silvano fausti

MATTEO IL VANGELO DELLA COMUNITÀ

INTRODUZIONE

La Sacra Scrittura è come uno spartito, la cui musica esiste solo dove e come è eseguita. Chi cerca di leggerla, interpretarla e attualizzarla, ne è letto, interpretato e attualizzato. Infatti la parola di Dio è viva ed efficace, scruta i sentimenti e i pensieri del cuore, e tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi (Eb 4,12s). Il vangelo racconta quanto Gesù dice o fa per qualcuno. Quel qualcuno è il lettore stesso, chiamato a fare in prima persona l’esperienza di ciò che è narrato: la Parola fa quello che dice, per chi l’accoglie con fede (cf 1Ts 2,13). L’interesse al racconto può essere a tre diversi livelli. Può essere rivolto al testo, per vedere come esattamente è, qual è la sua storia, la sua struttura, il suo stile, ecc. È un passo previo. Chi però si ferma qui è come uno che vuol mangiare la parola “pane” invece del pane. Non sazia molto! Può essere anche rivolto a cosa dice il testo : qual è il suo messaggio, come capirlo e vivere oggi, ecc. È un secondo gradino, anche questo necessario, ma non sufficiente. Chi si ferma qui è come un figlio che mangia del pane senza sapere che viene dai genitori. Neppure questo sfama. Può essere infine rivolto al Signore : oltre al testo e a ciò che dice, si è attenti a colui che dice quel testo. Tutta la Scrittura è una lettera che il Padre ha inviato a ciascuno dei suoi figli; dietro ogni parola c’è chi parla, e il suo dirsi è un darsi. Chi raggiunge questo terzo livello, ha trovato ciò di cui ha fame. Il vangelo di Matteo , nella sua forma attuale - la tradizione parla di un Matteo ebraico, a noi ignoto - è nato probabilmente in ambiente palestinese o siriano (Antiochia di Siria?) circa l’anno 80. Scritto in buon greco da un giudeo ellenistico, mostra come Gesù, il Figlio di Dio morto e risorto, sia il compimento della promessa di Dio fatta ad Israele. È attribuito fin dall’inizio a

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Matteo, chiamato ad essere discepolo mentre stava seduto al banco delle imposte (Mt 9,9; 10,3; Lc 5,27; Mc 2,14 lo chiama Levi). Escludendo i due capitoli iniziali, Matteo usa per lo più lo stesso materiale di Marco e Luca, riportando parole e azioni compiute da Gesù nel breve periodo che va dal suo battesimo alla sua pasqua. La sua particolarità è aver organizzato il tutto secondo i vari argomenti, condensandolo in cinque grandi discorsi seguiti da altrettante parti narrative che li illustrano. Il discorso sul monte (cc.5-7) contiene la “Parola” del Figlio ai fratelli; il discorso della missione (c.10) la porta a tutti gli uomini, cominciando da Israele; il discorso in parabole (c.13) mostra come essa agisce nel mondo; il discorso sulla comunità (c.18) fa vedere come si realizza nella quotidianità dello stare insieme; il discorso escatologico (cc.24-25) infine la presenta come il criterio di valutazione sull’uomo e la sua storia. I cc. 26-28, che raccontano la morte e risurrezione del Signore, ne sono il compimento. Matteo è considerato il vangelo della comunità : è centrato sulla parola del Figlio che ci rende figli del Padre facendoci fratelli tra di noi. La fraternità è la realizzazione del nostro essere figli: nel rapporto con l’altro viviamo quello con l’Altro. Anche per questo è stato il più letto nella Chiesa. Oggi, in un’epoca in cui lo stare insieme si è fatto problematico, torna di particolare attualità. In genere l’attenzione si concentra proprio su ciò di cui si avverte la mancanza.

Questo libro vuol essere un manuale per la lectio del vangelo di Matteo. Come nei precedenti commenti a Marco e a Luca, di ogni singolo passo, dopo una traduzione letterale del testo, si espone il messaggio nel contesto ; seguono una lettura del testo e indicazioni per pregare il testo (vedi il metodo subito dopo l’introduzione); concludono dei testi utili per l’approfondimento. Come si vede, al centro sta il testo, che non è solo un pretesto, ma un modo specifico in cui il Signore mi parla e io lo ascolto.

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Il lavoro che offriamo è il frutto di una lectio continua settimanale, tenuta in questi anni nella chiesa di S. Fedele (Milano), insieme a Filippo Clerici, con il quale l’ho preparata ed eseguita. Un vivo ringraziamento a lui, dopo che a Dio, come pure a quanti con la loro partecipazione attiva hanno stimolato e arricchito la comprensione del vangelo. Un grazie anche a E. D’Auria per la battitura del manoscritto, a F. Montagna per il controllo delle citazioni, a B. Schiralli e M. Galli per la correzione delle bozze. Spero vivamente che questo lavoro sia utile per conoscere di più il Signore e servire meglio i fratelli, in attesa del suo ritorno.

Festa di s. Giuseppe 19.3.1998.

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METODO PER PREGARE IL TESTO a. Entro in preghiera pacificandomi • con un momento di silenzio • respirando lentamente • pensando che incontrerò il Signore • chiedendo perdono delle offese fatte • e perdonando di cuore le offese ricevute mettendomi alla presenza di Dio • faccio un segno di croce • per lo spazio di un Pater guardo come Dio mi guarda • faccio un gesto di riverenza • inizio la preghiera in ginocchio o come più mi aiuta • nel nome di Gesù chiedo al Padre lo Spirito Santo perché il mio desiderio e la mia volontà la mia intelligenza e la mia memoria siano ordinati solo a lode e servizio suo. b. Mi raccolgo immaginando il luogo in cui si svolge la scena da considerare. c. Chiedo al Signore ciò che voglio sarà il dono che quel brano di Vangelo mi vuol fare: corrisponde a quanto Gesù fa o dice in quel racconto. d. Medito e/o contemplo la scena leggendo il testo lentamente, punto per punto sapendo che dietro ogni parola c'è il Signore che parla a me usando • la memoria per ricordare • l'intelligenza per capire e applicare alla mia vita • la volontà per desiderare, chiedere, ringraziare, amare, adorare. NB. • non avrò fretta: non occorre far tutto • è importante sentire e gustare interiormente • sosto dove e finché trovo frutto, ispirazione, pace e consolazione • avrò riverenza più grande quando, smettendo di riflettere, inizio a parlare col Signore. e. Concludo con un colloquio col Signore, da amico ad amico su ciò che ho meditato finisco con un Padre nostro esco lentamente dalla preghiera. NB. Dopo aver chiedendomi: pregato, rifletterò brevemente su come è andata,

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• se ho osservato il metodo • se è andata male, perché • quale frutto o quali mozioni spirituali ho avuto.

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1. GENESI DI GESÙ CRISTO 1,1-17 1,1 Libro della genesi di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo: Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, Aram generò Aminadab, Aminadab generò Naasson, Naasson generò Salmon, Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide. Davide generò Salomone, da quella che era stata di Uria, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abia, Abia generò Asàf, Asàf generò Giosafat, Giosafat generò Ioram, Ioram generò Ozia, Ozia generò Ioatam, Ioatam generò Ezechia, Ezechia generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosia, Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione di Babilonia. Dopo la deportazione di Babilonia, Ieconia generò Salatiel, Salatiel generò Zorobabele, Zorobabele generò Abiud, Abiud generò Eliacim, Eliacim generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliud, Eliud generò Eleazar, Eleazar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe,
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lo sposo di Maria, attraverso la quale fu generato Gesù, chiamato Cristo. 17 Tutte dunque le generazioni: da Abramo a Davide quattordici generazioni, da Davide fino alla deportazione di Babilonia quattordici generazioni, e dalla deportazione di Babilonia fino a Cristo quattordici generazioni.

1. Messaggio nel contesto “Libro della genesi di Gesù Cristo” è il titolo del vangelo di Matteo, che ci racconta la nascita nel tempo del Figlio eterno del Padre che si fa nostro fratello. Gesù è visto come la nuova genesi dell’uomo, principio e fine del mondo creato da Dio. Dopo la genealogia, i primi due capitoli sono una introduzione di tipo narrativo. Si tratta di “racconti teologici”, tipici della letteratura ebraica, che spiegano dei testi biblici con narrazioni edificanti ( midrashim haggadici). Matteo qui però non commenta un testo biblico con episodi della vita di Gesù, ma la vita di Gesù con testi biblici e altro materiale. Si tratta di racconti cristologici. Il primo capitolo presenta l’origine di Gesù, insieme umana e divina: figlio di Davide secondo la carne ( vv. 1-17) e Figlio di Dio secondo lo Spirito ( vv. 1825). Attraverso i discendenti di Abramo, Dio entra nella storia dell’uomo e l’uomo nella storia di Dio. Il prototipo del credente è Giuseppe, lo sposo di Maria, da cui riceve il Figlio di Dio come proprio figlio ( vv. 18-25). Il secondo capitolo prospetta la vicenda futura di Gesù: accolto dai lontani e non dai vicini (2,1-12), ripercorre il destino del popolo, che scende nella schiavitù d’Egitto e ascende alla terra dei padri ( 2,13-23). Nel “Nazoreo” si compie quanto i profeti hanno detto ( 2,23). In questi primi due capitoli, per ben 5 volte su un totale di 11, Matteo parla del “compimento delle Scritture” (1,22s; 2,5s.15s.17s.23). Gesù è visto come il
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punto d’arrivo del disegno divino, colui del quale tutta la Scrittura parla. Tenendo lo sguardo puntato su ciò che lui ha fatto e detto, la storia d’Israele è rivisitata all’indietro - come fa il “gambero” - e colta nel suo mistero profondo. Il materiale comune agli altri evangeli, che Matteo ha a disposizione per costruire questi racconti, è costituito, oltre che dalle citazioni bibliche, dalle genealogie, dai nomi dei genitori di Gesù, dalla sua ascendenza davidica, dalla fede nella sua divinità, dalla concezione verginale per opera dello Spirito Santo, dalla sua nascita ai tempi di Erode e dalla sua permanenza a Nazareth. Il resto del materiale è suo, non attestato da altre tradizioni. Che il tono dei racconti sia quello di un midrash né comporta né pregiudica l’attendibilità dei fatti - da verificare di volta in volta. L’importante per Matteo è interpretare la Scrittura alla luce di Gesù e del suo Spirito. Questo primo brano è una lista di nomi, divisi in tre periodi, che vanno da Abramo a Gesù: la “carne” del Figlio di Dio passa attraverso coloro che l’hanno preceduto. Di ognuno si dice due volte “generare”, una volta come figlio e l’altra come padre. Lo schema costante si interrompe con Giuseppe, per aprire alla sorpresa di ciò che capita attraverso Maria (v. 16). Del primo patriarca, Abramo, non si dice chi l’ha generato, e dell’ultimo, Gesù, non si dice né chi lo genera né chi a sua volta egli genera. Si allude al mistero iniziale del Padre, e a quello finale del Figlio. La deportazione di Babilonia ha particolare spicco (vv. 12.17a.17b), così pure la menzione dei “fratelli” (vv. 2.11) - Gesù è venuto a ricostruire la fraternità disfatta e dispersa nell’esilio! Colpisce inoltre l’introduzione di quattro donne (vv. 3.5a.5b.6), anticipo della quinta, Maria, di cui si parlerà nel racconto seguente. La ripetizione ossessiva del generare con la sola variazione di nomi provoca una tensione, quasi l’attesa della novità promessa nel primo versetto, che interrompa la catena e dia senso al tutto. Il che avviene in Gesù, presentato come il “dunque”: le generazioni da Abramo a Gesù sono tre volte quattordici,

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ossia sei volte sette. Con lui, primogenito di una numerosa schiera di fratelli (Rm 8,29), la storia della promessa raggiunge sette volte sette, la perfezione. Per noi questa interminabile lista di nomi può risultare arida. Ma ogni persona è un volto unico e irripetibile, un gioco di passioni e azioni, con uno strano destino di libertà. Ogni nome ha valore assoluto, come il Nome da cui viene e verso cui va. Può essere ignoto a noi; ma sempre vive nella memoria di Dio e pulsa nelle vene del discendente. L’uomo fa la storia e la storia fa l’uomo: il nome, relazione con l’Altro e gli altri, non si perde mai. All’inizio sono nominati Davide e Abramo, depositari della promessa: tutto il generare è sotto il segno di una particolare benedizione divina. La storia cessa di essere l’eterno ritorno dell’identico, il serpente che si morde la coda, Kronos che divora i suoi figli. Da tragico dominio del fato, diventa libero dialogo tra uomo e Dio, con un principio, uno svolgimento e un fine. La parola scambiata tra i due fa nascere una novità che costituisce il senso della creazione: il dono reciproco di sé tra Creatore e creatura. La vicenda umana diventa storia di salvezza, realizzazione di Dio nell’uomo e dell’uomo in Dio, dramma dove i due sono i protagonisti, e il resto è lo scenario interessato, che assiste alla decisione del proprio destino. In questi primi versetti si mostra l’appartenenza di Gesù alla carne di Israele. Il Signore la sposa così com’è, con la sua gloria e le sue miserie, facendo passare attraverso di essa il cammino della salvezza. Gesù Cristo, compimento della storia di Israele, è il Figlio di Dio che, assumendo la carne di peccato, opera la salvezza di ogni carne. “Caro salutis cardo” (la carne è cardine della salvezza), e “quod non est assumptum, non est redemptum” (ciò che non è assunto non è redento), sono le due affermazioni della Chiesa antica che fondano ogni teologia cristiana. La Chiesa ha in Israele la sua radice santa e nel Figlio il frutto che contiene ogni benedizione.

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2. Lettura del testo 1,1. Libro della genesi. Matteo sta scrivendo un libro, come quelli dell’AT , che narra la “genesi” del mondo nuovo. Questo libro è il “vangelo”, che ricorda e racconta la storia di Gesù. Gesù. Significa “Dio-salva”. Salverà il popolo dai suoi peccati (v. 21). Il nome indica l’identità di una persona nella sua “vocazione” e nella sua “missione”: dice come è chiamata dagli altri e come interagisce con essi. Cristo. In greco, significa “unto”, come “Messia” in ebraico: è il re, che veniva consacrato con l’unzione. Quando Israele voleva farsi un re per essere come tutti i popoli, la cosa dispiacque a Dio (1Sam 8,6-22). È costante la critica dei profeti contro la monarchia (Gdc 9,7-15!): ricordano che l’unico re è Dio, e non c’è dio o re in terra che lo rappresenti. Non bisogna farsi nessuna immagine né di lui né dell’uomo, perché l’unica immagine di Dio è l’uomo libero, suo figlio che ne ascolta la parola. Di quasi ogni re si dice nella Bibbia: “Fece peggio di tutti i suoi padri”. Parallelamente alla critica antimonarchica, c’è l’attesa del re promesso da Dio, il Messia, che avrebbe liberato il popolo da ogni schiavitù e oppressione (2Sam 7,1-17). figlio di Davide. In quanto figlio di Davide, il Cristo è l’atteso. Ma Israele non produce né possiede il suo Messia: viene da lui, ma è anche per lui un dono (cf 2Sam 7,11). figlio di Abramo . In quanto figlio di Abramo, il Cristo è anche il dono inatteso per tutte le genti. Abramo, pagano e primo depositario della promessa, è colui nel quale sarà benedetto ogni figlio di Adamo (Gen 12,3). Abramo è la controfigura di Adamo: l’uno, per la sua disobbedienza, condusse l’umanità dal giardino al deserto e al diluvio; l’altro, per la sua obbedienza, è destinatario della promessa di una terra e di una discendenza. La genealogia che segue è illuminata dalla duplice promessa a Davide e ad Abramo, inquieta attesa di un compimento.
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v. 2 Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe. Sono i tre padri di Israele. Mancano le quattro madri: Sara, Rebecca, Lia e Rachele - tutte sterili, tranne Lia, la non desiderata! Sono sostituite da quattro straniere, che entrano avventurosamente nella storia di Israele - prototipo di ogni storia (quattro è numero di totalità) che si imparenta con Israele e la sua salvezza. v. 3 Tamar. È un’aramea. Fingendosi prostituta, costrinse il suocero Giuda a renderla madre - lei, vedova trascurata di due suoi figli e senza discendenza. Il primo marito, Er, era “odioso” agli occhi del Signore. Il secondo, Onan, “fece cosa non gradita al Signore”. Ambedue morirono e Giuda, invece di darle il terzo figlio, la mandò via per paura che anche questo morisse (Gen 38,1-30). La storia di salvezza si intreccia con i lutti, le cattiverie e le astuzie dell’uomo. Nessuna vicenda, per quanto oscura e ingarbugliata, è estranea al sangue del Messia. Dio non è schizzinoso! Ama questa umanità, non una migliore. Perché è sua! v. 4 Racab. Pure lei pagana, cananea, prostituta di Gerico, ospitò gli esploratori clandestini della terra promessa (Gs 2,1-21). Entra nella storia d’Israele come prima salvata della “terra”. Le prostitute ci precedono nel regno (21,31)! v. 5 Rut. È una straniera, moabita. Anche se giovane e vedova, lascia la sua casa per condividere la sorte della suocera ebrea. Il libro di Rut ne racconta la storia gentile, piena di spirito universalistico e di fiducia nella provvidenza. v. 6 quella che era stata la moglie di Uria . Uria è un generale hittita di Davide, ucciso da lui che ne desiderava la moglie (2Sam 11-12; Sal 51). È la storia fosca di un adulterio con omicidio, consumato con dissimulazione, tradimento, vigliaccheria e ogni sorta di inganno contro un suddito fedele fino alla fine. L’azione divina passa attraverso il gioco della storia così com’è, estranea e perversa, farcita d’inganni, lussurie, incesti, prostituzioni, slealtà, menzogne, adulteri e omicidi.
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La prima serie di nomi parte da Abramo, che crede alla promessa, e si chiude con Davide, al quale fu promesso il Messia, passando attraverso la schiavitù e la liberazione dell’Egitto, l’ingresso nella terra e il suo possesso. È l’epoca d’oro della storia del popolo di Dio. v. 11 la deportazione di Babilonia . La seconda serie di quattordici generazioni, tutta di re, per lo più infedeli all’alleanza, si chiude con lo sradicamento dalla “terra”. È una storia di potenti e prepotenti, sordi alla denuncia dei profeti. Da qui l’esilio, dispersione dei figli che non hanno vissuto la fraternità. v. 16 Giuseppe, lo sposo di Maria . Giuseppe, lo sposo di Maria, non genera Gesù. Il Figlio è da accogliere: è il dono che il Padre gli fa attraverso Maria. Qui il generare, che è tutto al maschile, si interrompe per lasciar posto al “femminile”, possibilità del divino. La vicenda di Giuseppe, ultimo anello della genealogia, è quella di tutti: non fa il Figlio della promessa, ma si apre a riceverlo dalla sua sposa, come vedremo nel brano seguente. attraverso la quale fu generato . Gesù è “generato” (passivo divino!): si sottolinea che, attraverso Maria, colui che genera è Dio stesso. Tutto il fare dell’uomo è attesa dell’accadere di Dio. Non può essere che così, perché ogni generare parte da lui e porta a lui. Diversamente sarebbe una monotona catena di nomi destinati alla vacuità del nulla. Gesù. Ogni nome della lista è nominato come generato e generante: riceve dal progenitore la sua identità che trasmette al figlio, arricchita dalla propria. Solo di Abramo e di Gesù, il primo e l’ultimo della serie, non si dice rispettivamente chi lo genera e chi genera. Il primo, che per fede abbandona padre e terra, ha come Padre Dio; l’ultimo, che è il Figlio unigenito, creato come uomo ed increato come Dio, compie ogni paternità e racchiude ogni filialità. Il generare è aperto all’indietro e in avanti al mistero di Dio. Maria è il grembo che l’accoglie.
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v. 17 tutte le generazioni dunque, ecc. Gesù è la pienezza di vita: il “dunque” di ogni generazione. L’autore scandisce la storia in tre serie di quattordici generazioni ciascuna. Dei paralleli rabbinici possono far supporre che si paragoni la storia di Israele a quella della luna, testimone in cielo della propria infedeltà che sempre la fa scomparire, e della fedeltà di Dio, il sole che sempre la ravviva (cf Sal 89,38), con due emicicli di 14 giorni. Come la luna, così anche il popolo, nato dalla fede di Abramo, cresce nel suo pieno fulgore fino a Davide (primo emiciclo), per decrescere fino a scomparire nell’esilio (secondo emiciclo) e ritrovare la sua pienezza definitiva in Cristo (terzo emiciclo), che è il punto d’arrivo, il “dunque” previsto e promesso da Dio. Oltre a ciò, tre volte quattordici è uguale a sei volte sette. Sette è il numero di Dio, la perfezione, sei quello dell’uomo, imperfetto e chiamato a raggiungere il suo riposo nel sette. La storia umana è solo sei volte sette, perfezione mancata e fallita; diventa sette volte sette, perfezione raggiunta, con Gesù, il Figlio che dà inizio alla nuova generazione di fratelli. Il numero indica razionalità, ordine. La storia non è lasciata al caso: ha una sua scansione e una sua finalità, che è tutta da comprendere. Se uno osserva bene, per fare il numero indicato da Matteo mancano due generazioni, una all’inizio e l’altra alla fine; completa è solo la generazione perduta, quella dell’esilio! Non è certo un errore di conto. La genealogia, necessariamente inconclusa, indica verso i due nomi che mancano: quello di Dio e quello di ciascuno di noi. Dio è per fede padre di Abramo, e ciascuno di noi, accogliendo Gesù, diventa figlio di Dio (Gv 1,12). Il generare umano ha come radice il Padre e come frutto il Figlio. La storia è un inno alla vita, trasmessa da padre in figlio, che riceve dal Padre la sua paternità e dal Figlio la sua filialità, nell’unica vita che è il loro amore reciproco, lo Spirito Santo. L’avventura umana, con cornice cosmica, è il realizzarsi della paternità di Dio che è tutto in tutti (1Cor 15,28), il corpo del Figlio, pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose (Ef 1,23).
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3. Pregare il testo a. entro in preghiera come suggerito a p. 5 b. mi raccolgo immaginando tutte le generazioni del mondo, che hanno il Padre come principio e il Figlio come fine, chiamate in lui a diventare suo corpo mediante la fede di Abramo e di Giuseppe c. chiedo ciò che voglio: capire il mistero divino nella storia d. recito ogni nome, come una litania: è una persona come me, che riceve e trasmette il mistero di Dio da notare : il libro della genesi Gesù Cristo generò Abramo, Davide Tamar, Racab, Rut, la moglie di Uria la deportazione in Babilonia Giuseppe, lo sposo di Maria, attraverso la quale fu generato Gesù.

4. Testi utili: Gen 49,2.8-10; Sal 72; 89; Gdc 9,7ss; 1 Sam 8; 2 Sam 7; Gen 12,1-9; 38,1-3; Gs 2,1ss; 6,17.22-25; 2 Sam 11-12.

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2. NON TEMERE DI PRENDERE CON TE MARIA 1,18-25 1,18 Ora la genesi di Gesù Cristo così era: essendo sua madre Maria fidanzata a Giuseppe, prima che si mettessero insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Ora Giuseppe, suo sposo, poiché era giusto e non voleva ripudiarla, decise di dimetterla di nascosto. Ora, mentre lui stava rimuginando queste cose, ecco un angelo del Signore gli apparve in sogno dicendo: Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, la tua sposa. Infatti ciò che in lei è generato è dallo Spirito Santo. Ora partorirà un figlio e lo chiamerai di nome Gesù: lui infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati. Ora tutto questo avvenne perché si adempisse quanto detto dal Signore per mezzo del profeta, che dice: Ecco la vergine concepirà e genererà un figlio, e lo chiameranno di nome Emmanuele, che significa: Dio-con-noi. Ora Giuseppe, risvegliato dal sonno, fece quanto ordinò a lui l’angelo del Signore, e accolse la sua donna; e non la conobbe finché generò il figlio e lo chiamò di nome Gesù.

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1. Messaggio nel contesto
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“Non temere di prendere con te Maria”, dice l’angelo a Giuseppe. Da lei infatti riceverà Gesù, il Figlio generato dallo Spirito, il Dio con noi. Questo racconto risponde con chiarezza alle due domande che apre il brano precedente: chi è il Padre di Gesù, e come Giuseppe entra nella sua parentela? Il Cristo è il Figlio stesso di Dio, generato per opera dello Spirito e nato dalla vergine Maria; Giuseppe, prototipo del credente, diventa suo consanguineo sposando Maria. In lui vediamo i dubbi e le resistenze dell’uomo ad aprirsi a ciò che è ben più grande di lui, anche se per questo è fatto. La fede nella Parola stabilisce la parentela tra noi e Dio. Per essa, come Giuseppe, accogliamo colui che ha il potere di farci figli (Gv 1,12). Tutto è lasciato alla nostra responsabilità, alla nostra capacità di rispondere alla parola di Dio: questa è il suo “angelo”, ascoltarlo e di rispondergli. Il brano precedente dice come Dio entra nella nostra storia, questo come noi entriamo nella sua: lui assume la nostra carne così com’è, noi assumiamo lui così come si offre in Maria. Giuseppe è discendente di Davide a cui Dio promise il Messia. Ma colui che promette, sempre si com-promette, e ciò che promette alla fine è se stesso, com-promesso in ogni sua promessa. Il figlio di Davide sarà non solo il Messia promesso, ma lo stesso Signore che promette. Il Figlio non nasce da noi: viene dallo Spirito, perché Dio è Spirito. Giuseppe pensa di farsi indietro per discrezione e indegnità ( vv. 18-19). Ma è incoraggiato dall’angelo a prendere la Madre e il Figlio. Deve dare il nome a colui che non è suo: è altro, è l’Altro stesso, che attende il suo “sì” per essere suo figlio, il Dio-con-lui, colui che salva lui e ogni “generare” dalla solitudine del non-essere (vv.20-23) . Giuseppe è presentato d’ora innanzi come colui che ascolta ed esegue la Parola (vv.24-25). Gesù è il Figlio di Dio, generato nell’eternità dal Padre nello Spirito, e nato nel tempo dalla carne di Maria, per opera dello stesso Spirito.
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che ci offre la possibilità di accoglierlo, di

La Chiesa, come Giuseppe “il sognatore”, realizza il sogno di Dio: in silenzio adorante, attraverso la fede accoglie il dono del Figlio.

2. Lettura del testo 1,18 Ora la genesi di Gesù Cristo. La genealogia precedente è quella di Giuseppe. Come diventa la stessa di Gesù, che è Figlio di Dio? Dio non può essere fatto dall’uomo: può solo essere accolto! “Giuseppe” (in ebraico = Dio-aggiunga) entra nella genesi del Figlio di Dio attraverso l’atto di fede che accetta l’“aggiunta di Dio”, donata in Maria, l’umile figlia di Sion. Egli è figura di ogni uomo che, “troppo grande per bastare a se stesso”( Pascal), si tiene aperto al suo mistero - e il suo mistero è Dio stesso. Si può aspettare all’infinito il Messia; ma inutilmente. Infatti è già venuto, e aspetta solo che ci sia uno disposto a riceverlo. Il dono già è fatto, per Israele e per i pagani: questa è l’ottica di Matteo. La questione è come accoglierlo. Il racconto è fatto per il lettore, perché avvenga a lui ciò che è avvenuto a Giuseppe. L’“angelo” per noi è il testo stesso, che ricorda la sua esperienza perché diventi anche la nostra. così era. La genesi di Gesù così “era”: fu, è e sarà, come viene narrato qui. essendo sua madre fidanzata . Ogni uomo, come Giuseppe, ha come “fidanzata” Maria, madre del Figlio. Sta a lui accoglierla, con “fidanza” in lei e in ciò che di lei la Parola gli comunica. Dicendo “sì” a lei, dice “sì” al dono di Dio. Maria è la prima credente: in lei la Parola si è fatta carne. Chi sposa lei, accoglie il Figlio, che per la potenza dello Spirito in lei è generato dal Padre. Entrando in comunione con lei, accetta Dio stesso, che attraverso lei è entrato nell’umanità. Non si può accedere, in via ordinaria, al Figlio al di fuori della mediazione storica di chi l’ha già accolto. Solo lì, nel vero Israele, l’uomo trova la carne del Signore e il Signore che si dona ad ogni carne.
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a Giuseppe. Giuseppe, come detto, significa: “Dio-aggiunga!” È il nome segreto di ogni uomo, finito che desidera all’infinito, anzi l’Infinito - aperto a ciò che lo trascende e solo può colmarlo. L’uomo è fatto per tale aggiunta divina: “Ci hai fatti per te, Signore, ed è inquieto il nostro cuore fino a quando non riposa in te” (S. Agostino). prima che si mettessero insieme. Si sottolinea che Giuseppe non c’entra con la nascita di Gesù. Non lui, ma Dio stesso lo generò attraverso Maria. Giuseppe accoglie il Figlio accogliendo lei. si trovò incinta. Luca 1,26-38 racconta come; Matteo dice semplicemente che “si trovò incinta”. È la sorpresa più sconcertante e splendida, umanamente non programmabile, che possa avere una creatura: concepire l’inconcepibile, il suo Creatore. per opera dello Spirito Santo. Spirito significa “vita”, Santo “di Dio”. La vita di Dio è l’amore reciproco tra Padre e Figlio. Maria non è sterile come le matriarche di Israele. La sua verginità, confessata incapacità di produrre il dono, è puro desiderio di accoglierlo. Il desiderio non produce nulla, ma può accogliere tutto: è quel vuoto assoluto che solo è capace di contenere il dono assoluto, l’Assoluto come dono. v. 19 Giuseppe, suo sposo. L’uomo è fatto per “sposare” colei che gli trasmette il dono di Dio. poiché era giusto e non voleva, ecc. Giuseppe, sapendo che il dono non gli spetta, è tentato di ritrarsi. Ogni “giusto”, come ogni religione, “giustamente” rifiuta il “vangelo”, perché non è oggetto di “merito”. Ma è falsa umiltà rifiutare ciò che non ci spetta di diritto. L’amore non è mai meritato; diversamente è “meretricio”. Per questo è sempre umile: si sa immeritato, dono dell’altro. decise di dimetterla di nascosto . Per rispetto, non per sospetto, Giuseppe decide di ripudiare Maria. Davanti al mistero di Dio si sottrae. Ma non vuole esporla a un rifiuto pubblico, come fosse adultera.
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v. 20 mentre stava rimuginando (cf 9,4; 12,25). Giuseppe non sa che fare; non è soddisfatto della sua scappatoia. Rimugina, dormendo un sonno inquieto. un angelo del Signore gli apparve in sogno . Quando l’uomo dice: “Ora basta” (1Re 19,4ss), Dio fa i suoi doni (cf Sal 127,2). Nel sonno lui incontrò Giacobbe, il patriarca fuggiasco (Gen 28,10ss), e raggiunse Elia, il primo profeta, anche lui in fuga (1Re 19,1ss). Nel sonno di suo Figlio raggiungerà ogni uomo che dorme. I sogni interessano giustamente gli psicologi: uno agisce in base a ciò che ha dentro. Nella veglia ci si difende, censurando ciò che non si vuole. Nel sonno invece esce tutto in libertà. Il giusto, che ha il cuore puro, ha i sogni stessi di Dio: la sua parola parla nel sonno delle altre parole, il suo angelo si rivela nel silenzio dell’ascolto. Il pericolo è dar credito a sogni che sono semplici bisogni. Ma la parola di Dio, se entra nel cuore, risveglia nel profondo quel sogno segreto, che è lo stesso di Dio. Giuseppe, figlio di Davide. L’erede della promessa è chiamato dalla Parola ad accogliere il dono, con atto supremo di decisione e di libertà. non temere. Le prime parole dell’uomo a Dio sono: “Ho avuto paura” (Gen 3,10). Per questo “Non temere” è la prima parola che il Signore rivolge all’uomo quando si manifesta. La paura, principio di ogni fuga, è il contrario della fede. di prendere con te Maria. Maria media a tutti il dono di Dio. In questi primi due capitoli “il Figlio” è sempre presentato con sua madre. Chi rifiuta la Madre, rifiuta il Figlio. La prima eresia - sempre costante!- è il “docetismo”, che ritiene irrilevante la mediazione storica. Staccare Gesù da Maria, da Israele, dalla Chiesa, dai fratelli, è rifiutare la “sua” carne, salvezza di ogni carne. Il cristianesimo diventa ideologia, “gnosi”, che ha nulla a che fare con il Cristo crocifisso, rivelazione di Dio e liberazione dell’uomo. Chi dice: “Cristo sì, ma

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Israele no; Cristo sì, ma Chiesa no; Cristo sì, e mondo no”, rifiuta Cristo stesso che si è mischiato in un destino unico con Israele, Chiesa e mondo. La storia non è qualcosa di passato che non c’è più; è come le radici per l’albero: gli danno linfa e gli permettono di innalzarsi al cielo senza crollare al primo vento. ciò che in lei è generato è dallo Spirito Santo. Ciò che è in Maria viene da Dio: sposandone la madre, accogli il Figlio. v. 21 partorirà un figlio e lo chiamerai . Maria lo partorisce; tu gli dai il nome, entri in relazione con lui e lui con te. Questa è la dignità sublime dell’uomo: chiamare per nome il “Nome”, essere suo interlocutore, parlare con lui da amico ad amico. Gesù. Significa “Dio-salva”. È il nome di Dio, la sua realtà per chi lo chiama. “Chiunque invocherà il nome del Signore, sarà salvato” (At 2,21). In nessun altro nome c’è salvezza (At 4,12), perché è il nome dal quale ogni nome prende vita. Può essere invocato da chiunque, per quanto perduto: è “Diosalva”. salverà il suo popolo dai suoi peccati . “Tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, perché io perdonerò le loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato”(Ger 31,34). Chiamiamo Dio per nome proprio in quanto perduti che vengono salvati. Dio è amore senza limiti: lo conosciamo come tale solo nel perdono. v. 22 questo avvenne perché si adempisse, ecc. La storia di Gesù è vista in continuità con quella di Israele, come compimento della promessa a lui fatta. v. 23 la vergine concepirà, ecc. È citazione da Is 7,14, dove al re è promesso un figlio, garanzia della fedeltà di Dio. È un segno che il re non osa chiedere, e che Dio invece vuol dargli. Quanti altri segni invece chiediamo, che lui non ci vuol dare! Emmanuele, che significa Dio-con-noi . Gesù è il “Dio-che-salva” perché è il “Dio-con-noi”. E se Dio è con noi e per noi, chi sarà contro di noi? (cf Rm
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8,32ss). “Con” significa relazione, intimità, unione, consolazione, gioia, forza, scambio. Lui è sempre con noi, in nostra compagnia (28,20), fino a quando anche noi saremo sempre in compagnia di Gesù (cf 1Ts 4,17). Con lui, il Figlio, noi siamo finalmente noi stessi. v. 24 Giuseppe, risvegliato dal sonno. Il sonno di Giuseppe, per la parola che il Signore gli rivolge, diventa un “risveglio”, una risurrezione. fece, ecc. Giuseppe “ascolta e fa” la Parola - quella che viene non dalle sue paure, ma da Dio. È il nuovo Adamo, che ascolta il Signore. Si risveglia dagli incubi della menzogna antica, e si ritrova davanti la “sua sposa”, e con essa il Figlio stesso di Dio, sua vita. accolse. Giuseppe apre il cuore e la mano per ricevere il dono. Fa il contrario di Adamo, che la chiuse per rapirlo. v. 25 non la conobbe, ecc. Si sottolinea la nascita verginale. Gesù, nato da donna secondo la carne, è figlio di Dio secondo lo Spirito, perché ogni carne riceva la figliolanza di Dio (cf Gal 4,5; Rm 1,3s). e lo chiamò di nome Gesù . Il capitolo inizia e termina con il Nome: Gesù. E ci dice chi è: è il Cristo, l’atteso figlio di Davide, punto d’arrivo della promessa, l’inatteso discendente di Abramo, benedizione per tutte le genti, il Dio-chesalva, il Dio-con-noi, il Figlio, il dono di Dio, Dio stesso come dono, che riceviamo attraverso Maria.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come suggerito a p. 5 b. mi raccolgo immaginando la perplessità e il sonno di Giuseppe c. chiedo ciò che voglio: non temere di prendere il dono di Dio in Maria d. contemplo la scena, immedesimandomi in Giuseppe da notare: Maria si trovò incinta per opera dello Spirito Santo Giuseppe, suo fidanzato, cosa pensa e perché il sonno di Giuseppe e il suo sogno le parole dell’angelo a lui il nome di Gesù, Dio-salva Emmanuele, Dio-con-noi. cosa fa Giuseppe.
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4. Testi utili: Is 62,1-5; Sal 89; 72; 127; 2Sam 7,4-16; Is 7,10-14; Ger 23,5-8; 1 Re 19,1ss; Gen 37,1ss; 40,1ss; 41,1ss; Lc 1,26-38; Mt 12,46-50.

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3. DOVE È IL RE DEI GIUDEI CHE FU PARTORITO? (2,1-12) 2,1 Nato Gesù in Bethlem di Giudea nei giorni del re Erode, ecco dei Magi dall’oriente arrivare a Gerusalemme, dicendo: Dove è il re dei giudei, che fu partorito? Vedemmo infatti sorgere la sua stella, e venimmo per adorare lui. Avendo udito, il re Erode fu turbato e tutta Gerusalemme con lui; e, riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro dove il Cristo nasce. Ora quelli gli dissero: In Bethlem di Giudea. Così infatti è scritto per mezzo del Profeta: E tu Bethlem, terra di Giuda, per niente sei il minimo tra i capoluoghi di Giuda. Da te infatti uscirà un capo, colui che pascerà il mio popolo Israele. Allora Erode, chiamati di nascosto i Magi, investigò con cura da loro sul tempo dell’apparizione della stella, e, inviatili a Bethlem, disse: Andate ed esplorate con cura circa il bambino; e quando l’avrete trovato, notificatemelo, perché anch’io venga ad adorare lui. Ora essi, udito il re, partirono; ed ecco la stella, che avevano visto sorgere, li precedeva finché giunse e si fermò sopra dove si trovava il bambino. Ora, vedendo la stella, gioirono di gioia grande assai. E, entrati nella casa, videro
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il bambino con Maria sua madre, e, prostrati, adorarono lui; e, aperti i loro tesori, offrirono a lui doni, oro e incenso e mirra. Ammoniti in sogno di non tornare da Erode, per altra via si ritirarono nella loro regione.

1. Messaggio nel contesto “Dove è il re dei giudei, che fu partorito?”, chiedono i Magi. Giuseppe, ebreo, fidanzato di Maria, con l’aiuto della Parola dell’angelo, sa dove è il Messia; deve solo riconoscere e accogliere il dono. I pagani invece, e tra questi anche noi, rappresentati dai Magi, devono fare un cammino, guidati dalla stella, per giungere a Gerusalemme, e lì informarsi “dove” è nato il Signore. In Giuseppe vediamo il cammino di fede dell’Israelita, nei Magi quello del pagano. Trovare e incontrare il Dio-con-noi, colui che ci salva dai nostri fallimenti, è il desiderio di ogni uomo. Il cap. 1 parla delle origini di Gesù e di come Israele lo accoglie; il cap. 2 parla del suo futuro e di come tutti lo incontrano. Anche lui farà un cammino, lo stesso del suo popolo: la discesa in Egitto con la shoà degli innocenti e l’ascesa con il ritorno alla “terra”. Il Nazoreo, nella sua discesa e ascesa, nella sua uccisione e risurrezione, realizzerà ogni promessa di Dio al suo popolo. La passione-glorificazione è il tema di questo capitolo. La storia dei Magi ha sempre colpito la pietà popolare. Sono diventati “re”, su suggerimento di Is 60,3 e del Sal 72,10s. Il loro numero nella nostra tradizione è diventato “tre”, secondo i doni che offrirono. Rappresentano Sem, Cam e Jafet, i figli di Noè, tutta l’umanità, primizia della Chiesa. Le loro reliquie si trovano a Köln in Germania, pregiato bottino che il Barbarossa sottrasse nel 1164 alla chiesa di S. Eustorgio prima di distruggere Milano. I loro nomi
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divennero Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, che in certe regioni, all’inizio dell’anno nuovo, si scrivono sulle porte a protezione di uomini e bestie. La loro fortuna è legata al fatto che noi, venuti alla fede dal paganesimo, ci identifichiamo con loro. I temi principali del racconto sono due: la sapienza che guida alla rivelazione e la rivelazione che manifesta a tutti il Messia di Israele, luce per le genti. Il brano traccia il percorso per incontrarlo. Essendo già nato, si tratta di scoprire “dove” lo si può trovare. Il Salvatore è innanzitutto presente nella stella, che raffigura la sapienza, principio di ogni ricerca. Questa porta a Gerusalemme: la sapienza apre alla rivelazione - e il Salvatore è presente nella Scrittura , che fa conoscere in che direzione cercarlo. Seguendo le sue indicazioni, la stella riappare con luce nuova: la ragione è illuminata dalla rivelazione, e conosce chi cerca. La gioia del cuore infine indica con precisione “dove” lui si trova. È lì che lo si adora e gli si apre il proprio tesoro - e il Signore è presente nell’ adorazione (= portarealla-bocca), nel bacio di comunione con lui, e nel tesoro di chi dona come lui si è donato. In questo scambio d’amore reciproco, Dio è finalmente tutto in tutti (1Cor 15,28). Il cammino si compie nella scoperta del luogo “dove” è generato il re, e il re nasce “dove” si compie questo cammino. La prima parola che Dio disse ad Adamo è: “Dove sei?” (Gen 3,9), perché anche lui gli chiedesse a sua volta: “Dove sei?”, e i due si potessero incontrare. Il dove dell’uomo è Dio, perché il dove del Dio-con-noi è l’uomo. In questo racconto si presenta “il natale dell’anima” ( Meister Eckhart ): la nascita del credente in Dio e di Dio nel credente. È una generazione graduale, in cinque momenti: il con-siderare (stare-con-le-stelle) dell’intelligenza che apre a de-siderare e seguire la propria stella, la Scrittura che svela colui che desideriamo, la gioia del cuore che mostra dove lui è, l’adorazione e infine il dono di sé a colui che già si è donato.
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Anche se noi sappiamo il luogo materiale “dove” è nato, non basta. Dobbiamo fare in prima persona l’itinerario dei Magi, con la fatica di un cammino notturno pieno di fascino e di paure, di desideri e di dubbi, di speranze e di incertezze, sotto la guida di una mobile stella che appare e scompare. Diversamente siamo come Erode, che vuole ucciderlo, o come gli scribi e i sacerdoti - il cui sapere serve a dare indicazioni a chi lo uccide. S. Agostino dice: “L’anima è più presente dove ama che nel corpo che anima”. Quello dei Magi è il cammino dell’amore che, attraverso la ricerca dell’intelligenza e della rivelazione, la gioia e l’adorazione, giunge al dono di sé. In questo gesto noi nasciamo in lui e lui in noi. Il suo dove diventa il nostro dove! Nel brano c’è una divisione drammatica che ognuno si ritrova dentro: giocarsi o non giocarsi nel seguire i desideri profondi del cuore? Il lontano cerca e interroga, e così trova e dona con gioia; il vicino sa dove è il Signore, ma non lo cerca, interroga la Scrittura, ma non se ne lascia interrogare, e così cercherà di ucciderlo. All’uomo sono possibili due azioni: l’uccisione o la donazione di sé. Ambedue saranno assunte nella storia della salvezza. Proprio il rifiuto, che lo porterà sull’albero della croce, farà compiere al Figlio che adoriamo il cammino del dono di sé che ci salva. Gesù è il re dei giudei, il Cristo, luce per le genti, nato per tutti in Bethlem di Giudea. La luce della ragione e della rivelazione porta a lui l’umanità, che in lui trova la propria vita. La Chiesa, oltre che da giudei, è fatta anche da pagani che, come i Magi, fanno il cammino di ricerca fino a trovarlo, baciarlo e aprire a lui il loro tesoro.

2. Lettura del testo 2,1 Nato Gesù. Il-Dio-che-salva c’è già. Matteo descrive come trovare “dove” nasce, perché il suo natale sia anche il mio.

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in Bethlem. È la città di Davide. Luca racconta anche come, a causa del censimento, nasca a Bethlem (Lc 2,1ss). nei giorni di Erode . È Erode il grande, re dispotico e dissoluto. Aveva ricostruito sontuosamente il tempio, ma era odiato dal popolo come straniero e vassallo dei romani. È il “re di Giudea”, della terra che possiede; non è “re dei giudei”, delle persone che vi abitano. Loro re è il Cristo, che libera! dei Magi. Mago denota un appartenente alla casta sacerdotale di Persia. Più tardi, nell’ellenismo, designa teologi, filosofi e scienziati orientali, come anche astrologi, stregoni e ciarlatani. La linea di demarcazione tra queste categorie di persone non è mai chiara! Sofocle ed Euripide li intendono in senso negativo. Filone chiama “mago” Balaam, il profeta pagano che viene dall’oriente (Nm 23,7, LXX) e annuncia la stella che sorgerà su Israele (Nm 24,17). Gli ebrei hanno sempre avuto un’allergia contro il “magico”, così comune presso gli altri popoli. Anche se va tornando di moda, rappresenta una regressione pericolosa. Come la scienza sottrae alla magia le energie materiali e le mette al nostro servizio dell’uomo, così la fede le sottrae il bene e il male e lo consegna alla nostra responsabilità. Uno purtroppo può conservare la mentalità infantile anche in uno solo dei due ambiti, dimenticando che il magico si fa sempre tragico! Cristo è visto come la luce, la Parola che pone fine al tragico della storia, per affidarla alla libertà dell’uomo. In questo racconto i Magi sono visti in termini positivi. Non sono dei “maghi”, ma dei sapienti che seguono le indicazioni della stella. Guardare le stelle, stupirsi davanti all’immensità del cielo e cercare di comprenderlo, scrutarne il ritmo e l’armonia, è l’inizio del sapere umano. Il cielo regola la terra: ne scandisce il succedersi delle stagioni, dei mesi, dei giorni e delle ore, ne determina il lavoro e il riposo, le semine e i raccolti, il separarsi e il ritrovarsi, il far lutto e il far festa. Misurare il tempo è la scienza prima dell’uomo, cosciente che il tempo a lui disponibile è limitato. I Magi non si accontentano di
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osservare le stelle nel loro apparire, permanere e scomparire: per loro la scienza non è solo l’osservazione di ciò che c’è, ma anche il chiedersi che cosa significa. L’oriente è l’origine del sole e della sapienza, della natura e della cultura. Tutto ciò che Dio ha fatto, anche l’oriente, trova in Gerusalemme la sua sorgente (Sal 87). v. 2 dove. È la domanda che guida a cercare e porta a trovare. L’uomo è definito dal tempo e dallo spazio, dal quando e dal dove. Il tempo è la vita; lo spazio la delimita dal resto. Il quando non è un problema: l’unico “quando” è sempre e solo ora - il resto non c’è più o non ancora. Il problema aperto resta quello del dove. Per questo l’uomo è pellegrino, in cerca del suo “dove”, che lo fa essere quello che è e sentire a casa sua. Dove è nato il Signore, che devo e desidero trovare ora? La sapienza, riflesso della luce increata, guida i Magi a Gerusalemme: lì è il centro del popolo depositario della promessa e della Scrittura. La ragione, nel cercare salvezza, si apre alla rivelazione, là dove essa è data. È in Israele che si trova il Cristo, per tutti e per sempre. Perdere questa radice, è perdere il frutto. La prima tentazione è aprirsi a Dio, ma negando la “storia” in cui si rivela e agisce, riducendo il tutto a ideologia e simbolo, senza il suo contenuto. È ciò che fanno i vari illuminismi e moralismi antichi e recenti, come, ad esempio, New age. Chi non riconosce Gesù “nella carne”, non ha lo Spirito di Dio (1Gv 4,2s); è semplicemente ingannato. Sganciarsi da Israele, antico e nuovo, da Maria e dalla Chiesa, è perdere “il vangelo”: la carne del Dio-con noi. La salvezza viene dai giudei (Gv 4,22); è una persona e ha un nome: Gesù (1,25). il re dei giudei. C’è Erode, re di Giudea, e Gesù, re dei giudei. Il primo tiene in mano tutti; il secondo si mette nelle mani di tutti. Quegli sarà persecutore, e questi perseguitato - alla fine giudicato, schernito e crocifisso, sempre come re. Come in Giudea, così in ogni angolo della terra, ci sono due modi opposti di
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essere re: uno potente che opprime, l’altro umile, che salva (Mt 20,24-28). I due stanno tra loro come tenebre e luce. I Magi cercano il re dei giudei, non il re di Giudea. A casa loro potevano trovare di meglio - anzi di peggio! Il re è il modello di uomo, l’immagine di Dio. Quale re e quale uomo, quale Dio e quale salvezza cerchiamo? la sua stella. Ognuno ha una stella, che con lui nasce e si spegne, pensavano gli antichi. Il nostro nome infatti è in cielo, in Dio! Ai tempi di Gesù ci fu una congiunzione tra Giove e Saturno - stella del sabato, festa dei giudei. Inoltre apparve la cometa di Halley. Qualunque sia stato il segno, si tratta di una “stella teologica”. Probabilmente Matteo, che scrive per giudeo-cristiani, pensa alla stella vista dal pagano Balaam (Nm 24,17). Se la scienza misura ciò che è visibile, la sapienza ne cerca la verità invisibile, e non si appaga fino a quando giunge ad aprirsi al senso ultimo: “Ogni pensiero non decapitato fiorisce nella trascendenza”( Adorno). La stella, luce nella notte, è la ragione umana, che, mai soddisfatta di ciò che sa e aperta a ciò che ignora, guida l’uomo verso una verità sempre più grande. La Sapienza conduce anche i pagani (cf At 17,26s) nel loro esodo, come “luce di stella nella notte” (Sap 10,17). vedemmo/venimmo . Non basta vedere. Bisogna muoversi e compiere un impegnativo percorso di ricerca, senza mai barattare la verità con le proprie certezze. Chi, come Erode e gli scribi, sta nel palazzo dei propri interessi o nella città delle sue persuasioni - anche giuste! - non incontra la verità. Anzi, la distrugge, ovunque sia. L’arrivo dei Magi a Gerusalemme richiama Is 60,1-5 (cf Sal 72,10-15). per adorare lui. Adorare è il desiderio che muove ogni cammino fin dal principio, il fine di ogni capire e fare. Adorare è portare-alla-bocca, baciare, in comunione di amore e di respiro. Quanto qui i Magi fanno, faranno alla fine anche gli apostoli (28,17).
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v. 3 avendo udito, il re Erode fu turbato . Erode e tutta Gerusalemme ascoltano la domanda e la ricerca dei popoli che a loro si rivolgono. Il turbamento generale è la sorpresa di chi deve decidere quale re vuole: se Erode, uguale a quello che hanno tutti, oppure quello che Dio ha promesso. v. 4 sommi sacerdoti e scribi del popolo . L’autorità politica convoca quella religiosa e intellettuale per sapere “dove” nasce questo re. v. 5 in Bethlem (Mi 5,1). Costoro hanno la risposta esatta. Muovono gli occhi sulle Scritture, ma queste non muovono i loro piedi verso il Signore. Sanno la verità, ma ne stanno lontani. Quante volte il sapere serve per difendersi da ciò che si sa! Dovrebbero “uscire” per andare incontro al Signore. Chi non esce per incontrarlo, con il suo conoscere si fa complice di chi uccide. v. 6 il minimo . Il più piccolo, il minimo, è il criterio della scelta di Dio, opposto a quella di Erode e di ogni uomo. Il “ tsim-tsum” è per gli ebrei la caratteristica di Dio che si restringe per lasciare spazio e vita a tutti. Dio sceglie Israele come suo popolo perché è il più piccolo tra i popoli (Dt 7,7). Così sceglie come re Davide, il più piccolo tra i suoi fratelli (1 Sam 16,11). Dio sceglie le cose che non sono “per ridurre a nulla quelle che sono” (1Cor 1,28). Per questo nessuno dei potenti e dei sapienti di questo mondo può riconoscerlo (1Cor 2,8). Per trovare “dove” è il Signore, bisogna guardare nella direzione in cui lui è. E lui, “il più piccolo tra i fratelli” (cf 25,40.45), è tra i piccoli. La ragione fa cercare il Salvatore, la rivelazione dice dove trovarlo: la prima dice che c’è, la seconda chi è - dando alla prima nuovi criteri di valutazione, gli stessi di Dio. Per questo a Gerusalemme la stella scompare - la ragione per un po’ si oscura davanti alla rivelazione, come le stelle davanti al sole -, ma poi riappare con indicazioni più precise. v. 7 Erode, chiamati di nascosto i Magi, investigò con cura, ecc. Il re di Giudea è nemico del re dei giudei. Utilizza per i suoi piani sia la scienza “indifferente” degli scribi che la sapienza “impegnata” dei Magi. Di tutto si serve il male, soprattutto del bene! Può sempre considerare a suo servizio gli
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“indifferenti”, e fare degli “impegnati” i suoi alleati più pericolosi, perché inconsapevoli. Un sapere che non ama, è sempre “anticristico”; ma anche un amore che non è oculato si fa strumento di satana (cf Pietro in 16,21-23). Comunque il Signore resta l’unico Signore della storia, e tutto alla fine esegue il suo disegno di amore ( cf Rm 8,28; At 4,27s; Ap 17,17). v. 8 inviandoli . Erode fa dei Magi i suoi emissari, in buona fede. esplorate con cura, ecc. Li vuol coinvolgere nelle sue trame, senza che se ne accorgano. v. 9 ecco la stella. La stella li aveva condotti a Gerusalemme. Ma qui non finisce la ragione; nella rivelazione conosce il “dove” trovare chi cerca, e scopre la madre e il bambino. v. 10 gioirono di gioia grande assai. Dio è amore; la è gioia il suo profumo , segno della Presenza. Dove c’è lui, c’è gioia; la tristezza è segno della sua assenza. Essa è comunicata a chiunque ama, a chi scopre il tesoro (13,44), a chi incontra il Vivente (28,8s). La gioia del cuore indica “dove” sta colui che cerchi: è dentro di te. Colui che già era presente nel cammino come desiderio e tensione, nella gioia del cuore si offre come appagamento e distensione. Qui finalmente “entri in casa”, e trova il Re! v. 11 videro il bambino . Il bambino è da vedere. Dov’è il bambino, se non nel cuore di chi lo ama, lo ascolta e ne gioisce? e sua madre . Il bambino lo trovi se entri nella “casa”, ed è sempre insieme a sua madre. La madre è il cuore di chi già prima l’ha accolto e generato, e diventa il nostro stesso cuore che gli dà la sua carne. Il Figlio lo trovi in Israele, in Maria, nella Chiesa, nei fratelli, in te stesso se lo ami e lo ascolti! prostrati, adorarono lui. Si arresta il cammino esteriore; con l’adorazione comincia quello interiore. Tre volte si dice “adorare” (vv. 2.8.11). aperti i loro tesori. Il tesoro in Matteo è il cuore dell’uomo: dove è il tuo tesoro, lì è il tuo cuore (6,21; cf 12,35; 13,52; 19,21).

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oro, incenso e mirra . I Magi aprono il loro cuore e offrono ciò che contiene. L’oro, ricchezza visibile, rappresenta ciò che uno ha; l’incenso, invisibile come Dio, rappresenta ciò che uno desidera; la mirra, unguento che cura le ferite e preserva dalla corruzione, rappresenta ciò che uno è. La regalità, la divinità, la mortalità propria della creatura, tutto ciò che l’uomo ha, ma soprattutto ciò che desidera e ciò che gli manca, è il suo tesoro. Apre a Dio i suoi averi, i suoi desideri e le sue penurie. E Dio entra nel suo tesoro. Qui è il “dove” il Figlio è generato dal Padre. La carne del nostro cuore gli è madre. Dando ciò che sono, i Magi ricevono colui che è, e diventano essi stessi simili a lui. Dio nasce nell’uomo, e l’uomo in Dio. Qui si compie il cammino. v. 12 ammoniti in sogno. Anche i Magi, come Giuseppe, ricevono in sogno il messaggio di Dio. Il sogno di Dio influisce sulla storia più del potere di ogni potente, e lo beffa. si ritirarono nella loro regione. Tornano dov’erano partiti. Ma “per altra via”: non più quella di chi cerca uno che non conosce, ma quella di chi ha trovato colui che cerca. Infatti non sono più quelli di prima; hanno trovato “dove” è nato il re. Il “dove” di Dio è il cuore dell’uomo, e il “dove” dell’uomo il cuore di Dio. Si ritirarono da “anacoreti” - dice il testo greco - nella loro stessa terra. Hanno con sé ormai un nuovo cielo e una nuova terra, seme che porteranno ovunque andranno.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come suggerito a p. 5 b. mi raccolgo immaginando il cammino dei Magi: da oriente a Gerusalemme, da qui a Bethlem c. chiedo ciò che voglio: trovare il “dove” è generato il Signore, e chiedo l’aiuto di Maria d. traendone frutto, ripercorro il cammino dei Magi da notare: la stella: i desideri che muovono la ricerca della ragione l’arrivo a Gerusalemme: la ragione che porta alla fede le indicazioni degli scribi: la Scrittura che dà nuova luce alla ragione Bethlem, da te uscirà il capo l’atteggiamento di Erode, sacerdoti e scribi
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la gioia grande nella casa videro il bambino con Maria sua madre adorarono lui offrirono a lui i doni si ritirarono.

4. Testi utili: Is 60,1-6; Sal 72; 87; At 17,24-29; Rm 1,18-23; Sap 13,1-9.

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4. NAZOREO SARÀ CHIAMATO 2,13-23 2,13 Ora, ritiratisi essi, ecco un angelo del Signore appare in sogno a Giuseppe, dicendo: Risvegliati, prendi il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta lì finché te lo dico. Erode infatti sta cercando il bambino per ucciderlo. Egli, risvegliatosi, prese il bambino e sua madre nella notte, e si ritirò in Egitto. Ed era lì sino alla fine di Erode, perché si compisse quanto fu detto dal Signore per mezzo del profeta che dice: Dall’Egitto chiamai mio figlio. Allora Erode, vedendosi beffato dai Magi, si adirò molto, e mandò ad uccidere tutti i bambini di Bethlem e di tutti i suoi dintorni, dai due anni in giù, secondo il tempo su cui si era informato dai Magi. Allora si compì quanto fu detto per mezzo del profeta Geremia che dice: Una voce fu udita in Rama, un pianto e un lamento grande: Rachele sta piangendo i suoi figli, e non voleva essere consolata, perché non sono più. Ora, finito Erode, ecco un angelo del Signore appare in sogno a Giuseppe in Egitto, dicendo: Risvegliati, prendi il bambino e sua madre e va in terra d’Israele. Sono morti infatti quelli che cercavano la vita del bambino. Ora egli, risvegliatosi, prese il bambino e sua madre, ed entrò in terra d’Israele. Ora, udito che Archelao regnava nella Giudea
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al posto del padre Erode, temette di andare là. Ammonito in sogno, si ritirò nelle parti della Galilea; e, venuto, fece casa in una città detta Nazareth. In questo modo si compì ciò che fu detto dai profeti: Nazoreo sarà chiamato.

1. Messaggio nel contesto “Il Nazoreo”, come sarà chiamato Gesù, è il compimento di quanto fu detto per mezzo dei profeti. Accolto da Giuseppe e dai Magi (2,1-12), rifiutato dai sapienti e dai potenti, egli rivive la storia del suo popolo: attraverso l’Egitto e l’esilio - con l’uccisione degli innocenti, anticipo della sua - torna alla terra promessa. Così compie puntualmente quanto “è scritto”. In questo brano si presenta la storia di Gesù come un viaggio. È il viaggio del Figlio, che incontra i fratelli perduti, ripercorrendo la stessa via. Il racconto è diviso in tre quadri: la discesa/risalita dall’Egitto (vv. 13-15), la shoà degli innocenti (vv. 16-18) e il ritorno alla terra (vv.19-23). Ogni quadro termina con una citazione biblica, che interpreta il fatto alla luce della Parola: la storia di Israele è profezia di Gesù. Lui, che scende e risale dall’Egitto, è il Figlio che realizza il nuovo esodo definitivo (Os 11,1). La shoà degli innocenti, preludio di quella del Giusto, è vista come il male supremo dell’esilio (Ger 31,15). L’Egitto e l’esilio sono la duplice esperienza di schiavitù, causata l’una dal peccato altrui e l’altra da quello proprio: da ambedue libera il “Nazoreo”, che è il “dunque” della promessa (1,17). Da Nazareth, nella Galilea dei pagani, sarà luce per ogni uomo che dimora nelle tenebre e nell’ombra di morte (4,15s). Il “Nazoreo” è, allo stesso modo del popolo d’Israele, il Figlio liberato dalla mano d’Egitto e l’esule che ritorna alla terra. Il male, sia subìto che fatto quest’ultimo ci dispiace di meno, ma è l’unico vero male! -, non vanifica la

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promessa di Dio. Anzi, la realizza nel Giusto che non lo fa e lo porta su di sé, compiendo ogni giustizia (cf 3,15). Il brano rappresenta in sintesi il dramma di Israele e di tutti. Da una parte c’è il re e dall’altra il bambino: il buono è perseguitato dal malvagio, il bene è perdente, il male sempre più forte. Ma alla fine vince l’innocente, proprio con il suo sangue. La storia, da vittoria dei potenti e massacro degli innocenti, diventa la storia del Figlio prediletto, che salva i fratelli che l’hanno venduto (cf Gen 50,20). Le macchinazioni del male, alla fine, senza saperlo eseguono ciò che la sua mano e la sua volontà aveva preordinato che avvenisse (At 4,28; Ap 17,17). Dio è Dio della storia: pur rispettando la nostra libertà, onora divinamente anche la sua! Gesù è il Figlio, totalmente solidale con il destino dei suoi fratelli. La Chiesa, in e con lui, compie il suo stesso cammino nella storia.

2. Lettura del testo 2,13 Ora, ritiratisi essi. Viene ripreso il tema “anacoretico” del ritiro (cf v. 12). un angelo del Signore appare in sogno . Giuseppe, come il suo omonimo venduto dai fratelli, è “sognatore”: nella profondità del suo cuore puro, vede Dio (cf 5,8). Il sogno a noi sembra irreale; invece è il principio di ogni realtà. Uno, anche se non lo sa, realizza sempre i suoi sogni. Ma sono quelli di un cuore puro o impuro? I sogni di Dio alla fine sempre si compiono, anche se a noi sembrano impossibili (Sal 126,1; At 12,9; Lc 24,11.37). risvegliati, ecc. L’angelo dice la Parola che ci “risveglia” alla vita con il sogno di Dio. Giuseppe non risponde alla Parola con parole, ma con la carne. La risposta è lui stesso, che la esegue alla lettera (vedi v. 14; vv. 20-21; cf 1,2124): le dà corpo offrendole il suo corpo. Questo è l’amore coi fatti e nella verità (1Gv 3,18), il culto gradito a Dio (Rm 12,1). Obbedire ( ob-audire) significa

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ascoltare stando davanti, rivolto all’altro. Chi obbedisce è come il Figlio, uguale al Padre perché ascolta e fa la sua parola. il bambino e sua madre . Maria è nominata all’inizio come la sposa di Giuseppe (1,18); poi si parla del “bambino e sua madre” (vv. 11.13.14.20.21), anteponendo sempre il bambino. Maria, Israele e la Chiesa non sono il centro: portano al centro, che è lui! Ma sia lui che la madre sono affidati alle mani di Giuseppe, prototipo dei credenti. fuggi in Egitto . Il re dei giudei fugge in Egitto a causa del re di Giudea - come Giuseppe fuggì in Egitto per l’invidia dei suoi fratelli. Erode sta cercando. Erode è figura del Faraone all’interno di Israele, della Chiesa e di ciascuno di noi. Nella nostra “paganità”, come c’è la ricerca dei Magi per adorare il Signore, così c’è la ricerca di Erode, che, come il Faraone, ucciderà i figli. Gesù, miracolosamente salvato come Mosè, entra in Egitto per compiere il nuovo esodo. v. 14 risvegliato, prese il bambino e sua madre nella notte . Nella notte, Giuseppe è risvegliato, ed esegue la parola di Dio. si ritirò. Vivrà in Egitto da forestiero (cf vv. 12.13), solidale con la solitudine di tutti gli oppressi, suoi fratelli. v. 15 sino alla fine di Erode. Erode, come il Faraone, finisce; il Figlio, come Israele, ne vede la fine. Dio dall’alto ride sui potenti e le loro trame (Sal 2,4). perché si compisse. La sua “fuga” obbligata è non la fine, ma il compimento del disegno di Dio. Il male ne è un esecutore: ha scavato la fossa nella quale cade (Sal 7,16). dall’Egitto chiamai mio figlio (Os 11,1). L’uscita dall’Egitto è vista come la nascita del Figlio dal ventre oscuro della schiavitù. Osea, qui citato, parla del nuovo esodo da un Egitto ancora più duro: il ritorno da Babilonia. Segnerà l’inizio di una nuova primavera tra Dio e il suo popolo, che fiorirà nel deserto (Os 2,16): la sposa adultera torna all’amore della sua giovinezza.

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v. 16 si adirò molto. È l’impotenza del potente beffato dal riso di Dio (Sal 2,4). Invece di tremare, si adira. Ma invano. mandò ad uccidere tutti i bambini . Erode, come il Faraone, uccide i figli di Israele. I bambini (in greco significa anche “servi”) di Bethlem rappresentano il sangue di tutti i giusti, da Abele a Zaccaria (Lc 11,51), dal primo all’ultimo innocente di ogni shoà. Prefigurano il sangue del Servo, il Figlio che salverà i fratelli. Il destino dei giusti - e dei peccatori - è lo stesso dell’unico Giusto che si è fatto per noi peccato (2Cor 5,21). v. 17 si compì. È la profezia di Geremia sull’esilio (Gen 31,15). v. 18 una voce fu udita in Rama, ecc. È il grido di Rachele, sepolta in Rama, presso Bethlem, che vede sfilare davanti a sé i suoi discendenti deportati a Babilonia. L’esilio è conseguenza del peccato proprio. Non si tratta, come in Egitto, di giusti che ingiustamente soffrono, ma di ingiusti che giustamente soffrono. Questa però non è la giustizia di Dio: il figlio esiliato è compianto, come dalla madre Rachele, così anche dal Padre. Dio piange per l’esilio dell’uomo. In Geremia l’esilio è il luogo della liberazione definitiva: colui che ci ama di amore eterno dice di non piangere perché ci riedificherà, ci perdonerà, farà con noi un’alleanza eterna, e così tutti conosceremo il Signore (Ger 31,3s.16.31-34). Nell’uscita dall’Egitto morì il potente ingiusto; nell’uscita dall’esilio morirà il Giusto, e l’Onnipotente stringerà con noi un’alleanza nuova. perché non sono più. L’esilio è la morte del Figlio: l’infedeltà lo riduce a non essere più. Io-Sono, nel suo amore, lo ricondurrà all’esistenza; ma non più con segni di potenza, come in Egitto, ma con l’impotenza della croce, prefigurata nella shoà dei bambini-servi. Il cammino del Figlio passa attraverso la solidarietà coi fratelli nella loro oppressione e nel loro peccato, fino alla maledizione del loro non-essere-più, facendosi lui stesso abbandono, maledizione e peccato (27,46; Gal 3,13; 2Cor

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5,21), perché ogni abbandono non sia più abbandonato, neanche l’abbandono di Dio. La croce sarà vicinanza di Dio a ogni abbandonato da Dio (27,46). v. 19 finito Erode (v. 15). Erode finisce; il disegno di Dio dura in eterno, e ingloba qualunque azione, per malvagia che sia. un angelo del Signore, ecc. È la terza volta che il Signore parla a Giuseppe in sogno. Il sonno dell’uomo è dove Dio massimamente si rivela: la sua parola definitiva sarà il sonno stesso del Figlio dell’uomo, “la parola della croce” (1Cor 1,18). v. 20s risvegliati, prendi il bambino e sua madre, ecc. Per la terza volta Giuseppe è colui che puntualmente esegue la Parola. v. 22 udito che Archelao, ecc. Entrato nella “terra”, rimane aperto al sogno di Dio. È semplice come una colomba, ma astuto come un serpente (10,16). si ritirò. Il quarto sogno lo porta al “ritiro” ultimo, dove il “Nazoreo” prende “casa” e “nome” nella “terra!” Le quattro tappe del suo ascoltare/fare sono le stesse di ogni uomo: prendere in sposa Maria, la madre del Figlio di Dio e chiamarlo per nome (1,24s), compiere con loro sia l’entrata che l’uscita dall’Egitto e dall’esilio - il cammino dalla croce alla risurrezione -, sino a “far casa” nella “terra”, e qui, infine, vivere con discernimento. si compì ciò che fu detto dai profeti: Nazoreo sarà chiamato. Nessun profeta ha questa espressione. Matteo lo sa bene. E sa di dire la verità. Non dice infatti: “Ciò che fu detto dal profeta” bensì “Ciò che fu detto dai profeti”. Tutta la Bibbia, da Mosè a Giovanni Battista, ha profetato di lui, il Figlio generato prima di ogni creatura, nel quale, attraverso il quale e per il quale tutto è stato fatto (cf Col 1,15-17). Gesù, chiamato dai giudei “il Nazoreo”, che viene da Nazareth, è colui di cui tutto parla e che tutto definitivamente dice (Gv 1,18). Gesù, è presentato in questi due capitoli come il Cristo, il discendente di Davide, il Figlio generato da Dio in forza dello Spirito Santo, il Dio-con-noi, colui che salva il popolo dai peccati, colui che ripercorre la storia umana per

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farla uscire dalla tenebre della schiavitù (Egitto) e della morte (esilio), attraverso il suo essere figlio, bambino/servo. Matteo, partendo da Gesù e guardando lui, rilegge la storia passata, e vede come veramente Dio compie in lui ogni sua parola, senza lasciarne andare a vuoto neppure una sola (1Sam 3,19). Il termine “Nazoreo” ha assonanza con Gdc 13,5.7, in cui Sansone è chiamato “Nazir”, che significa “consacrato”, e che i LXX traducono “ Naziraîos”. Ha pure assonanza con Is 11,1, in cui si parla di “ Neser” il “germoglio” che spunta dal tronco di Jesse. Sono assonanze sulle quali l’autore ebreo può giocare. Non solo perché scrive senza vocali, ma soprattutto per ciò che sa di Gesù. Ciò che conta è che “il Nazoreo” - qui associato da Matteo a Nazareth - è “il dunque” della storia di Dio e dell’uomo. Questo suo “ritiro” nell’umile quotidianità è il mistero stesso del Dio-con-noi, che rende divina ogni quotidianità - ogni riposo e fatica, ogni gioia e dolore, ogni amore e timore, ogni lavoro e frutto dell’uomo.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il cammino da Bethlem all’Egitto e dall’Egitto a Nazareth c. chiedo ciò che voglio: accogliere il Nazoreo come il tutto della mia vita: in lui “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9), in lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2,3) d. traendone frutto, contemplo le varie scene: la discesa in Egitto, la shoà dei bimbi/servi, l’ascesa alla terra, la casa a Nazareth da notare: i sogni di Giuseppe: cosa dicono e come li esegue la fuga in Egitto dall’Egitto ho chiamato mio figlio mandò ad uccidere tutti i bambini il pianto di Rachele per i suoi figli che non sono più (l’esilio) Nazoreo sarà chiamato il mistero della quotidianità di Nazareth.

4. Testi utili: Sir 3,2-6; Sal 128; 1Gv 1,5-2,2; Sal 124; Sal 2; Os 11,1ss.

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5. IO VI BATTEZZO CON ACQUA PER LA CONVERSIONE 3,1-12 3,1 2 3 Ora in quei giorni compare Giovanni il Battista, proclamando nel deserto della Giudea, dicendo: Convertitevi, poiché è qui il regno dei cieli. Egli infatti è colui che fu detto per mezzo del profeta Isaia che dice: Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, fate diritti i suoi sentieri. Ora lui, Giovanni, aveva il suo vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno alla sua vita, e suo cibo erano locuste e miele selvatico. Allora usciva verso di lui Gerusalemme e tutta la Giudea e tutta la regione attorno al Giordano, ed erano battezzati da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Ora, vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: Progenie di vipere! Chi vi ha suggerito di sfuggire all’ira imminente? Fate dunque frutto degno della conversione e non crediate di dire tra voi: Abramo abbiamo per padre. Vi dico infatti che Dio può da queste pietre suscitare figli ad Abramo. Ora già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero dunque che non fa frutto buono è tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me, e io non sono degno di portargli i sandali. Lui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco.
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Il suo ventilabro ha in mano e pulirà la sua aia: e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma la pula brucerà con fuoco inestinguibile.

1 messaggio nel contesto “Io vi battezzo con acqua per la conversione”, dice Giovanni a quelli che vanno da lui. È l’ultimo profeta, l’Elia che deve tornare, per chiamare alla conversione prima della venuta del Signore (17,12s; cf Ml 3,23s). Solo passando per l’acqua - il caos primordiale, il diluvio e la morte dove ci ha condotto il peccato - riceveremo il fuoco dello Spirito, la vita nuova dei figli di Dio. Giovanni prepara ad accogliere il Signore che viene. I profeti in Israele mantengono viva la promessa. Non solo richiamano all’obbedienza, ma, soprattutto, impediscono che la religiosità si riduca a sola legge, senza cuore, senza uomo ed infine senza Dio. Dietro la Parola, c’è colui che parla. Non c’è solo un’idea da capire o un ordine da eseguire, ma da stabilire comunione con colui che nella sua parola comunica se stesso. Per questo il profeta chiama “a guardare in alto” (Os 11,7), a levare lo sguardo dalle cose alla mano e al volto di chi le porge. Dimenticare questo è cadere nel feticismo: ci si innamora dell’anello e si dimentica il fidanzato. Il pericolo di una religione della Parola è ridurre questa a feticcio, come nelle varie forme di fondamentalismo, dottrinarismo e legalismo. Con la Scrittura si può fare ciò che i pagani fanno con gli altri doni di Dio: dimenticare il rimando a lui. Al pollo interessa il becchime, non chi glielo dà, se non nella misura in cui glielo dà. Che la Scrittura non sia il della nostra religiosità, invece che l’incontro con il Signore! L’uomo si distingue dall’animale per la sua lettura simbolica della realtà. Giovanni è il profeta che sta sulla soglia tra il passato e il futuro. Per lui la promessa non è la tomba, ma il grembo della novità. Icona dell’AT che passa
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al suo compimento, è l’Elia che deve venire (Ml 3,23), che anzi è già venuto, anche se non riconosciuto, anticipando il destino di colui che vuol far riconoscere (17,10-13). Punto d’arrivo della paziente fatica di Dio durata millenni, il Battista è l’uomo pronto ad accogliere, oltre ogni promessa, il Signore che ha promesso. Non è solo l’asceta o il mistico che incontra Dio nella solitudine del deserto: è l’apostolo, che vuol aprire tutti ad accogliere colui che sempre viene, e attende solo di essere accolto. Precedendo cronologicamente il Signore di un passo, spiritualmente lo segue. Lui è la “voce” che lo proclama - e il Signore è la sua “parola”. La figura del Battista suscitò molta impressione. Qualcuno lo riteneva il Messia (Gv 1,19s). Marco lo presenta come l’angelo di Ml 3,1s, che prelude la venuta del Signore (Mc 1,2). Qui Matteo lo presenta come colui che annuncia la fine dell’esilio (3,3; Is 40,3). Egli, come Elia, è l’uomo davanti a Dio, pronto all’incontro. Come tutti i profeti, denuncia il peccato e annuncia il perdono. Ma, rispetto a loro, ha una coscienza nuova. Sa che arriva colui che ha promesso. Questi ci battezzerà, invece che nell’acqua della morte, nel fuoco del suo amore. Il Battista rappresenta la rottura del limite ultimo dell’uomo: desiderio che si apre al desiderato che viene, porta che si spalanca al Signore che bussa. Questo testo si legge durante l’avvento. Tutta la nostra vita è “attesa” di colui che è “avvento”: noi tendiamo a lui, perché lui viene a noi. Il brano si articola in tre parti: l’apparire di Giovanni nel deserto che annuncia la venuta del regno e la fine dell’esilio (vv. 1-6), il suo appello alla conversione (vv. 7-10), l’annuncio del Messia che viene col fuoco del suo Spirito (vv. 1112). Gesù è il Figlio che il Padre manda ai fratelli per ricondurli dall’esilio a casa. È colui che “deve venire”. E viene per chi lo attende, come il Battista. La Chiesa, seguendo il suo esempio, entra nella promessa di Dio.

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2. Lettura del testo 3,1 Ora, in quei giorni . È il primo inizio con queste parole. La liturgia ogni volta che legge il vangelo, comincia così: “In quel tempo, ecc. ”. Quei giorni, o quel tempo, di cui il vangelo racconta, sono i giorni e il tempo in cui si immerge chi ascolta. La lettura lo “attualizza”: lo rende attualmente presente a ciò che accade, perché accada anche a lui. L’ascolto introduce nell’oggi eterno di Dio: fa rivivere in prima persona ciò che è narrato. “Affrettiamoci dunque a entrare” in quest’oggi di Dio (Eb 4,11). compare Giovanni il Battista . Giovanni significa “grazia-di-Dio”; Battista, diventato quasi il suo cognome, significa “battezzatore”. Lui battezza, ossia immerge l’uomo nella sua verità, perché possa aprirsi alla verità di Dio. proclamando. Non è un predicatore. È banditore di una notizia, la notizia decisiva della storia: la fine dell’esilio e l’arrivo del regno. E proclama le condizioni per accoglierlo. nel deserto. Il deserto, posto tra l’Egitto e “la terra”, è per Israele il luogo del già e non-ancora: già fuori della schiavitù, non ancora nella libertà. È il luogo del cammino e del dubbio, dell’ascolto e della ribellione, della fiducia e della caduta. Nel deserto non c’è nulla, e si va verso il tutto. La solitudine mette ognuno davanti a sé, agli altri e all’Altro, senza via di scampo. Lì fu data la Parola e la manna, l’acqua ed il cibo, che formarono il popolo di Dio. Israele, una volta passato, ricorda il deserto come il tempo del fidanzamento, in cui Dio e popolo “si parlavano”. E attende un nuovo deserto, un rifiorire del primo amore (Os 2,16ss). della Giudea. È il deserto tra Gerusalemme e Gerico. Il Battista è mandato al popolo d’Israele, primo destinatario della promessa, in cui saranno benedette tutte le stirpi della terra (Gen 12,3). v. 2 convertitevi . È il centro della predicazione profetica. Dio-salva! Bisogna con-vertirsi a lui, e non “per-vertirsi” in altre direzioni. L’uomo, che fin dal principio fugge da Dio, è chiamato a invertire il cammino, il suo modo di
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pensare e di agire. La conversione più difficile è quella “religiosa”: cambiare il modo di pensare Dio e di rapportarsi a lui, volgersi dalla nostre idee su di lui - i nostri idoli! - a lui come si rivela: “Guardate a lui e sarete raggianti” (Sal 34,6). La conversione è mettere al centro Dio e non il proprio io o le proprie immagini di Dio. È ristabilire l’ordine della creazione. perché è qui il regno dei cieli (cf 4,17!). È il motivo della conversione. Il regno di Dio è Dio stesso che regna e libera l’uomo da ogni schiavitù, rendendolo a sua immagine e somiglianza. Ciò per cui Dio è Dio è la sua libertà. E vuol comunicarla all’uomo, facendolo suo figlio nel Figlio. è colui che fu detto per mezzo del profeta Isaia (Is 40,3). Giovanni è visto come il compimento della profezia che annuncia la fine dell’esilio e il ritorno alla terra. L’esilio è l’esperienza fallimentare del popolo di Dio. I profeti hanno sempre inutilmente cercato di spiegarne la causa, prima e dopo che avvenisse - prima perché non avvenisse, e dopo perché fosse possibile il ritorno. A differenza della schiavitù d’Egitto, l’esilio è il risultato di una storia di infedeltà, consumate a partire dal primo re - voluto contro il volere di Dio (1Sam 8,1ss) fino all’ultimo, con qualche rarissima eccezione. Se la liberazione dall’Egitto è un atto di potenza contro i potenti, l’uscita dall’esilio è un atto di perdono, possibile nei confronti di chi riconosce il proprio peccato. Il “ritorno alla terra”, come il ritorno all’Eden, è possibile se si ritorna a Dio, che sempre perdona. voce di uno che grida . Giovanni è la voce, Gesù la Parola. Non può esserci l’uno senza l’altro: senza voce la parola non può esprimersi, senza parola la voce è semplice suono insensato. preparate la via del Signore, ecc. Il profeta proclama il ritorno da Babilonia a Gerusalemme, dall’esilio alla patria, dalla dispersione alla riunione. Questo annuncio suscita il desiderio del dono impossibile che il Signore sta per fare. Lo scarto tra la nostra realtà di male e la verità della promessa è il luogo del desiderio, che muove alla conversione e al cammino.

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fate diritti i suoi sentieri. È un cammino diritto, sul quale si intrecciano i sentieri tortuosi delle nostre fughe. Ormai devono cessare! v. 4 Giovanni, aveva il suo vestito di peli di cammello, ecc . Giovanni porta il vestito di Elia, padre dei profeti (2Re 1,8). Richiama le tuniche di pelle che Dio aveva fatto ai nostri progenitori (Gen 3,21), in attesa di rivestirci del suo Figlio stesso (Gal 3,27, Rm 13,14; Ef 4,24; Col 3,10), che resterà nudo per noi sulla croce (27,35). I suoi fianchi sono cinti, pronti per l’esodo (Es 12,11; cf Lc 12,35). Suo nutrimento sono locuste e miele selvatico, cibi del deserto, dove il popolo visse di quanto usciva dalla bocca di Dio (Dt 8,3). La cavalletta commestibile, chiamata “ofiomaco” (= che combatte il serpente), è simbolo della Parola, vittoriosa sulla menzogna del serpente che uccise l’uomo. Anche il miele richiama la Parola, più dolce del miele al palato (Sal 19,11; 119,103). Giovanni è l’uomo nuovo, profeta rivestito di Cristo, che della Parola fa il suo cibo. v. 5 usciva verso di lui, ecc. C’è un nuovo esodo, da Gerusalemme e dalla Giudea verso il deserto. Anche chi crede di essere in patria deve uscire dai luoghi sacri e dalle proprie immagini di Dio, per incontrare lui stesso che ci viene incontro nella carne di Gesù. v. 6 erano battezzati. L’immersione nell’acqua è riconoscere che la nostra vita finisce; e finisce male, perché siamo peccatori! Nel battesimo

riconosciamo la nostra creaturalità e la nostra peccaminosità, per aprirci al dono di Dio. confessando i loro peccati. Riconoscere il peccato è l’unica condizione per accettare quel perdono che da sempre è presso Dio. v. 7 progenie di vipere, ecc. Non siamo figli di Dio, ma del serpente. Prestiamo orecchio non alla parola del Padre della luce che dà vita, ma a quella del padre della menzogna, che uccide.

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Non basta andare dal Battista - e neanche ricevere i sacramenti cristiani -, se il cuore non è convertito. l’ira imminente. L’ira di Dio non è mai contro di noi, ma contro il nostro male, perché ci fa male. Quando Dio si adira, l’uomo è salvo. Con essa egli opera il suo giudizio: la fine del male ed il trionfo del bene, la morte del peccato e la vita del peccatore. v. 8 fate dunque frutto (7,15ss). È il frutto dello Spirito (Gal 5,22): la vita nuova di Dio, in contrapposizione alle opere vecchie della carne (cf Gal 5,1921). v. 9 Abramo abbiamo per padre. Non conta la paternità carnale. Figli di Abramo sono quelli che, come lui, ascoltano la parola di Dio, ed entrano nella sua benedizione mediante la fede (Gal 3,14). C’è una falsa sicurezza data dall’“appartenenza” carnale al popolo di Dio, che alimenta solo stolte presunzioni (cf Ger 7!). pietre/figli. In ebraico c’è un gioco di parole abanim/banim. A Dio tutto è possibile: suscitare figli dalle pietre, cambiarci il cuore di pietra in un cuore di figli (Ez 36,26). v. 10 già la scure, ecc. È il giudizio di Dio. L’albero è il popolo. Non fa il frutto del regno, perché non vive da figlio e da fratello (7,15-20). Per questo sarà tagliato e non resterà di lui né radice né germoglio (Ml 3,19). v. 11 io vi battezzo con acqua. Il Battista non dà la vita. Come tutti i profeti fa riconoscere la morte perché ci si volga alla vita. colui che viene. Il Signore è “colui che viene”. Ma non può arrivare se non dopo il Battista: solo il nostro desiderio gli apre la porta. non sono degno, ecc. Giovanni si ritiene meno di un servo che porta i sandali! v. 12 vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco, ecc. Gesù ci immergerà non nell’acqua, simbolo di morte, bensì nello Spirito, nella vita di Dio. Lo Spirito Santo è il fuoco del suo amore che tutto purifica, illumina e vivifica. Nulla di ciò che non è vivificato dall’amore rimane. Ma tutto è da esso vivificato.
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il ventilabro. Il nostro giudizio è fatto col setaccio: trattiene la crusca e lascia uscire il grano. Quello di Dio è fatto col ventilabro: trattiene il bene e disperde il male. Convertirsi è accettare su di noi il giudizio suo invece del nostro. E il suo giudizio sarà la croce, dove brucia ogni nostro male e ci dà la sua vita.

3 Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Giovanni nel deserto e sulle rive del Giordano c. chiedo ciò che voglio: convertirmi al giudizio di Dio d. traendone frutto, medito sul testo da notare: convertitevi, perché il regno di Dio è qui voce di uno che grida il luogo, il vestito e il cibo di Giovanni il battesimo in acqua e quello in Spirito Santo e fuoco.

4. Testi utili: Is 11,1-10; Sal 72; 51; Is 40,1 ss; Ml 3,1ss; Ez 36,22-36; 37,114.

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6. QUESTI È IL FIGLIO MIO, L’AMATO, NEL QUALE MI SONO COMPIACIUTO 3,13-17 3 13 Allora compare Gesù dalla Galilea al Giordano davanti a Giovanni per essere battezzato da lui. Ora Giovanni lo impediva, dicendo: Io ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me? Ora, rispondendo, Gesù gli disse: Lascia per ora, poiché così conviene a noi che compiamo ogni giustizia. Allora lo lasciò. Ora, battezzato, Gesù subito salì dall’acqua; ed ecco si aprirono (a lui) i cieli, e vide lo Spirito di Dio scendere come colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dai cieli che dice: Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale mi sono compiaciuto!

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1. Messaggio nel contesto “Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale mi sono compiaciuto” : il Padre si compiace del Figlio che ha fatto la scelta di immergersi tra i fratelli peccatori. È la prima volta che parla, confermando Gesù come il Figlio. La seconda volta aggiungerà per noi: “Ascoltate lui” (17,7). E non dirà più niente. Gesù, Verbo unico del Padre, con ciò che fa e dice rivela quel Dio che nessuno mai ha conosciuto (Gv 1,18). Il battesimo è la scelta fondamentale, che Gesù condurrà avanti tutta la vita. È il Figlio che, conoscendo l’amore del Padre per i suoi figli, si fa loro fratello: si

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mischia tra i peccatori, si immerge nella loro realtà, solidale con loro in un amore più grande della morte. È necessario per il Figlio è farsi fratello. Il brano è una miniatura che contiene tutto il vangelo e rivela il mistero più profondo di Dio: la Trinità, come Amore tra Padre e Figlio, offerto da questo a tutti i fratelli. Gesù in fila con i peccatori è la “presentazione” prima del Dio-con-noi. E come può essere diversamente, se vuole essere con noi? L’immagine che Dio dà di se stesso è esattamente l’opposto di quella che ogni uomo, religioso o meno, ha di lui - e per questo lo fugge, lo serve o lo nega. Questa scena del Giordano richiama il Calvario: là si “immergerà” nella morte come qui nelle acque, là si squarcerà il velo del tempio come qui il cielo, là darà a tutti lo Spirito che qui riceve, là si rivolgerà al Padre che qui lo chiama, là sarà riconosciuto Figlio dal fratello più lontano come qui dal Padre (27,5154). Tutta l’esistenza terrena di Gesù, rivelazione corporea di Dio, è contenuta tra queste due scene e ne è la spiegazione. Il testo ha quindi valore programmatico: è il nucleo da cui germina il resto, che su di esso si struttura e si sviluppa. Il battesimo è il seme che cresce fino a diventare l’albero della croce. La scelta di Cristo è anche quella del cristiano, chiamato a “immergersi” nel Figlio, ed essere, con lui e come lui, uguale al Padre. Dio dall’eternità ha pensato come presentarsi all’uomo fuggitivo. Per trent’anni a Nazareth ha considerato la cosa più da vicino. E non ha trovato che questo modo, il più adeguato ai nostri bisogni e alla sua natura. Il battesimo di Gesù è la porta di ingresso alla rivelazione cristiana, che ci introduce nella casa di Dio. Non è lui tutto una porta spalancata all’uomo? Il battesimo è la “vocazione” di Gesù: riceve il nome di Figlio dal Padre. Ma è anche la sua “missione”: il suo essere di Figlio lo porta a farsi fratello. La scena è introdotta da una discussione tra Gesù e Giovanni ( vv. 13-15): è scandaloso che il più forte sia battezzato dal più debole, che l’innocente e il
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giusto si metta dalla parte dei peccatori. Poi ci si presenta Gesù che si immerge ed esce dall’acqua (v. 16a), il cielo che si apre e lo Spirito che scende (v. 16b), e infine la voce del Padre che si compiace della scelta del Figlio ( v. 17). Il Figlio si è fatto con noi e per noi maledizione e peccato (Gal 3,13; 2Cor 5,21), perché noi partecipassimo alla benedizione della sua vita. Non si è vergognato di chiamarci suoi fratelli (Eb 2,11), per ricondurci nell’amore suo reciproco con il Padre, dimora e vita di tutto ciò che è. In questo suo immergersi, in cui si fa solidale con noi nel nostro limite, il Signore ristabilisce comunione là dove anche noi desolidarizziamo da noi stessi. Gesù nel battesimo si rivela Figlio di Dio, e rivela chi è Dio: è Padre suo e vuol essere Padre nostro. La Chiesa è la comunità dei figli che, battezzata in Gesù, ha il suo stesso Spirito di amore verso il Padre e i fratelli. Il battezzato è battezzato nel battesimo di Gesù, immerso nel suo immergersi in noi.

2. Lettura del testo 3,13 Allora compare Gesù dalla Galilea, ecc. È l’inizio del suo ministero. Gesù “compare” al Giordano: lo incontra solo chi ha accolto l’appello del Battista e si fa battezzare confessando i propri peccati (v. 6). Perché viene anche lui? Che peccato ha il Santo? Nessuno! E per questo porta il peccato di tutti! Se peccare è abbandonare il Signore, l’abbandono lo sente non chi abbandona, ma chi è abbandonato. Il male è portato da chi ama e non lo fa. Gesù, il Giusto, è l’Agnello di Dio, che porta su di sé il peccato del mondo, dirà Giovanni vedendolo venire (Gv 1,29). Nel Giordano, sulla soglia della terra promessa, tutti riversano i loro peccati: è come un fiume di impurità che separa dalla terra promessa. In esso si immerge il Giusto, e compie il giudizio di Dio. Noi lasciamo nell’acqua le nostre
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lordure, uscendone purificati; lui vi si immerge, uscendone carico della nostra immondezza. Questa scelta di Gesù, che si mette in fila coi peccatori e si immerge nel nostro male, rivela Dio come simpatia piena per ogni sua creatura. È la rivelazione di un Dio santo, diverso da quello che tutti accettano o negano, e che si manifesterà sulla croce. v. 14 Giovanni lo impediva. Il Battista riconosce la superiorità di Gesù. Non vuole battezzarlo perché vuole il suo battesimo. Ignora che il suo battesimo viene proprio dal suo battezzarsi in noi. Noi siamo battezzati nella sua solidarietà con noi, nella sua morte (Rm 6,3). Se lui, il Giusto, non muore per noi peccatori, noi moriamo la nostra morte da soli: ci immergiamo nell’acqua, ma non riceviamo lo Spirito. Se lui invece si immerge e muore con noi, noi non siamo più soli: sia che vegliamo sia che dormiamo, siamo sempre con lui (1Ts 5,10), che ci ha amati e ha dato se stesso per noi (Gal 2,20). io ho bisogno di essere battezzato da te. Giovanni sbaglia. Noi non abbiamo bisogno di essere battezzati da Gesù, ma in Gesù che si battezza con noi - lui non battezzava, precisa Giovanni (Gv 4,2)! È necessario che lui si battezzi nella nostra morte, perché in essa noi non affoghiamo più nel nostro peccato, ma veniamo alla luce del suo amore. “Bisogna” che il Figlio dell’uomo riceva da noi il nostro battesimo (16,21), perché ogni uomo nel proprio battesimo incontri lui, Signore della vita. Ha scelto di venire nel gorgo del nostro abisso, perché il fuoco del suo Spirito creatore entri nell’acqua della nostra morte e ci risusciti. v. 15 lascia per ora. Gesù chiede a me, come a Giovanni, che non gli impedisca di entrare nella mia morte. Diversamente non può darmi la sua vita, proprio là dove ne ho bisogno! così conviene a noi . Così conviene “a noi”, a te e a me, dice Gesù. Conviene a te che io mi immerga nella tua solitudine e ti sia vicino; e conviene a me, perché diversamente non sarei l’Emmanuele, il Dio amore. Ciò che per te è
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conveniente, per me è necessario! In questo modo, non in altro, sei salvato. Tu avresti fatto diversamente. Questo modo invece ho scelto io, perché è l’unico che conviene a me, l’Emmanuele, per essere-con-te, e a te, perché tu sia con me. compiamo ogni giustizia . Così sia io che tu compiamo ogni giustizia. Nel fatto che io, il Figlio, sono solidale con i fratelli, tutti si riconoscono figli. La giustizia è ciò che Dio vuole. E Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati mediante la conoscenza della loro verità di figli nel Figlio (cf 1Tm 2,4). L’Unigenito, che conosce la volontà del Padre, viene sulle rive del Giordano per comunicarla a tutti e diventare il primogenito di una numerosa schiera di fratelli (Rm 8,29). Mentre tu sei qui per riconoscere il tuo limite e il tuo male, io sono qui per farti riconoscere il Padre mio e tuo nel mio amore di fratello. allora lo lasciò. Chi ti ha fatto senza di te, non può salvarti senza di te (S. Agostino). È necessario il tuo permesso. Perché lui è libertà e non può non rispettare la tua libertà, che ti rende simile a lui. v. 16 battezzato. La sua immersione nelle acque della nostra morte è per lui il passaggio obbligato per rivelarsi il Figlio. Gesù subito salì. Il suo immergersi è anche il suo emergere: il suo essere appeso è anche il suo innalzamento. Proprio elevato sulla croce, si fa conoscere a tutti come Io-Sono, JHWH (Gv 8,28). ecco si aprirono (a lui) i cieli . Nella sua morte si squarcerà il velo del tempio (27,51). Dio non è più nascosto; il cielo, prima chiuso, si è aperto. Si compie il desiderio del profeta: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!”(Is 63,19). lo Spirito di Dio. Dove c’è solidarietà, il cielo è in terra, il Figlio tra i fratelli! Lo Spirito che ora scende su di lui, sarà consegnato a noi nella sua umanità a tutti donata sulla croce (27,50). come colomba. L’uccello, che si libra nell’aria, è simbolo divino. La colomba sul Giordano ricorda lo Spirito di Dio che aleggiava sulle acque e trasse il cosmo dal caos (Gen 1,2): il battezzarsi del Figlio nel nostro abisso è un nuovo
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atto creatore. Richiama anche la fine del diluvio (Gen 8,11s): il battesimo di Gesù è una creazione nuova che porta la pace definitiva - una vita al di là e al di sopra di ogni male, che non sarà più distrutta (Gen 8,21; 9,8-17). Allude pure all’Esodo: Dio, come aquila potente, portò il suo popolo oltre le acque del mar Rosso (Es 19,4); ora, come mite colomba, lo porta alla libertà del Figlio. La colomba è anche simbolo di Israele: è “Giona” (= colomba), che ora conosce lo Spirito di misericordia del suo Signore. Ed è infine la sposa del Cantico dei cantici, il popolo che risponde all’amore del suo Signore per lui (Ct 2,14.16), quell’amore che la colomba ininterrottamente tuba! Questo Spirito, che da sempre è la vita di Dio, ora è finalmente tra noi nel Figlio che si fa fratello di tutti. v. 17 una voce. Dio non ha volto; non bisogna farsi immagini di lui, come pure dell’uomo. Perché lui è voce, che esprime la Parola, e il suo volto è il Figlio, che la realizza. Se ascoltiamo lui (17,5), anche noi diventiamo come lui. Questi. Il Figlio è “questi”, e non un altro - come il serpente aveva suggerito ad Adamo e a ogni uomo dopo di lui. è il Figlio mio, l’amato . Il Figlio è il volto stesso del Padre: chi ha visto me, ha visto il Padre (Gv 14,9). È la sua parola, perfettamente ascoltata, fatta carne. L’espressione rimanda al Sal 2,7, che parla dell’intronizzazione regale. Gesù è re, uomo ideale e ideale di ogni uomo, perché è come Dio - amore che si fa servo di tutti. L’espressione, presa con ciò che segue, richiama Is 42,1ss, il primo Canto del Servo: lui è re e ci libera in quanto è il Servo. La parola “amato”, o prediletto, allude al sacrificio del figlio Isacco (Gen 22,2). Proprio nella morte del Figlio si rivela sulla terra Dio e la sua regalità di servizio per ogni uomo. nel quale mi sono compiaciuto. Il Padre conferma la scelta di Gesù, dicendo: “Bravo! Sei mio figlio, uguale a me: fai ciò che a me piace fare”. Anche Adamo voleva essere uguale a Dio; ma non conosceva ciò che a Dio piace.

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Il Padre in tutto il vangelo parla solo due volte: qui e nella trasfigurazione. Qui per confermare il Figlio nella sua scelta di servo; là per rivelare a noi la gloria di questo Figlio, perché lo ascoltiamo e diventiamo anche noi come lui. Se noi accettiamo che lui si battezzi con noi e ci battezziamo in lui, siamo trasfigurati in lui. Il battesimo è la nostra nascita alla vita del Figlio.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo sulle rive del Giordano, dove tutti, e anche Gesù, si fanno battezzare c. chiedo ciò che voglio: la scelta e lo Spirito del Figlio d. traendone frutto, vedo, ascolto e osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno da notare : Gesù in fila coi peccatori al Giordano la protesta del Battista la risposta di Gesù così conviene a noi che compiamo ogni giustizia Gesù battezzato salì dall’acqua si aprirono i cieli lo Spirito di Dio scendere come colomba la voce del Padre questi è il Figlio mio l’amato nel quale mi sono compiaciuto. 4. Testi utili: Is 42,1ss; Sal 2; Gen 1,1ss; Gen 8-9; Gen 22,1ss; Gal 4,4-7; Rm 8,15-17.

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7. VATTENE, SATANA! 4,1-11 4,1 2 3 Allora Gesù fu portato su nel deserto dallo Spirito per essere tentato dal diavolo. E, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. E, fattosi avanti, il tentatore gli disse: Se sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane. Ora egli rispondendo disse: Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Allora lo prende il diavolo con sé nella città santa, e lo pone sul pinnacolo del tempio, e gli dice: Se sei Figlio di Dio, gettati giù; è scritto infatti: Ai suoi angeli ha comandato per te, e nelle mani ti sorreggeranno, perché non urti contro un sasso il tuo piede. Gli parlò Gesù: Sta scritto anche: Non tenterai il Signore Dio tuo. Ancora lo prende il diavolo con sé su un monte alto assai, e gli mostra tutti i regni del mondo e la loro gloria, e gli dice: Tutto questo darò a te, se prostrato mi adorerai! Allora gli dice Gesù: Vattene, satana! Sta scritto infatti: Il Signore Dio tuo adorerai, e a lui solo presterai culto!
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Allora lo lasciò il diavolo; ed ecco: angeli si avvicinarono e lo servivano.

1. Messaggio nel contesto “Vattene, satana!”, dice Gesù a chi gli prospetta un modo di essere figlio che sia diverso da quello di farsi fratello. L’uomo ha la vita, ma non è la vita. Come mantenerla, salvandola dalla minaccia costante della morte, è il movente di ogni suo pensare e fare. L’errore originario fu quello di volerla possedere invece di riceverla in dono. L’uomo è relazione con cose, con persone e con Dio, che rispettivamente gli assicurano la vita animale, umana e spirituale. Questi sono gli ambiti della tentazione, con possibilità di vittoria o di caduta, secondo che siano vissuti con lo Spirito del Figlio che tutto riceve in dono e dona, o con quello del vecchio Adamo, che tutto vuol rapire. Nelle tre tentazioni si presenta, in modo articolato, il peccato di Adamo, che è lo stesso di Israele, della Chiesa e di ciascuno di noi: rubare ciò che è donato. Dio è dono: il possesso rappresenta l’antidio, principio di decreazione, origine di tutti i mali. Le tentazioni di Gesù corrispondono alle tre concupiscenze (1Gv 2,16) e ai tre aspetti seducenti del frutto proibito (Gen 3,6): il possesso delle cose è buono da mangiare, perché garantisce la vita animale; il possesso delle persone è bello da vedere, perché garantisce la vita umana; il possesso di Dio è desiderabile per essere autosufficienti in tutto. Gli idoli dell’avere, del potere e dell’apparire sono la struttura stessa del mondo: la sua “nullità nullificante”, alla quale Dio risponde rispettivamente con il dare e servire in amore e umiltà. Gesù ha compiuto la scelta del Figlio: la solidarietà con i fratelli. Ora c’è uno scontro tra due vie di salvezza: la sua, che porta a unirsi agli altri, e quella diabolica, che porta a distinguersi da loro mediante la ricchezza, l’onore e l’arroganza. La via di Dio, che è amore e condivisione, è opposta a quella di
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satana, che è egoismo e divisione. È un’opposizione interna che attraversa il cuore di ogni uomo. È importante notare che le tentazioni si presentano come proposte per conseguire meglio l’obiettivo: mostrare che Gesù è “il Figlio di Dio”. Il male è sempre a fin di bene. Ma non basta agire a fine di bene: i mezzi devono essere della stessa natura del fine - altrimenti lo distruggono. La distinzione tra la strategia di satana e quella di Cristo è sintetizzata magistralmente da S. Ignazio di Loyola, quando presenta la prima come brama di ricchezze, di onore e di orgoglio, la seconda come desiderio di povertà, umiliazione e umiltà. Gesù rifiuta i messianismi correnti della sua e di ogni epoca. Sono i tre idoli che dominano l’uomo, proiezione dei suoi bisogni: l’idolatria delle cose, con un messianismo economico che trasforma in pane le pietre, l’idolatria di Dio, con un messianismo miracolistico che vuol disporre di Dio stesso, e l’idolatria del potere, con un messianismo politico che vuol dominare tutti. Le cose, le persone e Dio sono i tre bisogni vitali: l’uomo può soddisfarli in modo diabolico o filiale, rubando o ricevendo, possedendo o condividendo. Le tentazioni sono le “ovvietà” del pensare umano. Gesù le supera obbedendo alla Parola: è il Figlio che, a differenza di Adamo, ascolta la Parola del Padre. Questo brano ci svela come noi ci perdiamo nell’illusione di salvarci, e ci rivela come il Signore ci salva in modo divinamente diverso dalle nostre attese. Gesù fu tentato come profeta, come sacerdote e come re, intendendo rispettivamente la salvezza in modo materialistico, la comunione con Dio in modo miracolistico, la libertà in modo padronale. Sono le tentazioni di sempre: scambiare salvezza con salute, Dio con le sue (o meglio nostre)

prestazioni/sensazioni, l’altro con il nostro potere su di lui.

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Gesù smaschera satana e gli dice: “Vattene!”. In Pietro, che gli prospetterà implicitamente le stesse cose, riconoscerà lo stesso volto, e lo chiamerà: “Satana”. Ma non gli dirà: “Vattene”, bensì: “Va’ dietro di me” (16,23). Le tentazioni non sono solo un incidente iniziale, quasi un biglietto di ingresso. Sono la lotta che Gesù continuerà tutta la vita, nella fatica di vivere il proprio limite, anche quello estremo, da figlio e non da padrone. Gesù è il Figlio: tutto riceve dal Padre e tutto dà ai fratelli. Il suo rapporto con le cose non è di rapina, ma di dono - fino al dono di sé, quando si farà pane per tutti in obbedienza alla Parola del Padre -; il suo rapporto con Dio non è la volontà di usarlo a proprio vantaggio, ma la fiducia in lui; il suo rapporto con gli altri non è dominare, ma servire, fino a farsi “il Servo”. La Chiesa ha le stesse tentazioni di Gesù. La mancanza di discernimento è il suo peccato peggiore: pur amando Gesù, non pensa e non agisce come lui, come fece anche Pietro (16,23!). Deve sempre stare attenta a non considerare mezzo, addirittura privilegiato, ciò che lui scartò come tentazione.

2. Lettura del testo 4,1 Gesù fu portato su nel deserto . Lo Spirito ricevuto nel battesimo lo porta non in un luogo privilegiato, bensì nel deserto montagnoso che sta sopra il Giordano. Nel deserto si trovò Adamo dopo il peccato e Israele dopo l’uscita dall’Egitto: è il luogo invivibile, della prova e della caduta. Lì Dio ci rieduca all’ascolto, per ricondurci alla “terra”. Il Figlio, dopo il battesimo, è portato nel deserto per incontrare i fratelli disobbedienti e ingiusti che in esso si sono perduti. per essere tentato. Lo Spirito non fa evitare, bensì affrontare la prova: “Figlio, se ti presenti a servire il Signore, preparati alla tentazione” (Sir 2,1). Compiuta la scelta buona, c’è la difficoltà di portarla avanti. Le tentazioni non esistono finché si fa il male. Vengono quando ci si ribella ad esso, e con violenza proporzionale all’impegno. Fu facile per il Signore liberare Israele
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dall’Egitto e dalle mani del Faraone; gli sarà più difficile liberarlo dall’Egitto e dal Faraone che è in lui stesso. Non gli basteranno quarant’anni di paziente lavoro. Il nemico lo si incontra faccia a faccia nel deserto, nella solitudine di quando ci si oppone a lui. Fino a quando si è con altri, si può sempre pensare che l’inferno sia l’altro. Quando si è da soli, si vede il nemico in se stessi. In greco “tentare” (peiràzo) viene da “peîro” (da cui “punta”), che significa attraversare, passare oltre. Così si fa “esperienza”, si diventa “periti” o “esperti”, a meno di “perire”: c’è infatti sempre il “pericolo” di un’“aporia”, che impedisce il guado. Tutte queste parole italiane hanno la stessa radice greca, comune a “peiràzo”. Le tentazioni sono anche chiamate paideîa, educazione: è l’addestramento alla vita filiale, la purificazione della fede (Gc 1,2s; 1 Pt 1,6), la “prova” che siamo figli e non bastardi (Eb 12,8). Per questo le tribolazioni, invece di abbatterci, ci danno gioia (cf 5,11; At 5,41; Gc 1,2; 1Pt 1,6). Paolo si vanta di esse (Rm 5,3-5), sapendo che producono la speranza contro ogni speranza (Rm 4,18), la sola che non delude. Noi pensiamo che, se non ci fossero, tutto andrebbe meglio. Ma è un inganno! Non sono che l’opposizione del male al quale ci opponiamo! dal diavolo . Diavolo (vv. 1.5.8.11) in greco significa “divisore”: è colui che ci divide da Dio e ci lascia soli. È chiamato anche il “tentatore “(v. 3): tenta di farci cadere. È chiamato pure “satana” (v. 10), l’accusatore: una volta che siamo caduti, ci accusa implacabilmente inchiodandoci alla nostra colpa. v. 2 dopo aver digiunato. Considerare il cibo come vita è causa di bulimia nel caso di assunzione, di anoressia nel caso di rifiuto. Ma questo digiuno è delirio di onnipotenza - volontà di controllo sulla vita; quello di Gesù invece è riconoscimento che la vita è dono, e viene non dal cibo, bensì dal Padre. Il digiuno è associato alla preghiera e allo studio della Torà , proprio perché la vita è la comunione con Dio e la sua parola. Il digiuno religioso è sempre
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“simbolico”: non è dieta o controllo sul cibo, ma segno che si riconosce Dio come vita, e ogni cibo come suo dono. quaranta giorni. È un richiamo ai quaranta giorni di Mosè sul Monte e di Elia in cammino verso l’Oreb (Es 34,8; Dt 9,9.18; 1Re 19,1-8). Il numero allude anche agli anni di Israele nel deserto: è una vita! Tutta la vita è “deserto”, zona di mezzo tra il “già” ed il “non ancora”. quaranta notti. Anche nel Ramadan si digiuna quaranta giorni; di notte però si mangia. ebbe fame. Il punto d’attacco della tentazione è la fame, il bisogno. Ci sono varie fami: di vita animale, garantita dal cibo, di identità personale, garantita da Dio, e di riconoscimento sociale, garantito dagli altri. v. 3 se sei figlio di Dio. La tentazione viene quando cerchi il bene, e in due forme diverse: togliendoti la voglia di cercarlo o, come qui, facendotelo cercare in modo sbagliato. La prima è del principiante, che dice: “Il bene non è per me, non ce la faccio, è difficile, è noioso, è brutto, è impossibile, ecc.”. Ne esce contento chi lotta con coraggio. La seconda è dei “perfetti”, che vi cascano con facilità tanto maggiore quanto maggiore è la buona volontà e scarso il discernimento. Le tentazioni hanno sempre l’apparenza del bene: “Se sei Figlio di Dio!” È quanto Gesù è venuto a provare. Il male peggiore è fatto per i fini migliori. Per questo gli amici di Dio nuocciono al suo regno più di qualunque nemico! A chi ha buona volontà, il nemico ne aggiunge ancora di più, togliendogli però l’intelligenza evangelica, in modo che faccia tanto nuocendo molto. A chi invece ha discernimento, il nemico istilla sfiducia, in modo che faccia possibilmente niente, magari inoculando negli altri il suo stesso veleno. I credenti intelligenti cadono nella seconda tentazione, quelli volenterosi nella prima. È grave usare “a fin di bene” ciò che Gesù rifiutò come male. Quale uomo di Chiesa, se ne avesse i mezzi, non farebbe ciò che satana propone?
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Gesù fu non compreso e abbandonato da giudei e da romani, da nemici e da amici - passati e presenti, e così sarà anche in futuro - solo perché ebbe la forza di deludere le nostre attese di salvezza, dichiarandole “sataniche”. pietre/pane. È la tentazione del messianismo economico: soddisfare il bisogno primo di ogni animale, considerare il pane come assoluto e il resto a suo servizio. È quello che facciamo quando poniamo l’economico come principio di organizzazione della vita personale e sociale. In questa prospettiva la salvezza è la salute mia e tutto ciò che la può garantire. Il mio corpo è il mio dio, il resto è funzionale a questo. Le paure, le lotte, le ingiustizie e le oppressioni nel mondo nascono da questa assolutizzazione del proprio benessere fisico, senza sapere che questo non è il fine, bensì un mezzo che ha un fine e una fine. La brama di ricchezza, che dovrebbe esserne garanzia, è vera idolatria (Ef 5,5), radice di tutti i mali (1Tm 6,10). sta scritto. Alla prospettiva ovvia e naturale dell’uomo, Gesù risponde con la prospettiva di Dio: “Sta scritto”. Rifarsi alla sua parola è l’unica possibilità per superare la tentazione. Spesso diciamo: “Va bene la parola di Dio, ma siamo concreti!”, come se Dio e la sua parola fossero pie illusioni. non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Dt 8,3; cf Es 16,2-9). Richiama la prima tentazione di Israele nel deserto: il bisogno di pane, al quale Dio rispose con la manna. È anche la prima tentazione dell’uomo, che consiste nel porre la falsa alternativa tra pane e Parola, materia e Spirito, uomo e Dio. Questo capita quando si fa delle proprie fami l’assoluto. L’assoluto non è la vita materiale, ma “il modo” con cui la vivo. Se ascolto la parola del Padre, vivo da figlio e da fratello. Questo assicura già ora il pane quotidiano a tutti e la vita eterna di cui è segno. L’ateismo nasce dall’immagine di un Dio antagonista dell’uomo e della sua libertà. Purtroppo è presentato spesso così. Ma è stoltezza: è come pensare la sorgente in opposizione al rubinetto che ne eroga l’acqua!
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v. 5 sul pinnacolo del tempio, ecc. È la tentazione centrale: un messianismo che risponda alle attese religiose, garantendo il “possesso” di Dio con segni visibili (“Gott mit uns”). La sete del religioso è un’ansia di sicurezza che fa ricercare i segni della benevolenza di Dio. Ma questa porta al culto idolatrico di Dio e alla perversione della fede: si cercano i doni invece del Donatore, si pretende di essere ascoltati da lui invece di ascoltarlo, si vuole che lui faccia ciò che piace a noi invece di fare noi ciò che piace a lui. Su questa via non si arriverà mai al Signore. Non conoscerà mai l’amore dei genitori chi ne cerca sempre conferme; al massimo giungerà a sacrificare se stesso per loro, come conferma del suo. Superata la prima tentazione, quando riconosco che il pane è da Dio, viene la seconda: cerco di garantirmi lui, per avere ogni pane. Senza sapere che il pane è il suo stesso amore gratuito. v. 6 è scritto, ecc. (Sal 91,11ss). Gesù ha manifestato fiducia nel Padre e nella sua parola (v. 4). Ora il diavolo, facendosi sottile teologo, cita a proposito il Sal 91: Gesù si fida davvero della parola del Padre, e questa merita fiducia? Si butti dal pinnacolo! Il Padre ha promesso assistenza, e così tutti sapranno che lui è il Figlio, che si fida del Padre! Se non lo fa, non ha fiducia in lui, e allora non è suo figlio. Quale persona religiosa non lo farebbe, se fosse sicura di riuscire? Dov’è l’inganno? v. 7 sta scritto anche. Non si può isolare un aspetto della Parola da un altro: è una “eresia”, con cui scelgo ciò che Dio dovrebbe fare a mio vantaggio, dimenticando che la fede è altro: è innanzitutto ascoltare e amare lui in sé, non per ciò che dà a me. I doni sono segno del suo amore; pretenderli, significa non credere al suo amore. A chi li pretende non sono dati (16,4); chi ama non li richiede e ne scopre in abbondanza.

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non tenterai il Signore Dio tuo (Dt 6,16; Es 17,1-7). Gesù risponde richiamando l’episodio di Massa: la tentazione dell’acqua (Es 17,1-7). È la caduta nella diffidenza: chi non ha fiducia, ha fame insaziabile di conferme. La vita religiosa è spesso pretesa e attesa di approvazione da parte di Dio. Gli diciamo sempre: “Ascoltaci, o Signore!”, invece di chiedergli: “Fa’ che ti ascoltiamo, o Signore!” Implicitamente pensiamo che lui non ci voglia bene e non voglia il nostro bene. Cerchiamo in tutti i modi di ingraziarcelo, di piegarlo a noi, di comperarlo. Povero Dio, che è amore! Questo è il peccato più grave contro di lui, cosa dura ai suoi orecchi (cf Ml 3,13-15). Dio non va tentato: non deve ascoltarci - da sempre ci ascolta!-, ma deve essere ascoltato da noi. La sua parola ci è data perché noi, e non lui, obbediamo ad essa. v. 8 tutti i regni del mondo e la loro gloria. Il Messia deve dominare da mare a mare (Sal 2,6.8; 72,8; 110,1s); a lui è stato dato ogni potere, in cielo e sulla terra (28,16-20). Ma tutti i regni e i re di questo mondo sono il capovolgimento grottesco di Dio e del suo regno. Tolgono la libertà invece di darla, cercano il dominio invece del servizio, gonfiano di vanagloria invece di riflettere la “Gloria”. v. 9 tutto questo darò a te se prostrato mi adorerai. Il potere è concesso a chi adora satana, a chi lo ritiene come valore assoluto. Vorremmo che il Messia fosse il garante divino del potere dell’uomo sull’uomo. Ma Dio non conferma il nostro male. Preferisce liberarcene. Il potere è il vero idolo, l’alternativa unica a Dio - è il dio di questo mondo. Gesù sarà re, ma sulla croce. Lì si rivelerà come libertà assoluta, mettendo la vita a servizio di tutti, senza dominare nessuno. v. 10 vattene, satana. Pietro sarà chiamato satana, perché attende un Messia di questo tipo, e non il crocifisso (16,23). Quanti cristi satanici che rispondono ai nostri deliri di potenza! La croce è la distanza infinita che Dio ha posto tra se stesso e ogni nostra immagine religiosa di lui (Bonhoeffer).
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Il potere di satana sul mondo si farà sempre più forte. Cristo lo vincerà sulla croce. La stessa Chiesa, sua sposa, lo vincerà quando sarà disposta a condividere la sorte del suo con-sorte. il Signore Dio tuo adorerai. Gesù risponde con Dt 6,13 (cf Es 32,1s), in cui si richiama il vitello d’oro. Qui c’è la vera alternativa: tra ciò che è e ciò che appare, ma non è. L’idolo grande, affascinante e tremendo - tutto d’oro, ma coi piedi di argilla (cf Dn 2,31-33) - è spazzato via dal “sassolino” della debolezza di Dio. v. 11 lo lasciò il diavolo. Questa di Gesù è la vittoria definitiva, anticipo della nostra. Tutti, come siamo caduti nella sconfitta di Adamo, siamo vincitori nel suo trionfo. (gli) angeli si avvicinarono e lo servivano . Gli angeli sono al servizio di Dio; ora anche del Figlio dell’uomo. Infatti la sua obbedienza di Figlio lo restituisce alla sua condizione divina. Marco parla anche di fiere (Mc 1,13). Bestie selvagge in noi sono le fami, i bisogni, gli impulsi. Se li viviamo in modo filiale, anche con esse possiamo convivere in una pace paradisiaca: sono al nostro servizio, come messaggeri di Dio. Il creato torna alla sua purezza originaria, prima della caduta. Se invece li viviamo secondo i suggerimenti di satana, allora diventano la “grande bestia”, suo emissario (Ap 13,1ss), che vuol divorarci. La stessa realtà di limite può essere luogo di pace e servizio divino se vissuta filialmente, di guerra e morte se vissuta in altro modo.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il deserto dove Gesù si trova c. chiedo ciò che voglio: discernere le suggestioni del nemico “a fin di bene” d. traendone frutto, considero Gesù portato nel deserto e le tre diverse tentazioni da notare : fu portato su nel deserto dallo Spirito diavolo (= divisore), tentatore, satana (= accusatore)
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“se sei Figlio di Dio”/“sta scritto” pietre/pane/parola il diavolo cita le Scritture “a proposito” “sta scritto”/“sta scritto anche” non tenterai il Signore Dio tuo tutti i regni del mondo e la loro gloria vattene, satana adorerai solo il Signore gli angeli lo servivano.

4. Testi utili: Gen 2,7-9; 3,1-7; Sal 51; 91; Sir 2; Es 16,2ss (Dt 8,3); Es 17,1-7 (Dt 6,16); Es 32,1ss (Dt 6,13).

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8. IL REGNO DEI CIELI È QUI. 4,12-17 4,12 Ora, avendo sentito che Giovanni era stato consegnato, Gesù si ritirò in Galilea. 13 E, lasciata Nazarà, venne a dimorare a Cafarnao marittima, nei confini di Zabulon e Neftali, 14 perché si compisse quanto fu detto attraverso il profeta Isaia che dice: 15 Terra di Zabulon e di Neftali, via del mare oltre il Giordano, Galilea delle genti, 16 il popolo che sedeva nelle tenebre, vide una luce grande, e su quelli che sedevano in regione e ombra di morte, una luce si è levata per loro. 17 Da allora cominciò Gesù a proclamare e a dire: Convertitevi, perché il regno dei cieli è qui.

1. Messaggio nel contesto “Il regno dei cieli è qui”, suona il proclama di Gesù. Vinto satana, arriva il regno. C’è una contrapposizione tra i regni prospettati dal nemico e quello voluto dal Signore: la stessa che c’è tra cielo e terra, tra uomo e Dio. I regni della terra sono quelli di Adamo, che pone come principio di vita le proprie paure - e le realizza -; il regno dei cieli è Gesù, che ha come principio il Padre di tutti e la sua parola. Il brano segna il passaggio tra l’attività del Precursore e quella del Messia. Dopo il ritiro nel deserto e l’arresto del Battista, Gesù torna in Galilea; non va però al suo paese, bensì a Cafarnao. L’inizio del suo ministero è visto come il sorgere del sole, aurora del giorno nuovo. Nel v. 12 si dice che Giovanni era stato “consegnato”: anticipa e prefigura il destino del suo Signore. È profeta non solo con la parola, ma anche con la vita.
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Gesù si “ritira” dalla Giudea in Galilea per non fare subito la stessa fine, e da lì cominciare il suo ministero che lo porterà a Gerusalemme. Nel v. 13 Gesù va a Cafarnao, che diventa la sua seconda patria. Importante centro sul lago, via di comunicazione, è più adatta per il suo ministero. Nei vv. 14-16, Matteo risponde all’obiezione di chi sa che il Messia viene da Giuda (cf 2,6), mostrando che la sua “fuga tattica” è compimento della profezia di Isaia, che aveva previsto il sorgere della luce proprio nella Galilea dei pagani. Il regno è visto come luce che vince le tenebre e la morte. Il v. 17 è il proclama di Gesù, identico a quello del Battista. Ciò che prima era preparazione, ora diventa realizzazione. La conversione è la porta d’ingresso nel regno, al di là di ogni appartenenza religiosa. Il seguito del vangelo, attraverso i fatti e i detti di Gesù, mostrerà il cammino della vita nuova del regno. Gesù è la luce promessa a Israele e, per mezzo di lui, a tutti gli uomini. In lui si realizza il passaggio dalla nostra notte al giorno di Dio, dalla morte alla vita, dai vari regni della terra che uccidono, all’unico regno dei cieli che fa vivere. La Chiesa ha in Israele la sua radice santa (Rm 9-11; Sal 87). L’inserimento in essa non viene da appartenenze di carne, ma dalla conversione al Signore (cf 3,7-10).

2. Lettura del testo 4,12 Giovanni era stato consegnato . Giovanni non è “arrestato”. La sua testimonianza non si ferma; anzi, arriva a destinazione diventando martirio. Infatti è “consegnato”, come Gesù. Questa parola indica sia l’azione degli uomini, che consegnano il Figlio dell’uomo, sia quella del Padre che lo consegna a noi, sia quella di Gesù che si consegna nella mani dei fratelli come in quelle del Padre. Grande è la maestà di Dio: assume la nostra azione negativa per volgerla in positivo! Rispettando la nostra libertà di fare il male, senza aggiungervi altro, realizza in essa la sua libertà di donarsi. Con lo stesso
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atto con cui noi gli togliamo la vita, lui ci dà la sua vita: nel nostro furto, lui si dona! Per questo la storia ha comunque ormai un esito positivo (Rm 8,28). Con la sua fine, Giovanni non è finito, ma raggiunge il suo fine: diventa testimone con la vita di ciò che prima aveva detto con la parola. Il martire non muore, ma è ucciso; così ricorda anche con la sua morte che ciò per cui vive vale la vita. Il Cristo è preceduto, e sarà seguito, da un “nugolo di testimoni” della fede (Eb 12,1). Gesù si ritirò in Galilea . Gesù passa dal deserto di Giuda alla Galilea. Lì comincia il suo ministero, che terminerà a Gerusalemme. La “consegna” del Battista ne segna l’inizio: quel regno che si realizzerà sulla croce, si compie e si diffonde con la persecuzione (cf At 8,4; 11,19; 14,1s). v. 13 lasciata Nazarà . Così Matteo chiama Nazareth. È il luogo dove il “Nazoreo” finora ha trascorso la sua vita. Ci tornerà (13,53-58). venne a dimorare a Cafarnao marittima . Cafarnao, sulle rive del lago di Galilea, chiamato mare, è il centro dell’attività di Gesù prima della “crisi galilaica”. Si trova in un luogo fertile e piano, ricco di villaggi, il più piccolo dei quali conta 15.000 abitanti - dice Giuseppe Flavio, con evidente esagerazione campanilistica! La città diventa la seconda patria di Gesù, dove raccoglie i suoi discepoli e dimora fino al suo viaggio a Gerusalemme (19,1). confini di Zabulon e Neftali. Sono i due figli di Giacobbe insediati in quella regione. Qui nacque il moto messianicoo degli Zeloti, in gran parte galilei. Galileo era diventato sinonimo di sovversivo. v. 14 perché si compisse quanto fu detto attraverso il profeta Isaia (Is 8,239,1). Lo spostamento di Gesù, fatto per ragioni prudenziali, risponde a un disegno provvidenziale (cf 2,22s). Ciò che poteva sembrare fuga, è

compimento della profezia di Isaia, che aveva parlato della liberazione di questa terra, occupata da Tiglat-Pileser III nell’anno 733. Quanto allora avvenne, è profezia di quanto si compie con il ministero di Gesù.

