Fuoriusciti

Per Silvia, donna, ragazzo, uccello

In netto ritardo sul Natale 2003 o in netto anticipo su Natale 2004, vedi tu.

Fuoriusciti

Pubblicità. Di calcio e donne. Di motori e di dialetti morti e defunti, di imitazioni macabre e senza fantasia. Spot nati logori, imbarazzanti. Stupidi, in una sola parola. Poi musica. Adatta a sudare nella luce aranciata e palpitante di qualche capannone fuori città, ma assurda in un piccolo bar. Porta alla bocca il toast tiepido. Certo, avrebbe potuto andare al bar frequentato dai suoi colleghi, a parlare di politica, di calcio o di donne. Di queste ultime con quel tocco di retorica ritrosia che indica che, in fondo, delle creature dell’altro sesso interessano soltanto alcune parti. Il resto, ciò che non è possibile disegnare nel metaforico manifesto di macelleria sottinteso ai discorsi, è soltanto fonte di problemi. Delle malinconie che porta con sè l’età. Perché quel voler parlare soltanto di donne giovani con le tette grosse e il culo perfetto, di ninfette con le tette puntate al soffitto come una coppia di pistole e il ventre sottile e aguzzo come figlie sconosciute, pronte a darsi sotto una scrivania o in un cesso, serviva soltanto a nascondere a se stessi e agli altri la fine definitiva della giovinezza. Si viveva e si sopravviveva di equivoci, gli stessi che trasmetteva la radio. Esisteva una realtà, ma non parlava. O se lo faceva le sue parole erano lunghe come stagioni e i suoi discorsi duravano secoli. Prosciutto cotto da poco prezzo, appena tiepido. Gli avrebbe lasciato un cattivo sapore in bocca. Formaggio a fette estratto dal frigo, abbandonato sui ripiani di vetro seminascosto tra due fette di pan carré. Poi nuovamente sepolto in frigo e riesumato il giorno successivo.

un giovanotto seduto Un giovanotto seduto a un tavolino sistemato a cinque centimetri scarsi dal suo riceve il suo caffè. Zucchero di canna, per favore, chiede. La cameriera ritira la bustina di zucchero bianco di malagrazia, si volta verso il bancone distante non più di un metro da lei e sostituisce la bustina. Il giovanotto, immerso nel suo giornale sportivo non si accorge dell’esasperazione di lei. Che cosa cazzo stai leggendo? Si chiede. Che cosa c’è a pagina sei di un giornale sportivo? Di che cosa lo riempiono? Il giovanotto ha in testa una specie di berretto da sci sponsorizzato. Occhiali dalla montatura di metallo leggero, la pelle liscia di chi dedica un tempo esagerato a farsi la barba, gli occhi da pesce rosso. La faccia di uno che si piace, che sa quello che vuole e tanto basta. Vorrebbe riuscire a imitarlo. Dire alla signorina, che aspetta soltanto che finalmente se ne siano tornati tutti al lavoro: questo toast fa schifo! Ma non riesce a sedersi nel bar per leggere un giornale rosa come se contenesse davvero delle notizie, ad ascoltare soltanto se stesso, come se fosse importante. A fare gesti, dire parole con la certezza che non lasceranno tracce. Gli altri lo invadono, crede di immaginare i loro pensieri e questo lo disturba. O forse è soltanto un’illusione. È fatto così, lui, come una chiocciola. Torna e ritorna sugli stessi pensieri, sul suo sentirsi inadeguato. Che cosa c’è di male a dedicare venti minuti per decidere qual è la titolare del più bel culo in ufficio? Rita, Patrizia, Ileana? No, Rita no, ha le mutande contenitive, il pantacollant, quello che è. Per decidere serenamente bisognerebbe spiarle al cesso. O, meglio, provarle… Sorridono, ghignano. Ma anche ammettere davvero il desiderio è imbarazzante. Chi lo fa è rozzo. Io me la farei, Rita! Gli altri guardano con un po’ di sufficienza. La fame nel mondo, dice qualcuno. Ed è sicuramente vero. Bisogna scegliere il tempo giusto per dichiarare il desiderio. E farlo per la donna giusta. Spiritosamente. In fondo perdere tempo con le donne è sempre perdere tempo. Il toast è finito. La minerale è tiepida, devono aver appena aperto la bottiglia nuova. A lui piace fresca, ma non importa. Rita ride sempre, ride troppo forte. Ha paura di non sembrare abbastanza spiritosa, abbastanza carina, abbastanza desiderabile, abbastanza qualsiasi cosa. A lui fa pena, con il suo culo rigido come un prosciutto, i mezzi passi trattenuti dalle gonne troppo strette e dai tacchi troppo alti.

Bene. Da un po’ di tempo in qua va in un altro bar per non dover partecipare ai discorsi dei suoi colleghi, ma quelli, i discorsi, non lo mollano davvero. Si è portato il giornale di oggi ma non riesce a leggerlo. È stufo di notizie che si stratificano come fango di piene quotidiane. Così si guarda intorno, anche se conosce bene l’ambiente. Dietro l’altare dei panini c’è la donna bionda dalla mascella forte, ormai oltre i cinquanta. Ticchetta su scarpette scollate che le arrossano e le gonfiano il piede poco sopra l’inizio delle dita. Con sicuro istinto è gentile con i dirigenti, i professionisti, i capireparto, i funzionari. Gentile ma con degnazione con i semplici impiegati. Con gli studenti che in quattro prendono due caffé e una minerale e occupano un tavolino per un’ora è appena civile. È lei a dominare la cassa, a incassare, dare il resto, augurare i suoi buongiorno rigorosamente classificati. Le sue scarpette gli ricordano irresistibilmente Trudi, la fidanzata di Gambadilegno, ma Trudi era goffa, meno calcolatrice: una proletaria che cercava di arrampicare senza riuscirci e le sue scarpette gonfie erano il segno del suo fallimento. Le scarpe di questa, come il busto nero e stretto che certamente indossa sono un monumento al decoro masochista, un omaggio alla sofferenza imposta per mancanza di fantasia. La bionda con lui è gentile La bionda con lui è gentile, non sa classificarlo con precisione ma è uno che se ne sta per conto suo, quindi non è un impiegato, non è uno di qualche truppa, non ha valigette, non ha il telefonino in vista. Non è un rappresentante, non è uno che deve essere sempre pronto a correre. Paga sempre in contanti, senza buoni pasto. In quel bar non accettano i suoi ticket. Un professionista, forse, o qualcosa di più raro e strano, qualcosa nella pubblicità o nella carta stampata. Il sorriso studiato al momento di pagare vorrebbe dargli l’illusione di qualcosa di personale, di qualcosa dedicato soltanto a lui. Un panino pomodoro e tonno. Tonno economico: l’olio ha intriso la mollica e il panino è scivoloso come un pesce appena pescato. Si unge le mani. Lui detesta ungersi le mani. A questo punto non leggerebbe il giornale nemmeno se gliene fosse tornata la voglia. Solo l’idea di lasciare impronte di dita unte sulle pagine è intollerabile. Ascolta la radio, ogni tanto guarda le due donne sedute al tavolino alla sua

