spiccava facilmente ("s'impicca prest o e male"). facendosene anzi un culto disperato e una missione come della giust izia: posizione esatta da angelo condannato. ma vi sta come figlio. la forza civile. Gli alberi solitari nella valle nuda. natura. Un giorno capitò in uno di questi tribunali uno degli ufficiali invasori. alluvioni. roccia. Poic hé questo è il paese. e Santa Severina.Il sagrestano del tempio. e l'i mmagine delle cose. Guardate la chiesetta bizantina di San Marco a Rossano. sotto la grotta umida ed enorme che si apre nella chie sa.

Ancora per poco. cioè l'adattamento dell'uomo ad altro lavoro e ad alt ra vita. mentre avrebbe bisogno di lottare solo. ragionante. La vita dura. cavillosa. formano tutta l'immagine d'una società. pe r cui avere olio. Abbiamo veduto che le rivoluzioni di tipo socialista di dopo guerra hanno sommosso popoli inte ri con l'introduzione di alcune comodità materiali. il suo dramma e la sua poesia. Non conosco altr i luoghi che come la Calabria abbiano il senso della gerarchia della vita. e la donna con la sua roba sulla testa. vino. Se rimane solo e libero di sé. di con formazione del terreno e di storia della terra. contemplare. da signore il signore. una forz a che deve correggere il destino individuale dei padri. e la ri voluzione socialista ha per veri autori le macchine. diviene prezioso quello che la te rra e la luce danno. dove ognuno è il suo personaggio e nient'altro. la vita di tipo antico dispone a queste cose.to. guardare. Altrimenti non si capire bbe il significato della parabola che percorre ogni calabrese di modesta condizi one che si affaccia alla vita: proprio nel momento in cui egli. l'elaborazione della natura e il suo rivolgimento e il suo cambiar positura e aspetto. La famiglia è la sua spinta vitale. Tant'è vero che in Calabria. lana e grano in casa è già la ricchezza. sia un frutto o un sacchetto di sementi. I figli rapprese ntano un continuo atto di fede nella vita. è divenuta in Russia. e fiumi rovinosi. teneva un suo discorso dal balcone d'una casa. sola. direi addirittura di discendenze. porterà il suo individualismo. pensare. Era la povera gente che rideva. prima del lavoro delle m acchine. quando arrivò a dire "siamo tutti u guali". non ne ho bisogno. mummificata. o nella loro limitatezza. È una bellezza di pura geologia. e che soltanto in questi anni allacciano buone strade. alle manifestazioni più sfrenat . la vita. In Calabria i venti del mare e la luce e il sole hanno compiuto l'opera. per mutar condizione. aiutandomi a portare una valigia in u na stazione sperduta. Mi fa ancora pena se ripenso all'avven tura d'un agitatore socialista che venticinque anni fa. Ricorderò il gesto con cui una povera donna. mondata. e paesi dove a poche m iglia di distanza mutano il costume e il dialetto. nei quali benefizi. e quella che fu una volta l'el argizione dei diritti dell'uomo. paesi rifugi ati sui colli e sui monti in guardia. Uno dei caratteri d ella civiltà d'oggi è d'avere ridotto al minimo il prezzo di tali privilegi. Ancora tutta la sua vita è nella mancanza di bisogni. una promessa e una speranza. dove l'imbecille parla da imbecille. E questo non è tanto primitivo come sembra a prima vista. a tal punto che ogni cosa è cara per la fatica e la lotta che rappresenta. La Calabria è ancora sul punto di questa trasforma zione. dei geli delle epoche remote. si c rea una responsabilità. quando misi mano al borsellino mi disse: "Grazie. l'hanno risecchita. che ha il ricordo di un cosmo op erante. castelli e palazzi solitari. Perciò ogni conquista è la tr adizione. Vale a dire che la vita ant ica regge dove le differenze materiali sono più profonde. deve af frontare la vita. Grande solitudine dell'uomo. invecch iata. il campo del suo genio. in uno di nostri paesi. certo. Il mare deserto. E con la mancanza di bisogni. proprio della sua stessa natura inquieta. pensa a sposarsi. era tutto il segno del privilegio di alcune classi. e così reggono le distinzi oni e gli abissi fra le classi. l'ho fatto per rispetto di voi": e la sua veste era tutta una toppa. e ogni mercé rappresenta le arti più antiche dell'uom o. elargizione de i benefizi della vita confortevole. terre coltiva bili rare e motivo di contese secolari. di smettere il c ostume della sua categoria. il suo mondo. Ma una penisola così stretta ha una vita profonda e di lenta penetrazione. per esempio. Ma ancora quanto basta per dare un ritratto della nat ura originale di questo paese. La forza della Calabria è nella sua struttura familiare. dalle porte del paese ad anfiteatro. Come nei drammi di Shakespeare. e questo soltanto gli dava il diritto. il passato. dai vicoli. ciascuno ha il suo linguaggio. al suo ritorno. come nella scogliera di Scilla. degli oceani che lambivano le cime dei mon ti e ritirandosi hanno scavato le terrazze. l a stessa che nel paesaggio attorno a Roma. e così l'avere fatto parte dell'esercito per un numero di anni. che è poi la libertà suprema dell'uomo. da rozzo il rozzo. appartiene a una tradizione di tipi e di fa miglie. giovane. dai ballatoi. là dove dalla semina del grano allo sfornare il pa ne l'uomo è schiavo di se stesso. gli rispo se un coro enorme di risate. nel tempo di prima non v'era al tro mezzo che l'emigrazione. senza il peso del gruppo familiare a lui pare inutile comb attere. Questo permette di star fermi.

Difatti è monarchico. è unitario. capaci di astrarre. abituato a spartire il dritto e il torto in tutte le sue manifestazioni. la f amiglia di un carcerato che si presentasse all'avvocato non andava mai a mani vu ote. Il calabrese im magina il potere come qualcosa di astratto. primordialmente femminili. ha il suo effetto. col denaro portava anche doni. una bottiglia di essenze. sono considerati a tal punto. e le ingiustizie che ne possono derivare dipendono da chi am ministra questo potere. Disposto naturalmente a una funzione patriarcale. questo è il solo mezzo a ttraverso cui egli si potrà fissare nella società. e il comando è una funz ione indiscutibile. In Calabria è considerata una vergogna non essere abili al servizio militare. e ricordo come egli so rrise. e per un'abitudine secolare all 'oppressione. Per lui chi comanda ha il diritto di comandare. È escluso ogni senso edonistico. Questo è teocrazia e insieme senso degli uomini. patriarcale. Per quanto ciò possa sembrare un futile dono propiziatorio. Per quanto sia grande l'autorità cui il calabr ese si rivolge con questi mezzi primitivi. egli diffida degli esecutori del potere. Allora. questa etica calabrese richiede qualità virili anche nella donna. il potere non è per lui altro che sost anzialmente giusto. un agnello. la famiglia li frena. in Calabria. È il contrario di quanto accade negli altri paesi. come volete rimanere insensibili all' offerta semplice. D'altra parte il potere. Si stabiliva così un contatto tra uomo e uomo. che s i spedivano non soltanto tra vicini ma da paese a paese. egli entra così nell'ordine sociale. È facile vedere gente del popolo. diventano pra tici. sa tuttavia che si tratta sempre di una autorità di uomini. lo appaga il mondo esterno del suo paese che egli ama. che tutto il movimento profondo della Calabria tende da cinquant'a nni al mutamento di condizione. Q uesto è un sentimento tutto regionale dell'autorità e del comando. il senso pate rno. per cui nei vecchi tempi si eresse a brigante giustiziere. che parla a quanto abbiamo nel cuore di più antico.e. Il calabrese non acquista neppure socialmente rispettabilità se non ha famiglia. Poiché. come oggi. Si tratta di temperamenti facile preda alle passioni: fantasio si. E annettendo ai prodotti della sua terra un valore inestimabile. dei mestieri e delle professioni tecniche. Lo spirito tradizionale del calabrese è dunque gerarchico. essendo la Calabr ia uno dei paesi che ha in maggior grado il senso della gerarchia. e s i può dire che non abbia il senso della conquista sociale se non ha una famiglia d a recare in porto. Manca in Calabria un assetto moderno che apra alle energie giovani il cam po delle arti. volubili. quello di fronte a ll'autorità. cui torna sempre. Egli ha bisogno naturalmente del freno della famiglia. Migliaia di studenti escono ogni anno dalle scuole classiche del le tre Calabrie. vedevo che tutta la vita sociale girava intorno a q uesti doni stagionali. il calabrese sa che il potere è un fatto umano e che basta pervenire a parlare con esso perché si pieghi alle necessità umane. il co mando della società. mentre colloca il potere nella dimensione più alta e inattaccabile. e sovrattutto un valore emotivo. gli bastano la sua fantasia e la sua filosofia della vita. Ma nello stesso tempo. Una recente statistica ha rivelato che la città di Catanzaro conta un numero di avvocati maggiore che non la città di Milano. sa che anche Dio sorrid erebbe del suo paniere di frutta. l'invio delle primizie. L'ingegno calabrese tira facilmente al mestiere intellettuale come all'unica ris orsa per uscire da una costituzione fino a ieri di tipo feudale e di cui durano . che l'uomo p ervenga alla famiglia dopo aver vinto la sua battaglia per l'esistenza. un barile di vino. E non è una cagione trascurabile del malessere sociale. e sono destinati ugualmente ad aumentare il numero di detti avv ocati. o come vol ete. partecipare al potere in qualsiasi forma. divent ando magari il più umile servo di esso. Se si vogliono meno av vocati. sensibili. è buon soldato. che crede di placare i rappresentanti del potere con le offerte di frutti della terr a. di una cesta di frutta o di un animale dei boschi dell'Aspromonte e della Sila? Vidi molti a nni fa uno di questi doni offerti a un cardinale in Roma. offerto da uomo a uomo e da vecchio ragazzo a vecchio ragazzo. bisogna aprire più scuole professionali e officine. Da ciò proviene al calabrese un altro ordine di pensieri. che vorrebbe fuggire. E questo è l'altro aspetto della questione. Naturalm ente. Qua ndo ero ragazzo in Calabria. se il calabrese ha il senso dell'autorità come un fatto irrazionale e indiscutibile. dei frutti e degli animali. Per sé egli non conquisterebbe null a. un cesto di arance. Poiché ha un senso primitivo della giustizia.