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v. 15 Galilea delle genti . Le genti sono i pagani. La Galilea, luogo di commercio e di incrocio tra popoli, fuori dall’ortodossia della Giudea e dal controllo del Tempio, zona di confine, piena di pagani, fa da ponte naturale tra Israele e il resto del mondo. È il luogo ideale di diffusione della fede messianica che dai Giudei si rivolge a tutti. La Galilea ha per Matteo, giudeo-cristiano, lo stesso valore teologico che ha il cammino verso Gerusalemme per Luca, cristiano di origine pagana: il giudeo si volge alle genti, le genti alla Giudea (cf Sal 87; Is 2,1-5), perché la salvezza è per tutti. v. 16 il popolo che sedeva nelle tenebre, ecc. Nella profezia di Isaia si parla di galilei sotto l’oppressione della schiavitù. Diventano figura di tutti i figli di Adamo, ebrei e non, che, con o senza legge, sono schiavi del male, privi della gloria di Dio (Rm 3,23). A tutti è donata la luce! Le tenebre sono il caos primordiale dal quale Dio creò il cosmo con la sua parola, sono l’oscurità d’Egitto dal quale Dio fece venire alla luce della libertà il suo popolo. Il male ha fatto regredire la creazione verso le tenebre; ora la parola di Gesù la riporta alla vita. una luce grande. Il ministero di Gesù è chiamato luce, principio della creazione. La sua venuta è “il giorno di Dio”, previsto dai profeti, che pone fine alla notte del mondo. Anche i pagani hanno visto la luce della sua stella (2,2), che li ha messi in cammino verso Gerusalemme. Come la tenebra è simbolo del male e della morte, così la luce è simbolo del bene e della vita. La luce è grande, e si leva nel cuore delle tenebre. La lotta tra luce e tenebre è il duello verità/menzogna, libertà/schiavitù, vita/morte, che interpreta il dramma di Gesù, luce del mondo (Gv 8,12). Come le sentinelle il mattino, così l’uomo desidera la luce (Sal 130,6). v. 17 cominciò Gesù a proclamare e a dire. Gesù non fa prediche morali e non dà spiegazioni filosofico-teologiche. Proclama pubblicamente, e dice a
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ciascuno in privato, un fatto atteso da sempre: è venuto il giorno di Dio, di cui il Battista è stato, con gli altri profeti, la stella del mattino (2Pt 1,19). convertitevi . Convertirsi, volgersi alla luce, aprire gli occhi, è ormai l’unica condizione per entrare nel giorno che già c’è. È un cambio di mente e di cuore, di occhi e di vita. “Sentinella, quanto resta della notte?”, chiediamo con ansia (Is 21,11). Resta ormai solo il tempo del nostro svegliarci dal sonno (cf Rm 13,11). “Convertimi, e io sarò convertito” (cf Ger 31,18). La grande opera di Dio è convertirci a lui. Da sempre lui è rivolto a noi: attende solo che noi ci volgiamo a lui. È l’atto massimo della nostra libertà. perché. La conversione non è un gesto irrazionale. Ha un perché: il dono di sé che Dio ci fa. il regno dei cieli è qui. Se Dio regna sulla terra, comincia la libertà dell’uomo. Il regno, prima atteso e ora presente in Gesù, è quello del Padre, in cui viviamo da figli e da fratelli. La parola “regno” racchiude ogni desiderio dell’uomo, anzi la promessa di Dio, che supera ogni fama (Sal 138,2). In genere noi viviamo nei ricordi del passato o nella speranza del futuro, nel “già” che non c’è più o nel “non-ancora” che ancora non c’è. Gesù ci richiama a vivere “ora”, il tempo tra il già e il non-ancora: è l’unico che c’è, il solo in cui incontriamo colui che è. Infatti ciò che desideriamo è “qui”, non altrove. Basta che ci convertiamo, cambiando direzione ai nostri occhi e ai nostri piedi.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando la Galilea e Cafarnao, sul lago, dove Gesù inizia il suo ministero c. chiedo ciò che voglio: volgermi, qui e ora, a Gesù e alla sua parola d. traendone frutto, medito sul testo da notare: la consegna di Giovanni Battista Gesù lascia Nazareth e va a Cafarnao il ministero di Gesù come luce nelle tenebre convertitevi
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il regno dei cieli è qui. 4. Testi utili: Is 8,23b-9,3; Sal 27; At 4,24-30; Sap 1-5; Ap 5; Sal 87; Is 2,2-5; Rm 9-11; Gv 1,1-18; Rm 13,11-14.

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9. VENITE QUI, DIETRO DI ME 4,18-25 4,18Ora, camminando sulla riva del mare di Galilea, vide due fratelli, Simone chiamato Pietro e Andrea, suo fratello, gettare il giacchio nel mare; erano infatti pescatori. 19 E dice loro: Venite dietro di me, e vi farò pescatori di uomini! 20 Ora essi, subito, lasciate le reti, seguirono lui. 21 E, andato oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni, suo fratello, nella barca con Zebedeo, loro padre, a rassettare le loro reti, e li chiamò. 22 Ora essi, subito, lasciata la barca e il loro padre, seguirono lui. 23 E girava per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e proclamando l’evangelo del regno e curando ogni malattia e ogni infermità del popolo. 24 E uscì la sua fama per tutta la Siria, e portarono a lui tutti i malati, oppressi da molteplici malattie e tormenti, e indemoniati e lunatici e paralitici, e li curò. 25 E lo seguirono numerose folle dalla Galilea e dalla Decapoli, da Gerusalemme e dalla Giudea e da oltre il Giordano.

1. Messaggio nel contesto “Venite dietro di me!” è l’invito personale di Gesù. Il cristianesimo è la risposta a questa sua proposta. Seguire lui significa “convertirsi”, volgersi al
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Dio-con-noi, entrare nel regno dei cieli, che già è qui: è lui. Si segue lui per diventare come lui, figli e fratelli, che vivono il regno del Padre. La fede cristiana non è innanzitutto una dottrina o una pratica: è relazione personale con Gesù, il mio Signore, che amo perché lui per primo mi ama. L’amore per lui, che si esprime inorecchi che ascoltano, occhi che guardano, piedi che seguono, mani che toccano, fiuto che sente, bocca che assapora e cuore che canta, è il centro del cristianesimo. “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo” ( Ger 17,5). L’uomo può seguire solo Dio e la sua parola, che è “la via”. Seguiamo Gesù perché è Dio, Parola fatta carne. Il cammino del Figlio dell’uomo tra gli uomini è come l’ordito attorno al quale cresce la trama del cammino dei fratelli, che, pur errando qua e là, lo seguono. La prima azione di Gesù è una “vocazione”. Anche la creazione è una vocazione, una chiamata dal nulla. Il suo chiamarmi per nome è il mio stesso esistere nella mia verità: il mio io è il mio nome detto da Dio! Conoscere come lui mi chiama è raggiungere la mia identità. “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una luce grande” (v. 16). Come al principio “Dio disse”, e dal caos fu la luce, così il Signore dice il mio nome, e io vengo alla luce e sono luce: sono figlio! La chiamata è a coppie di fratelli, perché il Figlio chiama alla fraternità; e sono due le chiamate, perché due è il principio di molti. Oltre la prima, ce n’è sempre un’altra, fatta a ciascuno di noi. I discepoli diventeranno “pescatori di uomini”, come Gesù, il Figlio, che pesca i fratelli dall’abisso delle loro perdizioni (vv. 23-24). Pescati da lui, diventano come lui: figli che si fanno fratelli di tutti i perduti. A loro, immediatamente dopo la chiamata, è confidato il discorso sul monte, dove è rivelata l’identità loro e del Padre. Capiranno meglio la loro chiamata quando, a loro volta, saranno inviati per la pesca (c. 10).

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Le due scene di chiamata (vv. 18-20.21-22) sono gemelle. I diversi dettagli dell’una chiariscono quelli dell’altra. Ne esce un quadro unico: Gesù “cammina”, “vede”, “chiama” dei pescatori per “un’altra pesca”, e questi “lasciano reti”, “barca” e “padre”, e “seguono lui”. Sono gli elementi di ogni vocazione, che comincia con i piedi di Gesù che cammina per venirci incontro e termina coi nostri che camminano dietro di lui per seguirlo. Il principio è il “vedere” e “chiamare” suo, che ci fa “lasciare tutto” e “seguire lui”, per essere con lui e come lui. I vv. 23-25 ci presentano Gesù che pesca gli uomini. Il tema verrà ripreso in 9,35, alla fine del discorso sul monte e dei miracoli: il suo dire e fare “pesca” gli uomini dalla morte, restituendoli alla vita. Lo stile del racconto è solenne, stilizzato. È una scena ideale, quasi un distillato che contiene l’essenza di ogni chiamata. Gesù è la parola del Padre, il Figlio, che ci guida nel cammino verso la libertà, come la nube luminosa che condusse il popolo dall’Egitto alla terra. La Chiesa trova la propria identità e rilevanza nel seguire il Signore Gesù.

2. Lettura del testo 4,18 Camminando . Gesù, seduto quando insegna con la Parola, cammina quando insegna con la vita. Lui è la Parola e la via: va ascoltato e seguito, come la nube che guida il popolo verso la terra promessa (Nm 9,15-23). I discepoli sono chiamati a fare il suo stesso cammino, luminoso per chi va verso la libertà e oscuro per gli altri (Es 14,20). È il passaggio dalle tenebre alla luce (4,16), il venire alla luce dell’uomo nuovo. Tutto il vangelo racconta questa nascita, che è un esodo dalla condizione di schiavo a quella di figlio. sulla riva del mare . L’acqua richiama sia la Genesi che l’Esodo, la creazione nuova e la liberazione.

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vide. L’occhio va dove porta il cuore e porta al cuore ciò verso cui va. L’occhio di Dio, il suo vedermi, è il mio stesso esistere. Io sono in quanto visto e amato da lui: il mio io è l’amore che lui ha per me. Come mi vede Dio? Gesù dice di ciascuno di noi al Padre: “Li hai amati come hai amato me” (Gv 17,23). Vedere come lui mi vede, conoscere come sono da lui conosciuto, è felicità senza fine (1Cor 13,12; 1Gv 3,2). Sono prezioso ai suoi occhi, degno di stima, perché mi ama (Is 43,4) di amore eterno (Ger 31,3). Sono un prodigio per lui che mi è più madre di mia madre (cf Sal 139,13s). Lui è “amore folle” per l’uomo ( Kabasilas), “innamorato della sua creatura” (Caterina da Siena). Arriva a dirmi: “Distogli da me i tuoi occhi: il loro sguardo mi turba”, e: “Tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo” (Ct 6,5; 4,9). Capire la sua “passione per me” - “mi ha amato e ha dato se stesso per me”, dice Paolo (Gal 2,20) - è capire chi è lui, amore assoluto “per me”, e chi sono io, infinitamente amato da lui. due fratelli. Quattro volte esce la parola “fratello”. La mia chiamata è alla fraternità, perché sono figlio. In relazione al fratello realizzo il nome datomi dal Padre: ricevo il mio nome segreto ed esisto come figlio. Simone chiamato Pietro . Il primo chiamato sarà anche il primo degli apostoli (10,2). Pietro in aramaico Kepha’, significa “pietra” - ma anche “testa dura”. Simone, duro di cervice e di cuore, sarà il primo a fare esperienza della “durezza” di Dio, che è la sua tenerezza e fedeltà indefettibili. Su questa esperienza, da Pietro sempre ricordata per sé e per tutti, il Signore edificherà la sua Chiesa (16,17ss; cf Lc 22,31). Andrea, suo fratello . Secondo Giovanni (1,40s) è Andrea che conduce Pietro da Gesù. Ma la chiamata è sempre personale e diretta, anche se l’accedere a lui è mediato da un altro. gettare il giacchio. È una piccola rete che si getta attorno a forma di cerchio e si chiude sul fondo come una nassa, nella speranza di pescare qualcosa. È la rete più modesta e laboriosa da usare.
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La chiamata avviene nella quotidianità, per quanto profana (pescare) o estranea (contare soldi, cf 9,9) o addirittura avversa a Gesù (cf At 9,1ss, la chiamata di Paolo). Nulla resiste alla voce di Dio. Infatti egli svela la nostra verità più profonda. E non ci toglie la libertà: anzi la libera da ogni inautenticità. v. 19 dice loro . Nel racconto della creazione (Gen 1,1ss) Dio “dice” e poi “vede”. Nella ri-creazione prima “vede”, e poi “dice”. La parola manifesta all’orecchio ciò che il suo sguardo già ha fatto vedere al cuore. venite dietro di me . È una proposta, personale e diretta, ad andargli vicino e seguirlo. Gesù è la Parola stessa, il Figlio di Dio. Seguendolo, divento anch’io ciò che lui è: figlio. Gesù non è un maestro che il discepolo si sceglie. È il Signore stesso, che ci sceglie per essere con lui. La sua parola, come un seme, genera secondo la sua specie: a quanti l’accolgono ha dato il potere di diventare figli di Dio (Gv 1,12). vi farò pescatori di uomini . Pescare un pesce è ucciderlo; pescare un uomo è toglierlo dall’abisso, farlo vivere. I discepoli, pescati alla vita dal Figlio, realizzano la loro filialità nel pescare i fratelli. v. 20 essi, subito . Si sottolinea la subitaneità della risposta (cf v. 22). Ogni decisione avviene solo quando si decide. Questo istante, come ogni inizio, conoscerà arresti, infedeltà e contraddizioni. Eppure la storia personale di ciascuno confermerà che quell’istante è stato decisivo per cogliere il proprio “nome”. Quando uno sente il proprio nome, anche l’animale, “subito” si volge a chi lo chiama. lasciate le reti . Lasciano tutto, anche i mezzi di lavoro, dai quali, per quanto modesti, traggono sostentamento. Lo fanno non con tristezza, ma con la gioia di chi ha trovato il tesoro (13,44). Non è privazione, ma scelta di ciò che più di tutto sta a cuore (Fil 3,7).

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Decidere è un tagliare via tante possibilità, per realizzarne una che dà più gioia. Può costare; ma è fatto con gioia e per la gioia, se è da Dio. La tristezza fa prendere solo decisioni negative (19,12). La peggiore tra queste è restare nell’indecisione o in una supposta apertura a tutte le possibilità - nel delirio d’onnipotenza che porta ad amara impotenza. La gioia previa è la forza per decidere (13,44; Ne 8,9s); la gioia conseguente è la conferma che la scelta è stata buona. La firma di Dio circa la bontà di una scelta è la “consolazione”, prima e, soprattutto, dopo. Il prezzo può anche essere alto: si lascia tutto! Ma perché si riceve infinitamente di più. seguirono lui. Seguire lui, il Figlio, è la realizzazione dell’uomo: cessa la fuga da Dio e inizia il ritorno. Il tempo del verbo greco (aoristo) indica l’inizio dell’azione: è il principio di un cammino. Si segue chi si ama e si diventa chi si ama! “Sono stato conquistato da Cristo Gesù, per questo corro anch’io per conquistarlo”, dice Paolo (Fil 3,12). La fede è essere innamorato di Gesù, come lui lo è di me, per vivere come lui, anzi di lui, nella reciprocità d’amore: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). Lui è per me e io per lui (Ct 2,16; 6,3). v. 21s andato oltre, vide altri due fratelli, ecc. La scena ripete la precedente, con qualche variazione. Ogni chiamata successiva è sostanzialmente uguale alla prima, con le sue peculiarità. Qui si parla anche di barca, di padre, di reti (e di garzoni, Mc 1,20). I due fratelli lasciano il padre e il patrimonio - è la madre dell’adulto! - perché hanno trovato il Padre e il tesoro. v. 23 girava per tutta la Galilea (9,35). Gesù itinerante, il Figlio in pesca dei suoi fratelli, è il modello dell’apostolo - il pastore che cerca la pecora smarrita. Per i quattro pescatori di uomini comincia l’apprendistato della nuova pesca. Il ministero di Gesù inizia in Galilea e poi si espanderà per tutte le strade del mondo (28,19s).

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insegnando. Lui è la Parola fatta carne: ciò che fa e dice è la verità del Figlio, che il vangelo racconta anche a noi. proclamando. Gesù bandisce la buona notizia del regno. Nei cc. 5-7 dirà cos’è, nei cc. 8-9 ci farà vedere come lo realizza. curando. La sua parola è la cura fondamentale per i nostri mali: ci dice e ci dona di vivere da figli e fratelli. v. 24 malati, oppressi, ecc. I mali dell’uomo sono esterni ed interni. Il primo, origine degli altri è l’ignoranza della verità sua e di Dio. Tutta l’attività di Gesù è un “esorcismo”, parola di verità che vince in lui lo spirito di menzogna. I miracoli sono la conferma esterna e visibile della guarigione interna. v. 25 lo seguirono numerose folle. Sono l’anticipo della grande folla dei discepoli, quanti saranno chiamati all’ascolto della Parola, esposta nei cc. 5-7. La chiamata delle due prime coppie di fratelli si amplia, in prospettiva, a tutta la Palestina, per estendersi alla fine del Vangelo a tutti i popoli. Gli uomini saranno “pescati” dall’acqua e battezzati nello Spirito (28,19).

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginandomi sulla riva del “mare” di Galilea c. chiedo ciò che voglio: non essere cieco al suo sguardo, non essere sordo alla sua voce, sentire il “mio” nome dalla sua bocca d. traendone gusto, contemplo le persone: chi sono, che dicono, che fanno da notare: il mare Gesù cammina vede chiama venite qui dietro di me vi farò pescatori di uomini subito lasciare reti, barca, padre seguire lui Gesù che insegna e cura.

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4. Testi utili: Sal 23; Sal 119: sostituendo con “Gesù” il termine “Parola” o sinonimi di ogni versetto; Nm 9,15-23; Is 43,1-7; Mt 13,44-45; Ef 1,3-14; Col 1,12-20; Fil 3,1-15.

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10. BEATI I POVERI 5,1-10 5,1 Ora, viste le folle, salì sul monte e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. 2 E, aperta la sua bocca, insegnava loro dicendo: 3 Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. 4 Beati gli afflitti, perché saranno consolati. 5 Beati i miti, perché erediteranno la terra. 6 Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati. 7 Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. 8 Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. 9 Beati i pacificatori, perché saranno chiamati figli di Dio. 10 Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. 1. Messaggio nel contesto “Beati”, dice Gesù di quelli che noi consideriamo infelici. Per noi è beato il ricco, il potente e l’onorato: vale chi ha, può e conta. Per Gesù è beato il povero, l’umile e il disprezzato: vale chi non ha, non può e non conta. È un capovolgimento radicale di valori, senza possibilità di fraintendimento: o ci sbagliamo noi, o si sbaglia lui! Per lui sono benedetti quelli che riteniamo maledetti; maledetti quelli che noi riteniamo benedetti. L’inizio del discorso della montagna, che si estende per tre capitoli ( cc. 5-7), costituisce il manifesto, la “magna charta” del regno: dice chi sono i suoi cittadini, qual è la loro condizione. I criteri con i quali Dio giudica e agisce sono esattamente l’opposto dei nostri. Regno di Dio e regno dell’uomo si oppongono come due modi contrari di valutare e di vivere. Sono due modi

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opposti di essere: quello di Gesù, Figlio del Padre e fratello di tutti, e quello di chi, senza Padre e senza fratelli, si è fatto da sé contro tutti. Possiamo usare sette chiavi di lettura per entrare nel mistero di questo testo. La prima è cristologica. Queste parole sono un’autobiografia di Gesù: rivelano il suo volto di Figlio di Dio. La seconda è teologica. Manifestano chi è Dio: è suo Padre, uguale a lui. La terza è antropologica. Mostrano il volto dell’uomo realizzato, del figlio a immagine del Padre. La quarta è soteriologica . Ci salvano dall’inautenticità, dalla menzogna, dal fallimento. La quinta è ecclesiologica. Fanno vedere i lineamenti della comunità dei figli che vivono da fratelli. La sesta è escatologica. Rivelano la verità della realtà: il giudizio di Dio, il fine stesso del mondo. La settima è morale (non moralistica). Ci chiamano a “fare” secondo ciò che “siamo”, a vivere la nostra identità. Il discorso sul monte è una catechesi battesimale, un breviario di vita cristiana: la regola di vita del Figlio. Ma non è una nuova legge, più impossibile dell’antica. È il cuore nuovo, promesso dai profeti. Infatti quanto Gesù qui afferma è quanto lui vive, e con la sua carne comunica ad ogni carne. Le sue parole non sono legge, ma vangelo; non sono esigenze nobili e difficili, ma il dono sublime e bello che ci offre, facendosi nostro fratello. Senza il dono del suo Spirito, le beatitudini sono un’ideologia sublime, tanto più disperante quanto più sublime. Gesù non solo dice: dà a noi ciò che dice. L’inclusione 4,23 = 9,35 fa del discorso sul monte e dei dieci prodigi (nove miracoli e un esorcismo) successivi un’unità. La parola dei cc. 5-7 ha il potere di farci uomini nuovi: come si racconta nei cc. 8-9, ci purifica la vita, ci dà la fede, ci rende atti a servire, ci

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libera dalla paura, dal male, dal peccato, dalla malattia e dalla morte, ci fa capaci di vedere e annunciare il regno di Dio. Le parole di Gesù sono la medicina ai nostri mali, la verità che guarisce il cuore dalla menzogna che sta alla loro origine. Il discorso sul monte è un “indicativo” che si fa “imperativo”. Il Figlio ci dà di essere ciò che siamo: figli; dobbiamo quindi diventare fratelli. L’uomo non ha altro dovere che diventare ciò che è. È importante innanzitutto cogliere “la bellezza” di questo discorso, che ci ridona nel Figlio il vero volto nostro e del Padre. Queste parole non sono rivolte solo ai discepoli, o addirittura a quelli più volonterosi. Sono per ogni uomo che cerca la propria verità; gli restituiscono la sua realtà, al di là di ogni apparenza. Sono quindi la salvezza di “questo” mondo, il pieno sviluppo delle sue potenzialità. Gesù, crocifisso e risorto, è la realizzazione delle beatitudini. In quanto crocifisso ne compie la prima parte - è povero, afflitto, mite, affamato, assetato di giustizia, puro di cuore, pacificatore, perseguitato -; in quanto risorto ne compie la seconda - il regno è suo, è consolato, eredita la terra, è saziato, trova misericordia, vede Dio, è Figlio di Dio. Le beatitudini sono la carta d’identità del Figlio. La Chiesa è fatta da coloro che ascoltano le beatitudini e, con la forza dello Spirito, fanno di Gesù la loro vita e la loro regola di vita.

2. Lettura del testo 5,1 Viste le folle . Il discorso è destinato alle “folle”, all’umanità oppressa dal male che accorre a lui dai quattro punti cardinali (4,23ss). Le parole che seguono sono la terapia che li fa uomini nuovi, con la stessa sapienza del Figlio. salì sul monte . Dio sul Sinai rivelò la Parola. Qui si manifesta il Figlio, prototipo di ogni fratello, Parola perfettamente compiuta.
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messosi a sedere . Gesù “cammina” quando insegna con la vita (cf 4,18); “siede” quando dice la Parola che spiega la sua vita. gli si avvicinarono i suoi discepoli . Sullo sfondo c’è la folla anonima. Discepolo è colui che “impara”: gli si fa vicino per ascoltarlo e seguirlo. v. 2 aperta la sua bocca . Apre la bocca per rivelarci se stesso, Verbo eterno del Padre. Gesù è colui che dice e che è detto, colui che parla e la Parola stessa. insegnava. Il verbo, all’imperfetto, indica un’azione non finita: lui di continuo ci istruisce, e noi siamo da lui istruiti. L’essenza del discepolo (= colui che impara) è essere “imparato” dal maestro. v. 3 beati. Per otto volte più una (v. 11) Gesù ripete il ritornello, perché si imprima in noi il “giudizio” di Dio, così diverso dal nostro. Le sue parole hanno una carica eversiva unica: capovolgono il mondo e i suoi principi. Gesù si congratula con gli svantaggiati, perché hanno “il grande vantaggio”: Dio è per loro, con loro, uno di loro! La radice della beatitudine, ovviamente, non è lo star male, ma la “giustizia di Dio”, che non “dà a ciascuno il suo”, ma secondo il bisogno, privilegiando chi ha di meno. Le beatitudini non devono essere un alibi alla nostra ingiustizia: se i poveri sono beati, lascino in pace i ricchi! Anzi, scardinano la radice dell’ingiustizia, che viene dal fatto che noi consideriamo beato chi è ricco, possiede e domina. Se questo è il nostro criterio di valori, è chiaro che commettiamo ingiustizie. Solo se lo capovolgiamo, c’è un mondo buono e bello. i poveri. In greco non è scritto: “povero”, che indica uno che ha poco e con pena, a differenza del ricco, che ha tanto e senza fatica. È scritto: “pitocco”, che indica uno che si nasconde, è indigente, mendicante. Il pitocco non ha niente, neanche la dignità di un volto da salvare: vive di dono. La povertà è da noi associata a colpa o a minor valore. Nell’AT la ricchezza è sì dono di Dio, ma la povertà è colpa del ricco, che ruba o non condivide col fratello.
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in spirito. L’espressione per noi è strana. Si tratta degli anawim ruah di Qumram, i “piegati nello spirito”, gli umili, quelli che hanno il cuore del povero - in contrapposizione agli orgogliosi, di “dura cervice”. Il povero è necessariamente umile: vive di ciò che l’altro gli dà. Questa è la condizione del Figlio, che tutto riceve dal Padre, anche l’essere se stesso. Ognuno di noi è ciò che ha ricevuto (1Cor 4,7). La povertà è il “vuoto” che tutto riceve: quella assoluta riceve l’Assoluto. La povertà in spirito è l’umiltà, caratteristica prima dell’amore. La comprende chi ha gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù (cf Fil 2,5-11). Dio è essenzialmente povero. Non possiede nulla: è tutto dell’altro. Il suo stesso essere è essere del Figlio, se è il Padre; essere del Padre, se è il Figlio; essere del Padre e del Figlio, se è lo Spirito. perché. Il motivo della beatitudine non è la povertà, ma il “perché” che ne consegue: Dio al povero fa i suoi doni, anzi dona se stesso. La povertà è la condizione per accoglierlo. è. La prima e l’ultima beatitudine sono al presente, le altre al futuro. Il regno di Dio è già dei poveri e dei perseguitati (v. 10). Ma rimane la tensione verso un futuro diverso. Il dono non abolisce il cammino della storia: la cambia dandole una meta, che il futuro rende evidente. La pianta viene dal seme che è stato deposto. Nessuno si illuda: ognuno raccoglierà ciò che ha seminato (Gal 6,7); e chi semina nel pianto, mieterà con giubilo (Sal 126,5). Contro ogni tentazione trionfalistica e millenaristica, il regno è, al presente, sempre del povero e del perseguitato. il regno dei cieli. Il regno di Dio è Dio stesso che regna. Dio è Padre: il suo regno è il Figlio che nella fraternità realizza la sua filialità. v. 4 beati gli afflitti . Il povero è afflitto: a lui va male. Infatti piove sempre sul bagnato. L’afflizione è una tristezza con pianto, un traboccare all’esterno di un’incontenibile pena interna.

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saranno consolati. Il presente di afflizione ha un futuro diverso (cf Is 61,1ss). “Consolazione” indica la gioia del mondo nuovo, in cui non ci sarà più il male. Esso c’è ancora, ma non è più la parola definitiva: si può e si deve sperare e agire contro di esso. Il futuro non è la santificazione del presente. Gesù, piangente su Gerusalemme e oppresso nell’orto, ha affrontato la croce guardando alla gloria che gli era posta innanzi, e ora siede alla destra di Dio. Guardando a lui e, soprattutto, seguendo lui, non ci scoraggiamo (Eb 12,2). Anzi: abbondiamo di consolazione in ogni tribolazione (2Cor 1,5). Il risus paschalis pervade ormai la nostra esistenza. Il suo destino è anche il nostro; per questo “le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi” (Rm 8,18) v. 5 beati i miti. Mite è chi non fa valere i propri diritti e cede piuttosto che adirarsi. È il contrario di chi ha la mentalità “vincente”: non aggredisce, non ha “grinta”, non vuole dominare, non sopraffà nessuno. Chi ama è sempre mite. Il povero è costretto ad esserlo. Il comportamento modifica il sentimento! erediteranno la terra (Sal 37,11). La terra, che fornisce da vivere, è simbolo dello Spirito, che è vita. La terra promessa è la promessa dello Spirito. Chi ha lo spirito padronale la perde; chi ha lo spirito del povero, ne ha l’eredità: è figlio, uguale al Padre, con il suo medesimo amore verso i fratelli. Mite è Mosè (Nm 12,3), colui che porta il regno (Zc 9,9), Gesù (11,29; 21,5). Se i regni della terra appartengono ai furbi e ai prepotenti, che anno “della volpe e del leone” (Machiavelli), il regno dei cieli appartiene ai semplice e ai miti. v. 6 beati quelli che hanno fame e sete di giustizia (Sal 107,5.8s). Fame e sete sono bisogno di vita - e la vita è “la giustizia”, la volontà di Dio, il suo amore per tutti. Beato chi ha fame e sete di vivere sulla terra il suo amore di Padre che è nei cieli. saranno saziati. La sazietà è pienezza di vita. Gesù, che compie ogni giustizia facendosi solidale coi fratelli perduti (3,15), è il Figlio, pieno della vita stessa
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del Padre (3,15-17). Da lui, fatto pane, anche noi prendiamo forza e sazietà filiali. v. 7 beati i misericordiosi . Sono coloro il cui cuore si lascia toccare dal male altrui come fosse proprio. La misericordia è la forma fondamentale dell’amore: passione che si fa com-passione. troveranno misericordia . Il misericordioso trova Dio stesso, che è

misericordia, e se stesso, figlio suo, misericordioso come il Padre (Lc 6,36; cf Mt 5,48). È l’unica beatitudine dove uno trova nel futuro ciò che già ora ha! v. 8 beati i puri di cuore (Sal 24,4; 73,1). Il cuore, centro della persona, contiene “l’uomo nascosto” (1 Pt 3,4): il Figlio, che per la fede abita nel nostro cuore (Ef 3,17). Chi ha il cuore puro, non ottenebrato da tanti desideri e paure, lo trova. vedranno Dio. Il cuore puro è un occhio trasparente che vede Dio. E lo vede in tutte le cose, perché lo ha dentro e lo proietta su tutto. La purezza di cuore si ottiene con la retta intenzione: chi in tutto cerca solo Dio, trova lui, che è tutto in tutti (1Cor 15,28). v. 9 beati i pacificatori . Fare pace tra gli uomini significa renderli fratelli. saranno chiamati figli di Dio . Rendere fratelli è l’opera del Padre e di chi già è figlio. v. 10 beati i perseguitati a causa della giustizia (1Pt 3,14; 2,19). Chi ama il Padre e i fratelli, si scontra con il male: trova ostilità e persecuzione, in sé e fuori di sé. La pace non è mai pacifica: costa la croce del pacificatore (cf Ef 2,13s) - come a Gesù, così ai suoi discepoli, che ritengono una “dignità” l’essere disprezzati come lui (At 5,41). di essi è il regno dei cieli . Il regno dei cieli, qui sulla terra, permane sotto il segno della croce. La vita del discepolo è “sotto il vessillo della croce”, luogo d’incontro tra l’ingiustizia dell’uomo e la giustizia di Dio, amore per tutti gli ingiusti. “È necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di

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Dio” (At 14,22). Noi pensiamo che le contrarietà lo ostacolino. Ma la nostra è la vittoria dell’Agnello, vittorioso proprio perché immolato.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il monte sul quale Gesù parla alle folle c. chiedo ciò che voglio; capire il mistero del Signore che pensa il contrario di me e perché d. sosto su ogni parola, ne vedo la bellezza e considero come Gesù l’ha vissuta.

4. Testi utili: Sof 2,3; 3,12-13; Sal 146; 126; Is 55; Sap 3-5; Lc 1,46-55.

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11. BEATI SIETE, QUANDO VI INSULTERANNO 5,11-16 5,11 Beati siete, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e diranno ogni male contro di voi, (mentendo), per causa mia. Gioite e danzate perché la vostra ricompensa è grande nei cieli; così infatti perseguitarono i profeti prima di voi. Voi siete il sale della terra; ma qualora il sale sia scipito, con che cosa lo si salerà? A nient’altro vale, che ad essere gettato fuori e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo. Non può restare nascosta una città posta su un monte; né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere e risplende per tutti quelli di casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere belle e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli.

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1. Messaggio nel contesto “Beati siete”, dice Gesù rivolgendosi personalmente a quelli che hanno udito le precedenti otto beatitudini, dette in modo impersonale. Quelli che lo ascoltano, diventano un “voi” rispetto a lui che parla: è il “voi” della Chiesa, destinataria della nona, perfetta beatitudine. I vv. 11-12 sono uno sviluppo della precedente beatitudine sui perseguitati per la giustizia (v. 10). Questa persecuzione fa nascere il “voi” della Chiesa, in tutto simile al proprio maestro, battezzata nel suo stesso battesimo. Il v. 13

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proclama l’identità dei discepoli perseguitati: sono “sale della terra”, che hanno lo stesso sapore di Cristo. I vv. 14-16 ne dichiarano la rilevanza: sono “luce del mondo”, “città posta sul monte”, “lucerna accesa sul lucerniere”. I discepoli nelle difficoltà, invece di abbattersi, si sentono identificati con il loro Signore: con gioia vivono la beatitudine di essere con lui e come lui. La croce li rende conformi a lui, con il suo stesso amore per il Padre e i fratelli. Li fa “sale della terra”: dà ad Adamo, che è terra, il suo sapore, la sua “identità” di figlio. E questa si fa “rilevanza”, luce del mondo, che conquista anche gli altri con la sua bellezza. L’evangelizzazione avviene attraverso la testimonianza di chi compie in sé quello che ancora manca alla passione del Figlio in favore dei fratelli (Col 1,24) - e manca sempre solo ancora la “mia” passione. La testimonianza è insieme sale, nascosto ma ben percepibile, e luce, palese e visibile, che fa godere a tutti la gloria di Dio. Gesù, Sapienza di Dio, è il Figlio che dà la vita per i fratelli. Per questo è sale e luce: fa sentire e vedere loro che Dio è il Padre comune. La Chiesa è il “voi” che ha ascoltato le beatitudini e ha lo stesso sapore di Cristo. Partecipa del suo destino di passione in quanto sale della terra e di gloria in quanto luce del mondo - senza dimenticare che è luce solo in quanto è sale.

2. Lettura del testo 5,11 Beati siete. Ora Gesù si rivolge a chi si è lasciato generare dall’ascolto della Parola. È il “voi” dei fratelli, che gli somigliano in ciò che ha di più proprio: il suo amore di “Giusto”, crocifisso per gli ingiusti. quando vi insulteranno . La prima forma di persecuzione è la più grave: perdere la faccia. La spada uccide il corpo; l’insulto la dignità di persona. Il disonore non a caso si associa spesso al suicidio. Qui invece è segno di grandissima dignità: siamo stimati degni di essere come il Signore, che ha
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perso la faccia e la vita per noi. Per questo gli apostoli, dopo aver per la prima volta sperimentato la fustigazione, uscirono dal sinedrio lieti per l’onore di essere stati disonorati a causa del suo nome (At 5,41) È quanto ha capito bene S. Ignazio di Loyola: a chi desidera la libertà evangelica fa chiedere, a parità di gloria di Dio, “piuttosto che ricchezza, povertà con Cristo povero, piuttosto che onori, umiliazioni con Cristo umiliato, e desiderio di essere considerato stolto e pazzo per Cristo, che per primo fu ritenuto tale, piuttosto che saggio ed accorto secondo il giudizio del mondo”, e questo “solo per imitare e somigliare più strettamente a Cristo nostro Signore” (Esercizi spirituali n. 167). Non che uno ami gli insulti - non bisogna darne occasione alcuna (Costituzioni S. I. , n. 101) -, ma se uno ama Cristo, desidera rivestire “la sua livrea” (ivi, n. 102), essere con lui e come lui. vi perseguiteranno . La persecuzione, che intacca l’integrità della vita, genera il discepolo a immagine del Maestro: capace di dare la vita (cf Gv 15,18-16,4). Per Paolo è la credenziale del suo essere apostolo (2Cor 11,16-12,10). Le prove sono la prova che siamo figli (Eb 12,8), causa di “perfetta letizia” (Gc 1,2), di gioia piena (1 Pt 1,6), di consolazione in ogni tribolazione (2Cor 1,1-7). diranno ogni male contro di voi . La diffamazione è un insulto pubblicamente diffuso: è la cattiva fama, l’essere “annoverato tra i malfattori” (Lc 22,37), che toglie nome e onorabilità. mentendo. Non bisogna dare motivo di biasimo, “perché nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo” (1Pt 3,16). L’insulto e la maldicenza devono essere non giusti: solo allora sono testimonianza del “Giusto”. Per questo “è una grazia, per chi conosce Dio, subire afflizioni soffrendo ingiustamente; che gloria sarebbe infatti sopportare il castigo se avete mancato?”(1Pt 2,19s). Se, come il malfattore in croce, soffriamo perché ingiusti, possiamo sempre dire che ciò è giusto, e riconoscere così la vicinanza del Giusto che

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ingiustamente è lì per offrirci il regno (Lc 23,41). Anche la sofferenza ingiusta e meritata - e come tale riconosciuta - unisce alla grazia del Giusto sofferente. v. 12 gioite e danzate . La beatitudine diviene gioia interna che si esprime in danza esterna: fa saltare di gioia. la vostra ricompensa è grande nei cieli. Ci è aggiudicata la “grande” ricompensa, la più grande che ci sia: “nei cieli” - in Dio! - siamo generati figli, a immagine del Figlio. così infatti perseguitarono i profeti prima di voi. Non siamo soli, ma in buona compagnia: innanzi tutto con Gesù, e poi con il “nugolo di testimoni” che ci hanno preceduto (Eb 12,1). v. 13 voi siete il sale. Il sale dà sapore e preserva dalla corruzione; inoltre è simbolo di sapienza, amicizia e disponibilità al sacrificio. La comunità è sale quando ha il sapore delle beatitudini. Esse ci danno il nostro sapere e sapore (sapere = avere il sapore), ci preservano dalla corruzione, ci danno sapienza, capacità di amicizia, disponibilità a pagarne i costi: sono la nostra identità di figli del Padre. della terra. La nostra identità è “sale della terra”: dà senso non solo alla nostra esistenza personale, ma a quella di ogni uomo. La vita filiale e fraterna è per tutti il sapore stesso della vita. Se uno non è figlio e fratello di nessuno, semplicemente non è. ma qualora il sale sia scipito . È facile perdere il sapore di Cristo, che è saper dar la vita in amore e umiltà. “Per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà” (24,12). Il seme della Parola che ci fa figli può non attecchire, può essiccare appena attecchito, può essere soffocato dopo essere cresciuto (13,18-22). La sapienza mondana non è quella della croce. In ciascuno di noi è grande la lotta tra la sapienza dell’amore e quella dell’egoismo. a nient’altro vale, ecc. Il discepolo che non ha il sapore di Cristo non vale nulla, e non serve a nessuno.

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v. 14 voi siete la luce . Chi “sa” di Cristo, è luce: l’identità è rilevanza. La luce è il principio della creazione (Gen 1,3). Gesù è visto da Matteo come il sorgere di una grande luce su quanti abitano nelle tenebre e nell’ombra di morte (4,12-17). In lui siamo illuminati, veniamo alla luce della nostra realtà, nasciamo come figli. E chi è illuminato, a sua volta fa luce agli altri. del mondo. Ciò che dà sapore alla terra, illumina il mondo, facendone vedere la bellezza. La parola “mondo” (in greco: kósmos) significa ordine, struttura, bellezza. Nel NT ha una connotazione negativa. Infatti “questo” mondo è strutturato sulla brama di avere, di potere e di apparire (1Gv 2,16), con il suo ingannevole fascino che lo fa sembrare buono, bello, e desiderabile (Gen 3,6). La vita filiale fa cadere l’inganno, e gli ridà la verità del suo splendore. una città. La comunità è una città, la città santa, il luogo in cui si vivono le relazioni in modo divino e paradisiaco, non diabolico e infernale. posta su un monte. La città santa è sulla cima dei monti, come il tempio del Signore, che essa è (Is 2,2). Tutti la vedono e dicono: “Venite, saliamo sul monte del Signore, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri (Is 2,3). Noi dobbiamo cercare non la rilevanza, bensì l’identità. La candela non si preoccupa di illuminare: semplicemente brucia, e, bruciando, illumina. L’identità non può restare nascosta, anche se non fa nulla per farsi vedere: il sale non può non salare, e la luce non illuminare. Il problema non è salare o illuminare, ma essere sale e luce. Chi cerca la rilevanza invece dell’identità, è come la rana che si gonfia per diventare bue. Nessuno dà ciò che non ha: ciò che sei parla più forte di quello che dici. v. 15 né si accende una lucerna . In realtà noi non siamo luce, ma lucerna. La lucerna è un semplice vaso di terracotta, con uno stoppino fuligginoso che emerge dall’olio. Solo se è accesa, fa luce. Così anche noi facciamo luce solo se siamo accesi di Cristo, dal fuoco del suo amore.

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sotto il moggio/sopra il lucerniere . Si mette la lampada sotto il moggio per spegnerla. Quante volte spegniamo la luce sotto il moggio dei nostri opportunismi. La lampada invece va messa sul lucerniere. Per Gesù il lucerniere fu la croce: il massimo del suo nascondimento fu la sua piena rivelazione. quelli di casa. I fratelli si accorgono del fuoco che è in me, se c’è, e ne sono aiutati a vivere la loro fede. v. 16 davanti agli uomini, perché vedano, ecc. Gesù dirà subito dopo di non agire “davanti agli uomini” (6,1) per avere gloria da loro. Qui dice che le nostre opere buone edificano i fratelli, che nella nostra vita fraterna avvertono il profumo di Cristo (2Cor 2,14) e glorificano Dio.

3. Preghiera del testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Gesù sul monte, con i discepoli che lo ascoltano c. chiedo ciò che voglio: essere libero da ogni ricerca di ricchezza, di onore e di gloria d. medito su ogni parola e vedo come Gesù l’ha vissuta.

4. Passi utili: Is 58,7-10; Sal 112; 1; 1Cor 1,16-2,15; Fil 2; 1 Pt 2,21-25.

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12. NON VENNI PER ABOLIRE, MA PER COMPIERE 5,17-20 5,17 Non pensiate che sia venuto per abolire la legge o i profeti: non venni per abolire, ma per compiere. Amen vi dico: finché non sia passato il cielo e la terra, neppure un solo iota o una sola virgola passerà dalla legge, senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi comandi, anche minimi, e insegnerà così agli uomini, minimo sarà chiamato nel regno dei cieli. Chi invece farà e insegnerà, costui grande sarà chiamato nel regno dei cieli. Perciò vi dico: se la vostra giustizia non sarà eccessiva, più degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.

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1. Messaggio nel contesto “Non venni per abolire, ma per compiere” la legge e i profeti, dice Gesù. La legge infatti è buona: comanda ciò che fa crescere la vita e vieta ciò che la diminuisce. I profeti, a loro volta, richiamano ad essa, denunciandone le trasgressioni e promettendo un cuore nuovo e uno Spirito nuovo, che ci faccia finalmente camminare nella via di Dio. Ma la legge non salva nessuno. L’uomo, dopo il peccato, per imperizia e inganno, ritiene male il bene e bene il male. Quando se ne accorge, ha già sbagliato, e, cercando di giustificarsi, sbaglia ulteriormente. La trasgressione diviene infine un’abitudine, quasi un imperativo, una coazione a fare ciò che è

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vietato e a vietarsi ciò che è comandato: è la schiavitù del vizio, tanto difficile quanto importante da ammettere. Paradossalmente la legge, con i suoi divieti e comandi, permette al peccato di esprimere la sua potenzialità negativa, indicandogli cosa fare per articolarsi in peccati. La legge, in sé buona, è “per le trasgressioni” (Gal 3,19): serve in ultima analisi a stuzzicare l’appetito del peccato e far uscire il veleno che c’è in noi. La legge insieme provoca, accusa e punisce la peccaminosità, che comunque c’è, fungendo da carceriere, pedagogo e tutore dell’uomo. Posta a tutela della vita, a causa del peccato non dà che morte. Gesù è venuto a liberarci dalla schiavitù della legge non abolendola - sarebbe stravolgere il bene in male e viceversa - bensì compiendola, e in modo superiore, divino. Infatti dietro la legge, che vieta ciò che sa di morte, c’è il Signore che dà la vita e risuscita dai morti; dietro la parola che condanna la trasgressione, c’è il Padre che perdona il trasgressore. Gesù è il primo che vive l’amore. La sua giustizia non è quella degli scribi e dei farisei: è quella “eccessiva” del Figlio, uguale a quella del Padre, che fa entrare nel regno. Gesù non è la fine, bensì il fine della legge e dei profeti: non l’abolizione, ma il compimento. Vive infatti la parola data a Mosè e richiamata dai Profeti: è il Figlio che compie la volontà del Padre. La Chiesa non annuncia la legge, ma il vangelo. “Mosè infatti, fin dai tempi antichi, ha chi lo predica in ogni città, poiché viene letto ogni sabato nelle sinagoghe” (At 15,21). Essa annuncia la buona notizia della “giustizia eccessiva” del Figlio, che ama come il Padre. Non per questo trasgredisce la legge. L’amore infatti non fa male a nessuno: pieno compimento della legge è l’amore (Rm 13,10).

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2. Lettura del testo 5,17 Non venni per abolire la legge o i profeti . La legge propone il bene e condanna il male. I profeti richiamano alla sua osservanza e alla conversione al Signore, che sempre perdona. ma per compiere. Nessuno fa il bene, neppure uno (Sal 14): tutti, credenti e non credenti, siamo peccatori, privi della gloria di Dio (Rm 3,23). La Parola, mai ascoltata da Adamo in poi, rimase inadempiuta. Gesù è il primo che compie “ogni giustizia” (3,15). Per questo il Padre dice di ascoltarlo (17,5): è il Verbo fatto carne, venuto tra gli uomini per dare corpo alla legge e ai profeti, che senza di lui restano parola vuota, promessa inevasa. Le “antitesi” che seguiranno non saranno contro la legge, ma il suo compimento. v. 18 neppure un solo iota o una sola virgola passerà dalla legge, senza che tutto sia compiuto. Gesù compie la volontà del Padreamando i fratelli. L’amore non trascura neanche il minimo dettaglio, che un altro riterrebbe trascurabile. Manifesta anzi la propria grandezza nelle attenzioni minime. Chi non ama vede le norme come impossibili da osservare o come occasione per trasgredire. Chi ama compie liberamente tutto, ma non in forza della legge, bensì dell’amore. v. 19 chi dunque trasgredirà, ecc. Il grado di partecipazione al regno è proporzionale alla capacità di assolvere quei debiti che solo l’amore conosce. Non si tratta di precettistica o piccineria mentale: il valore di una persona, la sua finezza e magnanimità, è “fare e insegnare” ciò che l’amore detta. v. 20 se la vostra giustizia non sarà eccessiva, più degli scribi e dei farisei. Gli scribi insegnano la giustizia della legge; i farisei la fanno. Gesù dice che per entrare nel regno non basta conoscere ed eseguire la legge. È necessaria una giustizia che ecceda i limiti della legge: è quella del Padre, che ama, perdona e salva gratuitamente i suoi figli. È una giustizia “eccessiva”, perché l’amore che la muove non conosce misura.
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non entrerete nel regno dei cieli . Il regno dei cieli è quello di Dio Padre: vi entrano i figli - quelli che amano gli altri come fratelli, al di là di ogni bontà o qualità. Se la nostra salvezza consiste nell’essere perfetti come Dio (v. 48), la sua perfezione è quella del Padre che ama tutti.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Gesù sul monte che parla c. chiedo ciò che voglio: accogliere la “giustizia eccessiva”, pieno compimento della legge d. prendo il Sal 119, sostituendo in ogni versetto il termine “parola” (o “legge”, “precetto” e sinonimi) con “Gesù”, Parola eterna di Dio fatta carne. È una bellissima contemplazione su Gesù, compimento della legge, rivelazione piena di Dio.

4. Testi utili: Dt 4,1.5-9; Sal 147b; 119; Ef 1,3-14; Col 1,12-20; Fil 3,1-15.

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13. IO PERÒ VI DICO 5,21-48 5,21Udiste che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. 22 Io però vi dico: Chiunque si adira con il suo fratello, sarà sottoposto a giudizio; e chi dirà a suo fratello: stupido! sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dirà: pazzo! sarà sottoposto alla Geenna del fuoco. 23 Se dunque presenti il tuo dono all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, 24 lascia lì il tuo dono all’altare e va’ prima a conciliarti con tuo fratello e poi va’ a presentare il tuo dono. 25 Sii d’accordo col tuo contendente subito, fin che sei con lui nel cammino, perché il tuo contendente non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu sia gettato in carcere. 26 Amen ti dico: non uscirai di lì finché non restituisci l’ultimo spicciolo. 27 Udiste che fu detto: Non fare adulterio. 28 Io però vi dico: Chiunque guarda una donna per desiderarla, già ha fatto adulterio con lei nel suo cuore. 29 Se il tuo occhio destro ti scandalizza, cavalo e gettalo via da te; ti conviene infatti che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo sia gettato nella Geenna. 30 E se la tua mano destra ti scandalizza, tagliala e gettala via da te; ti conviene infatti che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo se ne vada nella Geenna.
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31 Ora fu detto: Chi ripudia sua moglie le dia l’atto di allontanamento. 32 Io però vi dico: Chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone ad adulterio, e chi sposa una ripudiata fa adulterio. 33 Inoltre udiste che fu detto agli antichi: Non spergiurare, ma adempi col Signore i tuoi giuramenti. 34 Io però vi dico: Non giurare affatto né sul cielo, perché è il trono di Dio, 35 né sulla terra, perché è sgabello dei suoi piedi, né su Gerusalemme, perché è la città del grande sovrano. 36 Non giurare neppure sulla tua testa, perché non puoi un solo capello far bianco o nero. 37 Sia la vostra parola: sì, sì! no, no! Ciò che eccede questo, viene dal maligno. 38 Udiste che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. 39 Io però vi dico: Non opporti al malvagio; anzi, se uno ti colpisce la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; 40 e a chi ti vuol chiamare in giudizio e toglierti la tunica, lascia anche il mantello; 41 e se uno ti angarierà per un miglio, va’ con lui per due. 42 A chi ti chiede da’, e a chi vuole da te un prestito non volgere le spalle. 43 Udiste che fu detto: Amerai il tuo prossimo
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e odierai il tuo nemico. 44 Io però vi dico: Amate i vostri nemici e pregate per quanti vi perseguitano, 45 perché diventiate figli del Padre vostro nei cieli, che il suo sole leva su cattivi e buoni, e pioggia dà su giusti e ingiusti. 46 Infatti se amate quanti vi amano, che ricompensa avete? Non fanno così anche i pubblicani? 47 E se salutate solo i vostri fratelli, cosa fate di più? Non fanno così anche i pagani? 48 Siate dunque voi perfetti come il Padre vostro celeste è perfetto!

1. Messaggio nel contesto “Io però vi dico”, dice Gesù dichiarando la giustizia “eccessiva” del Figlio che fa entrare nel regno del Padre (v. 20). Questa sezione, introdotta dal brano precedente, ci spiega in che modo Gesù compie tutta la legge. Norma del nostro agire è diventare come il Padre (v. 48). Sii ciò che sei: sei figlio, sii dunque figlio, uguale al Padre che ama tutti. Il discorso sulla montagna rivede, a questa luce, le nostre relazioni coi fratelli (vv. 21-48). Seguirà l’esposizione dei tre “pilastri del mondo” - l’elemosina, la preghiera e il digiuno ( 6,1-18) -, e una sezione di lunghezza pari a questa, che esamina la nostra relazione con il Padre ( 6,19-7,11), per terminare con il comando dell’amore, sintesi “della legge e dei profeti” (7,12), che fa da inclusione a tutto il discorso (5,17). Questo brano è strutturato su sei antitesi: “fu detto/io però vi dico”. In realtà non sono antitesi: Gesù non propone una legge diversa, come appare chiaro dal v. 17: “Non sono venuto ad abolire, ma a compiere la legge e i profeti”. La legge non è nuova, ma antica. Il compimento però è nuovo: nessuno mai l’ha

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proposta e osservata in questo modo, che è quello del Figlio. Principio della sua giustizia infatti è l’amore del Padre. Gesù parla con autorità pari a colui che diede le Dieci Parole. “Io però vi dico” non contraddice quanto è stato detto, ma lo chiarisce, lo modifica in ciò che suona concessione, e passa dalle semplici azioni ai desideri del cuore, da cui tutto promana. Ma ciò che dice non è un’imposizione legalistica, ancor più severa della precedente, che giudica non solo le azioni, ma addirittura le intenzioni. È invece la “buona notizia” di ciò che Dio opera in noi mediante queste stesse parole, che hanno l’autorità di compiere ciò per cui sono mandate. Vanno quindi intese non come un “codice” di leggi bellissime ma disumane, divinamente impossibili, bensì come “rivelazione” e dono della vita stessa di Dio per noi. Alla luce del regno del Padre, proclamato nelle beatitudini, si rivedono ora i rapporti con gli altri e con l’Altro. Le due tavole del decalogo vengono rivisitate con il cuore nuovo del Figlio. “Voi”, che avete la sapienza delle beatitudini, siete sale della terra e luce del mondo proprio perché vivete con gli altri da fratelli, che conoscono il Padre comune. I vv. 21-26 riguardano il rispetto dell’altro nella sua vita. Non basta non ucciderlo: anche l’ira, l’insulto e il disprezzo sono forme di uccisione (vv. 2122). L’accordo fraterno è così importante che la riconciliazione ha la precedenza su ogni culto religioso (vv. 23-24); il non accordo con il fratello è la condanna di non essere figlio (vv. 25-26). I vv. 27-30 riguardano il rispetto dell’altro nel suo bene fondamentale: la sua relazione di coppia che lo realizza come persona, a immagine di Dio. Non c’è solo l’adulterio del corpo, ma anche quello del cuore (vv. 27-28). Bisogna essere decisi nel recidere ciò che induce al male (vv. 29-30) I vv. 31-32 riguardano il divorzio, concesso dalla legge mosaica; Gesù riporta l’unione uomo/donna al suo statuto originario (cf 19,3-9).
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I vv. 33-37 riguardano il giuramento e la parola, forma fondamentale di relazione umana, che media e dà senso a ogni altra: il parlare della bocca sia trasparenza di quanto c’è nel cuore. I vv. 38-42 riguardano la giustizia vendicativa: la legge del taglione è sostituita da quella della misericordia, che sola vince il male e riscatta chi lo fa. I vv. 43-47 riguardano l’amore del prossimo (= fratello), che va esteso anche al nemico. Solo chi fa così è figlio di Dio, perché Dio fa così. Il v. 48 è il versetto centrale ( Kelal), onnicomprensivo, che conclude tutto: è come la cima più alta da cui si gode tutto il panorama. Ci dice di essere perfetti come il Padre, perché siamo figli: è l’essenza del vangelo, ciò che Gesù è venuto a parteciparci. Come si vede, l’etica “naturale” è di sua natura “soprannaturale”: la natura dell’uomo è essere come Dio. Gesù qui dice ciò che nel seguito del vangelo puntualmente realizza. La Chiesa è fatta da uomini peccatori, come tutti. Però si sanno figli del Padre, e cercano di essere fratelli di tutti, con e come Gesù, il Primogenito.

2. Lettura del testo 5,21 Udiste. Israele è la religione dell’ascolto e del dialogo tra Dio e uomo. fu detto. Il passivo è per non dire il Nome. YHWH parla: l’uomo ascolta, e diventa la parola a cui risponde. non uccidere. È la quinta delle Dieci Parole (Es 20,13; Dt 5,17). Fondamento minimo di ogni relazione è il lasciar vivere l’altro. v. 22 io però vi dico . Non è un’antitesi, ma un completamento: l’uccisione fisica viene da un’uccisione interna dell’altro - dall’ira, dal disprezzo, dal rompere con lui la fraternità. chiunque si adira col proprio fratello, ecc . L’ira è omicidio del cuore, moto interiore “contro” l’altro, che suppongo “contro di me”. L’altro è l’estraneo, il nemico, nei confronti del quale mi difendo e attacco. Ma, negando la
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fraternità, uccido la mia identità di figlio. Per questo l’ira dell’uomo non compie la giustizia di Dio (cf Gc 1,20 ). stupido. Il disprezzo è l’uccisione interiore, che permette quella esteriore. L’avversario va ritenuto inferiore. Le guerre sono precedute da una campagna denigratoria del nemico, come fosse non uomo. Solo allora è possibile ucciderlo! La stima che devo aggiudicare all’altro è la stessa di Dio, che non ha esitato a dare la sua vita per lui. pazzo. Forse ha una connotazione religiosa, e significa “empio”. Il nemico, oltre che disprezzato, va anche demonizzato, come fosse il male. Così diventa “bene” eliminarlo! Gesù per tre volte parla dell’altro come “fratello”: negargli la fraternità è perdere la propria filialità. Geenna (= valle dell’Innon). In questa valle, fuori le mura di Gerusalemme, c’era una volta un altare al dio Moloch, dove si sacrificavano vittime umane. Gli ebrei lo avevano dissacrato bruciandovi le immondizie. Chi non considera l’altro come fratello, ha sacrificato la propria vita di figlio e la butta nell’immondizia. v. 23 se dunque presenti il tuo dono sull’altare, ecc . Prima di rivolgerti al Padre, devi non solo perdonare il fratello contro il quale hai qualcosa, ma addirittura riconciliarti con il fratello che ha qualcosa contro di te, anche se tu hai nulla contro di lui. Non puoi celebrare la paternità, se prima non cerchi di ristabilire la fraternità. v. 24 va’ prima a riconciliarti col fratello. Se non ti riconcili con il fratello che ha qualcosa contro di te, sei in colpa tu, anche se hai nulla contro di lui. Non puoi dire che hai ragione o non ti importa. Il non essere d’accordo è già “il male”; e se non ti importa di lui, hai già ucciso lui come fratello e te stesso come figlio. v. 25 sii d’accordo con il tuo contendente subito. L’altro è sempre colui che sta-contro, l’avversario. Perché ha un bene che tu non hai e vuoi rapirglielo, o
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perché non ha ciò che vorresti da lui, o perché ti prende ciò che tu vorresti prendere a lui, l’altro è comunque il tuo “contendente”: accampa su di te gli stessi diritti che tu accampi su di lui. In questa “contesa” devi affrettarti a ristabilire l’accordo, pena il tuo essere condannato come non figlio. fin che sei con lui nel cammino . La vita è un cammino di riconciliazione con l’altro: ha come meta la tua verità di figlio nel tuo vivere da fratello. Se non fai così, perdi tempo e vita; fallisci il senso della tua esistenza. perché non ti consegni al giudice, ecc. Non importa se hai torto o ragione: se non vai d’accordo con il fratello, non sei figlio. Con la tua vita scrivi la sentenza che alla fine il giudice leggerà. Gesù te la legge già ora, perché cambi ciò che stai scrivendo! v. 26 non uscirai di lì, ecc. Se non passi dalla logica del debito a quella del dono e del perdono, perdi la vita di figlio del Padre (cf 18,21-35).

v. 27 non fare adulterio ( Es 20,14; Dt 5,18). Il comando è rivolto al maschio, dei cui beni la donna fa parte. L’adulterio è un furto nei confronti del padre, se la donna è nubile, del marito se sposata (siamo in una cultura maschilista! Giustamente vale anche il reciproco). Ma il matrimonio, anche nell’AT , è ben più di questo: è appartenenza mutua tra femmina e maschio, che fa dei due una carne sola, a immagine di Dio. Gli sposi sono l’uno dell’altra e viceversa, nel dono reciproco di amore. Rompere quest’unione è dimezzare la persona, infrangere l’immagine di Dio che è comunione d’amore (Gen 1,27; 2,22ss). Si dice che l’amore di coppia in fedeltà e stabilità è una “conquista di civiltà”. Il maschio, come ogni animale, naturalmente concupisce ogni donna per diffondere la specie; e la donna, a sua volta, concupisce il maschio migliore per selezionarla. L’amore monogamico è possibile dove, al di là della specie, l’individuo è concepito come valore assoluto e unico, perché in relazione all’Assoluto, e l’appartenenza reciproca nel dono d’amore è vista come realizzazione dell’immagine di Dio.
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adulterio nel suo cuore. L’occhio che desidera per possedere è già adulterio. Gesù sposta l’attenzione dall’occhio al cuore. L’occhio cattura e mette nel cuore ciò che interessa; e al cuore interessa ciò che l’occhio cattura e gli mette dentro. Una fedeltà che non sia dell’occhio e del cuore è un sepolcro imbiancato. v. 29s se il tuo occhio ecc. L’occhio per desiderare e la mano per prendere sono all’origine di ogni bene e di ogni male, non solo dell’adulterio. Perché l’occhio e la mano non siano per la morte, bisogna de-cidere (= tagliare) ciò che non porta alla vita. Gli antichi conoscevano la necessità di una custodia dei sensi (la scimmia con sei mani!), indispensabile per la custodia del cuore. Se il cuore di chi ama è un giardino cintato, pieno di delizie (Ct 4,12), un cuore non custodito è un giardino senza recinto e devastato: se ne pasce ogni animale selvatico (Sal 80,14).

v. 31s chi ripudia, ecc. Si tratta del divorzio, fallimento di un’unione. La legge suppone il male, e pone rimedio al peggio. Gesù invece propone il “vangelo”, la buona notizia della vittoria sul male e della possibilità del meglio. Il diritto di divorzio, nella cultura maschilista, spettava all’uomo. Mosè stabilì delle regole per tutelare la donna dall’arbitrio del maschio (Dt 24,1). Ai tempi di Gesù causa sufficiente di divorzio poteva essere o solo l’adulterio (Shammai), o qualunque motivo, anche il più futile, che potesse rivelare una mancanza d’amore da parte della donna ( Hillel). L’indissolubilità che Gesù propone è comprensibile, come il resto del discorso, non come legge, ma come dono del cuore nuovo: in quanto amati con fedeltà e senza condizioni, possiamo amare con lo stesso amore con cui siamo amati. Il fallimento della relazione maschio/femmina è il fallimento della verità profonda dell’uomo, che lo rende simile a Dio: la capacità di amore.
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Come educare all’amore, come mantenerlo e farlo crescere - se non cresce, cala! - è il grande problema pastorale. Di fatto molti matrimoni falliscono. Ma erano veri matrimoni “nel Signore”? E che fare con i risposati, che hanno costruito un’unione stabile con responsabilità, e desiderano far parte della comunità? Ci vuole discernimento per salvare non solo i principi giusti, ma soprattutto gli uomini, che sono sempre peccatori e perdonati. Una volta la legge teneva insieme la coppia, anche se si odiava a sangue. La formazione, l’accompagnamento, la comprensione e il discernimento possono fare oggi ciò che nessuna legge è in grado di fare, restituendo il matrimonio alla sua purezza originaria di libero dono d’amore. Guai al pastore dal cuore duro, legalista e punitivo, che ignora la misericordia e spegne il lucignolo fumigante. Deve discernere, qui e ora, cosa più aiuta il fratello debole a crescere nella fede e nell’amore. Chi crede di sapere i principi, non per questo ha imparato come bisogna usarli (cf 1Cor 8,11). v. 32 chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, ecc . In greco c’è porneîa , che può significare sia prostituzione che adulterio. In questo caso Gesù sarebbe dell’opinione del rigorista Shammai, e non avrebbe senso dire: “Io però vi dico “. È più probabile che si tratti di unioni tra consanguinei, usuali nell’antichità e illegittime per gli ebrei (cf Lv 18,16-18; anche in 1Cor 5,1 l’incesto è chiamato porneîa ). Il ripudio non è adulterio. Adulterio è cambiare partner. Ma la separazione, se non è per breve tempo e motivi precisi (1Cor 7,5), è occasione di adulterio: “espone ad adulterio”. Non si può infatti imporre la verginità a chi non è stata concessa in dono. chi sposa una ripudiata, fa adulterio . L’ottica è sempre maschilista. Ma vale anche al femminile.

v. 33 non spergiurare, ma adempi col Signore i tuoi giuramenti . Giurare è chiamare Dio a testimone della propria veridicità. Spergiurare in ebraico è:
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“Giurare in-vano”, giurare nel nulla, invece che in Dio (Lv 19,12; Es 20,7). È peccato perché si chiama colui-che-è a testimone di ciò che-non-è. I giuramenti e le promesse in nome di Dio vanno mantenuti per non disonorare chi si è chiamato a testimone (Nm 30,3; Dt 23,22; Sal 50,14). v. 34 non giurare affatto . Gesù vieta di giurare, perché la parola deve essere di per sé vera, mezzo di comunicazione e di comunione. Diversamente è falsa, mezzo di dominio e di divisione. né sul cielo. Cielo sostituisce il Nome: è il trono della gloria. v. 35 né sulla terra, perché è sgabello dei suoi piedi . Va rispettata la terra come il cielo! né su Gerusalemme. È la dimora di Dio. v. 36 né sulla tua testa . Non è tua, ma di Dio. Su nulla si può giurare: qualunque giuramento tu faccia, chiami in causa Dio. Lui infatti è l’essere di tutto ciò che è. E non va mai chiamato in causa, perché se spergiuri, ne profani il nome, se dici la verità, lui è già presente in ogni parola vera, senza alcun giuramento. v. 37 sia la vostra parola. Il nostro parlare non chiami a testimone Dio, ma testimoni Dio. Sia come il suo: sempre vero, trasparenza del cuore. sì, sì! no, no! Il nostro parlare sia sì se è sì, no se è no. In mezzo ci può essere solo il “non so” - ma non come furbizia o pigrizia, bensì come impegno di ricerca della verità o silenzio di carità. Non dobbiamo fare come lo stolto, che ha il cuore sulla bocca, ma come il saggio, che ha la bocca sul cuore (Sir 21,26). Cosa sarebbero i nostri rapporti interpersonali, familiari, comunitari, sociali, politici se la nostra parola fosse così? Il mondo diventerebbe un paradiso. La lingua è come un timone: governa la barca. È come una scintilla: fa divampare un grande incendio (Gc 3,5). Può condurre in porto, oltre ogni burrasca; può anche distruggere ciò che già è nel porto. Ne uccide più la lingua che la spada

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(Pr 18,21; Sir 28,13-26; 37,17s). “Se uno non manca nel parlare, è un uomo perfetto” (Gc 3,2). Gesù prende occasione dal divieto di spergiurare per dire di non giurare affatto e per restituire alla parola il suo valore. La menzogna del serpente portò la morte nel mondo, la parola di Dio riporta la vita. La parola, ascoltata e detta, è il principio della vita dell’uomo: con essa capisce, interpreta e trasforma la realtà. Se è comunicativa, vera e liberante, è divina: ci unisce ai fratelli e ci fa figli di Dio. Se è possessiva, menzognera e intesa a catturare, è diabolica: ci divide dagli altri e ci relega nelle tenebre della solitudine. I mass-media tendono a usarla come trappola per

accalappiare intelletto e volontà. Il suo uso perverso è il male peggiore, proprio perché tende a togliere la capacità di intendere e di volere, la libertà. ciò che eccede questo, viene dal maligno . Il maligno è menzogna. La menzogna ha bisogno di molte parole, per confondere e persuadere. L’imbroglione è sempre un abile comunicatore, che cerca di aver in mano l’altro dicendo il minimo di sé, possibilmente niente. La politica poi è da sempre l’arte dove il sì diventa no e viceversa, secondo il proprio vantaggio. Inoltre nel moltiplicarsi le parole perdono il loro significato e sono ridotte a fragore assordante e assurdo, senza senso. La parola, origine di ogni bene se è sì al sì e no al no, è principio di ogni male se è no al sì e sì al no. Dio, infinito, è tutto e solo “sì” (2Cor 1,19); l’uomo, finito, conosce anche il no, ed è vero quando è sì al sì e no al no. Ad ogni parola deve precedere e seguire il silenzio: la capacità di silenzio ci ridarà vita?

v. 38 occhio per occhio e dente per dente (Es 21,24; Lv 24,20; Gen 9,6). È la legge del taglione, comune nell’antichità come limitazione della vendetta selvaggia del più forte (cf Gen 4,23) e ristabilimento di una certa parità. Si
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suppone il male, e si cerca di contenerlo con il terrore di una pena corrispondente, o addirittura maggiore (cf Gen 4,15). A noi sembra una forma di giustizia arretrata; ma se guardiamo come è trattato un ladro di polli e uno che ha rubato miliardi, vediamo che, per certi aspetti, è ancor oggi avveniristica! Ma non risolve il male: semplicemente lo raddoppia, nella speranza, per lo più vana, che ciò serva da deterrente. Infatti aiuta il male a farsi più furbo e prepotente. v. 39 io però vi dico. Gesù si pone in un’ottica diversa, quella della giustizia “eccessiva” del Padre. Solo questa vince il male. Sullo sfondo c’è la croce del Figlio dell’uomo che si carica del male dei fratelli (8,17; 26,67; Is 53,1ss), e così compie ogni giustizia (3,15). Gesù propone e dona la nuova economia dell’amore, che vince quella dell’egoismo. Seguono cinque esempi, che sono anche cinque regole con cui si mostra come vincere il male con il bene (Rm 12,21). non opporti al malvagio . La prima regola per vincere il male è opporsi al male e non al malvagio. Il male fa male innanzitutto a chi lo fa, e non va restituito. Il malvagio, prima vittima del male, è un mio fratello, che va amato con più cuore. In genere mi oppongo a lui perché mio concorrente: amo il male e odio chi lo fa come mio antagonista. Il mio odio verso di lui fa da spia alla mia connivenza col male; il mio amore verso di lui fa da spia alla mia libertà da esso. Gesù ama i peccatori perché odia il peccato; io odio i peccatori perché amo il peccato. I peccatori per lui sono oggetto di compassione, per me di detestazione. La mia antipatia per il peccatore svela la mia simpatia per il peccato, la mia dissociazione dal malvagio la mia partecipazione al male. Solo un cuore puro ama con tenerezza il peccatore. Ha quella com-passione che vince il male stesso: invece di restituirlo raddoppiandolo, ha la forza di farsene carico, di patire-con l’altro, come l’Agnello di Dio che porta e toglie il peccato del mondo (Gv 1,29).
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se uno ti colpisce la guancia destra, tu porgigli anche l’altra . Se la prima regola per vincere il male è non restituirlo, la seconda è la disponibilità a portarne il doppio pur di non raddoppiarlo. La “tolleranza” cristiana non è indifferenza verso il male, ma forza di “tollerare” (= portare) su di sé il male dell’altro: è “portanza”, capacità di “portare i pesi gli uni degli altri”, adempimento della legge di Cristo (Gal 6,2). v. 40 a chi ti vuol chiamare in giudizio e toglierti la tunica, lascia anche il mantello. (cf Es 22,25s; Dt 24,13). La terza regola per vincere il male è rinunciare al tuo diritto, cosciente del tuo dovere di figlio, quello di non opporti al fratello. Piuttosto che rivendicare senza amore la tua tunica, sii disposto a rinunciare anche al mantello. La nudità del Figlio sulla croce fu la vittoria contro la rapacità di Adamo. v. 41 se uno ti angarierà per un miglio, va’ con lui per due . La quarta regola riguarda le “angherie”. L’angarius è il messo del re, che ha il diritto di requisire chiunque per portare i suoi pesi. Ogni uomo è figlio di Dio, il gran re, ed tu hai il dovere di aiutarlo a portare i suoi pesi. I bisogni dell’altro son tuoi doveri. E se uno ti costringe a fare uno, fa’ per lui due. v. 42 a chi chiede, da’, ecc. La quinta regola è la disponibilità a “dare”, vittoria sul “prendere “. Il prendere per possedere è principio di ogni male distrugge la creazione che è dono di amore. Il dare è principio di comunione. La comunione tra tutti viene proprio dal Corpo del Figlio, dato per noi. v. 43 amerai il tuo prossimo . Il tuo “prossimo”, superlativo di vicino, è la tua famiglia, il tuo popolo, la tua stessa carne. L’amore, si dice, è spontaneo. Nella Bibbia, più realisticamente, è un comando divino. Perché l’egoismo è più spontaneo dell’amore, e, spesso, è chiamato amore ciò che in realtà è egoismo: il proprio bisogno dell’altro. Amare l’altro non è ridurlo a cibo del proprio appetito!

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È raro l’amore

gratuito, con cui uno accoglie l’altro così com’è. Tutti ne

abbiamo bisogno - chi non è amato e accolto da nessuno non esiste!- per amare noi stessi e amare a nostra volta come siamo amati. odierai il tuo nemico. Odiare il nemico è un fatto comune, ben attestato anche nella Bibbia. Qumram ne fa un ordine esplicito. La solidarietà umana, necessaria per la sopravvivenza, è spesso “solidarietà contro”, comune anche tra i delinquenti: “cane non mangia cane”. Nella stessa Bibbia è lenta la comprensione dell’amore di Dio per tutti. Già implicito nel libro della Genesi, dove Dio è creatore di tutti e Abramo, di origine pagana, sarà benedizione per tutti, l’amore di Dio per il nemico diviene il tema dominante nel libro di Giona. Quando si legge la Bibbia, bisogna tener presente che Dio parla un linguaggio umano. C’è un’evoluzione nella rivelazione: dal Dio forte e tremendo, comune a tutti i popoli, si giunge progressivamente al Dio clemente e misericordioso, longanime e di grande amore che si lascia impietosire (Gn 4,2). Nell’epoca messianica le spade saranno trasformate in vomeri e le lance in falci (Is 2,4). Allora anche il lupo dimorerà con l’agnello, e la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque riempiono il mare (Is 11,6-9). Con Gesù è giunto questo tempo. v. 44 amate i vostri nemici. I nemici ci sono. Chi dicesse: “Non ho nemici”, non ha ancora aperto gli occhi. Con la ragione si può concludere che è bene amare il nemico e forse anche farne una legge. Ma nessuna legge o imperativo categorico è in grado di far amare alcuno, tanto meno il nemico. Al massimo può generare ulteriori sensi di colpa. L’amore del nemico è l’essenza del cristianesimo. Amare il nemico vuol dire aver conosciuto Dio nello Spirito. Dio infatti non ha nemici, ma solo figli, che per me sono fratelli da amare.
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Come tutti gli imperativi di Gesù, non si tratta di oneri impossibili, ma di doni liberanti. Chi non ama il nemico, non ha ancora lo Spirito del Signore, che proprio qui rivela l’infinità e gratuità del suo amore (Rm 5,6-11). Una religione che non arriva a questo, ha ancora molta strada da fare per capire Dio! Le guerre sante, chi le vuole se non il nemico? Bisogna dire con chiarezza e forza, che chi uccide in nome di Dio (o per una causa buona) è doppiamente criminale: contro l’uomo e contro Dio (o contro la causa buona), anche se a prima vista non pare. Un dio che ordina di uccidere, è certamente satanico anche se al povero Dio abbiamo potuto attribuire ogni perversità, almeno fino alla sua morte in croce, che liquida ogni immagine perversa su di lui. L’amore del nemico è indice della libertà dal male. Se amo la torta, odio il fratello che l’ha mangiata. Se amo il fratello, mi dispiace per lui, soprattutto se so che è avvelenata. L’amore del nemico sa distinguere tra bene e male. Solo non fa l’errore di dividere tra buoni e cattivi, e sa operare la verità nella carità (Ef 4,15). pregate per quanti vi perseguitano . Il Figlio non invoca la vendetta su quanti lo uccidono: fa suo il perdono del Padre (Lc 23,34). Così rivela chi è lui: il Figlio, uguale al Padre. I martiri cristiani non danno la vita “per la causa” contro i cattivi che li uccidono, ma per i fratelli che li uccidono: non invocano per loro giustizia, ma grazia (cf At 7,60). v. 45 perché diventiate figli del Padre . “Diventa quel che sei” è l’imperativo etico. Ora amando i nemici e pregando per i persecutori, divento ciò che sono: figlio del Padre. Se non amo il nemico, sono nemico di Dio - non mi considero suo figlio, e non posso dire “Padre nostro”. il suo sole leva su cattivi e buoni, ecc. Dio non taglia la luce e l’acqua a chi non paga la bolletta. Il suo sole e la sua pioggia, il suo amore e la sua misericordia sono per tutti, perché tutti riconosce come figli, in attesa che qualcuno lo riconosca come Padre accettando gli altri come fratelli.

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v. 46 se amate quanti vi amano, ecc. L’amore o è gratuito o non è. L’amore non gratuito si chiama meretricio: è interesse non dell’altro, ma di quanto l’altro può dare. che ricompensa avete? Luca, invece di ricompensa, adopera il termine “grazia” (Lc 6,32 ss). Matteo non usa mai questo termine, per altro implicito nel suo nome (Matteo = dono di Dio). La “ricompensa” è connessa con l’osservanza della legge. All’osservanza della legge nuova, segue la

ricompensa nuova: l’essere come il Padre, che è amore gratuito e assoluto. non fanno così anche i pubblicani? Amare con interesse è affare di tutti, anche dei peccatori. E riduce l’amore a prostituzione! L’amore del nemico invece è rivelazione evidente dell’amore incondizionato, di Dio. v. 47 se salutate solo i vostri fratelli, ecc. Il saluto è “Shalom”, augurio di pace e benedizione. Solo se è per tutti, conosco il Padre di tutti.

v. 48 dunque. Il discorso sul monte è una catena di montagne. Questo versetto è il punto d’arrivo più alto, la vetta panoramica da cui si vede tutto. Matteo usa volentieri dei versetti sintetici che chiudono quanto detto e aprono quanto si dirà. siate voi. L’imperativo etico, per non essere assurdo, scaturisce da un indicativo: sii quel che davvero sei! Ma chi è l’uomo? È figlio di Dio, chiamato a diventare come lui. L’etica naturale è soprannaturale. Può sembrare una contraddizione, ma è la condizione “eccentrica” propria di un essere finito che è aperto all’Infinito. perfetti. Significa “compiuto”, che non manca di nulla. “Siate santi perché io sono santo” (Lv 11,44.45; 17,1; 19,21) è il principio della legge. L’uomo è a immagine di Dio: è se stesso solo se è come lui, “il Santo”. La santità è un attributo esclusivo di Dio: solo lui è Dio, santo, altro da ogni altro. La sua “alterità” ci è nota attraverso Gesù: è quella del Padre, che ama giusti e peccatori. Sulla croce, dove tutto sarà compiuto (Gv 19,30) e lui sarà
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riconosciuto come il Figlio (27,54), vediamo la “santità” del Padre, della quale lui è realizzazione perfetta. Questa santità non separa dal mondo e dal peccatore, ma si fa com-passione che si compromette in ogni situazione, misericordia che entra in ogni miseria. Luca traduce questo versetto di Matteo così: “Diventate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6,36) - dove “misericordioso” rende una parola ebraica che significa “uterino, materno “. La caratteristica di Dio Padre è il suo essere Madre! Il cristianesimo non è una religione della legge, ma della libertà: della libertà di amare come si è amati. In essa si compie “ogni giustizia”. Chi ama è libero e non fa male a nessuno. Chi fa il male, è ancora schiavo della legge che trasgredisce. La misericordia è più purificante di ogni “santità” che divide giusti e ingiusti: è la santità bruciante della croce, la santità “altra”, dell’Altro, che incontriamo in ogni altro, nemico compreso!

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il monte delle beatitudini c. chiedo ciò che voglio: diventare perfetto come il Padre; chiedo in particolare di comprendere e vivere quanto Gesù dice sulla nuova giustizia del Figlio d. Medito su ogni parola di Gesù; vedendo come lui l’ha vissuta e la vive nei miei confronti.

4. Testi utili: Sir 15,15-20; Sal 119; Lv 19,1-2.17-18; Sal 103; Ez 18,21-28; Sal 130; Dt 26,16-19; Os 11,1-9; Gn 4,1ss; Lc 6,27-36; Lc 15; Rm 5,6-11; 8,3139.

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14. QUANDO TU FAI L’ELEMOSINA 6,1-4 6,1 Attenti a non fare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro; altrimenti non avete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli. Quando dunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere glorificati dagli uomini. Amen, vi dico: ricevono già la loro ricompensa. Quando tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra; perché la tua elemosina sia segreta, e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti restituirà.

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1. Messaggio nel contesto “Quando tu fai l’elemosina,” dice Gesù, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra. L’elemosina, come ogni pratica religiosa, va fatta nel segreto, davanti a Dio; non in pubblico, per ricevere gloria dagli uomini. L’elemosina, con la preghiera e il digiuno (Tb 12,8), sono i tre pilastri della religione: definiscono il nostro rapporto con gli altri, con l’Altro e con le cose. Queste tre relazioni costituiscono la nostra esistenza: in esse viviamo o meno la nostra verità di figli, compiamo o meno la giustizia di Dio. Qualunque nostra azione può essere fatta in due modi opposti: per autocompiacerci, avere lode e riconoscimento dagli uomini, oppure per piacere a colui che da sempre ci loda e riconosce come figli. Uno vive o muore dello sguardo altrui. Chi non è visto da nessuno, non esiste. L’uomo è bisogno di riconoscimento: la sua identità è come l’altro lo vede. Da qui l’ophtalmodoulía (Ef 6,6), la “schiavitù degli occhi” che lo rende
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servo dello sguardo altrui, della vana-gloria. Solo chi sa di essere figlio di Dio, amato infinitamente - il mio essere è il suo vedermi e amarmi! -, è libero dalla vanagloria: ha la vera gloria. La fede è conoscere questa gloria. Per questo non può credere in Dio chi cerca la gloria degli uomini (Gv 5,44). Le opere, anche quelle “per sé” buone, sono buone “per me” solo se fatte “davanti a Dio”, per amore e in umiltà; diversamente, se fatte “davanti agli uomini”, per autoaffermazione e vanità, sono cattive. Dopo aver detto di essere perfetti come il Padre (5,48), Gesù ci fa entrare nel segreto del suo cuore di Figlio. La sua relazione con il Padre è la sorgente del suo essere e agire, della giustizia eccessiva che apre la porta del regno (5,17.20). Ciò che qui si dice per l’elemosina, verrà ripetuto anche per la preghiera e il digiuno. In ogni opera buona è sempre in gioco il bisogno di riconoscimento. Se lo cerco negli altri, non ne avrò mai abbastanza; resterò sempre schiavo e del giudizio altrui e del mio tentativo di dare una buona immagine di me; avrò il culto-dell’immagine (= idolatria) del mio io invece che della realtà di Dio. Se lo cerco nell’Altro, allora ritrovo la mia realtà in colui che mi ama di amore eterno, ai cui occhi sono prezioso e degno di stima, addirittura un prodigio (Ger 31,3; Is 43,4; Sal 139,14). Dio ama ciascuno come figlio, come il Figlio. “Li hai amati come hai amato me” (Gv 17,23), dice Gesù al Padre di ciascuno di noi. La mia “gloria” - il “peso” della mia persona - è questo riconoscimento del Padre. Esso mi rende già ora contento di me e di lui, capace di amare come sono amato. Gesù è il Figlio, splendore della gloria del Padre, impronta della sua sostanza (Eb 1,3). Il suo essere è tutto “davanti al Padre”. La Chiesa è fatta di figli, che sanno come il Padre li ama: questa è la loro grande dignità. Non hanno normalmente bisogno di comprare o mendicare autostima da altre fonti!
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2. Lettura del testo 6,1 Attenti a non fare, ecc. Noi facciamo grande attenzione al contrario: agiamo solo se visti ed approvati. Anche chi si nasconde, è per farsi notare. la vostra giustizia (cf 5,6). La giustizia è la volontà di Dio. Essa si concretizza nell’elemosina, nella preghiera e nel digiuno, in un corretto rapporto con i fratelli, con il Padre e con le cose. davanti agli uomini, ecc. L’uomo è sempre “davanti agli occhi”, “di faccia” a qualcuno. Desidera compiacere, perché è come è visto: l’occhio dell’altro è il suo primo specchio ( importante che sia buono!). A noi scegliere davanti a che occhi stare: se a quelli degli altri, o a quelli di Dio. non avete ricompensa presso il Padre vostro. L’uomo è immagine e somiglianza di Dio. Se sta davanti a lui, riceve la propria realtà: è se stesso, libero da ogni schiavitù. “Tanto è uno quanto è ai tuoi occhi, e nulla di più”, diceva S. Francesco (Imitazione di Cristo, III,50,37). La sua ricompensa presso il Padre è la propria verità di figlio. Se invece sta davanti a un altro uomo, è come uno specchio davanti a un altro specchio: si riflettono all’infinito la propria vacuità, o se si vuole, le proprie cornici, i propri limiti. v. 2 quando dunque fai l’elemosina, ecc. Fare l’elemosina, dare del proprio a chi non ha, non è un’opera supererogatoria di bontà, ma dovere di giustizia: chi è figlio, è anche fratello. Nessuno può dire di amare Dio che non vede, se non ama il fratello che vede (1Gv 4,20). Il Figlio ci riconoscerà davanti al Padre se noi l’avremo riconosciuto nei fratelli più piccoli (25,31ss). La solidarietà col povero, sia quello vicino - l’emarginato, l’anziano, l’extracomunitario -, sia quello lontano - il “Sud” del mondo -, è da vedere in termini di giustizia. Chi dà al povero fa un prestito a Dio (Pr 19,17). Nella Bibbia la terra e quanto contiene è di Dio (Sal 24), dono del Padre ai figli. Se condividiamo da fratelli, viviamo sulla terra. Se ci comportiamo da
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padroni, inizia l’esilio - “la terra” da giardino si fa deserto, da paradiso inferno. Questo è il messaggio dei profeti, per i quali lo stesso culto religioso è un abominio, se fa da copertura all’ingiustizia (Is 1,13s). La prima comunità cristiana è vista da Luca come Israele quando entrò nella terra promessa: non c’è nessun bisognoso, ognuno dà quello che può e riceve secondo la sua necessità (At 2,42-48; 4,32-35). Addirittura si vende “la terra”, perché la vera eredità è lo Spirito Santo, l’amore che fa vivere da figli e fratelli. Così si realizza la benedizione promessa ad Abramo e in lui a tutti gli uomini (Gen 12,2s). Nella tradizione biblica i beni del mondo sono destinati al “bene comune”. La solidarietà garantisce non solo la vita materiale, ma anche quella spirituale, che è l’amore fraterno. E deve essere mondiale (= cattolica), non di categoria, di nazione, di chiesa. Senza tale fraternità sarà sempre più impossibile la vita sulla terra. Fede e giustizia, paternità di Dio e fraternità tra gli uomini sono come lo Spirito e il corpo del cristianesimo. Non c’è l’uno senza l’altro. Senza fede nella paternità, la fraternità è ideologia vuota; senza giustizia e fraternità, la fede nel Padre è mistificazione. Nel rapporto con l’altro si gioca quello con l’Altro, da cui ogni alterità prende nome. In un’economia di sussistenza l’elemosina, la condivisione del cibo, garantiva una certa giustizia quotidiana. Le più grandi differenze, che inevitabilmente avvenivano col tempo, in Israele venivano spianate con l’anno giubilare, in cui si condonava ogni debito e si ridistribuiva la terra (Lv 25). Ogni cinquant’anni si doveva ristabilire l’eguaglianza originaria. L’elemosina in Israele fioriva da una solidarietà di fatto, che anche a livello di legge garantiva il ristabilimento della giustizia. Oggi da noi è un cardo spinoso che spunta nel deserto

dell’ingiustizia, come alibi a una vera solidarietà. Non si può andare avanti così!

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non suonare la tromba davanti a te. In tutte le “Opere Pie” c’è una quadreria con l’immagine dei benefattori. Se il bene non fosse pubblicizzato con trombe, lapidi o immagini, chi lo farebbe? Chi farebbe un servizio all’altro, se nessuno, neanche l’interessato, si accorgesse? Il “far bella figura” non è il principio delle nostre buone azioni? come fanno gli ipocriti. È una parola molto usata da Matteo. L’ipocrita è un attore, una maschera: il capocoro. La vita è una sceneggiata, dove ognuno litiga con l’altro per primeggiare. Non è un bel vedere né un bel vivere. Emerge sempre il peggiore, il più violento e senza scrupoli - o il più tragicamente ridicolo. L’apparire tende ad essere l’anima di tutto: esiste solo ciò che appare, e ciò che appare non esiste affatto! Si ha spesso l’impressione di una fiera delle vanità. per essere glorificati dagli uomini. Il fine del mio agire è il riconoscimento dell’altro, che si fa mio tiranno. I complessi di superiorità/inferiorità, le angosce e le prepotenze - su di sé o sugli altri - derivano dal non sentirsi accettati, per cui si fa di tutto per dare una buona immagine di sé, pur di essere accettati. amen, vi dico, ecc. Uno trova quanto cerca. Chi cerca di apparire, ha l’apparenza come ricompensa. v. 3 quando tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra, ecc. Modo paradossale per dire di non cercare riconoscimento da nessuno, neanche da te stesso. v. 4 la tua elemosina sia segreta, e il Padre tuo, che vede nel segreto. Il segreto, la parte più intima che nessuno vede, è il tuo cuore, dove tu sempre sei davanti a Dio e Dio è davanti a te. Lì Dio ti è Padre e tu gli sei Figlio. Lì il suo vederti e amarti è il tuo essere te stesso; e il tuo vederti lì ti fa diventare ciò che sei. ti restituirà. Nel segreto il Padre ti restituisce alla tua realtà di figlio. “Restituire” si dice di un debito: Dio, essendo Padre, è con noi in debito della nostra filialità.
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3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il monte da cui Gesù parla c. chiedo ciò che voglio: agire non per essere visti dagli uomini, ma solo davanti a Dio d. traendone frutto, medito sul testo da notare : agli occhi degli uomini / agli occhi di Dio essere ammirato suonare le trombe essere glorificato fare l’elemosina non sappia la sinistra ciò che fa la destra il Padre tuo che vede nel segreto.

4. Testi utili: Sal 51; 41; 146; Gl 2,12-18; Lv 25,1ss; Is 1,10-20; Lc 12,33s; 16,9-15.19-31; At 2,42-48; 4,32-35.

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15. QUANDO PREGHI 6,5-8 6,5 E quando pregate, non siate come gli ipocriti, che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e agli angoli delle piazze, per apparire agli uomini; amen, vi dico: hanno la loro ricompensa. Tu invece, quando preghi, entra nella tua dispensa e, chiusa a chiave la tua porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo che guarda nel segreto, ti restituirà. Ora, pregando, non blaterate come i pagani; credono infatti di essere esauditi per le loro molte parole. Non siate dunque simili a loro: sa infatti il Padre vostro di quali cose avete bisogno prima che voi chiediate.

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1. Messaggio nel contesto “Quando preghi,” volgiti al Padre tuo nel segreto, dice Gesù. Il brano insegna come pregare (v. 6) e come non pregare, per essere notato dagli uomini ( v. 5) o da Dio stesso (vv. 7-8). Ma cos’è la preghiera, da Gesù ritenuta ovvia e naturale? È l’atto fondamentale con cui riconosco il mio principio come mio fine; è

l’atto “razionale” più alto, con il quale, esplorati i miei confini, conosco me e l’Altro da cui vengo, accetto me come dono dell’Altro e l’Altro come amore per me. Pregare è essere me stesso, finito e aperto all’Infinito. Nessun animale mai si inginocchia per pregare, chiedendosi della propria origine e della propria destinazione, interrogandosi sul “perché” di questa breve vita. È un atto

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umano, e solo umano. Può quindi anche essere disumano, maldestro o falsificato, e quindi giustamente rifiutato, anche se con sofferenza e nostalgia. Pregare è stare davanti a Dio, di cui sono immagine e somiglianza. Davanti a lui sono ciò che sono; lontano da lui non sono ciò che sono - sono lontano da me. Non è un optional per anime devote: è la salvezza dell’uomo come uomo, che riceve la propria identità. Non è chiudersi in sé, guardando il proprio ombelico o i propri fantasmi interiori: è quell’aprirsi all’Altro che mi fa essere me stesso. Pregare non è parlare di Dio, ma parlare con lui; non è leggere un menu di cibi squisiti, ma mangiare. Senza preghiera la fede è ideologia vuota, l’azione distrazione dell’uomo e distruzione della realtà. Pregare è dialogare: rispondo “tu” a colui che dice il mio nome; esco dal mio guscio, per realizzarmi nel dono all’Altro; dimentico me per ri-cordare, averenel-cuore lui. Pregare è gioire di Dio che amo. Lui diventa la mia vita: vivo, in pienezza sempre maggiore, di lui, che è presenza, dialogo, amore, dono, perdono. Tutto questo appare chiaramente nella Bibbia attraverso l’esperienza degli amici di Dio. I concetti di persona, libertà, fraternità e giustizia, sono entrati nella cultura occidentale dalla tradizione biblica, grazie a chi ha fatto esperienza di aver la dignità di essere interlocutore di Dio. La preghiera non autentica, fatta per apparire “davanti” agli uomini o a Dio, falsifica l’esistenza. La preghiera autentica è il respiro della vita. Per questo è necessario pregare sempre (1Ts 5,17; cf Lc 18,1ss), in ogni tempo (Ef 6,18) e in ogni luogo (1Tm 2,8), perché sempre ed ovunque si esprima a livello di coscienza e libertà ciò che siamo nella realtà. La preghiera va fatta con insistenza (7,7-11 e par), con fede (21,22 e par), nel nome di Gesù (18,19s; Gv. 14,13; 15,16; 16,24.26), con familiarità filiale (v. 8).

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Noi non sappiamo cosa chiedere (Rm 8,2): lo Spirito prega in noi (Rm 8,26.15; Gal 4,6). La preghiera, unione con il Padre nel Figlio, è anche solidarietà con i fratelli, intercessione dell’unico Giusto che salva tutti (cf Gen 18,16-33); è lotta in cui si vince il male (Es 17,8-15; Rm 15,30; Col 4,12), si riceve il proprio nome (Gen 32,23ss) e Dio stesso riceve il suo vero nome: “Abbà” (Mc 14,36 e par). La preghiera è svolgere davanti a Dio la propria realtà (cf 1Re 19,10-18): ottiene tutto (7,7), perché fa volere ciò che Dio vuole dare, e solo allora può dare: il suo Spirito (Lc 11,13). Per questo la preghiera ci trasforma: il dono dello Spirito ci fa figli a immagine di Gesù, ci fa vivere la sua stessa vita e portare lo stesso frutto (cf Gal 5,22). Ci incorpora a lui, dandoci come principio vitale il suo amore reciproco col Padre (cf 11,25-27). Così il nostro essere, pensare e agire diventano divini. La preghiera è il principio “teomorfico” - che ci trasforma in Dio. Credere in Dio senza pregare è solo fede demoniaca (cf Gc 2,19). Conoscerlo e non sperimentarlo è la pena del “danno”, l’essenza dell’inferno. La preghiera non è fare qualcosa: è quel “far niente”, quel riposo sabbatico che ci concede di essere fatti dal Signore e ci fa abitare “la terra” (cf Is 58,13s). Gli empi, al contrario, sono sempre inquieti, come un mare agitato che di continuo tira su melma e fango (Is 57,20s). Gesù è il Figlio, il cui essere è essere davanti al Padre nell’unico respiro di amore. La Chiesa è la comunità dei fratelli di Gesù: uniti a lui, vivono il suo stesso Spirito, origine e frutto sempre più grande della preghiera.

2. Lettura del testo 6,5 E quando pregate, non siate come gli ipocriti. L’ipocrita cerca se stesso. Chi cerca il proprio io, non trova Dio. Solo chi si svuota di sé, si riempie di lui.
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L’ipocrita si serve di tutto, anche di Dio, per apparire davanti agli uomini. Ma, c’è un’ipocrisia ancor più profonda: voler apparire davanti a lui. Nella preghiera non siamo protagonisti. È lui che agisce. Per questo si passa attraverso aridità dolorose che spogliano da ogni pretesa. Dio resiste ai superbi (Gc 4,6; 1Pt 5,5) e ricolma di grazia gli umili, come Maria. La preghiera dell’umile penetra le nubi (Sir 35,17) e il suo cuore è il tempio dove Dio fissa il suo occhio e la sua dimora (cf Is 57,15; 66,1s). amano pregare. L’ipocrita “ama” pregare. Ovviamente davanti agli altri, agli angoli delle piazze, come si usa in Medio Oriente. per apparire agli uomini . Questa preghiera è una epifania dell’io, non di Dio. Invece di stare davanti a lui e rifletterne la gloria, si sta davanti agli uomini per riflettere con compiacenza il rimando della buona immagine di sé.

Normalmente anche in Dio, si cerca ancora il proprio io! v. 6 tu invece quando preghi. L’ammonimento negativo è al plurale perché tutti ci caschiamo: “Quando pregate, non siate come gli ipocriti”.

L’ammonimento positivo è al singolare, perché almeno tu, quando preghi, esca da questo errore, che fai “tu” e non un altro. entra nella tua dispensa. La dispensa è una stanza interna senza finestre, dove si tengono i viveri. C’è in me un luogo interno, isolato dall’esterno, da dove attingo la mia vita (vedi la “stanza superiore” di Mc 14,14s). Sembra buio, ma è la sorgente stessa della luce: è la mia finestra su Dio, da cui scaturisce il mio io. Lì io sono me stesso, e Dio è più me di quanto lo sia io. In quel luogo “segreto” io sono ciò che sono, perché davanti a “Io-sono”; lì attingo quanto serve per vivere, anzi la sorgente stessa della vita. La preghiera è fatta in questa dispensa, o cantina, o cella vinaria, che è il fondo o l’occhio dell’anima, l’apice o la punta dello Spirito - dicono i mistici dove io sono me stesso, in comunione con Dio e con tutti, presente alla Presenza che tutto fa essere.

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In questa dispensa ricevo la manna nascosta e il segreto del nome mio e di Dio (Ap 2,17; 3,12). Qui sono figlio; e lo Spirito, con gemiti ineffabili, nel grande silenzio della notte luminosa, grida: “Abbà, Padre” (Rm 8,15; Gal 4,6). Questa è la Parola, che rivela il Padre e il Figlio nello Spirito. Detta da noi nel Figlio, ci introduce in seno alla Trinità: riporta il mondo in Dio portando Dio nel mondo. Questa dispensa, in cui si prega, è il nostro cuore, dove sta l’uomo nascosto del cuore (1Pt 3,4a), l’uomo interiore, il Cristo, che per la fede dimora nei nostri cuori (Ef 3,16s). chiusa a chiave la tua porta . Bisogna chiudere a chiave la porta, dopo esservi entrati. Ci si entra con l’amore per Gesù, che sta alla porta e bussa, perché gli apriamo e ceniamo con lui e lui con noi (Ap 3,20). Il chiavistello è dalla nostra parte: beato chi gli apre, entra, chiude e resta lì, facendo del suo dimorare in lui la propria dimora. Noi entriamo e usciamo di continuo, senza mai fermarci. Per aprire bisogna entrare in se stessi - normalmente siamo fuori di noi stessi, strattonati qua e là dalle molte occupazioni, come Marta (Lc 10,41). Una volta dentro, bisogna chiudere fuori le mille voci che ci disturbano. nel segreto. La preghiera al Padre è nel segreto: il segreto è il Figlio stesso, l’uomo nascosto del cuore in uno Spirito incorruttibile, mite ed “esicasta” (cf 1Pt 3,4ab), proprio di chi è pienamente amato e amante. il Padre tuo che guarda nel segreto . Il suo occhio è sempre dove è il suo tesoro: suo Figlio. La preghiera non è un fare, ma un sostare sotto questo sguardo - un vedere come Dio mi vede, eternamente amato dal Padre nel Figlio. ti restituirà . La ricompensa di chi non cerca ricompensa è “la restituzione” che il Padre gli fa di se stesso, rendendolo figlio, colmo della sua Gloria, perché vuoto di vanagloria. v. 7 pregando, non blaterate. Non bisogna moltiplicare le parole, con un blabla che comunica niente - se non la paura di comunicare.
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Uno può ripetere, ritmando sul respiro e sul battito del cuore, una sola sillaba, e andare in estasi e avere visioni. Uno può anche dire: “Ohm”, e vibrare in tutto il corpo. Queste tecniche possono servire per avere sensazioni interiori e provare benessere o pazzia. Ma non hanno a che vedere con la preghiera. La ricerca del proprio io non è ricerca di Dio. Può approdare al vuoto, a un inebetimento soddisfatto di sé, a una falsa illuminazione, che è la distruzione dell’io vero. L’io infatti è relazione, e si realizza nell’amore. La preghiera è dialogo e alterità, parlare e piacere all’Altro; non è monologo e “inseità”, parlare e piacere a sé. Il ripetere parole può anche essere una forma di magia o un fatigare deos, uno “stancare la divinità” per estorcere ciò che vogliamo, un farci notare da lui, credendo di essere per lui insignificanti. come i pagani. Questa è la preghiera “pagana”, propria di chi cerca di farsi buono Dio perché lo ignora. per essere esauditi. Normalmente noi vogliamo essere ascoltati da Dio. In realtà siamo noi che dobbiamo ascoltare lui. Desideriamo che lui ci dia qualche favore che ci interessa, e ci disinteressiamo di lui. È la massima offesa a lui, che ci ama - cosa “dura” ai suoi orecchi (cf Ml 3,13-15). v. 8 il Padre vostro sa. Dio è Padre e sa. In quanto Dio, vede e può; in quanto Padre, provvede. Sono io a non sapere ciò di cui ho bisogno. Me lo insegnerà Gesù con la preghiera del “Padre nostro”. Tuttavia gli faccio le mie richieste, sapendo però che, al di là di ciò che chiedo, l’importante è che mi rivolgo a lui. Il bambino, anche se chiede cose inutili o addirittura dannose, sempre si rivolge alla madre, non a un estraneo. Questo rivolgersi a lui con fiducia è la sostanza della preghiera, sempre gradita al suo cuore.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il monte dal quale Gesù parla
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c. chiedo ciò che voglio: pregare nel segreto d. traendone frutto, medito sul testo da notare : pregare per apparire davanti agli uomini entra nella tua dispensa chiudi a chiave la tua porta prega il Padre tuo nel segreto ti restituirà pregando non blaterate il Padre vostro sa.

4. Testi utili: Gen 18,16-33; Es 17,8-15; 1 Re 19,10-18; Gen 32,23-33; Mc 14,32-42.

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16. COSÌ DUNQUE PREGATE VOI 6,9-15 6,9 Così dunque pregate voi: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo, così in terra. Il nostro pane quotidiano dacci oggi, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi abbiamo rimesso ai nostri debitori, e fa’ che non cadiamo in tentazione, ma liberaci dal maligno. Infatti se avrete rimesso agli uomini le loro cadute, rimetterà anche a voi il Padre vostro celeste; ma se voi non avrete rimesso agli uomini, neppure il Padre vostro celeste rimetterà le vostre cadute.

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1. Messaggio nel contesto “Così dunque pregate voi”, è l’imperativo del Signore. Fermiamoci sulle singole parole di questa introduzione di Gesù alla “sua” preghiera.. Così. Questo tipo di preghiera è in contrapposizione alla precedente. Non sto “davanti agli uomini”, ma nella “dispensa”, davanti al Padre. Non moltiplico le parole per farmi ascoltare da Dio e piegarlo ai miei desideri, ma è ascolto del Padre e volontà che si realizzino i suoi desideri su di me, suo figlio. La preghiera è una “ginnastica del desiderio” (Agostino). Il desiderio è la facoltà più alta dell’uomo: produce niente, ma accoglie tutto. Tutto ciò che c’è - e Dio è tutto! -, non è da fare, ma da accogliere. Desiderare non è velleitarismo: è volere veramente il dono dell’altro e l’altro come dono, con una volontà che si fa attesa, mai pretesa.

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Dunque. Il “Padre nostro” è il “dunque”: la preghiera davanti al Padre che contiene ogni altra. È costituita da sette domande poste all’imperativo. È il modo della volontà, e riguarda un’azione libera. Vogliamo che il Padre ci dia ciò che lui ci vuol dare. L’imperativo nasce da un indicativo: Dio è Padre, sia dunque per noi Padre! Lui vuole e noi vogliamo che sia così, per “noi”, per me e per tutti. Le prime tre domande (vv. 9-10) riguardano il bisogno che noi qui in terra abbiamo del Padre celeste; le altre quattro ( vv. 11-13) il bisogno che abbiamo dei suoi doni per vivere il suo dono. Segue un’aggiunta sul perdono ( vv. 1415): la fraternità è sacramento della paternità, il perdono al fratello luogo del dono del Padre. pregate voi. È un imperativo presente rafforzato dal pronome. Prescrive di continuare un’azione: la preghiera è e sia presente e continua, come la vita, che, se si arresta, muore. Se Gesù non l’avesse ordinato, non avremmo “osato” pregare in questo modo, “ordinando” al Padre di darci ciò di cui abbiamo bisogno. Ma proprio così riconosciamo il nostro bisogno, e ci impegniamo a volere ciò che ordiniamo. Esprimiamo i suoi desideri, che sono come un comando interiore dello Spirito che in noi grida la necessità d’amore che è in Dio: avvenga in noi ciò che da sempre è in lui. Necessariamente Dio santifica il suo nome, regna, fa la sua volontà, dà il pane e il perdono, ci salva nella tentazione e ci libera dal maligno. Questa sua necessità diventa nostra mediante lo Spirito, che ci fa chiedere e volere ciò che lui non può non dare. Il “Padre nostro” è la preghiera di Gesù, il Figlio, che ci fa essere ciò che siamo: uguali a lui, figli nel Figlio, che si rivolgono al Padre con il suo stesso Spirito. Esiste in due redazioni: questa e quella di Luca (Lc 11,2-4). In Marco le richieste del Padre Nostro si trovano sparse nel vangelo, particolarmente nella

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scena del Getsemani (Mc 14,32-42) In Giovanni il cap. 17 può essere considerato un Padre nostro ampliato. Questa preghiera, pur nella sua novità, ha profonde radici ebraiche nel Qaddish e nel Shemoneh Eshreh. Gesù è il Figlio venuto a comunicarci il suo Spirito, la sua relazione d’amore col Padre. La Chiesa è la comunità dei fratelli che nel Figlio conosce il Padre e lo ama a nome di tutti.

2. Lettura del testo 6,9 Padre. In aramaico si dice: “Abbà”. È il grido dello Spirito che Dio ha mandato nei nostri cuori, la prova che non solo siamo chiamati, ma siamo realmente figli (Gal 4,6; Rm 8,16; 1Gv 3,1). Abbà non significa “padre”, ma “papà”, termine affettuoso e familiare. È il primo balbettio dell’infante verso il padre, che lo fa trasalire di gioia. Questa parola esprime l’esperienza fondamentale dell’uomo nuovo, che in Cristo Gesù si sente figlio di Dio, erede dei suoi beni e della sua stessa vita - l’amore reciproco tra Padre e Figlio che tutto e tutti abbraccia. Il battesimo ci immerge in Gesù: con lui, in lui e come lui ci rivolgiamo al Padre con la parola affettuosa: Abbà! Nell’AT “padre” è poco usato per indicare Dio, e sottolinea il suo ruolo di creatore, conservatore e restauratore della vita (cf Dt 32,6; 2Sam 7,14; Sap 14,3; Sir 23,1-4; 51,10; Is 63,16; 64,7; Ger 31,9). Nei vangeli Dio è chiamato padre 5 volte in Mc, 17 in Lc, 45 in Mt e 118 in Gv. La preghiera cristiana è dire “tu”, chiamando per nome colui che per primo ha detto il mio nome chiamandomi all’esistenza. Dicendo a Dio: “papà”, dico sì alla verità sua e mia. In Gesù, nel suo stesso Spirito, conosco Dio come padre mio e me come figlio suo, e partecipo al dialogo d’amore tra Padre e Figlio, che è la loro vita. La mia esistenza non è dal nulla e per il nulla, ma dall’amore
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e per l’amore del Padre. Volgendomi a lui, continuamente attingo da lui me stesso e lui stesso. nostro. Il Padre di Gesù diventa “nostro” - di noi con lui e tra di noi. La paternità di Dio fonda la fraternità: il “noi” degli uomini include sempre il Figlio. che sei nei cieli. Dio è vicinanza e familiarità, tenerezza e protezione, ma sta nei cieli: è altro, grande, splendido. Se Dio è mio papà, mio papà è Dio, non un idolo. Il “cielo” in Mt ricorre spesso per indicare la trascendenza, la divinità. La “paternità del cielo” (Iuppiter = Dio Padre) è comune a molte religioni. Quello che è un appellativo comune, è per i cristiani il nome personale di Dio nella relazione sua con me e mia con lui. Maternità/paternità sono esperienze primordiali in cui si iscrive la conoscenza di Dio come principio personale di vita, amore e libertà. L’opinione che uno avrà di Dio è fortemente condizionata dai suoi genitori; e sarà alla fine quella che uno ha di sé. La carne di Gesù, il Figlio che si fa fratello di tutti con un amore senza condizioni, liquida ogni cattiva immagine che di lui ci siamo fatti. sia santificato il tuo nome . Il “nome” è la persona in relazione all’altro che lo chiama; la “santità” è l’alterità, la diversità. La persona di Dio sia veramente altra da ogni altra: sia riconosciuta da me e da tutti nel suo amore. La santità del nome di Dio è riconosciuta quando noi, suoi figli, diventiamo “perfetti come il Padre” (5,48), capaci di amare i fratelli senza condizioni (5,44s); quando in ogni altro riconosciamo lui, l’Altro. v. 10 venga il tuo regno . Il regno del Padre è la fraternità tra i figli. È il regno dello Spirito, il cui frutto è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza e libertà (Gal 5,22). Realizzazione di ogni promessa di Dio e di ogni desiderio dell’uomo, è la fine di ogni schiavitù, egoismo, tristezza, guerra, inquietudine, malevolenza, infedeltà, durezza, schiavitù.

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Il regno non è di questo mondo (Gv. 18,36): è in questo mondo, come i discepoli stessi, ma si presenta con caratteristiche opposte a quelle del mondo (Gv 17,11.15s). La venuta del regno sulla terra “santifica il nome” di Dio: la vita fraterna rende noto a il suo nome di Padre. sia fatta la tua volontà . L’espressione “volontà di Dio” ricorre 6 volte in Mt, 1 in Mc e 4 in Lc. La volontà di Dio, che è Padre, è la fraternità tra di noi, che compie “ogni giustizia” (3,15). La volontà è la facoltà di volere il bene, di amare: è lo Spirito del Padre, lo stesso del Figlio. Gesù compie pienamente la volontà del Padre nel Getsemani (26,39.42), decidendo di dare la vita per i fratelli. come in cielo, così in terra. L’amore che è in cielo tra Padre e Figlio, sia in terra tra gli uomini, e così siano fratelli fra di loro. In questo modo si compie la volontà del Padre, viene il suo regno, è santificato il suo nome, e tutti possiamo dire: Abbà. L’espressione “in terra” conclude la prima parte della preghiera e segna il passaggio alla seconda, in cui “il cielo” scende sulla terra come pane e perdono, vita filiale e fraterna. v. 11 il pane. Il pane è vita. Ma non di solo pane vive l’uomo. Il suo primo pane è la Parola (Dt 8,3), e precisamente la parola “ Abbà”. Questa parola, fatta fiorire dallo Spirito sulla nostra bocca, ci fa esistere nella nostra realtà di figli e di fratelli. Il “pane di vita”, Parola del Padre fatta carne, è il grande dono: in esso, prefigurato nella manna e in ogni altro dono, Dio ci fa dono di se stesso nel Figlio. Anche il pane materiale, come ogni altra cosa necessaria o utile per vivere, è sacramento di vita se è preso come dono, rendendo grazie al Padre e condividendolo coi fratelli; è invece causa di morte, se è preso come rapina. La vita si mantiene tale se è eucarestia (= ringraziamento), partecipazione al corpo del Figlio dato per noi.
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nostro. Il pane non è “mio”, ma nostro. Se non è condiviso coi fratelli, non è pane del Padre della vita: è l’idolo che ci avvelena l’esistenza, dividendoci da lui, tra noi e da noi stessi. L’unica volta in cui Gesù dice di se stesso: “mio”, è del suo corpo “dato per voi”. Mio è realmente solo ciò che dono. quotidiano. In greco c’è epioùsion, che significa “sostanziale, necessario” se deriva da epiousía, “futuro” se deriva da epiiénai, “disponibile” se da epieînai, “per questo giorno, quotidiano” se da epì tèn ousían (heméran). È allusione alla manna, data ogni giorno solo per un giorno, per insegnare che non è l’accumulo a garantirla, ma la fiducia nel Padre. Il pane è solo per oggi, ma è disponibile ogni giorno; fino al giorno senza fine, di cui questo pane è la certezza. In ogni briciola, in ogni frammento di vita, vivo l’amore del Padre che dona e quello dei fratelli con cui condivido - e questo è il pane sostanziale. dacci. Chiedo il dono non solo per me, ma per “noi”, per i fratelli, perché è il pane del Padre che mi fa figlio. oggi. Il pane è, come la manna, testimone quotidiano della fedeltà di Dio. La vita è sempre e solo “oggi”. Non può essere accumulata! Se respiro oggi l’aria di domani, scoppio; se la trattengo, muoio. v. 12 rimetti . In greco è “mandar via, allontanare”. I nostri debiti, che ci stanno addosso come peso gravoso che impedisce di vivere, sono allontanati da noi. Il Padre è padre perché dona e perdona. Il perdono è il pane quotidiano dello Spirito. L’amore vive di dono e di perdono: se nel bene è dono, nel male cresce in per-dono (= super-dono). a noi. Chiedo il perdono non solo per me, ma anche per i fratelli. Diversamente non raggiungo la fonte del perdono, che è l’amore del Padre per tutti. i nostri debiti. Il termine traduce una parola ebraica che significa debito o peccato. A Dio noi “dobbiamo” tutto ciò che abbiamo e siamo: tutto è ricevuto da lui (1Cor 4,7). Ma non è un “debito” da restituire; sarebbe un suicidio! È
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invece un dono da accogliere e da vivere con gratitudine. Il peccato è considerare la vita come “debito” e non come dono. La salvezza è passare dalla logica del debito e della colpa a quella del peccato e del perdono. come anche noi abbiamo rimesso ai nostri debitori. Si suppone che, quando preghiamo il Padre, ci siamo già riconciliati con i fratelli (vv. 14s; 18,21-35). Se non perdono il fratello, non sono figlio! Perdonare il fratello non è un dono che a lui faccio, ma che da lui ricevo: perdonando, ricevo lo Spirito del Padre. Per questo perdonare è un miracolo più grande che resuscitare un morto: è nascere alla vita immortale. v. 13 fa’ che non cadiamo in tentazione . Dio non tenta e non induce in tentazione (Gc 1,13); è invece colui che dà la forza di non cadere (26,41). Le tentazioni fanno parte del nostro cammino. Dio non ce ne preserva; ma in esse ci aiuta perché, invece che luogo di sconfitta, diventino luogo di vittoria - o di perdono se cadiamo. ma liberaci dal maligno . Il maligno (26 volte in Mt, 2 in Mc, 13 in Lc) è colui che ci vuol dominare. Ha come alleate le nostre passioni e il nostro disordine, con cui ci tenta perché cadiamo nelle sue mani, e vi restiamo. L’opera di Dio è strapparci da esse e impedire che vi ricadiamo. Il pane e il perdono che chiediamo al Padre hanno il potere di preservarci nella tentazione e di liberarci dal maligno. vv. 14s ma se voi non avrete rimesso, ecc. (cf 18,21-35). Queste parole, poste a conclusione, sono una verifica per vedere se ho pregato in verità. Se non ho perdonato al fratello, non riconosco Dio come Padre, e non accetto il suo perdono per me! Giusto non è chi non pecca - tutti pecchiamo - ma chi perdona come il Padre. Il perdono del fratello è visto con enfasi come il luogo in cui riconosco davvero Dio come Padre (vedi Lc 15,11-32). Se non perdono, ho pregato con falsità, senza lo Spirito del Padre e del Figlio.

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3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo unendomi al Figlio, rivolgendomi al Padre con il suo amore c. gli chiedo ciò che voglio: chiedo e voglio con tutto il cuore tutto ciò che Gesù mi ha insegnato a chiedere e a volere con questa preghiera: il dono del suo Spirito di figlio d. prego lentamente, sul ritmo del respiro, ogni singola parola, sostando su essa finché trovo pace.

4. Testi utili: Is 55,10-11; Sal 34; 103; 139; Os 11,1-9; Gal 4,1-7; Rm 8,1439.

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17. QUANDO DIGIUNI, PROFUMATI IL CAPO 6,16-18 6,16 Ora, quando digiunate, non siate come gli ipocriti, dal volto tetro. Infatti si sfigurano il volto per figurare agli uomini come digiunatori. Amen vi dico: hanno già la loro ricompensa. Tu, invece, quando digiuni, profumati il capo e lavati il volto, perché non figuri agli uomini che digiuni, ma al Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che guarda nel segreto, ti restituirà.

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2. Messaggio nel contesto “Quando digiuni, profumati il capo”, dice Gesù. L’elemosina e la preghiera, scaturite dal cuore del Figlio davanti al Padre, compiono la “giustizia eccessiva” nei confronti dell’altro e dell’Altro. Il digiuno a sua volta la compie nei propri confronti: fa accettare se stessi come figli e il proprio limite come principio di vita. Digiunare è il contrario di mangiare, vivere. È segno sia di lutto che di conversione. È spesso associato alla preghiera e allo studio della Torà (Dt 8,3). Se la sazietà ottunde, la fame aguzza l’ingegno: quella volontaria poi fa capire che non di solo pane vive l’uomo. Il digiuno è obbligatorio il giorno dell’espiazione, in cui è proibito “mangiare, bere, lavarsi, profumarsi, calzare i sandali e avere rapporti sessuali” ( Mishna). Oltre al digiuno pubblico, prescritto, ci sono quelli privati, di devozione. Il fariseo al tempio, di cui parla Gesù nella parabola, digiuna ben due volta la settimana (Lc 18,12). Le opere supererogatorie procurano fama di persona
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pia. Ognuno cerca di primeggiare, scegliendo l’ambito dove meglio riesce. Non importa se è la religione o lo sport, l’arte o l’economia, la pace o la guerra, la politica o la malavita: tutto serve per essere “qualcuno” davanti agli altri. L’apparire agli occhi degli uomini è il DNA di ogni male, che ha la sua radice nel non sapere chi siamo agli occhi di Dio. A Gesù chiederanno perché i suoi discepoli non digiunano (9,14 s). Risponderà che è il tempo delle nozze, del banchetto messianicoo, della pienezza di vita che Dio ha promesso. Ma anche loro conoscono un digiuno, che è solo “davanti al Padre”. Come in tutte le opere, Gesù guarda l’intenzione. Il cuore del Figlio è puro, e vede Dio (5,8), perché lui solo cerca. L’ipocrita cerca la propria reputazione, e in tutto trova il proprio io. Stare davanti agli uomini o al Padre, è l’alternativa del nostro modo di essere e di agire: anche in Dio, si può cercare ancora il proprio io (Lc 18,11)! Il digiuno, come ogni opera buona, può essere esibizione davanti agli uomini, persino davanti a Dio - imbiancatura di un cuore orgoglioso, possessivo e padronale, pieno di morte. È quanto dicevano i profeti, proponendo un altro digiuno, gradito a Dio: operare con giustizia e dividere i propri beni coi poveri (Is 58,1ss). Gesù ha digiunato nel deserto. Anche per lui “la fame” è stato luogo di tentazione. La Chiesa occidentale ha ora attenuato la pratica del digiuno. In una società ridotta a bocca che tutto divora, a tubo digerente che tutto assimila, il digiuno riacquista la sua attualità. E c’è anche un digiuno della mente e del cuore, dell’orecchio e dell’occhio.

2. Lettura del testo

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6,16 Ora, quando digiunate. Mangiare è alimentare la vita, digiunare perderla. Il digiuno ha molti aspetti: riguarda le relazioni con l’altro, con l’Altro, con le cose e con se stessi. Nei confronti dell’altro, il digiuno è quella limitazione di vita che la sua presenza impone - limite che, dove è accolto, diviene principio di relazione, comunicazione e comunione. Nei confronti dell’Altro, il digiuno è come la preghiera del corpo: è accettazione simbolica che la propria vita non è l’assoluto, e tanto meno il cibo che la mantiene, ma Dio stesso e la sua parola. Nei confronti delle cose, il digiuno è un correttivo necessario alla brama di “possederle”: ci possono essere o non essere, e vanno vissute come relazione all’Altro e agli altri, e non come feticcio. Nei confronti di se stessi, il digiuno porta a un corretto rapporto con la propria vita e la propria morte: si accetta quello che c’è come dono di Dio, e lo stesso limite come comunione con lui, principio e fine di tutto. Il digiuno è inoltre necessario per raggiungere la “sobrietà”, che consiste nel servirsi delle cose tanto quanto sono utili per amare Dio e il prossimo. Ciò che non è utile a tale scopo, serve a odiare e morire. Nella nostra società consumistica, che riduce la persona a imbuto che tutto ingurgita attraverso i cinque canali dei sensi, il digiuno ha un particolare valore. Oltre la sobrietà nel cibo, c’è quella nell’odorare, gustare, toccare, udire, vedere, e, soprattutto, nel fantasticare - la fantasia è il senso virtuale che sostituisce ogni altro. I sensi sono gole voraci, insaziabilmente aperte verso ogni oggetto. All’animale servono per la conservazione della specie e dell’individuo, e sono regolati dall’istinto; all’uomo, che è di specie divina, servono per entrare in comunione con l’altro; e non sono regolati dall’istinto. Sono fame infinita, che si sazia solo trovando il cibo per cui sono fatti - l’altro e l’Altro. L’edonismo nega questa funzione, riducendo il senso a consumo di sensazioni: sente solo se stesso. Il digiuno dei sensi è l’antidoto, che
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restituisce loro la propria funzione. Non tocco e non gusto tutto, non ascolto e non vedo tutto - mosso dal semplice desiderio di riempirmi di sensazioni. Scelgo di toccare, gustare, ascoltare e vedere nella misura in cui ciò mi aiuta ad amare l’altro. Oltre la sobrietà dei sensi c’è anche quella, più difficile, della mente e del cuore, per non cadere nell’estetismo e nel narcisismo - frutto di un intelletto e di una volontà che, invece di aprirsi all’altro, si chiudono in se stessi. Anche, e soprattutto, queste facoltà superiori sono per l’altro. Per questo non cerco di capire e volere tutto, ma solo ciò che mi apre all’alterità. L’uomo o impara a essere signore dei suoi sensi e delle sue facoltà, ordinandoli al fine, o è schiavo del loro appetito. Lo stimolo del piacere di ogni tipo, come una droga, lo depossessa della libertà, portandolo a fare ciò per cui non è fatto e che, in fondo, neanche vuole, e che comunque non lo sazia mai. Una società consumistica, con grande capacità di suggestione, porta a compimento la schiavitù del piacere apparente, presentando come buono, bello e desiderabile, ciò che in realtà non lo è (Gen 3,6). Il digiuno, inteso a raggiungere la sobrietà in tutti i campi, ci libera dall’idolo del piacere apparente, che promette sazietà, ma alimenta solo fame; e ci permette di usare tutto senza esserne usati. Il digiuno può anche farsi delirio di onnipotenza distruttiva, come

nell’anoressia. Bulimia e anoressia nascondono lo stesso volto oscuro: l’assolutizzazione del cibo e del corpo. (Ma c’è anche una bulimia e anoressia intellettuale e spirituale). Anoressia e bulimia tendono a coincidere nelle diete ipocaloriche, in cui uno mangiando non mangia, e può riempirsi all’infinito di niente! Carne senza proteine, latte senza panna, dolce senza zucchero, pasta senza amido - dove l’importante è l’essere sempre più “senza”, puro apparire sono i nuovi idoli, che rendono simili a loro quelli che li adorano (Sal 115,8). Tanta fame è fame non di pane, ma di vita; non di cibo, ma di affetto. Uno vive dell’amore che riceve, della parola che gli comunica l’altro. Una società
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senza amore e senza parola, senza madre e senza padre, sarà sempre più anoressica e bulimica. L’uomo è un sacco vuoto senza fondo: niente lo può riempire, se non la capacità di leggere l’Infinito presente in ogni cosa finita. Il digiuno per dieta, se non è necessario alla salute, è ancora segno dell’assolutizzazione del proprio corpo, e porta a deviazioni. non siate come gli ipocriti. Ogni azione buona può essere stravolta nel suo contrario dalla ricerca del proprio io. dal volto tetro. Il viso e l’occhio, invece di diffondere la luce del cuore, comunicano oscurità e tristezza. si sfigurano il volto per figurare. Ci si sfigura per figurare, ci si nasconde per farsi vedere, ci si oscura per apparire! L’intento è che gli altri notino che stiamo facendo una cosa buona e ci apprezzino! hanno già la loro ricompensa. Ottengono ciò che vogliono: una bella immagine di sé davanti agli altri. v. 17 tu, invece, quando digiuni, profumati il capo, ecc. Nel digiuno ci si cosparge il capo di cenere, non di profumo - la cenere è segno di morte e il profumo di vita. Inoltre non ci si lava, perché lavarsi è rigenerarsi. Gesù ordina al discepolo un digiuno che è profumo di vita e rigenerazione. v.18 perché non figuri agli uomini che digiuni, ma al Padre tuo. Davanti agli uomini ricevo l’immagine, l’idolo del mio io; davanti a Dio ricevo il mio essere me stesso, a sua immagine. Il digiuno davanti a lui mi fa riconoscere suo figlio, che tutto riceve da lui, anche me stesso e addirittura lui stesso. Il mio digiuno definitivo - la mia morte - sarà il saziarmi pienamente della sua presenza. Già fin d’ora, grazie a questo digiuno, sono libero di camminare verso quella felicità alla quale sento di essere destinato. Perché ho detto a Dio: “Sei tu il mio Signore!”(Sal 16,2). il Padre tuo, che guarda nel segreto, ti restituirà. Il Padre mi restituirà la mia realtà, che è lui stesso, a immagine del quale sono fatto.