destra. Una è più giovane, viso irregolare, labbra sporgenti da bambina imbronciata e occhiali che le ingrandiscono le pupille e che ne fanno una prima della classe senza più scuola. L’altra ha una decina di anni in più e conduce una vita sportiva, ha il viso quadrato, capelli opachi, la pelle arrossata e tracce di scottature recenti da gita in montagna. Si parlano soltanto a tratti, probabilmente lavorano in qualche negozio dei dintorni. Per qualche secondo Per qualche secondo è sicuro si tratti dell’inizio di una canzone. Una scelta sorprendente per la stazione radio che si ascolta in quel locale. Un accordo d’organo in scala minore, mantenuto a lungo senza variazioni né tremolii. Gradualmente riempie la stanza come una luce che fa impallidire visi e oggetti. La radio sta trasmettendo un rap italiano eseguito da un dj ancora sconosciuto. I conduttori si inseriscono sulla musica per sparare qualche finta perfidia sul collega. L’accordo d’organo non cessa e non muta. A questo punto non sa neppure più se proviene dalla radio o da qualche altra fonte. Non è nemmeno più sicuro che si tratti di organo. Un coro, forse? Un qualche tipo di sintonizzatore? Si abbassa sotto il piano del tavolo, come a cercare qualcosa che gli sia caduto. Non percepisce variazioni, l’accordo non muta, come se riuscisse ad attraversare senza difficoltà gli oggetti, il legno, il metallo, il vetro. Si solleva e si guarda intorno. A quanto pare nessuno dà peso a quel suono curioso. È possibile che nessuno lo colga? Il suo sguardo incrocia quello della bionda alla cassa. Gli fa un mezzo sorriso, da brava barista che conosce uno a uno i suoi clienti. Non ha voglia di terminare il suo panino. Ma si sente osservato e non vuole dare spiegazioni. In due bocconi lo finisce e ordina un caffé lungo macchiato. Ottimo, ben caldo. La cameriera appena entrata in servizio è svelta e capace. Il suono non è cessato. Continua senza variazioni, compatto, perfetto. È come se provenisse da una fonte che non si trova nel locale. O forse da ogni oggetto, dalla terra, dai muri. Che sciocchezza. Apre il giornale per cercare almeno un articolo che gli permetta di godersi quegli ultimi dieci minuti prima di ritornare dietro una scrivania e davanti a un computer.

Gli articoli si dividono non equamente tra quelli scritti da chi ne sa troppo poco per parlare di alcunché e di quelli che ne sanno troppo e si imbrodano come pensionati con l’alzheimer nutriti a semolino. Si salva la cronaca, anche se un po’ di cattiva narrativa nel raccontare vite e storie è inevitabile. Legge un mezzo articolo dedicato a due fratelli che hanno accoppato il patrigno, forse per denaro, forse per vendicare la madre maltrattata. Ma hanno precedenti per detenzione di droga. L’accordo non cessa, non è mai cessato, probabilmente, per tutto il tempo – poco più di un minuto – dedicato a sfogliare il giornale. Non viene dalla radio, potrebbe giurarlo, ma non riesce a immaginare da dove provenga. L’antifurto di un’auto lontana? Fuori si è alzato il vento, un vento tiepido e nervoso che ha svuotato il cielo. Si alza, paga, non risponde al sorriso della bionda e scivola fuori dal locale un po’ curvo, preparato allo schiaffo del vento. Esce nell’intervallo tra due raffiche. L’aria è leggera, secca, fragile. Carica di polvere sottile e invisibile. È il suono di un’antifurto, ne è quasi certo. Remoto, senza origine né destinazione. Si sente sollevato: chissà perché. Marcia verso il lavoro accompagnato dalla sensazione imprevista di farlo per l’ultima volta. Non può essere un antifurto Non può essere un antifurto. Il suono non l’ha mai abbandonato. Sul lavoro, rientrando a casa in macchina, in ascensore, adesso, davanti alla televisione. Giurerebbe che non sia mai cambiato né di intonazione di potenza. È sempre alla stessa distanza e nessun rumore riesce a coprirlo o a distorcerlo. Nemmeno il vento assurdo che ha colpito la città, che ha alzato la temperatura di una decina di gradi e che ulula e fischia attraverso le strade e si infila sotto le porte e attraverso i battenti delle finestre. Può essere il vento. In fondo l’accordo e il vento sono arrivati insieme. Ma il vento è incostante, la sua voce è inuguale: cavernosa o stridula, rabbiosa o malinconica. L’accordo che sente da una decina di ore, viceversa, non conosce modulazioni, crescendo e calando. È un suono assoluto, senza risonanze, come un raggio di luce artificiale senza sgranature o oscillazioni. Ma può esistere un suono come quello? È sicuro di udirlo? In fondo nessun

altro a parte lui sembra notarlo. Ha eliminato il sonoro dalla televisione. Gli ospiti e il conduttore duettano con mossette e sorrisi senza destinatario. Il suono e il vento oscurano i suoni notturni della città. Lo ascolta, adesso. Sicuro che dedicandogli tutta la sua attenzione finirà per farlo scomparire, esattamente come è possibile mandare fuori fuoco un oggetto avvicinandolo troppo, fino a farlo virtualmente evaporare. Ascolta, adesso. Ascolta ancora. Cerca di separare il suono nelle sue note fondamentali. Di distinguerle, di separarle. Almeno tre note lo compongono. Forse quattro. Tonica… dominante… No, non ricorda più nulla delle lezioni di pianoforte prese da ragazzo. Era una mania del nonno, clarinettista nella fanfara del dopolavoro, quella di fargli prendere lezioni di pianoforte. Le pagava lui e i suoi genitori non avevano trovato un motivo qualunque per impedirgli di farlo. Il maestro era un frustrato inutilmente aggressivo. Frustrato quanto lui era incapace. Tre mesi di lezioni, una alla settimana. Poi il maestro si era ammalato e per qualche tempo le lezioni erano saltate per essere poi definitivamente dimenticate con l’inizio delle superiori, «adesso che il ragazzo non ha più tempo libero», come aveva detto suo padre al nonno. Il nonno aveva capito o almeno aveva finto di capire. Aveva sorriso: non è destino che in questa casa crescano musicisti. Per loro non era importante, per lui lo era. Era più che delusione, la sua. Forse semplicemente, dolorosamente, li compativa. L’unica cosa che gli è rimasta di quelle lezioni da tredicenne è la capacità di distinguere un accordo in scala di minore da uno di maggiore. Poco, troppo poco. Comunque si è distratto, non è riuscito a escludere il suono. Lo accompagnerà tutta la notte, insieme al sibilo e agli ululati del vento. Ad accoglierlo al mattino, il silenzio Ad accoglierlo al mattino, il silenzio. Ha la sensazione di avere le orecchie piene di ovatta. C’è qualcosa di strano in quel silenzio, come se lui stesso ne fosse l’origine. Si alza come ogni giorno, questa volta senza attendere il suono della sveglia. Chi dorme accanto a lui non si accorge dei suoi movimenti. Continua a dormire: non lo sente, non si sveglia. Il suo tempo è cambiato. È un pensiero assurdo, ma non riesce a liberarsene. Perché non riesce più a