la Calabria è tutta nella famiglia. Si veda a che punto è relegato il pi acere. ma non può sfuggire a nessuno questa attitudine del calabrese al sacrificio. funzionari. dividendo con la famiglia paterna il salario e lo stipendio. la Chiesa e lo Stato. Tutte le rovine familiari e individuali della Calabria dipendono dallo sganciame nto della vita familiare e da questa struttura. Per maturare un figlio che diventi avvocato o medico o prete. strano in un popolo d i virtù tanto primitive. e di molte fortune che non si possono più tentare. si sono ritrovati coi capelli bianchi. Si pensi che umanità pr eziosa si può cavare da gente siffatta. sono le molle dell'esistenza. carabinieri. E le sorelle andranno a marito per ordine di età. all'annullamento della sua personalità di fronte alla legge familiare. solo dopo che il giovane prescelto. e comportano certo il loro dramma: una famiglia intera. per ordine di età. Per quanto l'Italia abbia la famiglia come centro di ogni manifesta zione di vita. Ma questo gli basta per spingersi nella vita. dalla semplice sigaretta all'amore. un intellettuale. e forse neppure tanto dolorosa dacché una tradizione antica ha segnato nel cuo re di ognuno questo potere. Molti matrimoni nell'ambiente calabrese sono ritardati perché la sorella maggiore non ha ancora trovato marito. rappresentano il riscatto di famiglie che non hanno altro mezzo per salire e migliorare la propria condizione se non mett endosi sotto le ali dei grandi poteri costitutivi. un Campanella . Sono qu esti i surrogati fatali dell'emigrazione di un tempo. L'annullamento dell'uomo di fronte alla gerarchia patriar cale ha le sue ragioni. e già predestinato. Ecco una v icenda solita: sposarsi. È un paese questo dove la dignità. l'emigrazione aveva rivelato che il calabrese può diventare anche u n uomo moderno. Il figlio rimane legato alla ca sa fino a quando non siano in porto i fratelli o non si siano sposate le sorelle . né si è abolito il concetto della differenza tra impiego di tavolino e mesti ere. e in molti luoghi a uno che chieda la figlia minore d'una famiglia. la biografia del calabrese si può ridurre alla rinunzia. intraprendente. L'uomo che entra in una famiglia è considerato subito un soldato e un difen sore di essa. Ma intanto. il contributo finanziario per i dieci o dodici anni della durata degli studi. il figlio maggiore assume la parte di padre.le conseguenze. e dopo quindici giorni o un mese di matrimonio emigrare . molte famiglie hanno sacrifica to tutti i loro membri. e i figli si sono sottomessi se nza fiatare a tali sacrifici. per tirare fuori da uno dei figli. di sacrifici e sforzi eroici. la storia di tante ascensioni dalla vita popolare all'attività civile in Calabria è piena di drammi inauditi. il matrimonio cui pervennero per nuovi sacrifici. alla totale dedizione di sé. Preti. il padre ha imposto a tutti gli altri figli sacrifici di anni. Questi fatti possono parere terribili a chi li considera senza l'animo del lu ogo. l'uomo considerato come partecipe d ella responsabilità familiare e del suo ordine. Sarà in alcuni strati la corsa verso l'impiego e il funzionarismo. I fratelli maggiori. o partire soldato. aspettando la sistemazio ne del fratello minore. non si è ancora sviluppato il senso dell'iniziativa individuale e del rischio per sonale. virile. essendo d'altra parte i calabres i eccessivi per natura e capaci delle passioni più sfrenate. O meglio. In molti casi. l'arruolamento set tennale. la personalità. capace di correre il mondo a suo solo ri schio. avido di vita. Molte vite calabresi sono tutta una rinunz ia. in alcune famiglie numerose. dominano questa regione come segni di quel genio tutto proprio della regione d . un San Francesco da Paola. e dei giovani sulle soglie della vita si sono privati di tutto. e di fronte a un altro impegno per il resto dei loro anni. I maggiori uomini della Calabria portarono sempre in sé qu esto avvertimento: un Abate Gioacchino. hanno affrontato l'emigrazione. e si tro va ad averla terminata vecchio come suo padre. con una dose di amor proprio e di orgoglio molto s piccata. aiutato d a ognuno dei suoi fratelli. e non per sé. Nelle famiglie povere dove il padre non può arrivare a compiere l'oper a di elevazione familiare. la nessuna servilità. soltanto allora i su oi fratelli hanno potuto sposarsi. avendo già dato la metà della loro vita alla creazione dell'opera patern a. Tanto più grave in quanto il calabrese è di sua natura m obile. ha stabilito la sua condizione. la lib ertà interiore. il padre ris ponde offrendo la maggiore. come si faceva una volta. attivo. Questo indica l'annullamento totale dell'uomo di fronte alle necessità familiari. in genere il più piccolo.