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3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginandomi nel mio digiuno ultimo c. chiedo ciò che voglio: capire cos’è la vita e tutto ciò che contiene: non sono idoli, ma doni di Dio da vivere con libertà e gratitudine di figli d. traendone frutto, medito sul testo da notare : significato del cibo e del digiuno come vivere i miei bisogni e i miei limiti, il mio bisogno di vita e la mia morte consumismo ed edonismo: faccio ciò che mi piace “sobrietà” dei sensi, della mente e del cuore.

4. Testi utili: Sal 16; 103; 51; Is 58; Mt 9,10-17.

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18. NON POTETE ESSERE SERVI DI DIO E DI MAMMONA 6,19-24 6,19 20 21 22 23 Non tesorizzate per voi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine fanno scomparire e dove i ladri scassinano e rubano; tesorizzate invece per voi tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine fanno scomparire e dove i ladri non scassinano né rubano. Infatti dove è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore. La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è puro, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande la tenebra! Nessuno può essere servo di due padroni: infatti o odierà l’uno e amerà l’altro, o l’uno preferirà e l’altro disprezzerà. Non potete essere servi di Dio e di mammona.

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1. Messaggio nel contesto “Non potete essere servi di Dio e di mammona”, dice Gesù. I nostri rapporti con le cose devono essere da figli di Dio: lui è il nostro tesoro, e le cose non sono feticci da adorare, ma doni del suo amore. L’uomo è sempre “di” qualcuno. L’appartenenza, in molte lingue, si esprime col “genitivo”: è la relazione, che genera e fa esistere. Questa relazione è unica: non si possono avere due padri o due madri. Così Gesù dice che la nostra vita o dipende da Dio, e allora siamo suoi figli, o dipende da mammona, e allora siamo suoi schiavi. Inizia in questo brano la conclusione del corpo del discorso della montagna, che culmina con il comando dell’amore, sintesi della legge e dei profeti (7,12). La sezione, molto articolata, è unita da un filo conduttore: la paternità di Dio. Questa è da vivere in rapporto alle cose come libertà dall’accumulo quando ci

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sono e dall’ansia quando non ci sono ( 6,9-24.25-34), e in rapporto alle persone come accoglienza e amore fraterno ( 7,1-12). Lo Spirito filiale informa sia le opere religiose (elemosina, preghiera, digiuno) sia il rapporto quotidiano con le cose e le persone. Chi non si sa figlio di Dio e fa dipendere la sua vita dalle cose, accumula tesori sulla terra; il suo occhio è malato, perso dietro l’idolo, schiavo di mammona. Chi si sa figlio, invece, accumula tesori in cielo; il suo occhio è puro e in tutto vede colui che lo ama e che vuol amare. La fede in Dio si gioca concretamente nel rapporto con le creature, che può essere filiale e fraterno, oppure padronale e diabolico (cf Lc 12,13-34; 16,1-13). Gesù, il Figlio di Dio, è il tesoro in cui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (Col 2,9). La Chiesa ha scoperto il tesoro, e, con gioia, si disfa di tutto per ottenerlo (13,44ss). Vive ogni cosa come eucaristia: dono ricevuto dal Padre e condiviso con i fratelli.

2. Lettura del testo 6,19 Non tesorizzate per voi tesori sulla terra. L’uomo non è la vita: l’ha ricevuta e deve alimentarla. Pensa di mantenerla accumulando beni, senza accorgersi che così la immola per procurarsi ciò che dovrebbe garantirla. Infatti chi fa delle cose il suo dio, le stacca dalla loro sorgente, che è Dio, e dal loro fine, che è la condivisione fraterna. La brama di possedere è ateismo pratico, origine di tutti i mali (1Tm 6,10), vera idolatria (Ef 5,5). Nega il valore di ogni realtà: il dono. Tesorizzare è in contraddizione con la richiesta: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Il pane non è più dono del Padre, ma sostituto del Padre. dove tignola e ruggine fanno scomparire. I beni in natura, cibo e vestito, col tempo saranno divorati dalla tignola - e lo stesso corpo dai vermi. I beni in

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metallo perdono il loro splendore. Ciò che serve per vivere, muore; ciò che giova per apparire, scompare. dove i ladri scassinano e rubano. Ciò che è accumulato, è furto al Padre e ai fratelli; presto o tardi, verrà sottratto a chi l’ha rubato. O il dono resta tale e si fa principio di dono, o diventa furto e principio di furto. Accumulare tesori non solo non garantisce la vita animale, ma fa anche perdere la vita di figlio e di fratello. v. 20 tesorizzate invece per voi tesori nel cielo. Accumula tesori eterni colui che riceve ringraziando e usa condividendo. In questo modo i beni del mondo alimentano non solo la vita materiale che perisce, ma anche quella spirituale: sono strumenti per entrare in comunione con il Padre e con i fratelli. La dimora eterna, il vero tesoro, si gioca qui nel tempo con l’uso corretto dei beni, dei quali bisogna essere non stolti possidenti, ma amministratori sapienti (cf Lc 12,13ss; 16,1-13). dove né tignola né ruggine fanno scomparire. Il cibo, se accumulato, si corrompe, come la manna; se condiviso con i fratelli, è seme di immortalità. Il danaro e l’oro stesso, in cui si ripone la fiducia, si offuscano, se non prima, almeno quando si chiuderanno gli occhi. L’amore del Padre e per i fratelli invece accende nell’uomo la gloria eterna di Dio. Non l’oro che ha, ma quello che dà lo rende figlio, splendore del Padre. dove i ladri non scassinano né rubano. Il dono resti sempre tale - e, chi ne è derubato, non lo richieda indietro (Lc 6,30). Così diventa figlio del Padre, che tutto dona e perdona. In questo modo il suo tesoro non sarà mai rubato: resterà sempre dono, anche per chi lo fa oggetto di furto. v. 21 dove è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore. Una persona abita più dove è col cuore che con il corpo. Se ami le cose che periscono, sei nella perdizione. Se ami Dio che è vita, dimori in Dio e nella vita. v. 22 lucerna del corpo è l’occhio. L’occhio non è semplicemente la finestra attraverso cui entra ciò che è fuori. È anche lucerna: la luce che è nel cuore,
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esce da esso e si proietta sulla realtà. Uno vede con la luce del suo cuore, con l’amore che lo illumina. se dunque il tuo occhio è puro, tutto il tuo corpo sarà luminoso. Il modo di guardare, valutare, pensare, sentire, camminare e fare dipende dall’occhio e dal cuore, che rende luminosa o oscura non solo la persona, ma anche la realtà che la circonda. E ce ne accorgiamo subito! Addirittura, vedendo un cane, capisci subito che tipo di persona è il suo padrone! v. 23 se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. C’è un occhio malato e cattivo - il malocchio! - che diffonde tenebra. Se il cuore/occhio puro riflette la luce di Dio e porta il frutto dello Spirito (cf Gal 5,22), il cuore/occhio malato, al contrario, moltiplica le opere della “carne” (cf Gal 5,19-21). se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande la tenebra! Chi diffonde tenebra invece di luce, quanto buio deve avere nel cuore! La luce, principio della creazione e della vita, esce dalla bocca di Dio, che dice: “Sia la luce” e la luce fu (Gen 1,3). La tenebra è la bocca del nulla, che tutto mangia e seppellisce nella morte. v. 24 nessuno può essere servo di due padroni, ecc. Nessuno può cavalcare due cavalli. Noi ostinatamente cerchiamo di mettere insieme Dio e l’idolo, zoppicando da due parti (1Re 18,21). Dio tollera di essere anche ignorato, ma non di essere secondo: non sarebbe Dio! Qualunque idolo gli metti davanti, cade e si frantuma come Dagon dinanzi all’arca (1Sam 5,2ss). O Dio o l’idolo: è l’alternativa radicale, la scelta tra ciò che dà la vita o la distrugge. Al bivio non si possono seguire due vie. Bisogna decidere se seguire Dio o gli idoli (Gs 24,14ss). Se il tuo fine è Dio, diventi come lui; se è l’idolo, diventi come l’idolo, che ha volto oscuro, bocca muta, occhio spento, orecchio sordo, naso insensibile, mano chiusa, piede paralizzato, gola serrata e senza suono. Il fabbricatore di idoli, diventa come loro (Sal 115,4-8). Invece di essere

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figlio del Dio vivente, diventa una statua morta e fredda: monumento funebre, maschera mortuaria di se stesso! Sulla fronte porteremo il numero 666, il marchio della bestia (Ap 13,16-18), o il nome del Signore (Ap 22,4)? Attenti al pericolo di servire l’idolo, senza accorgersene, per ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana durante tutta la vita, con il culto diretto nel lavoro per produrlo e quello indiretto nel riposo per consumarlo e riprodurlo! mammona. In ebraico è: ma’amun, che ha la stessa radice di emunà (fede): è qualcosa in cui si confida, la sostanza su cui si fonda l’esistenza. La mia vita si fonda nel credere in Dio o sui vari “titoli di credito”?

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il monte delle beatitudini dove il Signore parla c. chiedo ciò che voglio: scegliere il Signore come mio tesoro d. traendone frutto, medito sul testo da notare: non tesorizzare sulla terra tignola, ruggine, ladri dove è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore l’occhio lampada del tuo corpo occhio puro/occhio malato luce/tenebra nessuno può essere servo di due padroni o Dio o mammona. 4. Testi utili: Sal 49; Sal 115; Sal 16; 23; Gs 24,14-28; Lc 12,13-21; 16,1-13.

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19. NON PREOCCUPATEVI 6,25-34 6,25 Per questo vi dico: Non preoccupatevi per la vostra vita cosa mangerete (o cosa berrete), né per il vostro corpo cosa vestirete. Non è forse la vita più del cibo, e il corpo più del vestito? Osservate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né raccolgono nei depositi; e il Padre vostro celeste li nutre. Voi forse non contate più di loro? Ora chi di voi, preoccupandosi, può aggiungere una spanna alla sua età? E per il vestito, perché vi preoccupate? Imparate come crescono i gigli del campo: non faticano né filano. Ora io vi dico che neppure Salomone in tutta la sua gloria vestiva come uno solo di loro! Ora se l’erba del campo, che oggi è e domani è gettata nel forno, Dio così riveste, non molto di più voi, o gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: che mangeremo? o che berremo? o che vestiremo? Infatti tutte queste cose i pagani ricercano. Sa infatti il Padre vostro celeste che avete bisogno di tutto quanto questo. Ora cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia,
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e tutte queste cose vi saranno aggiunte. Ora dunque non preoccupatevi del domani, perché il domani si preoccuperà di sé! Basta al giorno la sua pena!

1. Messaggio nel contesto “Non preoccupatevi”, è il ritornello che Gesù ripete sei volte. Porre la vita nelle mani del Padre significa essere liberi dall’affanno. Ciò che ne garantisce il mantenimento è lui, che, come la dà, così la alimenta. L’ansia della previdenza cede il posto alla fiducia nella provvidenza. Gesù non dice di non lavorare; dice di non fare del lavoro l’idolo che toglie il respiro: “Il lavoro è da fare, la preoccupazione da levare” ( S. Girolamo ). S. Ignazio da Loyola consiglia di agire come se tutto dipendesse da noi, sapendo però che tutto dipende da Dio. È un atteggiamento che toglie l’ansia - tutto dipende da Dio!-, e mette in libero gioco le nostre capacità - tutto dipende da noi! Il fatto che tutto sia dono non è alibi all’impegno, ma antidoto alla preoccupazione. A differenza dell’animale, l’uomo non nasce vestito, né trova direttamente nella natura il cibo. Deve necessariamente lavorare. Ma non deve fare dei suoi bisogni il suo assoluto. È chiamato a soddisfarli da figlio, collaborando col Padre e condividendo con i fratelli. Il cibo e il vestito, se non diventano l’idolo, sono il mezzo che mette in comunione con Dio e con gli uomini. La pre-occupazione assorbe energie utili per l’occupazione stessa, e toglie vita invece di mantenerla. Essa ci assale quando le cose da mezzo diventano fine; allora, invece di servirci, ci asservono, invece di comunicarci la vita filiale e fraterna, la uccidono. La nostra fede in concreto è riposta o nel Padre che tutto dona, o nell’idolo che tutto esige. Gesù è il Figlio che tutto riceve dal Padre e spezza coi fratelli: la sua esistenza è amore ricevuto e dato.

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La Chiesa vive allo stesso modo: libera dall’ansia di vita, che è paura di morte - e spesso paura di vivere e ansia di morire -, cerca in tutto il regno del Padre e la sua giustizia. Invece di tanti ansiolitici (l’attivismo, fin che regge, è il più usuale!), ha come medicina la fiducia nel Padre.

2. Lettura del testo 6,25 Non preoccupatevi . Preoccuparsi è privarsi del presente, unico tempo che c’è, per proiettarsi nel futuro, che ancora non c’è. La preoccupazione ci svuota di tutto e ci riempie di vuoto. Il presente è dono di Dio, da godere in pienezza; il futuro, come l’oggi, sarà dono suo, ma solo domani, a suo tempo! La manna, data quotidianamente, faceva vermi per chi l’accumulava (Es 16,17-20). È metafora della vita: ogni giorno fluisce come dono, e si arresta quando è trattenuta. Accumularla, o addirittura possederla in proprio, è il peccato di Adamo. In greco preoccuparsi è merimnáo, che indica la cura, la pena, l’affanno. Ha la stessa radice di méros (parte, eredità), di moîra (sorte, destino). Sono termini imparentati con “memoria” e “morte”. Principio di preoccupazione è proprio la memoria della morte, che ognuno ricorda come sua eredità, sua sorte. L’affanno prende chi, venuto dal nulla e votato al nulla, si sente destinato alla morte. Unico suo assillo costante è rimandare questo increscioso ritorno. Se uno sa che viene da Dio e torna a lui, il presente diventa gioia, anticipo di ciò che sarà anche domani e sempre: comunione con il Padre e i fratelli. L’affanno - categoria fondamentale della nostra cultura, con numerosi sinonimi peggiorativi!- esce sei volte in questo brano. “Sei” è il numero dell’uomo che si chiude in se stesso, senza aprirsi al settimo giorno, a Dio, suo principio e suo fine. per la vostra vita cosa mangerete (o cosa berrete). Cibo e bevanda la alimentano, ma non sono la vita, e neppure la garantiscono. I ricchi hanno più
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cibo che vita, anzi l’accorciano con lo stress e l’obesità. Il nutrimento è solo mezzo, per di più temporaneo, per vivere; se ne faccio il fine, mi distrugge. né per il vostro corpo cosa vestirete . Il vestito, oltre e più che per difendersi dall’ambiente, serve per essere visti. È il corpo artificiale, da presentare agli altri: dichiara a quale categoria appartieni e quali relazioni puoi avere. La nudità adamitica, che c’era prima del peccato, è possibile nell’intimità d’amore. Il vestito garantisce la vita sociale come il cibo quella animale. È il messaggio che, volente o nolente, mandi all’altro: rende noto ciò che vuoi, devi, o puoi manifestare di te. È tipico il disagio di chi in sogno si sente nudo a un ricevimento! Senza vestito uno non può presentarsi in pubblico, se non per pazzia o provocazione (qual è la differenza?). v. 26 osservate gli uccelli del cielo. Per il cibo Gesù dice di osservare gli uccelli del cielo, che non compiono i cosiddetti lavori maschili, quali arare, seminare, mietere e raccogliere. Ricorda che il cibo non dipende innanzitutto dal lavoro nostro, ma da quello di Dio, al quale siamo chiamati a collaborare. il Padre vostro li nutre (Gb 38,41; Sal 147,9). Il Padre, che è “vostro” e non “loro”, nutre anche loro. La sua tenerezza si espande su tutte le sue creature (Sal 145,9). Se provvede il cibo ai piccoli del corvo che gridano a lui (Sal 147,9), come non si preoccuperà di suo figlio? Dio è al lavoro non solo nel dare, ma anche nel mantenere la vita: dà il seme al seminatore, ma anche la pioggia al seme, perché dia pane da mangiare (Is 55,10). Lui, amante della vita (Sap 11,26), desidera solo che i suoi figli gioiscano della sua stessa gioia. voi forse non contate più di loro? Chi si preoccupa e accumula tanto, in realtà si stima poco: meno di un uccello! v. 27 chi di voi, preoccupandosi, può aggiungere una spanna alla sua età? Lo stesso termine indica in greco sia età che statura. Chi può, preoccupandosi, aumentare di un solo palmo la sua età o la sua statura, vivere un po’ di più o
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essere un po’ più alto? La preoccupazione, invece che allungare rattrappisce il corpo e accorcia la vita! v. 28 per il vestito perché vi preoccupate? Imparate come crescono i gigli del campo, ecc. Faticare e tessere è il lavoro della donna, che fatica per tessere il corpo e per rivestirlo. I fiori hanno una veste che cresce con loro e li ricopre di splendore. La loro bellezza serve a descrivere la magnificenza e la gloria dello Sposo (Ct 2,1.16; 4,5; 6,2). v 29 ora io vi dico che neppure Salomone. Salomone, noto per la sua magnificenza, non è comparabile come splendore a un solo giglio. v. 30 ora se l’erba del campo che oggi è e domani è gettata nel forno, ecc. Se Dio fa così con l’erba del campo, che al mattino germoglia e alla sera dissecca (Sal 90,6), ed è usata per accendere il forno e cuocere il pane, quanto più si preoccuperà di rivestire noi, suoi figli. o gente di poca fede. È la definizione del discepolo, che si fida poco del suo Signore (8,26; 14,31; 16,8; 17,20). Per questo prega, con il padre del sordomuto: “Credo, ma vieni in aiuto alla mia incredulità” (cf Mc 9,24), e dice con gli apostoli: “Aumenta la nostra fede” (Lc 17,5). Il discepolo crede e insieme sempre non crede. La fede non è stabile: è un dono, che cessa quando lo si vuol possedere, come la manna che marcisce quando è accumulata. La vera fede non si fida di sé e della propria certezza, ma di lui e della sua fedeltà continua. v. 31 non preoccupatevi dunque dicendo: che mangeremo, ecc. Non bisogna pre-occuparsi per cibo, bevanda e vestito, che pure costituiscono

l’occupazione normale del lavoro. v. 32 infatti tutte queste cose i pagani ricercano . Il pagano non crede che Dio è suo padre, e deve pensare a se stesso. Suo fine non è la comunione col Padre e con i fratelli, ma le cose da procurarsi col “suo” lavoro.

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sa il Padre vostro celeste che avete bisogno di tutto quanto questo. Il Dio che sta nei cieli (= onnipotente) è onnisciente ed è Padre: può, sa e vuole fare tutto quanto ci serve. È vero che, a differenza degli uccelli e dei gigli del campo, dobbiamo anche lavorare. Il giardino è da coltivare, oltre che da custodire (Gen 2,15); dopo il peccato, il sudore della fronte condisce il nostro pane (Gen 3,19). Ma il solo che sazia è l’amore del Padre, dato nel sonno ai suoi figli (Sal 127,2). v. 33 cercate. Non dice: “preoccupatevi” o: ” ricercate”, come i pagani. Dice solo: “cercate”. E si cerca ciò che già è dato. prima. C’è una priorità nel cercare. il regno di Dio e la sua giustizia. Questo dobbiamo cercare innanzi tutto e in tutto: il regno di Dio e la sua giustizia, l’amore verso il Padre e verso i fratelli. e tutte queste cose vi saranno aggiunte. Ciò di cui ci preoccupiamo, come fosse il fine, è un’aggiunta data a chi vive da figlio e da fratello. Se facciamo così, nessuno sarà privo del necessario e nessuno immolerà la vita ai suoi bisogni; tutti saremo liberi, e, nel soddisfare i bisogni che abbiamo, soddisferemo il bisogno che siamo di filialità e fraternità. La nostra stessa vita materiale sarà culto spirituale gradito a Dio (cf Rm 12,1). v. 34 non preoccupatevi del domani. La pre-occupazione del domani è forza sottratta all’occupazione di oggi. Possiamo vivere solo il momento presente, non quello dopo. il domani si preoccuperà di sé. Anche il domani avrà le sue preoccupazioni. Ma se non te ne carichi già ora, sperimenterai che sai portare quelle di oggi. E così sarà anche domani, se non penserai a quelle di dopodomani. È un’illusione risolvere oggi i problemi di domani: se sono di domani, oggi sono certo insolubili. basta al giorno la sua pena. Ogni giorno ha la sua dose di fatica, sopportabile in quel giorno, senza aggiungere quella del giorno dopo. Ciò che rende impossibile vivere qui e ora è l’ansia del dopo. Il male di domani è sempre
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insopportabile, soprattutto perché ancora non c’è. Normalmente sprechiamo il novanta per cento delle energie nel cercare di evitare ciò che comunque avviene e che poi scopriamo essere un bene! Dio, come la manna quotidiana, ci dà ogni giorno la forza per i pesi di quel giorno, perché impariamo a vivere di fiducia. La vita è un dono. Non si può possederla né accumularla. La sorgente dà sempre acqua nuova. Invece di scavare cisterne screpolate, che non tengono acqua (Ger 2,13), possiamo sempre attingere ogni giorno con gioia al Padre, sorgente di vita sempre nuova (cf Is 12,3).

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Gesù che parla sul monte c. chiedo ciò che voglio: trasformare le mie ansie e paure in fiducia e coraggio d. traendone frutto, medito sul testo da notare: non pre-occupatevi per la vita, cosa mangerete per il corpo cosa vestirete osservate gli uccelli del cielo imparate come crescono i gigli del campo gente di poca fede come fanno i pagani cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia basta al giorno la sua pena.

4. Testi utili: Sal 62; Is 9,14-15; Sal 33; 107; 117; 127; 136; 147; Sap 1,1215; 11,23-12,1; Lc 12,22-31.

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20. NON GIUDICATE 7,1-6 7,1 2 3 Smettetela di giudicare per non essere giudicati; poiché con il giudizio con cui giudicate, sarete giudicati, e con il metro con cui misurate, sarà misurato a voi. Perché guardi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, e non consideri la trave che è nel tuo occhio? O come potrai dire al tuo fratello: Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio! ed ecco la trave nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima dal tuo occhio la trave, e allora vedrai per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Non date ciò che è santo ai cani, né gettate perle davanti ai porci, perché non le calpestino coi loro piedi e si voltino a sbranarvi.

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1. Messaggio nel contesto “Smettetela di giudicare!” È l’ordine che Gesù ci dà per vivere nel rapporto coi fratelli la paternità di Dio. Non devo giudicare per due motivi. Primo, perché il mio giudizio condiziona negativamente l’altro; secondo, perché il mio giudizio sull’altro si rivolge contro di me. Il mio giudizio pre-giudica l’altro e giudica me stesso: l’altro tende a diventare come io lo vedo, e io sono come vedo l’altro. Positivamente sono chiamato a stimare l’altro come figlio di Dio e mio fratello. La mia disistima nei suoi confronti è grave per lui e per me: nega a lui la fraternità mia, e a me la filialità divina. Dopo aver visto come si vive la “giustizia eccessiva” del Figlio uguale al Padre nelle opere religiose ( 6,1-18), nell’uso dei beni ( 6,19-34), ora vediamo
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come la si vive in relazione all’altro ( 7,1-6). Il principio di tutto è la preghiera, comunione col Padre che concede ogni bene ( 7,7-11), in particolare quel bene sommo, che è fare all’altro ciò che voglio che l’altro faccia a me ( 7,12). L’altro è “altro”, diverso ed estraneo. Intruso e concorrente, invasore e nemico, lo misuro, valuto e giudico: Ciò che ha in più - l’altro è semplicemente un di più rispetto a me! - è oggetto di invidia e rapina; ciò che ha in meno, è motivo di disprezzo, ansa per averlo in mano. Dall’altro mi difendo per conservare la mia differenza; se possibile, lo attacco per impadronirmi della sua. Cerco la superiorità per non cadere in inferiorità, il dominio per non essere dominato. Ogni uomo diventa lupo per l’altro, animato da spirito di rivalità, rissa, inimicizia, sopraffazione e voracità. È l’atteggiamento di Adamo nei confronti di Dio, è lo stesso che abbiamo nei confronti del padre, il primo altro, e di ogni “altro” da me. In realtà il volto dell’altro è quello dell’Altro: nel rapporto con lui, vivo quello con l’Altro, e viceversa. Le ultime battute del discorso sul monte richiamano ciò di cui già si è parlato in 5,21-48 e di cui si parlerà nel c. 18 I vv. 1-2 vietano di giudicare: il mio giudizio cattivo sull’altro è contro me stesso. Non giudicare significa essere come il Padre, che accetta

incondizionatamente il figlio. Giudicare significa non essergli figlio. Il mio giudizio buono o cattivo sull’altro è la misura del mio essere figlio o meno del Padre. Anzi, il giudizio futuro che Dio darà su di me non sarà altro che il

giudizio presente che io do sul fratello. Dio lo lascia scrivere a me; lui alla fine semplicemente leggerà ciò che io ho scritto. I vv. 3-5 esortano a giudicare me stesso invece dell’altro. Uno vede l’altro con il suo occhio, con il suo cuore: l’altro è colui che rispecchia me stesso. Se lo vedo male, è perché il mio cuore è cattivo. La critica verso l’altro è autocritica inconsapevole: il piccolo male che vedo in lui è spia del grande che è in me.
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Il v. 6 mostra come il non giudicare non tolga il discernimento. Ne è anzi il presupposto. Se non giudico tra buoni e cattivi e vedo in me il male, posso discernere ciò che è opportuno fare nei confronti dell’altro. Gesù porta sulla terra lo stesso giudizio di Dio: piuttosto di giudicare e condannare i fratelli, si fa giudicare e condannare da loro; li stima tanto da dare la vita per coloro che gliela tolgono! La croce è il suo giudizio sul mondo: misericordia assoluta per tutti. La Chiesa è chiamata a conoscere e vivere, sia all’interno che all’esterno, la sua stessa simpatia illimitata per ogni alterità. Sempre tentata di compiere il giudizio dell’uomo, che è un massacro dell’altro,cerca di mantenere il giudizio di Dio, che è salvezza per tutti.

2. Lettura del testo 7,1 Smettetela di giudicare. È un imperativo presente. Gesù ordina di non continuare a giudicare. Suppone che giudichiamo, e vuole che smettiamo di farlo. Ciò che spontaneamente facciamo dentro di noi, quando vediamo un altro, è misurarlo col nostro metro. Quando parliamo con lui, invece di ascoltarlo, filtriamo ciò che dice con i nostri pregiudizi. Quando poi parliamo di lui ad altri, lo sport preferito è il tiro al bersaglio. Conversare in genere non è altro che giudicare in contumacia. Giudicare (in greco krínein) significa separare, setacciando o vagliando. Il nostro giudizio sull’altro è fatto con il setaccio: tratteniamo ciò che è da buttare e lasciamo cadere ciò che è da trattenere. Lasciamo perdere il bene e ricordiamo il male, crocifiggendo l’altro al palo dei suoi errori. Il giudizio di Dio invece è fatto con il vaglio: trattiene il bene e lascia perdere il resto. Il suo giudizio è la sua croce: porta su di sé il nostro male come proprio e restituisce a noi il suo bene come nostro. Il vento del suo Spirito disperde il nostro male e trattiene la stima e l’amore infinito che lui ha per noi. Ogni mio giudizio sull’altro è corto: non vede nell’altro ciò che vede Dio.
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L’uomo vive o muore del giudizio altrui. Uno è come è visto: l’occhio buono è una porta di luce che accoglie e fa vivere, l’occhio cattivo una lama di ferro che penetra e uccide. Dio, bontà infinita, con il suo occhio che tutto vede buono, porta all’esistenza ogni cosa (cf Gen 1). Se giudico, mi arrogo il ruolo di Dio, e compio “il grande peccato” di mettere il mio io al posto di Dio. Se giudico il fratello, giudico la legge, e non sono più uno che la osserva, ma che la giudica. Ora uno solo è il legislatore e il giudice, colui che può salvare e rovinare; e chi sono io da farmi giudice del mio prossimo (Gc 4,11s)? Il mio giudizio contro il fratello è sempre un mio male: con esso, infatti, condanno Dio che ha detto di non giudicare. Il Signore ha detto di non giudicare perché lui non giudica, ma giustifica. Lui è amore infinito per tutti e il suo giudizio è il contrario del mio: ogni uomo ai suoi occhi riveste il valore dell’amore che ha per lui. Noi abbiamo lo stesso giudizio di Dio, se rivaleggiamo nello stimarci a vicenda (Rm 12,10), ritenendo l’altro superiore a noi stessi (Fil 2,3). Ognuno vede con il suo occhio: anzi, nell’occhio dell’altro vede la propria immagine riflessa. Dio vede l’uomo molto buono (Gen 1,31), perché lui è buono e vede in noi la sua stessa bontà. Non bisogna giudicare nessuno, neanche se stessi (1Cor 4,3). Chi giudica non conosce Dio, e non ama né sé né altri! Chi non giudica è come Dio: amore verso tutti. per non essere giudicati. Il giudizio, come un boomerang, ricade su chi lo lancia. Ogni mio giudizio contro l’altro, è contro di me! Se non stimo l’altro come fratello, non stimo me come figlio di colui che ama me e l’altro come figli. Se giudico il fratello, mi condanno come non-figlio: usurpo il posto del Padre e deturpo il suo giudizio. Non devo giudicare, non solo per non sbagliare. Anche se ho ragione, comunque il mio giudizio è sbagliato, perché distrugge la vita filiale e fraterna. Chi non giudica, salva l’altro come fratello e se stesso come figlio.
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v. 2 poiché con il giudizio con cui giudicate, sarete giudicati. Dio mi giudica come voglio io: mi rispetta e lascia ogni libertà - anche quella di scrivere il mio giudizio. Ed è quello che pronuncio sull’altro! Se lo condanno, condanno Dio che giustifica tutti e condanno me come contrario a lui. con il metro con cui misurate, sarà misurato a voi. In questa vita Dio mi lascia decidere il metro con cui voglio essere misurato: con il suo o con il mio? Se accetto il suo, scelgo lui e la sua misericordia per me e per l’altro. Se lo rifiuto, scelgo la condanna. Lui rimane però sempre con il suo giudizio: la sua croce in favore di tutti, anche di quelli che lo rifiutano. v. 3 pagliuzza/trave. Il mio giudicare un piccolo difetto dell’altro - una pagliuzza nel suo occhio - conficca nel mio una trave. Con una trave nell’occhio, sono morto! Se giudico il fratello, ho già ucciso la mia verità di figlio. Posso e devo giudicare azioni e situazioni, ma solo per quello che mi riguardano; mai le persone e le intenzioni. Posso anche accusare il peccato, se è proprio doveroso per me e necessario per l’altro; sempre però devo scusare il peccatore. Il mio giudizio su una persona è sempre più grave del suo peccato, qualunque esso sia: giudicare è opporsi a Dio. v. 4 come potrai dire a tuo fratello: lascia che tolga, ecc. Come posso correggere l’altro se sono morto? Da che pulpito viene la predica? Chi conosce se stesso, non giudica nessuno! Considera se stesso uguale a tutti i malfattori, e considera tutti come se stesso: oggetto dell’infinita misericordia di Dio! v. 5 ipocrita! Togli prima dal tuo occhio la trave, ecc. Prima di fare una osservazione a qualcuno, è bene che mi ricordi queste parole di Gesù. Per togliere all’altro la pagliuzza, devo essere io senza trave. Diversamente non lo correggo, ma lo fisso nel suo male: la mia offesa costringe lui all’autodifesa. Se voglio correggere il fratello - gran cosa la correzione fraterna (cf 18,15ss)! 160

devo

innanzitutto

accettarlo

incondizionatamente,

come

anch’io

sono

accettato. Solo allora la correzione è fraterna, e può essere efficace. Altrimenti è semplice condanna mia e altrui (cf 18,21-35). Alla critica devo sostituire l’autocritica. Non quella a buon mercato, con la soddisfazione di essere intelligente e umile; ma quella che viene dalla conoscenza sofferta del mio male e mi mette sotto il giudizio di Dio, con la sua stessa tolleranza verso i miei simili, che sono proprio simili a me! La coscienza del proprio male è un dono mistico, presupposto di ogni cammino spirituale: rende solidali con i fratelli e con il Padre, che tutti ama e perdona. v. 6 non date ciò che è santo ai cani, ecc. Ciò che è santo, le perle, sono i doni di cui vive la comunità: il Pane e la Parola. C’è una “disciplina dell’arcano” che serve a introdurre nel mistero. “Cani” e “porci” per gli ebrei sono i pagani. Questi devono essere preparati a ricevere i doni. La proposta della verità deve essere graduale. Puntare la luce negli occhi non fa vedere, anzi accieca! L’amore non giudica, ma non manca di discernimento. La carità deve essere “discreta”: discerne le situazioni, le azioni e le reazioni per vedere cosa qui e ora più aiuta il fratello. Buttare addosso la verità, senza preparare ad accoglierla, porta al plagio di chi l’accoglie e all’indurimento di chi non l’accoglie. Fare così non è rispetto né per la verità né per l’altro! Gli spots, gli slogans, la propaganda e i mezzi sottili di persuasione sono sempre nocivi, soprattutto se applicati cose vere.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il monte da cui parla Gesù c. chiedo ciò che voglio: voglio e chiedo di smettere di giudicare gli altri, e di tener sempre ben presenti i miei peccati d. traendone frutto, medito sul testo da notare: smettetela di giudicare con il giudizio con cui giudicate, sarete giudicati guardi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello
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non consideri la trave che è nel tuo occhio non date ciò che è santo ai cani. 4. Testi utili: Sal 130; 50; Mt 18,1ss; Lc 6,36-42.

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21. CHIEDETE 7,7-12 7,7 8 9 10 11 Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Infatti chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. O quale uomo c’è tra voi che, al figlio che chiede un pane, darà una pietra? O se gli chiederà un pesce, gli darà una serpe? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare doni buoni ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a coloro che gli chiedono. Tutto quanto dunque volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fatelo a loro: questa infatti è la legge e i profeti.

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1. Messaggio nel contesto “Chiedete” con la certezza di ottenere, dice Gesù, e vi sarà sicuramente dato. Questa esortazione sulla preghiera è incastonata tra il “non giudicare” e “la regola d’oro” sull’amore. Il contesto mostra la cosa da chiedere, che Dio certamente dà: la capacità di non giudicare e di amare l’altro. Questo è il dono del Padre che ci fa figli: il dono del suo Spirito (Lc 11,13). In contesto analogo, nel discorso sulla comunità, troviamo un altro detto di Gesù sull’infallibilità della preghiera (18,19), posto tra l’accettazione

incondizionata dell’altro, che rende possibile la correzione fraterna (18,12-18), e la parabola sull’amore che si esprime nel perdonare sempre e di cuore (18,21ss).

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Nella preghiera la sua vita diventa nostra vita. L’unica condizione per riceverla è volerla e chiederla; volerla perché nessuno può darmi ciò che non voglio ricevere, chiederla perché nessun dono può essere preteso! Se non otteniamo, è perché o non vogliamo, o non chiediamo bene, o vogliamo ciò che non è bene. In sintesi S. Agostino dice che non otteniamo perché chiediamo mali, vel male, vel mala, ossia con il cuore cattivo, o senza fiducia e umiltà, o cose cattive. S. Giacomo dice: “Se qualcuno manca di sapienza, la domandi a Dio che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data. La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia all’onda del mare mossa e agitata dal vento, e non pensi di ricevere qualcosa dal Signore un uomo che ha l’animo oscillante e instabile in tutte le sue azioni” (Gc 1,5-8). E aggiunge: “Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri (Gc 4,2s). La preghiera è infallibile se chiediamo ciò che è conforme alla volontà di Dio, con una fiducia che tutto desidera e nulla ritiene impossibile, con una umiltà che nulla pretende e tutto attende. La preghiera è essenzialmente “chiedere, cercare e bussare”. Ma non è un importunare Dio per estorcergli ciò che vogliamo. È invece l’atteggiamento del figlio: sa che il Padre dà e sa cosa vuol dargli - e questo lui stesso vuole e chiede. Chiediamo non per forzare la sua mano, ma per aprire la nostra al suo dono, sempre a disposizione di chi lo desidera. Il mio chiedere, come è l’unica misura del suo dare, è l’unica misura del mio ricevere la mia stessa realtà. Per questo è importante chiedere e desiderare: nella misura del mio desiderio, io sono me stesso - dono di “colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare” (Ef 3,20).

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I vv. 3-8 dicono di chiedere, cercare e bussare. I vv. 9-11 illustrano l’infallibilità della preghiera con la parabola del padre. Il v. 12 è il punto di arrivo del discorso sul monte, la “regola d’oro”. Gesù è il primo che ha fatto agli altri ciò che ognuno vuole che gli altri facciano a lui: è il Figlio che ama incondizionatamente come ognuno desidera essere amato. Questo scaturisce dalla sua unione col Padre, dal quale riceve tutto, anche se stesso. La Chiesa è fatta da coloro che, in lui, sono come lui: figli uniti al Padre e donati ai fratelli.

2. Lettura del testo 7,7 Chiedete. È un imperativo presente. Bisogna continuare a chiedere, senza mai stancarsi (cf Lc 18,1). Non perché Dio non doni, ma perché del dono infinito ognuno riceve in proporzione al suo desiderio. Chiedere è dilatare il desiderio - e la vita spirituale è una “palestra del desiderio” (S. Agostino). Non si dice cosa chiedere, perché è da chiedere tutto, anzi il Tutto. Dio non vuole che freniamo o spegniamo i desideri: ci ordina di aprirli all’infinito. L’uomo diventa ciò che desidera; se desidera Dio, diventa come lui. Si chiede ciò che non si può avere se non come dono dell’altro. Infatti chiediamo l’Altro stesso che si dona: l’uomo è richiesta di Dio, e Dio è dono per l’uomo. e vi sarà dato. Non si dice chi dona e cosa è donato: è Dio che ci dona la sua e la nostra verità - il suo esserci Padre nel nostro essergli figli e diventare fratelli tra noi. cercate e troverete. Si cerca ciò che è nascosto. L’impressione nella preghiera è che Dio sia nascosto. Ma è ovunque, perché è l’essere di ogni cosa. Chi lo cerca in tutte le cose, trova lui, che è tutto in tutti (1Cor 15,28). bussate e vi sarà aperto. Si bussa a una porta chiusa. Dietro c’è la sala del banchetto (7,13; 25,10), nella quale si entra “ora” con la preghiera e il
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perdono. “Dopo” è inutile bussare: resta chiusa (cf 25,1-12). Questa porta è quella della “dispensa”, la profondità del nostro cuore (6,6), dove lui sta e da dove noi siamo fuori, ricacciati dalle nostre paure. Bussiamo al nostro cuore fin che entriamo, pronti per l’incontro. Chiedere, cercare e bussare sono tre parole che esprimono la preghiera: si chiede con desiderio al Padre, si cerca con amore lui, si bussa per incontrarlo. Il nostro bisogno si fa domanda, il nostro smarrimento ricerca, il muro del nostro oblio cade al persistente ricordo di lui. La preghiera è un chiedere per vincere la sfiducia, un cercare per trovare quanto il peccato ci ha nascosto, un bussare per superare ciò che ci separa dalla vita. v. 8 poiché chiunque chiede riceve, ecc. Al chiedere è donato il ricevere, al cercare il trovare, al bussare l’essere aperto. Per questo Gesù ci ordina un’insistenza al di là di ogni resistenza. v. 9 quale uomo c’è tra voi, che al figlio che gli chiede un pane, ecc. Spesso abbiamo la sensazione di avere pietre invece di pane (cf 4,3!). Dio sembra duro d’orecchio! Ma, se tarda ad esaudirci nelle cose buone, è solo per darci la cosa migliore: una fiducia sempre più grande in lui. Noi abbiamo cuori di pietra (pietra e figlio in ebraico si scrivono con le stesse consonanti). Il dono che lui vuol farci è trasformare il nostro cuore di pietra in cuore di figli, attraverso la fiducia in lui. Nella preghiera esce la nostra ostilità verso Dio, che consideriamo nemico. E lui, che ci sembra pietra, alla fine scopriamo che è pane. v. 10 se gli chiederà un pesce, gli darà una serpe. Nella preghiera noi, figli del serpente (3,7), otteniamo il pesce, il Figlio che vive nell’abisso e muore sulla terra per darci vita. Ma, prima di ricevere questo dono, escono dal cuore i nostri serpenti velenosi. Chi prega scopre in sé il male del mondo, e lo scarica su colui che “porta su di sé il peccato del mondo” (Gv 1,29). v. 11 se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare doni buoni ai vostri figli. Non lui, ma noi siamo cattivi! Eppure nei confronti dei nostri figli brilla in noi
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un raggio indelebile della bontà del Padre: desideriamo dare loro con gratuità ciò di cui hanno bisogno. quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone. A maggior ragione Dio, che è perfetto nella sua maternità/paternità, darà cose buone ai suoi figli. Queste “cose buone” sono da Luca sostituite con “Spirito Santo” (Lc 11,13), la cosa buona per eccellenza, la vita stessa di Dio, il suo amore. Dio non vuole e non può donarci meno di se stesso. Anche nel minimo dono il donatore si dona. La preghiera dunque ci trasforma in figli: è il nostro “sì” che accoglie ciò che la Parola promette. Solo alla luce della preghiera, che ci dà il cuore nuovo, si può comprendere il discorso della montagna. Non è una legge nuova, ancor più esigente dell’antica. È invece il “vangelo”, la buona notizia di ciò che Dio ci vuol dare, perché noi lo possiamo desiderare e ottenere. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il pregare, che è il mare senza fine del desiderare. Questo realizza in noi ogni sua promessa. a coloro che gli chiedono . Si ripete alla fine la parola dell’inizio: “il chiedere” è la capacità di contenere il dono. v. 12 tutto quanto dunque volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fatelo a loro. È un “versetto panoramico” che esplicita 5,48: in questo modo diventiamo figli, perfetti come il Padre, che è amore per tutti. L’amore si esprime nel “fare”. L’egoista fa per sé e pretende che gli altri facciano per lui: pone il proprio io al centro di tutto, come un buco nero che tutto fagocita. Chi ama fa per l’altro, che ha posto al centro di sé - è come il sole, che diffonde luce e vita. Io so bene quali sono le mie attese, i miei diritti sull’altro! Amare è capovolgere le proprie attese in attenzioni verso l’altro, i propri diritti in doveri verso di lui. Per chi ama i bisogni dell’amato diventano suoi impegni.

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Questo versetto inverte la tendenza egoistica di porre sé al centro di tutto. L’uomo è già al centro di Dio. Diventa come lui se, come lui, pone al proprio centro gli altri. questa infatti è la legge e i profeti. Gesù è venuto a compiere la legge e i profeti (5,17; cf Rm 13,8-10). Lui stesso, che ha portato i nostri pesi sulla croce, ha adempiuto tutta la legge ed è diventato il “canone” (cf Gal 3,13; 6,2.14), la regola d’oro. Infatti ci lascia come testamento di amarci come lui ci ha amati (Gv 13,34; cf 1Gv 4,10s). Chi fa come lui, diventa figlio: vive l’amore, legge di libertà (Gc 2,12).

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il monte da dove Gesù parla c. chiedo ciò che voglio: saper chiedere, cercare e bussare con fiducia, senza stancarmi d. traendone frutto, medito sul testo da notare: chiedere/essere dato-ricevere cercare/trovare bussare/essere aperto cosa fa un padre con i figli? pane/pietre pesce/serpe fa’ agli altri ciò che vuoi che gli altri facciano a te.

4. Testi utili: sulla preghiera Lc 11,9-13; 18,1-8; Mt 18,19s; Gc 1,5-8; 4,2s. Sulla “regola d’oro”: Gal 6,2; Rm 13,8-10; 1Cor 13,1ss; 1Gv 3,11-4,21; Lc 6,2738.

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22. ENTRATE PER LA PORTA STRETTA 7,13-20 7,13 Entrate per la porta stretta; perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa. Quanto è stretta la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano! Guardatevi dai falsi profeti, quelli che vengono a voi in vesti di pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono fa frutti belli, e ogni albero guasto fa frutti cattivi. Non può un albero buono fare frutti cattivi; né un albero guasto fare frutti belli. Ogni albero che non fa frutto bello è tagliato e gettato nel fuoco. Dunque dai loro frutti li riconoscerete.

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1. Messaggio nel contesto “Entrate per la porta stretta”, dice Gesù. Dopo il v. 12 - vetta da cui si gode il panorama di tutta la catena di monti sui quali la legge e i profeti ci vogliono condurre -, Gesù conclude dichiarando l’importanza di quanto ha detto: è la “porta” d’ingresso al regno, la “via” che conduce alla vita, il “frutto bello” dell’albero buono. Il brano si articola in due quadri con metafore suggestive: porta/via, albero/frutto.

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La parola di Gesù è la “porta” stretta che ci fa entrare nella vita filiale e fraterna, la “via” angusta che ci conduce alla vita piena ( vv. 13-14). Quanti la conoscono e non la praticano sono “falsi profeti”. Per loro la dissonanza tra il dire e il fare non è dolorosa incoerenza da cui uscire, ma strategia di vita. Le loro azioni li rivelano, come il frutto mostra la qualità dell’albero ( vv. 15-20). Molte sono le porte, ma una sola quella di casa; tante le vie per perdersi, ma una sola quella che porta alla meta; mille gli alberi, ma uno solo dà il frutto di vita. Come Mosè (Dt 30,15-20), Gesù ci pone davanti al bivio: ci apre la via della benedizione e della vita, perché abbandoniamo quella della maledizione e della morte. Abbiamo finalmente la possibilità di scegliere la nostra verità: oltre il male che già conosciamo e facciamo - e che la legge denuncia - c’è il bene che in lui possiamo finalmente conoscere e fare. Il brano richiama il Salmo 1, che presenta la via “beata” del giusto e quella “perduta” del peccatore, paragonati rispettivamente a un albero ricco di frutti in riva al fiume, e alla pula dispersa dal vento. Fare o meno queste parole, è per l’uomo realizzare o perdere se stesso. Gesù è il Figlio, porta d’accesso alla comunione con il Padre e i fratelli, via che conduce a una felicità sempre maggiore, albero che porta il dolce frutto, maturo e pieno, dell’amore. La Chiesa è la comunità dei figli e dei fratelli che ascoltano la parola che lui per primo ha fatto e detto.

2. Lettura del testo 7,13 Entrate per la porta . La porta è il luogo dove il muro di separazione lascia il varco alla comunione: l’umanità di Gesù, che realizza la Parola, è la porta (Gv 10,7), l’apertura tra l’uomo e Dio, dove Dio entra nella casa dell’uomo e l’uomo nella casa di Dio. Essendo insieme Dio e uomo, Gesù è la porta che Dio trova nell’umanità e che l’umanità trova in Dio.
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stretta. Gesù dice così non per scoraggiare, ma per esortare all’impegno. Dopo il peccato, è facile fare il male, difficile fare il bene. Il male è largo all’inizio, poi si fa angusto e stringe fino ad uccidere; il bene è stretto all’inizio, ma poi si allarga sempre di più all’amore e alla vita. La porta sembra stretta a causa dell’inganno che fa apparire buono, bello e desiderabile ciò che è cattivo, brutto e detestabile, e viceversa (Gen 3,6). Questa porta in realtà è l’infinita ampiezza, lunghezza, altezza e profondità dell’amore di Cristo per noi (cf Ef 3,18): è il suo costato aperto sulla croce (Gv 19,34ss). larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione. Ogni altra porta e via, che non sia l’amore del Padre e dei fratelli, conduce alla perdizione. Non basta pensare: abbiamo la sana dottrina, Dio è con noi! Noi siamo con lui solo se viviamo la misericordia. Alla “porta” qui si associa “la via”, che indica il modo concreto di vivere. La porta larga e la via spaziosa, in termini laici consiste nel fare quello che piace, senza guardare se edifica o demolisce l’altro; in termini religiosi consiste nel fondarsi sulla propria giustizia, oppure accontentarsi di pratiche esteriori o di ricerche del sensazionale e del prodigioso. C’è una religiosità che non passa attraverso il cuore del Figlio, la conoscenza del suo amore, la sua carne crocifissa. È la via delle “tecniche” religiose, sganciate dalla misericordia ricevuta e donata; ma è anche quella delle varie ideologie che prendono il messaggio biblico staccandolo, dalla persona di Gesù e dalla Chiesa, separandolo dalla storia e dalla carne, riducendolo a idea morale - a legge tanto sublime quanto vuota. molti sono quelli che entrano per essa. Molti, troppi entrano per questa porta o prendono questa via, che soddisfa solo il loro egoismo materiale e spirituale. v. 14 quanto è stretta la porta, ecc. L’uomo, accecato dall’egoismo, trova stretta la porta della salvezza, pieno di difficoltà il suo cammino.

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pochi quelli che la trovano. La trovano quelli che cercano innanzitutto il regno di Dio e la sua giustizia (6,33). Ma se Dio ci vuole salvare tutti, perché è larga la porta della perdizione e stretta quella della salvezza? In realtà è vero il contrario! Il nemico, ottimo comunicatore come tutti gli imbroglioni, ci fa apparire bene il male e male il bene, bello il brutto e brutto il bello, desiderabile l’indesiderabile e indesiderabile il desiderabile; ci fa apparire Dio stesso come esigente e cattivo, perché non ci affidiamo a lui. Il Signore sulla croce ristabilisce la verità: fa vedere quanto è male il male che facciamo, al di là di ogni illusione, e quanto è infinito il bene che lui ci vuole. v. 15 guardatevi dai falsi profeti. Nel contesto non sono quelli che dicono cose sbagliate, ma quelli che non fanno ciò che dicono. È tipico di Matteo insistere sulla coerenza: il fare rivela il cuore. quelli che vengono a voi in vesti di pecora. Parlano come il Cristo, ma non fanno come lui. Gesù dice di loro: fate ciò che dicono, ma non ciò che fanno (23,3). dentro sono lupi rapaci. Sono sepolcri imbiancati: l’interno non è come l’esterno (23,25-27). Ma non per semplice incoerenza, bensì per ipocrisia. Hanno la bocca, ma non il cuore del Figlio. Sono pronti ad accettare il suo messaggio, ma non amano e non seguono lui, il Signore. Quindi non entrano attraverso di lui, che è la porta dell’amore per il Padre e i fratelli. I lupi rapaci uccidono l’Agnello. v. 16 dai loro frutti li riconoscerete (v. 20) . I frutti sono la “giustizia eccessiva” di cui si è parlato nel discorso sul monte: le azioni di una vita filiale e fraterna. si raccoglie forse uva dalle spine o fichi dai rovi? L’uva richiama Israele, vigna di Dio, il cui frutto è l’osservanza della Parola (cf Is 5,1-7; Sal 80). Il fico, gustoso e dolce, che porta frutto in ogni stagione, è segno della perennità

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dell’amore, compimento della legge. Sono i frutti che germogliano dal cuore nuovo, in qualunque stagione, propizia o avversa (cf 21,18-22!). v. 17 ogni albero buono fa frutti belli, ecc. L’albero, che si innalza dalla terra al cielo e conosce le varie stagioni, è figura dell’uomo. Per sé è sempre “molto” bello e buono (Gen 1,31): è immagine di Dio. Ma può essere malato, guasto e imputridito, senza linfa vitale, senza amore. Allora fa frutti cattivi. L’albero buono per eccellenza è la croce, da cui pende il frutto maturo e dolce dell’amore di Dio e dell’uomo. Inseriti in lui, albero della vita, anche noi diamo il suo frutto (cf Gv 15,1-17). L’albero secco germoglia perché l’albero verde è seccato al posto suo (cf Lc 23,31; Ez 17,24). v. 18 non può un albero buono fare frutti cattivi, ecc. La bontà o meno del frutto non dipende dalla buona volontà, ma dalla qualità dell’albero. Una vite non si sforzerà di fare uva: la fa spontaneamente. Un rovo, per quanto si sforzi, non farà mai uva! Potrà comunque coronare di spine il suo Signore (27,29). v. 19 ogni albero che non fa frutto bello è tagliato, ecc. Spini e rovi devono essere tagliati e bruciati nel fuoco d’amore del Crocefisso, legno verde che subisce la sorte di quello secco! v. 20 dai loro frutti li riconoscerete. Il “fare” la Parola rivela se il cuore è quello del Figlio oppure no. Io di che legno sono? Che frutto faccio? Se mi scopro spina o rovo, non mi resta che vedermi conficcato sul capo di Cristo, il Figlio crocifisso dal mio male. È il mio modo di inserirmi in lui, albero buono, che dalla croce mi dà il suo Spirito (27,50).

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il monte da cui il Signore parla c. chiedo ciò che voglio: entrare per la porta stretta, fare la sua parola, avere il suo Spirito d. traendone frutto, medito sul testo
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da notare: porta stretta/larga via angusta/spaziosa vita/perdizione falsi profeti dai loro frutti li riconoscerete quali sono i miei frutti.

4. Testi utili: Sal 1; Dt 30,15-20; Is 5,1-7; Mt 3,7-12; 25,31-45.

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23. CHIUNQUE ASCOLTA QUESTE MIE PAROLE E LE FA 7.21-29 7,21 Non chiunque mi dice: Signore, Signore! entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore! Non abbiamo profetato nel tuo nome, cacciato i demoni nel tuo nome e fatto molti miracoli nel tuo nome? E allora dirò a loro: Mai vi conobbi! Allontanatevi da me, operatori di iniquità! Chiunque dunque ascolta queste mie parole e le fa, sarà simile a un uomo saggio che edificò la sua casa sulla pietra. E scese la pioggia e vennero i fiumi e soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, e non cadde perché fondata sulla pietra. E chiunque ascolta queste mie parole e non le fa, sarà simile a un uomo stolto, che costruì la sua casa sulla sabbia. E scese la pioggia e vennero i fiumi e soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, e cadde, e fu la sua caduta grande. E avvenne che, avendo Gesù compiuto queste parole, furono colpite le folle dal suo insegnamento. Stava infatti insegnando loro come uno che ha potere, e non come i loro scribi.

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1. Messaggio nel contesto “Chiunque ascolta queste mie parole e le fa”, dice Gesù, compie la volontà del Padre mio: edifica qui in terra la sua dimora eterna, costruita su quella stabile roccia che è Dio stesso. Chi invece le ascolta e non le fa - Matteo si rivolge a credenti, che ascoltano ma non sempre fanno -, per quanto faccia cose buone, non fa la volontà di Dio: costruisce sulla sabbia del proprio io la rovina di se stesso. In continuità con il brano precedente, si conclude il discorso sul monte dichiarando la sua importanza per il destino dell’uomo. Sono due metafore sul giudizio (vv. 21-23.24-27), visto prima da parte del Signore che ci riconosce o misconosce, poi da parte nostra, che realizziamo salvezza o rovina. Il “giudizio” sulla nostra vita di credenti è lasciato non all’arbitrio di Dio, ma alla nostra libertà di fare o meno la sua parola. Matteo si trova davanti una comunità carismatica, ricca di fede ed entusiasmo: adora il Signore, nel suo nome fa profezie, miracoli ed esorcismi. Ma questo non basta. Infatti, senza l’amore, tutto è nulla (cf 1Cor 13,1-3). E l’amore è, innanzitutto, fare ciò che piace dell’amato. La comunità di Matteo, piena di doni anche straordinari, rischia di trascurare il quotidiano “fare la volontà del Padre”, amando e servendo i fratelli nelle piccole cose di ogni giorno. Nel primo quadro ( vv. 21-23) Gesù dice che si possono compiere opere religiose - celebrare la liturgia, fare profezie, esorcismi e miracoli - senza il cuore del Figlio. Si può agire nel nome del Signore, ma ancora per amore del proprio io, senza l’amore del Padre e dei fratelli. In “quel giorno” ognuno mieterà ciò che ha seminato (Gal 6,7). Se avrà seminato amore, sarà riconosciuto; altrimenti sarà bollato come “operatore di iniquità”, che non ha agito secondo la legge dell’amore. Nel secondo quadro ( vv. 24-27) si ribadisce la stessa cosa con una prospettiva inversa. Se prima si guardava al cammino dalla meta, ora si
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guarda alla meta dal cammino: la casa che noi ora costruiamo resisterà o meno “in quel giorno” secondo che avremo fatto o meno “queste parole”. Chi le fa è come un uomo “saggio” che costruisce sulla “roccia”. Chi non le fa è uno “stolto” che costruisce sulla “sabbia”. Ad ambedue capitano le stesse avversità, ma con risultato diverso: la casa dell’uno permane, quella dell’altro cade. Il saggio costruisce nel tempo la dimora eterna, che resiste a ogni avversità; lo stolto invece si costruisce la propria rovina, che gli crolla addosso. La conclusione (vv. 28-29) sottolinea lo stupore delle folle per il suo insegnamento: la sua parola non solo spiega, come gli scribi, ma ha l’autorità di Dio stesso. Gesù è il primo ascoltatore e facitore della Parola: è la Parola fatta carne. La Chiesa ascolta e fa la sua parola, continuando nella propria storia l’incarnazione del Figlio.

2. Lettura del testo 7,21 Non chiunque mi dice: Signore, Signore! È l’acclamazione liturgica, espressione della fede che riconosce in Gesù il Signore. entrerà nel regno dei cieli. Non basta la fede e la celebrazione liturgica. La fede è anche vita quotidiana - la liturgia si celebra nel nostro corpo (cf Rm 12,1s). Anche i demoni credono, ma tremano (Gc 2,19). Una fede e una preghiera che non fiorisce in vita concreta, non giova a nulla: è morta (Gc 2,24.26). Gesù non rimprovera la semplice incoerenza, che sempre ci sarà finché viviamo - e sarà luogo di umiltà, fiducia e conversione costante! Rimprovera invece l’autosufficienza di chi si ritiene a posto e dice: “Signore, Signore!”, senza che in realtà Gesù sia il Signore della sua vita. Richiama Geremia, che parla contro chi si ritiene salvo dicendo: “Tempio del Signore, tempio del Signore, tempio del Signore è questo!”, riponendo in esso la propria fiducia, senza convertirsi dalle proprie azioni malvagie (Ger 7,3s). La
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fiducia nel Signore non deve fare da paravento all’iniquità né la sua misericordia da pretesto alla dissolutezza (Gd 4; Rm 2,4). ma chi fa la volontà del Padre mio. Gesù chiama Dio: “Padre mio”, perché è il Figlio che fa la sua volontà e la manifesta a noi, in attesa che noi possiamo dire: “Padre nostro”. v. 22 molti mi diranno in quel giorno . È il giorno del Signore, dell’incontro con lui, verso il quale va l’universo e la sua storia. non abbiamo profetato nel tuo nome, ecc. Neanche le profezie, gli esorcismi e i miracoli fanno entrare nel suo regno. Posso operare nel suo nome cose buone per gli altri, come gli esorcisti di Efeso, ma senza che questo giovi alla mia salvezza (cf At 19,11ss). Ciò che mi salva non è fare miracoli, ma fare la volontà del Padre, che è amare i fratelli. v. 23 mai vi conobbi! Allontanatevi da me, operatori di iniquità (Sal 6,9). Il Figlio non riconosce quelli che non vivono da fratelli. Sono “operatori di iniquità”: sono dei “senza legge”, che ignorano nel loro operare la legge dell’amore. La fede, la speranza e gli altri doni alla fine cessano; rimane solo l’amore, che non ha fine (1Cor 13,8ss). Perché Dio è amore, e solo chi ama dimora in Dio e Dio in lui (1Gv 4,16). v. 24 chiunque dunque ascolta queste mie parole e le fa. Il “dunque” è ascoltare “queste” parole di Gesù e farle. L’ascolto è il presupposto per il fare. Uno infatti agisce secondo la parola che ha dentro. sarà simile a un uomo saggio . Saggio è chi edifica sulle parole di Gesù, Sapienza del Padre. edificò la sua casa sulla pietra. La “casa” non è semplicemente la tana dove l’uomo si ripara: è luogo di relazioni, intimità, familiarità e amore, dove ci si realizza a immagine di Dio. La pietra è Dio, stabile come roccia. La differenza tra sapienza e stoltezza sta nel fare le parole del Signore o le proprie, nello scegliere come fondamento del proprio agire quella roccia che è Dio, o la sabbia dei propri idoli.
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v. 25 scese la pioggia e vennero i fiumi, ecc. Le difficoltà, le acque travolgenti e le bufere della vita, fino alla strettoia finale della morte, non possono spegnere l’amore (Ct 8,7.6). Questo è la dimora eterna di Dio, del Padre nel Figlio e del Figlio nel Padre, aperto da Gesù a tutti i fratelli. Alla dogana della morte nulla passa di ciò che hai: sei ricco solo dell’amore che hai dato. Questo è il tesoro nel cielo che puoi accumulare sulla terra, che nulla può consumare e nessuno rapire. v. 26 chiunque ascolta queste mie parole e non le fa. La contrapposizione non è sull’ascoltare, ma sul fare! La differenza tra i credenti sta non nella fede, ma nell’amore, non nell’ortodossia, ma nell’ortoprassi. Non perché non sia importante la Parola, ma perché un dire che non è anche un fare è menzognero. Matteo si rivolge a credenti, che hanno fede e conoscono la Parola. Sarebbe errato affermare - come spesso si fa - che per lui non conta la fede, ma solo i fatti! L’eresia prima è staccare il dire dal fare, il pensiero dalla realtà: nega la “carne” della fede, e diventa un dire e pensare il nulla, un privare la verità dalla sua realtà. sarà simile a un uomo stolto. La sapienza/stoltezza si definisce dal fare/non fare le parole di Gesù. edificò sulla sabbia. Chi non fa le parole di Gesù, fa altre parole. Invece di costruire su Dio, costruisce sugli idoli, i suoi piccoli dèi del momento. La sua esistenza è inaffidabile, costruita sulla sabbia. v. 27 e scese la pioggia e vennero i fiumi, ecc. Se uno non ha edificato su Dio, crolla davanti alle difficoltà. La sua vita si sfascia come una ruota i cui raggi non sono uniti al mozzo. fu la sua caduta grande. Chi non costruisce sull’amore, viene sepolto proprio da ciò che ha costruito per vivere.

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v. 28 avendo Gesù compiuto queste parole. Con il termine “compiere, finire” si concludono i cinque discorsi di Gesù in Matteo (11,1; 13,53; 19,1; 26,1). Lui “compie” la parola che dice. furono colpite le folle dal suo insegnamento . Il suo insegnamento “colpisce”: stupisce, tocca e muove il cuore, lo apre a meraviglia e ne fa uscire la verità nascosta, quella del Figlio. Le sue parole non cadono a vuoto, perché la sua parola di Figlio incontra nel nostro cuore la nostra verità di figli. v. 29 stava insegnando loro come uno che ha potere. La sua parola ha l’autorità, il potere stesso di Dio, che opera ciò per cui l’ha mandata (Is 55,11). e non come i loro scribi. Gli scribi semplicemente spiegano la Parola.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il monte sul quale Gesù parla c. chiedo ciò che voglio: fare queste sue parole che ho udito sul monte d. traendone frutto, medito sul testo da notare: non chi dice: Signore, Signore! entrerà nel regno nel tuo nome abbiamo profetato, cacciato demoni, fatto miracoli mai vi conobbi l’uomo saggio: ascolta e fa “queste” parole l’uomo stolto: ascolta e non fa casa sulla roccia/casa sulla sabbia piogge, fiumi e venti: esito diverso. 4. Testi utili: Sal 31; Dt 11,18-28; Sal 1; Is 55,1ss; Ger 7,1ss; Sap 1-5.

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24. SE VUOI PUOI MONDARMI VOGLIO! SII MONDATO! 8,1-4 8,1 2 Sceso lui dal monte, lo seguirono molte folle. Ed ecco un lebbroso, venuto avanti, lo adora dicendo: Signore, se vuoi, puoi mondarmi! E tesa la mano, lo toccò dicendo: Voglio! Sii mondato! E subito fu mondata la sua lebbra. E gli dice Gesù: Guarda di non dirlo a nessuno; ma va’ e mostrati al sacerdote e presenta il dono che ordinò Mosè in testimonianza per loro .

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1. Messaggio nel contesto “Se vuoi, puoi mondarmi”, è la richiesta del lebbroso; “ Voglio! Sii mondato”, è la risposta di Gesù. I cc 5-7 riferiscono ciò che la Parola dice; i cc 8-9 ciò che essa dà: rifà l’uomo nuovo, a immagine del Figlio, vittorioso su ogni male, sulla malattia e sulla stessa morte. Gesù fa quello che dice: Verbo del Padre, nel quale, attraverso il quale e per il quale tutto è creato e ricreato, è la Parola che dice. L’ascolto di lui ci guarisce dalla morte e ci rigenera figli. Il discorso sul monte e i prodigii

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formano un tutt’uno, incorniciato dall’attività guaritrice di Gesù (4,23=9,35): i prodigi sono frutto dell’ascolto della Parola, che fa nuove tutte le cose. E sono dieci (nove miracoli più un esorcismo), numero di totalità, per dodici persone! I cc 8-9 costituscono una “treccia” di vari filoni. Dei due principali il primo racconta la storia di Gesù, che fa il bene e riceve il male; il secondo è quello della fede e della mancanza di fede in lui. Lo stile del racconto di Matteo, rispetto agli altri sinottici, è più sobrio ed essenziale, con l’intento di evidenziare gli aspetti teologici. Nella prima parte, inquadrata in una giornata ( 8,1-17), si dice in sintesi cosa opera la parola di Gesù: compie il miracolo di farci figli. Il miracolo è un segno che ha un significato - dove l’importante è proprio questo. Quello del lebbroso mondato è segno del dono della vita nuova del Figlio che ha vinto la morte ( 8,1-4); quello del servo del centurione guarito è segno della fede nella sua parola, sorgente della vita nuova ( 8,5-13); quello della suocera di Pietro, che serve, è segno del contenuto di questa vita nuova: amare e servire come Gesù il Servo ( 8,14-17). Chi legge i miracoli fermandosi al segno è come lo stolto che, se gli indichi la luna, ti guarda la punta del dito. Noi ci siamo allontanati da Dio. Ci siamo volti verso gli idoli e siamo diventati come loro: vacuità di vita, con il corpo segnato dalla morte (= lebbra) e le varie membra - piedi, occhi, mani, bocca, orecchi ecc. - che ne sono infette e servono solo a diffonderla (cf Sal 115,4-8). Non può essere che così, e consideriamo questa situazione come normale. I miracoli ci presentano quell’impossibile a cui nel nostro profondo da sempre aspiriamo. Il racconto ci fa da specchio, e serve a liberare in noi il desiderio della nostra verità: ci mostra che il bene, per cui siamo fatti, è possibile, reale e donato. Gesù come Mosè scende dal monte. Ma non più con una parola da osservare - già trasgredita prima di essere data -, ma come Parola compiuta: è il Figlio, perfetto come il Padre (5,48), che fa grazia ai fratelli. Quanto ha detto non è legge, ma vangelo. Se la legge denuncia e condanna il peccato - o addirittura
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fa venire la lebbra, come a Maria che invidia il fratello Mosè (Nm 12,1-10) -, la parola di Gesù è un fiume di acqua viva: chi si immerge e “si battezza” in essa, ne esce purificato, mondo dalla lebbra, dal peccato e dalla morte, con la carne fresca di un bambino (2Re 5,14). Guarire dalla lebbra è azione esclusiva di Dio, padrone della vita e della morte (2Re 5,7): Gesù, con la Parola appena detta sul monte, rigenera a vita. È il Signore! Questo primo miracolo contiene gli altri, che ne saranno specificazione e articolazione: è il passaggio battesimale, la risurrezione alla condizione di figli operata dalla Parola. Il lebbroso guarito è figura di ogni uomo che accorre da Gesù per ricevere il dono di una vita finalmente libera dalla morte. Tutti morti a causa del peccato, “privi della gloria di Dio” (Rm 3,23), siamo gratuitamente vivificati dalla sua grazia. C’è stretta connessione tra miracolo, parola e “tocco”. L’uomo è trasformato dalla parola che gli tocca il cuore. I miracoli defatalizzano la storia e la sdemonizzano, facendo brillare davanti ai nostri occhi la libertà alla quale aspiriamo. Ci ripresentano l’uomo vivo, a immagine di Dio, restituito alla sua dignità. Gesù è stato prefigurato in Mosè. Per mezzo di questi fu data la legge, per mezzo suo la grazia della verità, dalla cui pienezza tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia (Gv 1,16s). La Chiesa nasce dall’immersione (= battesimo) in lui e nella sua parola. Unita a lui, diventa come lui, partecipe del suo Spirito di Figlio.

2. Lettura del testo 8,1 Sceso lui dal monte. Gesù scende dal monte, come Mosè. Non per dare al popolo le Dieci Parole che lo condannano, ma le dieci azioni che lo salvano. È la Parola stessa, perfettamente compiuta, che scende per dare la vita a tutti e per sempre ( dodici sono i miracolati, come le tribù d’Israele e i mesi dell’anno!).
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lo seguirono molte folle. Sono coloro che sul monte hanno ascoltato la Parola. È l’inizio della Chiesa, che, insieme al Figlio, scende con lui verso i fratelli, per portare la stessa vita che hanno ricevuta. v. 2 ecco un lebbroso. Il lebbroso è l’impuro per eccellenza, escluso dalle relazioni. Nella sua carne, progressivamente mangiata dal morbo, è visibile la condizione cosciente di ciascuno: da quando si nasce, la vita è l’unica malattia incurabile, anzi mortale. Il lebbroso è il morto civile e religioso, che non può aver parte con gli altri, per non infettarli (Lv 13,45). Solo dopo la guarigione, accuratamente costatata dai sacerdoti, può essere riammesso al consorzio umano. Morto ambulante, rappresenta quanto la legge, che è per la vita, esclude: è la visibilizzazione del male che essa denuncia. venuto avanti. L’“impuro” si presenta davanti al “puro”, senza alcuna mediazione (cf invece Nm 12,11s, dove Aronne intercede per Maria presso Mosè, che pure è il più mansueto di ogni uomo che è sulla terra). Titolo d’accesso al Santo è la nostra impurità. lo adora. L’adorazione di Gesù è principio e fine del vangelo di Matteo, che inizia con l’adorazione dei Magi e termina con quella dei discepoli (2,2.11; 28,17). Adorare significa “portare alla bocca, baciare”. Si adora l’oggetto del desiderio. E il desiderio fondamentale dell’uomo è Dio, pienezza di vita. Signore. Gesù è il Signore. Infatti può dare la vita: stende la mano e monda dalla morte. se vuoi, puoi mondarmi . L’uomo tante cose vuole e non può - e altre può e non vuole. Solo in Dio volere è potere. E il suo volere è dare la vita. “Sono forse Dio per dare la morte o la vita?” (2Re 5,7), dice Eliseo a chi pretende che liberi Nàaman dalla lebbra. Il lebbroso vuole guarire. Ma è impossibile. Per questo lo chiede al Signore. Ma non lo pretende: lo attende dalla sua libera volontà.

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v. 3 tesa la mano. La “mano tesa” indica l’intervento di Dio per salvare l’uomo. Egli aspetta solo di essere richiesto: è dono che attende la mano che lo accolga. toccò. Il Signore tocca l’intoccabile. Dio è Dio proprio per la sua misericordia (Os 11,9; Gn 4,15), che tocca la nostra miseria - questa è la sua santità. Dio non è legge che vieta il male e divide buoni da cattivi. Non è neanche la coscienza che rimprovera. È invece madre e padre, vicino a ogni bisogno del figlio. Il tatto è il senso che implica maggior vicinanza e comunione. Toccare è gesto fondamentale di reciproca conoscenza e scambio. Ma, come si tocca l’altro solo nel proprio limite, così tocchiamo Dio non nella nostra bontà, ma nella nostra miseria: tutti lo conosciamo, dal più piccolo al più grande, nel perdono dei nostri peccati (Ger 31,34). La fede è toccare, o, meglio, “essere toccati” da Gesù. Ma, se lui ti tocca, anche tu lo tocchi. Oltre il tocco esteriore, c’è quello interiore, molto più forte e sensibile. Ciò che ti tocca dentro, ti cambia l’esistenza. Il Signore con la sua parola ti tocca il cuore e te lo rifà nuovo. voglio. Da sempre il Signore vuole: aspetta solo che anche noi vogliamo. “Vuoi guarire?” domanda Gesù al paralitico (Gv 5,6). Noi non vogliamo, per paura che sia impossibile o che lui non voglia. Arriviamo addirittura a ritenere che il male sia l’unica realtà. I miracoli mostrano che Dio può e vuole darci ciò che non abbiamo e neppure osiamo sperare. Il racconto ci apre alla meraviglia e libera i nostri desideri perché chiediamo ciò che lui ci vuol dare: la nostra realtà di figli suoi. sii mondato! Con la sua parola il Signore creò l’universo. Ora lo ricrea simile a sé. subito fu mondata la sua lebbra. La lebbra - di qualunque tipo, compresa la morte - non è più immonda: non esclude dalla vita. Non insidia più col suo veleno la nostra esistenza, perché è comunione con lui, sorgente di vita.
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Il tocco interiore della sua parola ci libera dalla morte: ci guarisce e ci fa figli e fratelli. È un processo che dura tutta la vita e si compie nella morte. Quando la lebbra ha fatto il suo corso, allora non c’è più. Ma già ora la morte non è più immonda: il nostro limite assoluto è comunione con l’Assoluto. “Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?” L’ascolto della Parola ci libera dal suo veleno, che è il peccato (1Cor 15,55ss), nella certezza che, sia che vegliamo sia che dormiamo, siamo in comunione con lui (1Ts 5,10). Non siamo più schiavi della paura della morte che domina la vita (Eb 2,15). v. 4 non dirlo a nessuno. È traccia del “segreto messianico” che avvolge la vita di Gesù. In Marco, vangelo del catecumeno, è dominante: sottolinea che non si può conoscere il Signore prima della croce. In Matteo, che si rivolge a credenti, sottolinea solo l’ordine che segue: non fare altro, se non andare subito dai sacerdoti! mostrati al sacerdote (Lv 13,49; 14,2-32; 17,14). Gesù invia il lebbroso guarito a compiere ciò che la legge prescrive in riconoscimento del dono ricevuto. In Matteo non c’è polemica con la legge, ma compimento di essa. in testimonianza per loro. Il lebbroso testimonia ai sacerdoti che c’è uno che può dare quella vita che la legge solo può dire. Se nel racconto dei miracoli si giunge progressivamente alla separazione tra Israele e Chiesa, tuttavia la Chiesa ha sempre in Israele la sua radice santa. Se in Matteo c’è una polemica, essa è da leggere alla luce del tentativo della

comunità giudeo-cristiana di definirsi, sapendo che viene da Israele. La figlia non può essere contro la madre, ma neanche può identificarsi con essa. Purtroppo noi, Chiesa delle genti, abbiamo ripetuto nei confronti di Israele lo stesso peccato di Adamo contro Dio: considerandolo antagonista fino alla morte, gli abbiamo rubato il dono che lui ci ha offerto. Dopo l’olocausto siamo chiamati a rivedere il nostro rapporto con Israele.

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3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b mi raccolgo immaginando il monte dal quale Gesù scende c. chiedo ciò che voglio: essere liberato dalla paura della morte e dall’egoismo che ne deriva d. contemplo la scena, immedesimandomi nel lebbroso: vedo, dico, ascolto e tocco ciò che lui ha visto, detto, udito e toccato.

4. Testi utili: Sal 146; Lv 13; Ger 31,31-34; Eb 2,14s.

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25. TROVAI TALE FEDE 8,5-13 8,5 6 Entrato lui in Cafarnao, gli venne incontro un centurione, supplicandolo e dicendo. Signore, il mio servo giace in casa paralizzato, terribilmente tormentato. Gli dice: Verrò io e lo curerò(?) E, rispondendo, il centurione disse: Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; ma solo di’ una parola e sarà guarito il mio servo. Anch’io infatti sono un uomo sotto potere, e ho soldati sotto di me; e dico a questo: “va’”, e va, e a un altro: “vieni”, e viene, e al mio schiavo: “fa’ questo”, e lo fa. Ora, udito, Gesù, si meravigliò, e disse a quelli che lo seguivano: Amen, vi dico: presso nessuno in Israele trovai tale fede! Ora vi dico: molti dall’oriente e dall’occidente verranno e si sederanno con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno gettati nelle tenebre esteriori; lì sarà il pianto e lo stridore di denti. E Gesù disse al centurione: Va’! Come hai creduto, avvenga a te! E fu guarito il servo in quella stessa ora.

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1. Messaggio nel contesto
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“Presso nessuno in Israele trovai tale fede”. Gesù costata che solo un pagano crede senza esitazione al potere della Parola (cf 27,54). E si stupisce! Di due cose il Signore si meraviglia: della nostra fede (v. 10; 27,54) e della nostra mancanza di fede (Mc 6,6). Ambedue sono per lui qualcosa di inedito, con il carattere del “meraviglioso” o del “mostruoso”. La nostra libertà lo sorprende: pone infatti qualcosa di imprevedibile, nuovo anche per lui. Dio non ce la toglie mai, neanche quando è contro di lui e contro di noi - il che per lui è peggio. È il dono più bello del creato, che rende la creatura simile al suo Creatore. Radicalmente la libertà si esprime nella fede o nella sfiducia, nel nostro acconsentire o meno alla comunione con lui. Siamo al secondo dei dieci prodigi. Il primo rivela il risultato ultimo della sua parola: guarire la nostra vita dalla lebbra che la avvelena di morte. Questo secondo ne rivela la sorgente prima: il nostro credere ad essa. I miracoli sono dei segni naturali che hanno un significato spirituale. Il segno è importante, anzi necessario, come le lettere dell’alfabeto per scrivere; ma ciò che conta è leggere cosa è scritto. Noi, feticisticamente, diamo importanza più ai miracoli che al loro significato: siamo attaccati al vantaggio materiale immediato che ne abbiamo. Ma i miracoli, visti in questo modo, non hanno grande valore. Non cambiano la realtà, se non momentaneamente: chi è guarito tornerà ad ammalarsi, chi è risuscitato tornerà a morire di nuovo come non bastasse la crudeltà di vivere e morire una volta! Ciò che vale non è il segno, che è transitorio e può anche essere piccolo, ma il significato, che è grande ed eterno. Questo è in genere espresso da una parola di Gesù che, mentre guarisce il corpo, spiega ciò che questa guarigione significa. Il miracolo è quindi un segno visibile di cui bisogna leggere il significato, invisibile. Questa capacità di lettura “simbolica” distingue l’uomo dall’animale. Una rosa rossa per una capra è semplicemente qualcosa da mangiare; per una donna significa il cuore di chi gliela dona. Il miracolo può essere letto a vari livelli.
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A una prima lettura è un portento, qualcosa di insolito che richiama l’attenzione e fa pensare a un intervento di Dio. È un irrompere del soprannaturale nel naturale, segno del divino che si manifesta nella storia. A una seconda lettura è segno del mondo nuovo, raggio anticipato del sole della risurrezione. Ogni miracolo significa un aspetto della nostra

trasformazione a sua immagine: Gesù sana i nostri piedi per camminare come lui, le nostre mani per accoglierlo, i nostri sensi per ascoltarlo, vederlo, odorarlo, toccarlo e gustarlo. A una terza lettura è segno dell’amore di Dio che interviene in nostro favore. Egli non è insensibile al nostro male, perché ci è padre/madre. A una quarta lettura il miracolo è segno della nostra fiducia: Dio è per noi, e tutto vuol donarci, anche se stesso. Aspetta solo che noi lo chiediamo con fede. Questa è alla fine il vero miracolo, che ci porta ad accogliere i doni di Dio, e Dio stesso come dono. Essa ci guarisce dalla diffidenza di Adamo. A una quinta lettura, più profonda, propria di chi è illuminato, ogni creatura, anche minima e insignificante, è vista come segno dell’amore infinito del Creatore. Il presente miracolo tematizza la fede nella Parola, che permette al Signore di agire in noi. Questo centurione, pagano come Abramo, è il padre dei credenti, figura della Chiesa, che, a distanza di spazio e di tempo, per la fede nella parola di Gesù detta sul monte, ne sperimenta la forza trasfigurante. Sia per Israele che per gli altri, è il credere alla promessa di Dio che viene accreditato a giustizia (Gen 15,6) e rende figli di Abramo, eredi della promessa (cf Gal 3,29). Il miracolo è preceduto da un dialogo che illustra le caratteristiche della fede. Essa è coscienza del male che non cede né alla delusione dell’impotenza né all’illusione dell’onnipotenza; è umiltà che non si deprime, ma anzi si apre all’impossibile.

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Gesù, oltre che lodare la fede del pagano, rimprovera chi ha ridotto la fede di Abramo a semplice bandiera, a talismano di salvezza, a feticcio in cui porre la propria sicurezza, senza aprire il cuore a Dio. L’incredulità di Israele - o, meglio, di parte di esso - è profezia permanente per la Chiesa. Non basta appartenere ad essa per entrare nel banchetto (cf 13,47-50). Se è stato reciso l’olivo, a maggior ragione sarà reciso l’olivastro innestato, se non porta il frutto della fede (Rm 11,16-24). Gesù è la Parola di Dio viva ed efficace (Eb 4,12). Per questo le sue parole sul monte hanno “l’autorità” (7,29) di operare quello che dicono. La Chiesa è discendenza di Abramo mediante la fede (Gal 3,14.29). Essa è costituita innanzitutto da giudei e poi da pagani, da quanti credono nella Parola.

2. Lettura del testo 8,5 Entrato lui in Cafarnao. È il luogo dove ha iniziato la sua attività (4,12). gli venne incontro un centurione. È un ufficiale subalterno che comanda la guarnigione che presidia Cafarnao, città di confine. È pagano di origine (v. 10). Come il pagano Abramo, entra nella storia della salvezza per la sua fede. v. 6 dicendo: Signore. Non è solo un titolo di cortesia (cf v. 8). Gesù è il Signore, la cui parola ha l’autorità di Dio. La fede, prima che in ogni nostro atto, sta nel credere all’efficacia della sua parola in nostro favore. Chi crede questo, accetta che Dio è suo padre. È quanto fece Abramo, a differenza di Adamo. il mio servo giace in casa paralizzato. Non è specificata la malattia, comunque dolorosa con febbre, che costringe a immobilità (cf Lc 7,2; Gv 4,7.52). v. 7 verrò io e lo curerò (?). La risposta può significare sia disponibilità sia diniego, se letta in forma interrogativa. Può infatti anche significare: io, che sono giudeo, devo venire in casa di un pagano (cf anche 15,21-28)? La
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risposta di Gesù alla nostra preghiera è sempre insieme affermativa e negativa: dalla nostra fede dipende che sia l’una o l’altra. v. 8 Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto. Sono le parole che ripetiamo prima di ricevere il suo Corpo. L’umiltà è la prima caratteristica del nostro rapporto con Dio: il centurione sa di ricevere per dono e non per merito. Qualunque titolo di merito distruggerebbe il dono - e Dio stesso che è dono. ma solo di’ una parola, e sarà guarito il mio servo. La falsa umiltà di chi spera solo in sé, davanti all’impossibile si fa rassegnazione o disperazione. La vera umiltà invece, davanti al proprio limite, si fa fiducia, e spera tutto da Dio, come il figlio dalla madre. La fede è sempre sulla parola dell’altro. v. 9 anch’io infatti sono un uomo sotto potere, e ho soldati sotto di me, ecc. Il centurione si rifà alla sua esperienza di ufficiale subalterno, che alla parola obbedisce e con essa comanda: ha un’esperienza passiva ed attiva del suo potere. Quella di Dio è viva ed efficace, più penetrante di una spada a doppio taglio (Eb 4,12): è come un soldato che esegue la volontà del suo comandante, come uno schiavo che esegue gli ordini del suo padrone. Non può essere senza effetto (Is 55,11). v. 10 si meravigliò. La fede stupisce il Signore stesso: che l’uomo creda è la bella sorpresa per lui! Grande cosa la nostra libertà di dirgli di sì, invece di no. disse a quelli che lo seguivano . Ai discepoli, tutti ebrei, propone come modello la fede di questo pagano. La fede è sempre di uno che si ritiene estraneo. Il “religioso” alla fine è sempre tentato di fidarsi della propria giustizia più che della benevolenza di Dio, della propria bontà più che della sua grazia (vedi Lc 18,9ss). amen, vi dico. Gesù parla con autorità divina. presso nessuno in Israele trovai tale fede! La fede del pagano Abramo, padre di Israele, si ritrova in questo estraneo più che nei suoi figli. È un rimprovero,
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comune nei profeti, alla presunzione di chi pensa sempre di avere un credito con Dio. L’estraneo invece sa che tutto è grazia e dono. v. 11 molti dall’oriente e dall’occidente verranno e si sederanno con Abramo, ecc. Il regno dei cieli è quello del Padre. Vi entrano solo i figli - quanti, come Abramo, hanno fiducia nella sua parola. La fede estende a tutte le famiglie della terra la benedizione promessa al patriarca (Gen 12,3; Gal 3,8). La fiducia nel Padre ci salva perché ci rende figli. v. 12 figli del regno. Qui si intende quelli che in Abramo hanno ricevuto la promessa, ma, come Adamo, rapinarono il dono. Sono quelli che l’ultimo dei profeti, sulla scia dei suoi predecessori, chiama: “Figli del serpente” (3,7). Sono quelli dei quali Gesù dice: “Mai vi conobbi”, perché dicono: “Signore, Signore!”, ma non fanno la sua volontà (7,22s). Guai a intendere, come spesso si è fatto, queste e simili affermazioni del vangelo in senso antisemitico. La denuncia dei profeti, come quella di Gesù e di Paolo, è mossa da amore (Lc 13,35s; 19,41 ss; 23,27ss; Rm 9,1-3), ed è solo in vista della misericordia (Rm 11,32). Per altro si tratta di una profezia dell’infedeltà della stessa Chiesa. saranno gettati nelle tenebre esteriori. Chi non crede nell’amore del Padre/madre, non è ancora venuto alla luce come figlio. È ancora nelle “tenebre esteriori”, fuori di sé e dalla propria verità. lì sarà il pianto e lo stridore di denti . In questa tenebra vi è pianto invece che gioia, stridore di denti invece che sorriso: tristezza e rabbia di una vita fallita. Meglio non essere nati che vivere male! Grande è il potere della nostra libertà: decide per la vita o per la morte! v. 13 come hai creduto, avvenga a te! Maria disse: “Avvenga a me secondo la tua parola” (Lc 1,38). Al centurione, come lei prototipo del credente, il Signore può dire altrettanto: avvenga secondo la tua parola. La volontà del Signore e del credente diventano una sola per la fede. La creatura entra

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liberamente in dialogo col suo Creatore, nell’unica parola e nell’unico amore. Nella storia tutto avviene secondo la fede del credente nella Parola. fu guarito il servo in quella stessa ora. La fede è l’“ora” in cui si passa dalle tenebre alla luce: è la guarigione del centurione stesso, che da schiavo diventa figlio.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Gesù che entra in Cafarnao c. chiedo ciò che voglio: il dono della fede nella parola di Gesù d. traendone frutto, medito sul testo da notare: gli venne incontro un centurione la sua umiltà: Signore non sono degno, ecc. Gesù si meraviglia della sua fede nella Parola gli estranei sederanno con i Patriarchi i figli del regno saranno gettati nelle tenebre esteriori come hai creduto, avvenga a te.

4. Testi utili: Sal 119; Is 55; Gal 3,6-14.23-29; Gv 4; Lc 15,1ss; Rm 11,1ss.

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26. EGLI PRESE SU DI SÉ LE NOSTRE INFERMITÀ’ 8,14-17 8,14 15 E, venuto Gesù nella casa di Pietro, vide la sua suocera a letto con febbre; e toccò la sua mano, e la lasciò la febbre e fu risvegliata, e serviva lui. Ora, venuta la sera, portarono a lui molti indemoniati, e scacciò gli spiriti con la Parola e curò tutti i malati; perché si adempisse ciò che fu detto per mezzo del profeta Isaia che dice: Egli prese su di sé le nostre infermità e portò su di sé le malattie.

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1. Messaggio nel contesto “Egli prese su di sé le nostre infermità”. Con queste parole del quarto canto del Servo (Is 53,4), Matteo interpreta l’attività terapeutica di Gesù. I miracoli sono segno della potenza di Dio. Ma la sua potenza è la debolezza della misericordia: la sua impotenza di crocifisso è la forza che rifà il mondo nuovo! Sorgente del suo agire è il suo com-patire - e “la compassione uccide”. Ogni azione che non nasce da qui non libera l’uomo: è solo esercizio di potere su di lui. Il brano si articola in tre parti: la guarigione della suocera di Pietro che lo serve (v. 14s), un sommario dell’attività di Gesù che di sera guarisce tutti ( v. 16) e l’interpretazione della sua attività come compimento della profezia sul Servo (v. 17). Il primo miracolo, quello del lebbroso, è segno della vita nuova che Gesù porta; il secondo, quello del centurione, è segno della fede, che l’accoglie;

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questo terzo, con il sommario che segue, mostra l’origine e il fine dei miracoli: il servizio del Servo che ci rende capaci di servire. Il tema è quello del servizio, espressione concreta dell’amore, principio e fine dell’attività di Gesù. Lui è il Servo che ci serve caricando su di sé il nostro male; e noi a nostra volta, serviti da lui come la suocera di Pietro, diventiamo come lui, capaci di servire: “Amatevi come io vi ho amati” (Gv 13,34) è il comando “nuovo” di Gesù. Il dono dello Spirito del Figlio ci dona di fare agli altri ciò che vorremmo che gli altri facessero a noi. Questa è la legge e i profeti (7,12). In questo breve testo si dice il principio, il mezzo e il fine dell’azione di Dio per noi: il principio è lui stesso, che è amore, compassione e servizio; il fine è farci come lui, capaci di servire; il mezzo è il servizio di Gesù. Il servizio è quindi principio, mezzo e fine di ogni miracolo, che ci rende simili a lui, liberi di servire e amare. Questo è il mondo nuovo che Gesù porta. Gesù, il Figlio uguale al Padre, è venuto a liberare la nostra capacità di amare e servire con il servizio della sua croce, dove tutto è compiuto (Gv 19,30). La Chiesa è raffigurata dalla suocera di Pietro: serve perché è servita, ama perché è amata. Si lascia lavare i piedi da Gesù, e così ha parte con lui (Gv 13,8).

2. Lettura del testo 8,14 Venuto Gesù nella casa di Pietro. Siamo a Cafarnao, dove Gesù venne ad abitare fin dall’inizio (4,13). Resterà il punto di riferimento del suo ministero, fino al viaggio ultimo verso Gerusalemme (19,1). La “casa”, dove si vive da figli e da fratelli, è immagine della Chiesa. In essa noi siamo come la suocera di Pietro: immobilizzati dalla febbre, incapaci di servire gli altri e bisognosi di essere serviti. vide. L’iniziativa è di Gesù, che vede la necessità e interviene. Il Signore “vede e provvede”.
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la sua suocera. Pietro era sposato. Accanto a Paolo, che ha scelto il celibato per il regno (1Cor 7,1.7s; cf Mt 19,12), c’è pure chi è sposato, e testimonia il regno nel matrimonio, con quell’amore e quella fedeltà che era “al principio”, nel disegno di Dio (19,4). a letto con febbre. Ci sono molte febbri che tengono a letto e servono a farsi servire. Nella casa di Pietro, come pure per strada, si litiga sempre su chi è il più grande, su chi deve dominare (cf 18,1ss; 20,20ss; cf Mc 9,33-37). Tutti siamo peccatori, privi della gloria di Dio (Rm 3,23): nessuno sa amare e servire gratuitamente, tutti vogliamo essere gratuitamente amati e serviti. v. 15 e toccò la sua mano. Toccò il lebbroso per dargli la vita nuova. Ora con la propria mano tocca la mano di lei per comunicarle la sua capacità di servire. La mano significa l’azione: con essa l’uomo può afferrare e divorare, oppure prendere in dono, lavorare e donare. L’uso che ne fa lo abbrutisce o lo rende come Dio. Molti non distinguono la mano da una mandibola o da un artiglio. e la lasciò la febbre. Toccare è entrare in comunione, scambiare calore ed energia. Al suo tocco si spegne la nostra febbre, guariamo dal nostro egoismo e diventiamo capaci di servire. La sua mano, che è la stessa del Padre (Gv 10,28.29), diventa la nostra, e la nostra diventa la sua, che, inchiodata sulla croce, porterà la nostra febbre. e fu risvegliata . È la stessa parola che si usa per indicare che Gesù “risuscita”. In lei avviene il risveglio dalla morte dell’egoismo alla libertà nel servizio. È passato l’incubo della notte e viene la luce: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli” (1Gv 3,14). e serviva lui. Servire non è semplice segno di guarigione. Neppure è, come dice qualcuno, azione “tipicamente” femminile. In Atti 6,1ss si scelgono sette uomini che servono delle donne! Gesù stesso si definisce “come colui che serve” (Lc 22,27), ed esorta colui che vuol diventare grande a farsi servo, e chi vuol essere primo ad essere schiavo, perché il Figlio dell’uomo “non è venuto

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per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per le moltitudini” (20,26ss). Servire infatti - opposto ad asservire - è espressione concreta dell’amore, che si realizza non tanto con le parole, quanto con i fatti e in verità (1Gv 3,18). Servire è la qualità più profonda di quel Dio che è amore (1Gv 4,18). Gesù, lavando i piedi, rivela la “Gloria”, la sua essenza di Figlio uguale al Padre (Gv 13,1ss). Dio non è padrone, ma servo delle sue creature - come una madre è a servizio dei suoi figli. La croce, dove il Signore pone la sua vita a servizio di tutti, è la distanza infinita tra Dio e tutti gli idoli: a differenza di loro che esigono la vita e danno la morte, lui serve e dà la vita. Per questo il simbolo del messianismo di Gesù è l’asinello, umile animale da servizio (21,1ss). Nella casa di Pietro solo una persona per ora è guarita. Non è Pietro né alcuno degli altri apostoli, così importanti. È una donna, malata, vecchia e suocera! Sarà seguita dalla schiera di quanti faranno la sua stessa esperienza, imparando a stare nella “casa” come colui che serve. Questa donna è la prima opera compiuta, “perfetta”, che il Signore fa: è l’umanità nuova, prototipo a immagine del Figlio/Servo, che gli altri sono chiamati a imitare. La suocera di Pietro è il nostro modello. È lei, e quanti sono come lei, che porta avanti nella Chiesa e nel mondo la storia della salvezza. Ciò che conta agli occhi di Dio non è il forte, lo stimato e il sapiente, ma il debole, il disprezzato e lo stolto. A lui tocca il privilegio di essere ultimo come il suo Signore: è “costretto” a servire, come lui. Dio realizza il suo regno servendosi di ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono (1Cor 1,28). Il povero serve, come il suo Signore; gli altri sono ancora a letto con la febbre - e più sono potenti, più forte è la febbre che scalda il loro cervello. “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi”, dice Gesù (28,20). È con noi nei poveri, che sempre avremo con noi (26,11). E ogni cosa che
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facciamo a uno dei più piccoli, l’avremo fatta a lui (25,40). Per questo si dice che la suocera serviva lui: ogni nostro servizio all’altro è fatto al Signore, che con lui si identifica. v. 16 venuta la sera. Si spegne la luce ed inizia la notte, tempo sottratto all’azione, destinato alla passione. Venuta la sera, simbolo della morte (27,57; 26,20; cf 14,15.23), l’uomo non fa più nulla: tocca il suo limite, la sua notte. portarono a lui molti indemoniati; e scacciò gli spiriti con la Parola, ecc. Anche Gesù conosce la sera e la notte, quando si farà buio a mezzogiorno (27,45). Ma, invece della fine, sarà il principio della sua attività: sarà l’entrata di lui, luce del mondo (cf 4,16), in tutte le nostre tenebre. E allora ci sarà la “Parola” - la parola della croce. Se durante il “giorno” della sua vita Gesù fece qualche esorcismo e miracolo, nella sera della sua morte visitò tutti i perduti e si prese cura di loro. v. 17 perché si adempisse ciò che fu detto, ecc. Gesù, che con la sua notte guarisce le nostre notti, è il compimento della promessa: è il Servo di Dio che con la sua com-passione guarisce le nostre ferite. prese su di sé le nostre infermità (cf Is 53,4ss). L’essere malfermi, caduchi e mortali, tutto ciò che in noi c’è di debole, fragile e inaccettabile, lui sulla croce lo prende su di sé. È il dono che noi facciamo a lui, che in cambio ci dona se stesso. Come dal Padre “prende” la propria vita, così da noi “prende” la nostra morte. Nella sua debolezza sulla croce ogni debolezza è accolta nella forza di Dio. portò su di sé le malattie . Chi ama porta il male dell’amato. E il Signore è tutto e solo amore. Portare, in greco bastàzo da cui la parola italiana “il basto”, è l’azione dell’asino, il somaro che porta “la soma”. Gesù che muore in croce porta su di sé il peso dei nostri mali. Insieme all’agnello, l’asino è uno dei primi simboli di Cristo - vedi il crocifisso con la testa d’asino nelle Catacombe.

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Le nostre infermità e malattie diventano il luogo di comunione con lui, che con la sua croce si prende cura di noi. Si fa nostro servo perché noi otteniamo la sua libertà, che è servire per amore (cf Gal 5,13).

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginandomi nella casa di Pietro c. chiedo ciò che voglio: guarire dalla “febbre” dell’egoismo per amare e servire d. traendone frutto, medito sul testo da notare: la suocera la febbre Gesù tocca la sua mano fu risvegliata serviva la sera prese su di sé le nostre infermità. 4. Testi utili: Sal 147,1-11; Gal 5,13s; Mt 20,20-28; 1Cor 1,18-31; Is 53,1ss; Mt 21,1-11.

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27. SEGUIRÒ TE SEGUI ME 8,18-22 8,18 19 Ora, vedendo Gesù folla attorno a sé, ordinò di passare all’altra riva. E, avvicinatosi, uno scriba gli disse: Maestro, seguirò te ovunque tu vada! E gli dice Gesù: Le volpi hanno tane e gli uccelli del cielo nidi; ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo! Ora un altro dei (suoi) discepoli gli disse: Signore, permettimi prima di andare a seppellire mio padre! Ora Gesù gli dice: Seguimi, e lascia i morti seppellire i loro morti!

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1. Messaggio nel contesto “Seguirò te”, dice uno scriba a Gesù; “Seguimi”, dice Gesù a un discepolo. Le due scene fanno vedere la differenza tra lo scriba e il discepolo. Il primo si mette liberamente a scuola del maestro che lui stesso sceglie per imparare la Parola da seguire, e diventare a sua volta maestro; il secondo è chiamato direttamente da Gesù a seguire lui. Gesù non è il maestro, ma la Parola stessa, il Signore, che viene “prima” di tutto. Ciò che per lo scriba è Dio e la sua legge, per il discepolo è Gesù e il suo cammino: l’unico tesoro, l’unico affetto della vita.

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Matteo è uno scriba diventato discepolo: ha trovato la novità assoluta, il tesoro, la perla preziosa, e con gioia vende tutto per entrarne in possesso (13,52.44-46). Il tema del brano è seguire Gesù. I tre miracoli precedenti ci mostrano ciò che in noi opera la sua parola. Tutto questo si realizza nel seguire lui: la fede nella sua Parola ci libera dalla lebbra e ci rende capaci di fare il suo stesso cammino di servizio ai fratelli. Solo chi lo segue giunge “all’altra riva”, porta a compimento la traversata che tutti dobbiamo fare. Diversamente naufraga. A questo punto il lettore è chiamato a sbilanciarsi doppiamente. Da scriba è chiamato a diventare discepolo, investendo tutto in colui che è non solo il maestro, ma il Signore. E, diventato discepolo, è chiamato a superare ogni velleitarismo, amando lui, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente (22, 37s; Dt 6,4s). Questa è la vita (Dt 30,20), il dono che lui fa al suo discepolo. Gesù è il Signore. La Chiesa lo riconosce come unico bene e lo vive come suo primo e unico amore.

2. Lettura del testo 8,18 Vedendo Gesù folla attorno a sé, ordinò di passare all’altra riva. Gesù comanda di “passare all’altra riva”. Si rivolge a tutta la folla o solo ai discepoli? “Passare all’altra riva”, vincendo il mare che inghiotte ( vv. 23-27), il male che devasta (vv. 28-34), il peccato che paralizza ( 9,1-8), la malattia e la morte che domina sovrana ( 9,18-26), è il desiderio-destino di ogni uomo. Per questo si cerca maestri o signori tra quanti gli promettono aiuto in questa traversata proibitiva, anzi impossibile. v. 19 uno scriba gli disse: Maestro. Non è ancora discepolo di Gesù. Questi è per lui un maestro, non la Parola stessa, il Signore (v. 21) da seguire.
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seguirò te. Lo scriba si sceglie lui il maestro da seguire, per imparare la Parola e diventare a sua volta maestro. Gesù invece dice: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv. 15,16), e: “Uno solo è il vostro maestro” (23,8). Lui è il Signore, che si è legato a noi e ci ha scelti perché ci ama di amore eterno (Dt 7,7s; Ger 31,3). ovunque tu vada. Il discepolo segue il maestro: la comunanza di vita insegna più di ogni parola. Ma questo scriba ignora dove Gesù va, perché non sa da dove viene. Ignora che è il Figlio che viene dal Padre e a lui fa ritorno. v. 20 le volpi hanno tane, gli uccelli del cielo nidi. Tana e nido sono il luogo da cui ciascuno viene. Sono immagini della madre - casa, vita, cibo, sicurezza, ricchezza e appagamento. Eppure chi non lascia la madre, “non è degno di me” (10,37): non è ancora nato. il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo. Gesù non ha tesori sulla terra: dove è il suo tesoro, lì è anche il suo cuore (6,19.21). Fuori da ogni tana e nido, è povero e libero. La povertà, facendoci riporre ogni fiducia nel Padre, ci genera suoi figli. Solo se la povertà è nostra madre, Dio è nostro Padre: la vita non dipende dalle cose, ma da lui. La libertà dalle cose e dal piacere che procurano è il primo dono che Gesù fa al suo discepolo: lo fa uscire dalla madre, lo fa venire alla luce come figlio del Padre, come uomo libero. Il Figlio dell’uomo è Gesù che ha sofferto, è morto, è risorto e tornerà per il giudizio. La sua povertà, che lo fa figlio che tutto riceve dal Padre, allora come adesso è il suo giudizio sul mondo; e rimane il criterio per riconoscerlo come salvatore presente nella storia: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me! ” (25,40). Nel povero siamo giudicati e salvati! v. 21 un altro dei (suoi) discepoli. Se la scena precedente segna il passaggio tra lo scriba e il discepolo, questa mostra come essere discepoli autentici.

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gli disse: Signore. Per il discepolo Gesù non è solo il maestro (v. 19), ma il Signore. Non ha alcun bene al di sopra di lui (Sal 16,2). Come Paolo, è stato conquistato da lui (Fil 3,12), fino a dire che lui è la sua vita (Fil 1,21; cf Gal 2,20) permettimi prima di andare a seppellire mio padre . Anche chi ha capito che Gesù è il Signore, ha resistenze che vengono dal cuore, affetti che vengono “prima” di lui. Ma il Signore non può essere secondo a nessuno: non sarebbe più il Signore. Ciò che viene prima di lui, è praticamente il tuo Signore. Come la madre, raffigurata dalle tane e dal nido, rappresenta i beni che garantiscono la vita e costituiscono il mondo del piacere, così il padre rappresenta la prima delle relazioni libere che garantiscono la vita umana e costituiscono il mondo del dovere. Come bisogna essere liberi dalla madre per nascere alla vita biologica, così bisogna essere liberi dal padre per nascere alla vita adulta. Ogni cosa e relazione, ogni piacere e dovere che si pone come assoluto, “prima” di Dio, ci toglie la libertà. Solo l’amore per il Signore sopra tutto ci rende liberi davanti al resto; solo l’assoluto ci “ab-solve”, ci scioglie-da tutto perché tutto relativizza. Il discepolo quindi esce dalla madre (tana, nido, piacere) e dal padre (relazione, realizzazione, dovere), per nascere come uomo libero, figlio di Dio. v. 22 Gesù gli dice: seguimi! Seguire lui non è pretesa e volontà mia, ma chiamata e dono suo per me. E la chiamata e il dono di Dio sono irrevocabili (Rm 11,29), radicati nel suo amore forte e fedele in eterno (Sal 117,2). lascia i morti seppellire i loro morti. Sono i vivi che seppelliscono i morti! Ma chi pone un affetto “prima” del Signore, è già morto: manca dell’altra sua parte, che lo fa vivere. Ogni sua relazione avrà sempre il sapore della morte. Pur con il colore della “pietas”, la sua vita non sarà che un seppellire morti.

3. Pregare il testo
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a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Gesù sul lago, che comanda di compiere la traversata c. chiedo ciò che voglio: la libertà dalle cose e dalle persone, perché Gesù sia il mio affetto primo, il mio Signore d. traendone frutto, medito sul testo da notare: passare all’altra riva maestro, seguirò te il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo Signore, permettimi prima segui me lascia i morti seppellire i morti 4. Testi utili: Sal 16; 23; Dt 6,4ss; 30,15-20; Mt 13,44-46; Fil 3,1ss; Gal 2,20.

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28. PERCHÉ SIETE PAUROSI, O VOI DI POCA FEDE 8,23-27 8,23 24 E, salito lui sulla barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco un moto grande ci fu sul mare, sì che la barca era ricoperta dalle onde; ma egli dormiva. E, avvicinatisi, lo risvegliarono dicendo: Signore, salva! Siamo perduti! E dice loro: Perché siete paurosi, o voi di poca fede? Allora, risvegliatosi, minacciò i venti e il mare, e vi fu grande bonaccia. Ora gli uomini si meravigliarono, dicendo: Da dove è costui, che anche i venti e il mare a lui obbediscono?

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1. Messaggio nel contesto “Perché siete paurosi, o voi di poca fede!”, dice Gesù ai discepoli che l’avevano seguito nella traversata. Paura e fiducia sono due sentimenti opposti che si contendono il cuore dell’uomo. La prima lo blocca, la seconda lo fa camminare. Crescendo l’una, cala l’altra e viceversa. Sta a noi favorire la fiducia e tenere a bada la paura. Questa viene dalla coscienza del limite e conta su ciò che noi possiamo, quella viene dalla conoscenza che Dio ci è Padre e conta su ciò che lui può. I discepoli lo hanno seguito, ma non sanno ancora che devono posare il capo anche sul mare in tempesta. Non è il padre che bisogna seppellire, ma le proprie paure. Diversamente non si giunge all’altra riva. La traversata di Gesù con i suoi discepoli è immagine dell’esistenza umana. La barca è la comunità, dove lui sta con noi. Deve passare difficoltà, burrasche
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e tempeste. Prima o dopo tutti andiamo a fondo. È l’unica certezza. Numerosi anticipi ce la richiamano, se per caso la dimenticassimo. Le situazioni limite, come evidenziano la pochezza, così stimolano la crescita della fede. I momenti di crisi - fino a quella crisi ultima - sono il luogo stesso della fede. Diversamente non serve per vivere una vita libera dalla paura della morte, la cui vista, come una Gorgone, ci pietrifica. Una fede che non si misura con la morte, non passa per la verità dell’uomo che è “humus” (terra), ed è incapace di dare senso positivo al suo essere al mondo. La morte resterebbe il tiranno che la governa. Se si vuol giungere all’altra riva, va sdemonizzato il mare, l’abisso e la stessa morte. È quanto fa il Signore che “dorme” e “si sveglia”, che muore e risorge, per rompere definitivamente il muro che separa la nostra realtà di morte dal suo desiderio di vita. Il racconto è una scena battesimale. È quel battesimo che si compie nell’arco di tutta la nostra storia personale e comunitaria, e ci immerge (= battezza) sempre più nel Signore, fino a quando, alla fine, ci fa entrare, con lui che “dorme”, nella sua stessa morte per uscirne con la sua stessa vita (cf Rm 6,111). Gesù è colui al quale il vento ed il mare obbediscono. Lui ha “dormito” con noi e si è “risvegliato” per noi. Il suo sonno è la fiducia di chi posa il capo in seno al Padre. Per questa sua fede “si risveglia” nella potenza di Dio, dominatore del mare. Anche noi possiamo avere fiducia in lui: è il Signore che salva. Ma non “dalla” morte - sarebbe un’illusione, perché sappiamo di essere mortali!- bensì “nella” morte, offrendoci il risveglio a una vita nuova che va oltre la stessa morte. La Chiesa è la comunità di coloro che sono battezzati nella sua morte, per aver parte alla sua medesima vita (cf Rm 6,3-11). Lo seguono e sono con lui sulla stessa barca: sia che veglino sia che dormano, vivono ormai sempre con il Signore (1Ts 5,10).
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2. Lettura del testo 8,23 Salito lui sulla barca. Non è “una”, bensì “la” barca, dove Gesù sta con i suoi discepoli. Pezzo di legno che sta sull’abisso e lo attraversa portato dall’acqua, la barca è il luogo della vita salvata. È immagine della Chiesa, nata dal legno della croce, dove Gesù per lei e con lei ha dormito e si è risvegliato. La croce è il legno con cui lui stesso ha compiuto, in solidarietà con tutti e una volta per tutte, la “traversata” dalla morte alla vita - desiderio impossibile e ineliminabile di ogni uomo. lo seguirono i suoi discepoli. I discepoli ora vedono dove lui posa il capo: si abbandona al Padre della vita oltre la stessa morte. Anche la folla sulla riva è chiamata a passare “all’altra riva” (v. 18). Siamo “transeunti”: la vita è un passaggio. I discepoli sono i primi che lo compiono: con lui, che dorme e si risveglia, entrano ed escono dall’abisso a tutti comune. Imparano ad aver fede nelle traversie della vita, vincendo le tempeste della paura della morte. Sono i primi che, “pescati” dal Figlio, sono chiamati a diventare, come lui, “pescatori di uomini” (4,19). v. 24 un moto grande ci fu sul mare. Uno scuotimento alza l’abisso contro di loro. Così sarà anche quando Gesù sarà ghermito e poi restituito vittorioso dal sepolcro (27,54; 28,2). Il mare, simbolo della morte, si leva per inghiottire tutto e tutti - come sarà alla fine del mondo (24,7). È ciò che temiamo. Sappiamo che avverrà, anche se ignoriamo il quando. Tutto ciò che noi facciamo non è che un tentativo - immane ed inutile come la fatica di Sisifo per uscire da questa situazione: la cultura è “una macchina d’immortalità” , il cui motore è la coscienza del limite e la protesta contro di esso. la barca era ricoperta dalle onde. La barca è invasa dai flutti, preda della morte. Davanti a questa non c’è persona o comunità che tenga.

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ma egli dormiva. Il suo è l’atteggiamento del bimbo in braccio a sua madre (Sal 131), che gli permette di abbandonarsi e sperare anche nelle difficoltà estreme, ora e sempre. Il sonno è simbolo della morte. Non ha paura dell’abisso. Sua madre è la fiducia nel Padre della vita: vive il limite assoluto come comunione con l’Assoluto, la fine come ricongiungimento col principio. v. 25 avvicinatisi lo risvegliarono. Gesù ha dormito del nostro sonno di creature limitate per farsi vicino a noi. Il nostro farci vicini a lui segna il suo risveglio per noi, ed è principio della nostra salvezza. Nel suo sonno ha vinto la nostra morte, e nel suo risveglio ci comunica la sua vittoria. Signore, salva! Signore-salva è il nome di Gesù (Dio-salva), con il quale l’angelo ordinò a Giuseppe di chiamare il Dio-con-noi (1,21.23). Il nostro farci vicini a lui è invocarlo come “Signore” - e chiunque avrà invocato il nome del Signore, sarà salvo (At 2,21). Per essere salvati, nessun altro nome è stato dato agli uomini se non quello di Dio-salva, Gesù (At 4,12). siamo perduti! Dopo il nome di Gesù, ecco quello dei discepoli: “siamo perduti!” Essi sperimentano la perdizione comune a ogni creatura che, come non era, è sempre sotto la minaccia del non esserci. Ma sulla barca siamo con il Figlio, che è fin dal principio e sempre sarà. Egli è venuto a condividere il nostro sonno perché noi potessimo godere del suo riposo, a gustare della nostra morte per saziarci della sua vita. La perdizione è l’unico luogo dove ha senso parlare di salvezza. v. 26 perché siete paurosi? Davanti alla morte tutti abbiamo paura. E la paura di morire cresce fino a farsi paura di vivere. o voi di poca fede. È quasi il soprannome dei discepoli (cf 6,30; 14,31; 16,8; 17,20). La fede è vittoria sulla paura della morte: permette di accoglierla come luogo di comunione con la sorgente della vita. Pur paurosi e di poca fede, i discepoli hanno nel Signore quella fede che li fa rivolgere a lui. Non bisogna “spegnere il lucignolo fumigante” (12,20 = Is
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42,3). È di grande valore anche quella “poca fede” che esce nelle situazioni limite. Nel bisogno, il figlio si rivolge naturalmente alla mamma - e l’uomo a Dio, non ad altri. Anche i vecchi invocano la mamma prima di morire. La fiducia in chi dà la vita esce proprio quando la si perde. L’uomo è coscienza di morte, anche se per lo più rimossa. Essa pone a tutti, in modo radicale, il problema della fede. Fin che viviamo e ci sentiamo forti, fede e non fede sono in noi sempre mischiate, come l’oro e la pietra. Le tribolazioni - anticipo della tribolazione finale - “trebbiano” (tribolare e trebbiare sono parole imparentate), macinano e purificano la nostra fede, per renderla come l’oro puro (cf 1Pt 1,6ss). Per questo Paolo si vanta delle tribolazioni, sapendo che frantumano le speranze fasulle e lasciano alla fine quell’unica speranza che non delude (cf Rm 5,3-5). Una fede che trascura la realtà della morte, non serve né per vivere né per morire. Avrebbe nulla da dire sull’esistenza umana, condannata ad “essere per la morte”. allora, risvegliatosi. Dal testo sembra che Gesù abbia parlato prima di svegliarsi. Ed è vero! Infatti la sua parola di vita è “la parola della croce” (1Cor 1,18), la sua morte per noi minacciò i venti e il mare. Gesù, che ha dormito e si è risvegliato, placa la tempesta dei discepoli e di ciascuno di noi. “Dov’è, o morte, la tua vittoria?” (1Cor 15,55 = Is 25,8). La morte non è più vissuta come minaccia della vita. Il mio limite non è il luogo del contatto con l’altro possibilità di relazione, comunicazione e amore? Il mio limite assoluto non è il nulla di me, ma il contatto con colui che da sempre mi ama e mi dona la sua vita. Gesù “minaccia” i venti ed il mare come i demoni. Molti spiriti di menzogna agitano lo spettro della morte. Gesù sdemonizza la vita e la morte. Questa perde il suo “pungiglione”, il peccato (1Cor 15,56), la sfiducia che impedisce di riconoscerci figli.
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e vi fu grande bonaccia. È la grande calma che viene dalle ferite di Cristo quella pace e gioia che “nessuno può rapire” (Gv. 16,23), e mi permette di “dormire” in comunione con lui che è morto e risorto per me. È il dono del suo Spirito. Nella sua forza posso affrontare “la traversata”, sicuro di arrivare nel porto. Il battesimo mi immerge in Cristo morto e risorto, e mi dà la sua stessa serenità di figlio in braccio a sua madre. Ogni difficoltà e angustia mi introduce sempre più a fondo nella fede in lui. v. 27 gli uomini si meravigliarono . Ci sorprendono questi uomini che spuntano inattesi dal mare tempestoso e placato. Non solo i discepoli, ma anche gli altri sono colti da meraviglia. Per tutti e per sempre il mare è placato. La testa del Figlio già è venuta alla luce. Il resto del corpo sta nascendo, attraverso il travaglio della storia. La sofferenza presente non è più sotto la maledizione della morte, ma sotto il segno della creazione nuova che sta nascendo. I gemiti del tempo presente sono le doglie del parto (cf Rm 8,1830). L’ultimo nostro giorno sarà il “dies natalis”, il nascere alla nostra verità di figli di Dio. “È per nascere che si è nati!” da dove è costui? Non viene da nessuna parte a noi nota. Viene dall’ignoto, dal sonno: emerge addirittura dalla morte quale Signore della vita,

primogenito di coloro che risuscitano dai morti, primo di una numerosa schiera di fratelli (Col 1,18; Rm 8,29). Lui sa da dove viene e dove va: è il Figlio che viene dal Padre e va verso i fratelli. Lui, che ha potere sui venti e sul mare, sulla vita e sulla morte, è con noi sulla nostra stessa barca, e “dorme” per dare anche a noi la fiducia del risveglio. La sua vicinanza è sicura. Accostarsi a lui è risvegliare la nostra fede e sentire la sua pace. Questo è l’atteggiamento del “Figlio”, che compie “la traversata”, ormai non più dominato dalla paura della morte.
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3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando la barca in mezzo al mare in tempesta c. chiedo ciò che voglio: la fede nel Signore che per me ha dormito e si è svegliato d. contemplo le persone: chi sono, che dicono, che fanno da notare: Gesù in barca coi discepoli la tempesta che ricopre la barca Gesù dorme Signore, salva! siamo perduti perché siete paurosi? o gente di poca fede Gesù risvegliato minacciò i venti e il mare ci fu grande bonaccia da dove è costui?

4. Testi utili: Sal 107; 131; Gn 2,3-10; Sap 2,1ss; Eb 2,14s; Rm 6,1-11; 8,1830; 1Cor 15,54-58; Mt 14,22-33. 29. ANDATE 8,28-34 8,28 E venuto lui all’altra riva, nel territorio dei Gadareni, gli vennero incontro due indemoniati uscendo dai sepolcri, tanto furiosi che nessuno poteva passare per quella strada. Ed ecco gridarono dicendo: Che tra noi e te, Figlio di Dio? Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci? Ora c’era lontano da loro una mandria di molti porci al pascolo. Ora i demoni lo supplicavano dicendo: Se ci scacci, mandaci nella mandria di porci. E disse loro: Andate! Ed essi, usciti, andarono nei porci,
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ed ecco si gettò tutta la mandria giù dal dirupo nel mare, e morirono nelle acque. Ora i mandriani fuggirono, e, andati in città, raccontarono ogni cosa e il fatto degli indemoniati. Ed ecco tutta la città uscì per venire incontro a Gesù, e vedendolo lo supplicarono di andarsene dai loro confini.

1. Messaggio nel contesto “Andate!”, dice Gesù ai demoni, che entrano nei porci e finiscono nell’abisso. È il primo esorcismo di Matteo. Appena sedata la tempesta che spaventa i discepoli, Gesù vince la radice stessa della paura: riduce all’impotenza colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e libera così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita (Eb 2,14s). Il Signore che “dorme e si risveglia” quieta il mare: placa il terrore della morte e fa finire nell’abisso colui che ne turba le acque. Diavolo significa “divisore”: con la menzogna divide l’uomo dalla sua verità di figlio e di fratello. Gli indemoniati sono “posseduti”, non padroni di sé, in balìa del nemico: dimorano nei sepolcri e terrorizzano i passanti. Anche se non “assatanati”, pure noi siamo posseduti dall’ignoranza della verità, divisi dalla realtà, estranei a tutto e a tutti. L’esorcismo ci restituisce a noi stessi, alla nostra libertà. Gli esorcismi sono parte essenziale dell’attività di Gesù. Il male non è più fatale: abbiamo la possibilità, quindi la responsabilità, di vincerlo. Sempre saremo esposti ad esso e ne avremo paura. Ma un conto è averla, un altro esserne avuti; un conto è essere vulnerabili, un altro essere feriti o addirittura uccisi. Il brano ci presenta prima l’incontro di Gesù con gli indemoniati ( vv. 28-29), poi la richiesta dei demoni e il loro precipitare nel mare ( vv. 30-32) e infine l’annuncio dei mandriani con la reazione dei Gadareni ( vv. 33-34).
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L’esorcismo è compiuto mediante la Parola: la semplice verità sbugiarda la menzogna. Se l’incredulità ci fa figli del padre della menzogna, omicida fin dal principio (Gv 8,44) - per sua invidia è entrata la morte nel mondo (Sap 2,24) -, la fede nella Parola ci fa figli del Padre della vita. Nella misura in cui abbiamo fede, non siamo schiavi della paura. La nostra “poca fede” è comunque sempre insidiata dall’incredulità. L’esorcismo è una lotta tra diffidenza e fiducia, che dura tutta l’esistenza; si concluderà alla fine, quando necessariamente ci affideremo al Padre della vita. Gesù, nel suo “dormire e risvegliarsi”, è la Parola che vince la menzogna, la luce che sconfigge le tenebre, la fiducia nel Padre che toglie la paura della morte e ci offre un’esistenza libera, filiale e fraterna. La Chiesa prosegue la stessa lotta. Il nemico, seppure in fuga, è ancora attivo. Solo alla fine sarà precipitato nel mare.

2. Lettura del testo 8,28 Venuto lui all’altra riva, nel territorio dei Gadareni . È un territorio pagano della Decapoli. Dove non si conosce Dio, è particolarmente visibile l’azione del nemico. Gesù porta anche lì la vittoria compiuta nel suo sonno/risveglio. gli vennero incontro . Il male non solo non può vincere, ma neanche fuggire. Corre incontro al Signore, come le farfalle notturne alla fiamma. La sua presenza stana dal sepolcro gli indemoniati. due. Matteo reduplica volentieri i personaggi (cf i due ciechi di 9,27ss; i due ciechi di 20,30ss). Due è il principio di molti: il secondo indemoniato e il secondo cieco è colui che legge, chiamato a identificarsi col primo e fare la sua stessa esperienza. L’esorcismo - come la guarigione della vista, che è la fede è per tutti. indemoniati. Sono posseduti dal diavolo, il “divisore”, che li separa dall’Altro, da sé e dagli altri. Il demonio è chiamato solitamente “spirito impuro”.
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“Impuro” è ciò che sa di morte; “spirito” significa respiro, vita. “Spirito impuro” significa una vita di morte, il contrario dello Spirito Santo, che è la vita di Dio. Lo spirito impuro agisce instillando nell’intelligenza una cattiva opinione su Dio e nel cuore la sfiducia verso di lui. Come può vivere uno che considera antagonista e cattivo il proprio principio e fine? uscendo dai sepolcri. In greco sepolcro si dice mnemeîon, che ha la stessa radice di “memoria” e “morte”. La menzogna ci fa abitare nella “memoria di morte” per tutta la vita. Il vangelo ce ne fa uscire, dandoci la “memoria di vita” - il ricordo del Signore che ha dormito e si è svegliato con noi e per noi. L’uomo, unico animale cosciente di morire, è angosciato dalla sua fine; a meno che sappia che, proprio in essa, entra in comunione con il suo stesso principio. tanto furiosi che nessuno poteva passare per quella strada . Chi sta nella morte è dannoso a sé e agli altri. La strada, che tutti porta al sepolcro, è diventata pericolosa, così che nessuno, tranne il Signore della vita, può passare indenne. v. 29 ecco gridarono . È un grido di terrore che vuol terrorizzare. Il male davanti al bene si evidenzia come tale. Prima poteva sembrare “normale”. che tra noi e te, Figlio di Dio? Non c’è nulla in comune tra menzogna e verità: dove c’è l’una, l’altra scompare. La prima reazione davanti alla Parola è di dolorosa estraneità, come quella dell’occhio che si apre al sole. È una tortura: non è per me! Eppure il sole è per l’occhio come la musica per l’orecchio! Gli uomini si chiedevano: “Da dove mai è costui?” (v. 27). I demoni lo sanno: è il Figlio di Dio! Essi credono, ma tremano (Gc 2,19). La fede infatti non è solo sapere chi è lui, ma affidarsi a lui. Vedere il cibo e non mangiarlo è il supplizio di Tantalo: la “pena del danno”, privazione di ciò che sazia la mia fame! Ma può non affidarsi al Signore chi lo conosce? Può la volontà, fatta per amare, non acconsentire a ciò che l’intelligenza le fa vedere come bene? Non è possibile, eppure reale! La nostra libertà infatti è schiava, prima della menzogna che accieca l’intelligenza, poi dell’abitudine al male che blocca la
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volontà. Il Signore è venuto a liberare la nostra libertà, a farci aprire gli occhi della mente e del cuore, che, dilatati nella notte, si chiudono alla luce. sei venuto qui prima del tempo per tormentarci? La vittoria definitiva sul male sarà alla fine del mondo - come alla fine della nostra esistenza, che ne è l’anticipo personale. Ma con la venuta di Gesù il tempo è già compiuto (Mc 1,15): finisce il regno di satana e inizia quello di Dio (4,17). Per i demoni il tempo è finito prima della fine del tempo: già ora la fede in Gesù ci dà la vittoria su di loro. La presenza del bene è avvertita con tormento dal male - e dal malato stesso, che gli presta voce. Il male infatti tende a identificarsi col suo ospite, che diventa indemoniato, paralitico e cieco, di modo che avverte il bene come minaccia. Il Signore separa il malato dal suo tumore, il peccatore dal suo peccato, per restituirlo alla sua integrità. v. 30 c’era lontano da loro una mandria di molti porci . I porci, per gli ebrei, sono animali immondi, dimora più opportuna per lo spirito impuro che non l’uomo, fatto per lo Spirito di Dio. Ma chi non si considera figlio,

necessariamente ha lo spirito di morte - e non c’è da meravigliarsi se si abbrutisce. v. 31 i demoni lo supplicavano . Il demonio è un vinto che supplica il vincitore. Il potere delle tenebre, davanti alla luce, è nullo! se ci scacci, mandaci nella mandria di porci . Il demonio, con il suo spirito di diffidenza, lascia libero l’uomo, che torna ad essere figlio di Dio. Però, prima di finire nell’abisso nel quale voleva sommergerci, rimane ancora per un po’ nei “porci”, nelle nostre zone di incredulità che ci insidiano. v. 32 andate. È l’ordine di Gesù ai demoni. Perché permette loro ancora una temporanea presenza tra noi? Perché c’è ancora incredulità in noi e attorno a noi? Perché il male nella nostra storia, piccola e grande? Dio lo lascia per farne il mistero di salvezza: nelle nostre zone di incredulità sperimentiamo la fede, nelle nostre miserie la sua misericordia. Il male c’è ancora; ma ha perso il suo
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potere di incanto. usciti, andarono nei porci, ecc. Le onde, con le quali i demoni volevano ghermire i discepoli, inghiottono loro stessi. Finché viviamo, le acque, simbolo della morte, causano sempre in noi paura; ma questa è il luogo della fiducia. v. 33 i mandriani fuggirono, ecc. I due indemoniati sono liberi. Ma lo spirito del male è ancora nei mandriani che si allontanano da Gesù, come pure nei Gadareni che lo allontanano (v. 34). Però c’è un fatto nuovo, che per i due ex indemoniati è “buona notizia” e per gli altri cattiva: la liberazione dal male. Il male negli ossessi toglie la maschera e può essere facilmente vinto; negli altri si presenta sotto parvenza di bene, camuffato da interesse, vantaggio e piacere. Ma tutto questo alla fine fa abitare nei sepolcri. Il male, per essere capito come tale, deve aver raggiunto la fase acuta. Esce allo scoperto ed è vinto di sicuro nella morte. Per questo le situazioni limite, come quella dei discepoli nella barca e degli indemoniati nei sepolcri, sono le più propizie. Nella quotidianità ci accontentiamo anche dei “nostri porci comodi” - che rivelano il loro aspetto demoniaco solo nel loro risvolto estremo: portano all’egoismo e tengono sepolti in esso. v. 34 tutta la città uscì per venire incontro a Gesù. Esattamente come gli indemoniati . lo supplicarono di andarsene dai loro confini. I demoni lo avevano pregato di non allontanarli da quei confini (v. 31); i Gadareni lo pregano di allontanarsi dai loro confini. Davanti a Dio il male non ha nessuna libertà. L’uomo invece può anche rifiutare la liberazione. Il Signore ci rispetta, e se ne va con pazienza. Aspetta che i mandriani e tutta la città giungano allo stremo, come i discepoli in barca o i due indemoniati nei sepolcri, perché accettino il suo dono.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando i sepolcri nel dirupo sul lago
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c. chiedo ciò che voglio: liberami dalla paura della morte d. traendone frutto, contemplo la scena da notare : due indemoniati gli vennero incontro uscendo dai sepolcri che tra noi e te? andate! entrarono nei porci e morirono nelle acque i mandriani fuggirono lo supplicavano di andarsene. 4. Testi utili: Sal 49; Sap 1,12-2,24; Eb 2,14s; Rm 6,1-11.12-23.