udire quell’accordo d’organo? Non sente il rumore consueto delle auto, dei camion, dei tram. Si lava le orecchie con acqua tiepida, le passa profondamente con i cotton fioc. Si fa la barba. Nessun rumore riesce a raggiungerlo. Accende la radio. Un fruscio indistinto accompagna lo scorrere a scatti della sottile linea rossa di plastica sul quadrante. Nessun altro si alza. Accende la caffettiera, beve il caffé, da solo. Prima di uscire ritorna in camera da letto. La luce bianca del mattino scivola liquida dagli spiragli della tapparella abbassata. La chiama, ma non riesce a sentire la propria voce. Improvvisamente ha paura di svegliarla e scivola via silenziosamente chiudendo la porta alle sue spalle, senza portare con sé la valigetta. Non prende la macchina. Cammina senza udire il rumore dei suoi passi. Non incontra nessuno. Soltanto auto ferme parcheggiate sul marciapiede che lo costringono a lunghi giri per evitarle. C’è polvere sui cruscotti, segni di ruggine sulle carrozzerie opache. Silenzio. Si tormenta le orecchie, attende da un momento all’altro di udire nuovamente i consueti rumori del mattino. Ma non riesce a essere stupito di non incontrare nessuno. In fondo la solitudine è una condizione normale, per lui. I marciapiedi sono ingombri di cartacce, foglie, sacchetti sfondati e stropicciati dal vento. La luce non progredisce, è ferma, bianca, statica. Marcia verso la periferia superando autocarri vuoti con le portiere aperte, caotici cumuli di materiali raccolti e riuniti dal vento: carta, plastica, bottiglie in PVC accartocciate, fogli di giornale. Frammenti irriconoscibili del mondo di ieri. Non sente odori: il vento li ha portati con sé. Quel mondo silenzioso, abbandonato, gli è affine. Per la prima volta da molti anni sente che il peso del corpo lo ha abbandonato. Si sente leggero, inafferrabile, eterno come quando era bambino. Eterno, per la seconda volta. Come gli oggetti che incontra, che mutano forma e destinazione senza mai terminare. Giunto al termine della strada, in piedi davanti a una larga crepa nell’asfalto urla senza riuscire a udirsi. Respira, urla, respira profondamente fino a sentire la testa girare. Il suono, l’accordo

Il suono, l’accordo. Sale dall’orizzonte invisibile. Lo accompagnano refoli di aria sabbiosa. Tossisce. L’accordo è l’unica cosa che riesce a udire. Il vento fa rotolare involti di polvere, peli, carta, capelli, arti di bambole. Si sollevano come ombre armate. Si accartoccia su se stesso nascondendo la testa in grembo. Si fa tenda, statua, gargolla. L’accordo suona sulla pianura erosa dal tempo. Armonica fondamentale del tempo, lo consuma, lo rinsecchisce come una foglia caduta ancora verde. Non avverte odori, suoni, superfici. Non vede, in bocca ha soltanto sabbia. – Non ti alzi, oggi? – Sì, certo. Mi alzo subito. Subito, subito. Esce dal groviglio di lenzuola che hanno l’odore del suo sudore. Sa di essersi già alzato, di non avere dormito, di aver udito l’accordo e il vento. Prima di nascondersi in bagno si ferma alla scarpiera in corridoio. La apre. Le scarpe sono impolverate. Fa scorrere un dito sulla tomaia. Sabbia. Sottile, grigia. – Dovresti spazzolarle, quelle scarpe. Non fai colazione? Ti metti le scarpe prima di lavarti? – Ride in piedi dietro di lui. La voce, la risata hanno una curiosa risonanza. Di nastro registrato. Riverberate su superfici metalliche, gelide, senza accento. Spezzate, scandite. Si stringe nelle spalle senza alzarsi. Accucciato, la testa abbassata, sa di aver già trascorso molte ore in quella posizione, Masticando sabbia, senza udire, toccare, parlare, vedere. Sfrega tra loro le dita sporche di sabbia. La sente allontanarsi sbuffando. Si solleva, anchilosato. Il fruscio delle pantofole di lei vibra a lungo nell’aria, diventa un sibilo, una vibrazione profonda che sente nello stomaco. Rumore di tazze, di scatole di biscotti, del frigorifero aperto e chiuso. L’aria vibra risonando quasi solida a ogni più piccolo rumore. Si nasconde in bagno. Apre il rubinetto: il fragore dell’acqua è intollerabile. Riduce il getto a un sottile rigagnolo. Si raccoglie sabbia intorno al foro centrale del lavabo. Sabbia grigia, fango morbido. Si lava con quell’acqua inquinata che sa di vento. Esce di nuovo nella strada Esce di nuovo nella strada illuminata da un sole rossastro basso all’orizzonte. Le auto che passano rotolano sull’asfalto cupe come tuoni