e tuttavia i ragazzi sono belli e sani. intatta. il trifoglio che in Calabria è sgargiante copre di colore granato i poggi. queste cose non si ve dono altro che in chiesa nei poveri villaggi calabresi: in chiesa è la calma e la pace e il lusso dovuto alle cose divine. e le donne tornano dai campi la sera con un mazzolino di fiori per la Madonna vestita di azzurro con una parrucca d'oro sot to la corona grande. È uno dei fenomeni più incantati della Calabria. tutta la mob ilità meridionale è fissata in queste rughe come i moti della terra sull'intrico di linee dei sismografi. le nocciole . piccolo come possono essere piccoli i bambi ni già vestiti da adulti.i abbracciare le grandi idee di abnegazione. di superiore all'uomo. del croco. Poss o immaginare che il ragazzo rimasto solitario nella chiesa vuota nutra chissà qual e inconscia vocazione verso le cose alte e nobili. e poi gli oleandri. e si appiatta dappertutto per assistere da vicino ai misteri che si celebrano. A tratti. Sono tornato in Calabria dopo molti anni. hanno la natura per trastullo fantasioso. dai frutti. i piedini nuovi e paffuti come le sue mani giunte. La sua preghiera consist eva nel guardare tutto all'intorno. La ragazza è appena nuova. Il lino azzurro fa laghi di gemma nei campi. le zagare: l'aria è un profumo fluido che s i respira come un'atmosfera sensibile. e dice che si farà carabiniere. un bambino era rimasto nella chiesa vuota. chi parla è come se mettesse inavverti tamente la mano sul tasto pronto di un organo. di solenne. belle le donne. e poi le ciambelle e i dolci delle feste. tutto è grande e maestoso. e poi tut ta la gamma dei verdi. dai fiori: le castagne. mediterranea e interna. di richiam i e di canti. una intera frase arriva ai vostri orecchi. Saranno . I ragazzi sono la maggioranza dei frequentatori nelle chiese. e poi la canna quando è verde. e tra un colore e l'altro quello della terra ora grigio. sedute sulla soglia d ella porta. Per poco essa è so spesa in quella stagione sublime. d'un colore che nulla in torno ha. è la coabita zione con gli animali. nel vecchio e scabro abitato: il colore ielle cose nuove della natura. Tutto è bello. ora color della fe ccia. di suoni e di voci. striscia fino ai pie di dell'altare. l'ordine. la terra più se vera e più scabra che sia in Italia sorride. Per questi due mesi l'anno. poiché è di maggio. Terminata la cerimonia in chiesa. Mi domando che cosa si tirerebbe fuori da ta nte e così ardenti vocazioni se questi ragazzi vedessero altri aspetti della vita e della conquista umana. di impersonare la missione dell'uom o nel viaggio verso la giustizia. Fuori è un mucchio di stracci. e i fiori posati da vanti alle immagini. dei germogli delle piante e delle foglie tenere della lattuga. ella si le va con la sua bellezza ignara e gli occhi sereni. i simboli e le immagini. Qualcuno ha visto i segni della forza e della potenza nei carabinieri. le noci. Qui intuiscono qualcosa di alto. ed è tutto un esclamare vago e diffuso. È il tempo che bisogna visitarla. le parole dette. i loro giocattoli sono d ipendenti dalla natura. la gerarchia. le preghiere mormorate. e dagli stracci. nella stagione che dura sessanta o settanta giorni. e d'autunno la creta molle per farci le sta tuine. tras mette a distanze enormi i rumori e i suoni. dalle tane oscure. orientale e boreale. sotto il cie lo di cristallo che prolunga la sera indefinitamente in una chiarità di altri mond i lontani nel firmamento. varia . non si sa di dove. ora giallo e bianco abbagliante. Qui i ragazzi percorrono gloriosamente le feste e le stagioni. l'olean dro quando si scorteccia facilmente. simili a quelli di tutta la be llezza e la gioventù del mondo dove che sia. da quello colore della muffa a quello gemmante come il mu sco. dei co lchici. in un'eterna felicità di voci umane. f orti gli uomini. come su un'onda della radio. f anno un pubblico turbolento che si aggrappa alla balaustra. perciò tutto è popolato. Ne ho visto uno che a dodici anni portava un paio di pantaloni con due bande scarlatte. Sta va inginocchiato dietro un pilastro. in paesi come questi formano la stagione incantata. La primavera è allo stesso modo sospesa sulla Calabria intera. e l'universo considera to come una sola famiglia. di scampanii di pecore. e ho riveduto queste eterne cose. Se dappertut to l'infanzia e l'adolescenza sono la primavera del mondo. Così sono maturati fra noi i mi gliori uomini. coi piedini nudi non ancora appiattiti dal troppo cammin are. L'aria è trasparente e sonora. accanto ad esse è la madre nera cosparsa di rughe che registrano sul s uo viso i dolori sofferti. Ho riveduto le ragazze nuove di quest'anno. e poi la fioritura degli asfodeli.

dalla storia e dagli uomini. e per un occhio come quello dell'italiano. abituato naturalmente a distinguere le età della terra. mercantili e civili della cost a. Scendendo lungo il corso del Rodano. appaiono il cipresso e l'olivo. di ogni slancio verso l'inconoscibile e il cielo. Ci si trova in una regione combattuta dagli elementi e difesa dagli uomini. La distanza che oggi in auto è breve. il cielo si apre. col suo colore di terra antica fr a i colli digradanti dal balzo abissale dei monti.le sue montagne ad amplificare e armonizzare le voci. la Calabria impervia per cui era un mistero quello che si trovava dall'altra parte delle sue montagn e o nei suoi altopiani solenni. come i ri cordi della vita pubblica romana in tutte le città della Provenza. i castelli abbandonati. Dopo tre ore mi r itrovavo sulla spiaggia calda del mare fra lo scampanio dei greggi e le loro sch iere ordinate che andavano brucando in fila e avanzando compatte le erbe magre d ella spiaggia e l'arsenico. dovette appari re a quel tempo enorme. Conoscevo la Calabria che si percorreva a piedi o sul mulo. Prima di scoprire l'archeologia delle città provenzali si scoprirà l'antichità della terra di Provenza. e la loro antica t radizione monacale. i paesi disertati sui colli franosi. di pochi figli. e la viola alpina. vecchia. i fiumi si fanno torrenti e si manifesta la lotta contro i venti e contro le acque. Nessuno sa che sia. le b orgate e le città pingui in una terra ben grassa dove la vite a ceppaia è grossa e n occhiuta come da noi un arbusto. vigorose nella mollezza dell'aria. con la luce che si affaccia alle finestre vuote dai tetti sprofondati. e le città raccolte. è un fatto unico nell'Italia che p ure è tanto prodigiosa. Lassù la vita è chiusa. e tutta l'aria si mette in moto mentre il lume bianco del sole vibra di questi messaggi. qui la natura è capric ciosa. L'abitato rustico prende l'individualità propria di questa sponda del Mediterran eo. tenuta a bada dall'uomo che ad essa adatta la sua abitazione c ol patio e il suo campo difeso da cipressi in fila uniti come canne d'organo. qui in Provenza la gente vive sulla strada. L'impressione è di trovarsi in una delle provincie del Mediterraneo. le torri diru te. si camminava in un bosco profondo di abeti. dal Delfin ato. tra i castagni ancora spogli e irti come piume di aspri sui dorsi delle montagne. Questo mutamento di clim a. coi suoi altipiani interni che paiono d'una co ntrada boreale d'Europa. primitivo e raffinato. Ho ritrovato la mia terra più bella di quanto non sospettassi io stesso. suscettibile di ogni perfez ionamento. La massa della Francia fino al Rodano è compatta come la configurazione del suolo. Le voci sono pronte. Avev o trovato la neve nella Sila. le crete aride. è nuova. l'aria diventa più vibrata e viva. La Provenza è vecchia come la Grecia e l'Italia. sarà l'aria lieve e pronta. Da Rouen a Bourges la s toria locale è chiara: all'epoca delle chiese gotiche e del castello feudale succe . per sentirla allargarsi e diffondersi. come spiega le fero ci passioni e insieme il discettare più filosofico e cavilloso. patriarcale e avventuroso. di natura. dalla Borgogna e dell'Alvernia. La n eve andava ricamando sui rami e sulle gemme i suoi merletti. le fioriture enormi di certi poggi. cioè rifatta dagli elementi. Ma la gente si chiama da poggio a poggio. e spiega molta storia calabrese dibattuta di continuo fra le stirpi indigene dell'interno e i popoli nuovi. Una distanza di continenti. e in due o tre ore. qualcosa rende più vivaci: siamo in Provenza. questo appare proprio un altro mondo. è carica di parole. come a molti di noi nell'infanzia appariva ancora insupe rabile. sveglie. di paesaggio. fra tribù pastorali e greci. e la sua vecchia consunta sponda greca dell'Jonio. la piana si anima di fattorie e di armenti c on un senso di presepe. Si stendeva infinitamente quella sponda greca che da Crotone si prolunga fino al Capo Spartivento. in terra fra la nev e aveva bucato il croco violetto e azzurro. Non si tratta soltanto di alcuni richiami evidenti. Questo spiega pure il carattere dei calabres i. le rocche medievali sugli sproni dei monti. Lassù i fiumi sono contenuti in una terra sicura e qua straripano. riservata. A chi scende dal Borbonese. Su ll'Altipiano Centrale la foresta è ancora druidica. LA PROVENZA "INTRODUZIONE ALL'ITALIA" I vecchi libri dei viaggiatori francesi parlano della Provenza come d'una introd uzione all'Italia. si sent e il mare. quelle che vanno da Atene a Barcellona . Si può pro vare a pronunziare una frase a voce discretamente bassa. eccessiva. Ora la Calabria si può percorrere in lungo e in la rgo con le strade tra le più belle d'Italia. parla animatament e. l'abitato rustico scarso.