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30 IL FIGLIO DELL’UOMO HA POTERE SULLA TERRA DI RIMETTERE I PECCATI 9,1-8 9,1 2 E, salito in barca, passò all’altra riva; e venne nella sua città. Ed ecco gli portavano un paralitico che giaceva a letto. E, vedendo Gesù la loro fede, disse al paralitico: Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati. Ed ecco alcuni degli scribi dissero tra sé: Costui bestemmia! E, vedendo i loro pensieri, Gesù disse: Perché pensate cose cattive nei vostri cuori? Cosa è più facile: dire: Ti sono rimessi i tuoi peccati, o dire: Sorgi e cammina? Ora perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha potere sulla terra di rimettere i peccati, allora dice al paralitico: Sorgi, leva il tuo letto e va’ a casa tua. E, sorto, andò a casa sua. Ora, visto ciò, le folle temettero e glorificarono Dio che aveva dato tale potere agli uomini.

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1. Messaggio nel contesto “Il Figlio dell’uomo ha potere sulla terra di rimettere i peccati”. Gesù dice espressamente per l’unica volta il “perché” dei suoi miracoli: sono un segno per mostrare sulla terra il potere di Dio, quello di perdonare i peccati. Peccare è fallire il bersaglio, non raggiungere il proprio fine. I nostri continui fallimenti ci avvolgono come un bozzolo, che alla fine ci incapsula come

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mummie. Quando pensiamo a Dio, subito pensiamo a una legge che giudica e punisce il male. Sentiamo il dovere di osservarla, la colpa di trasgredirla e la necessità di espiare. Dovere, colpa ed espiazione sono tipici di ogni re-ligione, che lega e ri-lega l’uomo, come suo eterno destino. Ma Dio non è legge, e noi non abbiamo debiti con lui: è lui che ne ha con noi. Ci ha fatti per amore, e ogni nostro male è un “suo” fallimento, di cui soffre. Come i genitori con i figli, lui si mette in questione se noi stiamo male o sbagliamo. L’amore infatti non accampa diritti: riconosce i bisogni dell’amato come diritti suoi e doveri propri. Gesù, il Figlio che conosce il Padre, “deve” dare la vita per questo mondo di peccato: è venuto sulla terra per portare ai fratelli nel suo perdono quello del Padre. Questa è una bestemmia. Gesù si fa uguale a Dio, l’unico che perdona. E per di più senza condizioni: non ci perdona perché siamo convertiti, ma possiamo convertirci a lui perché lui per primo si converte a noi - anzi, con mitezza somma, si addossa la colpa di averci abbandonati e ci chiede scusa (cf Is 54,710). Gesù, il Figlio dell’uomo, invece di giudicare assolve, invece di condannare perdona, invece di punire espia per gli altri. Proprio per questo sarà giudicato, condannato e giustiziato sulla croce, da dove tutti ci assolve, perdona e libera. Solo così rivela sulla terra il potere di Dio. La legge giustamente condanna le trasgressioni; ma se Dio perdona, chi più è garante di un agire corretto? Il vangelo ci presenta una “giustizia superiore” (5,20), che è quella del Padre che fa piovere la sua luce e la sua benedizione su tutti i suoi figli, cattivi o buoni che siano (5,45). I miracoli rifanno l’uomo nuovo (8,1-4: il lebbroso), vengono dalla fede (8,513: il centurione), conducono al servizio (8,14s: la suocera), hanno la loro fonte nel “Servo” (8,17) che dorme e si risveglia per vincere la nostra paura della morte (8,23-27: la tempesta sedata), affogando il male che con essa ci tiene schiavi per tutta la vita (8,28-34: l’esorcismo). Ora il vangelo mostra
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come la vita nuova è essenzialmente perdono: la legge ci crocifigge al nostro male, il perdono ci risveglia e incammina verso casa. Perdonare è miracolo più grande che risuscitare un morto. Lazzaro, una volta risuscitato, morirà ancora. Perdonare invece è nascere e far nascere a vita immortale - la stessa di Dio, che è amore ricevuto e accordato senza condizioni. Il perdono è l’esperienza di un amore più grande di ogni male; esso rivela insieme l’identità di Dio, che ama senza misura, e quella dell’uomo, suo figlio, sempre e comunque amato. Il perdono è parte integrante dell’annuncio di morte/resurrezione di Gesù: ne è il significato (Lc 24,46s). La prova che Cristo è risorto, per Paolo consiste nell’esperienza di una vita riscattata dal peccato (1 Cor 15,17). Le prime parole che Dio disse ad Adamo sono: ”Dove sei?” L’uomo non era più al suo posto, perché si era nascosto da lui. Lontano da lui, è lontano da sé e dagli altri, estraneo a tutto. Perché “Dio è il suo posto”. Nel perdono ritrova lui, e in lui se stesso e il suo posto nel mondo. Il peccato è divisione, e la divisione è morte; il perdono ristabilisce comunione di vita ancor più profonda là dove c’era stata divisione. Gesù è venuto sulla terra a portare il giudizio di Dio - il suo potere di legiferare, giudicare e far giustizia. E fa tutto questo nel perdono. Questa bestemmia, che sblocca l’uomo dalla sua paralisi, inchioderà il Figlio dell’uomo sulla croce. La Chiesa è fatta da coloro che hanno accolto questo perdono e lo accordano agli altri: sono figli che vivono la misericordia del Padre, suoi ambasciatori presso tutti i fratelli (2 Cor 5,14-6,2).

2. Lettura del testo 9,1 Venne nella sua città. Cafarnao è ormai la “sua” città adottiva, dove svolge la sua attività e raccoglie i suoi discepoli. v. 2 gli portavano. L’imperfetto indica il tentativo e la difficoltà di
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raggiungere Gesù, addirittura calandolo dal tetto (cf Mc 2,1-12 e Lc 5,17-26). C’è corresponsabilità tra gli uomini: è l’altro che conduce all’Altro! un paralitico. L’uomo è viator . Non è mai di casa dove sta; ovunque si sente estraneo, perché abita altrove. Non è questa la sua città: è in cerca di quella futura (Eb 13,13s), perché è della famigli di Dio (Ef 2,19). Chiamato a diventare perfetto come il Padre (5,48), solo in lui raggiunge la sua casa, nell’amore reciproco che è la dimora dell’uno nell’altro (cf Gv 14,23s). Fine del suo cammino è essere in Dio come Dio è in lui, fatti casa l’uno dell’altro. Il peccato blocca questo cammino: è paralisi interiore che rende immobili. Il moto è vita, l’immobilità rigore cadaverico. a letto. L’uomo sta a letto quando soffre o si riposa, quando sta male e quando muore. La paralisi fissa il paralitico a letto. Questo può essere simbolo della legge. Buona in sé, è però luogo di contenzione per chi la trasgredisce. La sua funzione positiva è mostrare il male come tale, e, come pedagogo, condurre a Gesù, il maestro: la legge che condanna porta al Cristo che perdona. Una volta perdonato, il paralitico “cammina” - camminare è il modo concreto di comportarsi - portando il letto sul quale prima era portato: è in grado di adempiere la legge. Infatti chi è perdonato di più, amerà di più (Lc 7,42s) - e l’amore è pieno compimento della legge (Rm 13,10). vedendo la loro fede . La fede è l’origine dei miracoli: è comunione con Dio, sorgente inesauribile di bene, dal quale ognuno attinge secondo il bisogno. coraggio. La fede è il coraggio dell’impossibile: ci mette in comunione con colui al quale nulla è impossibile (Lc 1,37). figliolo. In greco c’è: “genito”. Anche se non lo sai e non lo accetti, Dio ha nei tuoi confronti sentimenti materni e paterni, perché ti ha generato. Questo amore è fonte del per-dono, come lo è del dono della vita. ti sono rimessi. È passivo divino. Rimettere significa allontanare. Dio manda via da te i tuoi fallimenti di cui fai sempre ri-cordo, quel male che ti aderisce e mangia come un tumore. Tutto il negativo che hai fatto e che ti porti dentro
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come una massa oscura, è gettato lontano da te. Perdonare è difficile, anzi impossibile: è azione di Dio. Accettare il perdono è l’azione più grande dell’uomo: ci fa essere ciò che siamo - figli del Padre, gratuitamente amati. Perdonare a nostra volta ci fa figli uguali al Padre. Chi è perdonato, perdona; chi non perdona, non ha ancora accettato il perdono (6,12; 18,35) e non conosce il Signore (Ger 31,34). i peccati. L’uomo è relazione, innanzi tutto con Dio. Il peccato la rompe. Ma può essere ristabilita dal perdono. Se lo accetto, conosco Dio come Padre e me stesso come suo figlio. Non siamo amati perché bravi - allora saremmo odiati se cattivi! Siamo invece amati gratuitamente - l’amore o è gratuito o non è: l’amore “meritato” si chiama “meretricio”! - e lo scopriamo perché perdonati senza merito alcuno. Proprio dove è abbondato il peccato, sovrabbonda la grazia (Rm 5,20). Non per questo dobbiamo peccare (Rm 6,1.15; 3,8); ma, proprio nel nostro peccato, possiamo comprendere quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità (Ef 3,18) dell’amore del Padre in Cristo per noi, dal quale nulla ci potrà mai più separare (Rm 8,39). Veramente tutto, anche il male, coopera al bene (Rm 8,28), per coloro che hanno accolto il suo amore. v. 3 alcuni degli scribi dissero tra sé . Parlare tra sé è aborto di dialogo, fallimento della parola: invece che manifestazione, è nascondimento di sé, per difendersi o attaccare. costui bestemmia. Perdonare i peccati è prerogativa di Dio (Es 34,6s; Sal 25,18; 32,1-5). Il perdono avviene sempre attraverso un sacrificio di espiazione (cf Lv 4-5). Gesù perdona, quindi è Dio; e perdona senza espiazione nostra, quindi Dio è diverso da come noi lo concepiamo. La bestemmia è doppia: che l’uomo Gesù sia Dio, e che Dio sia Dio, altro e santo, proprio perché perdona graziosamente. Questa verità, già chiaramente espressa nell’AT (vedi ad esempio Os 11,8s e Gn 4,1ss), è l’essenza del cristianesimo, fine della legge e principio del vangelo (5,20-48). Sarà la causa della condanna
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di Gesù (26,65); ma la sua stessa morte sarà rivelazione di questo Dio che nessuno ha mai visto, e che il Figlio ha rivelato (Gv 1,18), proprio attraverso la croce (27,54). v. 4 vedendo i loro pensieri. Il Signore vede e scruta i pensieri dei cuori (Sal 139,1ss). perché pensate cose cattive nei vostri cuori? Il cuore cattivo dà frutti cattivi. La cattiveria suprema è non riconoscere Dio come amore che giustifica, assolve e perdona, confondendolo con la legge che giudica, condanna e punisce. È andare contro l’essenza di Dio, la cui “santità” è la misericordia ( 5,45; cf Lc 6,36). v. 5 cosa è più facile dire, ecc. Per noi è impossibile sia far camminare il paralitico che perdonare. Per Gesù il primo miracolo, esterno, è segno del secondo, interno. v. 6 perché sappiate. Il motivo del miracolo è render noto “il potere” di Gesù e di Dio, che è lo stesso. Solo qui Gesù dice il “perché” dei suoi miracoli. il Figlio dell’uomo . Così Gesù chiamava se stesso. È un’indicazione vaga, che dice secondo che uno è in grado di comprendere del suo mistero. Può semplicemente significare uomo, ma anche Dio. Il Figlio dell’uomo in Daniele porta il giudizio di Dio (Dn 7,14): ha ogni potere in cielo e in terra (28,18). ha potere. “Potere” è attributo di Dio, al quale nulla può opporsi: è l’onnipotente. sulla terra. Gesù, il Figlio dell’uomo, porta sulla terra il potere stesso di Dio in cielo: esegue nel tempo il suo giudizio eterno. rimettere i peccati. Dio non ha altro potere che quello di perdonare, che è il suo dovere nei nostri confronti - “dovere” che lo porterà alla croce. Dio è dono e per-dono. La legge, che pure è dono suo, indica il cammino della vita. Ma se sbagliamo, per ignoranza o cattiveria, lui illumina la nostra ignoranza e vince la nostra cattiveria con il per-dono. Questo ci svela la sua essenza nascosta: amore assoluto, che assolve da ogni male. Il potere, l’onore e la gloria di Dio si
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rivelano sulla croce, dove lui, nel perdonare, mostra l’onnipotenza del suo amore. sorgi! Il perdono è un sorgere, un passare dalla morte alla vita. È il risveglio che fa passare dalla notte al giorno definitivo. leva il tuo letto . Ciò che prima lo portava da malato, ora lui stesso lo porta da sano. Chi è perdonato, ama; e così osserva tutta la legge (7,12). va’ a casa tua . Finalmente l’uomo può giungere a casa: è quella del Figlio, la stessa del Padre. Il perdono sblocca la sua paralisi: non guarda più il suo peccato che, come la Gorgone, lo lascia di pietra. Guarda invece, proprio in esso, l’amore infinito del Signore per lui. Lì sta di casa. Nel brano successivo vedremo Matteo: anche lui, come il paralitico, è il peccatore perdonato che va a casa sua, dove può finalmente mangiare col Signore (vv. 9-13). v. 7 sorto, andò a casa sua . Il suo risveglio è risurrezione, cammino verso casa, sotto il segno del perdono. v. 8 le folle temettero. È il timore sacro del divino. glorificarono. Il timore sfocia in glorificazione: riconosce nel perdono la “Gloria”, il volto di Dio. Dio che aveva dato tale potere agli uomini. Il Figlio dell’uomo è venuto per dare agli uomini il potere di Dio: nel perdono vicendevole tra i fratelli, circola sulla terra la gloria del Padre celeste (Mt 18,21-35). La comunità cristiana, e ciascuno di noi, ha il potere divino di perdonare come siamo perdonati, di amare come siamo amati. La storia cessa di essere alienazione e fuga; diventa riconciliazione e cammino verso la Gloria.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Gesù circondato dalle folle, con il paralitico davanti c. chiedo ciò che voglio: conoscere il Figlio dell’uomo e il suo potere di perdonare
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d. traendone frutto, contemplo la scena da notare: gli portavano un paralitico giaceva a letto coraggio ti sono rimessi i tuoi peccati costui bestemmia perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha potere sulla terra di rimettere i peccati leva il tuo letto va’ a casa tua glorificarono Dio che aveva dato tale potere agli uomini. 4. Testi utili: Sal 103; 130; Is 54,1 ss; Ger 31,31-34; Lc 15,1ss; Mt 18,21-35; 2 Cor 5,14-6,2.

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31. NON SONO VENUTO A CHIAMARE I GIUSTI, MA I PECCATORI 9,9-13 9,9 E, andando via di là, Gesù vide un uomo seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli dice: Segui me! E, levatosi, lo seguì. E avvenne, mentre lui stava sdraiato a mensa nella casa, ecco che molti pubblicani e peccatori, venuti, stavano sdraiati con Gesù e i suoi discepoli. E, vedendo, i farisei dicevano ai suoi discepoli: Perché il vostro maestro mangia con i pubblicani e i peccatori? Ora egli, udito, disse: Non hanno bisogno del medico i sani, ma quelli che stanno male. Andate a imparare cosa significa: Misericordia voglio e non sacrificio. Infatti non venni a chiamare i giusti, ma i peccatori!

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1. Messaggio nel contesto “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori!” Il paralitico che cammina è segno del grande miracolo: il peccatore è chiamato a seguire Gesù. Rimesso in piedi dal perdono, può entrare in casa sua e accogliere chi lo ha accolto, insieme a tanti fratelli, come lui bisognosi di perdono e accoglienza. Continua il tema iniziato nel brano precedente: la legge denuncia il peccato e punisce il peccatore, mentre il Signore rimette il peccato e accoglie il peccatore. Dio non è legge, ma amore; non è sanzione e punizione, ma perdono e medicina. La nostra miseria è il nostro titolo ad accogliere lui, misericordia senza limiti. Il peccato non esclude dal regno. Rappresenta anzi un “privilegio” in due sensi: Dio ama di più il peccatore, perché ha più bisogno, e anche il peccatore

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lo amerà di più, perché ha ricevuto maggiore amore (Lc 7,36-50). Il malato, più è grave, più ha diritto del medico e maggiori sono i doveri di questi nei suoi confronti. Così il peccatore, più è lontano, più ha diritto di misericordia e maggiori sono i doveri di Dio nei suoi confronti. Inoltre il suo peccato non gli impedisce l’esperienza di Dio: anzi, proprio in esso lo chiama per il suo vero nome, che è Gesù, Dio-salva (1,21; cf Lc 1,77). Il brano si articola in tre parti. Nel v. 9 Gesù chiama il pubblicano, identificato con Matteo; nel v. 10 Gesù, con i suoi discepoli, entra in casa sua e si fa commensale con lui e con altri suoi colleghi; nei vv. 11-13, all’obiezione dei farisei contro i discepoli, Gesù risponde dichiarando la sua missione di salvatore, che risponde al suo nome. In questo brano si presenta un problema costante nella Chiesa: i “giusti”, come il fratello maggiore di Lc 15, stentano ad accettare i peccatori. Lo fanno con fatica, e solo se questi si convertono e si sforzano di diventare bravi. Gesù invece accetta quelli non ancora convertiti. Non perdona il peccatore perché si converte; lo perdona prima, perché possa convertirsi. Difficile per il Signore non è convertire quelli di Ninive alla penitenza, ma Giona, il giusto, al perdono. Dio è amore e grazia. Il peccatore facilmente lo riconosce, perché ne ha bisogno. Il giusto invece gli resiste con tutte le forze. Deve prima accettare il peccatore come suo fratello, suo gemello, anzi come se stesso, addirittura come il suo Signore che si è fatto maledizione e peccato per lui (Gal 3,13; 2 Cor 5,21); solo allora conosce Dio e si converte alla “giustizia superiore” (5,20), quella del Dio misericordioso, di grande amore, clemente, longanime, che si lascia impietosire (Gn 4,2). Se esclude dal suo banchetto il peccatore, esclude il Signore stesso, che banchetta con i peccatori. Il nostro unico titolo di merito nei confronti del Dio-che-salva è la nostra perdizione. Gesù chiama tutti, ed è commensale con i peccatori non solo convertiti, come
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Matteo, ma anche con gli altri. Anche Matteo non fu chiamato perché convertito, ma si convertì perché chiamato. Lui è nostro medico proprio con il suo essere con noi peccatori: la sua vicinanza è la medicina. La Chiesa non è fatta di giusti, ma di peccatori perdonati, sempre bisognosi di ricevere e dare perdono. I cristiani non vivono della propria giustizia, ma della sua “grazia”: graziati dal Signore, usano grazia gli uni verso gli altri (Ef 4,32).

2. Lettura del testo 9,9 Andando via di là. Gesù aveva guarito il paralitico facendolo camminare verso casa sua. Ora chiama il peccatore a seguirlo, a essere con lui e come lui. vide. Il suo occhio, come raggio che fende le tenebre, si volge al peccatore, avvolto nell’ombra di morte. Nello splendido quadro del Caravaggio lo sguardo di Gesù, come fascio di luce, alza di sorpresa Matteo, sollevandolo dal tavolo dove sta contando i soldi. un uomo seduto al banco delle imposte . Nel brano precedente c’era il paralitico nel suo letto, ora un uomo seduto al suo banco a contare soldi paralisi più grave e più diffusa! È un esattore di tasse. Persona doppiamente detestabile: riscuote le tasse - nessuno le paga volentieri! -, e lo fa a favore dell’occupante pagano. Gli esattori, alleati degli oppressori, erano immondi, peccatori della razza più detestabile. chiamato Matteo. Marco e Luca lo chiamano Levi (Mc 2,13s; Lc 5,27s), identificato dalla tradizione con l’autore del nostro vangelo. gli dice. Parola e sguardo - intelligenza e amore - sono il principio della creazione: “Disse, e vide che era buono” (Gen 1,3.12.18.21.31). Ora sguardo e parola - amore e intelligenza - sono il principio della ricreazione. segui me! Seguire lui è il senso della vita nuova: significa essere figlio. È il dono che Gesù fa ad ogni fratello. levatosi. Se avesse guardato se stesso e non Gesù, Matteo non si sarebbe
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alzato. Avrebbe detto: non sono degno di seguirlo! Levarsi è una delle due parole che indicano la risurrezione: levarsi o alzarsi, risvegliarsi o sorgere. Rispondere alla sua chiamata è passare dalla morte alla vita, miracolo definitivo che restituisce l’uomo alla sua dignità di figlio. lo seguì. All’istante lascia tutto e cammina dietro di lui. Lo “segue” invitandolo in casa sua, come dicono chiaramente Marco e Luca (Mc 2,15; Lc 5,29). Come il paralitico guarito, va a casa sua; e qui accoglie il Signore che lo ha accolto. v. 10 a mensa nella casa. La casa è il luogo dove la famiglia mangia e vive insieme. molti pubblicani e peccatori, venuti, stavano a mensa con Gesù . Gesù

considera suoi fratelli sia Pietro e Andrea che Giacomo e Giovanni, sia Matteo il peccatore appena convertito che gli altri peccatori. La Chiesa non è fatta di puri, ma di peccatori accolti che accolgono, di perdonati che perdonano. Come il Signore si è fatto loro fratello, così a loro volta si fanno fratelli degli altri peccatori, trasmettendo il perdono del Padre. La Chiesa è necessariamente cattolica (= universale), perché tutti sono figli di Dio, cominciando dagli ultimi. Gesù ha offerto personalmente la prima eucaristia a Giuda che lo tradisce, a Pietro che lo rinnega, agli altri che lo abbandonano. Per parteciparvi “degnamente” non ci è chiesto di essere giusti, ma di “riconoscere i nostri peccati”. Così diciamo all’inizio della messa. E ci accostiamo alla comunione dicendo: “Signore, non sono degno!” Se fossi degno, non andrei a ricevere il suo dono, ma il salario della mia fatica. v. 11 i farisei dicevano ai suoi discepoli. Nella casa, a mensa (nella chiesa all’eucaristia), oltre i discepoli e i peccatori, ci sono anche i farisei e i giusti, che fanno le loro obiezioni e i loro distinguo: come trattare i peccatori? Se fanno debita ammenda, come Matteo, va bene! Ma se continuano come prima, sono da levare di mezzo a noi! Non dice la Scrittura di non stare in compagnia degli empi (cf Sal 1,1) e di eliminare ogni mattina tutti gli empi del paese (cf
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Sal 101,8)? La commensalità con gli empi fa sempre problema. Gesù invece sta con noi, senza vergognarsi di chiamarsi nostro fratello (Eb 2,11). Egli odia il peccato e ama teneramente il peccatore, perché sta male, anche e soprattutto se non lo sa. Noi al contrario siamo duri coi peccatori perché teneri con il male, che riteniamo bene. Detestiamo chi affama, perché amiamo il cibo e riteniamo male essere affamati. Ma proprio questo pensa chi affama, e per questo affama! (Dovremmo pregare più per gli infelici affamatori che per gli affamati, che Gesù chiama “beati”). La misericordia con i peccatori è proporzionale alla conoscenza del peccato come tale e alla libertà da esso. Finché sono duro con i peccatori, sono ancora connivente col peccato. Matteo, sapendo di essere peccatore perdonato, accoglie tutti in casa sua, perché i suoi fratelli sperimentino la stessa accoglienza del Padre che lui ha ricevuto dal Figlio. Appena il mio peccato non mi sta dinanzi (Sal 51,5), invece di ringraziare Dio, mi chiedo: perché ci sono i peccatori nella Chiesa? perché il peccato è ancora tra noi e in noi? non è contro la volontà di Dio? non bisogna strappare le zizzanie (13,24-30) ? v. 12 egli, udito, disse . La domanda è fatta sempre dal fratello maggiore, che è in ciascuno di noi; la risposta viene da Gesù, con ciò che lui ha fatto e detto (At 1,1). Per risolvere i problemi all’interno della Chiesa, il criterio è lasciare la risposta a lui, chiedendosi come ha agito in una circostanza analoga. non hanno bisogno del medico i sani, ma quelli che stanno male. Il medico è Dio, che cura le ferite del suo popolo (Sal 147,3; Is 61,1). Uno ha il raffreddore, un altro la polmonite doppia con complicazioni cardiache: da chi va il medico? Gesù è il medico, e privilegia chi sta peggio. Misura alla grazia di Dio non è la bontà, ma la cattiveria nostra. Il suo amore gratuito è per noi l’unica cura e per lui l’unica rivelazione adeguata.
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Il male non è la sconfitta del bene, ma, paradossalmente, luogo di un bene maggiore. “Perfetto come il Padre” non è chi sbaglia di meno, ma chi ama di più. E certamente ama di più colui al quale è stato perdonato di più (Lc 7,41.43). v. 13 andate a imparare. I farisei sono rimandati alla Scrittura, che contiene non solo la legge, ma anche l’annuncio del perdono. misericordia voglio e non sacrificio (12,7 = Os 6,6). In Os 6,6 Dio chiede il ritorno a colui che grazia e fascia le ferite, e ridà vita al terzo giorno! Bisogna conoscere questo Signore. Non i sacrifici e le espiazioni, ma la scoperta del suo amore ci guarisce. La giustizia di Dio non esige il nostro sacrificio: è misericordia, che porterà lui a sacrificarsi sulla croce. Alla religione della legge e del sacrificio subentra quella della libertà e dell’amore, che viene dalla conoscenza di questo Dio. Finisce la religiosità come sacrificio dell’uomo a Dio, e inizia la risposta d’amore al suo amore. non venni a chiamare i giusti . La missione di Gesù non è verso i giusti. Nessun giusto è salvato, perché nessuno è giusto (Sal 12,2; Rm 3,23) - tranne lui, che si perde per tutti gli ingiusti. ma i peccatori. Gesù è il Figlio mandato a tutti i fratelli perduti: mangia, vive e cammina con loro.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come il solito b. mi raccolgo immaginandomi a mensa in casa di Matteo c. chiedo ciò che voglio: convertimi, o Signore, e sarò convertito (Ger 31,18) d. traendone frutto, contemplo la scena da notare: andando via da lì Gesù vide un uomo seduto al banco delle imposte gli dice: segui me! levatosi lo seguì Gesù a mensa in casa di Matteo
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molti pubblicani e peccatori giacevano a mensa con Gesù perché il Maestro mangia coi peccatori? l’obiezione dei farisei ai discepoli trova risposta direttamente in Gesù non hanno bisogno del medico i sani ma i malati misericordia voglio e non sacrificio non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori. 4. Testi utili: Sal 12; 50; 51; Os 6,3-6; Giona; Lc 7,36-51; 15,1ss; Rm 3,20.23; 5,12-21; 6,5-11; 7,14-25; 8,31-39.

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32. LO SPOSO È CON LORO 9,14-17 9,14 Allora gli si avvicinano i discepoli di Giovanni, dicendo: Perché noi e i farisei digiuniamo (molto), mentre i tuoi discepoli non digiunano? E disse loro Gesù: Possono i figli delle nozze fare lutto quando lo sposo è con loro? Ma verranno i giorni quando sarà loro tolto lo sposo, e allora digiuneranno. Ora nessuno mette una toppa grezza sopra un vestito vecchio, perché il suo rattoppo strappa il vestito e lo squarcio è peggiore. Né mettono vino giovane in otri vecchi, se no si rompono gli otri, e il vino si riversa fuori e gli otri vanno perduti; ma mettono vino giovane in otri nuovi, e ambedue si conservano.

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1. Messaggio nel contesto “Lo sposo è con loro” , risponde Gesù: per questo i suoi discepoli non digiunano. Nella sua carne è indissolubilmente unita divinità e umanità, si celebrano le nozze tra l’uomo e Dio. In casa di Matteo il peccatore, oltre i discepoli e altri peccatori, ci sono anche i farisei (cf brano precedente) e i discepoli di Giovanni: tutti sono presenti alle nozze dell’Agnello, che porta su di sé il peccato del mondo (Gv 1,29). Nessuno è escluso dalla festa, perché egli è il principio e il fine della creazione: per lui e in vista di lui tutto è stato fatto e tutto sussiste in lui (Col 1,16s), vita di quanto esiste (Gv 1,3b-4). Il Signore che mangia con tutti, peccatori convinti o meno, è il riposo di Dio nella sua creazione e della creazione nel suo Dio. Nascono i cieli nuovi e la terra nuova, dove ha stabile dimora la giustizia di Dio (2Pt
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3,13). Il racconto usa parole primordiali, di immediata comprensione, quali il cibo e il digiuno, l’amore e il vestito, il vino e gli otri. Con Gesù è finito il digiuno, e inizia il banchetto nuziale (vv. 14-15a), anche se la sua morte comporterà un digiuno attraverso cui passare per giungere alla meta ( v. 15b). La vita nuova che lui porta non è un aggiustamento di quella vecchia ( v. 16); c’è finalmente qualcosa di nuovo sotto il sole (Qo 1,9): il vino nuovo ( v. 17), lo Spirito nuovo promesso dai profeti (Ez 36,26), effuso nei nostri cuori (Rm 5,5), che esige e dona un cuore nuovo. Le metafore illustrano, con semplicità divina, la bellezza della vita nuova e la sua inconciliabilità con quella vecchia. In casa di Matteo, noi peccatori siamo chiamati al banchetto di nozze. Su quanti siedono alla mensa del Figlio, si riversa ogni dono di Dio. L’uomo conosce digiuno, solitudine, nudità, sopore e ovvietà di morte, perché è fame di amore, vestito, ebbrezza, novità e vita. La venuta del Signore sazia questa fame, antica come l’uomo stesso. Gesù è il cibo, lo sposo, il vestito nuovo, il vino migliore riservato alla fine. In lui ci è donato tutto ciò che Dio è. La Chiesa non digiuna: fatta di peccatori, fa eucaristia per il dono del perdono di cui perennemente vive e gioisce.

2. Lettura del testo 9,14 Allora gli si avvicinano i discepoli di Giovanni. Giovanni proclama la conversione e annuncia colui che viene “dopo”. noi e i farisei digiuniamo. I suoi discepoli digiunano: per loro la vita è attesa del futuro. Anche i farisei, fedeli alla tradizione, digiunano: per loro la vita sta nell’osservanza del passato. Per le persone religiose il presente è sempre digiuno: la vita è nel futuro o nel passato, desiderio di ciò che sarà o nostalgia di ciò che è stato!
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i tuoi discepoli non digiunano . Dio non è uno che era o sarà: egli è. Per questo i discepoli di Gesù non digiunano: vivono la gioia dell’incontro con lui. v. 15 possono i figli delle nozze. L’espressione ebraica “figli delle nozze” indica gli invitati. Con Gesù partecipiamo al banchetto del Messia, pienezza di vita (cf Is 25,6-12; 55,1ss; Pr 9,1-6; Sir 24,18-20). fare lutto. Il lutto è segno di morte, di cui il digiuno fa parte essenziale: mangiare è vivere, digiunare è morire. Il banchetto che il Signore ci offre elimina la morte per sempre e asciuga le lacrime su ogni volto (Is 25,8; Ap 7,17). lo sposo è con loro. Ecco il nostro Dio (Is 25,9): è lui lo sposo, l’Emmanuele, che è sempre con noi (1,23; 28,20). Il rapporto sposo/sposa, alterità che si dona e si unisce in amore e giubilo, intensità e tenerezza, fedeltà e fecondità, è la realtà più indicata per alludere al rapporto Dio/uomo (cf Is 61,10s; 62,1-5; Gen 1,27; Os 2,16-25; Cantico dei Cantici; Ap 21-22). In Gesù uomo e Dio sono una carne sola: l’uno è l’altra parte dell’altro, e nessuno potrà più separare ciò che fu unito. Siamo abituati a considerare Dio come madre e padre, che rappresentano quell’amore necessario di cui uno ha bisogno per nascere e per crescere. Ma lui è anche lo sposo, amore libero e corrisposto che ci rende simili a lui, suoi partners. La vita del cristiano non è semplicemente mangiare, ma celebrare il banchetto nuziale: vivere nella pienezza di quell’amore che è Dio stesso, suo sposo. Il “principio dei segni” di Gesù è dare l’ebbrezza del vino all’acqua incolore e insapore della legge, che comanda ma non dà l’amore (cf Gv 2,1ss). Se Giovanni non mangia e non beve, Gesù fu chiamato “mangione e beone”

(11,18s). Matteo sottolinea anche altrove l’aspetto nuziale del regno (22,1-14; 25,1-13). quando sarà tolto loro lo sposo, allora digiuneranno . Lo sposo sarà tolto
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quando sarà elevato sulla croce e levato in cielo. La vita cristiana conosce una pienezza che però non è ancora compiuta. Le nozze già ci sono state: l’unione con Dio, già perfetta in Gesù, è l’anticipo di ciò che sarà per ciascuno di noi alla fine. Ora c’è un’assenza per giungere alla presenza, un digiuno non ancora sazio, un venerdì santo che introduce alla pasqua. Il suo essere-con-noi, per il momento, resta sotto il segno della croce: la sua presenza è nei piccoli - negli affamati, assetati, forestieri, nudi, ammalati, carcerati, in tutte quelle situazioni di digiuno che la nostra storia conoscerà sino alla fine (25,35ss). Lì lui è presente al nostro amore. Il nostro digiuno si sazia, per ora, incontrando lo sposo nella sua presenza crocifissa, con la quale è-con-noi sino al compimento dei tempi (28,10), quando entreremo con lui nelle nozze (25,20), prendendo parte alla sua gioia (25,21.23). In questo detto si allude al digiuno del venerdì santo in ricordo della croce. Ma si allude soprattutto al digiuno che lui desidera da noi: dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa il senza tetto, vestire il nudo, sciogliere le catene, spezzare ogni giogo (Is 58,6s). Così incontriamo lo sposo, che si è fatto l’ultimo di tutti (25,40). v. 16 nessuno mette una toppa grezza su un vestito vecchio . Se il banchetto richiama le nozze, queste richiamano il vestito nuziale (cf 22,11-13). Il vestito è la visibilità della persona, che insieme la vela e rivela - è come un corpo che liberamente ciascuno si sceglie. Il mondo è vestito di Dio (Sal 104,1s): rende visibile all’esterno la sua gloria nascosta. Ma col peccato si è logorato: è invecchiato. Dio lo muta, ed è mutato (Sal 102,27). Non si taglia un panno nuovo per aggiustarne uno vecchio: la novità dell’amore non è un semplice restauro dell’uomo vecchio, ma è tutto un nuovo modo di vivere e agire. perché il suo rattoppo strappa il vestito. Un rattoppo (in greco pléroma = pienezza!) nuovo non ci sta su un tessuto vecchio. Essendo più resistente, lo strappa e ne aumenta lo squarcio. Per questo il nuovo non è compatibile col
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vecchio. Non si può mischiare luce e tenebra, vita e morte, amore ed egoismo. Anche se il nuovo in noi convive sempre ancora con il vecchio, tuttavia ne è la morte. Al banchetto nuziale entreremo solo con l’abito nuovo (22,11s): è la grazia di Dio, concessa a tutti, buoni e cattivi, giusti e peccatori, che progressivamente ci riveste giorno dopo giorno. Se il vestito è l’uomo nella sua relazione con l’altro, questo vestito nuovo è la relazione filiale e fraterna propria di chi si è rivestito di Cristo, nella novità di vita (Rm 13,14). v. 17 né mettono vino giovane. Il vino giovane è la benedizione della terra promessa, il coronamento del suo frutto. Rispetto al cibo rappresenta il lusso, il “di più” necessario per essere felici. L’uomo non è fatto solo per mangiare come l’animale. È fatto per amare: solo questo lusso gli dà gioia. Il vino è simbolo del sangue, della vita, dello Spirito. Gesù ha bevuto il vino acido della nostra morte (27,48), per darci alla fine il vino migliore (Gv 2,10): beve il nostro calice di morte (26,42), perché noi beviamo il suo calice di vita (26,27). Non ubriacatevi di vino, ma siate ricolmi dello Spirito (Ef 5,18). Questo amore, “sobria ebbrezza dello Spirito”, è l’alleanza nuova ed eterna tra noi e lo sposo (cf Ger 31,31). in otri vecchi. L’otre è un sacco di pelle per custodire bevande. L’otre vecchio non può contenere il vino nuovo: il cuore di pietra non può contenere lo Spirito d’amore. si rompono gli otri. Lo Spirito nuovo rompe l’otre vecchio: l’uomo vecchio, il cuore di pietra, è perduto e morto per sempre, e lo Spirito si effonde, come il profumo dal vaso rotto (Mc 14,3). mettono vino giovane in otri nuovi . I discepoli di Gesù sono otri nuovi, e vivono nella gioia perché hanno questo vino nuovo: è una gioia che nessun digiuno può oscurare e nessuna potenza rapire (Gv 16,23), perché nulla ormai li può separare dall’amore che Dio ha per loro in Cristo (Rm 8,38s). Lo Spirito
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fa l’uomo nuovo: l’uomo interiore si rinnova di giorno in giorno proprio con la rottura dell’uomo esteriore, dell’otre vecchio (cf 2Cor 4,16). ambedue si conservano . Lo Spirito vivifica l’uomo nuovo e l’uomo nuovo è “tempio dello Spirito”: noi glorifichiamo Dio nel nostro corpo (2Cor 6,19.20; cf Rm 12,1)

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il banchetto in casa di Matteo c. chiedo ciò che voglio: dammi Signore, la sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna (Gv 4,14) d. traendone frutto, medito sul testo da notare: i discepoli di Giovanni digiunano i farisei digiunano i discepoli di Gesù non digiunano lo sposo è con loro quando sarà tolto lo sposo toppa grezza e vestito vecchio vino giovane e otri vecchi vino giovane e otri nuovi. 4. Testi utili: banchetto: Is 25; 55; Pr 9,1-6; nozze: Cantico dei Cantici; Is 61,10-62,5; Os 2,16-25; Ap 21-22; digiuno: Is 58,1ss; veste: Ef 4,20-5,20; vino: Gv 2,1-12; Ez 36,24-37,14.

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33. LA TUA FEDE TI HA SALVATA 9,18-26 9,18 Mentre diceva loro queste cose, ecco venire uno dei capi, che lo adorava dicendo: Mia figlia è appena morta; ma vieni, imponi la mano su di lei, e vivrà. E, risvegliato, Gesù lo seguiva con i suoi discepoli. Ed ecco una donna, che perdeva sangue da dodici anni, venuta dietro, toccò il lembo del suo mantello. Infatti diceva tra sé: Se solo toccherò il suo mantello, sarò salvata. Ora Gesù, voltatosi e vistala, disse: Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata. E fu salvata la donna da quell’istante. E giunto Gesù nella casa del capo e veduti i flautisti e la folla in turbamento, diceva: Ritiratevi, poiché non è morta la fanciulla, ma dorme. E lo deridevano. Quando fu scacciata la folla, entrato, la prese per mano; e fu risvegliata la fanciulla. E uscì questa fama in tutta quella terra.

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1. Messaggio nel contesto
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“La tua fede ti ha salvata”, dice Gesù alla donna che lo tocca e guarisce. Subito dopo, lui stesso tocca la fanciulla e la risuscita. Sono due miracoli a sandwich, da leggere insieme, come due aspetti di un’unica realtà. Il racconto della donna, posto nel mezzo, dice che cos’è la fede: toccare Gesù; il racconto della fanciulla morta e risorta, posto all’inizio e alla fine, dice cosa dà la fede: fa passare dalla morte alla vita. “Toccare”, forma prima e ultima del conoscere, è andare oltre il proprio limite, entrare in comunione e scambio con l’altro. La fede è “toccare” il Signore della vita, che a sua volta ci “tocca” - e il suo tocco è il dono stesso della vita. Non si evita la morte - siamo mortali! - , ma, proprio in essa, si è presi per mano da colui che ci risveglia: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà” (Gv 11,25). Infatti “chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno” (Gv 11,26). La salvezza del Cristo risorto è già presente nella comunità come vita affrancata dalla paura della morte e libera dall’egoismo. Come le due donne, ciascuno di noi è chiamato a sperimentare il tocco di Gesù. Questo “tocco” è lo Spirito Santo, dito di Dio, che scrive nel nostro

cuore il suo nome e lo ferisce col suo amore: è la fede che ci fa amare come siamo amati, ci fa vivere in comunione con lui, sia che vegliamo sia che moriamo (1Ts 5,10). La salvezza dalla morte è “il problema” dell’uomo. Ogni suo sapere e agire altro non è che un vano tentativo di sconfiggere la sovrana incontrastata di tutto e di tutti. Il Signore, che con noi sulla barca ha dormito e si è svegliato, placa il mare e la nostra paura di andare a fondo. Ora, con lui risorto, sciolti dallo spirito del male, dalle nostre paralisi e peccati, siamo chiamati a mangiare con lui, lo sposo; anzi, a toccarlo e a vivere del suo tocco. Così, con-morti, con-sepolti e con-risorti con lui, possiamo già ora vivere la stessa vita nuova di colui che è morto, sepolto e risorto per noi (cf Rm 6,1-11; Col 2,12-15). “Toccando” lui che
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“prende” la nostra mano, usciamo dal lutto del digiuno ed entriamo nel banchetto delle nozze. Matteo, come al solito più sobrio di dettagli rispetto agli altri sinottici, rileva con essenzialità i temi connessi del morire, del toccare (fede), del salvare e del risorgere. Gesù libera quelli che abitano nelle tenebre e nell’ombra di morte (4,16; Is 9,1ss). È il Messia, che porta il regno di Dio: i morti risorgono. La Chiesa è raffigurata dalle due donne, figlie di Sion, delle quali una tocca il Signore e l’altra è presa per mano da lui.

2. Lettura del testo 9,18 Mentre diceva loro queste cose . Gesù sta parlando delle nozze, del vestito nuovo, del vino giovane, in casa di Matteo il peccatore. Ciò che lui dona non è un semplice palliativo ai nostri mali, quasi una pezza su vecchi strappi; è invece lo Spirito e l’amore stesso di Dio che fa nuove tutte le cose. ecco venire uno dei capi. È Giairo, capo delle sinagoga di Cafarnao. La cura di Gesù è rivolta alle pecore perdute d’Israele (15,24; cf 10,6). La Chiesa di Matteo è costituita da loro - che poi, dopo la risurrezione, saranno inviati a tutte le genti (28,19). lo adorava. Adorare Gesù è il fine del vangelo di Matteo: i Magi lo fanno fin dall’inizio (2,2.11), e i discepoli lo faranno alla fine (28,17). mia figlia è appena morta. La figlia indica il futuro, la capacità di trasmettere vita. La giovane figlia del capo della sinagoga, come quella di chiunque altro, è da sempre appena morta: l’uomo non genera che vita per la morte. Ogni nascita non fa che accrescere il numero dei mortali. vieni, imponi la tua mano su di lei e vivrà. Questa è la fede del capo della sinagoga, la fede d’Israele: che il Signore venga e ci doni la vita. La morte è il limite irrimediabile di ogni esistenza, a meno che in esso ci tocchi il Signore stesso della vita.
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v. 19 risvegliato. Gesù è già risorto. Ma prima di risvegliarsi, anche lui ha dormito il nostro sonno. lo seguiva. Il Signore, anche da risorto, ci segue fin dentro la nostra morte. con i suoi discepoli. Con lui sono quelli che già hanno ascoltato la Parola, che fa passare dalla morte alla vita. v. 20 ecco una donna che perdeva sangue da dodici anni . Il sangue è la vita. Questa donna è immagine di tutti i nati da donna: la nostra esistenza da dodici anni - da sempre - altro non è che perdere vita. venuta dietro. Il flusso di sangue ci rende immondi, incapaci di stare di fronte al Signore. Ma proprio per questo siamo ancor più bisognosi di lui, come il malato del medico. Ciò che ci manca per guarire è proprio lui, fonte della vita. toccò il lembo del suo mantello . La fede è toccare il Signore. A questo ci autorizza il nostro male. Ma lo tocchiamo come di spalle e mediante l’orlo della sua veste. La veste del Signore è la sua umanità, della quale si è rivestito; l’orlo della sua veste è la Parola, attraverso la quale noi, ancora oggi, tocchiamo il Verbo che si è fatto carne ed è diventato parola per raggiungere ogni carne. Nella sua umanità abita tutta la pienezza della divinità (Col 1,19), e la sua parola è viva ed efficace (Eb 4,12), capace di compiere ciò per cui fu inviata (Is 55,11). Dio, come ogni persona, lo tocchiamo e ci tocca con la sua parola, che muove il cuore dell’uno verso l’altro. v. 21 diceva infatti tra sé. La fede è una certezza interiore di toccare il Signore nella sua parola, che opera in chi l’accoglie come parola di Dio (cf 1Ts 2,13). se solo toccherò il suo mantello, sarò salvata . Non dice: guarita, ma, salvata. La fede è la certezza che la comunione con il Signore salva. v. 22 Gesù, voltatosi e vistala, disse . Il Signore si volge a chi gli tocca, di spalle, l’orlo del mantello: gli parla faccia a faccia, bocca a bocca. La sua parola gli mostra il Volto e gli tocca il cuore penetrandolo con il suo Spirito. coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata. Questo toccare la Parola, che si fa
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dialogo con il Signore, è la fede che salva. La salvezza infatti è il parlare ed entrare in comunione coraggio della vita. fu salva la donna da quell’istante . La salvezza avviene nel dialogo stesso col Signore. La donna constata, come ciascuno di noi, che la sua parola è vera: opera ciò che promette. Ma solo in colui che crede. In colui che non crede, manca proprio ciò che solo la Parola accolta può dare. L’ora della salvezza è quella della fede. Il problema non è che Dio salvi o che la sua parola sia efficace. Lui vuole tutti salvi e la Parola fa quello che dice. Ma nessun dono può essere fatto a chi non lo accoglie. Solo nell’istante in cui ci fidiamo di lui, siamo salvi. Perché la salvezza è aver fiducia in lui. v. 23 giunto Gesù nella casa del capo, ecc. Nella casa del capo della sinagoga regna la morte, c’è lamento e strepito. È il lutto con cui chi è ancora vivo esprime il dolore per la morte altrui, anticipo della propria. La morte dei genitori è “normale”: la vita continua nei figli. Ma la morte della figlia rivela la tragicità dell’esistenza: ciò che dovrebbe continuare la vita, è già morto. v. 24 ritiratevi. La presenza di Gesù scaccia il lutto e il turbamento. La morte è sdrammatizzata: ha perso il suo pungiglione, il peccato (1Cor 15,56) - la mancanza di fede, che avvelena la vita. non è morta la fanciulla, ma dorme. Il sonno è riposo dalle fatiche per un risveglio nella nuova luce. La morte non è più senza ritorno. Al tocco del Signore è un dormire e risvegliarci, con lui e come lui (8,24s). lo deridevano. Non è il risus paschalis , ma derisione - maschera del ghigno beffardo della morte, che per noi è l’ultima parola. Se la morte produce pianto, la risurrezione, ritenuta impossibile, produce irrisione (vedi At 17,32; 26,24). v. 25 quando fu scacciata la folla . Deve uscire la tristezza e l’incredulità, perché entri il riso e la comunione di vita.
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con lui. Allora la paura della morte lascia il posto al

la prese per mano. Lo sposo prende per mano la sposa, unito con lei nella buona come lo fu nella cattiva sorte. La vita strappa alla morte la sua preda, e la veste di sacco è mutata in abito di danza (cf Sal 30,12). La ragazza, morta perché senza la sua altra parte, ora risuscita perché la ritrova. v. 26 fu risvegliata la fanciulla . Il tocco dello sposo risveglia la fanciulla; un fremito di vita la sconvolge. Ormai è con-sorte del suo Signore, unita a lui in un amore più forte della morte (cf Ct 5,4; 8,6). uscì questa fama . Si diffonde ovunque l’eco di questa parola. Da “quella terra” giunge fino a noi, perché in essa, - lembo del suo mantello - tocchiamo colui che con essa ci tocca e ci salva.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginandomi nel tragitto dalla casa di Matteo alla sinagoga c. chiedo ciò che voglio: toccare lui, essere preso per mano da lui. Chiedo la fede nella sua parola d. traendone frutto, contemplo la scena da notare: mia figlia è morta vieni, imponi la mano su di lei e vivrà risvegliato, Gesù lo seguiva ecco una donna che perdeva sangue tocca di dietro il lembo del suo mantello diceva: se toccherò, sarò salva coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata ritiratevi: la fanciulla non è morta, ma dorme la prese per mano fu risvegliata la fanciulla questa fama uscì. 4. Testi utili: Sal 16; 23; 1Cor 15,1ss; Rm 6,1-11; Col 2,1-15; Mt 22,23-33; Gv 11,1-44.

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34. AVVENGA A VOI SECONDO LA VOSTRA FEDE 9,27-34 9,27 Andando Gesù via di là, lo seguirono due ciechi, gridando e dicendo: Abbi pietà di noi, figlio di Davide! Entrato nella casa, i ciechi gli si avvicinarono, e dice loro Gesù: Credete che posso fare questo (per voi)? Gli dicono: Sì, Signore! Allora toccò i loro occhi, dicendo: Avvenga a voi secondo la vostra fede! E si aprirono i loro occhi. E Gesù sbuffò davanti a loro, dicendo: Guardate che nessuno lo sappia! Ora essi, usciti, diffusero la sua fama in tutta quella terra. Ora, usciti essi, ecco: gli condussero un uomo muto, indemoniato. E, scacciato il demonio, parlò il muto. E si meravigliarono le folle, dicendo: Mai apparve cosa simile in Israele! Ma i farisei dicevano: Con il capo dei demoni scaccia i demoni!

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1. Messaggio nel contesto “Avvenga a voi secondo la vostra fede”, dice Gesù ai due ciechi, guarendo subito dopo il muto. La fede è vista, l’incredulità cecità. In forza della fede, colui che, come Zaccaria, era rimasto muto a causa dell’incredulità, può parlare (cf Lc 1,20).

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I due miracoli, ultimi della serie dei dieci prodigi e punto di arrivo dell’attività di Gesù, descrivono la fede come visione e parola. La vita nuova culmina nell’illuminazione, che ci fa vedere la nostra realtà e ci rende capaci di esprimerla. Vedere è nascere, venire alla luce. La fede nella Parola ci fa nascere come figli, in grado di comunicare coi fratelli. Così si compie la missione del Figlio, primo apostolo inviato ai fratelli. Quelli che a loro volta sono illuminati, la continuano nei confronti degli altri. “Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti, e Cristo ti illuminerà” (Ef 5,14). Tutte le religioni cercano l’illuminazione. Questa non è frutto di esercizi strani, ma di occhi nuovi; non consiste nel vedere cose nuove, ma nel vedere nuove tutte le cose, con gli occhi del Figlio. Chi ha il cuore del Figlio, ovunque vede l’amore del Padre. Invece delle proiezioni delle proprie paure, scorge ovunque la bellezza del suo volto: si sveglia dall’incubo della notte e viene alla luce. Finalmente libero dalla menzogna, conosce la verità ed è in grado di parlare “correttamente” (Mc 7,35). Guarito dalla cecità e dall’afasia, può dire, con gioia sua e altrui, ciò che ha udito, visto e toccato dal Verbo della vita (1Gv 1,2-4). I ciechi, illuminati dalla Parola, saranno a loro volta luce del mondo (5,14). Subito dopo, al c. 10, ci sarà la missione dei Dodici, i primi che hanno avuto occhi nuovi e bocca nuova per proclamare le meraviglie di Dio (At 2,11). Il brano si articola in due parti: i vv. 27-31 raccontano la guarigione dei due ciechi, i vv. 32-34 quella del muto e il diffondersi della Parola, che porta all’accettazione o al rifiuto di Gesù, all’illuminazione o all’accecamento del cuore. Lui è venuto per fare un giudizio: perché chi è cieco veda, e chi crede di vedere diventi cieco (Gv 9,39). Gesù, luce del mondo (Gv 8,12), Parola eterna del Padre, è il Figlio, primogenito di una numerosa schiera di fratelli (Rm 8,29) illuminati alla sua luce. La Chiesa, accesa dal fuoco che lui ha donato il giorno di Pentecoste, è luce
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del mondo (5,14), e trasmette ai fratelli la Parola che guarisce e rigenera a vita filiale e fraterna. 2. Lettura del testo 9,27 Andando via Gesù di là (cf v. 9). Gesù ha appena risvegliato la fanciulla. Ora il vangelo mostra come la risurrezione sia la stessa fede, che fa passare dalla tenebra alla luce. lo seguirono. Anche noi, seppure ciechi come i discepoli e i peccatori, possiamo e dobbiamo seguire Gesù. “Chi segue me, non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12b). L’illuminazione inizia col desiderio di seguirlo - tenue luce che brilla nella notte. Chi poi lo segue, giunge alla luce piena. due. La duplicazione dei miracoli è tipica di Matteo. Uno è il miracolato che racconta, l’altro il lettore che si fa suo compagno nella stessa avventura. ciechi. Il cieco è nelle tenebre: non è ancora venuto alla luce. La prima illuminazione è accorgersi di essere ciechi. Solo chi è fatto per la luce sa di essere cieco. Un sasso non è cieco! Sapere di essere ciechi significa capire di non essere fatti per le tenebre, come sapere di essere mortali è capire di non essere fatti per la morte. La coscienza della cecità e della morte viene dalla nostra dignità: siamo figli, poema di Dio, creati nel Figlio, destinati a partecipare della sua luce e della sua vita (Ef 2,10). La luce è il principio della creazione: energia e vita, intelligenza e amore, fa essere le cose quello che sono. La cecità si oppone alla vista come la tenebra alla luce, il non-senso al senso, la morte alla vita. La realtà è uguale sia per il vedente che per il non vedente. Ma diverso è il loro modo di rapportarsi ad essa: uno ne fruisce e gode, l’altro ci sbatte contro e si fa male. gridando e dicendo . Il grido, forma inarticolata di preghiera, esprime il disagio per il male come bisogno del bene. A questo punto del vangelo il grido sa ciò che desidera e vuole: la luce della fede. La fede stessa è il grande
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miracolo. abbi pietà di noi. La fede è chiedere a Dio di vedere lui come pietà e amore per me, suo figlio nel Figlio. figlio di Davide. Titolo caro a Matteo in connessione coi miracoli (12,23; 15,22; 20,30.31; 21,9.15). In Gesù si compie la promessa fatta a Davide: è il Cristo (1,1). v. 28 entrato nella casa. L’illuminazione avviene nella casa, nella Chiesa. Infatti consiste nel vedere se stesso come figlio e lui come Padre - il che è possibile solo nella fraternità. Chi ama il fratello è figlio ed è passato dalla morte alla vita (cf 1Gv 3,14). L’illuminazione cristiana è per tutti, non per anime elette o menti esercitate. i ciechi gli si avvicinarono . Nella comunità dei fratelli ci si avvicina al Figlio e se ne ascolta la parola. credete che posso fare questo? Gesù chiede se crediamo che lui può darci la vista. La fede non è un dono, ma il dono: ci mette in comunione con lui! Come ogni dono, può essere data solo a chi la desidera e la chiede. Il ritenere che ce la possa dare e il chiederla, è atto della nostra libertà. Anche l’ateo può e deve chiederla, con insistenza pari alla sua resistenza (cf Mc 9,24). sì, Signore. Il loro “sì” al dono della fede è il semaforo verde alla sua potenza. In questo “sì” Gesù è il Signore - l’eterno “sì” per noi che attende il nostro “sì” a lui per farci venire alla luce della sua luce. v. 29 toccò i loro occhi. Il suo “tocco” ci dà occhi nuovi: i suoi stessi di Figlio. avvenga a voi secondo la vostra fede (8,13!). La fede compie il prodigio: ci fa vedere con gli occhi di Dio. v. 30 si aprirono i loro occhi. Adamo aprì gli occhi sulla sua nudità, e si nascose alla luce. Gesù ci apre gli occhi sulla nostra gloria di figli, e ci fa nascere come tali. nessuno lo sappia. Il prodigio della fede è un mistero, noto solo a chi ha aperto gli occhi per vedere ciò che occhio umano mai non vide (1Cor 2,9).
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L’illuminato potrà raccontare la sua esperienza ad altri (vedi miracolo seguente); ma l’illuminazione stessa rimane “il” segreto che conosce solo chi lo sperimenta. v. 31 diffusero la sua fama in tutta quella terra. La fama di Gesù esce dalla casa e si diffonde per tutta la terra, conducendo a lui altri desiderosi di vedere la luce di cui hanno sentito parlare. v. 32 gli condussero un uomo muto, indemoniato. La fama sui ciechi guariti gli porta un muto. La parola è ciò che dà senso alla realtà: tutto senza di essa resta assurdo. L’uomo riceve luce dalla parola, e diventa la parola che ascolta. Il muto è l’uomo in cui si arresta il circuito della parola: per lo più non la può sentire, e, quand’anche la sentisse, non la può esprimere. Dopo l’illuminazione della fede, l’uomo sa finalmente chi è, e può comunicare la sua realtà. v. 33 scacciato il demonio . Il demonio, spirito di tenebra e morte, impedisce la parola di vita. Davanti a Gesù se ne va come la notte davanti al giorno. parlò il muto . Anche lui può dire ciò che ha udito e visto e toccato dal Verbo della vita (1Gv 1,1). Nel discorso sulla missione, che immediatamente segue, questa parola si diffonderà tra tutto il popolo. mai apparve cosa simile in Israele. È la meraviglia davanti al compimento della promessa. v. 34 con il capo dei demoni scaccia i demoni. Davanti alla Parola - al muto che parla - c’è sempre la duplice reazione: la fede che si meraviglia e l’accoglie, l’incredulità che si indurisce e rifiuta, con ragionamenti tanto sottili quanto evidentemente contraddittori (cf 12,22-32!). La storia della salvezza è uno scontro tra fede e incredulità, fra luce e tenebre. Queste non l’accolgono, ma neanche la possono soffocare.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Gesù che esce dalla casa di Giairo e torna alla casa di Pietro
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c. chiedo ciò che voglio: che io veda! chiedo il dono della Parola d. traendone frutto, contemplo la scena da notare: lo seguirono due ciechi gridando e dicendo abbi pietà di noi entrato nella casa, i ciechi gli si avvicinarono credete voi che posso fare questo? sì, Signore! avvenga secondo la vostra fede! un uomo muto scacciato il demonio, parlò il muto mai apparve cosa simile in Israele con il capo dei demoni scaccia i demoni.

fede nella sua

4. Testi utili: Sal 27; 34; Is 42, 7; 60,1 ss; Gv 8,12; 9,1ss; Ef 5,14.

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35. SUPPLICATE DUNQUE IL SIGNORE DELLA MESSE 9,35-38 9,35 E andava attorno Gesù per tutte le città e per tutti i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe e proclamando il vangelo del regno e curando ogni malattia e ogni morbo. Vedendo le folle, ebbe compassione di loro, poiché erano stanche e oppresse come pecore senza pastore. Allora dice ai suoi discepoli: La messe è molta, ma gli operai pochi! Supplicate dunque il Signore della messe, perché getti fuori operai nella sua messe.

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1. Messaggio nel contesto “Supplicate dunque il Signore della messe, perché getti fuori operai nella sua messe”, dice Gesù ai suoi discepoli prima di inviarli a continuare la sua stessa opera. Il discorso sulla missione è introdotto allo stesso modo del discorso sul monte (9,35=4,23). La parola e l’azione del Figlio diventano sorgente della parola e dell’azione dei suoi fratelli: ciò che lui ha detto e fatto, è quanto i discepoli continueranno a dire e a fare. Unica è la missione: quella del Padre che manda il Figlio ai fratelli, perché nella fraternità sua e tra di loro diventino figli. I discepoli, dopo di lui, sono chiamati a trasmetterla nello spazio e nel tempo. “Come il Padre ha mandato me, così anch’io mando voi” (Gv 20,21). La storia è storia di missione: l’unico amore, che è la vita di tutto, “spinge” il Padre verso il Figlio e il Figlio verso il Padre. Ma il Figlio non può amare il Padre, se non ama come lui i fratelli. Per questo va verso di loro, per ricondurli dall’esilio alla casa paterna. L’apostolo, a sua volta, è spinto dal medesimo

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amore (2Cor 5,14). Mediante la fraternità ognuno diventa figlio: amando i fratelli, ama il Padre, il cui amore è amare il Figlio e in lui tutti i suoi figli. La missione ricostruisce l’unione degli uomini nell’unico Figlio del Padre. La Trinità, che è in cielo, si realizza sulla terra nell’amore reciproco, fino a quando Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28). Allora il Signore sarà “uno” su tutta la terra (Zc 14,9), che finalmente diventerà il riflesso della Gloria. Matteo riunisce nel discorso sulla missione anche quanto gli altri sinottici dicono sull’identità del discepolo e sulla sua vocazione. Vocazione e missione sono sempre congiunte: la mia “vocazione” di figlio si realizza nella “missione” verso i fratelli - il nome è sempre relazione all’altro. Questi versetti allacciano la missione della Chiesa a quella di Gesù, che si esplica nell’annuncio del regno e nella cura dell’uomo ( v. 35), e ha nella compassione la sua sorgente ( v. 36). La messe è matura: è impellente che ci siano operai a raccoglierla, perché non vada rovinata ( v. 37). Bisogna pregare, entrare in comunione col Padre, per diventare figli ed essere inviati verso i fratelli (v. 38). Gesù è il primo apostolo, il Figlio inviato ai fratelli dalla compassione del Padre. La Chiesa è apostolica non solo perché ha negli apostoli - e, attraverso di loro, in Gesù, primo apostolo - la propria origine, ma anche perché è fatta di figli che si sentono inviati ai fratelli. Come Paolo, ogni credente è spinto verso i lontani dallo stesso amore di Cristo, che ha dato la vita per tutti (2Cor 5,14).

2. Lettura del testo 9,35 E andava attorno Gesù. Gesù è itinerante. La sua natura di Figlio lo porta verso i fratelli. Lui stesso è la via che va in cerca dei perduti per ricondurli alla verità e alla vita. Gesù che cammina è modello del discepolo, inviato da lui e come lui. Il suo andare non è un divagare turistico, spirituale o meno. È il
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pellegrinaggio verso la casa del Padre, che si realizza perdendosi in cerca di ogni fratello. Il suo modo di andare è certamente come quello che prescrive ai Dodici: in gratuità e povertà (cf 10,1-15). Prima di istruirli con le parole, li addestra con l’esempio. per tutte le città e i villaggi . In ogni luogo, grande o piccolo, ovunque c’è un uomo, c’è un fratello. Nessuno è insignificante. insegnando nelle loro sinagoghe . Gesù, come poi anche Paolo, inizia il suo apostolato nella sinagoga. Da lì la Parola esce per le strade del mondo, fino agli estremi confini della terra. proclamando. C’è un bando, un proclama, un messaggio da rendere noto. il vangelo del regno . È la buona notizia che è giunto il regno del Padre, dove tutti siamo figli e ci amiamo come fratelli. È quanto Gesù ha proclamato sul monte (cc. 5-7). curando. È quanto Gesù ha fatto scendendo dal monte (cc. 8-9). La Parola è sempre connessa con la “terapia”, che vuol dire: “rispetto, venerazione, cura”. Il vangelo è una logoterapia: la Parola, ridandoci la dignità di figli, è la cura prima dai nostri mali. ogni malattia e ogni morbo . L’uomo ha molte malattie che lo fanno stare male, molti “morbi”, che lo rendono “morbido”, cascante, incapace di stare eretto. v. 36 vedendo le folle . L’occhio del Signore è il suo giudizio, molto diverso dal nostro. Lui, che ha il cuore buono, ha solo giudizi di salvezza. ebbe compassione. In greco c’è un verbo che deriva da splánchna, che significa “viscere, utero”. È la qualità materna dell’amore di Dio. Il nostro male muove le sue viscere, fino a com-patire, a patire-con noi il nostro stesso male. erano stanche e oppresse. In greco c’è “lacerate e gettate a terra”. L’uomo, allontanatosi da Dio, è lacerato, diviso da sé e da tutti, e oppresso, schiacciato fino a terra, incapace di stare ritto.
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come pecore senza pastore . Il pastore conduce ai pascoli e alle sorgenti (Sal 23; Ez 34,1ss; Gv 10,1ss). Senza di lui la pecora muore. Nella Bibbia il gregge è il popolo e il pastore Dio stesso, oltre che i capi del popolo come suoi rappresentanti. Ciò che muove a compassione il Signore è la constatazione della miseria di queste pecore, destinate al macello. v. 37 allora dice ai suoi discepoli . Gesù rende partecipi della sua compassione quelli che manderà in missione. la messe è molta. Il male non è il luogo della disperazione, bensì della gioia del raccolto! Infatti proprio nella miseria si vive la misericordia - il grande dono di Dio che è Dio stesso. Il giudizio finale è visto come la mietitura (3,12; 13,30.39), che mette in salvo e la messe e il contadino stesso. Il giudizio di Dio è salvezza nostra, ma anche sua, perché lui non può accettare che i suoi figli si perdano. Esso si compie nella storia mediante la missione del Figlio e di coloro che la continuano. La missione è insieme seminare e raccogliere. Chi semina si incontra con chi miete (Gv 4,35-38): infatti chi semina misericordia ottiene misericordia (5,7). L’umanità è messe matura per il dono di Dio. Non si attendano tempi migliori: il peccato è luogo di perdono, la perdizione di salvezza. Tutti gli uomini, da sempre, sono figli di Dio. Ma nessuno lo sa. Questo è il momento che uno glielo mostri nella sua compassione di fratello. ma gli operai pochi. Gesù è il primo operaio, che opera verso i fratelli con la stessa misericordia del Padre. Attende collaboratori (1Cor 3,9). Dio si serve di noi per due motivi. Primo, perché, collaborando con lui, diventiamo come lui: facendoci fratelli, siamo salvi, perché diventiamo figli (per questo ognuno cristiano è chiamato ad essere apostolo). Secondo, perché nella nostra fraternità gli altri accolgono lo Spirito del Padre, e possono a loro volta farsi suoi collaboratori nei confronti di altri, e così di seguito fino a quando tutti gli uomini realizzeranno il loro nome di figli vivendo da fratelli. v. 38 supplicate dunque, ecc. Se la messe è molta e gli operai pochi, Gesù
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non conclude: “Datevi quindi da fare!”. Chiede invece che si supplichi il Padre, Signore della messe. Solo la comunione con lui e il dono del suo Spirito (Lc 11,9-13) ci fanno figli come il Figlio, liberi dalle nostre false sicurezze (Lc 9,5762), capaci di compiere la sua stessa missione.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Gesù che va attorno, in cerca delle pecore perdute c. chiedo ciò che voglio: sentire la sua compassione e farmi suo compagno e collaboratore d. traendone frutto, medito sul testo da notare: Gesù andava attorno per tutte la città e i villaggi insegnando, proclamando il regno e curando ogni male ebbe compassione pecore senza pastore la messe è molta, gli operai pochi supplicate.

4. Testi utili: Sal 23; 80; 100; Ez 19,2-6a; 34,1ss; Gv 10,1-18; Lc 9,57-62; 10,25-37; 11,9-13.

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36. CHIAMATI, LI INVIÒ 10,1-15 10,1 Chiamati innanzi i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti immondi, per scacciarli e curare ogni malattia e ogni morbo. I nomi dei dodici apostoli sono questi: primo Simone, detto Pietro, e Andrea suo fratello, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, che poi lo tradì. Questi dodici inviò Gesù, dopo averli ammoniti dicendo: Non andate verso i pagani e non entrate in città di samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa di Israele. Camminando proclamate che il regno dei cieli è giunto. Curate infermi, risuscitate morti, mondate lebbrosi, scacciate demoni. In dono prendeste, in dono date. Non procuratevi né oro, né argento, né rame nelle vostre cinture; né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l’operaio è degno del suo cibo. In qualunque città o villaggio entrate, fatevi indicare se c’è una persona degna, e lì dimorate fino alla vostra partenza. Entrando nella casa, salutatela. Se quella casa ne sarà degna,
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la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace torni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglierà e non ascolterà le vostre parole, uscendo da quella casa o da quella città, scuotete la polvere dai vostri piedi. Amen vi dico: più accettabile sarà per la terra di Sodoma e di Gomorra nel giorno del giudizio che per quella città.

1. Messaggio nel contesto “Chiamati, li inviò”. La vocazione e la missione dei Dodici sono messe di seguito. Le due stanno sempre insieme. La vocazione ad essere figli si realizza infatti nella missione verso i fratelli. Gesù chiama a sé operai, che continueranno a fare e a dire quanto lui, prima di loro, ha fatto e detto. Nasce la Chiesa, che ha nei Dodici la radice che li unisce alla terra promessa, a Cristo. Essa è apostolica non solo perché fondata sugli apostoli, ma perché fatta di apostoli, di figli inviati ai fratelli. La missione corrisponde sempre al proprio nome, alla propria storia: Mosè, “salvato dalle acque”, salverà dalle acque i fratelli; Elia, “il mio Dio è HYWH” testimonierà a tutti che solo HYWH è Dio; Gesù, “Dio salva”, salverà il popolo dai suoi peccati! Inoltre sia la vocazione che la missione sono comunitarie: i Dodici rappresentano le dodici tribù d’Israele, sono nominati a coppie e saranno mandati a due a due (Mc 6,7). La comunità è punto di partenza e d’arrivo della missione: realizza la filialità nella fraternità. Solo chi è fratello è figlio, e solo chi è figlio si fa fratello. I Dodici, come sono i depositari del discorso sul monte - tranne Matteo il peccatore, che ha accolto Gesù in casa sua -, sono i destinatari del discorso apostolico: sono inviati a portare alle dodici tribù la Parola del Figlio, che poi sarà offerta a tutte le genti.

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Nei vv. 1-4 c’è la vocazione dei Dodici e i loro nomi, nei vv. 5-15, le istruzioni che Gesù dà loro: rivolgersi alle pecore perdute d’Israele (vv. 5-6), annunciare il regno (v. 7), restituire l’uomo a se stesso (v. 8a) in gratuità e povertà (vv. 8b-10); la loro accoglienza porta la pace messianica ( vv. 1113), il loro rifiuto il giudizio (vv. 14-15). Gesù è il primo apostolo. La Chiesa ha in lui le sue radici attraverso i primi gli apostoli, e fruttifica nell’apostolato di figli inviati ai fratelli. L’itineranza e la mobilità, l’annuncio della Parola e il servizio ai poveri, la gratuità e la povertà sono le sue caratteristiche, così ben incarnate da Paolo l’Apostolo.

2. Lettura del testo 10,1 Chiamati innanzi. L’uomo è come è chiamato. L’Altro dice il mio nome, la mia identità. Il mio nome, detto da lui ancora prima che io nascessi, sono io: è la mia stessa vocazione e missione (Is 49,1s). i suoi dodici discepoli . Gli apostoli sono discepoli che, in quanto “discepoli” che hanno imparato ( discere) a conoscere il Figlio, diventano “apostoli”, inviati ai fratelli, che a loro volta diventeranno “discepoli” (28,19) e quindi apostoli. L’essere discepolo si realizza pienamente nell’essere apostolo, come l’essere figlio nell’essere fratello. Sono dodici come i patriarchi, come le tribù di Israele, stanche e oppresse, alle quali sono inviati per rinnovare l’alleanza. diede loro potere . È il suo stesso potere, quello di vincere il male col bene. sugli spiriti immondi. Il male non è fatale: è sottoposto al Signore e ai suoi inviati. per scacciarli. Fine della missione è liberare dallo spirito immondo e dare lo Spirito Santo. La missione è essenzialmente un esorcismo: la parola e l’amore vincono la menzogna e l’egoismo. curare ogni malattia e morbo. La guarigione esterna, provvisoria e parziale, è segno di quella interna, definitiva e totale.
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vv. 2-4 i nomi dei dodici apostoli sono, ecc. La lista dei Dodici è costituita da sei coppie di nomi. Due è il principio della fraternità. Chi non ha fratelli, difficilmente capisce cosa significa essere figlio - tranne l’Unigenito, che si è fatto fratello di tutti! Conosciamo fin qui solo Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, e Matteo. Simone, chiamato Pietro, è “primo”, non solo della lista, ma per il suo ruolo di pietra (16,18), che confermerà nella fede i fratelli (Lc 22,32). Matteo è il “pubblicano”, l’esattore di tasse di Cafarnao, collaborazionista dei romani. Simone è chiamato il “cananeo”, sinonimo di “guerrigliero”, che lotta per l’indipendenza dai romani. Giuda è chiamato “Iscariota”, che significa forse “mentitore”, oppure è una traslitterazione di “sicario” - appartenente agli Zeloti più spinti, che nei tumulti pugnalavano i nemici del popolo. Non sono né sapienti né perfetti, non appartengono né alla categoria degli scribi né a quella dei farisei, non sono dotti che conoscono la legge né pii che la osservano. Sono pescatori e peccatori, uomini qualunque come noi - non hanno studiato teologia né diritto canonico! Ciò che li unisce è la chiamata del Figlio ad essere figli con lui e fratelli tra di loro. Sono una squadra squisitamente divina; nessun allenatore umano si sarebbe sognato di metterla insieme. Come è possibile combinare i primi quattro con Matteo, al quale dovevano pagare le tasse, e per di più per conto dell’odiato oppressore? E come combinare questo con Simone il Cananeo e l’Iscariota? Sono persone qualunque, alcune poco raccomandabili, per lo più incompatibili tra di loro. È gente la più diversa, che sempre resterà tale, eppure chiamata alla fraternità nel Figlio. Dio non seleziona secondo criteri di bravura, cultura o efficienza: è semplicemente Padre di tutti. La Chiesa è necessariamente “cattolica”, aperta a buoni e cattivi, con idee e culture (o inculture!) diverse, anche se sempre tentata del contrario. Gesù non poteva prendere uomini più disparati; e ognuno è rispettato per quello che è, chiamato ad accogliere e rispettare l’altro nella sua diversità.
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v. 5 Gesù li inviò . Sono inviati a “pescare uomini” (4,19). I pescatori, pescati dal Figlio alla fraternità, sono chiamati a fare altrettanto coi propri fratelli. non andate verso i pagani . La prima missione è per Israele, il primogenito. Gesù, gli apostoli e la prima Chiesa sono giudei. Attraverso loro la salvezza passerà alle genti (28,19). non entrate in città di samaritani . I samaritani rappresentano la paganità in seno a Israele. v. 6 rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’Israele (cf 15,24). La prima missione è rivolta al popolo di Dio affaticato e oppresso. v. 7 camminando. La missione è dinamica: un cammino per raggiungere i fratelli. “La casa dell’apostolo è la via”. proclamate. Non portano un’ideologia! Proclamano un messaggio di gioia: il Signore viene a salvare. Ciò che dicono non lo dimostrano con argomenti, ma lo mostrano con la vita. è giunto. Il regno è qui, presente in loro. L’annuncio ne fa prendere coscienza. il regno dei cieli. È Dio Padre che regna nell’amore tra i suoi figli. Il suo è regno di fraternità e di libertà, di gioia e di pace. È quanto è stato illustrato con la Parola nei cc. 5-7 e con l’azione nei cc. 8-9. v. 8 curate infermi . “Infermo” è colui che non sta in piedi: è l’uomo che perde la sua posizione eretta, prono sotto il giogo della legge o carponi sotto il peso dell’egoismo. Il male non è più luogo di divisione e prevaricazione, ma di cura e di rispetto. La cura del debole è il grande miracolo di chi, come Gesù, si fa servo dei fratelli (8,17). risuscitate morti (cf 9,18-26). Farsi fratello è risuscitare il Figlio in sé e nell’altro. Sappiamo infatti che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli (1Gv 3,14). mondate lebbrosi (cf 8,1-4). L’amore è una vita nuova, libera dalla lebbra della morte e del peccato.
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scacciate demoni (cf 8,28-34; 9,32s). Lo Spirito di verità scaccia quello di menzogna che ci divide dal Padre e tra di noi. in dono prendeste, in dono date . “Prendere” e “dare” in dono è la vita Trinitaria. Il Padre e il Figlio tutto si danno e ricevono reciprocamente, e il loro dono reciproco d’amore è lo Spirito Santo. L’apostolo, dando ciò che ha

ricevuto, entra in seno alla Trinità. v. 9 né oro, né argento, né rame . Il dono è vittoria sul possesso - che trova nel denaro il mediatore universale. L’assenza di danaro fa sì che i rapporti siano di grazia e amore, invece che di interesse e meretricio. L’apostolo, presentandosi povero, può ricevere il dono di essere accolto, e così donare a chi lo accoglie il grande tesoro: diventare come Dio che accoglie. Per l’apostolo è determinante la povertà: è libertà dal dio di questo mondo, segno della gratuità e possibilità di evangelizzare. Su questo punto vedi l’esempio di Paolo (1Cor 9,1ss). v. 10 né bisaccia da viaggio . Se il danaro è la sicurezza del ricco, la bisaccia è la sicurezza del povero, che in essa ripone le sue provviste. L’apostolo invece ha fiducia nel Padre e nei fratelli. né due tuniche. La seconda non è tua: è del fratello che non ce l’ha (Lc 3,11). Se vuoi andare in missione, devi averla già data; diversamente puoi essere scambiato per un mercante di vestiti usati in cambio di anime! né sandali. I sandali sono dell’uomo libero. Tu sei schiavo della Parola (cf Lc 1,2), di cui sei debitore a tutti i fratelli. né bastone . Prolungamento della mano, strumento primordiale, principio della tecnica, il bastone permette di raggiungere l’irraggiungibile. Segno del potere di chi ha più mezzi, è anche scettro di dominio sugli altri. Il bastone di Dio è la croce, che lo rende vicino a tutti e servo di tutti, nessuno escluso. l’operaio è degno del suo cibo. L’apostolo, che dà in dono come in dono riceve, mette chi l’accoglie in grado di fare altrettanto ed entrare così nel circuito della gratuità e della vita. Questa è la ricompensa della fatica
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dell’apostolo, il cibo che lo sazia. v. 11 fatevi indicare se c’è una persona degna . L’annuncio è per tutti - città e villaggi -; ma passa attraverso la “casa” di qualcuno che si apre ad accoglierlo. Il personale precede il sociale. lì dimorate . L’apostolo dimora presso chi lo accoglie. Come il Figlio, anche lui si fa piccolo, perché il fratello che lo accoglie sia accolto nel regno del Padre (cf 25,31-46). Il farsi piccolo permette all’altro di non difendersi e di poterlo accogliere. La missione trova nella povertà e debolezza la sua forza. v. 12s entrando nella casa, salutatela. Il saluto è shalom. La “pace” messianica del regno entra nella casa di chi accoglie il fratello piccolo, che è lo stesso re (25,40.45). Accoglierlo o meno è diventare o meno figlio di Dio. v. 14 scuotete la polvere, ecc. È il gesto di chi, entrando in Israele, lascia indietro la terra degli infedeli. Con esso l’apostolo evidenzia che chi non l’accoglie, resta fuori dalla promessa. v. 15 la terra di Sodoma e Gomorra. Sono le due città che sprofondarono per non aver accolto gli inviati di Dio (Gen 19,24ss). Non accogliere il fratello piccolo è rifiutare il dono del Padre: è perdere la promessa, essere privi del suo Spirito, della vita.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Gesù che va per città e villaggi proclamando il vangelo c. chiedo ciò che voglio: andare ai fratelli in gratuità e povertà, testimone dell’amore del Padre d. traendone frutto, medito sul testo da notare: chiamati innanzi i suoi discepoli il potere di scacciare gli spiriti immondi curare ogni malattia e infermità il “collegio apostolico”: come è formato le istruzioni di Gesù: camminare, annunciare, fare ciò che lui ha fatto, prendendosi cura di ogni debolezza, in gratuità e povertà per essere accolti accogliere il fratello apostolo è diventare figlio: rifiutarlo è non accettare la propria verità.
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4. Testi utili: Sal 146; 1Sam 17,32-51; 2Re 5,1ss; Mc 3,13-19; 6,6b-13; At 3,1-10; 1Cor 9,1 ss.

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37. IO MANDO VOI COME PECORE IN MEZZO AI LUPI 10,16-25 10,16 Ecco, io mando voi come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e nelle loro sinagoghe vi flagelleranno; e davanti a governatori e re sarete condotti, a causa mia in testimonianza per loro e per i pagani. Quando vi consegneranno, non preoccupatevi come o cosa direte: sarà dato a voi in quell’ora cosa direte; non siete voi infatti a parlare, ma lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. Il fratello consegnerà a morte il fratello e il padre il figlio, e si rivolteranno i figli contro i genitori e li uccideranno. E sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Chi sopporterà sino alla fine, costui sarà salvato. Ora, quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un’altra. Amen, vi dico, non avrete finito le città d’Israele prima che arrivi il Figlio dell’uomo. Non c’è discepolo sopra il maestro, né schiavo sopra il suo Signore. È sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per lo schiavo come il suo Signore. Se hanno chiamato Beelzebul il padrone di casa, quanto più i suoi domestici.

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1. Messaggio nel contesto “Ecco, io mando voi come pecore in mezzo a lupi”, dice Gesù agli apostoli. Nella missione il discepolo è associato al destino dell’Agnello, preda della

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ferocia del lupo. L’aggressività del male si scarica su di lui, “che porta il peccato del mondo” (Gv 1,29). La legge fondamentale della storia è questa: il male lo porta chi non lo fa; e proprio chi non lo fa, portandolo su di sé senza restituirlo, lo vince. Il Giusto è il Servo dalle cui ferite siamo guariti (Is 53,5; 1Pt 2,24s): percosso dalle nostre iniquità e trafitto per i nostri delitti, si è caricato le nostre sofferenze e addossato le nostre malvagità (Is 53,11). Così compie la volontà di Dio (Is 53,10), che è la salvezza dei peccatori (Is 53,12). Il Signore infatti vuole che tutti gli uomini siano salvati (1Tm 2,4). L’Agnello immolato è il solo capace di aprire i sette sigilli del rotolo scritto dentro e fuori (cf Ap 5,1-13). La croce è la chiave per accedere al mistero di Dio e del mondo - è quanto spiegherà ai due di Emmaus il Gesù risorto (Lc 24,25-27.46). L’Agnello immolato chiarisce l’enigma della storia: il bene vince perdendo e il male perde vincendo, la violenza è vinta dalla non-violenza di chi la porta su di sé. Per questo Paolo condensa la sapienza nella “parola della croce”, e ritiene di non sapere altro se non Gesù Cristo, e questi crocifisso (1Cor 1,18; 2,2). In lui vediamo sia la nostra realtà di male - cosa c’è di peggio che crocifiggere il Signore della gloria, uccidere l’autore della vita? -, sia la verità di Dio, amore assoluto per noi, che si fa carico del nostro male. La croce, sapienza di Dio e potenza del suo amore, è la Gloria che entra nel mondo e lo salva. Il discepolo deve comprendere che il mistero del Maestro è anche il suo. Noi, per paura di soffrire e di morire, ci chiudiamo in noi stessi e ci difendiamo, facendo male a noi e agli altri. Quando capiremo che il male non è soffrire e morire - e neanche essere uccisi -, ma far soffrire e far morire? Il male che uno fa “pro-voca” (chiama-fuori) quello latente nell’altro, con una reazione a catena, che si arresta dove c’è uno tanto forte da non restituirlo. La vita è sempre anche sacrificio, di sé o dell’altro. L’amore è quel sacrificio di sé che ci fa simili a Dio, capaci di rispondere alla provocazione del male col bene.
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Gli apostoli testimoniano nel mondo la vittoria dell’Agnello. Le difficoltà, le lotte e le persecuzioni non devono spaventare: sono i costi della vittoria del bene, segno della distruzione del male, che esce allo scoperto ed è sconfitto. Gesù è il Figlio che vince l’inimicizia: come Giuseppe, salva con la sua disgrazia i fratelli che gliel’hanno procurata (cf Gen 51,19s). La Chiesa è il popolo chiamato a portare avanti la sua missione nel mondo.

2. Lettura del testo 10,16 Ecco, io mando voi come pecore in mezzo a lupi. La pecora è un animale utile e mite: in vita dà cibo e vestito, in morte si fa cibo e vestito. È simbolo di Dio che, dopo aver dato esistenza e splendore a ogni creatura, sulla croce le si dà come sua vita e gloria. Ma un milione di pecore non faranno mai un lupo. Anche se tutti al mondo diventassero discepoli, questi manterranno le qualità dell’agnello: non saranno mai potenti e arroganti, inutili e dannosi. L’uomo è lupo per l’altro uomo - si dice. La violenza domina il mondo, e il mite ne fa le spese. Ma in lui si arresta il male, e per questo erediterà la terra (5,5). Il lupo che mangia l’agnello - metamorfosi divina! - è trasformato nel cibo che prende. Alla fine il lupo dimorerà con l’agnello, la pantera con il capretto, il vitello con il leone, la mucca con l’orsa, il leone si ciberà di paglia come il bue, e il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide (Is 11,6-8). Sarà il regno dei fanciulli e dei figli, dove nessuno agirà più iniquamente, “perché la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare” (Is 11,9). Tutto questo porterà lo Spirito di sapienza del virgulto di Jesse - l’agnello che vince l’aggressività del lupo. prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Due virtù

apparentemente contrarie, ambedue necessarie. L’intelligenza non è solo astuzia per ingannare, come fece il serpente di Gen 3, ma è anche la prudenza di scoprire l’inganno per sottrarsi ad esso. La semplicità non è l’inavvedutezza
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di chi si espone al pericolo, ma la fiducia del bambino che si affida alla madre. L’agnello ha quindi la prudenza di non esporsi al male e la fiducia di vincerlo, quando è esposto. La prima fa evitare il pericolo quando è possibile, la seconda lo fa affrontare quando è inevitabile. v. 17 guardatevi dagli uomini . Come da lupi. La prudenza sta nel valutare la realtà e tenere conto che ci saranno persecuzioni. vi consegneranno, ecc. Come Gesù saranno consegnati a tribunali e flagellati (vedi 2Cor 11,23 ss; At 5,40; 6,12; 22,19). v. 18 davanti a governatori e re sarete condotti. Come Gesù! a causa mia. Non perché malfattori, ma perché giusti, a causa del Giusto. Compiono così in sé quello che ancora manca alla sua passione, per amore suo e dei fratelli (Col 1,24). Per questo sono beati (5,11). in testimonianza per loro e per i pagani. Persecuzioni, processi, punizioni e morte non sono la sconfitta, ma il “martirio”, testimonianza del Signore della vita. Il processo ai discepoli, come quello di Gesù, è in realtà il processo e il giudizio di salvezza per il mondo. v. 19 non preoccupatevi come o cosa direte, ecc. È la semplicità della colomba. sarà dato a voi in quell’ora . All’agnello in mezzo ai lupi sarà dato cosa dire in “quell’ora”, che è l’ora decisiva della storia, quella della testimonianza. v. 20 non siete voi infatti a parlare, ma lo Spirito del Padre vostro. In quell’ora l’apostolo, come Gesù in tribunale, non pensa a difendersi o accusare. Non parla in lui lo spirito di paura e di egoismo, di rabbia e di vendetta. In lui parla lo Spirito del Padre e del Figlio: l’amore verso i fratelli, cominciando dai persecutori. In quell’ora il “Paraclito” gli sarà vicino e gli suggerirà ciò che dice il Figlio. v. 21 il fratello consegnerà a morte il fratello, ecc. Il male, nella sua fase terminale, tocca i legami più stretti, raggiungendo le radici della vita (Mi 7,6). La rottura dei rapporti familiari - destrutturazione della convivenza, morte di
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ogni affetto e pietà - è il male sommo, preludio del giudizio di Dio. v. 22 sarete odiati da tutti, ecc. Chi porta amore, riceve odio. Perché in lui l’odio trova la propria fine. chi sopporterà sino alla fine, costui sarà salvato . La vita è dono: è salvata quella che è donata, sino alla fine. v. 23 fuggite. È l’astuzia del serpente: non esporsi al male. Diversamente sarebbe masochismo! Martire non è colui che cerca la morte, propria o altrui, ma colui che vuole la vita e l’amore, qualunque sia il costo che deve pagare. Se si può, è bene fuggire; ma il bene nella fuga si diffonde (At 8,4; 11,19), come nella sconfitta vince. non avrete finito le città d’Israele prima che arrivi il Figlio dell’uomo. Il Figlio dell’uomo comparirà nella gloria (26,64) per il “suo” giudizio, con il “suo” segno (24,30), proprio sulla croce (27,51-54). E sarà sempre presente in ogni sofferenza giusta e ingiusta come colui che offre salvezza (cf 25,31ss). Al discepolo, come a Stefano, svela la sua gloria nell’ora del martirio (cf At 7,56). Con queste parole l’evangelista allude, oltre che alla croce del Messia, a quella del suo popolo - alla ormai incombente distruzione di Gerusalemme v. 24s non c’è discepolo sopra il maestro, ecc . La persecuzione rende il discepolo uguale al suo maestro e Signore! Non si può desiderare di più. se hanno chiamato Beelzebul il padrone di casa, ecc. Gesù fu chiamato collaboratore di Beelzebul (9,34), l’avversario. Il bene è avversario del male, suo nemico mortale, combattuto e denigrato come male.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Gesù che invia i suoi discepoli c. chiedo ciò che voglio: capire e amare la missione dell’agnello immolato e vittorioso d. traendone frutto, medito sul testo da notare: agnelli/lupi serpenti/colombe
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il discepolo perseguitato come il suo maestro lo Spirito del Padre parla in voi l’odio di tutti a causa del suo amore il discepolo, mediante la persecuzione, diventa come il suo maestro e Signore.

4. Testi utili: Sal 131; Is 11,1-9; 53,1ss; Mt 5,11s; 2Cor 11,1-12,10; 4,7-6,10; Ap 5,1-14.

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38. NON TEMETE 10,26-31 10,26 Non li temete, dunque, poiché non vi è nulla di velato che non sarà svelato, e di nascosto che non sarà conosciuto. Ciò che vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce, e ciò che udite all’orecchio, proclamatelo sui tetti. E non temete quelli che uccidono il corpo, ma non possono uccidere la vita; temete piuttosto colui che può e vita e corpo distruggere nella Geenna. Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Di voi poi, anche i capelli del capo sono tutti contati. Smettetela dunque di temere: voi valete più di molti passeri!

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1. Messaggio nel contesto “Non temete”, dice Gesù agli apostoli, dopo averli mandati come pecore in mezzo a lupi. La paura è il motore primo dell’agire umano; dovrebbe invece essere solo il freno! Evitare i pericoli vita è giusto; non diventi però la preoccupazione che distoglie da ogni occupazione. L’istinto di autoconservazione in sé è sano: serve per evitare il male. Ma è principio insufficiente per vivere, se contemporaneamente non c’è la fiducia nel bene. Senza fiducia l’uomo è bloccato e disperato; senza paura è sventato e temerario - solo gli incoscienti, oltre i dittatori e i pazzi, non hanno paura; ma c’è d’aver paura per loro e di loro!

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Fiducia e paura sono due principi antagonisti, ambedue necessari. Il secondo sovrabbonda, il primo invece scarseggia. Il Signore è venuto a donarci una fiducia in lui che ci libera dalla paura della morte, con la quale il nemico ci tiene in schiavitù per tutta la vita (Eb 2,15). La morte è un evento naturale: non è un male, anche se, a causa del peccato, la viviamo male! È giusto non cercarla; ma è demoniaco rifiutarla. Siamo mortali; ma il nostro limite non è la fine di noi stessi, come teme il nostro egoismo, bensì l’inizio dell’Altro e della nostra comunione con lui. Principio e fine della nostra vita non è il nulla che temiamo, ma il Padre che ci ama e che amiamo. Il perfetto amore scaccia ogni timore (1Gv 4,18). Finché viviamo, il nostro amore non è ancora perfetto. Per questo abbiamo anche paura; ma non ne siamo dominati. L’apostolo, pur sentendo timori e incertezze (1Cor 2,3), non si lascia guidare da questi, ma dallo Spirito di colui che ha dato la vita per tutti (cf 2Cor 5,14). La paura della morte non diventi una filosofia di vita. Nostra “filosofia” sia “l’amore della sapienza” del Padre. L’uomo è sempre conteso tra due amori: quello della sapienza della carne, che chiude nella paura della morte, e quello della sapienza dello Spirito, che apre alla fiducia e alla vita. Ogni volta deve decidere quale sposare. Il brano è scandito da tre imperativi: “Non temete”, seguiti da motivazioni. Il ritornello “non temete” (cf “non preoccupatevi”: 6,25.27.28.31.34bis!) significa innanzitutto che noi siamo effettivamente in preda alla paura. Questo è il punto di partenza da riconoscere. Ma non deve essere il punto di arrivo. Diversamente si rinuncia fin dall’inizio a ogni cammino. La paura fa fare ciò che si teme; solo la fiducia fa fare ciò che si desidera. Gesù è il Figlio: la fiducia nel Padre è la sua vita. È venuto a comunicarla anche a noi, per liberarci dalla paura della morte. La Chiesa ha come principio di vita il battesimo, che ci immerge nel Figlio, nel suo amore per noi, che è lo stesso del Padre.
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2. Lettura del testo 10,26 Non temete. La situazione di chi annuncia è quella di pecora tra lupi. Il bene non è solo insignificante; risulta perdente e sconfitto. L’angoscia peggiore è sapere di essere sulla strada giusta e vedere gli altri che vanno contromano. Il bene non resta mai impunito, o, nella migliore delle ipotesi, resta nascosto e sepolto? Davanti al male è inutile resistere, bisogna piegare testa e ginocchia? Per una causa vincente si è disposti anche a dare la vita tanto la si perde comunque - ma per una causa perdente, vale la pena? Questi sono alcuni degli interrogativi che ci turbano profondamente. nulla di velato che non sarà svelato. Il fallimento del bene è il grande mistero nascosto alla sapienza del mondo (1Cor 2,6-16). Ciò che impedisce di vederlo è il velo della croce, propria del Dio amore, che in essa si rivela. La sua debolezza e stupidità è sapienza e forza che salva (1Cor 1,17-25). Chi è guarito dalla cecità, vede ciò che occhio umano mai non vide: il dono che Dio ha fatto di sé (1Cor 2,8s). I verbi sono al passivo - è il passivo divino - e sono uno al passato e l’altro al futuro: ciò che è (stato) velato e lo è ancora, proprio questo sarà svelato. Il futuro è il capovolgimento di ciò che appare ora. La rivelazione è “togliere il velo”, il disvelamento della realtà, l’offrirsi del “Volto” - compimento di ogni desiderio, luce del nostro volto. e di nascosto, che non sarà conosciuto. “La sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta e che Dio ha preordinato nei secoli per la nostra gloria, nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla”. Ma a noi è stata rivelata per mezzo dello Spirito di Dio (1Cor 2,8.10). Tutta la storia è storia di salvezza, rivelazione progressiva di questa sapienza, fino al suo compimento. v. 27 ciò che vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce. Gesù è la luce venuta nelle tenebre (Gv 1,5). I discepoli l’hanno accolta e la diffondono (5,14).
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Mediante il loro annuncio, il mondo verrà alla luce della verità. ciò che udite all’orecchio, proclamatelo sui tetti. La Parola, accolta

nell’orecchio come il seme nella terra, germinerà nell’albero del regno. L’apostolo proclama il mistero che per primo lui stesso ha messo nell’orecchio: annuncia l’esperienza segreta di ciò che orecchio d’uomo mai udì. Il velamento, il nascondimento, la notte e il sottovoce non devono spaventare. Il bene da sempre si diffonde così. La manifestazione di Dio si presenta sotto il segno del suo contrario, perché contraddice ogni nostra contraddizione a ciò che è bello e buono. I discepoli, nella loro condizione di pecore in mezzo ai lupi, sono associati al mistero della croce, rivelazione della gloria di Dio nella storia di contraddizione dell’uomo. La nostra paura di fallire nel bene nasconde la paura che abbiamo di fallire noi stessi. Temiamo la morte del seme, anche se sappiamo che solo così porta frutto; non ci piace la sorte dell’agnello tra i lupi, anche se sappiamo che è la sua vittoria. v. 28 non temete quelli che uccidono il corpo, ecc. I lupi possono uccidere il corpo. Ma il corpo non è la vita: viene dalla terra e torna ad essa. La vita che non può essere uccisa è lo Spirito, amore che sa dare anche la vita. temete piuttosto colui che può e vita e corpo distruggere nella Geenna . Il timor di Dio, Signore di tutto, è principio di sapienza (Sal 111,10): scaccia ogni paura. Chi ha paura di perdere la vita animale, non solo la perde, ma ha già buttato via anche quella spirituale. Il problema non è salvare il corpo, ma vivere in esso l’amore filiale e fraterno, che è vita eterna. Chi non vive così, è già morto! v. 29 due passeri non si vendono per un soldo? Un passero vale ben poco. È ciò che l’uomo pensa di se stesso. La sua vita passa come un soffio (Sal 90,9), sempre minacciata dal nulla, conscia dell’“infinita vanità del tutto”. eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia.
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Anche la vita e la morte di un passero non sono trascurabili per Dio. Eppure non è padre loro, ma “vostro”, dice Gesù. Noi, suoi figli, ci consideriamo meno di un uccello, se riteniamo che Dio non si occupi di noi! Siamo nelle sue mani, ben riposti. È inutile che ci preoccupiamo per la morte e siamo in ansia per la vita: la morte comunque viene, la vita comunque va. Cerchiamo di non perdere quella vita che è l’amore del Padre. La morte è un fatto biologico. Che non sia la seconda morte, frutto ultimo della nostra paura, ma un nascere a vita nuova. Nostro pastore non sia la morte (Sal 49,15), ma il Signore della vita (Sal 23). v. 30 anche i capelli del capo, sono tutti contati. Il capello è parte del corpo abbondante (per lo più), caduca e cedua, insensibile al dolore. La persona stessa non sa quanti ne ha, né avverte di perderli. Eppure, colui che chiama le stelle per nome (Sal 147,4), ha contato anche i capelli del tuo capo! Se si prende cura dei dettagli minimi dei suoi figli, come non si prenderà cura di loro stessi? Il suo vedere è ordinato al provvedere: la sua sapienza è provvidenza. v. 31 smettetela dunque di temere . Gesù ribadisce alla fine: “smettete di continuare a temere”. Se non altro, perché pesate più di due passeri: il vostro “peso” è la “gloria” stessa di figli del Padre. Non siete passeri, ma ben più che aquile! Normalmente si dimentica la propria dignità, e si cerca autostima in motivi fasulli, che tengono meno di un capello: se ti attacchi, si rompono subito.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il Signore che manda in missione i Dodici c. chiedo ciò che voglio: la fiducia nel Padre che vince la paura d. traendone frutto, medito sul testo da notare: non temete velato/svelato nascosto/conosciuto nelle tenebre/nella luce udito all’orecchio/proclamato sui tetti
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gli uomini uccidono il corpo, ma non la vita distruggere vita e corpo nella Geenna neanche un passero cade a terra senza che il Padre vostro lo voglia i capelli del vostro capo, sono tutti contati valete più di molti passeri. 4. Testi utili: Gen 20,10-13; Sal 69; 23; 33; 49; 131; 139; Is 57,20; 30,15; Es 14,13; Mt 6,25-34; Eb 2,14s.

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39. DEGNO DI ME 10,32-11,1 10,32 Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli. Non crediate che sia venuto a portare pace sulla terra; non venni a portare pace, ma una spada. Venni infatti a separare il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo, quelli di casa sua! Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me. Chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me. Chi non prende la sua croce e non segue me, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà; chi avrà perso la sua vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come profeta, riceverà la ricompensa di profeta; e chi accoglierà un giusto come giusto, riceverà la ricompensa di giusto. E chi avrà dato anche un solo bicchiere di acqua fresca ad uno di questi piccoli, perché mio discepolo, amen vi dico, non perderà la sua ricompensa. Quando Gesù ebbe finito
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di dare questi ordini ai suoi dodici discepoli, partì di là per insegnare e proclamare nelle loro città.

1. Messaggio nel contesto “Degno di me”, è il ritornello che Gesù ripete, completando il ritratto del suo apostolo: inviato come lui in gratuità e povertà ( vv. 1-15) - agnello in mezzo a lupi (vv. 16-25), forte solo della sua fiducia nel Padre ( vv. 26-31) -, è chiamato a “riconoscerlo” davanti agli uomini per essere riconosciuto davanti al Padre (vv. 32-33). Con lui è giunto sulla terra il giudizio divino (v v. 34-36): la salvezza è un amore per lui più grande di qualunque affetto (v v. 37-39), che assimila a lui, il Figlio affidato nelle mani dei fratelli come in quelle del Padre. Chi lo accoglie, accoglie il Figlio, e si fa lui stesso figlio che accoglie il Padre (v v. 4042). Dopo queste parole, Gesù continua la sua missione ormai non più solo, ma insieme con i suoi discepoli ( 11,1). Il c. 10 ci presenta l’identità dell’apostolo, che è la medesima di Gesù. Come il Padre ha mandato lui a testimoniare il suo amore verso i fratelli, allo stesso modo lui manda quelli che già si sanno figli verso gli altri fratelli, fino a quando tutti abbiano accolto l’amore del Padre. Gesù è il Figlio inviato ai fratelli per testimoniare nella sua carne l’amore del Padre. Chi lo accoglie e si fa suo fratello, accoglie il Padre e diventa figlio. La Chiesa è fatta da coloro che già l’hanno accolto, e, uniti a lui nell’unico amore, con lui e come lui vanno verso gli altri.

2. Lettura del testo 10,32 Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini . Il giudizio di Dio lo compio io stesso qui in terra: se, nella quotidianità delle azioni e nella straordinarietà delle persecuzioni, riconosco il Figlio come fratello, sono riconosciuto dal Padre.

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Lo riconosco per riconoscenza d’amore. Lui per primo mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 5,20); e io, nel fratello più piccolo, riconosco lui (18,5; 25,40.45) che, per riconoscere tutti, si è fatto ultimo e servo di tutti (Mc 9,35). Il mio futuro eterno davanti al Padre dipende dal mio riconoscere ora davanti agli uomini il Figlio, che, nella carne dell’ultimo, sarà presente fino alla fine del mondo per salvarci (28,20). Il “tremendo” giudizio di Dio, l’unica cosa che conta e resta della storia, è posto nelle mie mani, affidato alla mia responsabilità: io sono il giudice suo, e quindi di me stesso! Riconoscere non è solo un fatto di labbra: è appartenere a lui con il cuore e con la vita. v. 33 chi invece mi rinnegherà . Rinnegare è dire di non conoscere, come Pietro (26,70.72.74). Chi rinnega il Figlio, non è suo fratello e rinnega di essere figlio: perde se stesso! “Certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà” (2Tm 2,11s). Grazie a Dio, chi ci rinnega è colui che ha dato la vita per noi peccatori (Rm 5,6-11), dal cui amore nulla può separarci (cf Rm 8,38s). Infatti “ se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso” (2Tm 2,13). Lui è il Figlio: se non riconoscesse noi come fratelli, rinnegherebbe se stesso! Il che non è possibile, perché lui è solo “sì” (2Cor 1,19s), come il Padre. La sua fedeltà senza fine è il motivo per cui sale a Dio il nostro Amen (2Cor 1,20). Anche se lo rinneghiamo, come Pietro possiamo sempre contare sulla sua fedeltà a noi, che mai vien meno. Questa è la nostra fede certa e sicura. v. 34 non crediate che sia venuto a portare pace sulla terra, ecc. Gesù è venuto a portare la pace dei figli di Dio (5,9). Ma non è una pace pacifica. Sfida il male, e passa attraverso lotte acute, facendo esplodere laceranti

contraddizioni. È la pace dell’Agnello sul quale si abbatte la violenza dei lupi, ben diversa dalla “pace perniciosa” di chi si adegua al male. È la pace del regno, riservato ai “violenti” (11,12).
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La spada che Gesù userà non sarà quella che estrae Pietro (26,51s), ma la fiducia nella parola del Padre, spada a due tagli (Sal 149,6). v. 35 venni infatti a separare, ecc. La Parola è spada affilata (Eb 4,12): entra nel caos del peccato, che pervade e perverte ogni relazione (cf Mi 7,6), e lì opera la sua distinzione che dà vita. Come il maestro, anche il discepolo entra nel male del mondo, cominciando da quello che è nel proprio cuore, e lì compie il “suo” giudizio. v. 36 nemici dell’uomo, quelli di casa sua. Gesù è venuto tra i suoi, e non l’hanno accolto (cf Gv 1,11; Mt 13,53-58; Mc 3,20s). Dagli stessi discepoli è stato venduto, rinnegato e abbandonato; il suo popolo l’ha condannato insieme ai capi suoi, in alleanza coi pagani. È stato respinto da tutti quelli che lui non si è vergognato di chiamare fratelli (Eb 2,11). v. 37 chi ama padre o madre più di me, non è degno di me (cf Lc 14,26s). Gesù può non essere amato. Ma non può essere amato meno di un altro: non sarebbe il Signore, da amare con tutto il cuore (Dt 6,5ss). Dio è amore. Amato non in se stesso, non sarebbe Dio e non sarebbe amore. Amo Cristo, mia vita (Fil 1,21), perché lui per primo mi ha amato e ha dato se stesso per me (1Gv 4,9; cf Gal 2,20). Alla sua passione per me rispondo con la mia per lui: sono stato conquistato, e anch’io corro per conquistarlo (Fil 3,12). L’amato diventa la vita di chi lo ama: gli amanti si conferiscono reciprocamente ciò che hanno e ciò che sono. Se “sono per lui, come lui è per me” (Ct 2,16; 6,3; 7,11), sono davvero “degno di lui”, fatto una sola carne con lui nell’unico amore. v. 38 chi non prende la sua croce (cf 16,24). Ognuno ha la “sua” croce, che può essere solo sua: la lotta contro il male che è in lui. Solamente Gesù, l’unico senza colpe, ha portato non la sua, ma la nostra croce. Ciascuno di noi, dietro di lui, come il Cireneo, porta la croce di Gesù, che è in realtà la nostra, sulla quale egli morirà al posto nostro. E quando noi siamo incapaci di portarla, lui stesso diventa nostro Cireneo.

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e non segue me. Quando portiamo la nostra croce non siamo soli. Lui sta davanti, portando la parte più pesante, sulla quale sarà innalzato. Noi, dietro, portiamo la parte leggera, che sarà confitta a terra e su cui scenderà il suo sangue. non è degno di me . In questo modo collaboriamo liberamente alla sua lotta e alla sua vittoria, diventando simili a lui, con la stessa dignità di Dio che è libertà, amore e servizio. v. 39 chi avrà trovato la sua vita, la perderà ( cf 16, 25) . Ogni uomo vuol possedere la propria vita. Ma, nella misura in cui ci riesce, diventa egoista, e la perde: uccide la sua vita filiale e fraterna. chi avrà perso la sua vita per causa mia, la troverà. La vita è da perdere. Non solo perché, come ogni animale, siamo mortali; ma soprattutto perché vivere è amare, e amare è far dono della vita. La vita non si può trattenere: vivere è inspirare e espirare, dare gratuitamente amore come gratuitamente lo si riceve. per causa mia. La vita non è buttata via per disprezzo, ma donata per amore di Gesù. v. 40 chi accoglie voi, accoglie me, ecc. L’inviato è uguale al Figlio, che per primo accoglie come è accolto dal Padre: ha dato tutto e si fa bisogno di accoglienza, perché chiunque l’accoglie, diventi suo fratello, uguale al Padre che tutti accoglie. La gratuità e la povertà, proprie della missione, sono l’astuzia escogitata da Dio per liberare nell’uomo la sua scintilla divina: la capacità di accogliere. La ricchezza e la forza provocano rapina e violenza; la povertà e la debolezza provocano accettazione e misericordia. L’apostolo si mette come Gesù nelle mani degli uomini che faranno quello che vorranno. Vive con i fratelli la stessa fiducia che ha con il Padre, e riconosce a ciascuno la dignità di figlio. Uno, presto o tardi, vive la dignità che gli è riconosciuta!
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v. 41 chi accoglie un profeta, ecc. Chi accoglie, più che dare, riceve: riceve la dignità stessa di chi è accolto. Per questo il Signore si è fatto il più piccolo di tutti: perché, accogliendolo, diventiamo come lui, il Profeta, il Giusto, il Figlio. v. 42 uno di questi piccoli . I discepoli inviati diventano “piccoli”, come il Signore. Di essi è il regno dei cieli (18,3-5). Chi li accoglie, entra nel regno: accoglie il Figlio e diventa figlio. Anche il minimo gesto di accoglienza - un bicchiere d’acqua fresca - è gesto divino, imperituro. 11,1 quando Gesù ebbe finito, ecc. Come dopo ogni discorso, Gesù “finisce”: non solo “termina”, ma “compie” ciò che ha detto (7,28; 11,1; 13,53; 19,1; 26,1). di dare questi ordini ai suoi discepoli . Sono ordini, non optionals: ciò che lui ha detto e fatto, anche i suoi sempre diranno e faranno. partì di là per insegnare, ecc. Gesù continua la sua missione insieme ai suoi discepoli: lavora dove ancora essi non lavorano, li aspetta nei poveri, nei peccatori e nei rifiutati di questo mondo per salvarli.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Gesù che invia i suoi apostoli c. gli chiedo ciò che voglio: essere degno di lui, amarlo con tutto il cuore d. traendone frutto, medito sul testo da notare: chi mi riconoscerà davanti agli uomini, lo riconoscerò davanti al Padre chi mi rinnegherà, lo rinnegherò sono venuto a portare la spada chi ama padre o madre più di me, non è degno di me chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me chi avrà trovato la sua vita, la perderà chi avrà perso la sua vita per causa mia, la salverà chi accoglie voi, accoglie me, accoglie il Padre chi avrà dato anche un solo bicchiere d’acqua fresca.

4. Testi utili: Sal 89; 2Re 4,8-16a; Dt 6,5ss; Mt 16,24-27; 25,31-46; Lc 10,25-37; 14,25-27; Fil 1,21; Gal 2,20.

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40. SEI TU? 11,2-6 11,2 Ora Giovanni, in carcere, avendo udito le opere del Cristo, mandandogli i suoi discepoli, gli disse: Sei tu il Veniente, o dobbiamo attendere un altro? E, rispondendo, Gesù disse loro: Andate e annunciate a Giovanni le cose che udite e vedete: ciechi vedono e zoppi camminano, lebbrosi sono mondati e sordi odono e morti risuscitano e poveri sono evangelizzati; e beato è colui che non si scandalizza di me.

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1. Messaggio nel contesto “Sei tu?” è la domanda fondamentale dell’uomo per riconoscere il suo Signore. Gesù risponde rimandando alle sue opere, come se dicesse: “Io sono colui che vedi attraverso ciò che faccio”. La salvezza è accogliere lui che viene così come si rivela, non come lo vorremmo noi. Il c. 11 chiude la prima e apre la seconda parte del vangelo. Dopo ciò che Gesù ha detto e fatto e i discepoli continuano nella missione, c’è da pronunciarsi su di lui: accoglierlo è il regno. Il capitolo inizia con l’interrogativo del Battista e la risposta di Gesù ( vv. 2-6), continua con l’elogio del Battista da parte di Gesù ( vv. 7-15) e con il suo lamento sulla sua generazione ( vv. 16-19) e sulle città che lo rifiutarono ( vv. 20-24), per concludere, in contrappunto, con i piccoli che accolgono il suo mistero ( vv. 25-27) e in lui trovano la gioia e il riposo di Dio (vv. 28-30).

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Il c.11 parla del rapporto dell’uomo con il Figlio dell’uomo: inizia col dubbio, si apre alla domanda e si conclude nell’accettazione o nel rifiuto. Tutto il capitolo è un unico discorso di Gesù che chiama a uscire dall’ambiguità e a verificare la propria posizione nei suoi confronti. Si apre così una nuova sezione, che mostra come il regno si incontra e scontra col mondo e il mondo col regno: è un contrasto e un giudizio in atto che verrà chiarito nelle parabole ( c. 13). In questo brano Gesù risponde alla domanda di chi l’attende, concludendo con una beatitudine che contiene le nove precedenti (5,3-11): “Beato chi non si scandalizza di me!” Lui infatti incarna la Parola detta sul monte. La domanda di Giovanni in carcere costituisce il punto d’arrivo della profezia, come messa in questione delle proprie attese per aprirsi all’ascolto di ciò che l’altro dice. Giovanni è l’uomo che si fa domanda per ricevere dal Signore la risposta. Gesù è il promesso dai profeti, che ci fanno traghettare dalle attese nostre a quelle di Dio. La Chiesa deve mettere in questione le proprie certezze, senza confonderle con la verità di Dio. Il quale, per fortuna, compie le sue promesse e non le nostre attese.

2. Lettura del testo 11,2 Giovanni in carcere (cf 14,11-12). Giovanni prepara la via del ritorno dall’esilio (3,3). La sua predicazione in Matteo è uguale a quella di Gesù: la venuta del regno (3,2=4,17). Ora è in carcere. Con lui, ultimo dei profeti che hanno annunciato “il Veniente”, si arresta l’attesa: viene il Signore. avendo udito le opere del Cristo. Giovanni ha ascoltato il racconto di ciò che ha detto e fatto colui che nel Battesimo gli era stato rivelato come il Figlio (3,13-17).

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mandandogli i suoi discepoli . Gesù ha appena inviato a Israele i suoi apostoli; Giovanni dal carcere manda i propri discepoli da Gesù, per fargli la domanda decisiva. v. 3 sei tu il Veniente? Giovanni annunciò “colui che viene”, il più forte, che compie il giudizio di Dio tagliando ogni albero cattivo e bruciando ogni male (3,10s). Ma Gesù agisce diversamente: l’atteso non corrisponde alla sua attesa! O è sbagliata l’attesa, o ha sbagliato a pensare che Gesù sia l’atteso. Giovanni poteva mettere in crisi l’atteso invece della propria attesa. Invece è disposto a mettere in crisi innanzitutto se stesso. Davanti alla realizzazione della promessa non capisce, si stupisce e si smarrisce. Dio è santo, sempre altro rispetto a ogni nostra immaginazione. La sua promessa è più grande di ogni fama (Sal 138,2). Di Dio abbiamo necessariamente una comprensione umana. Anche (e soprattutto) quando siamo sicuri di conoscerlo, dobbiamo restare aperti con una domanda che metta in questione le nostre sicurezze. “I miei pensieri non sono i vostri pensieri. Le mie vie non sono le vostre vie”, dice il Signore (cf Is 55,8). Questa domanda è la radice della fede, che affida a lui la risposta. È l’atto più alto della ragione - quello che non fecero i nostri progenitori quando, invece di chiedere a lui, si fidarono di fantasie proprie e suggestioni altrui (cf Gen 3). Giovanni è sulla soglia della tentazione radicale: credere alle proprie certezze, o chiedere all’altro che gli dica la sua verità? L’uomo, religioso o meno che sia, è attaccato fermamente alle proprie convinzioni su Dio. Il vero credente sa di non conoscerlo se non per sentito dire; come Giobbe, dice: “Io ti interrogherò e tu istruiscimi” (Gb 42,5.4). L’attesa, il dubbio e la domanda del Battista sono paradigmatici per chiunque non vuol ridurre Dio alle proprie idee su di lui, ingenuamente accettate o respinte. Giovanni è il profeta della verità, oltre che di Dio, anche dell’uomo che si apre al proprio mistero. La sua profezia, dimentica di ogni affermazione, si fa
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domanda che attende risposta. È il più grande tra i nati da donna (v. 11), perché fa tacere le sue parole e chiede: “Sei tu?”, facendosi ascolto della Parola che solo l’Altro può dire. Come Dio è infinito, così sono infinite le nostre idee su di lui. Dio è tutto, ma nulla è Dio. Davanti a lui ogni idolo cade come Dagon davanti all’arca (1Sam 5,1ss). Regge solo la domanda, vuota di risposta: ”Sei tu?”. Ad essa può rispondere solo: “Io-sono”. Ogni mia risposta - religiosa o laica - è sempre un idolo morto che dà morte. Giovanni porta a termine la profezia: maestro del sospetto globale, si interroga su tutto, sino a farsi pura domanda. Il profeta non dà risposte, tanto meno sul futuro; è invece domanda che apre il presente alla novità di Dio. o dobbiamo attendere un altro? Dio è altro: trascende l’attesa dell’uomo. Non c’è un altro da attendere: è l’attesa che deve essere altra, attesa d’altro, anzi dell’Altro. v. 4 andate e annunciate a Giovanni le cose che udite e vedete. Alla domanda “Sei tu?”, il Signore, come con Giobbe (Gb 38-41), risponde ricordandogli le sue opere. Ciò che si vede di lui è la risposta alla domanda. Qui si fa la sintesi della sua azione, che continua negli apostoli (10,7s) v. 5 ciechi vedono (9,27-31; cf Is 29,18; 35,5). Venire alla luce è il primo dei miracoli. Noi siamo ciechi, perché vediamo le nostre attese, non la realtà. Gesù è venuto ad aprirci gli occhi. zoppi camminano (9,1-7). L’uomo è viator , in cammino verso casa. Gesù è venuto a guarirci dalle paralisi. lebbrosi sono mondati (8,1-14). La lebbra è il fallimento e la morte che devastano la nostra vita. Gesù ce ne guarisce. sordi odono (9,32-34). L’uomo, da Adamo in poi, è sordo alla Parola, abitato dalla menzogna. Gesù ci riapre l’udito. morti risuscitano (9,18-26). Gesù è la Parola, il cui ascolto ci fa passare dalla morte alla vita.
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poveri sono evangelizzati (5,3). Tutte le situazioni di povertà ricevono la buona notizia: ogni nostra fame incontra la sazietà nel regno. v. 6 e beato . Gesù si congratula con chi lo accoglie. Questa decima beatitudine, sintesi delle altre, è accogliere lui, povero, afflitto, mite, puro di cuore, misericordioso, operatore di pace, Figlio di Dio - piena realizzazione del regno. chi non si scandalizza di me. Gesù è pietra d’inciampo: lo scandalo di un Dio che viene così diverso da come lo attendiamo!

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il carcere da cui Giovanni attende la risposta c. chiedo ciò che voglio: mettere sempre in questione le mie attese e pretese d. traendone frutto, medito sul testo da notare: Giovanni in carcere sei tu? dobbiamo attendere un altro? annunciate ciò che udite e vedete beato chi non si scandalizza di me. 4. Testi utili: Is 35, 1-10; Sal 146; Is 55,1ss; 61,1 ss; Mt 3,1-17.

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41. COSA USCISTE A VEDERE NEL DESERTO? 11,7-15 11,7 Mentre essi se ne andavano, Gesù cominciò a dire alle folle su Giovanni: Cosa usciste a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Ma cosa usciste a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Ecco, coloro che portano cose morbide stanno nelle case dei re. Ma cosa usciste a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, e più che un profeta. Costui è colui del quale è scritto: Ecco, io mando il mio angelo davanti al tuo volto, che preparerà la tua via davanti a te. Amen vi dico: non è sorto tra i nati da donna uno più grande di Giovanni il battezzatore; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. Dai giorni di Giovanni il battezzatore fino ad ora il regno dei cieli patisce violenza, e i violenti ne fanno preda. Poiché tutti i profeti e la legge fino a Giovanni hanno profetato. E, se volete accettare, lui è l’Elia che sta per venire. Chi ha orecchi, ascolti.

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1. Messaggio nel contesto “Cosa usciste a vedere?”, domanda Gesù alle folle sul Battista. Cerca di far loro capire l’importanza della sua figura: egli rappresenta il mistero dell’uomo davanti al mistero di Dio.

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La vita del Precursore è inseparabilmente intrecciata con quella del Salvatore, come la voce alla Parola, l’attesa all’Atteso, l’acqua allo Spirito, la domanda alla risposta. Non maestro di certezze, ma ricercatore di verità, Giovanni si pone in questione e si mette in ascolto. Gesù lo elogia come uomo autentico, così diverso dai mezzi busti che si mettono in mostra: è il più grande tra i nati da donna (vv. 7-11a) - anche più dei patriarchi e dei profeti. Infatti il suo farsi domanda: “Sei tu?”, lo pone sulla soglia del Veniente, pronto ad accoglierne la risposta. Però il più piccolo nel regno è più grande di lui: se lui è il punto d’arrivo della promessa, il più piccolo nel regno è l’inizio del compimento. E questo inizio è violento, come le doglie del parto ( vv. 11b-15). Gesù è il Signore che viene per il “suo” giudizio. Giovanni è il messaggero davanti al Volto (Ml 3,1), l’Elia redivivo che ne prepara l’accoglienza (Ml 3,23s). La Chiesa è fatta dai piccoli che trovano nel più grande tra i nati da donna il loro patriarca: sono generati dalla sua domanda, vertice di quell’attesa alla quale l’Atteso può e desidera rispondere.

2. Lettura del testo 11,7 Gesù cominciò a dire alle folle su Giovanni. Il Battista aveva elogiato Gesù già prima di conoscerlo (3,11-14). Ora Gesù lo elogia a sua volta. È l’unica persona di cui parla così a lungo, e in termini così positivi. I due sono diversi, eppure in perfetto accordo. La diversità, dato primordiale dell’esistenza, o è occasione di comunione e d’amore, o è tentazione di invidia e di guerra. cosa usciste a vedere nel deserto? (3,5s). Attorno a Giovanni si era formato un nuovo esodo - ma non verso la Giudea, bensì da essa verso il Giordano. Lì il Battezzatore immerge l’uomo nella propria verità di peccatore e lo apre ad accogliere il Veniente.