lontani, vibrano, stridono, fischiano. Sente. Sente troppo, ora. E non abbastanza. Le parole di chi gli passa accanto non riescono a raggiungerlo. Scorrono via troppo rapide o troppo lente, nuvole caotiche in un cielo arrossato. Lavorare? Parlare? È diventato impossibile. Un’ammissione che non riesce a creare allarme, nemmeno preoccupazione. Cammina per le strade affollate come sempre. È l’unico? L’unico fuoriuscito? Si guarda intorno. Oggetti e persone proiettano lunghissime ombra violacee. Ombre discontinue, spezzate, oblique. Non ci sarà un altro risveglio. Ha definitivamente perso la strada. L’ultimo saluto sulla soglia è stato definitivo. Quella mattina non ha preso l’ascensore, ha sceso tre piani a piedi, appoggiando i piedi sui gradini di marmo chiaro che si succedevano a distanze irregolari. Ogni passo, ogni attenta ricognizione dello spazio sospeso tra un gradino e l’altro scandiva il suo distacco definitivo. Quando si è girato e ha guardato in alto, nella tromba delle scale, l’ha vista inclinata e oscura, come una scala a chiocciola che scendeva verso un inferno sospeso sopra la testa. Non riesce a provare dolore, soltanto smarrimento e distratta curiosità. Non tornerà a casa, questa sera… Poi ricorda che per lui non ci sarà più sera né mattina. Quel pensiero è come un fulmine che lo attraversa. Quasi contemporaneo il sollievo. Lo vede. Cammina veloce come chi tenta inutilmente di recuperare un ritardo incolmabile. Ha i denti stretti, gli occhi fissi al marciapiede. È un malato, un fuoriuscito. Un fratello. Attraversa la strada per raggiungerlo. Si mette a camminare al suo fianco. Ne ripete i passi, il percorso. Passano diversi minuti prima che l’altro si accorga di lui. Un uomo magro, giovane, occhiali dalla montatura sottile, il viso rotondo dalla pelle liscia come quella di una bambola. Rallenta, distoglie lo sguardo dal marciapiede che scorre come un tapis-roulant sotto di loro. – … un fuoriuscito? – Gli chiede sussurrando. Sorride incerto, non lo guarda. – Fuoriuscito? Io avevo pensato a esiliato. Ma in fondo è quasi la stessa cosa. – Le tue parole. Riesco a distinguerle. – Anch’io. – È da molto… – Da tre giorni. Non posso tornare a casa. Non capisco nessuno e nessuno

mi capisce. O mi sente. Non saprei dirlo. Credevo di essere solo, credevo… – Si passa il dorso delle dita sulla guancia e socchiude gli occhi. – È una malattia, vero? Si stringe nelle spalle. Malattia? Non ci aveva pensato, non gli sembra possibile. – Malattia? – Hai sentito una nota, un suono? Vissuto un falso sogno? – Continua il giovane. – Vista una luce così, come questa? Annuisce. Il sole rosso fermo nel cielo gli ripete la verità. È un fuoriuscito, un esiliato. Si fermano in un minuscolo giardino. Siedono su una delle panchine schierate attorno a un piccolo castello multicolore. C’è soltanto un bambino di due o tre anni in compagnia del nonno. L’anziano lo segue passo passo, lo issa sullo scivolo giallo che conduce dalla rossa torretta del castello a terra. Il bambino vuole salire da solo sulla torre. L’anziano ha timore che si possa fare del male. Non vuole. Il piccolo gli sfugge di mano, scappa verso il vialetto di sassolini bianchi. Lo vede passare davanti al loro sole basso di fuoriusciti. È un istante: il profilo del bambino scorre davanti al disco rosso senza nasconderlo. Brilla debolmente attraverso di lui come se il piccolo fosse fatto di sabbia o di fumo. Un brivido lo attraversa. – Hai visto? – Certo, – il giovane non è spaventato, forse già rassegnato. – Non possiamo… forse non dobbiamo dimenticare l’orizzonte. O forse, semplicemente, con il progredire della malattia… – si schiarisce la voce – … il mondo perde consistenza. Quel mondo – il nostro nuovo mondo – lo sostituisce definitivamente. Non possono coesistere. Il bambino li ha sentiti parlare e li guarda con curiosità. Pensa siano stranieri, probabilmente. Non sa quale tipo di stranieri, ma non ha paura. Si ferma a fissarli. Il nonno lo raggiunge un istante dopo. Distoglie lo sguardo da loro e lo trascina via. Il bambino è ancora incerto sulle gambe e lo segue dondolando, ancora combattuto tra il timore e la curiosità. Lui pensa che è la prima volta da anni che trascorre libero la mattina di un giorno lavorativo. È questo il mondo che gli era nascosto, sottratto? Bambini e anziani rinchiusi insieme in un recinto di poche ore? Altri anziani nel supermercato, studenti smarriti e protervi che fumano accoccolati sul sedile delle panchine? Un mondo silenzioso, lento. Un mondo a perdere, di piccole e piccolissime cose subito dimenticate.

– Dove andremo? Cosa faremo? – Chiede. Il sogno dell’orizzonte sabbioso è diventato un richiamo, una conclusione inevitabile. Ma non desidera guarire, per ora. – Guariremo? Il giovane ride. – Guarire? Siamo sicuri sia una malattia? È una seconda vista. È vedere un altro orizzonte. Forse, o forse è soltanto confondere l’unico che ci è stato dato. Dove ci porta? Che cos’è? Lo sai tu? – Ma tu… – esita. Gli sembra stupido dire una frase come: “ma tu hai cominciato prima”. Così tace e non risponde. – Certo, non lo sai. Come non lo so io. Ma tu stai pensando: “Ma questo qui ha iniziato prima… Possibile che non abbia idee in proposito? Che non sappia?” Vero che lo pensi? – Non dico di no. – Ammette, con una punta di irritazione. – Ho pensato a Dio, io. Solo a Dio in questi due giorni che ho trascorso a camminare per la città. Che poi è la stessa città? Sarà la stessa? Tu ne saresti certo? Ne conosci ogni angolo, ogni via? Come fai a non sapere se vie, angoli, piazze, vicoli sono di quel mondo o di questo? A quale mondo appartengono? Se i due mondi si sovrappongono o si separano e noi, semplicemente, abbiamo perduto la capacità di separarli? – Vie e case implicano l’esistenza di abitanti. Di comunicazioni, di lavoro, di famiglie. L’osservazione per un attimo appare assolutamente logica. Il mondo ulteriore, non ha abitanti, comunicazioni… Ne è certo? – Ne sei certo? Il giovane sorride di nuovo. Ancora una volta ha indovinato i suoi pensieri. Questo lo irrita, ma poi si chiede se la chiaroveggenza del suo compagno non sia una prerogativa del mondo ulteriore. Si stringe nelle spalle: che sciocchezza. – Ho pensato a Dio, dicevo. Ma vieni, camminiamo un po’. Si alzano, percorrono un vialetto che corre tra due file di giovani pioppi. Oltre le chiome grigie scorrono le luci della città. Ai margini della visione si inseguono veloci e uniformi come luci di una giostra. Si volta più volte a immobilizzarle. È un enigma del quale ha capito troppo presto la soluzione. – Siamo scivolati in un mondo di grado inferiore al nostro. Una creazione meno riuscita, un parziale fallimento di Dio. Una prova malriuscita, insomma. In questo consiste la nostra malattia. Non riusciamo più a comunicare: il nostro parlare si è fatto confuso. Le strade si ripetono e si sovrappongono, gli