ed è ancora quell'acqua della sorgente cui Nîmes deve il suo nome e intorno a cui fu fondata la città. Alla fine. E allora si vedono le numerose famiglie provenzali. tre suoi foglietti pieni di fr izzi in cui si prendeva gioco delle squisitezze parigine. né il C omune né la Signoria. dove tutti vogliono comandare. l'acqua corre a ncora in quelle piscine adattate a fontane. parla fino al Cinquec ento di Nazione Provenzale. I fr ancesi hanno in compenso gratificato la Provenza d'una stima assai modesta. Unitaria ma federalista. Per conto loro. un eccesso di sensibilità". i provenzali tutte le volte che hanno avuto da dire nell'arte e . È l'unico popolo che possa dare l'immagine di quello che fu il ciarliero popol o ateniese coronato di cicale. i provenzali sono facili a imbastardire nel feti cismo delle mode straniere che ha poi per suo contrapposto il senso dell'avventu ra e del cercar mondo anche proprio di loro. proprio l'unità darà un carattere alle città provenza li: il Cinquecento e il Settecento. hanno bisogno di animars i e di crearsi uno scopo alla loro animazione. Di questo anche noi italiani sappiamo qualche cosa. chius a tra le sue mura. La Provenza al carattere e all'aspetto è tutta nei suoi uomini : Mirabeau e Thiers. Firenze. Perciò essa prese l'iniziativa di tanti rivolgimenti francesi e si oppose poi ai loro eccessi. senso profondo della propria civiltà e non in quanto cucina abitudini e usi. arriva difficilmente all'universale. Quel luogo dei giardi ni di Nîmes è assai bello. Ma non ho mai ascoltato un brontolare più vivo di quello che nei giardini di Nîmes fac eva un vecchio provenzale seduto davanti a un bicchiere d'assenzio. poiché la popolazio ne è greco-romana e ligure. perché universalità è tipicità. Così l'intelligenza provenzale. ha caratteri così contrastanti da irritare quelli che non capendoli li trovano tortuosi e pieni di "combinazion i". Si possono dividere i popoli in antichi e moderni a seconda che hanno tempo per parlare di cose che non portano utile. essa ha serbato quello che per Renan è il senso dominant e del Cristianesimo. le fiere. Poiché lungo il corso del Rodano en trarono in Francia la cultura greco-romana e il Cristianesimo. colui che legg eva quei fogli mi pareva senza età come quell'acqua. un'Italia in cara tteri minuscoli e domestici. Ma della Provenza si pot rebbe dire che è un'Italia andata a male. un'Italia mal sortita. si radunano volentieri. poi fino a oggi di autonomia provenzale. incapace di obbedire senza brontolare. le feste. e anche della sua disgregazione. gli uomini coi ragazzi sulle spalle. la personalità alla disgregazione del sentimento civico e nazionale. L'insegna della Pr ovenza è la famosa cicala ciarliera. non fiorirono Comuni né Signorie che resero tempestosa ma avventurata e profonda l'Ita lia. "Lou solèu mi fai canta": il sole mi fa cantare . ha una stor ia comunale per quanto il comunalismo non vi abbia recato che frutti amari e nie nte che regga al paragone di Siena. le don ne coi bimbi in braccio. di amore dell'assoluto. costruito nel Settecento su terme romane. Daumier e Cézanne. fosse la Convenzione o Napoleone. Zola e Vauvenargues. E tuttavia è una r iserva per la Francia. Che siano le lotte di tori nelle vecchie arene romane ancora frequentate. Gelosi delle tradizioni locali. e con più accanimento i vecchi. il più recente è Charles Maurras. né Roma né Atene. dell'intellettualismo e dell'arrivismo. della moda e dei misteri della fama. Detestano il pariginismo che pesa tanto sulla Francia intera. Leggeva stando seduto. Egli lesse p acatamente a un gruppo d'amici che si trovavano là. I provenzali parlano volentieri. quella che serba più vivi certi caratteri di cavalleria. ma co me animo e ingegno. Ebbe la lotta civile ma no n la prosperità civile. senza asprezza e col ritmo di un epigramma. La foga e l'estrema s ecchezza. I pr ovenzali. e dove l'individualismo spinge all'invidia. I provenzali sono irrimediabilmente antic hi. "la rivalsa delle parti inferiori dell'umanità sulle superior i.dono secoli di vita accentrata che impoveriscono i focolai di civiltà locale. è sensuale pagana e cristiana. Venezia. i suoi pensieri forbiti e acu minati sembravano di qualche antico nel chiacchiericcio del Foro o del Pecile. dove non riuscì né il feudalesimo né il principato. né il Papa né la repubblica. i balli popolari e i fuochi d'artificio. Ora. i suoi uomini fanno una macchia d'olio nell a vita francese. parlano della loro terra come d'un mondo nella nazione. se nza declamare. Però la Provenza rappresentò la borghesia del vecchio regime oppressa dal feudalismo celta e sempre in lotta con lo strapotere della Capitale e diffidente del poter e centrale. La Provenza si stacca da tutto il complesso francese.

sotto altri cicli. per simpatia della pietra. È ancora un riflesso del mondo antic o riconoscere la patria in una sommità. verso i Baux. ha il sentimento della patria locale nella patria grande. come là. da qui. Dall'altro versante è la Camarga. cui legare la nostalgia e la gioia del ritorno. ma la Provenza è Roma. e mai come a Roma. nel profilo d'un monte. sulla strada che percorse Cesare. quest'altra è fantas tica e umana. una specie di i nfinito della terra come sanno combinarne i fiumi impetuosi alle loro foci. ce n'è. vecchia e ossificata come i secoli. allontanandosi come echi sempre più fievoli. e hanno l'eternità dei secoli. diventano cav e di pietra. sul colle tagliato con la liscia parete della cava. germinato da quella durezza. In questo non ci può che la natura col suo modo di atteggiare i monti. e non è altrove l'Acquedotto romano sul Gard . ed è che essi discorrono delle loro ves tigia romane senza nessun riferimento a Roma. lo ntana quanto la vecchia strada che dal Foro partiva. sulle Basse Alpi. contro il vento che qui si chiama mistral e che arriva sulle coste settent rionali del Tirreno dove si chiamerà Provenza. e in definitiva rinascimentali: Parigi s arà Atene. Perciò la sua storia è sconclusionata.nella vita francese l'hanno richiamata a certi termini latini. di qua passava per prendere il nome della provincia seguente. come a Grange. e una natura sottile come quella del Mediterraneo lavorata dalle piogge dai vent i e dal mare. Cézanne ripropone alla p ittura francese i grandi temi classici. grigio su grigio. E a un certo punto leva i l suo viso colore di terra. i colli. Inso mma. nella Crau. La Provenza ha q uesti volti e i caratteri della bellezza antica. così la porta di Nîmes si chiama Porta di Spagna. Un fatto colpisce parlando coi provenzali. qua prospero e ordinato. là stepposo. intatti quasi come sono spesso intatti i monumenti romani in Provenza. Arles. Questo è il patriottismo. confusa col mare. Si ritrova spesso il ritmo di certe visioni romane come di ricordi che sorprendono a distanza. come è sempre la bellezza. il Mont Saint Michel o il P uy de Dôme. "il più bel muro del mio regn o" come lo chiamò Re Sole. forse i monti sono i profili e le facce della terra. quando confrontano i monumenti rom ani di Provenza. Ma anche per questo è un freno agli eccessi delle ideologie francesi. più in qua. E al trettanti ne ha la Provenza. naturale e senza scopo. su cui si fis sarono sempre gli occhi dell'uomo. non è altrove. popolato di pastori. verso settentrione. I fi umi che hanno creato questo paesaggio. come a Arles. nel giro d'una cos ta. il paese diviene più arido e selvaggio. poiché la Francia s i riconosce celta e nordica: Mistral è ancora un trovatore. in cui è mescolato il senso della campagna toscana ma come distesa su un più largo spazio. solo che sono più gracili e solitarie nella pianura. Così l'A lyscamps di Arles ricorda la via Appia. ricordano soltanto la Provenza. Sentirete parlare in Francia di alcune sommità famose. il Falero e l'Olimpo. bisognerà girare molto in Franci a per ritrovare un aspetto simile. Nessuno sa in che consista il loro fascino. quella che si ritroverà poi a passare sotto gli Archi di Nîmes e di Grange. il Soratte o il Vesuvio. una regione che ricorda la Maremma e il Basso Po. o del semplice colle di Montmartre. qualcuno rifugi ato su un cocuzzolo. Grecia e Italia hanno cento di questi profili p er riconoscerli di lontano. un'edicola dedicata alla famiglia di Augusto e u n Arco. s egnano la strada romana. nella Francia centrale. le Alpi Apuane o i Colli Eug anei. Il paese sul colle ha un'aria nostrana. Il magro profilo delle Basse Alpi ha lo stesso senso delle Alpi Liguri. come a Nîmes. il paese fatto di piet ra è come se vi fosse nato da solo. l'una sfonda nell'intellettualismo e nel metafisic o cui adatta male l'opposizione tra internazionale e nazione. Roma è presente ma molto lontana. giovane come le stagioni. hanno il profilo d'un parente o d'un amico. La bellezza d'una terra è qualcosa di spontaneo e sen za ragione. so no la Duranza e il Rodano. e sulla via di quell'inva sione ricorda anch'esso l'Italia. di stendere i piani. il Tempio della Fortuna Virile a Roma. e i Greci quando vedevano quel lembo di terra brucia to del Palerò tremavano nel cuore. Perciò la Provenza è cronicamente inquieta. . di montoni e di tori. A Saint Remy. arido. paludoso. la Casa Quadrata di Nîmes. ma il gran teatro di Grange. e in una natura simile a quella della campagna piemontese. come qui. è la veduta della piana di Avignone c oi suoi cipressi stretti come nel fondo del quadro tizianesco della Venere del P rado. Più a occidente. questa pietra servì sempre a costruire i paesi sui colli aspri e denu dati. colore di scavo romano.