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una canna sbattuta dal vento? Giovanni non è una banderuola, un opportunista che si piega a tutte le situazioni per volgerle a proprio vantaggio. Nessun vento lo muove, se non lo Spirito di Dio. Infatti, come ogni profeta, “sta” davanti al Signore (cf 1Re 17,1; Gv 1,35). Chi non sta davanti a lui, è agitato e agito dagli idoli e interessi propri. v. 8 un uomo avvolto in morbide vesti? La veste indica chi sei, a che categoria appartieni, che livello occupi in essa e che buon gusto hai. Notifica all’esterno il tuo grado di libertà e di potere. È come un corpo posticcio, l’immagine che vuoi o puoi dare di te. nelle case dei re. Il Battista nel deserto ha un altro vestito (3,4). Cristo, il re, in croce resterà nudo. La nudità è la veste dell’ultimo di tutti, e Francesco d’Assisi ne fece la sua divisa. v. 9 cosa usciste a vedere? Per la terza volta si sottolinea “uscire” e “vedere”: bisogna uscire per vedere il più grande tra i nati da donna. Nei palazzi del potere ci sono gli aborti di donna, ridicole e tragiche maschere umane. un profeta? Giovanni ha la divisa di Elia, padre dei profeti (3,4 = 2Re 1,8). Il suo palazzo è il deserto, adeguato al suo vestito e al suo cibo. più che un profeta . Il profeta denuncia il peccato, chiama a conversione e annuncia il perdono. Giovanni è più che un profeta: è la soglia tra la promessa e il compimento, culmine della profezia. v. 10 il mio angelo davanti al tuo volto. Giovanni è paragonato all’angelo che guidò Mosè dall’Egitto (Es 23,20), condusse il ritorno da Babilonia (Is 40,3), e precederà, come Elia redivivo, la venuta del Signore nel suo tempio (Ml 3,1). L’angelo, come liberò dall’Egitto e dall’esilio, libererà pure il tempio da ogni ingiustizia, perché accolga la venuta del Signore. I primi due esodi sono immagini del terzo, quello dalla Giudea al Giordano, purificazione necessaria per incontrare il Signore. Il Battista è l’angelo di questo terzo e definitivo esodo: è l’uomo davanti al Signore che viene.
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v. 11 tra i nati da donna. Giovanni è il più grande tra i mortali, più di Abramo, di Mosè e di Elia. In lui la storia precedente confluisce per sfociare nel suo compimento. I suoi occhi hanno visto, i suoi orecchi udito e le sue mani toccato colui che gli altri, solo da lontano, hanno desiderato, sognato e annunciato. il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. Chi sta sulla cima del monte, è più in alto del monte stesso. Il Battista rappresenta il termine del cammino dell’uomo; ma il più piccolo nel regno sta già in casa come figlio di Dio. Lui battezza con acqua; ma il più piccolo nel regno ha già ricevuto lo Spirito che gli fa gridare: “Abbà”. Questa è la dignità dell’uomo nuovo, rinato dall’acqua e dallo Spirito (Gv 3,5): non solo è chiamato, ma è in realtà figlio di Dio (1Gv 3,1), partecipe della sua natura (2Pt 1,4). v. 12 dai giorni di Giovanni il battezzatore fino ad ora il regno dei cieli patisce violenza. Ci sono tantissime spiegazioni di questo detto. Segno che nessuna è soddisfacente. Ne offriamo una. Si può intendere che da Giovanni fino ad ora il regno patisce violenza, nel senso che subisce la violenza del male che si abbatte su di esso. Ciò accade a Giovanni, accadrà a Gesù e a ciascuno di noi come accadde a tutti i giusti, da Abele, il primo, a Zaccaria, l’ultimo, ucciso tra l’altare e il santuario (Lc 11,51). I giusti, con la loro violenza subìta, sono profezia della Parola: la parola della croce (1Cor 1,18; cf Lc 24,25-27.44-46). i violenti ne fanno preda . I regni della terra sono predati dai più violenti: emergono i peggiori tra gli uomini (Sal 12,9). Il regno dei cieli invece è dei poveri, dei perseguitati , di quanti portano su di sé il male senza farlo: sono i miti, che erediteranno la terra (5,4.5.10). Il mite è il violento in senso evangelico: tanto forte da portare su di sé ogni violenza senza restituirla, fino a porgere l’altra guancia. Gesù stesso sarà re sulla croce (27,37): lì “dei potenti egli farà bottino” (Is 53,12). Il bene è più “violento”, più forte del male. Paolo dice: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male”(Rm 12,21).

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v. 13 tutti i profeti e la legge fino a Giovanni . Con Giovanni termina l’attesa. Dopo di lui non c’è più profezia, ma la Parola compiuta; non c’è più legge, ma la libertà del figlio - il suo Spirito d’amore è effuso nei nostri cuori (Ez 36,27; Rm 5,5). v. 14 se volete accettare . Giovanni è da accettare. Chi rifiuta la voce, rifiuterà anche la Parola (cf vv. 16-19). lui è l’Elia che sta per venire . Gesù è il Veniente, Giovanni colui che sta per venire per preparare un popolo ben disposto ad accoglierlo (Ml 3,23). Non si può accogliere il secondo, se non si accoglie il primo. v 15 chi ha orecchi, ascolti . Bisogna ascoltare quanto il Battista dice, fino all’ultima sua domanda: “Sei tu?” 3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Gesù che parla alle folle c. chiedo ciò che voglio: capire il mistero di Giovanni, il più grande tra gli uomini, e il mistero del più piccolo nel regno d. traendone frutto, medito sul testo da notare: cosa usciste a vedere? una canna sbattuta dal vento? un uomo avvolto in morbide vesti? un profeta; più che un profeta mando il mio angelo davanti al tuo volto il più grande tra i nati da donna il più piccolo nel regno è più grande di lui il regno patisce violenza i violenti ne fanno preda i profeti e la legge fino a Giovanni Giovanni è l’Elia che sta per venire. 4. Testi utili: Sal 45; Es 23,20; Is 40,3; Ml 3,1ss; Mt 3,1ss.

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42. A CHI PARAGONERÒ QUESTA GENERAZIONE 11,16-19 11,16 17 Ora a chi paragonerò questa generazione? È simile a bambini seduti nelle piazze, che si rimproverano a vicenda, dicendo: Vi suonammo il flauto, e non danzaste; facemmo il lamento, e non faceste lutto. Venne infatti Giovanni, né mangiando né bevendo, e dicono: Ha un demonio! Venne il Figlio dell’uomo, mangiando e bevendo, e dicono: Ecco un uomo mangione e beone, amico di pubblicani e di peccatori! Ma fu giustificata la sapienza dalle sue opere.

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1. Messaggio nel contesto “A chi paragonerò questa generazione?” È il lamento di Gesù per la sua generazione, prototipo di ogni altra. Essa rifiuta il gioco di Dio, che invita con Giovanni al lutto e con Gesù alla danza. C’è un duplice linguaggio nel cuore dell’uomo: la tristezza e la gioia. Il cuore buono si contrista del male e gioisce del bene. Quello cattivo invece gode del male e si contrista del bene. Così fa “questa” generazione perversa. Dopo il peccato - diversamente non sarebbe così - il primo gioco che Dio propone è quello del Battista: la conversione dal male, con dispiacere e vergogna, per accogliere il bene. A questa prima proposta, dolorosa come l’incisione di un ascesso, anzi una trafittura del cuore malvagio (cf At 2,37), resistiamo dicendo: “Fa male. È una esagerazione! Dio non ci ha fatto per la gioia?”

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Il secondo gioco, riservato a chi ha accettato il primo, è quello di Gesù: la gioia per le nozze messianiche. A questo resistiamo come i demoni, dicendo: “Che c’entra con noi?” oppure come le persone pie, che dicono: “Non è giusto, né meritato!” La gioia per la quale l’uomo è fatto, è scambiata per empietà. Siamo bambini dispettosi, senza sapienza né discernimento, che distruggono il gioco di Dio, e alla fine, se stessi (cf vv. 20-24)! Gesù smaschera le nostre puerili e nocive astuzie, perché diventiamo come i “piccoli”, i figli della sapienza che conoscono il dono di Dio (cf vv. 25-27). Questo brano ci chiama al discernimento: c’è una tristezza che viene da Dio e una che viene dal nemico, una gioia autentica e un’altra che ne è la contraffazione. Solo sapendo questo, possiamo con libertà e responsabilità scegliere ciò che ci rende felici, e respingere ciò che ci rende infelici. Siamo chiamati a discernere in ogni tempo - che è sempre il presente - i due segni con cui Dio parla: il lutto per il male e la gioia per il bene. Il nemico invece inganna facendo apparire piacevole il male e spiacevole il bene. Il discernimento è come il fiuto, che istintivamente distingue la puzza di morte dal profumo di vita. Eppure basta poco perché l’odorato si anestetizzi. È lenta la guarigione del nostro fiuto, alterato dall’influenza del male! Gesù ci offre la gioia delle nozze tra uomo e Dio. Per accettare la sua danza, bisogna prima accettare il lamento di Giovanni. La Chiesa, se non è disposta a convertirsi dal male e a gioire di ogni bene, non è come i piccoli evangelici, ma come questi bimbi guastafeste e senza discernimento.

2. Lettura del testo 11,16 A chi paragonerò questa generazione? “Questa generazione” sono i contemporanei di Gesù, che hanno udito lui e Giovanni, ma non li hanno ascoltati.

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“Questa generazione” ha un significato negativo. Il presente infatti è sotto l’ipoteca del male passato e di quello futuro; eppure è chiamato a “responsabilità” nei confronti del passato, per dargli una nuova direzione, e nei confronti del futuro, perché non sia tragica ripetizione di ciò che è stato. bambini seduti nelle piazze, che si rimproverano a vicenda . Gesù allude a un gioco di bambini, che mima le realtà fondamentali della vita: la danza per le nozze e il lutto per la morte. Questi bambini, quando si decide di giocare alle nozze, per dispetto piangono; quando si decide di far lutto, allora ridono. Così non riesce nessuno dei due giochi. Invece di giocare, stanno seduti; loro unico gioco è litigare, incolpandosi a vicenda. “Questa generazione”, come questi bambini, fa il contrario di ciò che Dio propone, giocando alla fine se stessa. Da Adamo in poi il peccato è sempre fatto più per stupidità che per cattiveria: è più infantilismo e ripicca che atto di libertà. Il male non è mai fatto bene! Anche quelli che crocifiggono Gesù, lo fanno senza saperlo (Lc 23,34; At 3,17; 1Cor 2,8). Ma, anche se infantile, il male resta sempre un tragico scherzo, che non diverte nessuno. v. 17 suonammo il flauto e non danzaste; facemmo il lamento, e non faceste lutto. Sono i due giochi dell’esistenza: danza e gioia per l’amore, lamento e pianto per la morte. Fin dal principio Dio ci aveva dato di mangiare e godere di ogni albero, compreso quello della vita - che era nel mezzo -, vietandoci l’albero della morte. Noi invece, subito, abbiamo messo al centro della nostra attenzione questo secondo, cercando di goderne, nonostante i risultati contrari. Allora Dio, con i suoi profeti, viene a rilanciare il gioco della vita, dandoci disgusto per il male. v. 18 venne Giovanni, né mangiando né bevendo . Il Battista intona il lamento per il male: smascherando la sua pretesa di essere buono, bello e desiderabile, ne mostra la cattiveria, bruttezza e odiosità. Giovanni, non mangiando e non bevendo, rifiuta il banchetto della stoltezza e invita a quello della sapienza.
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ha un demonio. Significa : “È pazzo”. A chi dice di convertirsi, si risponde che la vita è bella e buona, fatta tale da Dio fin dal principio (Gen 1,1ss); non c’è veleno di morte nelle creature (Sap 1,14), Dio ci ha fatti per la gioia, ecc. Tutto vero! Solo però se diamo ascolto a Dio e smettiamo di mangiare dell’albero della morte credendo che dia vita. Noi invece perseveriamo nell’inganno con ostinazione. Il peccato agisce come una droga a tutti gli effetti: dà allucinazioni, crea dipendenza e distrugge corpo e spirito. Ci fa addirittura ritenere bene il male e male il bene che ce ne vuol distogliere. Il Battista ci richiama alla “tristezza che viene da Dio” e produce frutto di vita (2Cor 7,8-10). Ma, mentre lui ci invita al pianto, facciamo una macabra danza di morte. Dobbiamo ascoltare la voce che risveglia in noi l’inquietudine della coscienza, e non sedarla con tranquillanti o euforizzanti. C’è un tempo per piangere e un tempo per ridere (Qo 3,4). Chi non piange su ciò di cui bisogna piangere, non potrà mai gioire. Al di là dell’apparenza piacevole, il male fa male e dà infelicità. v. 19 venne il Figlio dell’uomo mangiando e bevendo. Gesù inizia l’altro gioco: suona il flauto delle nozze, intona il canto dell’amore. Lui è l’Emmanuele, il Dio-con-noi, la nostra altra parte. Lui ama, dona e perdona; imbandisce la sua mensa e invita i peccatori: “Non pensate più alle cose antiche. Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?”(Is 43,19). Al suono del flauto del Figlio dell’uomo, siamo invitati a gioire. L’uomo è fatto per danzare la vita. ecco un uomo mangione e beone. Per non uscire dal male, prima dicevamo: “C’è pure il bene: bisogna godere”. Per non gioire del bene, ora diciamo: “C’è pure il male, bisogna contristarsi!” Chi rifiuta il gioco di Giovanni, necessariamente rifiuta quello di Gesù. (C’è pure il pericolo di restare intrappolati in una tristezza che non viene da Dio: quando si desidera il bene, ogni tristezza che blocca il cammino, non viene da lui. “Scrupoli e malinconia, fuori da casa mia!”, diceva S. Filippo Neri).
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“Mangione e beone” è la definizione del figlio ribelle, da lapidare (Dt 21,1821). Se Giovanni è chiamato esagerato e indemoniato perché rimprovera il male, Gesù è chiamato empio perché propone il bene! È il solito

stravolgimento del nemico. amico di pubblicani e di peccatori . Tutti siamo invitati al gioco del lutto, perché peccatori, ma anche alla danza di gioia, perché proprio in quanto peccatori conosciamo Dio come grazia (Ger 31,34). fu giustificata la sapienza dalle sue opere. Quelle di Giovanni e di Gesù sono opere di sapienza: riconoscono che Dio è giusto, sia quando chiama a convertirsi dal male sia quando chiama a gioire del suo dono e del suo perdono. Questa sapienza sarà accolta da coloro che sono piccoli (vv. 25-27) - ma non quanto a giudizio, come questi, bensì quanto a malizia (cf 1Cor 14,20). 3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Gesù che si lamenta di questa generazione c. chiedo ciò che voglio: avere lacrime e confusione per il male, gioia e riconoscenza per il dono di Dio d. traendone frutto, medito sul testo da notare: bambini seduti che si rimproverano a vicenda il lutto che propone Giovanni la danza che offre Gesù.

3. Testi utili: Sal 51; Gen 3,1ss; Is 61-62; Rm 7,14-25; 2Cor 7,8-10.

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43. GUAI A TE! 11,20-24 11,20 Allora cominciò a rimproverare le città nelle quali era avvenuto il maggior numero dei suoi miracoli, poiché non si erano convertite: Guai a te, Corazim, guai a te , Betsaida! Poiché se in Tiro e Sidone fossero avvenuti i miracoli avvenuti tra voi, da tempo, in sacco e cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico, per Tiro e Sidone sarà più accettabile nel giorno del giudizio che per voi. E tu, Cafarnao, fino al cielo sarai elevata? Nell’Ade sprofonderai! Poiché se in Sodoma fossero avvenuti i miracoli avvenuti in te, sarebbe rimasta fino ad oggi! Ebbene io vi dico che per la terra di Sodoma sarà più accettabile nel giorno del giudizio che per te.

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1. Messaggio nel contesto. “Guai a te!”, sono le dure parole per chi rifiuta il gioco di Dio, nonostante che gli sia esplicitamente rivelato e vi sia ripetutamente invitato. Gesù nomina le città nelle quali ha operato, paragonandole alle città pagane e a Sodoma, luogo di corruzione, che avranno sorte migliore di loro nel giorno del giudizio, perché meno colpevoli. È un testo di crisi: esprime con chiarezza il giudizio su chi conosce Gesù e non lo accetta, ponendo corrispondenza tra conoscenza e responsabilità, tra

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responsabilità e colpa, tra colpa e punizione. Si tratta di un’invettiva di stampo profetico: è una minaccia contro l’indurimento nel male, e vuol essere un invito ad aprire gli occhi per uscire dall’accecamento. Gesù condanna il male, non chi lo fa. Infatti ha detto di amare i propri nemici, e darà la vita per i peccatori. Se il male condanna il malvagio, inchiodandolo a sé, il Signore lo libera, restando lui stesso inchiodato alla croce, cifra di ogni male e perversione. La parola profetica fa verità: dichiara il male con evidenza, facendone vedere le conseguenze negative. Questo testo consente di vedere il tema fondamentale, non solo del vangelo, ma di ogni religione: il nostro destino eterno di felicità o meno. È la cosa che più inquieta l’uomo, e anche Dio. Invece del solito commento, cercheremo di approfondire il testo riflettendo su alcuni concetti che contiene: quelli di minaccia, punizione , salvezza, felicità, inferno , giustizia, libertà dell’uomo e libertà di Dio. Gesù, dando la vita per i peccatori, rivela nella sua misericordia di Figlio il volto di Padre, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti (5,44-48). La Chiesa, come Corazim, Betsaida e Cafarnao, è il luogo dove avvengono di continuo i prodigi di Gesù. Li usiamo per convertirci a lui o per difenderci da lui?

2. Riflessione su alcuni concetti Le minacce di Dio sono come quelle di una mamma. Inducono con autorità un primo livello di avvertenza per chi ancora non capisce che il male fa male, al di là delle apparenze. La minaccia è “efficace” quando non si avvera. Serve da deterrente, per distogliere dal male che inavvertitamente e sventatamente si farebbe. La mamma minaccia il bambino perché non attraversi la strada e non finisca sotto un auto. Se fortunatamente la attraversa incolume, non lo manda sotto
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la prima auto che passa - anche se saggiamente può punirlo perché il fatto non si ripeta. Le minacce sono “rivelatorie”: svelano il male come tale, e l’amore di chi ci vuole bene. In questo senso chi minaccia, ama davvero, al di là delle apparenze. La punizione , connessa alla minaccia, ha uno scopo positivo. Noi pensiamo che, se facciamo il male, Dio ci punisce. Occhio che scruta e giudica, egli è pronto a intervenire contro chi trasgredisce i suoi comandi. Noi associamo obbedienza a premio e trasgressione a punizione, un po’ come il cane che è gratificato o meno secondo che ha ascoltato il comando. Solo quando raggiungiamo l’uso di ragione (quando?), comprendiamo che la punizione viene dal male stesso. Il male fa male! Tuttavia è positivo pensare che a punire sia chi dà la norma - Dio o genitori. Ciò fa intendere che la punizione non è fatale, lasciata al male stesso. Spetta invece a un potere superiore, libero, che può anche perdonare. S. Francesco di Sales diceva: “Preferisco essere giudicato da Dio che da mia madre”. La felicità è il desiderio fondamentale dell’uomo, che si sa limitato e mortale. Egli sempre va oltre se stesso, mosso dal desiderio di raggiungere quella pienezza che gli manca e per la quale si sente fatto. Anche quando sbaglia, non cerca mai il male: desidera un bene maggiore, una felicità più grande. L’esperienza però insegna quanto è infelice, pieno di paure e angosce, sofferenze e ingiustizie, dilaniato da guerre e incomprensioni, da conflitti e mali di tutti i tipi - dentro e fuori, a livello personale e sociale, locale e planetario. Il male è l’unico problema serio dell’uomo: ogni sua azione è un tentativo di salvarsi da esso. La felicità è raggiungere l’Eden, il giardino incontaminato dell’infanzia; l’infelicità è sprofondare nell’Ade, sotto terra, nelle tenebre, nella morte: l’“inferno”, diciamo la parola!

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Tutti sappiamo che cosa significa: basta aprire il giornale, per vedere l’abisso di stupidità e cattiveria in cui siamo immersi. Il paradiso è il desiderio che quei lampi di luce, che di tanto in tanto illuminano le tenebre, si fissino eternamente, e scompaia il buio di questa notte che conosciamo bene. Le religioni e le scienze, con relative riflessioni e tecniche, cercano di salvare l’uomo, o qualche suo aspetto. L’ebraismo e il cristianesimo, pur non negando ambiti di autosalvezza, coinvolgono nella vicenda direttamente Dio. Perché la salvezza è relazione, e relazione con lui, pienezza di vita. Il desiderio di essere come Dio non è peccato, ma un sentire profondo inciso a fuoco nel cuore dell’uomo. Il peccato viene dal non capire chi è Dio! La relazione con lui è vita, amore e felicità: salvezza dalla morte, dall’egoismo e dall’infelicità. L’inferno è il non raggiungimento della salvezza, la vittoria del male. Nella Scrittura se ne parla, come anche qui, in termini di minaccia profetica e di punizione pedagogica. D’altra parte l’inferno, inteso come perdizione totale, è il luogo unico dove ha senso parlare di salvezza. Dio ci salva non solo dall’Egitto (male subìto) ma anche dall’esilio (conseguenza del male fatto da noi), a una sola condizione: che conosciamo che è male e desideriamo uscirne. La giustizia - giustamente - giudica e punisce il male. Però non rimedia ad esso. Infatti lo raddoppia nel caso del taglione, o lo moltiplica senza fine nel caso di Caino, per tacere di Lamech. Certo Dio è giusto; ma non come noi. La sua è una giustizia “eccessiva”, quella del Padre che ama i suoi figli (cf 5,20.45ss). Dire che Dio giudica significa che è bene lasciare che sia lui a fare giustizia, non noi. E della sua giustizia, l’unica cosa sicura che possiamo comprendere è che non fa e non accresce il male. Quando applichiamo a lui il nostro modo di giudicare, erriamo abbondantemente.

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La croce infatti è il suo giudizio, dove lui si rivela Dio, così diverso da noi. Lì vince il male portandolo su di sé, e salva ogni malvagio. Se fosse giusto come noi, avrebbe giustiziato tutti. Ma allora non sarebbe buono o non sarebbe onnipotente. Non sarebbe comunque Dio, e regnerebbe sovrano il male - un fallimento e un odio eterno dal quale lui non vorrebbe o non potrebbe riscattare. Quando parliamo di Dio, ogni nostro concetto è analogico. Significa che lui è semplicemente diverso da ciò che diciamo - che ha con lui solo un certo aspetto di somiglianza. Dicendo che è giusto, affermiamo che non vuole, non tollera e non fa l’ingiustizia, che pure c’è; ma dobbiamo anche dire che la sua giustizia è grazia, che il suo giudizio è il perdono. La croce è dove si realizza la “sua” giustizia: lui, il Giusto, è battezzato, immerso nel nostro peccato, e proprio così compie la volontà del Padre (cf 3,15), la giustizia superiore (5,20). Sulla croce Dio è Dio, tutto e solo amore, vittorioso su ogni male, perfetto nella sua giustizia, sovranamente libero e onnipotente, capace di portare amore e vita là dove c’è odio e morte. Lì lui prevede tutto e provvede a tutti: il massimo male - l’esecuzione ingiusta del Giusto, l’uccisione dell’autore della vita (At 3,14s), il non senso assoluto, l’abbandono stesso di Dio - è il luogo dove lui si riversa nella sovrabbondanza del suo amore per colmare tutto e tutti della sua grazia. La libertà di Dio è amare così, e così salvare tutti. La libertà dell’uomo è dire “sì” a questo amore. Può dire no, ma solo per ignoranza e schiavitù, cioè per non libertà. La mia libertà non è libera fino a quando non conosco l’amore infinito di un Dio crocifisso per me che lo crocifiggo: sono libero solo quando so di essere amato senza condizioni. Questo è il bisogno fondamentale di ogni uomo; fino a quando non lo soddisfa, resta schiavo del suo bisogno insoddisfatto. Chi fa il male non è ancora libero. Non conosce l’amore: è ancora nell’inferno dei suoi bisogni, irresponsabile e incapace di amare.
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In noi c’è sempre insieme intelligenza e ignoranza, libertà e schiavitù, amore ed egoismo: il paradiso e l’inferno passano all’interno di ciascuno di noi; la nostra esistenza terrena è sotto il segno del giudizio eterno. Tutto si semina qui: poi si raccoglie ciò che si è seminato (Gal 6,7). Noi costruiamo nel tempo la nostra dimora eterna (Lc 16,9-12). Il fondamento di questa casa è già posto, e nessuno può porne un altro: è Cristo, il Figlio. Alla nostra responsabilità è affidata la costruzione: se sarà di legno o paglia, oppure di materiale pregiato, dipende da noi. Il fuoco del giudizio - che è lo stesso della croce: l’amore infinito di Dio - brucerà ciò che è da bruciare. Resterà solo ciò che è eterno e prezioso: l’amore che mai viene meno, e arde senza consumarsi. Questa sarà la nostra verità di figli simili al Padre - e più avremo costruito in amore, che mai tramonterà, più la nostra opera resterà, a gloria sua e nostra. Tutto il resto di ciò che siamo e abbiamo fatto, sarà distrutto. Noi però, con quel tanto o poco di buono che avremo fatto, saremo salvati, appunto come attraverso il fuoco (1Cor 3,15). Per questo S. Ambrogio dice che nel giudizio finale “lo stesso uomo in parte sarà salvato e in parte condannato” (Migne, P.L., t. xv, p.1502c). La nostra libertà può opporsi a Dio, ma solo finché non lo conosce - finché non è libera. Alla fine, quando lo conosceremo, saremo liberi solo di amare e di vivere - e questa è la libertà stessa di Dio, che ci riscatta da ogni schiavitù. Il giudizio di Dio rende liberi e responsabili: la croce lo notifica sempre e ovunque. Alla fine del mondo, quando apparirà il “segno” del Figlio dell’uomo che è la sua croce, potenza e gloria sua - tutti lo riconosceranno e si batteranno il petto (24,30). Allora faremo finalmente il gioco di Dio: l’empio brucerà dalla vergogna per la sua empietà, e così potrà gioire della grazia del suo Signore - piangerà il lamento del Battista per danzare al flauto del Figlio dell’uomo. Che questo non avvenga solo al momento della morte, altrimenti si può dire che è perfettamente inutile vivere: tanto varrebbe essere nati già morti! Dio invece ci ha creati vivi, perché cresciamo nella vita.
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È importante parlare dell’inferno . Innanzitutto perché è reale: è il male in cui siamo. Poi perché ci aiuta a conoscere il bene, e ci apre alla misericordia di Dio, da vivere in questo mondo e sempre. Bisogna però parlarne in modo tale che chi ascolta non fraintenda Dio e non si chiuda a lui - come per lo più avviene.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo davanti alla croce, giudizio di Dio c. gli chiedo ciò che voglio: capire la sua giustizia e la sua misericordia che in lui sono la stessa cosa d. rifletto sull’inferno, fatto dall’uomo: lo vedo nella croce e in tutte le croci, e considero il giudizio di Dio e la sua giustizia. 4. Testi utili: Sal 51; 103; Mt 25,1ss; 1Cor 3,10-20; le sette parole di Gesù in croce: Lc 23,34.43; Gv 19,26.27.28; Mc 15,34; Gv 19,30; Lc 23,46.

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44. TI BENEDICO, PADRE 11,25-27 11,25 In quel momento rispondendo Gesù disse: Ti benedico, Padre, Signore del cielo e della terra, perché nascondesti queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le rivelasti agli infanti. Sì, Padre, perché così piacque a te. Tutto mi fu dato dal Padre mio, e nessuno conosce il Figlio se non il Padre, né il Padre conosce alcuno se non il Figlio, e colui al quale il Figlio lo vuole rivelare.

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1. Messaggio nel contesto “Ti benedico, Padre”: dopo il lutto per chi non accoglie la Parola, c’è la danza per chi l’accoglie. Quest’inno di benedizione è un apice del vangelo: il Figlio gioisce della stessa gioia del Padre perché i suoi fratelli partecipano del loro mistero. La conoscenza che c’è fra il Padre e il Figlio, l’amore mutuo che è la loro vita, è donato anche agli “infanti”. Ciò che Dio è per natura, noi lo siamo per grazia. Lo Spirito fa zampillare nel nostro cuore e fiorire sulle nostre labbra la stessa parola per cui il Verbo è Verbo: “Abbà”. Entriamo nella Trinità, partecipando al dialogo ineffabile tra Padre e Figlio. La creazione raggiunge il suo fine, che è il suo principio: al suono del flauto di Gesù, Figlio di Dio e dell’uomo, danziamo le nozze fra Dio e uomo. Accogliere lui è la salvezza: nella sua carne ogni carne è unita ormai alla gloria. Beato chi non se ne scandalizza!

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I sapienti e i furbi cercano un dio sapiente e potente. I piccoli invece incontrano la sapienza e la potenza di Dio lì dov’è: nell’insipienza e debolezza di Gesù. Chi l’accoglie ha il potere di diventare figlio di Dio (Gv 1,12). Il fine della missione del Figlio è aprire ai fratelli e condividere con loro il suo tesoro, la sua vita di Figlio del Padre. E la nostra salvezza è diventare ciò che siamo: figli! Gesù è il Figlio: la sua umanità è la porta di comunicazione fra la creatura e il Creatore, fra il Padre e i suoi figli; è la scala di Giacobbe, che unisce cielo e terra (Gen 28,10-17; Gv 1,51). La Chiesa è fatta dai piccoli ai quali è rivelata la loro realtà, che è la stessa del Figlio.

2. Lettura del testo 11,25 In quel momento . Il brano è in stretta connessione con il precedente. Gesù partecipa al duplice gioco di Dio: il lamento e la danza. Odio del male e amore del bene, tristezza per il primo e gioia per il secondo, vanno sempre insieme, anche se sono ben distinti. “Quel” momento è anche sempre “questo”: il racconto rende il lettore contemporaneo all’evento. ti benedico. La parola greca (ex-omologeîn ) significa “proclamare,

riconoscere pubblicamente”. Gesù riconosce davanti a tutti il dono del Padre. Padre. L’ebraico Abbà corrisponde al nostro appellativo affettuoso “papà”. È il primo balbettare del bambino. Parola semplice e primordiale, origine di ogni altra, non esprime più, a differenza del grido o del pianto, solo paura o disagio, ma il bisogno tipico dell’uomo: il piacere di comunicare con l’altro. Abbà è la parola piena di amore, con la quale il Figlio dice il Padre. La sua dolcezza la capisce solo chi la dice e chi l’ascolta: esprime il mistero di Dio, che è Padre e Figlio nell’unico Amore.

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Questa parola è il centro del cristianesimo. Lo Spirito del Figlio, effuso nei nostri cuori, grida in noi: “Abbà!” (Rm 5,5; 8,15). Il credente è colui che ha conosciuto e creduto l’amore che Dio ha per lui (1Gv 4,16; Gv 17,21). Ciò che Dio è, anche noi lo siamo; per il dono del Figlio, siamo davvero figli di Dio (1Gv 3,1). È il grande mistero, già ora rivelato, anche se come in uno specchio e in modo enigmatico (1Cor 13,12). Soltanto alla fine lo vedremo faccia a faccia, e conosceremo perfettamente come siamo conosciuti (1Cor 13,13). Quando il figlio nasce, si stacca dalla madre e gli pare di morire; invece viene alla luce e vede il suo volto. Quando ci staccheremo dalla vita terrena, verremo alla luce del volto del Padre e saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è (1Gv 3,2). Già ora però, riflettendo la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, secondo l’azione dello Spirito del Signore (2Cor 3,18). Signore del cielo e della terra. Il nostro papà, così vicino e tenero, è il Dio altissimo e onnipotente, Signore del cielo e della terra! Di Dio si parla solo per opposti (coincidentia oppositorum , dice il Cusano), per non ridurlo ad un idolo: è vicino e altissimo, tenero e onnipotente, piccolo e grande, madre e padre, misericordioso e giusto. Perché lui è tutto e niente: tutto perché niente di ciò che c’è, niente di ciò che c’è perché tutto. perché nascondesti. Ciò che è rivelato agli infanti, è nascosto agli altri. La stessa identica realtà è nascondimento e rivelazione, secondo la diversa condizione. queste cose. Si tratta del rapporto ineffabile di conoscenza reciproca tra Padre e Figlio. ai sapienti e agli intelligenti . Sapienti sono coloro che sanno come vanno le cose, intelligenti coloro che le dirigono come vogliono. La sapienza del Figlio è quella delle Beatitudini: i sapienti non la capiscono, gli intelligenti se ne difendono. È stupidità e debolezza ai loro occhi.

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e le rivelasti. Il privilegio di conoscere Dio è riservato agli ultimi. È un dono fatto a chi lo desidera, lo desidera chi ne ha bisogno, ne ha bisogno chi ne è senza. La privazione, il nostro non essere, il nostro essere nulla, è il luogo dove accogliamo la ricchezza di colui che è, ed è tutto. I sapienti e gli intelligenti si negano ciò che non possono produrre loro stessi, e precludendosi così l’accesso alla vita, che non è un prodotto, ma una relazione d’amore con l’altro. agli infanti. Diceva Hillel: “Un ignorante non evita il peccato, un analfabeta non può essere pio”. E il Talmud recita: “Non vi è altro povero, se non chi è povero di sapere”. Gli infanti non solo ignorano e sono poveri: neanche parlano. A loro, senza parole, è rivelata la Parola: Abbà. Anche in noi, oltre le tante parole, c’è una sapienza silenziosa, propria del povero. È la “dotta ignoranza” del puro di cuore, al quale Dio si fa vedere (5,8), ben diversa dalla sapienza ignorante del furbo, al quale Dio resiste. Lui non è oggetto di rapina della nostra intelligenza, ma principio e fine del nostro amore: non si affaccia alla finestra della nostra mente, ma bussa alla porta del nostro cuore. v. 26 sì, Padre . Gesù è contento di questo: è “sì” non solo al Padre, ma anche ai fratelli. così piacque a te. Il piacere del Padre è amare i figli. Il piacere del Figlio è compiacersi di questo amore del Padre: il piacere dell’uno è anche dell’altro. v. 27 tutto. Tutto quanto il Padre è, è dono al Figlio: il Padre gli dona la sua natura, il suo amore e se stesso, in unione indissolubile con lui nella sua distinzione da lui. Il Padre è Dio che tutto dà. mi fu dato . Tutto quanto il Figlio è, è dono del Padre: da lui riceve la sua natura, il suo amore e se stesso, in unione indissolubile con lui nella sua distinzione da lui. Il Figlio è Dio che tutto riceve. Il dare e ricevere reciproco è la loro vita. Ciò che Adamo volle prendere rubando, Gesù accetta come dono.
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dal Padre mio. Gesù è “il” Figlio, che chiama Dio: “Padre mio”. Se siamo in lui, diventa anche Padre “nostro”. nessuno conosce il Figlio se non il Padre . La conoscenza è l’amore verso il Figlio, propria del Padre: l’essere del Figlio è questa conoscenza del Padre nei suoi confronti. né il Padre conosce alcuno se non il Figlio . La conoscenza è l’amore verso il Padre, propria del Figlio: l’essere del Padre è questa conoscenza del Figlio nei suoi confronti. e colui al quale il Figlio lo vuole rivelare . Quel Dio, che nessuno mai ha visto, ce l’ha rivelato proprio il Figlio unigenito, che è rivolto verso il grembo del Padre (Gv 1,18). Le “cose” nascoste a sapienti e intelligenti, la conoscenza mutua fra Padre e Figlio, il loro amore, il loro unico Spirito che è la vita di ambedue, è comunicato dal Figlio agli infanti che lo accolgono. La parola Abbà è l’eredità dei piccoli. Al di là di ogni pretesa sapienza, in ogni uomo c’è la ricchezza ineffabile dell’infante, la dignità del figlio. Il piccolo la conosce: vive di dono, di amore e di grazia.

3. Pregare il testo. a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginandomi nel “mio luogo” vero: sono “nel” Figlio, e, in lui, in seno al Padre, col loro stesso amore. c. chiedo ciò che voglio: il dono dello Spirito, che mi mette nella conoscenza e nella comunione tra Padre e Figlio d. traendone frutto, medito sul testo da notare: ti benedico Padre nascondesti queste cose ai sapienti e agli intelligenti le rivelasti agli infanti sì, Padre, perché così piacque a te nessuno conosce il Figlio se non il Padre né il Padre alcuno conosce se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo vuole rivelare.

4. Testi utili: Sal 103; 8; Dt 7,6-11; 1Cor 1,17-2,16; Gal 4,1-7; Rm 8,1-39.

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45. VENITE A ME 11,28-30 11,28 29 Venite a me, voi tutti affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete il mio giogo su di voi, e imparate da me, poiché sono mite e umile di cuore, e troverete riposo per le vostre vite. Il mio giogo infatti giova, e il mio peso non pesa.

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1. Messaggio nel contesto “Venite a me voi tutti”. Gesù, offrendoci di entrare con lui nell’amore del Padre, ci invita al banchetto della Sapienza (Sir 51,23-27). Il vero cibo è conoscere Dio come Padre e se stessi come figli: è il dono dello Spirito, che fa godere di una vita filiale e fraterna. Questa è la nuova legge, il giogo di libertà del Figlio. Anche la legge data a Mosè è per la vita; ma non dà la vita. È solo un pesante fardello che ordina, denuncia, giudica e condanna ciò che è contro di essa. L’amore invece è pieno compimento della legge (Rm 13,8.10; Mt 7,12; 22,3440): dà quella “giustizia superiore” che introduce nel regno (5,20). Il brano precedente rivela la proposta di Dio: il dono della sua vita nel Figlio. Questo rivela qual è la nostra risposta: la responsabilità di vivere questo dono. Prima ci è stato detto ciò che siamo, ora cosa dobbiamo fare. La legge dice: sii ciò che sei! Il dovere consegue l’essere. Ora il nostro “dovere” è vivere il “piacere” di essere figli e fratelli. La grazia non abolisce il nostro agire; anzi lo rende possibile in modo che realizziamo ciò che siamo. Il vangelo è dono, quindi gratuito. Ma l’amore vive della reciprocità, e chiede di essere liberamente amato. L’amore amato è salvezza; l’amore non amato è perdizione, dramma di Dio, prima che nostro.
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All’etica di norme e divieti succede quella della libertà, alla legge subentra il vangelo! La legge può essere paragonata alla descrizione minuziosa che un botanico fa dei meccanismi che regolano lo sbocciare di un fiore. Tale faticosa spiegazione non farà mai fiorire una gemma. Inoltre nessuna legge è in grado di prescrivere e far eseguire ciò che una madre per amore fa per il figlio. L’amore è libertà non perché trasgredisce la legge - chi la trasgredisce è suo schiavo ribelle -, ma perché da esso germina tutto. Chi ama è suddito non più della legge, bensì dell’amore, unico sovrano, legge a se stesso. In Gesù, “sì” dell’uomo a Dio e di Dio all’uomo (cf 2Cor 1,20), c’è il passaggio dalla lettera che uccide allo Spirito che dà vita, dalla legge alla libertà (2Cor 3,1-18), dalla fatica al riposo. Gesù, il Figlio, è per noi sapienza nuova e riposo. La sua mitezza e umiltà è la nuova legge: la legge di libertà del Figlio, uguale al Padre. La Chiesa in lui è libera dal fardello pesante delle prescrizioni e sta sotto il giogo dell’amore, l’unico che non opprime.

2. Lettura del testo 11,28
Venite

a me. È l’invito a seguire lui (4,19), a partecipare alle nozze

(22,2-4), a entrare nel regno preparato per noi prima della fondazione del mondo (25,34). Venire a Gesù è seguire lui, celebrare le nozze, regnare in eterno! Gesù fa suo l’invito della Sapienza: “Avvicinatevi, voi che siete senza istruzione, prendete dimora nella mia scuola. Fino a quando volete rimanerne privi, mentre la vostra anima ne è tanto assetata? Ho aperto la bocca e ho parlato: acquistatela senza denaro. Sottoponete il collo al suo giogo, accogliete l’istruzione. Essa è vicina e si può trovare. Vedete con gli occhi che poco faticai e vi trovai per me una grande pace” (Sir 51,23-27). Lui stesso è la

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Sapienza, offerta ai semplici e agli inesperti: è gratuita e soave, facile da trovare e dà grande pace. Nella carne di Gesù noi accediamo allo Spirito e attingiamo grazia su grazia (Gv 1,17). In lui il Verbo si è fatto carne, è venuto ad abitare fra noi e ci ha aperto l’ingresso all’unica gloria del Padre e dell’Unigenito Figlio (Gv 1,14). La Sapienza invisibile, che si è manifestata con la sua ombra nella creazione e nella storia, nella legge e nella promessa, ora toglie il velo: è accessibile a tutti, come amore tra Padre e Figlio offerto a noi nel Figlio. Attingiamo con gioia alle sorgenti della salvezza (cf Is 12,3), celebriamo le nozze della Sapienza, l’unione tra uomo e Dio. voi tutti. Anche quelli di Corazim, di Betsaida e Cafarnao! Diventati ultimi e sprofondati per la loro disobbedienza, ora sono in grado di partecipare al banchetto della misericordia, riservato dall’imperscrutabile disegno del Padre a tutti i suoi figli disobbedienti, con o senza legge (Rm 11,32)! affaticati e oppressi. Grande è la fatica di chi osserva la legge; più grande ancora l’oppressione di chi non la osserva! Non ha detto anche Gesù che la legge è da insegnare e compiere, fin nel minimo dettaglio (5,17-20)? È vero, però non in forza della legge, ma dell’amore, che fa vivere ciò che la legge dice, ma non dà. Ciò che prima era fatica e oppressione - e alla fine condanna - ora è gioia, riposo e giustizia nuova, che ci fa “mangiare di sabato”, vivere la vita stessa di Dio (cf brano seguente). e io vi darò riposo . Il riposo è la fine della fatica, l’ingresso nella terra promessa, il raggiungimento del sabato, compimento della creazione in Dio e di Dio nella creazione. Il riposo è Dio stesso, vera casa dell’uomo, alla quale ognuno è invitato a tornare dopo l’affanno delle sue fughe. L’uomo sta di casa nell’amore reciproco tra Figlio e Padre. v. 29 prendete il mio giogo su di voi. Il giogo permette all’animale di usare la sua forza in modo utile. È come la legge per l’uomo: dura ma necessaria
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disciplina, canalizza le sue energie perché possa guadagnarsi il “pane di sudore” (Sal 127,2a). A questo Gesù contrappone il “suo” giogo: la liberalità del Padre, che elargisce doni ai suoi diletti nel sonno (Sal 127,2b). È un giogo dolce: l’amore con il quale lui mi ha amato e ha dato se stesso per me, diventa il mio stesso amore per lui (cf Gal 2,20). imparate da me. Gesù è la Sapienza che insegna l’amore agli inesperti, esperti solo di egoismo. poiché sono mite (cf 21,7). Gesù è il mite, colui che eredita la terra (5,5). La mitezza è la qualità del Signore, il cui potere è servire e perdonare. umile di cuore. In greco c’è “tapino” (18,4; 23,12; cf 20,26): è il piccolo, l’umile, il servo, l’ultimo. Ed è il più grande, perché chi è umile sarà innalzato (23,12). L’umiltà, per i greci come per noi, non è una virtù: è la condizione obbligata dello schiavo. Per la Bibbia è la qualità fondamentale di Dio: l’amore è umile. troverete riposo per le vostre vite. Così dice il Signore: “Fermatevi nelle strade e guardate, informatevi circa i sentieri del passato, dove sta la strada buona e prendetela, così troverete pace per le vostre vite” (Ger 6,16). La pace sta nel trovare questa strada, la più antica: quella eterna del Figlio, la via della mitezza e dell’umiltà, che conduce al riposo del Padre, che è anche il nostro. v. 30 il mio giogo giova. Altri gioghi sono pesanti ed inutili, anzi dannosi. Infatti non la legge, ma solo l’amore fa osservare la legge con le sue prescrizioni. La legge in sé, senza l’amore, stuzzica le trasgressioni, per poi denunciarle (Rm 7,7-13!) il mio peso non pesa. La legge dell’amore non è un fardello da portare, ma un paio di ali che portano. È un peso che non pesa, un carico che scarica e rende leggeri. L’amore infatti è forza interiore divina: è lo stesso Spirito di Dio, che ci dice tutta la verità e ci dà la forza di viverla (Gv 16,12s). Al giogo, che né noi né i nostri padri hanno saputo portare, subentra la “grazia” del Signore che salva (At 15,10s). È la legge di libertà (Gc 2,12),
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quella della nuova alleanza, che ci dà un cuore nuovo (Ger 31,31-34; Ez 36,2628).

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando di trovarmi davanti al Figlio che mi invita ad essere con lui e come lui c. chiedo ciò che voglio: la conoscenza del suo amore impregni il mio cuore e che io risponda con lo stesso amore d. traendone frutto, medito sul testo da notare : venite a me voi affaticati e oppressi io vi darò riposo imparate da me mite e umile di cuore il mio giogo giova il mio peso non pesa. 4. Testi utili: Sal 145; 95; Sir 51,23-27; Ger 31,31-34; Ez 36,24-28; Gv 1,117; 2Cor 3,1-18; Eb 3,7-4,11.

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46. IL FIGLIO DELL’UOMO È SIGNORE DEL SABATO. 12,1-8 12,1 In quel momento passò Gesù di sabato attraverso le messi. Ora i suoi discepoli ebbero fame, e cominciarono a levare spighe e a mangiare. Ora i farisei, vedendo, gli dissero: Ecco i tuoi discepoli fanno ciò che non è lecito fare di sabato. Ora disse loro: Non avete letto cosa fece Davide quando ebbe fame, e quelli con lui, come entrò nella casa di Dio, e mangiarono i pani dell’offerta, che non era lecito a lui mangiare né a quelli con lui, ma ai soli sacerdoti? O non avete letto nella legge che di sabato i sacerdoti nel tempio violano il sabato, e sono senza colpa? Ora vi dico che qualcosa più grande del tempio c’è qui! Se aveste compreso cosa significa: Misericordia voglio e non sacrificio, non avreste condannato gente senza colpa. Infatti il Figlio dell’uomo è Signore del sabato.

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1. Messaggio nel contesto “Il Figlio dell’uomo è Signore del sabato”. Gesù, sapienza e forza di Dio, è lo scandalo (11,6) contro cui inciampano sapienti e intelligenti, e la beatitudine di cui godono i piccoli.

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Il c. 12 è un conflitto fra sapienza vecchia e nuova, fra carne e Spirito, fra morte e vita. Questo brano (come il seguente) riguarda il sabato. I discepoli sono nel “riposo” di Dio: possono, senza colpa, fare di sabato ciò che è concesso ai soli sacerdoti. Sono infatti il popolo messianico, libero e sacerdotale. All’obiezione dei farisei Gesù risponde con argomentazioni scritturistiche (vv. 3.5.7), per concludere con la grande rivelazione: Gesù, il Figlio dell’uomo, è Signore del sabato (v. 8). Chi viene a lui, è come lui: figlio e libero. Le argomentazioni, di tipo rabbinico, spiegano quello che affermano anche gli altri sinottici: il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato. È il senso di tutta la Scrittura, che ci narra la passione di Dio per noi. Sono illuminanti alcune parole del racconto - discepoli, mangiare, giorno di festa, Davide, i pani dell’offerta, il sacerdote, i sacrifici, la misericordia - che richiamano l’eucaristia. Il dono che il Figlio dell’uomo fa a ogni uomo è di cibarsi del sabato, di vivere la vita di Dio stesso! Mangiare è vivere; il grano, il cibo, è la conoscenza del Figlio offerta agli infanti; il sabato è Dio stesso, compimento della creazione e della redenzione; lecito o no è ciò che la legge determina per raggiungere il sabato; il sacerdote ha libero accesso al tempio; Davide è figura del Messia; i discepoli, che mangiano di sabato, non mangiano il frutto proibito - lo fanno senza colpa, perché compagni del Messia, sacerdoti che mangiano il pane dell’offerta , che li rende simili a Dio, che vuole misericordia e non sacrificio. Gesù, Figlio dell’uomo e Signore del sabato, è il nostro pane, la nostra vita. La Chiesa è fatta da coloro che lo mangiano, vivendo la libertà dei figli che amano i fratelli. Non sono più schiavi, ma signori della legge, perché vivono la misericordia del Padre (Lc 6,36-38; Gc 2,12-13).

2. Lettura del testo

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12,1 In quel momento (cf 11,25). La scena è collegata con la precedente, che parla della rivelazione del Padre e del giogo soave del Figlio. Quando leggiamo il vangelo, siamo sempre in quel tempo, anzi in quel momento (opportuno): è il kairòs della presenza del Signore. passò Gesù di sabato attraverso le messi. Il Figlio ha appena invitato i piccoli al suo banchetto. Ora il Signore del sabato - è giunto finalmente il suo giorno! passa tra le messi. Per sovrimpressione è lui il sabato e le messi. In lui si è aperto il cielo sulla terra (3,16): si è affacciata la giustizia di Dio, e la nostra terra ha dato il suo frutto (Sal 85,13b; 67,7). “Le valli si ammantano di grano; tutto canta e grida di gioia” (Sal 65,14). i suoi discepoli ebbero fame. Fin dall’inizio l’uomo ebbe fame di questo frutto. Ma sbagliò pianta, e prese il frutto di morte. L’uomo è fame di vita, a tutti i livelli. Solo il sabato, la vita di Dio, è cibo degno del figlio. Per questo il cibo che sazia è la parola che esce dalla sua bocca - la relazione con lui. cominciarono a levare spighe e a mangiare . Di sabato i discepoli mangiano di quel grano che è il Figlio dell’uomo; prendono la sua vita e il suo vigore, l’amore del Padre. È il banchetto messianico, che elimina la morte per sempre (Is 25,8). “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Chi ne mangia, non morrà” (Gv 6,51.50). v. 2 i farisei. Appartengono alla categoria dei sapienti più intelligenti: non solo conoscono la legge come gli scribi, ma anche la fanno. Ma chi conosce e fa la legge senza conoscere l’amore del Padre, rimane affaticato e oppresso dai precetti, digiuna e non entra nel riposo. i tuoi discepoli fanno ciò che non è lecito di sabato. I discepoli fanno una delle 39 opere vietate di sabato. Lecito/non lecito regola l’agire umano. Ma la legge non può normare la vita: è la vita a normare la legge. Chi assume come principio la legge, sacrifica la vita e muore. Chi assume come principio l’amore del Padre, gioisce della vita di Dio e mangia di sabato.
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Quella dei discepoli non è “una” trasgressione, ma “la” trasgressione, per la quale l’uomo è fatto: passare dal sesto al settimo giorno, vivere di colui del quale è immagine e somiglianza. Principio nuovo di vita non è più la legge, ma l’amore che è vita e legge a se stesso. Così era fin dal principio, prima che Adamo fosse ingannato. v. 3 disse loro: non avete letto . Gesù cita le Scritture per mostrare che la legge, anche la più sacra come quella del sabato (cf Es 20,8-11; Dt 5,12-15), è per l’uomo. Qui ricorda a conferma un fatto che riguarda Davide, e un altro che riguarda i sacerdoti. cosa fece Davide e quelli con lui (1Sam 21,7). Gesù paragona se stesso a Davide, figura del Messia che deve venire. Anche Gesù, a quelli “con lui”, offrirà il suo pane (26,26). v. 4 entrò nella casa di Dio . La fame dell’uomo si sazia solo entrando e abitando nella casa del Signore, per gustare la sua dolcezza (Sal 27,4). Di lui ha fame la mia vita, come la terra riarsa ha sete d’acqua (Sal 63,2). mangiarono i pani dell’offerta. Il pane è vita. Qui si tratta del pane che sta davanti al Volto: “cibo santissimo”, “memoriale”, “legge di grazia”, “riservato ai sacerdoti”, “da mangiare in luogo santo” (Lv 24,5-9). che non era lecito a lui mangiare né a quelli con lui, ma ai soli sacerdoti. La trasgressione di Davide è anticipo di ciò che avverrà col Messia: ciò che fecero i suoi compagni, a maggior ragione fanno i compagni del Messia. v. 5 non avete letto nella legge che i sacerdoti, ecc. I sacerdoti hanno libero accesso al tempio. Come Davide è figura di Gesù, i sacerdoti sono figura dei discepoli ai quali, come a tutti i piccoli, è aperta la conoscenza del Padre. Questa trasgressione non è una colpa, come quella di Adamo: infatti non è rapina dell’uomo, ma dono del Figlio dell’uomo, Signore del sabato. I discepoli, con Gesù, sono re e sacerdoti - al v. 7 saranno anche profeti, perché capiscono il significato delle Scritture.

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v. 6 qualcosa più grande del tempio c’è qui. Più grande del tempio è solo Dio, il Santo per il quale il tempio è santo. Gesù è il Figlio, gloria del Padre, pieno di grazia e verità (Gv 1,14), in cui abita corporalmente la pienezza della divinità (Col 2,9). È venuto a dimorare tra noi, perché dalla sua pienezza attingiamo grazia su grazia (Gv 1,16), e diventiamo familiari di Dio (Ef 2,19), suoi figli di nome e di fatto (1Gv 3,1; Gv 1,12). v. 7 se aveste compreso cosa significa. I farisei non hanno colto il senso delle Scritture, anche se le scrutano. Sono quei “sapienti e intelligenti”, che ignorano di essere figli. misericordia voglio e non sacrificio (cf 9,13 = Os 6,6). La Bibbia non è un codice di norme cultuali o morali. È il racconto della “passione folle” di Dio per l’uomo (Kabasilas), della sua tenerezza che si espande su tutte le sue creature (Sal 145,9). Tutto ciò che c’è nella natura e nella storia, ha un solo “perché”: la sua eterna misericordia, come proclama il ritornello del grande Hallel (Sal 136), che Gesù cantò con i suoi dopo aver dato loro in cibo il vero pane, il suo corpo (26,30). La “santità”, ciò per cui solo Dio è Dio, diverso da tutti, è la sua misericordia (cf Os 11,8s). La norma fondamentale: “Siate santi perché io sono santo” (Lv 11,44), è tradotta da Gesù: “Diventate misericordiosi come il Padre” (Lc 6,36), perfetto nella misericordia (cf 5,45-48). non avreste condannato gente senza colpa. I farisei giudicano senza misericordia i discepoli che vivono del dono di Dio. “Ma la misericordia ha sempre la meglio sul giudizio” (Gc 2,13). v. 8 il Figlio dell’uomo è Signore del sabato. Il Figlio dell’uomo è più grande del tempio: è Signore del sabato, giorno del Signore. Il Gesù di Matteo si presenta solennemente agli ebrei come Messia, sacerdote, profeta, Signore del sabato. Egli è l’Emmanuele, il Dio con noi (1,23), per sempre (28,20), colui che i Magi sono venuti ad adorare (2,2.11) e che alla fine anche i discepoli

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adoreranno (28,17). È il Signore che viene nel suo tempio a fare il suo giudizio - e il suo giudizio sarà la misericordia.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando il campo di grano in cui passò Gesù con i suoi c. chiedo ciò che voglio: comprendere il dono che Dio mi fa di sé d. traendone frutto, medito e contemplo da notare: Gesù passa di Sabato tra le messi, e i discepoli ne mangiano il significato di ciò che fece Davide il significato di ciò che fanno i sacerdoti mangiare di sabato senza colpa! qualcosa più grande del tempio c’è qui misericordia voglio e non sacrificio il Figlio dell’uomo è Signore del sabato.

4. Testi utili: Sal 63; 136; Es 20,8-11; Dt 5,12-15; 1Sam 21,2-7; Lv. 24,5-9; Mt 5,17-48. 47. STENDI LA MANO 12,9-14 12,9 Andato via di là, venne nella loro sinagoga. 10 Ed ecco un uomo che aveva la mano inaridita. E lo interrogavano dicendo: È lecito curare di sabato? per accusarlo. 11 Egli disse loro: Quale uomo tra voi, che abbia una pecora e gli cade di sabato in un fosso, non la prende e la leva? 12 Quanto dunque vale di più un uomo di una pecora! Così è lecito di sabato fare il bene. 13 Allora disse all’uomo: Stendi la tua mano! E la stese, e fu rifatta, sana come l’altra.
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Ora, usciti, i farisei tennero consiglio contro di lui come toglierlo di mezzo.

1. Messaggio nel contesto “Stendi la tua mano!”, ordina Gesù all’uomo che aveva la mano rattrappita. In Africa talora si vede uno che, morso da un serpente, rimane con il braccio secco e mummificato. Anche Adamo, da quando la tese al frutto proibito, rimase con la mano senza linfa. Gesù è venuto a guarirla: chiusa nel tentativo di rapire dall’albero della morte, la riapre al dono dell’albero della vita. Il Signore non solo ci fa dono del sabato, ma ci restituisce la capacità di accoglierlo. Un dono senza una mano aperta a riceverlo, è come la luce senza l’occhio. Il punto d’arrivo dell’azione di Dio non è il dono di sé, ma il dono che ci fa di poterlo accogliere. Questo miracolo determina la sua uccisione: “Tennero consiglio contro di lui come toglierlo di mezzo”(v. 14). Ma proprio così si consegnerà nella nostra mano di peccatori, che, mentre gli dà la morte, riceve la sua vita. Anche questa scena, come la precedente, si svolge di sabato. In essa si consuma il conflitto tra Gesù e i rappresentanti della legge. È lo scontro definitivo tra la lettera che uccide e lo Spirito che dà la vita (2Cor 3,6). La domanda dei farisei è provocatoria ( v. 10). Per loro non è lecito curare in giorno di sabato, se non in caso di pericolo mortale. Già sanno cosa farà: cercano solo il pretesto per accusarlo. Gesù risponde spostando la questione: il problema non è del lecito o meno secondo la lettera, ma del fare il bene o il male ( vv. 11-12). Ciò che lui compie non è solo un “curare”, ma “salvare la vita”, dice Mc 3,4. Infatti aprire la mano al dono, è questione di vita o di morte. Gesù ce la apre al dono del sabato, perché ogni giorno possiamo agire da figli di Dio, nell’amore e nella cura dei

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fratelli. Questa è la norma suprema di colui che misericordia vuole, e non sacrificio (v. 7). La legge, fatta di norme e divieti, non è Dio e non dà la vita: è sacrificio dell’uomo. Il Signore del sabato ci rivela il vero volto di Dio: la misericordia. Proprio per questo giungerà al sacrificio della croce; lì le sue mani inchiodate schioderanno la paralisi della nostra mano rattrappita. La mano è per l’uomo ciò che è il morso per l’animale: gli media la realtà. Questa non è da prendere, distruggere e divorare con la bocca, ma da ricevere, lavorare e donare. La mano, in quanto riceve è quella del Figlio, in quanto lavora è potenza dello Spirito, in quanto dona è come quella del Padre: la mano del Figlio dell’uomo, che “prende, spezza e dà”, realizza la vita di Dio tra gli uomini. La mano può aprirsi o chiudersi, allevare o uccidere, costruire o distruggere, piantare o sradicare, donare o rubare, abbracciare o soffocare. Essa segna il passaggio dalla natura alla cultura. La sua storia è la stessa dell’uomo: può essere divina e realizzare il sabato di Dio, può essere bestiale e far regredire tutto al caos. Dopo il peccato è mortalmente chiusa, e stritolerà anche il Signore del sabato! La croce sarà il passaggio obbligato. Come al solito, Matteo trascura i dettagli di Marco e di Luca, e pone l’accento sull’iniziativa dei farisei che vogliono accusare e uccidere Gesù. In più ha il detto sulla pecora (v. 11s). Gesù pone come principio della legge la misericordia. Non ciò che è lecito o meno secondo le prescrizioni, ma ciò che dà la vita, è la nuova legge. La Chiesa sa di essere graziata e chiamata a vivere la sua grazia (Ef 4,32): apre di continuo la mano che sempre tenta di richiudersi.

2. Lettura del testo

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11,9 Venne nella loro sinagoga . La sinagoga è chiamata “loro”. I discepoli di Gesù, ai quali Matteo si rivolge, ne sono già esclusi. Gesù ci tornerà ancora, a Nazareth (13,54). Qui decidono di ucciderlo; là non gli crederanno e saranno scandalizzati di lui. v. 10 un uomo che aveva la mano inaridita . La mano è attaccata al corpo come un ramo secco all’albero; il veleno del serpente la rese arida, senza vita, anzi seminatrice di morte! Il bene e il male non sta nelle cose, ma nella nostra mano, nella nostra azione, nella nostra relazione con esse. lo interrogavano . L’iniziativa è dei farisei. è lecito. Il problema dei farisei è cosa vieta la legge. Al centro della loro attenzione non c’è più l’albero della vita, ma quello del divieto. Un’azione non dà morte perché è vietata dalla legge, ma è vietata dalla legge perché dà morte. Dio ha posto al centro del giardino non l’albero del divieto, ma quello della vita (Gen 2,9). curare di sabato . Gli Esseni, setta rigorosa, non permettevano di curare di sabato. Altri invece lo permettevano, ma solo in caso di pericolo mortale. Nel caso presente non si tratta di pericolo mortale. Se Gesù guarisce, trasgredisce il sabato. per accusarlo. Sono sicuri che Gesù trasgredisce; ma, invece di capire perché, cercano solo il pretesto per eliminarlo. v. 11 quale uomo tra voi, ecc. Se una pecora cadeva nel fosso, il proprietario poteva salvarla - solo i rigoristi lo vietavano. v. 12 quanto dunque vale di più un uomo di una pecora! Gesù, il buon pastore (Gv 10,1-18), si preoccupa dei figli di Israele almeno quanto un pastore delle sue pecore. L’uomo, immagine di Dio, è ben più di una pecora! Essere legato a norme e divieti che non sono per la vita, è davvero un pericolo di morte: è la religione del sacrificio e non della misericordia! La mano secca è simbolo della relazione di morte che l’uomo ha con se stesso, con gli altri e con l’Altro: invece di “prendere, benedire, spezzare e
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dare”, resta chiusa nella maledizione del possesso. Gesù è venuto a restituirci la sua stessa mano. è lecito di sabato fare il bene. Non la legge è criterio del bene, ma il bene è criterio della legge. Il sabato stesso, giorno di Dio, celebra la sua misericordia per l’uomo (cf Es 20,8-11; Dt 5,12-15). Noi siamo chiamati a diventare come Gesù, che faceva tali cose di sabato dicendo: “Il Padre mio opera sempre, e anch’io opero”. È il Figlio, che fa ciò che vede fare dal Padre (Gv 5,17.19), fino a poter dire: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9), perché la mia è la sua stessa mano, e noi siamo uno (Gv 10,28-30). Gesù non solo viola il sabato, ma si fa uguale a Dio (Gv 5,18). Questa novità è il vangelo, la bestemmia che renderà Gesù reo di morte (9,3; 26,65ss). v. 13 stendi la tua mano! È l’ordine che fa nuova la creazione: l’uomo, che maldestramente aveva teso la mano al frutto proibito e colto la morte, ora la tende di nuovo all’albero della vita, e coglie il frutto del sabato. la stese, e fu rifatta, sana come l’altra . L’uomo, anche dopo il peccato, rimane figlio di Dio. Una sua mano resta sana; ma usa sempre l’altra. Ora anche questa è “rifatta”, sana come l’altra. È “apocatastizzata”, dice il testo greco, restituita alla sua integrità originaria. Diventa la mano di Adamo prima del peccato, quella del figlio, che “prende-bene”( eulàbeia) tutto, come Gesù (Eb 5,7). La creazione torna ad essere bella e buona come Dio l’aveva vista fin dal principio. v. 14 tennero consiglio contro di lui come toglierlo di mezzo. Le mani del Signore del sabato saranno inchiodate all’albero della croce. Da lì scenderà il suo sangue, versato su di noi e sui nostri figli (27,25). Dove la mano secca esprime al massimo il suo potere di morte, la mano del Figlio dell’uomo esalterà il suo potere di dare la vita. Il dono della vita, gli costerà la vita. A caro prezzo ci ha riscattati (1Cor 6,20).

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3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Gesù di sabato nella sinagoga c. chiedo ciò che voglio: aprire la mano al dono che Dio mi fa di sé d. traendone frutto, medito e contemplo da notare: la mano inaridita quanto più vale l’uomo di una pecora è lecito curare di sabato? è lecito di sabato fare il bene stendi la tua mano ! fu rifatta sana come l’altra tennero consiglio contro di lui come toglierlo di mezzo.

4. Testi utili: Sal 103; 107; Mt 5,17-7,12 ci mostra la “mano del Figlio”: come Gesù agisce e ci dona di agire.

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48. PERCHÉ SI COMPISSE QUANTO FU DETTO 12,15-21 12,15 16 17 18 Ora Gesù, saputolo, si ritirò di là. E lo seguirono molte folle, e li curò tutti. E minacciò loro di non renderlo manifesto perché si compisse quanto fu detto per mezzo del profeta Isaia che dice: Ecco il mio Servo che scelsi, il mio amato nel quale si compiacque l’anima mia. Porrò il mio Spirito su di lui, e annuncerà il giudizio alle genti. Non litigherà, né griderà, né alcuno udrà la sua voce nelle piazze. La canna infranta non spezzerà e lo stoppino fumigante non spegnerà, finché non porti a vittoria il giudizio. E nel suo nome spereranno le genti.

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1. Messaggio nel contesto. “Perché si compisse quanto fu detto”. Gesù, scartato dai capi, ripiega in un’attività più segreta. Non si tratta, come pare a prima vista, di un fallimento, bensì del compimento della Scrittura. Attraverso la figura del “Servo” descritta da Isaia, Matteo ci aiuta a capire ciò che sta accadendo. La medesima realtà può avere molte interpretazioni, che alla fine si riducono a due: quella dell’uomo e quella di Dio. La Scrittura ci presenta quella di Dio. La decisione di ucciderlo induce Gesù a ritirarsi. Ma la sua opera continua in modo più efficace, anche se nascosto: cura “tutti” e impone che non lo si dica a nessuno. Il suo messianismo è diverso dalle attese dell’uomo - anche del Battista (11,3): passa infatti attraverso la stupidità e la debolezza della croce, sapienza e potenza di Dio (cf 1Cor 1,18). Gesù è il Figlio del Padre in quanto servo dei fratelli; è l’eletto, perché ha il suo stesso Spirito; non è rissoso, né violento, né spettacolare; è invece attento

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alle persone, alle loro fragilità e incertezze. Così fa trionfare sulla terra la giustizia di Dio e offre speranza a tutti i popoli. Questa lunga citazione di “compimento”, presa dal primo Canto del Servo (Is 42,1ss), esplicita l’ultima, posta a conclusione della prima giornata di miracoli, che interpreta l’azione di Gesù come quella del capro espiatore, che porta su di sé i nostri mali (8,17 = Is 53,4; cf Gv 1,29). Dopo la condanna appena decisa, tutto è chiaro. Il bene non resta mai impunito, ma proprio così ottiene la sua vittoria. Il testo si divide in due parti. Gesù si ritira; ma la sua attività si espande a “tutti” - anticipo di ciò che avverrà nel suo ritiro ultimo ( vv. 15-16); così compie la Scrittura che presenta il Salvatore come il misterioso Servo ( vv. 1721 = Is 42,1-4). Si approfondisce quanto già fu detto nel battesimo (3,17) e ribadito dopo la prima serie di miracoli (8,17). Gesù è il Servo di Dio attraverso il quale si compie ogni giustizia (3,15). È la giustizia superiore (5,20), quella del Padre, che fa piovere la sua misericordia su tutti (5,43-48): è il giogo dolce e soave del Figlio, offerto a tutti i piccoli, affaticati e oppressi (11,25-30) La Chiesa è fatta da quanti hanno accolto il mistero del Servo di Dio.

2. Lettura del testo 12,15 Gesù saputolo, si ritirò. Gesù si ritira in solitudine, da “anacoreta”. Non combatte la violenza con la violenza. Ma non è neanche imprudente. Evita il conflitto, finché può. Quando sarà inevitabile, berrà il calice, chiedendo che passi quell’ora (26,39.42). Gesù non lotta contro nessuno. Ha altra occupazione: fare il bene, sia di sabato che in ogni altro giorno (v. 12). Il suo potere non entra in competizione con alcuno: è servizio. Si tratta di un non-potere che trova il suo spazio di fronte a qualunque potere. E quando non ne trova più, si realizza pienamente, mettendo la propria vita a servizio.
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lo seguirono molte folle. Sono le pecore senza pastore, stanche e sfinite (9,36), che trovano in lui il pastore della vita. Sono gli affaticati e oppressi che cercano in lui il riposo (11,28). Al suo ritiro corrisponde un accorrere a lui da tutte le parti - preludio di quando, elevato da terra, attirerà tutti a sé (Gv 12,32). e li curò tutti. Ora la sua cura si rivolge a “tutti”. Se nella sua azione si limitò ad alcuni, nella sua passione si estenderà a tutti v. 16 minacciò loro di non renderlo manifesto. Il segreto messianico in Marco è dominante: non si può conoscere Dio prima della croce. Matteo, che si rivolge a persone già credenti, lo utilizza per sottolineare la mitezza e umiltà di Gesù. v. 17 perché si compisse, ecc. L’atteggiamento di Gesù non è un fallimento, ma il compimento della profezia di Is 42,1-4. v. 18 ecco il mio Servo, ecc. Colui che nel battesimo fu chiamato il Figlio, ora è chiamato Servo: infatti è Figlio in quanto è servo dei fratelli. Questi è l’eletto, l’amato, in cui il Padre si compiace: ciò che il mondo scarta, odia e disprezza, Dio sceglie, ama e ammira. porrò il mio Spirito su di lui (cf 3,16). Gesù ha lo Spirito di Dio, l’amore tra Padre e Figlio. In forza di esso si fa servo di tutti. annuncerà il giudizio. Gesù porta il giudizio di Dio, crisi di ogni nostro giudizio. Infatti non condanna, ma salva: i suoi giudizi portano la giustizia su tutta la terra e la verità a tutti i popoli (cf Sal 96,13). alle genti. Il rifiuto dei capi del popolo, invece che vanificare il giudizio di Dio, lo estende ai pagani. v. 19 non litigherà . Gesù si ritira per non contendere. Non fa valere il proprio diritto opponendosi al malvagio: in lui il male si arresta, perché non lo restituisce.

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né griderà . Chi grida di più, si impone e domina. È una legge antica, che oggi trova nei mass-media un’amplificazione di forza inaudita. Gesù non grida, né vuol imporsi o dominare: si pro-pone come servo. né alcuno udrà la sua voce nelle piazze . Non cerca rilevanza, non si fa pubblicità. Anche ciò che poi sarà annunciato sui tetti (10,27), sarà sempre qualcosa di sussurrato all’orecchio: la sapienza mite e umile del Figlio. v. 20 la canna infranta non spezzerà. Nell’elogio di Gesù, il Battista non è una canna mossa dal vento (11,7): è uno che “sta”, davanti a Dio. Gesù è benevolo però anche con le “canne”, non solo mosse dal vento, ma anche infrante. Si prende cura di loro, e ne fa l’appoggio della sua attività (11,5), fino a bucarsi la mano (Is 36,6). Sulla punta di una canna berrà in croce l’aceto della nostra vita andata a male (27,48). lo stoppino fumigante non spegnerà . Lui, che è luce del mondo (Gv 8,12), non spegnerà lo stoppino che fumiga, ma porterà su di sé la sua fuliggine, dandogli il fuoco del suo Spirito (3,11). finché non porti a vittoria il giudizio . Il suo giudizio di salvezza sarà portato (alla lettera: “scagliato”) alla vittoria proprio dalla croce, dove tutto sarà compiuto (Gv 19,30). v. 21 nel suo nome . Il suo è il “Nome”: Gesù, Dio-che-salva, è l’Emmanuele, il Dio-con-noi (1,21-23). “In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 4,12). “Chiunque invocherà il nome del Signore, sarà salvato” (Gl 3,5= At 2,21). spereranno le genti. Non solo il popolo dei credenti, ma anche i pagani, “le genti”, mettono in lui la speranza. Se il rifiuto dei suoi “ha segnato la riconciliazione del mondo, quale potrà mai essere la loro riammissione, se non una resurrezione dai morti?” (Rm 11,15).

3. Pregare il testo
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a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Gesù che si ritira c. chiedo ciò che voglio: conoscere lo Spirito di Gesù, il Figlio servo dei fratelli d. traendone frutto, medito il testo da notare: si ritirò lo seguirono molte folle e li curò tutti Gesù, il Servo, l’eletto, l’amato e approvato dal Padre il mio Spirito è su di lui il giudizio di Dio non litiga, non grida non spezza la canna infranta non spegne lo stoppino fumigante così vince e porta speranza a tutti.

4. Testi utili: Sal 22; i Canti del Servo: Is 42,1-9; 49,1-6; 50,4-11; 52,1353,12; 1Cor 1-2; Fil 2,5-11.

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50. CHI NON È CON ME È CONTRO DI ME 12,22-37 12,22 Allora gli fu portato davanti un indemoniato cieco e muto, e lo curò, così che il muto parlava e vedeva. Ed erano fuori di sé tutte le folle, e dicevano: Non sarà costui il figlio di Davide? Ora i farisei, udendo, dissero: Costui non scaccia i demoni se non per mezzo di Beelzebul, il capo dei demoni. Saputi i loro pensieri, disse loro: Ogni regno diviso contro se stesso va in rovina, e ogni città o casa divisa contro se stessa non starà in piedi. E se satana scaccia satana, è diviso in se stesso: come starà in piedi il suo regno? E se io per mezzo di Beelzebul scaccio i demoni, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo essi saranno vostri giudici. Ma se per mezzo dello Spirito di Dio io scaccio i demoni, allora è giunto tra voi il regno di Dio. O come può uno entrare nella casa del forte e rapirgli le sue cose, se prima non ha legato il forte? E allora gli saccheggerà la casa. Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde. Perciò dico a voi: Ogni peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia dello Spirito non sarà perdonata. E chi dirà una parola contro il Figlio dell’uomo, gli sarà perdonato;
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ma chi dirà contro lo Spirito Santo, non gli sarà perdonato, né in questo secolo né in quello a venire. Se prendete un albero buono, anche il suo frutto è buono; se prendete un albero cattivo, anche il suo frutto è cattivo. Dal frutto infatti si conosce l’albero. Progenie di serpenti, come potete dire cose buone se siete cattivi? Infatti dall’abbondanza del cuore parla la bocca. L’uomo buono dal tesoro buono tira fuori cose buone, e l’uomo cattivo dal tesoro cattivo tira fuori cose cattive. Ma vi dico che di ogni parola inutile che gli uomini diranno, renderanno conto nel giorno del giudizio. Poiché sulle tue parole sarai giustificato e sulle tue parole sarai condannato.

1. Messaggio nel contesto “Chi non è con me, è contro di me”, dice Gesù. Il Signore del sabato si offre: o lo accogliamo o gli diamo la morte. Essere con lui, il Figlio, è essere se stessi. Non essere con lui, è perdere se stessi: è morire, come una pianta staccata dalla propria radice. Questo brano segna l’apice della crisi tra Gesù e i farisei. Appena guarito un indemoniato cieco e muto ( v. 22), le folle si interrogano su di lui con meraviglia (v. 23), e i farisei lo accusano di connivenza col capo dei demoni ( v. 24). Gesù risponde con sei argomentazioni progressive: è assurdo che satana sia contro se stesso (vv. 25-26); inoltre anche i giudei, come lui, fanno esorcismi (v. 27); il fatto che lui scacci gli spiriti immondi nella potenza dello Spirito, segna l’inizio del regno di Dio ( v. 28); lui è il più forte, che vince la

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forza del nemico ( v. 29): essere con lui o meno è la salvezza o la perdizione dell’uomo (v. 30); chi lo accusa, mente contro la verità e pecca contro lo Spirito (vv. 31-32); i farisei sono un albero cattivo che dà frutti cattivi: la loro menzogna è frutto di un cuore cattivo - e dalla loro parola saranno giudicati (vv. 33-37). L’indemoniato cieco e muto è immagine dei farisei: non vedono la realtà, ma le proiezioni del loro cuore malvagio; non dicono la verità, ma la menzogna che hanno dentro. Non sono figli di Abramo, ma del serpente (3,7), menzognero e omicida fin dal principio (Gv 8,44). Il loro peccato è il peccato: la resistenza alla verità. È più grave del peccato stesso di Adamo. Come lui, non prestano ascolto a Dio; ma, a differenza di lui, non lo fanno per errore: coscienti della menzogna, la difendono, come satana, per un miope interesse che poi li rovina. Con la sua forte denuncia, Gesù cerca di convincerli della loro cecità, per guarirli (cf Gv 9,39-41). Hanno già deciso di uccidere il Signore del sabato (v. 14). Il loro è il peccato contro lo Spirito: l’indurimento nel male di un cuore che non vuol arrendersi alla verità che conosce. Gesù porta il giudizio di Dio: essere con lui è la salvezza. Chi è contro, lo uccide. Ma a chi gli toglie la vita, il Signore la dona, e proprio così compie il giudizio di Dio - che è amore assoluto per tutti, senza condizioni (cf At 4,28). La Chiesa accoglie e annuncia il giudizio di Dio: il Messia, rifiutato e crocifisso, apre a tutti le braccia di Dio.

2. Lettura del testo 12,22 Un indemoniato cieco e muto. Richiama i due ultimi miracoli: quello dei due ciechi e quello dell’indemoniato muto (9,27-34). Questo cieco-muto siamo noi: ciechi, non ancora venuti alla luce della nostra verità, e incapaci di comunicare. Vediamo non la realtà, ma i nostri cattivi fantasmi; diciamo non la

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verità, ma le nostre paure. Il Signore del sabato è venuto per guarirci, perché possiamo vedere e comunicare. v. 23 non sarà costui il figlio di Davide? Come in 9,33, la folla si apre alla meraviglia. Ma la domanda suppone una risposta improbabile: “costui”, che è così, non può essere il Messia! Dovrebbe essere diverso! La domanda del Battista è aperta a ogni risposta (11,2); quella della folla rischia di chiudersi nel pregiudizio contro il Figlio dell’uomo - peccato perdonabile, a differenza di quello dei farisei, che è contro lo Spirito (v. 32). v. 24 costui non scaccia i demoni se non per mezzo di Beelzebul. I farisei ripetono l’accusa di 9,34. Hanno già deciso di eliminarlo. Per questo, anche contro ogni ragionevolezza, interpretano negativamente il fatto. La realtà è quella che è. L’uomo, pur intuendo qualcosa della verità, ha sempre la libertà di pensare il contrario di ciò che capisce. Mistero del cuore! Il peccato contro lo Spirito è l’uso della libertà per negare la verità, perché contro i propri presunti interessi. Chi non vuole respingere da sé il male, rifiuta di capire e compiere il bene (Sal 36,5.4). v. 25s ogni regno diviso contro se stesso va in rovina, ecc. Gesù mostra l’assurdità dell’accusa. Chi nega la verità conosciuta, arriva a dare

interpretazioni assurde e contraddittorie. Satana sarà cattivo, ma non stupido: non va contro se stesso. Il male ha una sua coesione interna, spesso più del bene. Infatti tende a omologare tutto, senza rispetto per la libertà e le differenze (vedi, ad esempio, le banche, i partiti totalitari, la mafia, ecc.). v. 27 i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Gli stessi farisei si tirano la zappa sui piedi, interpretando lo stesso fatto in modo diverso, perché compiuto dai “loro”. È segno chiaro del pregiudizio contro Gesù. v. 28 se per mezzo dello Spirito di Dio io scaccio i demoni, ecc. Gesù scaccia i demoni, nella forza dello Spirito, ricevuto nel battesimo, che l’ha condotto nel deserto (4,1), per incontrare e vincere satana. Con lui inizia e si diffonde il regno di Dio. La sua presenza smaschera il diabolico ovunque si nasconda 334

ora anche nel cuore dei farisei. La loro resistenza alla verità è satanica. Gesù ribalta l’accusa dei suoi accusatori: lui effettivamente libera dai demoni, mentre loro ne sono posseduti. v. 29 come può uno entrare nella casa del forte, ecc. Il demonio è il forte che ha preso dimora nell’uomo, facendolo suo schiavo. Ora è giunto il più forte (3,11) , che lo vince e gli strappa di mano la sua vittima. v. 30 chi non è con me, è contro di me. “Beato chi non si scandalizza di me” (11,6)! Essere con lui, il Figlio, è accogliere il Padre e la propria identità. Non essere con lui, è essere ancora posseduti dall’avversario, contro di sé, contro il Figlio, contro il Padre e contro tutti; è restare ciechi e muti, preda delle proprie paure e chiusure, nelle tenebre e nella solitudine di chi è affidato a nessuno. chi non raccoglie con me, disperde . Gesù è venuto a raccogliere le pecore perdute d’Israele (15,24). In lui, il Figlio, si realizza l’unione dei fratelli. Fuori di lui c’è dispersione: si è preda del divisore. v. 31 ogni peccato e bestemmia sarà perdonata. Qualunque azione o parola cattiva è oggetto di perdono da parte di Dio. ma la bestemmia dello Spirito non sarà perdonata. È il peccato che fanno coloro che accusano Gesù di scacciare i demoni in nome del capo dei demoni: non riconoscono la verità che pur conoscono, mentono coscientemente contro lo Spirito, che è verità (1Gv 5,6). È il peccato di Anania e Saffira, che porta alla morte (At 5,3.9). Il diavolo, fin dal principio, coscientemente parla contro la verità, per ingannare e uccidere! Mentire sapendo di mentire è “diabolico”. Questo è il male che non può essere perdonato: può solo essere bruciato. Da esso bisogna convertirsi, se si vuole il perdono. Il chirurgo non “perdona il tumore”, ma lo toglie, implacabilmente. Con queste parole Gesù vuole togliere dal nostro cuore il diabolico che ci impedisce di accogliere lo Spirito, verità e vita nostra. E ci riuscirà con la croce, proprio là dove il male raggiungerà la sua forza estrema.

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Pecco contro lo Spirito quando so di avere torto e non voglio ammetterlo, o quando, invece di mettermi in questione, mi chiudo in difesa e attacco. Più tremenda ancora è la presunta “buona fede”. Quando me l’aggiudico, sono già in mala fede. Solo l’altro può dichiararmi in buona fede, per la mia ignoranza o stupidità; non io. “Sentirmi in malafede” è un grande dono: è la voce di Dio, che mi chiama alla libertà. Pecco contro lo Spirito anche quando voglio avere ragione ad ogni costo, anche a costo della verità. Leggendo giornali diversi, ci si rende conto di come sia diffuso questo peccato! Ma la stampa è l’esempio più evidente di una realtà molto più grande che fa da specchio a tutti noi. Il peccato contro lo Spirito è l’orgoglio che non riconosce la propria stupidità, e non accetta altra verità che la propria comoda certezza. v. 32 chi dirà una parola contro il Figlio dell’uomo, gli sarà perdonato; ma chi dirà contro lo Spirito, ecc. Il Figlio dell’uomo, nella sua carne, è scandalo (11,6). Chi lo rifiuta, rifiuta il dono di Dio; ma è perdonato, perché non è evidente che il Crocifisso è la gloria di Dio. Ma dopo la risurrezione e il dono dello Spirito, chi rifiuta la verità che conosce, rifiuta lo Spirito. La luce e la verità non possono convivere con la menzogna riconosciuta: o ci si converte, o questo male sarà bruciato (cf 1Cor 3,12-15). v. 33 se prendete un albero buono, ecc . (cf 7,16-20). Il frutto sta all’albero come la parola al cuore. Dal cuore cattivo nasce la parola cattiva, e ciò che ne consegue: “Ciò che esce dalla bocca, proviene dal cuore. Questo rende immondo l’uomo. Dal cuore infatti provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adulteri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie” (15,18s). Il male peggiore è mentire alla verità che sempre parla nel cuore. v. 34 progenie di serpenti (cf 3,7). Uno è generato dalla parola che ascolta. Se è quella di Dio, è figlio di Dio, come Abramo, padre nella fede; se è quella del serpente, diventa figlio del maestro di diffidenza, menzognero e omicida fin dal principio, come Adamo dopo il peccato (Gv 8,44).
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v. 35 l’uomo buono dal suo tesoro buono tira fuori cose buone, ecc. (cf 13,52). Uno vede con il suo occhio, anzi con il suo cuore, che è il suo tesoro. Il cuore buono dà un’interpretazione buona, il cuore cattivo un’interpretazione cattiva. Gesù denuncia il male del nostro cuore per bruciarlo. La sua è una cura per cauterizzazione. v. 36 ogni parola inutile, ecc. La parola non è tutto, ma tutto è parola per l’uomo. Essa produce verità, offre comunione, genera gioia e vita; oppure, come quella del serpente, dice menzogna, provoca solitudine, partorisce tristezza e morte. Grande è il potere della parola: genera l’uomo a propria immagine e somiglianza - figlio di Dio o di satana, nella verità che fa liberi o nella menzogna che uccide. v. 37 sulle tue parole sarai giustificato/condannato. Le nostre parole ci giudicano: ci aggiudicano il giudizio di Dio che giustifica, se sono a lui conformi; diversamente pongono fuori da lui, nel nulla. La parola di chi si autogiustifica, lo condanna; quella di chi si condanna e si converte, lo giustifica. Le parole vere, dove il “sì” è “sì” e il “no” è “no” (5,37), ci salvano. Il “sì” che non è “sì” e il “no” che non è “no” viene dal maligno e ci condanna. La mia salvezza è dire: “Sì, è vero, la menzogna è in me. No, non è vero, la verità non è in me. Mi lascerò convertire”. Vedendo la trave che è nel mio occhio (7,3), sono salvo: non giudico più nessuno e accetto per tutti la misericordia di Dio.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Gesù davanti alle folle e ai farisei c. chiedo ciò che voglio: conoscere e riconoscere davanti a lui le mie resistenze alla verità d. traendone frutto, medito e contemplo da notare : un indemoniato cieco e muto
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la reazione della folla e dei farisei chi non è con me, è contro di me chi non raccoglie con me, disperde qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata la bestemmia contro lo Spirito Santo la bocca parla dalla pienezza del cuore sulle tue parole sarai giustificato o condannato.

4. Testi utili: Sal 36; Lc 11,14-23; At 5,1-11; Rm 11,1ss; Gv 9,39-41.

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50. Il SEGNO DI GIONA 12,38-42 12,38 Allora gli risposero alcuni degli scribi e farisei, dicendo: Maestro, vogliamo vedere un segno da parte tua. Ora egli, rispondendo, disse loro: Una generazione perversa e adultera esige un segno; e segno non le sarà dato, se non il segno di Giona il profeta. Come infatti rimase Giona nel ventre del pesce tre giorni e tre notti, così sarà il Figlio dell’uomo nel cuore della terra tre giorni e tre notti. Gli uomini di Ninive sorgeranno nel giudizio con questa generazione, e la condanneranno, poiché si convertirono all’annuncio di Giona; ed ecco più di Giona qui! La regina di Noto risusciterà nel giudizio con questa generazione e la giudicherà, poiché venne dai confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone; ed ecco più di Salomone qui!

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1. Messaggio nel contesto “Il segno di Giona”, che sta tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, è profezia del Figlio dell’uomo, che entrerà nel sepolcro. Chi non crede a lui, chi non apre la mano per accogliere il dono, chi non vuol riconoscerlo contro ogni evidenza, lo toglie di mezzo (v. 14) e commette il peccato contro lo Spirito (v.

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31s). Ma proprio per lui, che non accetta nessuno dei suoi segni, Gesù dà il segno di Giona: la propria vita. Il male provoca (chiama-fuori) ciò che è dentro: in noi provoca altro male, e restituiamo moltiplicato quello che abiamo ricevuto; in Dio provoca il suo amore incondizionato, e dà la vita a chi gliela toglie. Questo è il segno definitivo, che inequivocabilmente lo rivela come Dio. O Dio o satana, o la verità o la menzogna, o con Gesù o contro di lui, diceva il brano precedente (vv. 22-32). Chi sceglie contro di lui, conoscendolo, ha scelto per satana, contro Dio. Ma questo, che è “il” male, pro-voca il Figlio dell’uomo a entrare per tre giorni nel cuore della terra, in solidarietà assoluta con l’uomo che lo rifiuta. Segno più grande neppure Dio può dare. In esso rivela la sua identità: misericordioso e clemente, longanime, di grande amore, che davanti al male si lascia impietosire (Gn 4,2) - e, davanti al male estremo, si fa pietà estrema, fino a portarlo su di sé. Altro segno non sarà dato, perché questo è il segno dell’Altro, rivelazione della sua alterità unica. Gesù, con il “suo” segno, è ben più di Giona profeta: ci fa vedere Dio nella sua realtà più intima, la misericordia. Ed è anche ben più di Salomone, il sapiente: è la Sapienza stessa di Dio, nascosta e invisibile, che imbandisce il suo banchetto. La Chiesa, composta da giudei e pagani, riconosce il segno del Figlio dell’uomo: vede nel Crocifisso la potenza e la sapienza di Dio.

2. Lettura del testo 12,38 Maestro, vogliamo vedere un segno da parte tua. Vogliono un segno dal cielo (Mc 8,11), divino e inequivocabile, che costringa a credere. Dio non lo farà mai: non costringe nessuno, perché la fede è un atto di libertà. Inoltre, per chi sa leggere, tutto è segno di Dio; per chi non sa leggere, la Scrittura è la

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sua paziente scuola di lettura; per chi poi non vuol leggere, nessun segno è sufficiente. Anche Israele nel deserto chiede un segno, per sapere se “il Signore è in mezzo a noi, sì o no” (Es 17,7). È la stessa diffidenza di Adamo, peccato radicale e radice di ogni peccato. Chiedere segni è segno di sfiducia, e la loro moltiplicazione non basta per uscirne. Le azioni e le parole di Gesù sono chiare per chi è ben disposto. Chi chiede un crescendo di segni, senza accettare ciò che significano, è come uno che raccoglie segnalazioni stradali, invece di seguirne le indicazioni. Dio dà spontaneamente delle conferme, ma solo a chi non li pretende: “Egli infatti si lascia trovare da quanti non lo tentano, si mostra a coloro che non ricusano di credere in lui” (Sap 1,2). E i suoi gesti non sono di potere e di grandezza mondana (cf 4,1-11). Mentre noi cerchiamo da Dio le caratteristiche dell’idolo - grande, affascinante e tremendo (Dan 2,31) - ai pastori è presentato “il bambino”, piccolo, fasciato e tremante (Lc 2,12). È proprio dell’amore farsi come l’amato; per questo i segni evangelici si sintetizzano nella croce, “segno del Figlio dell’uomo” (24,30). v. 39 una generazione perversa e adultera . Ogni generazione, da Adamo in poi, è “per-versa”, volta-in-altra-direzione, non verso Dio; e chiede conferme alle sue attese sbagliate. Deve “con-vertirsi”, volgersi-a Dio, e allora ne coglie i segni. Inoltre ogni generazione è “adultera”: non ama il suo sposo, ma segue altri amori (Dt 6,6ss; Ez 16). Deve tornare ad amare colui che la ama di amore eterno (Ger 31,3), e allora ritrova se stessa e lui. esige un segno. Pretende che il Signore avalli la sua perversione e il suo adulterio. Ma Dio non risponde. Il suo silenzio è molto eloquente: davanti al male estremo, tace per misericordia estrema (26,63; 27,14; cf Am 8,11). se non il segno di Giona il profeta. Giona è profeta in due sensi: rivela la resistenza dell’uomo a Dio e la misericordia infinita di Dio per tutti, Giona compreso! A chi non accetta il suo dono e gli toglie la vita, il Signore dà come
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segno il dono di sé e la sua vita. La croce è il suo segno, che lo rivela come “amore crociato” (S. Caterina da Siena ). È la risposta divina alla provocazione dell’uomo. In essa Dio si “ex-prime”, spreme-fuori di sé la sua essenza nascosta: è tutto e solo amore che si dona senza condizioni. v. 40 come infatti rimase Giona nel ventre del pesce tre giorni e tre notti, ecc. Matteo centra l’attenzione sul fatto che Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce. Come lui, Gesù entrerà per tre giorni e tre notti nel cuore della terra. È l’unico segno che può guarire dalla cecità questa generazione adultera e perversa. Il Signore crocifisso, morto e sepolto con noi e per noi nelle nostre notti e abissi, è rivelazione indubitabile del Dio amore. Chi lo vede, non può non battersi il petto e tornare a lui (24,30). Volgendo lo sguardo a colui che abbiamo trafitto (Gv 19,37), anche il nostro cuore è trafitto (At 2,37); nel Figlio dell’uomo innalzato conosciamo “Io-sono”, e siamo tutti attirati a lui (Gv 8,28; 12,32). Entrando nel cuore della terra, il Figlio dell’uomo entrerà nel cuore stesso dell’uomo. Non è l’uomo humus, terra? v. 41 gli uomini di Ninive sorgeranno nel giudizio con questa generazione ecc . I niniviti, nemici ed empi per antonomasia, si convertirono all’annuncio di Giona, e conobbero il Signore misericordioso e compassionevole. Nel giorno del giudizio sorgeranno con i contemporanei di Gesù e ne evidenzieranno l’incredulità. Questa minaccia di Gesù contro i suoi ascoltatori, come già quella di Giona contro quelli di Ninive, è “profetica”: è un avviso perché non si avveri allora ciò che, purtroppo, ora è vero. La denuncia del male che fanno è invito pressante a uscirne. ecco più di Giona qui. Giona, contro la sua volontà, fu profeta della misericordia: Gesù è la stessa misericordia di Dio che si dona! v. 42 la regina di Noto risusciterà nel giudizio con questa generazione, ecc. I lontani, sia mal disposti come quelli di Ninive che ben disposti come la regina di Saba, mostrano ai vicini il loro peccato di incredulità. Questi sono come
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Giona: non si vogliono convertire a quel Dio misericordioso che invece i lontani accolgono. Il problema non è convertire il peccatore, ma il giusto. Il suo peccato, nascosto solo a lui, è il non accettare la misericordia - Dio stesso, che è misericordia. Il dramma per il Padre non è il figlio minore che se ne va e torna, ma il fratello maggiore, che gli sta vicino e non lo conosce (cf Lc 15,1ss!). Per questo il Figlio sarà ucciso come peccatore, proprio dai giusti! ecco più di Salomone qui. Salomone è sapiente, Gesù la sapienza stessa di Dio, il Figlio che invita al banchetto della sua conoscenza col Padre (11,25-30).

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Gesù che parla davanti a quelli che hanno deciso di ucciderlo c. chiedo ciò che voglio: comprendere il “segno” di Giona d. traendone frutto, medito il testo da notare: vogliamo vedere un segno generazione perversa e adultera non sarà dato se non il segno di Giona il Figlio dell’uomo nel cuore della terra per tre giorni e tre notti quelli di Ninive si convertirono la regina di Noto venne dai confini della terra per ascoltare ecco più di Giona qui ecco più di Salomone qui. 4. Testi utili: Sal 19; Es 17,1-7; Mt 4,1-11; Giona; Dn 2,31-45; Am 8,4-12.

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51. COSÌ SARÀ ANCHE PER QUESTA GENERAZIONE PERVERSA 12,43-45 14,43 Quando lo spirito immondo è uscito dall’uomo, se ne va per luoghi senza acqua, cercando riposo, e non lo trova. Allora dice: Tornerò nella mia casa, dalla quale sono uscito. E, venuto, la trova libera, pulita e bella. Allora va e prende con sé altri sette spiriti più cattivi di lui, ed entrati vi prendono dimora; e la fine di quell’uomo è peggiore di prima. Così sarà anche per questa generazione perversa.

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1. Messaggio nel contesto “Così sarà anche per questa generazione perversa”, dice Gesù ai suoi ascoltatori, allora come adesso. La sua venuta segna l’inizio del regno e la liberazione dal male. Ma è sempre possibile precipitare in una situazione peggiore della precedente. Se uno conosce la verità e le volta le spalle, sarebbe meglio per lui non averla conosciuta: si è vaccinato contro di essa. Per lui si verifica il proverbio: “Il cane è tornato al suo vomito, e la scrofa lavata è tornata ad avvoltolarsi nel brago” (Pr 26,11; 2 Pt 2,22). Il maligno è in ritirata, ma non ancora morto: c’è sempre il pericolo di ricadere nelle sue mani. E ciò avviene quando, invece di convertirci e seguire i segni che ci sono, ne chiediamo altri o di altro tipo. La nostra lotta contro il male dura tutta la vita: è una colluttazione non contro creature fatte di carne e di sangue, ma contro gli spiriti cattivi, che abitano quella regione celeste (Ef 6,12) che è il nostro cuore. È una battaglia interiore con momenti di resistenza e di resa, sia al Signore che al nemico. Quando vogliamo fare il bene, il male è accovacciato alla nostra porta - anche dopo il

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battesimo, come attesta Paolo (Rm 7,21.17). Non siamo del mondo, ma restiamo nel mondo (Gv 17,6.11): anzi, il mondo resta sempre in noi. Siamo chiamati a vivere da figli della luce proprio nella notte, che non è solo attorno a noi (1Ts 5,1-11): il sole è sorto, ma la tenebra del dubbio, delle passioni e dell’incredulità ci insidia dal di dentro. La lotta contro il male comincia quando ci opponiamo ad esso. Se gli siamo contro, anche lui è contro di noi. Le difficoltà e le tentazioni sono la prova che gli resistiamo. Come sono lo spurgarsi del male che abbiamo subìto e anche fatto, sono pure la medicina che ce ne guarisce. Sia Israele dopo il Mar Rosso che Gesù dopo il battesimo subirono le tentazioni del deserto. Così anche noi, dopo la nascita nello Spirito, se camminiamo secondo lo Spirito, sperimentiamo l’avversità dello spirito contrario. I due spiriti si oppongono a vicenda, sicché non facciamo mai impunemente ciò che vorremmo (Gal 5,16s). Dentro di noi c’è sempre una dualità. Se rifiutiamo il conflitto, non andremo mai avanti. Il brano è una esortazione alla vigilanza e alla perseveranza. Chi crede di stare in piedi, stia attento a non cadere (1Cor 10,12). Una volta liberati dal male e illuminati, non dobbiamo indietreggiare a nostra perdizione (Eb 10,39). La recidività è sempre possibile - e la ricaduta è peggiore della malattia (Eb 6,4-6). Gesù, il più forte che ha vinto il forte, ci ha liberati perché restassimo liberi (Gal 5,1). La Chiesa accetta di vivere la libertà di Cristo, e continua con perseveranza la sua stessa lotta contro il male fino alla fine, stando attenta ai colpi di coda del drago, mortalmente ferito ma non ancora morto.

2. Lettura del testo 12,43 Quando lo spirito immondo è uscito dall’uomo. Lo spirito immondo esce da dove è abusivamente entrato. Lo Spirito Santo invece è di casa nell’uomo:
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rimane sempre in lui, anche se sepolto tra le immondizie. Anche nel cuore più perverso c’è nascosto il tesoro: l’amore inalienabile che Dio ha per lui rimane in eterno, e regge al fuoco del giudizio (1Cor 3,15). se ne va per luoghi senza acqua. Dimora dello spirito immondo è il deserto, senza acqua, senza vita. Sia Israele che Gesù l’hanno attraversato. È anche per noi il passaggio obbligato del ritorno al giardino promesso. Per questo incontriamo maggiori difficoltà nel deserto che non in Egitto: il cammino verso la libertà è ostacolato da chi vuol ricondurci a schiavitù. Il nostro cuore, abituato al male noto, teme il bene ancora ignoto. Per questo Dio, che in una notte fece uscire Israele dall’Egitto, non riuscì in quarant’anni a far uscire l’Egitto dal cuore d’Israele. cercando riposo, e non lo trova. Non il deserto, ma la terra promessa è il riposo. Gli affaticati e oppressi lo trovano nel Figlio (11,28-30). Il nemico non lo trova, perché non accoglie il Figlio - e così resta inquieto e agitato, nemico di sé e di tutti. v. 44 tornerò nella mia casa, dalla quale sono uscito . Invece di tornare a Dio, sua vera casa, vuol tornare nell’uomo, per renderlo alienato come lui. Chi sta male, come nuoce a sé, cerca di nuocere anche all’altro. venuto, la trova libera, pulita e bella. Senza il nemico, l’uomo è libero, non occupato. Ogni pratica ascetica e mistica è ricerca di questo vuoto, che lascia spazio allo Spirito, al riposo del settimo giorno. Chi si è svuotato dal male, è anche pulito: i suoi sensi, la sua mente e il suo cuore sono purificati e sgomberi. Ed è bello, ornato della bellezza nella quale Dio l’ha fatto - la sua stessa. L’uomo che prima era occupato, immondo e orribile, ora è libero, pulito e bello! v. 45 prende con sé altri sette spiriti più cattivi di lui, ecc. Se vai di bene in meglio, il nemico ti assale con maggior violenza. Ti meravigli di certi suoi attacchi, tanto più forti e repentini quanto più sei in armonia con te e con
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tutto. Arrivi addirittura a pensare che era meglio quando era peggio. Non ti sorprenda questo: Dio e il nemico agiscono in te in modi opposti, secondo la tua diversa condizione. Se fai il male, il nemico ti lascia in una “pace perniciosa” (Cassiano) per tenerti in schiavitù, mentre Dio ti inquieta per liberartene; se invece fai il bene, Dio ti mantiene in pace serena, mentre il nemico si fa sentire rumorosamente per turbarti, intristirti e scoraggiarti, con l’intento di farti desistere, o almeno di ostacolarti. Il Signore, anche se lo senti di meno, ti è pur sempre vicino, e permette questo perché tu acquisti pazienza più grande, speranza più pura, gioia più provata e forza più esercitata. Ma sta’ attento a non cadere: sarebbe disastroso. Soprattutto non

spaventarti, e metti in conto che sempre senti più forte lo spirito che combatti e più debole quello che segui. Ma è normale. Non avverti la corrente d’acqua che ti trasporta velocemente, a differenza di quella contro la quale stai nuotando. Se senti opposizione, è perché ti stai opponendo. Lo spirito che chiudi fuori casa, forza la porta e fa rumore per entrare; quello che ospiti, sta con te tranquillo, come in casa propria. la fine di quell’uomo è peggiore di prima. È peggio cadere dalla cima che star seduti ai piedi del monte. Chi non è disposto a continuare la lotta contro il male, diventa di una tiepidezza vomitevole a sé e a Dio (cf Ap 3,16). Finché viviamo, siamo sempre esposti al male; è possibile anche l’apostasia (cf Eb 10,26-39). Ma Dio è vicino e aiuta, perché la lotta tempri la nostra forza, purifichi la nostra speranza e raffini il nostro amore (Rm 5,3-5). Dice il Signore: “Chi persevererà sino alla fine, sarà salvato” (24,13), e: “Con la vostra perseveranza salverete le vostre vite” (Lc 21,19). così sarà anche per questa generazione perversa. La venuta di Gesù ha segnato la liberazione dal male. Ma questo si è scatenato più fortemente e ha portato i suoi contemporanei a una situazione peggiore - fino al peccato contro lo Spirito. Al Figlio dell’uomo, che sempre è nel profondo del cuore dell’uomo,
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non resterà che entrare nel cuore della terra, e dare così il “suo” segno, quello del suo amore indefettibile.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando la mia verità: sono tempio del Signore, dimora del suo Spirito, libero, pulito e bello. c. chiedo ciò che voglio: il dono della pazienza e della perseveranza nelle difficoltà d. traendone frutto, medito il testo da notare: lo spirito immondo è uscito dall’uomo se ne va per luoghi senza acqua, cercando riposo tornerò nella mia casa dalla quale sono uscito la trova libera, pulita e bella prende con sé sette spiriti più cattivi di lui la fine di quell’uomo è peggiore di prima così accadrà a questa generazione perversa.

4. Testi utili: Sal 95; 106; Dt 8-9; Gal 5,1ss; Eb 6,4-6; 10,26-39; 2Pt 2,20-22; Lc 18,1-8; Rm 5,3-5; Gc 1,2-8; 1Pt 1,6-9.

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52. ECCO MIA MADRE E I MIEI FRATELLI 12,46-50 12,46 Mentre egli ancora parlava alle folle, ecco la madre e i suoi fratelli stavano fuori, cercando di parlargli. Ora qualcuno gli disse: Ecco tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori, cercando di parlarti. Ora, rispondendo, disse a chi gli parlava: Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? E stesa la sua mano sui suoi discepoli, disse: Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché colui che avrà fatto la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è mio fratello, sorella e madre.

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1. Messaggio nel contesto “Ecco mia madre e i miei fratelli”, dice Gesù, stendendo la mano su coloro che hanno steso la mano per mangiare il suo cibo, che è fare la volontà di Dio (Gv 4,34). In ognuno di questi versetti si parla di madre e fratello - alla fine anche di sorella - di Gesù. Ne parlano il narratore, un anonimo, e, per tre volte, Gesù stesso. Il tema riguarda chiaramente l’essere “consanguinei” di Gesù. Marco riferisce l’episodio con un’altra intonazione: è l’apice della crisi (Mc 3,20-35). Matteo ne fa la conclusione positiva di due capitoli di crisi. Gesù ci porta la conoscenza e l’amore reciproco Padre/Figlio (11,25-30). Il dono sublime spiazza ogni attesa, anche quella del Battista (11,2-15). La sua generazione non lo capisce (11,16-24), i farisei decidono di ucciderlo (12,14), lo accusano di collaborazione con satana (12,24) e gli chiedono segni (12,38ss). Anche i suoi, riferisce Marco 3,21, lo ritengono pazzo. Matteo,

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tralasciando questo particolare negativo, mostra ora chi è il discepolo di Gesù: uno che fa parte della sua famiglia. I due capitoli si chiudono così con un’apertura positiva: Gesù non è più solo. Alla parentela nella carne, succede quella nello Spirito. Dice Paolo: “Anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così” (2Cor 5,16). Nasce la famiglia del Figlio, con madre, sorelle e fratelli. C’è una parentela con Dio - “di lui stirpe noi siamo” (At 17,28)! - aperta a ogni uomo, vicino e lontano: si fonda sul fare la volontà del Padre, che si esprime nella parola del Figlio. Uno diventa la parola che ascolta e fa: essa è un seme che genera secondo la propria specie (cf 13,1ss). Quella di Dio ci genera della specie di Dio, partecipi della sua natura divina (cf 1Pt 1,23; 2Pt 1,4). Chi accoglie il Verbo ha il potere di diventare figlio di Dio, generato non da carne né da volere d’uomo, ma da Dio stesso (Gv 1,12s). La comunità dei credenti sa di aver parte con colui che è con noi per sempre (28,20). Vero discepolo non è chi dice: “Signore, Signore!” (7,21), come neppure chi ha la sua carne, ma colui che ha lo Spirito del Figlio e fa la volontà del Padre. Da questo dipende la nostra identità, al di là di ogni barriera di razza e cultura, allora come adesso. Quale amore ci ha dato il Padre: siamo chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente (1Gv 3,1)! È inimmaginabile la nostra dignità! Gesù è il Figlio perché compie la volontà del Padre: ha il suo stesso amore verso di lui e verso i fratelli. La Chiesa, ascoltando e facendo la sua parola, riceve la rivelazione e l’amore di Dio, che la rende partecipe della sua stessa vita.

2. Lettura del testo 12,46 Mentre egli parlava alle folle . È la cerchia anonima attorno a lui, chiamata a decidersi per lui o contro di lui. Non può restare neutrale.

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Queste folle siamo noi, i lettori, chiamati a diventare come i discepoli che accolgono il dono della vita; diversamente siamo come i farisei che lo uccidono. la madre e i fratelli suoi. In Mc 3,20s, l’episodio è visto in modo negativo. I suoi gli vogliono bene, ma lo ritengono fuori di sé; vanno per prenderlo, portarlo a casa e curarlo. Anche se lo amano, per loro - come per Pietro e gli altri - c’è un lungo cammino di conversione per giungere alla sapienza di Dio. Non accettano il suo modo di pensare e di agire. La sapienza di Dio è follia per l’uomo (1Cor 1,17-2,16)! Matteo utilizza l’episodio con un’altra ottica: dice come la famiglia di Gesù è costituita da coloro che fanno, come lui, la volontà del Padre suo. stavano fuori. È un residuo del racconto di Marco, strutturato sul “dentro” e “fuori” dalla casa. Uno può essere parente stretto del Signore - appartenere al suo popolo da generazioni!- ma non per questo è “dentro” la sua casa. Deve entrare personalmente nel rapporto Figlio/Padre. cercando di parlargli . Non è tanto il parlare con lui che ci fa suoi, quanto l’ascoltarlo. Il parlare con lui può essere il primo passo, ma non basta. v. 47 qualcuno gli disse, ecc. Dai suoi che cercano di parlargli, si passa a questo anonimo che gli parla: è uno della folla, uno di noi. Ma il suo parlargli diventerà desiderio di ascoltarlo? v. 48 rispondendo, disse a chi gli parlava. A chi gli parla, Gesù risponde, schiudendogli il suo mistero. chi è mia madre, chi sono i miei fratelli? Gesù mette in questione ogni ovvietà. Tutto il vangelo, dal principio alla fine, è uno “scrolla-certezze”: toglie all’uomo le sue certezze, per aprirlo alla verità di Dio. A chi gli chiede se vuol parlare o no con i suoi, Gesù risponde

problematizzando un’evidenza scontata: chi sono i suoi? Lui è nato non dalla carne, ma dallo Spirito (1,20). Sua madre gli è madre perché ha detto “sì” alla volontà del Padre (Lc 1,38). Chi, come lei, accoglie la Parola, è sua madre: gli
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dà vita nella propria vita, gli dà carne nella propria carne. Il grande destino dell’uomo è diventare madre del Signore: dare corpo al Figlio di Dio, fino alla sua statura piena (Ef 4,13). v. 49 stesa la sua mano sui suoi discepoli . Non è un semplice gesto per indicare i suoi discepoli. La sua mano è la stessa del Padre, dalla quale nessuno può rapirli (Gv 10,28s). ecco mia madre e i miei fratelli. Il discepolo è in comunione con lui, suo osso e sua carne (2Sam 19,13): l’uno è dell’altro, in appartenenza reciproca d’amore. Addirittura è sua madre. La maternità è un rapporto sbilanciato, di dipendenza. La vita del Verbo incarnato dipende dall’uomo. Come gliela può togliere, così gliela può dare. Chi chiude la mano, lo uccide; chi la apre al suo dono, lo fa vivere in sé. Lui si consegna nelle nostre mani: il suo corpo e il suo sangue sono per noi. L’eucaristia è il luogo pieno della familiarità con lui. v. 50 colui che avrà fatto la volontà del Padre mio che è nei cieli. La volontà è sempre in connessione con il Padre: è il suo amore per il Figlio, che gli corrisponde con il medesimo amore. Padre e Figlio hanno un unico amore: è lo Spirito Santo, il loro bacio, il loro respiro, la loro vita. Gesù, attraverso il “sì” di una donna, è venuto nella nostra carne per dirci e darci l’amore del Padre. La nostra esistenza non è lo svolgersi di un cieco destino ineluttabile, ma il compimento libero della volontà del Padre (6,10; 7,21; 12,50; 18,14; 21,3; 26,42). questi è mio fratello . Fare la volontà del Padre è la mia identità: mi fa suo figlio e fratello di Gesù. sorella. In Israele la donna non poteva essere discepolo. Per Gesù non c’è maschio e femmina; tutti in lui siamo uno (Gal 3,28). Chi lo ama e lo ascolta è uguale a lui, il Figlio, suo fratello o sorella. madre. Il brano inizia e finisce con “madre”. Quella di Maria è la vocazione originaria di ogni uomo: dire “sì” al Padre, farsi risposta alla sua proposta.
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Come Dio è Padre del Verbo nei cieli, così in terra gli è madre chi dice “sì” al Padre. Come il precedente (11,25-30), anche questo capitolo si chiude con la più alta prospettiva concessa all’uomo: egli è per grazia ciò che Dio è per natura. La sua bellezza, sublime e incredibile, è aver parte del segreto di Dio: entrare nella sua stessa vita di amore tra Padre e Figlio.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Gesù in casa coi suoi discepoli c. chiedo ciò che voglio: compiere la volontà del Padre, per essere madre, sorella/fratello del Figlio. d. traendone frutto, medito e contemplo da notare : le folle la madre e i fratelli stavano fuori e cercavano di parlargli uno lo informa Gesù risponde Gesù stende la mano sui suoi discepoli chi fa la volontà del Padre mio, questi è per me fratello/sorella e madre. 4. Testi utili: Sal 133; Mt 1,18-25; 11,25-30; Lc 1,26-38; Gv 1,1-18; 14,15-24; 1Gv 3,1-24.

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53. USCÌ IL SEMINATORE A SEMINARE 13,1-9 13,1 2 In quel giorno, uscito di casa, Gesù sedeva lungo il mare. E si raccolsero attorno a lui molte folle, così che lui, entrato in barca, si sedette, e tutta la folla stava in piedi sulla spiaggia. E parlò loro molto in parabole, dicendo: Ecco: uscì il seminatore a seminare. E, nel seminare, parte cadde lungo la strada, e, venuti gli uccelli, la divorarono. Un’altra cadde su luogo sassoso, dove non aveva molta terra, e subito germogliò, perché non aveva terra profonda; ma, sorto il sole, si bruciò, e, non avendo radici, si seccò. Un’altra cadde sulle spine, e crebbero le spine e la soffocarono. Un’altra cadde in terra bella, e dava frutto, quale il cento, quale il sessanta, quale il trenta. Chi ha orecchi, ascolti.

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1. Messaggio nel contesto “Uscì il seminatore a seminare”. Con questa e le successive parabole Gesù spiega il mistero della sua vita: è lo stesso del regno, lo stesso della sua parola in noi. La parabola dice qualcosa di noto per far capire qualcosa di ignoto fin dalla fondazione del mondo (v. 35). Dio nessuno mai l’ha visto (Gv 1,18). La sua conoscenza ineffabile è riservata al Figlio, che ha il suo medesimo Spirito

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(1Cor 2,11). Gesù, quando la comunica ai piccoli (11,25), non può che usare un linguaggio umano. Lui stesso è la parola di Dio fatta carne. Con le parabole illustra l’enigma della storia sua e nostra, che presenta un duplice scandalo. Primo: il male sembra bene e riesce bene, mentre il bene sembra male e riesce male; addirittura il male vince e il buono perde. Secondo: il bene, anche quando c’è, è sempre frammisto al suo contrario. Che il bene, così generosamente seminato, sia destinato a fallire? Gesù con le parabole ci vuol far vedere più in profondità. La crisi, che lui stesso ha appena attraversato ( cc. 11-12), e che anche noi attraversiamo, trova qui una lettura diversa, divina: il bene è vittorioso nella propria sconfitta e nel perdurare stesso del male! Il c. 13 contiene quattro parabole per le folle ( il seminatore, la zizzania, la senape e il lievito: vv. 2b-9.24-30.31s.33), e quattro per i discepoli (il tesoro, la perla, la pesca e lo scriba: vv. 44.45.47-50.51s ), ai quali sono riservate anche le spiegazioni (vv. 10-17.18-23.36-43). Sono parabole di discernimento, che rivelano il modo con cui Dio legge la realtà: ci danno luce su ciò che avviene in questo nostro tempo pieno di contraddizioni. Infatti il regno c’è, ma non è ancora compiuto: siamo alla fatica della semina e della pesca, non ancora nella gioia del banchetto. In tutte le parabole domina lo stupore di un contrasto risolto in modo sorprendente. Il regno non ha uno sviluppo omogeneo e trionfale. Entra nel mondo così com’è, si incontra e scontra con il male e le resistenze; il mondo stesso entra di nascosto nel regno, che sembra fallire. Eppure - questa è la sorpresa! -, l’esito positivo è sicuro. Solo Dio è Dio, e alla fine vince, e vince divinamente. Il messianismo di Gesù non è secondo l’attesa degli uomini, discepoli compresi. Noi vorremmo un bene incontrastato e pulito, visibile ed efficiente; invece è combattuto e frammisto al male, nascosto e insignificante, addirittura fallimentare. La storia presenta un diritto e un rovescio, testa e croce; ma
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proprio il rovescio di ciò che vorremmo è il segno stesso del Figlio dell’uomo, salvezza per tutti (12,40). Lo scenario delle parabole è solenne ed evocativo: il mare, la barca, le folle. Questa prima parabola presente un contrasto tra le difficoltà della semina e la sorpresa del frutto insperato. La parola di Dio, viva ed eterna, è seme immortale, che ci genera a sua immagine (1Pt 1,23). Gesù l’ha annunciata e portata. Ma il cuore dell’uomo, come terra infeconda, non l’accoglie. Addirittura ha deciso di eliminarlo (12,14). I miracoli che fa possono anche piacere; ma ciò che dice non piace a nessuno! Bisogna forse agire diversamente, andare incontro alle prospettive degli altri? Gesù risponde a questa tentazione con la “parabola del seminatore”, confermando la scelta fatta nel battesimo e corroborata nel deserto. Egli getta “il seme della parola del regno” con la certezza del contadino, che ne conosce la forza vitale: sa che la morte non lo distrugge, ma anzi ne attiva la potenzialità. Che il seme non attecchisca, che se attecchisce non cresca, che se cresce sia soffocato ( vv. 4-7), è la condizione normale di ogni semina, che poi sarà fruttuosa. Il seme, ora sacrificato, garantisce la vita per il futuro ( v. 8). In situazione di crisi, invece di cambiare tattica o ripiegare nella lamentela, Gesù esprime la propria fiducia. Le difficoltà purificano nel Figlio la fede, la speranza e la passione per il Padre. Gesù spiega il mistero suo e della storia: è quello del seme nella terra. La Chiesa è la barca dalla quale Gesù parla alle folle: posta sopra l’abisso, è il primo frutto di risurrezione, seme già germinato che continua la stessa semina.

2. Lettura del testo

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13,1 Uscito di casa. “La casa” è dove Gesù dimora con i suoi discepoli. Come è uscito dal Padre per venire verso i fratelli, così esce di casa per dimorare presso tutti. lungo il mare. È lo scenario dell’esodo. v. 2 si raccolsero attorno a lui molte folle. Lui è la Parola, attorno alla quale si riuniscono le folle. Con la sua predicazione è “pescatore di uomini”: tira fuori dalla marea delle folle persone libere, che conoscono e fanno la volontà di Dio. lui, entrato in barca, si sedette, e tutta la folla stava in piedi sulla spiaggia . La barca diventa la casa dell’esodo: fragile legno sospeso tra cielo e abisso, affronta e attraversa le acque fino al termine del viaggio. È l’arca di Noè, che salva dalla morte l’umanità. Da essa si rivolge alle folle, perché lo seguano nel nuovo esodo. v. 3 parlò loro molto in parabole . Le parabole sono storie semplici - paragoni e metafore - con significato profondo. Parlano di cose note e quotidiane, nelle quali è da leggere l’arcano nascosto. La nostra vita è un enigma, una parabola dalla nascita alla morte, del cui significato ci interroghiamo. In essa è da leggere l’azione di Dio, che crea e ricrea, dona e perdona. uscì il seminatore a seminare . Gesù, il Figlio di Dio, è il seminatore uscito dal Padre a seminare la fraternità tra gli uomini. Ed è pure il seme, il Verbo eterno e incorruttibile che fa figlio chi lo ascolta. Ed è anche la terra, il Figlio dell’uomo in tutto simile a noi, che finirà nel sepolcro. Ed è il raccolto: in lui la terra ha dato il suo frutto (Sal 67,7). E sarà sempre seminatore, seme e terra fino a quando Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28). v. 4 nel seminare . La semina si faceva a mano prima di arare il campo. Dopo, con l’aratro a chiodo, si ricopriva il seme perché la terra lo custodisse fino alle prime piogge e lo alimentasse poi fino al tempo della messe. Si seminava anche su sentieri, che successivamente sarebbero stati arati, come pure su terreno con scarso spessore, a causa di pietre sottostanti, e
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anche su rovi, che poi sarebbero stati levati. Non è un seminatore stolto che butta il suo seme su strade, sassi e rovi, ma un seminatore saggio, che con generosità semina tutto il campo, sapendo per esperienza antica che questo ha garantito la vita ai suoi padri e la assicurerà anche ai suoi figli. Se dovesse controllare dove cade ogni seme, non mieterebbe che le proprie ansie. Così Gesù semina ovunque. Non sceglie terreni, non scarta persone: tutti siamo campo di Dio (1Cor 3,9). parte cadde lungo la strada, ecc. I semi caduti sul sentiero sono visibili, facile preda degli uccelli. È l’esperienza di Gesù: in parte la sua parola non è neppure accolta, non attecchisce, vola via. v. 5 un’altra cadde su luogo sassoso, ecc. Il sottile strato di terra con sotto un sasso trattiene l’umidità dell’aria e il caldo del sole. I semi attecchiscono e germogliano in fretta. Ma è un’illusione! Mancano le radici. v. 6 sorto il sole, si bruciò, ecc. La prima calura, invece di farli crescere, li brucia. È l’altra esperienza di Gesù: la sua parola attecchisce, ma solo in superficie. È un entusiasmo iniziale, un fuoco di paglia senza consistenza. L’osanna precoce si trasformerà presto in “crocifiggilo!” (cf 21,9; 27,22s). Il cuore di pietra non permette alla Parola di mettere radici. Se la prima impressione è che la Parola scompare senza attecchire, la seconda è che, se attecchisce, non cresce. v. 7 un’altra cadde sulle spine, ecc. I rovi, anche se tolti nell’aratura, tendono a invadere e soffocare il resto. Non a caso il rovo si propose “re” tra gli alberi della terra (Gdc 9,15)! La terza impressione è che, se il seme attecchisce e cresce, viene soffocato prima di maturare. Gesù descrive con cura le difficoltà, per quattro lunghi versetti. La semina sembra un fallimento, come il suo ministero. C’è chi non accoglie la parola, chi l’accoglie senza lasciarla crescere, chi la lascia crescere per poi soffocarla. Il male richiama l’attenzione più del bene. Ma Gesù, come il contadino, conosce la verità al di là delle apparenze. L’uomo resiste a Dio, il suo amore evapora
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subito come una goccia di rugiada mattutina davanti al sole (Os 6,4). Ma è sempre figlio di Dio, fatto da lui, in lui e per lui: è sempre terra adatta per accogliere il seme che gli dà la sua identità. In questa parabola Gesù esaspera le difficoltà non per esagerare, ma perché queste ci esasperano. v. 8 un’altra cadde in terra bella. Il Figlio dell’uomo è gettato nel cuore della terra, di ogni uomo, segno e seme di vita per tutti. Un seme, anche dopo migliaia d’anni, come quello ritrovato nelle piramidi d’Egitto, non perde la sua forza: è sempre in grado di germinare. Anche l’uomo non perde mai la sua identità di figlio: al di là dei sentieri che lo attraversano, delle pietre che nasconde e dei rovi che lo dominano, è sempre terra bella, madre che accoglie il seme. Come la terra è sposa del seme, così Adamo è sposa di Dio, pronto ad accoglierne la Parola. e dava frutto. L’imperfetto sottolinea il continuo dar frutto della terra. In Palestina un sacco dava 7/8 sacchi, al massimo 11/12 - oggi, con i fertilizzanti, ne può dare fino a 30. quale il cento, quale il sessanta, quale il trenta. Per mal che vada, la semina del regno è feconda al di sopra di ogni attesa. Così Gesù, invece di scoraggiarsi per le difficoltà, esprime la speranza più assoluta nel Padre e nella sua parola. Nei momenti di crisi Gesù vede nella croce la gloria, nella fatica il risultato. Seminare è sempre un atto di fede nel seme e nella terra, come vivere è sempre un atto di fede in Dio e nell’uomo. E ne vale la pena: “Le valli si ammantano di grano, tutto canta e grida di gioia” (Sal 65,14). v. 9 chi ha orecchi, ascolti . La parola è il seme, l’orecchio la terra che l’accoglie: l’orecchio sia orecchio, la terra sia terra, l’uomo sia uomo! Anche la parabola appena narrata è seme: il seme stesso della fede e della speranza che non delude.

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3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Gesù che parla dalla barca c. chiedo ciò che voglio: avere orecchi che odono al di là di ciò che appare d. traendone frutto, medito il testo da notare: Gesù esce di casa e siede lungo il mare Gesù sale sulla barca e parla alle folle il seminatore esce a seminare il suo seme parte cade lungo la strada: gli uccelli la divorano parte cade su terreno sassoso: subito germoglia, ma subito secca parte cade tra i rovi: cresce, ma viene soffocata parte cade su terra bella, e continua a dare il suo frutto il cento, il sessanta, il trenta per uno. chi ha orecchi, ascolti!

4. Testi utili: Sal 65; 67; 85;126; Is 55; Gv 1,1-18; 1Ts 1,6-2,13; Eb 4,12s.

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54. PERCHÉ PARLI LORO IN PARABOLE? 13,10-17 13,10 11 E, avvicinatisi, i discepoli gli dissero: Perché parli loro in parabole? Ora, rispondendo, disse: Perché a voi è stato dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a quelli non è stato dato. Infatti a chi ha, sarà dato e sovrabbonderà; a chi non ha, anche ciò che ha sarà tolto a lui. Per questo parlo loro in parabole: perché guardando non guardino e udendo non odano né comprendano. E si adempie per loro la profezia di Isaia che dice: Con l’udito udrete e non comprenderete e guardando guarderete e non vedrete; poiché si è ingrassato il cuore di questo popolo, e con gli orecchi pesanti udirono, e i loro occhi hanno chiuso, perché non vedano con gli occhi e con gli orecchi non odano e con il cuore non comprendano, e non si convertano e io li guarisca. Ma beati i vostri occhi perché vedono, e i vostri orecchi perché odono! Amen, vi dico: Molti profeti e giusti desiderarono vedere ciò che voi guardate, e non videro; e udire ciò che voi udite, e non udirono.