oggetti che tocchiamo hanno una diversa consistenza. Ogni cosa è polverosa, consumata. – Si ferma a prendere fiato: – Hai visto gli alberi? Sono grigi, sono soltanto ombre di alberi. Prova a toccare le foglie: sono come vecchia garza o come ragnatele. Materia d’ombra, riflesso del mondo superiore dal quale proveniamo. Continuano a camminare. Nelle vie, all’ombra dei palazzi incurvati su di loro scorrono volti e corpi senza profondità, immagini paralizzate e sorridenti che scorrono sul rullo di una lanterna magica. Il giovane indica i muri scrostati, le pozzanghere opache, le ombre discordi, il sole immobile, le nuvole come bioccoli di polvere: “prove, tutte prove. Prove del fallimento di Dio”. Lo ascolta, ma lo trova verboso. Assurdo, troppo semplice. Come la creazione in sette giorni e il litigio con il più grande dei Suoi angeli. Il giovane invece sembra soddisfatto del suo ragionare. – … come siamo scivolati a un grado inferiore di creazione? Cosa ci facciamo qui? Questa è La Domanda. Capisci? Il giovane agita le mani, parlando. Mani sottili, chiare. Lasciano una traccia pallida nell’aria come scie in una foto mossa. Lui diffida delle domande definitive e ancora più delle risposte. Si guarda intorno chiedendosi se i negozi, i condomini, le auto, le strade appartengono al solo mondo che conosceva soltanto il giorno precedente. È curioso quanta parte di esso non conoscesse, quante parti della sua stessa città gli fossero ignote. – … non può essere popolato, questo mondo. Dio deve averlo abbandonato, lasciato senza il suo Disegno. Un mondo interrotto al quinto o al sesto giorno. Può fallire, Dio? Non è forse onnipotente? Ma il fallimento non può fare parte delle sue prerogative? “Dio non può fallire”: non è forse blasfemo? Negare una caratteristica, una possibilità di Dio? Interrompe la sua osservazione di muri e strade per fermarsi davanti a un negozio di giocattoli. Il giovane attende la sua risposta. Una risposta. Lo accontenta: – Già. Ma nel concetto di fallimento è compreso quello di insufficienza. Di ribellione della materia. Dio che non sa vincere la materia, che non sa piegarla alla sua volontà… – Si ferma. Il gradino che conduce all’ingresso girevole del negozio di giocattoli è fatto di cristallo opaco. Forme colorate sono affondate nel cristallo, tondeggianti giocattoli irraggiungibili. – Perché? A cosa servono? Il giovane sorride: – È una prova. Siamo completamente nell’Altrove. Nel mondo ulteriore. Questo negozio non esisteva per noi, solo pochi giorni fa.

Fissa gli oggetti nel cristallo cercando di riconoscerli. Orecchie, ruote, forme colorate. – È possibile –, ammette. – … e per quanto riguarda la volontà di Dio. Non pensi che noi non possiamo definire la volontà di Dio? Essere certi che questo mondo sia estraneo alla sua volontà? Che non esista un disegno ulteriore nel quale gradi diversi di perfezione possano coesistere? Raccoglie un po’ di saliva in bocca, poi sputa. Non lo faceva da anni. – Cazzate. Quanti angeli possono ballare sulla punta di uno spillo? – Chiede. È stanco, vorrebbe dormire, dimenticare. – Hai un posto dove nasconderci? Il giovane è offeso. Non risponde, distoglie lo sguardo. – Studi teologia? – Gli chiede. In tutto il tempo che sono rimasti lì nessuno è entrato o uscito dal negozio di giocattoli. Si chiede se davvero dentro vi siano giocattoli o semplici abbozzi, fallimenti, errori. Giocattoli destinati a rompersi appena toccati, profili incompleti, bambole barbute, prive di arti, biglie quadrate. Sorride all’idea delle bambole barbute e delle biglie quadrate. – No. È necessario essere studenti di teologia per interrogarsi su Dio e la creazione? Scuote la testa senza smettere di sorridere. “Biglie quadrate”. – No, non è necessario. Però aiuta. – Il suono della sua risata sale gradualmente di tono, diventa un urlo spezzato, sempre più acuto. Chiude la bocca allarmato ma il suono non cessa, diventa sovracuto, inaudibile. Ancora per qualche minuto hanno la sensazione di coglierlo, di sentirlo premere sui timpani, cercare di ritornare sensibile. – Non ridere più. – Gli dice il giovane, pallido. Annuisce. Non ha nessuna voglia di risentire ciò che Altrove fa di una risata. – Vieni con me, adesso. Il loro rifugio è un negozio vuoto. Non chiede al giovane come ha fatto a ottenerne le chiavi. Sono costretti a chinarsi per entrare: la serranda è vecchia, arrugginita sul fondo e probabilmente è impossibile alzarla oltre. Il locale è scarsamente illuminato da una porta-finestra aperta su un cortile, al fondo della stanza attigua. Sul pavimento ci sono un sacco a pelo, uno zaino colorato, una candela e un accendino usa e getta. – Questa è la mia camera da letto, – annuncia il giovane, – sala da pranzo e studio. Di là c’è la stanza per gli ospiti. La porta chiusa a sinistra è quella del

bagno. Non c’è corrente ma l’acqua sì. Lui sorride: – È una reggia. Topi? – Non ne ho visti. Non c’è nulla da mangiare e il negozio dev’essere abbandonato da molto tempo. – Chissà cosa vendeva? – Non sono riuscito a capirlo. Non ci sono tracce di alcun genere. – Forse non vendeva nulla. Forse non è mai stato aperto. – Nell’altra stanza il pavimento è coperto da una moquette blu. In buono stato. Mi è parso strano ci fosse la moquette nel retrobottega e non nel locale aperto sulla strada. Non ha senso. Sorride: – Un’altra svista di Dio? Il giovane si stringe nelle spalle e non risponde. Apre lo zaino: – qui ho qualcosa da mangiare. Scatolette, essenzialmente. Ne vuoi? – Nella luce crepuscolare riesce a distinguere soltanto il riflesso liquido degli occhi del giovane che attende la risposta con divertita curiosità, tenendo aperta l’imboccatura dello zaino. – Piove? – Chiede senza rispondergli. – Sì. Va ad aprire la porta-finestra del retro. Pioggia sottile, silenziosa. Vela il profilo dei palazzi confondendoli e deformandoli. Il piccolo sole rosso non è tramontato. Appena sollevato dalla linea geometrica dell’orizzonte, è un bottone carminio appoggiato sul grigio del cielo. – Nubi dietro il sole. – Osserva il giovane alle sue spalle. – Tutto ciò che esiste qui è all’interno di questo mondo. – Tutto? – Certo. Non ho le prove ma è così. – Perché? Il giovane sorride. – C’è bisogno di un perché? Ti sei mai chiesto perché il nostro mondo… pardon il mondo dal quale veniamo, è fatto così? – Ci sono motivi fisici. Leggi fisiche che… – cerca le parole ma non le trova. Non le conosce. Sa di clienti, fatture, copie commissione, fornitori, semilavorati e solleciti. Non sa nulla del suo mondo. O di questo. – Non mi hai risposto. Hai fame? – No, non ho fame. È strano, ma non ho fame. Il giovane sospira: – Anch’io non ho più mangiato da quando mi trovo qui. Non ho fame, non mi interessa il cibo.