ma semplice bestialità. E il ricordo più vivo è nell'Arco di Augusto a Nîmes. e anche il vello sfr angiato delle bestie piccole e il piumaggio degli uccelli da nido. una frase appena udita. Sono i ricordi d'un'abitazione preistorica. e guardare la madre pensando che è bella. e non siamo al distac co dell'estate. Così si capisc e che i frutti (i pomi. È passata l'inquietudine della primavera. Siamo in un mese tranquillo in cui si sta bene insieme. È un mese sano. ma una grazia semplice e devota essa può stare nel bicchiere della casa quieta o in chiesa. Quando Augusto vi passò. ma ora l'aria è della stessa temperatura del corpo umano. Ieri era ancora troppo fresco. questo è un ricordo vivo del mo ndo romano quale appariva e come pensava. E gli occhi delle creature d iventano chiari. disposte in modo animato sembrano un f ocolare abbandonato. lungo i recinti delle ville. i floridi e vegetali capelli dell'infanzia. Come in un ambiente favore vole. un gesto. Hanno tanti capelli sulla testa che fanno meravigliare. Voglio dire che una certa eleganza in qualche modo speciosa e fragile d ell'architettura francese è già nell'architettura romana in terra di Provenza. fra poco farà caldo. una belle zza non più vana come è solitamente della rosa. perché ricordano appunto queste cose. in nessun'altra stagione dell'anno si fanno queste c ose. ma qualche elemento che si potrebb e dire neoclassico in confronto al classicismo è già qui come sarà poi in tutti i rito rni neoclassici francesi. Ma i visi umani hanno il colore di quando si specchiano in una bell'acqua. gli operai non avevano fatto in tempo a terminarlo . resti d'un lastrico che forma quasi un'impronta di passi su l deserto. Roma è distante venti secoli. Non siamo ancora al tempo che le donn e piangono e gli uomini diventano bruschi con l'inquietudine della vastità estiva. E anche l'arte romana qui. Ma i f iori sono troppo grevi diggià. amici miei. Anche per le rose c'è una bellezza buona e familiare. Se sentite gli innamorati lungo le spallette dei fiumi.Nei discorsi dei provenzali. più tardi avranno i c apelli vivi dei ragazzi. perfino il Tevere. e di ridire quello che si vede. senza suscitare pensieri p rofani né significati nascosti. senza mutar e struttura. Ma diciamo un po' come li portano le l . rigoglioso. poche pietre nella maremma. prendeva il colore dei luoghi. tra la Maddalena e il Palazzo Borbone e le ville versa gliesi. li portano fuor i. perfino i nostri. le mandorle) sono ancora immaturi sotto la calugine e la peluria che li copre. Tutti sembrano ricordare d'improvviso qualche cosa di urgente. Dal vello che copre la loro testina . come si pens a che il cielo è trasparente e come si guardano i fiori. poi non lo terminarono mai più. non hanno più di tre o quattro mesi. Ma stavo parlando dei bambini. sono troppo grandi e maturi. Non s oltanto le figure che ornano gli archi di trionfo sono di Galli coi baffi appesi sotto il naso e i pantaloni. parlano di cose semplici: è il piacere di dire cose umane. Siccome l'aria è buona. Bisogna pensare che pure i fiumi più torbidi diventano verdi. Risalendo da Arles verso l e Basse Alpi. un ricordo di quando non ci si conosceva tra amanti. insomma una b estialità di tutta la natura. e perciò non c'è niente di male a guardare un bambino port ato in braccio dalla madre. le genti lontane la ri cordano col mondo nel pugno. ed era il mese scorso quell'altro tempo in cui venivano alle labbra domande com e queste: "Mi vuoi bene? Mi ami? Sempre?". poiché il tempo è buono. È un tempo di mezzo. si capisce senza neppure esser troppo pratici quanto tempo hanno. È lo stesso per i bambini. naturale. Quando i bambini sono così. che crescon o ritti come il fieno dopo la falciatura. e non è altro che l'aspetto di un viso. ESTATE IN ITALIA Giugno è il mese che si vedono molti bambini. Una parte di quest'arco non è f inita. non soltanto i nomi iscritti tra le panoplie sono gallici con una terminazione in us e in osus. È un tempo raro nell'anno. il corpo umano fiorisce. una memoria lontana. sembra naturale accostare le altre p ersone nella luce nitida. Niente l'offende come non offende i fiori. libera e chiara. quell o che ha detto uno che non si conosce. Il segno più antico della Provenza si trova in Camarga. C'è una bellezza per tutti e fiori per tutti. ma libere e autonome. fra noi. e per questo ridiamo. come era solita del resto in tutto i l mondo. Ci si ferma per istrada. E perciò si guar dano i bambini che hanno le mani semichiuse. e si domanda qu anto tempo hanno i bambini. e nella pianura vasta fin o al mare sembra che di qui qualcuno abbia spiccato il volo lasciando la sua orm a.

si stringeva sotto la grondaia al suo uomo nella pioggia di primavera. Si portano i ra gazzi perfino nel chiasso dell'osteria. hanno i l viso veramente nudo. al nostro paese. Questo è un segreto della nostra vita. e son tutte del colore del loro seno. pen sano alla gioventù infinita e alle sempre stesse parole. piangeva. E la madre appartiene a loro. quando gli animali sono buoni.. Quando vengono di queste grandi indulgenze plenarie fra di noi. forse un angolo minuscolo e ordinato della natura. E vedono i ragazzi grandi che si cominciano a o rientare nel mondo. Chi pensa alla bellezza? Si rasentano come si ra senta il forno del nostro pane.. la vigna con le fogli e spante sul grappolo che matura. E ora nuove schi ere di altre donne camminano sotto gli alberi. nessuno immagina dove si portano. una t ana di formiche o un cespuglio. Perché aveva i bambini. e i marmocchi stanno a guardare coi loro occhi incerti.". che perfino gli uomini se li caricano in braccio? Partono famiglie intere e vagano nell'aria saporita. Mi disse che non era stato mai a Sorrento. Guardava malvolentieri. le sono legati. ella si fida di noi senza timore che gli si faccia male. Ci se ne accorge in città dove già alla fine d i giugno gl'innamorati hanno cominciato a disputarsi e a leticare. feci conoscenza con un piccolo uomo vest ito di nero che guardava il mare sospirando.. e lo sanno soltanto loro. calme e paghe. Luglio è il mese che separa le persone. si pensa alla vita Non si possono dire belle. Vedono la strada. è un mod o nostro di godere il mondo. curvi sul braccio come su un balcone. con un'aria di appr endisti. all'umore delle piante. vedono gli altri bambini. "Ma tu m'avevi detto. hanno gli stessi sguardi come se niente al mondo avesse importanza che quello sguardo fisso. Il primo istinto è offensivo e aggressivo. rideva. gente dei paesi della luce. Il mare era bello. un mese sano. che è bella perché ha un bambino e per questo anche è in pace. si pensa che v errà l'autunno che riavvicina. Si sta tranquilli come in seno alla natura qua ndo tutto opera per suo conto e non c'è niente di male. e le donne sdraiate a prua facevano pe nsare soltanto alla felicità. il cielo grande. nei viali sol itari e nelle ville non si sente altro. Se apriamo con un dito la mano al piccino. È tutta una q uestione di clima. Gli pareva troppo bello pe r un uomo solo che non poteva offrire queste cose a nessun altro. tutto si accomoda. O stretti con un braccio sul seno. vi buttano in faccia una manata di polvere. Non giova neppure all'arc . non si capisce poterla gode re da soli. Questo. Si pensa che sia festa. quasi non vole va vedere. Abituati alla bellezza del mondo. l'inverno che chiude. come se fossero appiccicati al ramo e come si vede nelle statue della Madonna. Quelle di ie ri passano col piccino appena impastato. Essi sentono certo la madre. vedono le pe rsone. guardano l'acqua che corre. noi soli possiamo sentirle come si sente l'aria di casa nostra e le voci famili ari. Soltanto noi sappiamo parlare a una donna col suo bambino." Superato questo mese. col ventre pieno di amore. ed era napoletano. e non poteva andare in un luogo bello da ved ere senza i suoi bambini. il campo del nostro grano. le barche carich e di gente felice navigavano leggere. e sotto di loro si scorgeva l'acqua profon damente limpida. nessuno lo può capir e altro che noi. ma accanto a loro non si può pensare a male. e non s iamo altro che istinto. Ora ci andava perché era obbligato. e questo è il primo sveg liarsi dell'uomo giovane e nuovo. Ricordo una giovane madre di campagna che fu invita ta a un gran pranzo. un mese realistico. Ci si sente animali. Nessuno di noi può godere nulla senza pensare a casa sua. Che significa questa grande uscita dei ragazzi? E portarli fuori in questo modo. su una mano quando sono fasciati. O sono occupati a distruggere qualche cosa. No. grande. "Ma ti giuro c he non l'ho più veduto. voci arrivavano e canti. niente altro che per prendere l'offensiva. non era mai stat o a Sorrento. Ma i piccoli appartengono ancora alla madre.. Se nessuno fa lor o attenzione. andando su una nave a Sorrento. e soltanto noi lo possiamo capir e. Fanno pensare al latte s correvole. un mese non romantico. e siccome la roba era buona si mise quasi a piangere e non voleva mangiare perché non poteva far saggiare la roba al suo bambino. È un modo italiano quello che dice "Chi mangia solo si strozza". Questo è un mese senz'ombra. E una volta.oro madri. Aveva quarantenni e non era mai stato a Sorrento. Se si pensa che ancora due anni fa ella v olava come le sue compagne. Il piccolo uomo vestito di nero guardava assorto. stanno curve sulle spallette del fiume abbracciate al loro uomo. e invece la festa è tutta nel la luce.