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1. Messaggio nel contesto

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“Perché parli loro in parabole?”, chiedono i discepoli a Gesù. “Loro” sono le folle che rimangono sulla spiaggia, in contrapposizione al “voi” dei discepoli. Questi si avvicinano a lui, lo seguono, gli parlano, ne ascoltano le parabole e la spiegazione. Sono i “suoi” ai quali è dato conoscere “i misteri del regno di Dio”: i loro orecchi e i loro occhi si saziano e si beano di quanto profeti e giusti desiderarono udire e vedere. “Loro” invece non si avvicinano a lui, non lo seguono, non gli parlano, non ne ascoltano la risposta: non sono entrati nel mistero della conoscenza del Figlio, non fanno parte della sua famiglia, non sono ancora con lui, ma contro di lui (12,30). A Gesù, come poi alla Chiesa giudeo-cristiana di Matteo, brucia il rifiuto di gran parte del popolo di Dio. Ma non si tratta di un fallimento, bensì del compimento di quanto predetto dai profeti. Dio l’ha previsto, facendo di esso il cardine della salvezza: la pietra scartata è divenuta testata d’angolo (Sal 118,22s). Il Signore rifiutato e ucciso sarà il segno di Giona per questa generazione perversa (12,38-42) - il segno più divino, il segno stesso di Dio, misericordia senza fine per tutti. La durezza di cuore di chi lo rifiuta e uccide alla fine non fa che compiere ciò che la mano e la volontà del Signore avevano preordinato che avvenisse (At 4,28). Il male estremo dell’uomo sarà il luogo del dono estremo di Dio! Il Signore non ha predestinato alcuni alla comprensione, escludendone altri: vuole che tutti siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (1Tm 2,4). Ma chi non lo accetta, non è abbandonato a sé, perduto per sempre. Per lui la Parola è in parabole. Queste offrono il seme che germinerà quando chi non vuol capire capirà almeno di non capire e sarà disposto a mettersi in questione. La parabola è come un pacco chiuso: presto o tardi uno lo aprirà, se non altro per curiosità. Il brano - posto dopo la parabola del seminatore e prima della spiegazione ai discepoli -, indica il passaggio da fare perché la parabola non resti enigma, ma
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beatitudine di chi vede il compimento della promessa: bisogna aprire il cuore, gli orecchi e gli occhi al Signore, avvicinarsi a lui e ascoltarlo, pronti a riconoscere le durezze del proprio cuore. Il brano si articola in tre parti. I vv. 10-12 presentano i discepoli che si avvicinano a Gesù: sono i destinatari dei misteri del regno. I vv. 13-15 parlano di “loro”, quelli che non vogliono accoglierlo, e così compiono la profezia di Isaia. I vv. 16-17 proclamano la beatitudine dei discepoli, che ascoltano e vedono quanto per altri resta enigma o desiderio. Gesù è colui che profeti e giusti desiderarono ascoltare e vedere: il dono promesso da Dio, Dio stesso che ha promesso. La Chiesa ha la beatitudine di ascoltarlo e vederlo nella misura in cui si avvicina a lui, parla con lui e lo ascolta, riconoscendo le proprie durezze di cuore, sordità e cecità (cf brano seguente), chiedendo la guarigione. Senza questo atteggiamento, anche se fa parte dei suoi secondo la carne, resta “fuori”, come gli altri.

2. Lettura del testo 13,10 Avvicinatisi, i discepoli gli dissero. I discepoli sono sua madre, fratelli e sorelle. Infatti, avvicinandosi a lui, lo seguono e ascoltano, compiendo la

volontà del Padre suo. Non “stanno fuori” (12,46), ma si lasciano coinvolgere da lui. perché parli loro in parabole? “Loro” sono gli altri, ai quali Gesù offre il seme della Parola, anche se ancora non sanno sgusciarlo dalla pula della parabola. I discepoli chiedono se non è il caso di parlare loro più chiaro, o addirittura di non parlare loro. Chi non vuole ascoltare, non è meglio inchiodarlo alla sua malafede, o lasciarlo perdere? Gesù invece “parla loro”. E usa le parabole, che né inchiodano né lasciano perdere, né accusano né scusano, ma semplicemente, con rispetto e discrezione propongono, in modo che chi vuol capire, se e quando vuole, può
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chiedere spiegazioni. Chi non vuole, è libero di farlo. Ma gli è sempre aperto lo spiraglio: la parabola offre anche a lui la luce della verità. v. 11 a voi. Sono i discepoli, che hanno deciso di essere “con lui” (12,30). è stato dato. Da Dio: lui dona, e i discepoli ricevono. conoscere i misteri del regno dei cieli. È la conoscenza della volontà del Padre, la partecipazione al suo amore mutuo con il Figlio (11,25-30). La parola “mistero” esce solo qui nei sinottici, e significa il disegno di Dio nella storia (Dan 2,28s), articolato in “misteri”. ma a quelli non è stato dato . Infatti stanno fuori. Non si avvicinano, ma si difendono da lui; lo accusano invece di accoglierlo, lo uccidono invece di viverne, provocano il segno di Giona invece di seguire i segni che già hanno ricevuto. v. 12 a chi ha, sarà dato. I discepoli hanno fede: sono disposti ad accogliere. Dio è dono senza fine: l’unica misura al suo dono smisurato è l’apertura del nostro desiderio. e sovrabbonderà . Nell’amore il desiderio è alimentato dal suo appagamento: è una sazietà che non dà nausea né toglie appetito. Più uno desidera, più riceve; e più riceve, più desidera. a chi non ha, anche ciò che ha sarà tolto a lui. Chi non ha desiderio, non riceve dono. Chi si chiude nell’autosufficienza, si isterilisce sempre di più. Il lucignolo fumigante, se non è alimentato, farà sempre più fumo e meno luce. Ma la stessa luce del mondo (Gv 8,12) porterà su di sé la maledizione di ogni tenebra. v. 13 parlo loro in parabole perché guardando non guardino, ecc. L’occhio è per la luce, l’orecchio per la parola, il cuore per il desiderio. Ma un cuore chiuso non desidera, è sordo e cieco; vede solo la proiezione delle sue diffidenze, ascolta solo le proprie paure. v. 14 si adempie per loro la profezia di Isaia. Gesù cita Isaia, mandato a denunciare il peccato del popolo che non vuole convertirsi al Signore (Is 6,9364

10). C’è però un termine ad ogni male: la grande devastazione! Sarà quella che toccherà in sorte a Gesù, “il legno verde” che porta su di sé la maledizione di quello secco (Lc 23,31). Lui sarà il ceppo, la “progenie santa”, dalla quale nascerà la salvezza per tutti, e per lo stesso Israele (Is 6,11-13). con l’udito udrete e non comprenderete, ecc. (Is 6,9-10). C’è un udire che non intende, un vedere che non comprende. Non si tratta di sordità e cecità, perché il sordo non ode e il cieco non vede. Si tratta di chi ode e vede, ma non vuole intendere né comprendere. v. 15 si è ingrassato il cuore di questo popolo. Ciò che impedisce di capire è il cuore torpido e intontito, affogato nei propri interessi, che rendono gli orecchi tardi all’ascolto e gli occhi chiusi alla luce. Il “cuore”, messo all’inizio e alla fine del v. 15, è il centro del male, come lo è del bene. non si convertano. Il torpore del cuore ottunde la coscienza del male e il desiderio del bene, ostacolando la conversione. e io li guarisca. Il Signore vuol guarirci. Aspetta solo che glielo chiediamo. Questa diagnosi che Gesù fa del nostro male è l’inizio della terapia. v. 16s beati i vostri occhi perché vedono, ecc. A chi si avvicina a Gesù è dato quanto i “profeti e i giusti” (“profeti e re”, Lc 10,24), hanno desiderato e salutato solo da lontano (Eb 11,13). “Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò” (Gv 8,56). Gli occhi dei discepoli vedono perché riconoscono la propria cecità, i loro orecchi odono perché avvertono le proprie sordità, il loro cuore capisce perché sente le proprie resistenze alla Parola.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Gesù con i suoi discepoli c. chiedo ciò che voglio: la guarigione del cuore, degli occhi e dell’udito d. traendone frutto, medito il testo da notare: i discepoli si avvicinano a Gesù perché parli “loro” in parabole?
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“a voi” è stato dato conoscere i misteri del regno di Dio. a chi ha, sarà dato e sovrabbonderà a chi non ha, anche ciò che ha sarà tolto Gesù parla loro in parabole perché guardando non guardino, udendo non odano né comprendano così si compie la profezia di Isaia: il cuore grasso, gli orecchi pesanti, gli occhi chiusi convertirsi e guarire beati i vostri occhi e i vostri orecchi.

4. Testi utili: Sal 32; 49; 73; Is 5,20-24; 6,8-13; Gv 9,1-41.

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55. UDITE VOI DUNQUE LA PARABOLA DEL SEMINATORE 13,18-23 13,18 19 Udite voi dunque la parabola del seminatore. Quando uno ode la parola del regno senza comprendere, giunge il maligno e ruba ciò che è seminato nel suo cuore, costui è quello seminato lungo la strada. Ora quello seminato su terreno sassoso, costui è quello che ode la parola e subito l’accoglie con gioia, ma non ha radice in sé ed è mutevole, e quando viene una tribolazione o persecuzione a causa della parola, subito si scandalizza. Ora quello seminato tra le spine, costui è quello che ode la parola, ma le preoccupazioni del mondo e l’inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa è senza frutto. Ora quello seminato sulla terra bella, costui è quello che ode la parola e comprende; questi sì dà frutto: chi il cento, chi il sessanta, chi il trenta.

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1. Messaggio nel contesto “Udite voi dunque la parabola del seminatore”, ordina Gesù ai suoi discepoli. Essa espone le difficoltà indesiderate e il successo insperato che incontra la Parola. Gesù ha appena proclamato beati i discepoli perché odono e vedono (v. 16). In questa spiegazione anche noi ascoltiamo e vediamo, in una puntigliosa allegoria, l’impatto fortunoso e fortunato della Parola con il nostro cuore. Dopo la parabola e i criteri per leggerla, ora c’è la lettura di essa nella propria vita.

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“La parabola del seminatore” descrive l’avventura della Parola in ciascuno di noi. È la stessa di Gesù, il Figlio dell’uomo che entra nel cuore della terra. La terra è per il seme ciò che l’uomo è per la Parola: è madre, che l’accoglie e gli dà vita. Ciò che Gesù ha incontrato nell’annuncio ai suoi contemporanei e la Chiesa incontrerà nell’annuncio a tutte le genti, è ciò che la Parola incontra in ciascuno di noi: resistenze di ogni tipo, e, alla fine, resa feconda. I quattro tipi di terreno, più che quattro tipi di uomo, sono i quattro livelli di ascolto che in noi convivono. Quando ascoltiamo la Parola, in parte la sentiamo e non la intendiamo: i pensieri soliti ci rendono impenetrabili all’ascolto. In parte la sentiamo e accogliamo con gioia, ma le pressioni, interne ed esterne, impediscono che si radichi e cresca. In parte la lasciamo anche radicare e crescere, ma poi resta soffocata dalle preoccupazioni e dall’inganno della ricchezza, che, come rovi, sempre ci invadono. In parte però siamo anche terra bella, che produce frutto. Come fa la terra bella ad acquistare spazio in noi, se non levando sentieri, sassi e rovi? E come avviene questo? La spiegazione della parabola è riservata ai discepoli perché si riconoscano nei vari terreni, vedano le ovvietà che rendono impenetrabili all’ascolto, le paure che pietrificano il cuore, gli egoismi che soffocano l’amore della verità e la verità dell’amore. È il presupposto per saper cosa fare - e cosa chiedere dove non riusciamo a fare. Questa spiegazione va letta alla luce della parabola: come Gesù, nonostante le difficoltà della semina, afferma la certezza del risultato, così noi siamo sicuri del frutto sorprendente della Parola. Essa deve entrare e passare attraverso lo spessore di male del nostro cuore, per convertirci e guarirci. La comunità dei credenti è chiamata a guardare le proprie resistenze non per abbattersi, ma per conoscere qual è il suo campo di lotta e di vittoria.

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Questa spiegazione non è “una scivolata moralistica” rispetto alla parabola evangelica, quasi che il risultato dipendesse dal nostro sforzo. Il frutto è dono di Dio - Dio stesso che si dona. Lui è il seme, e noi il suo campo. Siamo chiamati a riconoscere le nostre resistenze, per chiedere ed ottenere la libertà da esse, e così accogliere ciò che lui ci vuole dare. In particolare chiediamo il dono di quella fede che vince il mondo (1Gv 5,4), di quella speranza che non delude (Rm 5,5), di quell’amore, effuso nei nostri cuori, che ci fa essere figli ed eredi del regno (Rm 5,5; 8,17). Gesù è il seme seminato nell’uomo così com’è, per produrre ciò che lui stesso è. La Chiesa conosce le proprie resistenze, e, in esse, invece di bloccarsi, rafforza la sua fede, la sua speranza e il suo amore.

2. Lettura del testo 13,18 Udite voi dunque la parabola del seminatore. “Udite” è un imperativo. Gesù ordina al discepolo di ascoltarlo mentre spiega la parabola della Parola. Chi non capisce questa, non può intendere le altre (cf Mc 4,13). È chiamata “la parabola del seminatore”, che è Cristo: illustra la vicenda della sua parola in noi, l’avventura sorprendente del Figlio dell’uomo nel cuore della terra, nel cuore di ogni uomo. v. 19 quando uno ode la parola del regno. L’espressione “la parola del regno” esce solo qui nei sinottici. senza comprendere. C’è una impermeabilità alla Parola, costituita dalle ovvietà di cui viviamo. Il “si” dice, il “si” pensa (ma si pensa?) e il “si” fa - il pensiero comune e gli infiniti sentieri del buon senso -, sono refrattari alla Parola, impenetrabili ad essa come l’asfalto al seme. Il pensare di tutti, da Adamo in poi, non è secondo Dio, ma secondo satana, dirà Gesù a Pietro (16,23). Infatti è frutto di sfiducia e di corte astuzie dettate dall’egoismo e dalla paura.
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giunge il maligno e ruba ciò che è seminato nel suo cuore. Il maligno, menzognero e omicida fin dal principio (Gv 8,44), impedisce l’ascolto della parola di verità e di vita (Gv 8,43s). È chiamato anche “diavolo”, che significa “divisore”: allontana il seme dalla terra, l’uomo da Dio. Fin dal principio, con la sua menzogna, separò Adamo dalla Parola. Rubare la Parola è la sua attività fondamentale, intesa a condurci all’infecondità e alla morte. costui è quello seminato lungo la strada. L’ascoltatore è identificato non con la strada - o i sassi e i rovi - ma direttamente con il seme, e, indirettamente, con la sua accoglienza di esso. L’uomo infatti si identifica con la Parola che ascolta, non con le difficoltà che oppone. Si può dire che uno è l’accoglienza che accorda alla Parola. In questo caso la strada su cui cade il seme è la via dell’inautenticità, che tutti percorriamo. Il credente riconosce nel pensar comune la prima difficoltà a credere. E proprio qui afferma il senso della parabola del seminatore: la fiducia che il frutto verrà sicuramente. Infatti tutto ciò che viene da Dio vince il “mondo”. E questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede (1 Gv 5,4). Il discepolo si rende conto delle difficoltà che ha ad ascoltare davvero la Parola. S’accorge di vivere di altri criteri: nella sua esistenza quotidiana partecipa ampiamente al “banchetto degli idoli”, al quale è sollecitato da un assedio di inviti. Proprio qui chiede a Dio il dono di una fede che cresca in proporzione alla sua incredulità pratica. Con il padre dell’epilettico, prega: “Credo, aiutami nella mia incredulità” (Mc 9,24). v. 20s quello su terreno sassoso, ecc. Il terreno sassoso, su cui cade il seme, è il cuore del discepolo ancora pietrificato da varie paure. Accoglie con gioia la parola di vita, ma il germoglio è senza radici, e si secca presto. Lui stesso è incostante, mutevole come una canna sbattuta, o addirittura infranta da ogni evento (11,7; 12,20). Le oppressioni interne e le pressioni esterne lo sconquassano, inaridendo la sua speranza.
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Fatta la scelta di libertà, c’è la lotta di liberazione. Le difficoltà fanno uscire le paure nascoste, costringendo a vincerle. Per questo Paolo si rallegra delle sue tribolazioni: macinano le durezze di cuore e producono pazienza, e la pazienza una forza a tutta prova, e questa forza quella speranza che non viene mai meno (Rm 5,3-5). Cadono le false speranze, e resta la sola che non illude né delude. Se uno guarda la Medusa delle proprie paure, resta di sasso; se guarda al Signore, il suo volto è raggiante (Sal 34,6). Le difficoltà, alla fine, stanano le paure e frantumano ogni falsa speranza, per far spazio alla speranza nel solo Signore. v. 22 quello seminato tra le spine, ecc. Le spine sono la mondanità, che pur recisa, sempre rispunta, come la testa dell’Idra. Cresce impercettibilmente, alimentata dalla preoccupazione di non avere abbastanza o dalla seduzione dell’avere di più. L’egoismo soffoca progressivamente l’amore, e le tre concupiscenze del mondo (1Gv 2,16) lentamente tornano a prevalere. In questo pericolo di tiepidezza (cf Ap 3,16), il discepolo impara a conoscere e chiedere il dono di un amore sempre più grande per il Signore, capace di vincere i falsi amori. Cristo, per il dono dello Spirito, diventa per lui la delectatio victrix, quel piacere che vince la seduzione di ogni altro. v. 23 quello seminato sulla terra bella, ecc. Il dono della fede fa ascoltare la Parola, quello della speranza la fa custodire e crescere, quello dell’amore permette che fruttifichi. I tre doni fanno del nostro cuore, lastricato di viottoli, pietrificato da paure e soffocato da egoismi, una terra bella e feconda. Adamo è molto bello (Gen 1,31): è la sposa di Dio, terra fatta per accogliere il seme della sua parola. E il frutto sarà insperato: la terra germinerà la sua verità (Sal 85,12), l’uomo sarà come il suo Signore, a immagine e somiglianza sua. Per questo siamo fatti, e questo è venuto a portarci Gesù, il Figlio che con la sua parola ci dona il regno del Padre.

3. Pregare il testo
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a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Gesù solo con i suoi discepoli, che spiega la parabola del seminatore c. chiedo ciò che voglio: il dono della fede che mi fa accogliere la Parola, il dono della speranza che la fa custodire, il dono dell’amore che la fa fruttificare d. traendone frutto, medito il testo da notare: la parabola del seminatore il seme è la parola del regno il seme caduto sulla strada, e sua sorte il seme caduto su terreno sassoso, e sua sorte il seme caduto tra i rovi, e sua sorte il seme accolto in terra bella, e suo frutto. 4. Testi utili: Sal 65; Os 11,7-9; Ez 36,24-36; Gv 8,43-45; Mt 8,23-27; 19,1630; 9,9.

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56. LASCIATE CHE CRESCANO AMBEDUE INSIEME 13,24-30 13,24 Un’altra parabola propose loro dicendo: È simile il regno dei cieli a un uomo che ha seminato seme bello nel suo campo. Ora, mentre gli uomini dormivano, venne il suo nemico e seminò zizzanie in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi fiorì la messe e fece frutto, allora apparvero anche le zizzanie. Ora, andati i servi del padrone di casa, gli dissero: Signore, non hai seminato seme bello nel tuo campo? Da dove dunque vengono le zizzanie? Egli disse loro: Un uomo nemico fece questo! Ora i servi gli dicono: Vuoi che andiamo a raccoglierle? Egli dice: No! Perché non avvenga che, raccogliendo le zizzanie, non strappiate insieme ad esse il grano! Lasciate che crescano ambedue insieme fino alla mietitura, e, al momento della mietitura, dirò ai mietitori: Raccogliete prima le zizzanie e legatele in fastelli per bruciarle; il grano invece radunatelo nel mio granaio.

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1. Messaggio nel contesto “Lasciate che crescano ambedue insieme”, dice il Signore a chi gli propone di sradicare le zizzanie. La zizzania è un’erba infestante. All’inizio non si distingue

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da una pianticella di frumento; poi si radica così bene che, strappandola, si sradica lo stesso grano. La Parola ha sempre a che fare con ostacoli che rischiano di impedirne lo sviluppo (vv. 20-22). Il bene deve fare i conti con un parassita ineliminabile: il male. Esso non solo è fuori, ma anche dentro la comunità e nel cuore di ciascuno. La storia e ogni singolo uomo è un campo di battaglia. Dove il Signore semina con cura il bene, il nemico con astuzia semina il male. Per questo c’è dualità di semi (bello e cattivo), di seminatori (il Signore e il nemico) e di soluzioni possibili (lasciare o sradicare le zizzanie). Vorremmo che la comunità cristiana fosse perfetta, pura e senza difetti; ci angustiamo e ci diamo da fare per sradicare le zizzanie, in noi e attorno a noi. I maggiori disastri derivano proprio dal tentativo di eliminare il male. La violenza sacra è la peggiore: “a fin di bene”, viola ogni libertà. Il trionfo del bene sarà solo alla fine, e per opera di Dio. Prima è il tempo della pazienza, nostra e sua, che vede il male nostro e altrui come luogo di misericordia, rispettivamente ricevuta e accordata. La Chiesa non è una setta di puri; in essa c’è posto per tutti. Il male non è per la sconfitta, ma per l’esaltazione del bene: mediante la misericordia diventiamo figli del Padre, che fa piovere sugli ingiusti e sui giusti e fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni (5,45.48). Dio, se nel bene si rivela come dono, nel male si rivela nella sua essenza più intima e propria: come per-dono, amore senza condizioni e senza limiti. Il male non guasta il bene, ma collabora al suo pieno trionfo: non è per la perdizione, ma per la salvezza (cf Gen 50,20; At 4,27s; Ap 17,17). Davvero tutto coopera al bene (Rm 8,28)! L’umanità, credenti e non credenti, è racchiusa nella disobbedienza, perché a tutti Dio vuol usare misericordia (Rm 11,32). E, dove abbonda il peccato, lì sovrabbonda la grazia (Rm 5,20).
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Dio lascia le zizzanie perché conosciamo lui come grazia, diventando noi stessi figli che ricevono e danno amore gratuito. Sono veramente

imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie (Rm 11,33)! Questa è la sua vittoria, nel pieno rispetto della libertà nostra, ma anche della sua. La parabola non è da leggere alla luce della spiegazione che segue (vv. 3643). Al contrario, la spiegazione sarà da leggere alla luce della parabola. Questa a sua volta va vista nel contesto immediato, in cui si parla delle difficoltà che incontra il bene (in particolare cf vv. 18-22) e della piccolezza e impurità del bene stesso (vv. 31-33). Il bene non solo è ostacolato e insignificante, ma è addirittura frammisto al male (cf Rm 7,14-25). Il popolo di Dio è sempre santo e peccatore - anzi più peccatore che santo! Eppure è “questo” il mondo che Dio ha tanto amato da dare per lui suo Figlio (Gv 3,16). La parabola si divide in tre parti. I vv. 24-26 parlano della doppia semina, prima del bene e poi del male. I vv. 27-28a contengono la domanda dei discepoli e la risposta di Gesù: le zizzanie sono seme del nemico (cf Gen 3). I vv. 28b-30 presentano la proposta dell’uomo e quella opposta del Signore: “Andiamo a strapparle” e “Lasciate che crescano insieme”. Gesù ha seminato la parola del Padre e la vive: è la misericordia verso tutti. La Chiesa si ritrova invischiata con il male, fuori e dentro. Tentata di strapparlo con violenza, è chiamata a vincerlo con il bene, facendolo oggetto di misericordia invece che di condanna.

2. Lettura del testo 13,24 Un’altra parabola propose loro, ecc. Nella parabola precedente aveva parlato del seme buono, che incontra difficoltà. Ora parla del seme cattivo, dal quale esse provengono. Se prima ha detto che nel bene inevitabilmente c’è il male, ora dice da dove esso viene e come atteggiarsi nei suoi confronti. La parabola è rivolta ai discepoli, e riguarda il problema che più li travaglia.
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v. 25 mentre gli uomini dormivano, venne il suo nemico, ecc. Il “nemico” viene da fuori: di notte, nel sonno, si infiltra di soppiatto per guastare la semina. Il male non è originario, ma parassitario, e all’inizio è qualcosa di subdolo e inavvertito. Se il seme di Dio è la parola di verità che dà fiducia, speranza e amore, quello del nemico è la parola di menzogna che dà diffidenza, disperazione ed egoismo. Nella stessa terra ( = Adam = homo!), oltre il seme del regno, c’è anche la sorpresa delle zizzanie. Il male costituisce da sempre problema: da dove viene, e che fare con esso? Non è solo nel campo accanto, ma anche nel “nostro”, addirittura dentro di me. Proprio quando cerco il bene, lo trovo accovacciato alla mia porta, e si scatena con violenza. v. 26 apparvero anche le zizzanie. Il male non appare subito. Anzi, all’inizio sembra addirittura buono, bello e desiderabile (Gen 3,6). Solo dopo si svela come menzogna, perché non mantiene ciò che pro-mette: lo mette-davanti, ma solo come illusione che lascia delusione. v. 27 Signore, non hai seminato seme bello nel tuo campo? Il male è una sorpresa negativa, della quale si incolpa un altro, l’Altro. Già Adamo fin dall’inizio incolpò Eva e Dio stesso (cf Gen 3,12). Perché il male? Dio è forse cattivo? Oppure è impotente a toglierlo? Oppure è indifferente? Nel male sempre lo mettiamo in questione: è cattivo, o impotente, o indifferente! Il male è implicitamente una incolpazione di Dio. Lui lo sa bene, e risponderà dalla croce. da dove dunque vengono le zizzanie? Dopo la sorpresa e la recriminazione, la domanda: da dove viene? Qual è la sua origine? Come mai la realtà non è come dovrebbe essere? Il sapere e il potere dell’uomo sono un tentativo di comprensione e di soluzione del problema.

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v. 28 un uomo nemico fece questo. Il male non ha come principio Dio: non sarebbe Dio. Né si può negarlo, perché c’è. Né si può identificarlo con l’uomo: non lo avvertirebbe né potrebbe esserne liberato. È dal nemico! vuoi che andiamo a raccoglierle? La proposta dell’uomo è togliere di mezzo il male. Qualche volta ci si accontenta di eliminarlo teoricamente, dicendo che non c’è, o che è un gradino verso un bene maggiore. Altre volte si cerca di eliminarlo praticamente. E qui, “a fin di bene”, nascono i rimedi peggiori del male stesso. v. 29 no! È la risposta del Signore alle nostre proposte. I nostri limiti e i nostri mali non sono da eliminare, ma da prendere in modo diverso. perché, raccogliendo le zizzanie, non strappiate insieme ad esse il grano. Le radici delle zizzanie sono così forti e diffuse che, chi le sradica, sradica il grano. Fuori metafora: il grano è la vita, Dio stesso misericordioso e clemente, longanime e di grande amore, che si lascia impietosire (Gn 4,2). Chi è spietato, senza pazienza ed esigente, distrugge il grano - la vita di Dio che è in lui. Dio, davanti al male, si rivela per quello che è: amore senza condizioni. La sua compassione è l’unico “solvente” utile. Non interviene con ira, perché è Dio e non uomo (Os 11,9). La collera dell’uomo non compie la sua giustizia (Gc 1,20), che è “altra” dalla nostra, “eccessiva” (5,20): è l’amore assoluto di Padre verso i figli disgraziati (5,43-48). v. 30 lasciate che crescano ambedue insieme. Il male cresca con il bene. Invece di eliminarlo, usando violenza e violando la libertà, se ne faccia il luogo del massimo bene: la misericordia. In questo modo si diventa figli perfetti come il Padre (5,48). Il nostro atteggiamento davanti al male ci dà la nostra identità divina, la cui misura è la misericordia che riceviamo e accordiamo. Le zizzanie ci aiutano a diventare “grano”, simili a Dio che non giudica, non condanna, ma assolve, dona e perdona tutto (Lc 6,37s). Paradossalmente possiamo dire: se Dio ha fatto il mondo bello, il male, alla fine, è l’occasione per renderlo migliore. O
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felix culpa! Non per questo dobbiamo peccare (Rm 3,8; 6,1s.15); dobbiamo però conoscere nel peccato la sovrabbondanza della sua grazia (Rm 5,20). al momento della mietitura, ecc. Solo alla fine il male sarà tolto, ma dal giudizio di Dio, così diverso dal nostro! Il presente è lasciato a noi per anticipare, nella nostra, la sua misericordia. Questo è il senso della nostra vita e della nostra storia. Alla fine Dio brucerà il male, salvando tutti attraverso il fuoco del suo amore (cf 1Cor 3,13-15). E noi saremo giudicati dal nostro stesso giudizio, misurati col nostro metro: la misericordia che avremo usata sarà la nostra misura di verità.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Gesù che parla ai discepoli c. chiedo ciò che voglio: diventare misericordioso come il Padre d. traendone frutto, medito il testo da notare: mentre gli uomini dormivano venne il nemico seminò zizzanie in mezzo al grano apparvero le zizzanie Signore, non hai seminato seme bello? da dove le zizzanie? un nemico fece questo vuoi che andiamo a raccoglierle? no! raccogliendo le zizzanie si strappa il grano! lasciate che ambedue crescano insieme! solo alla fine il male sarà bruciato. 4. Testi utili: Sal 130; 136; Rm 7,14-25; 11,11-36; Mt 5,43-48; 6,14s; 7,1-5; 18,21-35; Lc 6,36-38.

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57. APRIRÒ LA MIA BOCCA IN PARABOLE TIRERÒ FUORI COSE NASCOSTE FIN DALLA FONDAZIONE DEL MONDO. 13,31-35 13,31 Un’altra parabola offrì loro dicendo: Simile è il regno dei cieli a un chicco di senape che un uomo prese e seminò nel suo campo. È il più piccolo fra tutti i semi, ma, quando è cresciuto, è più grande degli altri ortaggi e diventa albero, così che vengono gli uccelli del cielo e nidificano nei suoi rami. Un’altra parabola espose loro: Simile è il regno dei cieli a del lievito che una donna prese e nascose in tre misure di farina finché fermenti tutto. Tutte queste cose raccontò Gesù in parabole alle folle, e, senza parabole, non raccontava loro nulla, perché si compisse il detto del profeta che dice: Aprirò la mia bocca in parabole, tirerò fuori cose nascoste fin dalla fondazione del mondo.

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1. Messaggio nel contesto “Tirerò fuori cose nascoste fin dalla fondazione del mondo”, dice Gesù concludendo le parabole per la folla, prima di entrare in casa coi suoi discepoli (v. 36). I misteri nascosti da sempre, che Gesù rivela con la vita ed espone con le parabole, sono gli interrogativi profondi di ogni uomo. Prima ci si chiedeva come mai il bene è osteggiato all’esterno e all’interno frammisto al male (vv. 3-9.18-23.24-30). Ora ci si chiede perché il bene è sempre “piccolo” (vv. 3132), anzi “immondo” (v. 33), perché il regno, che con lui è iniziato, ha raccolto

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attorno a sé poca gente, e che gente - una insignificante cerchia di persone, per di più religiosamente squalificate. Il mistero della croce si è ormai profilato all’orizzonte (12,14). Il disegno del Padre si realizza nella storia del Figlio che passa attraverso il male dei fratelli, sotto il segno della piccolezza e della maledizione. Il regno è dell’Agnello immolato, predestinato prima della creazione del mondo (cf 1Pt 1,20). Attraverso di lui Dio compie la salvezza degli uomini, eletti ed amati già prima della creazione del mondo (Ef 1,4) con un amore che nessuna acqua può spegnere (Ct 8,7). Il brano presenta due parabole simmetriche, quella della senape e quella del lievito (vv. 31-32.33), con una interpretazione generale delle parabole ( vv. 3435), come rivelazione di Dio offerta a tutti. La senape e il lievito non corrispondono all’immaginario usuale del regno. Ci si aspetta che sia un grande albero, dimenticando che viene da un ramoscello (Ez 17,22s; cf Dn 4,1ss; Ez 31,1ss). Ci si aspetta una conquista trionfale del mondo - tutti si prostreranno, baceranno la polvere e pagheranno il tributo a Sion (Is 49,23; cf Is 60,1ss) -, dimenticando che si parla di un popolo di peccatori in esilio e del “Servo” di Dio umiliato. In questo brano Gesù gioca sul contrasto tra la piccolezza del seme e la grandezza dell’albero, tra l’impurità del lievito e la sua capacità di

contaminare tutta la pasta. Le due immagini, forse usate con ironia dagli avversari di Gesù, sono da lui prese per illustrare il regno: la piccolezza estrema del seme di senape produrrà il grande albero, l’inadeguatezza di un pugno di farina andata a male fermenterà il mondo. L’arcano del regno contiene questo contrasto tra insignificanza attuale e gloria futura. Ma tra le due c’è continuità misteriosa e vitale, come tra seme e pianta, tra fermento e pasta viva. “Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla, per ridurre a nulla le cose che sono” (1Cor
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1,28). Israele stesso fu scelto non per sue qualità presunte o reali, ma perché “è il più piccolo tra i popoli della terra” (Dt 7,7). Non è un capriccio di Dio. È invece una necessità sia per noi che per lui. Per noi, perché siamo piccoli; e così veniamo liberati dal delirio di grandezza. Per lui, perché è amore; e l’amore si fa piccolo e umile, senza paura di sporcarsi. Queste parabole si sono prestate a varie applicazioni. Si è sottolineato come la Chiesa, da piccola e insignificante, è cresciuta e ha lievitato il mondo intero; oppure come l’individuo, accogliendo il seme della Parola, cambia vita; o, infine, come la storia presente, ancora sotto il segno del male, avrà un esito positivo e trionfale. La parabola è di sua natura “suggestiva”: suggerisce interpretazioni diverse in situazioni diverse. Tutte sono legittime, se non dimenticano che la croce non è un incidente di percorso da dimenticare, ma è, ora e sempre, il “suo” segno (cf 24,30). I trionfalismi, che contrappongono gli umili inizi al successo conseguito, sono sempre fuori luogo. Anche se la comunità cristiana abbraccerà il mondo intero - e già lo abbraccia il Cristo sarà sempre con le braccia del Crocifisso. Gesù è il chicco di senape, preso e gettato sotto terra, il più piccolo dei semi, che germinerà nel grande albero della croce. È il lievito, preso e nascosto nella pasta del mondo, e lo farà tutto pane vivo. La Chiesa è chiamata a comprendere la grandezza e la santità del Figlio nella piccolezza e impurità della croce: legge in essa l’arcano di Dio, ora e sempre.

2. Lettura del testo 13,31 Simile è il regno dei cieli a un chicco di senape. Il regno dei cieli è paragonato a un chicco di senape, invisibile come la capocchia di uno spillo. La sua piccolezza estrema è scandalosamente associata alla grandezza del regno. che un uomo prese e seminò nel suo campo. Il mondo è campo di Dio, e il cuore di ogni uomo terra su cui cade il seme.

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v. 32 è il più piccolo tra tutti i semi. Non c’è piccolezza maggiore di quella di Dio: è tanto piccolo e invisibile che uno può anche dire che non c’è. Il “ tsimtsum” è la caratteristica del Creatore che si restringe per fare spazio alla sua creatura. Dio non è come l’idolo - grande, fascinoso e tremendo (Dn 2,31). Piccolo, disprezzato e tremante, il suo segno è quello del “bambino nella mangiatoia” (Lc 2,12). quando è cresciuto, è più grande degli altri ortaggi. La grandezza del regno non è un trionfo futuro che rimedia alla piccolezza presente: è quella della croce, che abbraccia ogni piccolezza e lontananza. Questo è l’arcano del regno, che tutti alla fine, battendosi il petto, vedranno (24,30): il più grande è proprio colui che si è fatto il più piccolo di tutti (cf Lc 9,48; 22,26s). E così sarà sempre: il Signore è con noi fino alla fine del mondo (28,20) nella carne del “minimo”(25,40.45). Lo scopriremo quando ci chiamerà a entrare nell’eredità del regno, preparato per noi “fin dalla fondazione del mondo” (25,34). Se, mentre leggiamo il vangelo, lui si presentasse a noi così com’è, non ci accorgeremmo che quel disgraziato che ci disturba è lui, il più piccolo di tutti! Gli diremmo con disappunto: “Torna un’altra volta!” Forse per questo non è ancora tornato? diventa albero, così che vengono gli uccelli del cielo, ecc. È l’albero della croce. Abbassamento estremo per l’uomo, è l’innalzamento del Figlio dell’uomo, rivelazione della Gloria (27,54). Tra le sue braccia accorrono e trovano casa gli uccelli del cielo, simbolo dei popoli. Il centurione pagano sarà il primo di una numerosa schiera. Questo albero abbatte il muro di separazione tra Dio e uomo e degli uomini tra loro (Ef 2,14-18): fa di tutti un solo popolo, dimora della gloria. La forza di Dio non è quella del destriero, gettato nel mare col suo cavaliere (Es 15,1): è quella dell’asinello (21,5; Zc 9,9), che porta i nostri pesi (cf Gal 6,2). La sua gloria non è quella dell’aquila superba e predatrice (Dt 32,11): è quella umile della gallina che cova i pulcini (Lc 13,34). La sua grandezza non è
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quella dei più alti cedri (Ez 17,22s): è quella del legno della croce, dove gli uccelli trovano nido. Così tutti gli alberi della foresta conoscono “chi” è il Signore - colui che umilia l’albero alto e innalza l’albero basso, fa seccare l’albero verde e fa germogliare l’albero secco (Ez 17,23s). Lui stesso è il legno verde che si fa secco per bruciare le nostre iniquità e comunicare a noi la sua linfa vitale (cf Lc 23,31). Rispetto alle attese dell’uomo, il regno di Dio suona sempre in tono minore è il suo! v. 33 simile è il regno dei cieli a del lievito. Il regno di Dio è libero da ogni fermento di male; non può essere paragonato al lievito, che è “immondo”, farina imputridita. Come Gesù e i suoi discepoli! Nella Pasqua del Signore, chi non mangia pane azzimo, sia fatto scomparire (cf Es 12,15). Gesù scomparirà, eliminato come immondo. Infatti la “purezza” di Dio è quella dell’amore: misericordia che si mischia con ogni miseria. La sua gloria è la capacità di perdersi e farsi “servo” (12,18-21), addossandosi il peso di ogni debolezza e colpa (8,17). Cristo, nostra pasqua (1Cor 5,7), si è fatto per noi lievito, maledizione e peccato (cf Gal 3,13; 2Cor 5,21): è l’Agnello che porta il male del mondo (Gv 1,29). che una donna prese e nascose in tre misure di farina. Prima un uomo che semina, ora una donna che fa la pasta: immagini consuete di quotidiano lavoro, necessario per vivere. Se il piccolo seme gettato diventa il grande albero della croce, quel pugno di impasto andato a male, preso e nascosto in tre misure di farina, è il Cristo sepolto: nascosto per tre giorni nel cuore della terra, la lieviterà di vita nuova, libera dal vecchio lievito di malizia e perversità (1Cor 5,7s). Il Signore risorto, albero del regno e fermento di vita, è il Gesù crocifisso, preso, gettato e nascosto - esposto sulla croce e deposto nel sepolcro. La sua piccolezza e impurità è potenza e santità di Dio, salvezza del mondo.

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v. 34 tutte queste cose raccontò Gesù in parabole alle folle, ecc. Riprende il tema delle folle e del parlare in parabole (v. 10.13). v. 35 perché si compisse il detto del profeta . Parlando in parabole, Gesù compie quanto è scritto nel Sal 78,2. Anche i Salmi sono citati come i Profeti: tutta la Scrittura non è forse profezia del “Nazoreo” (2,23)? aprirò la mia bocca in parabole, tirerò fuori cose nascoste, ecc. Sotto il velo delle parabole Gesù esprime il mistero, nascosto a tutti, della passione di Dio per l’uomo. In lui esce allo scoperto il segreto del cuore di Dio, perché chi vuole, liberamente intenda (v. 9). E chi non vuole intendere? L’uomo è di sua natura “ascoltatore della Parola”. Le parabole gliela pongono innanzi in modo velato: presto o tardi cercherà di ascoltarla. Solo allora capirà la sapienza di Dio, nascosta da prima della fondazione del mondo, e ora rivelata in Gesù per la nostra gloria (1Cor 2,7). In lui vedremo ciò che mai entrò in cuore d’uomo (1Cor 2,9): proprio ciò per cui il cuore di ogni uomo è fatto.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Gesù che parla alle folle c. chiedo ciò che voglio: capire il mistero della “minimità” e dell’“impurità” di Dio d. traendone frutto, medito il testo da notare: chicco di senape un uomo prese e nascose nel suo campo il più piccolo fra tutti i semi più grande di tutti gli ortaggi albero dove vengono a nidificare gli uccelli del cielo lievito una donna prese e nascose in tre misure di farina fermenta tutto senza parabole non parla alle folle con esse rivela a tutti le cose nascoste fin dalla fondazione del mondo. 4. Testi utili: Sal 27; Ez 17,22-24; Dn 2,31-35; 4,1-34; 1Cor 1,22-31; Fil 2,511
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58. COSÌ SARÀ AL COMPIMENTO DEL MONDO 13,36-43 13,36 Allora, lasciata la folla, venne in casa; e i suoi discepoli si avvicinarono a lui, dicendo: Spiega a noi la parabola delle zizzanie nel campo. Ed egli, rispondendo, disse: Chi semina il seme bello è il Figlio dell’uomo, il campo è il mondo, il seme bello sono i figli del regno, le zizzanie sono i figli del maligno, il nemico che le ha seminate è il diavolo, la mietitura è il compimento del mondo, i mietitori sono angeli. Come dunque si raccolgono le zizzanie e si bruciano nel fuoco, così sarà al compimento del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, e raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e quelli che fanno iniquità, e li getteranno nella fornace ardente: lì sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, continui ad ascoltare!

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1. Messaggio nel contesto “Così sarà al compimento del mondo”, dice Gesù: brilleranno due fuochi, quello delle zizzanie che bruciano come immondizie, e quello dei giusti che splendono come il sole. Il giudizio di Dio è solo alla fine, non ora, ed è fatto da lui, non da noi. Il presente è sempre il tempo della pazienza, perché tutti giungiamo alla conversione e alla salvezza (cf 2Pt 3,9).

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La spiegazione della parabola, richiesta dai discepoli (v. 36), si divide in due parti: i vv. 37-39 sono un vocabolario dei sette elementi simbolici; i vv. 40-43 sono un ampliamento del punto finale - il giudizio di Dio. La comunità, dopo aver capito che bisogna avere comprensione con tutti (v. 29), avverte un problema: con questa “legge di libertà” (Gc 2,12) non si rischia il disimpegno? Se Dio perdona comunque, si può fare ciò che pare e piace, trascurando il suo precetto di amare! Il ragionamento è tanto comune quanto insensato. Sarebbe come dire: “Mia madre mi vuol bene e non si vendica. Posso impunemente maltrattarla!” Chi pensa e agisce così, è un falso profeta, operatore di iniquità, privo del frutto del regno (7,15-23). Questi versetti, come poi i vv. 48-50, sono un richiamo alla responsabilità personale: dobbiamo non giudicare gli altri per non essere giudicati, usare misericordia per ottenere misericordia. Si esige impegno da parte nostra: se la comunità cristiana non è una setta di giusti, non è neppure una banda di malfattori! La misericordia è verso l’altro. Verso di sé ci vuole vigilanza e discernimento, giudizio e conversione continua, per diventare appunto figli perfetti come il Padre (5,48.43-47). La misericordia è una esigenza di purificazione più bruciante di qualunque legge. Non c’è posto per lassismo o immoralità, torpore o tiepidezza. Ogni pegno d’amore è impegno ad amare. Nella Chiesa, come nel mondo, ci sono sempre le zizzanie col buon seme: al presente il regno del Figlio dell’uomo resta aperto a tutti gli uomini, suoi fratelli. Ma, nel futuro definitivo, il regno del Padre sarà solo per i figli, quelli che sono diventati come lui. L’attuale dilagare dell’empietà, se non diventa opportunità per crescere nella misericordia, si fa connivenza, che raffredda l’amore di molti (24,12). Chi fa parte della Chiesa non creda di essere già nel regno del Padre: lo è solo nella misura in cui si fa figlio, facendosi fratello di tutti, nessuno escluso.

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Grazia e libertà, dono e responsabilità, azione di Dio e dell’uomo, non vanno mai separati, tanto meno contrapposti: la grazia libera la libertà, il dono dà la capacità di rispondere, l’azione di Dio rende possibile quella dell’uomo. Noi “siamo” nella misura in cui liberamente rispondiamo al dono che abbiamo ricevuto. Dio non si sostituisce a noi, ma ci fa come lui. E questa è la nostra salvezza: diventare ciò che siamo. Gesù è il Figlio dell’uomo venuto a seminare la parola di misericordia: nel suo regno, quello del Figlio, sono accolti tutti così come sono, perché fratelli. La Chiesa e ciascuno di noi è sempre insieme buon grano e zizzanie: è il regno del Figlio, non ancora quello del Padre. Per entrare in questo bisogna essere grano buono: accettare con misericordia le zizzanie dell’altro - non le proprie!

2. Lettura del testo 13,36 Allora lasciate le folle, entrò in casa. La parabola delle zizzanie è spiegata a quelli che sono “in casa”, nella Chiesa. Questa è esposta a due pericoli opposti: diventare una setta di giusti che non ha misericordia verso gli altri, o una banda di immorali che imputa a sé la sua misericordia come propria impunità. i suoi discepoli si avvicinarono a lui. La familiarità con lui e un confronto

costante con quanto lui ha detto e fatto, ci preservano dal duplice pericolo. Non basta l’intimità di chi dice: “Signore, Signore”, ma non conosce e non fa la sua volontà (7,21). spiega a noi, ecc. Gesù è l’unico maestro (23,8). A noi spetta essere discepoli che ascoltano, capiscono e fanno quanto lui dice e spiega. La parola che accogliamo non è solo legge, ma dono di grazia: dà ciò che dice. v. 37 chi semina il seme bello è il Figlio dell’uomo. Gesù annuncia la parola del regno (v. 19). La Parola è lui stesso, che diventa segno definitivo nel suo farsi seme, sepolto per tre giorni nel cuore della terra (12,40).
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v. 38 il campo è il mondo . Tutto il mondo, non solo la comunità (cf 1Cor 3,9), è campo di Dio. il seme bello sono i figli del regno. I figli del regno sono quelli che ascoltano con cuore bello e buono, e portano frutto. le zizzanie sono i figli del maligno. L’uomo diventa figlio di colui che ascolta. Se ascolta la Parola, diventa figlio di Dio; se ascolta la menzogna del serpente, diventa figlio del maligno. Costui non “fa” qualcosa: semplicemente “ruba” la Parola (v. 19) con una parola veri-simile, simile al vero ma non vera. In noi c’è sempre la doppia figliolanza: del seme bello e delle zizzanie. v. 39 il nemico che le ha seminate è il diavolo. Diavolo significa “divisore”. Fin dal principio divide l’uomo dalla Parola: gli sottrae la sua verità con la menzogna. la mietitura è il compimento. Il compimento del mondo è paragonato alla mietitura, il tempo in cui il seme diventa pane e gioia. Sarà quando Dio avrà compiuto nel mondo l’opera sua, il suo capolavoro: il volto del Figlio. Solo allora, non prima, ci sarà il giudizio. i mietitori sono angeli. A giudicare è l’“angelo”, colui che annuncia la Parola. È infatti questa che, già qui e ora, ci giudica e giustifica. v. 40 come si raccolgono le zizzanie e si bruciano nel fuoco, ecc. Il tempo, vita che abbiamo a disposizione, è finito: ha un inizio, uno svolgimento e un termine. Alla fine resisterà solo l’amore, che mai ha fine (1Cor 13,8). Il fuoco di Dio renderà allora manifesta l’opera di ciascuno: la paglia del nostro egoismo sarà bruciata, e ciò che è prezioso resisterà (cf 1Cor 3,12-14). È un richiamo a vivere il presente con responsabilità: per non essere zizzanie, bisogna usare verso queste la stessa misericordia del Padre. v. 41 il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli. “Angelo” significa

“annunciatore”: già ora ha mandato gli apostoli a seminare la Parola, in base al cui ascolto siamo giudicati.

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raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e gli operatori di iniquità . Nel “suo” regno ci sono scandali e iniquità. La Chiesa è il regno del Figlio, non ancora quello del Padre (v. 43). Abbraccia necessariamente insieme grano e zizzanie, pesci buoni e cattivi. Chi non è misericordioso coi cattivi, è lui stesso cattivo, scandalo per gli altri, operatore di iniquità, che non fa la volontà del Padre. v. 42 li getteranno nella fornace ardente (Dn 3,6). I tre giovani, che non si piegarono all’idolo, furono gettati nella fornace ardente, e rimasero illesi. Il fuoco alla fine brucerà il nemico, che lo aveva preparato per i giusti (Dn 3,22). Il compimento del mondo sarà con un fuoco: il fuoco dello Spirito di Dio, amore che trasformerà in sé ciò che non è amore (1Cor 3,15). lì sarà pianto e stridore di denti (8.12; 22,13). Il male non trionfa: finisce in lamento e rabbia che morde se stessa. v. 43 i giusti splenderanno come il sole (Gdc 5,31). Il sole è simbolo di Dio. Chi ascolta la Parola diventa come il Padre (5,48): riluce della sua gloria, come il Figlio trasfigurato. nel regno del Padre loro. Se il regno del Figlio necessariamente accoglie tutti come fratelli, quello del Padre raccoglie solo i figli - quanti si saranno fatti fratelli di tutti. Ciò che in noi non sarà filiale e fraterno, scomparirà. Allora ci copriremo di rossore bruciante per tutto ciò di cui ora spesso ci vantiamo. chi ha orecchi, continui ad ascoltare (cf v. 9). A chi ascolta sarà dato conoscere i misteri del regno; e più ha, più gli sarà dato (vv. 11s).

3. Pregare il testo: a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Gesù in casa con i discepoli c. chiedo ciò che voglio: vivere ora ciò che alla fine vorrei aver vissuto d. traendone frutto, medito il testo da notare: Gesù è in casa e i discepoli gli si avvicinano e lo interrogano il seme bello, il Figlio dell’uomo, i figli del regno
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le zizzanie, il diavolo, i figli del maligno la mietitura, il compimento del mondo, gli angeli i giusti nel regno del Padre. 4. Testi utili: Sal 97; 94; 96; Sap 1-5; 1Cor 3,12-15; Gc 2,14-26; 2Pt 3,1ss.

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59. PER LA GIOIA DI ESSO, VA E VENDE TUTTO QUELLO CHE HA E COMPERA QUEL CAMPO 13,44-52 13,44 Simile è il regno dei cieli a un tesoro nascosto nel campo, che un uomo trovò e nascose, e, per la gioia di esso, va e vende tutto quello che ha, e compera quel campo. Ancora è simile il regno dei cieli a un mercante che cerca belle perle. Ora, trovatane una di grande valore, andò e vendette tutto quello che aveva, e la comperò. Ancora è simile il regno dei cieli a una rete gettata nel mare, che mette insieme di tutto: e, quando fu riempita, la tirarono su a riva, si sedettero e raccolsero i pesci buoni nei canestri e quelli cattivi li buttarono fuori. Così sarà al compimento del mondo: usciranno gli angeli e separeranno i cattivi di mezzo ai giusti, e li getteranno nella fornace di fuoco; lì sarà pianto e stridore di denti. Avete capito tutte queste cose? Gli dicono: Sì. Ora disse loro: Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa, che tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose antiche.

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1. Messaggio nel contesto “Per la gioia di esso, va e vende tutto quello che ha e compera quel campo”. Queste ultime brevi quattro parabole, rivolte ai discepoli, completano il discorso di Gesù con un appello alla decisione e alla responsabilità: la gioia è

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la forza per decidersi per il regno, tesoro da vivere con coerenza e da trasmettere adeguatamente. Le prime due parabole (vv. 44.45-46) sono simmetriche, seppure con differenze che illuminano aspetti diversi dell’unico tema: decidersi per ciò che vale. Parlano del “trovare” (frutto di un “cercare”, esplicito o meno), di un “tesoro nascosto” e di una “bella perla” - immagini suggestive del valore e della bellezza del regno - e pongono l’accento sul “vendere tutto” per “comprare” il campo e la perla. Non basta cercare o trovare: occorre decidere. Chi vuol tenere il piede in due scarpe, non cammina. Il motivo della decisione è la “gioia”, la passione per il tesoro. L’amore per Gesù rende indifferenti al resto, liberi di camminare finalmente verso la felicità. Chi si sposa, non è preso da tristezza per i possibili partners che lascia, ma dalla gioia per chi ha scelto e ama. Per questo Dio ci dà gioia: per farci decidere. E per questo il nemico fa di tutto per renderci tristi: per impedirci ogni decisione positiva. La seconda coppia di parabole (vv. 47-50. 51-52) è sulla responsabilità. Ognuno è chiamato a vivere in prima persona il tesoro della vita filiale (cf vv. 24-30. 36-43), e “lo scriba”, in particolare, deve trasmetterlo in modo intelligente e completo. È vero che la Chiesa non è una setta di giusti: è la grande rete, gettata nel mare, che pesca i fratelli dall’abisso. Guai se non fosse così! Ma chi ha ottenuto misericordia, la vive con impegno nei confronti degli altri. La bontà di Dio è stimolo a corrispondervi, non alibi alla cattiveria: la salvezza è essere come lui! In modo particolare lo “scriba” è responsabile di capire tutto (v. 51) e trasmetterlo integralmente, con attenzione al nuovo e all’antico (v. 52), all’interpretazione e alla tradizione. Deve tener presente il nuovo e l’antico Testamento, mostrando la verità delle promesse alla luce di Gesù, che è il

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compimento. È quanto fa con scrupolo Matteo: scrivendo il suo vangelo, mostra come nel Nazoreo si compiono le profezie (2,23). È impossibile comprendere il compimento senza conoscerne la promessa, ma anche cogliere la promessa senza conoscere il compimento. Il velo dell’AT è tolto solo da Cristo (2Cor 3,14-16). La Bibbia è il tesoro di famiglia, dal quale, a tempo debito, lo scriba, amministratore fedele dei misteri del regno (24,45), distribuisce a ciascuno la sua razione di cibo. Beato quel servo che il Signore, al suo ritorno, troverà ad agire così (24,46). Diversamente appartiene al numero di quelli che chiudono il regno dei cieli davanti agli uomini: non vi entrano e impediscono agli altri di entrare (23,13)! Gesù è il tesoro nascosto e la perla preziosa: chiunque, presto o tardi, lo trova, sia che non lo cerchi come il contadino, sia che lo cerchi come il mercante. Il Signore, come si fa trovare da chi lo cerca (cf Is 66,6), così dice: “Eccomi!”, facendosi trovare anche da chi non lo cerca (cf Is 65,1). Lui è la Sapienza che imbandisce il banchetto della vita: la gioia di averlo incontrato è la forza per decidere di conseguirlo. La Chiesa è fatta da coloro che centrano la propria vita su di lui, tesoro e perla preziosa; del resto si servono tanto quanto piace a lui. Ognuno è responsabile di vivere concretamente alla luce di questo amore. Lo scriba, in modo particolare, è chiamato a trasmettere bene questo tesoro, antico nella sua novità e sempre nuovo nella sua radice antica.

2. Lettura del testo 13,44 Simile è il regno dei cieli a un tesoro. Ogni uomo ha nel cuore la luce di un desiderio, una promessa di felicità che lo tiene vivo. Lo sappia o no, è alla ricerca del tesoro nascosto, che da sempre ha sognato. Questo tesoro è la Sapienza, la parola di Dio che gli dice cosa fare per avere pienezza di vita (Pr 2,4; 3,14; 8,11.18s.21; Gb 28,15-19). “La legge della tua bocca mi è preziosa più di mille pezzi d’oro e d’argento” (Sal 119,72). Di essa “gioisco come uno
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che trova grande tesoro (Sal 119,162). Il grande tesoro, Sapienza perfetta del Padre, è Gesù, con quanto dice e dà a noi. nascosto nel campo. Il campo è il mondo intero (v. 38), la nostra storia, il nostro cuore. Ogni uomo è figlio nel Figlio: in ognuno c’è l’uomo nascosto del cuore (1Pt 3,4). Scoprirlo è l’avventura della vita. che un uomo trovò . Il ritrovamento è fortuito. L’uomo non aspetta né sospetta il tesoro; si imbatte in esso. Si sottolinea la gratuità e la sorpresa del dono. Il contadino lavora un campo che ancora non gli appartiene. nascose. Il tesoro resta inutilizzato, fino a quando non si sceglie

effettivamente di farne il proprio tesoro. Il contadino lo nasconde per paura di perderlo: non è suo fino a quando non ha investito in esso quanto possiede. per la gioia di esso. La tristezza blocca, la gioia muove ogni decisione. Essa è propria di chi ha trovato il “suo” tesoro, di chi ama. L’amore porta a de-cidere: taglia via ciò che non conta per amore di ciò che conta. Solo una grande passione rende indifferenti al resto. Non perché tutto perda significato, ma perché tutto finalmente ha il suo senso. Ciò che prima era una palla al piede, ora serve per conseguire ciò che sta a cuore. va e vende tutto quello che ha e compera quel campo. I verbi sono al presente: ogni decisione si compie al presente, qui e ora. Per ottenere il campo c’è da vendere tutto. Non che venga buttato via: viene investito per acquistare ciò che vale. Uno non “perde” niente; anzi guadagna tutto. È la decisione dei discepoli nel seguire Gesù (4,20.22; 9,9; cf 19,21.27-29). Di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù, suo Signore, Paolo considera perdita quanto prima vedeva come affare: è stato conquistato da lui e corre per conquistarlo (Fil 3,7.12). v. 45 è simile il regno dei cieli a un mercante che cerca belle perle. Là un contadino che fa il suo lavoro quotidiano, qui un intenditore che sa quello che cerca, anche se non l’ha mai visto. L’ha solo intravisto nel brillare di ogni luce, che non è ancora quella.
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Il tesoro è dato a tutti, come al contadino. Ma anche tutti, come il mercante, sono intenditori, ognuno a modo suo. Ciascuno infatti cerca, segretamente o meno, una bellezza unica che ha stregato da sempre il suo cuore: “Ci hai fatti per te, Signore, ed è inquieto il nostro cuore fino a quando non riposa in te”. L’insaziabilità del nostro desiderio - fame che niente placa - testimonia che il nostro appetito è infinito, è dell’Infinito. “Colui che è capace di Dio, non può essere riempito da nulla che sia meno di Dio stesso”. L’uomo è desiderio. Desiderio dell’impossibile, perché fatto per l’impossibile, unico cibo che lo appaga. v.46 trovata una perla di grande valore, andò e vendette, ecc. Qui i verbi sono al passato. Si sottolinea il fatto più che l’azione: c’è già chi ha deciso. Chi parla l’ha fatto: la sua gioia non si è tramutata in lutto, e invita alla stessa danza chi ascolta. v. 47 è simile il regno dei cieli a una rete, ecc. Il regno è simile, oltre che a un seme che germina, anche a una rete che tira fuori l’uomo dall’abisso e lo porta alla luce. Il discepolo, pescato da Gesù, è chiamato a sua volta a diventare pescatore (4,19): pescando i fratelli dalla morte, diventa lui stesso figlio, pescato alla figliolanza dalla propria fraternità. che mette insieme di tutto. La rete aggrega tutti, senza discriminazione. La Chiesa non sceglie chi è bravo, bello e buono: accoglie tutti nel suo seno. Non può essere che così (cf vv. 24-30.36-43). Se nego la fraternità a un figlio di Dio, non accetto di essere figlio io stesso. v. 48 quando fu riempita. La rete è piena solo alla fine, non prima. E la fine sarà quando il fine sarà raggiunto: quando la Parola e l’accoglienza fraterna avrà “pescato” tutti gli uomini. Allora il Figlio, che sarà l’ultimo ad essere pescato, consegnerà il regno al Padre, e Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,24.28). sedutisi raccolsero i buoni in canestri e i cattivi li buttarono fuori . Solo allora ci sarà la distinzione (cf vv. 30.36-43). Il presente è il tempo della pesca e dell’indulgenza. Nel futuro sarà il giudizio. Ma già lo conosco e lo scrivo io
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stesso, qui e ora: sarò misurato secondo la misericordia che avrò accordato agli altri. Se ho capito la misericordia, non mi prendo gioco della bontà di Dio (Rm 2,4), non ne faccio il paravento della mia malizia (1Pt 2,16), pretesto alla mia empietà (Gd 4). Il Signore usa pazienza e aspetta che tutti ci convertiamo e siamo salvati (cf 2Pt 3,9). Ho quindi la responsabilità di vigilare su me stesso per avere verso gli altri la stessa pazienza di Dio, parlando e agendo come uno che deve essere giudicato secondo una “legge di libertà” - dove il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia, ma dove la misericordia ha sempre la meglio nel giudizio (Gc 2,12s), ovviamente di Dio! v. 49s così sarà al compimento del mondo, ecc. (cf vv. 30.40-42). Allora ci sarà la “separazione”, e saremo misurati con il metro che avremo usato verso gli altri, giudicati col nostro stesso giudizio (7,2). Se avremo avuto

misericordia, splenderemo come il sole nel regno del Padre (v. 43). Allora in noi e attorno a noi brillerà la purezza che ora desideriamo. Tutto ciò che non è misericordia, sarà bruciato nel fuoco del giudizio di Dio che è misericordia. Già ora lo conosciamo, e siamo chiamati a viverlo con responsabilità (cf 7,15-20. 21-23; 22,10s; 25,1-13.14-30.31-46). v. 51 avete capito tutte queste cose? È la domanda finale di Gesù. “Tutte queste cose” vanno capite, nessuna esclusa, sia la grazia che la libertà, sia il dono che la responsabilità, sia la giustizia che la misericordia. Diversamente fraintendiamo, cadendo nel rigorismo o nel lassismo, nel pessimismo o nel trionfalismo - comunque nella stupidità di chi capisce sempre il contrario di ciò che deve, eliminando uno dei due aspetti della realtà ( essere semplici non è semplificare indebitamente, ma accettare la complessità!). “Tutte queste cose” sono i vari aspetti del mistero della croce - tesoro e perla in cui investire ciò che abbiamo e siamo. Sì. Discepolo è colui che ha capito il mistero del Figlio. v. 52 per questo ogni scriba divenuto discepolo . Qui si parla della responsabilità dello scriba, che trasmette ai fratelli il tesoro di famiglia con
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intelligenza e completezza. Responsabilità, in misura diversa, comune a ciascuno: volesse il cielo che tutti fossimo scribi nel popolo di Dio (cf Nm 11,29)! tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose antiche. Il tesoro è Cristo. In lui è nascosto ogni tesoro della sapienza e della scienza, abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (Col 2,3.9). Lo scriba è innanzitutto preoccupato della novità, che è lui, il “nuovissimo”, l’Omega perché l’Alfa di tutto. Alla sua luce coglie la verità delle promesse antiche. Se bisogna conoscere la promessa per capire il compimento - “ignorare le Scritture è ignorare Cristo” (S. Girolamo) -, a maggior ragione bisogna conoscere il compimento per capire la promessa: ignorare Cristo è non capire le Scritture! È lui che toglie il velo alla lettura dell’AT (2Cor 3,14).Le cose antiche si capiscono andando all’indietro con l’occhio in avanti, verso la novità di Gesù. C’è inoltre sempre una novità, che germoglia proprio ora, non te ne accorgi (cf Is 43,19)? È il Signore che viene, sotto la veste dell’ultimo di tutti (25,40.45). Lo scriba, alla luce di ciò che sa, lo riconosce e aiuta gli altri a fare altrettanto. La tradizione di ciò che è antico vive per l’interpretazione di ciò che è nuovo. Guai a restare nella tradizione senza aprirsi all’interpretazione; guai a guardare la promessa di Dio senza discernere come si realizza qui e ora. Di simili scribi, ciechi, ne abbiamo, e ne avremo, sempre in abbondanza.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito b. mi raccolgo immaginando Gesù in casa che parla ai suoi discepoli c. chiedo ciò che voglio: la gioia di decidere per lui, di vivere la sua misericordia e di trasmetterla agli altri d. traendone frutto, medito il testo da notare: tesoro nascosto nel campo per la gioia, va, vende tutto quello che ha e compera quel campo
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il mercante che cerca perle belle la perla di grande valore la rete gettata in mare, che mette insieme tutti il compimento del mondo come distinzione e trionfo del bene avete capito tutte queste cose? lo scriba discepolo tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose antiche.

4. Testi utili: 1Re 3,5-12; Sal 119,65-80; Pr 1-4; 8-9; Mt 9,9; 15,16-30; Lc 19,1-10; Fil 3,1ss. 60. NON C'È PROFETA DISPREZZATO SE NON NELLA PATRIA E NELLA CASA SUA 13,53-58

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E, quando Gesù finì queste parabole, se ne andò via da lì. E, venuto nella sua patria, li ammaestrava nella loro sinagoga, così che erano colpiti, e dicevano: Donde a costui questa sapienza e i miracoli? Non è costui il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria, e i suoi fratelli Giacomo e Giuseppe e Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte tra noi? Donde a costui dunque tutte queste cose? E si scandalizzavano di lui. Ora Gesù disse loro: Non c'è profeta disprezzato se non nella patria e nella casa sua. E non fece lì molti miracoli a causa della loro incredulità.

1. Messaggio nel contesto “Non c'è profeta disprezzato se non nella patria e nella casa sua” , dice Gesù constatando l'incredulità di quelli di Nazareth.

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Il rifiuto di parte dei suoi apre una nuova sezione (13,53-17,27), nella quale si traccia l’itinerario dall’incredulità alla fede, con il passaggio obbligato attraverso il dubbio, che sempre accompagna sia l'una che l'altra. Il succedersi dei fatti è sostanzialmente uguale a Mc 6,1-9,32, con un rilievo maggiore dato a Pietro. La cosa è comprensibile se si pensa che Marco si rifà alla sua predicazione (la modestia è una virtù, tanto rara quanto difficile da contraffare). Si approfondisce sempre di più il solco che divide la folla dai discepoli: c’è chi rifiuta e chi si lascia coinvolgere nel cammino di Gesù. La fede cristiana consiste nell’accettare non solo il suo messaggio e la sua opera, ma soprattutto la sua persona. Gesù non è il fondatore di una religione, come Mosè, Budda o Maometto; non è il maestro di una dottrina o di una morale che può stare anche senza di lui. Lui è il Signore, la vita e la sapienza: il racconto della sua storia ce lo rivela e ce lo offre da amare e da seguire. Accettare lui, nella sua umanità, è avere lo Spirito di Dio: “Ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio, e ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio” (1Gv 4,2s). La fede cristiana non è un'idea o una legge, ma un individuo concreto: Gesù. Questo è lo scandalo e beato chi non si scandalizza di lui (11,6). Gesù non fu accettato dai suoi a causa della sua carne. La prima eresia, sempre latente nella Chiesa, è lo gnosticismo, che non accetta la debolezza della sua umanità, e della sua umanità crocifissa. Questa è la radice stessa della fede, sempre insidiata, al presente come al passato. Le prime eresie sono anche le eresie prime di ogni epoca. Anche oggi varie forme di misticismo e di teologie sincretistiche si scandalizzano del fatto che l’Onnipotente parli ed entri nella storia di tutti attraverso la storia singola e personale di Gesù. Svuotano così la salvezza di Dio, non riconoscendo la sua carne e la sua croce, salvezza di ogni carne e di ogni croce. “Ciò che non è assunto, non è redento”, suona fin dall'inizio il principio di ogni teologare cristiano. “Cardo salutis caro”: la sua carne è il cardine della salvezza. Il cristianesimo è amore per Gesù, il Crocifisso, sapienza e potenza di Dio (cf. 1Cor 1-3). “Chiunque invocherà il nome del Signore, sarà salvato” (At 2,21). “In nessun altro nome c'è salvezza” (At 4,12), neanche per i teologi più illuminati o abbagliati. Solo in lui, il Figlio, diventiamo ciò che siamo: figli che entrano a far parte della famiglia del Padre. Altre figure insigni, idee brillanti o ascesi allucinanti, giovano se aiutano a conoscere e amare lui. Altrimenti non giovano a nulla, se non a perdersi. Noi vogliamo essere come Dio; ma rifiutiamo un Dio che sia come noi. Ed è proprio questo che ci salva! Il rifiuto di Nazareth, dietro il quale si profila quello di parte di Israele, rimane profezia perenne per la Chiesa (cf. Rm 11,10s): ciò che è capitato ai

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nostri padri, è per noi un esempio da non dimenticare, perché non ci avvenga di peggio (cf. 1Cor 10,6). Gesù crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani, è sapienza e potenza di Dio (1Cor 1,23s) che salva tutti. Tutto infatti, creato per mezzo di lui e in vista di lui (Col 1,16), trova la propria identità in lui, vita di ciò che è (cf. Gv 1,3b-4). La Chiesa non divida ciò che Dio ha unito (cf. 19,6). La prima tentazione “diabolica” è dividere la Parola dalla carne, ottenendo una parola vuota e una carne senza senso.

2. Lettura del testo v. 53: E, quando Gesù finì queste parabole, ecc . È il finale stereotipo dei discorsi di Gesù. Lo scenario delle parabole è il lago di Galilea, nei dintorni di Cafarnao, centro della sua attività prima del viaggio a Gerusalemme. v. 54: venuto nella sua patria. Gesù torna a Nazareth, dove Giuseppe si era ritirato al suo ritorno dall'Egitto (2,23). Qui sperimenterà un paradosso più frequente di quanto pare: proprio i suoi lo rifiutano (cf. Mc 6,1-6a; Lc 4,16-30). li ammaestrava nella loro sinagoga. Nella sinagoga di Nazareth Gesù aveva imparato la Parola; ora insegna come persona nota per ciò che ha compiuto altrove (Lc 4,23). La sinagoga è “loro”: ormai la chiesa di Matteo si è distanziata da essa. così che erano colpiti. C’è uno stupore iniziale che, invece di aprirsi al mistero, si chiuderà nel pregiudizio. La meraviglia è principio di sapienza. Chi non si stupisce, non capisce nulla di nuovo, ossia non capisce. donde a costui questa sapienza e i miracoli? Quelli di Nazareth si fanno la domanda giusta. Ma non sono disposti ad accettare una risposta, che metta in questione quanto sanno. Riconoscono la sapienza e i miracoli; sono un dato di fatto. Ma escludono a priori che la sapienza e la potenza di Dio possa essere in “costui”, che conoscono bene! Se fosse uno che ha studiato o praticato particolari ascesi, se fosse un sapiente o un santone, non si sarebbero meravigliati: avrebbe le carte in

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regola e l'avrebbero accolto. Ma come può Dio manifestarsi in questo uomo, normale e ordinario, in tutto simile agli altri. Noi vorremmo essere simili a Dio, come lo immaginiamo noi; ma non accettiamo un Dio simile a noi. Vorremmo lui e noi diversi da quello che siamo – e l’origine del male è proprio non accettare la realtà. Noi, per lo più, crediamo in lui perché non lo abbiamo visto, e lo pensiamo come più ci piace. Ma se lo vedessimo così com'era, gli crederemmo? Se venisse ora qui, mentre leggo il vangelo, lo riconoscerei (cf. 25,40-45)? I sapienti cercano la sapienza e i religiosi la potenza; ma lui è un uomo che finirà in croce! Quel Dio che ognuno pensa sapiente e potente a modo suo, e che nessuno mai ha visto, si è manifestato proprio nella carne di Gesù, unica “notizia di Dio” che lo rivela pienamente a tutti. v. 55: non è costui il figlio del falegname? In realtà non lo è (cf. 1,18-25). Si danno per ovvie cose che non sono vere. Per la mentalità comune, se Gesù fosse figlio di un qualche personaggio insigne, sarebbe più credibile. Ma è figlio di un falegname, falegname lui stesso (Mc 6,3): cosa pretende di essere? sua madre non si chiama Maria? Si possono conoscere cose vere, senza capirne il mistero. i suoi fratelli, ecc. La tradizione cristiana ha ritenuto che questi fratelli sono cugini, usualmente chiamati con tale nome, o, al massimo, i figli di un precedente matrimonio di Giuseppe. Nel secolo scorso, per pregiudizio contro la verginità, si fece strada l’opinione che Maria avesse avuto altri figli. La ricerca della verità, come si sa, è sempre pregiudicata dai propri interessi. v. 56: donde a costui dunque tutte queste cose? Si ribadisce l’interrogativo, che non trova risposte plausibili, perché inciampa contro la carne di Gesù, che si può conoscere solo nello Spirito (cf. 2Cor 5,16). Si scandalizzano che “queste cose” divine siano in “costui”, che conoscono. Se fossero in un altro, ci si potrebbe pensare! Lo scandalo è l'umanità di Gesù! Ma l'incarnazione, principio di salvezza, è il centro della nostra fede. v. 57: si scandalizzavano di lui. Accettare o meno la sua umanità è accogliere o meno il dono di Dio. In lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (Col 2,9)!

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non c’è profeta disprezzato se non nella patria. È forse un proverbio col quale Gesù cerca di “giustificare” il rifiuto dei suoi. Si tende a svalutare ciò che si conosce: si concede margini di mistero solo a ciò che si ignora! La persona religiosa, in modo particolare, è propensa a volare verso un finto ignoto, pur di non scomodarsi a mettere in questione il già noto. Per pigrizia mentale è facile ridurre tutto a ciò che già si sa. v. 58: non fece lì molti miracoli a causa della loro incredulità. Il miracolo è connesso con la fede, che addirittura lo strappa (cf. il centurione: 8,10.13; il paralitico: 9,2; l'emorroissa: 9,22; la cananea: 15,28). Essa, mettendoci in contatto con il Signore, provoca lo “scambio” tra lui e noi. Dove manca, manca il contatto. Si tratta di un atto libero, che suscita la meraviglia del Signore. Il nostro “sì”, come pure il nostro no, produce qualcosa di inedito e meraviglioso anche per lui: ha il potere di stupirlo (cf. 8,10; Mc 6, 6). Il miracolo avviene in ultima istanza per la nostra fede; essa stessa è il grande miracolo, principio di salvezza.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginandomi nella sinagoga di Nazareth. c. chiedo ciò che voglio: riconoscere la sapienza e la potenza di Dio nella carne di Gesù. d. traendone frutto, contemplo la scena. Da notare: • Gesù viene nella sua patria e insegna nella sinagoga • donde a costui questa sapienza e miracoli? • il figlio del falegname, • sua madre Maria, i suoi fratelli e le sue sorelle • si scandalizzavano di lui • non c'è profeta disprezzato se non nella patria a casa sua • non fece molti miracoli a causa della loro incredulità. 4. Testi utili

Sal 119 (sostituendo “Gesù” dove si trova “parola, legge, precetto, decreto, ecc.); Mc 3,20-34; 6,1-6a; Lc 4,16-30; 1Cor 1-3; Rm 11,1ss.

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61. I SUOI DISCEPOLI LEVARONO LA SPOGLIA E LA SEPPELLIRONO 14,1-12

14,1 2

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9 10 11 12

In quel tempo il tetrarca Erode udì la fama di Gesù, e disse ai suoi servi: Costui è Giovanni il Battista: lui è risorto dai morti e per questo le potenze operano in lui! Erode infatti si era impadronito di Giovanni, l'aveva legato e riposto in carcere a causa di Erodiade, moglie di suo fratello Filippo. Gli diceva infatti Giovanni: Non ti è lecito tenerla. E, benché volesse ucciderlo, temeva il popolo, perché lo teneva come profeta. Ora, venuto il genetliaco di Erode, danzò la figlia di Erodiade nel mezzo, e piacque a Erode, tanto che le promise di darle ciò che avrebbe chiesto. Ora essa, indotta da sua madre, dice: Dammi qui, su un piatto, la testa di Giovanni il Battista! E, contristato il re, per i giuramenti e per i commensali ordinò che le fosse data; e mandò a decapitare Giovanni in carcere. E fu portata la sua testa su un piatto e fu data alla fanciulla, e la portò a sua madre! E, fattisi avanti i suoi discepoli, levarono la spoglia e la seppellirono, e vennero ad annunciare a Gesù.

1. Messaggio nel contesto

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“I suoi discepoli levarono la spoglia e la seppellirono”. È la sorte del profeta in patria. Ma la sua storia non finisce nel sepolcro. Giovanni precede Gesù di un passo. Come ne ha anticipato il messaggio (3,12=4,17), ora ne prefigura il martirio. I due hanno lo stesso amore, gli stessi nemici e lo stesso destino. Il brano è un flash-back, che partendo dalla risurrezione, racconta la passione del Battista. Egli, anche dopo la morte, è vivo più che mai, in tutto simile al Signore che ha preannunciato. La sua vita ne è profezia compiuta: nel martirio il profeta si identifica con la Parola di cui è testimone. Il racconto è posto dopo il rifiuto di Gesù da parte dei suoi (13,57) e prima del fatto dei pani (vv.13-21): il banchetto della morte precede quello della vita. Come Giovanni, anche Gesù sarà rifiutato, ucciso e nascosto nel cuore della terra. Proprio lì il suo “corpo dato per noi” sarà seme che germoglierà pane per tutti. Il banchetto di Erode, che termina con la deposizione del giusto nel grembo della terra, è visto come la semina del seme di vita.. Siamo all'interno della sezione che porta a riconoscere il Cristo, Figlio di Dio (16,16). I due banchetti, uno nel palazzo, riservato ai potenti, e l'altro nel deserto, aperto agli umili, rappresentano due modi opposti di vivere. Uno taglia la testa a chi dice la Parola, l'altro vive di essa; il primo festeggia la vita con una danza macabra di morte, il secondo fa fiorire il deserto e riempie la notte della fragranza del pane. Gli ingredienti del banchetto di Erode sono quelli della nostra storia che ben conosciamo: adulterio, prepotenza e violenza. La bellezza, il senso dell'onore e della fedeltà servono a condire il pasto, il cui dessert è un piatto insospettato e crudele: l’ultima movenza di questa danza è una fanciulla con in mano una testa mozzata! “Il profeta è uno che soffre di una malattia professionale: il taglio della testa”. La sua uccisione rappresenta l'apice del male: invece di ascoltare il Signore, si taglia la gola a chi ne dice la Parola. Ma la Parola di Dio non è legata (2Tm 2,9): la testa del Battista parla più forte di prima, con una potenza che nessuna violenza, neanche la morte, può far tacere. Erode la

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risente come incubo e appello costante. A lui la responsabilità di ascoltarla, ripudiando la donna che non è sua e tornando al primo amore. La causa di tutto infatti è una moglie non propria. La donna è simbolo della sapienza (Sofia) o della stoltezza (Moría). L'uomo è fatto per sposare Sofia, e non Moría. L'una imbandisce il banchetto di morte, l'altra quello di vita; l'una fa del palazzo un sepolcro, l'altra del deserto un giardino. Erode ha scelto di sposare la stoltezza, che lo travolge nella morte. In realtà lui è un re fantoccio, che non è padrone neanche di sé. Sente Giovanni e sente Erodiade, ode la sapienza e l’insipienza. Ma, legato a questa e depossessato della sua libertà, non riesce a fare ciò che vuole. È preso in un gioco dove ogni bellezza e armonia, il nascere e il mangiare, lo stare insieme e il danzare, tutto si riduce ad un vorticoso movimento sotto la regia della morte. Il potente, guidato da Moría, è in realtà impotente: giocato dal gioco che crede di tenere in mano, è schiavo del suo potere che è più immaginario che reale - anzi si fonda su immagini truci e si mantiene alimentandole. Il suo banchetto, oltre che il prezzo, è il contrappunto di quello che Gesù imbandisce subito dopo nel deserto: alla nausea vomitevole dei potenti, segue la sazietà piacevole per tutti. Gesù, profeta rifiutato in patria, avrà la stessa sorte del Battista. Con la sua morte diventerà pane di vita. La Chiesa ascolta la Parola invece che tagliare la testa a chi la dice. Per questo passa dal banchetto di Erode a quello di Gesù. Solo così riceve il pane della sapienza e riconosce il Vivente.

2.

Lettura del testo v. 1: In quel tempo Erode udì la fama di Gesù. Dopo l'invio dei Dodici, si

diffonde la fama di Gesù. Anche Erode, come pure noi a distanza di venti secoli, ne viene a conoscenza. L'ascolto è principio della fede (Rm 10,17). Ma la verità non può brillare nel cuore di chi la soffoca nell'ingiustizia (Rm 1,18): il modo di vivere determina quello di pensare. In questo racconto si vede ciò che impedisce all’uomo di aderire al pensiero di Dio: è il banchetto della

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stoltezza, che non conosce e non fa la Parola - è anzi l'esecuzione capitale di chi la testimonia. v. 2: disse ai suoi servi. Sono i servi di Erode, asserviti alla brama di avere, di potere e di apparire (cf. 1Gv 2,16), le tre maschere allettanti di cui si serve la morte per adescare l’uomo. Ben diversi dal “Servo” che ne fa le spese, sono gli schiavi del male. Erode, loro capo, è il loro ideale, il servo più schiavo di tutti nel tragico gioco che domina il mondo. costui è Giovanni il Battista. Anche dopo morto il profeta è vivo. La sua uccisione ne fa un martire, testimone con la vita della verità che dice. lui è risorto dai morti. Il martirio è già risurrezione: testimonia un amore più forte della morte. La “ buona notizia” che è vinta la morte, per Erode è un incubo: minaccia ciò a cui ha sacrificato la propria vita. v. 3: Erode infatti si era impadronito di Giovanni, ecc. Come poi Gesù, anche Giovanni è fatto oggetto di possesso, legato e custodito nel carcere dell'ingiustizia. a causa di Erodiade, ecc. L'adulterio del re è simbolo di quello del popolo. Adultero è chi tradisce la sua altra parte. Ma l'altra parte dell'uomo è Dio! La Parola dice infatti: “Amerai il Signore tuo Dio” (Dt 6,5). Erode non ama Dio e non si lascia guidare dalla sua parola; sposa invece Moría, la quale sarà la protagonista del tragico banchetto che lo porterà a festeggiare il giorno della nascita con l'uccisione di chi offre la vita. v. 4: non ti è lecito tenerla. Giovanni, come tutti i profeti, ci pone al bivio tra vita e morte; ci chiama a sposare la sapienza e lasciare la stoltezza. Non ci è lecito tenerla: noi non siamo suoi e lei non è nostra! v. 5: benché volesse ucciderlo. Chi è nel male sente come un guastafeste chi lo richiama al bene. Ne vuole la soppressione. temeva il popolo, perché lo teneva come profeta. Matteo ci tiene a distinguere tra i potenti e i poveri - dei quali è il regno dei cieli (5,3). La ricchezza accieca nella stoltezza; la povertà apre ad accogliere il dono della sapienza. v. 6: venuto il genetliaco, ecc. Al centro della festa di Erode c’è una danza. Bellezza e piacere sono ingredienti fondamentali di ogni banchetto. Nulla di male, se la fanciulla non fosse figlia di Moría, che si serve di lei per propinare

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il veleno. La stoltezza si serve di tutto come esca: ciò che è buono, bello e piacevole è sostituito da ciò che pare tale (cf. Gen 3,6), ma che in realtà è velenosamente cattivo, brutto e disgustevole. Tolto il velo dell’apparenza, la bella fanciulla diventa un piatto con una testa insanguinata v. 7: promise con giuramento. Ci sono promesse cattive, giuramenti che sono obbligo d’incoscienza. v. 8: indotta da sua madre. Come Erode sbaglia partner, così la ragazza sbaglia madre: la bellezza, sotto il dominio dell’insipienza, si trasforma in orrore di morte. Il male è sempre fatto col bene; anzi distruggendo il bene, perché lo usa con stoltezza invece che con sapienza. dammi qui, su un piatto, la testa di Giovanni. La stoltezza vuole la testa della verità. C’è un “dare” ben diverso da quello del brano seguente! v. 9: contristato il re, per i giuramenti e i commensali. C’è un momento in cui il male toglie la maschera della bellezza e del piacere: sotto i veli della fanciulla c’è lo scheletro della morte. Ma Erode non può sottrarsi: è giocato dalla sua immagine, schiavo degli altri che lo osservano. La sua tristezza viene da Dio, che lo chiama a conversione (cf. 2Cor 7,8-10). ordinò che le fosse data . La parola “dare” è fondamentale in questo banchetto, come nel successivo (vv. 8.9.16.19). Qui si dà la testa della voce, che così testimonia la Parola; là si dà la Parola fatta pane. Lo stesso cibo, velenoso per chi se ne impossessa, è vivificante per chi lo riceve in dono. Ma chi se ne impadronisce, non fa altro che ciò che Dio aveva preordinato (cf. At 4,28): confeziona il dono. v. 10s: mandò a decapitare, ecc. Epilogo della festa è una testa data e consegnata di mano in mano. È il “ dies natalis”, ma non di Erode, bensì del Battista, che viene alla luce come testimone della verità. In questa corsa dalla sala al carcere, dal carcere alle mani della fanciulla, da queste a quelle della madre, finisce la danza della stoltezza, che ottiene ciò che vuole: la morte. v. 12: i suoi discepoli levarono la spoglia e la seppellirono. Giovanni anticipa il cammino di Gesù: è il discepolo che lo segue precedendolo di un passo. Per questo Erode dice fin dall’inizio, e giustamente: Giovanni è risorto! Infatti è vivo più che mai, come la verità che è diventata sua vita.

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vennero ad annunciare Gesù. Ciò che avvenne a Giovanni è un annuncio per Gesù, presagio del suo “ritiro” nel deserto, dove darà il suo pane.

3. a. b. c. d.

Pregare il testo entro in preghiera come al solito. mi raccolgo immaginando il palazzo di Erode. chiedo ciò che voglio: conoscere la verità del banchetto di Erode. traendone frutto, guardo le persone: chi sono, che dicono, che fanno.

Da notare: • Giovanni è risorto • Erode si era impadronito di Giovanni a causa di Erodiade • gli ingredienti del banchetto • la testa di Giovanni. 4. Testi utili

Sal 49; 73; Pr 1,20-2,22; 9,1-6. 13-18; Ger 1,17-19; 1Gv 2,16; 2Cor 7,8-10.

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62. DATE LORO VOI STESSI DA MANGIARE 14,13-21

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Ora Gesù, avendo udito, si ritirò da lì in barca verso un luogo deserto, in privato. E, udito, le folle lo seguirono a piedi dalle città. E, uscito, vide molta folla ed ebbe compassione di loro e curò i loro infermi. Ora, giunta la sera, vennero innanzi a lui i discepoli dicendo: Deserto è il luogo e l'ora già è passata; congeda le folle, che vadano nei villaggi e si comprino cibi. Ora Gesù disse loro: Non hanno bisogno di andare: date loro voi stessi da mangiare! Ora gli dicono: Non abbiamo qui se non cinque pani e due pesci. Ora disse: Portateli qui a me! E, ordinato alle folle di sdraiarsi sull'erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, benedisse, spezzò e diede i pani ai discepoli e i discepoli alle folle. E mangiarono tutti e furono saziati, e levarono di ciò che sovrabbondò dei pezzi dodici ceste piene. Ora quelli che mangiarono erano circa cinquemila uomini, senza le donne e i bambini.

1.

Messaggio nel contesto

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“Date loro voi stessi da mangiare” : è l’imperativo del Signore ai suoi discepoli. Lui stesso è il corpo dato per noi (cf. 26,26), cibo che riceviamo e offriamo a tutti. Dopo la sepoltura del profeta c’è il pane del deserto. La sua uccisione lo rende seme nascosto nel cuore della terra – è il segno di Giona (12,40)! - che germoglia in pane di vita per tutti. L’uomo è ciò che mangia. Al di là delle sue intenzioni, il banchetto di Erode, con i suoi idoli morti che danno morte, prepara quello del Figlio che dà la vita di figli e di fratelli. Gesù, profeta e Messia rifiutato, sfama il suo popolo nel deserto. Più grande di Mosè (Es 16,3-4), è il Signore stesso che dona la sua carne come vero cibo (Gv 6,55); più grande di Eliseo (2Re, 4,42ss), è la Sapienza che offre sovrabbondanza di vita. Il racconto, a sfondo messianico, richiama l’eucaristia, cibo del nuovo popolo. La comunità cristiana ha al suo centro il Figlio, ricevuto in dono e comunicato ai fratelli. Quanto qui Gesù fa è l’anticipo di quello che compirà nell’ultima cena (v. 19=26,26), e che i discepoli sempre faranno in memoria di lui (1Cor 11,23s). Il racconto si divide in tre scene: Gesù, pieno di misericordia, guarisce le folle (vv.13-14); i discepoli hanno un programma sul cibo diverso dal suo ( vv. 15,18); lui prende il pane, benedice e lo dà a loro perché ne offrano a tutti (vv. 19-20). Il v. 21 conclude con una nota del redattore sul numero delle persone sfamate. Il centro del brano è la benedizione sul pane del tipo delle berakot (benedizioni) ebraiche. È lo stile di vita del Figlio che si fa fratello. Come il banchetto di Erode nel palazzo conduce a uccidere chi dice la Parola, questo di Gesù nel deserto la realizza come vita e sazietà per tutti. Gesù anticipa quello che farà l’ultima sera: il pane è il mistero del suo corpo, tutto dono del Padre e tutto dono ai fratelli. La Chiesa ha Gesù al suo centro: ascolta il suo comando e offre quanto ha ricevuto.

2.

Lettura del testo

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v. 13: Gesù si ritirò da lì in barca, ecc. Ciò che è accaduto al Battista è premonizione del suo ritiro ultimo, in solitudine, nel deserto della morte, quando darà il suo pane. Il palazzo è apparentemente luogo di vita, come il deserto è apparentemente invivibile. Ma proprio qui Dio porta il suo popolo fuori dalla schiavitù. Chi non esce dal palazzo nel deserto, non incontra il dono di Dio. le folle lo seguirono a piedi dalle città. Il ritiro di Gesù, e di quelli con lui nella barca, non è una fuga, ma l’inizio del nuovo esodo. Il popolo esce dalla città di Caino per fondare una nuova convivenza. È l’esodo definitivo. Dove approda la barca di Gesù e dei suoi, anche le folle dei poveri arrivano a piedi, anzi li precedono (Mc 6,33). Ognuno ha bisogno di questo pane. v. 14: vide molta folla ed ebbe compassione di loro. Principio dell’azione di Gesù è la sua compassione (cf. 8,17). Ogni azione che non nasce da essa partecipa al banchetto di Erode. Compassione in greco richiama la parola “viscere” (utero materno): è la qualità fondamentale del Dio amore, che è Padre in quanto materno (cf. Lc 6,36). curò i loro infermi. Gesù ha “cura” (= venerazione, rispetto!) degli in-fermi, di coloro che non stanno in piedi. La debolezza, che noi sfruttiamo per asservire, è per lui oggetto di servizio. La medicina con cui ci cura sarà il suo pane, “rimedio” di vita eterna. v. 15: giunta la sera (cf. 26,20). La sera è la fine del giorno, tempo disponibile all’uomo. Inizia la notte, e le tenebre si mangiano la creazione scaturita dalla luce. Immagine della “fatal quiete”, in cui tutto ritorna al caos primitivo, rimanda all’ultima sera, nella quale Gesù ci diede il suo pane (26,20), per consegnare poi il suo corpo al cuore della terra (27,57). Il suo ultimo giorno sarà tutto oscurità dall’inizio alla fine; anche il sole meridiano si offuscherà nel suo splendore (27,45). Sarà la notte in cui lui, luce del mondo, entrerà in tutte le nostre notti per illuminarle. Ora, come anticipo, la notte del deserto profumerà della fragranza del pane. deserto è il luogo e l’ora già è passata. I discepoli notano il deserto intorno e la notte che incombe. Nel deserto non si può mangiare, ed è passata l’ora in cui si può fare qualcosa: non si può vivere, e non c’è più nulla da fare. congeda le folle, perché vadano nei villaggi e si comprino cibi. Davanti al deserto e alla notte, la proposta dei discepoli è uscire dal deserto, tornare al
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villaggio da cui erano partiti, e “comperare” qualcosa. Ma il suo pane è proprio nel deserto e nella notte, e non è da comperare (cf. Is 55,1s). Comperare e vendere, a fine di lucro, è ciò che aggrega in villaggi e porta al banchetto di Erode. Gesù stesso sarà comperato e venduto per danaro (26,15)! v. 16: non hanno bisogno di andare. Per Gesù la soluzione non è da cercare fuori, in un ritorno a ciò da cui si è usciti. È a portata di mano, qui ed ora, ed è gratis! Bisogna solo affrontare la situazione in modo diverso. date loro voi stessi da mangiare. Il pane che sazia nel deserto e nella notte non è quello che si compera, oggetto di sudore. Viene “dato “ agli amici nel sonno (Sal 127,2). Nel sonno suo e nostro. v. 17: non abbiamo qui se non cinque pani e due pesci. È quanto basta a malapena per loro e per il momento. La comunità ritiene sempre poco quello che c’è. Non si accorge che cinque più due fa sette, numero perfetto, divino. È sazietà piena per tutti se è vissuto come dono; è fame se è trattenuto per sé. v. 18: portateli qui a me. La nostra insufficienza va portata a Gesù, riposta nelle sue mani. Ciò che ho e sono, poco o tanto che sia, è sempre sovrabbondante se ricevuto, spezzato e dato da mani di figlio. v. 19: ordinato alle folle di sdraiarsi. È l’inizio della festa. Se il banchetto del primo Esodo fu in fretta e in piedi, quello del secondo si prolunga nella notte, e si sta sdraiati in compagnia con i familiari. Non è più la fuga dalla schiavitù, ma l’ingresso nella libertà. sull’erba. Il deserto si rallegra e la terra arida esulta e fiorisce: il Signore viene a salvarci (cf. Is 35,1-4). È la pasqua definitiva: il passaggio dal banchetto di Erode a quello della Sapienza (cf. Pr 9,1-6.13-18). Il Signore eliminerà la morte per sempre, e si dirà in quel giorno: “Ecco il nostro Dio” (cf. Is 25,6-9). prese. Gesù è il Figlio: riceve dal Padre tutto ciò che ha ed è. Ma, a differenza di Adamo, non prende come rapina, bensì in dono (cf. Fil 2,6). Prende per la morte chi chiude la mano per possedere e divorare; prende per la vita chi apre la mano per ricevere in dono e per donare. La mano chiusa

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avvelena ogni dono; la mano aperta ne fa comunione di vita col Padre e coi fratelli. i cinque pani. Non è frumento, ma pane, frutto di lavoro e relazioni: è cultura, non solo natura. Tutto è da prendere e vivere come dono. I cinque pani sono da Agostino messi in relazione ai cinque libri della legge, per significare che “ l’uomo non vive soltanto di pane, ma di quanto esce dalla bocca del Signore” (Dt 8,3). i due pesci. I due pesci sono simboli di Cristo, che realizza il duplice comando della legge che è uno solo: l’amore del Padre e dei fratelli. Per questo amore il Figlio, come pesce che vive nell’abisso, venne a morire sulla terra e per dare a noi in cibo la sua vita. alzò gli occhi al cielo. Adamo prese dalla mano, ma non alzò gli occhi verso il volto del Padre. Fuggì da lui. benedisse. Adamo non benedisse colui che dà ogni bene, e si nascose nella maledizione. Gesù invece riceve tutto, anche se stesso, dal Padre. Ogni briciola di pane è dono, segno di amore infinito. In ogni dono c’è il Donatore che si dona. Chi bene-dice Colui che bene-dà, riconosce in ogni goccia la sorgente, in ogni raggio il sole, in ogni frammento il tutto. Prendere benedicendo è nascere, venire alla luce come figli, vedendo sé e tutto ciò che c’è come segno dell’amore del Padre. spezzò e diede. Gesù, in quanto prende benedicendo, è il Figlio, in quanto spezza e dà ai fratelli è uguale al Padre. Egli ama con il medesimo amore con cui è amato - tutto sa dare come tutto riceve. Lo Spirito “spira” insieme dal Padre e dal Figlio: hanno un unico amore, che è la vita di ambedue. La forza per “dare” gli viene dal suo levare gli occhi al cielo, dal suo essere tutto verso il Padre come il Padre è tutto verso di lui. ai discepoli e i discepoli alle folle. Lo stesso unico pane passa dalle mani del Figlio a quelle dei discepoli, e da queste alle folle, fino a giungere nelle mani di tutti i fratelli che così diventano figli. Il dono fa circolare di mano in mano il pane: riprende il flusso della vita, che la rapina aveva interrotto. v. 20: mangiarono tutti e furono saziati. Questo pane è vita e sazietà per tutti. L’altro è per pochi, e dà morte a tutti.

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Questa è la mensa che prepara il Signore, mio pastore (Sal 23), dove i poveri mangiano e sono sazi (Sal 22,27). Solo questo pane condiviso è benedizione e sazietà. Dell’altro possiamo averne fino alla nausea, come Erode; ma non sazia: aumenta solo la fame. dodici ceste piene. Di questo pane, mangiato da “tutti” e a “sazietà”, ne avanzano dodici ceste, una per ogni tribù, una per ogni mese. Ne rimane per tutti e per sempre! È quanto sperimenta la Chiesa, allora e ancora adesso. v. 21: cinquemila uomini. Il numero è quello della prima comunità di Gerusalemme (cf. At 4,4), che viveva l’insegnamento di Gesù mettendo in comune i beni, spezzando il pane e pregando con gioia (At 2,42). Nessuno diceva sua proprietà ciò che aveva; ogni cosa era fra loro comune, e nessuno era bisognoso (At 4,32.34). Chi aveva beni ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno (At 2,45). E tutto questo in piena libertà (cf. At 5,4)! senza le donne e i bambini. Esplicitamente si nominano le donne e i bambini, quelli che “non contano”.

3. a. b. c. d.

Pregare il testo entro in preghiera come al solito. mi raccolgo immaginando il deserto di sera con le folle, i discepoli e Gesù. chiedo ciò che voglio: vivere di questo pane. traendone frutto, contemplo la scena.

Da notare. • Gesù si ritirò nel deserto, in privato • le folle accorrono dalle città • la compassione e la cura di Gesù per le folle • la proposta dei discepoli: comperare • la risposta di Gesù: date! • i cinque pani e i due pesci • Gesù prese il pane • alzò gli occhi al cielo • benedisse • spezzò • diede • i discepoli ricevono e danno • tutti mangiarono e furono sazi • dodici ceste piene
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erano in cinquemila.

4. Testi utili Sal 23; 145; Es 16,1ss; 2Re 4,42-44; Is 25,1ss; 35,1ss; 55,1-3; Gv 6,26-66.

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63. O TU DI POCA FEDE, PERCHÉ DUBITASTI? 14,22-36

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E subito costrinse i suoi discepoli a entrare nella barca e precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato le folle. E, congedate le folle, salì sul monte in privato a pregare. Venuta la sera se ne stava da solo lassù. Ora la barca distava da terra già molti stadi, tormentata dalle onde; c’era infatti il vento contrario. Alla quarta veglia della notte venne da loro camminando sul mare. I discepoli, vedendolo camminare sul mare, furono spaventati e dissero: È un fantasma! E gridarono dalla paura. Subito parlò loro Gesù, dicendo: Coraggio! Io sono! Non temete! Rispondendogli, Pietro disse: Signore, se sei tu, comanda a me di venire da te sulle acque! Gli disse: Vieni! E, sceso dalla barca, Pietro camminò sulle acque e venne da Gesù. Ora, vedendo il forte vento, ebbe paura; e, cominciando a sprofondare, gridò dicendo: Signore, salvami! Subito Gesù, tendendo la mano, lo prese e gli dice: O tu di poca fede, perché dubitasti? E, saliti essi sulla barca, cessò il vento. Ora quelli nella barca lo adorarono dicendo: Veramente sei Figlio di Dio! E, compiuta la traversata, approdarono alla terra di Genezareth.

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E, riconosciutolo, gli uomini di quel luogo mandarono in tutta quella regione e gli portarono tutti i malati, e lo pregavano anche solo di toccare la frangia del suo mantello; e quanti lo toccarono furono salvati.

1. Messaggio nel contesto “O tu di poca fede, perché dubitasti?”, chiede Gesù a Pietro, chiamato da lui a camminare sulle acque, come lui e con lui. Il racconto di Gesù a Nazareth (13,53-58) mostra la regressione dalla meraviglia al dubbio e dal dubbio all’incredulità. Questo, al contrario, mostra il cammino dal turbamento al coraggio della fede, provata comunque dal dubbio e dalla caduta, che nell’esperienza di salvezza giunge alla sua pienezza. Il dubbio, a metà strada tra incredulità e fede, è il passaggio necessario per tutti. Per una fede consapevole e adulta bisogna che il non credente dubiti del suo non credere e che il credente dubiti del suo credere. Un cieco dogmatismo preclude l’accesso alla verità. Comunque, quando va a fondo, chiunque si apre all’invocazione della salvezza, al di là di quello che crede o non crede. Pietro rappresenta ciascuno di noi e tutta la chiesa: quando volgiamo gli occhi al Signore e alla sua chiamata, abbiamo fiducia e riusciamo ad avanzare; quando guardiamo le nostre difficoltà, ci impauriamo e affondiamo. Rimane però sempre nel cuore il grido: “Signore, salvami!”. È la radice inalienabile della fede. L’esperienza di salvezza che ne consegue porta alla pace e al riconoscimento del Signore. Dopo il dono del pane, Gesù sale, da solo, sul monte a pregare. I discepoli scendono, da soli, sul mare a remare. Dopo il suo “corpo dato per noi”, lui è assente. Noi ci troviamo nella notte, col vento contrario, sospesi sull’abisso agitato che vuole inghiottirci, faticando inutilmente per raggiungere l’altra riva. È la condizione della Chiesa, chiamata ad affrontare il suo stesso cammino dopo la sua ascensione sul monte (28,16ss). Lui è presente come amore fraterno: è l’unico pane che c’è sulla barca, insidiato dai vari lieviti (Mc
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8,14ss). Questo non è un fantasma, ma “Io sono”, la potenza salvifica di Dio stesso. Le tre scene “tempestose” in barca sono da vedere in connessione tra loro. Nella prima lui è presente come colui che “dorme e si risveglia” (8,2327): è il Gesù terreno, presente tra i discepoli “così com’era” (Mc 4,36), morto e risorto, che ci ha lasciato il suo pane. In questa seconda lui non è più con noi se non come l’assente, che ha vinto la morte e cammina sulle acque; è presente però con la sua parola e il suo pane che ci fanno camminare come lui ha camminato. Nella terza (16,5-12) lui stesso scatena una tempesta di domande ai discepoli che non capiscono il pane e si lamentano di non averne. Hanno infatti il lievito “dei farisei e dei sadducei” (16,12), fermento ben diverso dal suo! La barca è simbolo della comunità, luogo della fede. Non ci sono scappatoie sulla barca: o si arriva a terra, o si va a fondo! La prima scena in barca corrisponde al tempo di Gesù che, in barca con i suoi, muore e risorge, dandoci il suo pane. La seconda corrisponde al tempo della Chiesa, dove la sua presenza come pane è ritenuta un fantasma, fino a quando non ci fidiamo della sua parola e non facciamo come lui ha fatto - “fate questo in memoria di me” (1Cor 11,24). La terza ci dice perché abbiamo difficoltà a riconoscerlo: diamo corpo alle nostre cattive fantasie - i vari lieviti che muovono la nostra vita, che riducono a fantasma la realtà di Io-Sono. Gesù, ormai assente, è presente come il Vivente che ha camminato sul mare e che, con la sua parola, ci chiama a fare altrettanto. La Chiesa accoglie l’invito, con tante paure e perplessità. Se guarda lui e la sua promessa, cammina. Se guarda le proprie difficoltà, affonda. Le rimane però sempre il grido di invocazione al Signore, il cui nome è “Gesù”, che significa “Dio-salva”. L’avventura di Pietro è quella di ogni uomo.

2. Lettura del testo v. 22: E subito costrinse i suoi discepoli, ecc. I discepoli vorrebbero arrestare il momento magico del pane, come nella trasfigurazione. Invece

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devono “ascoltarlo” (17,4.5b)! Il pane che ci ha dato è, come per Elia, la forza per camminare quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio (cf. 1Re 19,1-9). Gesù li “costringe” al santo viaggio perché preferirebbero restare sul posto, trasformando lo stesso pane in lievito di Erode. Le folle infatti volevano farlo re (cf. Gv 6,15); mentre lui è il “Servo” che dà la vita. Dopo la notte del pane viene un nuovo giorno - quello dei discepoli da soli sulla barca - in cui Gesù è presente in altro modo, con la sua parola che ordina di fare il suo stesso cammino, affrontando la stessa notte che lui ha vinto. v. 23: congedate le folle. I discepoli, prima del pane, volevano congedarle; ora invece vogliono trattenerle. Gesù fa il contrario: prima dà il pane e poi le congeda con il suo “viatico”. Non si serve del pane per trattenerle e dominarle, ma si fa servo del pane per farle camminare. salì sul monte in privato a pregare. Dopo il dono del suo corpo, Gesù è salito sul monte, in comunione col Padre, inviando i suoi discepoli in tutto il mondo, promettendo di essere sempre con loro (28,16-20). Lui è il pontefice, che dall’alto li assiste, vicino al Padre e ad ogni fratello. venuta la sera, se ne stava da solo lassù. Lui è già nella luce del Padre; per noi invece viene ancora la sera, la stessa che anche lui incontrò quando ci diede il suo pane (26,20-29). Lui è lassù sul monte da solo a pregare, noi nella notte, qui, giù nel mare, da soli a remare. È la nostra condizione normale, dopo che lui si è fatto pane. v. 24: la barca distava da terra molti stadi. Avvolti dal buio, sospesi tra cielo e abisso, i discepoli sono lontani dal punto di partenza e da quello di arrivo. La situazione è angosciante. tormentata dalle onde. Il “tormento” è indicato con un termine che richiama la “pietra di paragone”, che serve per provare l’oro, graffiando ciò che non è prezioso. Le tribolazioni ci purificano: macinano la nostra durezza di cuore, per ricavarne l’oro prezioso della fede (cf. 1Pt 1,6-9; Rm 5,3-5). il vento contrario. Il vento solleva il mare: lo spirito contrario agita contro l’uomo lo spettro della morte. v. 25: alla quarta veglia della notte. È la veglia dalle tre alle sei del mattino, carica del buio di tutta la notte – la luce sembra lontanissima! -, piena di fatica e di angoscia. È notte fonda; eppure preludio del nuovo sole. In

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quest’ora Dio interviene a salvare (cf. Es 14,24; Sal 46,6; Is 17,14). Sarà l’ora della risurrezione di Gesù (28,1). venne da loro camminando sul mare. Nella prima tempesta Gesù dormì e si svegliò: entrò nella notte e la vinse, dandoci il pane di vita. Ora, risorto, cammina sulle acque: la morte non ha più potere su di lui. Non essere inghiottiti dall’abisso è il sogno impossibile di ogni uomo, superamento della realtà che ben conosce, fatta di notte, solitudine, lontananza, fatica, tormento, angoscia, terrore e sprofondamento. Camminare sul mare è il tema del brano, ripetuto quattro volte (vv. 25.26.28.29). È quanto il discepolo è chiamato a fare, sulla parola del suo Signore. v. 26: furono spaventati. Il discepolo è colto da terrore: camminare sulle acque è eccessivo, impossibile, divino! è un fantasma. Chi è giocato dalla paura scambia le proprie fantasie per realtà e la realtà per fantasia. I discepoli pensano che il Vivente in mezzo a loro sia un fantasma, un morto (cf. Lc 24,37). Il pane - il suo corpo dato per noi - non è l’incontro con lui che salva, ma è ridotto a pio ricordo di un evento passato che non si vive al presente. È il rimprovero di Paolo a quelli di Corinto, quando dice che la loro eucaristia non è un mangiare la cena del Signore, ma un mangiare la propria condanna, perché fanno il contrario di ciò che celebrano (cf. 1Cor 11,17-34!). gridarono dalla paura. È la stessa paura di andare a fondo che li colse nella prima tempesta, quando il Signore dormì (8,24ss). v. 27: coraggio! Io-Sono! Non temete! La paura è pochezza di fede (8,26; 9,22). La fede invece è il coraggio di credere e osare l’impossibile - impossibile all’uomo, ma non a Dio. Colui che cammina sulle acque non è un fantasma, ma Io-Sono, Gesù in persona. “Io-Sono” richiama la rivelazione del Dio dell’Esodo. La salvezza attraverso l’acqua non è un’illusione: è la paura che fa loro ritenere illusione la realtà di Dio. v. 28: se sei tu, comanda a me di venire a te sulle acque. La prova che davvero è Gesù, il Signore-che-salva, è che io stesso sia salvo: che sulla sua parola vada da lui camminando come lui sull’abisso. La prova è chiesta dal dubbio: “Se sei tu!”. Il “se”, che esprime il dubbio, è parola divina quando serve ad aprire all’impossibile. v. 29: vieni! È la vocazione definitiva: sulla sua parola, siamo chiamati da lui a camminare come lui e con lui sull’abisso.
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Pietro camminò sulle acque e venne da Gesù. In obbedienza a lui, Pietro riesce a fare come lui ha fatto. Deve affidarsi all’acqua, fuori dalla barca ( la fede e il battesimo è l’esperienza personale che introduce nella barca!). Non si vince la morte se non attraverso l’affidarsi a lui nella sua morte. v. 30: vedendo il vento forte, ebbe paura. Lo spirito contrario spaventa Pietro. Se guarda Gesù, cammina; se guarda le sue paure, sprofonda. La paura che fa sprofondare è il luogo stesso nel quale il Signore ci chiama a una fede maggiore; diversamente siamo colti da angoscia e disperazione. Per questo “tengo i miei occhi rivolti al Signore, perché libera dal laccio il mio piede” (Sal 25,15). cominciando a sprofondare. Sulla barca che andava a fondo, Gesù “dormiva” (8,25). Ora cammina sulle acque proprio perché è andato a fondo tranquillo e sereno come un bimbo in braccio a sua madre (cf. Sal 131,2). Signore, salvami. Mentre affoga nel mare, Pietro grida a Gesù, che significa: il-Signore-salva (cf. 8,25). Nella distretta finale, a tutti è dato questo nome, nel quale a ogni uomo è data salvezza (cf. At 2,21; 4,12). v. 31: Gesù, tendendo la mano . Il “braccio teso” indica l’intervento di Dio, che afferra e salva dalle grandi acque chi lo invoca. o tu di poca fede (cf. 8,26). La fede c’è, ma è poca, insufficiente davanti a prove dure come questa. Il cammino di affidamento e di riconoscimento dura tutta la vita. La tribolazione finale sarà il compimento del battesimo, che ci farà conoscere chi è il Signore. v. 32: saliti sulla barca, cessò il vento. La calma viene sulla barca solo dopo che ciascuno ha fatto in prima persona l’esperienza battesimale, che consiste nell’ascoltare il Signore, camminare sulle acque, andare a fondo, invocare il suo nome ed essere salvati. Solo allora nella barca riconosciamo il Signore e viviamo del suo pane: siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli (1Gv 3,14). v. 33: quelli nella barca lo adorarono. La salvezza porta all’adorazione, al bacio del Signore, fine del vangelo (28,17). veramente sei Figlio di Dio! È l’anticipo della professione di 16,16. Ciò non impedisce che Pietro, anche più avanti, non lo capisca e lo rinneghi, sperimentando sempre più a fondo la salvezza.

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Qui Pietro fa la professione di fede pasquale. La Chiesa sa che il suo corpo dato per noi non è un fantasma, ma il pane di vita che fa vivere e morire camminando come lui ha camminato. vv. 34-36: compiuta la traversata, ecc. Colui che non fu riconosciuto dai suoi, ora lo è dalle folle, mentre è presente in mezzo a loro che hanno ormai compiuto la traversata. Il semplice contatto con lui è salvezza per tutti.

3.

Pregare il testo

a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginandomi di notte in barca coi discepoli. c. chiedo ciò che voglio: guardare a Gesù e alla sua promessa, invece che alle mie fantasie. d. traendone frutto, contemplo la scena e guardo le persone: chi sono, che dicono e che fanno. Da notare: • costrinse i suoi discepoli a entrare in barca • Gesù da solo sul monte a pregare • i discepoli da soli sul mare, nella notte, a remare • il vento contrario • distavano molti stadi • la barca tormentata dalle onde • la quarta veglia della notte • Gesù che cammina sulle acque • un fantasma • coraggio, Io-Sono, non temete • comanda a me di venire a te sulle acque • vieni! • Pietro cammina sulle acque • la paura e l’andare a fondo • Signore, salvami!

4.

Testi utili

Sal 77; 85;107; 1Re 19,1-13; Mt 28,16-20; 1 Pt 1,6-9; 1Cor 11,17-34.

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64. QUESTO POPOLO MI ONORA CON LE LABBRA, MA IL LORO CUORE È LONTANO DA ME. 15,1-20

15,1 2

Allora vengono a Gesù da Gerusalemme alcuni farisei e scribi, dicendo: Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Infatti non si lavano le mani quando mangiano pane.

3

Ora, rispondendo, disse loro: Perché voi invece trasgredite il comando di Dio per la vostra tradizione?

4

Dio infatti disse: Onora il padre e la madre, e: Chi maledice padre e madre, sia ucciso.

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Ma voi dite: Chi dice al padre o alla madre: È dono sacro ciò che da parte mia ti potrebbe aiutare,

6

non onorerà suo padre; e vanificaste la parola di Dio a causa della vostra tradizione.

7

Ipocriti! Bene profetò di voi Isaia, dicendo:

8 9

Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me; invano mi venerano insegnando insegnamenti che sono precetti di uomini.

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E, chiamata la folla,
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disse loro: Ascoltate e comprendete! 11 Non ciò che entra nella bocca contamina l’uomo, ma ciò che esce dalla bocca, questo contamina l’uomo. 12 Allora vengono i discepoli e gli dicono: Sai che i Farisei udendo la parola furono scandalizzati? 13 Ora egli, rispondendo, disse: Ogni pianta che non piantò il Padre mio celeste, sarà sradicata. 14 Lasciateli; sono cieche guide di ciechi: ora se uno cieco guida un cieco, ambedue cadranno nella fossa. 15 Ora, rispondendo, Pietro gli disse: Spiegaci questa parabola! 16 17 18 Ora egli disse: Anche voi siete ancora senza intelletto? Non sapete che tutto ciò che entra nella bocca, va nel ventre ed è espulso nella fogna? Invece ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore, e questo contamina l’uomo. 19 Dal cuore infatti escono cattivi pensieri, omicidi, adulteri, fornicazioni, furti, false testimonianze, bestemmie. 20 Queste sono le cose che contaminano l’uomo;
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ma il mangiare con mani non lavate non contamina l’uomo.

1. Messaggio nel contesto “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”, dice Gesù subito dopo l’avventura in barca coi discepoli. Riconoscere il Signore nel pane senza scambiarlo per fantasma non è problema di occhi, ma di cuore (vv. 8.19). Il cuore è il centro della persona, che ri-corda ed esprime ciò che gli interessa (inter-esse = essere-dentro!). Al credente interessa il “pane”, il suo corpo dato per noi, o altre cose? Il suo cuore è con il Signore o lontano da lui? Il brano inizia e finisce con i discepoli che mangiano senza lavarsi le mani (vv. 2.20), trascurando le norme date dagli antichi. Hanno un’altra tradizione: quella del suo corpo dato nelle nostre mani di peccatori. Il fatto dà occasione a una polemica contro le norme religiose che non rispettano la parola di Dio (vv. 3-9), e ad un chiarimento fondamentale su ciò che è bene o male, puro o impuro (vv.10-19). Al centro sta “il cuore”: se è lontano dal Signore, vanifica la sua parola e rende tutto immondo (v. 8s.19s), se è con il Signore, ne vive la parola e mangia. In questo brano si toccano i temi fondamentali di ogni religione: la tradizione, il lecito e l’illecito, il bene e il male. L’uomo vive di tradizioni, di ciò che riceve e scambia con gli altri. A differenza dell’animale, non è regolato dall’istinto, ma dal cuore, dai desideri e da ciò che in una lenta e lunga acquisizione ha messo dentro: vive di ri-cordo, di memoria amata e custodita che lo apre al suo futuro e gli suggerisce che fare qui e ora. Conosce co-mandamenti (co-mandare = mandare insieme) e interdetti (interdetto = detto-tra), frutto di esperienza precedente, che gli offrono orizzonti comuni su cosa fare e cosa non fare per raggiungere la promessa di felicità che tiene viva la sua esistenza. L’uomo è cultura. Non deve ogni volta inventare il da farsi; lo trova già nella memoria, nella tradizione. Il problema è quello di capirla e usarla. Infatti può ridursi a erudizione sterile
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che ingessa la persona. Allora c’è un tradizionalismo che butta via l’anima della tradizione: dimentica il senso di ciò che trasmette - la volontà di Dio significata dalla sua parola – e riduce la pratica religiosa a ritualismo. In questo caso la tradizione diventa strumento di oppressione e di morte: un cumulo di formule vuote, con un cuore lontano da Dio e dagli uomini. Il puro e l’impuro, il lecito e l’illecito, il bene e il male, ciò che mette in comunione o divide dalla vita, ciò che dà felicità o infelicità, dipende in ultima istanza non dalla tradizione o da regole che classificano cose o azioni, ma dal cuore stesso: tutto è buono nella misura in cui è vissuto con un cuore puro. Il cuore puro vede Dio (5,8): libero dall’egoismo, riflette la sua bontà, e fiorisce in ogni frutto buono. Un cuore impuro, lontano da Dio, produce opere di morte. Il bene viene da un cuore vivificato dallo Spirito d’amore; il male da un cuore posseduto dallo spirito immondo. Non solo il mondo religioso, ma anche quello laico vive di tradizioni e riti, di comandi e divieti. Oggi più che mai siamo amministrati da infinite norme tanto più subdole quanto meno dichiarate - che si impongono, in modo inavvertito e arbitrario, come “moda”. Il lavoro, le relazioni, lo stile di vita e, soprattutto, gli stessi valori - bevuti acriticamente da tutti i pori grazie ai mass-media - costituiscono un campo di leggi ferree, da osservare con rigore per non essere emarginati. È necessario misurare tutto questo sulla Parola e sul Pane, sulla Parola che si fa Pane: aiutano o meno ad amare i fratelli, producono frutti velenosi o buoni? Tutto il brano è sul cibo. L’uomo è ciò che mangia attraverso i canali dei suoi sensi e assimila attraverso le sue facoltà; o, meglio, è come mangia. Con che cuore, con che spirito mangia? È da verificare se mangiamo o meno secondo la tradizione che Gesù ci ha lasciato, se viviamo o meno della memoria di lui che ha dato il suo corpo per noi. Gesù è la nostra tradizione fondamentale, misura di ogni altra. La Chiesa ha al suo centro l’eucarestia: sa che il vero culto spirituale, gradito a Dio, è il nostro stesso corpo (Rm 12,1) che mangia e vive di questa tradizione, che è quella del Figlio.

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3. Lettura del testo v. 1: Allora alcuni farisei e scribi. I farisei sono quelli che osservano le tradizioni, gli scribi quelli che le conoscono. “Fariseo” significa “separato”: è un puro, diverso dagli altri. La sua “santità” è ben diversa da quella di Gesù, mangione e beone, amico di pubblicani e peccatori (11,19). Sono sempre nemici di Gesù. “Scriba” significa “colui che scrive”: è l’esperto di Scrittura. È chiamato a scoprire il tesoro (cf. 8,19, 13,52). Farisei e scribi si scomodano a venire fin da Gerusalemme pur di dar fastidio ai discepoli che mangiano trascurando le loro prescrizioni (cf. Gal 2,4.12). v. 2: perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? La tradizione è l’insieme delle interpretazioni della legge trasmesse dagli antichi, che sarà fissata nella Mishna e nel Talmud. La tradizione è ciò che si tramanda, di mano in mano, perché uno sappia come vivere, senza dover ogni volta inventare. È la sedimentazione dell’esperienza e della riflessione di chi ci ha preceduto nel cammino di ricerca della verità. non si lavano le mani quando mangiano pane . I discepoli “mangiano pane” senza prima fare le tradizionali abluzioni. Per loro la tradizione nuova è quella del “pane”, il suo corpo dato nelle mani dei peccatori (cf. 17,22s). Per quanto ci si lavi le mani, non si è mai abbastanza puri per meritare quel pane, che invece è donato a chi tradisce, rinnega e fugge (cf. 26, 20-35). v. 3: perché voi trasgredite il comando di Dio per la vostra tradizione? Gesù risponde contrattaccando. La nostra tradizione non ha valore assoluto; è ambigua, anzi può addirittura trasgredire “il comando di Dio” , che è l’amore verso il Padre e i fratelli (7,12; 22,37-40). È quanto Gesù ha realizzato con il suo pane: il suo corpo dato per noi. v. 4: onora il padre e la madre . È la quarta delle dieci parole, il comandamento più ovvio. Rispondere con amore all’amore dei genitori è la radice stessa della vita, possibilità di riceverla e trasmetterla. v. 5: è dono sacro ciò che da parte mia ti potrebbe aiutare, ecc. È la tradizione del Qorban. Consiste nel consacrare a Dio dei beni, che così diventano sacri, inalienabili. Non si possono destinare né ai genitori né ai figli;
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ne può usufruire solo l’interessato finché vive, e poi passano al tempio. Bellissima invenzione dell’egoismo, che si serve anche di Dio! v.6: vanificaste la parola di Dio per la vostra tradizione. Questa tradizione è in netto contrasto con il comando di Dio. C’è quindi tradizione e tradizione: bisogna vedere se è conforme o no al comando dell’amore. Ogni legge, consuetudine o moda, va valutata con discernimento, e osservata solo se serve a ”mangiare pane”, a promuovere la vita. Diversamente è perversione istituzionalizzata, e va rifiutata. Anche tradizioni che all’origine erano giuste, possono diventare perverse in situazioni nuove. v. 7: ipocriti. Ipocrita è colui che si serve di tutto, anche di Dio, per il proprio io. v. 8: questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me (Is 29,13; Sal 78,36s). C’è una religiosità esteriore, fatta di parole, preghiere e riti – sempre più corretti e solenni! - ma che ignora la “tradizione del pane” e non vive in concreto l’amore del Signore, scambiando per realtà i fantasmi delle proprie devozioni. Non bisogna amare a parole, ma coi fatti e nella verità (1 Gv 3,18). Anche in campo non religioso rischiamo di osservare i protocolli sempre più esigenti del puro apparire! Ma che ne è del nostro cuore? v. 9: invano mi venerano ecc. È un culto del vuoto. I precetti che ne derivano svuotano l’uomo, vanificando la parola di vita. Gran parte della predicazione profetica è contro questo culto (cf. Is 1,10-20; 58,1-12; Ger 7,115). v. 10: ascoltate e comprendete. Gesù ora si rivolge alle folle, chiamate a comprendere ciò che dice. v. 11: non ciò che entra nella bocca, ecc . Nella bocca entra il cibo, dalla bocca esce la parola. Tutto ciò che c’è, è buono, dono di Dio (cf. At 10,11-15). Questa affermazione di Gesù è principio di libertà da ogni tabù culturale. Di tutto l’uomo può liberamente disporre. È come lui ne dispone che lo fa morire o vivere. E ne dispone secondo ciò che esce dalla sua bocca, secondo la parola d’amore o d’egoismo che ha dentro. Qual è la parola che governa l’uso che faccio di ogni cosa? È parola di libertà o di dominio, di dono o di possesso, di comunione o di separazione?

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v. 12: i farisei furono scandalizzati, ecc. I discepoli notano che i farisei si scandalizzano. Ma è uno scandalo positivo, che vuol toglierli dall’ipocrisia. Tutto al mondo è puro: solo un cuore immondo lo rende immondo. v. 13: ogni pianta, ecc. Il Padre ha piantato l’albero della vita, che porta il frutto dello Spirito (cf. Gal 5,22). Ogni albero che non porta questo frutto non è suo: è cattivo (7,15-20), e sarà sradicato (cf. 3,10). v. 14: lasciateli. I discepoli sono chiamati a lasciare i farisei : non sono maestri da imitare, ma da evitare. cieche guide di ciechi. Non sono guide illuminate, ma cieche. Il loro cuore impuro non vede Dio, ma solo il proprio io. Chi li segue cade nella fossa (cf. 23,16). v. 15: Pietro disse. Nel brano ci sono progressivamente farisei, scribi, folle, discepoli e anche Pietro. Il problema riguarda tutti. In particolare Pietro, che ha un ruolo di guida. Che anche lui non sia cieco! E lo sarà ogni volta che non avrà lavato gli occhi nel pianto del proprio peccato riconosciuto (26,74s). v. 16: anche voi siete ancora senza intelletto? Nonostante il loro: "Sì” (cf. 13,51), non hanno ancora capito (cf. 16,5-11). Anche in loro c’è il lievito dei farisei oltre che dei sadducei (16,12). v. 17: ciò che entra nella bocca, ecc. Ciò che entra nella bocca serve per vivere - e ciò che non serve si elimina! v. 18: invece ciò che esce dalla bocca, proviene dal cuore. La bocca parla dall’abbondanza del cuore (12,34). Un cuore che ha dentro la Parola di vita, rende tutto puro; un cuore che ha dentro parole di morte, rende tutto impuro. Il bene e il male non sta nelle cose, ma nelle nostre azioni; e ancor prima nelle nostre intenzioni, nella parola di sapienza o di stoltezza che il nostro cuore ha sposato. v. 19: dal cuore escono, ecc. È una lista di azioni malvagie, quelle che Paolo chiama opere della carne (Gal 5,19-21). Sono il veleno che esce da un cuore lontano da Dio, centrato su se stesso. v. 20: cose che contaminano. Il male e la morte vengono dal cuore, dall’intenzione con cui si vive ogni realtà. Il mondo non è né da idolatrare né da demonizzare, né da adorare né da disprezzare. Il suo valore o meno dipende dalla parola non detta che esce dal cuore.