– Penso che dovremmo dormire, a un certo punto. – Lo pensavo anch’io. Ma non accade. Il sonno non viene. – E che cosa… Il giovane si è inginocchiato e accarezza la moquette blu. – Vorresti fare l’amore? – Gli chiede. Non ha mai amato un altro uomo. Non ha mai pensato di poterlo trovare desiderabile. Guarda il giovane. È magro, ha mani dai peli biondi e sottili. Probabilmente non ha mai mangiato molto. Forse non ha mai amato mangiare. – Sei omosessuale? – Gli chiede. – Ha importanza adesso, qui? No, non ha importanza. Si siede per terra e prende il capo del giovane in grembo. Gli accarezza il viso, il collo, il petto. Si rilassa, lascia che siano le mani a guidarlo. Il giovane si spoglia restando soltanto con la felpa. Lo accarezza, lo accarezza ancora. Lo bacia. Ne aspira l’odore acido e freddo. Lo bacia ancora. Lo abbraccia e l’altro lo abbraccia. Come due naufraghi senza alcuna speranza. Sente le costole del giovane contro le sue e il lontano rumore della pioggia. Sono vivi, soltanto loro a essere vivi. Cammina oscillando, come il personaggio di un cartone animato. È uscito prima di lui e marcia più avanti di pochi passi. Ha gambe magre, curve. Ricorda un uccello, più a suo agio nell’acqua o nell’aria che sulla terra. Come fosse nato già esule e la sua situazione avesse raggiunto ora l’equilibrio definitivo. Ha cessato di piovere. L’asfalto del marciapiede ha la consistenza di sabbia umida. Allunga il passo per raggiungere il suo compagno. Le vie scorrono al loro fianco regolari. Corrono diritte e pallide all’orizzonte come sogni di un architetto monotono. – Siamo più lontani, adesso… – mormora. Il giovane annuisce. – Ci spostiamo, penso. Continuiamo a spostarci. La nostra città sta svanendo. Questa è la città. La città – ripete – la Sua città. Preferisce non replicare. Non crede a nessun Sua maiuscolo. Riconosce qualche angolo, pochi scorci improvvisi, l’ingresso di un palazzo che ha la sensazione di avere già visto un pomeriggio di una domenica, tanto tempo

prima. Ma non saprebbe dire se si tratta di un genuino riconoscere o di una tenace sensazione di deja-vu. Passano nel flusso del traffico silenzioso, tra i profili dei passanti confusi e sfuggenti come foto mosse. Gli alberi sono scomparsi e i palazzi sono chiari, le piazze interminabili, le vie larghe. – Dove andiamo? – Chiede al giovane. L’altro sorride: – Non c’è un dove, qui. Non c’è un quando, non esiste un dove. Nessun luogo è diverso dagli altri e il tempo è scomparso. Conosco questo mondo… Lo interrompe: – Hai detto di essere qui da pochi giorni. Come puoi? – Questo è il mio mondo, da quando posso ricordarmi. Mi sono perso tante volte in queste vie. È l’altro mondo, quello dal quale proveniamo che mi è sempre parso inconsistente, falso. – Si ferma e si siede su un gradino: – Fermiamoci un momento. Si stringe nelle spalle e si siede accanto a lui. Alle loro spalle l’ingresso lucido di ottoni ben lustrati di un Hotel. Ombre confuse salgono e scendono le scale di marmo rosa, attraversano la porta girevole, appoggiano valige, attendono taxi. Le guardano con la silenziosa e debole curiosità che si dedica a un acquario. Non si attendono nulla di nuovo da quella vaga agitazione, dai guizzi colorati, dai profili che si confondono scivolando di fianco a loro. Attraverso loro. – …Mi sentivo solo, da bambino, – un leggero tic gli solleva un angolo della bocca, come un rapido mezzo sorriso senza allegria. – I nomi, i visi non lasciavano tracce in me. Faticavo a riconoscere i miei insegnanti, i miei compagni di scuola. E loro mi dimenticavano. Esistevano carte che documentavano la mia esistenza, ho visto scritto il mio nome più di una volta, ma se non parlavo nessuno mi parlava e i miei gesti non venivano notati. Sono stato un uomo invisibile. Incolore, inodore, insapore. – Uff… Cerchi conforto, consolazione? Io ti ho visto, lo sai. Anche più che visto.. – Certo. Il mio corpo non fa paura. Sono dotato di un sesso perché così è per tutti noi. È un destino, una necessità. Ma tu non mi hai desiderato, soltanto accettato. È una malattia. Strana, assurda e che io ho fin dalla nascita. – Stai solo tentando di ricostruire il tuo passato sulla base del tuo presente. Tanti lo fanno. Ricapitolano se stessi, anche più volte nello stesso giorno. Lo fanno le persone solitarie. Quelli che si ritengono migliori degli altri. –