con tutto il lor o essere. quando il sole è sull'orizzonte e fa una luce radente sulla terra. col brivido del meriggio. si scorgono gli oggetti più lo ntani. Tutto il creato si ricorda della natura e anche i colori artificiali delle vesti sple ndono ricordando i mari. sui piani e sui mari. al più lieve tonfo scattano fuggendo a raggiera. in qualche recesso profondo o in qualche solitudine aperta. gli alberi dell'estate si levano reali e carichi di frutti sui campi mietuti . più realistica e umana l'arte. buono alla terra. poiché mai il cielo è. palazzi e cattedrali. i papaveri. È l'ora in cui si pensa all'eternità dei g iorni. È la grande ora. ripo pola le chiome degli alberi di quel mistero che fa rimpiangere la terra e la gio ia della luce come se si fossero perdute. le più belle facciate. Dalla pr imavera brulicante di piante e di creature. l'ombra torna a modellare le facciate e le cattedrali. Alla stessa ora. Se non si conosce all'alba il passare a frotte delle persone che vanno a spigola re. da Stoccolm a a Palermo. la terra sia divenuta gr ande e avventurosa. mentre i frutti sono appesi agli albe ri. In altri tempi. come ora. di quelle che vanno lungo i lidi a raccogliere i frutti di mare. sulle colonne istoriate e sui monumenti si legge fino all'ultimo bassoril ievo nel più alto rocchio e nella più alta cuspide: si pensa all'infinito lavoro del la natura e degli uomini. Questo è un mese ch e rende vasti gli orizzonti. Forse è questo il mese in cui si prendono le fotografie per le cart oline illustrate delle città. con tutte le loro foglie. grandi le strade: è un mese che più volte ha aperto le .hitettura: i più bei monumenti. irrompe nelle botteghe piene d'ombra odorosa di merci come del ricordo di un mondo che f u natura. Un nuo vo ciclo della creazione anima l'universo. Verso mezzogiorno si può sorprendere un aspetto di questo mister o. Voglio dire della solitudine che è nella natura. un moto che invita a inseguirl o. e il canto nuovo degli uccelli che hanno abbandonato il nido. un vento fresco corre a scuotere quella immobi lità. il rosicchiare. Ma non soltanto di questa solitudine nella luce io voglio parlare. ed è simile al rombo del mare che si riode nelle conchiglie vuote. agita le tende e fa ondeggiare le vesti. più disti nti gli alberi e l'architettura più ordinata. di tutti gli animali del creato. più chiari e dritti anche i pensieri. perché proprio di questo mese si formano i nuovi branchi dei pesc i e degli uccelli. i fiori dei prati. Nei mari le nuove famiglie dei pesci si accostano all'acqua tepida delle rive. sotto q uesta luce impiccioliscono si scopre quanto sia grande la loro vecchiaia calcina ta dai secoli. Qualcuno. s ono come essa trasparenti. Non soltanto albero per albero e foglia per foglia sono netti nella luce. È una breve sosta. quel sommoversi del ve nto percorre le vie della città. assorte. che dove la luce è più grande l'uomo è più solitario e più suo. gonfiare le vele. uomo o animale. forse è proprio questa la stagione in cui. e l'uomo conta il suo raccolto come riepiloga i suoi pensieri. fugg endo i cattivi raccolti e andando incontro a terre più propizie. di questa stagione emigravano i popoli. fa suonare e imbaldanzire le foglie. le città mostrano ugualmente le loro strade profonde fiancheggiate di chiara ombra. di questo mese. crede di sentir passare furtivamente e senza las ciar traccia né impronta. Si distingue foglia per foglia sugli alberi. dalle città di maggio e di giugno dove la sera pare che a torme gli uomini vadano con passo lieve incontro alla gioia. come gli animali docili in uno slancio di amore verso il padrone: stan no immobili. come se bevessero o fossero bevute dal sole. Esiste una separazione nella luce e nella natura. le piante e i fiori stregati dal sole come le donne e gli uomini sull e spiagge. Si sa che la luce isola l'uomo. tra il rombo esaltato delle macchine e le voci dritte come voli nell'aria legge ra. negl i uomini intenti al lavoro dei campi: è la solitudine dell'opera compiuta. e i passanti vestiti di chiaro. Gli animali messi in allarme inse guono con gli occhi la preda invisibile. delle cartoline illustrate. Dal profondo dei boschi. come di chi fora la carta con uno spillo. e tra poco si sentirà lo squit tio delle volpi. a quelli che furono e a quelli che saranno. dei mietito ri che partono lontano. C'è qualcosa di occulto che passa fra terra e cielo. del r iccio nei boschi. la stagione ferma e lontana come una memoria di breve viaggio. una sazietà di tutta la terra. Soltanto verso sera. non si sa come. Le piante si tendono verso l'alto. ma anc he gli uomini. Le vele sembrano ingi nocchiate. una visione aspettata da tempo o una preda. a tante ma ni quante foglie passano sul mondo.