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mangiare con mani non lavate non contamina l’uomo. Noi mangiamo il Pane, anche se indegni. Questo pane ci fa vivere il frutto dello Spirito (Gal 5,22).

3.

Pregare il testo

a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando Gesù: attorniato da farisei e scribi, folla e discepoli. c. chiedo ciò che voglio: non avere il cuore lontano da Dio, mangiare il Pane, vivere con amore ogni realtà. d. traendone frutto, medito sulle parole di Gesù. Da notare: • • • • • • • farisei e scribi mangiare il pane con mani immonde trasgredire le tradizioni degli antichi trasgredire il comando di Dio annullare la parola di Dio con la nostra tradizione culto di labbra, con il cuore lontano da Dio ciò che entra e ciò che esce dalla bocca.

4.

Testi utili

Sal 78; Is 29,13-24; At 10,1ss; Mt 7,12; 22,34-40; Gal 5,19-22; 1Cor 13,1ss.

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65. O DONNA, GRANDE È LA TUA FEDE: SIA FATTO A TE COME VUOI 15,21-28

15,21 22

E, uscito di là, Gesù si ritirò nelle parti di Tiro e Sidone. Ed ecco una donna cananea, che usciva da quelle regioni, gridava dicendo: Abbi pietà di me, Signore, Figlio di Davide! Mia figlia è malamente indemoniata.

23

Ora egli non le rispose parola. Ora avvicinatisi i suoi discepoli gli chiedevano dicendo: Mandala via, perché ci grida dietro.

24

Ora rispondendo disse: Non fui inviato se non per le pecore perdute della casa d’Israele.

25

Ora quella venne e lo adorava dicendo: Signore, aiutami!

26

Ora egli rispondendo disse: Non è bello prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini!

27

Ora quella disse: Sì, Signore; ma anche i cagnolini mangiano delle briciole che cadono dalla mensa dei loro signori!

28

Allora rispondendo Gesù le disse:
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O donna, grande è la tua fede: Sia fatto a te come vuoi! E fu guarita sua figlia da quell’ora.

1.

Messaggio nel contesto “O donna, grande è la tua fede: sia fatto a te come vuoi”, è

l’esclamazione di Gesù davanti alla donna pagana, che ottiene il “pane dei figli”! Il racconto, parallelo a quello del centurione (8,5-13), fa da contrappunto alle rimostranze dei farisei e degli scribi (15,1ss), alla non fede dei suoi di Nazareth (13,58) e alla poca-fede dei discepoli (8,26; 14,31). Il dono del Signore è per chi lo chiede con fiducia, non per chi lo pretende o per chi, invece di aver fiducia, chiede segni (16,1). Questa donna è immagine della nostra Chiesa, che proviene dal paganesimo: partecipa alla promessa di Abramo mediante la fede. La fede agisce a distanza, anche in assenza di Gesù (cf. anche 8,1-13). È la condizione nostra: dopo la sua missione a Israele, lui è assente, ma la sua stessa forza opera in coloro che per primi hanno veduto e creduto, e continua anche in quanti, pur non avendo visto, credono (cf. Gv 20, 29). Solo la fede dà accesso al “pane dei figli”, sia per Israele che per i pagani, sia per chi ha visto che per chi non ha visto. Nel brano si sottolinea il limite della missione storica di Gesù, destinata a Israele, erede primo della promessa che attraverso lui passerà a tutte le genti. Questa donna, con il centurione, ne è l’anticipo profetico. Il brano è un dialogo serrato e drammatico tra la donna e Gesù, con l’intervento dei discepoli. Si intravedono le difficoltà che anche in seguito incontrerà il passaggio della salvezza ai pagani, gli immondi. La fede dà il via libero all’intervento di Dio al di là di ogni barriera culturale e religiosa, allora come oggi. Dio stesso interviene dal cielo per vincere la resistenza della Chiesa primitiva nei confronti dei pagani (cf. At 10,9-48). Tipici di Matteo sono l’intervento dei discepoli e la dichiarazione di Gesù circa la sua missione verso le pecore perdute d’Israele (vv.23.24).
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Il dialogo tra Gesù e la donna riguarda “il pane dei figli”, e a chi spetta. Matteo scrive per i giudei cristiani, per aprirli alla missione verso i pagani (cf. 28,20). Inoltre vuol stimolare la gelosia di quei figli che ancora non accolgono quel pane del quale invece i cani (i pagani) per la loro fede si saziano (cf. Rm 11,14). La distinzione cani/figli è quindi abbattuta dalla fede: già Abramo, padre di Israele, era pagano, e divenne erede della promessa e patriarca del nuovo popolo per la sua fede. “Quelli che hanno fede sono benedetti insieme ad Abramo che credette”; suoi figli “sono quelli che vengono dalla fede”, perché lui stesso fu il primo che “ebbe fede in Dio, e gli fu accreditato a giustizia” (Gal 3, 9.7.6). Gesù è il Messia promesso e inviato a Israele. Dall’Israele che lo accoglie sorge la luce per tutte le genti (Lc 2,32): i suoi discepoli saranno dopo di lui inviati per tutto il mondo ( 28,20). La missione del Messia verso di loro è la loro stessa verso tutti. La Chiesa è fatta innanzitutto da giudei e poi da quanti, per la loro fede, diventano figli di Abramo, il primo che dà credito a Dio e alla sua promessa.

2.

Lettura del testo v. 21: E, uscito di là, Gesù si ritirò, ecc. Gesù esce dal luogo dove i farisei

e gli scribi onorano il Signore con le labbra, ma con il cuore lontano da lui. Si ritira in zona pagana, verso Tiro e Sidone. È un’allusione al passaggio della salvezza ai pagani (At 13,46ss). Se il rifiuto di parte del popolo fu salvezza per tutte le genti, cosa sarà mai quando tutto Israele accoglierà il suo Messia? “Se infatti il loro rifiuto ha segnato la riconciliazione del mondo, quale potrà mai essere la loro riammissione, se non una risurrezione dai morti?”(Rm 11,15). v. 22: ecco una donna cananea che usciva, ecc. La mancanza di fede fa uscire Gesù dalle sue regioni; la fede a sua volta fa uscire anche la pagana dalle sue regioni, per incontrarlo. gridava dicendo. La sua preghiera ha la forza del grido, ma anche la sapienza di una parola precisa.

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abbi pietà di me, Signore, Figlio di Davide . È la preghiera fondamentale. Abbi pietà significa: “Fammi grazia”. La cananea non pretende e non accampa diritti: chiede il dono a colui che è tutto e solo dono, riconoscendo in lui il Signore e il Messia (figlio di Davide). Questa pagana fa sua la professione di fede in Gesù: lo riconosce come figlio di Davide secondo la carne e come Signore, Figlio di Dio, secondo lo Spirito (1,1.18; cf. Rm 1,3s), e ne invoca la salvezza. mia figlia è malamente indemoniata. La figlia della pagana rappresenta tutti i figli di Adamo: preda della diffidenza, sono invasati di menzogna, posseduti dal male. v. 23: non le rispose una parola. Gesù, nella sua missione storica, rispose solo a Israele, che lo attendeva. Sarà questo poi a trasmettere il dono agli altri. Forse meraviglia che Dio abbia parlato ad alcuni dei suoi figli e non ad altri. Certo che Dio parla nel cuore di tutti. Ma, per parlare umanamente, ha assunto le condizioni del parlare umano, nel quale si parla a qualcuno per il quale si è qualcuno. È lo “scandalo” dell’incarnazione, centro della fede (cf. 13,53ss). i suoi discepoli gli chiedevano. Alla domanda della donna toccherà rispondere proprio ai discepoli, non a Gesù, quando saranno inviati a tutte le genti (28,19s). Sarà una risposta travagliata (cf. At 10,1ss; 15,1ss e la lettera ai Galati!). La difficoltà del rapporto tra giudei e pagani all’interno della Chiesa si rovescerà purtroppo nel peccato dei cristiani di origine pagana contro i giudei. mandala via, ecc. Questa donna richiama i dieci pagani che cercheranno di afferrare il mantello di un Israelita (cf. Zc 8, 20-23). Ma la cosa non è senza difficoltà. “Mandala via”, dicono i discepoli (versione migliore di: “esaudiscila”). Nella loro missione verso i pagani, i missionari saranno tentati di essere dimissionari. Pietro stesso ad Antiochia si ritirerà dai fratelli pagani per ipocrisia, e ci vorrà un Paolo che gli resiste a viso aperto (cf. Gal 2,11s), con la stessa forza di questa donna. A Pietro non bastò né la prima né la seconda pentecoste (cf. At 2,1ss; 4, 23-31), né l’intervento diretto dal cielo, che gli impose di non chiamare immondo ciò che il Signore aveva purificato

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(At 10,15). È costante nella chiesa la tentazione di “confiscare” il Signore, sottraendolo alle attese di chi lo desidera. Ma escludere il fratello dall’eredità, è rinnegare il proprio essere figlio. v. 24: non fui inviato se non per le pecore perdute, ecc. Gesù limitò la sua missione all’Israele perduto. Sarà l’Israele ritrovato dal suo Signore a diventare luce per tutte le genti (Lc 2,32; cf. Is 42,6; 49,6: Rm 15,8-12). La missione universale di salvezza passa attraverso la carne d’Israele e del suo Messia. Quando Gesù, compiuta la sua missione, si assenterà sul monte, i suoi discepoli saranno inviati a continuarla verso tutte le genti. È la prospettiva con cui Matteo chiude il suo vangelo (28,16-20). Prima anche loro limiteranno come lui la propria missione (cf. 10,6). Solo in Israele che riconosce il suo Messia, tutte le genti riconoscono le proprie sorgenti (Sal 87,5). La salvezza del Figlio è mediata dal fratello (maggiore) che si fa servo degli altri. v. 25: lo adorava . Come i Magi, anch’essi pagani (2,2.11), questa donna adora il Signore. Signore, aiutami. La donna chiede aiuto, nonostante il silenzio del Signore e la resistenza dei suoi discepoli. v. 26: prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini. La risposta di Gesù è la più dura che possa aspettarsi un pagano. Gli ebrei chiamavano “cani” i pagani. Il pane dei figli sarà dato proprio a loro. Non per merito - è grazia e dono! - ma per la grande fede (v. 28). v. 27: Sì, Signore. Per la donna è tre volte Signore (vv. 22.25.27) proprio quel Gesù che, dopo il fatto dei pani, i discepoli avevano scambiato per fantasma (14,26). anche i cagnolini mangiano, ecc. Il cane vive delle briciole che cadono dalla tavola del padrone, l’uomo del pane che viene a lui dalla mano del Signore. v. 28: o donna, grande è la tua fede. La fede di questa donna è grande, a differenza di quella dei discepoli, che è poca (8,26; 14,31); è grande come quella del soldato pagano, che suscita la meraviglia di Gesù (8,10). Per questa fede molti verranno da oriente e da occidente, e sederanno a mensa con

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Abramo, Isacco e Giacobbe (8,11), sazi della beatitudine di chi mangia il pane del regno (Lc 14,15). sia fatto a te come vuoi. Il Signore è venuto in terra per fare la volontà di questa donna: è la stessa del Padre nei cieli (6,10s), che vuol dare il suo pane a tutti i suoi figli. fu guarita sua figlia da quell’ora. L’ora della fede è la stessa della salvezza, come per il figlio del centurione (8,13).

3.

Pregare il testo

a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando Gesù nei territori pagani di Tiro e Sidone. c. chiedo ciò che voglio: la fede della donna, che resiste a ogni avversità e durezza. d. traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: • • • • • • • • • • Gesù si ritira in zona pagana la donna pagana pietà di me, Signore, figlio di David Gesù non risponde i discepoli dicono di mandarla via non fui inviato se non alle pecore perdute d’Israele Signore, aiutami il pane dei figli è per i cagnolini donna, grande è la tua fede la guarigione avviene in assenza di Gesù per la fede della donna.

4. Testi utili

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Sal 67; 87; Is 56,1.6-7; Mt 8,1-13; 28,16-20; Lc 14,15-24; Gal 3,6-9. Rm 15,812; At 19,1ss.

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66. HO COMPASSIONE DELLA FOLLA 15,29-39

15,29

E, trasferitosi di là, Gesù venne presso il mare di Galilea, e, salito sul monte, stava lì seduto.

30

E vennero da lui molte folle portando con sé zoppi, ciechi, storpi, sordi e molti altri, e li gettarono ai suoi piedi e li curò,

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così che la folla si meravigliava vedendo muti che parlano, storpi guariti, zoppi che camminano e ciechi che vedono, e glorificarono il Dio d’Israele.

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Ora Gesù, chiamati innanzi i suoi discepoli, disse: Ho compassione della folla, perché già da tre giorni dimorano presso di me e non hanno che mangiare, e non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno per strada.

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E gli dicono i discepoli: Da dove per noi nel deserto tanti pani da saziare tanta folla?

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E dice loro Gesù: Quanti pani avete? Ora essi dissero: Sette e pochi pesciolini.
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35 36

E, ordinato alla folla di sdraiarsi per terra, prese i sette pani e i pesci e, rendendo grazie, li spezzò e li dava ai discepoli e i discepoli alle folle.

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E mangiarono tutti e furono saziati. E levarono sette ceste piene dai pezzi che sovrabbondarono.

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Ora quanti mangiarono erano quattromila uomini, senza donne e bambini.

39

E, congedate le folle, salì sulla barca e venne nei confini di Magadan.

1. Messaggio nel contesto “Ho compassione della folla ”, dice Gesù ai suoi discepoli, che dovranno ricevere e dare il suo pane. È una folla composta da zoppi, ciechi, storpi, sordi e malati di ogni tipo. Gesù si prende cura di loro, e comunica ai discepoli la sua compassione e il suo proposito di sfamarli, ripetendo il gesto di 14,13-21. Il pastore riunisce attorno a sé le pecore oppresse e sfinite (9,35s; cf. 4,23s ); il popolo dei poveri riceve “il pane dei figli” di cui, per la fede, si erano saziati anche i cagnolini (15,27). Il Signore torna in mezzo al suo popolo: “Io sarò il loro Dio, ed essi il mio popolo” (Ger 31,33). Per questo si aprono gli occhi dei ciechi, lo zoppo salta come un cervo, grida di gioia la lingua del muto (Is 35,5s). Tutti vedono il lavoro delle sue mani e glorificano il suo nome: gli spiriti traviati apprendono la sapienza e i brontoloni la lezione (Is 29,23s). Siccome è una lezione difficile da imparare, il Maestro comincia daccapo, ripetendo con pazienza quanto già ha fatto. Del suo pane infatti abbiamo
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bisogno non una sola volta, ma sempre ancora una volta, ogni giorno. Questo pane è il cibo che sazia le nostre fami, la compassione che guarisce i nostri mali. Per noi la vita è possibile nella ripetizione del respiro e del battito del cuore, della veglia e del sonno, del cibo e delle solite parole scambiate - le fondamentali sono sempre le stesse! Ma nessun giorno è come l’altro. Nel ritmo l’uomo cresce fino alla sua maturazione intellettuale e spirituale. Ripetere è la condizione per ricordare, portare al cuore. Uno vive dei suoi ricordi: la sedimentazione di esperienze successive e ripetute diventa la “memoria”, il programma di vita. Il credente fa memoria del corpo del Signore dato per lui, ricorda la sua compassione: mangia e rimangia di questo pane, fino a quando tutta la sua vita è eucaristia - donata dal Padre e ai fratelli. Il brano ci presenta Gesù sul monte che realizza il regno per i poveri: le folle di malati accorrono a lui per essere curate ( vv. 29-31) e ricevere il pane e la sazietà che viene dalla sua compassione ( vv. 32-39). La comunità che spezza il pane continua la sua opera, vivendo del banchetto della Sapienza. Non solo fa un rito, ma vive nella quotidianità ciò che celebra. Questo racconto ha somiglianze e differenze con il precedente. Ogni ripetizione è una variazione sul tema: la realtà è una, ma ogni volta ne colgo un aspetto complementare e più profondo. Qui si evidenzia maggiormente la compassione di Gesù e l’incomprensione dei discepoli direttamente interpellati, che pure dovrebbero aver capito qualcosa dall’esperienza precedente. Nonostante che ripetiamo l’eucaristia, fatichiamo ad entrare nella compassione di Gesù. Per questo, direbbe Paolo, molti tra noi sono malati e infermi, e un buon numero morti. Perché mangiamo questo pane senza riconoscere il corpo del Signore (1Cor 11,30.29). Ma proprio questa ripetizione, giorno dopo giorno, ci guarisce. Il Signore è paziente: sempre, ogni volta, riprende a dirci la sua parola e a darci il suo pane. Gesù è il maestro che ricomincia sempre la sua lezione, e a sue spese; è il Signore che di continuo ci offre la sua eterna compassione.

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La Chiesa, come i discepoli, non comprende: tuttavia esegue l’ordine del Signore, dando a tutti il pane che riceve. Chi capisce il dono, entra nel regno.

2. Lettura del testo v. 29: salito sul monte, Gesù stava lì seduto. È lo stesso scenario delle Beatitudini (5,1). Qui realizza quanto là ha detto: i poveri, gli affamati e gli afflitti hanno la sazietà e la consolazione del regno. v. 30: vennero da lui molte folle. Là si avvicinano i discepoli (5,1), qui una folla oppressa da ogni tipo di male. È quasi un mare di sofferenza che si riversa addosso a lui, seduto sul monte. zoppi, ciechi, storpi, sordi, ecc. Si nominano quattro forme di male. Sono le quattro “fami” dell’uomo, di cui il Signore ha compassione e si prende cura. Quattro - numero dominante nel racconto con il tre e il sette - indica totalità: quattro sono gli elementi dell’universo, quattro i punti cardinali. Tutto il male si riversa su Gesù da ogni parte. Zoppo è l’uomo che non cammina, incapace raggiungere la sua casa. Cieco è l’uomo che non vede, non ancora venuto alla luce della sua verità. Storpio è l’uomo ricurvo su di sé, che non riesce a stare dritto di fronte al volto dell’altro che gli dà la sua identità. Sordo è l’uomo che non può udire la parola, escluso dal dialogo con l’altro che lo fa essere se stesso. li gettarono ai suoi piedi e li curò. L’umanità, diventata come i suoi idoli che hanno piedi e non camminano, occhi e non vedono, mani e non toccano, orecchi e non odono, bocca e non parlano (Sal 115,4-8), è gettata ai piedi di Gesù. Davanti a lui torna ad essere ciò che è, ricostituita a immagine del Vivente. v. 31: la folla si meravigliava, ecc. È lo stupore di chi vede l’uomo restituito al suo splendore di immagine di Dio. muti che parlano. Sono i sordi del v. 30: essendo sordi alla Parola, erano anche muti, incapaci di esprimerla. storpi guariti. L’uomo recupera il suo star ritto, la sua posizione di interlocutore dell’altro.

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ciechi che vedono. La vista è il miracolo definitivo: è l’illuminazione della fede, che ci fa nascere alla nostra vita di figli e di fratelli. glorificavano il Dio d’Israele. Le folle riconoscono che non si è accorciato il braccio di Dio (Is 50,2), e gli rendono gloria. v. 32: Gesù, chiamati innanzi i suoi discepoli, ecc. Nel primo racconto furono i discepoli a venirgli innanzi (14,15) per fargli la loro proposta. Ora si fa innanzi lui, per proporre loro la sua compassione. ho compassione. La compassione è il principio di ogni sua azione: è l’amore, che sente l’altro come se stesso. da tre giorni dimorano presso di me. È misterioso questo dimorare tre giorni, senza cibo, presso di lui. Anche lui ha dimorato nel digiuno tre giorni e tre notti nel cuore della terra (cf. 12,40), per essere presso tutti noi. Nell’ascolto c’è un dimorare suo presso di noi e nostro presso di lui, nel mistero dell’unica Parola. non hanno che mangiare. Si sottolinea la mancanza di cibo. perché non vengano meno per strada . È troppo lungo il cammino (1Re 19,1-8). È necessario proprio quel pane che viene dal suo digiuno di tre giorni sotto terra. La sua stessa parola in noi è seme che diventa pane. v. 33: da dove per noi nel deserto tanti pani? Nonostante la lezione precedente, ancora i discepoli non sanno da dove viene il pane. v. 34: quanti pani avete? La soluzione non è da cercare fuori, ma dentro la comunità, nel modo di vivere il pane che già hanno. sette. È il numero perfetto. Richiama il settimo giorno della creazione, il compimento suo e il riposo di Dio. Questo pane infatti è il compimento della creazione: ci introduce nel settimo giorno, nel riposo di Dio. v. 36: Gesù prese (cf. 14,19). Il Figlio “prende”: la sua vita è ciò che gli è dato. i sette pani. Sudore e cibo, dolore e speranza, gioia e angustia, giustizia e ingiustizia, divisione e comunione, morte e vita: tutta la nostra esistenza è contenuta nel pane di cui viviamo. È tutto da “prendere”; ma non come Adamo, bensì come Gesù. rese grazie. Significa: “fece eucaristia” (in 14,19 “levò gli occhi al cielo e benedisse”). È il modo di vivere del Figlio. Tutto ciò che è, è gioia, gratitudine

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ed amore verso il Padre. Anche noi siamo chiamati a fare in tutto e sempre eucarestia: questa è la volontà di Dio (1Ts 5,18), la nostra santità (1Ts 4,3) - il nostro modo “altro”, divino, di vivere. li spezzò. Chi vive nella gioia del dono e dell’amore sa amare fino al dono di sé. li dava. In 14,19 c’è: “li diede”; qui: “li dava”. L’imperfetto indica un’azione che non è ancora finita: Gesù continua sempre a dare ciò che allora diede, fino a quando Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28). ai discepoli. Discepolo è colui che riceve questo pane che lo fa come il suo Maestro. e i discepoli alla folla. Il discepolo, in forza di questo pane, può fare come il suo Maestro: darlo a tutti, perché ciascuno diventi discepolo come il Maestro. v. 37: tutti mangiarono e furono sazi. È la beatitudine di 5,6. Questo “pane dei figli” è per “tutti” i fratelli. E solo questo pane sazia la fame dell’uomo: contiene ogni delizia (Sap 16,20). Altri pani affamano. levarono sette ceste piene. Nel primo racconto (14,20) erano dodici, una per ogni tribù d’Israele e per ogni mese. Ora sono sette, numero del compimento. Prima si sottolineava la quantità del pane: basta per tutti e per sempre. Ora la qualità: è il pane perfetto, che ci rende figli, perfetti come il Padre (5,48). Qualcuno vede in questo numero l’allusione ai sette diaconi che presiedevano le mense dei cristiani di origine non giudaica (cf. At 6,1ss). v. 38: quattromila uomini. In 14,21 erano cinquemila, con richiamo alla prima comunità di At 4,4. Qui sono quattro volte mille. Quattro significa totalità, mille quantità innumerevole: è la folla di tutta l’umanità, fatta di figli chiamata a vivere da fratelli. Le sette ceste piene sovrabbondanti sono a disposizione, perché tutti possano mangiare dei sette pani, che saziano la vera fame dell’uomo, il suo desiderio di essere come Dio (Gen 3,5s). v. 39: congedate le folle, ecc. Con questo viatico Gesù ci consegna al nostro cammino: ormai possiamo “camminare come lui ha camminato”, senza venir meno per strada (v.32).

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3. Pregare il testo. a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando Gesù sul monte che cura e dà il suo pane. c. chiedo ciò che voglio: partecipare della sua compassione, ricevendola e donandola. d. traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: • • • • • • • • • • • • • • • • • salito sul monte zoppi, ciechi, storpi, sordi li gettavano ai suoi piedi li curò ho compassione della folla da tre giorni dimorano presso di me da dove per noi nel deserto tanti pani da saziare tanta folla? quanti pani avete? sette prese i sette pani rese grazie li spezzò li dava ai discepoli e i discepoli alle folle mangiarono tutti e furono sazi sette ceste quattromila uomini.

4. Testi utili

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Sal 23; Es 16,1ss; 2Re 4,42-44; Is 25,1ss; 35,1ss; Gv 6,26-66.

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67. GUARDATEVI DAL LIEVITO DEI FARISEI E DEI SADDUCEI 16,1-12

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E i farisei e i sadducei avvicinatisi per tentarlo, e gli chiesero di mostrar loro un segno dal cielo. Ora, rispondendo, disse loro: Venuta la sera, dite: Bel tempo: il cielo rosseggia,

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e, al mattino: Oggi tempesta: il cielo è rosso cupo. Sapete discernere l’aspetto del cielo, e non sapete discernere i segni dei tempi?

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Una generazione perversa e adultera chiede un segno, e segno non le sarà dato se non il segno di Giona. E, lasciatili, se ne andò.

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E, passando i discepoli all’altra riva, dimenticarono di prendere pani. Ora Gesù disse loro: Attenti a guardarvi dal lievito dei farisei e dei sadducei! Ora essi ragionavano tra loro dicendo: Non abbiamo preso pane! Accortosene, Gesù disse: O voi di poca fede, perché ragionate tra voi dicendo di non aver pani?

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Non avete ancora capito né ricordate i cinque pani per i cinquemila e quante ceste avete preso?

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E neppure i sette pani per i quattromila e quante ceste avete preso? Come mai non capite che non vi ho parlato di pani? Guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei!
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Allora compresero che non disse di guardarsi dal lievito dei pani, ma dall’insegnamento dei farisei e dei sadducei.

1. Messaggio nel contesto “Guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei”, ripete Gesù ai discepoli che si lamentano di non aver pane. Anche qui, come dopo il primo fatto dei pani, li chiama “voi di poca fede” (v.8; 14,31). Il “pane” non è mai sufficiente (15,33; cf. 14,17). Eppure c’è, e in sovrabbondanza (cf. 14,20; 15,37; 16,9-10), se è vissuto secondo la parola di Gesù: è la vita stessa del Figlio offerta a tutti i fratelli. Ma c’è qualcosa che lo insidia: è il lievito dei farisei e dei sadducei, come qui si dice. I farisei sono gli osservanti della legge; i sadducei sono i ricchi proprietari. Legge e danaro sono rispettivamente il mezzo per possedere Dio e le cose. Ma il possesso è un fermento micidiale, che distrugge l’essenza del vangelo: si oppone al dono. Il pane - la vita del Figlio - non è salario del nostro sudore, frutto del nostro accumulare ricchezza religiosa o mondana: è dono gratuito del Padre. Legge e potere sono il lievito che impediscono di vivere da figli e da fratelli. In barca i discepoli hanno sempre tempesta (8,23-27; 14,22-33). Questa terza volta la burrasca non è più esterna, ma interna. Si lamentano di non avere pane, mentre Gesù li rimprovera di avere lieviti diversi da quello del regno. Il problema reale del discepolo è sempre la “poca fede” in Gesù e nella sua parola (v.8; 8,26; 14,31). Il brano è diviso in due parti. Nella prima Gesù risponde ai farisei e ai sadducei che chiedono un segno dal cielo, invitandoli a leggere i segni dei tempi e riproponendo loro il segno di Giona ( vv.1-5; i vv. 2b-3, simili a Lc 12,54-56, mancano in importanti manoscritti). Nella seconda parte Gesù dice ai discepoli, preoccupati di non aver pane, di guardarsi dal lievito dei farisei e dei sadducei (vv.6-12): è questo che impedisce loro di capire e vivere il pane il segno di Giona.

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In questo brano si nomina sette volte il pane e tre volte il lievito; inoltre per quattro volte si parla di farisei e sadducei. Essi rappresentano quel lievito che mette alla prova il Signore, e impedisce al discepolo di vivere del suo pane. Gesù richiama tutti, e in particolare i discepoli, a saper leggere il segno definitivo, quello di Giona, in cui si fa nostro pane. La Chiesa capisce e vive questo segno nella misura in cui è libera dal lievito della legge e del potere: sono i due nemici che stanno sempre dentro le mura di ogni città e di ogni cuore, per quanto santi siano.

2. Lettura del testo v. 1: I farisei e i sadducei. La stessa domanda è fatta anche in 12,38 da scribi e farisei. Se dopo il primo racconto dei pani entrano in campo farisei e scribi con le loro obiezioni (15,1), dopo il secondo si fanno avanti farisei e sadducei. I farisei, che sono osservanti della legge, e i sadducei, che fanno parte dell’aristocrazia di Israele, esercitano un grande influsso nella vita religiosa e politica. I devoti e i potenti, per lo più in disaccordo tra di loro - ora sono alleati contro Gesù. Hanno qualcosa in comune: i primi si garantiscono Dio con la loro osservanza, i secondi si garantiscono la vita coi loro beni. Ambedue ricercano la sicurezza, rispettivamente eterna e temporale, al di fuori della fiducia nel Padre. per tentarlo. Satana è il tentatore, che si è presentato a Gesù fin dall’inizio, nel deserto. La legge religiosa e il potere sono i mezzi con cui può scimmiottare Dio, la cui unica legge è il perdono e il cui unico potere è il servizio. un segno dal cielo. È la stessa domanda di 12,38: chiedono un segno divino. Ma che segno si può dare a chi pretende segni e rifiuta di credere (cf. 12,22-32)? La diffidenza è il peccato che più irrita Dio: va direttamente contro il suo amore (cf. Es 17,1-7).

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Dopo il dono del pane - il segno di Giona - il Signore non ha più segni. Con esso ha detto tutto: ha dato se stesso! v. 2s: venuta la sera, dite, ecc. I segni delle cose che ci stanno a cuore, sappiamo discernerli bene, anche dai più piccoli indizi. Il segno del Figlio dell’uomo che entra nel cuore della terra non ci interessa, e non lo vogliamo comprendere. Eppure, se uno non mente a se stesso, da ciò che Gesù fa dovrebbe capire chi è. Il discernimento nelle cose di Dio è difficile, perché cerchiamo segni che confermino le nostre attese, che sono opposte alle sue. I farisei vorrebbero un Messia zelante della legge, sterminatore degli empi e salvatore dei buoni; i sadducei vorrebbero un Messia potente e vittorioso che assicuri benessere e dominio. Il Signore invece è mite e umile di cuore (11,29). v. 4: una generazione perversa e adultera, ecc. Come in 12,39, a chi non vuol leggere i suoi segni, il Signore darà “il suo” segno, quello di Giona: il suo corpo dato per noi. Questo sarà un lievito di vita, nascosto nella pasta del mondo (cf. 13,33). lasciatili, se ne andò. Non li abbandona: li lascia con la promessa del “suo” segno. v. 5: dimenticarono di prendere pani. Nessuna dimenticanza è mai a caso! Nel loro viaggio in barca i discepoli si trovano senza pane. Normalmente ne hanno (cf. 14,17; 15,34); anche se insufficiente per gli altri, è quanto basta per loro. Ora invece non basta neanche a loro stessi. L’unico pane che, secondo Mc 8,14 hanno, non è riconosciuto; è scambiato per fantasma (cf. 14,26). Infatti anche loro non sanno leggere il segno di Giona. v. 6: attenti a guardarvi dal lievito dei farisei e dei sadducei. Invece di sadducei, Marco parla di Erode (8,14-21), più comprensibile ai suoi lettori non giudei. È ovviamente il lievito del v.1: vogliono un segno dal cielo che confermi le loro attese. Il segno del pane, appena dato, può essere letto anche dai discepoli al contrario: può suscitare la pretesa di un intervento prodigioso, invece che la volontà di condivisione e di dono, fino al dono di sé. Il pane che dà vita filiale e fraterna è sempre insidiato dal lievito dei farisei e dei sadducei - e poco fermento lievita tutta la pasta (1Cor 5,6; Gal 5,9)! I discepoli “in barca”, nella loro traversata verso l’altra riva, possono ridurre l’eucaristia a un bel rito che non diventa concreta vita fraterna, senza riconoscere il corpo del Signore (cf.
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1Cor 11,17-34) e scambiandolo per un fantasma (14,26). Gesù ha insegnato a prendere, benedire, spezzare e dare, condividendo la propria vita! Ha rifiutato di far delle pietre pane, come voleva il tentatore (4,3)! v. 7: non abbiamo preso pani. Dopo il fatto dei pani, pensano di viaggiare senza provviste per provocare un segno dal cielo? Ma il suo pane non è un segno dal cielo, bensì dalla terra: è il Figlio dell’uomo che si consegna all’uomo, in una vita filiale e fraterna. Il problema non è provocare il Signore a darci altro pane, ma vivere quanto abbiamo e siamo in obbedienza a lui, che ha detto: “Date loro voi stessi da mangiare” (14,16). In questo modo il pane materiale diventa cibo spirituale, sazietà di figli e di fratelli. v. 8: o voi di poca fede. È l’appellativo del discepolo (6,30; 8,26; 14,31; 17,20). La fede c’è, ma insufficiente e sempre malsicura. Anche il discepolo, invece di fidarsi, preferisce chiedere segni. Invece di dire: “Sia fatta la tua volontà” (6,10), vuole che il Signore soddisfi le sue brame (cf. Sal 78,18). Si lamenta di non aver pane, perché non mangia e non vive del suo pane. Non è che gli manchi il cibo, ma la fede che porta a condividere. v. 9: ricordate i cinque pani, ecc. La via alla guarigione è il ricordo del fatto dei pani, che vince in noi il lievito dei farisei e dei sadducei. Esso ci insegna non a chiedere segni dal cielo, ma a vivere secondo la volontà del Padre celeste il nostro pane quotidiano. v. 10: i sette pani, ecc. Il ricordo del dono e il suo ripetersi – come facciamo nella celebrazione della cena del Signore - ci guarisce lentamente dal lievito dei farisei e dei sadducei. Il suo corpo dato per noi è antidoto al nostro egoismo e partecipazione al suo Spirito, anche se sempre rimane il pericolo di ridurre l’eucaristia a semplice rito. v. 11: come mai non capite che non vi ho parlato di pani? Gesù sottolinea con sorpresa l’incomprensione. Non parla di pane materiale, ma del modo con cui si vive. Si può vivere con il lievito del regno, che porta al dono di sé o con il lievito dei farisei e dei sadducei, che porta a garantirsi il possesso di tutto, fino a mettere le mani sul Signore stesso. v. 12: non disse di guardarsi dal lievito dei pani, ma dall’insegnamento, ecc. Non è problema di pane o lievito materiale, ma di Spirito: con quale spirito viviamo il “pane nostro quotidiano”? Che uso facciamo dei beni e della

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vita? Secondo la tradizione degli uomini, farisei o sadducei che siano, che annullano la parola di Dio (cf. 15,6), o secondo il comando del Signore? Cerchiamo di dar gloria a Dio o a noi stessi, di possedere o di condividere, di togliere o di dare ai fratelli? Abbiamo il lievito di vita o quello di morte, del dono o del possesso, spirituale o materiale che sia?

3.

Pregare il testo

a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando Gesù in barca coi discepoli. c. chiedo ciò che voglio: guardarmi dal lievito dei farisei e dei sadducei. d. traendone frutto, medito le parole del Signore. Da notare: • • • • • • • • • • gli chiesero di mostrare un segno dal cielo non sapete discernere i segni dei tempi? a questa generazione perversa non sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona i discepoli dimenticarono di prendere pane attenti a guardarvi dal lievito dei farisei e dei sadducei non abbiamo pane non avete ancora capito né ricordate i cinque pani per i cinquemila? i sette pani per i quattromila? come mai non capite? guardarsi dall’insegnamento dei farisei e dei sadducei.

4. Testi utili

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Sal 78; 95; Es 17,1-7; Mc 8,14-21; 1Cor 11,17-34; Fil 3,1ss. In particolare: il lievito dei farisei cf. Lc 7,36-50; 15,1ss; 18,9-14; il lievito dei sadducei: Lc 12,13-21; 16,1-13; 18,18-30; 19,1-10.

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68. MA VOI CHI DITE CHE IO SIA? 16,13-20 16,13 Ora, venuto Gesù nelle parti di Cesarea di Filippo, interrogava i suoi discepoli dicendo: Chi dicono gli uomini che sia il Figlio dell’uomo? 14 Ora essi dissero: Alcuni Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia, o uno dei profeti. 15 Dice loro: Ma voi, chi dite che io sia? 16 Rispondendo Simon Pietro disse: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente! 17 Ora, rispondendo, Gesù gli disse: Beato te, Simone, figlio di Giona; poiché né carne né sangue ti rivelarono, ma il Padre mio che è nei cieli. 18 E io ti dico che tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. 19 Darò a te le chiavi del regno dei cieli, e ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e ciò che scioglierai sulla terra. sarà sciolto nei cieli. 20 Allora ordinò ai discepoli di non dire a nessuno che lui è il Cristo.
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1. Messaggio nel contesto “Ma voi chi dite che io sia?” Io-Sono chiede con umiltà ai discepoli: “Chi sono io?”, per introdurli nel suo mistero. Non è una crisi di identità sua: è in gioco l’identità loro. Gesù rivolge loro la domanda con trepida attesa: essere riconosciuto è il desiderio fondamentale dell’amore che si rivela. La risposta personale a questa sua domanda costituisce il discepolo. Il cristianesimo non è un’ideologia, una dottrina o una morale, ma il mio rapporto con Gesù, il “mio” Signore che amo come lui mi ama (cf. Gal 2,20). Ai discepoli si chiede prima cosa dicono gli uomini e poi cosa dicono loro, per suggerire che la loro risposta non deve essere come quella degli altri. Né la carne né il sangue, ma solo il Padre può rivelare chi è il Figlio. Siamo alla svolta decisiva del vangelo: finalmente Pietro e quelli con lui lo riconoscono come il Messia e il Figlio di Dio. Avvinti a lui, d’ora in poi potranno ricevere il dono di quella conoscenza di lui che può essere fatta solo a chi lo ama. Il brano è un dialogo tra Gesù e i discepoli: i vv. 13-16 contengono le due domande sulla identità sua e le due risposte dei discepoli, la seconda delle quali è riservata a Pietro. Nei vv. 17-19 Gesù proclama beato Pietro perché ha accolto la rivelazione (v.17), e per questo gli dà la funzione di “pietra” per la Chiesa (v.18), insieme al suo stesso potere di legare e sciogliere (v.19). Il v. 20 conclude con l’ordine di tacere. Il brano presenta il riconoscimento di Gesù e il conferimento del primato a Pietro. Riconoscere Gesù come il Cristo e il Figlio di Dio è il centro della fede. Il ruolo di Pietro è quello della “pietra” su cui si edifica la comunità che professa tale fede. Il primato di Pietro fu occasione di tante separazioni, antiche e recenti, prima in Oriente e poi in Occidente. Il servizio dell’unità nella fede e nella carità è stato spesso “scandalo”, motivo di divisioni e odi. Non è sempre facile vedere in quale misura ciò sia dovuto al cattivo modo di servire, e in quale, invece, all’inevitabilità dello scandalo stesso della verità, che è sempre segno

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di contraddizione (cf. Lc 2,34). Anche l’identità di Gesù, vero uomo e vero Dio, è stata ed è occasione di tutte le eresie! Questo brano è un contrappunto al precedente: al dialogo di incomprensione, succede il riconoscimento. Chi è libero dal lievito dei farisei e dei sadducei, vede nel pane il Cristo, il Figlio di Dio dono del Figlio dell’uomo a ogni uomo. Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Questa è la fede cristiana che i discepoli hanno maturato e ci hanno trasmesso. La Chiesa ha la beatitudine di vivere questa fede, direttamente rivelata dal Padre. Pietro ha la funzione di “pietra”, di fondamento su cui il Signore edifica la sua Chiesa; a lui inoltre è confidato il servizio delle chiavi del regno, la funzione di interpretare autenticamente ciò che è conforme a tale fede e ciò che è difforme da essa.

2. Lettura del testo v. 13: nelle parti di Cesarea di Filippo. Siamo all’estremo nord, ai piedi dell’Hermon, nel punto più lontano da Gerusalemme, in zona pagana. Qui Gesù è riconosciuto dai suoi. interrogava i suoi discepoli. Fin qui erano gli altri ad interrogarsi su di lui. Ora è lui che interroga. La fede inizia dove noi smettiamo di mettere in questione il Signore, e accettiamo di essere messi in questione da lui. L’interrogato si fa interrogante e viceversa. Il problema non è interrogarci su Dio o interrogarlo, ma lasciarci interrogare da lui. Ogni domanda contiene la sua risposta. Ad ogni nostra domanda su di lui corrisponde una nostra risposta su di lui, che lo riduce appunto a misura delle nostre domande. La sua domanda a noi invece ci apre al suo mistero. La fede è responsabilità, abilità-a-rispondere al Signore che interpella. Lui è e resta sempre per noi un mistero, su cui non abbiamo né risposte né immagini: l’unica risposta siamo noi stessi che diventiamo a sua immagine.

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Lasciarsi interrogare da lui e rispondergli secondo lo Spirito è l’arte e l’avventura di essere uomo. Dio è l’eterna domanda; l’uomo ne è la risposta, nella misura in cui ne ascolta la Parola e la incarna nella propria vita. chi dicono gli uomini che sia il Figlio dell’uomo? C’è un “si dice”, un parlare generico e irresponsabile che non corrisponde mai a verità. In esso ciò che è già noto, o si presume tale, diventa misura di tutto. L’ignoto è ridotto all’ovvio, che è come il letto di Procuste, che adatta tutto alle proprie dimensioni. Le nostre convinzioni ci velano la realtà del Figlio dell’uomo e dell’uomo stesso, che è sempre più grande di quanto possiamo già sapere. Gesù con questa domanda fa uscire allo scoperto le risposte scontate che spontaneamente diamo. v. 14: alcuni Giovanni Battista, altri Elia, ecc. Sono le figure religiose più eminenti del passato, con una storia di azione e di passione per la Parola. Hanno in comune il non essere state capite in vita e l’essere già morte. Scambiare il Vivente per un morto è il modo più elegante per ucciderlo. Lo si riduce a un monumento funebre che non scomoda più che tanto; richiede solo un po' di venerazione. v. 15: ma voi chi dite che io sia? La risposta dei discepoli è un “ma” rispetto a quella della gente, come il pensiero di Dio è un “ma” rispetto a quello dell’uomo: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri; le vostre vie non sono le mie vie” (Is 55,8). La risposta del discepolo alla domanda di Gesù è diversa, altra e santa: è suggerita dal Padre che il Figlio rivela. Il “voi” è la comunità di chi ascolta la domanda del Figlio, Parola del Padre. v. 16: tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Pietro per primo risponde personalmente alla domanda. Lo riconosce come il Cristo e il Figlio del Dio vivente: è il salvatore atteso che compie ogni promessa del cielo e desiderio della terra, è l’inatteso Figlio di Dio, che in ogni promessa si compromette, dono oltre ogni desiderio. Il mistero del Figlio dell’uomo è quello di essere il Figlio di Dio che si comunica ad ogni uomo. Gesù è venuto a portarci il dono del Padre, il Padre come dono, in modo che tutti siamo figli e fratelli. Quella di Pietro è la professione di fede cristiana: Gesù è il Cristo, l’unico Cristo, è il Figlio, il Figlio unigenito del Padre della vita (cf. 14,33; 26.63;

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27,40.43. 54; cf. 28,18s). Vedere nella carne di Gesù il Cristo il Figlio di Dio è il centro della rivelazione: è entrare nella conoscenza del mistero del rapporto Padre/Figlio, rivelato ai piccoli (cf. 11,25-27). Da questa risposta Pietro è generato uomo nuovo, partecipe del segreto di Dio. Con ulteriore sorpresa dovrà capire in seguito che “il” Cristo non è quello che lui pensa, ma un Cristo che lui non si aspetta; scoprirà anche che “il” Figlio di Dio è un Figlio che lui neanche sospetta, e che il Dio vivente è altro da quello che lui immagina. Spontaneamente riduciamo a “carne e sangue” anche la rivelazione di Dio (cf. vv. 21-23). v. 17: beato te Simone, figlio di Giona . Quella di Pietro è la beatitudine suprema: accogliendo il Figlio, entra nel regno del Padre. Lui è il primo che riceve la rivelazione di ciò che è nascosto ai sapienti e agli intelligenti. A chi gli dice: “Tu sei”, lui risponde: “Beato te”, e comincia il dialogo tra i due. né carne né sangue ti rivelarono, ma il Padre mio, ecc. Pietro vede quanto occhio umano mai non vide: ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano nella carne del Figlio (cf. 1Cor 2,9). Il figlio di Giona legge nel Figlio dell’uomo il segno di Giona - la rivelazione di Dio. Il cristianesimo è conoscere e amare la persona di Gesù. Credere al suo messaggio non è apprezzare o adottare la sua dottrina: è conoscere e amare lui come il Figlio di Dio, che si è fatto mio fratello per darmi il suo stesso rapporto col Padre. Se lui non fosse Dio, sarebbe il più grande mistificatore della storia. Chi lo conosce, sa che non è così: è il Signore, che mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). v. 18: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa. Pietro diventa “pietra”, attributo di Dio (Dt 32,4; Is 17,10), come lo fu anche di Abramo, padre dei credenti (cf. Is 51,1s). La fede nel Figlio gli dona la prerogativa di Dio stesso. La chiesa si costruisce su questa pietra come la casa di coloro che sono ormai familiari di Dio (Ef 2,19-22). le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. Ogni potere di morte si infrangerà contro il Dio vivente e quelli di casa sua. La sua fedeltà ha l’ultima parola su ogni nostra infedeltà, al di là di ogni nostra fragilità e peccato, che pure Pietro sperimenterà (14,29-31; 26,32-35.69-75; 28,7.10). Ciò che vale per Pietro, vale per tutta la Chiesa.

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v. 19: darò a te le chiavi del regno dei cieli. La fede di Pietro è la chiave che apre il regno. “Darò” è al futuro: la promessa vale per il tempo che segue. La fedeltà di Dio garantisce la fede di Pietro, nella quale poi egli confermerà i fratelli (Lc 22,32). ciò che legherai sulla terra. Legare e sciogliere significa proibire e permettere, interpretando autenticamente la Parola. Inoltre significa ammettere ed escludere dalla comunità. In base al dono della fede, a Pietro è dato il pegno/impegno di dire ciò che è conforme o meno ad essa e, di conseguenza, dichiarare chi appartiene o meno al regno. In questo testo si fonda il “primato di Pietro”. Nel corso dei secoli è stato variamente esercitato e inteso, frainteso e malinteso, con o senza colpa. L’autorità nella chiesa non è certo come quella dei capi delle nazioni, ma la stessa del Signore, che è venuto per servire e dare la vita (Mt 20,24-28). Si tratta di un servizio nella fede e nell’amore, principio di unione e di vita. Bisogna non dimenticare che ogni autorità può degenerare da servizio che fa crescere a potere che distrugge la verità e la libertà, l’amore e la comunione (cf. 20,24-28). La fatica che tutti hanno nell’accettare l’autorità è la stessa che tutti hanno nell’accettare la diversità, da quella di Dio a quella dei genitori e di ogni altro, riflesso dell’Altro. La diversità può essere vissuta con amore; allora è principio di unione e di vita. Ma può anche essere vissuta con conflitto; allora è principio di divisione e di morte. Il servizio di Pietro, come ogni altro, deve cambiare secondo le diverse situazioni storiche. Fa parte della legge dell’incarnazione assumere responsabilmente i condizionamenti della propria epoca. Occorre sempre chiedersi quale sia il modo più adatto di esercitare “oggi” tale servizio. Non bisogna dare nulla per scontato, ma tutto esaminare, e ritenere ciò che è buono (1Ts 5,21). Si discute tra gli esperti il senso originale del testo, cosa intendesse Matteo e cosa intendesse Gesù. Certamente è importante saperlo, perché ciò che è stato “allora” è qualcosa di unico che vale sempre, anche “ora”: è normativo per la comunità che cerca di camminare ora, come lui ha camminato allora.

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Non basta però riprodurre “il senso originale del testo”. Occorre anche vedere la “produzione di senso” che il testo ha originato nella vita dei discepoli, ai quali il Signore ha promesso di essere sempre vicino, sino alla fine del mondo (28,20). In situazioni nuove e inedite, lo stesso testo produce sensi nuovi e inediti. La parola di Dio non è un feticcio morto, ma vive e opera nella storia per la potenza dello Spirito. La “domanda” che si pone a un testo è determinante per la risposta che se ne ottiene. Oggi, la nostra epoca, che è contrassegnata dal compimento della libertà, che domande pone all’esercizio del servizio di Pietro? La risposta che si dà è d’importanza decisiva non solo per l’ecumenismo, ma anche per il mondo intero, davanti al quale siamo posti come segno di unità, senza che ciò sia mai a discapito della verità e della libertà. v. 20: non dire a nessuno che lui è il Cristo. Infatti il Figlio dell’uomo non è il Cristo che pensa Pietro, ma quello che si rivelerà subito dopo, e che Pietro non vorrà accettare (vv.21-23).

3.

Pregare il testo

a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando Gesù con i suoi discepoli a Cesarea di Filippo. c. chiedo ciò che voglio: chi è Gesù per me? È veramente il Cristo, il Figlio del Dio vivente? d. traendone frutto, contemplo la scena. Da notare: • Gesù interroga • chi dicono gli uomini che io sia? • ma voi chi dite che io sia? • tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente • beato te, Simone • tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa • le porte degli inferi non prevarranno contro di essa • a te darò le chiavi del regno • ciò che legherai sulla terra, sarà legato in cielo • ciò che scioglierai sulla terra, sarà sciolto in cielo.

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4. Testi utili Vedere il cammino di Pietro in Matteo: Mt 4,18-22; 8,23-27; 10,1-4; 14,22-33; 16,21-23; 17,1-8; 20,24-28; 26,30-35. 69-75.

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69. DIETRO DI ME 16,21-28

16,21

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Da allora cominciò Gesù a mostrare ai suoi discepoli che deve andare a Gerusalemme e molto patire dagli anziani e dai sommi sacerdoti e dagli scribi ed essere ucciso e il terzo giorno risuscitare. E, prendendolo in disparte, Pietro cominciò a rimproverarlo, dicendo: Dio te ne scampi, Signore; questo non ti avverrà assolutamente! Ora egli, voltatosi, disse a Pietro: Mettiti dietro di me, satana! Mi sei di scandalo perché non pensi come Dio, ma come gli uomini! Allora Gesù disse ai suoi discepoli: Se uno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso porti la sua croce e segua me. Infatti chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; chi invece perderà la propria vita per me, la troverà. Che gioverà infatti all’uomo guadagnare il mondo intero e rovinare la propria vita? O cosa darà l’uomo in cambio della propria vita? Poiché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo l’opera sua! Amen vi dico che ci sono alcuni dei qui presenti che non gusteranno la morte finché non vedranno il Figlio dell’uomo che viene nel suo regno.

1. Messaggio nel contesto “Dietro di me”, dice Gesù a Pietro e a tutti i discepoli. Dopo essere stato riconosciuto, gioca a carte scoperte: mostra che il Cristo e il Figlio del Dio

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vivente non è quello che pensiamo noi. La sua salvezza non consiste nella soddisfazione delle nostre brame di avere, di potere e di apparire, ma nella povertà, nel servizio e nell’umiltà. Questa è la via di quel Dio che è amore, attraverso la quale “deve” passare il Figlio dell’uomo per vincere il male dell’uomo. Siamo a una svolta decisiva del vangelo: Gesù fa il primo annuncio della sua morte-risurrezione. Per la prima volta parla della croce, e mostra l’abisso che c’è tra Dio e tutte le nostre immagini su di lui. Essa ci fa vedere chi è il Figlio a immagine del Padre, l’uomo pienamente realizzato. Il brano presenta in un quadro sintetico l’identità di Gesù, il Crocifisso risorto (v. 21), e quella del discepolo, specchio della sua ( vv. 24-26); al centro c’è la reazione di Pietro e la controreazione di Gesù ( vv. 22-23) e, alla fine, troviamo il richiamo alla sua venuta nella gloria ( vv. 27-28). La croce è scandalo per tutti (1Cor 1,23). Davanti ad essa anche Pietro, la “pietra”, diventa scandalo, inciampo per il Signore stesso. La reazione di Pietro è di capitale importanza: svela la nostra lontananza da Dio. Pietro vuol bene a Gesù: gli vuole il bene che vuole a se stesso. In questo è umano, molto umano, anzi diabolico: ritiene che il bene sia quello che pensa lui. Dovrà scoprire che il bene che il Signore gli vuole è ben altro. Lo scontro tra il pensiero di Dio e quello dell’uomo è ineludibile: fa uscire allo scoperto l’inganno che è nascosto nel nostro cuore. Il volto del Figlio dell’uomo illumina progressivamente le nostre oscurità, fino a farci riflesso della sua gloria. Andando dietro di lui, diventiamo come lui: il nostro non è più un cammino dalla vita alla morte, ma di vittoria sulla stessa morte, per giungere a quella pienezza di vita che da sempre desideriamo. Pietro, pur avendo ricevuto la rivelazione del Padre sull’identità di Gesù, non per questo ha capito chi lui è: è vero che Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio, ma la verità di Cristo e di Dio non è quello che lui intende. È costante il pericolo di ridurre a “ovvietà” umana anche la rivelazione di Dio - facendo di Gesù l’attaccapanni delle nostre fantasie religiose. Questo avviene ogni volta che la nudità della croce non ci scandalizza.

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Il seguito del vangelo mostrerà chi veramente è il Cristo e il Figlio di Dio: il mistero di Gesù, che Pietro ha appena intuito, sarà proclamato senza equivoci solo sul Calvario (27,54). Il Figlio dell’uomo deve andare a Gerusalemme: lì, con le sue ferite, sanerà le nostre ferite (cf. Is 53, 5.6; 1 Pt 2,25). Proprio così è il Cristo che salva, il Figlio di Dio che rivela il Padre della vita. La “passione” del Signore manifesta la vera e profonda identità sua e nostra: lui è amore infinito per noi, e noi siamo amati infinitamente da lui. La sua gloria diventa la nostra stessa gloria. La giustapposizione tra l’identità di Gesù e la nostra mostra come la cristologia è ecclesiologia: il discepolo è specchio del suo maestro e Signore. La rivelazione di chi è lui è anche rivelazione di chi siamo noi. Inoltre la “rivelazione” diventa “etica”: siamo chiamati a diventare ciò che siamo fratelli che rispecchiano di gloria in gloria il volto del Figlio, trasfigurati a sua immagine per l’azione del suo Spirito (2Cor 3,18) . Gesù, il Figlio dell’uomo, proprio in quanto crocifisso è il Risorto, il Cristo salvatore, il Figlio del Dio vivente, vero volto dell’uomo e di Dio. La Chiesa è costituita non solo dalla professione di fede di Pietro, ma anche dal suo confronto con Gesù. Continuamente deve essere purificata dal suo modo satanico di intendere l’uomo e Dio attraverso l’incontro/scontro con la parola della croce.

2.Lettura del testo v. 21: Cominciò Gesù a mostrare ai suoi discepoli. È l’inizio dell’istruzione ai discepoli non più in parabole, ma mediante la Parola (cf. Mc 8,32): la parola della croce. Ora che hanno riposto in lui la loro speranza e il loro affetto, può mostrarsi loro così com’è. deve. Il Figlio dell’uomo ha un solo “dovere”: lo stesso di Dio, che è tutto e solo amore. Chi ama “deve” essere con l’amato, nella buona e nella cattiva sorte. molto patire. L’amore è “passione”: fa patire, sentire come proprio il bene e il male dell’amato.
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dagli anziani e dai sommi sacerdoti e dagli scribi. Sono rispettivamente i ricchi, i potenti e i sapienti, coloro che puntano, e con successo, la propria esistenza sulla brama di avere, di potere e di apparire. Sono le tre maschere del male, sul quale si struttura l’ordinamento del mondo (1Gv 2,16). Rappresentano l’aspirazione di ciascuno di noi, che riteniamo bene ciò che in realtà è egoismo e morte. Gesù deve entrare in questo male in cui ci troviamo, per salvarci e mostrarci il vero volto dell’uomo che è lo stesso di Dio. essere ucciso. Gesù non muore: è ucciso a motivo di ciò per cui vive. Con la sua morte diventa martire, testimone di un amore più forte della stessa morte. e il terzo giorno risuscitare. La sua uccisione è vittoria sul potere della morte: è risurrezione. v. 22: Pietro cominciò a rimproverarlo. Gesù comincia a rivelarsi apertamente, e Pietro a ribellarsi duramente. “Rimproverare” in greco è la stessa parola che indica quanto Gesù fa con i demoni. È quanto Pietro fa con Gesù. Chi evita questo scontro, non capirà mai il pensiero di Dio. Lo scontro può essere evitato in buona o in malafede, per dabbenaggine o per astuzia o, più facilmente, per inavvertenza e cecità. Pietro prende Gesù in disparte per rimproverarlo: gli vuole bene, e non vuole umiliarlo davanti agli altri! Si sente comunque in dovere, per il suo affetto, di riprenderlo. Certe cose non si dicono neanche per scherzo! Che ne è del Cristo e del Dio vivente se è un perdente? È bestemmiare contro (ciò che Pietro pensa essere) la Gloria. Dio te ne scampi, ecc. Pietro è sicuro che Dio non vuole così! Per lui Dio è la realizzazione suprema delle aspirazioni dell’uomo: il sommamente ricco, onnipotente e glorioso. Se Dio fosse la proiezione dei nostri desideri, sarebbe il sommo male più che il sommo bene! La falsa immagine che abbiamo di lui corrisponde al falso ideale che abbiamo dell’uomo, sua immagine. E proprio per questo facciamo il male, con cecità ostinata nonostante i risultati.

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v. 23: voltatosi. Pietro non stava parlando faccia a faccia con Gesù. Questi si gira, e gli mostra il suo volto. In lui c’è affetto per l’amico, ma durezza contro il nemico che si cela in lui. mettiti dietro di me. Pietro si era messo “davanti” a Gesù per condurlo a fare la propria volontà, come satana. Gesù non lo respinge lontano. Lo rimette nella sua posizione giusta: “dietro” di lui. Noi chiediamo al Signore che lui ci faccia ciò che noi vogliamo (cf. Mc 10,35); la salvezza è invece chiedere che noi facciamo ciò che lui vuole. Lui vuole aprirci gli occhi sulla vera gloria, come ai ciechi di Gerico (20,32s), perché lo seguiamo nel suo cammino verso Gerusalemme. La salvezza non è che lui segua noi - cosa che già ha fatto, a costo della sua vita! - ma che noi seguiamo lui, fino al dono della vita. satana. Pietro, anche se con amore, e quindi in modo più accattivante, presenta in buona fede le stesse tentazioni di satana, che Gesù già ha incontrato nel deserto (4,1ss). Qui è più difficile riconoscerle! mi sei di scandalo. “A fin di bene”, la pietra della Chiesa si fa pietra d’inciampo, che vuol far cadere il Figlio dell’uomo. non pensi come Dio, ma come gli uomini. “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non solo le mie vie”, dice il Signore (Is 55,8). Lui infatti è “santo”, diverso da noi: è amore. Noi, anche quando lo riconosciamo, proiettiamo sempre su di lui i nostri desideri, per noi sono più sicuri di qualunque verità. Anche per chi ha ricevuto la rivelazione di Dio, è costante il pericolo di ridurre questo a misura d’uomo (v.13). La nostra conoscenza secondo lo Spirito è sempre mischiata a tanta carne! Ce ne libera solo quell’incontro costante col vangelo che ha l’onestà di farsi scontro con Gesù. Pietro è “pietra” non solo in quanto riconosce Gesù, ma anche in quanto si misura drammaticamente con lui, riconoscendosi pietra d’inciampo. La fede non è un pacchetto di certezze a buon mercato. È un’acquisizione progressiva, in un faticoso misurarsi con la parola della croce. Quelle certezze che non si sanno mettere in discussione, ci allontanano dalla verità. Lo scandalo di Pietro davanti allo scandalo della croce - pietra contro pietra - è ineludibile, segno del divino.

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v. 24: se uno vuole. Ciò che Gesù propone è un atto libero di volontà: la massima libertà dell’uomo è fare lo stesso cammino del Signore. venire dietro a me. Andare dietro a lui è il cammino dell’esodo, la realizzazione piena dell’uomo, la vittoria sull’egoismo e sulla morte. Lui è la nube e il fuoco che ci guida verso la libertà (cf. Nm 9,15-23). rinneghi se stesso. Rinnegare il falso io, deformato dalla menzogna e dalla paura, è far nascere il proprio vero io. La morte dell’egoismo è la nascita all’amore. Uno, se vuole essere se stesso, deve smettere di pensare a se stesso: solo allora ha il suo “volto”, rivolto all’altro. porti la sua croce. La croce di ciascuno è lottare con il male che è in lui: è la lotta contro il proprio egoismo, che solo lui può fare. segua me. In questa lotta però non è solo: è in compagnia del suo Signore, che lo ha preceduto e accompagna. v. 25: chi vorrà salvare la propria vita. Scampare dalla minaccia incombente della morte è l’intento primo di ogni pensare e agire. Per questo diventiamo egoisti, e, invece di salvarci, ci perdiamo. la perderà. Una vita ispirata all’egoismo è già morta, perduta per sempre. chi invece perderà la propria vita per me. La vita è amare fino a dare la vita per colui che mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). La vita è lo Spirito Santo, l’amore tra Padre e Figlio, dono reciproco dell’uno all’altro. Chi ama è passato dalla morte alla vita (1Gv 3,14): ha già ora la vita che non muore. v. 26: che gioverà infatti all’uomo, ecc.? L’uomo vorrebbe possedere tutto per garantirsi la vita. Ma proprio così anticipa con l’affanno la morte fisica e con l’egoismo quella spirituale. o cosa darà l’uomo in cambio della propria vita? La vita non si può comperare con denaro, né barattare con beni: è dono, e solo in quanto donata resta viva. A chi la vuole pagare, non resta che restituirla, dandosi la morte. v. 27: il Figlio dell’uomo sta per venire. Il mondo è sotto il giudizio di Dio: la croce del Figlio dell’uomo che dà la vita per gli uomini. Ogni azione ha valore o meno secondo che è conforme al suo giudizio. La salvezza eterna è appesa alla mia decisione presente di vivere il giudizio di Dio.

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renderà a ciascuno secondo l’opera sua. Non chi dice: “Signore, Signore”, ma chi fa la Parola entra nel regno, diventa figlio e riceve la gloria del Padre (cf. 7,21-23): costruisce la sua casa che resiste ad ogni intemperia (7,24-27). v. 28: alcuni dei qui presenti non gusteranno la morte, ecc. Ascoltare e fare le parole che Gesù ha appena detto è vivere, già qui in terra, da figlio di Dio: questa è ”la vita eterna”, che vince la morte. La gloria del Figlio dell’uomo, che alla fine del tempo apparirà come è apparsa sulla croce (24,34; 26,64; 27,54), traspare già ora nella vita del discepolo. La trasfigurazione, che immediatamente segue (17,1-9), è l’anticipo terrestre della gloria celeste riservata al Figlio e a chi lo ascolta. Uno è più dove ama che dove abita! Chi ama Gesù, come già è unito a lui nella morte, così è consepolto e conseduto con lui nella gloria. La sua vita è ormai nascosta con lui in Dio (cf. Rm 6,4; Ef 2,6; Col 2,12; 3,3).

3. Pregare il testo a. b. c. d. entro in preghiera come al solito. mi raccolgo immaginando Gesù con i suoi discepoli. chiedo ciò che voglio: non evitare lo scandalo della croce. traendone frutto, medito su ogni parola di Gesù.

4.

Testi utili

Sal 1; 63; Is 52,13-53,12; Ger 20,7-9; Fil 1,21; 2,5-11; 3,7-14; Gal 2,20; Rm 6,1-11. Ef 2,1-10. 70. ASCOLTATE LUI 17,1-13

17,1

E dopo sei giorni Gesù prende con sé Pietro e Giacomo e Giovanni suo fratello, e li porta su un alto monte in disparte.

467

2

E si trasformò davanti a loro, e brillò il suo volto come il sole e le sue vesti divennero bianche come la luce.

3 4

Ed ecco fu visto da loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Ora rispondendo Pietro disse a Gesù: Signore, è bello per noi essere qui. Se vuoi, farò tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia.

5

Mentre lui stava ancora parlando, ecco una nube luminosa li ricoprì; ed ecco una voce dalla nube che diceva: Questi è il Figlio mio, l’amato, in cui mi compiacqui. Ascoltate lui!

6

E udendo i discepoli caddero sul loro volto e temettero molto.

7

E si avvicinò Gesù e toccandoli disse: Risvegliatevi, e non temete!

8

Ora, levati i loro occhi, non videro nessuno, se non lui, Gesù, solo.

9

E, scendendo dal monte, Gesù ordinò loro dicendo: Non dite a nessuno questa visione, fino a quando il Figlio dell’uomo non sia risvegliato dai morti.

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10

E lo interrogarono i discepoli dicendo: Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?

11

Egli rispondendo disse: Sì, Elia viene, e ristabilirà ogni cosa.

12

Ma vi dico che Elia già è venuto, e non lo riconobbero, ma gli fecero quello che vollero. Così anche il Figlio dell’uomo sta per soffrire per opera loro.

13

Allora compresero i discepoli che aveva parlato loro di Giovanni il Battista.

1. Messaggio nel contesto

“Ascoltate lui!”, dice la voce dal cielo. Infatti “Questi è il Figlio mio, l’amato, in cui mi compiacqui!” Il Padre parla solo due volte dicendo e ribadendo la stessa cosa: proclama Gesù come Figlio una prima volta dopo il battesimo (3,17) e una seconda qui (v. 5), dopo la predizione della sua morte e risurrezione (16,21). La trasfigurazione è la conferma della via intrapresa nel battesimo, anticipo della gloria di Pasqua. Alla sua luce “il Servo” inizia il cammino verso Gerusalemme. Il racconto è carico di reminiscenze bibliche. Nel Nazoreo infatti si compie ogni profezia (2,23). La scena richiama Mosè che sale sul monte con Aronne, Nadab e Abiu, e che al settimo giorno è chiamato da Dio nella nuvola (Es 24,1.9.15s). Ancora ricorda Mosè che scende dal monte con il volto splendente (Es 39,29-35), e che promette alla fine un profeta del quale dice: “Ascoltate lui”! (Dt 18,15). Le parole della “voce” riecheggiano il Salmo 2,7, che parla dell’intronizzazione del Messia; alludono inoltre al sacrificio di Isacco (“il figlio amato”: Gen 22,2.12.16) e al primo canto del Servo (“in cui mi compiacqui”: Is 42,1). Proprio in quanto servo dei fratelli, il Figlio dell’uomo è il Figlio amato, la
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Parola stessa da ascoltare, l’irradiazione della gloria del Padre, il Messia che ci salva. Il Padre conferma così quanto Gesù ha appena detto: riconosce colui che accetta di essere riconosciuto da Pietro come il Cristo e il Figlio di Dio (16,16), colui che afferma di essere il Servo sofferente che Pietro non accetta (16,21-23), colui che chiama al suo stesso cammino (16,24) e si dichiara il giudice del mondo (16,27). Davanti a tre uomini, il Figlio dell’uomo è proclamato dal Padre come suo Figlio. È la fine del dibattito su chi è Gesù, e l’inizio del suo cammino verso Gerusalemme. Il Padre ha una sola Parola, che lo rivela pienamente: il Figlio. A noi dice di ascoltarlo, perché, ascoltando lui, diventiamo come lui, figli. La trasfigurazione è l’esperienza fondamentale della vita di Gesù: la scelta fatta nel battesimo, che ora si concreta nella prospettiva della croce, è confermata come la via alla libertà e alla gloria di Dio. È una illuminazione interiore tanto forte che “trasforma” il suo stesso corpo in sole e luce. È importante anche per i discepoli averlo visto: quando sarà risorto, potranno capire che il Risorto è lo stesso Gesù che fu crocifisso. La trasfigurazione del Figlio rappresenta anche l’anticipo di ciò che saremo. Il seme della nostra gloria divina è gettato quando decidiamo veramente di “ascoltare” lui e di fare la sua parola: questa è la “forma” che trasforma la nostra vita a immagine della sua, fino alla sua misura piena. Il brano presenta la salita sul monte dove avviene la trasfigurazione ( vv.18) e la discesa dove la si interpreta come anticipo della risurrezione che passa attraverso la croce (vv.9-13). Gesù, nella sua umanità, mostra la divinità: i discepoli vedono il suo corpo che riluce della gloria del Figlio nel quale il Padre si compiace, raggio anticipato della risurrezione. La Chiesa è rappresentata dai tre apostoli che, a viso scoperto, riflettono come in uno specchio la gloria del Signore, e vengono trasformati in quella medesima immagine di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore (cf. 2Cor 3,18).

2. Lettura del testo

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v. 1: E dopo sei giorni. È il settimo giorno, compimento della creazione che tutta geme e soffre le doglie del parto in attesa di essere liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloria dei figli di Dio (Rm 8,22.21). Questa indicazione di tempo dice che il fine della creazione non è la sua fine: essa non è destinata alla “sfigurazione” della morte, ma alla trasfigurazione. Nel Figlio dell’uomo, il creato è destinato ad assumere la forma del Figlio di Dio. La divinizzazione è il senso della creazione, fino a quando Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28). Gesù prende con sé Pietro e Giacomo e Giovanni. Mosè prese con sé Aronne, Nadab e Abiu, e salì sul monte, dove Dio rivelò la sua gloria (Es 24,9ss). Questi tre discepoli, che ora sentono il Padre che chiama il Figlio, nel Getsemani sentiranno il Figlio che chiama il Padre (26,37.39). Monte degli Ulivi e Tabor si richiamano a vicenda: qui l’umanità di Gesù rivela la sua divinità, là la divinità mostra la sua umanità. v. 2: si trasformò davanti a loro. In greco c’è “metamorfosi”, che significa cambiar forma, trasformarsi. Nelle metamorfosi pagane la divinità assume corpo e sembianze umane. Qui l’umanità assume forma e splendore divino: lascia trasparire la Gloria del Figlio. Questa è la destinazione di ogni uomo nel Figlio dell’uomo. brillò il suo volto come il sole, ecc. In Luca l’aspetto del suo volto si “alterò”: diventò altro, il volto dell’Altro (Lc 9,29). In Matteo diventa raggiante come il sole, che “de te, Altissimo, porta significatione”. Per Marco 9,3 le sue vesti diventano bianche in modo sovrumano, per Lc 9,29 risplendenti come folgore, per Matteo bianche come la luce. La luce è il simbolo più appropriato di Dio: principio di creazione e conoscenza, fa essere ogni cosa quello che è e la fa vedere per quello che è. Ma è anche sorgente di gioia, segno dell’amore che rende luminosi. Il Figlio brilla della luce stessa di Dio, primizia della creazione nuova: come tutto è fatto attraverso lui, in lui e per lui, così tutto partecipa della sua medesima sorte nella luce (cf. Col 1,16.12). Noi pure siamo chiamati a vedere il Signore faccia a faccia (1Cor 13,12), e riflettere “a viso scoperto” la sua gloria, fino ad essere trasformati in lui (cf. 2Cor 3,18), configurati all’icona del Figlio, il primogenito tra molti fratelli (Rm

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8,29). Siamo chiamati a rivestirci di luce e ad essere luce: “Sorgi, sii luce, perché viene la tua luce e la gloria del Signore brilla su di te” (Is 60,1). L’amore si realizza nello scambio di ciò che si ha e si è, così che l’amato diventa la forma di chi lo ama. L’incarnazione, che porta alla croce (battesimo), rende Dio uguale a noi; la trasfigurazione, caparra della risurrezione, rende noi uguali a lui. Non solo il nostro spirito, ma anche il nostro corpo è per il Signore, destinato alla risurrezione (1Cor 6,13s). v. 3: Mosè ed Elia che conversavano con lui. Il mediatore della legge e il padre dei profeti conversavano con lui: anzi, parlano di lui, Parola stessa di Dio. Inoltre Mosè ed Elia non gustarono la morte: l’uno fu trasportato in cielo su un carro di fuoco (2Re 2,1ss); l’altro, che parlò con Dio faccia a faccia, secondo la tradizione fu rapito da un suo bacio sulla bocca. v. 4: è bello per noi essere qui. Pietro ha capito che è bello! Sul volto del Figlio appare la bellezza originaria nella quale Dio ha creato il mondo. Qui è bello “essere”. Altrove è brutto e non possiamo stare, perché non siamo ciò che siamo. Per questo l’uomo è viator , pellegrino in cerca del Volto, davanti al quale solo sta di casa e può sostare, perché ritrova il proprio volto. Altrove si sente fuori posto, come un osso slogato. farò tre tende. È un’allusione alla festa delle capanne, in cui si commemora il dono della Parola (cf. Lv 23,27-34; Dt 16,13). una per te, una per Mosè e una per Elia. La legge, data tramite Mosè, è la prima tenda di Dio tra gli uomini. La parola “tenda” in greco si dice skenè, che richiama l’ebraico: shekinà, che è la gloria di Dio tra gli uomini. La profezia, iniziata con Elia, è la seconda tenda di Dio tra gli uomini. La carne di Gesù è la tenda definitiva di Dio in mezzo a noi (Gv 1,14). In lui vediamo la sua gloria, come di unigenito dal Padre (ivi). Infatti “chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9). v. 5: una nube luminosa. Di Dio non conosciamo il volto, ma la Parola. Non bisogna farsi immagini né di lui né dell’uomo, perché l’unica sua immagine è l’uomo stesso che ne ascolta la Parola. Chi lo ascolta infatti diventa suo figlio, col suo medesimo volto. La nube luminosa richiama Dio stesso che guidò Israele nel deserto (Es 14,20) ed è segno della sua presenza (Es 19,16; 24,15s;

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40,34s; 2Mac 2,7s; 1Re 8,10-12). La manifestazione di Dio è sempre oscura per eccesso di luce accecante - quasi che rivelandosi Dio si veli, e velandosi si riveli, come sulla croce. La nube inoltre è principio di vita: la pioggia è benedizione e fecondità. una voce dalla nube (cf. 3,17). Dio è voce: la sua Parola è nota a noi nel Verbo incarnato. Chi ascolta Gesù, trasforma il suo volto nel Volto, splendente come il sole (v. 2), “irradiazione della gloria” (Eb 1,3). questi. È l’uomo Gesù, che Pietro ha riconosciuto come il Cristo e il Figlio di Dio, ma non ancora come il Figlio dell’uomo sofferente. è il Figlio mio (cf. 3,17). Richiama il Salmo 2,7, che parla dell’intronizzazione regale. Gesù, che va a Gerusalemme e sarà crocifisso, è il Messia, il Figlio del Dio vivente. l’amato. Richiama il sacrificio di Isacco (Gen 22,2.12.16). Gesù è il Figlio in quanto sarà sacrificato: conoscendo l’amore del Padre, darà la vita per i fratelli. in cui mi compiacqui (cf. 3,17). Richiama il Servo di YHWH (Is 42,1). Il Padre riconosce Gesù come figlio, proprio perché si fa servo dei fratelli. ascoltate lui! “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me”, disse Mosè: “Ascoltate lui!” (Dt 18,15). Gesù è il nuovo Mosè, che dà la Parola definitiva. Anzi: è lui stesso la Parola fatta carne, volto del Padre rivolto ai fratelli. Chi ascolta lui diventa come lui, figlio. Cosa sia la trasfigurazione, è difficile descriverlo, anche per i discepoli che l’hanno vista. Due cose però sono chiare: il fine e il principio. Il fine è dire: ”È bello per noi essere qui!”. Il principio è: “Ascoltate lui”. La Parola dà forma al nostro corpo. Chi ascolta Gesù, diventa come lui, l’albero bello che fa il frutto bello (7,18). L’ascolto della sua parola è l’accoglienza del seme, che cresce in noi e ci genera secondo la sua specie (cf. 1Pt 1,23), partecipi della natura divina (cf. 2Pt 1,4). La trasfigurazione comincia quando, invece di pensare e ascoltare noi stessi, ascoltiamo lui e pensiamo a lui. È la morte dell’uomo vecchio e la nascita dell’uomo nuovo. Questo ascolto fa passare dalle opere della carne al frutto dello Spirito (cf. Gal 5,19-22). Il Padre ha una sola Parola: il Figlio. Quanto lui ha detto e fatto è l’esegesi del Padre (Gv 1,18), il racconto nel tempo del suo amore eterno. La “carne “ di

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Gesù è il compimento della legge e dei profeti (7,12); la sua storia è la manifestazione sulla terra del Dio amore, che mai nessuno ha visto (Gv 1,18). Non possiamo e non dobbiamo conoscere nulla di più di lui, il Verbo del Padre. v. 6: i discepoli caddero sul loro volto, ecc. È l’eccesso del divino. v. 7: risvegliatevi, e non temete. Sono le parole di Gesù ai discepoli. Colui che hanno visto nella gloria, si avvicina a loro e li “risveglia”. Quanto hanno visto non è un sogno, ma ciò che li risveglia da una vita morta: è la promessa della risurrezione, come dopo capiranno (v. 9). v. 8: non videro nessuno, se non lui, Gesù, solo. Colui che si è trasfigurato, il Figlio amato da ascoltare, è il “Gesù solo”, in cammino verso Gerusalemme, che invita a seguirlo. Il Padre conferma la sua scelta: è il Figlio in quanto non si vergogna di chiamarsi nostro fratello (Eb 2,11), e, reso perfetto dalle cose che patì, diventerà causa di eterna salvezza per tutti coloro che gli obbediscono (Eb 5,8s). v. 9: non dite a nessuno questa visione, ecc. Prima che Gesù sia “risvegliato dai morti”, i discepoli non possono parlare della trasfigurazione. La Gloria infatti resta segreta prima della croce (16,28), che a sua volta è incomprensibile prima della risurrezione. v. 10: prima deve venire Elia. L’AT si chiude con l’attesa di Elia che precede la venuta del Signore (Ml 3,23). Anche la vita di Gesù si chiude con l’attesa di Elia da parte di chi sta ai piedi della croce (27,49). v. 11s: Elia viene e ristabilirà ogni cosa. Gesù conferma la venuta di Elia. Ma, come tutti i profeti, non è riconosciuto: ha la stessa sorte del Figlio dell’uomo che deve soffrire per opera degli uomini. Proprio di lui, il Nazoreo, parlano con la voce e la vita i profeti ( cf. 2,23). v. 13: compresero i discepoli che aveva parlato loro di Giovanni il Battista. I discepoli capiscono che Elia, il profeta ultimo, è lo stesso Giovanni, che lancia l’appello definitivo alla conversione prima della venuta del Signore, di cui anticipa il destino di passione.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito.
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b. mi raccolgo immaginandomi sul monte con i tre apostoli. c. chiedo ciò che voglio: ascoltare il Gesù solo. d. traendone frutto, contemplo la scena. Da notare: • • • • • • • • • • • • dopo sei giorni li porta su un monte alto in disparte brillò il suo volto come il sole, le sue vesti divennero bianche come la luce Mosè ed Elia conversano con lui è bello per noi esser qui farò tre tende una nube, una voce questi è il Figlio mio, l’amato, in cui mi compiacqui ascoltate lui non videro nessuno, se non il Gesù solo Elia è già venuto Il Figlio dell’uomo sta per soffrire.

4. Testi utili Sal 34; 67; Gen 12,1-4;Es 34,29-35; Dn 7,9-14; Rm 8,18-39; 2Cor 3, 18; 2Pt 1,16-21.

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71. NIENTE VI SARÀ IMPOSSIBILE 17,14-21

17,14

E, venendo essi verso la folla, gli si avvicinò un uomo, gettandosi in ginocchio davanti a lui e dicendo: Signore, abbi pietà di mio figlio, perché è lunatico e soffre malamente. Spesso infatti cade nel fuoco e spesso nell’acqua. E l’ho portato dai tuoi discepoli, ma non hanno potuto curarlo.

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Ora rispondendo Gesù disse: O generazione senza fede e perversa, fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatemelo qui!

18

E lo minacciò Gesù, e uscì da lui il demonio e fu curato il bambino da quell’ora.

19

Allora avvicinatisi i discepoli a Gesù in disparte gli dissero : Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?

20

Ora dice loro: Per la vostra poca fede! Amen vi dico, se avrete fede come un chicco di senape, direte a questo monte: Spostati da qui a là, ed esso si sposterà;
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e niente vi sarà impossibile. (Questo genere di demoni non esce che con la preghiera e il digiuno.)

1. Messaggio nel contesto “Niente vi sarà impossibile”, dice Gesù ai discepoli che non avevano potuto scacciare il demonio. La fede è la possibilità dell’impossibile: dà all’uomo il potere del Figlio di Dio. Mentre Gesù è sul monte con il Padre nella gloria, i discepoli sono al piano tra i fratelli nella fatica. Cercano di continuare la loro missione, che è la sua stessa. Ma inutilmente: non riescono ad averla vinta sul male. Il brano risponde alla domanda fondamentale della Chiesa dopo Pasqua: come continuare la sua missione ora che lui è definitivamente assente? Il brano ha come ritornello il non-potere (vv. 16.19.20) del discepolo, che non riesce ad esercitare quel potere sul male affidatogli dal suo Signore (cf. 10,1), che gli ha garantito di essere sempre con lui (28,20). Il tema è la “non-fede” e la “poca-fede”, causa di quest’impotenza; per la “fede” invece nulla è impossibile. Il problema è far sì che la nostra “poca-fede” davanti al male non ripieghi nella “non fede” che nulla può, ma diventi quella fede che tutto può. In concreto la fede è obbedire al Padre che dice di ascoltare il Figlio sul monte (v. 5). Questa fede sposta ovunque “questo monte” (cf. v. 20), che è quello della trasfigurazione, della gloria di Dio sulla terra. Chi ascolta Gesù ha già vinto il male: la sua parola ha il potere di generarlo figlio di Dio (Gv 1,12). Il racconto, come al solito più sintetico e meno pittoresco che negli altri sinottici, si articola in due parti: la richiesta del padre e la guarigione del figlio (vv. 14-18), la domanda dei discepoli sulla loro incapacità e la catechesi di Gesù sul potere della fede ( vv. 19-21). L’accento è posto sulla fede, che conferisce all’uomo il potere stesso di Dio. Nell’epoca della Chiesa, contrassegnata dall’assenza del Figlio, solo chi ha la fede vince il male. Essa rende presente l’Assente, e consiste nell’ascoltare e fare le sue parole (7,21.24). Gesù sarà tolto dal mondo: la sua azione di Figlio continuerà in quella dei suoi fratelli (cf. 21,18-20).

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La Chiesa mediante l’ascolto di Gesù diventa come lui, capace di vincere il male. Il discepolo è rappresentato sia dal padre che dal figlio: come il figlio non sa vincere il male perché ne è ancora posseduto; come il padre desidera la guarigione e invoca con fede il Signore. In Mc 9,21-24 si mostra come il padre, nel dialogo con Gesù, passi dalla poca-fede alla richiesta di una fede incondizionata.

2. Lettura del testo v. 14s: Signore, abbi pietà di mio figlio, ecc. È la preghiera di un padre che esce dalla folla e si avvicina a Gesù che scende dal monte. Suo figlio è gravemente ammalato. Il suo male è descritto con dovizia di particolari e a più riprese in Mc 9,14-29. Matteo dice solo che è “lunatico” - è l’epilessia, che si riteneva in connessione con le fasi della luna -, soffre tremendamente e cade spesso nel fuoco e nell’acqua; alla fine aggiunge anche che è indemoniato (v. 18). Gli antichi vedevano in certi tipi di malattie l’influsso degli spiriti cattivi. v. 16: l’ho portato dai tuoi discepoli, ma non hanno potuto curarlo. Mentre lui è sul monte, in basso i discepoli hanno tentato di guarirlo, ma non hanno potuto. Eppure hanno ricevuto il potere di scacciare i demoni e di curare ogni malattia e infermità (10,1). Come mai non hanno potuto esercitarlo? Come faranno a continuare, senza di lui, la missione che lui ha loro affidata? È una esperienza di fallimento: non sanno fare ciò che sono chiamati a fare, non sanno compiere il loro lavoro. È in crisi la loro identità. Questa incapacità è la più grande afflizione. Le infinite e accurate analisi sulle cause non sono in grado di guarirla! v. 17: o generazione senza-fede e perversa (cf. 12,39!). È la diagnosi di Gesù. L’impotenza è dovuta alla mancanza di fede e alla perversione che ne consegue. La fede è ascoltare Gesù (v. 5), il quale dice che chi ascolta e fa le sue parole fa la volontà di Dio, e chi fa la volontà del Padre è suo fratello, sorella e madre (cf. 7,24.21; 12,50). Chi lo ascolta diventa come lui, e può compiere le sue stesse opere, la prima delle quali è proprio vincere lo spirito di incredulità, radice di ogni perversione e male. Chi invece non si fida di Dio, si perverte volgendosi ai vari idoli: pone fiducia in ciò che non dà salvezza.
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fino a quando sarò con voi? Verrà il momento in cui sarà tolto lo sposo, e allora digiuneranno (9,15). Gesù, sul monte della Galilea, li invierà in tutto il mondo, e lui sarà assente come lo è stato ora sul monte della trasfigurazione. Sarà sempre con loro (28,20) mediante la fede nella sua promessa, che sposterà ovunque il monte della sua gloria. fino a quando vi sopporterò? La nostra incredulità fa soffrire il Signore. Alla nostra fatica nel combattere inutilmente il male corrisponde la sua nel sopportare la nostra mancanza di fede, che lo porterà in croce! portatemelo qui! La fede è portare a Gesù il proprio male invincibile, anche la propria incredulità e perversione! v. 18: lo minacciò Gesù e uscì da lui il demonio. Gesù è duro con il male, perché è misericordioso col malato. Cura il malato, non il male. Noi rischiamo spesso, per falsa bontà, di coccolare il male e maltrattare il malato. Qui si parla di “demonio”, origine del male. Certamente il male dell’incredulità e della perversione è prodotto dallo spirito di menzogna e di schiavitù. Ma anche tanti mali non vengono da uno spirito cattivo? Non c’è il demonio della violenza e della depressione, dell’alcool e della droga, del cibo e dell’immagine, del danaro e del sesso? Tutto ciò che porta all’autodistruzione e toglie la libertà, ha certo a che fare con lo spirito del male. v. 19: perché noi non abbiamo potuto scacciarlo? È il nostro problema: perché non riusciamo a vincere il male? v. 20: per la vostra poca-fede. Se la folla è senza-fede (v. 17; 12,39), i discepoli sono di poca-fede. La poca-fede è insufficiente davanti a un grande male; se non diventa “grande-fede” (cf. 8,10; 15,28a), ripiega nella sfiducia e fa andare a fondo (8,26; 14,31). Il Signore agisce con noi secondo la nostra fede: questa è il semaforo verde che dà via libera alla sua potenza: “Sia fatto secondo la tua fede”, dice al centurione (8,13); “Ti sia fatto come desideri”, dice alla cananea (15,28b) ambedue pagani! La poca-fede, caratteristica del discepolo (6,30; 8,26; 14,31, 16,8; 17,20), è sempre in pericolo di cadere nell’incredulità. se avrete fede come un chicco di senape, ecc. La senape è un seme piccolissimo, pressoché invisibile (cf. 13,32). Gesù non dice ai discepoli che basta pochissima fede; li ha appena rimproverati di poca-fede. Mediante il

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contrasto chicco/monte vuol mostrare la potenza infinita della fede, capace di spostare i monti. direte a questo monte, ecc. “Questo monte” è quello della trasfigurazione, dal quale è appena sceso incontro ai suoi (vv. 1.9). Sul monte Gesù dice la Parola (5,1), il Padre dice di ascoltarlo (17, 5) e alla fine il Risorto darà inizio alla Chiesa (28,18-20). La fede sposta ovunque “questo monte”: la gloria della trasfigurazione si trova ovunque c’è fede. Questa infatti consiste nel fare la volontà del Padre, che ha appena detto sul monte di ascoltare il Figlio. Questo è il grande miracolo: la fede stessa, che trasporta ovunque “questo monte” della trasfigurazione. La fede è proprio il miracolo che ci trasfigura in figli, ascoltatori della parola del Padre. La parola del Signore, viva ed eterna, è un seme incorruttibile e immortale che ci rigenera a sua immagine (cf. 1Pt 1,23). Chi l’accoglie, è generato figlio di Dio (Gv 1,12), consanguineo di Gesù (12,50). Anche se avessi profetato, scacciato demoni e compiuto miracoli nel suo nome, se non ho questa fede che mi fa ascoltare e fare la sua parola, lui mi dirà: “Non ti conosco”(cf. 7,22ss). niente vi sarà impossibile. La fede ci dona tutto: ci fa ascoltare e fare la parola di Dio, ci mette in comunione di intelletto e di volontà con lui. Queste parole di Gesù non sono un invito a spostare monti o trapiantare alberi nel mare (cf. Lc 17,6), ma un appello a convertirci a lui, ad ascoltarlo e seguirlo nel suo cammino verso Gerusalemme, dove si consegnerà nelle nostre mani e pagherà dall’abisso il tributo che ci fa liberi (vv 22-27)! Questo è il miracolo che vince il male. v. 21: questo genere di demoni non esce che con la preghiera. Questo versetto (cf. Mc 9,29) manca in molti manoscritti. Il demonio dell’incredulità si vince con la preghiera, che ci dà lo spirito del Figlio (Lc 11,13). Chi non crede, chieda con insistenza il dono della fede. E chi ne ha poca, come gli apostoli, ne chieda un aumento (cf. Lc 17,5) Alla preghiera del figlio è sempre accordato l’esaudimento del Padre (7,7-11; 18, 19s; cf. Mc 11,20-26; Lc 11, 9-13). e il digiuno. Il digiuno è come la preghiera del corpo che accompagna quella dello spirito: riconosce che non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.

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3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando Gesù che scende dal monte. c. chiedo ciò che voglio: il dono della fede, che è ascoltare lui e non le proprie paure. d. traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: • • • • • • • • Signore, abbi pietà di mio figlio i tuoi discepoli non hanno potuto curarlo generazione perversa e senza fede perché non abbiamo potuto scacciarlo? per la vostra poca-fede un briciolo di fede sposta le montagne alla fede nulla è impossibile questo genere di demoni non esce che con la preghiera e il digiuno.

4. Testi utili Sal 91; Mt 8,5-13; 15,21-28 (la grande fede di due pagani); 8,23-27;14,22-33 (la poca-fede dei discepoli); 7,21-27;12,46-50 (cos’è la fede); 7,7-11 e par (potenza della preghiera).

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72. I FIGLI SONO LIBERI 17,22-27

17,22

Ora, trovandosi essi in Galilea, disse loro Gesù: Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini,

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e lo uccideranno, e il terzo giorno risusciterà. E furono rattristati molto.

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Venendo essi in Cafarnao, si avvicinarono a Pietro quelli che prendono la tassa del tempio, e dissero: Il vostro maestro non paga la didracma?

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Dice: Sì! E, mentre veniva in casa, Gesù lo prevenne dicendo: Che ti pare, Simone? I re della terra da chi prendono tasse e tributi? Dai loro figli o dagli estranei?

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Rispose: Dagli estranei. E Gesù gli disse: Quindi i figli sono liberi!

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Ora, perché non li scandalizziamo, va’ al mare, getta l’amo

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e prendi il primo pesce che viene, aprigli la bocca, e troverai uno statere. Prendilo, e dàllo per te e per me.

1. Messaggio nel contesto

“I figli sono liberi”, dice Gesù a Pietro. Liberi davanti a Dio e agli uomini. La libertà è il grande tema, mai abbastanza capito, del cristianesimo; è anche il punto d’onore della nostra epoca, più che mai proclamato e insidiato. Non c’è nulla di più bello: ci rende come Dio. I cristiani sono liberi: il loro unico tributo al tempio e al re è quello di un rapporto filiale con il Padre e fraterno verso tutti. Tuttavia per non scandalizzare, si sentono liberi di pagare quei tributi che anche gli altri pagano. La loro libertà infatti è quella di amare: sono tanto liberi da saper rinunciare ai propri diritti, se questi vanno contro i fratelli. Il danaro che essi usano per pagare il tributo viene dalla bocca di un pesce pescato dall’abisso! Dio stesso provvede ai suoi figli ciò di cui hanno bisogno; e in modo misterioso, attraverso l’acqua, simbolo della morte. La seconda predizione della passione, che immediatamente precede senza alcun nesso, fa vedere da dove viene la libertà dei figli e il tributo che pagano: dal Figlio dell’uomo consegnato nelle mani degli uomini. È il prezzo che il Figlio offre liberamente per sé e per i fratelli. Seguirà il c.18 che parla della comunità: essa è il nuovo tempio in spirito e verità (Gv 4,24), costituito da quelle pietre vive (1 Pt 2,5) che sono i figli del Padre, perché fratelli tra di loro. Nella comunità di Matteo, di origine giudaica, c’era la tentazione di osservare rigorosamente le leggi e le tradizioni, rischiando di dimenticare la verità del vangelo e la libertà dei figli. Nelle altre comunità, di origine pagana, c’era la tentazione di vivere la libertà propria senza rispettare quella altrui (cf. 1Cor 8,1ss). Qui troviamo una soluzione “cattolica”, aperta sia ai giudei cristiani della Chiesa di Matteo che ai cristiani di provenienza pagana delle chiese paoline.
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I cristiani per sé sono liberi dal tributo al tempio, come dalle leggi giudaiche. Tuttavia, per non scandalizzare i fratelli giudei, limitano questa libertà per rispettare i loro correligionari. Allo stesso modo Paolo, che si sente libero di mangiare la carne immolata agli idoli, per non scandalizzare i fratelli pagani da poco convertiti, rinuncia a questa sua libertà, disposto a non mangiar carne in eterno (1Cor 8,13). La libertà cristiana infatti non è né l’osservanza della legge, propria dei religiosi e degli stoici, né la sua trasgressione, propria dei libertini. È la libertà di amare il fratello, pieno compimento della legge (7,12; Rm 13,10): è la legge di libertà (Gc 2,12), che ha come criterio ciò che giova all’altro. Il vero tributo al tempio, che ci dà accesso a Dio, Gesù l’ha pagato con la sua libertà di Figlio che dà la vita per i fratelli. I due brani, accostati senza apparente collegamento, si illuminano a vicenda: il consegnarsi del Figlio dell’uomo nella mani degli uomini è il riscatto di tutti gli uomini. Nella sua fraternità essi diventano figli di Dio. Liberati finalmente dal demonio invincibile della diffidenza (cf. brano precedente!), costituiscono una comunità di fratelli (cf. capitolo seguente), dove ognuno è debitore all’altro del perdono fraterno, vero tributo da pagare al Padre (cf. Rm 13,8). I vv. 22-23 sono l’annuncio più sintetico della passione-risurrezione di Gesù, tributo che Dio stesso paga al suo amore per l’uomo; segue la reazione dei discepoli. I vv. 24-25a contengono la domanda degli esattori a Pietro e la sua risposta. I vv. 25b-27 presentano il dialogo tra Gesù e Pietro sulla libertà dei figli e su come trovare il tributo da pagare all’amore verso i fratelli, per non scandalizzarli. La libertà vera infatti è quella di edificare l’altro, non di farlo cadere. Il pagamento avviene in modo prodigioso, con una moneta pescata dal mare - allusione alla morte del Figlio dell’uomo, principio di libertà per ogni uomo. Gesù è il Figlio. La sua libertà è la stessa di Dio: amare e dare la vita, consegnandosi nelle mani dei fratelli come in quelle del Padre. Questo è il tributo al tempio: fa dell’uomo il vero tempio di Dio.

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La Chiesa, riscattata da questo tributo, libera come il Figlio, vive la fraternità. La sua libertà è quella di amare e servire il fratello. Questo è il suo tributo al Padre.

2. Lettura del testo v. 22: Ora, trovandosi essi in Galilea. Prima era a Cesarea di Filippo (16,13); sei giorni dopo sul monte della trasfigurazione (17,1); presto sarà in cammino verso Gerusalemme (19,1). La Galilea per Matteo è il luogo dell’azione di Gesù (4,12), della chiamata dei discepoli (4,18) e dell’inizio della Chiesa (28,16). il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini. Abbiamo qui la forma più breve dell’annuncio della passione-risurrezione. Nel primo Gesù dice che ciò “deve” avvenire (16,21): ora che “sta per” avvenire. Comincia infatti subito dopo il cammino verso Gerusalemme. Il Figlio dell’uomo è consegnato (da Giuda, dai capi, dal Padre) e si consegna lui stesso nelle mani degli uomini: tutti possono prendere il dono che il Signore fa di sé. Mettersi nelle mani dell’altro è l’atto di fiducia e amore più grande che uno possa fare. Il Figlio si consegna nelle mani dei fratelli con lo stesso amore con cui si consegna in quelle del Padre. Questa consegna di sé che lui fa a noi è la nostra salvezza. Anche se noi lo rifiutiamo e gli togliamo la vita, lui dà la vita per noi. Il grande mistero di Dio è che lui ha fede nell’uomo: si fida di lui e si affida a lui, fino a mettersi nelle sue mani, qualunque cosa ne faccia. v. 23: e lo uccideranno. Su di lui ricade la nostra violenza; e la sua morte sarà “martirio”, testimonianza di un amore senza riserve. Gli uomini uccidono il Figlio dell’uomo che si consegna nelle loro mani; e il Figlio dell’uomo si consegna volontariamente nelle mani degli uomini che lo uccidono, con un amore più grande di ogni male. e il terzo giorno risusciterà. È la conferma divina che il dono della vita per amore è capace di dare la vita, vincendo la stessa morte. Per la comunità cristiana, dopo il primo momento, la sorpresa non fu il fatto che il Crocifisso fosse risorto, ma che il Risorto fosse il Crocifisso.
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furono rattristati molto. In Mc 9,32 i discepoli neanche intendono ciò che Gesù dice; qui intendono, ma non comprendono. Capiranno solo dopo la risurrezione, e la loro tristezza si tramuterà in gioia. v. 24: venendo essi in Cafarnao, ecc. Quelli che raccolgono la tassa del tempio si rivolgono a Pietro. Si tratta di un obolo annuale, prescritto per tutti i maschi sopra i venti anni (Ne 10,33; cf. Es 30,11-16). Serviva per le spese del culto, e doveva essere pagato in moneta giudaica. Per questo c’erano cambiavalute negli atri del tempio (21,12; Gv 2,15). L’ammontare era di una didracma - ossia due dracme, corrispondenti a due salari quotidiani. il vostro maestro non paga la didracma? La domanda, rivolta a Pietro, riguarda la comunità chiamata a comportarsi come il suo Maestro nei confronti delle autorità, sia religiose che civili. v. 25: sì. Pietro è in genere conciliante tra le posizioni opposte, anche in modo addirittura ipocrita, come lo rimprovererà Paolo (cf. Gal 2,11-13). Pietro ha inteso che Gesù è il Figlio del Dio vivente (16,16), e quindi non sarebbe tenuto a pagare la tassa. Comunque pagherà, e il suo tributo al Padre sarà quello di consegnarsi nelle mani dei fratelli. È quanto Pietro non ha capito (cf. 16,22). mentre veniva in casa, Gesù lo prevenne. Come ha previsto il suo futuro, Gesù legge con chiarezza anche il presente. i re della terra da chi prendono tasse e tributi? Il tributo è segno di sudditanza. dai figli o dagli estranei? Al figlio non si chiede, ma si dà! È il suddito che paga. v. 26: quindi i figli sono liberi. Gesù è il Figlio, quindi è libero. E come lui diventano quelli che sono con lui. Ricevono infatti il suo stesso Spirito di Figlio che grida in loro: “Abbà” (cf. Rm 8,15). Sono chiamati a libertà, liberati per restare liberi (cf. Gal 5,13.1), proprio per il tributo che lui ha pagato col suo sangue. v. 27: perché non li scandalizziamo . Chi ama sta attento a non scandalizzare i fratelli. Il massimo della libertà è sapervi rinunciare, se nuoce all’altro. La sovranità non è della libertà, ma dell’amore; solo questo è libero e rende liberi. È vero che la verità fa liberi (Gv 8,32), ma la verità ha come

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misura la carità (cf. Ef 4,15). Non basta sapere: bisogna anche “sapere come sapere”. La scienza da sola gonfia: è la carità che edifica (1Cor 8,2). L’amore sa limitare i propri diritti, perché ha un solo e preciso “dovere”: lo stesso del Figlio dell’uomo che “deve” consegnarsi nelle mani dei fratelli. Il debito dell’amore è il dono di sé all’altro. Nella Chiesa di Matteo è importante non scandalizzare i giudei, come in ogni società è doveroso rispettarne gli ordinamenti (Rm 13,1-7). Nella Chiesa di Corinto Paolo starà attento a non scandalizzare i fratelli più deboli che vengono dal paganesimo (cf. 1Cor 8,1ss;10,23-30; Rm 14,1ss). In casi più complessi, come ad Antiochia, dove convivono cristiani di diversa provenienza, sarà importante non cadere nell’ipocrisia e non tradire comunque la “verità del vangelo” (cf. Gal 2,1-14). va’ al mare, ecc. Il mare è l’abisso che minaccia i discepoli (8,23-27; 14,2233), immagine della morte in cui si immerge il Figlio dell’uomo. Il suo consegnarsi nelle mani dei fratelli sarà la sorgente del nostro essere figli. In modo prodigioso Pietro trova quell’unica moneta con cui il Signore paga il tributo per sé e per lui. La comunità trova sempre in Cristo morto e risorto, raffigurato dal pesce che vive nell’abisso, la sorgente della propria libertà di amare. Il capitolo seguente mostrerà la comunità che è il nuovo tempio, al cui centro sta il bambino/servo, che è il Signore Gesù (18,3-5). Essa vivrà la libertà dei figli pagando al Padre il vero tributo, che è l’amore fraterno, pieno compimento della legge.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando Gesù che cammina ed entra in casa. c. chiedo ciò che voglio: comprendere il mistero del Figlio dell’uomo nelle mani degli uomini. d. traendone frutto, medito e contemplo la scena.

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Da notare: • • • • • il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini il vostro maestro paga il tributo? i figli sono liberi perché non li scandalizziamo, ecc. la moneta in bocca al pesce.

4. Testi utili Sal 103; At 15,1ss; Gal 5,1ss; Rm 14-15; 1Cor 8,1ss;10,23-30; Gal 2,1-14; Rm 13,1-7.

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73. SE NON VI CONVERTIRETE E NON DIVENTERETE COME I BAMBINI NON ENTRETE NEL REGNO DEI CIELI 18,1-5

18,1

In quell’ora si avvicinarono i discepoli a Gesù dicendo: Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?

2

E, chiamato innanzi un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse:

3

Amen vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.

4

Chi dunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me.

5

1. Messaggio nel contesto “Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli”. Così esordisce il quarto discorso di Gesù, sulla comunità. La parola del Figlio, rivelata sul monte, proclamata nella missione e spiegata nelle parabole, si realizza nella comunità dei fratelli: il regno del Padre si compie nella fraternità tra i suoi figli. Nel rapporto con l’altro si vive quello con l’Altro, nel rapporto col fratello quello col Padre.
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La comunità cristiana non è formata da persone esemplari o eccezionali, ma di piccoli (vv. 1-11) e perduti (vv. 12-14), da peccatori (vv. 15-18) perdonati che a loro volta perdonano ( vv. 21-35). La sua forza è la preghiera rivolta al Padre nel nome di Gesù, sempre presente in mezzo ai suoi ( vv. 19-20). Le parole chiave del cap. 18 sono: il bambino ( vv.1-5) - il piccolo che si scandalizza, si disprezza, si smarrisce e non va perduto ( vv.6-14) - e il fratello che pecca, che va ammonito e perdonato ( vv.15-18.21-35). Questa comunità, dove ci si accoglie come lui ci ha accolti, è il vero tributo che dobbiamo e possiamo rendere a Dio: è la fraternità, presenza del Figlio e del Padre nello Spirito, salvezza di ogni uomo. In questo c.18 ci sono i cardini dello stare insieme. Ciò che unisce non è la bravura reale o presunta, ma la “piccolezza” accolta nel Figlio. Ciò che mantiene l’unione non è l’accordo impeccabile e perfetto, ma il perdono costantemente ricevuto e accordato. Il fine dell’azione del Figlio è la comunità, dove siamo fratelli perché figli e figli perché fratelli. Essa è il regno stesso di Dio in terra: la fraternità aperta a tutti mostra al mondo che Dio è Padre. Nella comunità è impegnato cielo e terra. Da una parte c’è il Padre con i suoi angeli e il Figlio con il suo Spirito, dall’altra gli uomini, così come sono, con le loro piccolezze, scandali, smarrimenti e peccati. In essa c’è di tutto; non si presuppone né persone migliori né un mondo migliore. Il male non ostacola il bene; ne esplica anzi tutta la potenzialità: ogni miseria si fa luogo della misericordia. I vv. 1-5 costituiscono il principio e fondamento del nuovo modo di stare insieme: l’obiettivo da perseguire è, paradossalmente, diventare bambini. Chi è piccolo ha bisogno di essere accolto per crescere, chi è grande deve farsi piccolo per accogliere - e il più piccolo è il più grande. La comunità ha al suo centro, come valore assoluto, colui che si è fatto ultimo e servo di tutti: il Signore crocifisso, rivelazione del Dio amore che si è fatto piccolo per accogliere i piccoli. I limiti propri e altrui, dove non sono accettati, diventano luogo di difesa e attacco, di violenza e divisione; dove vengono accettati, diventano invece luogo di gioia e di amore, di intesa e comunione. Tutto può essere vissuto con antagonismo e conflittualità o, al contrario, con rispetto e accettazione, a seconda che lo si vive con lo spirito di morte o con lo Spirito di Dio.
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In ultima analisi possiamo dire che sempre l’altro mi fa da specchio. Per questo è l’inferno o la salvezza mia. Ma non posso farne a meno: “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gen 2,18). Senza l’altro, non sono me stesso: sono infatti a immagine di Dio, che è trinità d’amore. Gesù è il Figlio che vive verso i fratelli lo stesso amore del Padre. La Chiesa è fatta di piccoli, smarriti, perduti e peccatori, che in forza della preghiera sono perdonati e perdonanti. Nel perdono è vinta la morte e si risorge alla vita di Dio. Nella fraternità brilla la gloria del Figlio: il volto del Padre.

2. Lettura del testo v. 1: “Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?” Questa domanda dei discepoli dà occasione al discorso sulla comunità. Lo stare insieme, necessario all’uomo per realizzarsi, è sempre sotteso dalla domanda: “Chi è il più grande?”. Si cresce nell’imitazione e nel confronto, nell’emulazione e nel tentativo di adeguarsi a un modello sempre più alto. In Mc 9,33-37 la domanda è in un contesto di lotta tra i discepoli. Questi, come tutti, pensano che realizzarsi sia passare in testa, costruendo una gerarchia tra dominati e dominatori. Il risultato è che si sta insieme press’a poco come i polli, il cui ordine stabilito si vede bene la sera quando vanno sul trespolo a dormire: in alto sta il gallo maggiore e sotto, via via, l’altro pollame, ognuno al suo posto in ordine rigoroso, fino all’ultimo che sta sotto tutti… e riceve, a suo discapito, il dono di tutti! La competitività, teorizzata non solo da oggi, è vecchia quanto il mondo “animale”. In Matteo la domanda riguarda semplicemente qual è il criterio di misura per dire chi è “più grande”. L’uomo ha questo desiderio proprio perché è a immagine di Dio, che è grande, sempre più grande. Per questo punta alla “maestà” (maius = più grande), sempre proteso a un di “più” ( magis!), che rompe ogni limite e lo tiene aperto all’infinito. Ha bisogno di essere sempre “più” grande e di essere riconosciuto come tale. La comunità e la società nascono da questo bisogno di grandezza e di riconoscimento.

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v. 2: chiamato innanzi un bambino. Il termine indica un piccolo, sotto i sette anni. Per noi il bambino evoca tenerezza, innocenza, semplicità e spontaneità - l’eterno bambino nascosto in ogni cuore, l’uomo paradisiaco, che poi l’educazione e la società avrebbe reso cattivo. Per i greci la stessa parola significa anche servo o schiavo. Il che fa capire in che considerazione era tenuto il bambino. Per gli ebrei di quell’epoca è un’appendice della donna, che è possesso del maschio: il bambino è niente e fa niente; è bisogno di tutto e diventa ciò che gli altri fanno di lui. Esiste solo se “è di” qualcuno: appartiene all’altro, vive della sua cura ed è ciò che riceve. lo pose in mezzo a loro. La comunità ha al suo centro il limite, l’indigenza e il bisogno, la piccolezza, la fragilità e la vulnerabilità, l’insufficienza propria e il bisogno dell’altro - come al suo centro sta il Signore (v. 20!). C’è un’“autoinsufficienza” radicale che è divina: Non è bene che l’uomo sia solo (Gen 2,18), perché è troppo grande per bastare a se stesso ( Pascal). Il bambino, a differenza dell’adulto, vive la sua insufficienza come la sua vera forza: è il suo essere figlio! Tutto il discorso di Gesù si svolge con al centro questo bambino, con il quale lui stesso si identifica (v. 5). v. 3: amen, vi dico. Gesù parla con autorità divina, stabilendo il criterio di realizzazione. se non vi convertirete. C’è da invertire il modo di pensare e di vivere. Invece di guardare e agire secondo i grandi della terra, che soddisfano il loro bisogno in modo “diabolico”, opponendosi all’altro, siamo chiamati ad avere gli stessi sentimenti di Gesù, il Figlio (Fil 2, 5ss). Lui è il più grande, perché è il più piccolo tra tutti noi (Lc 9,48), e ciò che facciamo al più piccolo tra i fratelli, l’abbiamo fatto a lui, il Figlio (25,40.45). diventerete come i bambini. Gesù non dice di essere bambini, ma di diventare come i bambini. Anche un vecchio può tornare in seno a sua madre e rinascere (Gv 3,1ss): è quel nascere alla propria verità di figli che è la nostra grandezza. L’uomo adulto è quello che si riconosce figlio: è (stato) accolto, si accoglie e accoglie, sapendo che tutto quanto ha è ricevuto (1Cor 4,7). Non si è fatto da sé, né dice: “Sono mio, e mi gestisco io”, o: “La vita è mia”. La vita gli è stata data, e la perderà: suo sarà il modo di viverla e farla fruttare nell’amore dell’altro (cf. 25,14-30).
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Il suo stesso io è il primo dono che l’Altro gli fa, e solo come dono dell’altro e all’altro è vivo. Il Sal 131 parla del credente come di un bimbo “svezzato” in braccio a sua madre. Il bimbo svezzato non brama più il seno materno, ma la sicurezza dolce dell’abbraccio. Come il latte è il cibo del piccolo, così il cibo dell’adulto è potersi abbandonare con fiducia a un amore da cui si sente accolto e avvolto. Solo così vive in pace, e si realizza. Diversamente il suo cuore si inorgoglisce, il suo sguardo si leva con superbia, in cerca di cose sempre superiori alle sue forze, inquieto e angosciato come un vecchio pieno di desideri insoddisfatti in braccio alla morte, che dispera ora e sempre. Così, capovolgendo il Sal 131, si può descrivere la situazione di chi non è diventato come un bimbo svezzato! Bambini a questo modo non si nasce, ma si “diventa”, con una lenta maturazione psicologica e spirituale. Mentre il piccolo cresce, invecchia e muore, Gesù ci propone di crescere in piccolezza, di ringiovanire e rinascere alla vita di figli, nelle braccia del Padre che è Madre. Questo ci rende possibile essere fratelli. L’illuminazione consiste nel “diventare bambini”: nel vedersi figli. Questo ci fa venire alla luce nella nostra verità. Chi si sente un padreterno, non è figlio né fratello di nessuno. non entrerete nel regno dei cieli. Nel regno di Dio Padre entrano i figli. Questi sono quanti vivono da fratelli. v. 4: chi dunque si farà piccolo, ecc. Piccolo qui in greco è “tapino”. Indica l’umiltà in senso etimologico: essere in basso, a terra. Chi si innalza sarà abbassato; chi si abbassa sarà innalzato (23,12). Il più grande è il più piccolo, perché la grandezza dell’uomo è quella del Figlio (cf. Fil 2,8s). Se uno si sente amato e accolto nella sua piccolezza, diventa capace di amare come il Padre. Paradossalmente uno diventa adulto diventando piccolo. Diversamente invecchia insoddisfatto, restando eterno bambino in senso negativo. Cercherà di riempire il suo bisogno di amore col possesso di cose e persone; sarà sempre infelice e vuoto, come un sacco senza fondo che nulla può riempire. La sua vita sarà non un diventare bambino, ma un regredire allo stato di un bambino non accolto e frustrato, depresso e violento, che vuol avere tutto in mano perché ha paura che tutto gli venga meno.

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costui è il più grande nel regno dei cieli. Gesù risponde alla domanda iniziale dei discepoli. Il più grande nel regno del Padre è quello che più somiglia a lui, il Figlio, che tutto riceve in dono e tutto dona, fino al dono di sé. v. 5: chi accoglie. Il bambino è bisognoso di accoglienza, atto fondamentale dell’amore. È quanto fa la madre, che gli permette di vivere in sé. Dio è innanzitutto madre, e ciascuno di noi è chiamato a diventare come lui, “materno” nei confronti dell’altro (cf. Lc 6,36). Accogliere è “concepire” l’altro: è una vita in più che do a lui e che ho dentro di me. Uno è in quanto è accolto, e in quanto accolto diventa accogliente: esiste nella sua forma piena e divina in quanto fa vivere l’altro. Accogliere è la vera grandezza di chi si fa piccolo per lasciare in sé spazio all’altro: è un restringersi, che in realtà è un dilatarsi. nel mio nome. Il Figlio è colui nel quale siamo ciò che siamo. Al di fuori di lui nulla c’è di quanto esiste (Gv 1,3b): c’è il nulla. La fraternità fuori del suo nome resta un’ideologia vuota. accoglie me. Lui, il più grande, si è fatto il più piccolo di tutti in modo che, accogliendo l’ultimo, accogliamo lui, il Signore che ci salva. Il nostro accogliere i più piccoli è salvezza nostra perché accoglienza del Figlio.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginandomi in casa a Cafarnao, con i discepoli e al centro Gesù col bambino. c. chiedo ciò che voglio: convertirmi e diventare piccolo come un bambino. d. traendone frutto, contemplo la scena. Da notare: • • • • • chi è il più grande? Gesù pone un bambino in mezzo ai discepoli se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno chi si farà piccolo, sarà il più grande chi accoglie uno di questi bambini accoglie me.

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4. Testi utili Sal 131; Mc 9,33-37, Mt 19,13-15 (cf. Mc 10,13-16); Mt 20,20-28; Gv 3,1-21; Fil 2,5-11.

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74. GUAI AL MONDO PER GLI SCANDALI 18,6-9

18,6

Ma chi scandalizza uno di questi piccoli che credono in me, è meglio per lui che gli sia appesa al collo una mola d’asino e sia gettato in mare profondo.

7

Guai al mondo per gli scandali; è inevitabile che avvengano gli scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo.

8

Se la tua mano o il tuo piede ti scandalizza, taglialo e gettalo via da te: è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che con due mani o due piedi essere gettato nel fuoco eterno.

9

E se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo e gettalo via da te: è meglio per te entrare nella vita con un solo occhio, che con due occhi essere gettato nella Geenna del fuoco.

1. Messaggio nel contesto

“Guai al mondo per gli scandali”. Chi scandalizza commette il peccato peggiore: induce l’altro a peccare. Lo scandalo è un contagio, un male che si
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diffonde per induzione. L’uomo spontaneamente si comporta secondo i modelli che ha davanti. Questi creano un “costume”, una moda, un consenso implicito che regola l’agire comune, sia nel bene che nel male. Oggi i mass-media fanno da cassa di risonanza immediata e di dimensione universale. Originariamente “scandalo” indica una trappola per far cadere la preda. Scandalizzare è il contrario di accogliere: se questo è il miglior servizio, quello è il peggiore che si possa fare al prossimo. Il mondo è pieno di scandali, come il campo di zizzanie: è inevitabile che ci siano, anche all’interno della comunità. Il male che uno fa, pro-voca, chiama-fuori e fa uscire quello che c’è nell’altro. Gli scandali, come le zizzanie, non si possono eliminare: sarebbe contro la misericordia. Guai a me però se li produco. Non posso estirpare il male dagli altri; devo però estirparlo in me. È questo il miglior servizio che posso rendere agli altri: mi fa capace di accoglierli e di non scandalizzarli. Qui si passa dal tema del “bambino” a quello dei “piccoli”. I piccoli sono quelli immaturi nella fede: non sono ancora diventati “bambini”, e la loro fiducia facilmente si incrina; per questo corrono il pericolo di smarrirsi e perdersi. I vv. 6-7 parlano della gravità degli scandali e della loro inevitabilità. Il fatto che siano inevitabili non toglie la responsabilità di chi li compie! L’uomo ha sempre la libertà di non fare il male, anche se tutti lo fanno. I vv. 8-9 parlano della necessità di togliere ciò che è occasione di caduta non solo per l’altro, ma anche per se stessi. Bisogna togliere il male nella sua radice, tenendo presente che ogni caduta personale ha sempre anche una ricaduta sull’altro. Gesù, con la sua croce, è scandalo. Ma scandalo di salvezza e non di perdizione: è sapienza e potenza del Dio amore che fa cadere la sapienza e la potenza dell’uomo. La Chiesa vive dello scandalo della croce, che vince in sé ogni male.

2. Lettura del testo v. 6: Ma chi scandalizza. Si può far cadere il fratello in tre modi.
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Il primo è quello di usare la propria libertà per andare contro la verità e l’amore, dando cattivo esempio (cf. 1Cor 5,1-13; 6,4-11.12-20). Lo scandalo agisce come il lievito: ne basta poco per fermentare tutta la pasta (1Cor 5,6; Gal 5,9). La libertà alla quale il Signore ci ha chiamati non è quella del libertino, che segue gli impulsi del suo egoismo: non è per l’impurità e il libertinaggio, l’idolatria e le stregonerie, le inimicizie e le discordie, le chiusure e le invidie, le ubriachezze e le orge - tutte cose che escludono dal regno. È invece quella di chi ama e pone la propria vita a servizio degli altri, con amore e gioia, pace e pazienza, benevolenza e bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé (cf. Gal 5,13-23). Il secondo modo di scandalizzare l’altro è quello di usare la propria libertà rispettando la verità senza però rispettare la carità. Si possono infatti compiere azioni in sé buone, che però fanno cadere il fratello perché le interpreta male. L’esempio tipico è quello delle carni sacrificate agli idoli (1Cor 8,1ss; 10,23-30; Rm 14-15). Chi sa che gli idoli non esistono, ne può mangiare tranquillamente. Uno però che si è convertito da poco tempo ed è debole nella fede, può intendere questo come idolatria e restarne scandalizzato. Anche con il bene si può provocare la caduta del fratello! Puntare i fari negli occhi a uno, non lo aiuta certo a vedere meglio la strada. Buttare addosso la verità a chi non è preparato ad accoglierla, è indurlo a respingerla. La libertà cristiana non consiste solo nel seguire la verità, ma nel fare la verità nella carità (Ef 4,15). La scienza da sola “gonfia”, mentre la carità “edifica”. Chi crede di sapere, non ha ancora imparato come sapere (1Cor 8,2)! La libertà ha come regola l’amore, unico sovrano a se stesso: e l’amore è sempre verso l’altro, il più debole. La libertà dell’amore è libera anche da se stessa: sa limitarsi, addirittura rinunciare ai propri diritti, per non ledere quelli dell’altro ed edificarlo. Paolo non vuole che per la sua scienza vada in rovina il fratello per il quale Cristo è morto (1Cor 8,11). Anche se lui, secondo la sua coscienza, può mangiare la carne sacrificata agli idoli, non ne mangia per rispetto della coscienza altrui, anche se errata (1Cor 10,28). Il rispetto della coscienza altrui è per lui un dovere di coscienza, per non trasgredire il comando dell’amore. Il terzo modo di scandalizzare l’altro è quando, facendo una cosa in sé buona o indifferente, si scandalizza qualcuno, e, non facendola, si scandalizza altri. È quanto capitò ad Antiochia in una comunità composta di ex-pagani e di giudei convertiti, dove, dopo l’arrivo di giudaizzanti, Pietro si trova in imbarazzo: se va a mensa con gli ex-pagani, mangiando come loro cibi
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“impuri” per i giudei, scandalizza i giudaizzanti; se non ci va, costringe gli expagani a “giudaizzare” (cf. Gal 2,1-14 e la soluzione in At 15,1ss). In questo caso ci vuole un discernimento molto accurato, sia per vedere qual è il male minore, sia per vedere se c’è qualche male maggiore che a prima vista non appare. In questo caso Paolo, a viso aperto, rimprovera Pietro di ipocrisia, denunciando il suo modo di agire come non corretto secondo la verità del vangelo. Infatti con il suo atteggiamento, data la sua influenza, può indurre a credere che la salvezza derivi non dalla grazia di Cristo, ma dalla osservanza delle leggi giudaiche. È in questione non l’ortodossia, ma l’ortoprassi o l’“ortodopedia” evangelica di Pietro, come si dice nel testo (cf. Gal 2,14), che mette in gioco l’ortodossia altrui. Questo terzo caso è più comune di quanto pare, soprattutto per chi ha responsabilità pastorale: qualunque cosa faccia o non faccia, scandalizza inevitabilmente qualcuno. È innanzitutto da scartare ciò che compromette la verità del vangelo, scegliendo poi ciò che più giova ai deboli nella fede. Pietro, per avere questa intelligenza della verità nella carità, dovrà sempre andare al mare e pescare nell’abisso: lì il Figlio dell’uomo, che si è consegnato nelle mani degli uomini, gli farà trovare il tributo da pagare alla carità fraterna senza scandalizzare nessuno (17,27). Qui si parla dello scandalo in senso generale: riguarda tutto ciò che distoglie dal fare ciò che Gesù ha detto, e che costituisce la volontà del Padre. Scandalo è quindi ciò che impedisce a uno di agire secondo la propria coscienza di credente. La coscienza altrui, anche se erronea, va rispettata con carità, anche se va illuminata con la verità. È quanto fa Paolo in 1Cor 8,1ss: secondo carità si dichiara disposto a non mangiare carne per non scandalizzare i deboli, secondo verità dice che è libero di farlo, e non lo fa per amore verso il fratello. Come si fa la verità nella carità (Ef 4,15), così la carità resta sempre aperta alla verità. Il primato però è sempre della carità, fintanto che non è in gioco la verità del vangelo, che è la carità stessa di Dio per l’uomo. uno di questi piccoli che credono in me. I “piccoli” sono i credenti chiamati a diventare come bambini (vv. 3-4). In particolare sono piccoli i più deboli nella fede, gli smarriti e i peccatori (cf. vv. 10-14.15-18).

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è meglio per lui, ecc. Gesù non esorta a uccidere o a uccidersi. Mostra la gravità dello scandalo, che può passare inosservato a chi lo fa. In realtà scandalizzare è uccidere l’altro come fratello e se stesso come figlio. v. 7: guai al mondo per gli scandali. Questo “guai al mondo”, come poi “guai all’uomo”, si può tradurre anche: “Ahimè per il mondo, ahimè per l’uomo”. Non è un modo di dire. Lo scandalo della croce è l’“ahimè” di Dio per il male del mondo: lui, che si è fatto ultimo di tutti, porta su di sé ogni male, fino a farsi maledizione e peccato per noi (Gal 3,13; 2Cor 5,21). Il “mondo” è l’ambiente, con le sue strutture. Può indurre al male più di qualunque decisione personale. I mali più grossi non hanno mai “un” responsabile: è un fatto d’irresponsabilità generale, di condizionamento di massa. L’effetto gregge - tutti corrono dove corre uno - è tipico anche dell’agire umano. Nel male c’è una solidarietà negativa che induce al peggio, dove la gravità peggiore sta nel togliere la stessa coscienza del male. è inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo, ecc. Il male del mondo deve venire a suppurazione. Lc 17,1 dice che “è inaccettabile che non ci siano scandali”: dobbiamo accettare che ci siano, come le zizzanie nel campo. Ma guai a provocarli. Non dobbiamo eliminarli negli altri, ma dobbiamo non darli noi stessi (“guai all’uomo” che li provoca), eliminando da noi ciò che fa cadere noi e gli altri. Dobbiamo usare tanta indulgenza verso gli altri quanta intransigenza verso di noi, per non cadere e far cadere nel male (vedi vv. 8-9). Sradicare la zizzania è sradicare il grano (13,28-30). I peccati e gli scandali saranno tolti e bruciati solo alla fine, e solo da Dio (13,41), che lo farà in modo divino. Per ora dobbiamo lasciarli, con grande carità verso chi li compie. Fa però parte della carità anche il dire la verità e mostrarne la gravità, come qui Gesù fa. Fa parte della ricerca del fratello smarrito anche la correzione fraterna (vv 10-14.15-18). v. 8: se la tua mano o il tuo piede ti scandalizza. L’uomo ha cento mani per prendere e nessuna per dare, mille piedi per le sue perversioni e nessun piede per camminare dietro al Signore. La mano ci serve per agire, il piede per raggiungere ciò su cui si vuol agire. Se con l’altro devo essere tollerante, con me devo essere determinato nel togliere da me quanto fa cadere me e sarà occasione di caduta per l’altro. Non si tratta di automutilazione sacra, ma di eliminare ciò che è male per “entrare nella vita”, e non buttar via la mia esistenza nell’immondizia. È necessaria

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un’ascesi per essere liberi: bisogna sacrificare il proprio egoismo per amarsi ed amare veramente. v. 9: se il tuo occhio ti scandalizza, ecc. L’occhio è il desiderio, che mi porta verso tutto e mi porta dentro tutto: è la finestra del cuore. Abbiamo mille occhi per vedere le nostre paure e nessun occhio per contemplare il Signore e la sua promessa. Dobbiamo cavarci i mille occhi che ci perdono, e restare con quell’unico che vede ciò che ci rende liberi per amare e servire. Non solo dobbiamo padroneggiare le mani e i piedi: ci è necessaria anche la custodia degli occhi, per dominare i nostri impulsi. I puri di cuore vedranno Dio (5,8). L’ascesi non è una mutilazione, ma un diventare sempre più se stessi, simili a colui di cui siamo immagine.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando Gesù in casa a Cafarnao coi discepoli e il “bambino” nel mezzo. c. chiedo ciò che voglio: non dare scandalo e togliere da me ciò che mi è occasione di caduta. d. traendone frutto, medito sulle parole di Gesù. Da notare: • • • • • • • chi scandalizza uno di questi piccoli meglio per lui, ecc. guai al mondo per gli scandali è inevitabile che avvengano gli scandali guai all’uomo, ecc. se la tua mano, il tuo piede, il tuo occhio ti scandalizza, ecc. meglio entrare nella vita monchi, zoppi e orbi, ecc.