Sorride – Lo faccio anch’io. L’ho sempre fatto. Sono qui per questo. – Che cosa significa “per questo?”. Si infila le mani in tasca, un gesto che non faceva più da anni. – Boh, non lo so. Una frase assurda: non so perché mi è venuta. Curioso: “sono qui per questo”. Come se il nostro mondo ulteriore fosse una forma di punizione. Un inferno. È buffo: da quando ho dodici anni ho smesso di essere credente. Forse la realtà è che credo che stare qui sia una forma di contrappasso laico. Non ho mai amato comunicare con i miei simili ed ecco che ora non ho più simili. – Dovresti essere felice. O almeno soddisfatto. La voce del giovane è rigida, tesa. L’ha offeso? Crede di essere qui in luna di miele? – Bah, sono solo sciocchezze. Non dare loro peso. Forse è meglio se camminiamo. – Sì, camminiamo. Cerca le vie abituali, quelle che lo conducevano a casa. Ha preso a camminare più veloce. Il giovane lo segue senza parlare. Cammina un paio di passi dietro di lui come una giovane moglie. Lo fa per rimproverarlo, per ricordargli che poco prima non l’ha incluso tra i suoi nuovi simili, quelli che abitano il mondo ulteriore. Ma non riesce a sentire nulla che li unisca. Il giovane gli si è legato perché non aveva scelta e lui sarebbe contento di separare nuovamente i loro destini, almeno per qualche tempo. “Destini”, una parola grossa, ormai, sproporzionata al loro mondo piatto e senza tempo, con quel sole del colore di una caramella alla fragola fermo nel cielo come un timbro. E destini non è l’unica parola che sarebbe bene dimenticare per sostituirla con qualche altra che adesso non riesce a immaginare. Adesso. Ma forse domani sarebbe possibile, gradualmente potrebbe trovare l’intero vocabolario del mondo ulteriore. Una parola diversa da sole, una diversa da tempo, una diversa da luogo. È un universo silenzioso, ora. L’ha accolto con una nota interminabile e con la terribile ricchezza dei rumori abituali: il vento, i motori, le voci. Prima ogni vibrazione era un universo da esplorare e nel quale perdersi. Un viaggio dentro una gigantesca conchiglia. Ora le vibrazioni sono scomparse. Non saprebbe dire se a circondarlo è aria, se la respira e cosa respira. In fondo non

ha più bisogno di mangiare e a cosa potrebbe servirgli inspirare ossigeno? Il petto si alza e si abbassa, come sempre, ma è soltanto un’abitudine come camminare, gesticolare mentre si parla e fare sesso. – L’hai trovata, allora? – Che cosa? – La tua casa. La tua famiglia. Non era quello che cercavi? – Sì, certo. Cerco un palazzo di sei piani con i mattoni a vista, il portoncino a vetro, la maniglia cromata. Il citofono retroilluminato – l’hanno installato poche settimane fa – i serramenti in legno. Ci sono sette gradini per accedere all’atrio e due porte si aprono, una a destra e l’altra a sinistra delle scale. L’ascensore è verso il fondo del vano. Portata massima 3 persone o 250 chilogrammi. È vietato l’uso dell’ascensore ai minori di anni 12 non accompagnati. Era la mia casa. Mia nel senso che l’avevo pagata, anzi quasi pagata tutta. Ne ho viste alcune, ma qualche particolare mi ha impedito di entrare. Le finestre differenti. Sei gradini. Una guida verde invece che rossa. – ride – “È obbligatorio l’uso dell’ascensore ai minori di anni 12 non accompagnati”. Avrei potuto salire le scale ugualmente. Suonare a una porta a sinistra delle scale al terzo piano. Attendere che qualcuno mi aprisse la porta. Attendere, attendere, attendere ancora. – Nessuno ti avrebbe aperto. – Ma avrei potuto attendere fino a quando qualcuno non fosse uscito. Una delle forme veloci e indistinte che continuiamo a incontrare. Avrei potuto scivolare alle sue spalle e entrare in quella casa. – Non ti capisco. Perché? – Per misurare quanto questo mondo è diverso dal mio. Per sapere che il ritorno è impossibile. Non si attendeva le lacrime né quel peso nel petto. Il giovane lo guardava impietrito. Aveva paura di lui, adesso? Si sedettero ancora sul bordo del marciapiede, senza più guardarsi. – La mia ombra è scomparsa. Lo dice quietamente, come dire: «ha smesso di piovere» o «mi sono macchiato il fondo dei calzoni». Il giovane annuisce: – Luce che non produce ombra: la geometria sta facendo cilecca. Chissà cosa direbbe il mio professore delle superiori. È come stare nel disegno di un bambino, – sorride – piani nitidi senza spessori.

Semplici linee. In piedi fuori dalla serranda semiabbassata esplorano con lo sguardo i piani sovrapposti della città come segni di matita senza profondità. – I nostri occhi non sono ancora abituati, – spiega il giovane, – i nostri cervelli cercano ancora le tre dimensioni: le distanze, le differenze. Invece il mondo ulteriore è interamente ovunque. Non più un qui separato da un là. Le distanze sono finite. Il giovane ha un’aria soddisfatta, come se quell’evoluzione non lo trovasse impreparato, come se tutto ciò che gradualmente accade rientrasse in un suo disegno, realizzasse una personale previsione. – Se devi camminare vuol dire che le distanze ci sono ancora. C’è un altro lato della strada. Guarda! – L’asfalto è cedevole ed elastico. Ha la sensazione che lo sospinga, aiuti il suo passo. Alza il piede per guadagnare il marciapiede di fronte e immancabilmente inciampa. Senza ombre non è facile calcolare le distanze. Ne prende nota, come un immigrato che si sforza di non dimenticare le piccole esperienze di ogni giorno nella sua nuova terra. Approda sul marciapiede e si volta verso il giovane. – Ecco! È soddisfatto. Le lunghe elucubrazioni del giovane lo irritano. Lui non cerca spiegazioni né giustificazioni. Sa di meritare quel mondo (ancora una volta meritare?) e cerca di abituarvisi, di convivere con esso, accettare le sue bizzarrie. La nota di tensione che ha accompagnato i suoi giorni dal più remoto dei suoi ricordi lo ha abbandonato. Adesso non direbbe più «morire», ma «confondersi». Potrebbe accadere da un momento all’altro e sarebbe come dimenticare. Forse così vivono le cose: senza memoria e senza speranze, esattamente come lui. Il giovane vive ancora di separazione, si sforza di subire il sesso quando si sdraiano nudi sulla moquette blu, non lascia che i gesti vengano ma deve immaginarsi vittima. Deve rappresentarsi sedotto, impotente, violato. Deve morderlo, deve raccogliere le ginocchia sul petto come un neonato, deve accucciarsi tremando come un prigioniero di cenere nella luce che entra dalla porta-finestra. Ma è lui a guidare il gioco, a porre domande ricordandogli ogni istante di esistere. – Hai visto? – Dice, già stanco della contesa. Il giovane si stringe nelle spalle: – Le gambe vanno dove l’occhio dice loro di andare. Hai inciampato, ma ti attendevi di inciampare. Hai camminato ma era il tuo cervello a calcolare la distanza e a muovere le linee intorno a te. Non