e per nulla al mondo avrei sottratto alla sua casa la luce d'una di quelle ca ndele comprate con tanta previdenza a Milazzo. lieve. sorpassato i l promontorio. dopo cena. Il bastimento scricchiolava a ogni giro d'elica. Sembra che quella terra viva d'una vita cieca e istintiva. lucente. Credo che mentalmente egli calcol asse le ore da rischiarare nella sua isola. presenti. Conobbi in un albergo due abitanti delle isole Eol ie e si cominciò a discorrere. che un nuovo strato si sovrapponga agli altri che si distinguono come coluri di vario colore. tornarla ad amare come l'amano i ragazzi. a picco. avevo in mente tutt'altre cose che d i andare a fare esplorazioni. Nel me zzo Lipari. E pe r tutta la sera smaniò di comprar lumi. ora denso e lucente come un cristallo. Ai piedi della montagna un gruppo di abitazioni è av volto in una polvere densa. A dest ra si scoprivano alternamente le altre isole: Panaria come una balena boccheggia nte. ma che cambi positura. questo è il tempo per l'uomo di riprendere contatto con le forze della terra. con le case fatte di pomice chiuse da tetti piatti. con le sue case orientali. La terra in fermento è un nemico per i futuri e non per i presenti. quand o il bastimento si mosse. Non che la terra poss a andare in perdizione. fra cui ve n'è uno ch'è la schiuma della pomice. Gli abitanti delle isole mettono ogni calcolo orrido nell'ordine naturale delle cose. di Stromboli.strade delle guerre. nell'incrinatura. Tra le quattro isole che si vedevano correva quasi un'armon ia di costellazioni. dalla montagna bianca di pomice si affacciano gli uomini da tutte le finestre scavate nella montagna. Come spuntato dal mare. tra cui nulla della vita degli uomini che furono si ritrova. L'ARCIPELAGO FAVOLOSO A Milazzo. dormirci sopra. C'erano a poppa due corone di rose e non si potè appurare qual e signore fosse morto nelle isole. co me in procinto di chiudersi in una terra deserta.m'imbarcai con la stessa inquietudine di chi vada al le isole Fortunate. traversando gli orti di Milazzo. Poi. Terra sempre nuova e da creare. La mattina dopo . Le isole. lastricata di cacti. poi. come vasi ben costruiti: su di essi battono i costruttori fino a che si ode tuonare la casa armonicamente come un gigantesco vaso di coccio per cosso da nocche mostruose. era una striscia tremante e fulgida. a guardare il deserto mare schiumoso sotto il maestrale e le isole in fondo ferme e nette sulle onde incerte. Le aperture fatte nel minerale sono stranamente incorniciate da strati diversi. francobolli. Uno di quei compagni. risentire il suo anti co odore. giurò che a rimanere un giorno di più a Milazzo sarebbe mo rto di noia. e delle costellazioni avevano la fermezza e la vecchiaia e stupefacenti per questo: ché in esse la vita della terra e degli elementi era domi nante. Un omino magro e nervoso. una pioggia fitta e sottile irrorava le corone di fiori a poppa. corrose e sezionate dal mare avevano contorni netti che parevano incrinare il cielo. si scoprì il cratere di Vulcano. Il cielo. il cielo si aprì e il mare apparve nero come il catrame e corruccia to. La temono come un padrone che concentra in sé tutti i poteri. piantata com'è sugli abissi. andammo lungo la spiaggia di ponent e. Primo. facendogli intendere che mai sarei passato da lu i. e il millenario lavoro umano. Mi decisi a chiedergli l'itine rario d'un viaggio nelle Eolie. distese una sull'altra. frutta. i semi e le radici. l'arcipelago si parò nel fondo. Stromboli con la sua bandiera di fumo che segnava la direzione del vento: scirocco. considerando tuttavia se stessi. a picco sul mare che ad ogni spostamento del naviglio parevano alter narsi e cambiare luogo. Ed è pure questo il tempo per coricarsi sulla terra: ricco o povero. In una rada di Lipari. Poi improvvisamente. aspettando il treno per Palermo. Fra la polvere si vedono figure apparire e scomparir . due scogli bianchi e aguzzi fra l'impetuosa corrente del canale. cocci. a sinistra. in u na contingenza fuori della legge dei secoli. avvertire come sale in noi la sua forza tranquilla in cui giacciono i minerali e le acque. fiammiferi.pioveva . con le sue sette montagne senza riva. potente o deb ole. al di sopra di ogni traccia della vita degli uomini i quali ad ogni picco sul mare hanno messo immagini sacre in tabernacoli. m'incuriosì quando. si fermò a ogni striscia di te rra riconoscendo le piante più familiari e gridandone il nome con entusiasmo. di pomice bianca sormontata da una montag na bianca bucata regolarmente come un immenso bugno. autonoma.

poi m . Allungo la mano verso il cancello. saltellare per la spiaggia. a cavallo dell'asino nero e nano. addentati dalle mille bocche della foresta dei vapori. che sostengono il cielo come una tenda. dicono davanti a quegli scogli e al mare: "O ggi è mansueto. Tre donne sulla scala esterna d' una casupola. penetra dovunque. i davanzali. Come una bestia che appaia di sorpresa. Il signore dell'isola. tanto che dapprincipio n on si capì bene se non fosse un lusso straordinario. bianche di polvere le modanature d elle finestre e delle porte. le sole abitatrici del versan te orientale. uscita d a un racconto cavalleresco. quell a che spande sul mare un fetore di idrogeno solforato. Ecco. I due uomini che mi accompagnano. Mi sembra di bere le sue fattezze di maga decaduta. La foresta dei vapori domina l'isola. circondata da soffi di va pori di zolfo e di anidride carbonica per tutta l'insenatura d'approdo.e a capo basso. Il Ciclope allora m ugola come un cane che sogna. mi porgono un boccale di vino. fra pian te gracili nella palude salmastra. chiuse in certe uose grigi e ed alte si trascinano in terra. Il padrone di Vulcano risiede a Lipari. quel tal Bacco peloso. al riparo da quel mondo in fermento. galoppante per la china brulla. I balconi di ferro battuto sono crollanti. fa un vino malinconico ed ha l'unica fonte d'acqua dolce di tutto l'arcipelago. attraverso una stanza terrena soffi a su di me il fiato pestilenziale di una bocca di zolfo. s otto la montagna coperta di lava: i contadini delle isole vicine se la sono spar tita e vanno in barca a guardarsela. Bianchi i letti. rasentando gli scogli percoss i dal mare e fermati in quella positura che è quasi una volontà di movimento. La terr a scoppia ad ogni passo come premuta da un seme che ha aperto una ferita giallas tra e netta da cui sgorga il soffione. Scende e mi mostra la sua vecchia residenza. da lontano. Io vidi la strada dei miei lu oghi tre anni fa. con metodi primor diali. che è terra nera. che mi portò a Vulcano . l a villa che ha dovuto abbandonare. le ringhiere. e io vedo per un attimo il suo viso riflesso nel liq uido odoroso e cocente. piccolo in confronto al suo respiro e al suo sign ificato fantastico. Il padrone. hanno quel rapporto stupefacente dell'arte antica. un po' di zolfo. si spinge sul mare bluastro come il verderame. La casa ha le finestre aperte ed è disabitata. È sua la parte infernale dell'isola. e un Ciclope rachitico che schizza sangue da tutti i pori. per la china cinerea arriva al trotto. un Bacco che era stato emigrante in America. IL TEMPO Anche da noi il Governo ha fatto belle e comode strade. ma glielo dico io che alle volte fa piangere". Ovunque la forza delle pr oiezioni vulcaniche sembra di ieri. risecchisce le rare piante intorno. La gente scalza che sta nel sole invernale sulla baia di Lipari at tende gli scopritori del tesoro. il Bacco barcaiolo mi chiama. C'è una parte dell'isola. prender manate di sassi e gittarli da ogni parte g ridando: "Questa è moneta!". LE STRADE. e Polifemo accecato e furente. e ogni sasso sulla spiaggia fa parte di quel l'ordine violento. Mi accorgo allor a che le grate del pianterreno. Arrivammo all'alba con una barchetta da naufraghi. e risale tingendosi di rosso in un cono perfe tto. Una voce diffusa nelle isole dice che essa ha tracce d'oro. per conto suo. Somigliava a un Bacco tozzo e peloso sino al naso. Davanti agli scogli precipitati in mare . la sua terra che non ha scoperto tutti i suoi segreti. sterile. Poi il terreno sprofonda. le mensole dei balconi cadono a pe zzi.si possono ricordare i Ciclopi. Gli alberelli macerati dal vento. Le sbarre di ferro sono friabili e si frantumano fra le mie mani. Viene avanti la più giovane. impregna gli uomi ni. Gli uomini che compiono quella fatica ne tornano laceri e scalzi. Le macine di pietra tritano la pomice che si leva a nuvoli. Ricordo uno dei barcaioli. come da fiori alti e maligni. Le sue gambe lunghe. i magr i alberelli di acacia piantati sull'argine ancora sollevato come un solco. comune alle opere d'arte incompiute e alle terre vulcaniche. trae da tutto quel purgatorio. Il padrone perc orre sulla sua asina nera. vestito di nero. Qualcuno si affaccia sulla ri va all'approdo del battello ripensando alle felici contrade della terraferma dov e sgorgano le acque limpide e le piante rinverdiscono.e sembra d'udirne il perpetuo fracasso . e la popola d'un fruscio perpetuo. al principio della sua vita: era gialla e appena fatta.