4. Testi utili

501

Sal 1; libertà Gal 5,1ss; libertà e libertinismo: 1Cor 5,1-13; 6,4-20; libertà e carità: 1Cor 8,1ss; 10,23-30; Rm 14-15; libertà e discernimento: Gal 2,1-14; At 15,1ss.

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75. NON È VOLONTÀ DAVANTI AL PADRE VOSTRO NEI CIELI CHE SI PERDA UNO SOLO DI QUESTI PICCOLI 18,10-14

18,10

Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli. Vi dico infatti che i loro angeli nei cieli sempre guardano il volto del Padre mio nei cieli.

11 12

(Venne infatti il Figlio dell’uomo a salvare ciò che era perduto). Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e una sola di esse si smarrisce, non lascerà forse le novantanove sui monti, e va a cercare quella smarrita?

13

E se capita di trovarla, amen vi dico che gioisce per essa più che per le novantanove che non si sono smarrite.

14

Così non è volontà davanti al Padre vostro nei cieli che si perda uno solo di questi piccoli.

1. Messaggio nel contesto “Non è volontà davanti al Padre vostro nei cieli che si perda uno solo di questi piccoli”, dice Gesù. Lui stesso è venuto a salvare ciò che era perduto. Così mostra l’amore del Padre verso tutti i suoi figli, cominciando dagli ultimi, dai piccoli.

503

Il giusto non siede in compagnia dei peccatori (cf. Sal 1); si sente anzi in dovere di sterminare ogni mattina tutti gli empi del paese (Sal 101,8). Gesù, al contrario, si fa loro compagno e commensale. È chiamato “mangione e beone, amico di pubblicani e peccatori” (11,19), e sarà alla fine annoverato tra gli empi (Lc 22,37; Is 53,12). In Luca questa parabola è diretta a scribi e farisei, perché, invece di brontolare contro di lui che accoglie i peccatori e mangia con loro, gioiscano con lui per il loro ritorno (Lc 15,1-7). In Matteo è posta all’interno del discorso sulla comunità, perché essa abbia verso i piccoli, i fratelli deboli e smarriti, lo stesso atteggiamento di Gesù che, invece di emarginarli, li pone al centro della sua attenzione. Dio non vuole che si perda nessuno dei suoi figli. La preoccupazione del Pastore supremo è regola prima di ogni sollecitudine pastorale. Sullo sfondo della parabola c’è Ez 34,1ss. Contro i capi, che non fanno il loro dovere di pastori, il Signore dice: “Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata”(Ez 34,11.16). La comunità è fatta di piccoli che facilmente si smarriscono: se nessuno li cerca, sono perduti. Il piccolo non è solo da accogliere; è anche da non scandalizzare se è debole, da cercare se è smarrito, da correggere se è deviato, da perdonare settanta volte sette se ha peccato. Questo significa accogliere veramente l’altro nella sua dignità di figlio. Cemento della comunità è vivere i limiti propri e altrui come luogo di comunione, di aiuto e di perdono reciproco. L’ammonimento a non disprezzare il debole, perché prezioso agli occhi del Padre e del Figlio ( vv. 10-11), introduce l’esortazione a cercarlo quando è smarrito, perché non si perda ( vv. 12-14). Siamo chiamati ad avere verso di lui la stessa cura del Padre e del Figlio. Gesù è il Figlio, che è “sceso dal monte della Trinità” e si è fatto nostro fratello per cercare i fratelli perduti. La Chiesa non è una setta di giusti che si separano dai peccatori; è una comunità di giustificati che giustificano, di graziati che graziano, di perdonati che perdonano. Il centro di ogni cura pastorale è la ricerca del fratello smarrito.

2.

Lettura del testo

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v. 10: Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli. La comunità è sempre tentata di considerare come zavorra i suoi membri più fragili e instabili. Distingue tra quelli che contano, perché ricchi di doni, buoni ed esemplari, e quelli che non contano, perché sprovveduti, deboli ed esposti. Questi facilmente restano indietro e si smarriscono, proprio perché li mettiamo da parte e li lasciamo perdere. C’è una forma di competitività spirituale peggiore di quella economica! Noi apprezziamo i primi e facciamo leva su di loro, disprezzando gli ultimi. Il Signore invece mette al centro della comunità il più piccolo, con il quale si identifica (25,40.45)! È una tragedia stare insieme dove si vive la piccolezza come disprezzo subìto e la grandezza come disprezzo perpetrato. Contraria al disprezzo è la stima, caratteristica dell’amore. Chi ama stima l’amato superiore a sé (cf. Fil 2,3), perché l’amato è la vita di chi ama. Se ci deve essere una competizione tra i cristiani, sia quella di gareggiare nello stimarsi a vicenda (Rm 12,10). Chi più stima l’altro, è più simile a Dio, che vide tutto buono, e l’uomo molto buono (Gen 1,31). L’ultimo degli uomini è oggetto di stima infinita da parte del Signore: l’ha riscattato a caro prezzo, a prezzo della sua stessa vita (1Cor 6,20). Disprezzare il piccolo e il peccatore è disprezzare il Signore, che si è fatto per noi ultimo di tutti (Mc 9,35ss), diventando addirittura maledizione e peccato (Gal 3, 13; 2Cor 5,21). i loro angeli nei cieli sempre guardano il volto, ecc. Il messaggero buono, che custodisce, ispira e incoraggia l’uomo al bene, è già presente nella tradizione più antica di Israele: è l’aiuto che Dio concede ai patriarchi, a Mosè, ai giudici e ai profeti. Nel NT gli angeli hanno un ruolo particolare, soprattutto nei vangeli dell’infanzia e della risurrezione, oltre che nell’Apocalisse. Questo testo, insieme ad At 12,15, è fondamentale per la fede cristiana nell’“angelo custode”, che si prende cura di ogni singola persona. Ogni terrestre ha un protettore celeste! Questa fede, scomparsa tra le brume del razionalismo, ricompare e torna di moda come credenza in forze positive, alate o meno. Cosa buona, se non sostituisce la fiducia nel Signore e non insidia il primato di Cristo e la nostra libertà di seguirlo.

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v. 11: venne infatti il Figlio dell’uomo a salvare ciò che era perduto. Il versetto, mancante in molti manoscritti, proviene probabilmente da Lc 19,10. Ma si inserisce bene qui. v. 12: che ve ne pare? Una domanda che ci interpella e introduce la parabola che vuol indurre in noi l’atteggiamento contrario al disprezzo. se un uomo ha cento pecore. Il pastore porta il gregge dove c’è acqua e cibo; inoltre lo difende da fiere, briganti e intemperie. Tra gregge e pastore si stabilisce un rapporto di conoscenza e affetto reciproco: la vita dell’uno dipende dall’altro, e viceversa, soprattutto in zone desertiche. Il pastore è immagine di Dio in rapporto al popolo che egli ama. Pastore è chiamato anche il re che lo rappresenta. Il Sal 23 è la presentazione classica del Signore come re-pastore. Motivo ispiratore di questa parabola è Ez 34,1122, dove il Signore dice ciò che lui fa, a differenza dei capi del popolo. Gesù si paragona al pastore (Lc 15,1-7; Gv 10,1ss) che sarà “percosso” nella sua passione (26,31) e sarà giudice nella sua gloria (25,32). Pastori sono anche quelli che, dopo di lui e come lui, avranno cura del gregge (cf. Gv 21,1517). Ma ognuno è a suo modo pastore dell’altro, come ogni figlio è responsabile del fratello. Chi dice con Caino: “Sono forse io il guardiano di mio fratello ?” (Gen 4,9), l’ha già ucciso. non lascerà le novantanove sui monti. Luca parla dei novantanove giusti abbandonati per cercare il peccatore (Lc 15,7). Per sé il pastore non abbandona il gregge, se non quando è al sicuro e custodito. Questo pastore invece ha come primo interesse la pecora smarrita, e per questa abbandona le altre sul monte. Solo quando si perde una cosa, si vede con chiarezza il suo valore, pari all’amore che si ha per essa. Come un membro dolorante richiama tutta l’attenzione, così l’amore di Dio è concentrato sul peccatore perduto. Gli fa un male da morire, da morire in croce! I peccatori sono realmente più amati da Dio, perché ne hanno più bisogno. va a cercare quella smarrita. Il Signore lascia tutto per cercare la pecora smarrita, quella che per noi non conta! v. 13: se capita di trovarla, ecc. È la gioia di chi ha scoperto il tesoro, trovato la perla preziosa (13,44s). Il fatto di lasciare le altre per cercare la

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smarrita e di rallegrarsi per il suo ritrovamento più che per le altre, indica quanto essa vale agli occhi del pastore. Il fratello che noi disprezziamo sta a cuore al Padre: è il centro dei suoi pensieri e delle sue cure. Dio è amore, la cui misericordia è proporzionale alla miseria dell’amato. Il Padre ama tutti i suoi figli. Il perduto da ritrovare è il suo stesso Figlio unigenito, che si è perduto perché in lui ogni perduto fosse ritrovato. In ogni smarrito il Padre vede il Figlio crocifisso e noi vediamo il Signore. Per questo amiamo gli smarriti e i perduti, i peccatori e i nemici. C’è un divino in ogni creatura: l’amore del Padre per il Figlio. La più lontana da Dio è il Figlio stesso di Dio (27,46.54), che si è abbandonato in ogni abisso di male, perché nessun abbandono di Dio fosse più abbandonato da Dio. L’amore per l’ultimo riscatta tutto il creato nel Figlio e costituisce la gioia di Dio, finalmente tutto in tutti (1Cor 15,28). Per questo il Figlio si è incarnato, ha lasciato la corte celeste, è sceso dal monte della Trinità ed è venuto sulla terra. In questo modo salva i peccatori - dei quali io sono il primo (1 Tm 1,15), dice Paolo. E lo stesso posso dire anch’io, di me e di qualunque altro. Infatti mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). più che per le novantanove che non si sono smarrite. La cura pastorale ha come obiettivo non i vicini, ma i lontani - soprattutto se i lontani sono novantanove! Solo così la Chiesa è quella del Figlio che ha lo stesso amore del Padre. La comunità, come al suo interno ha al centro il piccolo, così è tutta proiettata all’esterno verso il lontano (28,19).Per questo l'Apostolo si farà un punto d’onore di annunciare il vangelo dove non è ancora giunto il nome di Cristo (Rm 15,20). L’immagine più bella della Chiesa, inviata a tutte le nazioni, ci è offerta nel finale degli Atti: è una casa in affitto, a Roma, nel cuore della paganità, dove Paolo, prigioniero, accoglie tutti e con libertà e franchezza proclama il regno, insegnando chi è il Signore (At 28,30s). v. 14: non è volontà davanti al Padre vostro nei cieli che si perda, ecc. È un’espressione di rispetto, per dire che il Padre non vuole che si perda nessuno degli smarriti. È la sua volontà in cielo, che noi siamo chiamati a compiere qui in terra.

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Il modello del nostro agire è Gesù, il Figlio che compie la volontà del Padre cercando il fratello smarrito (v. 11). Noi lo destiniamo a perdersi se verso di lui nutriamo disprezzo invece di stima. Anche il giusto del Sal 119 alla fine si riconosce come una pecora smarrita che va errando, bisognosa di essere ricercata dal suo Signore (Sal 119,176).

3.

Pregare il testo

a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando la casa di Cafarnao: Gesù è al centro con un bambino, attorniato dai discepoli. c. chiedo ciò che voglio: avere cura del più debole e cercare lo smarrito. d. traendone frutto, medito sulle parole di Gesù. Da notare: • • • • • • • • • • non disprezzare uno solo di questi piccoli i loro angeli nei cieli sempre guardano il Volto il Figlio dell’uomo venne a salvare ciò che era perduto il pastore la pecora smarrita lascia le novantanove va a cercare quella smarrita se capita di trovarla gioisce per essa più che per le novantanove è volontà del Padre non perdere nessuno dei suoi piccoli.

4. Testi utili Sal 23; 119,169-176; Ez 34,1ss; Gv 10,1ss; Lc 15,1ss; Gc 5,19s; 1Tm 2,4.

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76. AVRAI GUADAGNATO IL TUO FRATELLO 18,15-20

18,15

Ora se pecca (contro di te) il tuo fratello, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello.

16

Se non ti ascolterà, prendi con te uno o due, perché ogni cosa si dirima sulla bocca di due testimoni o tre.

17

Se non presterà loro ascolto, dillo alla Chiesa; e se non presterà ascolto neppure alla Chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano.

18

Amen vi dico: tutto quello che legherete sulla terra, sarà legato in cielo, e tutto ciò che scioglierete sulla terra, sarà sciolto in cielo.

19

Amen vi dico ancora che se due di voi uniranno la voce sulla terra per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli la concederà loro.

20

Dove infatti sono due o tre riuniti nel mio nome, lì io sono in mezzo a loro.

1. Messaggio nel contesto “Avrai guadagnato il tuo fratello”, dice Gesù a chi è riuscito a ricondurre un peccatore a riconoscere il proprio errore. Infatti ha ristabilito la fraternità: non è più solo, e dove due fratelli sono insieme, il Padre si compiace e il Figlio è tra loro.

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La verità va fatta nella carità (Ef 4,15); ma la carità non è mai disgiunta dalla verità. Il primato è sempre dell’amore; ma questo si manifesta sia nel cercare lo smarrito che nell’illuminarlo nel suo smarrimento - e alla fine nel perdonarlo comunque (vv. 21-35). Quanto si dice sulla correzione fraterna sembra in contrasto con il non giudicare (7,1ss), con la ricerca della riconciliazione (5,23-26), con la parabola delle zizzanie (13,24-30.49). In realtà la correzione fraterna è segno di grande amore: è possibile in una comunità dove ognuno è accolto nei suoi limiti, non è giudicato se sbaglia, è assolto se è colpevole, è ricercato se si smarrisce, è perdonato se pecca. Senza accettazione incondizionata, non esiste correzione fraterna: c’è semplice contrapposizione tra critica malevola e indurimento difensivo. Una persona, solo se è accolta e nella misura in cui è accolta, è disposta ad accettare eventuali osservazioni senza avvertirle come aggressione. La correzione fraterna è indispensabile perché il nostro stare insieme sia per il meglio, e non per il peggio (cf. 1Cor 11,17). Essa è un modo concreto per cercare chi è smarrito, perché non si perda: è l’espressione più alta della misericordia. La correzione fraterna è l’esatto contrario dello scandalo. Se questo trascura il fratello e lo induce al male, la correzione ha cura di lui e lo deduce dal male. Se lo scandalo perde, la correzione guadagna il fratello. Il peccato infatti rompe la fraternità. Se perdoni, la ristabilisci solo a metà: tu sei fratello, ma l’altro non ancora, fino a quando non riconosce l’errore e accetta il perdono. La correzione, quando riesce, ristabilisce la fraternità da ambo le parti. Bisogna tentare tutte le vie per ricondurre lo smarrito a casa. Prima a tu per tu, poi con la mediazione di altri e, se necessario, della stessa comunità. Chi non vuol ricredersi, verrà ritenuto come pagano e peccatore. Non si tratta di eliminare la mela marcia per preservare le altre; è un rendere noto la situazione di fatto: il peccato ha rotto la fraternità. Non è giudizio o condanna, ma medicina perché lo smarrito riconosca il suo male e possa ravvedersi. Solo se il bene è buono e il male è cattivo, si può parlare di riconciliazione e di perdono. Render nota la verità è grande servizio di carità. Trattare uno come pagano e pubblicano non significa escluderlo dal proprio amore: Gesù è amico di pubblicani e peccatori (11,19), è venuto a salvare ciò che è perduto (v. 11) e invierà i suoi discepoli verso tutti i pagani (28,19).

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La comunità ha lo stesso potere di Pietro (16,19), che è il medesimo del suo Signore: rendere presente sulla terra il giudizio del Padre che è nei cieli, il quale non vuol perdere nessuno dei suoi piccoli (v. 14). Per avere questo spirito è necessaria la preghiera fraterna, rivolta al Padre che ci garantisce la presenza del Figlio. Il testo contiene quattro detti di Gesù: i vv. 15-16 sulla correzione fraterna, i vv. 17-18 sul potere della comunità di legare e sciogliere, il v. 19 sull’efficacia sicura della preghiera fraterna e il v. 20 sulla presenza del Signore in mezzo ai suoi. Gesù, come è il buon pastore, è anche il Figlio: guadagna i fratelli alla misericordia del Padre accogliendo i peccatori e convincendo di peccato quelli che si ritengono giusti. La Chiesa ha ricevuto lo stesso potere di Gesù, e deve usarlo allo stesso modo. La preghiera comune, che le garantisce la presenza del Figlio, ottiene dal Padre la forza per vivere il dono di aiutarsi a stare insieme per il meglio. Una comunità cristiana è spiritualmente matura nella misura in cui è capace di esercitare la correzione fraterna. È utile tener presente che essa è proposta al centro del discorso sulla comunità, dopo ben diciotto capitoli di istruzione. Noi siamo tentati di porla all’inizio del capitolo primo!

2.

Lettura del testo v. 15: ora se pecca (contro di te) il tuo fratello. Il “contro di te” di alcuni

manoscritti è preso da Lc 17,4, dove Gesù dice di perdonare senza condizione i torti subiti. Oggetto di correzione fraterna non è l’offesa personale - comunque sempre da perdonare e dimenticare (vv. 21ss) - ma il peccato in quanto nuoce a chi lo fa. A chi mi offende sono in debito del perdono. A chi pecca non ho nulla da perdonare; gli sono però in debito della correzione fraterna. Nel testo si parla di quei peccati gravi che escludono dal regno (cf. Gal 5,19-21). Chi li commette è uno smarrito che, se non è riguadagnato alla fraternità, rischia di essere un perduto. va’ e ammoniscilo fra te e lui solo. L’ammonimento è senza odio, spirito di critica, vendetta o rancore; anzi, amando il fratello come te stesso, lo
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rimproveri apertamente per non caricarti di un peccato di omissione nei suoi confronti (cf. Lv 19,17s.). Il fratello peccatore è come un tuo membro malato: sei in pericolo di perderlo. Tu ne senti il dolore, e cerchi di curarlo perché è parte del tuo corpo. Come primo passo, richiamalo in privato, per rispetto verso di lui - e non apertamente, come dice invece Levitico 19,17. se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello. L’obiettivo della correzione fraterna non è il condannare, ma il “guadagnare il tuo fratello” che ha peccato. Non si tratta di riconciliarsi con lui (5,23-26!), ma qualcosa di più: portarlo a ravvedersi e riconciliarsi con gli altri, perché sia figlio e fratello. Solo in spirito di riconciliazione (5,23s), di perdono (6,14s), di non giudizio (7,1-5), di tolleranza (13,24ss) e di cura per chi sbaglia (18,10-14), c’è correzione fraterna che può essere efficace. “Fratelli miei, se uno di voi si allontana dalla verità e un altro ve lo riconduce, costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore, salverà la sua vita dalla morte 5,19s). v. 16: se non ti ascolterà, ecc. In Israele il procedimento giudiziario era fatto sulla parola di due o tre testimoni. Qui però non si tratta di un processo, ma di un tentativo per recuperare il fratello alla verità. Dove non riesci da solo, forse per limiti tuoi, puoi riuscire con la mediazione di altri. v. 17: se non presterà loro ascolto, dillo alla Chiesa. Dopo aver tentato prima a quattr’occhi e poi con la mediazione di altri, lo si presenti all’assemblea, perché il suo amore per i fratelli lo stimoli a reagire positivamente. Ovviamente si tratta di un peccato grave e pubblico. Il fine, anche nella “scomunica”, è sempre e solo “guadagnare il fratello”. se non presterà ascolto neppure alla Chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano. La comunità non “scomunica” il peccatore, ma gli fa capire che si è già posto fuori dalla comunione, in modo che possa ritornare. La “scomunica” ha sempre e solo valore illustrativo e pedagogico, mai punitivo. Mostra la gravità del male che uno fa, talora a cuor leggero, perché si ravveda (vedi come agisce Paolo in 1Cor 5,1-5 e 1Tm 1,20, e cosa consiglia in 2Ts 3,14s e Tit 3,19s). e coprirà una moltitudine di peccati” (Gc

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Trattare uno da pagano e da peccatore non significa escluderlo: i nemici sono da amare, ed è possibile riguadagnarli solo dando loro un maggior amore (5,38-48). È tragico dare allo “scomunicato” l’impressione di essere escluso. Tende già lui stesso a escludersi. Deve invece conoscere una maggior cura da parte dei fratelli. v. 18: tutto quello che legherete sulla terra, ecc. La comunità ha lo stesso potere di Pietro (16,16): quello del Figlio, che è venuto a cercare ciò che era perduto (v. 11). È il medesimo del Padre che non vuol perdere nessuno (v. 14). È grande la responsabilità della comunità, chiamata a continuare sulla terra la missione del Figlio alla dell’uomo. volontà Non del deve Padre. agire Uno arbitrariamente, avrà con il ma conformemente Padre

quell’atteggiamento positivo o negativo che avrà prodotto in lui il nostro modo di essergli fratello: questo lo scioglie o lo lega nei confronti del Padre. v. 19: se due di voi uniranno la voce, ecc. Si è già parlato dell’efficacia della preghiera (7,7-11), in un contesto analogo, tra il divieto di giudicare e il comando di amare (7,1-6.12). I fratelli che uniscono la voce per pregare sono una dolce “sinfonia” (= unione di voce!) agli orecchi del Padre. Il contesto ci suggerisce cosa chiedere al Padre e cosa lui concede: vivere sulla terra il suo stesso potere, che è la capacità di accogliere e non scandalizzare i suoi piccoli (vv. 1-5. 6-11), di ricercare gli smarriti (vv. 12-14), di riguadagnare i perduti (vv. 15-20) e di perdonare tutti (vv. 21-35). v. 20: dove infatti sono due o tre riuniti nel mio nome, ecc. Così Gesù traduce un detto rabbinico che dice: “Se due si uniscono per applicarsi alla parola della legge, la Shekinà è nella loro adunanza”. Dove i fratelli si uniscono, è presente il Figlio. Per questo la preghiera dei fratelli rivolta al Padre nel nome del Figlio è infallibile: il Signore è “in mezzo a loro”, come il bambino che Gesù ha posto “in mezzo a loro” (v. 2). Le lettere “polemiche” di Paolo sono un modello interessante di correzione fraterna, fatta con amore, verità e grande discernimento.

3. Pregare il testo

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a. mi metto in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando la casa di Cafarnao, con i discepoli e Gesù in mezzo a loro insieme con un bambino. c. chiedo ciò che voglio: la difficile arte di riguadagnare il mio fratello. d. traendone frutto, medito sulle parole di Gesù. Da notare: • • • • • • • • ammonisci tuo fratello fra te e lui solo avrai guadagnato il tuo fratello prendi con te due o tre dillo alla Chiesa sia per te come il pagano e il pubblicano ciò che scioglierete nella terra, sarà sciolto in cielo se due di voi uniranno la voce, ecc. io sono in mezzo a loro.

4. Testi utili Sal 95; 133; Ez 33,7-9; prima di correggere il fratello, vedi: Mt 5,23-26; 6,14s; 7,1-5; 13,24-30; 18,10-14; Gc 5,19s.

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77. NON BISOGNAVA CHE ANCHE TU AVESSI COMPASSIONE DEL TUO COMPAGNO COME ANCH’IO HO AVUTO COMPASSIONE DI TE? 18,21-35

18,21

Allora si fece innanzi Pietro e gli disse: Signore, quante volte peccherà contro di me mio fratello e gli perdonerò? Fino a sette volte?

22

Gli dice Gesù: Non ti dico fino a sette volte, ma settanta volte sette.

23 24 25

Per questo è simile il regno dei cieli a un re che volle fare i conti con i suoi ministri. Ora, cominciando a fare i conti, gli si presentò un debitore di diecimila talenti. Non avendo di che risarcire, il Signore ordinò che fosse venduto, lui e la donna e i figli e quanto aveva, per risarcire.

26

Gettatosi dunque a terra, il ministro lo adorava dicendo: Abbi pazienza con me, e ti risarcirò di tutto.

27 28

Ora il Signore, mosso a compassione di quel ministro lo liberò e gli rimise il debito. Ora uscito quel ministro trovò uno dei suoi compagni il quale gli era debitore di cento danari, e, afferratolo, lo strozzava dicendo:

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29

Rendimi ciò che mi devi! Allora, gettatosi a terra, il suo compagno lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me, e ti risarcirò!

30

Ora egli non voleva, e andò a gettarlo in prigione, finché non l’avesse risarcito del debito.

31

Vedendo dunque i suoi compagni l’accaduto, furono molto addolorati e andarono a riferire al loro signore quanto era accaduto.

32

Allora, chiamatolo innanzi, il suo signore gli dice: Ministro cattivo, tutto quel debito ti ho rimesso perché mi hai supplicato.

33

Non bisognava che anche tu avessi compassione del tuo compagno come anch’io ho avuto compassione di te?

34

E, adirato, il suo signore lo consegnò agli aguzzini fino a che non lo avesse risarcito di tutto quanto gli era debitore.

35

Così anche il Padre mio nei cieli farà con voi, se non perdonerete al fratello dai vostri cuori.

1. Messaggio nel contesto “Non bisognava che anche tu avessi compassione del tuo compagno come anch’io ho avuto compassione di te?” Il fondamento del mio rapporto con l’altro è l’imitazione del rapporto che l’Altro ha con me: quanto il Signore ha fatto con me è principio di quanto io faccio col fratello. Gesù dice di amarci a

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vicenda con lo stesso amore con il quale lui ci ha amati (Gv 13,34); e Paolo dice di graziarci l’un l’altro come il Padre ha graziato noi in Cristo (Ef 4,32). La giustizia del Figlio, che introduce nel regno del Padre, non è quella che ristabilisce parità, secondo la regola: chi sbaglia paga. È una giustizia superiore, propria di chi ama, che è in debito verso tutti: all’avversario deve la riconciliazione, al piccolo l’accoglienza, allo smarrito la ricerca, al colpevole la correzione, al debitore il condono. È la disparità della giustizia divina, che è misericordia, dono e perdono. Alla giustizia della legge che uccide, succede quella dello Spirito che dà la vita (cf. 2Cor 3,6). In quanto figlio sono chiamato ad avere verso i fratelli gli stessi sentimenti. Le colpe altrui nei miei confronti mi permettono di perdonare come sono perdonato: mi fanno figlio perfetto come il Padre (5,43-48)! Ciò che mi dà tanto fastidio e mi fa dire: “Sarebbe bello se non ci fosse!”, è paradossalmente ciò che mi aiuta a diventare come Dio. Verrebbe da dire: “Meno male che c’è il male!”. Non per questo devo farlo (Rm 3,8; 6,1.15); tuttavia è vero che, dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia (Rm 5,20). Il male che faccio è l’occasione che, facendomi sentire perdonato di più, mi farà amare di più il Signore (cf. Lc 7,42s); il male che subisco è, a sua volta, l’opportunità di perdonare e amare di più i fratelli, diventando sempre più simile al Signore. Il male mio diventa perdono di Dio, quello dell’altro perdono mio, che mi fa come Dio! Il perdono che ricevo e che accordo è il respiro stesso di Dio, lo Spirito Santo, che diventa mia vita. Il perdono è il cuore della vita cristiana: mi rende figlio del Padre e fratello dei miei simili, in comunione con Dio e con gli uomini. Il perdono non nega la realtà del male. Lo suppone; ma proprio in esso si celebra il trionfo dell’amore gratuito e incondizionato. Un amore che non perdona, non è amore. Il brano si divide in due parti: i vv. 21-22 contengono il dialogo tra Pietro e Gesù sul perdono illimitato, i vv. 23-35 contengono una parabola che ne mostra il motivo. Essa è costruita sul contrappunto tra la magnanimità del Signore che perdona il debito incalcolabile di un servo ( vv. 2327), e la spietatezza di questo che non perdona a un suo compagno un piccolo debito ( vv. 28-30). Conclude la dichiarazione che chi non perdona non è perdonato ( vv. 31-35). Il perdono che accordo scaturisce dal perdono che ho ricevuto. Il ricordo di questo è non solo principio di tolleranza, ma sorgente della capacità di perdonare.

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Questa parabola propria di Matteo, posta a conclusione del discorso sulla comunità, è un’esortazione al perdono. Si può stare insieme non perché non si sbaglia o non ci si offende, ma perché si è perdonati e si perdona. Il male, invece di dividere e isolare l’uno dall’altro, unisce e rinsalda nel perdono reciproco. Proprio nella comunità esce il male - e dove potrebbe uscire se non in essa, dal momento che tutta la legge si compendia nell’amore del fratello? Il perdono è la vittoria costante dell’amore. È utile tener presente che si può perdonare all’altro solo se si sa perdonare a se stessi. E si perdona a se stessi se si accetta di essere perdonati da Dio. Gesù è il Figlio che ama i fratelli come è amato dal Padre. La Chiesa riceve la vita dal perdono e la mantiene perdonando: l’amore ricevuto e accordato, come la fa nascere, così la fa vivere.

2. Lettura del testo v. 21: Allora si fece innanzi Pietro . Pietro è figura preminente nella Chiesa, testimone verso i fratelli dell’amore incondizionato del suo Signore che lui ha tradito (cf. Gv 21,15-17; Lc 22,32). È pastore perché pecora smarrita e ritrovata! quante volte peccherà contro di me mio fratello, ecc. Pietro sa già che il Padre ci perdona come noi perdoniamo (6,12.14s). Per questo sa che deve perdonare sette volte, cioè sempre. La sua domanda serve per introdurre la parabola sul perdono. v. 22: non ti dico fino a sette volte, ma a settanta volte sette. “Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette” (Gen 4,24). Gesù dice di perdonare non sette, non settantasette, ma settanta volte sette! Alla vendetta sproporzionata contrappone il perdono illimitato. Luca 17,4, nel passo parallelo, parla di perdono “quotidiano”. Combinandolo con Matteo, risulterebbe che dobbiamo perdonarci settanta volte sette al giorno. Un fondamentalista direbbe che ci si perdona ogni tre minuti circa. Ed è vero! Il perdono è il respiro dell’uomo, che vive perché

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inspira ed espira, riceve e dà perdono. Chi solo inspira, esplode; chi solo espira, implode. La vita è proprio il circolare del perdono ricevuto e dato. v. 23: un re volle fare i conti con i suoi ministri. Il re è chiaramente il Padre nei cieli (v. 35). Suoi ministri siamo noi, ai quali è affidato il suo tesoro, la sua vita: l’amore. Ognuno di noi è ministro del re, anzi suo figlio, nella misura in cui riceve e dà questo amore. Per noi la magnanimità è onorare la nostra origine. v. 24: un debitore di diecimila talenti. Diecimila è la cifra più grossa in lingua greca, e il talento la misura più grande (36 Kg circa). È quanto ciascuno di noi ha da Dio. Da lui ci viene quanto siamo e abbiamo: ce l’ha donato all’inizio e ce l’ha perdonato quando gliel’abbiamo rapito. È impossibile restituirlo: se lo consideriamo un debito è impagabile. Per vivere è necessario passare dalla logica del debito a quella dell’amore gratuito. Diecimila talenti è una cifra sproporzionata che solo un re può possedere. Per dare un’idea: un talento è pari a 6.000 giornate lavorative; 10.000 talenti è pari a 60.000.000 di salari quotidiani. Per pagare questo debito uno dovrebbe lavorare circa 200.000 anni senza mangiare. Ancora: se un talento è 36 Kg., 10.000 talenti è pari a 360 tonnellate di metallo prezioso; per trasportarlo occorrerebbero 360 furgoni - una fitta colonna di circa 3 Km. La cifra, esagerata, è in realtà una pallida idea di ciò che Dio mi ha dato. Mi ha creato suo figlio, a sua immagine e somiglianza; quando gli ho rapito il dono, mi ha perdonato dandomi molto di più: il suo medesimo Figlio, nel quale mi condona se stesso! Con Dio ho il debito di me stesso e di lui stesso! Solo che non è un debito ma un dono infinito che lui ha fatto, senza calcolare. Infatti l’unica misura dell’amore è il non aver misura. Noi al contrario continuiamo a calcolare con lui e con tutti! v. 25: non avendo di che risarcire, il Signore ordinò, ecc. Chi stabilisce con Dio un rapporto di giustizia, resta sempre insolvente, chiuso nella gabbia dei suoi debiti. La legge, giusta, non fa altro che farlo sentire in colpa. v. 26: abbi pazienza con me. È la preghiera del debitore. La legge, che ci accusa, ci porta a invocare la magnanimità di Dio.

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ti risarcirò tutto. È l’illusione di chi crede di poter saldare il suo debito. Finché non scopre la grazia e il perdono, non c’è alternativa. v. 27: mosso a compassione. La nostra condizione commuove il Signore: ne muove le viscere materne. Gli facciamo una pena infinita con i nostri sensi di colpa e di espiazione. La sua passione si fa compassione. lo liberò e gli rimise il debito. Il Signore mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20), liberandomi da ogni colpa e peccato. Mi vuol far capire che il mio rapporto con lui non è di schiavo/padrone, ma di figlio/padre. Il credente si sa amato e perdonato gratuitamente da Dio, che lo considera figlio. Lo Spirito glielo testimonia , facendogli gridare: “Abbà!”. Non è in debito, ma in credito nei confronti di Dio; gli è Padre infatti, ed è con lui in debito del suo amore. La fraternità scaturisce da questa esperienza filiale. v. 28: quel ministro trovò uno dei suoi compagni il quale gli era debitore di cento danari . Cento danari sono altrettante giornate lavorative. Cifra discreta, ma trascurabile rispetto al debito appena condonato. lo strozzava dicendo: Rendimi ciò che devi. Il Signore si commuove, lo libera e gli condona il debito; lui invece afferra il suo compagno, lo soffoca e vuole che lo paghi. Quanto Dio è magnanimo con noi, altrettanto noi siamo meschini con gli altri. Come pensiamo di dover restituire al Padre, così pensiamo che i fratelli devono restituire a noi. Con l’altro viviamo lo stesso rapporto che abbiamo con il primo Altro, e viceversa. v. 29: abbi pazienza con me, e ti risarcirò. Il fratello gli fa la stessa preghiera che lui ha fatto al Signore. Lo chiama ad avere nei suoi confronti gli stessi sentimenti del suo Signore. v. 30: egli non voleva, e andò a gettarlo in prigione. Fa al suo compagno il contrario di quanto il suo Signore ha fatto con lui. v. 31: vedendo dunque i suoi compagni l’accaduto, furono molto addolorati. Anch’io resterei addolorato di questo atteggiamento. Mi immedesimo facilmente con il misero, perché mi può capitare la stessa sorte. Potrei essere io quel debitore. Quando però, per caso, sono creditore, allora mi sembra naturale far valere i miei diritti. Mi è facile essere tollerante con chi pesta i piedi al vicino, finché non li pesta a me!

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v. 32: ministro cattivo. La sua malvagità non consiste nel debito che aveva, ma nel credito che realmente ha e fa valere! Il peccato più grave è sempre quello di non perdonare il fratello: è l’unico che esclude dal Padre, perché distrugge il mio essere figlio. Se non perdono, ritorno alla logica del debito: non accetto il perdono. Se caccio in prigione l’altro, caccio in prigione me. v. 33: non bisognava che anche tu avessi compassione, ecc. È l’apice della parabola. Ho pietà del mio simile perché il Signore ha pietà di me. Solo così ho gli stessi sentimenti del Padre e divento suo figlio. Se non perdono, muore in me il perdono che ho ricevuto: non ne vivo! La comunità fraterna nasce dal perdono reciproco: ognuno perdona come è perdonato. L’unico debito che abbiamo gli uni verso gli altri è l’amore vicendevole (cf. Rm 13,8), Come il mio peccato mi fa conoscere il Padre e mi fa nascere come figlio, così il peccato del fratello, nel mio perdono, mi fa vivere da figlio simile al Padre! Se non vivo da figlio, sono morto. Per questo “perdonare è un miracolo più grande che risuscitare un morto”. Pensare al proprio debito condonato, non solo rende tolleranti verso gli altri, ma addirittura magnanimi. In genere però non accettiamo davvero il perdono; infatti non perdoniamo a noi stessi, e abbiamo sempre stizza, rancore e vergogna dei nostri peccati. v. 34: lo consegnò agli aguzzini ecc. Chi non perdona non è perdonato (6,15). Infatti il Padre ci perdona come noi perdoniamo. Per questo la riconciliazione col fratello è più importante di ogni culto (5,23s). Senza di essa finiamo in prigione noi stessi, pagando fino all’ultimo spicciolo (5,25s). v. 35: così anche il Padre mio nei cieli farà con voi, ecc. La parabola è un’esortazione al perdono. Il peccato dei peccati è il non perdono: è uccidere in me l’amore del Padre. Nel perdono salvo il fratello offrendogli l’amore del Padre, e salvo me stesso, vivendo di questo amore. Al di fuori di questo amore ricevuto e donato - che è lo Spirito Santo - non c’è che la morte. Il discorso sulla comunità, cominciato con il piccolo, finisce col peccatore: il piccolo è accolto in ogni limite, il peccatore è perdonato di ogni debito. Da me, come dal Signore. se non perdonerete ciascuno al fratello dai vostri cuori. Perdonare è un fatto di cuore. È non ri-cordare, non tenere nel cuore il male del fratello,
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ricordando invece l’amore che il Padre ha per me e per lui. Se continuamente ricordo all’altro il suo errore, il perdono è davvero la peggior vendetta. Se il Signore ricorda le colpe, chi potrebbe più respirare (Sal 130,3)? Se non riesco a perdonare, cosa devo fare? Invece di prendermela con l’altro, considero che è un peccato mio di cui chiedo perdono a Dio. Sapere questo cambia già il mio atteggiamento con l’altro: penso ai miei 10.000 talenti di debito di cui Dio mi fa grazia, non ai 100 danari che l’altro mi deve.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando Gesù in casa, con il bambino, attorniato dai discepoli. c. chiedo ciò che voglio: far grazia all’altro come il Signore fa grazia a me. d. traendone frutto, contemplo la parabola. Da notare: • • • • • • • • perdonare settanta volte sette il mio debito col Signore è di 10.000 talenti ma non è un debito: è un dono e un per-dono il mio credito col fratello è di 100 denari dammi ciò che devi lo gettò in prigione non bisognava che tu avessi compassione del tuo compagno, come io ho avuto compassione di te? il perdono di cuore ai fratelli.

4. Testi utili Sal 103; 130; Sir 27,33-28,9; Lc 6,36-38; Mt 5,23-26; 6,12. 14s; Rm 13,8-10; Ef 4,20-32.
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78. COLUI CHE CREÒ, DA PRINCIPIO MASCHIO E FEMMINA LI FECE 19,1-12

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E, avendo Gesù compiute queste parole, avvenne che si trasferì dalla Galilea e venne nei confini della Giudea, al di là del Giordano.

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E lo seguirono molte folle, e lì egli le guarì. E gli si avvicinarono dei farisei per tentarlo, dicendo: È lecito a un uomo ripudiare la sua donna per qualsiasi causa? Ora, rispondendo, disse: Non avete letto che colui che creò, da principio maschio e femmina li fece?

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E disse: Per questo l’uomo abbandonerà il padre e la madre e aderirà alla sua donna, e i due saranno una carne sola.

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Così che non sono più due, ma una carne sola. Ciò che dunque Dio congiunse, uomo non separi. Gli dicono: Perché allora Mosè ordinò di dare il libretto di ripudio e di ripudiarla? Dice loro: Mosè per la durezza del vostro cuore vi permise di ripudiare le vostre donne; ma da principio non fu così.

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Vi dico che se uno ripudia la sua donna, eccetto il caso di fornicazione,
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e ne sposa un’altra, 10 commette adulterio. Gli dicono i discepoli: Se è questa la situazione dell’uomo con la donna, 11 non conviene sposarsi. Ora dice loro: Non tutti capiscono questa parola, 12 ma coloro ai quali è dato. Ci sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre, ci sono eunuchi che sono stati fatti eunuchi dagli uomini, e ci sono eunuchi che si sono resi eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca.

1. Messaggio nel contesto

“Colui che creò, da principio maschio e femmina li fece”. Il progetto originario della creazione contempla l’unione tra i due come immagine e somiglianza di Dio, che è distinzione e unità di amore. Nel c.19 si tratta dei tre beni fondamentali della persona umana: il partner (vv. 1-12), i bambini (vv. 13-15) e i beni materiali ( vv. 16-30). La comunità, fatta di piccoli, perduti e peccatori, perdonati e perdonanti - che ha al suo centro il bambino e Gesù (18,2.20) -, vive il rapporto con l’altro diverso da sé, con l’Altro in sé e con il resto non come rapina e possesso, ma come dono e comunione. Gesù ci offre ciò che “era da principio”, e che rende possibile vivere ora da figli e da fratelli, come descritto al c.18. In questo brano si parla della sessualità umana. Essa non è per la semplice conservazione della specie, come per l’animale. Non è un istinto alla cui soddisfazione realizzazione è connesso persona un piacere. È invece di l’ambito e della libera della come relazione amore appartenenza

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vicendevole, che fa sì che uno diventi la vita dell’altro e si possa trasmettere una vita sensata ad altri. La sessualità indica l’insufficienza radicale dell’uomo nei confronti della vita: il limite di un sesso è rimando all’altro, diverso. Questa alterità può essere vissuta come minaccia e aggressione, in difesa e in attacco, o come attrazione e cura, in comunione e dono reciproco. Nel primo caso c’è la distruzione della vita; nel secondo la divinizzazione dell’uomo. Nel rapporto con l’altro, diverso da sé, si riflette e concreta il rapporto stesso con il primo Altro e diverso, con il Santo. Nella cultura antica la donna era considerata possesso dell’uomo. Così era di fatto anche in Israele, nonostante Gen 1,27 e Gen 2,18-25, che prospettano ben altra cosa. Infatti, se non “da principio”, subito dopo intervenne il peccato, che alterò il rapporto che ognuno ha con l’Altro, guastando ogni altro rapporto (cf. Gen 3,1ss). Tuttavia la coppia è sempre rimasta un’alleanza tra due che sta a principio della società e della trasmissione della vita. La coppia monogamica è frutto di evoluzione culturale, possibile come libera scelta d’amore: due estranei lasciano padre e madre per formare tra loro un’intimità più grande di ogni vincolo. L’amore, che riporta all’unità l’estraneità, è un “grande mistero” (Ef 5,32), un fatto divino! Ma proprio l’amore, sorgente di ogni desiderio e promessa di ogni gioia, sta all’origine di tante paure e pene. Constatiamo un’incapacità ereditaria di amare, che ci viene dal trauma di non essere stati adeguatamente amati dalla coppia di origine. La relazione di coppia è determinante per il bene e il male della società umana: nella famiglia vengono al pettine i nodi e le contraddizioni di tutti i tipi. La fedeltà indissolubile nel matrimonio che Gesù propone non è da intendere come legge, ma come vangelo. Lui è il Dio che salva, e risana in radice il nostro male che è la chiusura egoistica in noi stessi e la non accettazione dell’altro. La proibizione del divorzio e le affermazioni di principio non servono molto per vivere bene il matrimonio. È necessaria una formazione che ne faccia scoprire la bellezza e le difficoltà, unita a una determinazione nel creare condizioni adatte alla vita di coppia in una società sempre più complessa e frammentata, che tende a dividere più che a unire. Normalmente uno

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condivide più tempo, raggiungendo più familiarità, con altre persone di sesso diverso che con il proprio partner. Nessun divieto può tenere insieme una coppia; solo una libertà educata ad amare e affrontare le difficoltà è in grado di realizzare il disegno originario di Dio. Il matrimonio, oggi, non è né migliore né peggiore di una volta - quando era tenuto assieme da leggi repressive e le notizie negative erano amplificate solo dal pettegolezzo e non dai mass-media. Oggi, con una maggior libertà, il matrimonio può diventare ciò che veramente è: dono d’amore reciproco e fedele tra uomo e donna, riflesso in terra del “mistero grande” di Dio (Ef 5,32). Ciò che più impressiona non è il numero di matrimoni che falliscono, quanto la sfiducia che il matrimonio possa riuscire. Si tende a mettersi insieme con la prospettiva di stare in compagnia fin che va e di lasciarsi quando non va più. Il che significa stravolgere l’amore nel suo contrario, riducendolo a convenienza propria. I limiti reciproci non sono più luogo di accettazione e comunione, ma di rifiuto e divisione. La proposta di Gesù punta in alto. La relazione di coppia è rivelazione e partecipazione alla vita di Dio. Dal punto di vista pastorale è necessario oggi più che mai educare all’amore coniugale e cercare le condizioni concrete che lo favoriscono. In caso di fallimento - l’uomo è sempre peccatore !- con il perdono e la misericordia bisogna fare del male il luogo di conoscenza ed esperienza più profonda di Dio. In questo testo, oltre il matrimonio, si considera anche il celibato per il regno, che è un’altra via per realizzare l’unico amore, che è Dio. È lui il nostro vero partner, la nostra altra parte. Il comandamento primo infatti è quello di amare il Signore con tutto ciò che abbiamo e siamo (22,37; cf. Dt 6,5ss). Il celibato, come alternativa al matrimonio, è una via eccellente. Ma si tratta di un carisma, che è dato a qualcuno per testimoniare a tutti ciò che appaga il cuore di ciascuno: è l’anticipo della vita futura, dove non si prende né moglie né marito (22,30). Dopo l’introduzione (vv. 1-2), c’è la discussione sul divorzio e la posizione di Gesù che restituisce il matrimonio al suo stato originario ( vv. 3-9). Conclude la proposta del celibato, per coloro ai quali è dato ( vv. 10-12). Gesù è colui nel quale divinità e umanità sono indissolubilmente unite, in una sola carne. È il mistero stesso di Dio che si offre a ogni uomo. In lui è
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possibile vivere con fedeltà l’amore per l’Altro, sia direttamente sia per mezzo di un altro, secondo che a ciascuno è dato. La Chiesa è quella parte di umanità che, in Cristo, si riconosce come l’altra parte di Dio, il suo partner che l’ha amata e ha dato se stesso per lei, l’ha purificata e unita a sé, perché viva la sua stessa vita (cf. Ef 5,25-33).

2. Lettura del testo v. 1: E, avendo Gesù compiute queste parole. In Matteo questa formula segna il finale di ogni discorso e l’inizio della parte narrativa, nella quale si racconta come Gesù realizza la parola appena detta. si trasferì dalla Galilea, ecc. È l’inizio del cammino verso Gerusalemme. Per evitare la Samaria, va oltre il Giordano, per riattraversarlo a Gerico, prima della salita alla città santa. v. 2: lo seguirono molte folle, ecc. Il suo cammino è seguito da molte folle, delle cui malattie si prende cura. v. 3: gli si avvicinarono dei farisei per tentarlo. La loro domanda è mossa dallo spirito cattivo, non dalla ricerca della verità. è lecito a un uomo ripudiare la sua donna per qualsiasi causa? Dt 24,1 concede il divorzio a un marito che non ama più la sua donna perché ha trovato in lei “qualcosa di vergognoso”. La formula è molto vaga, e lascia adito a interpretazioni diverse. Per Hillel, piuttosto lassista, si poteva divorziare per qualsiasi causa: bastava una mancanza di rispetto o di soggezione della moglie. Per Shammai, rigorista, si poteva divorziare solo in caso di adulterio. Con quale dei due si schiererà Gesù? v. 4: colui che creò, da principio maschio e femmina li fece. Gesù pone la questione a un altro livello, quello del disegno originario di Dio sul matrimonio. Egli creò l’uomo maschio e femmina, a sua immagine e somiglianza (Gen 1,27). La sessualità è vista come relazione d’amore con l’altro diverso da sé, da cui uno riceve la propria identità. Il rapporto maschio/femmina è segno del rapporto Dio/uomo. È interessante il racconto di Gen 2,18ss, dove Eva è tratta dal fianco di Adamo addormentato. Ad esso allude Gv 19,34 quando dal fianco squarciato del nuovo
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Adamo addormentato nasce l’umanità nuova, sua sposa. Come ogni animale nasce dalla femmina, così ogni persona nasce come tale dalla ferita del cuore che lo ama, lo concepisce, lo genera e lo fa vivere. v. 5: l’uomo abbandonerà il padre e la madre, ecc. (Gen 2,24). È una traccia di matriarcato nella tradizione più antica di Israele: l’uomo lasciava la sua famiglia per aderire a quella della moglie. Nel rapporto di coppia una persona estranea diviene più intrinseca del padre e della madre. Da questi ci si distacca, al partner ci si attacca, come alla propria altra metà. Padre e madre sono all’origine di un’esistenza nuova, che viene da una coppia e va a formare un’altra coppia, capace di essere a sua volta madre o padre. Ogni persona viene da due che sono diventati “uno” ed è destinata a diventare “uno” col suo partner: la vita viene dall’amore e si mantiene per l’amore che fa di due uno. v. 6: non sono più due, ma una carne sola (Gen 2,24). L’indissolubilità è un dato “fisico” dell’amore, che fa di due uno. E dividere è uccidere! Rompere l’unione d’amore è distruggere il principio e il fine della vita. ciò che dunque Dio congiunse, uomo non separi. Nell’unione d’amore tra due di sesso diverso il Creatore pone il suo sigillo divino sulla creazione. Questa unità è la realizzazione dell’opera di Dio, che è amore e dono. La comunione è l’albero della vita; la separazione quello della morte. Ma quale unione è fatta da Dio e in Dio, e quale no? Sembra che molti matrimoni, per leggerezza o incapacità, intrinseca o “ambientale”, non siano congiunti da Dio! v. 7: Mosè ordinò di dare, ecc. La prescrizione di Mosè (Dt 24,1ss) non rappresenta la volontà di Dio, ma una concessione. La legge non solo prescrive il bene; regola anche il male, per limitarne i danni a tutela del più debole. Una legislazione sul divorzio, come sull’aborto, non dice che il divorzio e l’aborto siano leciti, tantomeno buoni. La legge riconosce realisticamente che il male c’è, ed è buona nella misura in cui ne contiene gli effetti negativi. v. 8: Mosè per la durezza del vostro cuore vi permise, ecc. Il divorzio non è una “missio”, ma una “per-missio”, una perversione della missione originaria, concessa a certe condizioni per limitarne i danni. La causa di questa “permissio” è la nostra durezza di cuore. La legge regola il male, ma non trasforma il male in bene.

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Gesù si pone a un altro livello rispetto a Mosè. Va oltre la prospettiva della legge, per offrire il vangelo. Per lui il male diventa l’occasione per un bene maggiore, che è la misericordia e il perdono. Tutto il c.18, sulla comunità, parla di questo. Ciò vale a maggior ragione per la coppia, nucleo originario della comunità. Dopo il peccato, solo nella misericordia e nel perdono si può realizzare ciò che era “al principio”. Solo questa giustizia “eccessiva” dà accesso al regno (5,20). v. 9: se uno ripudia la sua donna, eccetto il caso di fornicazione, e ne sposa un’altra, ecc. (cf. 5,32). Il testo di Matteo, come tutta la Bibbia, riflette la cultura maschilista della sua epoca. È chiaro che il discorso vale anche al femminile. È un versetto difficile da interpretare. Cosa significa “fornicazione?”. Se, come nella Bibbia C.E.I., significa “concubinato”, tutto è chiaro e coerente. Così anche se indica quelle unioni fra consanguinei, usuali tra i pagani e illecite per Lv 18,6-18. Se fornicazione significa “adulterio”, Gesù sarebbe dell’opinione di Shannai e contro Hillel, e non si capirebbe il “Ma io vi dico” di 5,32, che contiene il detto parallelo, né la reazione immediata dei discepoli, che dicono che a queste condizioni non conviene sposarsi. Gesù e la Chiesa primitiva proponevano la “santità” del matrimonio come era al principio, prima del peccato. Si può al massimo ripudiare la moglie adultera, perché ha profanato la santità del matrimonio, ma non si può passare a nuove nozze. Il matrimonio è visto come l’alleanza tra Dio, sempre fedele, e il suo popolo. Chi tradisce il matrimonio, rompe la santità dell’alleanza. Ma Dio, anche se tradito, resta fedele oltre ogni tradimento. E noi siamo abilitati ad essere come lui. Gesù ci toglie il cuore di pietra e ci dona un cuore nuovo: ci dà il suo Spirito, perché possiamo vivere la sua legge di amore (Ez 36,26s). La condanna del divorzio è da intendere alla luce di tutto il messaggio evangelico, che fa di ogni male e fallimento umano il luogo della misericordia e del perdono. Se di fatto c’è una rottura del matrimonio, bisogna trovare soluzioni pratiche che non intacchino il principio, ma che aiutino l’uomo a viverlo come può, da peccatore com’è, senza spegnere il lucignolo fumigante.

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Già nella Chiesa antica è attestato il permesso di divorziare dalla moglie adultera e di risposarsi, come ancora adesso fa la Chiesa d’oriente e fanno le chiese non cattoliche d’occidente. Inoltre i divorziati risposati, dopo congrua penitenza, erano riammessi alla comunione mantenendo il nuovo coniuge (cf. G. Cereti, Divorzio, nuove nozze e penitenza nella Chiesa primitiva, Bologna 1998). Ogni affermazione evangelica va letta nel contesto del Vangelo, e non come lettera che uccide; diversamente resta un velo che impedisce di comprenderla (cf. 2Cor 3,14-16). Il “Privilegio paolino” di 1Cor 7,12ss (scioglimento di un matrimonio contratto prima del battesimo), il “Privilegio petrino” (scioglimento da parte del Papa di un matrimonio tra un battezzato e un non battezzato), come pure le varie cause per dichiarare nullo un matrimonio tra credenti, indicano come la pratica dell’indissolubilità del matrimonio non è un capestro. Anche se non si deve mettere in discussione ciò che era “da principio”, si deve tener presente che il principio di tutto è l’eterna misericordia di Dio per chi è fragile e peccatore. L’indissolubilità del matrimonio è incomprensibile come legge - l’hanno capito anche i discepoli (cf. v. 10). È invece quel dono di un amore fedele che perdona, il quale costituisce l’essenza stessa del vangelo. Nella nostra società complessa con tendenza “diabolica” (= che divide) e che rischia la “perdita di umanità”, è da chiedersi e ricercare con cura come vivere un matrimonio evangelicamente significativo e come ci si debba comportare nei numerosi casi di naufragio. È chiaro che chi ha sbagliato, e riconosce con umiltà il suo errore, non può essere escluso dalla comunità. È piuttosto questa che deve crescere per accogliere chiunque soffre. v. 10: se è questa la situazione con la donna, non conviene sposarsi. I discepoli hanno capito che Gesù non ammette il divorzio. Non hanno però capito la proposta positiva che fa del matrimonio. v. 11: non tutti capiscono questa parola. Capire (in greco: choréo) significa “fare spazio”. Non tutti hanno lo spazio, la libertà interiore necessaria per capire che può non valere la pena sposarsi. Ma non per il motivo inteso dai discepoli, bensì per uno più profondo e bello. È quello per cui Paolo vorrebbe che tutti fossero celibi come lui (1Cor 7,7ss): per occuparsi con cuore indiviso di piacere al Signore ed essere uniti a lui senza distrazioni (1Cor 7,32-35). In

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questo “breve tempo” siamo chiamati a testimoniare l’amore per lo sposo che viene: “Maranà tha: vieni, o Signore” (1Cor 16,22). Lo stesso amore che uno testimonia mediante la fedeltà e l’appartenenza a un partner, si può vivere e testimoniare in modo diretto e assoluto nel celibato. Comunque, celibi o sposati, siamo chiamati tutti ad amare il Signore. ma coloro ai quali è dato. Il celibato per il regno non è una legge, ma un dono - un carisma personale a servizio della comunità. È una scelta che può fare liberamente solo chi è stato liberamente scelto dal Signore: è una risposta a una proposta d’amore, e non deve essere imposto a nessuno, né direttamente né indirettamente. v.12: ci sono eunuchi ecc. Origene, dopo aver applicato alla lettera questo versetto, capì meglio il valore dell’interpretazione allegorica! C’è chi non può sposarsi perché sessualmente incapace dalla nascita. C’è chi non potrà sposarsi perché condizionamenti profondi o circostanze avverse glielo impediscono (oggi capita sempre più spesso). C’è chi non si sposa per libera scelta d’amore. Questo “eunuco per il regno” mostra ad ogni eunuco che può vivere la sua situazione di povertà come rivelazione di grazia, di scelta per il Signore. Allo stesso modo mostra ad ogni sposato che è chiamato a scegliere anche lui il Signore. Matrimonio e celibato testimoniano lo stesso amore, ma per due vie diverse: con o senza la mediazione di un partner, secondo il diverso dono di Dio. Infatti la vera altra parte dell’uomo è sempre e comunque l’Altro. chi può capire, capisca. Lo “spazio” per comprendere il celibato non c’è in tutti: è la padronanza di sé e delle proprie passioni, di chi è arbitro della propria volontà (1Cor 7,37). Ognuno ha un dono diverso dall’altro.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando Gesù che va dalla Galilea a Gerusalemme. c. chiedo ciò che voglio: capire il senso della fedeltà nel matrimonio e il dono del celibato, se mi è dato. d. traendone frutto medito sul testo.
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Da notare: • • • • • • • • è lecito a un uomo ripudiare la propria donna? colui che creò, da principio maschio e femmina li fece i due saranno una carne sola ciò che Dio congiunse, uomo non separi la durezza di cuore non vale la pena di sposarsi eunuchi per nascita, eunuchi per crescita (mancata), eunuchi per il regno chi può, capisca.

4. Testi utili Sal 45; Gen 1,27; 2,18-25; Os 1-2; Cantico dei Cantici; Ez 16; Is 62; Ef 5,25-33; 1Cor 7; Ap 21-22.

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79. DI QUESTI È IL REGNO DEI CIELI 19,13-15

19,13

Allora furono portati a lui dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse. Ma i discepoli li minacciarono.

14

Ora Gesù disse: Lasciate i bambini e non impedite loro di venire a me; perché di questi è il regno dei cieli.

15

E, imposte loro le mani, andò via di là.

1. Messaggio nel contesto “Di questi è il regno dei cieli”, dice Gesù dei bambini che vengono da lui. Tutto il c.18, che parla della comunità, si svolge nella casa dove lui sta con i suoi discepoli. Al centro ha posto lui stesso un bambino con il quale si identifica (18,1-5). Questo brano è un richiamo dell’episodio; ne è una ripetizione, fatta a poca distanza. Si è tentati di sorvolarla con un “già visto”, “niente di nuovo”. La ripetizione invece è una sottolineatura, un sostare voluto sull’argomento, di particolare significato. Quanto è già detto deve penetrare, trapassare il cuore ed essere ribadito, perché non ne esca mai più. Qui si ribadisce che il regno dei cieli è dei bambini: invece di impedirne l’accesso a Gesù, bisogna diventare come loro per accedere a lui. Dopo aver parlato di matrimonio, si parla di bambini. Non solo perché dal matrimonio nascono i figli, ma anche perché il riconoscersi figli rende possibile diventare madre/padre. Infatti chi non accetta di essere figlio, non ha la propria identità, ed è incapace di relazioni. In questo brano si dice del rapporto che l’uomo ha con il “primo Altro”, con Dio, e quindi con se stesso come suo figlio – presupposto di un corretto rapporto con gli altri e con le cose.
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Il breve racconto ha fatto da supporto teologico alla pratica del battesimo dei bambini. Non è chiaro se già in Matteo fosse questo il senso del testo. Certamente è una suggestione sul significato profondo del battesimo che ci fa figli, e rende possibile la comunità di fratelli. Questa scena ripropone la centralità del bambino all’interno della vita nuova del credente. Colui che nella tradizione giudaica ed ellenistica era considerato una semplice appendice della donna – a sua volta possesso del maschio – sta al centro della fede cristiana. È il Signore stesso. La sapienza del Figlio - il mistero che Dio è Padre!- è nascosta ai sapienti e agli intelligenti, ma è rivelata agli infanti. A questi il Figlio fa fiorire sulle labbra la Parola, il grido che esprime il Padre e genera il Figlio nell’unico amore: “Abbà” (cf. 11,25-27). Nel bambino si manifesta l’essenza dell’uomo: egli esiste in quanto accolto e amato, e diventa adulto quando accetta di essere accolto e amato nella sua piccolezza. Solo allora sa accogliere ed amare i piccoli: è figlio e si fa fratello! Il brano, parallelo a Mc 10,13-16, è incorniciato dal gesto importante dell’“imporre le mani” da parte di Gesù sui piccoli. Gesù è il più piccolo tra tutti: è il Figlio che acconsente al dono del Padre ed è dono ai fratelli. Egli è il “sì”, l’Amen di Dio rivolto agli uomini (2Cor 1,20). La Chiesa è fatta dai suoi fratelli che, come lui, sono dei piccoli che amano e accolgono come sono amati e accolti.

2. Lettura del testo v. 13: Allora furono portati a lui. Non si dice da chi. Ovviamente non dai discepoli, ma dalle madri. O forse addirittura dal Padre (passivo divino?), che desidera che i suoi figli siano con il Figlio? dei bambini. Non si tratta di ragazzi ( paîs) ma di piccoli ( paidíon), sotto i sette anni. Non fanno parte della comunità, perché ancora non sono in grado di conoscere e osservare la Parola. Non avrebbero la facoltà di intendere e di volere, si dice. Sarebbero una “tabula rasa”, sulla quale si scriverà a tempo opportuno ciò che si deve. Il bambino nell’antichità non era al centro dell’attenzione come lo è per noi. Che contava era il maschio adulto, al cui servizio era la donna; il bambino ne avrebbe continuato il nome.

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perché imponesse loro le mani. Si imponevano le mani sulla testa della vittima sacrificale (Lv 1,4); Mosè le impose su Giosuè per trasmettergli il suo spirito di saggezza e la sua autorità (Dt 34,9); Israele pose le mani su Efraim e Manasse per benedirli (Gen 48,14-19). La mano indica il potere: è simbolo regale, di colui che può! Imporre le mani è segno di trasmissione di ciò che si è: induce continuità e identificazione tra sé e l’altro. Gesù trasmette ai bambini la sua benedizione di Figlio, il suo Spirito. Forse è un’allusione al battesimo. Certamente indica il diritto che i bambini hanno di partecipare all’assemblea dei figli di Dio, alla quale tutti apparteniamo per grazia e non per merito. Il battesimo dei bambini sottolinea l’aspetto di dono, quello degli adulti a sua volta ne evidenzia la responsabilità che ne consegue. La “confermazione” ha per noi questo senso: l’adulto conferma, coscientemente e liberamente, il suo impegno a vivere il pegno che nel battesimo ha ricevuto. Il diventare adulti non è altro che riconoscere la “grazia” del nostro essere piccoli: siamo figli che vivono dell’amore gratuito del Padre. La “piccola via”, l’infanzia spirituale di S. Teresa di Gesù Bambino, dottoressa della Chiesa, è una intuizione potentemente evangelica in un’epoca di positivismo razionalistico. e pregasse. Che preghiera avrà fatto con loro e per loro se non la sua stessa di Figlio, che dice sì al Padre e ai fratelli (cf. 11,25ss)? i discepoli li minacciarono. Minacciare o sgridare è la stessa parola usata negli esorcismi per indicare ciò che Gesù fa con i demoni. Esce anche nello scontro con Pietro (16,22; cf. Mc 8,32.33). Secondo i discepoli i bambini non possono aver parte con loro, perché non solo disturbano, ma anche non possono né capire né osservare la Parola. Solamente a tredici anni, dopo un apprendistato riservato a loro, possono diventare “ bar-mizwà”, figli del precetto. v. 14: Gesù disse. Marco 10,14 sottolinea che Gesù “si adirò”. L’atteggiamento dei discepoli suscita in lui uno sdegno analogo a quello che provò davanti alla durezza di cuore di chi lo vuol uccidere (Mc 3,5s). Ciò che facciamo a uno di questi piccoli, in realtà lo facciamo a lui (25,40.45). Se i piccoli disturbano, sappiano i discepoli che a lui dà fastidio il loro atteggiamento, non quello dei bambini.

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lasciate i bambini e non impedite loro. I bambini non vanno impediti. Queste parole di Gesù sono da intendere contro chi vuol “impedire” loro il battesimo (cf. At 8, 36; 10,47; 11,17)? venire a me. “Venite a me” (11,28), dice Gesù a tutti, invitandoli al banchetto della sapienza del Figlio, riservato ai piccoli (11,25-27). Non solo non dobbiamo impedire ai piccoli l’accesso al Signore, ma dobbiamo diventare e fare come loro. Solo così accogliamo il suo giogo leggero e soave, siamo liberi dalle fatiche e dall’oppressione della legge, giungiamo all’eredità piena dei figli (11,28-30). di questi è il regno dei cieli. In 11,25-27 Gesù dice che la sapienza del Figlio – la conoscenza del Padre – è rivelata agli infanti. In 18,3 dice di convertirsi e diventare come bambini per entrare nel regno. Ora dice che il regno è dei bambini. A differenza degli adulti, che sono anche sposi, padri e madri, e fanno tante cose, i bambini sono solo figli, e tutto ricevono. Il regno è loro, proprio perché il regno del Padre sono i figli, i suoi piccoli. Il bambino vive in quanto riconosciuto, accolto ed amato. Non è vero che il bambino non può aver fede. Al contrario: vive di fiducia assoluta nell’amore di chi lo accoglie. Se resta deluso in questa, non può vivere, se non male. Ognuno di noi respira nella misura in cui la sua fiducia è corrisposta da un sorriso materno, che non delude. L’uomo è bisogno assoluto di fiducia, perché cosciente di essere “relativo”. E uno non può essere relativo al nulla, ma a Dio, suo partner: diversamente è dal nulla, per il nulla, ed è nulla! La coscienza di essere relativi è il nostro marchio divino: il desiderio di assoluto. Si dice che il bambino non usa la ragione e quindi non può credere in Dio (la fede è assenso razionale!). Al contrario: ha sempre ragione, e vive di pura fede. L’uomo diventa adulto quando accoglie il bambino che è anche in lui, che è lui – che è il Figlio stesso. Allora conosce se stesso come è conosciuto (1Cor 13,12). Il figlio esiste in quanto termine di dono gratuito; solo così è se stesso, libero e capace di volersi bene e di voler bene. Chi è di nessuno, non amato né accettato, si sente in colpa di vivere; schiavo della mancata accettazione, è in lotta perenne con sé e con tutti. La dignità dell’uomo è quella di Gesù, il Figlio, che dice di ognuno di noi al Padre: “Li hai amati come hai amato me” (Gv 17,23).

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Il bambino vive spontaneamente ciò che l’adulto dovrà realizzare liberamente. Il nostro rapporto con l’altro e con il mondo dipende dal nostro rapporto con l’Altro e con noi stessi. Se l’Altro è Madre/Padre, noi abbiamo la nostra identità di figli. Se non accettiamo questa, rifiutiamo noi stessi, e avremo un rapporto di rapina con madre e padre, con il partner e col mondo intero. Da amore, dono e comunione, tutto diventa egoismo, possesso e morte. v. 15: imposte loro le mani. I bambini hanno lo stesso potere di Gesù (cf. 18,59), che in loro si rispecchia nella propria realtà di Figlio. andò via di là. Gesù sta andando dalla Galilea a Gerusalemme (19,1), dove compirà la sua missione di Figlio, facendosi ultimo e servo di tutti. 3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando Gesù in cammino verso Gerusalemme. c. chiedo ciò che voglio: avere lo “Spirito del Figlio”, diventare bambino. d. traendone frutto, contemplo la scena. Da notare:
• furono portati a lui dei bambini

• • • • •

impose loro le mani i discepoli li minacciarono lasciate i bambini non impedite loro di venire a me di questi è il regno dei cieli.

4. Testi utili Sal 8; 131; Mc 10,13-16; Mt 6, 25-34; 11,25-30; 18,1-7; Gv 3,1-17; Gal 4,1-7; Rm 8,14-17; 1 Pt 2,1-3. 80. VA’, VENDI CIÒ CHE HAI E DA’ AI POVERI
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E AVRAI UN TESORO NEI CIELI, E VIENI, SEGUI ME 19,16-30

19,16 Ed ecco uno che, avvicinatosi, gli disse: Maestro, che farò di buono per avere la vita eterna? 17 Ora disse a lui: Perché mi chiedi circa ciò che è buono? Uno solo è buono! Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti! 18 Gli dice: Quali? Ora Gesù disse: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, 19 20 onora il padre e la madre e ama il tuo prossimo come te stesso. Gli dice il giovane: Tutto queste cose le ho custodite. Cosa ancora mi manca? 21 Gli disse Gesù: Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai e da’ ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; e vieni, segui me! 22 Ora il giovane, udita la parola, se ne andò triste; aveva infatti molti beni.
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23

Ora Gesù disse ai suoi discepoli: Amen vi dico, che un ricco difficilmente entrerà nel regno dei cieli.

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Di nuovo vi dico, è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio.

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Ora, udito, i discepoli furono molto scossi, dicendo: Chi dunque può salvarsi? 26 Ora, guardando dentro, Gesù disse loro: Presso gli uomini questo è impossibile, ma presso Dio tutto è possibile! 27 Allora, rispondendo, Pietro gli disse: Ecco, noi lasciammo ogni cosa e ti seguimmo; che sarà dunque di noi? 28 Ora Gesù disse loro: Amen, vi dico, voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sederà sul trono della sua gloria, sederete anche voi su dodici troni per giudicare le dodici tribù d’Israele.

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E chiunque avrà lasciato case, fratelli e sorelle e padre e madre e figli e campi a causa del mio nome, riceverà il centuplo ed erediterà la vita eterna. Ora molti primi saranno ultimi,

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e ultimi, primi.

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1. Messaggio nel contesto “Va’, vendi ciò che hai e da’ ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; e vieni, segui me!”. È la proposta di Gesù a chi gli chiede “che fare per avere la vita eterna”. È una proposta oltre la giustizia; realizza quella “giustizia eccessiva” che introduce nel regno (5,20). È rivolta a ogni uomo, chiamato ad essere discepolo di Gesù, Figlio perfetto come il Padre (5,48). Per un figlio i beni sono dono del padre da condividere con i fratelli. Chi li accumula rende se stesso schiavo dell’egoismo e i fratelli schiavi della miseria. Libero è colui che è capace di usarli a servizio degli altri. L’attaccamento ai beni è il grande inganno, la seduzione che soffoca la Parola (13,22). La brama di ricchezze è principio di tutti i mali (cf. 1Tm 6,10), vera idolatria (Ef 5,5; Col 3,5), che esclude dal regno, che è per i “poveri in spirito” (5,3). Gesù ci offre di vivere come “da principio” non solo il rapporto con l’altro e con noi stessi, ma anche con i beni del mondo. Questi non sono il fine a cui sacrificare la vita propria e altrui, ma il mezzo da usare “tanto-quanto” serve per vivere da figli e da fratelli, con piena libertà, senza lasciarci condizionare. Ciò che teniamo in proprio, ci divide dagli altri; ciò che doniamo, ci unisce. I beni materiali sono quindi benedizione e vita se liberamente condivisi, maledizione e morte se compulsivamente accumulati. Gesù ci dona di essere uomini liberi, che sanno servirsi di tutte le cose invece di servirle ed esserne asserviti come schiavi. Siamo figli, signori e non servi del creato, proprio in quanto con esso serviamo i fratelli. “Da principio” tutto è dono. Possedere e accumulare è distruggere la radice stessa della creazione: la violenza per appropriarsi delle cose distrugge, non solo la fraternità, ma anche i beni stessi di cui viviamo. La cacciata dall’Eden, come l’esilio dalla terra promessa, è conseguenza amara del voler “rapire” ciò che è donato. Il senso dell’anno santo in Israele è ristabilire la condivisione dei beni (Lv 25, 8-17), che inevitabilmente tendono ad accumularsi nelle mani di pochi a svantaggio di tutti. Questa è la condizione “per abitare la terra” (Lv 25,18s). Diversamente la terra è inabitabile: diventa un deserto dove regna l’ingiustizia e la violenza dei potenti.
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Nudi siamo usciti dal ventre materno; nudi torneremo alla terra (cf. Gb 1,20s). Ogni uomo, almeno alla fine, compirà il precetto del Signore di lasciare tutto e tornare bambino. Ciascuno porterà con sé il suo tesoro vero: non saranno le ricchezze possedute e accumulate, ma quelle vendute e condivise. Di queste nulla andrà perduto; tutto il resto sarà bruciato come paglia al fuoco (cf. 1Cor 3, 12-15). Quanto Gesù dice al giovane ricco (v. 21) non è “un consiglio evangelico” per qualcuno che vuol essere più bravo: è la perfezione che il vangelo di libertà offre a tutti. Uomo perfetto, maturo e completo, è colui che concretamente vive tutto come dono ricevuto e donato. Così diventa figlio, e realizza il comando di amare gli altri con lo stesso amore con il quale Gesù lo ha amato (cf. Gv 13,34). L’interpretazione di queste parole di Gesù ha una lunga e varia storia. L’evangelista Luca le prende alla lettera: Gesù realizza “oggi” l’anno santo (vedi il suo discorso programmatico in Lc 4,18-21). La Chiesa, dopo di lui, porta avanti la sua salvezza di Figlio, vivendo concretamente la fraternità (At 2,4248; 4,32-35; cf. Lc 3,11; 5,11.28; 6,30; 7,5; 11,41; 12,33s; 14,13.33; 16,9; 18,22; 19,8). Ma è un gesto di libertà, al quale nessuno è costretto (cf. At 5,4!). Origene dice ai ricchi di far parte dei beni materiali coi poveri per aver parte ai loro beni spirituali. S. Giovanni Crisostomo avvisa che la povertà interiore è necessaria, ma non sufficiente: occorre aiutare i poveri con le proprie ricchezze. S. Basilio richiama anche i padri di famiglia a disfarsi della ricchezza - intesa come il superfluo - per non andare contro il comando dell’amore, che esige una certa uguaglianza tra gli uomini. La sollecitudine per i figli non deve essere un pretesto per trascurare l’ordine del Signore! I credenti hanno cercato di comprendere, interpretare e vivere secondo le diverse circostanze queste parole di Gesù con maggiore o minore difficoltà sempre comunque rigettando, almeno a parole, l’amore per la ricchezza e il possesso che danneggia i fratelli. Il “consiglio evangelico” - che diventa poi il voto di povertà dei religiosi - è valido solo nella misura in cui è inteso come segno profetico di ciò che tutti sono chiamati a vivere. I voti di povertà, castità e obbedienza sono una testimonianza radicale e visibile di quella libertà evangelica nei confronti delle cose, delle persone e di noi stessi, che tutti dobbiamo avere per amare Dio e servire i fratelli. La testimonianza radicale è però riservata a qualcuno come
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dono particolare. Ma non tutti capiscono questa parola: chi può capire, capisca (vv. 11s). Dio fa un dono diverso a ciascuno: “Ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro” (1Cor 7,7). Ma ogni dono è per il bene comune (1Cor 12,7), manifestazione dell’amore, che è per tutti e mai tramonterà. Non tutti faremo come Madre Teresa di Calcutta; ma nessuno di noi può trascurare di vivere, come può, quell’amore per gli ultimi che essa ha così mirabilmente testimoniato. Per tutti la via della vita passa attraverso la povertà, l’umiltà e il servizio. Possesso e ricchezza, orgoglio e dominio sono le armi con le quali il nemico ci tiene in schiavitù. Il povero a sua volta stia attento a non avere il cuore del ricco. Oggi i mass-media propongono anche a lui un modello che gli aliena la sua vera ricchezza: quella povertà che apre al regno! Ciò che vale dei beni materiali, vale di ogni altro bene, intellettuale, morale e spirituale: è un dono da ricevere come figli e da donare ai fratelli, per il servizio comune. Il brano si articola in tre parti: la necessità di essere liberi dai beni per realizzarsi (vv. 16-22); la ricchezza, reale o desiderata, non è aiuto, ma impedimento ad entrare nel regno ( vv. 23-26); al discepolo è donato al presente questa libertà che gli dischiude il futuro ( vv. 27-29). Per questo molti dei primi saranno ultimi e viceversa ( v. 30). Gesù è il povero, ultimo e servo di tutti, perché è il Figlio (Fil 2,6-11). La Chiesa segue lui, diventando sale della terra e luce del mondo (5,13ss): conosce la grazia di colui che da ricco si fece povero per arricchirla con la sua povertà (2Cor 8,9).

2.

Lettura del testo v. 16: Maestro, che farò di buono per avere la vita eterna? Ogni uomo si

chiede: "che fare” per ottenere la felicità che desidera? Si interroga da dove partono e dove portano le sue azioni, per indirizzarle liberamente all’obiettivo che coscientemente si propone come sua realizzazione. Non programmato dall’istinto, sa per esperienza che può fallire: la sua mente debole è facilmente ingannata, il suo cuore pavido è subito piegato alla schiavitù.
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v. 17: perché mi chiedi circa ciò che è buono ? Uno solo è buono! Gesù lo mette sulla strada: il suo Dio è Dio, l’unico buono, o mammona (6,24)? Dio è buono perché è amore umile e servizievole, che dà la vita. Mammona è l’idolo dell’egoismo, arrogante e schiavizzante, che dà la morte. se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti. La vita nostra è la stessa di Dio: amare! E l’amore, più che nelle parole, sta nel condividere ciò che si ha e ciò che si è. L’amore del Padre si vive nell’amore dei fratelli, compimento della legge (cf. 22,37-40; 7,12; Rm 13,8-10). v. 18s: non uccidere, non commettere adulterio, ecc. Gesù enumera i doveri verso il prossimo, dei quali però ha già detto che sono da vivere in modo nuovo, con il cuore del Figlio (cf. 5,21-48). Non parla dell’amore del Signore, perché ormai si realizza in pienezza nel seguire Gesù (v. 21). v. 20: tutte queste cose le ho custodite. Questo giovane è “irreprensibile” nell’osservanza della legge, come Paolo (Fil 3,6). cosa ancora mi manca? Per essere perfetto come il Padre, bisogna essere fratello e seguire il Figlio. Per questo gli manca la sublimità della conoscenza dell’amore del Figlio per lui (Fil 3,8). Non ha ancora il cuore nuovo, libero di amare come è amato: gli manca il passaggio dalla legge al vangelo. v. 21: se vuoi essere perfetto. “Perfetto” significa “compiuto”. Ciò che non è compiuto non è ancora realizzato. Un’azione incompiuta, è “fallita”. La perfezione di cui parla Matteo non è quindi un consiglio, ma il passo necessario per essere davvero figli (cf. 5,48). va’, vendi ciò che hai e da’ ai poveri I beni, fino a quando non sono condivisi coi fratelli, sono la nostra lontananza dal Padre e dal Figlio. Bisogna allontanare da sé ciò che allontana dal Dio della vita. avrai un tesoro nei cieli. Solo così uno ha il suo cuore dove è il suo tesoro. e vieni, segui me! Chi si fa fratello, viene verso il Figlio e segue il suo cammino. Dare ai fratelli e seguire il Signore è il pieno compimento del comando dell’amore di Dio e del prossimo. v. 22: il giovane se ne andò triste; aveva infatti molti beni. Per lui il suo bene sono ancora i suoi beni. Non li ha come benedizione: ne è maledettamente “avuto”. Non è ancora libero: è schiavo di mammona.

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Il vangelo apocrifo degli Ebrei dice che il giovane comincia a grattarsi la testa, perché la proposta lo preoccupa. E Gesù gli dice: “Come puoi dire di osservare la legge e i profeti, se nella legge è scritto di amare il prossimo come te stesso, ed ecco, molti tuoi fratelli sono vestiti di sterco e morti di fame, mentre la tua casa è piena di molti beni, e non ne esce nulla per loro?” v. 23: un ricco difficilmente entrerà nel regno dei cieli. Il regno è dei poveri in spirito (5,3). Per questo i ricchi difficilmente vi entrano: devono prima diventare poveri! v. 24: è più facile che un cammello entri, ecc. Ciò che è appena stato dichiarato difficile, ora è detto impossibile. Può forse un cammello passare per la cruna di un ago? v. 25: i discepoli furono molto scossi. Ritengono che le ricchezze siano un aiuto, non un impedimento. Sono ancora vittime dell’inganno della ricchezza (13,22): non sanno che il cuore, schiavo dell’egoismo, volge in male ogni bene. All’improvviso sono colpiti al vedere come sia impossibile la libertà che fa entrare nel regno. chi dunque può salvarsi? Se la condizione per la felicità è questa libertà, chi la conseguirà? v. 26: guardando dentro. Gesù entra con il suo sguardo nel cuore dei discepoli. È quell’occhio che li ha visti e sedotti fin dal principio (4,18). presso gli uomini questo è impossibile . Gesù conferma che è vero quanto hanno capito. Nessuno è libero, nessuno può salvarsi! ma presso Dio tutto è possibile. La liberazione della libertà dell’uomo è azione divina per eccellenza. È data a chi incontra lo sguardo del Signore Gesù, che gli risveglia nel cuore la sua verità che era fin dal principio - e che dall’inizio finì sepolta da menzogne e paure. v. 27: allora, rispondendo, Pietro disse. Pietro scopre con sorpresa che ciò che è impossibile agli uomini, già è stato donato da Gesù ai suoi discepoli. noi lasciammo ogni cosa e ti seguimmo (4,18-22). Come Paolo, i discepoli hanno visto in Gesù il loro Signore (Fil 3,8) il sommo bene, il tesoro nascosto della loro vita, la perla preziosa di cui andavano in ricerca (13,44ss). che sarà a noi? Pietro è meravigliato per il dono ottenuto, e si chiede cosa mai sarà la felicità che ne consegue.

544

v.

28:

voi

che

mi

avete

seguito,

ecc.

Nella

nuova

creazione

(“palingenesi”), nel giorno senza tramonto che già ora è cominciato, i discepoli parteciperanno alla regalità, alla gloria, alla ricchezza del Figlio. I poveri regneranno per sempre con lui. v. 29: chiunque avrà lasciato, ecc. Chi, per amore di Gesù (“nel mio nome”) ha lasciato tutto, non perde nulla: ottiene tutto, ed eredita la felicità senza fine. La pienezza del dono si manifesterà dopo; ma già ora il regno è suo (5,3). Per questo il suo futuro sarà diverso (cf. 5,4-12). Il presente rimane il luogo per decidere il passaggio dall’egoismo all’amore: è lo spazio della liberazione della nostra libertà. v. 30: molti primi saranno ultimi, e ultimi, primi. I nostri modi di pensare e di agire sono capovolti. Il nostro giudizio è “perverso”: manca di verità. Primo non è il ricco, ma il povero, del quale è il regno (5,3).

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando Gesù che va verso Gerusalemme. c. chiedo ciò che voglio: la libertà dall’inganno della ricchezza. d. traendone frutto, contemplo la scena, immedesimandomi con il giovane ricco e poi con Pietro. Da notare: • • • • • • • • che farò per ereditare la vita eterna? uno solo è buono osserva i comandamenti tutto questo ho custodito, cosa ancora mi manca? va’, vendi ciò che hai e da’ ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli e vieni, segui me se ne andò triste perché aveva molti beni un ricco difficilmente entrerà nel regno dei cieli

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• • • • • •

è più facile per un cammello entrare per la cruna di un ago chi può salvarsi? presso gli uomini questo è impossibile; ma presso Dio tutto è possibile lasciammo ogni cosa e ti seguimmo che sarà dunque di noi? i primi saranno gli ultimi, gli ultimi i primi.

4.

Testi utili

Sal 49; Lv 25,8-17; Lc 12,13-21; 16,1-13; 19,1-10; At 2,42-48; 4,32-37; Fil 3,1ss; Gc 5,1-11.

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81. IL TUO OCCHIO È CATTIVO PERCHÉ IO SONO BUONO? 20,1-16

20,1 Infatti il regno dei cieli è simile a un uomo, un padrone di casa, che uscì all’alba per assoldare operai per la propria vigna. 2 3 4 Accordatosi con gli operai per un denaro al giorno, li mandò alla sua vigna. E, uscito all’ora terza, vide altri che stavano sulla piazza inoperosi. E disse a costoro: Andate anche voi alla vigna, e vi darò ciò che sarà giusto. 5 Essi andarono. Di nuovo, uscito alla sesta e alla nona ora, fece altrettanto. 6 Uscito circa l’ora undicesima, trovò altri che stavano lì, e dice loro: 7 Gli dicono: Perché nessuno ci ha assoldati. Dice loro: Andate anche voi nella vigna! 8 Ora, venuta la sera, dice il signore della vigna al suo procuratore: Chiama gli operai e da’ loro la paga, cominciando dagli ultimi, fino ai primi. 9 10 E, venuti quelli dell’undicesima ora, ricevettero un danaro ciascuno. E, venuti i primi,
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pensarono che avrebbero ricevuto di più, e ricevettero un denaro ciascuno anche loro. 11 12 Ora, ricevendolo, brontolavano contro il padrone di casa dicendo: Questi ultimi fecero un’ora sola, e li facesti pari a noi che abbiamo portato il peso della giornata e la calura! 13 Ora egli, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, non ti faccio ingiustizia: non hai forse concordato con me per un danaro? 14 Prendi il tuo e vattene! Ora voglio dare a questo ultimo come anche a te. 15 Non mi è lecito fare ciò che voglio delle mie cose? O il tuo occhio è cattivo perché io sono buono? 16 Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi.

1.

Messaggio nel contesto “Il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?”, chiede a quelli che

vorrebbero essere primi, colui che presta attenzione agli ultimi. I primi sono ultimi e gli ultimi primi anche nei beni spirituali. Chi lascia tutto per lavorare nella vigna, come Pietro e compagni, riceve una grande ricompensa, come appena detto (19,27-29). Questa parabola ci mostra che essa è un dono di grazia accordato a tutti, cominciando dagli ultimi arrivati. Il Signore, il solo buono (19,17), fa alla perfezione ciò che dice al giovane ricco: dà tutto ciò che è suo ai poveri (v. 21). La vigna è il popolo, chiamato a portare i frutti del regno, che sono l’amore di Dio e del prossimo. Il Signore esce di continuo, a tutte le ore, per chiamarci e richiamarci. Tutta la nostra giornata - la storia di ogni singolo e di tutti - non è che una chiamata costante a fare frutto.
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Questa parabola distrugge alla radice la logica del possesso e della pretesa: nessuno può vantare titoli di credito per ciò che è puro dono di grazia. I primi chiamati, sia in Israele che nella Chiesa, sono come Giona: si incupiscono nel vedere che Dio è “misericordioso, clemente, longanime e di grande amore” (Gn 4,2). Sono attaccati ai loro beni spirituali, come il giovane ricco a quelli materiali. Sono simili a Paolo, che si gloriava della sua irreprensibilità nella giustizia della legge (Fil 3,3-6); sono come il fratello maggiore, che si adira nel vedere che il Padre è buono con il fratello minore (Lc 15,28). Questa parabola è un vangelo “in nuce”, simile a Luca 15,1ss. È in contrasto con l’etica del capitalismo, materiale o spirituale che sia. Non è contro la legge o la giustizia - agli operai della prima ora è dato quanto è giusto -; accentua però la grazia. La legge e la giustizia di Dio è quella dell’amore e della liberalità; la sua retribuzione eccede ogni merito: è un premio, dato per misericordia a tutti. I primi chiamati al lavoro nella vigna rischiano di rifiutare il Signore, perché è magnanimo verso gli ultimi. Per tutti la salvezza è l’amore gratuito del Padre. Non si può rapirlo con astuzia o guadagnarlo con sudore: è grazia. La vita eterna, che il giovane ricco vuole avere (19,16), si può ottenere non facendo qualcosa di più, ma lasciando tutto. Bisogna lasciare, oltre i beni materiali, anche quelli spirituali. Il regno è dei poveri in spirito (5,3), di chi è diventato come un bambino e lo accoglie come dono del Padre ai figli nel Figlio. Il privilegio dei piccoli e degli ultimi è che, non meritandolo, capiscono che è un dono. Gli altri - i ricchi in spirito - lo accoglieranno solo se, a differenza del fratello maggiore, accetteranno il minore; solo se, a differenza di chi ha lavorato dall’alba, saranno contenti che i loro fratelli dell’ultima ora, abbiano il loro stesso stipendio di figli. Questa parabola, insieme a quella dell’amministratore di Lc 16,1ss, è anche più irritante di Lc 15,1ss perché usa un linguaggio economico: è una stoccata al nostro modo mercantilistico di concepire l’amore. Il brano si divide in due parti: ci sono cinque diverse chiamate dall’alba fino a un’ora prima del tramonto ( vv. 1-7): al calar del sole c’è la ricompensa, cominciando dagli ultimi che ricevono lo stesso compenso pattuito con i primi,

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che, ovviamente, si lamentano ( vv. 8-16). Il fulcro è il rimprovero a uno degli operai della prima ora, che non accetta che il Signore tratti come lui quelli dell’ultima ora. Gesù riporta sulla terra ciò che era al “principio”: il modo di agire del Padre, che è benevolo con tutti i suoi figli, anche con chi non lo merita (cf. 5,45). La Chiesa, se cerca salvezza dalle proprie opere, sa che non ha più nulla a che fare con Cristo: è decaduta dalla grazia (Gal 5,4). I cristiani, consci di essere stati salvati per grazia (cf. Ef 2,5), deponendo asprezza, sdegno, ira, clamore, maldicenza e ogni genere di malignità, sono benevoli gli uni con gli altri: si fanno vicendevolmente grazia come Dio li ha graziati in Cristo (Ef 4,31s).

2.

Lettura del testo v. 1: Il regno dei cieli è simile a un uomo, un padrone di casa, che uscì all’alba per assoldare

operai per la propria vigna. La vigna è simbolo del popolo infedele all’alleanza, perché non dà il suo frutto (cf. Is 5,1-7; Ger 2,21; 5,10; 8,13; Ez 19,10-14). Anche nel cap. seguente ci saranno due parabole sulla vigna e sui lavoratori (21, 28-31. 33-41). Destinatari della parabola sono gli operai della prima ora, assoldati all’alba: non devono incattivirsi se il padrone dà agli altri sopra i meriti. Gesù giustifica con queste parole la sua disponibilità con gli ultimi e i peccatori. Il Figlio dell’uomo è venuto a salvare ciò che ha perduto (18,11). La salvezza non è un pane di sudore, ma dono del Padre ai suoi figli (Sal 127,2); ne mangia chi, come lui, è contento che tutti i fratelli, cominciando dagli svantaggiati, siano salvati. Chi, come il giovane ricco, ha da sempre osservato la legge, ha ancora una cosa da fare: sbarazzarsi della propria giustizia per godere della retribuzione di Dio, che è lui stesso, amore gratuito per tutti e per ciascuno. v. 2: accordatosi con gli operai per un danaro, ecc. Solo con i primi c’è un patto, che comunque sarà rispettato. Il Signore rispetta le sue promesse fatte ad Israele, il primogenito, anche se per grazia le estende agli altri. Cos’è che promette Dio all’uomo se non se stesso, “com-promesso” in ogni sua promessa? Un danaro è la paga quotidiana necessaria per vivere. Nel contesto richiama la ricompensa di cui si parla nel brano precedente. Che cosa è necessario per vivere una vita umana, da figlio di Dio (cf. 19,13s) -

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quella vita “perfetta” proposta al giovane ricco (19,21) –, se non amare Dio e il prossimo, compimento della legge e dei profeti (22,40)? v. 3: uscito all’ora terza. Sono le nove del mattino. I primi operai hanno già lavorato tre ore con lena, al fresco del mattino, e cominciano a sentire la fatica. vide altri che stavano sulla piazza inoperosi. Le varie ore della chiamata sono riferite da antichi commentatori alle varie età in cui ogni persona è chiamata o alle varie epoche del genere umano - da Adamo a Noè, da Noè ad Abramo, da Abramo a Mosè, da Mosè a Gesù. L’“ultima ora” è quella presente che comincia con Gesù e terminerà al suo ritorno. Poi ci sarà la fine del giorno e la ricompensa. La giornata, che termina con la sera e la retribuzione, è immagine della vita di ciascuno e della storia umana nel suo insieme. v. 4: andate anche voi alla vigna. In ogni momento della vita personale, come in ogni epoca storica, c’è una chiamata del Signore. Ogni momento è l’“oggi” dell’ascolto di Dio, che ci invita a lavorare la vigna. Questo padrone sta probabilmente vendemmiando, e ha urgenza di raccogliere i frutti perché non si perdano. Il tempo è compiuto (Mc1,15): con Gesù è iniziato il tempo del raccolto. Il Padre ha urgenza di raccogliere tra i suoi figli il frutto dell’amore filiale e fraterno - a qualunque ora - perché è la loro stessa vita. vi darò ciò che sarà giusto. Con i primi fu pattuito un danaro, stabilito come giusta paga quotidiana. Con questi si impegna, dicendo che darà ciò che è giusto, senza pattuire la cifra. E qual è la giustizia di Dio, se non quella “eccessiva” che introduce nel regno (5,20)? v. 5: di nuovo, uscito alla sesta e alla nona ora, fece altrettanto. A mezzogiorno e alle tre del pomeriggio ci sono altre due chiamate di disoccupati, analoghe alla seconda. v. 6: all’undicesima ora. Sono le cinque del pomeriggio: i primi lavorano già da undici ore. Manca un’ora alla sera. perché state qui inoperosi? Con questi c’è un dialogo in forma diretta. Più che un rimprovero, è un incoraggiamento a lavorare, anche se ormai resta poco tempo. Non è mai troppo tardi per convertirsi e portare frutti. Proprio questi avranno la sorpresa di una grazia sovrabbondante. v. 7: nessuno ci ha assoldati. Le circostanze (non si sa quali) hanno loro impedito di lavorare. La colpa non è loro; sembra addirittura del padrone della vigna, che non li ha chiamati prima. Certamente il Padre si sente in colpa verso i suoi figli che rischiano di fallire l’esistenza. andate anche voi nella vigna. Con i primi è pattuito un salario preciso; con gli altri ciò che è giusto; con questi niente. Sono affidati alla pura benevolenza del vignaiolo.

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v. 8: venuta la sera. È la fine della fatica, del giorno dell’uomo e della sua storia. Inizia il riposo e il godimento: la ricompensa. chiama gli operai. Tutti insieme, alla sera, assistiamo all’ultima chiamata per la retribuzione del Signore. da’ loro la paga, cominciando dagli ultimi, fino ai primi. Se avesse cominciato dai primi, questi non avrebbero visto la scena e non avrebbero ricevuto la lezione. Comincia invece dagli ultimi, che sono i primi a ricevere la paga. Cosa riceveranno? v. 9: quelli dell’undicesima ora ricevettero un danaro ciascuno. Ecco la meraviglia. Il Signore è misericordioso: dà agli ultimi quella paga che è necessaria per vivere. Ma di cosa vive l’uomo, se non dell’amore del Padre? E cosa può dare lui di meno di se stesso, se è tutto amore? Ognuno ne riceve secondo la sua capacità. E la capacità di ricevere è proporzionale al bisogno – mani vuote stringono più che mani piene! Chi amerà di più, se non colui al quale è stato perdonato di più (Lc 7,42s)? L’inferno del giusto è vedere che Dio è misericordia con gli ingiusti! La retribuzione è certamente giusta secondo la nostre opere - come è chiaro per gli operai della prima ora. Ma è anche giusta secondo la giustizia eccessiva di Dio. E la ricompensa, giusta per lui e per noi, è farci conoscere lui come Padre di amore e noi come suoi figli amati. Che vantaggio c’è allora per chi ha lavorato fin dal mattino? Chi si chiede questo, fa una grave offesa a Dio. “Duri sono i vostri discorsi contro di me”, dice il Signore: “Che vantaggio abbiamo ricevuto dall’aver osservato i suoi comandamenti, ecc.?” (Ml 3,13s). Il vantaggio dei primi è quello di aver amato il Signore, di essere sempre stati con lui (cf. Lc 15,31; Sal 73,23). Se non capiscono questo, amano ciò che il Signore dà più del Signore stesso. Si sono serviti di lui per raggiungere qualcosa che interessa più di lui. Lo amano non per amore di lui che è l’amore, ma per amore della propria ricompensa. Il privilegio degli ultimi fa capire chi è lui e chi siamo noi: lui è amore per tutti, e noi tutti siamo da lui gratuitamente amati. Le prostitute e i peccatori, che ci precedono nel regno (21,31), mostrano che siamo salvati dall’amore del Padre per noi. Questo non è da comperare o da meritare (= meretricio), ma da accogliere e vivere con gioia. Chi ne fa oggetto di guadagno e di pretesa, lo

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tramuta in ricchezza che allontana dal Signore. Per entrare nella vita gli manca, come al giovane ricco, una sola cosa: lasciare ciò che possiede (19,20s). Altrimenti il suo bene sono i suoi beni, anche spirituali, e non più il Signore. Come il fratello maggiore, non entra nel banchetto, perché vuol stare con i suoi meriti, non con il Padre (Lc 15,28ss). Come Giona, rifiuta il Signore stesso, che riconosce come amore gratuito (Gn 4,1ss). v. 10: i primi pensarono che avrebbero ricevuto di più. Il Signore chiama prima gli ultimi, per sorprendere i primi. Questi ragionano in termini di merito. Se gli ultimi hanno ricevuto per grazia oltre ogni merito, essi vogliono ricevere più di loro, ma per merito e non per grazia. Riducono a merito anche la grazia! Vanno direttamente contro Dio: pretendono di comperare il suo amore. Il nostro stesso lavoro - l’amare Dio e il prossimo - è già dono di grazia: è premio a se stesso, “merito secondo le opere”. ricevettero un danaro anche loro. Il Signore è giusto: dà secondo la promessa. E questo danaro è lui stesso, che dirà: “Entra nella gioia del tuo Signore” (25,21. 23). Lui non può però accettare che il dono sia rapina, la grazia merito, l’amore interesse. v. 11: brontolavano. È il brontolio dei farisei e degli scribi contro Gesù che accoglie i peccatori e mangia con loro (Lc 15,1s), è il rancore di Giona contro il Signore che salva quelli di Ninive (Gn 4,1ss), è l’ira del fratello maggiore contro il Padre che fa festa per il minore (Lc 15,28), è la stizza di Marta contro Gesù che non la privilegia rispetto a Maria (Lc 10,40). Ma né Marta accoglie lo sposo, né il figlio maggiore il Padre, né Giona Dio, né i giusti il Figlio. Il fatto che il Signore sia buono con gli ultimi, fa incattivire contro di lui i primi. v. 12: questi ultimi fecero un’ora sola e li facesti pari a noi, ecc. È il malumore dei giusti contro il Signore che è amore e grazia! Non accettano che Dio sia Dio! Lo vorrebbero a loro immagine e somiglianza, piedistallo del loro orgoglio. v. 13: amico, non ti faccio ingiustizia, ecc. Infatti gli dà ciò che gli spetta. Non gli fa torto se dà lo stesso anche agli altri. Anzi, dovrebbe gioire al vedere quanto lui è buono con i suoi fratelli. v. 14: prendi il tuo e vattene. Se uno vuole come ricompensa non il Signore, ma la propria giustizia, è perduto, fuori dalla grazia. Vuole il salario

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della propria fatica, non il pane della sua grazia. Solo se si libera da questa ricchezza, facendosi fratello degli ultimi, ai quali riconosce la sua stessa dignità di figlio, solo allora può gustare la ricompensa del Figlio. voglio dare a questo ultimo, come a te. Ciò che tu pretendi come diritto, sono io stesso, che per amore mi voglio dare a tutti. v. 15: non mi è lecito fare ciò che voglio delle mie cose? Il Signore vuol far parte dei suoi beni ai poveri - anzi dà loro il suo regno (5,3). Così mostra il suo amore. Chiama il giovane ricco a fare altrettanto. Anche gli apostoli devono considerare la loro ricompensa non come un bottino conquistato dai loro meriti, ma come un dono da condividere senza invidia con tutti, cominciando dagli ultimi. Diversamente rifiutano il Padre e il proprio essere figli suoi. o il tuo occhio è cattivo perché io sono buono? L’occhio è la finestra del cuore, da cui procede il sentire e l’agire. Il nostro cuore è cattivo se non accetta l’amore gratuito di Dio verso tutti, in particolare verso gli ultimi. Ogni dono del Padre non è dato per distinguersi dai fratelli, ma per servirli e farli partecipi di esso. Questa parabola fa uscire dal nostro cuore il “segreto rancore” che il giusto cova contro Dio e gli uomini. v. 16: così gli ultimi saranno i primi. Gli ultimi sono i primi a capire e accettare la “ricompensa” del regno: i poveri accolgono il dono, i bambini accettano di essere figli. i primi ultimi. Anche i primi, diventati ultimi, parteciperanno della sorte di questi che sono i primi. Tutti saremo salvati per grazia!

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando la scena. c. chiedo ciò che voglio: non essere cattivo perché il Signore è buono con tutti. d. traendone frutto, contemplo la scena e le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare:

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• • • • • • • • • • • •

uscì all’alba operai per la vigna il compenso pattuito: un danaro uscì alla terza, alla sesta e alla nona ora il compenso pattuito: ciò che sarà giusto uscì all’undicesima ora perché siete qui inoperosi? nessun compenso pattuito venuta la sera, c’è la paga, cominciando dagli ultimi gli ultimi ricevono lo stesso compenso pattuito con i primi la reazione dei primi il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?

4. Testi utili Sal 103; 145: Is 5,1-7; Gn 4,1ss; Is 55,6-9; Lc 15,1ss; Fil 3,1ss.

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82. SALIAMO A GERUSALEMME 20, 17-28

20,17

E, salendo Gesù a Gerusalemme, prese i dodici discepoli in disparte, e, nel cammino, disse loro:

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Ecco saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi, e lo condanneranno a morte

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e lo consegneranno ai pagani perché sia schernito e flagellato e crocefisso, e al terzo giorno risusciterà.

20 Allora gli si fece innanzi la madre dei figli di Zebedeo con i suoi figli, adorandolo e chiedendo da lui qualcosa. 21 Egli le disse: Che vuoi? Gli dice: Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno. 22 Ora rispondendo Gesù disse: Non sapete che cosa chiedete! Potete bere il calice che io sto per bere? Gli dicono: Possiamo. 23 Dice loro: Il mio calice lo berrete; ma sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo, ma è per coloro per i quali è preparato dal Padre mio. 24 E, ascoltando, i dieci si sdegnarono coi due fratelli. 25 Ora Gesù, chiamandoli innanzi, disse: Sapete che i capi dei pagani
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spadroneggiano su di loro e che i grandi li opprimono. 26 Non così è tra voi; ma chi vuol diventare grande tra voi, sarà vostro servo; 27 28 e chi vorrà essere primo tra voi, sarà vostro schiavo; come il Figlio dell’uomo non venne per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per tutti.

1. Messaggio nel contesto “Ecco noi saliamo a Gerusalemme”, dice Gesù ai discepoli: lì si rivelerà lo splendore del Volto, suo e del Padre. Il brano è un contrappunto tra due glorie: quella del Figlio dell’uomo e quella degli uomini. La prima sta nel consegnarsi, servire e dare la vita; la seconda sta nel possedere, asservire e dare la morte. È una lotta tra l’egoismo e l’amore, dove l’amore vince con la propria sconfitta, e l’egoismo perde con la propria vittoria. L’uomo è desiderio di riconoscimento: è come è visto. Ma, ignorando come Dio lo ama, difetta di quel riconoscimento assoluto di cui è fame assoluta. Per questo cerca costantemente di essere visto dagli uomini, e riduce la propria esistenza a puro apparire, a idolatria (“culto dell’immagine”). La sua realizzazione non è più diventare conforme alla Gloria, di cui è riflesso, ma corrispondere all’immagine che gli altri debbono avere di lui. Gli idoli non danno che morte, rendendo simile a sé chi li fabbrica (Sal 115,8). Invece della Gloria, danno vana-gloria: il vuoto di un’immagine, senza peso né consistenza.

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Il racconto è un dialogo di equivoci tra Gesù e i discepoli che, come tutti, sono ciechi proprio davanti alla “Gloria”. Ciò che la madre dei figli di Zebedeo vuole da Gesù è la vana-gloria, che pure gli altri dieci desiderano. Tutti dovranno capire di essere ciechi e invocare con i ciechi di Gerico che si aprano i loro occhi (v. 33), per vedere la gloria di Dio. Solo così verranno alla luce del Volto, ritrovando la salvezza del proprio volto. Saranno illuminati: nasceranno come uomini liberi, figli del Padre e fratelli degli altri. Siamo al passo decisivo per l’illuminazione: riconoscere la propria cecità è la condizione per invocare la luce. Gesù è venuto per compiere un giudizio, in modo che coloro che non vedono vedano, e chi crede di vedere sappia di essere cieco. Il nostro male non è tanto essere ciechi, quanto credere di vedere (Gv 9,39ss). Il racconto è un dialogo serrato, che si articola in tre parti: la vera gloria del Figlio dell’uomo ( vv. 17-19), la cecità dei discepoli che la scambiano con la gloria degli uomini (vv. 20-24) e il confronto tra le due glorie (vv. 25-28). Questo brano ci prepara al successivo, con il quale fa tutt’uno: l’illuminazione dei ciechi di Gerico sarà la caduta della vana-gloria, il muro che ci impedisce di ricevere la Gloria. È la conversione radicale, che ci introduce nella terra promessa della nostra identità: ci fa uscire dalle tenebre e venire alla luce come figli di Dio, sua immagine e somiglianza. Senza questa conversione non siamo ancora nati come uomini: restiamo nel sonno delirante della morte. La rivelazione del Figlio dell’uomo che sale a Gerusalemme è luce che squarcia violentemente le nostre tenebre. Dopo la prima predizione della passione/risurrezione ci fu la reazione “satanica” di Pietro e la controreazione di Gesù (16,22-23). Dopo la seconda i discepoli reagirono con incomprensione e tristezza (17,22-23; in Mc 9,31-34, addirittura litigando su chi fosse il più grande); dopo questa terza lo scontro si fa generale e dichiarato. Siamo ormai prossimi a Gerusalemme, dove la “Gloria” si rivelerà dall’alto della croce. Gesù è il Figlio dell’uomo che svela a ogni uomo la propria verità: il volto del Figlio uguale al Padre, la cui gloria è amare, servire e dare la vita. La Chiesa di nient’altro si vanta, se non della croce (Gal 6,14): ha capito la “Gloria”, anche se sempre è insidiata dalla vana-gloria.

2. Lettura del testo
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v. 17: E salendo Gesù a Gerusalemme, ecc. Gesù si trova vicino a Gerico (cf. brano seguente), da dove comincia la salita a Gerusalemme. Manca una giornata di cammino per giungere alla città santa, dove presto si rivelerà la gloria di Dio. Ora, in privato, ripete ai suoi discepoli, per la terza volta e in modo più dettagliato, il mistero del Figlio dell’uomo. v. 18: Il Figlio dell’uomo sarà consegnato. Il Figlio dell’uomo non prende né possiede alcuno: è dato e consegnato per tutti. Il suo potere è lo stesso di Dio, che nulla possiede, ma tutto dà, anche se stesso. ai sommi sacerdoti e agli scribi. Precedentemente ha detto che sarà consegnato nelle mani degli uomini (17,22). I sommi sacerdoti e gli scribi, rappresentanti del potere religioso e culturale, sono ciechi davanti alla “Gloria”, che pur dovrebbero conoscere. lo condanneranno a morte. Chi dovrebbe riconoscere il Signore della vita, lo giudica reo di morte! v.19: lo consegneranno ai pagani. La “Gloria” passa di mano in mano: dai capi di Israele ai pagani. È per tutti! perché sia schernito. La sapienza di Dio è derisa come stoltezza dalla nostra stupidità. flagellato. La forza di Dio è percossa come debolezza dalla nostra infermità. crocifisso. La libertà di Dio è inchiodata come infamia dalla nostra schiavitù. e il terzo giorno risusciterà. A ciò che fanno le mani degli uomini segue, in continuità, ciò che fa Dio. Egli, pur coordinandosi alla nostra azione, si riserva l’ultima parola, la sua: ne sovverte il risultato a nostro vantaggio. L’uomo è libero di fare ciò che vuole, anche contro il Figlio dell’uomo; Dio ne assume l’azione, dandole un compimento insospettato: il dono della vita oltre la morte. Anche Dio è libero! v. 20: la madre dei figli di Zebedeo, ecc. La domanda viene dalla madre di Giacomo e Giovanni. In Marco sono i figli stessi che dicono a Gesù: “Noi vogliamo che tu ci faccia quello che noi ti chiederemo” (Mc 10,35). È il tenore normale delle nostre preghiere: vogliamo che Dio faccia ciò che noi gli

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chiediamo, invece di chiedergli di fare ciò che lui vuole. Se ci ascoltasse, poveri noi! Grazie a Dio, lui compie le sue promesse di amore, non i nostri desideri di egoismo. Questa donna adora e chiede. Anche una preghiera devota e ossequiosa nella forma può essere perversa nel contenuto. L’involucro della religiosità può nascondere qualcosa di poco divino e molto umano, addirittura diabolico (cf. 16,23): un tentativo di ridurre Dio a mediatore dei nostri fini egoistici. Questo capita quando non siamo disposti a mettere in questione le nostre idee e le nostre attese, soprattutto religiose. v. 21: che vuoi? Il Signore vuole che esprimiamo i nostri desideri, anche sbagliati, in modo che possiamo confrontarli con i suoi. Molte volte non conosciamo o non osiamo rivelare neppure a noi stessi le intenzioni malvagie che si nascondono anche nelle nostre buone azioni. Il Signore desidera che noi sappiamo ciò che vogliamo, perché alla fine possiamo volere ciò che lui stesso vuol darci, e che solo allora ci può dare. questi miei due figli siedano uno alla tua destra, ecc. È cosa buona desiderare e chiedere di essere vicini al Signore nel suo regno. Ogni desiderio contiene un fondo di bontà. L’uomo non può desiderare che il bene, anche se poi si sbaglia nel valutarlo e nel conseguirlo. Questa donna però ignora, come tutti, qual è il “suo” regno, che si realizzerà sulla croce. Lì sarà intronizzato; ma con altri due suoi fratelli, uno a destra e l’altro a sinistra (27,38). v. 22: non sapete ciò che chiedete . Sia la donna che gli altri ignorano che il suo regno è quello del Figlio perfetto come il Padre, che ama e serve i fratelli, e sa dare loro la vita. potete bere il calice che io sto per bere? È il calice della passione, che Gesù stesso sarà tentato di non bere. Nel momento decisivo chiederà al Padre: “Non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu” (26,39). Gesù è il primo uomo che chiede a Dio di non fare ciò che la sua volontà umana desidera, ma ciò che la volontà del Padre nel suo amore desidera per lui. Per questo restituisce all’uomo il suo volto di figlio. possiamo. I due apostoli desiderano stare con il Signore e regnare nella sua gloria. Gesù esaudirà la parte positiva della loro richiesta.

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v. 23: il mio calice lo berrete. Anche se non sanno ancora che calice sia, lo berranno, ricevendo il suo stesso battesimo (cf. Mc 10,39). È consolante la promessa di Gesù: accetta il loro desiderio di essere con lui e come lui, anche se ignorano cosa significa. Di fatto Giacomo sederà alla sua destra: sarà il primo tra gli apostoli a bere il calice di Gesù, martirizzato nell’anno 42 (At 12,2)! Giovanni, a sua volta, sederà alla sua sinistra: secondo la tradizione, sarà l’ultimo a testimoniare il suo Signore. sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo, ecc. Essere associato alla gloria del Figlio è dono del Padre, preparato fin dalla fondazione del mondo (25,34) per tutti gli uomini, creati appunto nel Figlio per essere figli. Non è che Gesù sia inferiore al Padre. Dice infatti: “Io e il Padre, siamo uno” (Gv 10,30), e ancora: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9). Lui è l’unigenito del Padre (Gv 1,14), il Figlio al quale il Padre dà tutto (11,27). Ma l’essere figlio è e resta sempre dono del Padre. v. 24: i dieci si sdegnarono. Quando si litiga, è perché si desidera la stessa cosa. Anche gli altri dieci apostoli intendono la gloria in modo umano. Sono mossi da rivalità contro i due, perché vogliono la stessa cosa. In Luca litigheranno sul primo posto proprio nell’ultima cena, mentre lui, come Figlio, si mette nelle loro mani, poco raccomandabili, di fratelli (Lc 22,24-27). v. 25: chiamatili innanzi. È l’ultima chiamata del discepolo: conoscere la gloria del suo Signore, così diversa da quella che l’uomo suppone. Amare il mondo è odiare Dio (Gc 4,4) perché “il mondo”, per inganno, pensa di realizzarsi facendo ciò che lo distrugge. “La gloria di Dio è l’uomo vivente”, non quello che si perde dietro il proprio egoismo. “Vedere Dio è la vita dell’uomo”, perché, vedendo lui, riceve la realtà di cui è immagine. sapete che i capi dei pagani. Anche i discepoli conoscono e vogliono la stessa gloria dei capi delle nazioni. In Israele non dovrebbe essere così, anche se fin dall’inizio ha voluto essere come tutti i pagani: avere un re che tiranneggi e schiavizzi (cf. 1Sam 8,1ss; Gdc 9,8-15). i capi spadroneggiano, i grandi opprimono. Il potere dei potenti non è servizio e liberazione, ma dominio e schiavitù. Il loro modello di gloria, che tutti invidiano, è il contrario di quello di Dio,

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v. 26: non così è tra voi. È il monito costante del Signore, rivolto a quanti salgono con lui a Gerusalemme. Il vero potere, che sviluppa le possibilità dell’uomo e lo rende simile a Dio, è l’amore, che serve tutti e non opprime nessuno. È importante che l’autorità nella Chiesa non sia esercitata secondo i criteri, evangelicamente stupidi, della vanagloria. chi vuol diventare grande tra voi, sarà vostro servo. La vera grandezza è quella di Dio, la cui gloria è servire (cf. Gv 13,1ss). Asservire gli altri è proprio dell’uomo fallito. È giusto essere grandi, anzi perfetti, come colui del quale siamo figli (5,48)! Servire, nel NT, esprime la concretezza dell’amore. v. 27: chi vorrà essere primo tra voi, sarà vostro schiavo. Non solo dobbiamo essere grandi, ma anche primi. Il primo è colui che si è fatto ultimo per amore. Servo è uno il cui lavoro appartiene all’altro; schiavo è uno che appartiene lui stesso all’altro. La perfezione dell’amore consiste nell’“essere dell’altro”, come Dio. È il capovolgimento della vana-gloria dell’uomo, che destina tutto al vuoto del nulla. La gloria non è servirsi dell’altro, ma servirlo; non è possederlo, ma appartenere a lui per amore. La libertà è essere nell’amore “schiavi” gli uni degli (Gal 5,13). v. 28: come il Figlio dell’uomo non venne per essere servito, ma per servire. Il Figlio dell’uomo, il Signore stesso, sta in mezzo a noi come colui che serve (Lc 22,27; cf. Gv 13,1-17): è la più bella definizione del Signore. dare la vita. Chi ama dà la vita: fa vivere l’altro, realizzando così pienamente se stesso a immagine di Dio, datore di vita. in riscatto per tutti. Dal dono del Figlio dell’uomo viene il riscatto di ogni figlio d’uomo, che torna ad essere figlio di Dio.

3. Pregare il testo a. entro in preghiera come al solito. b. mi raccolgo immaginando Gesù in cammino verso Gerusalemme. c. chiedo ciò che voglio: comprendere la sua gloria. d. traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, che dicono.

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Da notare: • • • • • • • • • • • saliamo a Gerusalemme cosa capita al Figlio dell’uomo cosa chiede la madre di Giacomo e Giovanni non sapete ciò che chiedete il mio calice lo berrete gli altri si sdegnarono i capi dei pagani spadroneggiano e i grandi opprimono non così tra voi il grande sia servo il primo schiavo il Figlio dell’uomo è venuto per servire e dare la vita.

4. Testi utili Sal 21; 32; Is 55; Gdc 9,8-15; 1Sam 8,10-22; Lc 22,24-27; Gv 13,1-17; Fil 2,511.

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83. COSA VOLETE CHE IO FACCIA PER VOI ? 20,29-34

20,29 30

E, uscendo essi da Gerico, lo seguì molta folla. Ed ecco due ciechi, seduti fuori dal cammino, udendo che Gesù passa, gridarono dicendo: Abbi pietà di noi, (Signore) figlio di Davide!

31

Ora la folla li minacciò perché tacessero. Ma essi ancor più gridarono dicendo: Abbi pietà di noi, Signore, Figlio di Davide!

32

E, fermatosi, Gesù li chiamò e disse: Cosa volete che io faccia per voi?

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Gli dicono: Signore, che si aprano i nostri occhi!

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Commosso, Gesù toccò i loro occhi, e subito guardarono in alto e lo seguirono.

1. Messaggio nel contesto

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“Cosa volete che io faccia per voi?”, chiede Gesù ai due ciechi. Questi, a differenza di Giacomo e Giovanni, sanno di essere ciechi e sanno cosa chiedere: che si aprano i loro occhi. Il vangelo è un’educazione dei desideri, perché arriviamo a chiedere ciò che lui ci vuole dare: vedere lui e seguirlo nel suo cammino. È l’ultimo dei miracoli di Gesù, al quale seguirà il contro-miracolo del fico sterile. Chi non apre gli occhi sulla gloria del Signore, non viene alla luce: non è ancora nato alla propria identità, perché non vede il Volto, di cui è immagine e somiglianza. A lui avverrà come al fico: aprirà gli occhi sulla propria nudità (cf. 21,18ss). Gesù è la luce non solo di Israele, ma anche del mondo: illumina ogni uomo (Gv 8,12; 1,4.9). Alla sua luce vediamo la luce (Sal 36,10); anzi ci accendiamo e diventiamo noi stessi luce (5,14). L’illuminazione, punto di arrivo del vangelo, è vedere nel Figlio dell’uomo che sale a Gerusalemme la gloria del Figlio di Davide che, come la luna, giunge al suo pieno splendore; ma, ancor di più, vedere in lui il Signore stesso, il sole che la illumina. Questo miracolo è il capolavoro di Gesù. La vista e la sequela costituiscono il dono della fede. Qui se ne tracciano le tappe: ascoltare Gesù che passa, gridare il Nome, invocare la luce, vedere il Signore e seguirlo fino a Gerusalemme. La fede coinvolge tutte le facoltà dell’uomo: è orecchio che ascolta, cuore che grida, bocca che invoca, occhio che vede e piede che segue il Signore. Il brano precedente evidenziava la cecità dell’uomo davanti al volto del Figlio dell’uomo, gloria di Dio e vita di ogni uomo. È una cecità invincibile, come le mura di Gerico. Nessuna forza umana è in grado di abbatterle. Anzi, tende a ricostruirle. Infatti, nonostante le parole di Giosuè: “Maledetto chi ricostruirà Gerico” (Gs 6,26), risulta che questa antichissima città fu riedificata sei volte. Solo il grido è capace di far crollare le mura delle tenebre e farci venire alla luce di Dio. Dopo questo miracolo possiamo entrare a Gerusalemme con il figlio di Davide intronizzato sull’asinello e vedere il Volto che si rivela - riconosciuto addirittura dai pagani (27,54). Gesù è la luce del mondo.

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La Chiesa è fatta di persone illuminate dalla sua luce, perché ne ascoltano la parola, vedono la propria cecità, gridano a lui, invocano la sua misericordia, aprono gli occhi sul suo volto e lo seguono nel suo cammino.

2. Lettura del testo v. 29: E, uscendo essi da Gerico . Da Gerico, situata a 400 metri sotto il livello del mare, comincia “la salita” a Gerusalemme. Questa città, posta sulle rive del Giordano, segna il termine dell’esodo: è la porta d’ingresso nella terra promessa. È una città “saldamente sbarrata agli Israeliti; nessuno ne usciva e nessuno vi entrava” (Gs 6,1). Inespugnabile come la nostra cecità davanti al Volto, crollerà solo per intervento divino dopo il grido ripetuto del popolo (Gs 6,5.10.16.20). Il nome “Gerico” in ebraico ricorda la luna che, come l’uomo nasce, cresce, cala e muore per risorgere, riflettendo la luce del sole. La Gerico inespugnabile può raffigurare, oltre la nostra cecità, anche l’umanità di “Gesù che passa” nella nostra condizione umana: l’illuminazione è vedere riflessa in essa la gloria divina che “sta in eterno”. lo seguì molta folla. È tutta una folla di ciechi, che sono ancora all’oscuro sulla propria cecità a differenza dei due. v. 30: due. Nei passi paralleli di Mc e Lc c’è un solo cieco, chiamato Bartimeo. Nei due ciechi la tradizione ha visto Israele e Giuda che attendono il figlio di Davide, oppure i giudei e i pagani che ricevono la luce del Signore; oppure Giacomo e Giovanni, che Gesù vuole illuminare della “sua” gloria; oppure gli apostoli e i discepoli tutti, che sono ancora nelle tenebre della vanagloria. Il primo cieco guarito è Bartimeo; il secondo è il lettore, al quale è raccontata la sua stessa guarigione, se la desidera. Essa infatti avviene proprio mediante il racconto che gli fa riconoscere la sua cecità, ascoltare Gesù, invocarlo, vederlo e seguirlo. D’ora in poi nel vangelo il problema sarà vedere la Gloria. Infatti “Homo vivens gloria Dei ”, perché “Visio Dei vita hominis ” (l’uomo vivente è la gloria di Dio, perché vedere Dio è la vita dell’uomo).

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ciechi. Cieco è chi non ha aperto gli occhi. Tutto è per lui senza luce e senza senso, imprevedibile ostacolo e inciampo. Il non-vedente spesso è un “veggente”, perché, non distratto da ciò che appare, coglie la realtà, che è invisibile agli occhi. Normalmente uno non vede che la proiezione delle proprie paure che si fanno desideri (distruttivi!). La vera cecità è quella di chi non vede la “Gloria”, il Volto, e non è ancora venuto alla luce della propria verità. Solo chi “vede” l’amore infinito di Dio per lui, nasce alla propria identità di figlio e vede finalmente la realtà com’è, non come la teme o la suppone. La luce per vedere la nostra verità è Gesù, il Figlio dell’uomo consegnato nelle mani degli uomini. Il suo amore umile che si fa servizio e dono della vita, è il Volto, luce del nostro volto. Il bimbo viene alla luce quando vede il volto della madre; l’uomo viene alla luce del proprio volto di figlio quando vede il volto di Dio. Allora è illuminato: “Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti, e Cristo ti illuminerà”(Ef 5,14). ciechi, seduti, fuori dal cammino. Sono le qualità del discepolo. Anche se crede di essere ricco, è in realtà infelice, miserabile, povero, cieco e nudo - non cammina dietro al suo Signore e ignora la sua via che porta a Gerusalemme. Deve comperare da lui oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirsi e nascondere la sua nudità, collirio per ungersi gli occhi e recuperare la vista (Ap 3,17s). Il discepolo, da presunto ricco, si scopre mendicante, invitato a chiedere ciò di cui ha bisogno. Principio della fede è il desiderio di luce, proprio di chi si conosce cieco. gridarono. (cf. Es 2,23). Non è un suono inarticolato quello dei due ciechi. La loro invocazione ha la forza del grido e la sapienza della parola che esprime ciò di cui hanno bisogno. abbi pietà di noi. Invocano pietà per la loro condizione di ciechi, seduti e fuori strada. La miseria chiama misericordia, la tenebra luce, la morte vita. Il nostro grido ha sempre un orecchio attento che lo ascolta. Signore. Gesù che passa è riconosciuto come l’eterno che sta, il Signore, ricco di misericordia, padre della luce, datore di vita.

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figlio di Davide. È il Messia (1,1; 9,27). Il grido, che si leva incessante nella notte, squarcia le tenebre della nostra cecità, aprendoci l’ingresso alla terra promessa. v. 31: la folla