ti sei realmente mosso. Lui sorride. – Toccami, allora. Sono ancora qui al tuo fianco. – Sarebbe un’illusione di movimento. Sospira: – Non ti muoverai più di qui, immagino. Per non contravvenire alla tua teoria. – Andiamo dove vuoi. Non ha importanza. Angoli, rientranze, gradini sono semplici linee disegnate su uno sfondo grigio. I palazzi ai lati delle strade rettilinee sono scatole senza più aperture, segnate da righe brevi che erano balconi, davanzali, bovindi, finestre. Parallelepipedi e cubi silenziosi, bruni e grezzi senza più aperture. – Lo spazio fermenta in loro. – Gli spiega il giovane, – adesso che siamo senza sonno, il sogno è nei pensieri. E io li vedo. Vedo le stanze che germogliano, i muri che si incurvano, si imbozzolano. Nel silenzio, nelle luci elettriche che lampeggiano nei corridoi, sui tendaggi, negli angoli. Lo spazio si moltiplica, si soppalca, si tramezza. – Si divide all’infinito. – Non è la stessa cosa. Loro… – indica i palazzi, – non vivono per noi, sono nati per noi ma ora vivono di vita propria. Creano gallerie, vani avvolti a spirale come le camere di un nautilo. Senti questo sospiro sospeso? Quest’intervallo? Hanno smesso di sognare. Ovvio, dal momento che hanno cessato di dormire. A lui interessa di più guardare il cielo nello spazio ritagliato dalle linee dei palazzi che immaginare la vita bioedilizia. Stretti tra i muri fioriscono differenti cieli: fatti di nuvole luminose come saette, di nubi striate e voraci simili al ventre di squali; cieli scuri e notturni palpitanti di vecchie stelle pallide e grige e cieli lattei annegati dal calore; nuvole come lame, stelle come polveri sollevate dal vento. Il vecchio sole rosso di Altrove è scomparso, il cielo sopra di loro è una lastra al neon che impallidisce ai bordi della loro visione senza incurvarsi. – Cerco il mare. Sono cresciuto in una città di mare, – spiega al giovane che lo segue sforzandosi di camminare a occhi chiusi per non essere sviato dalle sue false percezioni. – Ci deve essere, il mare, qui. Nessuna risposta. I passi del giovane alle sue spalle non hanno un ritmo preciso: si diradano e si affrettano seguendo, lui immagina, impulsi contrastanti.

– A destra! – gli annuncia infilandosi in una stretta via notturna. Il rumore familiare della risacca lo accoglie al termine della strada. L’asfalto è tagliato di netto al limite della battigia. Il mare è chiaro, una luce diffusa sale dalle profondità a illuminarlo. Ha la sensazione di guardarlo dalla parte sbagliata, come da ragazzo quando, con la maschera, si immergeva e passava interminabili secondi a guardare, rovesciata, la coltre mobile delle acque. – Apri gli occhi, – dice al giovane – siamo arrivati al mare. – Anche il mare… – sospira l’altro senza guardare – un altro inganno, un tranello. Sbuffa spazientito. – Lo senti? – Devi smetterla di cercare. Devi metterti in sintonia, accettare. Il giovane si è seduto sull’asfalto e sorride estatico al buio. La caricatura di un eremita o di un santone. – Potrei lasciarti qui e andarmene – voce neutra, nessuna passione, – non siamo fatti per stare insieme in questo mondo. – Sarebbe un altro fallimento. Scivoleremmo di un altro piano, in un altro mondo. Un altro inferno. Lui riderebbe se non temesse di udire nuovamente la sua risata distorta e moltiplicata. Lame di luce grigia disegnano nel cielo notturno gli esagoni ripetuti di un’alveare. – Stiamo già scivolando, non te ne sei accorto? – Penetriamo più profondamente, veniamo accolti. Tutto qui. Si stacca dalla strada e cammina nella sabbia fredda. Lontano da loro si alzano onde che si sollevano per centinaia di metri. Muri d’acqua immobili che scompaiono ad ogni battito di ciglia per riapparire come fondali, nascosti e nuovamente alzati. Il giovane non si è mosso dalla sua posizione. Si china per afferrare una grossa pietra. Ritorna verso di lui. Passi silenziosi, mani protese. Il giovane non apre gli occhi neppure quando lo colpisce. Una volta, due, tre. Poi ancora una volta e un’altra, finchè non lo vede scivolare di fianco come un peluche colpito con un libro. Il sangue corre sulla strada fino all’orlo netto che la separa dall’acqua. Sgocciola e scompare nell’acqua illuminata. – Non può esserci morte, qui. – Borbotta il giovane sdraiato sull’asfalto scuro come e lucido.

– Lo supponevo. – Possiamo tornare indietro, adesso. Sai ritrovare la strada? – Credo di sì. – Aiutami ad alzarmi. Hai voglia di fare l’amore quando saremo tornati? – Può darsi – mette le mani sotto le ascelle del giovane e lo aiuta ad alzarsi. – Vedremo. La ferita è scomparsa, come se il tempo si fosse raggrumato, raccolto intorno a una bruciatura. Il rancore che a poco a poco era cresciuto in lui si è saziato. Adesso si sente vuoto. Ricorda di averlo colpito. Ricorda di averlo amato, accarezzato, lo sguardo fisso all’alveare di luce grigia che occupava il cielo notturno. Due passati perfettamente nitidi, due ricordi che appartengono al medesimo istante sdoppiato e moltiplicato. Seduti sulla moquette blu si guardano senza espressione come profughi che hanno dalla loro soltanto un inutile passato. – Basta così, non credi? – Sì. Pubblicità. Di calcio e donne. Di motori e di dialetti morti e defunti, di imitazioni macabre e senza fantasia. Spot nati logori, imbarazzanti. Stupidi, in una sola parola. Poi musica. Adatta a sudare nella luce aranciata e palpitante di qualche capannone fuori città, ma assurda in un piccolo bar. Il viso del giovane seduto due tavoli più in là gli è noto. Ha la sensazione di averlo già visto altrove. Ma non si fida dei suoi ricordi. Non si fida dei suoi desideri, delle sue speranze. I mondi dei sogni liberanti sono troppo nitidi. Potrebbe non riuscire a ritornare. Gliene importa davvero, di ritornare? Il giovane fa un gesto con le mani. È una proposta. Sorride scuotendo la testa: non è omosessuale, lui. Soltanto nel mondo dei sogni liberanti può esserlo. Come può essere un assassino. Sente il cuore battergli più forte. La sua vittima sorride due tavoli più oltre. Gli risponde con un gesto che l’altro comprende. Insieme accendono il piccolo chip sistemato dietro l’orecchio. Per qualche secondo è sicuro si tratti dell’inizio di una canzone. Una scelta

sorprendente per la stazione radio che si ascolta in quel locale. Un accordo d’organo in scala minore, mantenuto a lungo senza variazioni né tremolii. Gradualmente riempie la stanza come una luce che fa impallidire visi e oggetti. Il sogno liberante durerà soltanto pochi secondi. Poi ritornerà al lavoro.

Massimo Citi Gennaio-Marzo 2004

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