mille gesti sono sorpresi in un attimo. aspetti di e ssa sono un lampo. e chi la percorre ora può avere l'impressione di andar anche troppo piano con la macchina. i cavalli e i muli in fila sulla viottola. Era bello. già prendono confidenza con le macchine e senza stupore. e così il mio spostarmi . invece. Era un lungo viaggio.e la ricordo di primavera: le erbe e i fiori l'avevano invasa. il mondo della natura. si annunziava di lontano. in cui lo spazio e il tempo hanno altro senso cui non ci siamo ancora adattat i del tutto. sperduto sotto il cielo e insieme disforme e unisono. l a macchina che corre rompe la solitudine umana. carbona i. avevano diversi aspetti da miglio a miglio. e dall'alto di quel terrapieno della strada scorgevo i sent ieri secolari disegnati da tante orme. ora era una successione rapida e irreale. né più né meno che se non l'avessero fatta. Così la strada cominciò la sua vita. il percorso di venti chilometri su cui ogni c osa si presentava gradatamente. le automobili. Tutto questo è grande. andava come ero andato io tante volte. e neppure a concepirlo se non come una visione. girava. la strada rotabile. Io arri vai a casa proprio in un baleno. pareva di volare su quella sof fice nube gialla e rosata. si entrava d a luogo a luogo nei misteri d'una comunità umana. nell'a ria erano segnati quasi i confini. e della strada non sapeva nulla. al coro immenso di sospiri. Ci vogliono molti anni per cancellare un sentiero su cui sono passati uomini e uomini per trecento anni. Oggi io posso percorrere quella mia strada in venti minuti. sul filo di questo ricordo. canti. opere. Ma per noi che la percorremmo a piedi o a cavallo ogni cosa h a cambiato senso. tanto che nelle mie fantasie puerili sognav o talvolta che tutti gli uomini a un segnale dato si mettessero a gridare o a ca ntare. la prima volta. io e le cose eravamo presi dalla fretta. e alla fine il dado azzurro dell'autobu s animò di sé il paesaggio. a guardare quella donn a. i l sentimento dell'universo. spariva. è forte. E ancora qualche viandante per l'immensità della valle. Case. come alla fine d'un'amicizia e d'un amore. Potrei percorrere. sono parvenze di viaggio. era una meraviglia quella cosa semovente. Ecco come finisce il mondo classico. armenti. e mettendomi in viaggio mi acc adeva spesso di pensare come è meraviglioso trovarsi in un luogo e dopo tre ore in un altro. e oggi simultane a. una mandra. da chilometro a chilometro tutto diventava lontano. Ancora oggi non riesco a concepire bene questo fatto nuovo. Chi corre vorrebbe fermarsi un attimo solo fr a quelle mura. e quelli che erano i misteri della vita lontana e separata diventano il gesto unic o d'un solo grande sforzo vitale. come alle orig ini della sua invenzione. Ora. e la facoltà di trovarmi di qua e di là. un'impronta incancellabile. sono nello sforzo umano dei segni dell'ordine e della gerarchia. è umano. un casolare. vorrebbe anch'egli fuggire. a bordo della macchina: la strada che avevo fat to a dorso di mulo le mille volte. milioni di parole. creature. Il tempo diventava davvero un fatto misterioso. guarda correre. i fiori ch e da noi coprono i luoghi abbandonati. fermo. davanti a cui si fermavano in argini più folti che mai le piante. ma è un sogno impossibile. La pres enza degli uomini lungo quel cammino di tre ore mi dava lo stupore della vita. Poi cominciarono i carri. Già sui miei monti gli uomini non credono più alle fav ole. Vi passai in au to. è il trionfo dell'uomo. pensavo alle vite umane più lontane. ed è mirabile questa f acoltà umana di adattarsi: ogni fatto primitivo è lungi da uomini che hanno vissuto una vita primitiva. necessità e vita. quasi che ieri avessimo tutti fatto un sogno e oggi ci trovi . discontinua. quasi il cammino della civiltà. il mo ndo antico. animata di favole. i fiori alti si piegavano sotto la macchina con un soave fruscio. la stessa velocità è un filo che leg a tutto il creato. a udire quel bambino. to rnava a girare. la confondevano c on la campagna. Fu qui che io ebbi l'impressione del tempo e dello spazio. ma senza occupare il sentiero . ortolani: si annunziavano di lontano col loro rumore e odore e colore. e rimane soltanto come nostalgia. rumori. e ogni cosa stava nel suo alone di luce diver sa. e solo nel mezzo le peste dei viandanti avevano tracciato un vio ttolo. orti. l'uomo sulla sua mac china elementare ha conquistato se stesso e il suo potere sulla creazione. Incontrai i viandanti in fila. e se si sarebbe udito questo immenso coro fino agli astri. ieri formata di cose distanti. Erano venti chilometri di sentieri e facevano tutto un mondo. sembrava di non arrivar mai. sotto quelle piante. Non riuscivo con la fantasia a occupare q uello spazio del viaggio. ai quattro canti della terra. chi. si fermava.

questa che guarda l 'orologio e dice di soprassalto: "Com'è tardi!". era pieno quel breve spazio di straordinarie avventure. Allora la strada s' animava di remote presenze. l'odore delle mandre. come erano gl'inco ntri degli uomini. crea nelle pat rie le piccole patrie. s'erano scelti sul cammino alcuni p unti di riferimento: una casa solitaria. Lo si guarda come ai piedi della scala umana. e la stessa impressione di sicurezza d'aver trovato il fondo. di timori. l'odore degli orti. e talvolta era tanto impetuosa l'acqua che le buone donne m'invitavano a scendere sulla riva. perfino le pietre portate sulla groppa degli asini. L'odore del fiume. Le favole antiche non ebbero altro che il potere della fa ntasia sul concetto dello spazio. c ome l'infanzia della terra. con quella voce. e sentivo nella schiena della portatrice lo stesso sforzo e la stessa incertezza della groppa del cavallo. Un simile viaggio portava queste ed altre avventure. un albero. levava le froge al cielo. e poi l'improvviso odore del mare. questa era la terra. salici. e a ogni passo si misurava la misera condizione umana . dava una conoscenza più stre tta e insieme più misteriosa con le cose. l'odore dell'abitato come di una stanza che ha aperto le su e finestre al mattino e la nebbia del sonno non s'è ancora diradata. scegliendo la strada con un istinto sicuro. ulivi. sibilare. Allo stesso modo della vi ta nostra. Mi ricordo che a un certo punto di questa strada il cavallo mi aveva preso le re dini. e ogni cosa segnava la sua ora al sole. sulla sabbia del fondo chiaro. le loro ripugnanze a proseguire. In pochi mesi. di liete liberazioni. uno sbancamento del terreno. per misurare il tempo. e vi sarà semp re in qualche luogo della terra. questo era tutto in poco spazio. E che c osa sono ora queste cose? Parvenze labili d'un viaggio rapido. e andava all'impazzata minacciando di sbattermi contro gli alberi bassi. il galoppo delle cavalcature incontro al sole era una festa. Per questo gli uomini erano amici fra di l oro. brevi nostalgie c he si cacciano l'una con l'altra. le loro attrazioni verso certe strade e verso certi luoghi. i girini formavano. in definitiva. che era immobile e fermo. quando dovevo traversare il torrente. il cavallo era stordito da quel chiasso. per venti chilometri di strada. un tempo lungo e pie no di meandri. è crollato un s ecolo. è tutto un altro mondo. Che cos'erano gli antri. se. Usciti al piano. dove era caduto un fulmine. e l'occhio di chi passa giudica soltanto se è pro spera o no. Ora gli alberi si piegano al passaggio dell'auto. sotto la stessa corrente che facev a inclinare le onde e le piante dalla stessa parte e con un solo colore. Io vedevo le loro gambe nude col polpaccio duro tuffarsi nella corrente. passava accanto a noi in una raggiera di spruzzi. m i ricordo. gl'improvvisi galoppi e le impennate. dove una mandra era stata sorpresa dalla bufera. è utile. Sembra impossibile che qualcuno vada ancor a a piedi o sull'asino. Per la necessi tà di proporsi un fine. Nel le pozze intorno. degli agrumeti. illusioni di pace e di felicità dove ci si vorre bbe fermare. dove il torrente aveva invaso il campo. se non i luoghi intravisti nei faticosi cammini a piedi o sul dorso de gli animali? Il mezzo di cui gli uomini si servivano. il piede diventa re cereo. assediata dal tempo e dallo spazio.amo adulti. pei torrenti. e si fa appena in tempo a vederli gira re: tutta la natura s'è appartata. ingigantiva il paesaggio. risucchiare. . di orrori. come le mac chie d'un manto d'ermellino. annusando l'aria. tastava il fondo dell'acqua con lo zoccolo. le donne andavano a raccogliere legna portata dall'al ta montagna sulla corrente. e mi portavano sulle spalle. ce n'è ancora qualcuno. Tutto diventava faticoso. e il variare degli alberi. Ieri erano la fatica di vivere e di camminare. l'odore dei fo rni. d ove una creatura era stata travolta dai torrenti. i boschi. Il sentimento della distanza stringe gli uomini in comunità chiuse. Gli stessi animali che ci portavano aumentavano il mistero con le loro improvvi se paure. da quel movimento dell'acqu a. prezioso. sovrastato dal suo lontano rombo nelle gole dei mont i. e si misurava la profondità dell'acqua da quel fischi are. pioppi. svegli. e lentamente. con quel tumul to intorno. gl'incon tri degli animali fra di loro pieni di nitriti e di richiami. i mondi sot terranei. infanzia e virilità: quella piena di giorni lunghi. Talvolta. di cui mi sono servito anc h'io per metà della mia vita. dove erano accaduti incidenti di viaggio . E il cavallo.

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